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LA FRECCIA NEL FIANCO.
OPERE DI LUCIANO ZÙCCOLI
(Edizioni Treves).
ROMANZI:
La volpe di Sparta. 4.^o migliaio L. 3 50 La freccia nel fianco. 9.^o migliaio 3 50 L'amore di Loredana. 8.^o migliaio 3 50 Farfui. 7.^o migliaio 4 — Romanzi brevi. 5.^o migliaio 4 — (Casa Paradisi—Il giovane duca—Il valzer del guanto). Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati…. 8.^o migliaio 1 — I lussuriosi. 6.^o migliaio 1 — Il designato. 4.^o migliaio 1 — Roberta 3 50 Il maleficio occulto 3 50
NOVELLE:
Primavera. 4.^o migliaio 3 50 La Compagnia della Leggera. 3.^o migliaio. 3 50 Donne e fanciulle. 6.^o migliaio 3 50 L'Occhio del Fanciullo. 3.^o migliaio 3 50 La vita ironica. 3 50 Novelle prima della guerra. 3.^o migliaio. 3 50
La freccia nel fianco
ROMANZO
DI
LUCIANO ZÙCCOLI
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI
9.^o migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
Tip. Fratelli Treves—1917.
PRIMA PARTE.
….fiori animati esperti de la gioia e de l'affanno.
I.
S'eran conosciuti, una mattina di vento e di sole, in un piccolo paese sulle rive del lago.
Egli aveva otto anni e si chiamava Brunello. Un giorno doveva essere il conte Bruno Traldi di San Pietro, con un largo stemma, varii titoli d'antichi dominii perduti e quel tanto di patrimonio che Fabiano suo padre, giuocatore, avrebbe potuto lasciargli.
Ella si chiamava semplicemente Nicoletta Dossena, apparteneva a famiglia borghese arricchitasi nell'industria; contava diciotto anni, era dritta nell'anima come nel corpo; alta e formosa.
Il piccolo Bruno aveva già girato il mondo.
Recava dentro di sè una malinconia e una rabbia di ribellione, un germe di scoramento e una volontà d'ostinazione meditata, un gusto di beffardaggine incosciente, che in così tenera anima sbigottivano e parevano straordinarii.
Non aveva mai potuto vivere in pace quei suoi pochi anni di vita.
La madre, Clara Dolores, divisa dal conte Fabiano, voleva il figlio; il padre lo toglieva alla madre: Bruno stava ora con l'una, ora con l'altro; più spesso col padre, più volontieri con la madre; avvenivano liti, lavoravano avvocati, si scambiavano lettere e telegrammi e carta bollata per averlo. E da ultimo era intervenuta anche la famiglia del conte Fabiano, madre e fratelli, per toglierlo ai due coniugi in guerra e metterlo in collegio.
Quand'era con Fabiano, godeva una libertà pericolosa e piena; la madre lo teneva nascosto come un gioiello perchè non glielo portassero via; i parenti non erano riusciti ancora ad averlo, e gli uomini di legge avevan trovato ragione a costruire sulle pretensioni di quella famiglia un edificio di cause e di beghe, il quale non sarebbe finito mai più, ma fruttava molto agli avvocati delle varie parti.
Per tutte queste ragioni degli altri, Bruno aveva corso il mondo, ora con la mamma, ora col papà, e ricordava d'aver visto sfilare sotto gli occhi le città, le campagne, i monti, in treno, in carrozza, in diligenza, a dorso di muletto.
Era riuscito, tra quel tumulto, a imparare a leggere e a scrivere e si dava grandi arie per questo coi piccoli amici che veniva a conoscere qua e là, in un albergo di prim'ordine o in una casupola di contadini.
Suo padre gli insegnava qualche cosa, di tanto in tanto, per capriccio; sua madre lo istruiva meglio, con maggior costanza. Aveva avuto qualche maestro privato, una istitutrice giovane e bruna che stava presso suo padre, e di cui udiva parlar molto male da sua madre.
Egli non ascoltava se non ciò che poteva divertirlo, si faceva una specie di coltura a brani, e un giorno voleva dipingere come Clara Dolores, un altro prender le sue note di viaggio come Fabiano, un terzo vivere non facendo nulla o guidando i cavalli.
Il conte Fabiano aveva venduto, ricomprato, tornato a vendere la sua scuderia; ma dovunque andava, teneva carrozza; sontuosa o no, a seconda dei colpi di fortuna.
Talora egli e il bambino erano ricchi e scialavano; talora veniva una raffica dal tappeto verde, che portava via quasi tutto. Scendevano allora dall'albergo di prim'ordine a qualche albergo pieno di poesia e d'incomodi, in un paesetto qualsiasi; la carrozza spariva; si vedevano intorno a Fabiano certi uomini melliflui e diffidenti che gli procuravan danari.
E allora Fabiano e Brunello ripartivano, riprendevano la vita grande, sin che la mamma sopraggiungeva, faceva una scena a Fabiano e si portava via Brunello.
Con lei, il bambino tornava bambino; andava a letto presto, mangiava regolarmente tre volte al giorno, in ore fisse: studiava un poco, giuocava, non aveva per amici i domestici e i cocchieri, ma altri piccoli ragazzi, che gli parevano molto stupidi; si lasciava cullare da tenerezze continue e si annoiava leggermente. Aveva al suo seguito un cane di Terranova con pochissime pulci, mentre il barbone del papà ne formicolava un giorno e l'indomani, per improvviso ordine del conte, pareva tutto di seta, e puzzava di mille profumi che lo facevano starnutare ad ogni passo.
