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LUCIANO ZÙCCOLI
IL DESIGNATO
ROMANZO
NUOVA EDIZIONE
riveduta dall'autore
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI
Ottavo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione, sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera, dal 7,° migliaio in avanti, che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
Milano, Tip. Treves, 1920.
PREFAZIONE CRITICA
A QUESTA NUOVA EDIZIONE.
Il libro che vede ora la luce nella sua edizione definitiva, dopo che l'autore vi ha arrecato notevoli e pazienti ritocchi, fu pubblicato la prima volta a Milano nel 1894, presso una Casa editrice, che oggi non esiste più. Se il primo romanzo di Luciano Zùccoli era subito parso opera indipendente e originale, questo, che veniva a un anno dì distanza da I Lussuriosi, diede a divedere che lo scrittore non intendeva la letteratura come un dilettantismo giovanile, ma come un'alta faticosa nobilissima arte, alla quale voleva dedicare tutto il suo ingegno. E in realtà, ingrandendo la fama dell'autore e confermando la speranza che il primo libro aveva fatto fiorire, Il designato decise dell'avvenire di Luciano Zùccoli.
Parve il libro d'un uomo che avesse lunga esperienza d'anni e di casi, ed era il libro d'un giovanissimo; parve la critica implacabile d'un malcontento marito, e l'autore era scapolo. Ma era uno scapolo e un giovane che viveva a occhi aperti, in una grande città, precocemente; era l'opera d'uno scrittore nato, che a una sensibilità eccezionale accoppiava per istinto uno spirito d'osservazione fresco e sincero.
E in verità, chi volesse analizzare le qualità principali di questo libro,—di questo, e osiamo dire di quasi tutta l'opera di Luciano Zùccoli,—troverebbe ch'esse provengono dalla sincerità dell'osservazione, dalla facoltà di sentire acutamente, dalla precisione originale nell'interpretare i moti interni dell'animo e gli avvenimenti cospicui della vita vissuta. L'autore afferra movimenti psicologici non veduti da altri e li vivifica con uno spirito tra il sentimentale e lo scettico, il quale è caratteristica di lui; rende con brevi tòcchi le scene, di cui mette in rilievo i particolari che sfuggono ai più e che vi lascian più duratura l'impressione; e riflette nel giudizio delle cose e degli uomini una sua filosofia malinconica e indulgente, lepida e disperata nel tempo stesso, che se non ha stupito più nell'autore di Farfui e del L'amore di Loredana, fece la maraviglia dei critici che nell'autore di Il designato dovevan giudicare, un giovane di ventiquattr'anni.
Si è, ripetiamo, che Luciano Zùccoli, prima ancor che uno scrittore, è un uomo che ha vissuto e vive, e della vita, nonostante quella sua filosofia, è amico e ammiratore.
Indipendente come tutti coloro,—e tutti qui vuol dir pochi—i quali hanno una personalità rilevante, egli ha sempre un'opinione sua e una sua volontà; non per il piacere di contrasto, benchè un certo qual gusto per la contraddizione gli si potrebbe a quando a quando rimproverare, ma perchè non dice se non ciò che sa, che ha visto, che ha constatato; non ha gli occhi, insomma, che alla vita e alla realtà.
Parrebbe che uno spirito così formato dovesse essere arido e freddo; e sarebbe, se Luciano Zùccoli pretendesse troppo dalla realtà e dalla vita e si disgustasse facilmente d'ogni cosa dolce per quel fondo d'amaro che vi si trova quasi sempre alla fine. Ma in questo medesimo libro il lettore può aver la prova della sensibilità che l'autore ha saputo conservare fra le delusioni, la lotta, le tempeste della sua non mai pacifica esistenza. Si leggano, ad esempio, il capitolo in cui è descritta la prima notte di matrimonio, e l'altro in cui è ritratta la protagonista tutta affaccendata nelle sue frivole compere, e quello in cui si racconta della morte e dei funerali di Laura Uglio, e si veda con qual delicatezza di tocco ha saputo lumeggiare, argomenti gravi o teneri, leggeri o tristi, scabrosi o sentimentali. E si confrontino con l'arguzia onde son delineati certi altri personaggi, conn l'ironia di certe scene di famiglia, col senso di ribellione con cui sono affermate o rapidamente esposte certe verità della vita comune; e non ci si darà torto se diremo che lo studio del vero, quasi istintivo nello Zùccoli, presta alla sua opera, una varietà mirabile.
Non è certamente un autore monocorde colui che vicino a questo può allineare altri dieci volumi, in cui ciascun personaggio ha una figura sua propria; dieci volumi nei quali sfilano i tipi di tutte le classi sociali, dall'aristocrazia al popolo minuto, dal superbo patrizio del L'amore di Loredana ai ladri e ai teppisti della Compagnia della Leggera, dalla candida fanciulla di certe sue novelle alla donna ardente, volitiva, disdegnosa, che è la protagonista di Farfui, dal bambino ingenuo al libertino inquieto e curioso, dal soldato fanfarone e generoso al trionfatore freddo, taciturno e senza pietà. Mille sono i tipi che lo Zùccoli ha animato della una arte, e quelli che popolano Il designato hanno un carattere di realtà e un rilievo indimenticabili.
In lui la fantasia lotta di continuo con l'istinto d'osservazione e con l'amore del vero; la sua fantasìa ricca, bizzarra, agilissima, lo inviterebbe all'opera dì pura imaginazione; e non è detto che un giorno non ci dia il libro «libero» senza freni, tutto fantastico. Già nella Roberta molte pagine segnano la vittoria di questa facoltà poderosa d'imaginare e di staccarsi dal vero quotidiano per darci sensazioni nuove. In questo, lo Zùccoli è un osservatore coscienzioso e un artista calmo, che sa già la scaltrezza dell'arte sua, e che è tuttavia sincero e ardito come sempre.
Il successo incontrato da questo volume fin dal suo primo apparire, ha consigliato gli editori a farne la presente ristampa, che l'autore ha riveduto attentamente e ritoccato in più parti; e noi siamo certi che il favore del pubblico e della critica gli sarà nuovamente e più largamente accordato, oggi in cui lo Zùccoli col trionfo dei suoi ultimi volumi è entrato a far parte di quel ristretto numero di scrittori che si ammirano più presto che non si discutano.
S. T.
Ottobre 1910.
IL DESIGNATO
PRIMA PARTE.
I.
Nel salotto non c'ero che io; io, in piedi, nell'atteggiamento nervosissimo dell'aspettazione, guardando dei quadri di cui conoscevo tutto, l'autore, il tema, il valore artistico, la provenienza, la data in un angolo.
Geltrude, la cameriera, entrò dallo studio e mi disse:
—Il signore ha una visita; ma si sbrigherà sùbito, e la prega di pazientare un istante.—
La cameriera attraversò la sala ed uscì dalla porta che metteva al sèguito dell'appartamento: io mi posi a sedere sul divano color foglia morta. Vecchio salotto, dove regnava un ordine insoffribile, quello del signor Pietro Folengo! V'era lo scaffaletto da ninnoli, con dei minerali preziosi e degli uccelli imbalsamati; v'era il piano, a coda; v'era la tavola con dei mostri cinesi, degli albi di famiglia e dei libri regalati dai giornali cui il signor Folengo era abbonato; v'eran quegli oggetti e quei mobili volgari, che disposti in qualunque modo, messi sotto qualunque luce, formano sempre un solo tipo di casa, producono sempre una sola impressione. Tuttavia, dopo i quadri, io passava in rivista accuratamente quelle cose notissime, rilevando la maniera sciatta con cui le si eran collocate, e così ligia alle regole di riscontro ch'io mi volsi per vedere se non vi fossero anche due caminetti, l'uno di faccia all'altro.
Il gusto informatore della disposizione era indubitabilmente del signor Pietro Folengo; e il visitatore meno atto all'osservazione poteva giudicare che il padrone di casa doveva essere inclinato meglio alle cifre che alla meditazione, meglio al commercio che all'arte; se poi, di questo padrone si guardava il ritratto—attaccato alla parete principale e naturalmente di fianco a quello della sua signora e, più naturalmente, al disopra di quel di sua figlia,—il signor Pietro Folengo appariva, senza speranza alcuna, ragioniere, amministratore; uno di quei terribili uomini i quali vi parlan della Borsa, dei corsi d'acqua, d'edilizia e di cambiali, allo scopo di divertirvi. Il signor Folengo aveva una fisonomia senza significato, per natura e per arte; poichè s'era lasciato crescere i favoriti, lunghi e bianchi, che lo facevan rassomigliare a centinaia d'altri, servitori o ministri, cocchieri del vecchio stampo o ambasciatori e plenipotenziarî: sulla sua fronte, non troppo alta, ma levigata come di marmo, nessun pensiero aveva fatta presa; la computisteria gli era stata leggiera; egli ignorava perfettamente l'esistenza di Dante e di Raffaello.
