DEL GOVERNO DELLA PESTE.


BIBLIOTECA
SCELTA
DI OPERE ITALIANE
ANTICHE E MODERNE

vol. 297

LOD. ANT. MURATORI

GOVERNO DELLA PESTE.


LODOVICO ANTONIO MURATORI


DEL GOVERNO
DELLA PESTE
E DELLA MANIERA DI GUARDARSENE

TRATTATO
DI L. A. MURATORI

DIVISO
IN POLITICO, MEDICO ED ECCLESIASTICO
CON AGGIUNTA
DELLA RARISSIMA RELAZIONE
DELLA PESTE DI MARSIGLIA
PUBBLICATA
DAI MEDICI CHE HANNO OPERATO IN ESSA

MILANO
PER GIOVANNI SILVESTRI
M. DCCC. XXXII.


[INDICE]


BREVI CENNI INTORNO ALLA VITA E ALLE OPERE DI L. A. MURATORI

Di umile schiatta nacque il dì 21 ottobre 1672 in Vignola, terra del Modenese, ed ebbe in età fanciullesca un dozzinale maestro di rudimenti di lingua latina da cui spesso distaccavasi volentieri per deliziarsi nella lettura dei romanzi della francese Scudery. Si portò giovanetto a Modena, dove vestì l’abito chericale, e dove sortir potè migliori institutori, ch’egli seguitò con fervore. Iniziato già nelle leggi e nella moral teologia, volealo il padre di nuovo in Vignola a fine che tornasse utile alla bisognosa famiglia, ma preso avendo grande affetto alla poesia, alla eloquenza ed alla conversazione di svegliati ingegni, egli ottenne di non distaccarsi da una città che ben presto riconobbe in lui un prodigio di spirito e d’ingegno. Il celebre P. Benedetto Bacchini si prese singolar cura nel dirizzarlo a’ migliori studi, come pur fatto avea col Maffei, sicchè potè quegli dirsi il padre de’ due più grandi Italiani del suo secolo. La lettura delle opere di Giusto Lipsio invaghì il Muratori dell’antica erudizione, e, voglioso d’impadronirsi della lingua greca, seppe riuscirvi da sè solo dopo ostinata fatica. La fortuna gli rise intanto propizia nell’incontrare a mecenati il march. Gio. Gioseffo Orsi, bolognese, e monsig. Anton Felice Marsigli, vescovo di Perugia, e col mezzo loro potè esser invitato dal conte Carlo Borromeo di Milano a prender posto nella famosa biblioteca Ambrosiana. Laureatosi prima in leggi con istraordinario applauso, si recò subito a Milano alla fine dell’anno 1694, dov’ottenne titolo di dottore dell’Ambrosiana, e prima che terminasse l’anno susseguente venne ordinato sacerdote. Primo e nobil saggio del suo utile rovistare i codici della biblioteca furono gli Aneddoti latini, a’ quali succedettero gli Aneddoti greci, e sì agli uni come agli altri aggiunse illustrazioni di antichità cristiana, e di disciplina ed erudizione ecclesiastica. Salì in rinomanza; e non toccava ancora il suo vigesimoquinto anno, che già i primi letterati italiani, un Noris, un Bianchini, un Ciampini, un Sergardi, un Magliabecchi, un Salvini, e que’ di oltremonti, un Mabillon, un Ruinart, un Montfaucon, un Gianningo, un du Pin, un Baillet, un Papebrochio gli dimostravano grande benevolenza e considerazione. Cinque interi anni si passarono da lui nell’Ambrosiana, frammischiando a’ serj studi anche i più gentili, intervenendo alle accademie che allora s’instituivano, e strignendo amicizie considerevoli, siccome fu quella del valente numismatico Gio. Antonio Mezzabarba, e l’altra del valoroso poeta Maggi, che mancato a’ vivi l’anno 1699, ebbe nel Muratori lo scrittore della sua Vita.

Le indagini genealogiche che allora per commissione dell’elettore di Hannover si facevano a fine d’illustrare l’origine italica della casa di Brunsvico derivata dal ceppo Estense, impegnarono il sovrano di Modena, Rinaldo I, a richiamare il Muratori alla contrada nativa, ed egli, rassegnato ad obbedire al suo signore, quantunque con pena lasciasse gli amici di Milano, l’anno 1700 fu reduce a Modena, dove si tenne costantemente fermo pel mezzo secolo che tuttavia visse, rinunziando poi ad ogni offertaglisi più splendida fortuna, ed il più bel fregio diventando della biblioteca Estense. Concepì in patria il grandioso disegno dell’opera delle Antichità Italiane del medio evo, libro immortale e senza cui non avremmo forse oggidì nè le storie del Gibbon, nè quelle del Sismondi. Nacquero intanto in Italia piati e puntigli per lo dominio di Ferrara e di Comacchio, e ’l nostro Bibliotecario non poche scritture pubblicò, che ’l misero anche in voga d’uno de’ più scienziati pubblicisti, ed in fatti riuscì tale da rapir di mano la palma al Fontanini, bellicoso campione dei diritti della corte romana. Da questa controversia nacque nel Muratori il pensiero della famosa Raccolta degli Scrittori delle cose d’Italia, che ordinò e rese ricca di cognizioni storiche risguardanti la gente italiana dal secolo V al XV; e nel frattempo che sì sontuosa impresa andava progredendo colle stampe in Milano, quasi per sollievo e diporto compose il Trattato della perfetta poesia, in cui spiegò un sistema conforme a’ pensamenti di Bacone da Verulamio. Di altro disegno fu l’opera che colorì poco dopo del Buon gusto, o sia Riflessioni sopra le scienze in genere; ed anche questo libro, dettato con facile stile, e pieno, pe’ suoi tempi, di novità, ebbe alto grido, e collocò l’autore tra que’ filosofi che precipuamente adopravansi all’incremento del sapere italiano. Tra le amene sue distrazioni vanno ricordate le Vite che scrisse del Petrarca, del Castelvetro, del Sigonio, del Tassoni, del march. Orsi, del P. Segneri juniore. Era tale e tanta la fecondità del suo ingegno, che due opere ad un tratto stava per ordinario scrivendo, e non solo di erudizione o di critica, ma attenenti eziandio alla teologia, all’ascetica, alla filosofia, alla politica, e sin alla medicina, come il comprovano il suo Trattato del Governo della peste[1], e la sua Dissertazione De potu vini calidi; e tutto questo faceva senza mancar mai un istante all’adempimento più scrupoloso de’ doveri del religioso suo stato. Egli era Proposto della Pomposa in Modena con cura di anime, e con zelo vivo e indefesso vi attendeva esemplarmente, rendendosi sino benemerito della umanità colla filantropica instituzione di una così detta Compagnia della Carità. Quanto fosse vivamente compreso di vero spirito di religione può conoscersi dall’unico suo Trattato della Carità Cristiana, che intitolò all’imp. Carlo VI, il quale lo regalò di ricca collana d’oro; e quanto fosse maestro profondo in divinità scorgesi dalla sua opera De ingeniorum moderatione in religionis negotio, opera che non soltanto in Italia, ma in Germania ed in Francia ebbe assai credito. Ma libri tanto frequenti e di genere sì disparato non poterono talvolta non promovere opposizioni, dibattimenti, censure; il Muratori poi niente inquieto di quelle che ad argomenti scientifici si riferivano, con rigido occhio mirava soltanto le teologiche e le ecclesiastiche.

Era già il Muratori alla sessagenaria età pervenuto; nè potendo più reggere alle parrocchiali fatiche per la indebolita salute, rinunziò alla propositura della Pomposa, attendendo soltanto con perseveranza a comporre e pubblicare opere sempre nuove. Deonsi a quest’epoca i suoi Compendj in lingua italiana delle Dissertazioni delle Antichità d’Italia del medio evo; la seconda parte delle Antichità Estensi; il Nuovo Tesoro delle iscrizioni, ed i libri di brieve mole, ma non men rilevanti, della Morale Filosofia; delle Forze dell’intendimento umano; della Forza della fantasia; dei Difetti della Giurisprudenza, e quelli risguardanti antichità profane, come la Dissertazione de’ Servi e Liberti; quella de’ Fanciulli alimentarj di Trajano, e quella dell’Obelisco di Campo Marzo. All’erudizione sacra ed a materie ecclesiastiche spettano i volumi che scrisse contro l’inglese Burnet; le Missioni del Paraguay; l’Antica Liturgia romana, e sopra tutto il classico Trattato della Regolata divozione[2], con cui volendo estirpare certe pratiche superstiziose volgarmente in corso, erasi proposto di assuefar meglio i fedeli al culto interiore. Il cardinale Gerdil chiama aureo il suo Trattato della Pubblica Felicità, e dice essere la voce del cigno, perchè lo scrisse un anno prima della sua morte. Anche i celebratissimi Annali d’Italia sono un frutto di sua vecchiaja, e di essi ne diede un ponderato giudizio il valente ultimo biografo del Muratori il ch. Francesco Reina.

Egli già già toccava l’anno settantesimosettimo della sua vita quando dopo avere languito per lunga malattia, ed essere sin rimaso privo della luce degli occhi, per colpo di paralisia passò da questa a più gloriosa e durevole vita il dì 23 gennaio 1750.

PREFAZIONE E DEDICAZIONE AGL’ILLUSTRISSIMI SIGNORI CONSERVATORI DELLA CITTÀ E SANITÀ DI MODENA.

Grande apprensione e paura, o illustrissimi signori Conservatori della città e sanità di Modena, se vogliam confessarla schietta, ci han recato nel prossimo passato anno 1713 i romori di peste. Inoltratasi ella dall’Ungheria nell’Austria, e quindi in Praga, in Ratisbona e in altri paesi, e nello stesso tempo svegliatasene un’altra, ch’io suppongo diversa, in Amburgo, aveva un tal malore col miserabile scempio di que’ popoli spinto il terrore anche in tutti i vicini. Già i men coraggiosi quasi la miravano passeggiar per le contrade d’Italia e andavano divisando le maniere di scamparne; anzi non lasciavano i più saggi di dubitarne anch’essi sul riflesso di varie circostanze che si adunavano a rendere fondato il dubbio, e non irragionevole il sospetto.

Imperocchè gran tempo è corso che l’Italia non ha provato questa, che alcuni chiamano guerra divina; ed essendosi dall’una parte osservato nel corso di tanti secoli addietro, che dopo il periodo ora di molti, ed ora di pochi anni, ma non già quasi mai aspettando un secolo, suol tornare la peste a visitar i popoli; e dall’altra parte, costando che dal 1630 e 1631 fino all’anno 1713 ne avea goduto la Lombardia una totale esenzione, poteva probabilmente temersi che tal disavventura omai venisse spedita anche a noi dall’adorabil Provvidenza di Dio, e massimamente considerando le colpe nostre, degne di questo e di peggio. Aggiungevasi aver noi in pochi anni provato tanti mali, ora di guerre, ora di carestie, ora di freddi acerbissimi con seccamenti di viti e d’altri alberi, ed ora di spaventose inondazioni che in altri tempi si sarebbe facilmente creduto vicino il giudizio finale. Quando si cominciano ad infilare l’un dietro l’altro i malanni, sembra che non ne finisca il corso e la catena sì tosto, e che anzi il compimento di tutti gli altri soglia essere il terribile del contagio.

Parimente dava e poteva dar moto ai timori d’alcuno la fierissima e compassionevole mortalità de’ buoi, che, non ancor ben estinta da tre anni in qua, è andata e va desolando la misera Lombardia con tanti altri paesi, fino a temere alcune città ne’ lor territorj il totale eccidio di bestie sì necessarie all’uomo. Non è già che a simili epidemie tenga sempre dietro quella degli uomini; imperocchè d’una peste de’ buoi accaduta nel 1514 fa menzione il Fracastoro nel suo Trattato del Contagio; e pure ella non venne seguitata dalla strage del genere umano. D’un’altra preceduta dalla sterilità delle viti lasciò memoria il Poeta Sassone all’anno 809 con tali parole:

. . . . . . . . . . . . Sævior omni

Hoste nefanda. Lues pecudum genus omne peremit, ec.

Ma nè pure allora passò sopra gli uomini il micidiale influsso. Così per attestato di Rolandino storico nell’anno 1238: Fuit hyems aspera et horribilis, ita quod nivis et frigoris superfluitate insolita, mortuæ sunt vinæ, olivæ, ficus et aliæ multæ arbores fructiferæ (altrettanto noi provammo nel principio del 1709). Et post illam pestem eodem anno pestis sequuta est avium, et præcipue gallinarum, boum et multarum utilium bestiarum. Ma non si legge accaduto lo stesso agli uomini ne’ seguenti anni.

Contuttociò non mancavano giusti fondamenti al timore, mentre, per sentimento di celebri autori, l’infezione del genere umano non rade volte è stata preceduta da quella dei bruti; ed eccone gli esempi. Infin l’antichissimo Omero, narrando nel lib. I dell’Iliade la peste (vera o finta, non importa) che fu scagliata dall’arco d’Apollo, cioè dal soverchio calore del sole, nell’esercito de’ Greci, scrisse che prima ella fece strage delle bestie, e poscia penetrò negli uomini:

Assalì prima e muli e cani, e quindi

Scagliò le sue mortifere saette

Contra gli uomini stessi.

Livio nel lib. 41 delle sue Storie fa menzione d’un’altra con queste parole: Delectus consulibus eo difficilior erat, quod pestilentia, quæ priore anno in boves ingruerat, eo verterat in hominum morbos, ec. Così Ovidio, descrivendo una peste nel lib. VII delle Metamorfosi, la dice prima toccata anche ai buoi:

Strage canum primo, volucrumque, aviumque, boumque,

Inque feris, subiti deprehensa potentia morbi est, ec.

Pervenit ad miseros, damno graviore, colonos

Pestis, et in magnæ dominatur mœnibus urbis.

Ammiano Marcellino nella sua Storia attribuisce a’ vapori corrotti che escono dalla terra le pestilenze, inferendone perciò prima la morte de’ bestiami che pascono l’erba, e poi quella degli uomini. Affirmant alii, dice egli, terrarum halitu densiore crassatum aera, emittendis corporum spiraminibus resistentem, necare nonnullos. Qua caussa, animalia præter homines cetera, jugiter prona, Homero auctore, et experimentis deinceps multis, quum tales incessunt labes, ante novimus interire. Così Claudiano nel lib. I contra Ruffino:

Ac velut infecto morbus crudescere cœlo

Incipiens, primo pecudum depascitur artus,

Mox populos, urbesque rapit.

E l’antico medico Paolo da Egina nel lib. II, cap. 36, lasciò scritto che la morte degli animali reca una gagliarda coniettura di una futura pestilenza anche degli uomini.

Andarono unite nell’anno 820 molte disgrazie mentovate negli Annali Fuldensi, perciocchè hominum et boum pestilentia longe lateque ita grassata est, ut vix ulla pars regni Francorum ab hac peste immunis posset inveniri. Fruges quoque vel colligi non poterant, vel collectæ putruerunt; vinum etiam propter caloris inopiam acerbum et insuave fiebat. Così per attestato di Matteo Paris nella Storia Anglicana all’anno 1103: Pestifera mortalitas animalium maxima quoque hominum hoc tempore fuit. Aggiungasi Ermanno Contratto, il quale nella sua Cronaca scrive che dell’anno 1044: Maxima pestis pecudum et hyems satis dura et nivosa magnam vinearum partem frigore perdidit, et frugum sterilitas famem non modicam effecit. Poscia all’anno 1046 aggiunge, che magna mortalitas multos passim extinxit. Anche nelle Memorie stampate dalla città di Ferrara per la preservazion dalla peste del 1630, si legge che nel marzo di quell’anno fu replicata la proibizione di mangiar carni di bestie morte da sè, perchè in quelle parti si cominciava a sentir la mortalità nelle bestie bovine, non cagionata, come pensavano alcuni, dall’inondazione di tre anni avanti del Po nella Diamantina, ma sì bene da contagio speziale comunicato dalle bestie bovine del Mantovano, rifuggite nel Ferrarese, come si conobbe evidentemente. Ma io non so dire se questo contagio precedesse quello degli uomini. Dirò bensì che il cardinal Gastaldi nel suo Trattato della Peste accenna anch’egli qualche mortalità d’animali e nominatamente de’ buoi, la qual precedette la pestilenza del 1656. Che più? S. Ambrosio nel lib. de Noe et Arca, cap. 10, così scrive: Si quando est pestilentia corrupto cœli tractu, prius ea quæ sunt irrationabilia lues dira contaminat, et maxime canes, equos, boves; atque ea inficit, quæ cum hominibus conversari videntur. Sic morbi vis etiam genus humanum implicat. E nella sposizione sopra S. Luca nel lib. X: Quæ omnium fames, lues pariter boum, atque hominum, ceterique pecoris, ut etiam qui bellum non pertulimus, debellatis tamen nos pares fecerit pestilentia? E però il Quercetano ed altri, in ragionando della peste riposero tra i segni che minacciano il contagio agli uomini il precedente dei buoi, avendolo probabilmente imparato anch’eglino dalla sperienza. Alcuni sono d’avviso che gli aliti pestilenziali de’ buoi o de’ lor cadaveri infetti, sieno finalmente cagione che anche gli uomini contraggano il morbo. Verisimilmente ciò non sussiste, veggendo noi e sapendo da tanti altri esempi che la peste d’una spezie d’animali d’ordinario non passa nell’altre. Ma senza questo, perchè potevasi dubitare che da alcuni anni in qua fosse corrotta in qualche maniera l’aria o pure il sugo stesso della terra, mentre non solamente si mirava il suddetto luttuosissimo morbo de’ bestiami, ma di più una fiera ed insolita copia di vermi, che rodevano i grani in erba, e qualche, per dir così, inclinazione del terreno alla sterilità o a produrre assai loglio con tante altre immondezze, e a non istagionar più i frutti che sì facilmente poi marcivano (colpa forse tutta delle stagioni sconcertate); certo non pareva sprezzabil coniettura che di qui ancora potesse venir danno agli alimenti e agli uomini de’ corpi umani, ed essersi potuto formare o disporre qualche fomite anche per la loro pestilenza. Maggiore ancora poteva temersi questo pregiudizio, mancati quegli animali che guadagnano il pane all’uomo, e il cibano colle lor carni e coi lor latticinj, riconoscendosi che una tal disavventura poteva tirar seco delle peggiori conseguenze.

Quel nondimeno che, prescindendo anche dalla considerazione de’ nostri peccati e delle circostanze accennate, solo bastava a porgere giustissimo fondamento di timore agl’italiani, si era il vivo e strepitoso contagio della Germania ch’io di sopra accennai. Non s’intenderebbe punto di peste chi non sapesse qual gran facilità ella s’abbia d’innoltrarsi e di far conquiste nuove qualora non le sia posto argine. Per tacere di tanti altri tempi, l’anno 1630, in cui avvenne l’ultimo contagio della Lombardia, ben trovò maniera il veleno pestilenziale di penetrar per l’Alpi e d’infettar poi e di desolare assaissime città d’Italia. Molto più poi ragion di temere c’era in questi tempi, durando la scarsezza de’ viveri e la guerra, e tanti altri sconcerti del mondo che la sperienza ha fatto conoscere, non dirò solo per forieri, ma per mirabili disseminatori e veicoli de’ contagi. Quindi pertanto nell’anno prossimo passato si credette obbligata a tante diligenze e a tanti rigori, la prudenza di molti principi d’Italia e massimamente della sereniss. Repubblica di Venezia, sempre acuta in prevedere e sempre attenta a provvedere, per quanto possono le forze umane, acciocchè non passino nel suo dominio mali stranieri. Quindi medesimamente venne il gravoso interrompimento di commercio fra tante città con tanti stabilimenti di guardie, di cancelli, di fedi, cose tutte che andavano dicendo che si temeva e si doveva temere.

Ma finalmente in Vienna, in Praga, in Ratisbona e in altre città e contrade della Germania è terminata col benefizio del freddo la terribile e minacciosa influenza, di maniera che sembra estinta col male anche ogni ragione di non paventarlo più per ora in Italia. Già è restituito il sospirato commercio fra le città della Lombardia; ed essendo spuntata in questi tempi anche la pace a consolare i popoli cattolici, moltiplicate ragioni abbiam tutti di dar lode e di render grazie immortali all’onnipotente Dio che ci vuol far sentire in varie guise gli effetti della sua misericordia. Ora in tal congiuntura due cose abbiam potuto imparare, meritevoli di somma attenzione. L’una è che il temere ed anche l’eccedere in timore, ove nascano sospetti di contagio, suol conferire assaissimo a preservarsi dal contagio medesimo. Imperciocchè allora si moltiplicano i ripari e si mettono in opera que’ ripieghi sì spirituali come temporali che la religione e l’umana prudenza suggeriscono per fermare il corso a un sì poderoso nemico. Certo che non alle diligenze degli uomini, ma alla provvidenza benefica di Dio si dee attribuire il gran benefizio di conservarsi immune dalle pestilenze e da altri flagelli. Contuttociò, essendo anche certo, piacere a Dio che le creature ragionevoli operino dal canto loro ciò che si conviene alla natural preservazione, valendosi egli dell’operar nostro per effettuare i suoi incomprensibili disegni; perciò utile e necessaria cosa è, e sempre sarà, il non perdonare in casi tali a precauzione e industria alcuna, di cui sia capace l’intendimento del saggio. A certe persone di mezzana comprensione pare un augurio di peste il solo udir parlare di peste, e ad altri poi compariscono facilmente eccessivi i timori e i rigori che nei sospetti delle pestilenze si usano da alcuni principi ne’ loro stati. Ma in fine ci vuol poco a capire che il ragionarne, il paventare e il provvedere, per quanto mai si può, in pericoli sì fatti e per precauzione dell’avvenire, non è quello che metta l’ali alla pestilenza e la faccia calare dai paesi stranieri o confinanti. Certo altresì ha da essere, che il non aver paura, o l’occultarla, questo sarebbe uno spedirle solenne ambasciata, invitandola a venirci a visitare il più presto che ella può. E perciò ogni ragion consiglia l’imitare in altre simili congiunture più tosto i rigori, benchè forse superflui ed anche molto dispendiosi, ultimamente praticati da parecchie città della Germania e dell’Italia, che l’uso di altri popoli men paurosi o meno guardinghi. Sarà, anche molto più da desiderare che occorrendo tali sconcerti, a niuna delle città d’Italia venga impedito dalla positura de’ suoi siti ed affari il camminar concorde con le altre, a fine di tener lungi con egual diligenza un malore che minaccia tutti, ma che però suol portare rispetto a chi rigorosamente si oppone ai suoi passi.

L’altra verità che abbiamo imparato in questa occasione, si è, che accadendo sospetti o rischi di pestilenza, allora si mirano in gran confusione ed imbroglio non solamente le private persone, ma gli stessi pubblici magistrati di molte città, mentre tutti in quel frangente vorrebbono pur sapere come abbiano da governar sè stessi e gli altri, ma senza per lo più poter rinvenire chi abbastanza gl’illumini. Non mancano libri, è vero, che hanno trattato questo argomento; ma i più del popolo ne patiscono inopia, e moltissimi nè pure un solo possono mostrarne, siccome opere che non si leggono mai volentieri, e che, finito il bisogno, si lasciano alla polvere o a’ pescivendoli, cercandosi poi esse indarno ove ritorni a fischiare questo pesante flagello. Che se non mancano libri tali ad alcuni studiosi, tuttavia suol avvenire che in man loro non si trovino anche tutti i migliori, che pure più degli altri sono da consultare in simili e in altre occasioni. Ora pensando io a questa non lieve necessità de’ privati e del pubblico, fattaci pur troppo avvertire dal grave pericolo che ultimamente ci sovrastava, mi applicai fin l’autunno prossimo passato a leggere quanti antichi e moderni potei ritrovare che maneggiassero questa materia; e col notare ciò che mi compariva più utile a sapersi, venni stendendo il presente Trattato del governo della peste, con isperanza che il mio studio privato potesse tornare in qualche benefizio e comodo ancora del pubblico, e spezialmente della patria mia, sì per preservarsi, e sì per sapersi regolare in casi di tanta sciagura. E l’intenzione mia è stata di fare un trattato popolare, cioè utile e intelligibile ai più del popolo, avendo io perciò fuggito le quistioni spinose e scolastiche e insino i termini astrusi, con cui alcuni professori della medicina cercano di farsi credito con poca spesa presso i meno intendenti. Per altro col fiero influsso che è passato, parrà, il so, passato ancora il bisogno; ma non è così, perciocchè i posteri nostri, anzi la nostra medesima età, avran sempre da temere di provare un dì quello che è piaciuto alla divina Clemenza di non far sentire ai presenti giorni. Non convien aspettare che sia giunto il nemico per istudiar poi allora la maniera del difendersi; ma s’hanno da aver sempre l’armi preparate e pronte. Gli altri, finita la peste, sono stati soliti a scrivere e pubblicar libri intorno la stessa; ed io altresì suggerirò quel che può essere più a proposito, affinchè essa mai non cominci, o pure acciocchè s’abbia con facilità il migliore regolamento, qualora ne tornasse mai più il bisogno. Così in Firenze si va oggidì ristampando la Relazion del Contagio del 1630 fatta dal Rondinelli, perchè ultimamente è stato avvertito ch’esse era divenuta stranamente rara, e vuolsi perciò provveder meglio all’avvenire. Così la peste che nel 1679 fece le sue prodezze in Vienna, in Sassonia e in altre parti, con grande apprensione anche allora dei popoli italiani, diede motivo al saggio maestrato della sanità di Ferrara di pubblicare nel 1680, per prudente precauzione de’ tempi venturi, un’opera molto utile, ove son registrate le regole da osservarsi ne’ sospetti di contagio. Altrettanto dunque ho risoluto anch’io di fare, o illustrissimi signori, acciocchè voi e il popolo nostro abbiate e un attestato dell’ossequio mio, e quel soccorso di più, quando mai accadessero que’ miseri tempi, ch’io desidero lontani sempre dagli stati di ciascuno e massimamente da quei della sereniss. Casa d’Este e della patria nostra. Ho pertanto divisa la materia del governo della peste in tre parti, cioè in politica, medica ed ecclesiastica, immaginandomi che maggiore con ciò possa anche riuscire il benefizio. Imperocchè gran copia di libri può ben qui mostrarci l’arte medica per quello che a lei s’aspetta; ma scarsissimo ne è il governo politico e l’ecclesiastico. Oltre a ciò, non solendo trovarsi uniti insieme tutti e tre i suddetti governi, sembra a me d’avere a moltissimi risparmiata la fatica di pescare qua e là ciò che per lor servigio si troverà qui raccolto in un solo trattato. Chi più degli altri avrà maneggiato e letto libri intorno a quest’argomento, quegli sarà più atto a comprendere l’utilità e il comodo che può venire al pubblico e al privato dall’operetta, qualunque sia, che io ora vi presento.

In questa impresa dunque mi son io regolato sulle notizie ed osservazioni degli antecedenti scrittori, con ponderare, scegliere, disporre ed aggiugnere, secondochè è paruto meglio al mio corto intendimento e giudizio. Che se talun chiedesse, come io, che medico non sono di professione e nè pure mi son trovato giammai a quel terribile incendio, abbia preso un tale assunto con fidanza di potervi competentemente soddisfare, risponderò, che se non ne posso io parlar di vista, ho ben potuto io parlarne con tanti morti che furono spettatori delle pestilenze, e che ce le hanno lasciate in tanti libri descritte. E se non son io medico, studiarono ben medicina per me e la praticarono in tempi di contagio quegli scrittori ch’io citerò, di maniera che non l’autorità mia, ma quella dei professori di quest’arte potrà dar credito al mio Trattato, il quale in oltre non uscirà alla luce senza l’approvazione de’ migliori filosofi e medici che si abbia la nostra città. Per altro confesso anch’io che la parte medica potrebbe promettersi maggiori chiarezze e più lustro e più ordine nella divisione dei medicamenti, ove la trattassero medici insigni tra i moderni. E spezialmente si avrebbe a sperare questo vantaggio dalla mano di que’ valentuomini che oggidì illustrano cotanto con le loro opere, stampate ugualmente, le lettere e il dominio della serenissima Casa d’Este, cioè i signori Bernardino Ramazzini, gloria di Carpi, e Antonio Vallisnieri, decoro di Reggio, che nella famosa Università di Padova empiono le prime due cattedre della medicina; e il signor Francesco Torti, splendore di Modena, medico del mio padron serenissimo, e pubblico lettore anch’esso nella patria; e il signor Antonio Pacchioni reggiano, che in Roma fa risplendere il suo sapere in pro della medicina; siccome ancora molto potrebbe sperarsi dal signor Dionisio Andrea Sancassani da Sassuolo, medico primario di Comacchio, dalle cui fatiche riconosce molte utilità la cirugia. Mi sia lecito nondimeno di dire che quantunque ingegni grandi si applicassero a trattar questa materia, pure non sarebbe subito da sperare che molti d’essi potessero produrre rimedj migliori e più efficaci di quelli che anch’io ho saputo e potuto raccogliere. Più tosto potrebbe accadere che alcuni d’essi, senza curarsi di edificar meglio, distruggessero ancora quel poco ch’io colla scorta de’ più accreditati autori ho qui esposto, giacchè questo è il costume d’oggidì, nè par difficile il mettere nella medicina quasi ogni cosa in dubbio per farla conoscere non men lei un’arte fallace e debolissima che i suoi medicamenti dubbiosi e talvolta ancora nocivi, siccome fecero già il Carrara, l’Agosti ed altri, ed hanno tentato ai dì nostri di mostrar nelle opere loro il defunto Lionardo da Capova, e il vivente signor Anton Francesco Bertini, medici rinomati, l’ultimo nondimeno dei quali l’ha del pari difesa. E assai più sarebbe questo facile, trattandosi di quel fierissimo morbo desolatore, in cui confessano tutti i medici savj che l’arte loro va più che altrove a tentone, nè ha sistema sicuro, nè medicamenti da fidarsene molto.

Ma comunque sia, penso io che troppo importi il non atterrire, nè far disperare il popolo in tali congiunture con biasimargli e screditargli tutto. E però avendo io composto il presente libro, non per desiderio di gloria, ma per brama unicamente di giovare in ciò, per quanto io posso, alla patria mia, e a chiunque non avrebbe altri migliori aiuti, per regolarsi, almeno con qualche prudenza, nei pericoli e nei tempi di tanta calamità, io mi auguro ch’essa riesca veramente utile; ma di gran lunga più auguro a tutti che non se n’abbiano mai a valere, se non per un mero divertimento della loro curiosità. Che se pure avesse un giorno da arrivare ciò che nessuno di noi desidera di vedere, probabilmente non si pentirà alcuno d’aver prima in questo mio libro imparato alquanto a premunirsi col conoscere la faccia di questo terribil nemico, e i disordini e gli strani suoi effetti. Pur troppo ne abbiam mirato anche un picciolo abbozzo, ma però esempio vivo, nella funestissima mortalità della spezie bovina, penetrata nel prossimo passato settembre anche in varj siti del ducato di Modena, Reggio, ecc. Da questo flagello si è già potuto apprendere non poco qual cura più esatta si dovesse avere in pericoli di contagio degli uomini, per non restar delusi dalle guardie che si dicon fatte, ma certo non bene; e per vietare a tempo i mercati e le fiere nostre e l’adito alle straniere, benchè non apparisca entrato colà peranche il malore, e con quai rigori e ripieghi si possa precedere per disputare a passo a passo il terreno a questo male, facendo su i principj e finchè la sciagura è fuori di casa, grandi strepiti, intimazioni rigorose, visite frequenti ed improvvise, e quanto mai si può far concepire, se pure è possibile, ai contadini e alle guardie, il pericolo che loro non pare mai imminente, e il gravissimo danno di chi è colpito da simili disavventure, il che non s’intende mai bene se non dappoichè non c’è più tempo di rimedio.

Pensano alcuni che questa crudel pestilenza dei buoi non solamente si comunichi pel contatto delle bestie, o degli uomini che abbiano conversato con bestie infette, ma ancora spontaneamente salti fuori in alcune stalle, lontane talora più miglia dal paese infetto e custodite con rigorose diligente. Lo stesso vien sovente e sospettato e creduto anche nelle pestilenze degli uomini. Non voglio io mettermi qui a negare assolutamente questa partita; ma dico bene che non è se non difficilmente da credere, avendo noi veduto illese tante stalle, nelle cui bestie sarebbe stato pronto e tosto si sarebbe acceso il fomite del male, se queste avessero comunicato con altre infette. Per ogni buon fine saggiamente si fa e si farà sempre in ogni peste, ad operare, come se il morbo non si pigliasse mai se non per via di contagio. Bisogna figurarsi che ancorchè non si sappia trovare, pure ci sarà stata qualche persona o roba che avrà portato il veleno in quella casa. I cani, le guardie, i medici stessi possono disavvedutamente portarlo con seco; e dall’accuratissimo nostro signor Vallisnieri nel T. X dei Giornali d’Italia è stato anche avvertito che fra le molte maniere di propagarsi la peste de’ buoi c’è stata quella di condurli senza precauzione alcuna a farli benedire con altri, o pure il permettere che taluno andasse a benedire indifferentemente tutte le stalle. Quello che più d’ogni altra cosa affligge e spaventa, si è il verificarsi in questa mortalità de’ buoi ciò che già Virgilio nel fine del lib. III della Georgica, ed altri osservarono in simili pestilenze d’animali, e vien confermato nel suddetto tomo X de’ Giornali dell’anno 1712 dall’autorità di varj valentuomini, cioè che nessun rimedio può dirsi fondatamente che vaglia; e se bene alcuni paiono talvolta giovevoli (essendo guarita ancora in queste parti una porzione d’essi buoi infetti), pure non servono poi a tanti altri; anzi voglia Dio che talora alcun d’essi non affretti loro la morte, e non faccia perire chi senza rimedi sarebbe risanato. Pur troppo avvien lo stesso anche nelle pestilenze degli uomini. Perciò egli è cosa da savio il non fissarsi mai tanto in alcune massime, precauzioni e rimedj, che sopravvenendo lumi migliori, non si voglia più, nè si sappia mutar registro. E più lumi per l’ordinario avrà una persona giudiziosa sul fatto che un intero magistrato in lontananza. Ma veniamo finalmente a trattare l’argomento nostro nel nome di quell’onnipotente Signore, la cui giustizia dobbiam tutti temere, la cui misericordia dobbiam tutti implorare, tanto nelle prosperità, quanto nelle tribolazioni.

Modena, 15 giugno 1714.


DEL GOVERNO POLITICO DELLA PESTE LIBRO PRIMO.

CAPO I.

Spiegazione della peste: origine e durata d’essa. Differenze fra l’una peste e l’altre. Suo orribil danno ed aspetto. Obbligazione e possibilità di difendere il paese da questo flagello. Diligenze umane utili e necessarie.

La peste, uno de’ più terribili mali che possano affliggere il genere umano, benchè non sia propriamente lo stesso che il contagio, pure suol avere fra noi il nome di contagio, perchè col toccare i corpi, o l’aria degli appestati, o le merci, o robe loro, se ne infettano i sani, con più forza e strage che non accade in altri morbi epidemici e attaccaticci; dilatandosi la peste sino a spopolar le città, le campagne e le province d’abitatori. Consiste la pestilenza in certi spiriti velenosi e maligni, che, corrompendo il sangue o in altra maniera offendendo gli umori, levano di vita le persone, spesso in pochi, e talora in molti giorni, o pur all’improvviso. Quella che nasce dalla totale infezion dell’aria, mai, o quasi mai non suol accadere, benchè per accidente succeda che l’aria ambiente gli appestati s’infetti anch’essa, e tanto più cresca tal infezione, quanto più copioso e vicino è il numero di quegl’infermi. All’incontro bensì frequentemente accade quella che è infezion di corpi contagiosa, cioè, che s’attacca agli altri col contatto e che riesce maggiormente pericolosa nelle città molto popolate e ristrette, e dove non soffiano venti che purgano l’aria.

Non è affatto improbabile che a differenza di altre epidemie, le quali si generano e saltano fuori spontaneamente nei luoghi per cagion dei cattivi alimenti, o degli aliti paludosi, o dei venti nocivi, o d’altri simili seminarj di morbi, la peste sia un’epidemia stabile che vada mantenendosi in giro pel mondo, e passando d’uno in altro paese, e tornandovi dopo molti o pochi anni, secondo che la negligenza degli uomini, la disposizion de’ corpi o altre circostanze le aprono la porta, quantunque sia certo che la peste d’un tempo non sia simile in tutti i suoi sintomi ed effetti a quelle degli altri tempi. E per dir vero, la sperienza ha fatto veder troppo spesso che la peste non nasce da per sè stessa in tanti paesi, ma o vi ripullula talvolta da panni che ritengono il veleno della peste antecedente, o vi entra, portatavi da altri paesi (e questo è frequente) col mezzo di persone, o di merci, o di altre robe infette e senza che alle volte si penetri il come. Chi potesse raccogliere sicure annue notizie di tante e sì varie province dell’Asia, Affrica ed Europa, troverebbe che non c’è anno, in cui la peste non vada desolando qualche paese, e dopo la strage d’uno non passi nel vicino a sfogarsi colla stessa carnificina. Gli stati massimamente suggetti al Turco, sono, sto per dire, un perpetuo seminario dì peste, perchè quasi mai non se ne disparte ella, e particolarmente si fa sentire spesso in Costantinopoli e nel gran Cairo in Egitto, di modo che è pericoloso sempre ogni commercio con que’ paesi. E appunto le più recenti pesti dell’Italia e dell’Europa, o son passate per trascuraggine d’alcuni dall’Affrica nelle isole cristiane del Mediterraneo e poi entrate in terra ferma, o pure dall’oriente penetrando nell’Ungheria, Dalmazia, Polonia ed altri confini del Turco, hanno poi afflitto varie altre parti della nostra Europa. Non occorre far qui menzione di tante pestilenze che di secolo in secolo hanno più volte desolata la terra; ma non si vuol lasciar d’accennarne una delle più terribili che si sieno mai provate, descritta da varj storici e spezialmente dai Cortusi, dal Petrarca e da Matteo Villani. Si partì questa nell’anno 1346 dalla Cina che anche allora era conosciuta, e s’andò avanzando per le Indie Orientali sino alla Soria e Turchia, all’Egitto, alla Grecia, all’Affrica, ecc. Alcune navi di cristiani partite di levante nel 1347 la portarono in Sicilia, Pisa, Genova, ecc. Nel 1348 giunse ad infettar tutta l’Italia, salvo che Milano e certi paesi vicini all’Alpi che dividono l’Italia dalla Germania, ove fece poco nocumento. Nel medesimo anno passò le montagne stendendosi in Savoia, Provenza, Delfinato, Borgogna, Catalogna, Granata, Castiglia, ecc. Nel 1349 prese l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda e la Fiandra, a riserva del Brabante, ove poco offese. Nel 1350 oppresse l’Alemagna, l’Ungheria, la Danimarca ecc., continuando ad affligger poscia altri paesi; e quindi tornò indietro di nuovo in Francia e in Italia nell’anno 1361, ove desolò Milano, Avignone e Venezia con levar di vita lo stesso doge Delfino e molti cardinali. Passò dipoi un’altra volta a Firenze nel 1363 e vi morì il suddetto Villani. Ora ecco come l’un paese infetti l’altro. Così nel 1393, siccome scrive S. Giovanni da Capistrano nel suo Specchio della coscienza, da un infetto fu portata a Bologna la peste, e dalla Romagna passò ella in barca a Genova e Venezia, e un altro l’introdusse dipoi in Brescia, Verona, ecc. Tuttavia con questi ed altri infiniti esempj che si potrebbono recare, io tengo che la peste nasca talvolta da sè stessa, senza essere portata altronde, cagionata o dalla cattiva costituzione dell’aria, o dal fetore de’ cadaveri, o pure dai patimenti degli uomini per qualche fame o guerra, o da altri simili disordini, e nata poi l’infezione contagiosa, si attacchi ai vicini e si chiami contagio o peste, quando essa ha certi sintomi e fa grande strage de’ popoli.