D'improvviso ricompariva il papà. Egli minacciava di bruciarsi le cervella se non gli restituivano il bambino; la mamma correva dall'avvocato, poi sveniva, e il bambino finiva col riprendere la strada insieme al padre.
Brunello viveva di questa vita, dalla nascita, attonito, impassibile, osservando; non poteva affezionarsi nè a luogo nè a persona, e si contentava d'aver qualche preferenza; la madre, il padre, i parenti, i conoscenti, gli sembravano curiosi e simpatici, quantunque sentisse che poteva fidarsene mediocremente.
C'era del fracasso, dell'impreveduto, della commedia, nella sua esistenza. Capiva ch'egli era causa o pretesto, o a vicenda pretesto e causa di tutto un congegnoso affanno; e assisteva, inconsapevole spettatore, alla commedia, senza potersi dire s'egli valeva o non valeva tanto da commuovere i personaggi, ch'erano cospicui e a lui parevano grandissimi.
Intanto viaggiava; egli, il padre, il cane barbone che si chiamava Tiè, e molti bauli; un intero baule serviva pei balocchi, magnifici e varii, acquistati da Fabiano con la prodigalità che questi usava in tutte le cose di sua vita.
Ma qualche volta Bruno era colto da malinconia e da scoramento. Voleva la mamma, se era col papà; o voleva il papà, se era con la mamma. Quei due non potevano star mai insieme e in pace; e questo inconveniente lo disturbava molto.
Arrivavano in un paese, gli portavano nella camera il baule perchè si divertisse, e Bruno toglieva dalla compagnia delle marionette il Re moro, e arrampicatosi con quello sul coperchio, rimaneva seduto malinconico a sognare.
Poi c'erano i giorni in cui pioveva e nevicava. In alcune città, la pioggia e la neve parevan più uggiose che in qualunque altro luogo del mondo; non s'udiva che il rumore di qualche carrozza, lo scalpito d'un ronzino, a lunghi intervalli.
Bruno passava ore con la fronte e il naso schiacciato contro il vetro d'una finestra a guardar nella via una processione d'ombrelli, o su in alto qualche raro volo di colombi e di passeri.
Erano i giorni in cui non si faceva niente di bello, non si usciva a passeggio, non si andava a teatro, non si mangiavano i dolci nelle pasticcerie; e non perchè pioveva o nevicava, ma perchè il babbo aveva pochi quattrini o anche non ne aveva punti, e stava ad aspettarli.
Bruno aspettava egli pure, soffiando sui vetri e disegnando pupazzi col ditino nel velo del fiato; ma ciò non bastava a divertirlo.
Finalmente Fabiano aveva avuto una buona idea ed era partito col figlio per una città che sorgeva di là dalle pianure e dalle montagne, oltre i fiumi mormoranti nella loro spuma argentea.
E dentro la città, Bruno aveva trovato un tramestìo che non aveva mai visto, un passaggio continuo di carrozze e di omnibus a tre cavalli e di carri e di carrette, e gente che galoppava tutto il giorno e fracasso e urti e fretta e scalpitar di zoccoli ferrati sul selciato liscio.
Di sera, una festa di lumi ovunque, in lunghe file sulle rive d'un fiume, a tondo sulle piazze, in alto dentro le case, nei larghi spazii delle vetrine; e lo scalpito e il tumulto non cessavano mai.
La casa di Fabiano fu subito frequentata da ufficiali che vestivano chiassosamente coi calzoni rossi, le giacche azzurre e gli alamari bianchi alle giacche; e venivano anche damine gentili molto odorose.
Tutti parlavano una lingua diversa dall'italiano; chiacchieravano, ridevano,—il salotto pareva un'uccelliera coi più garruli uccelli,—prendevano il tè col babbo, che parlava quella lingua speditamente, ciò che a Brunello dava idea che anche suo padre fosse uno straniero.
C'era in salotto un bel piano a coda ornato di ricchi bronzi, e ora un ufficiale vi si sedeva innanzi a suonare un ballabile senza freno, ora una giovane,—tutte le donne che venivano per casa erano giovani,—cantava una lenta languida romanza.
Bruno era accompagnato in salotto all'ora del tè.
Le damine gli si affollavano intorno ad accarezzarlo; ma di molte parole che gli si rivolgevano egli non capiva che il suo nome un po' stroppiato nelle vocali; e seguivano espressioni che dovevano essere graziosissime, perchè tutti sorridevano approvando. Solo il bambino sbuffava impaziente.
Il papà gli dava un bacio, e lo lasciava tra quelle sottane, perchè egli stava giuocando, seduto a un tavolino con gli ufficiali. Molto danaro e un mazzo di carte attraevan tutta la loro attenzione, e da quell'angolo non venivano risate.
Le donne facevan musica, cinguettando, si prendevan Bruno come una piccola scimmia innocua e se lo mettevan sulle ginocchia; o lo lasciavan dormire in un cantuccio del divano, o lo portavano in braccio, o se lo facevano arrampicare sul collo o si sdraiavano a terra con lui a giuocare coi soldatini.
Egli s'era abituato così ai profumi, alle vesti seriche, alle mani dalle unghie dipinte, agli occhi ombreggiati, ai colli bianchi, ai capelli morbidi, che sprigionavano olezzi misteriosi, alle caviglie sottili, a tutte le malizie dell'eleganza; e precocemente aveva capito che le giovani eran balocchi degli uomini; ogni ufficiale n'aveva una; com'egli era un balocco tra quei balocchi di lusso.