Dallo studio venivan le voci del visitatore e del Folengo; la prima, tenue come d'un implorante, la seconda, calma, con chiaroscuri studiati, che indicavan gl'incisi dei quali il Folengo usava abbellire il discorso; ad ora ad ora giungeva anche il fruscio di carte spiegate; qualche colpo di tosse, che aveva un perchè; finalmente udii che il visitatore si congedava, col solito: «Allora, siamo d'accordo; io le farò avere i documenti….» La porta che dallo studio metteva all'anticamera s'era chiusa dietro le spalle dell'incognito; la porta che dallo studio metteva al salotto dov'io mi trovava, veniva aperta per dare adito al signor Folengo.
Io m'era alzato. Il signor Pietro, basso e largo, severamente abbigliato di nero, colla faccia illuminata da un sorriso breve, mi veniva incontro a mani aperte.
—Caro signor Sergio!—egli disse.—Mi perdoni la lunga attesa: sa, queste benedette faccende; l'amministrazione….
Così dicendo, sedette egli pure sul divano e mi fece accomodare presso di lui.
—Ora, sono tutt'orecchi,—continuò.—Mi pare che nel suo viglietto di ieri mi chiedesse udienza per affari, anch'ella….
—Per affari!—dissi, brutalmente colpito.—Per affari, no: per cose di sommo rilievo, sì.
—Dunque, affari;—perseverò testardo il signor Folengo,—è question di nomi. Sto a sentirla.—
M'avvidi ch'egli sapeva già di che cosa io volevo parlargli; ma, in quel momento, io rappresentava un postulante, e per sistema, il signor Pietro non faceva mai un passo verso questa categoria d'uomini. S'io non avessi trovato sùbito le parole adatte, egli avrebbe aspettato anche un quarto d'ora, con olimpica serenità, senz'offrirmi il modo d'entrare in argomento.
Guardai fuori della finestra chiusa, riparata da tendine bianche; oltre la quale si vedevan gli alberi del giardino, spogli di fronde, sotto il cielo bigio d'ottobre; alcuni colombi selvatici s'erano appollajati sui rami e tubavan malinconicamente. Non faceva ancor freddo; ma il mese era assai triste, e l'ora—tra le cinque e le sei del pomeriggio,—piena di memorie.
—Io non sono un grande oratore,—dissi sorridendo,—e per questo non userò circonlocuzioni. Che cosa pensa ella di me, signor Folengo?—
Qui avevo deluse le aspettazioni del mio interlocutore, e me n'ero accorto sùbito dall'impaccio in che la domanda l'aveva gettato. Il signor Pietro pensava di me ogni bene, e per questo avevo osato chiedergli la sua opinione; ma è sempre difficile dichiarare una simpatia senza limiti a una persona, la quale è tutto il nostro opposto per idee, per passato, per modo d'intender la vita; anche più difficile era nel nostro caso, in quanto il signor Folengo sapeva benissimo dov'io tendeva, ed era per ciò in obbligo d'esprimersi senza frasi, senza generare in me il sospetto ch'egli dicesse per dire, per cavarsela.
—Io non giudico—egli rispose—dalle parole, ma dai fatti. Certo, io so come di lei si sia molto parlato in altri tempi e con diversi criterî; e so pure come, se si volesse giudicarlo dalle sue opinioni….
—Lei non mi farà torto—interruppi—di credere che le opinioni espresse in un salotto o in un caffè sieno le mie….
—No,—disse gravemente il signor Folengo.—So appunto che la gioventù nostra ha questo vezzo pericoloso di mettere innanzi delle idee che nella pratica della vita non vorrebbe mai applicare. Perciò, io mi tolgo affatto da questo campo e, come le dicevo, baso il mio giudizio sulla vera essenza della sua indole, per quello ch'io ne ho intravisto.
Respirò a lungo e proseguì:
—A rassicurarla immediatamente, le affermo che il mio giudizio su di lei è ottimo.
Questa volta respirai io. La pomposità delle frasi che ascoltavo, andava persuadendomi sempre più vero quanto io aveva presentito: il signor Folengo sapeva lo scopo della mia visita; non solo, ma aspettandosela da un giorno all'altro, aveva preso ragguaglio d'ogni cosa che mi riguardava, del mio stato finanziario, de' miei amori morti, delle mie abitudini, de' miei difetti; notavo quasi con vergogna ch'io era vilissimo in quell'istante e che se il signor Folengo m'avesse imposta l'abjura d'ogni credenza più antica, la rinuncia ad ogni orgoglio più accarezzato, io avrei abjurato, io avrei rinunciato, pur d'effettuare la mia speranza.
—È ottimo in questo senso,—riprese il Folengo;—che ella è di gran lunga migliore di quanto vorrebbe sembrare; che ella ha dato troppo peso a sciagure intime e ha troppo generalizzati i suoi casi, scambiando l'uomo e il mondo per gli uomini e il mondo che le furono d'attorno lunghi anni. Ora, questo non è; ella è assai giovane; ha maniera di ricredersi, e nonostante certe sentenze scettiche delle quali s'è imbevuto, ella a ricredersi volge ogni speranza, ogni forza d'animo.
Io restava in silenzio, perchè intuivo che l'orazione del signor Folengo non sarebbe così presto finita; mi pareva il discorso prendere un atteggiamento troppo diplomatico, e aumentarmi le difficoltà non piccole della mia domanda; ma riservavo un'interruzione che avrei fatta non appena se ne fosse offerta l'opportunità.
—Si vorrebbe da lei,—continuò il mio giudice,—una maggior coerenza fra le azioni e le parole, una schietta ribellione a tutti i dogmi che l'infracidita società nostra va infiltrando nei giovani. Ma già, questo vien dall'esperienza, dalla critica, è frutto dell'età più vecchia.—
Pausa. Il signor Folengo,—la cui testa cominciava a entrar nella penombra della camera, mentr'io rimaneva ancora in luce, colla finestra di contro—si portò all'indietro col corpo, quasi prendesse la rincorsa, e giunse inaspettatamente alla conclusione, per esaurimento delle frasi magnifiche.
—Insomma, caro signor Sergio, io non ho che a finire come ho cominciato. Ella è per me gentiluomo irreprovevole, al quale è onore proferir dell'amicizia e dal quale è ambizione ottenerla…. Del resto, io non so rendermi ragione di quest'inchiesta non aspettata; sono sorpreso….
Notai che il signor Folengo s'era sorpreso un po' tardi, quando cioè aveva comodamente espressi i pochi pensieri che la mia persona e la mia vita gli suggerivano.
—Era necessario,—interruppi,—per ambedue; io la ringrazio assai del concetto ch'ella nutre di me, e spero di poterne sempre esser degno….
Guardai di nuovo fuor della finestra; i colombi selvatici erano spariti dagli alberi. Udii la pendola sul caminetto suonar lentamente le cinque ore e la mezza.
—Ora, al fatto,—disse il signor Folengo con uno sguardo scrutatore.
Ne' suoi occhi grigi lessi la sicurezza che la mia risposta doveva essere la buona, e avvertii un impercettibile moto in lui, come di preparazione.
—Il fatto è semplice e grave,—risposi.
Mi alzai, mi posi di fronte all'uomo, e dissi con voce quasi tremante:
—Ho l'onore, signor Folengo, di chiederle la mano della signorina
Lidia sua figlia….—
Vi fu un silenzio che giudicai spaventevole. Il signor Folengo si levò adagio, sempre tenendo gli occhi fissi ne' miei, uscì dalla penombra, e rispose:
—Una simile domanda fatta all'improvviso…. Io sono lusingato….—
Mi morsi le labbra; l'istinto vittorioso aveva costretto l'uomo a trincerarsi e a guardarsi da una promessa immediata; le parole uscivan dalla bocca del signor Folengo meccaniche; egli si dimenticava la sua professione di fede in me; gli proponevo un affare, secondo lui, ed egli mi trattava da uomo d'affari. Però, scorgendomi forse impallidire, aggiunse tosto:
—Debbo dichiararle ch'io non ho nulla, nulla in contrario al suo voto; anzi ho molta propensione a vederlo esaudito, e sono commosso…—
Non era commosso per niente. Si allontanò alcun poco da me e premette il campanello elettrico.
—Avvertite donna Teresa che ho bisogno di parlarle,—disse alla cameriera sopraggiunta.—E portate la lampada.—
Mentre Geltrude usciva, il signor Folengo mi tornò vicino.
—Perchè meglio si persuada ch'io accolgo la sua domanda con viva simpatia, voglio sùbito comunicarla alla mia signora,—fece con tono affettuoso.
Io m'inchinai, ed essendo sopravvenuto un silenzio molesto, il Folengo occupò quell'intervallo nell'accomodare e nello spostare alcuni oggetti sulla tavola, che non ne avevano bisogno; alla prima ansia era succeduta in me la riflessione e con essa la calma speranzosa; non trovavo a' miei desideri alcun ostacolo degno di essere discusso.