L’ordinaria permanenza della peste in una città suol essere di nove in dodici mesi, dopo di che suol cedere. Ma in alcuni paesi ove si vive con bestiale sprezzo o troppa familiarità di questo morbo, e senza curarsi molto delle espurgazioni, e senza mettere in opera tanti altri rimedj che si usano nelle savie città, vi ha fatto soggiorno più anni, o pure vi è da lì a non molto ripullulata. Della suddetta peste del 1348, narra il Villani che essa non durava più di cinque mesi in ciascuna terra: i Cortusi dicono sei mesi. Nel 1630 la peste che saccheggiò cotanto l’Italia, entrò anche nella nostra città di Modena nel mese di Luglio, siccome appare dagli editti d’allora e cessò il dì 13 di novembre di quello stesso anno, benchè si continuasse a star senza commercio, e con tutti i riguardi sino al fine del gennaio dell’anno seguente 1631, sì per attendere all’espurgazione, come ancora per non praticare colla gente o sospetta o infetta del contado, essendo anche dopo il dì suddetto di novembre succeduto in città qualche caso di morte pestilenziale che fece proseguir le cautele. Nelle città grandi e popolate non è sì facile che la peste ceda presto, perchè il pascolo della morte è grande, e non bastano spesso tante diligenze e spurghi in campo sì vasto. Gli esempj son chiari di Venezia, Milano, Napoli, ecc. In questa ultima città si accese ella l’anno 1526, e continuò del 27, 28 e 29, come narra il Summonte. Tuttavia, ove si pratica esattezza singolare, la pertinacia del male resta vinta. In Roma entrò la peste l’anno 1656 sul principio di giugno; e verso la metà di marzo nell’anno seguente 1657, mercè del buon governo si cominciò ivi a goder buona salute. Ma succeduti dipoi nuovi casi, si replicarono le diligenze finchè il male cessò affatto sul fine del seguente luglio.

Più strage suol ordinariamente far la peste nei mesi caldi o negli autunnali che nei freddi; ma non lascia ella d’infierir talvolta anche più nel verno che nella state, forse perchè allora occorrono venti caldi, o perchè cominciata la peste nell’autunno o nella state, il suo maggior furore ed accrescimento viene a cadere nel verno. La peste del 1630 fu al sommo in Padova ne’ mesi di giugno e luglio, ma in Venezia la stessa fece strage maggiore nell’ottobre, novembre e dicembre, continuando poi quasi tutto l’anno seguente 1631 sempre diminuendo. Nella Gheldria la peste del 1636 esercitò le maggiori sue forze dal principio di maggio sino al fine d’ottobre. Gran varietà è in questo punto; ma, come dissi, la state d’ordinario mette in maggior rabbia questo perniciosissimo veleno, e il verno freddo o l’indebolisce o l’estingue.

Un’altra diversità fra peste e peste suol appunto consistere nella minore o maggior fierezza. Alcune son funestissime, ed empiono la terra di strage; altre men crudeli si contentano di un tributo più discreto di morti. Quella del 1348 che testè accennammo, levò del mondo quasi le quattro delle cinque parti della gente europea per attestato del Villani e d’altri scrittori. Nel medesimo secolo altre non men fiere pestilenze portarono un’incredibil mortalità per l’Italia, Germania, Francia e Spagna. Quella del 1564 sì rabbiosamente infierì pel Lionese, per la Savoia con istendersi ne’ confini degli Svizzeri e nel territorio de’ Grigioni, che in quelle bande uccise poco meno dei quattro quinti. L’altra che nel 1575 e nei seguenti afflisse alcune città d’Italia, fu di gran lunga più mite in Milano, che un’altra ivi pur succeduta prima nel secolo stesso; e all’incontro essa fu perniciosissima alla città di Venezia. L’altra del 1630 portò un’orribil desolazione al suddetto Milano, nella qual città e diocesi dal principio d’aprile, in cui si dichiarò per peste, fino alla metà del prossimo settembre, ascese la mortalità a 122 mila persone, continuandovi poi ancora per alcuni mesi. Si è anche osservato che qualche peste ha infettato gli uomini di certe professioni o nazioni, e lasciati intatti quei d’altra professione o nazione, benchè tutti abitassero nel medesimo paese infetto.

Questa differenza di effetti deriva o dalla qualità della pestilenza medesima, i cui spiriti sono ora più ora men velenosi; o pure dalla più o meno esatta cautela e preservazione delle città, o dalla precedente diversa disposizione dei corpi, delle stagioni e dell’aria. Nel 1628 fu gran carestia nello stato di Milano e in altre parti della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra che sopraggiunse, di maniera che in quello e nel seguente anno 1629 morì di fame e di stento in Milano stesso non poca gente, e vi fu una sollevazione del popolo. Ora non è da maravigliarsi se succedendo poi la peste da lì a poco, e trovando sì mal nutrita e piena di mali umori la povera plebe della Lombardia, ne levò tante centinaia di migliaia dal mondo. In Modena però e nel suo contado noi sappiamo che il mal contagioso non infierì come in altri paesi. Per altro non sono d’ordinario men sottoposte a perir di peste le persone sane e ben nutrite, che le infermicce e mal nutrite, anzi talvolta è accaduto che più quelle che queste sieno restate preda del male. Un’altra differenza si può osservar fra alcune pesti, ed è che le une porteran seco flussi di sangue, petecchie, dissenterie, ed altre vomiti, frenesie, abbattimenti di forze e simili altri sintomi. Sogliono nulladimeno tutte le vere pesti generar carboni e buboni, del che ragioneremo a suo luogo.

Mi terrò io lontano dal voler qui atterrire i lettori coll’immagine orribile di qualche peste, esposta secondo la relazione di coloro che ne furono miseri spettatori, perchè piuttosto mio intento sarà di preparare e consigliar coraggio in sì funeste occasioni. Tuttavia, affinchè le persone, e massimamente i magistrati, considerando per tempo, e serbando viva davanti agli occhi l’eccessiva miseria di questo gran flagello, mettano in opera qualunque possibil mezzo e diligenza per preservarsi e per tenerlo lungi, stimo necessario di ricordare che fra i mali che possono affliggere un pubblico, non c’è il più orrido, nè il più miserabile della peste, sì per quei che soccombono alla sua fierezza morendo, come per quei che si van conservando in vita. Chi mira una città sana in questo punto e vi figura poi entrato il contagio, può senza timor di fallare dire fra sè stesso: Ecco di tante migliaia di persone robuste e sane, di tanti artefici ed operai, di tanti cittadini onorati, dabbene, utili, alcuni miei parenti o amici, e tutti fratelli in Cristo, tanti e tanti non ci saran più, e fra pochi mesi; e una gran mano d’essi morrà quasi all’improvviso, benchè sanissima dianzi, parte barbaramente abbandonata da’ figliuoli, da’ fratelli, dai mariti, da’ parenti o dai suoi più cari, parte di stento e per difetto o di soccorso o d’alimenti; e ciò ne’ lazzeretti medesimi che pure sono inventati principalmente per la salute de’ poveri appestati; e talvolta senza sacramenti e senza chi assista a quel gran passaggio, e con total disperazione, siccome fuggita o derelitta da tutti. Al prender poi vigore la peste è incredibile che terrore assalisca chi non è provveduto di buon coraggio (e questi sono i più del popolo) al mirarsi circondato di morti, all’udire il suono o al vedere il brutto aspetto delle carrette che asportano ammontati l’un sopra l’altro i cadaveri degli estinti, e al temere continuamente che da un’ora all’altra possa intervenire lo stesso a chi ora si sente benissimo di sanità. Il solo doversi tener rinchiuso per settimane o per mesi in casa (e tanto più se per ordine del magistrato) è una penosissima prigionia, aggiunti tanti bisogni che occorrono, e il non potersi allora far molto capitale d’amici, o di parenti o dei suoi contadini, per la difficoltà o impossibilità del commercio, talmente che al vedersi attorniati da tanti suoi ed altrui mali, alcuni diventano come stolidi, ed altri si muoiono anche senza essere tocchi dalla peste. E siccome i principi perdono in tal occasione il nerbo maggiore del loro dominio, cioè tanti sudditi, e la maggior parte delle gabelle e dei tributi, e ciò per molti anni appresso, essendo di più anch’eglino costretti a digerire non pochi disagi e pericoli, durante il contagio, e dipoi, giacchè i principi stessi, al pari dell’infimo de’ sudditi, son sottoposti agli assalti e alle ferite di questo tirannico male: così i sudditi si trovano allora per la maggior parte privi delle proprie rendite e del traffico, e però sottoposti a diversi altri gravosissimi incomodi delle lor case. Nè colla peste suol finire il danno della peste, mirandosi per lo più venirle dietro la carestia per mancanza di chi lavori le campagne, e non trovarsi se non difficilmente i necessarj artefici, operai e servitori, e doversi pagar carissimo tutte le manifatture dimestiche e le robe forestiere, senza rimettersi o mai più, o se non dopo lungo tempo, nello stato di prima l’abbattuta e desolata terra o città.

Ho detto molte, e pure non ho detto assai per far ben intendere i gran danni, terrori e miserie che reca seco la pestilenza. Ma si può facilmente immaginare il resto, e questo ancora è di troppo, per discendere ad una importantissima riflessione, cioè alla necessità che hanno tutti i principi, magistrati e capi de’ popoli, d’impiegare quanto mai possono sì d’ingegno e di attenzione, come di premura e spesa, per impedire alla peste l’adito nei lor paesi, e per tenerla lontana o scacciarla presto introdotta che sia. Bisogna pertanto persuadersi che le diligenze umane, purchè non vadano disgiunte da un fedele ricorso a Dio, possono preservare e preservano dal contagio i paesi, e per conseguenza che il non usarle per quanto si può e a tempo, questa è una solenne e miserabil pazzia, o pure una negligenza difficilmente degna di perdono sì presso agli uomini come presso a Dio. Nè pretendesse alcuno di esentarsi da tale obbligazione, o di sfuggire tal sentenza con dire che quando Dio vuol flagellare una città, a nulla servono le diligenze umane; perciocchè quantunque sia certissima questa conclusione, pure non tocca a noi ciechi mortali il voler entrare ne’ gabinetti dell’alta provvidenza di Dio; ma bensì a noi s’appartiene il far quanto prescrive l’umana prudenza per preservar noi e il prossimo nostro dalle infermità, morti e miserie, implorando nel medesimo tempo dal misericordiosissimo nostro Dio il perdono delle colpe e il soccorso nelle necessità. Ai soli Turchi si lascia il non provvedere, quando pur si possa ai mali o presenti o avvenire, quasi ciò sia un temerario o superfluo operare contra i decreti del cielo. Il cristiano ha da venerare in tutto i santi e sempre giusti e saggi voleri di Dio, certo superiori a tutti gli sforzi degli uomini; ma non crede egli quel fato, o destino che insegnarono i gentili: e sa che la divina provvidenza non confonde il corso della natura e delle cagioni seconde, nè toglie la libertà agli uomini, anzi comanda loro l’uso della prudenza negli affari e nella custodia e conservazione di questa vita terrena. Però in infinite altre occorrenze, e nel guardarsi da tanti altri mali, anche i più dotti e santi non debbono ommettere, nè ommettono diligenza veruna, e spezialmente ciò fa e dee fare la cristiana repubblica ne’ pericoli de’ contagi.

Si può anche opporre che poco frutto s’abbia in fine da sperare in molti paesi da sì fatte diligenze, considerata la mancanza di tante cose e massimamente di vettovaglie, per provveder le quali dovendosi necessariamente commerciar co’ vicini, troppo riesce difficile il non partecipar della loro sciagura. Ma si risponde esserci regole e maniere d’aver commercio infin co’ paesi infetti o sospetti in tempo di peste per trarne vettovaglie, senza che per questo se ne tragga ancora la peste. Le accenneremo a suo luogo. Il punto sta che tali regole non si fanno osservare, nè son bene spesso osservate, con restare perciò inutili tutte le antecedenti diligenze; e però qui ha da essere lo studio e l’attenzione più premurosa de’ magistrati, acciocchè nessun vi manchi per frode, interesse o negligenza non perdonando per questo oggetto nè a premj, nè a pene, nè a vigilanze, nè a spese.

Ma perciocchè a convincere che una cosa può facilmente farsi, non c’è il più palpabile argomento che il mostrarlo facilmente ed effettivamente fatto in tante altre congiunture: cito qui la memoria di molti a ricordarsi di quante pestilenze sono accadute a’ suoi giorni, o sono a lui note per altra via; e in ognuna d’esse troverà egli che la peste si lascia porre degli argini, e non s’inoltra dapertutto, ma si ferma ai confini, e alle porte di chi vi s’oppone con prudenti e rigorose cautele. Pochi anni passano, che non s’oda regnar la peste o in Costantinopoli, o alle Smirne, o in Grecia, Bossina ed altre province del Turco, confinanti al dominio Veneto; e pure non penetra ella d’ordinario più innanzi, stante la gran precauzione di quell’inclita repubblica, la quale può appellarsi maestra di tutti anche nella diligenza e prudenza di tener lungi questo terribil flagello. Pochi anni sono, la Polonia, l’Ungheria, la Prussia, la Danimarca ed altre province settentrionali furono gravemente infestate dal contagio; ma questo non passò già a maltrattare le contrade confinanti. Si vide il medesimo regnar in Vienna d’Austria a’ tempi di Leopoldo I, ma fu così ben posto argine alla sua furia che non si stese per tanti altri paesi. Così la città di Conversano nel regno di Napoli a’ tempi della sede vacante d’Alessandro VIII ne restò fieramente afflitta, ma mercè d’un cordone di separazione dagli altri paesi sani, non comunicò il suo malore ai vicini. Nell’anno 1576 furono oppresse dalla peste le città di Milano, Mantova, Padova, Venezia ed altri luoghi; ma la maggior parte dell’altre città della Lombardia si difesero; e fu osservato dal Cavitelli che nel Cremonese non si godè mai sì buona salute, come allora, quantunque Parma e Piacenza avessero bandita quella città per sospetto ch’ella non potesse esentarsi dal commercio con Milano. Infierì essa peste allora anche nella Sicilia, e nella Calabria e Puglia, e pure la città di Napoli tante diligenze e strettezze usò che seppe preservarsi, e ciò contuttochè per attestato del Summonte vi penetrassero di nascosto alcuni appestati, i quali occultamente furono curati senza danno degli altri. Nel 1656, Roma, Napoli, Genova ed alcune poche altre città soggiacquero alla peste; ma senza che se ne comunicasse il veleno al di qua dall’Appennino, nè alla Toscana, nè a tanti altri paesi confinanti. Anzi Castel Gandolfo, benchè vicino a quel di Marino e ad altre terre infette, si preservò per cagion delle diligenze ivi adoperate.

Ma per venire alla peste del 1630, funestissima in tutta la Lombardia, e di cui dura puranche memoria nella nostra città, egli è certo che la città di Treviso, avvegnachè assediata d’ogn’intorno dal male, restò illesa. Ferrara anch’ella si preservò; e pure, come diremo, entro d’essa accadde qualche caso di peste. La città di Faenza fu quella che col mantenersi sana tagliò i progressi al morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato nella Romagna. E ciò avvenne, perchè poste dai Faentini le guardie ad un fiume che scorre poco lungi dalla città, un degno prelato ch’era allora al governo e alla custodia d’esso, indefesso di giorno e notte, quando manco si pensava, compariva a cavallo a riveder le guardie e i passi del fiume più facili; e tenendo le forche in piedi fuori della città, non risparmiava nè terrore, nè gastighi ai disubbidienti. Così la città di Reggio, benchè posta fra Modena e Parma, ambedue città infette, lungamente si mantenne sana, e forse ne sarebbe andata esente, se il male non vi fosse stato portato disavvedutamente da chi era di sopra alle leggi. E in quella medesima peste del 1630, egli è noto fra noi che nel ducato di Modena le terre di Vignola, Guiglia, e tante altre castella della collina e della montagna, quantunque confinanti ad altre infette dalla pestilenza o circondate da essa, pure col mezzo delle guardie e diligenze usate schivarono così terribil disavventura.

All’incontro quasi tutte le terre e città invase dalla peste, sanno e saprebbono dire, onde sia proceduto il principio della loro infezione, cioè dall’aver trascurate le debite diligenze, e dal non aver fatto osservare le leggi prudentemente stabilite in somiglianti pericoli e disordini. Io non parlerò qui se non di Roma e Padova. Infierendo l’anno 1656 la peste in Napoli (che v’era penetrata dalla Sardegna) furono asportate molte vesti e panni, che maneggiati da persone appestate aveano contratta la semenza del male; e questi introdotti in Civitavecchia e Nettuno, passarono anche furtivamente entro di Roma stessa, accendendo poscia in tutti que’ luoghi il fuoco contagioso che a poco a poco si dilatò ne’ contorni. Penetrò la peste in Padova nell’anno 1630, perchè furono poste le guardie a’ confini del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente ai passi, a cui bastava mostrare qualche bulletta per passar oltre. Persone potenti da un’altra parte entravano per forza nel distretto padovano, essendo in qualche paese le leggi, come le tele di ragno che fermano le mosche, ma cedono tosto a chi ha l’ali più vigorose. L’interruzion del commercio avea ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia, e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia. Fece un mercatante venire alquante balle d’essi cordovani da Venezia già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne lo spurgo e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura. Questi ultimi infettarono prima i facchini e poscia ogni sorta di persone. Tralascio altri esempj.

Ecco dunque di che conseguenza sia l’uso o l’ommissione delle diligenze umane in pericoli sì gravi quali sono quei d’una pestilenza. Ma se l’accuratezza del governo politico può tener lungi da una terra e città questo orribil male, la conseguenza è chiara, esser degni di gran vitupero presso degli uomini i capi del popolo che le trascurano, o non le fanno eseguire ne’ sospetti di peste, e dover eglino rendere un conto strettissimo a Dio d’avere per lor negligenza così mal difesa in sì importante bisogno la gente raccomandata alla lor cura dalla provvidenza divina. Di più questo è non meno un obbligo gravissimo che un interesse rilevantissimo tanto dei sudditi quanto del principe. Nè perchè possono costar molte spese al pubblico e moltissimi incomodi ai privati, sì fatte diligenze, si dee tralasciare; perciocchè ha da star fissa in mente dei principi, dei magistrati e dei privati questa gran verità, cioè, non esserci spesa, nè incomodo che uguagliar possa in conto veruno le spese e gl’incomodi terribilissimi d’una peste; e non impiegarsi mai meglio le fatiche e i danari, che per conservare a un tempo stesso la salute propria e la vita del popolo tutto. Si spende, e si dee spender tanto in lazzeretti e mantenimento di poveri, e cure d’infermi, e in guardie e ministri, allorchè è venuta una peste; e pure anche allora si perdono migliaia di persone utili o necessarie alla repubblica: quanto più dunque si dovrà amare o tollerare di spendere, e spendere tanto meno, per tener lontano un contagio e salvar con ciò la vita a sì gran numero di persone che perirebbono per mancanza di tali spese e diligenze? Chi s’intende punto di economia e molto più di carità cristiana, tosto comprenderà la necessità di queste preventive diligenze, delle quali passerò ora a trattare con esporre il governo politico in tempi di peste.

CAPO II.

Argini e difese da opporsi affinchè il contagio non s’accosti. Con quali diligenze se gli abbia a disputar l’ingresso e l’avanzamento. Entrato il morbo, tentativi per soffocarlo. Quarantena proposta a questo effetto.

Bisogna sulle prime figurarsi che nei sospetti e pericoli di peste una città si trova nello stato medesimo, come se fosse minacciata di guerra da un principe o popolo vicino di gran possanza e fierezza, che pensasse ad occupare e devastare il territorio di lei e in fine lei stessa; con questa sola differenza che i mali e danni d’una guerra vengono regolarmente da chi è nimico e straniero; e quei della peste da chi regolarmente è amico ora straniero ed ora del paese, o da chi involontariamente vi porta la rovina anche sua. Ma chiunque vuol offendere la vita nostra e del popolo nostro, quantunque internamente non covi egli in seno sì barbara voglia, pure si presume nostro nimico; e si può o si dee tener lontano colla forza e metterlo in istato di non poterci nuocere atterrendolo, fermandolo, gastigandolo, ed anche rigorosamente secondo i differenti casi di maggiore o minore negligenza, malizia e fraude. Sicchè a guisa de’ pericoli della guerra s’ha ne’ pericoli della peste da adoperare ogni possibil forza e difesa, a fin di salvare il proprio distretto e la propria terra o città.

Allorchè dunque s’ode incrudelire questo terribil morbo in paesi contigui all’Italia, o di tal positura che possa di colà passare alle nostre città, convien subito mettersi in difesa e unirsi coi confinanti e coll’altre città italiane, per impedirgli l’entrata in Italia. Avendo il Signore Iddio separata coi monti e col mare questa grande e felicissima provincia dall’altre, non è a lei difficile il guardarsi e salvarsi dalla vicinanza o dagli assalti d’una peste, purchè la violenza sregolata dell’armi e degli armati non disordini e renda inutili le buone regole degl’Italiani e non venga per forza a rovinarci. Le diligenze che usa una città o provincia di frontiera in simili casi, sono non men difesa di lei, che difesa dell’altre, le quali stanno più addietro; e appunto le leggi della natura e delle genti ci obbligano tutti a simil difesa anche per salute de’ vicini.

Che se penetrasse in Italia, e si avvicinasse il contagio pestilenziale, coll’andar superando gli argini dell’altre città più esposte, allora la nostra dee raddoppiar le diligenze e difese, come se l’effettivo esercito o principe nimico venisse per assediarla e soggiogarla. Consistono tali diligenze in esigere le fedi della sanità con gran rigore, avvertendo bene che non vi sia frode in esse, e che per le persone del distretto sieno almen riconosciute e segnate dal curato della villa. Ne’ pericoli gravi sarà prudenza non solo il contrassegnar le fedi, ma ancora il bollarle con sigillo a posta, mettendovi anche numero d’abaco particolare e usando altre cautele. Accade pur troppo che alcuni concedono fedi le quali non contengono verità con aggravio ed inganno de’ vicini. Altri le falsificano, ed altri non sapendole ben leggere, o confrontare, restano delusi. Ne’ gravi sospetti non si ammette forestiero e nè pur terriero se non si sa di certo che egli sia dianzi stato per molto tempo in luogo sano. Parimente convien sospendere il commercio a luoghi sospetti, non accettando senza quarantena persone o robe che vengano di colà; e in levarlo affatto ai luoghi infetti di peste, con regolar solamente qualche comunicazione per le grascie e vettovaglie, se la necessità il richieda secondochè diremo più a basso. In oltre il costume è di mettere guardie a tutto il confine, distanti in maniera che nessuno possa entrare senza veduta e permissione dei deputati; di far battere da gente a cavallo la pattuglia ai confini; di tagliar tutte le strade che abbiano comunicazione col paese appestato, talmente che resti interdetto ad ognuno, sia forestiero, sia paesano, il venir di colà se non per la via che per necessità fosse stata destinata e riservata dai magistrati e sotto gli occhi di chi è deputato alla custodia de’ passi; di custodir bene le porte e mura della terra o città, chiudendo ancor le porte men necessarie, e di usar altre simili cautele e provvisioni che son triviali e notissime a tutti. Ma si avverta che riusciranno inutili le guardie, se non si farà buona guardia alle stesse guardie; cioè saranno necessarie persone d’autorità e d’attività che indefessamente facciano eseguir gli ordini e fare il suo dovere alle sentinelle e ai corpi di guardia, altrimenti la trascuraggine o venalità di costoro lascerà per poco entrare la peste e indarno si dirà poi: Bisognava fare così e così: io non credeva, e simili altre superflue scuse e inutili pentimenti.

Appresso è da osservare che per ben assicurarsi da questo non men fiero che fraudolento nimico bisognerebbe non contentarsi d’un solo trincieramento ai confini, ma disporne alcun altro più indentro e finalmente alle porte della terra o città, acciocchè se mai per negligenza o malizia delle guardie poste a’ confini penetrasse il male, non passi egli il secondo argine, o superato questo non s’inoltri al terzo e così al cuore del popolo. Si dee far quanto si può per custodire tutto il confin dello stato; ma perchè tal custodia suol riuscire pericolosa e difficile, ove i confini dell’una giurisdizione coll’altra son vasti e facili a superarsi, nel qual caso talvolta i forestieri e sovente i paesani poco scrupolosi e molto ingordi di guadagno passano e ripassano: perciò il più sicuro trincieramento si dee credere che sia quello de’ monti, fiumi, canali grossi, fosse profonde e simili. Un grande argine facile a guardarsi, purchè si volesse far bene il suo ufizio, sarebbe per esempio il Po allorchè dalla Germania penetrasse la peste nell’Oltrapò, e il di qua da Po potrebbe agevolmente preservarsi. Ma conciossiachè in sì gravi pericoli non convien fidarsi molto de’ vicini, oltre alle guardie che dovrebbero porsi ai confini esposti di tutto lo stato del sereniss. Duca di Modena, bisognerebbe ancora metterle alle rive della Secchia e del Panaro e in una linea da tirarsi fra questi due fiumi, per custodir Modena, e lo stesso dovrebbon fare dal canto loro l’altre città e terre del suddetto stato, ai fiumi o canali o argini che paressero più proprj; affinchè se il confine dello stato non bastasse a tenere indietro il nemico, quest’altro più forte trincieramento l’arrestasse. Che se nè pur questo reggesse, le porte e mura della città sono e possono essere d’un antemurale fortissimo e sicuro, purchè si osservino accuratamente le regole prescritte dai saggi in tali congiunture, col non permettere commercio fra i cittadini sani e i forensi infetti e col non prendere le robe di questi se non colle cautele che si accenneran più a basso. E sopra tutto s’abbia ben l’occhio in ogni popolazione a certuni, le cui rendite, anzi il quotidiano vitto son riposte nel condurre continuamente da un paese all’altro o vettovaglie o bestiami o altre robe venali. Costoro anche colla forca sugli occhi vogliono continuare il loro mestiere, nè si può dire con che pregiudizio o pericolo della pubblica salute.

Anzi è da sapere che entrato il male anche nella città, qualora se ne accorgano per tempo i magistrati, si può sopire e per così dire affogare nei suoi principj, chiudendo e tagliando fuori dal commercio degli altri quelle case che avessero qualche persona infetta e le persone che avessero comunicato con esso lei o maneggiato sue robe. C’è di più, può anche darsi che col tagliare una contrada o un quartiere d’una città si preservi il rimanente degli abitanti. Ripullulato il contagio in Firenze l’anno 1632 si serrò nel quartiere ove esso faceva danno e in venti giorni tornò a restituirsi il commercio. Così nella peste di Roma del 1656 una porzione della città di là dal Tevere, scopertasi infetta, fu in una sola notte rinserrata e fatto un muro all’intorno con istupore e con inutili doglianze di quegli abitanti che se ne avvidero la mattina. Così in Venezia nella peste del 1576 declinando il male nella parte della città di qua dal canal grande, questa fu difesa con guardie dall’altra, ove tuttavia infieriva il male. Narra il Faustini nelle storie di Ferrara che del 1630 essendo già la peste in Verona, si dilatò la mortalità sino ad Ostiglia, da dove essendo passato a Ferrara un Veronese appestato, andò ad alloggiare in casa d’un suo compare abitante incontro alla chiesa di S. Antonio vecchio. Costui si pose a letto con febbre, e visitato da’ medici fu giudicato tocco della peste, siccome era in fatti, e in due giorni morì. Il perchè quel cadavero fu subito sepolto nella calce viva, e chi l’avea ricettato in casa fu condotto colla sua famiglia al lazzeretto fuori della città e chiusa la sua casa. Quindi si rinovarono le diligenze, e non restò per tal accidente presa dalla peste quella città, benchè il male si dilatasse poi sino a Melara e Brigantino, e passato il Po venisse ancora al ponte del Lagoscuro e in altre ville poco lungi da essa Ferrara. In somma convien tentare tutti i mezzi per vedere di opprimere sì crudele avversario, disputandogli a palmo a palmo il terreno come si fa nelle città assediate, delle quali, insin quando l’oste contraria s’è impadronita della fossa e de’ bastioni, a forza di tagliate e barricate si va mantenendo il cuore della città. Ma si ricordino bene tutti i principi e magistrati, essere un punto di somma importanza il non avere allora nè lasciar avere parzialità per alcuno, sia cavaliere, sia dipendente da’ ministri, sia privilegiato dal principe stesso. Un solo peccato d’indulgenza può portare l’eccidio a un pubblico tutto. Riuscì bene in Roma nella peste del 1656, perchè non si guardava in faccia ad alcuno.

Ma poniamo che il morbo, superato ogni riparo, ed entrato in una terra o città non si possa colle vie suddette soffocare, e che oggi uno, domani due o tre e in luoghi diversi dalla città, comincino a morir di peste, in guisa che resti solo ii gran pensiero di salvare da così fiero incendio i più che si potranno del popolo, allora è necessario che i magistrati con una pronta e ben pesata consultazione propongano l’ultimo de’ rimedi che son per accennare. Non è già esso da mettere in disputa, essendo efficacissimo e tale che si dee, purchè si possa, tosto abbracciarlo; ma solo è da esaminare se si abbiano o possano aversi mezzi per mettere in opera questo ripiego, il qual pure fu insegnato e praticato in vari luoghi con felicissimo successo dal P. Maurizio da Tolone cappuccino, siccome egli narra nel suo Trattato Politico della Peste, opera molto utile, stampata in Genova l’anno 1661. Consiste esso nel mettere in quarantena almeno tutto il basso popolo della città, dal quale, e non dai nobili e dalle persone comode, la sperienza fa troppo spesso vedere che il male è facilmente disseminato e introdotto anche nelle case de’ più guardinghi. Cioè dopo avere ordinato che chi vorrà in termine di alcuni giorni partirsi dalla città, possa farlo, si ha assolutamente da rinserrare nelle proprie lor case il volgo e i poveri tutti sotto pena della vita, con interdire ogni commercio fra una casa e l’altra, e con provveder poscia ai rinserrati bisognosi il vitto ed altro che occorra. Scorgendosi dipoi infetta alcuna d’esse case, quella colle robe sue e non le altre, si dovrà purgar coi profumi, avendo buona cura delle persone che, o ivi restano o si conducono altrove, siccome sospette del male. Che se anche nell’ordine più civile de’ cittadini fosse penetrata la peste, i medesimi si dovrebbono obbligare a questa medicinal prigionia.

Un gran bene si ricava da tal rinserramento, perchè così vien tolta l’occasion di conversare e di vicendevolmente imbrattarsi. I magistrati più facilmente esercitano le loro incumbenze; e si schivano le ladrerie costumate in simili tempi, nei quali la vil plebe si fa lecito ogni disordine e coll’appropriarsi le robe degli appestati, tira addosso a sè la morte e la comunica ad altri. Basta il tempo di quaranta giorni per recidere e soffocare il male, mentre chi è sano, si fa conoscer tale dopo tal prova; e chi tale non era o avea in casa i semi del male o manca di vita o guarisce; ed espurgandosi immediatamente la sua casa e robe, si taglia la via al male di passare ad infettare altre persone e case. Il sequestrar la plebe minuta nella forma suddetta, può conservar la vita a loro e a tante altre migliaia di persone, le quali pel conversare potrebbono contrarre un morbo che sì facilmente si comunica per commercio o delle persone o delle robe. Dopo i suddetti quaranta giorni scorgendosi che non muore alcuno di peste, ed espurgati i luoghi e le robe o sospette o infette, si può rimettere come prima il commercio interno della terra o città.

Il punto sta, come dissi, in consultar bene se vi sia nerbo per provveder di vitto il popolo rinchiuso. Ma si osservi, essere di spesa ed impegno maggiore il mantenimento delle capanne e dei lazzeretti, i quali in fine non difendono la gente dalla morte, anzi talvolta servono a far morire chi non sarebbe morto o ad affrettargli il passaggio, e certamente non sono atti ad estinguere il male già penetrato ed allignato in una città. Nè la spesa di tal quarantena si troverà insoffribile alle prove, sì perchè moltissimi cittadini si saran già ritirati alle ville; e di quei che restano in città, buona parte sarà provveduta di vettovaglie, senza che i magistrati abbiano da pensare al loro sostentamento. Io per me non so precisamente, come riesca e fosse per riuscire in pratica e massimamente in città grandi, questo rimedio che in teorica mi comparisce sommamente utile, per non dir anche necessario. Ma so bene che nelle due pestilenze che tanto afflissero la popolata città di Milano negli anni 1576 e 1630 dopo esser morte tante migliaia di persone, non cessando il male, altro rimedio non si trovò per vederne il fine (e si noti bene) che quello di mettere in quarantena, cioè di rinserrar nelle sue case per quaranta dì tutto il popolo, sì nobile come ignobile a riserva de’ magistrati, ministri e serventi necessari: dopo di che restò oppressa e cessò affatto la pertinace mortalità, mantenuta fino allora dal commercio de’ cittadini, e spezialmente da quello della plebe e de’ poveri. Ma se infine bisogna ridursi alla quarantena o sia a tal rinserramento, per salvare le reliquie del popolo fin allora preservate dal comune incendio: quanto più gioverà e sarà convenevole quando mai si possa, il tentare lo stesso rimedio e scampo su i principj per vedere di mettere in salvo la cittadinanza tutta? Per compimento di ciò aggiungerò le parole stesse del soprammentovato cappuccino, il quale dopo aver consigliato e commendato questo ripiego, come atto a purgare dal contagio qualsivoglia città, così conchiude: La lunga pratica ed isperienza è quella che m’ha insegnato, non potersi dare rimedio nè più facile nè più efficace, nè più presentaneo di questo.

CAPO III.

Alleggerire le città d’abitatori. Poveri se si abbiano da escludere. Libertà ai cittadini di ritirarsi in villa. Fuga utile e permessa a tutti, fuorchè alle persone necessarie per la repubblica.

Passiamo ad altre provvisioni necessarie in sospetti di contagio. La prima d’esse ha da esser quella di alleggerir di gente la città. Appena s’odono casi di peste lontana sì ma che obblighi alle precauzioni delle fedi di sanità e ai rastelli o cancelli, si debbono licenziar dalla città, anzi da tutto quanto lo stato in termine di pochi dì, i birbanti, vagabondi, cingani, questuanti, lebbrosi, impiagati e simil sorta di gente che non eserciti qualche arte, e non voglia procacciarsi il pane se non col mezzo troppo comodo del mendicarlo. Tal proclama ha da essere per i forestieri, perciocchè ragion vuole che costoro non occupino essi il pane ai veri poveri del paese nelle strettezze d’una pestilenza; e non è un mancare di carità verso di quelli l’assicurarsi il più che si può che non venga meno la carità a’ poveri della patria sua, perciocchè nell’ordine della carità hanno questi da essere preferiti agli altri. Anzi in ogni buon regolato governo nè pure in tempi liberi da ogni sospetto di male si dovrebbono permetter coloro che non vogliono faticare, ma sì bene vogliono nudrirsi delle altrui fatiche nella terra non sua, con pregiudizio di chi è ivi cittadino, ed è veramente bisognoso e degno dell’altrui limosina. Facilmente bensì potrebbono mancare i magistrati alla giustizia e carità, se in pericoli di contagio volessero espellere fuori dello stato anche i poveri nativi o già divenuti cittadini della terra, essendochè questi sono parte della repubblica e hanno diritto d’essere soccorsi nella loro necessità dalla lor patria. Nè gioverebbe il dire che non lavorano; poichè, qualora possono lavorare, ha da imputare a sè il principe, se non gl’impiega e costringe alla fatica lor conveniente; e quando non sieno atti a guadagnarsi il pane colla fatica a cagione delle loro infermità, tutte le leggi della carità insegnano che s’hanno da alimentare coi soccorsi e colle fatiche dei sani della sua terra. Anzi se avvenisse che trovandosi oramai chiusi tutti i passi non potessero sloggiare dal paese i poveri forestieri, non è lecito il cacciar via nè pur questi; ma si debbono tollerare e soccorrere in tal congiuntura, essendo colpa dei soli magistrati il non avere per tempo scaricato il paese di queste bocche. Io non intendo però con questo di riprovare la sentenza del Ripa legista, il quale insegna doversi anche espellere i poveri del paese che possono e non vogliono lavorare; perchè, dice egli, e dice il vero, costoro coll’andar qua e là questuando son quelli che seminano e dilatano il contagio. Quando non si potesse provvedere a questo inconveniente con altro che con iscacciarli, allora sarà lecito il farlo. Ma si potranno trovar de’ rimedi men crudi di questo.

Avvicinandosi poi a gran passi la peste, o accaduto qualche caso in città, onde si vegga evidente il rischio di non poterla cacciar fuori o tenerla lontana, hanno alcuni osato d’intimar la partenza dalla città a chi non ha maniera di sussistervi; ed altri nè pure han voluto dar licenza ai cittadini di ritirarsi alla campagna e alle loro ville. L’uno e l’altro ripiego è crudele ed ingiusto. Il primo, perchè si espone la povera gente ad un manifesto pericolo di morir poscia di fame o di stento per la campagna; il secondo, perchè si espone troppa gente al pericolo d’infettarsi in mezzo al commercio e alle morti frequenti d’una città. Sarà pertanto convenevole e giusta la determinazione di permettere a chiunque voglia il ritirarsi fuor della città, e il cercare ricovero in parte men pericolosa. Questo può essere ugualmente utile a chi va e a chi resta.

Imperocchè certa cosa è che il contadino o cittadino in campagna, siccome segregato dagli altri e lontano dal concorso e commercio di chi può attaccargli il male, purchè si abbia buona cura nel praticar co’ vicini, e non porti seco nella solitudine il veleno già preso, si può con gran facilità preservare illeso dalla pestilenza. All’incontro diminuendosi il numero degli abitanti nella città, men pascolo viene a restare al morbo, e men occasione di comunicarlo vicendevolmente l’uno all’altro. Volesse perciò Iddio che in sì terribil congiuntura si potesse trovar modo, che o tutti abitassero largo in una terra, o città sorpresa dal contagio, o che coll’uscire alla campagna tanto si diradasse il numero degli abitatori che divenisse ancora più rado il commercio di chi resta in essa terra o città. La conversazione e il concorso son quelli che fomentano e dilatano di troppo il male quantunque ancora si serrino le strade e si suggellino le case; e dove le città sono di gran popolazione, e le famiglie, massimamente de’ poveri, sono strette di casa e sono affollate, quivi la peste fa incredibile strage. Perciocchè è da sapere che un infermo di peste può infettar tutta l’aria della camera ove si ricovera, e con ciò venir ad infettar le vicine se quell’aria può passarvi dentro; e perciocchè i poveri non hanno via per l’ordinario di segregarsi dagli appestati della lor famiglia, però agevolmente restano anch’essi trafitti; e col moltiplicarsi l’aria infetta, giungono talvolta a penetrar nelle abitazioni contigue gli spiriti velenosi colla rovina ancora di chi rinserrato nella sua stava in diligente custodia di sè stesso e de’ suoi.