Viveva da piccolo animale non anco pericoloso, tollerato e un poco beffeggiato, piuttosto sul tappeto e sul divano che dritto in piedi; e la sua crudeltà infantile si scapricciava con quelle ragazze, calpestandole, pungendole, scompigliandone i capelli, come la crudeltà degli altri bambini si sazia torturando le mosche.
Ma avveniva che d'improvviso, ricordando d'avere un figlio e di doverne rispondere, Fabiano non si occupasse che di lui. E non era piacevole, quantunque avessero detto a Bruno i maestri e le istitutrici che l'amore paterno e l'amore materno sono due grandi tesori nella vita.
Fabiano voleva troppo dal piccolo, che a sei anni sapeva leggere e scrivere; lo ingozzava di somme e di sottrazioni e di geografia, così che il bambino se ne sognava anche di notte, e aveva più paura delle cinque parti del mondo che del diavolo.
E l'indomani, colto da una tenerezza repente, il papà conduceva Bruno con la carrozza a due cavalli in un immenso parco, per le andàne del quale s'incontravano amazzoni belle, quelle stesse che giuocavano col bambino, e cavalieri, quegli stessi che giuocavano col babbo.
In una grande trattoria elegantissima tra il verde e i fiori, al suono d'una musica invisibile, Fabiano e Brunello si trattenevano a colazione; e tutto il giorno era festa, e la sera il teatro, per lo più un Circo equestre, chiudeva degnamente la giornata faticosa. Bruno era soddisfatto, perchè il babbo era stato sempre con lui e non gli aveva chiesto quali sono le cinque parti del mondo.
Pareva egli stesso un fanciullo, il babbo, in quelle rarissime giornate.
A casa difendeva in lunghe battaglie ordinate i suoi soldatini di piombo contro i soldatini di Bruno, o improvvisava una commediola nel teatrino di marionette; ad ogni scena che gli garbava, Bruno chiedeva immediatamente il bis, e l'autore si sforzava a piacer meno che fosse possibile per non ripetere, una scena dopo l'altra, tutta la rappresentazione. Ma piaceva sempre troppo, al contrario di ciò che avviene nella vita d'ogni giorno.
Quando compariva il Re moro, si faceva l'oscurità nella camera, e alla ribalta bruciavano certi sali in due salierine d'argento che figuravan da tripodi, e tutta la scena era illuminata da vapori azzurri. Poi il Re moro si sentiva male, e cadeva lungo disteso sul palcoscenico. Bruno aspettava il seguito, e non udendo voce, si muoveva dalla sua poltroncina e scopriva che il babbo non c'era più; se n'era andato alla chetichella, e Bruno lo ritrovava nel suo studio a leggere o in salotto a chiacchierare con gli amici.
Il Re moro indicava con la sua morte la fine del dramma; epperò quando lo vedeva apparire, Bruno gridava inquieto:
—Papà, non farlo cadere! Papà, lascialo vivere!
Brevi giorni di gioia, che saranno stati dieci, che saranno stati venti in un anno: gli altri, Bruno se li doveva sbarcare da solo, ora coi domestici, ora con un maestro che insegnava tutto ma non interrogava mai, ora con le donnine del babbo.
Disponeva della propria giornata a piacere, comparendo un po' dovunque e cercando d'esser vicino a suo padre. Qualche volta una ragazza se lo prendeva e se lo conduceva a spasso e a pranzo, e lo faceva dormire in un lettuccio improvvisato, restituendolo a casa dopo due o tre giorni.
Egli tornava e non diceva nulla; lo interrogavano e si sbrigava con poche parole; aveva le sue conoscenze personali qua e là, di cui alterava i nomi a caso e ricordava nella sua disordinata conversazione qualche gesto o abbozzava qualche aneddoto. Le ragazze lo consideravano come un amico discreto e placido, e ne sorridevano, quando non si dilettavano ad aizzarne la bizza sparlando a bella posta del conte, o protestando perchè il Re moro puzzava di vernice.
La vita nella città dei lumi e del fracasso durò un tempo troppo breve per Fabiano e certo troppo lungo per Brunello.
Finì il giorno in cui il Re moro perdette la corona di cartapesta dorata, la quale da qualche tempo gli scivolava sull'occhio sinistro o sul naso, con danno alla sua gravità augusta.
Stanco degli scherzi e dello sfringuellare delle amiche e assordato dall'incrociarsi di conversazioni di cui capiva ormai il linguaggio ma non afferrava tutto il significato, Bruno aveva preso sonno in una poltrona, tenendo il Re moro tra le braccia; e un tintinnìo sul tavolino e qualche fresca risata ne cullarono il riposo.
Quando si destò, gli ospiti erano partiti e la corona di cartapesta rotolata dal capo regale a terra.
Restava il papà, assorto in un pensiero così difficile, che forse non gli lasciava nemmen vedere il suo bambino; e passeggiava in lungo e in largo pel salotto.
Brunello e il Re stettero a guardarlo, fin che il papà, vista la corona a terra, si chinò a raccattarla e la gettò dalla finestra nel giardino.
—Partiamo domani!—annunziò senza volger la testa a Bruno, forse parlando a sè medesimo.
La decisione della partenza sembrava così naturalmente scaturita da quel gesto, che Bruno ne fu sorpreso.
Dopo un istante di silenzio, durante il quale non osò muoversi dalla sua nicchia, domandò:
—Perchè il Re non ha più la corona, papà?