Donna Teresa comparve, seguita dalla cameriera che posò la lampada sul caminetto e si ritirò. Donna Teresa, allevata alla scuola del marito, ebbe uno sguardo istintivo e ricostruì, evidentemente, a grandi tratti, la conversazione avvenuta fra me e il signor Folengo.
Il salotto si riempiva di solennità. Donna Teresa mi venne incontro e mi strinse la mano; la piccola e grassoccia signora non aveva rinunciato a una certa eleganza; i suoi capelli eran tuttavia neri, e la sua carnagione, eburneamente lumeggiata dalla lampada, appariva senza rughe nè grinze; il color delle labbra era rinforzato da una leggiera tinta di carmino abbastanza gradevole. Solo, nel suo corpo difettava l'eleganza naturale, che l'assiduità allo specchio non insegna mai; le forme tozze prorompevano, in odio alla fascetta strettissima; attorno al collo l'adipe formava un monile, e sui fianchi si espandeva con insolenza.
Noi ci eravamo seduti di nuovo. I coniugi Folengo occupavano il divano ed io, di fronte a loro, in una poltrona bassa, aspettavo con ritornata angoscia la ripresa della orazione.
—Ti ho fatto chiamare,—disse il signor Folengo,—perchè il signor Sergio ci presenta l'opportunità di stringere assai notevolmente i legami della nostra amicizia.—
Donna Teresa dimostrò con un cenno della testa che tale opportunità le gradiva.
—Per esprimermi chiaramente, il signor Sergio mi ha domandata la mano di Lidia.
Donna Teresa balzò dal divano con un'agilità imprevedibile e mi si precipitò incontro, colla faccia trasformata dalla gioja. Senz'aspettare un gesto di suo marito, e parlando per istinto, come l'altro aveva per istinto tergiversato, esclamò:
—Grazie, signor Lacava! Mille volte grazie di simile onore! Lei effettua la mia più cara speranza!—
Presi la mano di donna Teresa, toccato dall'effusione ingenua della buona signora.
—Ella mi rinfranca,—dissi, alzandomi dalla poltrona.—Io mi sento appoggiato dalla fiducia che le ispiro….
—Ma certo, ma certo!—rinforzò donna Teresa.—Forse mio marito non le aveva espresso?… Forse ella temeva?…
—Vedi, cara amica,—mormorò il signor Folengo tranquillamente, senza muoversi dal suo posto.—Vedi: io mi sono dichiarato assai favorevole; ma io non sono il solo arbitro, e prima di me, e prima di te, c'è Lidia, la cui volontà deve essere libera….
—Lidia!—esclamò donna Teresa con un'occhiata di trionfo.—Lidia! Non ci son che le mamme per saper certe cose…. Io annuncerò immediatamente la felice novella a Lidia….—
Stava per avvicinarsi al campanello elettrico, quando il signor
Folengo, levatosi dal divano, la fermò con un cenno.
—Tu vuoi?—disse.—Così, sùbito, senza prender tempo?…
—Ma certo, ma certo!—ripetè donna Teresa—non vedi com'è pallido questo povero giovane? Io so quel che faccio…. È una tortura inutile che noi infliggiamo loro.—
L'indice di donna Teresa si posò due volte sul bottone del campanello. Il signor Folengo, vistasi levata la direzione diplomatica delle trattative, riprese il suo posto, con un sospiro di sollievo.
—Sì, sì, forse è meglio!—disse come tra di sè.—Io sono contento.
—La signorina Lidia sùbito qui!—ordinò donna Teresa a Geltrude comparsa.
Quindi, ripresemi le mani:
—Caro, caro figlio mio!—disse.—Non dubiti di nulla. Io so quel che faccio!—
La signora Folengo assumeva un aspetto di franchezza che non le avevo conosciuto prima; una leggiera onda sanguigna le aveva imporporato il viso, e la commozione sollevava a ritmo il suo largo seno.
L'uscio fu toccato lievemente, poi girò sui cardini senza romore, schiudendo il passaggio a Lidia. Io non dimenticherò mai com'ella apparve in quell'istante, coi capelli biondi pettinati all'indietro, in modo da scoprir la fronte pura. Lidia vestiva un abito grigio e portava un grembiale nero; l'abito indicava forme così giovanili e così recenti di maturanza da ispirar piuttosto sollecitudine tenera che ammirazione; il suo viso era un po' pallido, ma freschissimo, e ne aumentavan l'impressione di giovanezza rigogliosa gli occhi turchini, la bocca dalle labbra rosse e ben delineate; aveva piccolo naso, con narici rosee, e piccolissime orecchie; il collo, per quanto appariva dall'abito, era d'una bianchezza alabastrina; il petto non troppo esile nè povero; le mani magre, con dita affusolate.
L'espressione interrogativa ch'era sul viso della fanciulla all'entrar nel salotto, sparve non appena Lidia mi scorse, e fu cancellata da un tenue rossore.
—Buona sera, signor Lacava!—ella mi disse.
Per la prima volta dacchè ci conoscevamo, io le tesi la mano, ch'ella strinse, gettando un'occhiata dubitosa a suo padre.
—Vieni!—le disse donna Teresa, avvicinandola a sè.—Vieni dalla tua mamma.—
Lidia s'accostò alla poltrona, dove la madre s'era seduta; non so quel che passasse allora nell'animo della giovane, ma certo l'insolita accoglienza doveva assai turbarla. I suoi occhi andavan senza posa da me a suo padre, e da suo padre alla signora Folengo. Questa la serrò fra le braccia, e la fece sedere vicinissima a sè. Io solo rimaneva in piedi, appoggiato al piano-forte.
—Che cosa avviene dunque?—domandò Lidia, non potendo trattenersi.
—Cara!—esclamò donna Teresa, prendendole la testa e baciandola sui capelli.
—Noi ci siamo radunati qui,—cominciò il signor Folengo con voce solenne,—per parlar del tuo avvenire.
—Stai bene oggi? Hai la mente lucida?—cominciò a sua volta la signora.—Ti senti di poter rispondere e decidere con chiarezza?
—Ma sì, senza dubbio….—rispose Lidia, guardandomi come per invocare il mio ajuto.
—Ebbene….—disse la signora Folengo con precipitazione,—ebbene il signor Sergio Lacava ti ha chiesto in isposa, noi abbiamo acconsentito, e aspettiamo la tua risposta.—
Alle prime parole, Lidia sobbalzò, mentre un rossore intenso le saliva fino alla radice dei capelli; poi nascose la testa con rapidità sul petto di sua madre.
—Oh mamma!—disse.
E scoppiò a piangere con una violenza nervosa irrefrenabile.
—Io credo—osservai—che la signorina: si trovi a disagio davanti a me; sarebbe stato forse meglio….—
Donna Teresa mi troncò la parola con un moto del capo.
—Via,—fece poi a Lidia,—non essere bambina. Tu ci metti in pena…. Lo so; non eri preparata; è un assalto di nervi; andiamo, alza la testa….
Lidia obbedì e prese dalle mani di sua madre il fazzoletto per asciugarsi gli occhi; ella guardava con tanta fissità il viso di donna Teresa, da svelar la paura d'incontrare i miei sguardi. L'attitudine era cosi fanciullesca e così bella a un tempo, che i signori Folengo e io sorridemmo insieme.
—Forse—disse il signor Folengo—noi esercitiamo su Lidia una pressione involontaria. Vuoi prender tempo? Vuoi pensare prima?
—Oh no!—proruppe inavvertitamente la fanciulla, tenendosi immobile.
—Allora?
—Allora, è presto detto,—fece donna Teresa, volgendosi a me.—Lidia è contraria a questo matrimonio….—
La fanciulla allungò le mani verso donna Teresa e tentò l'atto di chiuderle la bocca.
—Ah!—esclamò ridendo la signora.—Dunque, vieni qui. Dunque, sì?
—Sì!—rispose Lidia, che aveva nascosto nuovamente il capo fra le braccia della madre.
Io avventai alla fanciulla uno sguardo quasi violento di desiderio e d'amore. Da quell'istante, ella era tutta mia.
II.
Il cielo prendeva un aspetto retorico, da melodramma. Sopra uno sfondo potentemente azzurro, vagavan certe grosse nuvole bianche, fra cui la luna ora si nascondeva, ora faceva capolino.
Dalla finestra della mia camera era, lo spettacolo, più curioso perchè il giardino, al disotto, andava illuminandosi ed oscurandosi a seconda della luna bizzarra. S'alternavan gradazioni di verde lucido e gradazioni di nero opaco, ombre sul terreno scheletriche e scarmigliate, indecisioni di contorno. Queste diverse imagini s'imprimevano forte nel mio cervello non come percezioni chiare, ma come sensazioni, che ricordo; perchè il momento era dei più difficili.
Noi ci eravamo ritirati da circa un'ora; gli amici, i parenti, avevano abbandonata la casa con un'ultima stretta di mano, alcuni con un sorriso. Lidia—mia moglie—s'era appartata nella sua camera, accompagnatavi da donna Teresa, che l'aveva lasciata poi, baciandola sulla fronte; pallide e commosse tutt'e due.
