LUCIANO ZÙCCOLI
DONNE
E FANCIULLE
La marmotta
Il dialogo delle bambole — La filosofia di Minni
L'amore degli altri — Ninnì non è gelosa
La signorina Empiastro — Ada e Fosca
Giorgina e i suoi uomini
Piccolo «Skating» — La moglie innamorata — Colmàr
MILANO
Fratelli Treves, Editori
—
12.^o migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera, dal 10.^o migliaio in avanti, che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
Milano, Tip. Treves — 1920.
INDICE.
| [Prefazione] | Pag. v |
| [La marmotta] | 1 |
| [Il dialogo delle bambole] | 49 |
| [La filosofia di Minni] | 63 |
| [L'amore degli altri] | 95 |
| [Ninnì non è gelosa] | 111 |
| [La signorina Empiastro] | 129 |
| [Ada e Fosca] | 151 |
| [Giorgina e i suoi uomini] | 169 |
| [Piccolo “Skating„] | 199 |
| [La moglie innamorata] | 217 |
| [Colmàr] | 237 |
PREFAZIONE.
Già il titolo del volume spiega che di ciascuna delle novelle qui raccolte è protagonista una donna o una fanciulla, dell'aristocrazia, della borghesia ricca, delle classi medie, del popolo. Ma non dice, il titolo, che il libro è molto indulgente, e devo dirlo io. Quando non sian buone e ingenue, queste mie donne, sono colpevoli per colpa degli altri, come avvien quasi sempre nella vita; perchè io credo che la responsabilità della donna si sia esagerata sempre, e in questi ultimi tempi sia stata portata alle stelle da alcuni scrittori, i quali voglion vedere nella donna La Nemica, per antonomasia, con iniziali maiuscole.
Di maiuscolo, a mio credere, non v'è il più delle volte che l'asinità dell'uomo; epperò il mio libro è indulgente, e raffigura la donna come una creatura di grazia, che gli uomini possono condurre a perdizione più presto e più sovente di quel che la donna non conduca a perdizione gli uomini; e dà alla donna una responsabilità ben piccola dei malanni che può commettere, e a cui gli uomini la incitano per il loro interesse egoistico, o l'incoraggiano storditamente con l'esempio.
E se vogliamo a una semplice raccolta di novelle dare un senso riposto e un significato che sconfini dalla letteratura, diciamo che il libro è antifemminista. Antifemminista, perchè annulla quasi la responsabilità della donna, strumento duttile di gioia o di dolore nelle mani dell'uomo savio o malvagio o sciocco. Ma sia detto questo incidentalmente, perchè voglio tenermi lontano da discussioni, le quali sono inutili e uggiose, e desidero piuttosto chiarire, con la brevità che è necessaria, il concetto al quale mi sono ispirato, e non in questo libro soltanto, per vedere e giudicare la vita femminile.
In verità, la donna, che è da alcuni considerata come una creatura malefica, «instrumentum diaboli», non diventa pericolosa se non quando è mal conosciuta e mal trattata; e io conservo l'illusione che, salvo casi patologici i quali non ci riguardano e sono oggetto di studii speciali, la donna sia capace di molto bene, purchè l'uomo che le è al fianco sappia incuorarla.
Creatura delicata per la sua impressionabilità viva e profonda, non appena l'uomo sopraggiunge nella sua vita, ella gli si volge per interrogarlo. Senonchè, il più delle volte egli non risponde, perchè non sa; o risponde il falso, ora dipingendole la vita come un chiostro in cui ella sarà avvinta per adorare il suo padrone e signore, ora facendole credere che la vita è una cosa leggera, arguta, piacevole, tutta spumante di capricci e di soddisfazioni. Comunque la donna agisca poi, l'uomo è il solo responsabile delle azioni di lei. Molti uomini i quali si lagnano dell'infedeltà della donna, non si lagnano, chi ben veda, che di se stessi, come i genitori i quali lamentano la mala riuscita dei figli, danno una cattiva idea dell'ambiente in cui li allevarono e dell'educazione che hanno loro impartita.
La donna è fatalmente infedele all'uomo che non la comprende, non la cura, non la educa, perchè la donna ha in sè un fermento di ribellione istintiva, che solo un'attenzione assidua e generosa può distruggere. Direi per ciò che nel campo sentimentale non è tradito se non l'uomo che vuol esserlo. Perchè la donna non chiede di meglio che di essere fedele, anche per la naturale sua inclinazione, la quale la consiglia a tenersi lontana dalle ansie, dai pericoli, dalle fatiche dell'inganno. Non chiede di meglio, ma essendo per natura sua oscuramente e infantilmente vendicativa, le asprezze e le volgarità, le offese e le negligenze dell'uomo cadono in un terreno che produrrà i frutti più tossici non appena l'occasione se ne presenti.
Contrariamente a quel che si pensa in generale, l'adulterio femminile non è già la rivelazione d'un «punctum minoris resistentiae» della donna, ma d'un «punctum minoris resistentiae» dell'uomo a cui ella appartiene; o piuttosto l'effetto delle deficienze del marito che delle deficienze della moglie.
È raro l'uomo il quale dia all'amore tutta l'importanza a cui questo sentimento ha diritto: siamo in tempi gravi, il rispetto umano ci obbliga a sogghignare di ciò che noi chiamiamo sentimentalismi, e per far più presto, molti uomini giungono al matrimonio dopo una lunga esperienza della donna da trivio, la sola esperienza rapida e poco dispendiosa che la fretta degli affari conceda. Alla vigilia di legarsi per tutta la vita a una donna, non hanno della donna che un concetto fisico e dell'amore un sorridente disdegno.
Ed è doloroso che di questa ignoranza oggi si faccia pompa come di squisita saviezza e ci si avvicini al matrimonio come ad una vettura di piazza, trascinata da un cavallino qualunque, che è la donna, il quale correrà certamente per il solo fatto che c'è un cocchiere. Qualche volta il cavallino s'impenna, rovescia cocchiere e carrozza....
E allora l'uomo ricorre al codice o al colpo di rivoltella, perchè ha ragione lui, e il cavallino doveva correre.
Eppure, di ben poco si nutre la scienza dell'amore: di bontà e di apparenze gentili. Gli uomini non sanno che bene spesso tutto dipende da una parola. Alle parole la donna dà gran peso: un uomo avveduto con una frase opportuna, con una piccola garbata parola può vincere l'irritazione della sua compagna. La donna ha sete di parole buone e affettuose e le preferisce talora a un regalo; in generale gli uomini ignorano questa ingenua virtù femminile che si accosta per essere accarezzata con una frase; e in una discussione non sanno aver pazienza, trascuran l'arte di tacere, trattano la donna come un avversario temibile armato di terribili argomentazioni alle quali altre bisogna opporne senza pietà per debellarlo. Se sapessero indulgere alla mancanza di logica, che sovente è la caratteristica delle argomentazioni femminili, e, non volendo stravincere, se sapessero spiare il momento per quella parola buona e tenera, che la donna desidera sempre, le discussioni terminerebbero presto senza lasciare strascichi, senza giungere a violenze, che si possono perdonare, ma che non si dimenticano più.
Ho detto che la donna è una creatura delicata; prima di me un classico, il Michelet, l'ha definita «un être malade». Per quella sua delicatezza, ella non tollera la volgarità, e l'uomo è sopra tutto e prima di tutto una creatura contesta di volgarità.