—Perchè il Re non ha più la corona,—ripetè Fabiano fermandosi.
Allora Bruno ebbe coscienza che qualche grande fatto era avvenuto.
E vedendo che il papà riprendeva la corsa, il Re e Brunello scivolarono dalla poltrona; e l'uno, con la testa scoronata e le braccia penzoloni, portato dall'altro che camminava piano con le sue scarpette di panno, se ne andarono.
II.
Il cavaliere Maurizio Dossena chiamò sua figlia Nicoletta, una mattina di giugno, per annunziarle che la villa vicina era stata presa in affitto da quel famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro, del quale anch'ella aveva udito parlar qualche volta a Milano.
Il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro,—Maurizio lo rammentava intanto alla figliuola,—viveva separato dalla moglie, aveva dato scandalo come giuocatore sfrenato, ed era continuamente in lite coi creditori, con la famiglia sua, con la moglie, con la famiglia della moglie.
Ed arrivava da Parigi
—Da Parigi!—ripetè solennemente il cavaliere Maurizio.
Prese un grosso libro di sulla scrivania, lo levò in alto, lo lasciò ricadere, perchè il tonfo sottolineasse con terribilità il nome della città di perdizione.
A Parigi, il conte Fabiano, in un anno o due di soggiorno, aveva dato un forte tracollo al suo patrimonio. Ne tornava per trovar danaro e forse per riprendere le vecchie liti con la famiglia. Viveva nel frattempo in campagna, come vive il lupo nella caverna fin che gli ricresca il pelo; ma non ci sarebbe rimasto molto, fortunatamente; la campagna è noiosa per uomini di tal fatta.
Era bene che Nicoletta sapesse tutto ciò. La villa del conte confinava con la villa Dossena; i due giardini guardavano la strada e avevano in comune il tratto di spiaggia e di lago che si stendeva loro innanzi.
Ora, Nicoletta doveva essere prudente; perchè il cavalier Maurizio e la moglie non desideravano punto di conoscere quel personaggio. Occorreva dunque evitarlo, e quando fosse stato necessario, anche rinunziare alle passeggiate sulla spiaggia.
Nicoletta vestita di bianco, un gran cappello di paglia ornato di papaveri sulla chioma nera a riflessi azzurrini, ascoltò la discorsa di suo padre freddamente.
C'era da tempo, da due anni almeno, un malinteso tra il padre e la figlia.
La fanciulla aveva sognato un giorno, ancor bambina, di darsi all'arte; il palcoscenico l'attraeva; s'era messa a studiare, prima di nascosto, poi palesemente, per essere attrice. Ma quando aveva affacciato quel suo desiderio, era avvenuta una scena in casa.
Il padre non sapeva capacitarsi che Nicoletta bella, pura, intelligente, chiamata alla felicità, poichè un giorno avrebbe potuto disporre di centomila lire di rendita, sognasse un sogno così stravagante. La madre se n'era accorata, scusando la figlia con l'ignoranza del mondo, ma guardandola da quel momento con occhi inquieti, come si guarda una persona dai gesti e dagli atti poco rassicuranti.
Il teatro! La folla! I pericoli del palcoscenico! La intimità con gli uomini! L'arte di rappresentar le passioni più colpevoli!…
—Basti il dire,—osservò il cavalier Maurizio,—che l'Alfieri ha osato scrivere Mirra pel palcoscenico. E sapete chi era Mirra?
Nè la moglie nè la figlia, innanzi alle quali Maurizio esalava il sentimento della sua indignazione, sapevano chi fosse Mirra; ma la moglie Carlotta alzò le mani e gli occhi al cielo, scandalizzata; e Nicoletta alzò le spalle, tranquillamente.
—Mirra!—andava ripetendo il cavaliere Maurizio.—Mia figlia dovrebbe un giorno rappresentare la scellerata donna con tutte le astuzie che assicurano gli applausi. Mirra!
—Ma che Mirra!—esclamò Nicoletta, arrischiando.—Son cose che si scrivono, ma che non si rappresentano.
—Se ne rappresentano di peggio!—incalzò la signora Carlotta, la quale non sapeva che di là dalla passione di Mirra non s'era inventato ancor nulla.
—E insomma,—concluse Maurizio risolutamente—fin che tua madre è viva, fin che tuo padre è vivo, il palcoscenico no!
Levò la mano destra chiusa a pugno, e ripetè la frase che gli pareva sintetica:
—Il palcoscenico no!
Per due anni dai sedici ai diciotto, Nicoletta si provò a lottare; vano sforzo contro volontà strapotenti che la fiaccavano, perchè la fanciulla si sentiva sola di fronte a tutta la famiglia, a tutti i parenti i più lontani, a tutte le conoscenze e le amicizie di casa.
La signora Carlotta portava intorno la passione di sua figlia per il palcoscenico come un mendicante porta in giro il suo moncherino, per ispirar pietà e ribrezzo; e si faceva compiangere largamente e suscitava la simpatia che si riserba alle grandi sventure. Il padre ne parlava come un giuocatore di Borsa parla della guerra imminente che gli farà perdere una fortuna. I parenti non ne menavan rumore, ma ne discorrevano senza posa, sottovoce, come d'un mal di famiglia o d'una piaga nascosta.
Nicoletta sentiva d'essere malamente amata; non già perchè si contrastava il suo desiderio, ma pel modo chiassoso e villano con cui si contrastava, ma perchè pesava sulle sue fragili spalle una riprovazione, palese o tacita, sproporzionata alla causa, ma perchè si ribellava, s'offendeva della figura che volevan formarle: la figura d'una ribelle sconsigliata, d'una piccola sciocca vanitosa, d'una ingrata senza cervello.