Io, in abito nero, sembravo una decorazione della mia stanza da letto, nervosamente allegra, perchè al giuoco della notte indecisa vi faceva robusto divario la luce artificiale; erano accesi i due bracci a candela dell'armadio, le due lampade sul caminetto e la lampada pensile nel mezzo. Poi, aleggiava un profumo acuto di fiori, raccolti in coppe, morenti con furiose dispersioni d'ebrietà.
Appoggiato al davanzale della finestra, vedendo ma non osservando il rimpiattino della luna, io meditava.
Era necessario lasciare scorrere un certo lasso di tempo affinchè Lidia non credesse la mia un'intempestiva sorpresa, un'invasione da barbaro. Il suo cuore doveva battere a martello; era necessario lasciarlo calmare.
Io stesso aveva bisogno di guardare in faccia il fenomeno di questa vergine lanciatami fra le braccia dalla legge, datami esultando da sua madre, perchè la trasformassi in donna, con un mezzo che due giorni avanti si sarebbe chiamato il disonore.
Con maravigliosa mutazione, pel semplice fatto che l'amore, così insofferente di forme e di nomi, aveva preso nome e forma di matrimonio, tutto quanto era proibito, condannato, scandaloso prima, diventava lecito, onesto, doveroso adesso; un bacio, un abbraccio, una notte, più notti, un giorno, più giorni d'intimità, erano cosa buona; e se io avessi dato il bacio, tentato l'abbraccio, passata una notte con Lidia, avanti ch'io avessi potuto chiamarmi suo marito, Lidia sarebbe stata perduta, e suo padre avrebbe avuto il diritto d'uccidermi e di farsi applaudire come un istrione alla ribalta.
Ciò non era logico, ma necessario, il che è ben diverso; tanto diverso che la considerazione de' miei diritti improvvisi su Lidia mi dava un umor chiaro, allegro, piacevole.
Sapevo il significato di quanto era per avvenire; significato di sì grande rilievo che da esso dipendon quasi sempre le sorti di due esistenze.
Mi richiamavo alla memoria delle letture fatte sull'argomento in altra età, per una speranza di possibile eclettismo che mi servisse di guida; ma mi sembravano ingenue o inadatte al paragone. L'unica mia guida dovevo essere io medesimo e trovare nel mio passato quelle cortesie, e quelle delicatezze e quelle audacie che l'esperienza m'aveva insegnate ottime, se non in casi identici, almeno in casi di qualche somiglianza col presente, se non in una prima notte di matrimonio, almeno in una prima notte.
Accostarmi a Lidia come un amante a un'amante, era possibile e bello; ma Lidia, la mia amante, era una fanciulla e il nostro amore non aveva termine, e ogni falso o corrotto insegnamento si sarebbe trasformato in un germe pericoloso del quale avrei colto io il frutto.
Quindi, potevo e dovevo essere l'amante, ma un amante castigato, limitato, rettissimo.
Volgendo nel mio animo questi pensieri, m'ero ritratto dalla finestra ed ero venuto ad appoggiarmi colle braccia sul marmo del cassettone. Innanzi, lo specchio mi rifletteva pallido con un sorriso un po' convulso, e la lucentezza dello sparato chiuso quadratamente nell'abito, mi dava un'aria quasi severa.
Il profumo dei fiori vibrava fortissimo alle nari; dall'uno lato e dall'altro dello specchio, due vasi di porcellana traboccavan di narcisi e di garofani e d'anemoni e d'altri fiori vigorosi. Levai dal gruppo folto una gardenia, che soffriva più dei compagni e la passai nell'occhiello.
C'eran molte persone, le quali pensavano a noi in quell'istante. La nuova del mio matrimonio s'era sparsa per Milano e fuori con rapidità e maraviglia. Gli amici non si figuravano me nella notte presso Lidia? non analizzavano con cinica irreverenza il nostro amore che s'iniziava? nell'ombra non si preparavan già delle insidie? Io avrei trovati i mezzi d'intercludere il passaggio a qualunque insidia tesa sulla via della mia donna.
E anche questo dipendeva dal momento in cui ero. Laura Uglio non era tornata dalla prima notte di matrimonio così nauseata, da giustificare il suo adulterio avvenuto tre mesi dopo? Angela Tintaro non aveva nella prima notte di matrimonio giurato di darsi a una donna, e a uomini mai più? Quanti mariti maldestri non avevano in poche ore mutata una fanciulla in un'impura colomba, presto insaziabile? Aneddoti sparsi nelle mie memorie, dei quali capivo a un tratto la sapienza….
Secchi e sonori per l'amico silenzio, l'orologio del giardino diffuse dodici colpi.
Li contai adagio, smorzai i lumi, lasciando accesa la sola lucerna pensile. Mi diedi un ultimo sguardo nello specchio: la gardenia, lo sparato candido, l'abito nero, anche il viso molto pallido, sembravano giovarmi. Al momento d'aprir l'uscio, ero tranquillo; meglio, ero ilare e sicuro di me; avevo un indiavolato bisogno di scherzare. Apersi, passai nel salotto oscuro, ma grave di profumi come la mia camera. Un sottil filo di luce rosseggiava sotto l'uscio della stanza di Lidia: troppo intenso, non poteva provenire dalla lucerna da veglia; era la luce d'una lampada portatile. Posta dove? Non presso il capezzale.
Lidia aveva fatta un'illuminazione nervosa come la mia?
Bussai leggiermente alla porta di Lidia, e mi sentii sorridere.
L'orologio ribattè i dodici colpi nel giardino. Che lampo era stato e che eternità quell'intervallo!
Avvertii un lieve romore: poi il silenzio proseguì dovunque.
—Lidia!—dissi ponendo la mano alla gruccetta dell'uscio.
—Avanti!—rispose con voce soffocata.
Apersi l'uscio e guardai.
Lidia, in accappatojo, coi capelli sciolti, aspettava in piedi presso una poltrona. Da una tavola sotto la finestra, una lampada alquanto attutita dal paralume a smeriglio, sprigionava luce blanda, quasi pulviscolo azzurrato, che veniva a stendersi sui capelli, sulla fronte, sulle guance di Lidia e le dava una stanchezza, come dopo il ballo, al sorger dell'alba. L'atteggiamento della giovane denotava un'apprensione vivissima, tradita pure dal respiro precipitoso che le agitava il seno.
—Non ti sei coricata?—domandai, mentre avanzavo richiudendomi l'uscio dietro le spalle.
Lidia fe' cenno di no colla testa.
—Hai avuto paura?—dimandai di nuovo, prendendole una mano.
Lidia fe' cenno di sì.
Mi sedetti sulla poltrona a cui ella era appoggiata, e tenendo tutt'e due le mani di Lidia, attrassi la fanciulla sulle mie ginocchia.
—Vediamo,—dissi, posandole le labbra sulle labbra caldissime ed immobili.—Io son desolato d'essere costretto a disturbarti; ma non prevedevo di trovarti ancora alzata. Volevo semplicemente augurarti la buona notte. Sorridi?… Non bisogna dubitare delle mie parole,—aggiunsi, mentre mi scoprivo a sorridere io pure.
Noi, così seduti, avevamo la tavola colla lucerna alle spalle e di fronte il letto; il letto sui guanciali serbava l'impronta della testa di Lidia e le coperte apparivano già rimosse. Evidentemente, Lidia s'era coricata, e vinta a un tratto da un'impazienza nervosa, aveva dovuto alzarsi.
La fanciulla afferrò il mio sguardo, arrossì, e rise lievemente.
—Questa paura!—continuai.—Non t'ha lasciata riposare? Ma di che cosa hai paura? Di me?—
Le presi la testa fra le mani e l'obbligai a guardarmi; i suoi occhi azzurri continuavano a ridere sì piacevolmente, ch'io li avvicinai e li baciai senza aspettare la risposta. Finalmente, le labbra di Lidia si mossero a restituirmi il bacio. Il sistema, come il più semplice, era dunque anche il migliore.
—Di me, no, senza dubbio,—ripresi.—Non rispondi?
—Di te, no, senza dubbio,—ripetè Lidia a voce bassa.
—Grazie. Ma allora, non capisco più nulla!
Lidia abbassò la testa, guardando la mia gardenia, un po' ingiallita. Io sentiva il profumo del fiore levarsi dalla massa bionda dei capelli di Lidia, dall'accappatojo, dalle braccia un po' scoperte, dal busto senza fascetta, che mi s'appoggiava contro, in una perspicuità di linee assai tormentosa. Presi la gardenia e tentai di collocarla sul petto della fanciulla; ma non appena allungai la mano, Lidia portò le proprie, arrossendo, sopra i ganci che le chiudevan l'accappatojo fino al collo. Il sistema non era dunque il migliore.
—Perchè non hai fatta accendere la lucerna da veglia?—chiesi, tornando a infilare il fiore nell'occhiello.