Perciò nelle contrade più strette e ricolme di poveri abitanti, entrato che vi sia il male, si vede in poco tempo una spaventosa desolazione; e le città più popolate restano a proporzion più afflitte che l’altre men popolate, non solo per la maggior copia delle persone, ma ancora per la maggior facilità, necessità, e strettezza del commercio e delle abitazioni. Così Venezia e Milano nella peste del 1630 diedero uno spaventoso spettacolo di morti; e così avvenne anche a Napoli e a Genova in quella del 1656, laddove Roma in questa ultima non ebbe che circa sedicimila estinti, non tanto per le ottime diligenze ivi usate, quanto ancora per l’abitato che è largo. Il perchè torno a dire che l’alleggerire il più che si possa la città d’abitanti all’arrivo d’un contagio, questo è uno de’ più utili mezzi per levare il pascolo alla morte che s’avvicina, e per conservare più facilmente in vita chi esce e chi resta. E qui si vuol far menzione delle famose pillole dei tre avverbj decantate da tutti coloro che trattano della peste, come di quel rimedio e preservativo che si conosce tosto pel più efficace, e più sicuro di quanti mai si possano prescrivere contra la pestilenza nel governo politico e medico. Bisogna prenderle per tempo, e a tempo; e così prese certo è che faranno un mirabile effetto. Consistono esse in questi tre avverbj mox, longe, tarde, cioè nel fuggir presto, andar lontano e tornare ben tardi. Ciò fu espresso nel seguente distico:

Hæc tria tabificam tollunt adverbia pestem,

Mox, longe, tarde, cede, recede, redi.

Sel tengano a memoria i lettori; e giacchè la fuga in tali casi è lecita, e nello stesso tempo utile al pubblico e al privato, hanno i principi e magistrati da permettere che tutti i cittadini a’ quali non manchi la comodità di farlo, si ritirino alle lor ville e al largo della campagna, ricordandosi ancora di quelle parole d’Ezechiele, cap. 7: Qui in civitate sunt, pestilentiæ et fame devorabuntur, et salvabantur qui fugerint ex ea.

Da questa general regola e permissione però si debbono eccettuar le persone, che trovansi per lo speziale ufizio loro impegnati ed obbligati al servigio della repubblica, e sono in sì funesta congiuntura necessarj all’altrui conservazione e governo. Tali sono i magistrati, i parochi, i medici, i cerusici o barbieri, i notai, le levatrici, o sia le mammane ed altre simili persone, alle quali si suole e si dee con pubblico editto vietare l’absentarsi dalla città. In oltre, secondochè occorra il bisogno, si possono i gentiluomini ed altri cittadini (seguitando però sempre la giustizia distributiva) obbligare a certi ufizj e guardie che sieno credute necessarie, ciascuno per la sua parte e rata di tempo. E sono specialmente tenuti i nobili, siccome persone che si presumono più fedeli e più zelanti del ben pubblico, alla guardia delle porte, alle quali si avverta che non dee permettersi il giocare, nè il dar ivi colezioni, nè il far bagordi; siccome ha anche da essere vietato ad ogni ufiziale o ministro il prendere mancia alcuna dai passeggieri.

Finalmente (e si avverta bene) se sono esentati i cittadini dal trattenersi nelle terre e città in sì pericolosi tempi, non si hanno già da credere esentati anche da alcune leggi della carità cristiana, restando allora nelle città i mendichi, gli artigiani, e tanti altri soliti a guadagnarsi il pane alla giornata, perchè loro manca la comodità di ritirarsi altrove; e dall’altro canto potendo cercar asilo nella campagna i soli meglio stanti: ognuno intende che viene a mancare alla povera gente della città, chi loro faccia limosina, e somministri da lavorare, e perciò vien loro meno il granaio e la dispensa di ogni giornata, con rimaner tutti esposti al quotidiano pericolo di morir di fame, non meno che di pestilenza. Pertanto non è un solo consiglio, ma ancora un precetto chiaro della carità cristiana che stando anche i cittadini fuor di città, aiutino in sì estrema necessità, e soccorrano i rimasi nella medesima, ciascuno secondo le forze sue, siccome più precisamente diremo a suo luogo.

CAPO IV.

Necessità di magistrati prudenti e attivi pel governo della peste. Autorità e rigore conveniente ad essi. Loro cautele per preservarsi. Elezione d’altri subordinati. Non doversi forzare i medici alla cura degl’infetti; e come governarsi per conto d’essi.

Il maggior benefizio che nel governo politico possa accadere ad un popolo, durante il pericolo, o la disavventura d’un contagio, si è l’essere provveduto di buoni magistrati che colla lor vigilanza e prudenza arrestino il morbo ai confini, ovvero l’imprigionino in qualche terra o porzion del paese ove sia penetrato, o pure così valorosamente gli facciano fronte arrivato che sia nella città che o presto si soffochi o non faccia considerabile strage. Non riceve mai la peste forze maggiori, nè più francamente si dilata, quanto dai disordini della vil plebaia, allorchè sprovveduta di buoni capi e di leggi, o perduta la riverenza ai magistrati, ogni cosa confonde. Debbono pertanto in occasione di tanto bisogno mettersi al governo degli affari della sanità persone piene di carità e d’onore, e persuase di doversi acquistare presso gli uomini, e infinitamente più presso Dio, un merito grande per le lor fatiche in benefizio della loro afflitta patria. Scelgansi persone abbondanti di amore verso la lor terra e verso il prossimo, e provvedute di competente saviezza, esperienza e di attività il più che si può coraggiosa e non timida. Chi ad ogni menomo aspetto della nostra mortalità, si sente cadere il cuore a terra, dee starsene in casa ad aiutar con orazioni pie e con atti di carità il prossimo suo. La vigilanza de’ magistrati, col non trascurar nulla, e principalmente finchè è tempo, può far dei miracoli in tutte le occasioni, ma spezialmente in questa; perchè in fine si tratta d’un nemico, il quale non porta seco artiglierie per valicar colla forza i confini d’uno stato, o superar le porte di una città. Oltre di che, introdotto il morbo, le negligenze de’ magistrati il rendono sfrenato. Certo in sì gravi pericoli, e in tanta necessità di conservare il popolo, chi governa si potrà ben pentire di non aver fatto assai, ma non mai d’aver fatto troppo. Non la mansuetudine e piacevolezza, ma il rigore è qui necessario a chi governa; e ciò per maggior bene della repubblica stessa, a cui si nocerebbe coll’indulgenza, e si può giovare infinitamente col fare a puntino e irremissibilmente rispettare ed eseguir le leggi. In tempi tali, secondo il parere dei savj, è maggiore sopra i sudditi la podestà del principe e dei magistrati, potendosi condannar le persone a varie pene per soli sospetti e senza processo, e valersi delle lor case, poderi, danari, vettovaglie, ecc. qualora il pubblico ne abbia bisogno.

Filippo Ingrascia, celebre medico di Sicilia, che scrisse un utile trattato della peste, prescrive per principalissimi rimedj, espugnatori di questo male i tre seguenti, cioè l’oro, il fuoco e la forca. Il primo pel mantenimento de’ poveri, e per tante altre spese che occorrono allora; il secondo per l’espurgazion delle case, robe ed aria e il terzo per l’osservanza delle buone leggi e regole da stabilirsi in quel tempo. Può mancare il primo di questi rimedj; e in quanto al terzo, si suol far piantare in più luoghi, entro e fuori della città, esse forche, per punirvi prontamente certi gravissimi delitti di disubbidienza dannosa al pubblico. Facciasi però il men che sia possibile, potendosi con altri minori gastighi e col terrore tenere in dovere i popoli, e massimamente in queste parti d’Italia ben diverse nella focosità dai cervelli della Sicilia. Un esemplar gastigo dato sulle prime gioverà assaissimo, siccome ancor il lasciar correre voce che sieno stati immediatamente uccisi alcuni trasgressori degli ordini della sanità. E se taluno si avesse a far morire per qualche delitto, il divolgare che tal gastigo venga per la trasgressione suddetta, metterebbe gran freno agli altri. Le città e terre preservate non hanno riportato sì gran benefizio senza la morte di qualche disubbidiente in cose gravi, quale è chi venendo da luogo appestato passa i confini senza fedi, o con fedi false e simili trasgressori troppo nocivi; per altro ai conservatori della sanità s’ha a dare in tali casi un’assoluta balìa ed autorità di poter procedere mori belli contra i trasgressori; e, se la necessità il richiede, sarà carità verso il pubblico il rigore verso qualche privato disubbidiente, e massimamente nella guardia de’ confini e delle porte in sospetti di contagio. A quattro prelati della congregazione della sanità di Roma nella peste del 1656 fu data autorità di poter procedere anche contra le persone ecclesiastiche e regolari a qualsivoglia pena ed esecuzion d’essa, sino alla morte naturale exclusive per qualsivoglia delitto concernente la sanità, sola veritate inspecta, denegatis defensionibus, more belli. Così debbono fare anche i vescovi nelle altre diocesi. Il vuole il diritto della natura. Anzi tiene il cardinale de Luca nel cap. 41 del Principe che dai sudditi sani si possa negare l’ingresso e il commercio al principe infetto, perchè l’esporre alla peste un luogo sano, non è un operare da principe padre de’ popoli.

Un punto poi di grande importanza sarà, che i magistrati conservino ben sè stessi per poter conservare gli altri. Perciò sia lor cura di far circondare la casa dove abitano, o si adunano con rastrelli di legno, ai quali niuno possa avvicinarsi se non in lontananza di quindici passi. Tengano pochi servitori, e vietino loro il conversar fuori e il vagare; e non sieno con esso loro donne, fanciulli, cani e gatti. Facciano buona provvisione di ciò che spetta al vitto, ed abbiano seco sacerdote, medico e cerusico coi medicamenti per curare la peste. Uscendo di casa, vadano a cavallo o in seggetta, parlino alle guardie e all’altre persone solamente da lontano, incaricando ai servitori il fare lo stesso; e tornati a casa, facciano lavare i cavalli de’ quali si saranno serviti. Finalmente mettano in opera tutti gli altri preservativi generali e particolari che s’andranno accennando sì nella pulizia della casa, come nella temperanza del vitto, nell’uso de’ profumi e in altre somiglianti cautele.

Non è men necessario l’eleggere per subordinati e deputati alle guardie, al regolamento delle contrade, allo spurgo, alla distribuzion del pane, alla cura de’ lazzeretti, ecc., altre persone fedeli, abili e dabbene, nobili, cittadini, mercatanti, ecclesiastici e religiosi, in numero nondimeno che non generi confusione, dando loro quella autorità che conviene, con ordine di comunicare al magistrato supremo tutto ciò che di rilevante andrà succedendo nella lor giurisdizione. Chi di tali deputati, ufiziali e subalterni avrà da praticar con infetti e sospetti, dovrà anch’egli contarsi nel numero de’ sospetti, cioè dovrà astenersi dal commercio dei sani e portar segni visibili d’essere sospetto; e la casa e famiglia sua non comunicherà coi sani. Bene spesso terminerebbe presto la peste, se non vi fossero ufiziali che volessero far la loro fortuna colle spoglie altrui: il che però non viene lor fatto, perchè anch’essi muoiono, e sovente senza nè pure aver tempo di accusare ai ministri di Dio le loro iniquità. Adunque per quanto mai si può, convien cercare persone disinteressate e timorate di Dio, con assegnare a ciascuna un competente salario. Nello spazio di due mesi il P. Maurizio da Tolone cappuccino scacciò da una città di Provenza la peste, non tanto co’ suoi profumi, quanto per la fedeltà degli operai e dei prefetti delle cariche. Sempre poi gioverà per certi ufizj di molta gelosia il deputare qualche ecclesiastico, o secolare, o religioso, d’accreditata integrità che esercitando quel caritativo impiego con fedeltà, sappia egualmente piacere a Dio ed aiutar la sua patria. Pongasi anche mente alla necessità di deputare per cadauna villa qualche persona d’abilità e buona fede, che invigili, visiti e avvisi ogni caso di male, o altro disordine a uno de’ conservatori destinato a posta per questo. Anche i parochi possono giovare assaissimo. Qualor si difenda il territorio, egli è facile il salvar la città.

Per conto de’ medici e cerusici, s’è ben di sopra chiamato giusto il costringergli a non partir di città; ma non sarebbe già conforme alla giustizia il forzargli ancora a medicar gli appestati. Dicono che le leggi il vogliono; e in Sicilia fu fatto così; e lo stesso venne una volta preteso in Padova, perchè nel prender ivi la laurea dottorale si fossero obbligati i medici a servire anche in tempo di peste. Ma grida la ragione che non son tenuti ad esporsi e non si debbono esporre per forza all’evidente rischio della vita persone, la conservazion delle quali è troppo necessaria alla repubblica. Non ci vuol poco a formare un buon medico; e formato che sia è un grande interesse del pubblico ch’egli non perisca. Oltre di che se i medici avessero per forza da conversare con gli appestati, nulla farebbono di giovamento ai medesimi per l’apprension della morte e per la rabbia e per l’abborrimento a quell’impiego che parrebbe loro, e non immeritamente, una gran pena e gastigo. Aggiungasi che più non potrebbono, dopo aver trattato con gl’infetti, praticar coi sani; e infermandosi questi di qualche malattia, chi dovrebbe poscia curarli? E se perissero i medici nella cura degli appestati, chi avrebbe poi cura degli appestati e dei sani? Aggiungasi per compimento di tutto, che pur troppo i medici non hanno recipe alcuno specifico e sicuro per espugnare una peste; e però non si può chiamare precisamente necessaria la loro visita personale o assistenza agl’infetti, nè si dee pretendere ch’essi per forza espongano la loro certa salute per l’incerta altrui, potendo essi in altre guise e colla mano e voce d’altri sustituti, supplire il bisogno e somministrar que’ rimedi che crederan più a proposito.

Ma, e non ci ha da essere, dirà taluno, medico per i miseri appestati e per i lazzeretti? Debbono senza fallo i magistrati far tutto il possibile per indurre a tal cura quei che occorrono, non già col duro mezzo della forza e del comando, ma col dolce de’ premj e d’un buon stipendio; e invitino ancora, se possibil fia, qualche straniero che assuma tale incumbenza. Nè mancherà chi l’assuma: imperocchè, siccome dirò in altro luogo, v’ha i suoi mezzi di preservarsi illeso fra la gente appestata, e ciò spezialmente per i medici. Notisi ancora, che più aiuto darà nei contagi un medico pratico ben mediocre o un cerusico, il quale facendosi avanti senza timore, aiuti ed istruisca gl’infermi, o porti loro cerotti ed empiastri o tagli ed operi, che non sarà un gran medico pauroso. E il soprammentovato cappuccino che più volte fu in mezzo ai contagi, asserisce non essere necessari i medici ne’ lazzeretti, ma sì bene i cerusici, i quali veramente, allorchè il male prorompe alla cute o con buboni o con carboni, possono salvar molti dalla morte, e però sono sommamente utili e necessari e si debbono salariar bene, acciocchè con puntualità e carità facciano il loro uffizio in tali congiunture.

Intanto i medici debbono attendere a preservare i sani e a visitare chiunque è infermo, ma non di contagio, per la città. Impiego loro altresì ha da essere di assistere ai magistrati e di consultar con essi e fra loro il metodo e i medicamenti che possono allora credersi giovevoli o riconoscersi per nocivi. Prendano giornalmente quante notizie possono dai cerusici intorno ai sintomi e accidenti del male e al successo o utile o vano de’ metodi e dei medicamenti, con farne sperimentar molti, e mutar di mano in mano secondo le osservazioni e il bisogno. Che se nella visita degl’infermi s’abbatteranno contro lor voglia a praticar con qualche appestato, allora dovranno per dieci dì chiudersi in casa colla lor famiglia, siccome sospetti, in guisa che alcuno non v’entri, o ne esca, restando nondimeno libero a tali medici di uscire se vogliono, ma coi segnali de’ sospetti e senza poter praticare liberamente co’ sani. In Ferrara, nel 1630 si videro buoni effetti d’un proclama fatto, ove si astringeva ognuno a denunziar quello che sapeva di pregiudiziale alla sanità. Altrettanto è da fare altrove in simili casi; e riuscirà anche più utile, se oltre alle pene si aggiungerà la proposizione de’ premj ed anche l’impunità ai trascorsi altrui, quando fossero col solo onesto fin del ben pubblico denunziati da persone onorate.

CAPO V.

Peste comunicata pel contatto dell’aria, de’ corpi e delle robe appestate. Come l’una parte del paese abbia da difendersi dall’altra. Regolamento pel trasporto delle vettovaglie. Non occultare il morbo. Uffizio de’ medici, e maniera di opprimere la pestilenza introdotta.

Egli è notissimo che dall’intrinseco veleno della peste viene l’uccider ella sì facilmente gli uomini, e che dal suo contagio, cioè, dal toccar l’aria o i corpi o le robe appestate vien poi l’ucciderne ella tanti, e lo spopolar le città: il perchè contagio suol anche appellarsi la peste. Il principal dunque e quasi infallibil rimedio per guardarsi da così terribil nemico, non è altro che il guardarsi dal toccamento di tutto ciò che può contenere e comunicare il veleno pestilenziale. Gli altri rimedi son fallaci le più delle volte: questo solo vien comprovato per sicuro dalla sperienza di tutti i tempi. Perciò abbiam lodato cotanto di sopra il fuggire, ed ora dobbiamo maggiormente inculcare che la gran cura dei magistrati ha da consistere nell’impedire affatto o nel regolar così bene il commercio che i corpi sani si difendano dal malore degl’infetti. Nullum praesentius remedium adversus pestem comprobavit usus, quam sana corpora adiuvare, ne inficiantur, così scrisse dopo la sperienza fattane il cardinal Gastaldi.

Ora in due tempi e forme si dee levare il commercio delle persone e robe; cioè o ne’ sospetti di peste o dopo aver già la peste invasa la città. Per conto del primo le savie città, udito qualche sospetto o romor d’infezione nelle circonvicine, non fidandosi (e con troppa ragione) degli avvisi delle medesime, spediscono segretamente colà qualche medico non conosciuto o altra persona accorta che s’informi bene e ponderi ogni successo; e sulla relazione prendono poi le loro misure e cautele. Poscia appena s’udirà grave sospetto o dichiarazion chiara di peste in qualche popolo, che gli altri popoli sani, i quali ragionevolmente possono temere di contrarre quel morbo, debbono interrompere il commercio con esso, bandendolo con rigorosi editti, e non accettando più, se non colla quarantena, persone, merci e robe di colà procedenti, e nè pure ammettendole talvolta colla quarantena, secondo la qualità o vicinanza del male. Questo è notissimo; e volesse Dio che gli altri popoli imitassero in ciò la saggia e severa condotta della repubblica veneta. Egli è facile, così facendo, lo schivar le pesti, e però il poco fa citato cardinal Gastaldi formò queste due verissime conclusioni: Contagium negligere crebrior in pestilentiis error a prudenti regimine magis cavendus. Pestis praevisa facile vitari potest. Poscia crescendo il pericolo, dee ogni terra e città ordinare che ognuno denunzi qualunque malato all’ufizio della sanità. Di cadauno sia fatta la visita attenta da qualche medico o chiamato da essi o deputato dalla città, il quale fedelmente riferisca con fede in iscritto la qualità di quel male, per poter passare ad ulteriori ripari in caso di bisogno. Niuno, eccettochè il medico ed altre persone necessarie, possa visitare infermi, ancorchè non si sia peranche scoperta la peste. Anche i conventi de’ religiosi e delle religiose, e i conservatorj saran tenuti alla stessa denunzia; e il medico e cirusico d’essi luoghi dovrà anch’egli dare la relazione.

Ma qualora la peste, superati i confini d’uno stato, penetri in qualche terra, castello o porzion del medesimo, i circonvicini e la città capitale debbono bandirla e tagliare ogni commercio con quella parte infetta, serrandola, mercè d’un cordone o d’altri ripieghi, tanto che non comunichi il suo veleno alle parti intatte di quello stato o distretto, ma senza mancare di prestar loro ogni possibile soccorso ed istruzione in tanta calamità. Così l’un castello può e dee difendere sè stesso e il territorio suo dall’infezione degli altri, levando loro ogni commercio. Di più infettata la città capitale, non solamente possono, ma debbono le altre città e terre bandirla; anzi il principe o i magistrati debbono loro ordinarlo. Così fece ancora il nostro duca Francesco I nel contagio del 1630, scrivendo a san Felice e ad altre terre che mettessero sotto il bando la stessa città di Modena. Altrettanto fu eseguito nel contagio di Roma del 1656, essendosi con pubblico proclama ordinato che le terre e castella sane potessero e dovessero bandire Roma infetta co’ suoi casali, vigne e case di campagna. E certo una tal cautela e difesa delle parti sane è secondo il gius della natura; e i principi e superiori peccherebbono contra la giustizia a contra la carità, anzi contra il pubblico e proprio interesse, ove non cercassero di salvare quanto si può dello stato loro e volessero per la loro o negligenza o ostinazione involto tutto nel comune naufragio.

Quel solo che qui è da avvertire si è che il distretto suburbano e le ville poste nel contorno della città si debbono ben difendere colle possibili diligenze dal contrarre il morbo penetrato nella città; ma non possono elle, nè debbono con rigoroso bando segregarsi da essa città: altrimenti affamerebbono i cittadini padroni d’esso territorio; e inutile ancora riuscirebbe un tal rigore, ove tali ville fossero anch’elle infette. Sicchè la cura che i rustici di queste terre e i cittadini hanno d’avere, sarà quella di ben regolare il commercio de’ viveri e delle persone, in guisa che i sani non prendano l’infezione dei malati e seguiti a concorrere alla città quel soccorso di vettovaglie che le occorre e le è dovuto. Anzi, siccome vedremo, si può ordinar bene il commercio dei viveri, che annona e grascia vengono appellati, tra una città o terra infetta e bandita, e le altre sane, senza che si comunichi o si riceva il veleno pestilenziale; e perciò le terre e castella sane che abbiano bandita la città, debbono poi permettere il trasporto delle grascie ad essa città colle cautele decretate.

Allorchè la peste s’è finalmente spinta ed ha preso possesso in qualche città, o popolazione, s’ha da attendere a vietare il commercio, per quanto si può, fra il popolo infetto o sospetto e il tuttavia sano ed illeso. Qui è il difficile e qui ha da essere lo studio più acuto e la maggior attenzione e vigilanza dei magistrati; imperocchè il nemico feroce è in casa e la maggior parte del popolo costretta dalla necessità a fermarsi ivi, non gli può abbandonare il campo. Ove dunque ci sia modo di mettere su quel principio in quarantena tutto il popolo, riuscirà, siccome dicemmo, assai facile il liberar la terra o città in poche settimane dal male, non essendoci più efficace maniera d’impedir la comunicazione, non che la dilatazione d’una pestilenza, e di poter purgare in breve tutta la città che questo imprigionamento e questo levare affatto il commercio. Ma perciocchè a molte città mancheranno i mezzi per istituire e sostenere questa rigorosa universal quarantena o pure per negligenza o frode d’alcuni non se ne caverà il profitto che pure se n’avrebbe a sperare: convien sapere e mettere in opera gli altri consigli e mezzi finora praticati dal saggi magistrati per impedire o per ben regolare il commercio e salvarsi in mezzo alla peste e fra la gente appestata o sospetta.

In tre maniere si può ricevere il veleno della pestilenza, cioè toccando i corpi umani appestati o le robe e gli animali da loro maneggiati e toccati ovvero l’aria respirata da essi o contigua. Gli spiriti velenosi di questo fierissimo morbo, oltre all’uccidere con facilità quelle persone, in cui si cacciano, agitati dal respiro e dal calor febbrile ed interno; si spargono ancora per l’aria a una debita distanza dal corpo infetto; e s’attaccano alle merci, a’ panni e ad altre robe e agli animali e agli altri corpi umani, co’ quali esso corpo infetto ha comunicazione col contatto. Per questo i sani debbono guardarsi dal commercio e contatto non men delle persone infette che delle robe e dell’aria loro. Io tratterò in primo luogo del commercio delle persone.

E qui avanti ad ogni altra cosa si dee osservare, qualmente scoperto, che la peste sia contagiosa ed abbia già avuto adito nello stato o nella città, si fa un solenne sproposito a volerla tenere occulta, per timore di perdere il traffico e commercio coi vicini. Questa è la via di lasciarle ben prendere piede e dilatarla, senza più speranza di espugnarla e con danno gravissimo sì de’ cittadini che dei forestieri, i quali praticando alla buona e non usando le debite cautele, perchè non avvisati del male, s’infettano e portano a’ vicini e a’ lontani la rovina. Bisogna dunque subito scoprirla e combatterla e avvisare del pericolo il popolo tutto e chiunque dianzi praticava con libertà. Per sentimento del Rondinelli, se quando in una città il contagio comincia, si potesse far tosto crederlo tale a tutti e farlo temere per quel mostro divoratore ch’egli è, il male non farebbe tanto progresso nè si vedrebbe nelle case l’esterminio che molte volte accade. Appresso è sommamente da avvertire che in sospetti di peste hanno i medici da stare attentissimi ad ogni accidente o malattia, per avvertirne i magistrati e discernere se vi sia caso di peste. Ma si tengano essi lontani da quelle strane dispute che son talvolta succedute ne’ principj del male, cioè se sia o non sia pestilenziale, sostenendo ciascuno per impegno l’opinione sua, ma con incredibil danno della città, che su questo dubbio non si risolve agli ultimi rigorosi spedienti e rimedj. Nel 1576 la pestilenza prese gran piede in Venezia, con farvi poi un’orribilissima strage, perchè non si dichiarò, se non troppo tardi che era peste vera; e ciò per colpa de’ medici che non finirono mai di disputare se fosse o non fosse. Per quanto narra nelle sue storie Natal Conti, furono chiamati da Padova a Venezia Girolamo Mercuriale e Girolamo Capovacca, celebri medici, i quali sostennero quelle non essere infermità pestilenziali e si esibirono alla lor cura. Così continuando il commercio cominciò a morir tanta gente e a dilatarsi cotanto la furia del male, che i due medici suddetti conoscendo scaduta la loro riputazione ed in pericolo d’oltraggi la loro persona, si ritornarono a Padova mal soddisfatti di sè medesimi. Altrettanto avvenne in Firenze per la peste del 1630, altrettanto in Malta per quella del 1675. Altri esempi ce ne sono stati; ma pur troppo ce ne darà degli altri il tempo avvenire, perchè le teste umane saran quelle di sempre. Meglio è in tali casi ingannarsi col prendere per effettivo contagio quello che non è, e provveder per tempo, benchè senza bisogno, che il trascurare gli opportuni ripari per volerla far da accurato filosofo nel riconoscere la vera essenza e le qualità del male. Se a questo si fosse badato meglio dai medici di Vienna, non avrebbe nel presente anno 1713 preso tanto possesso in quella imperial città l’epidemia contagiosa che vi regna o almeno si sarebbero facilmente preservate da sì dannosa influenza altre province confinanti all’Austria, le quali gemono anch’esse sotto questo flagello con pericolo ancor dell’Italia.

Ho detto di sopra che la città di Ferrara si preservò illesa nel 1630 dal contagio, quantunque fosse attorniata dal medesimo, e succedesse entro la stessa qualche caso di peste. Ora debbo aggiungere potersi attribuire una sì mirabil preservazione a varie cagioni sì naturali, come soprannaturali, come sarebbe l’essersi finalmente appigliato quel magistrato al rigore di non lasciar entrare in città persone, tuttochè procedenti da luoghi sani, senza una particolare ispezione, e di negare affatto l’ingresso a qualsivoglia mercatanzia, di cui anche vi fosse stato bisogno, con lasciare che i mercatanti gridassero, e con escludere insino le suppellettili degli stessi Ferraresi che aveano villeggiato, e con altre esecuzioni d’austerità contro i trasgressori delle leggi, ladri di robe infette, ecc. Ma forse il più utile dei ripari fu la sollecitudine ed esattezza nel pubblicare ed estinguere il male nascente. Altre città, come Verona, Milano, Parma fecero quanto poterono per occultar l’infezione già presa, o sia perchè ivi troppo si disputasse, secondo il solito, se fosse o non fosse male di peste, o sia perchè ad ognuno rincresce d’essere bandito e privato del commercio co’ vicini. E perciocchè tali città dai vicini più attenti vennero bandite, non s’udivano che querele, ascrivendosi tali bandi a precipizj e a passioni, benchè poi simili prevenzioni de’ vicini restarono comprovate giuste dalla peste che giunse da lì a poco a non potersi negare. I savi magistrati di Ferrara non si guidarono così, come si ha dalle lor memorie stampate. Appena addì 13 di maggio fu scoperto il male del Veronese di sopra accennato che, tuttochè non fosse se non dubbioso quello essere tocco di pestilenza, fu risoluto di pubblicarlo come veramente pestilenziale, con trasportare di bel mezzo giorno al lazzaretto tutti gli abitanti della casa ove morì costui, colle robe loro, e sequestrando chi aveva conversato con esso lui, credendo meglio i Ferraresi il perdere, siccome avvenne, per tal rumore il commercio co’ vicini, che l’esporre la patria al pericolo d’un danno incomparabilmente maggiore. In fatti gli abitanti d’essa casa, al numero di sette, morirono successivamente di poi, e parte d’essi con buboni e carboni evidenti. Altri casi di chi morì chiaramente di peste succedettero in quello stesso anno nella città medesima; ma colla pronta provvisione si troncarono tutte le conseguenze pregiudiziali. In una parola, dopo il primo caso si stabilì e fu conosciuta necessaria, non che utilissima, quella gran massima di sempre interpretare per peste ogni accidente indicante indifferentemente peste e non peste; e quantunque alcune volte (furono nondimeno esse ben poche) forse non si accertasse ivi nel giudicare, tuttavia si accertò sempre in assicurar la patria, essendosi apertamente veduto che in sette o otto casi almeno dentro la città e in altri nel territorio restò oppresso il male vero e reale, senza lasciargli campo a dilatarsi. In effetto molte terre di quel distretto, contuttochè circondate dal morbo, seppero così ben difendersi col rigore e colla diligenza, o opprimere il male introdotto, specialmente col confinar esso, e con lo starsene le persone ritirate, che la passarono netta. Gioverà ad ognuno l’avere sempre mai presenti simili rilevanti esempj, per non dormire e per non disperarsi quando mai venissero que’ miseri tempi. Il perdere il commercio de’ vicini, il penuriar di molte mercatanzie e d’altri comodi della vita, certo è un male; ma questo male può dirsi un nulla in paragone del fuoco divoratore della peste; anzi la perdita di esso commercio, benchè mal veduta, può chiamarsi un gran bene, perchè serve anch’essa a impedire la comunicazione del contagio. In somma ebbero, secondo me, ragione i Ferraresi di conchiudere nelle lor memorie poter eglino certificare agli altri che il pubblicare prontamente il male, e il tenere per contagioso ogni caso che sia capace di sospetto, è l’unico rimedio all’estinzione del medesimo male.

CAPO VI.

Commercio fra le persone come da regolarsi, qualora non si possa opprimere la peste. Lazzeretti e sequestri, e attenzione agli infermi. Provvisione per li mendicanti. Cimiteri pubblici fuori della città. Regole per li medici, cerusici, confessori, e loro segni. Sequestro de’ fanciulli e delle donne. Provvisioni per li beccamorti. Commercio fra’ cittadini e contadini.

Qualora poi sembri o vicino o inevitabile il malore, s’hanno allora da preparar lazzeretti con tutta sollecitudine, quando non se ne avessero dei già preparati, e quando abbiano le comunità nerbo per così dispendiose provvisioni. Potendosi mettere sui principj in quarantena la terra o città, si elegga per ogni contrada un capostrada, uffizio di cui sarà il far portare alla gente rinchiusa della contrada a lui commessa le cose bisognevoli, consegnando ad ognuno entro una cesta, che verrà calata dalle finestre, la porzione competente alla sua famiglia, e tenendo sempre buona nota di cadauna persona d’essa contrada, e de’ malati e morti, che ogni giorno si darà al suo commissario, e da questo al magistrato. Se alcuno si ammalasse di peste, converrà senza dimora trasferirlo al lazzeretto, e gli altri della famiglia, siccome sospetti d’aver contratto il male, al luogo del sospetto, di cui parleremo a suo tempo. Si segni immediatamente quella casa, acciocchè subito sia purgata coi profumi, e renduta abitabile nell’avvenire, notando poi con altro segno che quella è purificata.

Non potendosi tentare l’utilissimo rimedio della general quarantena, di mano in mano si manderanno gl’infetti di peste al lazzeretto; e chi si trova aver praticato con esso loro, al luogo del sospetto, espurgando e purificando immediatamente le case e robe loro. Quando non si possano aver lazzeretti e luoghi del sospetto, bisognerà fare come si può; cioè sequestrare nelle loro case le famiglie infette o sospette, le quali con profumi purgando tanto le camere ove sono stati infermi, quanto le robe loro, oppure con segregarsi affatto da quelle stanze e robe appestate, dovranno cercar di salvarsi; e scoprendosi sane dopo almeno venti giorni, si potranno con licenza de’ deputati rimettere alla libertà del commercio, purchè prima sia seguita l’espurgazione legittima delle loro case e robe. Ogni quartiere della città abbia un medico ed un cerusico assegnato, i quali per quanto potranno, fedelmente e con zelo faranno l’uffizio loro per iscacciare o reprimere il veleno della pestilenza. Sopra le porte delle case infette o sospette, e perciò chiuse d’ordine de’ magistrati, si dovrà scrivere SANITÀ, o fare una croce o altro segno ben visibile e notificato a tutti, acciocchè ognuno conosca non potersi entrare colà, nè indi uscire senza permissione de’ conservatori, sotto pena della vita, nella quale ancora incorrerà chiunque levasse il segno suddetto o il mettesse alle case non sospette. Partita la città in varj quartieri, per maggior comodità de’ ministri si segnerà ogni casa di cadaun quartiere col suo numero, cominciando dall’uno, e seguitando innanzi con ordine, e facendo quel numero ben visibile con terra rossa o d’altro colore sul muro, vicino alle porte delle case. Miransi tuttavia contrassegnate in Genova le case nella forma suddetta, perchè posti que’ numeri in occasione del fierissimo contagio del 1656 s’è trovato utile il conservarli per potere con facilità identificare e distinguer le case nella distribuzione de’ pubblici aggravj e in altre occorrenze.

Procede poscia in ogni sistema di governo intorno alla peste la notissima regola di proibir subito le scuole, le feste da ballo, i ciarlatani, i giuochi pubblici, i mercati, fuorchè de’ commestibili, le fiere, ed altre adunanze e conversazioni allora non necessarie, siccome ancora il sospendere i tribunali giudiziarj per le funzioni strepitose a fine d’evitare il concorso. E perciocchè nessuno più facilmente che i mendicanti, o sia limosinanti, e birbanti suol portare e dilatare il contagio, si dee far quanto si può per provvedere a questo pericolo: il che avverrà ove si possano rinserrar tutti alle spese del pubblico in qualche luogo spazioso fuori della città con santissimo ed utilissimo ripiego, essendo i poveri per lo più quei che rendono frustraneo il buon regolamento del contagio e della città afflitta. Dovrà questo luogo esser guardato da milizie per impedirne la fuga, diretto da ministri savj, come un monastero, per togliere la confusione; e con divieto che niuno ne esca e niuno v’entri, se non chi per uffizio dee farlo; e con prevedere e impedire gli scandali che potessero nascere dal mescolamento d’uomini e donne. Vi sia divisione di stanze per gli accidenti che possono occorrere. Trovato alcuno che si fosse occultato per non ridursi al luogo destinato, sia punito, con lasciar adito agli altri nascosti di potersi colà ridurre, e avvertendo di non mettere i nuovi a tutta prima con gli altri, ma di tenerli per qualche giorno in luoghi separati per assicurarsi d’ogni dubbio. Che se non vi sarà forza per effettuar questo disegno, veggasi di rinchiudere essi questuanti nelle proprie lor case, alimentandoli poi alle spese del pubblico, o con limosine raccolte per mezzo di persone deputate dal magistrato, e facendo proibizione agli altri di questuare o mendicare. In caso di necessità si permetterà ai bisognosi il questuare, ma con istar fermi in qualche luogo loro destinato da chi avrà tale sopraintendenza, il quale darà loro un bollettino; e senza questa licenza in iscritto sia vietato a cadauno il mendicare. Si osservi nondimeno che il radunar tutti i poveri in luogo appartato può esser bene, purchè tutti sieno sani, altrimenti un solo appestato può successivamente ammorbar tutti gli altri. Dovrà parimente pensarsi ai filatoi della seta, utilissimi ai poveri, ma pericolosi in tempi tali per lo concorso colà dei medesimi. Sarà pertanto da esaminare se debbano chiudersi, oppure se si possano permettere con varie cautele. Convien anche deputare un nobile per commissario della sanità sopra il ghetto degli Ebrei; e caso che entri la peste in città, converrà tener ivi chiuso quel popolo, con avvertenza di prendere per esso una casa vicina al ghetto, ma non comunicante col ghetto, ove stieno cinque o sei deputati ebrei per far tutte le provvisioni necessarie alla loro università; nè questi entreranno mai dentro i rastrelli che chiuderanno il ghetto.