S'ostinò per due anni a dire: «Il palcoscenico sì» mentre suo padre urlava: «Il palcoscenico no!».
Ma intanto Nicoletta si guardava intorno, apriva gli occhi, sentiva il peso di quelle parentele borghesi che vivono tra il danaro e il fasto, pel danaro e pel fasto; che costruiscon palazzi in modo che si capisca che costano molto; che ogni cosa fanno per gli spettatori con una ostentazione cocciuta di ricchezza e di potere; che sono larghe e liberali fino all'insolenza davanti alla platea, e grette e timide e ingenerose non appena cala il sipario. La fanciulla ne ebbe un grande accoramento; non v'era a sperar nulla di nuovo; anche la sorte di lei era segnata dalla nascita; e si piegò con amarezza: non parlò più d'arte e di palcoscenico; era vecchia, a diciott'anni le grandi attrici hanno già quasi un nome; ella sarebbe giunta in ritardo, quand'anche fosse avvenuta per miracolo la conversione di suo padre e di tutto il parentado.
Ma il lungo periodo di contrasti e di dispute, l'abitudine a osservare la famiglia come un manipolo d'avversarii spietati, la differenza scoperta tra la mentalità di quelli e la sua, le lasciarono un solco nell'anima.
Colei che doveva essere la grande artista, oscillante come una fiamma nell'aria, si chiuse in sè stessa; desiderava qualche cosa ch'ella stessa non avrebbe potuto dire, ma che doveva farle una vita a parte, una qualunque cosa meno cognita, meno sicura, meno tradizionale, meno crassa della placida sorte riserbata a una signorina borghese e ricca.
Sembrava gelida, e ardeva.
Le avevan messo accosto da qualche tempo il giovane Duccio Massenti, trovato al ballo d'una famiglia amica.
Aveva ventisei anni, possedeva una discreta fortuna, portava il titolo di conte. Non era nè brutto, nè bello; di figura media, coi capelli chiari, gli occhi castani, il mento ornato da una piccola barba a punta, mancava d'una espressione decisa e significante; ma era gentile e compito.
Nicoletta capì; e di tutti i giovani che le stavano intorno, il conte
Duccio fu immediatamente il meno gradito alla fanciulla.
Egli rappresentava agli occhi di lei la soluzione cognita, sicura, tradizionale e crassa della placida vita d'una signorina borghese: aveva in più, al confronto d'altri uomini incaricati di risolvere la vita d'altre signorine borghesi, il titolo di conte; il quale piaceva molto al cavaliere Maurizio, faceva diventar lustri gli occhi della signora Carlotta, ma non aveva eccitato la fantasia della fanciulla.
Dopo pochi mesi di conoscenza, Nicoletta lo rimproverò un giorno, perchè egli aveva osato scegliere la sua campagna in vicinanza della villa Dossena.
—Che cosa viene a fare?—gli domandò Nicoletta ruvidamente.—Io non godo un poco di libertà che in campagna.
—Ma appunto per questo,—rispose Duccio, sorridendo,—appunto per questo spero che potremo conoscerci meglio….
—S'inganna,—interruppe Nicoletta.—In campagna, io sto sempre sola; vado, vengo, passeggio, esco in barca e in carrozza, e non dò conto a nessuno di ciò che faccio. Sto benissimo così: sono felice soltanto quei pochi mesi e non muterei nulla alla mia vita per nessun patto.
—Saprò farmi tollerare,—rispose il conte col suo sorriso, che diventava impacciato.
—Non ci si provi neppure!—consigliò Nicoletta.—E del resto, perchè vuole conoscermi meglio? Non mi conosce abbastanza?
—A dir vero, credevo,—osservò Duccio,—di conoscerla abbastanza. Ma ella mi prova col suo acerbo rimprovero e con la sua severità che sono ancor lontano dal sapere tutto il suo carattere.
—Ho un carattere molto antipatico. Glielo dico io per la prima,—rimbeccò Nicoletta.
—Vorrei essere sicuro che non è antipatico soltanto per me,—rispose
Duccio timidamente.
La fanciulla rise.
—Oh no,—disse,—è per tutti! Ma se vuole che per lei sia meno antipatico che per gli altri, non venga in campagna; mi lasci tranquilla….
Il conte si rabbuiò in viso.
—Forse,—arrischiò,—disturberei?…
Nicoletta lo guardò sorpresa, arrossendo.
—Spero che lei scherzi!—rispose freddamente.
—La ringrazio,—disse il giovane respirando meglio.—E allora, non verrò a disturbarla in campagna!
—Tocca a me ringraziarla,—esclamò Nicoletta, stendendogli la mano.
E annunziò anche a suo padre e a sua madre, francamente, quello stesso giorno, che aveva pregato il conte di non annoiarla troppo e di lasciarla libera in campagna.
—Non so perchè tu ci dica questo,—osservò Carlotta.
—Come?—rispose la fanciulla stupita.
—Ma sì,—spiegò Maurizio,—perchè ci dai questa notizia? Il conte non ci disturba se è vicino, e non ci offende se sta lontano.
—Credevo che vi occupaste di lui,—confessò Nicoletta.
—Io?—esclamò Carlotta.
—Io?—esclamò Maurizio.