Egli parla dei suoi amori con cruda spavalderia; e la donna per abitudine e per prudenza non ne parla mai in alcun modo. Egli si vanta delle sue conquiste o, quando è discreto, le lascia indovinare. Ci son degli uomini, — e mi dispiace dirlo, son la maggioranza, — i quali preferiscono al possedere una donna il comprometterla. La donna ha l'abitudine del silenzio e del segreto in tutto quello che si riferisce all'amore; — l'uomo è, per quel che si riferisce all'amore, assai loquace.
Il suo linguaggio del resto, è in generale, largo e sbracato: un vocabolario da taverna non è affatto eccezionale in bocca a un uomo che parla con altri uomini familiarmente, ma è lontano dalle abitudini mentali della donna, la quale non se ne servirà se non il giorno in cui avrà disceso tutta la scala della perdizione.
È dunque assai facile, per questa diversità di costume, di vita, d'abitudine, che l'uomo offenda la naturale suscettibilità della donna, credendo che perchè egli l'ha avuta, tutto gli sia permesso; e molte ferite son fatte nei primi tempi d'intimità piuttosto con le parole che con le azioni.
Una donna veramente appassionata può prestarsi a tutti i capricci e i desiderii dell'uomo che ama e che ha scelto; ma difficilmente perdona all'uomo che le rammenti con parole volgari le voluttà segrete a cui egli ha saputo persuaderla in nome della passione. Ella ben comprende che la soglia dell'alcova non dev'essere profanata, che l'amore perde il suo fascino quando lo si descriva troppo, che l'uomo ha l'obbligo della discrezione anche di fronte alla donna da lui posseduta, se non vuole abituarla alla fredda impudicizia, la quale toglie ogni attrattiva e ogni merito alla voluttà.
L'uomo che non tien conto di queste sottili accortezze e di questi pudori tenaci, arrischia di vedersi tradito presto; l'allieva della sua depravazione verbosa, avvezza a non arrossir più dei vocaboli che offendono peggio degli atti e che non hanno scusa, sarà assai mal preparata a difendersi dagli assalti che una donna giovane e bella deve sostenere.
*
Noi usiamo essere severi con la donna che cade; sia essa fanciulla libera di sè, sia legata già a un uomo col vincolo del matrimonio.
Fingiamo d'ignorare quali battaglie deve affrontare una donna per conservarsi onesta; dimentichiamo quali tentazioni la circondino, in alto e in basso della scala sociale, e quali avvedute insidie spiino la sua debolezza, la sua impressionabilità, il suo bisogno d'amore e di protezione. «Le donne sono deboli, — ha detto Pitagora, — perchè non sono sostenute che dal cuore.»
E male sostenute, possiamo aggiungere, e mal difese dal cuore che consiglia loro la pietà. Il più gran numero di donne non cadono già per un traviamento dei sensi, contro i quali hanno freni più forti dei nostri, perchè non illanguiditi dall'abitudine del piacere; ma per un consiglio di pietà. Esse non sanno resistere allo spettacolo dell'uomo che soffre per averle, nè sanno distinguere il vero innamorato capace di esser loro vicino non solo nell'ora del godimento ma pur nell'ora del pericolo, dal seduttore professionale che recita con sapiente ipocrisia una sua vecchia commedia, e ha già deciso d'abbandonarle non appena le avrà avute.
Le tentazioni sono innumerevoli intorno alla donna, fatte di lusinghe e di adulazioni, d'insistenza e d'audacia; ora esaltata, ora intimorita, ora impietosita, deve combattere una battaglia diuturna per difendersi, e passa ogni giorno attraverso un'atmosfera di desiderio e di libidine, che le soffia in faccia il suo alito bruciante.
Se resiste, l'uomo non gliene dà merito; è una insensibile, una frigida, non ha nervi. Se cede, tutti la condannano; è una sensuale, una depravata, una incosciente.
Caratteristica mi è sempre parsa la frase di Giorgio Byron: «Un passo di là dal decoro è per la donna un passo verso il precipizio.» Questo medesimo Giorgio Byron confessa nel suo giornale d'avere sedotte almeno cinquanta donne, d'averle persuase a far con lui il passo di là dal decoro verso il precipizio. Ciò non gli impedì di scrivere la sua sentenza generale per le donne che hanno ascoltato lui, per le donne che ascolteranno gli altri.
È molto maschile questa disinvoltura, e Giorgio Byron, il quale fu cavalleresco per l'indipendenza dei popoli, si dimenticò spesso di essere cavalleresco per le donne che non avevano saputo resistergli. Fu, insomma, un uomo, ampiamente, e diede ragione ad Helvetius, il quale scriveva essere la donna come una tavola imbandita, che si guarda con occhio cupido prima del pranzo e annoiato dopo pranzo.
Noi vogliamo che la donna sia onesta; ma ciascuno di noi ha lavorato più volte e con entusiastico accanimento a debellare o a mettere in pericolo quella onestà che sbarrava il cammino ai nostri desiderii. Sempre pronti a dettar norme di ben vivere e a creare eccezioni per il nostro piacere, non teniamo poi conto alcuno delle lotte che la donna ha dovuto sostenere per osservar quelle norme e per respingere quelle eccezioni. L'onestà ci pare una cosa facile ed ovvia, quantunque abbiam passato molto tempo della nostra vita a studiare agguati e a tendere lacciuoli per farvi incappare la donna che voleva essere onesta.
Una certa equità nel giudicare la donna caduta è necessaria.
Alla nostra onestà di uomini, la quale consiste, poco su poco giù, nel non violare il codice, non si oppongono tanti accorgimenti nemici quanti vengono preparati alla onestà femminile, che è di natura ben più difficile.
Un cassiere mal pagato che maneggia ogni giorno centinaia di migliaia di lire, è assai meno meritevole di stima che una donna maltrattata dal marito, la quale non cede alle lusinghe dei corteggiatori. Il primo può anche avere innanzi agli occhi la visione del carcere, sufficiente a trattenerlo da un'appropriazione indebita; l'altra non ha che la visione d'una felicità luminosa e infinita, che ogni giorno il corteggiatore le descrive.
In basso la donna è insidiata dalla povertà. Nulla mi par così pietoso nel mondo come lo spettacolo d'una fanciulla povera; a lei negate non soltanto le soddisfazioni della vanità, pur forte in ogni cuore di donna, ma gli agi, le comodità, le cure, che al suo corpo gentile e fragile sarebbero necessari. E intorno le stanno uomini, i quali pongono tutto lo sforzo dell'ingegno e dell'eloquenza nel dimostrarle che se cederà ai loro desiderii e si toglierà dal cammino diritto, potrà adornarsi e curare la sua persona e la sua eleganza, ed essere invidiata, e vivere in un perpetuo gaudio. Il lavoro l'intristisce, il timore del domani la sciupa, i cattivi alimenti e la cattiva abitazione la fan deperire. E lavora. Lavora fin che trovi un uomo della sua condizione che voglia sposarla. Egli la sposa, ma non la toglie alla fatica quotidiana perchè non può; e un giorno s'ubbriaca e la batte.
Più su, le tentazioni che serrano tutt'intorno la donna non sono meno terribili. Se in basso la mancanza degli agi può tradirla, in alto sono gli agi che la insidiano, è il suo fascino medesimo che fa pullulare i desiderosi, è talvolta la mancanza dei figli, è la maggior coltura che le dà maggiori bisogni sentimentali, è la vita stessa con le sue convenienze, i suoi divertimenti, le visite, i teatri, le feste, che le moltiplica intorno le seduzioni, è la trascurataggine del marito, che non sa difenderla e proteggerla, e si fa vivo il giorno in cui l'accusa e la giudica....