In Roma nel 1656 fu fatto (e così dee farsi altrove) editto di denunziare qualunque malato e qualunque morto, benchè non dessero segno o sospetto di peste, all’uffizio del notaio deputato per ogni quartiere, con obbligare a ciò i suoi famigliari, il medico e il parroco, o chi ha cura d’anime, sotto pena della galera e anche della vita, e con vietare a’ medici e cerusici il dar medicamenti a chicchessia se non denunziassero tali persone. Ogni dì si dovrà dare tal denunzia dal notaio, o da altro deputato ai magistrati, con tenere esatta nota di tutte le case o sospette o infette, siccome ancora delle espurgate. Gioverà a motivo di maggior cautela, oltre ai contrassegnati da buboni, carboni e petecchie, creder tutti morti di peste coloro che nello spazio di soli sette giorni fossero mancati di vita. Parimente fu proibito ai beccamorti il seppellire alcun cadavero senza partecipazione del deputato. Così è da vietare a tutti l’esporre fuori di casa morto o malato alcuno, se non per consegnarlo ai ministri della sanità. Non potendosi poi commetter più grave nè più pericoloso errore quanto è quello del seppellire nelle sepolture ordinarie e ne’ cimiteri delle chiese, e massimamente entro le città, i cadaveri degli appestati, perchè ciò fomenta il male, e si crede che possa facilmente ravvivarlo anche dopo molti anni; quindi è che tali cadaveri debbono assolutamente seppellirsi fuori della città in luogo destinato, in fosse profonde e con gran terra addosso, coprendoli prima di calce viva, che presto li consumi e impedisca le perniciose esalazioni, e con editto che non si muova più quel terreno. Ivi stieno guastatori a posta per cavare le fosse. Nel contagio della nostra città l’anno 1630 fu permessa la sepoltura in chiesa e ne’ cimiteri, quando colla fede giurata di medico approvato costava che alcuno fosse morto senza peste. Tuttavia essendo nati troppi assurdi e frodi da tal permissione, fu dipoi generalmente proibito il seppellire alcuno, fosse sospetto o non sospetto, eccettochè nel luogo destinato fuori della città. Così dee farsi in altre simili congiunture, e non permettere pompa alcuna di funerali in que’ tempi; anzi si dee consigliare e desiderare che, per non somministrare maggior pascolo alle rapine de’ beccamorti, i cadaveri vengano loro consegnati se non ignudi, almeno quasi ignudi, per quanto comporta la decenza; e certo non mai con addobbi e superfluità, che servono solo di spoglie ai suddetti beccamorti per appestar poi altre persone, e aumentare o far ripullulare il male. I ricchi si possono portare in cassa da quattro serventi esposti che avvisino, occorrendo, le persone a ritirarsi. I poveri si conducano in carro coperto. E prima della notte sieno asportati i cadaveri, per vedere che i beccamorti non asportino robe rubate. Che se per poca avvertenza alcun morto con segni di mal contagioso fosse stato sepolto in chiesa, quelle sepolture si debbono ben murare, o impiombare, e non aprirsi mai più senza licenza de’ magistrati, o senza lo spurgo che accenneremo. Sopra ciò fu fatto editto in Roma ed anche in Modena ne’ contagi passati. E perciocchè alcuni per non esser condotti a’ lazzeretti, o non veder ammontati e seppelliti i suoi alla rinfusa col volgo, occultano le malattie della lor casa, e giungono sino a seppellire scioccamente nelle proprie case i cadaveri de’ loro congiunti: si tenga nota distinta dal deputato d’ogni contrada di quanti si trovino in cadauna casa, per potere in tempo e forma propria riscontrare il numero d’essi, con farli venire alle porte o finestre, e così schivar que’ pericoli e quelle frodi che possono tornare in gravissimo danno non meno di quelle famiglie che del pubblico. In Palermo ogni mattina i deputati riconoscevano se alcuno delle famiglie loro assegnate mancava, o era infermo, o mostrava cattiva ciera, facendo venir cadauno alle porte.

Fu ordinato in Roma che nessuno potesse entrare, nè fermarsi di notte in casa di meretrici. Che gli osti non potessero dar da mangiare a più di quattro persone per tavola, sfuggendo ogni ridotto, bagordo e raunanza. Che non fosse permesso il visitar malati, eccettochè a quei della sua famiglia, a’ parochi, confessori, medici, cerusici, speziali, notai, testimonj, mammane ed uffiziali della sanità. Gli altri senza licenza non poteano. Ma affinchè il commercio di queste persone eccettuate con gli appestati non pregiudichi al resto dei sani, è da lodare e seguire il metodo poscia ivi prescritto; cioè furono deputati e salariati dal pubblico due medici e altrettanti cerusici con titolo di sospetti per visitar la gente sospetta, e due altri medici con titolo di brutti (si possono chiamare esposti) per visitar le persone infette. Nella stessa maniera i confessori erano distinti parte in sospetti e parte in brutti, o sia esposti; nessuno di questi medici, chirurghi e confessori potea andare alla visita delle persone sane, nè conversar con esso loro, nè entrare in casa che non fosse già stata dichiarata brutta (cioè infetta) ovvero sospetta, nè uscir mai fuori della propria casa senza portare in mano una bacchetta lunga almeno sei palmi e scoperta, con una crocetta di sopra, affinchè potesse vedersi da tutti e fuggirsi la loro pratica, portando di più gli esposti un abito di taffettà o di tela incerata. Furono ancora destinate due mammane, o sia levatrici, per le donne gravide sospette, con indicare nel pubblico editto i nomi e la casa d’esse mammane e de’ medici e cerusici deputati.

Ivi ancora fu fatto editto che gli speziali e cerusici, soliti a servire infermi, quando fossero chiamati da essi dovessero somministrar loro medicamenti, cavar sangue, ecc., purchè essi infermi avessero attestato dal medico di non essere aggravati da mal contagioso. Che se per disavventura il male si fosse scoperto tale, doveano i suddetti cerusici e speziali star rinserrati solamente dieci giorni, dopo i quali, ritrovandosi goder buona salute, erano liberi. Del pari fu ordinato che nessuno potesse mutar casa senza licenza de’ soprintendenti; che nessuno ardisse di mutarsi nome; che agli osti e locandieri non fosse permesso senza licenza de’ magistrati il ricevere in loro casa malato alcuno; e che niuno, sotto pena della vita, osasse uscire di qualsivoglia casa serrata per cagione della sanità, siccome neppur dai lazzeretti, senza averne licenza da’ soprintendenti. E perciocchè fuggì un ministro de’ lazzeretti e alcun’altra persona, con pubblico bando e gravi pene fu intimato a’ complici ed informati il denunziar tali fuggitivi. Fu parimente proibito che niuno si fermasse nelle strade uscendo dalle case o botteghe sue per unirsi ove comparissero i ministri de’ lazzeretti, o dove fossero condotte via persone sospette o infette, con ordine ai ministri che camminassero per mezzo alle strade coi loro contrassegni, ammonendo le genti a star lontane da essi.

I fanciulli sino all’età di quindici anni almeno (altri dicono sino a’ dieci, ma par troppo poco), siccome quelli che più innavvertentemente conversano con tutti e son più facili pel tenero lor temperamento ad infettarsi e ad infettare, perciò per consiglio de’ medici e di tutti i professori, si debbono confinar nelle case loro, senza permettere loro l’uscirne. Altrettanto (benchè non sia necessario un egual rigore) si dee ordinar per le donne, anch’esse per la lor complessione sottoposte ad una facile infezione, avvertendo però, che alle povere donne e famiglie, alle quali per non potere uscir fuori mancasse il mantenimento, gliel’ha da provvedere il pubblico, o per via d’un sussidio giornaliere o con somministrar loro da lavorare: altrimenti sarebbe lo stesso il morire di fame, che di contagio. In alcune città, e spezialmente in Modena, fu fatto il suddetto regolamento, obbligando a pene pecuniarie i padri, i mariti, i fratelli e i padroni di chi contravveniva. Solamente fu dai nostri conservatori saggiamente permesso che per ogni famiglia mancante d’uomini, una donna avesse libertà d’uscire di casa per provvedersi del bisognevole a quell’ora che sonava una campana determinata, e potesse star fuori, finattantochè essa campana cominciasse a sonare i botti o tocchi, nel qual tempo aveano esse donne da ritirarsi prima che finissero i botti. Furono eccettuate da tal proclama quelle donne e que’ fanciulli che poteano andare in carrozza propria, purchè non fossero di case sequestrate; come ancora le contadine ed ortolane, portanti vettovaglie e frutta, con ordine però che non entrassero in casa alcuna e portando a’ padroni qualche cosa, la ponessero sulla porta della casa senza entrar dentro. Furono altresì eccettuati i fanciulli contadini che venissero avanti ai buoi e non altrimenti; e le rivenderuole d’erbe e frutta non abitanti in case sospette e non inferme, e le levatrici, alle quali era lecito l’andare a levare i parti, ma non ad altro nè per altro. Sarebbe sommamente utile il provvedere ancora a que’ gravi disordini che possono cagionare, molto più in questi che negli altri tempi, le donne da partito o pubbliche meretrici. E per conto dei servitori e delle serve, avvertano i padroni, che chi ha il comodo, li faccia dormire cadauno in un letto da per sè solo, acciocchè portato il male da un solo non pregiudichi a tutti.

Emanò anche editto in Modena che nessuno ammalato, o di pestilenza o di qualsivoglia altro male, potesse camminare per le città, siccome nè pure introdursi in essa città o mutar casa, senza licenza del magistrato. Sarebbe anche necessario il far girare di notte tempo la pattuglia con alcuno della sanità, sì per impedire i furti e delitti, e sì per sorprendere chi violasse i sequestri e i trasporti furtivi di robe infette, con contravvenire a’ premurosi editti che saranno stati fatti e si dovranno rigorosamente far eseguire, dipendendo in gran parte da questi due riguardi o la continuazione o l’aumento irreparabile del contagio. Gioverebbe ancora serrar con barricate tutte le contrade o almen le più infette, e custodirle poi di notte, per vietare i suddetti disordini, con libertà a chi fa la guardia di tirare archibusate a chi furtivamente tentasse la fuga. Ciò fu saviamente praticato in Palermo per le contrade che avevano tutti gli abitanti infetti, facendo mutar casa solamente a quei pochi che non erano peranche colpiti dal male. Si fuggono d’ordinario assai volentieri i beccamorti, e spezialmente in tempo di peste; contuttociò fu saggiamente ordinato con pubblica grida, che i medesimi (siccome gli altri serventi de’ lazzeretti) portassero tutti un abito uniforme, cioè un camiciotto di tela incerata del medesimo colore, acciocchè ognuno si tenesse lungi da loro; e, fuori del tempo del loro uffizio, stessero serrati nelle case loro assegnate in sito men geloso, con sola permissione di andare ad un’osteria destinata per loro soli, i cui abitanti non poteano aver commercio con altri. E per animar le persone basse a questo abborrito bensì, ma molto caritativo impiego, si tassò la lor mercede a sette lire (queste presso a poco importavano allora dieci paoli) per ciascun morto che portavano a seppellire in casse; e per gli altri fuori delle casse lire cinque; e per gli poveri l’uffizio della sanità pagava loro quaranta soldi per ciascuno. Nessuno poteva esercitar la funzione di beccamorto senza licenza ed approvazione del magistrato. Tutto saggiamente. E si avverta che per quanto si può s’hanno a scegliere persone dabbene per tale incumbenza. Ma perchè non è molto facile il trovarne delle sì fatte, ma sì bene è facilissimo che assumano tal carico uomini immodesti e disordinati, e quasi tutti con disegno e speranza di far bottino, non mancando avaroni che contra tutti i divieti cercano di profittare colla compra di tali robe, si procuri almeno di dar loro uno o più capi timorati di Dio e di maggior prudenza e disinteresse che li tengano in freno e possano gastigarli o farli gastigare, occorrendo, ancora col più grave de’ gastighi, in caso di disubbidienza; invigilando sopra tutto che non rubino con discapito dell’anima loro, e con accrescere mercè delle robe infette il pericolo a sè stessi o ad altri di perire un giorno. Questo disordine è quasi irremediabile, e si provò anche in Venezia, dove pur tali persone nascono eredi della professione; ma può rimediarvi non poco la vigilanza dei magistrati, mettendo spie, diffidenze e uomini dabbene fra loro. È stato osservato che alquanto dopo fornita la peste mancano di vita non pochi di costoro che s’erano preservati in mezzo alla peste. Per altro la sperienza fa vedere in que’ tempi che i beccamorti, benchè tutto dì maneggino con graffi, uncini e bene spesso colle mani cadaveri appestati, pure non ne sogliono restar essi infettati, o sia perchè siccome ad altri veleni si può a poco a poco avvezzare un uomo, così anch’eglino s’accostumino a quello della peste; o sia (e questo sembra più verisimile) che s’imbattano a far quel mestiere persone di temperamento opposto alla forza di questi spiriti velenosi e incapace di riceverli, siccome d’ordinario sono incapaci di ricever la medesima peste tanti quadrupedi ed uccelli, quantunque praticanti con uomini appestati. Non si vuol però tacere che sul principio delle pestilenze molti de’ beccamorti sogliono sloggiare anch’essi dal mondo, e restar preda della loro preda; e così, non subito, ma a poco a poco viene a formarsi l’assemblea di quei che restano vivi, perchè resistenti al male e che seppelliscono tanti senza cader eglino mai nella fossa. Per altro in Roma fu osservato che nessuno di quelli che toccavano corpi morti, quando erano nudi, fu assalito dalla peste: il che se fosse vero, darebbe valore all’opinione di chi crede che nei cadaveri, quando son freddi, sieno mancati ed estinti i semi dell’infezione, e che solamente dai corpi caldi si possano tramandare gli effluvj velenosi. Ma queste sono sperienze dubbiose, e la prudenza insegna che non se ne ha molto a fidare se non in caso di necessità. Ogni quartiere avrà i suoi beccamorti assegnati, che o la mattina per tempo o la sera sul tardi raccoglieranno i cadaveri per trasportarli sulle carrette al luogo destinato, dando segno alle case o con la voce o in altra forma. In caso di gran necessità si potrà dar questo impiego a chi già fosse stato condannato alla morte o alla galera, s’eglino il vorranno, badando però che non sieno rei di ladrerie, nè di coscienza troppo perduta. Così può ancora farsi negozio, affinchè i poveri si guadagnino il vitto o con tale impiego o con servire ai lazzeretti.

Essendosi poi osservato in Modena che riusciva di molto pregiudizio il commercio de’ cittadini coi contadini, comunicando disavvedutamente gli uni agli altri il mal contagioso, fu con pubblico proclama ordinato che essi contadini, venendo alla città, non potessero praticare, nè commerciare co’ cittadini, nè entrar nelle case d’essi, fuorchè ne’ cortili e nelle cantine, in occasione d’introdurvi le uve ed altre entrate della campagna. Anzi scorgendosi quasi estinto nella città il morbo da cui non erano alcune ville peranche affatto immuni, fu pubblicato nuovo editto, in cui si proibiva ai contadini l’entrare in modo alcuno in città con fedi di sanità o senza. Nulladimeno conducendo vettovaglie, si permetteva loro l’ingresso, purchè dirittamente andassero a varj luoghi destinati nella città per venderle, e non uscissero da questi luoghi e serragli. E chi conduceva carri con legna, fieno, vettovaglie e simili rendite della campagna, dovea condurle a dirittura ove erano destinate, senza però entrar nelle case, e con iscaricarle nella strada. Ma perchè i cittadini o per inavvertenza, o per malizia, poteano trattare e commerciar con costoro nel loro passaggio, anche a ciò sarebbe stato bene il trovar ripiego. Non ben sopito il male nella nostra città, fu ordinato che i cittadini, i quali andavano e tornavano di villa, non avessero più questa libertà, ma in termine di otto giorni, se voleano, ritornassero entro la città, avvisando però due giorni prima di venire, acciocchè si prendessero le dovute informazioni se si potevano ammettere. Non venendo entro quel termine non erano più ammessi: e ciò per essersi osservato molto pregiudiziale l’andar loro e venire dopo aver praticato coi contadini infetti.

Si stese la cura e lo zelo dei conservatori della nostra città al buon ordine delle ville del distretto in que’ fieri tempi. Pertanto con pubblica grida furono destinati per ogni villa uno o due deputati de’ meglio stanti e più abili, i quali fossero tenuti ad assister ivi, e far eseguire i seguenti ordini della sanità: cioè, che avessero tutti tanto contadini come cittadini ivi abitanti, da denunziare i morti e gl’infermi a persona destinata; che non si facesse ivi trasporto o maneggio di mobili infetti o sospetti; si provvedesse ai miserabili; si destinassero beccamorti coi dovuti riguardi; quei d’una villa non andassero a messa in altra villa; non potessero, nè anche per condurre vettovaglia alla città, partirsi dalla lor villa, senza licenza del deputato e fede del curato attestante la sanità, il quale andasse ben circospetto in farla; si vietassero conviti, giuochi, trebbi, adunanze, ecc; dovesse ogni massaro o sostituto ciascuna domenica far leggere alla chiesa i nomi e i cognomi dei morti per contagio, e de’ vivi sospetti e di chi avesse trattato con esso loro a fine di fuggirne il commercio. Con questi ed altri ordini si procurò soccorso e difesa anche al contado. E qui si ricordino i conservatori e le terre e le ville d’aver l’occhio attentissimo sopra le donne che vanno a trar la seta, chiamate da noi calderane. Da queste, che finite le lor faccende, vogliono a tutti i patti tornarsene alle lor case, fu nel 1630 disseminata la peste in varie parti delle montagne di Modena che dianzi godeano buona salute. Dai vignolesi, che continuamente battevano i propri confini, ne furono sorprese due, e impedito loro fortunatamente il passaggio, perchè da lì a poco si scopersero infette e lasciarono poi di vivere sotto una quercia, ma senza nocumento di quel paese.

CAPO VII.

Commercio co’ forestieri interdetto. Regole per preservarsi illeso nelle terre e città appestate. Cautele del vestire e del praticar con infetti. Prove che si può facilmente preservare, tratte dalla sperienza. Necessità e utilità dei coraggio in tali casi.

Altri utili regolamenti furono fatti e pubblicati dalla nostra città, soliti e comuni anche alle altre, per evitare sul principio e nel proseguimento della peste, il commercio co’ forestieri. In tempi tali, venendo persone da luogo infetto o sospetto, hanno i deputati ai passi e confini, senza nè pure riconoscer le fedi d’esse, da rimandarle; o se già sono entrate, gastigarle o metterle in contumacia, cioè costringerle alla quarantena o in lazzeretti o in capanne alla campagna o in case destinate a posta, facendo loro buona guardia. Per altro nei timori del male si vieta l’ingresso a persone tali sotto pena della vita; e alcuni magistrati che conoscono necessario il rigore, talvolta hanno fatto eseguire tal pena per terrore degli altri. Il permutarla e diminuirla secondo la maggiore o minor frode loro e più o men grave pericolo dello stato, si rimette alla prudenza e carità di chi comanda. Venendo poi viandanti da luoghi non infetti nè sospetti, i deputati non li lasceranno avvicinare se non quanto possano udirli e vederli, finchè sia riconosciuta la fede legittima della sanità. Nel ricever le fedi, dovranno i suddetti deputati avere in mano una canna (o altro simile strumento) e in capo ad essa pigliarle, e prima che le tocchino farle passar sopra il fuoco, quanto basti per purgarle. Venendo seco lettere, non le lascino passare, senza prima abbronzarle, purchè sieno espresse nelle fedi, e non vengano da luoghi sospetti, dovendosi in dubbio chiarire. Dee pure provvedersi ai corrieri, postiglioni e staffette, affinchè si regolino anch’essi colle leggi degli altri, e duri, finchè si può, il commercio delle lettere, ma senza pregiudizio della sanità. L’aver talvolta disputato con gran freddezza l’ingresso a certe persone o mercatanzie dubbiose, ha dato quasi miracolosamente assai tempo di scoprire ch’esse portavano seco la peste. Ferrara preservata ne vide alcuni esempi. Dee parimente provvedersi ai disordini che potrebbono recare i birri in portarsi a far le loro esecuzioni entro o fuori della città.

Sotto pena della galera e di 200 scudi, ed anche maggiore, niuno, sia forestiero, sia del paese, venendo da territorio straniero non bandito nè sospeso, possa indirettamente o furtivamente, e fuorchè per le strade destinate, entrar nello stato o distretto, e nè pure toccarne una parte, senza aver prima presentate ai confini e passi le sue fedi ai deputati. Chi poi entrasse furtivamente, venendo da paese infetto o sospetto, benchè con fede di sanità, è senz’altro già incorso nelle pene dei bandi. Trovando i contadini alcun forestiero fuori delle strade maestre, saranno obbligati, sotto pena afflittiva ed altre, ad interrogarlo ove sia indirizzato il suo viaggio; e conoscendo o dubitando che si sia divertito dalla diritta strada, o pure solamente scorgendo che non abbia fede di sanità, saran tenuti a fermarlo, ovvero, occorrendo, dovranno levargli dietro romore e condurlo immediatamente all’ufficio della sanità del passo più vicino, consegnandolo all’ufiziale. È anche da farsi rigorosissimo editto che nessuno ardisca di uscire del territorio per andare in luoghi sospesi o banditi per esca di guadagno o per altro rispetto con pensiero di ritornarsene poi segretamente nello stato.

Notizie, triviali forse per alcuni, ma certo ignote e necessarie ai più del popolo, per non essersi eglino mai trovati in sì terribili assedj, sono in buona parte le fin qui esposte. Non si può dire, nè raccomandare abbastanza cosa importi e quanto giovi in questi cimenti il guardarsi dal commercio altrui, e insin delle persone che sembrano più sane e più guardinghe. Il cardinal Gastaldi, che fu uno de’ principali regolatori di Roma nella peste del 1656, scrive che di tanti rimedi che si proponevano, non si trovò mai il meglio di quello di proibire severamente il commercio fra le persone, imperocchè troppo disavvedutamente si riceve e si comunica il contagio pestilenziale. Magnopere, dic’egli, semper institi, ut severe commercia omnia interdicerentur, experientia edoctus. Più delle amicizie giovano in tempo di contagio le nemicizie, ed è meglio trovarsi allora in prigione che poter liberamente vagare qua e là. In fatti si osservò nella peste suddetta di Roma e in quella di Modena del 1630 che non penetrò il male in alcuni conventi di religiosi, e molto meno in quei delle monache; e se cacciossi pure in due o tre, non vi fece verun progresso, ma si soffocò con gran felicità.

Sicchè (e sel ricordino bene i lettori) il morir di peste, d’ordinario non viene dal trovarsi in mezzo alla peste, e in una città o terra appestata, ma dal non sapere o dal non poter ivi schivare o ben regolare il commercio colle persone. E ciò mi fa scala ad un altro punto di grandissima importanza, che desidero ben impresso in mente di tutti. Dico pertanto che in tempi di contagio chiunque non può ritirarsi dalla città ed è necessitato a fermarsi ivi, sia perchè non ha ricovero altrove, o perchè gl’impieghi, uffizj ed interessi suoi l’obbligano a non partirsene: dee farsi animo e concepire un gran coraggio, persuadendosi che con tutto lo strepito della pestilenza egli ne potrà facilmente campare, e ne camperà coll’aiuto del Signore Iddio, in cui dee riporre la sua maggior fiducia, se userà quelle cautele e quei preservativi che s’andranno divisando.

E che ciò sia vero, non c’è il migliore argomento per provarlo che l’esperienza stessa. Egli è notissimo che chi allora può tenersi chiuso nelle sue case, fuggendo il commercio dello persone pericolose, e tenendo ben serrate e assicurate le porte sue, per l’ordinario non contrae la peste, purchè non fosse appestata l’aria tutta di quella terra o città (il che quasi mai non avviene), e purchè l’abitazione sua non sia così stretta o mal posta, che per necessità le si comunichi l’aria infetta delle camere abitate da infermi di mal contagioso. Lo stesso che accade ai monisteri, succede per gli abitanti delle case private, ogni qual volta queste case si facciano diventare come tanti monisteri di religiose. Nulladimeno perchè la necessità costringe anche la maggior parte di coloro che stanno volontariamente rinchiusi a provvedersi di cibi e d’altre cose che loro mancano, basta che usino alcune circospezioni praticate allora da tutti i saggi con buon successo. Voglio dire che stando le persone rinserrate nelle case senza uscirne, possono elle provvedersi di tutto, calando corde con una cesta o canestro o altro simile ricettacolo dalle finestre, e tirando su tanto i cibi quanto i medicamenti, utensili ed ogni altra cosa che loro occorra. Si fa star fuori di casa un servo che provvegga di tutto; che se non si ha tal comodità, non mancano persone che per pochi soldi vanno provvedendo e portando giornalmente i cibi e le altre cose a chi ne ha bisogno; e mancato un provveditore estraneo, se ne trova immediatamente un altro, perciocchè o il magistrato deputa questi vivandieri, o suppliscono i men comodi e bisognosi che allora sono molti, ingegnandosi ciascuno di vivere alle spese de’ cittadini comodi. Quali robe possano riceversi e maneggiarsi senza sospetto, e come s’abbia ad assicurar le altre, il vedremo fra poco. Sicchè il primo gran preservativo per chi può è il fuggire; e il secondo per chi non può o non dee fuggire, si è lo starsi ritirato in casa e lontano dall’altrui commercio.

C’è di più: non solamente chi si chiude fra le mura della sua casa, ma eziandio chi o per bisogno, o per uffizio ha da uscire fuori di casa e aver qualche commercio con gli altri, potrà farlo e dovrà farlo intrepidamente, purchè lo faccia colle cautele che si andranno accennando e che possono molto ben conservarlo illeso, anche se tratterà ne’ lazzeretti e con persone infette o sospette, come accade a molti uffiziali, cerusici, ecc. Sarebbe bene allora per tutti quei che escono di casa, ma certo sarà specialmente bene, anzi necessario per chi dee praticar gente ammorbata, il portare una sopravveste di tela incerata, oppure di marrocchino o d’altro cuoio sottile (queste si credono migliori di tutte), ovvero di taffettà o d’altra manifattura di seta, perchè alle vesti di lana troppo facilmente s’attaccano gli spiriti velenosi del morbo, ma non già s’attaccano se non difficilmente (per quanto vien creduto) alle incerate e a’ marrocchini, e non si possono ritener lungo tempo dalla seta spiegata. Avvertasi però che le vesti di seta non debbono esser fatte con lusso, nè con gran cannoni e piegature, ma hanno da farsi povere e piuttosto corte, avendo lasciato scritto il Mercuriale che alcuni medici nella peste di Venezia de’ suoi dì si tirarono addosso la rovina per aver nelle visite degl’infetti portate vesti lunghe e larghe, e delle pelliccie, secondo l’uso d’allora. Chi non ha seta, nè altro di meglio, usi almeno lino o canape piuttosto che lana. Alcuni hanno talvolta usato di coprir anche la faccia con una maschera, o bautta, a cui mettevano due occhi di cristallo; ma non è necessaria tanta scrupolosità. Per chi non potesse trovar incerate, nè saperne fare, stimo bene insegnarne loro la ricetta. Si fa bollire a fuoco moderato per quattro o cinque ore olio di noce, o di semenza di lino, e quando non s’abbia altro, d’uliva, mettendovi dentro per ogni libbra d’olio un’oncia di litargirio e una dramma di mastice, e dimenandolo di quando in quando con una spatola. Raffreddato che sia l’olio, si dà con pennello una mano d’esso al taffettà colorito che si vuol incerare, facendolo stare ben tirato in telaio, e mettendolo poi al sole per due o tre giorni occorrendo, tanto che sia bene asciugato. Quindi se gli dà un’altra mano d’esso olio, e si torna a far asciugare, con che si avrà senza cera il taffettà incerato, pieghevole e maneggiabile. Nella stessa guisa si potranno incerare altre tele sottili di lino. Per le tele grosse si mescola coll’olio terra d’ombra bea sottilizzata e passata per setaccio, di quel colore che si vuole. Ma per queste usano di mettere più litargirio nell’olio, cioè sino a tre once per libbra d’olio, chiudendolo in una pezza, la quale si fa stare immersa e sospesa nel suddetto olio quando bolle.

Appresso convien adoperare profumi, spugne inzuppate in liquori, ed altri preservativi de’ quali si andrà parlando di mano in mano. Si può anche passar per le contrade e far altre faccende per la città, ma badando di non toccar robe sospette e di non accostarsi a gente infetta o dubbiosa, secondo i segni ch’essa ha da portare; e sarà sempre maggior sicurezza il fidarsi poco di tutti. Dovendo parlare a tal gente, se le parli in lontananza; e pel resto degli uomini sarà anche buon consiglio il tenersi in qualche distanza da loro, e non accostarsi molto alle medesime senza necessità. Così i medici possono parlare agl’infermi con farli venire alle porte o alle finestre, intendendo lo stato loro e prescrivendo loro opportuni rimedj. Che se pur vogliono o debbono accostarsi e toccare il polso agl’infetti di morbo pestilenziale, hanno da toccarli colle dita prima bagnate nell’aceto, che porteran sempre seco, e con tener la faccia rivolta all’indietro guardarsi di non ricevere il fiato dell’infermo, usando anche un ventaglio, con cui spingano l’aria verso la persona malata, siccome ancora osservando che non ispiri vento dalla parte d’essa verso il sano. Altrettanto avran cura di fare i cerusici, uffiziali e serventi. Nè entrino in camera ove sieno infetti, se prima le finestre non saranno state aperte per buono spazio di tempo, e rinnovata e rettificata l’aria d’essa stanza con qualche profumo. Oltre a ciò sogliono alcuni chiamati a medicar infetti turarsi per quanto possono il naso e la bocca, e tutti poi si difendono il respiro (e questo basta) con la spugna inzuppata in aceto, anzi alcuni si coprono quasi tutto il volto con un panno bianco inzuppato del medesimo liquore.

Con queste diligenze e con gli altri preservativi ed ordini che accennerò intorno alla dieta, egli è certo che prudentemente si può praticare ancora con gli abitanti d’una città o terra infetta senza timore e con virile coraggio. In fatti l’esperienza (torno a dirlo) troppe volte ha fatto vedere essere convenevole e fondatissimo un tal coraggio, e potersi facilmente preservare il savio in mezzo alla peste e nel commercio degli appestati. Nel contagio di Roma dell’anno 1656 il sommo pontefice con assai cardinali stette fermo in città; e di tanti prelati e nobili che governarono allora quel popolo e tutto dì cavalcavano per la città, visitavano lazzeretti e faceano tante altre funzioni, non si sa che alcuno perisse di quel male; e pure entrò esso anche nella famiglia bassa d’alcuno di loro. Lo stesso avvenne durante la peste della nostra città nel 1630, e noi sappiamo che Marsilio Ficino, Filippo Ingrascia, Girolamo Fracastoro, Silvio de le Boe e tanti altri medici famosi si trovarono in mezzo alle pestilenze, e coraggiosamente vi assisterono senza riportarne alcun nocumento. Bernardino Cristini, cognito fra i Minori Osservanti per gli Arcani del Riverio, ed altre opere di medicina da lui pubblicate, era stato dianzi medico d’un lazzeretto in Roma nel poco fa mentovato contagio, in cui nota anche il cardinal Gastaldi che Gregorio Rossi, medico valente, praticò sempre e curò gli appestati, e non contrasse mai morbo alcuno. Il Diembrochio, celebre medico, anch’egli senza menoma lesione medicò infetti e non infetti nella pestilenza di Nimega del 1636 col metodo che diremo più a basso. Tanti altri medici che scrivono della peste, furono la maggior parte intrepidi in tempi d’essa, e non lasciarono di visitar gli appestati.

Non è degno di minor attenzione il sapere che, quantunque talvolta anche qualche principe sia morto di peste, e sia avvenuta la stessa disgrazia a dei nobili, deputati allora al governo; tuttavia le persone nobili e civili d’ordinario si preservano molto bene nelle stesse città infette, ed esercitano egregiamente i loro uffizj, nè si tengono in una volontaria prigione. Il potersi eglino nutrire di cibi sani, e l’abbondare di molti comodi e preservativi, con case larghe, vesti a posta, e senza necessità o ingordigia di toccar robe infette, serve loro di un continuo riparo contro il veleno. Se principi e nobili in tali occasioni mancarono di vita, ciò fu per un ardente zelo di carità che li fe’ troppo esporre ai pericoli per benefizio del popolo loro e della lor patria, ovvero perirono essi per poco uso del lor giudizio, e solamente in città che per la gran popolazione e strettezza rendevano indomita e stranamente comunicabile la fierezza della peste. Del resto nell’altre terre e città meno strette e meno abitate, le persone nobili, civili e comode, purchè savie, sogliono passarla netta: e ciò costa da troppe esperienze. Contro il povero volgo, e contro chiunque è costretto allora dal bisogno a non istare in riguardo, o è lusingato dalla brama d’arricchire, si suole scaricare il furor del contagio. Osservò il Rondinelli nel contagio di Firenze del 1630 come cosa degna di gran considerazione che essendo in varie case di gentiluomini entrato il male, portatovi o dalle serve o da’ servitori, non vi fu esempio che si attaccasse ai padroni, i quali pure erano stati serviti e maneggiati da chi aveva l’infezione addosso. Anche nella peste che tre anni sono afflisse cotanto la Polonia, toccò quasi tutto alla misera plebe il flagello, restando intatta la nobiltà; e ciò tuttavia si osserva in quella che sì malamente infesta le province dell’Austria, della Boemia e le circonvicine: il che però non adduco per bastante esempio agli Italiani, essendo io assai persuaso che in questi paesi più caldi la peste sia meno discreta, e ch’ella farebbe strage anche della nobiltà, se questa non usasse più riguardi di quei che si praticano in Germania. Finalmente è da osservare che in cadauna peste si trovano persone giovani e vecchie, maschi e femmine, infermicci e mal nutriti, oppur sani, robusti e nutriti bene che, quantunque vivano con appestati e tocchino le robe loro, pure non contraggono la peste a cagione della lor particolar disposizione o complessione, dotata d’un’occulta attitudine per resistere agli aliti e spiriti pestilenziali. Perciò si mirano allora tanti beccamorti, serventi, cerusici ed altri che si mantengono sani ed illesi in mezzo agli appestati. Sarebbe temerità il fidarsi o far prova di questo senza necessità; ma posta la necessità, è bene ricordarsi ancora di tale osservazione. Similmente gioverà il non dimenticarsi che tal sorta di gente, restando essa illesa dall’infezione, la può poi facilmente portare ad altri che non si guardano dal loro commercio.

Il perchè torno a dire che chi non può, o non vuol ritirarsi dalle terre e città infette, dee far coraggio: che si può molto bene anch’ivi resistere a questo nimico, purchè si mettano in opera gli avvertimenti e preservativi che ci sono insegnati da maestri di sperienza, e ch’io ho nella presente opera raccolti. Anzi aggiungerò cosa che parrà strana ad alcuni, e pure vien insegnata da chiunque tra i medici e politici ha trattato di questa materia: cioè che lo stesso aver coraggio, e il vivere allora senza paura, è un potentissimo preservativo contra la peste. Ci assicurano i medici trovatisi a questo fuoco, essere al sommo nociva la forte apprensione, e il timore che d’ordinario s’imprime allora nella maggior parte del popolo, di dover morire e di non poter fuggir questo colpo e di aver da prendere la peste ad ogni passo. Così disposti, e mal affetti gli animi e i corpi, troppo facilmente contraggono allora il mal pestilenziale; e non pochi, anche senza aver la peste, vengono a morire per paura della medesima peste; laddove all’incontro tanti altri, benchè tutto dì conversino con appestati, pure si preservano: frutto del loro coraggio, il quale non teme la vicinanza di quel male, benchè mostrino, secondo i consigli della prudenza, di temerlo col non trascurar que’ riguardi e preservativi che convengono in tali occasioni. Anche i più coraggiosi in guerra van cauti; altrimenti sarebbono non coraggiosi, ma temerarj ed audaci, e intanto il loro coraggio suol difendere essi, toccando poi le busse ordinariamente ai soli paurosi.

CAPO VIII.

Come si possa guardare dall’aria infetta. Odori preservativi, e varie ricette. Odori sottili e calidi nocivi. Maniere di purgar l’aria delle case e delle città.

Passiamo all’aria, per mezzo di cui può comunicarsi ai sani l’altrui malore. Certo è che la respirata dagli appestati, e quella che è ambiente del corpo loro, può sino alla distanza d’alcuni passi stendere il suo veleno. Perciò i sani debbono passar lontano, e tenersi lungi dalla gente infetta e sospetta; e molto più hanno da guardarsi d’entrar nelle camere, ove sieno o sieno stati infermi di mal contagioso; o entrandovi, hanno da usar le cautele dette di sopra, e l’altre che diremo trattando dell’espurgazion delle case. Ma per assicurarsi bene di non tirar col respiro l’aria infetta, chiunque esce di casa, e molto più chi ha da praticar con persone pericolose, porterà sempre seco in un vasetto, bussolotto, o palla una spugna inzuppata di aceto, o pure porterà pomi artifiziali odoriferi, e o quella o questi andrà odorando e fiutando, e non li deporrà mai, quando sia vicino a persona infetta o sospetta e alle robe loro. Da quasi tutti i corpi, anche duri, e molto più dagli animali, dai vegetabili, dai minerali, ecc., escono continui effluvj che formano un’atmosfera o circonferenza intorno a quel corpo; e però quei di gagliardo e sano odore diffondendosi all’intorno della persona, la difendono dai pestiferi, o tenendoli lontani o correggendoli.

L’aceto solo, purchè fatto di buon vino, è bastevole preservativo. Tuttavia chi può, gli accrescerà il vigore nella seguente forma.

Aceto imperiale.

Recipe radici d’angelica, d’imperatoria, di garofoli ana (cioè parti eguali, o sia di cadauna) dramme due. Soppistale leggiermente, e mettile in un vaso di grandezza mediocre, dove sia aceto ottimo e bianco se fia possibile. Chiudi bene il vaso, e agitalo, sbattendolo molte e molte volte, acciocchè gl’ingredienti si mescolino bene. Lascia il tutto in infusione per una notte sopra le ceneri calde. Di poi conservalo per gli tempi di bisogno, inzuppandone una spugna da portarsi in mano serrata nella palla, per gli buchi della quale ne tirerai spesse volte l’odore. Oltre a ciò potrai ancora con lo stesso aceto ungere le narici, i polsi delle tempia e delle mani.

Pomo o palla odorifera che preserva dalla peste.

℞. Polvere di garofoli, cannella, noci moscate ana mez. onc., storace, bengioino ana dram. 2, maggiorana, menta, salvia, ana dram. 1. Si pongano in acqua rosa, ove prima sia dissoluta gomma dragante. Se vorrai, potrai aggiungervi alquanto di muschio o di zibetto, e con questo formerai un pomo da portare in mano per odorarlo.

Avverto però qui, che per parere dei più accreditati medici servono poco, e fors’anche potrebbono nuocere in tempi di peste gli odori del muschio, dello zibetto ed altri simili di qualità, per così dire, dilatante, lussuriosa e offensiva del capo, siccome troppo sottili e calidi. L’ambra grisa dovrebbe entrare in questa classe; ma veggo molti commendarne l’uso in varie guise ne’ tempi di peste, e però non mi arrischio a condannare i pomi appellati d’ambra. All’incontro sono di un mirabil aiuto gli altri odori, per dir così, restringenti, freddi e confortativi che andrò accennando. Assaissimo in primo luogo è da stimarsi la canfora, usandola allora o per l’odore portandone in una palla bucata, o nei medicamenti. Alcuni se ne fidano più che dell’aceto. Io non direi tanto, perchè l’aceto è il re degli odori preservativi in tempo di contagio; ma dirò bene che la canfora anch’essa vien concordemente da tutti i migliori autori commendata assaissimo, siccome uno dei più potenti preservativi; e perciò si troverà qui consigliata in molte altre guise, ma coi riguardi che dirò a suo luogo. La comunità di Ferrara fa manipolar certe palle odorose di mistura particolare che son credute molto giovevoli. Ma io son d’avviso che ogni palla, purchè di gagliardo e sano odore, possa produrre il medesimo effetto; perciocchè inclino a credere che non dal semplice contatto delle robe, per chi è sano di cute, ma dal respiro del fiato per cui s’introducono i corpicciuoli pestilenziali nel corpo, soglia sempre, o per lo più venire la comunicazion della peste, e però qualunque odor grave e vigoroso che si adoperi, sia bastevole a tener lontani o a correggere gli effluvj pestilenziali.

Vogliono altri che mirabilmente serva da odorare, da tener in mano, e da ungere le narici quest’altra composizione.

Palla odorifera oliata.

℞. Olio di carabe fatto per distillazione parti due, olio di noce moscata fatto per espressione parte una, cera bianca tanta che possa tenere in corpo questi olj. Poi liquefà la cera, scalda gli olj, il tutto separatamente. Mescola dipoi insieme, lascia raffreddare, e formane palla, che o porterai in mano, o terrai chiusa in un vasetto per andarla odorando.