—E allora tanto meglio!—proruppe Nicoletta irritata, comprendendo che non le si voleva ancora dir nulla dei disegni che si stavano maturando intorno a lei e a Duccio.—Tanto meglio per tutti. Me ne sbarazzerò più presto.
La signora Carlotta mosse le labbra e fece un gesto come per protestare, ma un'occhiata di suo marito la fermò.
Bisognava lasciar correre l'acqua per la sua china; non si doveva far di quelle speranze una questione acuta come s'era fatta a proposito del palcoscenico. Il conte Duccio, se davvero voleva quella figliuola, se davvero l'amava, si sarebbe ingegnato da solo a riuscire. Pel momento era meglio non parlarne troppo e non irritar la fanciulla, o sarebbero occorsi altri due anni a persuaderla, come pel palcoscenico.
Carlotta ebbe il lieve rammarico di non poter portare intorno quale una nuova stimmate pietosa il rifiuto di sua figlia per un cospicuo matrimonio; ma si piegò alla volontà esperta di Maurizio, del quale era caldissima ammiratrice.
Se non che, quando apprese, appena giunta in campagna, che la villetta vicina era affittata al conte Fabiano Traldi di San Pietro, scattò improvvisamente.
Nicoletta scendeva dallo studio di suo padre, dove aveva udito la discorsa sulla vita e i miracoli del conte Fabiano, e s'avviava a pian terreno, nella sala da pranzo, per sorbire la cioccolata.
Aveva fame: era allegra; si riprometteva una gita, la prima gita nel bosco, che doveva essere ancor fresco e odoroso per l'umidità notturna e tutto vibrante e scricchiolante al vento.
Diede gaiamente il buon giorno alla mamma, che aveva già bevuto il caffè e latte, e s'era attardata per aspettar la figliuola.
—Sì, sì, buon giorno!—ripetè Carlotta, brontolando.—Hai fatto un bell'affare, tu!
Il domestico presentava con le mani guantate di filo bianco il vassoio alla fanciulla e la cestina d'argento colma di biscotti. La fanciulla gli indicò di lasciargliela innanzi, con un gesto del capo. Ella non sapeva nemmeno che faccia e che nome avessero i domestici. Poi attese che se ne fosse andato.
—Ho fatto un bell'affare, io?—domandò quindi a sua madre.—E quale sarebbe?
—Sarebbe!—ripetè Carlotta col broncio.
—Oh Dio, mamma!—esclamò la fanciulla annoiata.—Non cominciamo; non farmi ripetere venti volte una domanda. Se ho sbagliato, dimmelo. Io non mi sento colpevole di nulla.
Il candore con cui Nicoletta sosteneva un'accusa vaga, disarmò la signora.
—Colpevole non sei; non voglio dirti colpevole,—spiegò infine.—Ma stordita e bizzarra come al solito.
Nicoletta si toccò in testa per assicurarsi che non avesse il cappello a rovescio.
—Ma no,—disse sua madre.—Si tratta di ben altro. Sai chi abbiamo per vicino di casa?
—Il papà me lo ha detto or ora; il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro. Famoso lo ha chiamato il papà, perchè è carico di debiti e si accapiglia con sua moglie. E mi ha detto anche di schivarlo quanto sarà possibile.
—È sottinteso,—assentì la signora.—Ma capisci quale sciocchezza hai commesso?
—Io?—esclamò Nicoletta sbalordita.—Gli ho detto io di far debiti e di accapigliarsi con sua moglie?
—No: ma vedi quali vicini abbiamo?—osservò la madre con improvvisa dolcezza.—La villetta non poteva essere affittata da un altro?
—Oh, da mille altri!—rispose Nicoletta ridendo.—E che me ne importa?
—Eh no, no! Un altro la voleva; io lo so,—disse la signora sempre dolcemente, con un piccolo sorriso.—E per colpa tua, è andato tutto in fumo.
—Signore Iddio, vi ringrazio!—esclamò Nicoletta.—Duccio! La voleva Duccio! Ora ho capito; e io l'ho pregato di star lontano…. È di questo che mi accusi?… Ma ne sono molto soddisfatta, devo confessartelo. Ti figuri una vicinanza simile?
—E perchè no? Il conte Duccio Massenti è uno squisito gentiluomo, la cui compagnia avrebbe fatto piacere a tutti.
—Fuori che a me!—interruppe Nicoletta.
—E tuo padre e tua madre non contano nulla, allora?—domandò la signora Carlotta, aggrottando le sopracciglia.
—No: in questo caso non contano proprio nulla,—ribattè Nicoletta.—Perchè Duccio non sarebbe già venuto per voi, ma per me. È inutile seguitar la commedia. So benissimo ch'egli vorrebbe sposarmi: me lo ha fatto capire in tutti i modi. E allora sarebbe toccato a me sopportar lunghe ore di conversazione sentimentale, ascoltar la sfilata delle sue speranze, far le passeggiate a due, col papà o la mamma all'orizzonte, per decoro…. Meglio il conte Fabiano e i suoi debiti. L'uno e gli altri non ci riguardano!
—Ma che cosa vuoi, che cosa vuoi tu?—gridò di scatto la signora, alzandosi in piedi.
Nicoletta, che aveva recato alla bocca la tazza, guardò sua madre di sopra l'orlo di quella, assaporando la cioccolata che rimaneva.
Era un poco sorpresa dall'impazienza aggressiva della signora; ma quando si accorgeva che gli altri avevano torto, si faceva subito fredda e indifferente, per vendetta.