La nostra povera onestà maschile, la quale, ripeto, è sufficientemente solida quando non incappi nel codice, ignora questa via crucis di tentazioni. Noi non siamo tutti i giorni pregati e supplicati di rubare o di apporre firme false a una cambiale, come una donna giovane e bella è tutti i giorni supplicata di darsi all'uno e di mancar fede all'altro. E se fossimo con tanta insistenza pregati di commettere il male, non so quanti di noi non lo commetterebbero, salvochè non avessimo gli occhi sempre intenti al codice.
Come possiamo essere severi con la donna caduta, se teniam conto di tutte le trappole che furon poste attraverso alla sua strada? Dobbiamo noi farla responsabile delle adulazioni che han trovato la via del suo cuore, delle minacce che l'hanno impaurita, delle insistenze che l'hanno avvinta, delle abili finzioni che l'hanno illusa?
I veri responsabili, gli uomini, scompaiono nell'ombra.
Quando tornate a casa di tarda notte e v'imbattete in una donna da trivio che vi sorride e vi chiama, non pensate mai che un giorno ella fu vergine, che deve aver amato, che si è data a qualcuno, il quale l'ha abbandonata poi sul lastrico, e non vi chiedete dov'è questo «qualcuno» mentre la donna segue la sua via d'abiezione e di morte?... Quel «qualcuno» può essere il medesimo uomo, il quale vi ha testè accolto nella sua casa ospitale, dove tutto sorrideva e tutto era bello.... Non vogliamo condannarlo? Ma bisognerebbe essere ingiusti fino alla bestialità per condannare in sua vece la donna, che vent'anni addietro gli ha creduto ed è rotolata giù per la scala del vizio fino alla prostituzione.
*
Che la donna sia irresponsabile socialmente parlando, è dimostrato da un fatto a tutti noto: non sente l'amicizia. È rarissimo il caso che vi fa incontrare due donne le quali siano legate da una amicizia disinteressata e sincera.
La donna odia la donna. Somiglia in questo alla gallina. In un pollaio, guai alla gallina che si ferisce e perde sangue! Tutte le altre le si precipitano addosso, e a colpi di becco e di zampe la fanno a brani. È la loro solidarietà, il loro sentimento d'amicizia.
La donna non è diversa; odia la sua compagna segretamente fin che l'odio non possa manifestarsi ed erompere con gioia selvaggia. E quando mai sarà il giorno in cui l'odio avrà questa soddisfazione? Quando, naturalmente, la donna sia caduta e in pericolo.
In occasione di due processi celebri, Steinheil e Tarnowsky, io mi son piaciuto a interrogar molte donne sulla sorte che avrebbero riservata alle imputate. E ricordiamo che le imputate eran dipinte come donne affascinanti, quale per bellezza, quale per grazia femminile. Nessuna delle signore che io interrogai espresse un pensiero d'indulgenza, nessuna avrebbe accordato le attenuanti; tutte augurarono la pena di morte, e qualcuna, — piccola gallina feroce, — si rammaricò che la morte non si potesse dare con lunga e squisita tortura.
La donna odia la donna, e non ha dunque il ristoro di quel sentimento che è tra gli uomini assai forte. Gli esempii classici dell'amicizia sono nella letteratura attinti alla vita maschile, da Patroclo e Achille a Damone e Pizia. Non si ricordano coppie di amiche le quali sian passate attraverso i secoli con l'aureola del sentimento nobilissimo.
Sappiamo che cosa sono le amicizie femminili di collegio, traviamenti della pubertà inquieta; più avanti la lotta per la vita, quell'implacato spirito di gelosia che è così acceso tra le donne, schiera le une contro le altre. Esse rinunziano alla terribil forza della solidarietà sociale e sessuale con una incoscienza maravigliosa, per procedere sole nella loro via; rinunziano all'amicizia per l'amore.
Dall'amore, cioè dall'uomo, la donna si aspetta tutto, gioia, tutela, famiglia, aiuto morale e materiale, soddisfazione alle piccole vanità e ai mille desiderii che da fanciulla è andata maturando. Per ciò la sposa è superba e invidiata; per ciò, spietate nel loro odio, le une sorridono delle altre, che abbian vista andar fallita una promessa o una speranza di fidanzamento.
Ma comunque l'uomo si presenti, sotto le spoglie d'un marito o quale un amante, egli sarà la guida e il maestro. La fanciulla è stata educata in un collegio, nel quale le hanno insegnato molte cose inutili o sciocche o contrarie al vero; poi dalla madre, che ha continuato quella educazione lontana da ogni soffio vitale, quella educazione che in certi casi può riassumersi nella raccomandazione di abbassar gli occhi quanto più è possibile, e di vedere e capire quanto meno è possibile. Fortunatamente l'una e l'altra educazione s'accordano anche in un punto, in un solo punto che abbia valore sociale e potenza di difesa: nell'insegnare e sviluppare il pudore della fanciulla. È questo il solo presidio di molte donne.
La bella candida oca è consegnata dall'amore, dunque, nelle mani dell'uomo, il quale dovrebbe plasmarla e avviarla alle prove dell'esistenza, perchè egli è forte, ed essa debole.
*
Egli è forte.
Tra le menzogne convenzionali della nostra società, una sopra tutte mi sembra patente: quella che riguarda la forza morale dell'uomo.
Chiunque abbia vissuto con qualche intensità e abbia avuto maniera d'osservare uomini di diverse classi sociali, sa che l'uomo forte è un esemplare tutt'altro che comune. Quando non ondeggino tra una timidezza e un'audacia irragionevoli, passando come tutti i deboli da un abbattimento eccessivo a un'insensata e inopportuna arditezza, gli uomini al cospetto delle avversità trovano difficilmente l'energia per fronteggiare gli ostacoli e gli avvedimenti per superarli.
La bella serenità risoluta, indice della vera forza morale, è rara; più rara l'intelligenza pacata che giova a preparare tutto un piano di difesa e ad attuarlo con sagacia.
In verità quella prima menzogna della forza maschile non è se non la conseguenza d'un'altra menzogna: l'ipotesi della lotta per la vita.
Mentre ovunque si parla di lotta e di lotte, molte esistenze crescono, fioriscono e si spengono senza conoscer da vicino nè la lotta, nè le lotte, molte esistenze si svolgono con un meccanismo sicuro, e giungono pacificamente alla loro meta.
Considerate, ad esempio, l'enorme numero di professioni regolate da leggi di gerarchia e di anzianità, la professione degli impieghi, la professione delle armi, le altre innumerevoli in cui basta uno spirito mediocre per avere una mediocre agiatezza; aggiungete da una parte il rispettabile numero dei ricchi, e dall'altra le organizzazioni che han tolto la combattività all'individuo, lo hanno ridotto a gregario e lo fanno obbedire a una disciplina bassa e stupida; non dimenticate tutti quelli che non tendono ad alte vette, non pensano a grandi mutamenti, non conducono vita intensa di piaceri e di commozioni, e tutti quelli i quali non abbiano una personalità tanto spiccata da crearsi intorno ostacoli e nemici.... E poi dite quanti davvero lottano nella vita, quanti ne conoscono le ore torbide, le ingiustizie amare, i giorni pànici, gli istanti delle grandi risoluzioni.... Quanti?... Io ho dovuto sorridere più d'una volta, vedendomi innanzi qualche piccolo uomo, che mi parlava di lotte sostenute, di guerre e di patèmi, come avesse dovuto respingere da solo un intero esercito. E sapevo benissimo che tutta la sua attività era rivolta ad ottenere la croce di cavaliere della Corona d'Italia. Avuta la quale, non si sarebbe più udito parlare dell'atleta.