Altri pomi o palle preservative dalla peste, da portarsi in mano per odorarle spesso, ed anche in seno, si possono formare delle seguenti cose o di parte d’esse ben polverizzate e passate per setaccio, e impastate con gomma arabica, o dragante con olio di spica, o con acqua rosa, o altro liquore; Rose rosse, sandali bianchi e rossi, legno aloè, cinnamomo, macis, canfora, noce moscata, seme e scorze di cedro, storace, calaminta, ladano, fiori di nenufari, spodio, basilico, maggiorana, cubebe, carabe, mastice, calamo aromatico, mirra, bengioino, radici di valeriana, di tormentilla, dittamo, foglie di ruta, trementina bislavata, ecc.

Per tutte le persone e per tutti i tempi servirà l’avere una palla rotonda o come ovata, da tenersi comodamente in mano, fatta d’argento o d’avorio o di stagno o di cipresso, lauro, ginepro o d’altro legno, se si può odoroso, vota di dentro e perforata nella parte di sopra, che possa aprirsi e serrarsi, entro cui si mette ordinariamente un pezzetto di spugna nuova inzuppata in acqua rosa, malvagía, e buon aceto rosato o violato, o di ruta. Una tal palla è utile a tutti, e sbattendola alle volte sopra la palma delle mani, si possono bagnare i polsi. Altri vi aggiungono alcune delle polveri odorifere dette di sopra; o aggiustano l’aceto con ruta ed angelica, aggiungendovi tre grani di canfora; o pure pigliando la ruta fresca e agitandola con aceto, mentre si pesta nel mortajo, la pongono entro la palla. Chi non avesse palla, potrà tenere composizioni odorose fasciate dentro zendado, o tela di lino rara. E chi non potesse far altro, porti seco mazzetti di fiori ed erbe odorifere, come ruta, melissa, maggiorana, menta, salvia, absintio, origano, rosmarino, fiori d’arancio, di cedro, ninfea, basilico, timo, appio, aneto, foglie di alloro, cipresso, aranci, limoni, cotogni, ecc. Di queste cose ancora gioverà il tenerne nelle stanze. Benchè l’aceto rosato, o di ruta, sia di miglior perfezione e maggiore efficacia, tuttavia il semplice aceto, purchè fatto di vin generoso, è bastevole preservativo; e i poveri non cerchino altro, nè credano che le composizioni sieno sempre più utili perchè composte di più ingredienti. Angelo Sala prescrive con assaissime robe la ricetta per comporre un aceto bezoartico, tenuto da lui per mirabile in resistere all’infezione, con andarlo odorando. Insegna ancora un balsamo bezoartico, a cui attribuisce la medesima efficacia, coll’ungerne di quando in quando le nari, le tempia e i polsi. Io lasciando tali composizioni inventate per gli ricchi, riferirò solamente la ricetta prescritta da lui di un

Aceto preservativo per gli poveri.

℞. Grani di ginepro freschi, absintio, ruta secca ana once 4. Incenso, mirra, ana once 2. Si taglino i grani di ginepro coll’erbe minutamente, e grossamente si polverizzi il resto. S’infonda tutto in due misure d’ottimo aceto, entro d’un vaso ben serrato con sughero. Si ponga in luogo caldo, o in un cantone presso il fuoco, di modo che tal materia stia calda per due o tre giorni. Poi si sprema e si conservi per valersene ad odorarla.

Per tutti poi potrà servire quest’altra facile composizione.

Aceto rosato preservativo.

℞. Aceto rosato, acqua rosa e vin bianco ana, cioè parti eguali, e ponvi dentro carlina, genziana, radice di ruta capraria, detta giarga, manipolo, cioè pugno uno, scorze di cedro, e un poco di zedoaria. Fa bollire alquanto e stare in infusione per 6 ore; poi cola e riponi in vaso. Di questo alle occorrenze bevi spesso una gocciola, e spesso bagnati le mani e il viso, e alcuna volta con la spugna tutta la persona.

Egli è necessario difendersi il corpo, o per dir meglio il respiro, con questi ed altri odori dall’aria pericolosa ne’ tempi di peste, e sarà ancora molto giovevole e necessario il procurar la pulizia e purgar l’aria medesima nelle proprie abitazioni. Poco prima del tramontar del sole per parere di tutti egli è necessario chiuder le finestre, e non aprirle se non levato il sole; avvertendo ancora, che passando cadaveri per le strade, o potendo venir cattiva aria dalle vicine camere o case, ove sieno infetti, bisogna custodirsi bene con tener chiuse allora le finestre e gli usci pericolosi. Quindi si debbono profumar le stanze con solfo, pece, incenso, mirra, ed altri simili odori sani, benchè talvolta spiacevoli, o pure con far ivi bollire aceto, in cui sia infusa canfora, garofoli, scorze di cedri, aranci, ecc. Gioverà nella stessa guisa spruzzar le camere con aceto o con altre decozioni odorifere; siccome ancora il far ivi bruciare ed il tener ivi legni di buon odore segati, come sono il ginepro, il pino, il lauro, il cipresso, l’abete, il mirto, il rosmarino, il frassino. Alcuni usano allora di aver due camere separate, cambiandole mattina e sera, con istare nell’una, mentre purgano l’aria dell’altra; e si bagnano spesso le mani e la faccia con acqua fredda mischiata con aceto rosato, profumando ancora le vesti e asciugandole bene al fuoco. Si astengono allora dalle saponette in lavarsi, essendosi osservati de’ cattivissimi effetti di tutto il sapone, saponate e ranno, o sia liscivo, in tempi di peste. Altri procurano di rinovar l’aria e di purificarla nelle medesime camere ove stanno infetti, tenendo aperte le finestre e facendovi giocare il vento, se si può: con avvertenza però di non infettar con quell’aria pestilente le vicine camere sane.

Non è di minore importanza il tener purgata o il purgare l’aria della stessa città. A questo fine appena s’ode romor di contagio, che in ogni ben regolato governo si danno tutti gli ordini più premurosi e si fanno prontamente eseguire e mantenere per la pulizia della città, e con far nettare diligentemente le strade e piazze e ogni altro luogo dalle immondezze e da qualunque cosa fetente, e con rigorosamente proibire il gittarvene alcuna, e sopra tutto gli escrementi e le orine delle persone inferme. Si vietino i porci, le oche ed altri o uccelli o bestie immonde, e il far massa alcuna de’ letti de’ vermi da seta o delle foglie di moro, dovendosi tali puzzolenti masse, almeno di due in due giorni, portar fuori di città e ben lontano, senza permettere il gittarli in canali o canalette. Hanno scritto alcuni che dai fetidi letti de’ vermi da seta la peste di Desenzano del 1567 ed altre del Piemonte avessero origine. Lascio la verità al suo luogo, credendo io che questo possa aumentare e non cagionare una peste vera. Stimano altri che sia giovevole e preservativo in tempi di peste l’odore o sia il puzzo che esala dalle concie e fabbriche de’ corami, cordovani, ecc., siccome ancora dai maceratorj della canape; ma vien posta in dubbio una tal opinione da altre sperienze e da accreditati autori, essendosi veduto entrar molto bene in que’ luoghi o strade il contagio, e farvi forse più strage che altrove. Più facilmente s’allignano e si dilatano gli spiriti velenosi del male, quando si possono mettere in groppa a vapori e alle esalazioni del succidume e di tutte le robe marce e fetenti. S’ha eziandio da vietare il movere allora alcuna cloaca e il dar alle fiamme per la città erbacce, pagliacci e simili materie che recano cattivo odore, e tanto più se avessero servito a gente infetta o inferma, dovendosi queste portar a bruciare fuori della città, lontano almeno due miglia. Hanno anche le sagge città da usare una straordinaria diligenza per gli Ebrei, nazione d’ordinario abitante assai sporcamente, e assegnar conservatori particolari che abbiano cura della lor pulizia.

Vogliono alcuni che giovi il far allagare nei bollori della state le strade, per chi ha la comodità d’acque o fontane correnti. Anzi v’ha chi crede non inutili a purgar l’aria i tiri d’artiglierie, scrivendo Levino Lemnio, che la città di Turnai fu coi frequenti sbarri delle medesime liberata in breve da una fiera peste, pel movimento e per l’odore impresso con esse nell’aria. Che che sia di ciò, egli è ben certissimo che la polvere da archibuso bruciata co’ debiti riguardi è un profumo di somma energia ed utilità per le case; e che di un’universale ed incredibil aiuto a preservarsi dal contagio e ad espurgar le robe e a profumar le abitazioni, è il solfo, di cui perciò bisogna far buona provvisione e fidarsi non poco in tempo di peste. Anche gli antichi ne conobbero la forza antipestilenziale, essendo giunti coi profumi d’esso a liberar molte città da sì crudel nemico, e insino l’antichissimo Omero nel 22 dell’Ulissea fa chiedere ad Ulisse fuoco e solfo, ch’egli chiama medicina de’ mali, per purgar le stanze della casa.

CAPO IX.

Commercio di robe infette proibito. Necessità di prima espurgarle. Tre maniere di spurgo. Più utile e più facile quello dei profumi. Dose e metodo per profumar robe, case ed altri luoghi. Ordini rigorosi per lo spurgo, e necessità di questo rimedio.

Per l’ordinario le pesti hanno l’origine o la loro dilatazione dalle robe, cioè dalle suppellettili, panni o merci procedenti da luogo infetto o maneggiate da persone contaminate da esso morbo. Certo nessuna cosa più spaventosamente fomenta in tempi tali la carnificina degli uomini, quanto la diabolica ingordigia di tanti, che entrando nelle case derelitte per la morte de’ padroni, quindi furtivamente asportano robe infette, contaminando con ciò sè stessi, altre famiglie e talora altri dopo molto tempo. Il perchè una delle più importanti cure del governo della sanità ha da esser quella d’impedire il commercio delle merci o robe infette e sospette. Per questo, su i primi timori d’una pestilenza vicina, si proibisce l’ingresso a qualsiasi roba de’ paesi infetti, e non si ammettono le procedenti da luoghi sospetti se non dopo la quarantena, e dopo una leggittima espurgazion delle medesime, che si dee fare prima d’introdurle in città, cioè in qualche luogo eletto a questo fine fuori della città e lungi dall’abitato. E notino i magistrati, essersi più d’una volta alle porte della città sotto carra di fassine o di fieno o di paglia, trovate robe, delle quali non era permesso l’ingresso. La confiscazion d’esse e delle carra servì a benefizio de’ lazzeretti, e il gastigo per esempio degli altri. Di più convien avere particolarmente l’occhio sopra gli Ebrei, siccome gente che fa uno de’ suoi maggiori capitali il traffico e trasporto di tali robe. In Germania alcune città nè pure concedono a tal gente le fedi della sanità, perchè vogliono interdetto ogni loro commercio.

Penetrato il male nella terra o città, allora si volgerà tutto lo studio a trattenere i sani dal toccar le robe toccate dagl’infetti o sospetti. Per attestato del Rondinelli, che parla con la sperienza alla mano, siccome quello che ci ha lasciata un’utile relazione del contagio di Firenze dell’anno 1630 e 1633, se fosse possibile spuntar questa cosa, in qualunque città agevolmente si sbarberebbe il contagio; e se rimedio alcuno ci ha, è solo uno, cioè straordinario rigore contro chi nasconde i panni infetti o li vende, li compra o in altro modo li semina. Ordinare pertanto con pene rigorosissime, siccome fu fatto in Roma, ed anche nella nostra e in altre città, che nessuno senza licenza del deputato ardisca levare o far levare qualsivoglia roba da alcuna casa, monistero o altro luogo ove sia stato alcun malato o morto, ancorchè non infetto di mal contagioso. Che a niuno sia permesso l’introdurre lettere o altre robe, fuorchè per le porte aperte della città e con participazione de’ deputati, sotto pena della galera ed anche della vita, al qual castigo furono sottoposte per ordine espresso del papa ancora le persone ecclesiastiche, secolari e regolari e costituite in dignità. Che i confessori, medici, cerusici, barbieri, mammane, sospetti o esposti, e i lor servitori, i beccamorti e ogni altra persona non possano estrarre senza licenza del deputato roba di qualunque sorta dalle case o luoghi segnati per cagione di sanità, ancorchè la levassero per pagamento de’ lor crediti o per loro mercede o per limosina o per convertirla in suffragio delle anime o per iscarico della coscienza de’ padroni o per espressa commessione de’ medesimi. E qualora ne sieno state asportate, tutti, sì asportatori, come complici e consapevoli, debbano in termine di tre giorni sotto pena della vita e confiscazione, a cui sieno sottoposte d’ordine del vescovo anche le persone ecclesiastiche, darne esatta notizia al tribunal destinato, stante il troppo danno che nasce dal commercio, maneggio e traffico di robe non espurgate; con promettere l’impunità ai denunzianti, purchè non sieno già carcerati o inquisiti per tal fatto. Si dee aggiungere una proibizion rigorosa di non poter vendere, comperare, prestare e permutare senza licenza sì fatti mobili, panni e vesti usate di qualsivoglia sorta; e per ogni maggior cautela proibir l’introduzione in città di mobili e suppellettili, a riserva delle biancherie di bucato, degli arnesi di cantina, rami o altri metalli, vietando nella stessa guisa, se sarà creduto bene, il poter dare a tingere o a lavare ad altri senza licenza le suppellettili, lasciando solo che ognuno possa lavar le sue in sua casa o all’acqua corrente.

Essendo poi stato conosciuto anche dagli antichi che il maggior male vien dal contatto di robe e mobili infetti, una volta si bruciava una gran quantità d’esse, a fin di levar l’occasione alla gente inavvertita o maliziosa ed avara di tirar addosso a sè stessi la morte e di parteciparla ad altri. Ma perciocchè il ripiego di bruciar tante robe, oltre che riusciva di non poca afflizione e danno ai padroni e di pregiudizio ancora al pubblico, e tanto più se l’incendio si faceva entro la città per cagion degli aliti pestiferi che ne esalano, era anche cagione che tutti s’ingegnassero di nascondere e trafugar le robe infette senza espurgarle, del che non può darsi uno sproposito più pregiudiziale: furono dunque inventate espurgazioni regolate, mercè delle quali si possono conservar quasi tutte le masserizie, vesti e mobili delle case infette e sospette. Basta oggidì solamente consegnare al fuoco i pagliacci o pur le sole paglie, i guanciali, i cuscini, i cenci o sia gli stracci ed altre robe di minor conto che abbiano immediatamente servito agli appestati, siccome ancora le piume dei materassi, poichè si possono molto bene espurgar le lane e le fodere d’essi.

In tre maniere pertanto può farsi l’espurgazion delle robe. La prima si è d’esporle all’aria aperta, spiegandole e aprendole ben bene, affinchè possano giocar in esse e in tutte le lor parti per molto tempo il sole e l’aria, e battendole di quando in quando con bacchette. Ciò si dimanda sciorinare, e col Ficino e col Mercuriale credo anch’io che possano bastare venti giorni a tal sorta di spurgo; con avvertenza però, che se fosse tal tempo solamente umido o spirassero scirocchi, non sarebbe tolto ogni pericolo. La seconda è di mettere in una caldaia d’acqua bollente, e di far bollire le robe capaci, e di lavar le altre che possono sofferirlo, nell’acqua corrente, e di bagnare e pulire la superficie degli altri mobili con aceto o simili potenti antipestilenziali liquori. In Roma trovarono la forma di valersi a tal effetto di folli che nell’acqua di canale andavano coi loro martelli movendo e purgando le robe. Alle merci nuove, come lane, bombaci, sete, lini e simili, che non possono senza gran discapito bagnarsi, basterà la sciorinatura. La terza maniera è quella de’ profumi, cioè di accender materie odorose, al fumo delle quali esposte le robe infette o sospette, perdono qualunque spirito velenoso da loro contratto. Ancor questo è un costume antico, e si praticavano profumi anche nelle antiche pesti; ma se n’è fatto conoscere dipoi maggiormente l’utilità del P. Maurizio da Tolone cappuccino, che gli adoperò con grande utilità del pubblico in varie città, e massimamente in Genova nella peste del 1656 siccome abbiamo dal suo Trattato politico. Esporrò io qui il metodo suo, siccome quello che a me sembra il più facile, plausibile ed utile.

Prescrive egli tre sorte di profumi, de’ quali ecco la composizione:

Profumo per espurgare le case ed altre suppellettili grosse; e dose per comporne cento libbre.

  • Solfo lib. 5.
  • Rasa di pino lib. 5.
  • Antimonio crudo lib. 3.
  • Orpimento lib. 3.
  • Mirra lib. 3.
  • Incenso comune lib. 3.
  • Ladano lib. 2.
  • Cubebe lib. 2.
  • Grani di ginebro lib. 2.
  • Pepe lib. 4.
  • Zenzero lib. 4.
  • Cumino lib. 4.
  • Cipero rotondo lib. 2.
  • Calamo aromat. lib. 2.
  • Aristolochia lib. 2.
  • Euforbio lib. 4
  • Crusca o sia remolo e breno lib. 50.

Profumo più violento; e dose di cento libbre per purgare i lazzeretti, le sepolture, ed altre robe bisognose di maggior purgazione che le case.

  • Solfo lib. 6.
  • Rasa di pino lib. 6.
  • Orpimento lib. 4.
  • Antimonio lib. 4.
  • Arsenico lib. 1.
  • Assa fetida lib. 3.
  • Cinabro lib. 3.
  • Sale armoniaco lib. 3
  • Litargirio lib. 4.
  • Cumino lib. 4.
  • Euforbio lib. 4.
  • Pepe lib. 4.
  • Zenzero lib. 4.
  • Crusca lib. 50.

Profumo più soave, appellato della sanità; e dose di cento libbre.

  • Incenso lib. 5.
  • Gomma lib. 3.
  • Storace lib. 4.
  • Mirra lib. 5.
  • Cannella lib. 4.
  • Noci moscate lib. 2.
  • Anisi lib. 6.
  • Iride di Firenze lib. 6.
  • Ladano lib. 5.
  • Pepe lib. 8.
  • Solfo lib. 4.
  • Crusca lib. 46.

Tanta quantità d’ingredienti spaventerà forse alcuni e rincrescerà ad altri; ma io per me tengo essere bensì utili, ma non essere necessari molti d’essi, e bastare per li primi due profumi i principali d’essi ingredienti che sono presso a poco i sei primi. E per conto dell’ultimo profumo della sanità, dovrebbono bastarne alcuni altri, fra’ quali non si dee mai tralasciare il solfo, la cui virtù contra gli spiriti pestilenziali è di troppo momento, anzi sola basterebbe allo spurgo delle case e delle robe. Che se ancora tali aromati mancassero alla povera gente, procuri essa almeno di prendere legno o foglie e grani di cipresso e di ginepro, rosmarino, timo, lavanda, salvia, maggiorana, absintio o sia medichetto, o sia assenzio, melissa ed altre erbe simili di sano e potente odore, e ben secche le riduca in polvere, e mescolatele con un poco di solfo, ne faccia profumo. Le ragioni fisico-mediche comprovano il valor di tali profumi; e Francesco Ranchino con altri stima essere maggior l’efficacia di quei che son fetenti o velenosi; ma io lasciando tali ricerche, mi ristringo alla sperienza e all’uso, per quanto c’insegna il mentovato cappuccino.

Il profumo, dice egli, della sanità è un preservativo mirabile; e se dall’uomo, cui convenga trattar con altri ed esporsi ad evidente pericolo di restar ferito, sarà applicato a sè e alle vesti prima di partirsi di casa, non si contrarrà il veleno pestilenziale, mercè della qualità contraria impressa avanti da quel fumo, la cui virtù da me scoperta (dovea dire, ancora da me conosciuta alle prove, perchè ancora i vecchi usarono tali profumi, e il suddetto Ranchino, medico di Mompeliere ne avea fatto molto prima un Trattato a posta per lo spurgo della peste) la provarono i maestrati di Genova, i quali, benchè più fiera che mai incrudelisse la peste, ad ogni modo, uscendo per soddisfare nella città alle obbligazioni delle cariche loro, mai più per divin favore non s’infettarono. Impedirono cotali profumi che non si dessero alle fiamme tante robe, come si faceva prima con danno incredibile de’ particolari, e pericolo della stessa città per altri conti. Per mezzo d’essi non si smarrisce cosa alcuna, nè meno abbandonandosi dagli abitanti le lor case, e si toglie a’ ladri la comodità di rubare.

Questi profumi mutano l’aria delle case. Giovano, è vero, ancora i gran fuochi ne’ cortili e innanzi alle finestre; ma non s’hanno a tralasciare gl’interni delle medesime. Vero è che le robe sospette o infette, purchè possa in tutte le lor parti giocar l’aria e il sole, se vi stiano esposte per lungo tempo, si purgano abbastanza. Senza questo si coverà quel veleno e potrà far gran danno anche molti anni dopo. Più sono stimabili i profumi perchè in termine di ventiquattro ore restano purgatissime le case e i lazzeretti medesimi e insino i letti degli appestati; laddove le robe esposte all’aria han bisogno di quaranta giorni, tempo molto lungo per una purga, e sono sottoposte a vari accidenti di pioggia e ladri, e ad altri incomodi.

I profumi si fanno così. Bisogna chiuder porte, finestre e cammino; e sopra una corda distribuire e collocar le vesti infette, lenzuola, coperte, ecc., scucendole prima. Poi prese quattro o cinque libbre di fieno molto secco, e compresso ben questo fieno vi si ponga sopra tanto profumo, quanto capirà in ambe le mani unite insieme per due volte; e poscia ricoprir questo con altro poco fieno spruzzato d’aceto, acciocchè quella materia non si consumi se non a poco a poco. Si attacchi il fuoco dalla parte di sotto in due o tre luoghi del fieno, sostenendolo con bacchetta; e non si parta il profumatore, se nol vedrà ben acceso. Dopo di che si ritiri ognuno, e si chiudano le porte molto bene. Alcuni persuadono l’esporre anche dipoi le robe all’aria libera, e il maneggiarle e batterle con verghe. Sarà utile, ma non è forse necessario.

Per le robe non infette, ma sospette, basterà aprir le casse, le credenze, gli armari, le scatole, gli scrigni, ecc. Le robe preziose si potran coprire con qualche tovaglia o tela grossa, affinchè non ricevano in sè la parte più grossa e terrea del fumo. Le vesti, ove sia argento, e così i vasi d’argento patiscono notabilmente, come ancora le pitture; e però si può adoperar loro qualche leggier profumo in camera aperta, o pure esporli all’aria e al sole per quindici dì. Alle robe solamente sospette si può adoperare il solo profumo della sanità. Per l’espurgazion delle case infette è necessario il primo dei suddetti profumi, fatto il quale, si lascino per tre giorni ben chiuse la casa e le stanze; e dipoi spalancate le porte e finestre, si faccia che l’aria vi giuochi e ne scacci il cattivo odore. Si può dipoi, occorrendo, far ivi qualche soave profumo, per liberar le camere dal puzzo. Oltre a ciò è ottimo consiglio il fare, e prima e poscia, scopar ben bene tutte le stanze e insino i cammini, e in fine imbiancar di nuovo le muraglie; e credo io che gioverebbe ancora il solo bagnarle con acqua ove fosse stemperata calce viva. Certo la calce smorzata con acqua entro le camere infette, è creduta bastante col suo penetrante fumo a dissipare o consumare i semi nascosi del contagio; e la sperienza lunga ha poi fatto conoscere che il dare più d’una mano d’essa alle pareti, riesce uno spurgo delle case sicuro ed egualmente comodo a’ poveri che a’ ricchi. Deesi pur lavare il pavimento ed altri mobili delle stanze, purchè ne sieno capaci, con un forte liscivo o aceto; avvertendo di non lasciare indietro alcun ripostiglio o masserizia e mobile capace di simili lavande e sospetto d’infezione, con levar via insino le tele de’ ragni, e mandar lontano dalla casa tutte le immondezze ivi raccolte e bruciarle. Natal Conti narra che nella peste di Venezia del 1576 più di tutti gli altri giovarono dodici Grigioni, i quali tra due o al più quattro giorni, purgavano le robe contagiose; nè molti, quantunque diligentissimi perscrutatori, poterono intendere il modo da lor tenuto. Usavano diversi, spessi ed efficacissimi profumi, e praticando nelle case senza nocumento alcuno, restituirono le robe purgate ai padroni che più non ne sentirono danno. Così era vicina nell’anno 1675 a rimanere affatto spopolata per cagion della peste l’isola e città di Malta; ma chiamati colà i profumatori di Marsiglia, non diversi nell’operare dal P. Maurizio da Tolone, seppero così ben profumare case, robe e persone, che indi a poco cessò interamente quella terribile pestilenza.

Per li lazzeretti e per le sepolture, ove imprudentemente fossero stati seppelliti cadaveri d’appestati, a fine di non perderne l’uso e di levar anche i pericoli, caso che s’aprissero un giorno, usava il suddetto cappuccino il secondo de’ profumi, cioè il più violento. In Genova nella peste del 1656 purgò egli 430 tombe, ripiene sino al colmo, colla seguente ingegnosa invenzione. Fece fare un tabernacolo di legno, cioè il telaio d’una gran cassa quadrata lungo e largo dodici palmi; e fattolo tutto al di fuori coprire e foderar molto bene di tela incerata, di modo che non potesse il fumo aver uscita, lasciava nelle parti che poggiavano in terra due fenestrelle quadrate di quattro palmi l’una, acciocchè per l’una d’esse si aprisse il sepolcro e per l’altra si preparasse o presentasse il profumo. Questo telaio si andava postando sopra cadauna sepoltura; e mentre questa dall’una delle fenestrelle facilmente s’apriva, dall’altra si accendeva e spingeva dentro la composizione violenta. Ciò terminato, tutte e due subito si chiudevano; e quel terribil fumo penetrando nelle tombe, non solo soffocava e distruggeva il veleno pestilenziale, ma corrodeva e consumava i cadaveri stessi. Dopo un’ora estinto il profumo, si rimoveva il cassone dall’avello, e in esso gittata copiosa quantità di terra, e calata poi con una fune nel vacuo rimanente nuova materia da profumare ben aspersa di solfo pesto, vi si lasciava accesa, con riporre al suo luogo la pietra e suggellarla diligentemente con calcina, acciocchè il profumo di dentro purgasse ogni cosa. Dopo qualche anno si poteano liberamente aprire ed usar quelle sepolture. Ma chi abbonderà di giudizio, non avrà mai bisogno di fare espurgar le tombe, perchè in tempi di peste non permetterà che alcuno sia ivi seppellito.

Già è manifesto doversi espurgar tutte le robe infette o sospette, sieno del paese o della città, sieno forestiere, nè poter queste rientrar nel commercio degli uomini e de’ padroni stessi, se non sarà preceduto lo spurgo: sopra che debbono farsi ordini rigorosissimi, con replicarli ed accrescerli, affinchè tutto venga denunziato fedelmente ai deputati, ancorchè fossero robe d’altri, e benchè rubate; nel qual caso non si procederà criminalmente contra i ladri denunzianti. In Roma, ove ogni cosa dovea portarsi agli espurgatorj e ben lontano, con quel grave incomodo che si può facilmente immaginare, ma che si può anche schivare usando i sopra insegnati profumi, i deputati allo spurgo prendeano per sè una nota di tutte le robe loro consegnate, e un’altra simile ne lasciavano ai padroni. Erano costituite gravi pene ai deputati che levassero cosa, benchè di minimo valore, portata allo spurgo: il che dee praticarsi in ogni sistema. Le gioie, danari, ori ed argenti si purgavano senza levarli dalle case dove si trovavano, e doveano subito consegnarsi ai padroni, o non essendovi essi, portarli al Monte di Pietà in credito d’essi padroni o eredi. Era vietato a tutti, ed anche agli ecclesiastici, l’entrare senza licenza negli espurgatorj, siccome luogo infetto o sospetto. Sogliono anche deputarsi religiosi per sovrastanti allo spurgo; e i medesimi assistono all’inventario delle robe, entrando anch’essi nelle case per impedire che i ministri non rubino. Sempre poi dee avvertirsi che gli espurgatori e i condottieri di robe infette o sospette non hanno da praticar con altri, e saran tenuti a portare abiti e segni distinti, siccome gente sospetta. Nella nostra città fu nel 1630 prudentemente pubblicata intimazione che i mobili e le case da espurgarsi non si potessero espurgare nè far espurgare senza l’intervento dei pubblici deputati e senza servare il modo prescritto per tal funzione; ed altrimenti facendo, dovea riputarsi nullo, e rifarsi lo spurgo. Le città ricche alle spese del pubblico fanno espurgar case e robe o almeno esentano i poveri da tale aggravio. Quantunque poi molti de’ beccamorti ed espurgatori sogliono resistere al mal contagioso, tuttavia per ogni buon fine vien loro consigliato e prescritto, allorchè hanno da entrar in case ammorbate, il prendere prima qualche antidoto e il non andarvi digiuni. Abbiano sempre la lor sopravveste di tela incerata ed anche alle mani guanti di simil materia. Entrino colà portando avanti a sè vasi di fuoco che faccia fumo. Entrati, aprano le finestre e gli usci, ritirandosi, finchè l’aria abbia fatto un poco di sventolamento, e dispersi que’ maligni vapori. Dopo di che facciano l’uffizio loro. Altri sogliono, e saggiamente entrar nelle case infette con de’ soffioni accesi, composti di polvere da fuoco, salnitro, canfora, carbone di salce, e con un poco d’acquavite, o pure con torcia da vento accesa. Per alcuni già avvezzi a trattar dimesticamente con gli spiriti pestilenziali, parran forse superflue alcune di queste precauzioni; ma pur troppo quello è un nimico da non fidarsene mai; e però anche gli espurgatori abbiano manopole, legni lunghi, graffi di ferro, mollette, forchette ed altri ordigni per maneggiare il men che potranno colle mani le robe.

A fin poi di ben comprendere la somma importanza e necessità di una esatta e fedele espurgazion delle case e robe infette, ha ciascuno da imprimersi altamente nell’animo che tali robe e case facilmente possono portar la morte a’ padroni stessi e a qualunque altra persona che le maneggi o le abiti, non solamente allorchè dura la peste, ma eziandio dappoichè essa è cessata. Quella di Roma nell’anno 1656 finì verso la metà di marzo; ma per l’occultare che suol farsi delle robe infette e non spurgate, il male ripullulò, con succedere varie morti anche per alcuni mesi dipoi, finchè, replicate le diligenze, restò esso affatto espugnato circa il principio dell’agosto. In tali casi, benchè fosse stato restituito il commercio colle terre e città confinanti, è necessario levarlo francamente di nuovo, col bandire sè stesso dai sani, così esigendo la buona politica e la carità cristiana; e s’ha poi da restituire a poco a poco la comunicazione, secondochè detterà la prudenza. In Marsilia l’anno 1649, già cessata la peste e restituito il commercio, dal contatto d’alcune vesti non ancora purgate fu riacceso il fuoco in alcuni quartieri della città, il quale con rigoroso governo fu sì valorosamente ristretto che non s’innoltrò in altre parti della città con incendio maggiore. Il che si noti ancora, per chiudere, occorrendo, quelle contrade che sole fossero infette, tentando la preservazione di quelle che fossero sane. Gli editti pubblicati in Modena l’anno 1630 fanno giustamente sospettare o credere che anche dopo il dì tredici di novembre (in cui la festa che tuttavia si fa, venne instituita, perchè in quel dì non morì alcuno di contagio) succedessero casi di peste entro la medesima città, essendo rimaso nel solo seguente gennaio affatto estinto il malore per le diligenze che si replicarono. Quello ancora che dee far più spavento, si è la sicura testimonianza di Filippo Ingrascia, celebre medico, il quale narra che finita in Palermo la peste, per cui egli tanto scrisse ed operò, questa da lì ad un anno ripullulò, e sì fieramente, come se non vi fosse stata dianzi; colpa di robe non purgate e portate colà da altri luoghi non peranche liberi dal male. Così, terminato affatto in Firenze il contagio l’anno 1631, e restituita col commercio la pubblica tranquillità, vi fu esso di bel nuovo portato da Livorno nel 1632. Come si potè il meglio fu fatto riparo a questo nuovo assalto con rimettere il lazzeretto e usar le altre diligenze, tanto che si credette con grande allegrezza della città estinto il malore. Ma sul principio del 1633 divampò esso in un più grave incendio per cagione di panni infetti venduti agli Ebrei e seminati per la città. E però anche finita la peste, bisogna invigilare a’ casi che seguono, perchè questo è un male che rifiglia. Nè per altro è credibile che si rinnovi tanto spesso in Costantinopoli e in altre città del Turco la pestilenza, se non perchè ivi troppo bestialmente si sprezzano o si trascurano gli spurghi. Il Fracastoro, Giorgio Garnero, Alessandro Benedetto, Erasmo Edeno, Mattia Untzero ed altri scrittori raccontano vari casi di robe infette che dopo molti mesi ed anche anni, tirate in luce e toccate infettarono le persone. Tralascio tanti altri esempi, bastando questi per ben concepire che grave tradimento, sì del pubblico come di sè stesso, commetta chiunque nasconde robe, vesti e masserizie infette senza i convenevoli spurghi, e quanto sia biasimevole e nociva in questo punto la negligenza o indulgenza de’ magistrati.

CAPO X.

Cautela per esentar dallo spurgo varie robe. Provvisioni per gli cani e gatti. Monete ed altri metalli se suggetti a portar infezione. Regole per le robe ed animali. Luoghi eletti pel commercio de’ commestibili, e maniera di farlo. Se si dia contagio disseminato o dilatato dalla malizia. Riflessioni intorno a’ mali effetti del terrore, e cautele.

Noteremo ora altri ricordi intorno all’infezione che può venir dalle robe, e intorno allo spurgo delle medesime. E primieramente a fin di salvarne molte dalla necessità dello spurgo, riuscirà di maggior quiete e minore incomodo del pubblico, e di sommo vantaggio de’ particolari prima che nella casa succeda accidente alcuno di peste, il levare dalle guardarobe e stanze tutti i mobili, le scritture, pitture ed ogni altra suppellettile che non servisse all’uso quotidiano o non potesse bisognare in que’ pericolosi tempi, e far tutto rinchiudere in una o più stanze con far sigillare le porte di essa o di esse camere per mano di pubblico ministro, e con sigillo del pubblico o almeno con sigillo e rogito di pubblico notaio, di maniera che nessuno possa entrarvi senza rompere quel sigillo. Operando così, qualora dipoi avvenisse disgrazia di peste in quella casa, le robe tutte ivi rinserrate s’intenderanno non suggette all’incomodo degli spurghi. In Ferrara nel 1630 fu per buona precauzione ordinato agli ufiziali del monte di pietà e a’ banchieri ebrei di mettere in luogo separato i pegni da loro presi per l’addietro, e non di confonderli coi susseguenti, bollando le stanze ove li riponevano, con sigillo e notizia del pubblico o in altra maniera che assicurasse non aver eglino dipoi maneggiate più quelle robe.

Gli animali irragionevoli possono ricevere nei loro peli o piume gli spiriti pestilenziali e portarli seco e comunicarli a chi degli uomini non si guarda, benchè eglino per l’ordinario nulla ne patiscano, essendo cosa notissima che la peste d’una spezie d’animali non suol ferire quei dell’altre spezie, ma sì ben dilatarsi e comunicarsi per mezzo ancora di chi non ne resta internamente infetto. Così all’incontro è avvenuto ed avviene nella terribil mortalità delle bestie bovine, che da tre anni in qua va devastando senza rimedio tanti territorj di Lombardia, ed entra, mentre sto scrivendo, anche nel nostro paese, con far parimente una misera strage nel regno di Napoli, nello Stato della chiesa romana, in Olanda e in altre parti dell’Europa, mentre gli uomini praticando con buoi e vacche infette senza provarne eglino danno alcuno nella persona portano via quegli alimenti velenosi e infettano disavvedutamente le stalle, proprie o d’altrui. Perciò in tempo di peste convien provvedere al pregiudizio che possono recare i cani e gatti col portare nella lor pelle alle case e persone sane l’infezione raccolta altrove, siccome ce ne assicurano Marsilio Ficino, Guglielmo Grattarolo ed altri. Sogliono perciò le ben regolate città allora far editto che si uccidano tali bestie, e il pubblico d’alcune ha talvolta pagato sei o otto giulj per cadaun cane ucciso, purchè fosse d’altri. Dovendosi nondimeno osservare che nel 1630 per essere stati ammazzati tanti gatti in Padova, fu quella città col suo territorio soggetta per gli due anni seguenti ad una mirabil quantità di sorci; parrebbe più sicuro ripiego il solamente ordinare che tutti custodissero con diligenza, anche per proprio bene, i loro gatti e cani, con facoltà poi ed ordine di ammazzar quelli che uscissero delle case e vagassero per le strade o per le case altrui. Si può esser più rigido co’ cani cittadini, perchè la lor vita regolarmente importa poco al pubblico, e sarebbe sciocchezza il volere unicamente per lusso esporre a un gran pericolo la propria e l’altrui vita.

Per poi regolarsi bene nel commercio o contatto degli altri animali e delle altre robe, si osserveranno le seguenti regole tratte da’ migliori maestri. Alcuni (e fra essi l’Ingrascia, il Mercuriale e il Diemerbrochio) tengono che l’oro, l’argento e gli altri metalli non ricevano nè serbino contagio; e il suddetto Ingrascia fa sapere agli altri medici che piglino pur le monete allegramente, mentre anch’egli faceva lo stesso insino dagli appestati, e così caldi caldi se li metteva in tasca, non avendo operato diversamente gli altri medici e cerusici del suo paese, e tutti senza infezione e danno. Certo la superficie de’ metalli per sè stessa, a cagione della lor densità e freddezza, non par capace di ritener gli spiriti velenosi della peste. Tuttavia perchè può essere attaccata qualche ruggine, feccia, untume o altra materia impura o terrea ad essi metalli, e massimamente a’ danari, e con ciò unirsi gli aliti pestilenziali, e possono i medesimi essere stati toccati dal sudore d’un infetto: per ogni maggior cautela si dee ritenere o non abbandonare la regola inveterata di purgarli, mettendoli in aceto o in acqua ben calda. Le pietre preziose anch’esse si porranno solamente in acqua, acciocchè non restino offese dall’aceto. Da altri si crede che la carta e per conseguente le lettere non contraggano nè ritengano l’infezione per cagione della lor superficie consistente e liscia. Trattandosi nondimeno di risparmiare i pericoli, s’ha da ritener la saggia cautela di profumare o bagnar coll’aceto le carte sottili da scrivere o da stampare, e di profumare i libri, ma con più diligenza; e non sarebbe se non bene il tenere, dopo i profumi, la carta grossa e i cartoni e le pergamene all’aria per molti giorni. Per conto poi delle lettere suddette, costume lodevole si è il profumarle ben bene, bagnandole anche prima con aceto, e il tagliare i pieghi affinchè entro vi penetri il profumo. Gli espurgatori di esse lettere debbono contenersi come gente sospetta, e perciò non trattar co’ sani, e hanno anch’essi da preservarsi con guanti, incerate, profumi, ecc. Le lettere che vengono da paese infetto o non si debbono ammettere, o convien aprirle e profumarle con più diligenza. Che se ne’ pieghi delle lettere si chiudesse altro che carta, s’ha da provvedervi con aprirle; avvertendo di deputare per sì geloso ufficio persone timorate di Dio, ed anche religiose che prendano giuramento di non rivelare i fatti altrui.