—Che cosa voglio?—ella ripetè, deponendo la tazza sulla sottocoppa.—Chiedimi piuttosto che cosa non voglio. Non voglio il matrimonio, per ora almeno, col conte Duccio Massenti. È troppo presto: non lo conosco.
—Sfido io!—esclamò con un largo gesto la signora Carlotta.—Se lo mandi lontano, ogni volta che cerca avvicinarsi, il poveretto!…
—Segno che non m'interessa!—dichiarò la fanciulla semplicemente.
Poi, quasi leggendo dentro il proprio animo, soggiunse:
—Che cosa voglio? È difficile dire. Qualche cosa che non sia troppo comune, troppo volgare, perchè mi sembra di meritar più che le altre.
La signora Carlotta che stava per andarsene, trovò opportuno fermarsi per dare segno della sua disapprovazione.
—Ti sembra volgare e comune il partito che ti offriamo?—disse.—Che desideri? Un Re? Un Imperatore? Sei sempre con la testa all'arte e al palcoscenico?
—Non è questo, non è questo!—osservò la fanciulla, scuotendo il capo assorta, con gli occhi nel vuoto.—Non distinguo tra un matrimonio e l'altro…. Non ti saprei dire….
La madre riconobbe d'essere stata una sciocca ad aprire una discussione così imprudente, e ammirò ancora una volta il marito che fuggiva le chiacchiere inutili. Nulla di più vano che chiedere a una fanciulla di diciotto anni che cosa vuole; a diciotto anni non si sa; molti uomini non lo sanno a trenta e a cinquanta, e camminano lo stesso.
Fatte rapidamente queste riflessioni, la signora Carlotta mutò discorso:
—Non esci?—chiese alla figliuola.—Il tempo è bello; c'è un poco di vento, ma non infastidisce troppo.
—Sì,—rispose Nicoletta.—Ora vado.
E invece d'avviarsi alla soglia, per la quale sua madre era passata ed uscita, si levò da tavola e andò a sedersi in una poltrona, di contro al giardino, che il sole illuminava per ogni angolo, che il vento faceva tremare.
Che cosa voleva?
Nulla più la irritava che quella domanda categorica, la quale sembrava attendere una categorica risposta; come se di fronte al mondo e alla vita il volere fosse cosa semplice, il desiderio fosse definibile; come se nella sua anima giovane e palpitante non avessero dovuto vibrar mille incertezze, mille timori, mille ritrosie, mille illusioni.
Anche non sapere ciò che si vuole è uno stato d'animo, pensava Nicoletta; uno stato d'animo doloroso, che pure ha la sua triste dolcezza; uno stato d'animo che non ammette definizioni, perchè ciò che si vuole qualche volta è fuori del mondo.
E suo padre e sua madre non potevano capire simili fantasie.
III.
Qualche cosa che non fosse troppo comune…
Ella credette sognare, vedendo sbucar d'un tratto da una siepe del giardino e correre verso di lei uno svelto bambino tra i sette e gli otto anni.
Era vestito di bianco; i calzoncini chiusi al ginocchio lasciavan nudi i polpacci: un berretto di panno sui capelli neri era un poco inclinato verso l'occhio destro.
Teneva in mano una canna alta e flessibile, da cui gocciolava l'acqua. E fermatosi sul limitare, squadrò un istante Nicoletta per comprendere con chi avesse a fare; poi disse, ben sicuro:
—Signorina….
Nicoletta s'era alzata, arrossendo.
—Vieni ad aiutarmi,—seguitò il fanciullo, appoggiandosi alla canna e guardando attentamente Nicoletta.
—Che vuoi, caro?—disse questa.—Che ti è avvenuto?
Il fanciullo la fissava con un poco di meraviglia, ascoltandone la voce calda e carezzevole. Poi, invece di rispondere, interrogò:
—Perchè sei diventata rossa?
—Io?—esclamò confusa Nicoletta.—Son diventata rossa?
Ma egli si distrasse, e seguitò, accennando giù, in fondo al giardino, verso il lago:
—La mia goletta è andata troppo lontano. Ho cercato di riprenderla e non ci riesco. Ci vuole una canna più lunga, e son venuto a domandartela.
Ella sorrise.
La parola di lui era chiara e precisa, come era dritto e fermo il suo sguardo.
—Davvero?—esclamò Nicoletta.—Andiamo a vedere!
E prontamente uscita in giardino, prese la destra del fanciullo nella sua sinistra.
—Vieni ad aiutarmi?—egli disse contento.—Vieni! Vedrai; è un bel bastimento; l'ha comperato il babbo a Parigi.
Parigi! Il nome della città richiamò alla mente di Nicoletta gli ordini e i consigli di suo padre. Non v'era più dubbio; ella teneva per mano il figlio del conte Traldi; già l'aveva indovinato al primo vederlo, e aveva arrossito d'impaccio, sapendo che non poteva accoglierlo in casa.
—Come ti chiami?—ella chiese avviandosi con lui verso il cancello.
—Bruno,—egli rispose.
—Bruno Traldi di San Pietro,—ella seguitò.—Non è vero?
—Come sai?—egli interrogò ridendo.
—Me lo hanno detto.
—Mi avevi già visto?
—No. Mai. E tu?
—Io ti ho vista ieri, in carrozza. Son belli i tuoi cavalli.
La guardò levando il capo; poi soggiunse:
—Mi piaci.
—Che strano, che strano fanciullo!—pensò Nicoletta.
Ma Bruno aveva già ripreso:
—Come ti chiami, tu?
—Nicoletta Dossena.