Molti son foggiati a questa maniera. A sentirli, si scambierebbero per cacciatori di tigri; poi la citazione d'un giudice conciliatore o l'obbligo di testimoniare in un processo li fa sbiancar di terrore.
La mancanza di lotta fa la mancanza di forza. La vita degli uomini comuni ha questi due segni: pace e debolezza; e fin che la pace dura, i deboli e i forti si somigliano, e si può lasciare che quelli menino vanto delle virtù di questi, augurando ai primi di non imbattersi mai nei secondi.
La lotta è rara, e perciò la forza è rara; il caratterisma principale della vita è la mediocrità delle gioie e dei dolori, la volgarità del meccanismo. Pochi uomini hanno il diritto di parlar delle lotte della vita come le avessero viste da vicino, ma tutti ne parlano con gravità sapiente, cosicchè a un giovane credulo la vita dovrebbe apparire come una mischia furiosa in cui migliaia sono i caduti, pochi i vincitori.
Manca invece alla grande maggioranza il maestro, il dolore; quel dolore che noi fuggiamo per istinto e che è fonte d'esperienza, che nei cuori ben fatti consiglia pietà e simpatia invece che odio e sfiducia.
La vita dei più si svolge senza dolore. Messi al riparo da ogni colpo perchè non hanno grandi ambizioni, non mirano in alto, non risvegliano inimicizie, non si presentano con una personalità temibile, gli uomini comuni procedono per una marcia regolare in terreno piano, e nel loro bilancio morale l'attivo e il passivo hanno proporzioni sufficientemente eque.
È dunque ingiusto guardar la vita e parlarne con espressione di corruccio.
Singolarmente avversa e dura per taluni pochi, è onesta per la grande maggioranza alla quale non chiede sforzi eccessivi, e dà un profitto adeguato allo sforzo. Non tutti quelli che declamano contro la vita, hanno lo scrupolo di coscienza di chiedersi che cosa han fatto per meritare meglio di quanto hanno avuto.
Se si conviene, — e bisogna convenire, — che per tre quarti dell'umanità la lotta e il dolore non sono se non imagini retoriche, si deve pur convenire che l'uomo è un debole, il quale mangia, beve, procrea, e fa correre la voce che l'uomo è forte. Quando parla di energie e di battaglie, sembra uno di quei guerrieri giapponesi d'or sono cinquant'anni, che si coprivano il volto con mostruose maschere; volevano incutere paura, e cadevano a centinaia sotto i proiettili degli uomini senza maschera.
*
L'infinita quantità di donne insignificanti che s'incontrano in tutti i paesi è pullulata dall'insipienza dell'uomo, il quale non s'è avvisto che la sua donna non aveva carattere e non ne aveva egli stesso tanto da foggiar quello della donna che gli apparteneva. L'ha lasciata poltrire e disfarsi nello stagno della sua impersonalità.
E non intendo con questo rilievo pronunziare alcun anatema, bensì notare appena una necessità sociale; la massa è naturalmente sfornita di qualità d'ordine superiore, e maschi e femmine si confondono in una folla grigia che occupa molto spazio e forma l'opinione pubblica.
Ma di certo, se in quella folla che passa e s'avvia alla morte come al coronamento d'una vita tutta animale, noi ci facessimo a ricercar qualche tipo che avrebbe potuto salire alla classe intellettualmente più alta e moralmente più sensibile, staccandosi in qualche maniera dalla massa grigia, lo troveremmo con maggior facilità tra le donne che tra gli uomini.
L'impressionabilità femminile non è che il germe; s'atrofizza e muore se non gelosamente custodito e pazientemente sviluppato; dà frutti copiosi, mortali o salutari, se l'uomo accorto lo coltiva. E qualche altra virtù è nella donna, che può formarne la personalità; come lo spirito di sacrificio, che gli uomini apprezzano solo egoisticamente, e la tendenza ad affezionarsi a idee, cose e persone, della quale gli uomini approfittano per tramutar la devozione in servitù.
Perchè un'anima femminile si apra con fiducia e prenda quella forma che diciamo carattere, dev'essere trattata con dignità. La donna ha bisogno di sentire bensì che chi le sta al fianco è più forte di lei, ma che non ha nulla da temerne; e lo comprenderà quando vedrà che l'uomo, il quale rivolge tutta la sua forza morale contro le avversità del destino, è sereno con lei e indulgente, e se la corregge non la umilia, e se può vincerla in logica e in fermezza e in coraggio, non ne ride e non ne mena vanto. La donna ha bisogno, in altri termini, di sentire che è diversa dal suo compagno, ma non inferiore. La scienza dice che questo non è vero, che l'inferiorità della donna è manifesta; ma socialmente è necessario che non si abusi di queste verità scientifiche, perchè l'alcova non è il laboratorio, e la famiglia non è una società d'antropologia: e la scienza facile in mano degli imbecilli è assai più dannosa dell'ignoranza.
Fra tanti orgogli che si son voluti riconoscere alla donna, uno è stato negletto; l'orgoglio d'essere stimata. Nulla meglio avvilisce una donna e alla lunga ce la rende nemica, che il tenerla lontana da ogni nostro pensiero, l'ascoltarla con distrazione, il tacerle cose le quali si potrebbero narrarle senza danno, l'appartarla e il richiuderla in una cerchia d'indifferenza sdegnosa, il farle sentire ch'ella è, sopra tutto, uno strumento pel nostro piacere.
*
Ma io mi avvedo che se mi abbandonassi a notar qui le riflessioni che ho potuto raccogliere in una vita d'esperienza, scriverei un proemio sproporzionato al libro e alla sua indole. Non dimenticherò che questa raccolta di novelle appartiene, vuole appartenere semplicemente alla letteratura, e quanto sono andato esponendo, lungi dall'avere un'intenzione polemica, non ha che il fine di spiegare a qual concetto mi sono attenuto, creando questa collezione di tipi femminili.
Che se mi si opponesse essere il mio concetto, indulgente e generoso verso la donna, il frutto d'un'esperienza tutta personale, che non prova nulla, potrei anche concedere; quantunque e la filosofia e l'arte e le opinioni non siano mai altro che il frutto d'esperienze personali. E per ciò il mondo è divertente, e nulla è definitivo e assoluto.
Per conto mio, potrò mutare d'idea sulla donna il giorno in cui ne avrò trovata una capace di condurre a perdizione me; allora dirò anch'io ch'ella non è se non una creatura malefica, «instrumentum diaboli», La Nemica con le iniziali maiuscole....
Ma mi sembra tardi....
Febbraio 1911.
L. Z.
LA MARMOTTA.
I.
Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!
Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s'ampliava una larga distesa di neve; l'aria gelida soffiava di là, movendo le acque del primo bacino, che s'accartocciavano per il brividìo.
Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a schivar certi mucchi di neve giallastra ond'era disseminata piazza Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile passeggiata; e correvano ambedue.
Estella gli lanciò un'occhiata di traverso, e disse a un tratto:
— Ha il naso rosso!
Tullio si toccò il naso istintivamente, e la sua amica diede in una risata.
— Anche lei ha il naso rosso, — rispose Tullio per vendicarsi, — e le gote rosse, e il mento rosso. Mi sembra una bambola di legno, da un soldo. È tutta rossa!
— Io sono tutta rosa, — ella osservò pacatamente. — Sono sempre tutta rosa. Mi vedrà all'albergo, quando rientreremo.
— Ma potevamo rimanerci! — protestò l'altro. — Che gusto c'è a intirizzire per le strade?
— No; voglio vedere le mode, le mode di Como.... Quando fa freddo, allora, non si uscirà più?
L'uomo tacque, e seguitò ad accompagnarla, correndo al suo fianco.