I vasi di vetro coperti di paglia o vimini si purghino col profumo; se nudi, con acqua sola. Ogni sorta di panno, corde e tele, sì di seta come di lino, canapa, bambagia, e massimamente di lana, si purghi per due ore col profumo della sanità. Le piume, i peli e le pelli d’ogni animale, quando non sieno salate di fresco ed umide, sono soggette a ricevere e comunicar l’infezione; e però si debbono ben purgare o con profumi o con esporle per molto tempo all’aria e al sole. I cavalli, buoi, vitelli, muli ed altri giumenti e le capre, purchè si facciano prima transitar per acqua ovvero sieno immersi più volte in essa o lavati interamente due o tre volte con essa, potranno ammettersi, avvertendo però che vengano nudi; perchè portando capezze, corde, briglie o selle, si dovranno tali arnesi profumare o almeno lavar con lisciva o con sapone. A’ castrati ed agnelli e alle pecore, se avranno pelle, e molto più se questa sia ben lanuta, sarà necessaria maggior diligenza, per essere certo che la lana riceve e nutrisce più delle altre cose il veleno pestilenziale. I polli, i capponi, le galline e gli uccellami tutti, quando abbiano le piume, insegnano alcuni che non basti il tuffarli nell’acqua, ma che si ricerchi l’immergerli più volte nell’aceto, ovvero per più sicurezza, spogliatili delle piume, abbrostolirli; ma altri tengono che sia sufficiente una buona lavata con acqua pura.

L’uova cavate dalle ceste e poste sulla nuda terra, si prenderanno senz’altro con rimetterle in altre ceste; e lo stesso può farsi per le erbe e frutta e per le carni fresche senza pelle. Andrà nulladimeno più sicuro chi laverà con acqua robe tali. L’olio può prendersi colle nude pelli senza altra diligenza, purchè non vi si lascino corde oltre a quella che lega sufficientemente la bocca della pelle, la quale non è capace d’infezione. Il pane, vino, zucchero, i limoni, cedri e aranci, il mele, i salumi e formaggi, gli aromati, le robe medicinali, le cere e le droghe d’ogni sorta si possono ricevere liberamente, avvertendo solo di levare gli invogli, le corde, i secchi, le carte, le casse, i vasi, i barili ove fossero tali robe. Così le farine, il frumento, frumentone, o sia grano turco, e tutti gli altri grani e legumi si possono liberamente prendere, a riserva sempre de’ sacchi e d’altri simili invogli ed arnesi, che si debbono lasciare indietro o profumare o lavar con acqua secondo la loro qualità.

Ed a fine di regolar bene colle maggiori cautele possibili il commercio tra chi conduce o vende e chi ha da comperare grani, vino ed altre grasce e commestibili che abbiano detto esenti dal portar seco infezione, è da fuggirsi per quanto si può l’avvicinamento delle persone e il contatto delle vesti, de’ sacchi e d’ogni altra roba che possa, coll’aver seco la peste, pregiudicare a chi è sano. Per questo ottima regola si è il deputar certi siti e luoghi aperti, fuori, se si può mai, della città, con piantar ivi due file di cancelli o palizzate, che impediscano dall’una parte e dall’altra il passaggio e contatto de’ cittadini e paesani. Le robe vendute si depongono in terra, o sopra lenzuoli o coperte stese in terra, quando si possa, e poi vanno a prenderle i compratori. I vini ed altri liquori si vôtano da quei di fuori ne’ vasi deposti in terra dai cittadini, senza toccar punto essi vasi. Il danaro che si sborsa sarà purgato per ogni buon fine da chi il riceve, bagnandolo in aceto. E perciocchè troppo è necessario che vengano alla città le grasce o vettovaglie, e ciò dee anche farsi senza pregiudizio della salute de’ condottieri; sarà libero a questi il poter andare e venire colle loro fedi di sanità, purchè non si levino dal diritto cammino e si guardino di praticar per viaggio con genti sospette. A qualche osteria deputata in mezzo al cammino dovrà farsi la posata dai vetturali. Fuori della città saranno deputate osterie per loro soli; e si farà il commercio della roba da loro condotta ai cancelli posti fuori d’essa città, in maniera che i sani esteri non pratichino coi sospetti cittadini. Nulla si dovrà consegnare se non alla presenza de’ commissari, che invigileranno all’esecuzione degli ordini, affinchè non segua miscuglio nè contatto. I consoli o massari delle arti si troveranno ad essi cancelli per istabilire i prezzi e far tosto pagare e sbrigare i condottieri. Si vieterà ai commessari delle porte il comperare e mercantar le vettovaglie portate ai cancelli, per rivenderle poi ai bottegai, benchè per altro sia da procurare che, mancando compratori, vi sia qualche deputato il quale comperi quelle robe, affinchè si tenga viva ne’ rustici e in altre persone estere la voglia di condurne e di accrescere il mercato, e a fine ancora di spedire in breve i poverelli del contado, aspettati a man giunte dalla misera lor famigliuola con qualche soccorso.

Con queste ed altre simili precauzioni un popolo sano può aver commercio di vettovaglie con un altro infetto, senza contrarne la stessa disgrazia. E perciò, posto ancora che l’uno bandisca l’altro, si può ai confini fare una specie di mercato, quando vi sia bisogno di ricevere o comperar grasce, obbligando però tutti a non far questo commercio se non ne’ luoghi destinati e sotto gli occhi de’ deputati da ambedue le parti. In Modena fu fatto editto che niuno potesse toccar vettovaglie, frutti e simili commestibili prima d’averli pagati. Nelle città, e massimamente in quelle di gran popolazione, bisogna provvedere che tutta la gente non concorra ad un luogo solo per comperar da vivere, perchè ci vuol poco ad intendere che mescolandosi e fregandosi insieme moltissimi, alcuni pochi infetti, de’ quali ne trapela sempre fuori qualcheduno, possono appestar gli altri; pericolo a cui sono sottoposti tanto i poveri quanto i ricchi, quelli per andarvi in persona, e questi pel commercio con la servitù. Tutte le botteghe ove si vendono robe soggette a ricevere infezione e quelle dei commestibili, e così le spezierie, dovranno tener chiuse le loro porte o con rastrelli o in altra forma, di modo che niuno v’entri, ma si eseguisca la consegna delle robe o per le finestre o pei cancelli; nè si faccia adunanza entro o davanti bottega alcuna. Specialmente si usino tali riguardi alle botteghe de’ fornai e a’ macelli, o sia alle beccherie. Le stesse cautele possono proporzionatamente osservarsi nel somministrar cibi ed altre robe agl’infetti o sospetti di mal contagioso, potendosi ciò bene spesso fare senza accostarsi loro e senza toccare i loro vasi e robe. Nella peste di Roma del 1656 furono pubblicate sagge istruzioni, raccolte poi tutte dal cardinale Gastaldi nel suo Trattato della Peste, con insegnar al popolo la maniera di governarsi nel commercio delle robe e persone. Altre ne furono fatte pei deputati ai quartieri ed ai mercati fuori della città; pei medici, cerusici, speziali, osti, guardarobieri, soldati di guardia ed altri ministri de’ lazzeretti; pei deputati all’espurgazione delle case e robe infette o sospette, insegnando ancora la maniera di far tali spurghi. Così nel 1680 furono stampati in Ferrara vari ordini da osservarsi in sospetti e tempi di contagio da tutti gli uffiziali della sanità, con un editto ancora del vescovo pei conventi delle monache, mentre allora la peste di Vienna metteva molta apprensione all’Italia tutta. È degna quell’opera di essere studiata e tenuta davanti agli occhi dai maestrati delle altre città, alla prudenza de’ quali in tempo di contagio apparterrà il vedere quali e quante istruzioni s’abbiano a formare e pubblicare, secondo le forze e il sistema di ciascuna.

Hanno in oltre i maestrati da invigilare non solamente per impedire che il morbo non si comunichi e dilati inavvertentemente per lo commercio delle persone e robe infette o sospette, ma ancora per vedere che non sia esso accresciuto dalla malizia e diabolica ingordigia degli scellerati. È cosa che fa orrore, anzi può comparir tosto come incredibile, cioè che si dieno delle pesti suscitate o dilatate per via di veleni, polveri ed unzioni pestifere. Alcuni negano che ciò sia avvenuto mai o possa avvenire; ma superiori in numero e più accreditati sono quelli che l’asseriscono, e citano i casi. Raccontano essi che nella peste di Casale del 1536 furono giustiziati molti i quali in numero di 40 s’erano congiurati per moltiplicare la mortalità con unguenti e polveri pestilenziali. Niccolò Polo scrive succeduto lo stesso in Franchestein l’anno 1606. Ercole Sassonia e il celebre nostro Falloppia attestano il medesimo della peste de’ loro tempi, ed altri narrano fatta la medesima scelleraggine in diverse pesti di Ginevra, Parma, Padova e d’altre città. Non importa che io citi gli autori. Mattia Untzero nel lib. 1, cap. 17 del suo Trattato della Peste ne ha raccolto molti. Ma nessun caso è più rinomato di quel di Milano, ove nel contagio del 1630 furono prese parecchie persone che confessarono un sì enorme delitto, e furono aspramente giustiziate. Ne esiste ivi tuttavia (e l’ho veduta anch’io) la funesta memoria nella Colonna infame posta ov’era la casa di quegli inumani carnefici. Il perchè grande attenzione ci vuole affinchè non si rinnovassero più simili esecrande scene.

Tuttavia avvertano i saggi maestrati e i lettori che una tal vigilanza non degenerasse poi in superstizione e in timori ed in apprensioni spropositate, dalle quali potrebbono poi nascere altri non meno gravi disordini. Il punto è di particolare importanza, e però bisogna pesar bene e tenersi a mente anche le seguenti riflessioni: Egli è facilissimo, secondo me, che sia accaduto spesso ed accada spessissimo anche di nuovo ne’ tempi di peste ciò che veggiamo tante volte accadere nei mali straordinari o non molto usitati delle donne e de’ fanciulli del volgo, mentre con gran leggerezza s’attribuiscono quasi tutti a malie e stregherie e ad invasioni di spiriti cattivi, giungendosi anche talvolta non solo a sospettare, ma a credere streghe certe povere donne che altro delitto non hanno se non quello d’esser vecchie. Molto più senza paragone possono occorrere tali sospetti nell’inusitato ed orrendo spettacolo d’una pestilenza, al mirar tante morti, e tanti che, di sani che erano, restano all’improvviso estinti. Basta che un solo cominci a sparger voce, benchè dubbiosa e timida, che quella misera e non mai più veduta carnificina proceda da stregherie, unguenti, o polveri di veleno artefatto, affinchè tal voce prenda gambe e corpo, e diventi una indubitatissima verità in mente dei più del popolo. Il solo aver letto o inteso a dire che si danno e si sono date dilatazioni di peste per empia e crudel manifattura d’alcuni, è bastante a cagionare in molti una fiera apprensione dello stesso, e che l’apprensione gagliarda ad ogni picciol rumore od osservazione passi in ferma credenza. In que’ tempi sì calamitosi, nei quali, per attestato di chi n’ha veduta la prova, non si può dire quanto sia il terrore del popolo, passando esso insino a farne molti stolidi ed insensati, egli è troppo facile il concepir simili spaventi, e che alla fantasia sembri poi di trovar qua e là fattucchierie, e unti i martelli delle porte, o le panche o i vasi dell’acqua santa nelle chiese, e sparse polveri pestifere, e simili altre visioni.

Da questo stravolgimento di fantasmi nasce poi un’incredibil miseria di molti che temono la morte anche dove non l’hanno da temere; e alcuni si muoiono, anche senza peste, di pura apprensione e spavento. Anzi si giunge ad imprigionar delle persone, e per forza di tormenti a cavar loro di bocca la confessione di delitti ch’eglino forse non avranno mai commesso, con far poi di loro un miserabile scempio sopra i pubblici patiboli. Questa malattia dell’immaginazione è vecchia in altri simili; ed è curioso quanto abbiamo dal famoso arcivescovo e scrittore Agobardo, il quale nel libro de Grandine et tonitruis al cap. XVI narra che, insorta a’ suoi tempi, cioè nell’anno 810, la mortalità de’ buoi, quale ancor noi abbiamo provata, si ficcò nella mente a molti che tale disavventura procedesse da Grimoaldo duca di Benevento, il quale, per esser nemico di Carlo Magno imperadore, avesse mandato in Francia persone a spargere polveri micidiali pe’ campi, monti e prati. Furono presi non pochi su questo sospetto, ed alcuni ancora trucidati; e il mirabile era che taluno confessava questo delitto, senza mai porsi mente come potesse formarsi una polvere sì giudiziosa e discreta che desse morte ai soli buoi e non agli altri animali. Così Agobardo. Ma i tormenti (torno a dirlo) hanno il segreto di far confessare misfatti anche agl’innocenti. Ho trovato gente savia in Milano che avea buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi, i quali si dissero sparsi per quella città, e fecero tanto strepito nella peste del 1630. Anzi ho osservato esserne stato in dubbio lo stesso cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo allora di Milano, personaggio di santa ed immortale memoria e gran filosofo ancora, il quale fece insigni azioni durante quella pestilenza, e potè parlarne con fondamento. Fu anche più orrida la scena nella terribilissima peste del 1348, poichè, sparsa la voce che alcuni, e specialmente i Giudei, fossero quegli che con vari veleni e malie avessero introdotta e dilatata quella incredibile mortalità, furono trucidati molti Cristiani, e moltissime poi migliaia d’Ebrei per la Francia e per la Germania, di modo che lo stesso papa Clemente VI fu mosso dalla carità cristiana a soccorrere e proteggere con varie Bolle quella povera gente, al certo non rea di questo delitto. Bisogna dunque andar adagio in profferir sentenze e in avvalorar sospetti allorchè si spargono tali voci. Nel presente anno 1713 abbiamo co’ nostri occhi veduto nella nostra città che rumori, che paure e cavate di sangue abbia cagionato la voce disseminata che si mirasse di notte una fantasima per le contrade. Oh! molti la videro; ma loro la fece vedere la sola precedente apprensione e paura, la quale è un’industriosa dipintrice, massimamente in tempo di notte. Quel solo che si può credere senza veruna difficoltà essere avvenuto qualche volta e poter di nuovo avvenire, si è che qualche scellerato possa in tali occasioni valersi di veleni o d’unguenti pestiferi per incamminare all’altro mondo qualche particolare e determinata persona, la quale non avesse gran fretta o voglia d’andarvi, per isperanza di cogliere i loro danari, o saccheggiare le loro case: il che avrà anche dato motivo a più larghi e generali sospetti, e al che si dee ben por mente, invigilando specialmente alla condotta de’ beccamorti, gente ingordissima, e di chi volesse fare il medico e il cerusico allora senza le legittime licenze ed approvazioni della sua abilità e fedeltà. Per altro, che si dieno congiure di gente la quale con simili unti e veleni si metta a far morire il popolo alla rinfusa, io non m’indurrei a crederlo se non dopo una grande evidenza. La peste sola ha troppa possanza d’empiere una città di stragi, senza ricorrere ad altre incerte e straordinarie cagioni, lasciata la visibile e certa. Che se faransi ben eseguir le regole fin qui prescritte non sarà facile che alcun particolare insidj alla vita altrui, perchè tolta la comodità di poter rubare o trasportar le robe infette, sarà anche tolto il prurito di rubar prima la vita alle persone comode con falsi medicamenti e veri veleni. Dirò in fine ch’io concepisco per cosa possibile che infuriando la peste in una città, naturalmente compariscano talvolta i martelli delle porte ed altri corpi duri come unti, qualora sia umida o sciroccale l’aria, poichè la gran dissipazione e svolazzamento che allora si fa di spiriti e vapori sì da tanti infermi come da tanti cadaveri, può esser cagione che si fermi sulla superficie di alcuni corpi qualche untuosità, se pure il gran terrore non fa allora prendere per untumi la sola umettazione dell’aria e dello scirocco.

CAPO XI.

Preparamento di lazzeretti per gl’infetti e pei sospetti. Regole per luoghi tali. Danni che provengono dai lazzeretti; sequestri ed altri rigori. Precauzioni necessarie. A chi si possa permettere il sequestro. Attenzione sopra i beccamorti.

Un’altra gran cura de’ maestrati della sanità in tempo di peste ha da esser quella de’ lazzeretti, per prepararli sul principio, se già sieno fatti, o pure per costruirli, se mancassero, con provvederli di tutto il bisognevole, cioè di ministri, letti, mobili, medicamenti, vettovaglie, ecc. Sieno questi separati, se si può, dal corpo della città, ma non molto lontani, in sito d’aria buona, ed abbiano le stanze che non comunichino l’una con l’altra, acciocchè sia diviso chi abita, e ricevano aria più tosto dalla tramontana che dal mezzogiorno, dovendosi tener chiuse le finestre allorchè spirano dalle parti meridionali venti caldi, sempre mal sani, ma specialmente in tempo di peste. Abbiano fosse e mura d’intorno che impediscano ai sani il commerciare e l’accostarsi, e agl’infermi il fuggire; con due sole porte ben custodite dalle guardie, per l’una delle quali entrino gl’infermi ed escano i cadaveri, e per l’altra passino gli uffiziali e le vettovaglie. Il cimitero sia per un gran tratto distante da essi, acciocchè i suoi vapori non arrivino ad accrescer l’infezione di chi sta ne’ lazzeretti. Le case o camere degli uffiziali sieno segregate anch’esse in buona forma dalle camere degl’infetti; anzi, se mai si può, la loro abitazione sia separata affatto dallo stesso spedale, poichè, per attestato de’ saggi, ciò ajuta di molto per conservar quelli che operano in servigio degli appestati. Si provvederà d’uno o più sacerdoti che ministrino i sacramenti e celebrino la messa nella cappellina aperta da tutti i lati, la quale sarà situata in mezzo al cortile, onde gl’infermi tutti dalle loro camere possano vedere il santo sacrifizio. S’abbia ivi, se si può, un medico; ed è indispensabile l’avervi uno o più cerusici, speziale, cuochi, vivandieri, o sia provveditori del vitto, beccamorti, oste, o sia dispensiere de’ cibi, con un direttore supremo ed altri uffiziali subalterni e serventi, tanto uomini quanto donne per servigio dell’uno e dell’altro sesso, che ivi ha da essere segregato. Tali basse persone sogliono allora non difficilmente trovarsi, avvertendo eziandio che ai disubbidienti del popolo si cambia talvolta la pena da loro meritata nell’aggravio di servire ai lazzeretti: nel che però si dee camminare con pesatezza, perchè la forza è un duro maestro al ben fare. Si tenga nota del nome, cognome e parrocchia di chi vi entra e della sua morte, occorrendo, per avvisarne poi il paroco o altri uffizi, cosa da ricordarsi anche pel resto della città. Si faccia anche provvisione di molte donne lattanti, avendole pronte pei fanciulli sani, ma rimasi orfani e abbandonati per la morte de’ suoi. E in difetto di nutrici, si procurino per tempo molte capre, le quali sono ottime balie in caso di necessità, come s’è tante volte provato. Alle donne che lattano bisogna levare, immediatamente che s’ha indizio del loro male, i fanciulli, con poscia provveder cagnoline che tirino il latte loro, quando ve ne sia bisogno. Si terranno rinchiuse tali bestie come se fossero persone sospette; e infettandosi esse (il che succede) debbono tosto ammazzarsi e prontamente seppellirsi in fosse profonde.

Due lazzeretti indispensabilmente convien costituire. Il primo per gl’infetti, ove debbono condursi senza dilazione coloro che si scoprono aver segni o infermità pestilenziale; e l’altro per gli sospetti, cioè per condurvi coloro che non sono già infetti, ma hanno praticato con infetti o robe infette. Egli è una crudeltà somma l’obbligare quest’ultima sorta di persone ai lazzeretti degli appestati, perchè potendo facilmente essere elle con tutto il sospetto ben sane, la carità e giustizia esige che non si espongano al gravissimo pericolo di divenir veramente infette nel coabitar con tanti altri appestati. Se in questo secondo lazzeretto alcuno si scoprirà ferito dalla peste, si trasferisca subito all’altro degl’infetti, acciocchè non si ammorbino gli altri; e si profumi la stanza sua per renderla abitabile ad altri che sopravvengano. Chi dei sospetti dopo 20 giorni resta sano, si licenzj; e può in questo lazzeretto tenersi unita cadauna famiglia, con che però, se venisse ad ammalarsi alcuno in essa con segni d’infezione, e perciò s’avesse immediatamente da trasferire all’altro lazzeretto, debba il resto della famiglia cominciar da capo la contumacia de’ sospetti. Ma avvertasi che prima di licenziare alcuno tanto da questo quanto dall’altro lazzeretto, s’hanno di nuovo da purgare le vesti e il corpo di lui. Cioè nel lazzeretto degl’infetti, risanato che uno sia ben bene, v’ha da essere una gran caldaia d’acqua bollente in cui si purgheranno le lenzuola, i panni e le vesti che servono o hanno servito a lui, purchè sieno robe che soffrano tal purga; e si useranno i profumi coll’altre robe incapaci di sofferir la caldaia. Intanto il guarito, trattenendosi nudo in una stanza per un quarto d’ora, si laverà o lascerà lavarsi il corpo con una buona lavanda d’aceto. A chi dovrà licenziarsi dal lazzeretto de’ sospetti, basterà fare sì a lui come a’ suoi panni un leggier profumo per lo spazio di mezz’ora. Consigliano alcuni che i liberati dal male e dal chiostro degl’infetti si facciano passare per alquanti giorni a quello dei sospetti. In tutti e due i lazzeretti si faranno giornalmente dei profumi. Veggasi che anche i poveri Ebrei costituiscano per lazzeretti della lor nazione alcune case del loro ghetto colle necessarie provvisioni, ed abbiano carretta a posta che in sito determinato fuori della città conduca i loro cadaveri ad essere seppelliti. In difetto di fabbriche di pietra pei lazzaretti, si sono talvolta fatte gran file di capanne alla campagna aperta con tavole e travicelli a guisa de’ lazzeretti formali, e tutto alle spese del pubblico. Dee anche avvertirsi che i condottieri degl’infetti, siccome gente sospetta, debbono regolarsi come tutti gli altri uffiziali e serventi de’ lazzeretti nell’abitare e vestire, acciocchè ognuno fugga il commercio loro; ed essendo costoro per lo più di genio ed impiego poco diversi da’ beccamorti, sarà necessario aver sopra di loro una somma attenzione, perchè nel trasporto degl’infermi non nascano que’ disordini, che non sono rari, di violenze, di ruberie o di strapazzi a quei miseri pazienti. Chi poi potesse costituire un terzo lazzeretto per i convalescenti a fine di condurvi i risanati dalla peste, per assicurarsi meglio, farebbe un’utilissima provvisione. Ciò si è praticato e si pratica dalle città doviziose. Ma le altre appena han forza da reggere agli altri più necessari lazzeretti. Almeno si noti ciò che scrive il P. Maurizio cappuccino colle seguenti parole: Gli ammalati attuali s’hanno a separare dai convalescenti, perchè questi sono molto più facili ad infettarsi dei primi, come in Genova, Marsiglia e Tolone ed altrove ho diligentemente notato.

Null’altro dirò io intorno al governo de’ lazzeretti per non ingrossar di troppo quest’opera. La prudenza de’ maestrati supplirà facilmente a ciò ch’io tralascio; e il volume del cardinale Gastaldi risparmierà loro la fatica di pensarvi molto. Più tosto mi preme di esporre qui alcuni dei mali effetti e disordini che nascono dall’introduzione ed uso tanto dei lazzeretti quanto dei sequestri degli infetti o sospetti nelle loro case, in difetto di lazzeretti. Certo la sperienza ha fatto vedere che tali ritrovamenti, utilissimi senza fallo, quando se ne fa buon uso, accrescono, non diminuiscono i malori della peste, se sono male usati. Il perchè presso alcuni scrittori è un punto disputato forte, se talvolta sia maggiore l’utilità o il danno dei lazzeretti, sequestri ed altri simili rigorosi rimedi politici. Se crediamo a Lorenzo Candio e ad altri, nel 1478, essendo fiera la peste, furono introdotti rigori inusitati, e cominciarono circa que’ tempi a dirizzarsi lazzeretti (forse prima si mandavano gl’infetti alle sole capanne, praticate anche dipoi in alcune città), e a mettersi pena la vita per ogni minima cosa. La misera plebe spaventata e dal male e dai rimedi del male, cadeva morta per tal timore impresso vivamente nella loro immaginazione, massimamente al mirar tante morti ogni giorno. Si facevano tutto dì ripari nuovi e consigli di medici, ma senza frutto e sempre peggio. Finalmente aperti gli occhi, fu risoluto generosamente di rallentare l’austerità; laonde cominciò a declinare il male, e in breve cessò. Perciò non par buon consiglio l’usar talvolta eccessivi rigori, sostenendo alcuni essere alle volte stati più quelli che in tempi tali sono morti d’inopia e terrore senza peste, che gli altri estinti di peste vera.

L’invenzione de’ lazzeretti e sequestri, soggiungono essi, apre l’adito a mille ingiustizie, oppressioni e rubamenti, mentre quando non si possa convenevolmente provvedere al bisogno degl’infermi e sequestrati, è cagione che molti periscano di fame, di fetore, di doglia di cuore e disperazione, essendo i lazzeretti d’ordinario mal tenuti e mal provvisionati, e bene spesso serviti da gente empia e ladra. Il solo timore d’essere condotto colà o di essere sequestrato, fa che molti ascondano il male e conversino con gli altri; e senza medicarsi, e, quel che è peggio, senza sacramenti, se ne muoiano e facciano morir altri che alla buona hanno praticato con esso loro. Certo è che la maggior parte naturalmente abborrisce l’essere strascinato sul carro e il venir consegnato a gente non conosciuta e inumana, fra i puzzori e le schifezze di tanti ammorbati. Che se vengono nelle lor case sequestrati, niuno talora ardisce di dar loro mangiare e di medicarli, morendo perciò alcuni abbandonati e disperati, anche per mali non pestilenti, perchè nè pure i parenti osano entrare in casa di que’ meschini, per non esser poi anch’eglino sequestrati o condotti al lazzeretto. E poi, chi è d’animo sì forte che non si atterrisse e non cadesse in qualche o disperazione o passione straordinaria d’animo al vedersi per ogni picciolo motivo di male, che talvolta nè pure è di peste, levato e rapito improvvisamente, e con rigori e violenze, dal proprio letto e casa, o dalle braccia de’ suoi più cari, con pericolo ancora o perdita di tutte le robe sue (come tuttavia succede in qualche paese d’Europa), e al mirarsi portato in massa con altri ammorbati in que’ lazzeretti, che pur sono come tante beccherie, e luoghi regolati e serviti per lo più da gente di poca o niuna carità, la quale non aiuta nè consola, e se pur si risolve a soccorrere, il fa colla punta d’una lunga picca, e con roba che non sollieva, ma accresce la miseria?

E per conto degli altri usi e rigori, egli è troppo facile l’avvilirsi e il morire di spavento al vedere o sentire i ministri de’ lazzeretti e i beccamorti andare attorno con facce orribili, abiti stravaganti e voci spaventevoli, e portar via infermi e sani, vivi e morti, purchè vi sia da rubacchiare. Nè si può dire che orrore spiri il frequente suono di que’ loro campanelli. Certo si sa per relazione di persone accreditate che molti da questi e simili spaventi oppressi, senza essere appestati, vi lasciarono la vita. Perciò anche Livio narra essersi in una peste mossi i Romani a rallentar tanti rigori; il che fe’ in breve cessare la mortalità. Narrano parimente che ne’ contagi di Firenze del 1325 e 1340 fu provveduto che si levassero via certi segni funebri, certi suoni di campanelli per le strade, i quali aumentavano la mestizia e il terrore ai poveri infermi, e che si rammentassero loro i vivi e non mai i morti, con assicurarli di non muoverli dalle loro case. In Bologna nella peste del 1527 fu ritrovato in fine per miglior rimedio il levare i sequestri, e, lasciata la libertà e rimesso il commercio, permettere che tutti comprassero e vendessero: con che, tolta la strettezza, slargossi il cuore al popolo, e molti camparono che sarebbono morti. Così in Venezia una volta e in alcune terre grosse di Lombardia nel 1630 e 1631, dove moriva in quantità la povera gente, nè si sapeva più che rimedio prendere, ho letto che furono levati i sequestri, e subito que’ miseri tanto si rallegrarono, che uscendo tutti all’aria libera e andando a procacciarsi le cose necessarie, cominciarono a risanarsi la maggior parte, e cessò la mortalità.

Tali sono i sentimenti d’alcuni scrittori, ed io n’ho fatta menzione non perchè s’abbia a mutare alcuna delle regole prescritte da tanti saggi e praticate da loro, ma perchè questi disordini e danni facciano ben tenere aperti gli occhi a’ maestrati, affinchè i rimedi non diventino mali intollerabili anch’essi. Vero è che la costituzione dei lazzeretti e il rigore dei sequestri soggiacciono a diversi abusi; ma così è di tanti altri savi ritrovamenti e costumi politici, il bene de’ quali non si ha da dismettere, perchè esso non vada disgiunto per l’ordinario da molti pericoli e mali. Sicchè considerino seriamente i maestrati di prevenire e rimediare, per quanto si può, agli accennati abusi. Quando non possano provvedere di tutto il bisognevole i lazzeretti, si contentino de’ sequestri. Men male sarà, o almeno men crudeltà, il lasciare in mano alla divina Provvidenza i poveri infermi nelle case loro e fra i loro parenti, che trascinarli a morire di disperazione e di stento in lazzeretti informi e senza misericordia. Che se mancassero anche le forze per mantenere i sequestrati bisognosi, meno male sarà il permettere a tutti qualche forma di libertà, attendendo allora a regolar solamente il commercio, affinchè si distinguano e si fuggano dai sani gl’infetti e i sospetti, con obbligar questi a non camminare senza certi convenienti segnali, e coll’impedire il più e il meglio che si potrà i concorsi e miscugli delle persone; ricordandosi che è un gran vantaggio nella state e nell’autunno il guadagnar tempo con salvare la gente, poichè d’ordinario il freddo del verno suol metter fine a tante miserie. Non si nieghi ai sequestrati l’ingresso de’ medici, cerusici e sacerdoti; o pure sieno essi dalle finestre o porte ascoltati e consigliati da essi medici. Chi può curarsi in sua casa nelle debite forme, o essere inviati a’ suoi poderi, sarebbe da esaudire. Coi poverelli abbandonati e privi di scampo, e con chi sarebbe troppo di danno agli altri, e massimamente per chi abita case anguste, si venga al ripiego del lazzeretto, ma con tutti i buoni termini e carità cristiana. S’abbia cura delle loro vesti, esponendole all’aria e purgandole, e salvando loro quel che lasciano in casa e quel che vogliono portar seco, giacchè non dee essere interdetto a chi è condotto ai lazzeretti il menar seco quelle comodità o robe che a lui saranno più in grado, e di cui egli sia padrone. Si procuri di non accrescere il terrore al popolo, ma di sminuirlo per quanto sia possibile. E per questo non si suonino allora campane a morto, nè si lascino mirare ai fanciulli, alle donne, ai melanconici le carrette dei cadaveri, nè altri funesti spettacoli. Consentono tutti i medici che sia di un singolar pregiudizio alla sanità in tempi sì fatti il timore e lo spavento. Una divota allegria può recare allora un giovamento incredibile. Del pari si procurerà, per quanto si può, di destinar ministri fedeli e serventi caritativi e timorati di Dio alla cura degli infermi ne’ lazzeretti ed altrove; e vi sia soprintendente il quale ogni dì faccia la visita con informarsi dalla bocca propria di ognuno se hanno avuto i medicamenti destinati, e come si portino gli astanti messi per loro servizio, i quali non saranno allora presenti, per correggerli o scacciarli occorrendo. E torno a dire che si abbia una rigorosa avvertenza sopra gli andamenti de’ beccamorti e de’ condottieri degl’infermi, nè mai si permetta che chi è solamente sospetto sia condotto ai lazzeretti degl’infetti, quando non meritasse, per essere caduto in pena, d’essere forzato a fermarsi colà per servire agl’infermi. Non si portino sullo stesso carro infetti e sospetti ai lazzeretti; non insieme morti e semivivi alla sepoltura: queste sono crudeltà indegne d’uomini, non che di cristiani. Nella peste di Milano del 1576, cioè a’ tempi di S. Carlo, accadde questo caso. Fu portato dallo spedale, o sia lazzeretto di S. Gregorio un uomo non peranche morto di peste alla sepoltura, confuso con gli altri. Stette egli tutta la notte in una massa di que’ cadaveri. Passando la mattina per quelle bande il sacerdote che portava il viatico agli appestati, il povero uomo per gran desiderio di quel divino cibo, si alzò in ginocchioni tutto pieno d’allegrezza e d’ansietà, e con quella voce che potè, siccome spirante, chiese la santa comunione. Avendogliela volontieri data il sacerdote, ed avendola egli ricevuta con somma venerazione e tenerezza, da lì a poco in quel luogo tutto consolato se ne morì. Alessandro Benedetto racconta d’una nobil matrona portata inavvertentemente alla fossa, creduta già morta. Licostene, l’Ildano, il Crafizio, il Diemerbrochio riferiscono altri simili casi accaduti nelle pesti de’ loro tempi. Adunque raccomandare e invigilare, affinchè non si commettano somiglianti errori o barbarie dai beccamorti, soliti in qualche luogo a portar via i poveri agonizzanti, o tuttavia spiranti, con quell’indegno pretesto che tal gente si può contare per morta. Alcuni già tenuti per estinti, si sono riavuti ed hanno ricuperata la vita e la salute. E perciocchè talvolta accade che alcuni cerusici o per ignoranza o per poca diligenza mandano al lazzeretto persone inferme, ma non di contagio, perciò fatti depositare gl’infermi in un lettuccio prima d’introdurli, e ben visitati da’ cerusici del lazzeretto alla presenza del religioso, se vi troverà che sieno appestati, loro si dieno ivi i sacramenti, e poscia entrino; o pure, scoperti infermi d’altro male, si mandino al luogo de’ sospetti.

Nelle città opulente e capaci di far grossissime spese per la salute del popolo suo, tutto può venir ben fatto, e non seguiranno tanti disordini, cagionati per lo più dal voler certi buoni fini senza aver anche buoni mezzi per arrivarvi. Ed eseguendosi le leggi fin qui accennate, i lazzeretti, sequestri ed altri rigori torneranno tutti in vantaggio del popolo. L’altre città o terre debbono regolarsi come possono il meglio. Almeno procurino di formare un lazzeretto per gli appestati, poichè alle persone solamente sospette si può provvedere in caso di bisogno con ben regolati sequestri, e senza lazzeretto a posta. Nella nostra città l’anno 1630 tre erano gli spedali degl’infermi, cioè uno a S. Lazzaro, un altro nelle Sgarzerie e il terzo nelle Stimmate, tutti e tre mantenuti alle spese del pubblico. Si lasciavano nelle loro abitazioni le persone comode, e molte altre che aveano case capaci per separar gl’infermi e i sospetti dai sani, restando proibito che nè essi infetti o sospetti, nè chi loro serviva potessero praticar con altri, e venendo obbligato al sequestro medesimo chiunque avesse conversato con esso loro. I poveri e alcuni altri, secondo la prudenza dei conservatori e deputati, si mandavano ai lazzeretti. Nella peste di Roma sul principio si camminò con gran rigore; e il condurre irremissibilmente ai lazzeretti anche i cittadini più comodi, fece che gli altri furono più ritirati dal conversare e più cauti dal contagio. Ma non istettero molto ivi a permettere che restassero in casa propria, per far ivi la contumacia, le persone civili o agiate, purchè con rigorosa separazione dai sani. Altrettanto è da fare in altre simili funeste congiunture, asserendo ancora accreditati scrittori che basta rinserrare i sospetti nelle loro case, con profumar bene le medesime e le robe loro, e con visita giornaliera dei medesimi rinchiusi, facendoli venire alle porte o finestre, per chiarirsi se alcuno si fosse di nuovo ammalato. Dopo quindici dì trovandosi eglino tutti sani, si può dar loro la libertà. Certo i profumi serviranno di gran rimedio e di risparmio di molte altre spese ed incomodi. Morto che sia di peste alcuno, profumandosi la sua stanza colle robe ivi poste o che abbiano servito a lui, possono ivi abitar fra non molti giorni altre persone; e potendo i sospetti sequestrati in essa casa abitar altre stanze, non c’è necessità precisa di forzarli ad uscire, giacchè il soccorso dei profumi può liberar quelle stanze e le robe loro dai vapori pestilenziali che per disavventura vi fossero penetrati. Vero è che in Firenze nel 1630, essendosi osservato che il lasciar fare la quarantena nelle case ove era morto alcuno di peste, riusciva di gran nocumento ai sani, perciò fu risoluto da lì innanzi di condurli tutti al lazzeretto de’ sospetti; ma il danno procedeva dalle anguste e pestilenti stanze: al che ci è rimedio, come s’è detto, e massimamente per chi ha case larghe e abbonda di comodità. Ivi medesimamente ripullulato il contagio nel 1633, vinse il parere di chi consigliava il contentarsi dei soli sequestri nelle case proprie degl’infetti; ma conosciuto da lì a non so quanti giorni che si andava di male in peggio, si aprì di nuovo il lazzeretto, non ostante l’abborrimento che vi aveva il povero volgo, e se ne provò in breve buono effetto. In Ferrara nel 1630 fu preparato per lazzeretto il monistero di S. Giorgio degli Olivetani, ed altre città si sono pure servite d’altri conventi in sì estremo bisogno.

CAPO XII.

Luogo e regole della quarantena. Se sieno necessari 40 giorni per essa. Regolamenti per l’introduzione delle vettovaglie. Obbligazione dei ricchi di soccorrere i poveri. Doversi facilitare il fare i testamenti. Cura degli spedali e delle prigioni.

Volendo persone o robe procedenti da luoghi sospetti introdursi in un territorio sano, ognuno sa che debbono elle soggettarsi alla contumacia, o sia alla quarantena, la quale nè pur si dee, se non con gran riguardo, concedere a chi venga da paese infetto e vicino. Per la quarantena si ha da eleggere un luogo ameno e separato dalla frequenza degli altri, colle sue divisioni per varie famiglie e persone, e regolarsi poi nella seguente forma. Sul principio, spogliate le persone delle loro vesti, si lavino ben bene i loro corpi con aceto in ogni parte e si rivestano con altri vestimenti non sospetti. In mancanza di questi altri abiti, dovranno sopportare il profumo della sanità per lo spazio di mezz’ora in circa con tutte le robe che avranno portato, in una camera ben chiusa, avendo ben distese essa robe ivi, in maniera che per due ore possano ricevere perfettamente il profumo, dopo il quale si possono usar come nuove. Ciò fatto, si noti in un libro il giorno da cui comincerà la quarantena. Non parlino, nè trattino con altri se non con le cautele prescritte per la gente sospetta. Se si ammalasse alcuno, il visitino i medici o cerusici; e scoperto appestato o temuto per tale, si farà porre in una capannetta molto separata dall’altrui abitazione con guardie. Ma non avendo peste, si potrà curare in compagnia de’ suoi, i quali, solamente in caso ch’egli fosse scoperto infetto di mal contagioso, dovranno ricominciare la quarantena. Sui principj si può con questo ripiego soffocar la peste nascente.