—Non ci ho pensato,—rispose Lidia.—Vuoi accenderla tu?
S'io mi fossi alzato, Lidia avrebbe preso il mio posto ed avrei perduta una strategica posizione.
—Accendila tu!—ripetè Lidia.
La mia considerazione rapida doveva essere stata fatta anche da Lidia. Ella si levò dalle mie ginocchia e rimase in piedi presso il letto; nel mentre abbassavo e accendevo la lucerna, Lidia non si ricordò di sostituirmi nella poltrona; mi guardava impacciata, colla mano destra sul guanciale.
—Ora c'è troppa luce,—disse.
M'avvicinai alla tavola e posi innanzi a quella lucerna una specie di ventaglio roseo, che mutò sùbito la luce viva in altra delicatissima. L'accappatojo di Lidia prendeva una tinta deliziosa, difficile a riprodursi, che pareva gradazione di due colori soavi compenetrati. Rimasi un istante a gustare il quadro. Lidia continuava a guardarmi coi grandi occhi turchini.
M'accorgevo che se avessi ceduto alla mia volontà, invece di riprendere il posto nella poltrona, come feci, avrei abbracciata Lidia e l'avrei atterrita coll'irruenza d'un amore represso e rattenuto per due anni.
—Non ti senti stanca?—le chiesi, senza pregarla d'avvicinarsi.—Vuoi coricarti? È passata la mezzanotte.
La fanciulla girò la testa intorno, come cercasse un angolo discreto.
—Io me ne andrò,—aggiunsi.—Vuoi?
—Sì,—rispose Lidia, movendosi per aprirmi l'uscio.
Quando fummo sulla soglia, ella tradì una fuggevolissima esitazione, come ogni volta respingeva un pensiero malagevole ad enunciarsi.
—Io aspetto qui in sala…. Volevi dirmi?
—Volevo dirti questo, appunto,—ella confessò. E per nascondere il suo turbamento, si ricoverò fra le mie braccia.
Provai tale un'impressione di tutto il suo corpo sul mio, tale una vertigine di piacere, che dovetti ricordarmi il proposito di non fare un'invasione da barbaro,—per resistere all'agitazione di prender Lidia e portarla sul letto e spogliarla io. Non dubitando del cimento al quale mi sottoponeva, Lidia rispose a un tratto al mio bacio e mi circondò delle braccia il collo.
—Sei molto pallido,—osservò, mentre si staccava.—Non ti senti male?
—No, cara. Ho la camera zeppa di fiori; deve essere il profumo che m'ha alterato un istante.
—Dev'essere il profumo!—ripetè Lidia chiudendo l'uscio e accompagnando il gesto con un grazioso saluto del capo.
—«Sì, il profumo,—pensai.—Ma quale?»
Il salotto era oscuro; ciò mi servì di pretesto per accomodarmi su una sedia vicinissima all'uscio.
Io udiva così Lidia muoversi nella sua camera; il fruscìo dell'accappatojo sciolto e cadutole ai piedi, facendole cerchio, e dell'accappatojo raccolto su una sedia; lo scricchiolìo del letto che accoglieva il corpo leggiero; un fievole colpo di tosse.
—Sergio!—chiamò la voce di Lidia.
Non so perchè, l'essersi ella coricata diede ad entrambi maggiore sicurezza. Lidia medesima sorrideva, guardandomi rientrare, sebbene si fosse accuratamente volte intorno le coperte fino al collo; aveva spinta la poltrona accanto al letto.
—Il mio posto?—domandai, restando in piedi.
—Il tuo posto è lì,—ella rispose accennandomi cogli occhi la poltrona.
—Ma qui avrò freddo!—mormorai.
—Nel mese di giugno!—esclamò Lidia.—Prova.
—Proviamo.
Il posto non era brutto, sebbene non fosse il migliore. La testa di Lidia circondata,—aureola giovanile,—dai capelli biondi, gli occhi vividi, e quell'indefinita sola bianchezza della carnagione, propria dell'età più bella, m'apparivano ben lumeggiati, precisi. L'astuzia d'avvolgersi diligentemente nelle coperte, dovuta al pudore, non aveva sortito il suo effetto, perchè le forme di Lidia si determinavano con procace evidenza e se la fanciulla non fosse stata volta sul fianco, le coltri sottili avrebbero delineato anche il seno.
—Sarebbe possibile,—dissi,—baciare una tua manina?
—Possibile,—rispose Lidia, sporgendo la mano destra con un sorriso.
La breve camicia lasciava il braccio nudo. Vidi passar negli occhi di Lidia il quesito insolubile di darmi la mano coprendo il braccio; ma cedette all'inattuabilità di tale disegno; nel movimento un po' precipitoso, le coltri si smossero, ed io le rattenni, e per stabilire e mantenere l'insperato vantaggio, rapidamente dalla poltrona passai sul fianco del letto, mentre istintivamente Lidia si ritraeva facendomi posto.
L'atto riuscì seducentissimo nella sua schiettezza; la cortesia femminile dominava la verecondia per un lampo e si faceva incontro alla dolce necessità di cedere. Vidi e compresi, e la improvvisa intelligenza di quel moto mi provocò un brivido lungo.
Non ero più nè ilare, nè tranquillo; consapevole d'una veniente tristezza. Il mio amore invadeva l'animo con tale veemenza, da sgominarlo, e farlo debole. Sorgeva misteriosa e meglio che da qualunque legge, da quella verginità, tutta profumo e sorriso, ch'io stava per distruggere,—la comprensione di quanto io doveva alla fanciulla sacrificata.
All'ultimo baluardo, invece del goloso desiderio, io incontrava una tenerezza mesta ingiustificabile, da avaro innanzi al tesoro lungamente accarezzato. L'avaro non avrebbe voluto spenderlo, avrebbe voluto aspettar tuttavia, gioirne tuttavia, promettersi e negarsi la frenetica sensazione di tuffar le mani nell'oro, forse meritarsela di più.
Io soffriva dell'attimo fuggente e dell'irreparabilità della conquista.
Passai adagio le braccia sotto il busto di Lidia, attirandola a me.
Ella teneva gli occhi chiusi e il suo pallore mi spaventò.
—Anima,—susurrai,—soffri?
—No,—rispose Lidia, aprendo gli occhi.
La luce delle due lampade si projettava troppo intensa. Lasciai Lidia e smorzai quella ch'era sulla tavola; ora la penombra si faceva tutelare e propizia; ma tornando al mio posto, di nuovo il pallore della fanciulla mi spaventò. Ella mi guardava smarrita, e un'agitazione ch'era male vero, cresceva in lei, le pulsava nel petto, nelle arterie, moltiplicandone il ritmo. Tentò di togliersi alla mia stretta e si trovò sùbito libera. Erta sul busto, colle braccia rigide che le facevano sostegno, rimase un attimo indecisa.
—Ho paura!—esclamò poi.—Non per te, Sergio, ma ho paura! Perdonami!
Le salivano convulsi alla gola singhiozzi senza lagrime; chino su di lei, le mie mani sentivan le ciocche de' suoi capelli, morbide e lisce, disordinate per il guanciale. Non osavo muovermi nè parlare; lucide, lancinanti, memorie di spose morte così fra i primi amplessi del marito, mi si piantarono nel cervello. Ma come ella avesse intuita la mia angoscia superiore alla sua, Lidia mi gettò le braccia al collo.
—Perdonami!—disse nuovamente.—Ho paura!
Noi ci cercammo le labbra, e al caldo contatto infine le lacrime di Lidia proruppero, mi caddero brucianti sulle mani, chiamarono le mie; la crisi quietò Lidia a poco a poco, lasciandola colla testa sul mio petto, gli occhi chiusi, da' cui angoli scorrevan deliziosissime e infantili le lagrime. Non so quanto così rimanessimo, vittime d'un arcano fascino.
Quasi sentivamo i gravi silenzi della casa circondarci lentamente e addormentarci la coscienza dell'ora. Tutt'e due sulla soglia d'una felicità agognata, rimanevamo titubanti, malinconici e paurosi, perchè nulla più del presente doveva tornare. Ella s'era distesa nel letto, quasi calma; io la baciava adagio sui capelli, sugli occhi, sulla bocca, sul collo, sulle mani, naufragante in un'onda voluttuosa. L'avaro assaporava il suo tesoro che aveva anima e forma, e si sferzava col ricordo di tutte le caducità umane per togliersi al pazzo bisogno di serbare il tesoro intatto.
Quindi, la fanciulla ridivenne fiduciosa. E così l'attimo fuggente si dileguò.
III.
Parecchi anni addietro, al buon signor Pfaff, io aveva domandato un giorno:
—Perchè non mettete un'epigrafe sul vostro ricovero di pace e di salute?
Il signor Pfaff m'aveva guardato senza rispondere, ed era stata la figlia a spiegargli il mio concetto.