Bisognava farle la guardia; ordine di sua zia; e proprio a Tullio doveva toccare di far la guardia a una ragazza di diciassette anni!
Era andato, nel pomeriggio stesso, a Milano, a trovare quella zia d'Estella; una signora alta, capelli nerissimi, labbro superiore ombreggiato da una forte lanugine, occhi neri dallo sguardo imperioso.
E aveva trovato la signora Anna Arrigoni in grande scompiglio, ed Estella sbalordita, umiliata, perchè sentiva d'essere impacciosa.
Estella presso Anna sembrava più fragile e gentile; la giovinetta bionda presso la scura matrona pareva d'un'altra razza, per le forme esili, per le rose delicate del volto, per gli occhi azzurri senz'ombra. E perchè la zia era inquieta e perplessa, Estella, seduta al suo fianco, rimaneva muta, guardandosi intorno come a cercare un rifugio.
— Che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina? — andava ripetendo la signora.
Parlava a Tullio? Parlava all'aria, o a sè stessa? Egli non avrebbe saputo dire; ma notò che chiamava bambina sua nipote: abitualmente la chiamava marmotta; e quando la rampognava, in giorni comuni, cominciava sempre così: “Tu che sei una donna, oramai....„
— Ma che cosa è avvenuto? — disse lo Sciara.
— È avvenuto che mia figlia sta male, — rispose la signora. — Sa, mia figlia maritata, Francesca? Veda qui: mi hanno telegrafato, e devo partire per Brescia.... E che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina?
— Non può telegrafare a suo padre, che venga a riprendersela? — domandò Tullio.
La signora Arrigoni fece con la mano un gesto brusco, subito vinto, e addolcita la voce, rispose:
— L'avevo pensato, naturalmente; ma, nel più fortunato dei casi, mio cognato non può esser qui prima di domani, forse domani sera. Sta a Bellagio, è medico; e non ci sono i forestieri che si pagano il capriccio di svernare a Bellagio, come fosse la Riviera? Se ha qualche malato di conto, non può allontanarsi....
Estella osò interloquire.
— Sì, zia, — disse, — ha proprio un malato inglese, un vecchio che deve visitare tre volte al giorno. Me lo ha scritto, papà....
— Vede? — incalzò la signora. — E che me ne faccio, di questa bambina?
— Non ha un'amica alla quale confidarla? Un'amica, la quale possa riaccompagnarla da suo padre?
Tullio aveva il dono d'irritare, quel giorno, la signora Arrigoni, e lo comprese a un altro gesto di lei, non finito.
— Andare in cerca dell'amica, ora! — esclamò. — Mentre il terreno mi scotta sotto i piedi.... Pensi che mia figlia sta malissimo, e vorrei già essere al suo capezzale.... La mia Francesca!
Si alzò d'un tratto, e soggiunse, rivolta allo Sciara:
— Favorisca un istante.
Egli la seguì; entrarono in un altro salotto, sprofondato in tale oscurità che Tullio inciampò prima in una poltrona, poi nel tappeto, e da ultimo in un tavolino, sul quale si produsse un tintinnio che gli fece comprendere che i ninnoli si baciavano.
Ma la signora non vi badò; ritta in mezzo alla camera, ritta e nera nel nero, gli disse con voce solenne:
— Febbre puerperale!...
Lo Sciara non capì, e stette muto.
— Febbre puerperale! — ripetè la signora Arrigoni. — Ci son delle cose che non posso dire davanti a Estella. Ma lei comprende l'importanza di questa notizia; le ore sono preziose; mia figlia è in pericolo, devo correre a Brescia.... Qualche volta una mamma, con una occhiata.... E che me ne faccio di quella bambina?...
La voce della signora tremava ed era velata: la povera donna, in procinto di dare in uno scoppio di lagrime, vibrava di sgomento e d'impazienza.
Tullio si decise: le disse:
— Vuole che la prenda io, Estella, e la riaccompagni da suo padre?
Evidentemente, ella non aveva mai voluto, non aveva mai pensato altro. Gli serrò le mani con forza, quasi con violenza:
— Grazie! — esclamò. — Non le disturba? Può partire subito?... Estella è una bambina, tutti lo vedono; lei è un uomo maturo; nessuno potrà giudicar male....
Lo Sciara aveva trent'anni, tredici più di Estella; a lui, veramente, la differenza non sembrava così notevole da non sollevare mormorazioni per un viaggio in quella compagnia; ma forse era acciecato dalla vanità maschile, e non osò ribattere. Del resto, la signora aggiunse qualche cosa, che gli dispiacque meno dell'“uomo maturo„.
— Dopo tutto, — ella disse, — una fanciulla si può sempre affidare a un gentiluomo, qualunque sia la sua età.... Vogliamo combinare subito e vedere l'orario?
Tornarono nella camera dov'era Estella, la quale non s'era mossa dalla sua poltroncina, e con la testa reclinata sul petto meditava o piangeva in silenzio.
— Tu va a vestirti, subito, a preparar le tue robe, — disse la signora Anna.
La fanciulla uscì senza far motto; e appena ella fu scomparsa, la signora Anna, dimentica di guardare l'orario, cominciò a parlare di sua figlia Francesca e del matrimonio di lei, e di Brescia e di Milano, e delle speranze ch'ella aveva in una pronta guarigione.
— Permetta, — interruppe Tullio. — Io faccio una corsa a casa e allo studio, per avvertire gli impiegati della mia assenza; poi torno qui a prendere Estella.
— Vada, vada. Anch'io devo prepararmi a partire. Ah, come le sono grata! Ah, quanto le devo! Stasera sarò da Francesca, e potrò passare la notte al suo capezzale.... Io le devo forse la vita di mia figlia.
E in questo modo e per questa ragione, Tullio Sciara si mise in viaggio con Estella e si trovò a far da guardiano a una fanciulla di diciassette anni.
II.
Ma subito s'accorse che la marmotta era un demonio.
Voltate le spalle alla zia, uscita di casa, Estella cominciò a ridere.
Dovevano caricare il suo piccolo baule sulla carrozza, e la fanciulla si divertiva, accorgendosi che il bauletto impacciava il vetturale.
— A metà strada, — ella disse, — o va in aria il baule, o va in aria il cocchiere!... Quanto mi piace!
Tullio le lanciò un'occhiata.
— Salga, — ordinò brevemente. — Arrischiamo di perdere la corsa....
— Ah, ne sarei felice! — ella esclamò. — Perdiamo la corsa, e così stasera andiamo a teatro.
— Alla stazione, a galoppo! — disse Tullio al cocchiere.
Sedette a fianco d'Estella, e non aperse bocca.
Egli era pentito della sua generosità. Perchè sobbarcarsi a un'impresa di quel genere? Perchè arrischiare d'imbattersi in un amico, il quale non avrebbe mai creduto all'innocenza d'un simile viaggio? E se, invece d'un amico, avesse trovato qualche cliente, di quei burberi moralisti che vedono il male, soltanto il male, sempre il male?
— Accidenti alle donne! — pensava Tullio. — Ma la signora Anna era disperata; avrebbe finito col darmi lei stessa l'incarico di portar via la marmotta. È stato meglio offrirsi.... E poi, si tratta d'un male tanto pericoloso. Febbre puerperale.... Già, io temo che non serva a nulla; ma non potevo mica dirlo a una madre.... Come spiattellarle che il viaggio sarà inutile, che sua figlia morirà lo stesso?... E se anche morisse, la signora Anna avrebbe la consolazione d'abbracciare Francesca un'ultima volta, di parlarle....
Lo scosse una risata d'Estella. La carrozza aveva traballato, passando sulle rotaie del tram, e più aveva traballato il bauletto....