Il tempo della quarantena, secondo la pratica de’ prudenti maestrati di Venezia, ora è di pochi, ora è di molti giorni, prendendosi la misura di ciò dal maggiore o minor pericolo e sospetto, e dalla maggiore o minor lontananza dell’infezione. L’intera quarantena è di 40 dì, dal che venne il suo nome, e tanto si suol richiedere negli urgenti sospetti di peste. Nulladimeno a me sembra meritevole di molta riflessione e fondatissima la sentenza di Lodovico Settala e del P. Maurizio da Tolone cappuccino, dell’ultimo de’ quali rapporterò i sentimenti e le ragioni. La pratica, dice egli, di 20 e più anni mi dà animo di francamente asserire essere bastevoli 20 giorni di quarantena, benchè l’uso sia introdotto di 40. Certo è che chi avrà maneggiato robe infette, o attratta aria appestata, in guisa che gli si sia attaccato il male, proverà prima che passino 15 dì qualche grave accidente, come di febbre con vertigini ed inquietudine; camminerà vacillando; avrà gli occhi ottusi ed aggravati, la faccia pallida e livida, vomito, sonno grave che ha del letargo, frenesia, ecc., o veramente mostrerà segni esterni di buboni, petecchie, ecc. Quindi è che se qualche persona sospetta si sarà, nell’entrare in quarantena, lavata bene con aceto, mutando le vesti e insieme profumando tutte le altre suppellettili, nè avrà sentito ombra o apparenza di male, si può, passato il ventesimo giorno, licenziare come sicura di ogni infezione, avendo io più volte osservato non esservi infetto che prima de’ 15 evidentemente non si conosca, o abbia passato quel termine con salute e poi si sia scoperto appestato. Vero è che se si trascurassero le cautele suddette e le diligenze prescritte ne’ lazzeretti, potrebbe la peste divampare non solo dopo i 30, ma anche dopo i 40 giorni. Avverto che la mutazione dell’aria fatta da luogo infetto in altro sano è cagione che la malignità del morbo si dia più presto a conoscere che se si fosse fermato nel primo.

Stieno poi bene oculati i conservatori della sanità, perchè nel dare le quarantene si commettono tutto dì dei gran disordini, con venir delusi i saggi editti. Le guardie, persone vili, per danari permettono tutto, e spezialmente l’oltrepassar le mete sì a’ quarantenari come a quei di fuora. Spirando scirocco, o aria umida e piovosa, avvertano che l’infezione delle robe, anche esposte all’aria, non si leva, ma si fomenta, facendosi talvolta la quarantena intera senza purgarsi. Si dee anche temere d’un inconveniente nel verno che non suol accadere la state, cioè che in tempo freddo, o spirando la tramontana, si nascondono e si concentrano nei panni e nelle robe gli spiriti pestilenziali, i quali, venuto poi il caldo, fanno strage orribile. Ma in qualunque tempo che corra, se saranno ben fatti i profumi alle robe e verrà ben custodita la persona e governata coll’aceto e colla mutazione dei panni, la quarantena sarà mezzo sicuro per accertarsi se la persona abbia condotta seco l’infezione, e per liberarnela ancora. Nessuno (aggiunge il mentovato Cappuccino) adduce una ragion soda e vera per cui si assegnino 40 giorni alla purga suddetta. Ma posto per vero che la pestifera qualità del male non può stare più di 15 dì a scoprirsi, hanno da bastar 20 giorni. E per le robe, quantunque infettissime, si purgano queste in 24 ore a segno che si potranno dipoi maneggiare con tutta sicurezza. Ad un uomo che parla colla sperienza alla mano e reca buone ragioni, parmi che si possa acquetar la prudenza anche a’ tempi nostri. Veggasi Paolo Zaccaria, lib. 9, tit. 5 delle Quist. Medico-Legali, che tiene e diffusamente tratta la sentenza medesima.

Una delle più dure e difficili, ma delle più necessarie applicazioni di chi governa in congiuntura di contagio, si è quella dell’annona e delle grasce, cioè di provveder grani e vettovaglie, e massimamente per mantenere alle spese del pubblico i poveri e chiunque non ha mezzo allora per alimentarsi colle sue rendite o colle sue fatiche. Il cardinale De Luca saggiamente insegna che i due punti principali del buon governo in tempi di peste sono l’ubbidienza rigorosa, eguale in tutti e senza eccezione o rispetto di persona alcuna, e l’allettamento e la piena libertà de’ vivandieri che da’ paesi non infetti, colle dovute cautele, portino vettovaglie. E certo non si dee in tempi tali perdonare a diligenza e spesa veruna, perchè la fame può fare non meno danno allora che la peste medesima. Questo è un atto di somma carità, ed è medesimamente un interesse importantissimo, perchè, perduti gli artigiani, i contadini, i trafficanti e gli altri operai, non si può dire che pregiudizio ne venga a coloro che restano in vita. È misero il capo allorchè nol servono o gli mancano le membra. Finita la peste del 1630, e finite tante altre, fu carestia in alcuni paesi perchè erano mancati i contadini. Le persone ricche e nobili furono gastigate nella morte dei poveri, perchè non trovavano più chi loro servisse, nè chi rendesse loro frutto de’ loro poderi, case, botteghe, dazi, gabelle e fondachi. Tutte le mercatanzie, sì del paese, come straniere, e le manifatture del vestire, fabbricare, ecc., vennero carissime, con tanti altri danni e sconcerti che si possono bene immaginare moltissimi, ma che non si possono saper bene tutti se non da chi ha la disavventura di farne la prova. Il perchè gran gastigo è la peste, anche dopo esser finita, per gli effetti suoi, e per conseguente i principi, le città, i ricchi e i nobili dovrebbono ben accudire per preservare il paese da sì aspro flagello, o almeno per conservare in vita il più che potessero il misero popolo, contro del quale suol per l’ordinario sfogarsi il principal furore della pestilenza. E i vicini sani anche debbono, purchè possano, vendere e condurre al paese infetto, che ne abbisogni, i viveri, sì per motivo di carità cristiana, e sì per altri riguardi. Si ricordino che nella peste del 1576 i cittadini di Monza rinserrati, non sapendo come vivere, per disperazione saccheggiarono il paese circonvicino.

Non solamente hanno i maestrati e i principi da adoperare ogni sforzo per la pronta ed anticipata provvisione delle biade, e perchè si seguiti a fare il trasporto delle vettovaglie, col concedere ancora, occorrendo, esenzioni al condottieri, ma debbono con egual cura invigilare, affinchè non succedano monopolj e frodi, assai facili in tempi sì sconcertati, con troppo aggravio o delle borse o della sanità del popolo. Non si vendano dunque commestibili a prezzo eccedente, nè vini guasti, nè altre robe nocive; e però sieno vietate le frutta acerbe o fradice, i citroni, l’uve immature, i moscatelli, le persiche, i funghi di qualsivoglia sorta, il latte quagliato e il pesce preso con pasta o esca, o pur cattivo o fradicio, e anche il marinarlo o friggerlo per poi venderlo. Ricordo nondimeno che il sugo d’agresta è utile in tempi tali per condirne le vivande entrando esso fra gli acidi che possono o debbono adoperarsi. Nella nostra città fu in fine proibito il vendere anche ogni sorta di pesce forestiero fresco, tanto vivo quanto morto, a fine di fuggire vari mali effetti che ne venivano o ne poteano venire. Così è da vietare l’estrazione dell’olio, delle droghe, dei commestibili e d’altre robe non facili ad aversi. Appresso è da tener l’occhio attentissimo ai macelli, acciocchè non si vendano se non carni sane, e molto più ai fornai e ai provveditori di grani, farine e pane, per impedire che non si vendano biade guaste o immonde, o non si assassini, col pane stesso pieno di loglio e d’altre brutture, il povero popolo, e non succedano frodi o ruberie nella loro distribuzione. Meglio è pane sano con acqua pura che cibo guasto. Tengano l’occhio ai mulini ove sì macina grano, perchè si schivi il mescuglio de’ sacchi per quanto si potrà. Facciano custodire con buon recinto i pubblici forni, ed abbiano premura che i fornai si tengano lontani dal commercio dei popolo, mentre più volte è accaduta la disgrazia che o morti, o caduti infermi essi fornai per poca loro avvertenza, s’è provata per qualche giorno nella città non lieve penuria d’un alimento sì necessario. In Firenze l’anno 1630 la maggior parte de’ fornai s’infettò pel concorso di tante persone e maneggio di tante asse e tele. Convien pensare al rimedio. Dovrassi anche ordinare per tempo che le spezierie sieno provvedute con abbondanza di medicamenti, droghe ed altre cose occorrenti in simili congiunture, prestando anche danaro del pubblico agli speziali, qualora mancasse loro il mezzo di far simili provvisioni. Toccherà poi ai medici l’osservare che non si vendano ivi robe tarlate, muffate o guaste, e medicamenti inutili o finti, senza verun giovamento e forse con pregiudizio della salute altrui, e nulla si venda a troppo caro prezzo. Sarà anche interdetto agli speziali il vendere medicine solutive e a’ barbieri il cavar sangue senza licenza de’ medici per le ragioni che si diranno.

E perchè in sì fastidiosi tempi sogliono i nobili, i cittadini e l’altre persone comode allontanarsi dalla città, il che pure s’è da me ancora consigliato di sopra, alla riserva di quelli che sono tenuti alle pubbliche incumbenze e a certe obbligazioni per la cura della patria, sarà necessario provvedere che la loro ritirata non gli esima dal sovvenimento dei poveri e dall’impiego dei pubblici uffizj, quotizzando tutti nel far collette di letti, biancherie, buoi, cavalli, carrette e simili cose, e obbligandoli, se sarà creduto bene, a supplir col danaro l’opera che negassero prestar colla propria persona, essendo pur troppo in tali disgrazie gravissimi i pubblici dispendi. Nella nostra città l’anno 1630, a dì 3 di settembre si venne al seguente placido ripiego. Fu fatta pubblica intimazione a tutti i capi di famiglia, abitanti o soliti ad abitare in città in casa propria o tenuta ad affitto, e ad ogni altro cittadino originario abitante del distretto, purchè questi possedessero beni in essa città o suo distretto, che in termine di tre giorni sotto pena di molti scudi si trovassero, o venissero, o mandassero deputato in città a fare l’infrascritta obblazione, con obbligare a ciò anche i minori e le donne, ed altri che fossero capi di famiglia, per i quali erano tenuti i tutori e curatori. Cioè sapendosi pur troppo il bisogno della città per le intollerabili spese che giornalmente si faceano in occasione della peste, doveano tutti fare un’offerta di danari, o biade, o argento, o oro conforme alla loro possibilità, presentandola con polizza a chi era deputato. Si aggiunse che non si voleva far colletta forzata, perchè più si sperava dalla spontanea amorevole carità de’ cittadini. Tuttavia a chi fosse più scarso di quello che portassero le forze sue (sopra che s’invigilerebbe) si facea sapere che verrebbero presi contro di lui altri spedienti; e che incorrerebbe nella pena chi mancasse all’offerta fatta, la quale si dovea poi pagare in termine di quindici giorni: sperandosi intanto che il Signore Iddio avrebbe inspirato nella mente e nel cuore di tutti un acceso e piissimo sentimento di carità, e una pronta risoluzione d’impiegare tutto quel che potessero in soccorso e servizio dell’afflitta loro patria.

Fu anche nella nostra città facilitata con dispensa del principe la maniera di far testamento durante il contagio. In città era lecito il farlo con un legittimo notaio e tre testimoni, bastando pei codicilli il notaio con due testimoni. Quanto al distretto e alle ville sue, ove non si potesse facilmente trovar notaio, bastava che del testamento o codicillo si rogasse il proprio paroco, o pure il cappellano, in assenza o legittimo impedimento del paroco, alla presenza di due soli testimoni; ma che non si usassero fraudi, perchè, scoperte, sarebbono con ogni rigor punite. Che se venissero a mancare nella città i notai, allora anche per la città si concedeva la facoltà conceduta alle ville suddette. Così furono levate via le dispute che possono nascere per le formalità d’essi testamenti, intorno ai quali hanno, oltre a vari legisti, scritto due teologi, cioè il P. Marchino o il P. Gio. Angelo Bossio, t. 2, tit. 9. Gli appestati si potranno far portare alle finestre o alle porte, ed ivi alla presenza de’ testimoni e del notaio pubblicare la loro ultima volontà. Non aggiungo altro intorno a questo argomento per non entrare nel caos. Certo è che in tempo di peste sono validi molti atti, benchè mancanti di alcune solennità richieste dalle leggi in altri tempi; perchè, a cagion d’esempio, allora basta un testimonio, dove regolarmente ce ne vorrebbero due; e una donna può servire di testimonio a un testamento, ed essa può far dei contratti senza l’intervento de’ parenti o vicini, per tacer altri privilegi di que’ miseri tempi. In Roma fu anche ordinato che gli strumenti pubblici allora fatti si conservassero diligentemente ne’ protocolli, e se ne desse copia senza dilazione al pubblico archivio.

Abbiano cura i maestrati anche degli spedali. Se ve n’ha di quegli ove si ricevano bambini esposti, orfani e vecchi inabili, non si permetta che vi entri o ne esca alcuno se non per necessità e con gran riguardo, tenendoli chiusi con rigoroso sequestro. Si può provvedere al loro bisogno senza capitarvi dentro; e quando vi penetrasse il morbo, sarebbe difficile l’impedire che non vi facesse un eccidio universale. Gli altri spedali, ne’ quali si sogliono ricevere o i febbricitanti, o i piagati, sarà necessario chiuderli affatto per tali persone, affinchè sotto l’apparenza d’altro male non vi entrasse la peste che di tutti farebbe scempio. Non meritano minor attenzione le pubbliche carceri. Per le segrete, ove non suol trattenersi che uno o pochi altri per cadauna, la disgrazia stessa è una specie di ventura per quei prigionieri, mentre, segregati dal commercio altrui, possono facilmente assicurarsi ancora dal morbo. Solamente per costoro s’ha d’aver cura de’ loro custodi, acciocchè incautamente somministrando il cibo, non portino la morte entro que’ nascondigli, o pure se venissero a mancar tali guardiani, i miseri carcerati, coll’essere dimenticati, non perissero anch’essi. Il pericolo e la difficoltà maggiore si è per le prigioni comuni, che essendo d’ordinario ripiene di rei e di sordidezze, sono per conseguente una facile occasione e un più facile pascolo alla pestilenza. Adunque o liberare i rei di minore importanza e mettere nelle segrete gli altri, o pur chiuderli tutti, o trovarvi altro più utile o più plausibile e spedito ripiego, comandato dalla giustizia o consigliato dalla carità. In Palermo nella peste del 1625 non si carcerava alcuno per liti civili. Per delitti criminali leggieri si assegnava la casa per carcere sotto pena della vita; e per gli eccessi gravi il reo si metteva in prigione, ma non se gli lasciava portar seco altro che il solo vestito e una camicia bianca. E ciò sia detto del Governo Politico io tempo di peste. Passiamo al Governo Medico.

DEL GOVERNO MEDICO DELLA PESTE LIBRO SECONDO.

CAPO I.

Regole mediche per preservarsi dall’aria. Ricette varie per profumi. Come si debba governare nell’uso del mangiare e bere; del sonno e della vigilia; del moto e della quiete, e delle passioni dell’animo. Grande utilità dell’intrepidezza, e del coraggio.

Dopo le diligenze de’ magistrati per tener lontano il contagio o per impedirgli venuto che sia, ulteriori progressi e maggiori stragi, è da vedere quanto dal canto loro debbano e possano fare i medici per ottener lo stesso fine. Ancor qui l’arte loro principalmente si divide in preservativa e curativa. In quanto alla prima; c’insegnano essi a regolarci bene, massimamente in que’ tempi, nella dieta, cioè nell’uso di sei cose appellate da loro non naturali, che sono l’aria, il mangiare e bere, il movimento e la quiete, il sonno e la vigilia, la retenzione ed escrezione delle cose consuete, e le passioni dell’animo.

Non occorrerebbe dir qui altro intorno all’uso dell’aria, perchè già di sopra se n’è parlato diffusamente, coll’addurre ancora i rimedi preservativi, affinchè essa resti purgata, o per mezzo di essa non si contragga l’infezione. Tuttavia aggiungerò qui che il fuoco è uno de’ migliori correttivi dell’aria pestilenziale, avendo insin lo stesso Ippocrate, per quanto si crede, domata ed estinta quella fierissima pestilenza che a’ suoi dì passò dall’Etiopia nella Grecia col far accendere, e specialmente in tempo di notte, dei gran fuochi per la città. Questi tanto più riescono utili quanto più sono odorose le legna accese. Ma sovente, costando troppo simili incendi, e potendo essi talvolta cagionarne anche de’ maggiori nelle città, basterà ritenerne l’uso per purgare l’aria interna delle case, bruciando ivi per le camere ginepro, frassino, cipresso ed altre simili legna di grato e sano odore, che sono mirabili correttivi degli effluvj pestilenziali. Nicolò IV, sommo pontefice, nella pestilenza del 1288, e Clemente VI in quella del 1348 si tenevano chiusi nelle loro stanze, facendo far ivi e per tutto il palazzo gran fuoco anche nel mese di luglio. In tempo di state ardendo tai profumi e fuochi in una camera, si può stare ritirato in un’altra; e allora ancora gioverà il valersi di sprazzi d’aceto, e di fiori, e d’erbe odorifere sparse per le stanze. Ho veduto alcuni che in vaso di maiolica o d’altra terra bene inverniciata conservavano varie erbe con fiori di buona fragranza, alquanto spruzzate di sale, bagnandole di quando in quando con acqua in tempo di state, con che davano buon odore a tutta la stanza. Sono erbe sane ed odorifere la menta, la salvia, l’origano, l’abrotano, il puleggio, la calaminta, la satureja, la lavanda, l’erba sangiovanni, cioè la sclarea o sia il gallitrico, la ruta, l’artemisia, la matricaria, ecc. Il più sicuro però fra simili preservativi si è l’uso dei profumi sopra da noi descritti. Si facciano dunque per le camere in tutti i tempi dell’anno due o tre volte il giorno. E perciocchè abbiamo già biasimato certi odori acuti e calidi, come quei del muschio e dello zibetto, ora non vo’ tacere che dopo il Massaria, seguitato da altri, il Diemerbrochio, uno de’ più dotti ed esperti maestri di questa materia, ci assicura d’aver notato che i suffumigi di soave e sottile odore (quali dice egli essere anche lo storace, il ladano, il belzoino, i garofoli, ed altri simili) non solamente poco giovavano nella peste del suo tempo, ma ancora a moltissimi erano di gran nocumento, se non per altro, per recar loro doglia di capo. Però lasciando egli stare i lussi del naso, prescriveva odori anche poco soavi, ma più sani, e non già molti, ma pochi. Utilissimo è il suo ricordo; nè ciò si oppone a quanto ho consigliato di sopra colla scorta d’altri autori intorno al valersi ancora di alcuno d’essi odori sottili, essendo bensì da dir nocivi i profumi composti di soli ingredienti, per dir così, effemminati, ma non già se alcuno d’essi venga unito ad altri odori maschili e alquanto o molto spiacenti alle narici.

Il perchè lo stesso Diemerbrochio commendava quasi a tutti le seguenti cose: Cioè far profumi con incenso e bacche di ginepro parti eguali, essendochè tal profumo, quantunque vile e comune, vince però in vigore moltissimi altri. Prescriveva egli anche i seguenti

Pastelli per profumi.

℞. Incenso, grani di ginepro, succino bianco, ana (cioè parti eguali, o sia di cadauno) mezz’oncia; mirra, belzoino, mastice, storace, ana dram. 2; garofoli dram. 1 e mez. Si polverizzi tutto, e con mucilagine di dragante se ne formino pastelli da bruciar sulle brage.

Altri pastelli.

℞. Zolfo, incenso, grani di ginepro, pece navale, ana mezz’onc. Mescolati e preparati si riducano in pastelli.

Altri pastelli.

℞. Incenso onc. 1, solfo onc. 1, mirra dram. 4, pece navale, belzoino, storace, succino, ana dram. 1 e mez.; garofoli dram. 1. Se ne faccia polvere, a cui aggiungi olio di ginepro scrup. 2 con mucilagine di dragante quanto basti, e se ne facciano pezzetti per profumi.

Il Sennerto pei poveri prescrive le seguente

Polvere da far profumi.

℞. Bacche di ginepro manipoli o pugni 2, scorze di bacche di lauro manip. 1, incenso mez. lib., foglie d’assenzio, o sia medichetto, ruta, quercia, ana manip. 2, segatura di legno di ginepro manip. 4, ambra bianca onc. 1. Se ne faccia polvere.

Il medesimo e Gregorio Horstio lodano molto per la prova fattane quest’

Altra polvere da far profumi.

℞. Bacche o sia grani di ginepro manip. 4, radici di ellenio, di scorza esteriore di bieta, corno di becco raspato, sabina, ana manip. 2; foglie di quercia, mirra, ana onc. 1. Se ne faccia polvere e si bruci per le stanze.

Torno poi ad inculcare che il solo solfo può servire d’un mirabil profumo, poichè il suo alito e fumo resiste mirabilmente agli aliti pestilenziali e toglie in poco tempo ed ottimamente le corruzioni dell’aria. Ma perchè solo esso riesce troppo spiacevole e stringe il respiro, perciò gioverà mischiarlo con altri meno molesti suffumigi. Anche la pece è stimatissima, ed essa dicono che fu il segreto d’Ippocrate per correggere l’aria infetta. Lo stesso buon effetto può sperarsi da altri bitumi. Pazienza se il naso ne ha disgusto: la sanità ne avrà ben vantaggio. Oltre di che non c’è necessità di star nelle stanze allorachè si profumano col solfo. È anche migliore il solfo col nitro, e perciò la polvere da fuoco è tenuta per egregia ed ottima medicina per purgare l’aria. Levino Lemnio ed altri lodano molto pei suffumigi le corna delle bestie, siccome ricche di sale volatile, e massimamente quelle di becco. Possono anche bruciarsi scarpe vecchie, e peli, e unghie ed anche sterco di bestie bovine: delle quali cose io fo menzione perchè in difetto di meglio possano i poveri ricorrere ad un sì facile profumo. Anche il fumo del buon tabacco è creduto giovevole più di moltissimi altri per impedire o estinguere il contagio dell’aria nelle case. Sembra poi ottimo consiglio, quando il tempo non sia piovoso o nebbioso, l’aprire la mattina, una o due ore dopo la levata del sole, le finestre delle camere, quelle però che riguardano l’oriente, e molto più le volte a tramontana, acciocchè v’entri buon’aria, lasciando sempre chiuse quelle che mirano il mezzodì, e le cloache fetenti o altre case confinanti ove fossero ammorbati. Il vento aquilone, o sia la tramontana, è tenuto da Ippocrate e dagli altri medici per molto salutifero in Europa; e all’incontro i venti spiranti dall’austro, cioè dal mezzodì, sogliono essere nocivissimi, essendo stato osservato insin da Plinio che spirando gli scirocchi s’aumenta la peste.

Per conto del mangiare e bere, allora più che mai debbono guardarsi gli uomini da cibi malsani e di cattivo nutrimento, e dalle bevande guaste o perniciose anche in altri tempi. Non è qui luogo da copiare la Scuola Salernitana; e sarebbe anche per altro impresa tendente al ridicolo il mettersi, come appunto fanno alcuni medici, ma non di prima sfera, in trattando del contagio, a decidere sopra l’utile o danno d’una lunga serie di carni, pesci, frutta, ecc., ventilando tutto come vuole la lor fantasia, e pronunziando: Questo è buono e sano; quell’altro è cattivo. Una tale scrupolosità viene derisa dai medici più assennati, perch’eglino sanno non doversi, nè potersi camminare con sì rigoroso bilancino, e dependere il buono o il cattivo dei cibi non tanto dalla loro qualità, quanto dalla disposizione di chi ha da prenderli. Basterà pertanto avvertire che i commestibili, de’ quali abbiam detto di sopra doversi proibire il mercato, regolarmente si hanno a fuggire da tutti in tempo di contagio, ed esser bene l’astenersi, per quanto si può, da quelli che si credono di mal sugo o per la loro troppa grassezza, o troppa durezza, o troppa facilità a corrompersi, come per esempio le carni di porco ed altri simili grassumi, i salmoni, le anguille, i legumi, il latte, i cocomeri, i melloni, le cerase, le pesche, o sia i persici, esortando insino alcuni a non mangiare quasi mai frutta in tempo di peste: il che a me sembra troppo, e così credo che parrà ai più intendenti di me. Convengono ancora gli scrittori doversi allora più che mai lasciare i cibi molto dolci, come il mele, i canditi, lo zucchero, ed altre simili dolcezze anche dei vini e delle frutta (nè l’acquavite è creduta giovevole), attenendosi per quanto si può a cibi e bevande che abbiano sapore naturale e sano di acido e di amaro. Perciò sono anche da ricercarsi allora, siccome utilissimi, i limoni, cedri ed aranci, i pomi cotogni e i granati, il ribes e simili, che possono coll’acetoso ed astringente loro preservare dalla corruttela e dallo scioglimento gli umori e il sangue, mischiandone il sugo col vino o spremendolo sopra le vivande. Anche le scorze degli agrumi sono buone. Del resto chi è solito a nutrirsi di cibi grossi, non dee allora mutar registro, siccome nè pure chi è assuefatto a cibi leggeri e di facile digestione. E perchè è comune opinione, assistita ancora da non pochi medici, che gli agli e le cipolle sieno un gran preservativo contro la peste, si vuol avvertire che tal credenza viene impugnata da altri medici, tenendo essi che sì fatti cibi, almeno l’aglio, sieno di cattivo sugo, e producano dei mali effetti nel corpo umano. Tuttavia per la gente di stomaco gagliardo e usata alle fatiche, quali per l’ordinario sono i contadini e i facchini, l’arte medica li permette, e forse loro giovano assai. Potrebbe consigliarsi ai delicati e a’ nemici della fatica corporale che se ne astenessero, almeno dall’aglio, chiamato da Galeno triaca bensì dei rustici, ma non già di tutte le persone; quando non volessimo supporre che l’aglio, preso in discreta quantità, potesse colle sue parti saline e penetranti avvalorare la digestione del ventricolo, spesso languente nelle persone delicate, e introdurre col suo odore ne’ fluidi certe parti vigorose per resistere agli aliti pestilenziali. E che questi frutti dell’orto possano, se non con altro, almeno col grave loro odore difendere dagli spiriti velenosi della peste, io facilmente il credo, nè trovo chi fra i medici si metta a risolutamente negarlo, per nulla dire, scriversi dal Sennerto che se non sono buoni per alimento, sieno ben buoni per medicamento contro il morbo suddetto.

E questo quanto alla qualità de’ cibi e delle bevande. Quanto alla quantità, si dee ricordare che il troppo e il troppo poco sono due estremi da’ quali dee allora più che mai tenersi lontano chi vuol preservarsi ed ama la sua salute. Se si ha da pendere all’uno di questi due estremi, si faccia allora verso il poco, più tosto che verso il molto, con guardarsi accuratamente dai conviti e dalle gozzoviglie e dalla moltiplicità delle vivande, e sopra tutto da certe composizioni inventate dal frenetico lusso della gola per rovina degli stomachi e dispendio delle borse. S’hanno per consiglio di tutti da amare ed eleggere cibi e vivande semplici e naturali; e ancora di questi conviene mangiar moderatamente per ischivar le indigestioni e crudità, cioè la sorgente della maggior parte dei mali che fanno fare il mestier del corriere ai medici e buone faccende alla morte. Questi sono ricordi utilissimi per tutti i tempi, ma specialmente per quei del contagio, ne’ quali per l’ordinario chi ha umori cattivi più degli altri è in viaggio per quel paese ove i medici non hanno giurisdizione. La sperienza poi ha fatto vedere con troppi casi (non dovendosi attendere alcuni pochi in contrario) che l’ubbriachezza allora è più che mai perniciosa; anzi alcuni proibiscono affatto in quelle congiunture il vino. Ma per parere de’ migliori esso, purchè sano e moderatamente preso, è preservativo dalla pestilenza: il che fu asserito ancora dagli antichi. Anzi alcuni il lodano, e permettono insino alle persone febbricitanti, ferite dalla peste medesima, e ne concedono più spessi i bicchieri alle malinconiche.

Che la stessa moderazione s’abbia a servare nell’uso del sonno e della vigilia, essendo cattivo l’eccesso d’amendue, ce ne avvertì, son già due mila anni, Ippocrate in uno de’ suoi Aforismi. Ai dormiglioni ha un gran genio la peste per parere dell’Untzero. Egli è sempre pericoloso il dormire sopra fieno e paglia fatti di fresco, o di notte a certe arie, ma specialmente in tempi di peste. Similmente convien temperare il troppo moto o la troppa quiete del corpo, con questa avvertenza però che ne’ tempi sani inertia atque torpedo plus detrimenti facit, quam exercitium, come diceva Catone, riferito da Aulo Gellio, ma qualora l’uomo si trovi in mezzo alle morti, più sicura o meno pericolosa sarà la quiete e l’ozio, e massimamente per chi non è avvezzo in altri tempi a tener molto in moto i piedi e le braccia. Certo non sarà se non giovevole il guardarsi allora da qualunque grave fatica che riscaldi di soverchio e stanchi le membra, inducendo sudore, perchè così troppo aperti i pori più facilmente contraggono i malori dell’aria impura. Hanno osservato i saggi che dopo i violenti esercizi molte persone venivano sorprese dalla peste, di modo che avvedutisene anche i contadini, non si arrischiavano poi a continuare le loro necessarie fatiche. In alcuni paesi il gusto del nuotare ne’ fiumi era pagato bene spesso dal terribile disgusto della peste che sopravveniva. Intorno alla ritenzione ed escrezione delle cose consuete non potrei dire se son cose spettanti alla dietetica di tutti i tempi; e però mi basterà di aggiungere avere la sperienza insegnato che allora più che mai s’hanno con gran temperanza da cercare i piaceri leciti del santo matrimonio, perchè ciò in tempi pestilenziali troppo dispone i corpi a facilmente ricevere gli spiriti velenosi della pessima influenza che corre. Sel ricordino specialmente gli sposi novelli, fra’ quali è stato notato che spesse fiate la morte ha introdotto un eterno divorzio.

Finalmente le gagliarde passioni dell’animo, regnando il contagio, possono chiamarsi i primi beccamorti dell’uomo. Gridano qui ad una voce tutti i medici che specialmente la collera, la malinconia e il terrore s’hanno a fuggire come la peste medesima, e doversi in loro vece dar luogo all’intrepidezza, ilarità e quiete dell’animo. Tucidide racconta che nella gravissima peste da lui descritta più degli altri cadevano estinti i melanconici e paurosi. Altrettanto hanno osservato ai tempi loro diversi medici; e fra gli altri il Sennerto attesta essere stati presi da questo morbo non pochi pel solo terrore conceputo al mirar da lontano, o pure, senza vederlo, al solo ascoltare che passava sotto le finestre il carro funereo su cui erano condotti i cadaveri degli estinti. Altri spaventati da un solo sogno funesto, si sono tanto abbattuti di cuore, che caduti infermi hanno deluso tutti i medicamenti. Ed è anche stato avvertito essere più rade volte scampati coloro che dopo un gran terrore contraevano la peste che gli altri assaliti dal morbo, ma senza precedente costernazione d’animo. Ferita l’immaginazione e messi in disordinato moto gli spiriti e gli umori da qualche spaventoso spettacolo, troppo agevolmente si prende il veleno pestilenziale, ed anche senza peste si muore talvolta di pura costernazione ed umor nero. Per lo contrario le osservazioni fatte ci assicurano che i coraggiosi, gl’intrepidi ed allegri sono meno soggetti all’infezione; e però dovrà allora eleggersi una forma di costanza cristiana e di allegria onesta d’animo, fuggendo la mestizia e la paura e le occasioni d’adirarsi, con tenersi a memoria le parole del Bauderon parlante della peste: Confidentes ut plurimum servantur; contra, meticulosi facile corripiuntur. Tanto è ciò vero, che non mancano filosofi e medici, condottiere dei quali è l’Elmonzio, i quali pensano che la cagione prossima ed essenziale della peste altro non sia che il terrore e non già la comunicazione de’ sottilissimi spiriti pestilenziali. Anche il Rivino, trattando della peste di Lipsia dell’anno 1679 o 80, ha tenuta la medesima opinione. Il suddetto Elmonzio però insegna non bastare il non apprendere per terribil cosa la peste, ma essere necessario il credere e tener per certo che non ne resteremo infetti, perchè in tal maniera l’archeo, o sia l’aura vitale dell’uomo, viene a fortificarsi con un’idea contraria all’idea perniciosa che può in noi imprimere il terrore e la paura. Io per me non credo vero tutto ciò che in questo proposito hanno alcuni autori, e molto meno mi assicuro sopra l’idea fantastica dell’Elmonzio; ma con tutto ciò possiamo almeno di qui maggiormente imparare essere allora di sommo giovamento il guardarsi dalla paura e da ogni gagliarda apprensione di quel morbo micidiale, essendo probabile che una tal passione cagioni la depressione delle parti spiritose del sangue, nel quale stato poi si renda esso più atto a ricevere con minore contrasto le velenose impressioni degli effluvj contagiosi. Finirò con riferir qui ciò che ha il Rondinelli nella Relazione della peste di Firenze del 1630 e 1633. Quei che erano portati al lazzeretto si esaminavano come avessero preso la peste, se per aver mangiato robe infette, ovvero praticato con appestati, si trovò che alla maggior parte veniva senza averle dato occasione. Una delle principali era essersi riscaldato o nel camminare, o nel durar fatica, o per essersi messo sudato al fresco, o aver bevuto, di modo che l’aver preso una calda era delle principali disposizioni per la peste. Si conosceva, seguita egli a scrivere, che quello che per ordinario sarebbe stato male di punta, febbre maligna, quartana, terzana, si convertiva in buboni e carboncelli. Nè in Firenze, nè altrove fu in questi tempi alcuna sorta di febbre, ma quasi tutti i mali battevano in contagio. Io nondimeno, quanto a me, sarei duro a credere tutto questo. Egli è difficile pel volgo il saper dire cosa abbia loro nociuto in tempi tali. Ma di questo non più.

CAPO II.

Cauteri commendati per preservarti dalla peste. Quali persone più facilmente contraggano il morbo. Salassi e medicine solutive, preservativi biasimati. Amuleti o pericolosi, o dubbiosi contro la pestilenza. Attenzione de’ magistrati contro chi spaccia rimedi vani o nocivi. Sacchetti preservativi. Olio del Mattiolo utile anche nella preservativa.

Altri rimedi, che più da vicino servono a preservar dalla peste, ci vengono suggeriti dall’arte medica. E primieramente i cauteri, o sia le fontanelle, fatte o nelle braccia o nelle cosce, non hanno più presso alcuni medici moderni quel credito che aveano presso gli antichi. A me non si conviene l’esaminar le ragioni dell’una e dell’altra parte, ma l’avvisar solamente che in moltissime pesti si sono veduti dei mirabili effetti di un tale sfogo artifiziale degli umori nocivi e corrotti del corpo umano; e perciò ne è sommamente commendato e consigliato l’uso per preservarsi dal contagio nelle opere dell’Ingrascia, dell’Arcolano, del Parisino, del Pareo, d’Antonio Porto, di Niccolò Massa, d’Ercole Sassonia, del Sennerto, dell’Untzero e d’altri assaissimi medici insigni, coi quali s’accordano il Diemerbrochio, l’Etmullero ed altri moderni che ne hanno vedute eglino stessi le prove. Anzi gioverà rapportar qui le parole precise di Alessandro Massaria: Illud, scrive egli, experientia satis confirmavit, quandoquidem accurata observatione compertum est, non solum apud nos, verum etiam apud Venetos, Patavinos et alios, ex infinitis pestilentia sublatis, aut nullos, aut certe paucos objisse, quibus alicubi cauteria inusta essent. Abbiamo parimente da Guglielmo Ildano che nella fiera peste di Losanna del 1612 niuno di quei che portavano cauteri vi morì di peste, a riserva d’uno o due, pieni prima di mali umori; e però aggiunge egli d’avere osservato in sè stesso e in altri quanto sia efficace un tal preservativo. Giorgio Guarnero anch’egli attesta di non aver veduto che nella peste di Venezia del 1576 morisse alcuno di quei che s’erano premuniti con fontanelle; e il Quercetano scrive d’aver conosciuto molti cerusici destinati alla cute degli appestati che si difesero meglio con questo che con alcun altro rimedio. Girolamo Mercuriale, uomo anch’egli di sperienza e credito riguardevole, ne scrive nei seguenti termini: Dicam quod ego experientia vidi. Possum testari, me innumeros hac peste extinctos vidisse, nec unquam vidisse quemquam qui haberet cauterium, præter unum tantum, atque ille erat sacerdos. Interrogavi etiam hac de re multos medicos qui testati sunt, neminem se vidisse. Quod quidem argumentum esse potest, hoc genus auxilii magnopere conducere, et summa cum ratione; quandoquidem per cauteria, tamquam per cloacas, continuo ichores, pravi et putredini obnoxii educuntur. Parimente Giovanni Doleo attesta di averne veduta felicissima la sperienza nel contagio de’ suoi giorni. E però mi ha quasi fatto ridere Olao Borrichio, uomo per altro celebre, il quale appresso il Boneto pubblica come un segreto inobservatum hactenus il vantaggio che nella peste si ricava dai cauteri. Deprehensum, dice egli, nobis, grassante hinc ante 20 annos pestilentia, propemodum extinctum fuisse eorum neminem, quibus in aliqua corporis parte hiabant fonticuli. La stessa osservazione fu fatta dal P. Chirchero, il quale nel suo Trattato della Peste asserisce che durante il contagio di Roma del 1656, ov’egli si trovò, niuno segnato con questi spiragli della natura fu invaso dalla peste, a riserva d’alcuni di vita epicurea e dissoluta, siccome egli intese dipoi da medici degni di fede. Parmi che in questo anche il Chirchero possa meritar fede da noi; e tanto più perchè ne fa fede ancora il celebre ed accuratissimo monsignor Lancisi, medico pontificio.