La signorina Silesia Pfaff, dopo aver discusso alcun poco in dialetto grigione col padre, mi s'era rivolta dicendomi in italiano sgangherato che il padre non capiva e che se volevo porre un'epigrafe sul piccolo albergo, la dettassi a lei.
Fu così che sul ricovero di pace e di salute lampeggiò in lettere d'oro l'iscrizione:
VENITE, DOLENTES.
E i dolenti venivano, uscendo dalla ressa delle città, pallidi e smunti, e cercavano il silenzio, la vita semplice, l'armistizio di pochi mesi nella battaglia rabbiosa di tutto l'anno. E v'ero venuto io medesimo, ora curvo per la morte di mia madre, indimenticabile figura di donna bruna e nobile; ora freddo, caustico, per l'opprimente perizia degli inganni; ora scosso e attonito per la morte inaspettata di mio padre; ora vuoto ed aspro per diffidenza degli altri e di me stesso; e ogni volta, l'anima aveva ricongiunte le ferite, s'era dilatata nel silenzio, s'era compiaciuta di quella grande e libera solitudine.
Al caro luogo avevo prestata quasi una simbolica potenza di farmaco. Vi sognavo bene, come in città non era possibile, e vi attingevo preziosi cumuli d'energia morale; talchè nelle gioje lo desideravo per meglio compenetrarle, e nei grandi dolori per essere umile innanzi a superbi spettacoli di paesaggio.
L'albergo del signor Pfaff era situato fra Splügen e Andeer, sulla via per Coira, in posizione così felice che sempre, quando la diligenza vi si fermava dinanzi, erano esclamazioni ammirative fra i viaggiatori. Poichè, dietro la casa, i prati si stendevan verdemente fino al Reno, indomato ancora e ruinoso; davanti eran la strada postale e la lunga serie di pinete che costeggian quella strada per notevole tratto; la conca nella quale l'albergo ha fondamento, è formata da montagne, alcune ricche d'abeti e di lecci, altre brulle quasi il fuoco vi sia passato con indileguabil traccia di devastazione. Intorno, vie numerose conducono ai boschi, ai villaggi, ai monti; una, poco aperta allo sguardo, dietro la casa del signor Pfaff, costeggia il Reno, avvallata fra gli alberi fitti, e conserva l'indole selvaggia delle strade raramente percorse.
Più in alto, al disopra dell'albergo, il villaggio di Sufers, con quelle case metà di legno e metà di pietra, che danno sùbito l'imagine della Svizzera, come le pagode caratterizzano l'India e gli edifici a più tetti e a sesto acuto indicano la Cina. Spesso, in quel villaggio di Sufers, preziosamente conservati sul davanzale delle finestre, alcuni vasi di geranî e di garofani, risvegliano una nota d'allegria gentile.
Noi eravamo diretti al ricovero di pace, non dolenti, ma lieti anzi d'inesprimibile contentezza.
Avevo pregata io Lidia di seguirmi lassù, perchè mi pareva ed era triste cosa di non aver raccolte in un sol luogo ed in un successivo spazio di tempo le più pure nostre memorie.
Un po' di vanità femminile aveva forse giovato a convincer Lidia del mio disegno; l'idea di varcare il confine e di veder costumi nuovi, le era parsa men comune e preferibile a un pellegrinaggio per città italiane, notissime a tutti; ne' suoi viaggi colla famiglia, non s'era mai spinta oltre il lago di Como o il lago Maggiore.
Salimmo nella carrozza da posta verso mezzogiorno. L'antico veicolo dipinto in giallo e rosso e tirato da quattro cavalli, ci poteva illudere un istante di non vivere in un'età insopportabilmente civile e meccanica. Noi avevamo agio a gustare la bellezza dei luoghi e ad aspirare una purissima aria montanina, comecchè il giorno fosse ricco d'azzurro e di sole.
Nella scossa che il veicolo ci comunicò mettendosi in moto, Lidia mi si appoggiò tutta, ridendo, ed io le strinsi le mani. D'improvviso, mi ricordavo una molestia patita il mattino stesso durante il viaggio in battello da Como a Colico. V'era salito un giovane elegante, il quale non aveva smesso di guardar Lidia con occhiate da scapolo esperto, date a tempo e in modo che la persona osservata non se ne avvedesse.
Per l'insistenza stupida dell'ammiratore, avevo sofferto con ridicola intensità, e pretestando l'aria troppo fresca, avevo finito per invitar Lidia a discender meco sotto-coperta.
Era un principio di gelosia vaga? Senza dubbio, quantunque incoerente col mio intero passato; non ero mai stato geloso d'alcuna donna, o perchè non ne valeva la pena, o perchè sapevo allora dominarmi. Ma indubitabilmente d'ora innanzi, gli sguardi, i sorrisi, le parole dirette a Lidia, m'avrebbero fatto male; potevo affermarlo con sicurezza quasi matematica.
Ciò era necessario e illogico siccome ogni paradosso di sentimento. Lidia era bella, e non d'una bellezza così capricciosa da risvegliar l'attenzione di pochi intelligenti; ma d'una bellezza fresca, ingenua, assai pura, che avrebbe stimolato il desiderio perverso, quel desiderio del male, del corrompere, dell'insozzare un'anima il quale è peggiore di gran lunga d'ogni desiderio sensuale, e pur s'annida in fondo al cuore di molti uomini.
Si sarebbe annidato fors'anco in fondo al mio cuore, se io fossi stato estraneo a Lidia; anzi, peggio, vi s'era annidato già, in altri tempi, ed io aveva commesso il delitto di pervertire qualcuna, pel solo piacere di pervertirla, d'eccitarla malamente e di mutare una superba in una donna come tutte le altre.
La cattiva esperienza m'insegnava che le anime chiarissime, incitano e richiamano la malvagità; la fede provoca la negazione, quasi processo di fenomeno elettrico. Forse non è lo stesso dei corpi femminili, tanto più procaci quanto più velati allo sguardo in vesti ondeggianti, con linea severa?
Lidia, dopo le prime esclamazioni di gioja al cospetto della vallata che si offriva alla nostra manca,—parlava con inflessioni carezzanti della voce colorita, e parlava d'ogni cosa, ora sorridendo alla figura burbera del cocchiere appollajato e mutolo sul suo sedile, ora intenerendosi alla vista dei monelli cenciosi che ne seguivano in cerca d'un soldo. Come la carrozza, per la salita, andava al passo, i monelli si facevano audaci, gettavano mazzolini d'edelweiss sulle ginocchia di Lidia, senza cessare dalla loro nenia mendicante. Lidia, che credeva liberarsene coll'offrir loro qualche moneta, se li vedeva comparir più numerosi.
V'era una bambina coi capelli arruffati, sudicia, scalza, insistentissima; non appena un soldo veniva gettato, ella si slanciava e lo disputava ai maschi, rotolandosi con loro per terra; la scena crudelmente selvaggia stupiva Lidia, la quale non riusciva a persuadersi che la monella appartenesse al medesimo sesso di lei.
Al riprender del trotto, i monelli rimasero, addietro, sparvero ad un gomito della strada e in un nugolo di polvere. La carrozza procedeva robustamente, e il vetturale, curvo, indifferente al paesaggio di cui doveva conoscere ormai ogni anfrattuosità, spingeva i cavalli a esortazioni e a tocchi di frusta.
Sui fianchi delle montagne si vedevamo sparsi poledri e giovenche, intenti al pascolo, volgendo appena la testa al passaggio del veicolo romoroso. Alcune fra le giovenche, piantate in mezzo alla strada con bruta apatia, costringevano il vetturale a frustarle perchè facessero largo, e oltrepassata la carrozza, riprendevano, la loro immobilità, coll'occhio atono e fisso, come animali di bronzo.
Dopo il cambio dei cavalli a Campodolcino,—collocato graziosamente in un'estesa verde di praterie,—l'aria si fece più viva, il paesaggio intorno più tetro per maestosità di montagne, la salita più decisa. M'ero lasciato prender volentieri dalla vivacità di Lidia; era impossibile non esultare alla soddisfazione complessa che illuminava la donna e le brillava negli occhi.
Discesi dalla vettura, noi le camminavamo a fianco, studiando di precorrerla quando il terreno ce lo permettesse. La strada, scavata a giri nel fianco della montagna, ci offriva d'accorciar di molto il cammino che il veicolo doveva seguir tutto e ci arrampicavamo sui rialzi per balzar dall'altro lato della strada. Lidia, coll'abito corto da viaggio, i piccoli piedi calzati in forti stivaletti di cuojo giallo, svelta, agile, s'appoggiava alla mia mano e spiccava il salto con arditezza. Ma si stancò presto e dovemmo attender la carrozza, che avevamo vantaggiosamente distanziata, per risalirvi. Il vetturale ci guardava con occhio tenero, quasi paterno e non riprendeva il viaggio se non certo ch'io avessi ben collocata Lidia.