— Lo dicevo io, — osservò la fanciulla. — Il baule se ne va! Non arriviamo alla stazione col cocchiere e col baule. O l'uno o l'altro lo lasciamo per istrada!
E scoppiò nuovamente a ridere. Lo Sciara s'irritò.
— Perchè ride? — egli chiese ruvidamente. — Mi meraviglio: sua cugina è ammalata, e lei non fa che ridere....
— Ha ragione, — rispose Estella abbassando gli occhi e mordendosi le labbra. — Mi dispiace molto per Francesca; ma guarirà, non ne dubiti! Deve avere un raffreddore....
— Un raffreddore! Che ne sa lei? — osservò Tullio.
— So che mia zia esagera sempre; quando uno s'ammala, deve morire; se non muore, si tratta d'un caso straordinario. Ragiona così, la zia.... Del resto, non sapeva come sbarazzarsi di me, e ha colto questa occasione.
— Lei è ingiusta e ingrata con sua zia! — dichiarò Tullio recisamente.
La carrozza ebbe un nuovo sobbalzo.
— Il cocchiere, il cocchiere! — gridò Estella ridendo. — Stavolta è il cocchiere che va a capitombolo!
Tullio non potè nascondere un sorriso.
— La prego, — disse poi. — A me non piace scherzare, e ho altre cose per la testa....
Infilate le mani nel manicotto, Estella si rannicchiò nel suo cantuccio, e non disse più parola; ma sulle labbra porpuree le andava errando un sorriso, e la fanciulla se le mordeva ad ogni trabalzo del legno per non prorompere in una risata schietta.
Lo Sciara, guardandola di tanto in tanto, s'accorse che il suo viso era tutto lievemente velato da una pelurie aurea appena percettibile, e notò le ciglia d'oro ipocritamente abbassate, i capelli d'oro che sfuggivano a ciocche ribelli di sotto al cappellino bigio.
Venne voglia di ridere anche a lui, vedendola così compunta, così studiosa di mostrarsi grave.
— Quant'è carina! — pensò.
Ma non sapendo come trattarla, temendone l'audacia irriflessiva, l'innocenza procace, la civetteria inconscia, aveva deciso di essere burbero per tenerla a distanza e impedirle di commettere sciocchezze. Non gli era mai avvenuto di osservarla da vicino e a lungo; l'aveva vista parecchie volte in casa della signora Arrigoni, presso la quale Estella fungeva da marmotta, e Tullio non se n'era mai occupato.
La grazia di lei gli pareva una rivelazione tutta nuova, e se ne sentiva impacciato più che sorpreso, non avendo pensato mai che la marmotta di casa Arrigoni era una giovinetta, e una giovinetta bella.
D'un tratto, ella alzò il capo e guardò in faccia il suo compagno.
— Che cosa ha per la testa? — domandò.
Tullio la fissò interrogativamente.
— Ma sì. Ha detto poco fa che ha altre cose per la testa, — riprese Estella. — Quali cose?
— Ciò non la riguarda, — rispose lo Sciara, secco.
E pensò: — Che sfacciata!
Ella pensò: — Che asino!
III.
Alla stazione fu un grosso guaio.
Tullio era corso a prendere i biglietti, lasciando Estella innanzi al banco dei giornali; e proprio dopo pochi passi lo Sciara s'era imbattuto in un amico, in quell'Ernesto Giuliani, che tutti conoscevano per uomo maligno e incredulo.
Il Giuliani era alto, smilzo, la pelle giallognola; e di fronte a lui, Tullio Sciara, più basso, robustamente piantato, col volto dal colorito acceso e la bella barba nera a punta, figurava benissimo.
Il Giuliani l'aveva visto discendere dalla carrozza con la fanciulla, e gli aveva tenuto dietro fino allo sportello dei biglietti, ove s'incontrarono.
— Parti? — domandò Ernesto Giuliani.
— Sì, una breve scappata, — mormorò Tullio.
— Ti ho visto in buona compagnia, con una ragazza magnifica.
— Mia nipote, — disse Tullio per troncare ogni investigazione.
— È una bellissima fanciulla, — insistette il Giuliani. — Non me ne avevi mai parlato.
— Può darsi; la ritorno ai suoi parenti, a Bellagio.
— Ah, vai a Bellagio! Io vi farò compagnia fino a Como, perchè di là devo procedere per la linea del Gottardo. Vado in Isvizzera per affari.
Tullio si morse le labbra. Non appena fu in possesso dei biglietti, corse presso Estella, che teneva nelle mani un fascicolo illustrato.
— Quanti bei libri! — ella gli disse, accennando al banco ov'eran disposti in ordine i volumi e i giornali.
— Sì, andiamo; non si tratta di questo, ora, — rispose Tullio frettolosamente.
— Ne ho comperato uno, perchè aveva una copertina così elegante! — seguitò Estella. — L'ho pagato una lira. È troppo?
E ciò dicendo. Estella gli porse il fascicolo. Tullio vi gettò un'occhiata.
— Mio Dio! — esclamò. — Che cosa le viene in mente? L'Almanach des cocottes!
E si mise il fascicolo in tasca, guatando Estella con un'occhiata irosa.
— Mi ascolti, — soggiunse, poco curandosi dell'espressione di stupore e di malcontento ch'era sul viso della giovinetta. — Ho trovato un amico, un seccatore. Gli ho detto che lei è mia nipote. Se quello sciocco ci raggiunge, bisogna che ci diamo del tu; io farò da zio, e lei mi chiamerà zio. Ha capito? Non mi chiami Sciara. Quello è un maligno, e potrebbe pensar male.... Io non imaginava che ci avrebbe seguiti in treno.... Speriamo che non ci veda; corra, corra....
Tutto questo era detto tra il frastuono della folla, dei fischi, tra il fumo delle vaporiere, mentre si spediva il baule e poi correndo lungo il binario per giungere al treno.... Estella rideva, e si volgeva ogni tanto a guardare se il facchino la seguiva con le valigie....
Non avrebbe mai sognato nulla di più divertente; l'avventura aveva del romanzesco; dar del tu allo Sciara, e fingersi sua nipote! Che complicazione! Se almeno quel seccatore li avesse raggiunti davvero, obbligandoli alla commedia! Ma chi era, ma dov'era? Come si poteva dargli nell'occhio?
— Qua, — disse Tullio. — Salga! E tu, fa presto, metti giù la roba; questa valigia nella rete; va, chiudi lo sportello.
Congedato così il facchino, Tullio esalò un grande sospiro di sollievo: Estella si sporse dal finestrino a guardare.
— Sapristi! — esclamò lo Sciara. — Non si metta in mostra!... Il Giuliani può vederla e salire.
Era precisamente ciò che Estella desiderava; ma obbedì e si ritrasse, mettendosi a sedere di fronte a Tullio.
— Allora, — ella disse, — mi restituisca il mio libro.
— Che, che! — egli rispose. — Non è un libro per lei! Sono sciocchezze da bambini, racconti noiosi....
— Non è vero niente affatto! — dichiarò la giovinetta con fermezza. — Io voglio sapere che cosa sono queste cocottes e voglio veder le incisioni. Mi dia il libro!
— È inutile che lei insista. Il libro lo tengo io.
— Mi dia il libro, o mi metto a gridare! — minacciò Estella.
— Ma sì, ma benone, ma non mancherebbe altro! — esclamò Tullio disperato. — Si metta a gridare, e così crederanno che.... Mi arresteranno per ratto....
— Io voglio il mio libro....
— La finisca, la finisca. Ci vorrebbe suo padre qui!