Nulla però di meno hanno licenza i lettori di dar qualche calata a tanti magnifici encomi dei cauteri, giacchè del loro valore, per quel che concerne la preservativa, non è sì facile l’addurre qualche fisico-anatomica ragione che appaghi. Oltre di che può avvenire che non in tutte le pesti si ottenga lo stesso buon effetto; e in fatti il Diemerbrochio scrive di aver osservato in quella dei suoi giorni che qualche persona mancò di vita pel veleno contagioso, tuttochè provveduta di fontanelle. Forse era gente disordinata. Comunque però sia, buon consiglio reputo io il non trascurare in occorrenza di peste questo preservativo, o almeno questo tentativo, che che sentano in discredito di esso alcuni moderni seguaci delle ingegnose, ma non di rado stravaganti idee dell’Elmonzio, giacchè la sperienza, più venerabile di tutte le speculazioni, sembra commendarlo per utile, e vien esso consigliato anche dal mentovato Diemerbrochio; e tanto più perchè non è molto l’incomodo di tali emissari, quand’anche fossero superflui, e cessata la peste e il bisogno, si può facilmente lasciarne l’uso. Fu anche notato che alcuni sentendosi assaliti dalla peste, avendo prontamente preso qualche rimedio sudorifero, ne restarono liberi in breve, coll’avere la natura cacciato fuori per le fontanelle una marcia nera e velenosa. Il suddetto Chirchero scrive d’aver conosciuto un medico, deputato alla cura d’uno de’ lazzeretti di Roma, che si fece cinque cauteri, e si preservò sempre illeso. Io non assicurerei però che questa fosse la precisa cagione d’essersi egli felicemente salvato; ma dirò bene d’esser io persuaso che almeno per la curativa possano recar molto vantaggio sì fatti emissari. Per queste medesime ragioni è lodato da alcuni medici, al primo sospetto d’aver contratta la peste, il forar la cute di qua e là nell’estremità de’ muscoli delle braccia, ovvero de’ fianchi, con poi mettervi e tenervi dentro radice d’elleboro nero, come si fa a’ buoi e cavalli, essendo veramente tal erba un semplice di gran forza per attraere (mi sia lecito di così parlare) o per purgare (qualunque sia il modo con cui ciò si faccia) i cattivi umori e i sali peccanti, e potendo esso in tal guisa impedire la generazione de’ carboni e de’ tumori pestilenziali. Se poi tale operazione, chiamata setaccio, e dai nostri popolari sedagno, riesca di grande utilità alle prove, nol so dire; ma sembra che non dovrebbe se non giovare per l’analogia che ha coi cauteri. Angelo Sala molto la magnifica, citando ancor qui la sperienza sua, e contando miracoli dell’elleboro nero, del quale dice egli non darsi medicamento più efficace per tirar via gli umori peccanti. Nulladimeno essendo i medici-chimici, fra’ quali è celebre questo autore, in concetto di aprir molto la bocca, bisogna star cauto in credergli tutto; e in fine essendo questo un rimedio dolorosissimo, si dovrà andare adagio a valersene e a consigliarlo. Quello sì che vien tenuto per certo si è, che non meno, e forse più de’ cauteri artificiali, giovino e difendano dalla peste i cauteri fatti dalla natura, quali sono la rogna, le ulcere e le fistole; e però allora non bisogna chiudere, nè levare questi canali e sfoghi de’ perversi umori, ma lasciarli aperti per isperanza d’un maggior benefizio. Questa è sentenza quasi comune.

Oltre a queste persone sottoposte meno dell’altre all’infezione della peste, ne accennerò qui per parentesi alcune che più o meno vi sono soggette. Già notammo che i fanciulli e i giovanetti, a cagione non meno della loro tenera complessione, che della loro poca avvertenza, più di tutti sono facili a contrarre questo morbo attaccaticcio. Ai vecchi difficilmente s’appicca esso; e le donne più degli uomini, e più le parturienti, e più le gravide che le altre il contraggono. I podagrosi, o sia gottosi, e quartanarj meno degli altri; e i flemmatici meno de’ sanguigni e biliosi prendono la pestilenza. Così le persone comode e ricche meno dei poveri, a cagione del loro miglior nutrimento e governo, e non già per altro privilegio; perciocchè in Firenze l’anno 1630 fa osservato che pochissimi bensì de’ nobili s’infettarono, ma pochissimi ancora ne guarirono. Del resto quantunque regolarmente più sieno in pericolo di restar ferite dal veleno della pestilenza le persone piene di cattivi umori e disordinate nella dieta, che non sono i ben sani di corpo e ben regolati nel vivere, tuttavia bisogna confessarlo, la peste non porta rispetto nè meno a queste; nè serve allora il gloriarsi di sentirsi ben forte, giovane e sano, perchè più forte si è la malignità di questo nemico nell’assalire i corpi umani, o deboli o robusti che sieno, qualora essi non istan bene in riguardo. Il che sia detto per consigliar le cautele a chi può, poichè per altro è degno di molta attenzione l’osservazione fatta da alcuni; cioè che nel principio de’ contagi molti di coloro che servono agli appestati si appestano anch’essi, e molti ancora ne muoiono. Crescendo la strage del morbo, meno di queste persone resta infetto; e allorchè il contagio è nel suo furore e in declinazione, pochissimi e quasi niuno di tali serventi o beccamorti s’infettano; o pure infettandosi, meno degli altri restano offesi. Può proceder questo o dal restare in vita quei che hanno interna disposizione per resistere al veleno pestilenziale, mancando gli altri che ne sono privi, o pure dalla poca apprensione e dal molto coraggio di costoro, essendo questo un gran preservativo autenticato dalla sperienza; ovvero dall’assuefarsi eglino a poco a poco e col lungo uso a quel veleno, talmente che non ne sentano poi nocumento. Appresso è da avvertire che chi una volta ha avuta la peste e ne è guarito, per l’ordinario non è più soggetto a questo pericolo durante la medesima; dissi per l’ordinario, perchè Marsilio Ficino ed altri non concedono sì francamente questa esenzione, raccontando essi qualche caso di chi più d’una volta è stato colto da questo morbo e ne è restato morto alla seconda o alla terza. Ma siccome si osserva che chi ha provato una volta i vaiuoli e la rosolia, o sia le ferse, non torna più a patirne, contuttochè si legga qualche caso di chi per la seconda volta ne è stato o si crede che sia stato colpito; così è da dir della peste, in cui per lo più i guariti dalla medesima sogliono poscia andarne esenti finch’essa dura. Tuttavia le eccezioni, osservate ancora a questa regola, debbono rendere guardinghi e cauti i risanati dal medesimo mortalissimo morbo. Anche Evagrio nel lib. 4, cap. 28 della Storia Ecclesiastica narra che in quella orrenda peste, che durò 52 anni e girò per tutta la terra, accadde alle volte che chi una e insin due fiate era guarito da esso morbo, alla terza ne restava oppresso.

Ritorniamo ora ad altri antidoti preservativi della peste, insegnatici o dalla chirurgia o dalla farmacia. Alcuni professori di medicina, il cui gran capitale consiste nel prescrivere a diritto e a rovescio la purgazione del ventre e la cavata del sangue, vogliono ancora promettere l’immunità dalla peste a chi si premunisce per tempo con questi due gran rimedi, replicati di quando in quando. Ma i medici più accreditati e saggi non solamente ne biasimano il consiglio, ma ci assicurano essere riuscito un tal preservativo in quei tempi nocivissimo, non potendo certamente i purganti rendere più gagliardi gli umori e gli spiriti contro la peste, dopo averli sì fattamente agitati e indeboliti; nè potendo sperarsi di meglio dal salasso, il quale anzi può far sì che più intimamente si mescolino colle particelle del sangue gli aliti pestilenziali. Certo è stato allora osservato in assaissime prove che con tali preservativi mirabilmente si preparavano e disponevano i corpi a ricevere con più facilità la peste, e che più questi che gli altri ne rimanevano estinti. Gioverà dunque il solo riserbare in que’ tempi qualche alleggerimento di sangue ai temperamenti pletorici; e lasciati stare i gagliardi purganti, sarà da lodarsi il tener con piacevoli medicamenti sufficientemente lubrico il corpo. Anzi queste benigne medicine non si dovranno scegliere a capriccio, ma comporle d’ingredienti che abbiano del balsamico per resistere alla putredine e alla malignità de’ veleni, e servano dì corroborativo alle viscere. Mi sia lecito il valermi di questi termini, perchè credo che abbastanza esprimano ciò che voglio dire. Sono in questo genere decantate e lodate da tutti le antichissime pillole di Rufo, o sia pillole De Tribus, come un antipestilenziale maraviglioso; e tanto più sono esse da stimare, quanto che si fanno con poca spesa, e tengono senza sensibile incomodo lubrico e netto il ventre. Si compongono nella seguente forma.

Pillole di Rufo, o De Tribus.

℞. Aloè, incenso, ammoniaco, ana part. 2, mirra part. 1. Pestati, si mescolino con vino odoroso, e se ne formino pillole.

Oggidì però la maggior parte dei medici prescrive quest’altra composizione e la crede migliore.

Altre pillole di Rufo più usitate.

℞. Aloè epatico dram. 3, mirra dram. 2, croco, o sia zafferano dram. 1. Di queste cose peste si formano pillole, con acqua di melissa o d’acetosa, o con vino odoroso.

Altri vi uniscono mezz’oncia di diagridio, e mezzo ottavo di canfora. Altri v’aggiungono altri ingredienti. Vedi lo Scradero, il Lemery, o pure il Donzelli nel Teatro Farmaceutico, part. 3, pag. 654. Una o due volte per settimana prese due o tre o quattro di sì fatte pillole grosse come un pisello o cece, senza incomodo tengono in ubbidienza il corpo, e si credono un utile preservativo. Il Diemerbrochio dice che 4 once del seguente vino fanno il medesimo effetto.

Vino d’aloè.

℞. Radici d’angelica, d’elenio, di petasitide, di dittamo, scorze d’aranci ana dram. 1; aloè lucido scrup. 6 e mez., cardo santo mezzo pugno, centaurea minore pugn. 2, assenzio pugn. 1. Si taglino minutamente e si ripongano in un sacchetto entro lib. 6 di vino generoso, e non si levi via il sacchetto se non finito di bere il vino.

Prima però d’inoltrarmi nel gran caos de’ preservativi farmaceutici che si prendono in bocca o per bocca, mi sbrigherò dagli esterni. Che non fa l’intenso natural desiderio che ha ognuno di conservare la sanità e la vita in mezzo ai gran pericoli? Esso ha anche inventato non pochi antidoti esteriori ed amuleti contro la peste, con dar loro, o buonamente o maliziosamente, un credito e spaccio considerabile. Gli astrologi e i superstiziosi hanno inventato molti sigilli, medaglie, bullettini, anelli, carte e simili cose con figure, segni, numeri e parole anche sacre. Alcuni, e massimamente in Germania, esaltano e danno per un preservativo maraviglioso il portare in tempi di contagio sospeso al collo un rospo seccato o bruciato e ridotto in cenere, e chiuso in un sacchetto. Altri nella stessa guisa, consigliano il portare argento vivo ben chiuso e sigillato con cera in una noce o in una penna da scrivere, e ne raccontano mirabili effetti. Per parere d’altri lo smeraldo, lo zaffiro, il giacinto ed altre gemme appese al collo, in maniera che tocchino l’esterna regione del cuore, atterriscono talmente la peste, che non osa accostarsi. Più celebri degli altri sono gli amuleti d’arsenico cristallino puro, o varie paste e composizioni di polveri ed erbe, nelle quali entra arsenico o sublimato, da portar chiuse in uno zendado o sacchetto di tela vicino al cuore. Anche i nostri medici italiani, e fra essi alcuni de’ primi, commendano forte questo segreto, citando massimamente l’esempio di papa Adriano VI, che dicono preservato dal contagio per mezzo d’una lamina d’arsenico portata sopra la regione del cuore, e sostenendo che l’un veleno resiste all’altro.

Io lascio altri simili curiosi antidoti, e mi ristringo a dire che i precetti della religione infallibile sono chiari contro que’ rimedi che vengono manipolati dalla superstizione, essendo non meno delitto presso a Dio che follia presso gli uomini il prestar fede a tali invenzioni. E per conto degli amuleti velenosi, creduti contravveleni, i più saggi tra i medici li vogliono sbanditi dall’uso; e ciò perchè la ragione fa intendere che o non sono atti a giovare, come si crede, o possono anche nuocere. In fatti la sperienza adduce vari casi funesti, che qui non importa riferire, avendo essi avvelenato chi veniva a sudare e chi per mezzo loro si credeva sicuro dall’altro veleno, e non avendo essi difeso tanti altri dalla peste, che pur deridevano i medici con portar simili amuleti. Io per me non oserei affatto riprovare l’uso di questi pretesi rimedi; ma dirò bene che non saprei fidarmene molto. E se taluno rispondesse che per attestato d’insigni medici hanno essi giovato e giovano nella peste, se gli vuol rispondere essere più che difficile in molti casi (e possono in ciò prendere abbaglio anche le prime teste) il decidere qual cagione o rimedio abbia precisamente preservato dal male o salvato dalla morte un uomo. Ne’ tempi di contagio può essere che si sieno preservati molti, portanti simili velenosi amuleti, non per cagione d’essi amuleti, ma per altre circostanze, ed anche talora per la gran fede che appunto aveano riposta in essi e che li riempieva d’intrepidezza e coraggio, due già da noi dichiarati buoni preservativi contro la pestilenza. All’incontro sapendosi che rospi, ragni, arsenici, argenti vivi ed altri di questi almeno sospetti ritrovamenti, sono stati avvertiti per inutili ne’ medesimi contagi da altri più attenti e men creduli medici, egli è difficile che la sperienza di questi abbia preso abbaglio; e perciò bisogna qui andar cauto per non cadere nel cerretanismo, da cui pur troppo non sanno talvolta tenersi lontani alcuni ancora che fanno strepito nella medicina. Aggiungo nulladimeno che se tali amuleti, e specialmente il mercurio, di cui so alcuni mirabili effetti in altri casi, verranno portati in maniera da non poter nuocere, allora se ne potrà permettere l’uso; purchè non si tralascino altre diligenze e preservativi non pericolosi e degni di più fede. È bizzarro il Rivino nel trattar della peste di Lipsia, che dopo aver derisi tutti gli amuleti, ne eccettua la radice dell’erba colchico, la quale è da lui commendata come un sicurissimo amuleto contro la peste. Io non ne so il perchè.

Egli è poi qui da ricordare ai savi maestrati che nascendo e crescendo più in tempo di peste che negli altri i ciurmatori, i medicastri e i venditori di specifici e di segreti, con attribuirsi allora anche le persone idiote il diritto di prescrivere medicine, bisogna con pubblico e rigoroso editto rimediare al disordine di tali rimedi. Cioè convien proibire che senza l’approvazione de’ medici deputati non sia venduta o spacciata cosa alcuna sotto nome di preservativo o di curativo per la peste, nascendo per lo più tali invenzioni o da una ridicola e temeraria ignoranza, o da unico motivo di proprio interesse, senza pensare all’inganno della povera gente, facilissima a credere ciò che desidera, e per tali imposture distratta dal procacciarsi altri o meno disutili, o più giovevoli medicamenti. Fanno anche gran male in tempi tali alcuni cerusici che in loro cuore credendosi degni della toga dottorale, la fanno da medici risoluti, e prescrivono rimedi soporiferi, purganti, amuleti ed altri medicamenti, in parte ancor qui riprovati, mandando per le poste all’altra vita infermi che forse sarebbono guariti. Ci bisogna rimedio per quanto si può a questi omicidi. Per parere ancora del signor Gian-Domenico Santorini, valente protomedico della sanità in Venezia, d’una cui giudiziosa Istruzione MS. ho anch’io profittato in questa occasione, si è sperimentato più volte riuscir veleni quei che si dispensavano come antidoti, non già perchè si sapessero e si dispensassero come tali da una abbominevole malizia, ma perchè senza cognizione e metodo venivano impastati e spacciati dalla temeraria ignoranza. Noi vedremo che anche il cavar sangue e il dar medicine solutive agli appestati, possono essere due veleni che così alla buona vengano prescritti nelle pesti da chi è dottore senza dottrina, o ha sempre il nome, ma non sempre il giudizio de’ medici veri.

Del resto non è che non possano permettersi e anche lodarsi in tempi di contagio alcuni sacchetti da portarsi appesi al collo e sulla regione del cuore, purchè la loro composizione ammetta soli ingredienti chiamati per la loro qualità o odore antipestilenziali. In questa forma, quand’anche non giovassero, siccome dovrebbono coll’espansione delle loro particelle odorose, certo non nuoceranno, e potrebbono almen recare quel non picciolo benefizio d’indurre animosità e fiducia in chi li portasse: il che in tempi sì fatti è di molto vantaggio. Tale sarà la seguente composizione:

Sacchetto preservativo.

℞. Radici d’angelica, zedoaria, elenio, dittamo, ana mez. dram., castorio dram. 1, canfora scrup. 1, croco, cioè zafferano mez. scrup., incenso mez. dram., triaca d’andromaco dram. 1 e mez., olio d’ambra gocce 4, olio di ginepro gocce 2. Polverizzate le robe, e mischiate con mucilagine di dragante in aceto di ruta, se ne faccia una massa o crescentina, e chiusa in un pezzo di seta si porti appesa al collo.

L’uffizio della sanità di Milano divulgò nel 1630 quest’altra composizione, come usata per preservativo da chi senza appestarsi spargeva la peste colà (così fu preteso); e molte altre città l’approvarono. Per le ragioni di sopra addotte è da considerare se sia da ritenere uno di questi ingredienti, cioè l’arsenico; e di tal composizione potrebbe forse valersi chi sta esposto al servigio degli appestati o al maneggio delle robe e dei cadaveri loro. Eccone la ricetta:

Sacchetto preservativo.

℞. Incenso maschio bianco, solfo, ana onc. 6, arsenico cristallino onc. 1, bacche di lauro, garofani di droga, ana num. 9, radici di verbena, di zenzero, foglie di peonia, rafano, centaurea, erba sampietro, ana manip. 1, scorze di melarancio, noce moscata una, mirra, mastice, ana gran. 5, semi di ruta num. 30. Si pestino tutte, e ridotte in polvere si pongano in un sacchetto di raso o di damasco o simile che abbia corpo, acciocchè non escano, e questo sacchetto si porti dalla banda del cuore.

Sono ancora consigliati e descritti dai medici per preservativi della peste molti balsami, unguenti, pittime, ecc., o da tener sulla regione del cuore, o da ungerne le narici e i polsi. Il P. Maurizio da Tolone loda la seguente

Pittima per corroborare il cuore.

℞. Acqua rosa di buglossa ana onc. 6, vino ordinario onc. 3, aceto rosato onc. 1, polveri d’angelica, mirra, alchermes, ana mez. dram., garofani e cannella polverizzata, ana mez. onc., confezione d’alchermes e di giacinti, ana dram. 1. Di tutte le suddette cose si formino pittime con olio di scorpioni del Mattiuolo da mettere sopra la parte del cuore.

Si noti qui non essere approvate da alcuni dei migliori medici le pittime da tenere sulla regione del cuore che sono composte di Semplici cotti in acqua o vino, o mischiati con acqua distillata. Può essere che ancor le altre non influiscano con quella forza che taluno crede a preservare l’interno dell’uomo; ma purchè non sieno atte a nuocere, si permettano pure; e per altro io so da persone intendenti che l’olio di scorpioni, con ungerne lo stomaco, fa degli utilissimi movimenti interni contro la malignità d’altre febbri. Ed appunto, giacchè abbiamo parlato di quest’olio, appellato ancora del Mattiuolo, benchè nella sostanza esso fosse conosciuto molto prima del Mattiuolo, egli è da sapere che questo vien comunemente lodato da tutti e commendato come un ottimo preservativo antipestilenziale, e se ne contano de’ mirabili effetti anche fuori dei casi di peste. Consigliano gli autori di ungersene prima d’uscir di casa le tempie, le narici, le palme della mano e tutta la regione del cuore. Se ne può anche bere una o due gocciole in un poco di brodo. Non ne rapporto la ricetta perchè facilmente si trova negli antidotari degli speziali e presso vari medici. Lo stesso olio ha preso diversi nomi, secondochè alcuni vi hanno aggiunto nuovi ingredienti. Tale è l’olio chiamato del Gran Duca, del Brasavola, (non so se diverso da quello che fa fare ogni anno il comune di Ferrara, ed è ivi molto lodato) del Minderero, di Lodovico Leoni, valoroso pratico bolognese, e d’altri, che tutti possono giovare al fine proposto. Il Diemerbrochio prescriveva ai desiderosi di rimedi non usuali l’unguento che segue:

Unguento preservativo.

℞. Triaca d’Andromaco dram. 1, canfora gran 9, olio di noce moscata spremuto, olio di scorpioni, sugna di serpenti, ana scrup. 2, olio di succino, olio di ruta distillata, ana mez. scrup., olio di cinnamomo, di garofani, ana gocc. 1, olio di scorza di cedro gocc. 5. Si mescolino insieme, e ogni mattina se ne ungano le narici, le tempie, i polsi e la regione del cuore.

Io lascio di riferire altri simili olj, unguenti, balsami, ecc., nei quali, per consiglio d’alcuni più sinceri medici, non s’ha poi da confidar troppo, sì perchè non sono assai note o certe le loro forze, e sì ancora perchè molti paiono inventati parte per soddisfare agli uomini timorosi in que’ terribili tempi, e parte dall’avarizia di certi medici o speziali, che non solo spremono volentieri le borse altrui, ma molto più facilmente le spremono quanto più è il numero degl’ingredienti dei loro recipe, e quanto più costano sì fatte composizioni, quasi ciò che è più prezioso, e si paga più caro, sia ancora più atto a guarir dai mali e a sbandire la morte. Così in oggi nelle città ove sono medici di gran sapere e di buon gusto, e che amano i disinganni suoi e gli altrui (tale per la Dio grazia è la nostra città) non hanno più voga, o almeno tanta voga, come una volta, i magisteri, le tinture e le confezioni di perle, d’oro e di gemme, avendo insegnato i chimici più accreditati colle sperienze fatte che queste ricche preparazioni sono o inutili trasmutazioni, o superficiali corrosioni delle materie preziose, le quali per la sanità non hanno altro valore se non se quello che loro impone la vanità di chi le prescrive, o la credenza dei corrivi che a gran prezzo le comperano, sperandone, ma indarno, salute o profitto.

CAPO III.

Preservativi da prendersi per bocca. Erbe e tavolette a questo effetto. Mitridate minore commendato da molti. Altre bevande, polveri, conserve, elettuari, vini, unguenti, ecc., creduti preservativi. Aceto, e lodi d’esso, e d’altri acidi contro il veleno pestilenziale. Metodo d’alcuni medici per preservarsi nel commercio con appestati.

Un’altra classe di preservativi contro la peste si è quella dei rimedi che possono prendersi per bocca. E primieramente in que’ fieri tempi, siccome vien consigliato dai saggi il non aprir le finestre delle case se non dopo la nascita del sole, e il chiuderle prima ch’esso tramonti; e siccome per loro parere non si dee uscir di casa finchè non sia levato il sole, e vi s’ha a tornare avanti il fine della giornata, quando gravi urgenze non impedissero l’uso di questa regola, così ci viene da tutti consigliato il non partirsi la mattina di casa, nè accostarsi a parlar ad altri, o a medicare infermi, o trattar persone o robe sospette, senza aver prima preso qualche medicamento preservativo. Quando altro non s’abbia, almeno si faccia colazione con qualche cibo sano e una bevuta di vino generoso. Il ventre digiuno è un mal compagno in questi pericoli. Uscendo dal corpo e specialmente dalla bocca di chi s’è così premunito una evacuazione odorosa, non tanto per la qualità della bevanda, quanto perchè l’aiuto sopravvenuto allo stomaco mette più in moto gli umori del corpo, e viene a formarsi, per così dire, un’atmosfera di buoni aliti, che hanno forza di tener lontani gl’impuri e pestilenziali, o pure di correggerli allorchè si accostano.

Ma quali saranno questi interni preservativi? Ne contengono una gran farragine i libri de’ medici. Io ne trasceglierò quelli che scorgerò più accreditati dalla sperienza e dalla riputazione degli autori, dovendosi qui anteporre quelli che per la loro balsamica, odorosa e spiritosa qualità si conoscono più propri per resistere ai veleni, alla putredine e ai vapori maligni. Correndo dunque tempi di peste, può giovare molto, massimamente a quei che debbono uscir di casa, il tenere in bocca e andar masticando qualche cosa odorosa e sana. L’Ingrascia asserisce che moltissimi si preservarono dalla peste ch’egli descrive, e in particolare i beccamorti e i serventi de’ lazzeretti e simili altre persone, col masticare fra giorno l’erba zedoaria e inghiottir quella saliva. Altri lodano il tenere in bocca la radice d’essa erba, o quella di dittamo, o di genziana, o dieci grani di ginepro macerati in aceto, o pure la polvere di cardo santo. Anche il nostro Falloppio scrive che a’ suoi dì chi serviva agli appestati, non si preservò con altro che col masticare la mattina zenzero e bevervi appresso un bicchiero di malvagìa e coll’andare masticando dipoi tutto il giorno zedoaria. Così un grano di garofano di quei di Levante tenuto in bocca, quando non s’abbia di meglio, vien creduto giovevole, siccome ancora le scorze di cedro o di melangolo. Altrettanto scrivono alcuni della mirra coll’inghiottire di quando in quando la saliva; ma questa suol riuscire pel suo sapore troppo spiacevole, e l’Elmonzio l’ha osservata fallace in casi tali. La radice d’angelica viene assaissimo consigliata ai poveri da masticare. Quella poi dell’elenio, o masticata secca, o presa in polvere, o condita con un poco di zucchero, in guisa però che resti più tosto disgustosa al palato, è sommamente lodata dal Diemerbrochio, il quale consigliò a moltissimi questo solo preservativo, facendone mangiar delle condite due o tre o quattro la mattina, perchè dice d’averle trovate più giovevoli che assaissimi altri medicamenti preparati con gran fatica e spesa. Jacopo Primerosio ed altri credono che il tabacco nulla vaglia contro la peste. Ma il fumarlo nelle pipe vien decretato da altri per un potente preservativo; e il suddetto Diemerbrochio attesta d’averne provato in sè stesso e in assaissimi altri un insigne giovamento nel contagio dei suoi giorni; sostenendolo per un’erba di qualità specifica per resistere a simili veleni e alla corruzione, ed aggiungendo che non solo moltissimi coll’unico uso del fumar tabacco restarono illesi da quel morbo, ma che alcuni ancora, colpiti dal medesimo, coll’uso del solo fumo di tabacco sul principio del male se ne liberarono. Ma conviene adoperarne, dell’ottimo e colle foglie non putride e ben torte, e valersene poi anche moderatamente. Chi però se ne serve (che tutti non possono) si guardi dall’acquavite, non convenendo insieme tal rimedio con tal disposizione, secondo il parere di alcuni. Nè credesse persona che il bere sugo di tabacco o l’inghiottire la sua sostanza, producesse l’effetto medesimo. Sarebbe anzi un veleno tanto nella preservativa quanto nella curativa della peste, per le deiezioni di ventre e per gli sconvolgimenti di spirito che da esso provengono. Il noto, perchè l’esempio d’alcuni pazzi potrebbe tornarsi a vedere.

Per preservativi da prendersi per bocca vengono lodate le seguenti

Tavolette preservative.

℞. Fiori di solfo mez. onc., trocisci di vipera dram. 3, polvere di diarrbodon e diamargariton freddi, ana onc. 1, confezione d’alchermes e di giacinti, ana scrup. 4, zucchero bianco dissoluto in acqua di scorzonera o di cardo santo quanto basta. Con ciò formerai pasta e tavolette. Pigliane la mattina una dramma, bevendovi appresso un poco di vino puro.

Altra sorta di tavolette preservative.

℞. Fiori di solfo dram. 6, canfora scrup. 1, zucchero bianco dissoluto in acqua di scabbiosa quanto basta. Formane tavolette come sopra; e camminando o dimorando in luoghi infetti potrai tenerne in bocca.

Altre tavolette preservative.

℞. Polvere bezoartica dram. 1, liberante mez. dram., radici d’elenio secche, d’angelica, di petasitide, ana scrup. 1 e mez., fiori di solfo tre volte sublimati dram. 1. Se ne faccia polvere sottilissima, e discioltala con zucchero bianco e acqua di cardo santo quanto basta, se ne formino tavolette.

Altre tavolette sono prescritte dai medici, impreziosite ancora da perle e coralli preparati, da oro in foglia e da altre gemme: cose tutte che bene spesso entrano per sovrammercato in composizioni per altro buone.

A tutti, ma specialmente ai poveri, si può consigliare il Mitridato minore, che è un preservativo antichissimo, attribuito, non so se con tutta ragione, a Mitridate re di Ponto, ma certo comunque sia, generalmente lodato da tutti i medici per i tempi di peste, dicendosi ancora che Carlo V salvò dal contagio con questo sì facile, ma stimatissimo rimedio l’esercito suo: nel che io lascio la verità a suo luogo.

Mitridato minore preservativo.

℞. Foglie di ruta num. 20, due fichi secchi, due noci secche con 4 grani di sale comune. Se ne faccia un boccone da prendere la mattina a digiuno. Il sale però non è di necessità. O pure si formi con una libbra per uno dei tre suddetti ingredienti. Vi si può anche aggiungere siroppo di limoni quanto basta per fare elettuario, dopo aver pestato ben bene in mortaio di pietra con pestello di legno gl’ingredienti ad uno ad uno.

E qui si noti che per parere di tutti la ruta è di una singolare efficacia contro la pestilenza; e però doversene far molto capitale, giovando anche sola. Ma perchè non a tutti sempre è permesso l’avere ruta fresca, si può prepararne molto medicamento in una volta sola, a proporzione della seguente composizione. ℞. Foglie di ruta fresche onc. 1 e mez., noci secche nette onc. 2, fichi secchi onc. 1. Si pesti ogni cosa benissimo, e si faccia passare per setaccio con aceto rosato quanto basti per distemperare la mistura. Fatta questa, se vi si vede soprannuotare l’aceto ed esser troppo, si ponga al sole o a simil caldo in vaso atto ad asciugarsi, finchè resti in debita forma d’elettuario, del quale si debbono prendere ogni mattina due cucchiai. Si potrebbe anche aggiungere all’elettuario fatto un’oncia d’estratto di bacche di ginepro. Le noci si monderanno dalla pellicina con tenerle per un poco in acqua caldetta.

Che se taluno vorrà conservarsi delle foglie di ruta come fresche per ogni tempo, ne ponga molte in qualche vaso di vetro dalla bocca larga, acciocchè ne possa cavar fuori senza gran pena, e le cuopra di buon aceto, tenendo anche il vaso ben coperto. Così egli conserverà la ruta, ed avrà pure aceto preparato con essa, il quale anche da per sè viene molto stimato in tempi di peste, e serve per odorarlo, e per prenderne anche la mattina un poco in bevanda. Altri medici hanno accresciuto, ciascuno a suo gusto, il Mitridato minore; ma io penso d’avere accennato quello che basta.

Altri lodano come utilissima la seguente

Bevanda preservativa.

℞. Dieci noci fresche mondate dalla pellicina, 10 spicchi d’aglio mediocri mondati, 3 onc. in circa di bacche di ginepro, un pugno di foglie di ruta. Le prime si pestino grossamente; la ruta si tagli minuta. Posto tutto in pignatta vetriata con una inghistara in circa di buon aceto, si copra essa pignatta sicchè non respiri, accomodando creta o simil cosa tra il coperchio e la pignatta, e lasciandola per 24 ore sopra le ceneri calde. Poi si levi dal fuoco e si ponga ogni cosa insieme in fiasco ben turato al sole per tre o quattro giorni. Di tal composizione si beva ogni mattina a digiuno mezzo cucchiaio, ed anche un intero; e con lo stesso aceto si bagnino le tempie, i polsi e le narici.

Io volentieri accenno qui le composizioni facili e di poca spesa, affinchè tutti, e massimamente i poveri, possano provvedersi di qualche riparo contro gli assalti della pestilenza. Allorchè questa è padrona del campo, a molti mancano gl’ingredienti, e a più manca ancora il danaro per procacciarseli. E se taluno dicesse di non aver gran fede in certe semplici o vili composizioni, ho il dispiacere di rispondergli che nè pur egli s’ha a fidar troppo d’altre composizioni e preservativi più preziosi e faticosi; perciocchè in mezzo alla peste nessun altro rimedio sicuro e privilegiato c’è se non la mano di Dio; e per conto dei rimedi umani più talvolta gioverà un poco d’aceto, di solfo, di ruta, di canfora o altro semplice, che un lunghissimo recipe composto dall’ambizione. Seguitiamo dunque a dire che alcuni trovano buono il seguente

Preservativo antipestilenziale.

℞. Fiori di solfo e zucchero bianco in polvere in egual quantità; e mescolati insieme, prendine la mattina a digiuno un mezzo cucchiaio per bocca, bevendovi appresso un poco di vino bianco buono.

Potrà parimente giovare ai poveri il porre in infusione entro vino buono foglie verdi di pimpinella, e beverlo alquante ore dopo. Ovvero mettere la sera in aceto buono, sicchè stia coperta, una noce secca mondata dalla pelle; e la mattina seguente si mungi la noce e si beva l’aceto. Questo, benchè tanto facile, pure si dà per un buon difensivo. Può essere che si metta a ridere qualche medico, non però addottorato in medicina; ma sappia egli che in fatti alcuni, anche valentuomini, col solo aiuto dell’aceto, preso in picciola dose le mattina con un poco di pane, e fiatato alle occasioni, si sono preservati. Ne parleremo fra poco. Le bacche poi di ginepro mature e fresche, cioè di color nero o pavonazzo, e non rosse, vengono commendate da tutti, ed entrano in moltissime composizioni contro la peste. Si potrà farne estratto, cioè cavarne il sugo con acqua, dove sieno state infuse e calde per tre giorni, spremendole dipoi per pezza netta. O pure si tengano in fiasco con vino buono sopra, per mangiarne tre o quattro per volta, riuscendo anche utile lo stesso vino.

Angelo Sala insegna a fare il mele, o sia l’estratto di ginepro, con pestare grossamente nel mortaio le bacche fresche, e cuocerle poi in acqua, finchè si vegga separata la materia glutinosa. Spremuta la decozione, per quanto si può, si faccia essa di nuovo cuocere, finchè si riduca in consistenza di mele, che sarà dolce e fragrante. Servivasi poi il medesimo autore di questo estratto per uno degl’ingredienti a formare la seguente composizione, chiamata da lui Triaca de’ poveri, e consigliata come un eccellente antidoto contro la peste:

Triaca de’ poveri.

℞. Erb. veronica, scordio, cardo santo seccate, ana onc. 2, feccie d’aro, fiori di solfo, ana onc. 1, zedoaria, radice d’imperatoria, di elenio, di irundinaria (che m’immagino essere la chelidonia), di carlina, di valeriana, mirra eletta, dram. 6, olio di vitriuolo dram. 1, mele odoroso spumato lib. 3, estratto di ginepro mez. lib. L’erbe e le radici separatamente si polverizzino bene, e si triti a parte la radice d’aro preparata. Poi si mettano il mele e l’estratto in pignatta ben vetriata, facendo solamente scaldare e non bollire la materia; e dopo vi si mescolino le polveri suddette, movendo tutto fortemente con pestello di legno, finchè si riducano in forma di elettuario. Raffreddata la composizione, aggiungi i fiori di solfo, la mirra e l’olio di vitriuolo; e mettendo tutto in vaso di terra vetriata, riponlo a fermentarsi. Se ne prenda, secondo la diversità de’ corpi che debbono valersene, da uno scrupolo fino a una dramma.

Varie erbe possono servire di preservativo. Sei d’esse fra l’altre sono credute contravveleni, cioè l’ipperico, il vincetossico, l’enula, il dittamo, l’aristolochia e il rafano selvaggio. Marsilio Ficino dice d’aver dato del rafano un poco per volta ai poveri con utile notabile. Si prendono tali erbe in boccone mattina e sera, o seccate in polvere con buon vino, o il loro sugo si bee al peso di un’oncia in circa. L’assenzio, che anche medichetto si chiama, è tenuto da tutti per un egregio preservativo contro il veleno pestilenziale, e moderatamente preso tiene in buon appetito le persone. In varie maniere si può prendere; la più facile è d’infonderlo nel vino, e prendere talvolta una bevuta di questo. Sono ancora lodate quest’altre: Scabbiosa, tormentilla, pimpinella, sassifraga, acetosella, imperatoria, scorzonera, angelica, carlina. A chi la borsa non suggerisce di meglio, potranno giovare questi facili medicamenti, che in fine anche dai medici migliori sono riconosciuti per non inutili, anzi adoperati come molto proficui nelle loro ricette. La galega, o sia ruta capraria, appellata da alcuni castracane, si tiene anch’essa per potente preservativo contro il veleno pestilenziale. Si usa in vari modi, cioè cruda in insalata, o cotta in minestra. Si piglia polverizzata in vino o altra bevanda appropriata. Si mette in infusione entro il vino o in aceto, che poi di quando in quando si bevono. Se ne bee anche il brodo e l’acqua distillata; ed è nel verno buona anche la sua radice. Dell’una e dell’altra piantaggine dicono cose grandi alcuni medici per preservarsi dalla peste; e lodano altri non poco l’acetosa, cioè l’oxalide, prescrivendone un boccone d’essa ogni mattina a digiuno.

Per la gente delicata possono servire, secondo il Diemerbrochio, le scorze di melarancio o di cedro condite, o alcune gocce d’olio di ginepro da bersi con un poco di vino, o sia l’estratto di bacche di ginepro, quanto una noce moscata da mangiarsi. Anche gli spiriti di sale e di vitriuolo, e di zolfo, e di sugo di cedro ed altri simili acidi, appunto per questa loro qualità, vengono celebrati per efficacissimi in resistere alle putredini, se mi lice usar questo termine degli antichi. Si prendono in bevanda d’acqua di scabbiosa, di cardo santo, di betonica, di melissa, o in altro liquore. I coriandoli preparati, e presi la mattina a digiuno, e anche dopo pasto, possono essere di qualche utilità. Per rimedio facile, di poca spesa e di non poca virtù, viene consigliata da alcuni la seguente

Polvere preservativa.

℞. Bolo armeno onc. 1, tormentilla, dittamo bianco, ana mezz’onc. Pesta ogni cosa sottilmente, e pigliane la mattina un meno cucchiaio in mezzo bicchiero di vino o in acqua d’acetosa.

Il cardinale Gastaldi insegna quest’altro preservativo, da prendersi per bocca in rotoline di peso d’una dramma prima di cena o prima di dormire, aggiungendo che se ne videro degli ottimi effetti nella peste di Roma del 1656.

Tavolette o rotoline preservative.

℞. Confezione di giacinto dram. 1, bolo armeno, radici di carlina, perle preparate, succino, ana mez. dram; zucchero bianco disciolto in acqua di cardo santo quanto basta per farne delle rotoline.

Il Diemerbrochio, lasciati stare tanti altri elettuari, sciroppi, conditi, polveri, tavolette, ecc., formati con gran moltiplicità d’ingredienti, più per ostentazion di sapere che per altrui utilità, usava di prescrivere in qualunque tempo l’uso del mitridato minore, descritto di sopra, e talvolta le seguenti composizioni:

Condito preservativo.

℞. Polvere liberante scrup. 4, radici d’elenio condite con zucchero, scorze di aranci condite dram. 6, diascordio del Fracastoro dram. 3, olio di ginepro scrup. 1, sciroppo di limoni quanto basta, e se ne formi condito, o più tosto conserva.

Altro condito preservativo.

℞. Conserva d’acetosa di rose rosse, scorze d’aranci condite, rob di ribes rosso, rob di ginepro, ana mez. onc., polvere liberante dram. 1 e mez., sciroppo di limoni quanto basta. Mesci, e fanne condito, o più tosto conserva.

Elettuario preservativo.