Una pigra ma sicura mutazione mi faceva sentire, man mano procedendo, che le memorie dei luoghi noti m'entravan nell'animo spalancato, ne cacciavano ogni imagine faticosa della città, mi davano una superbia di possesso quasi io solo fossi passato di là e solo conoscessi le voci sonore e profonde dell'altitudini; poi, guardando Lidia,—ora avvolta in uno sciallo da viaggio per ripararsi dall'aria pungente,—provavo un fremito leggiero, nulla giudicando più dolce di simile amore in simili plaghe.
A un tratto, Lidia volse il capo verso di me, i nostri sguardi s'incontrarono, e la donna intuì il mio pensiero dilettosamente soggettivo.
—Sei venuto spesso qui?—ella chiese.
—Cinque anni di séguito, in questa medesima stagione.
—Solo?—ribattè ella, con qualche esitanza.
—Sempre solo…. Puoi supporre?…
Ma no. Lidia non mi supponeva capace di condurla dove altre memorie di donne vivessero, e mi pentii del sospetto, e per cancellarlo le narrai in quali condizioni avessi scelto quel ricovero tranquillo, le dissi dell'epigrafe sulla casa, e ormai mutabile in quest'altra: «Venite, gaudentes» se gaudente non avesse una significazione materiale e volgare.
Le brevi domande, però, mi ricordarono ch'io doveva la storia del mio passato a Lidia.
Non sapeva io tutto di lei? La sua vita fino al mio incontro era stata così semplice, così eguale, che ponendo piede in casa Folengo, avevo capito come ogni giorno vi fosse monotono e puro, perchè Lidia non aveva amiche. Soffersi quindi, nuovamente, una curiosa molestia dacchè il mio passato era ben diverso, inutilmente ricco d'intenzioni variate e inesorabilmente vuoto di bene e di male grande; ero stato un uomo allegro e triste, malvagio o beffardo, a seconda dei casi, e per questo, nel mentre nulla avevo fatto che mi distinguesse da qualunque altro scapolo,—nulla, nel medesimo tempo, era più increscioso a narrarsi di quegli anni desolati, infingardi; chiusi nella ricerca di commozioni, comunque fossero, anche bassamente colpose.
Stabilii, dietro la rapida sintesi, di non parlare e d'attendere che Lidia desiderasse o in qualsivoglia modo mi ricercasse quella storia, un po' fosca, un po' grigia.
Pel momento, la donna era assorta nella contemplazione della cascata di Madesimo, presso Pianazzo, balzante rivo d'acqua bianchissima, spumosa, lunga e molle, che rallegrava d'un tratto la montagna nera e nel silenzio della strada deserta mormorava con liquida cadenza. Madesimo, l'elegante ritrovo, era alla nostra destra e larghi affissi sopra una casa cantoniera ne indicavan la via; ma pel bisogno di calma ch'io sentiva, per il tepido fiorir dell'amore di Lidia, il luogo riusciva troppo chiassoso e vivace.
Più oltre, e a più fresca altezza, attirò gli sguardi della donna il villaggio d'Isola, giù nella vallata, disperso a gruppi di capanne brune, dal tetto acuto, e arrampicate pel versante dell'opposta montagna in notevole estensione e in una mutezza desolante di luce, anche malinconica per la nudità del monte sul quale eran disseminate. Assai piccole e quasi immobili, si scorgevan qua e là delle gregge di mucche. E tutto appariva traverso il fogliame degli alberi che avevamo a fianco della diligenza e che sembrava un immenso ornato, frapposto al villaggio da un artista bizzarro.
Una particolarità del cammino erano ora le gallerie, attraversanti il ventre della montagna, e sotto le quali passavamo. Istintivamente, Lidia si curvò, come temesse d'urtar la testa nelle travi che sostenevan l'opera ardita, dalle vôlte umide, stillanti, le cui aperture, intervallate a guisa di finestre verso il fianco sinistro del monte, illuminavano con regolar quadrato di luce.
V'eravamo giunti per una via serpentina, talchè, volgendoci, potevamo ritrovar coll'occhio il percorso fatto.
Lidia, nella quale l'incontro delle gallerie aveva ridestata la maraviglia graziosamente loquace delle prime tappe, si lamentava del freddo, soffiato coll'aria violenta, che trovandoci in abiti estivi aveva buon giuoco anche sulle coperte da viaggio cui eravamo ricorsi. La molestia durò poco, perchè oltrepassata la vetta dello Spluga e l'ultima cantoniera italiana, cominciò la discesa, prima quasi insensibile, poi rapida così che i cavalli di timone dovevan resistere all'impeto del veicolo piuttosto che favorirlo, e quelli di volata si piegavano abilmente sul fianco per mantener l'equilibrio.
Era una bella e potente sensazione, questa della discesa. Il paesaggio svizzero si presentava foltissimo di pini, cosicchè pareva vi ci tuffassimo, e il profumo di resina, l'aria nitida venissero ad incontrarci, penetrandoci beneficamente nei polmoni.
Lidia non mostrava d'essere stanca più di quanto fosse al principio del viaggio e come il sole andava riprendendo calore, ella si toglieva le coperte, sorridendo alla corsa piacevole, colle mani appoggiate allo sportello e il busto eretto; l'onda d'ossigeno le prestava nuove forze; la fatica, lo sbalordimento del viaggio, i mutamenti improvvisi di temperatura, di cui avevo temuto per la fragile donna, svanivano innanzi al bisogno nervoso di giungere, dal quale ella appariva animata.
La discesa continuava veloce; vedevamo, come già prima la via percorsa, in basso tutta la via da percorrere, a nastro, bianca e soleggiata, ombrosa di tanto in tanto,—e lontana, diritta, eguale, la strada che da Splügen conduce a Nufenen e a Hinterrhein. Lidia m'interrogava sulla situazione della casa Pfaff, dimostrandosi felice del mio disegno effettuato, sentendo inconscia ella pure la voluttà d'una solitudine amorosa, senz'occhi indiscreti.
I cavalli trottavano ora in piano, in direzione opposta a Nufenen. Erano le sei del pomeriggio e il sole si ritraeva man mano, lumeggiando le case più alte, il cimitero e la chiesetta di Splügen, senza malinconia, quasi con un senso largo di quiete abituale.
Al passo, traversammo il ponte di Splügen e dal ponte ci arrestammo sulla piazzetta del villaggio, innanzi al Bodenhaus Hôtel, dove un gruppo di contadini raccolto pel riposo della sera, ci salutò con amichevol deferenza.
In un angolo della piazzetta, ci aspettava la carrozzetta del signor Pfaff, linda e ripulita, colla giumenta saura; e mentre ajutavo Lidia a scendere, il signor Pfaff, uscito dal Bodenhaus Hôtel, mi si fece incontro tenendo il cappello tra le mani.
Piccolo, tozzo, formidabilmente quadrato di spalle, col viso senza neppure i peli delle sopracciglia, con due furbi occhi cilestri,—il signor Pfaff non era in nulla mutato dall'ultima volta ch'io l'aveva visto, e dimostrava una diecina d'anni meno de' suoi sessanta.
Egli mi strinse la mano, felicitandosi del mio ritorno, in una specie di dialetto lombardo, da lui imparato per frequenti corse nell'Alta Italia ad acquisti di vini e di bestiame; poi guardò Lidia, ch'era presso di me, esile e dùttile figurina d'adolescente.
—La mia signora!—dissi.
Egli s'inchinò sùbito, ma compresi che Lidia non gli piaceva. Non era un tipo svizzero; le mancavano le allegre tinte alle guance, il seno turgido, i fianchi rotondi, e una sola mano del signor Pfaff sarebbe bastata a piegar Lidia come un virgulto. L'istinto, che in quei paesi fa valutar la donna secondo la capacità a lavorare e a produrre attestata dal suo corpo, dava una delusione al signor Pfaff. Lidia era un essere inutile, a suo credere.
Quando fummo nella carrozzella, guidata dal signor Pfaff e seguìta a distanza da un carro coi nostri bauli, io approfittai della solitudine che si ritrovava appena fuori di Splügen, per baciar lungamente la bocca di Lidia. Era una bocca sì viva di colore e così perfetta di linea, ch'io mi compiaceva a serrarla e a riunirla fra le dita per meglio sentirla sotto le mie labbra.
In quel momento, il signor Pfaff si volse dal suo sedile verso di noi, ma rigirò sùbito la testa, allo spettacolo, e la tenne poi ostinatamente fissa in avanti, per non disturbarci.
—Ho fatta posticipare la cena!—egli disse, senza guardarci.
—Va bene. Avete molti viaggiatori all'albergo?—domandai.
—Due francesi.
—Maschio e femmina?
—Maschi tutt'e due.—
Volevo chiedere se fossero giovani, ma mi rattenni, vergognandomi dell'impulso. Pensai che fossero due solitarî com'ero io qualche anno prima, e li compiansi; tutto quanto viveva all'infuori del mio amore, estraneo a Lidia, mi giungeva perdutamente sconsolato, ed ero già disposto a considerare i due francesi come anime in pena.