— Col papà, io grido quando non mi obbedisce, — annunziò Estella.
Tullio stava per rispondere: “Suo papà è un imbecille„, ma si trattenne in tempo. Rispose invece:
— Io non sono suo padre, l'avverto. Io non ho tenerezze paterne. Lei gridi pure, e nascerà uno scandalo nel quale il suo buon nome.... Insomma, la prego di finirla.... Ha diciassette anni, non uno!...
Egli avrebbe continuato ancora a lungo, se in quell'istante lo sportello non si fosse aperto, ed Ernesto Giuliani non fosse salito col più lieto sorriso sulle labbra.
— Ti ho trovato! — egli disse. — Ho visto tua nipote affacciata.... Speravo che tu mi aspettassi....
Tullio scambiò uno sguardo d'intesa con la giovinetta e fece la presentazione:
— Il mio amico Ernesto Giuliani; mia nipote Estella....
— Accidenti alle donne! — pensò poi, mentre il treno usciva dalla stazione e ciascuna vettura passava sulla piattaforma, mandando uno strepito sordo di ferramenta traballanti.
IV.
Se fosse stata veramente nipote di Tullio Sciara, Estella non avrebbe fatto meglio.
Era una nipote birichina e civettuola, affettuosa e impertinente, che dava del tu allo Sciara con una franchezza mirabile.
— Mio zio, — ella diceva al Giuliani, — mio zio è molto severo con me. Anche ora, alla stazione, mi ha strappato di mano un libro che avevo comperato col mio denaro....
— Ti prego di non ricominciare, — interruppe Tullio, il quale si sentiva a disagio in quella commedia, e temeva sempre di commettere qualche imprudenza che rivelasse al Giuliani la verità delle cose, o lo facesse pensar male della fanciulla affidatagli.
— Insomma, — dichiarò Estella, — io voglio sapere che cosa sono le cocottes. Lei, signor Giuliani, sa che cosa sono le cocottes?
Per prima risposta, Ernesto diede in una risata sonora, che fece oscurare il viso della giovinetta.
— Mi perdoni, — disse poi, — mi perdoni, signorina; ma la domanda è così impreveduta!... Le cocottes? Certamente, so che cosa sono; sono certi cavallucci che si fanno con la carta. Ma non capisco....
— Capirà subito, — spiegò Estella. — Io ho comperato l'Almanach des cocottes, e mio zio me l'ha tolto di mano, dicendo che non è una lettura per me....
S'arrestò, al vedere il Giuliani che si smascellava dalle risa, tanto da dover curvarsi e piegarsi, e da aver gli occhi pieni di lagrime.
— L'Almanach des cocottes! — andava ripetendo. — Ah, ma che bella idea! E dove l'ha scovato? Guarda se deve andare a pescare l'Almanach des cocottes!... Certo, è una lettura.... Ah, ma che bella idea, che bella idea!
Estella ne fu indignata: fissava stupefatta il Giuliani, fissava Tullio, il quale rideva a sua volta, trascinato dall'impeto allegro dell'amico; e il viso della fanciulla si coperse d'ombra, mentre le sopracciglia le si aggrottarono:
— Tu e lui, — disse allo Sciara, — siete d'accordo per prendervi beffe di me; ma io voglio il mio almanacco.
— Le assicuro, — rispose il Giuliani, asciugandosi gli occhi, — le assicuro, signorina, che nessuno si beffa di lei. Io non mi farei lecito simile contegno; ma si ride per il caso; il caso d'una signorina, che vuol leggere un almanacco in cui si parla di cavallucci di carta....
— Cavallucci, cavallucci! — ella borbottò. — Ma se sulla copertina c'era una donna in camicia?...
Il Giuliani ricominciò a ridere; ma il volto mortificato d'Estella e il broncio a cui s'erano raccolte le sue labbra lo persuasero a smettere. Dovette pensare alle più paurose vicende, a uno scontro ferroviario, a un'inondazione, alle ultime disgrazie lette nei giornali, per tornare serio; e finalmente vi riuscì.
— Che vita si fa a Bellagio? — egli disse per sviare la conversazione. — In questi mesi non dev'essere troppo piacevole il soggiorno.
Allora Estella raccontò la sua vita. Lei faceva la padrona di casa, perchè il babbo era medico e la mamma sua era morta da anni. Vigilava che tutto andasse bene, che l'appartamento fosse in ordine perfetto, che la colazione e il pranzo fossero in tavola all'ora stabilita, e così scorreva il giorno senz'avvedersene; e quando le rimaneva un po' di tempo, leggeva i libri che le aveva regalato il papà, certi vecchi libri, che ormai sapeva quasi a memoria. La primavera e l'estate erano molto divertenti, perchè arrivavano i forestieri, e lei aveva alcune amiche tra le villeggianti; ma in casa sua non veniva nessuno perchè suo padre non voleva impacciarsi di visite; e l'inverno e l'autunno, la povera Estella rimaneva tutta sola.
— Qualche volta, — proseguì, — la zia Anna viene a prendermi e mi conduce a Milano; ma non vado d'accordo con la zia; è troppo pedante; e dopo otto giorni ch'io sono da lei, io penso ad andarmene, e lei pensa a sbarazzarsi di me....
Stette un momento in silenzio, poi, rammentando la sua parte, si volse a Tullio, e aggiunse con perfetta sicurezza:
— Per ciò, zietto, quando vieni tu a trovarci è una gran festa; non è vero? Lo zio mi porta sempre molti regali, molta roba bella di Milano, e io gli voglio un gran bene. Non pei regali, s'intende, ma pel suo garbo, perchè ci tiene compagnia, e sa fare certe conversazioni interessanti con papà....
Tullio era scandalizzato. Ascoltava il racconto, dissimulando a fatica la maraviglia per la fantasia della giovinetta, la quale descriveva minutamente la vita con quello zio da commedia e inventava espressioni di squisita tenerezza per lui. Egli pensava intanto che a Bellagio non aveva messo piede da almeno dieci anni e non sapeva neppure dove stesse di casa sua nipote.
Ma Estella insisteva con una volubilità d'imagini, con una padronanza dell'argomento, con tal verosimiglianza di aneddoti e di particolari, che Ernesto Giuliani fu tutto preso dal quadro di quella semplice vita di famiglia, e non potè celare il suo entusiasmo.
— Hai un tesoro, — disse a Tullio, — un tesoro in tua nipote! Tienla cara; ti vuol tanto bene!
— Che bestia! — pensò Tullio.
E rispose ad alta voce:
— Ma sì, ne sono orgoglioso.... Del resto, hai udito: io sono gentile, io le porto i regali.... Faccio quel che posso, insomma....
Estella non battè ciglia, e la sua bocca non ebbe il minimo fremito di riso; forse ella cominciava davvero a credere d'essere nipote di Tullio Sciara....
Quando il treno rallentò, entrando nella stazione di Como, Ernesto Giuliani ripetè alla giovinetta la sua ammirazione, e di nuovo la raccomandò all'affetto dello zio. Estella accolse le lodi con modestia, a occhi bassi, ma sicura e tranquilla.
V.
Il vetturale al quale Tullio aveva dato ordine di condurli all'imbarco del battello, osservò che non v'erano battelli in partenza a quell'ora. Tullio rimbeccò che v'era un battello diretto a Bellagio. Il vetturale gli rispose sorridendo che la corsa era “facoltativa„, e che quel giorno, non essendovi mercati, la corsa non si effettuava. Tullio sfogliò l'orario, guardò, rilevò l'errore commesso.
Ne fu sbalordito e spaventato.
— Non c'è il battello, — egli disse alla ragazza con voce tremante. — Come fare? Bisogna passar la notte insieme.
— Meglio, — rispose Estella, ridendo. — Andremo a teatro!
— Che teatro, che teatro! — esclamò Tullio sbuffando. — Io la condurrò in un albergo, e quanto a me, dormirò in un altro....
Estella giunse le mani con atto di repentino terrore.
— No, — disse, — per carità, non mi abbandoni!...
Non voleva: aveva paura di rimanere sola all'albergo; che cosa avrebbero pensato di lei? come avrebbe potuto dormire? chiudersi a chiave, stava bene; ma chi assicurava che nella camera attigua non vi fosse un ladro? Sarebbe morta per l'orrore soltanto a pensarvi....
Ella s'era tutta sbiancata in volto, e tremava davvero in tal modo, che Tullio non potè nemmen tentare di persuaderla, non si sarebbe mai detto fosse la medesima, che poco prima rappresentava la commedia con sì astuta perizia.
Lo Sciara non insistette; salì in carrozza, diede l'indirizzo dell'albergo, e si rassegnò, mentre Estella racconsolata rideva, gli stringeva le mani in un impeto di gratitudine.
All'albergo offersero dapprima una camera con letto matrimoniale, poi due camere comunicanti. Tullio dovette dire che la ragazza era sua nipote, e chiedere due camere contigue, ma separate; e volgendosi, s'accorse che il viso d'Estella, alle prime offerte del direttore dell'albergo, s'era fatto di porpora.
— Finalmente, — pensò, — capisce qualche cosa; capisce l'impaccio di questa situazione.... Accidenti alla signora Anna e a tutte le femmine!
Ma il turbamento d'Estella scomparve subito, e salendo le scale, ella s'avvicinò allo Sciara, e gli disse sottovoce:
— Ancora nipote? Quanto mi piace!
Tullio chiuse fuggevolmente gli occhi. Era agitato lui, ora: la freddezza, il dominio dei nervi lo abbandonavano d'un tratto; l'intimità imprevista di quelle scene gli intorbidava il pensiero; e non poteva dir nulla alla giovinetta, ch'era superba di sentirsi in mano di lui, sotto la sua protezione.
Le camere belle, nitide, luminose, eran tappezzate con carta chiara; e ciascuna aveva un camino nell'angolo, una tavola nel mezzo, un letto tutto bianco; l'impiantito era lucido, quasi sdrucciolevole.
Estella fece portare subito le legna pei caminetti, e rimandò la cameriera. Volle accendere ella stessa il camino nella camera di Tullio.
E deposto il cappello, gettati i guanti, inginocchiata, dispose le legna sottili e poi le grosse, vi diede fuoco, e rimase a guardare la fiamma che andava allargandosi tra le legna che crepitavano.
Tullio, seduto in una poltrona, fissava la figurina, così gentile con la selva di capelli d'oro accendentisi ai riflessi del fuoco. Nulla di più soave che la linea di quel corpo ancora un po' magro e aspro nei contorni; nulla di più grazioso che i movimenti della giovinetta inginocchiata, la quale seguiva con gli occhi le fiamme azzurrastre e gialle, e andava perdendosi a poco a poco in qualche sogno....
Ma d'un tratto si riscosse, e balzò in piedi.
— Fra cinque minuti, — disse, — la camera sarà riscaldata.
Tullio sorrise senza rispondere.
— Sono contenta, — seguitò Estella. — Qui si sta molto bene. Non le pare che si stia molto bene? Nessuno sa che noi siamo qui: è una vera fuga. La zia ci crede a Bellagio, o in via di arrivarvi. Che mistero, che segreto!
Lo Sciara interruppe:
— Ascolti. Nessuno deve sapere mai che abbiam passato la notte all'albergo. Mai, ha capito? Noi partiremo domani in modo che suo padre ci creda provenienti da Milano, e lei non dirà mai a nessuno quello che ci è toccato stasera. Me lo promette?
— Glielo prometto, — rispose Estella.
— Forse lei non comprende, — soggiunse Tullio, notando un certo dubbio nella giovinetta. — Ma comprenderà più tardi, quando conoscerà il mondo e le sue cattiverie. Mi obbedisca senza discutere, se ha fiducia in me.
Ella rispose:
— Ma obbedirò certo, senza discutere. Io ho molta fiducia in lei!
Tullio sorrise di nuovo, guardandola. Ella era tanto placida, tanto ingenua, ch'egli sentì quasi vergogna del turbamento ond'era stato colto poco innanzi, e si rinfrancò d'un subito, come uscisse da un incubo.
— Suvvia, nipotina, — disse ridendo, — vuole che scendiamo a pranzare?
— Non osavo dirglielo, — rispose Estella con un breve rossore alla fronte. — Ma io ho una fame da lupo, anzi da lupa.
— Andiamo, allora, lupetta!
E Tullio si credette così padrone di sè, che passò un braccio attorno al busto della fanciulla, e, appoggiandosela al fianco, l'accompagnò per le scale fino alla sala da pranzo.
VI.
Non c'era nessuno, nella sala ampia, illuminata a luce elettrica; l'impressione del vasto locale, coi tavolini pronti e non occupati, sarebbe stata malinconica, se la gaiezza d'Estella non vi avesse diffuso immediatamente calore e simpatia.
Il pranzo fu allegro; Tullio e la fanciulla mangiarono con appetito e chiacchierarono con vivacità, quasi con entusiasmo. Estella non beveva vino, abitualmente, ma non disse nulla al suo compagno, e lasciò ch'egli facesse recare una bottiglia di vino valtellinese, infocato e piacevole, che le diede, con un'ardenza insolita, una instancabile vivacità.
Ella rideva e raccontava; raccontava certi piccoli episodii della sua piccola vita, certe scappatelle con le amiche di Bellagio, e Tullio notava il candore di quelle bricconerie, la purezza di ciò che la fanciulla credeva tanto furbesco e malizioso. Egli si vedeva di fronte a Estella, in quell'albergo di Como, in pieno gennaio, e si stupiva pel primo dell'avventura impreveduta e innocua.
— Io non ho mai bevuto lo sciampagna, — ella disse a un tratto.
— Ebbene? — domandò Tullio sorpreso.
— Ebbene.... vorrei berlo! — dichiarò Estella sorridendo.
— Questo poi, no, — rispose lo Sciara. — Uno zio non offre lo sciampagna alla nipote; lo sciampagna è un vino sospetto, e non si usa in famiglia....
— Me lo faccia assaggiare, — pregò la giovinetta con voce carezzevole. — Se non mi prendo un po' di spasso oggi, in questa serata misteriosa, quando me lo prenderò, dunque?
— Ahimè, che logica infelice! — mormorò Tullio.
— Io non devo dire mai che ho passato la notte all'albergo con lei; e non dirò nemmeno che ho bevuto lo sciampagna. Sarà un segreto che mi farà tanto, tanto piacere....
Ella s'era sporta innanzi, implorando con gli occhi ceruli, e mostrando col suo sorriso i piccoli denti nella bocca pura e fresca. Tullio s'accarezzò la barba, pensieroso.
— Temo che le faccia male, — obiettò. — Non è abituata a bere più vini....
Estella diede in una risata; se Tullio avesse saputo che non era abituata a berne neppure uno!
— E se si ubbriacasse, — continuò lo Sciara, — quale scandalo, quale vergogna!
— Mi faccia assaggiare; bagnerò appena la punta della lingua, — insistette la fanciulla. — È un capriccio. Non farò altri capricci, glielo prometto; dopo, sarò molto buona.
— Mi aveva promesso d'obbedire senza discutere, — osservò Tullio.