La strada, a sinistra di Splügen, discendeva per breve tratto, poi saliva e si stendeva piana, a gomiti, costeggiata quando dal Reno, quando dalle pinete, su ambo i lati. Il Reno, che interessava Lidia, quasi un personaggio storico di cui si son lette e udite mirabili gesta sanguinose, era nel tramonto quieto, assai sonoro; una lieve brezza moveva le cime dei pini circostanti lambendoci il viso; il cielo, privo di sole, pareva una gran vôlta sulle nostre teste, e mai quanto allora ne compresi la maestosità.
—C'è ancora molto?—chiese Lidia.
—Tre chilometri,—rispose il signor Pfaff, rigido al suo posto.
—Sei stanca?—domandai io alla donna. Ella negò col capo e mi volse la bocca in modo ch'io fui costretto a ribaciarla.
Traversando il primo dei ponti che s'incontrano su quella strada, vedemmo il Reno orribilmente serrato fra due montagne a picco, furioso di spuma. Il vecchio fiume balzava, tutto bianco, irrompeva, accelerando la corsa verso i luoghi dove gli sarebbe stato possibile allargarsi immortale e magnifico….
Anche oggi, mentre scrivo, il Reno ulula così sotto quei monti; ma chi lo guarda cogli occhi amorosi coi quali noi lo guardammo?
Il crepuscolo ci avvolgeva in un manto cenerognolo, passandoci nell'animo il presentimento d'un gran riposo, nella casetta bianca e ilare che ci aspettava a poca distanza; pareva aleggiassero le sforate d'una ballata di Göthe fra i rami dei pini, inclinati in uno stormir discreto. Non v'era altro che pace, all'intorno, e ombra, e mitissimo grado di calore.
S'incontravan qualche contadino, qualche addetto alla manutenzione della strada; levavano il cappello, augurando buona sera. Non era il saluto al nostro amore? Buona sera, veramente, quella in cui arrivammo all'albergo del signor Pfaff! Buona sera, che cancellava dallo spirito anni dolorosi d'errori e mi offriva la fede in qualche cosa, nell'avvenire, in me stesso!
Quando la casetta s'abbozzò nell'ombra, la giumenta saura aumentò l'andatura, nitrendo; dalle finestre si scorgevano i lumi accesi della sala di conversazione e della sala da pranzo, unici fari in mezzo ai pini, ormai simili a spettri. Prima che la carrozzella si fermasse, baciai di nuovo Lidia.
Sulla soglia, la signorina Silesia Pfaff, coi capelli neri accuratamente ravviati e la tipica faccia rubiconda, comparve insieme a Leo, il grosso cane di Terranova al quale ero insoffribilmente antipatico.
La signorina mi porse la mano, Leo m'abbajò contro, secondo il solito. Ancora, Lidia fu una delusione per Silesia, per quanto questa s'affrettasse a salutare ossequentemente; ma certo pensò che se avessi sposata lei, avrei fatto miglior negozio.
Ci avevano approntate al primo piano due camere da letto comunicanti, un salottino e una specie di studio colla scrivania, dove avrei potuto sognar di lavorare; luce e fiori dappertutto, la quale particolarità mi parve assai gentile e mi obbligò a ringraziar vivamente Silesia Pfaff che ci accompagnava.
Quando fummo nel tinello per la cena, potei notare che le razze hanno istinti non mai fallaci e sconfessabili; perchè, se Lidia aveva delusa l'aspettazione degli svizzeri tedeschi, provocò l'ammirazione dei due francesi che ci avevano preceduti; un'ammirazione rispettosa, ma chiara per qualche sguardo e per quell'impaccio quasi piacevole che una bella donna ispira sempre ai giovani.
I due viaggiatori, sulla trentina, eleganti per abitudine, compìti per esperienza di società, eccellenti parlatori, si contentarono di discutere fra loro alcune questioni superficiali di letteratura; ma in modo che se la buona volontà non mi fosse mancata, avrei potuto io pure esprimere delle opinioni, concordi o contrarie, il che era affatto indifferente a me e ai due francesi.
Io aveva ben più dolce esca alla mia attenzione. Lidia, dai cupi occhi azzurri e dalle labbra vermiglie, appariva serenissima, e la grande notte silvestre che calava, prometteva un'immensa voluttà di silenzio.
IV.
Per tutto quel mese di luglio milleottocento ottantasette, uno spettacolo di saltimbanchi e una passeggiata notturna furon le sole digressioni nella gran calma felice della nostra vita.
All'albergo eran sopravvenuti altri forastieri, i soliti dogliosi in cerca d'oblio; ma noi li vedevamo di rado, non intervenendo alla mensa comune. Intuivo parecchi intorno a noi che sorridevano del nostro appartarci; quei due francesi incontrati pei primi, dovevan filosofare mirabilmente sull'idillio che presentavamo loro, e una vecchia dama bisbetica sogguardava Lidia con qualche acredine, incolpandola d'essere nata cinquantacinque anni dopo di lei.
Ciò non era molto doloroso e noi gustavamo con tanta intensità il nostro egoismo a due, che per tutti gli altri ci sentivamo feroci.
V'erano e vi sono, in quell'angolo delizioso dei Graubünden, lunghissimi tratti di strada quasi per null'affatto frequentati e secretissimi e riparati fra la verzura e simiglianti a certi selvatici e vergini paesaggi, dal pennello più presto imaginati che riprodotti fedelmente; ora chiusi come interminabili chioschi, ora aperti come giardino signorile, dove la vigile attenzione dei paesani ha collocati opportunamente i sedili pei rari passanti.
Noi sceglievamo sempre quelle vie, procedendo fin che il Reno sopraggiungeva ad accompagnarci, scapigliato di schiuma, e spesso, non contenti dell'impreveduto e del mistero, lasciavamo la via segnata, inoltrandoci pei boschi, salendo pei greppi che i lichéni avevan ricoperti di morbidissimi tappeti naturali, qualche volta anche arrischiandoci su rocce a picco, dalle quali si poteva veder sotto il ruinar vertiginoso del fiume.
Lidia, cogli abiti a chiare tinte, formava in quella varietà di cose belle per dolcezza o per orrore, un inarrivabile complemento, che io ammirava col rammarico di non sapere in modo alcuno descrivere. Quando,—pel timore che le crittogame delle rocce non nascondessero qualche falla del terreno,—Lidia s'attaccava alla mia mano e camminava così a capo chino, studiando il passo, sorridendo un po' nervosa, aiutandosi col bastone ferrato e chiedendomi cogli occhi una parola incoraggiante, io non trovava altra parola che il bacio, dato sulle labbra fresche, volonterose.
Qualche incontro inaspettato animava le nostre escursioni; dei camosci, a gruppi di tre o quattro, s'allontanavan lentamente, rivolgendo la testa a guardarci coi neri occhi oblunghi; degli scoiattoli bruni fuggivan d'albero in albero, la coda ritta, le piccole orecchie calate per la paura; ed eran graziose macchie sullo sfondo verdastro dei tronchi antichi.
Talora, alti cumuli edificati pazientemente con fuscelli di pino, c'indicavano il soggiorno delle formiche rosse, e innanzi a quei meravigliosi risultati dell'intelligenza animale, Lidia ed io ci soffermavamo a lungo. Quelle formiche, d'un'audacia e d'un coraggio diabolici, si rizzavan sull'addome appena tocche, s'avventavano con furore contro la punta del mio bastone, eran tremendi guerrieri capaci dei più inauditi eroismi; se io gettava loro qualche insetto, era un accorrere da ogni dove, un fermarlo, un assalirlo per quanto esso potesse sembrare smisurato al confronto degli assalitori; se scoperchiavo il formicaio, le abnegative abitatrici del luogo correvan tosto a nascondere e a riseppellire le uova così esposte, e si rizzavano a guardar donde venisse l'attacco, e senza frapporre indugio rimediavano alla catastrofe, ricostruivano immediatamente le abitazioni distrutte. Spettacoli non poco umilianti pel mio orgoglio d'homo sapiens. Fu giusto al ritorno da una di quelle passeggiate istruttive, che, seguendo un sentiero in mezzo ai campi, protetto su un lato da un filar d'ontani, Lidia s'arrestò ad osservar le incisure che mani ignote avevan fatte nel tronco degli alni; eran lettere intrecciate, numeri e motti stentatamente segnati nella corteccia, ricordi sentimentali.
La donna mi domandò il coltellino per aggiungere i nostri nomi all'elenco sospiroso; girò intorno al tronco per trovarne una faccia priva di segni, e vedendo una S circondata da mirabili ghirigori, mi chiese:
—Quando hai inciso questo, Sergio?
—Mai, cara,—risposi.—Lo vedo ora per la prima volta.—
Più sotto alla S, v'era un'A, e più sotto ancora, la S e l'A s'univano in un monogramma, come due amanti che dopo battuta diversa via, si ritrovano e si congiungono per sempre.
Lidia mi restituì il coltellino, prese il mio braccio e s'incamminò meco senza far parola.