—Nicla,—corresse prontamente Bruno.
—Nicla; come vuoi,—assentì Nicoletta sorpresa.—Lo hai inventato tu….
E ripensò:
—Che strano, che strano fanciullo!
Erano usciti, avevano attraversato la strada, tenendosi per mano; ambedue vestiti di bianco, lieti sotto il sole, camminando presto, già amici fidati.
Giunti sulla riva, Bruno indicò il bastimento; una goletta a due alberi e a due rande, armata di cannoncini di bronzo, carica di soldatini di piombo, alcuni dei quali davan del naso nella schiena dei compagni.
—Se ne va!—disse Bruno ridendo.—Ora come facciamo?
E tolta la mano dalla mano dell'amica, chiese di nuovo:
—Quanti anni hai?
—Diciotto,—rispose Nicla.—E tu?
—Quando sono savio, il babbo dice che ne ho sette,—rispose Bruno.—Quando sono cattivo, dice che ne ho otto, perchè a otto anni bisogna essere uomo.
—Tra i sette e gli otto, dunque,—rilevò Nicla sorridendo.—E perchè sei cattivo?
—Ah!—rispose Bruno sbuffando.—Come si fa?…
E c'era in quel sospiro tanta noia, tanta impazienza, che la fanciulla non rise….
—Non stanno mai tranquilli,—soggiunse Bruno.—Ho visto tutto il mondo….
Nicoletta non aggiunse parola. Aveva visto tutto il mondo!
—Andiamo, signorina,—riprese Bruno.—Bisogna fare qualche cosa pel bastimento.
—Io ti propongo questo,—disse Nicla seriamente.—Vedi la barca laggiù? È mia. Quando il bastimento sarà più lontano ancora, noi entreremo nella barca, io remerò, e la raggiungeremo.
—Sì: tu remerai e io con la canna lo farò tornare,—assentì Brunello gioiosamente.—Lasciamolo andar lontano, più lontano ancora, fino ai monti….
E guardava verso ponente le montagne che si disegnavano nere sull'azzurro, e pareva con gli occhi valicare le vette e fissare altri paesaggi sconfinati, altri monti, e fiumi e praterie e valli e città.
La goletta vacillava sull'onda e le vele sbattevano al vento insieme al piccolo tricolore di poppa.
Nicla e Bruno tacevano, ma si scambiavano un'occhiata di tratto in tratto sorridendo a vedere il bastimento che si dilungava a poco a poco.
—Allora, non conosci neanche il mio papà?—disse Bruno improvvisamente.—Egli sta in quella villa cinericcia, che è presso la tua.
—Villa Florida,—indicò Nicla.
—Sì, villa Florida. E la tua come si chiama?
—Villa Carlotta. È il nome della mia mamma.
—La mia mamma si chiama Clara Dolores.
—È un bel nome,—osservò Nicla.—E la tua mamma è bella?
—Credo,—rispose Bruno.—Anche tu sei bella.
Nicla avvampò in viso.
Non aveva mai udito da anima viva simili parole, e quantunque venissero da un fanciullo innocente, ne sentiva la molestia.
—Ora andiamo,—disse Brunello.—Conducimi a riprendere il bastimento….
Sciolsero la barca lunga e sottile, raccolsero a prua la catena, spinsero nell'acqua.
Bruno, salito per primo, si volse ad aiutare Nicla, porgendole la mano; e partirono, la fanciulla remando prima a sciaroga e poi adagio verso la goletta, e Bruno, seduto a' suoi piedi, guardando piuttosto la nuova amica che il bastimento, raggiunto con pochi colpi di remo.
—Eccolo!—disse Nicla, inchinandosi sul bordo e stendendo il braccio.
—Lascialo,—ordinò Bruno.—Rema ancora. Andiamo più avanti!
Nicla obbedì, accelerò la cadenza dei remi.
Quando allargava le braccia e quando le ritraeva a sè coi remi per puntar contro la pedagna, il busto eretto e la linea del corpo si staccavano nitidi sul fondo azzurro: e dal basso in alto, Bruno la vedeva candida nel cielo turchino.
Egli non parlava più; sembrava, coi grandi occhi neri velati, sognare.
Aveva sentito che Nicla non era come le altre; era invece come una fata, che sempre lo avesse conosciuto ed atteso; e provava, il ribelle a tutti i baci e a tutte le carezze, un timido desiderio di toglierle i remi dal pugno e di ricoverarsi tra le sue braccia, per chiudere gli occhi e reclinare la testa sul petto di lei.
Anche Nicla sognava, abbandonata alla cadenza uguale, ascoltando il tonfo e lo sgocciolìo dei remi e il cigolare d'una forcola.
Rapiva il fanciullo sbucato dal giardino, e lo teneva perchè non corresse più il mondo.
Tornato da paesi remoti con gli occhi foschi entro i quali mille vicende oscure s'eran riflettute e le cuspidi dei campanili e il volo dei colombi, era venuto a cercarla, balzandole innanzi d'un tratto, sorridente e fiducioso.
Un'ora prima, l'uno non sapeva dell'altra; ambedue credevano la vita più mesta che non fosse.
Nicla abbassò gli occhi a guardarlo.
Egli dondolava un poco sul fondo della barca ad ogni brivido dell'onda, e Nicla sorrise, abbandonati i remi.
Bruno si levò in piedi, si puntellò alle ginocchia della fanciulla e le posò due baci sulle guance; ella lo baciò in fronte e lo tenne stretto fra le braccia.
—Vedi come siam lontani,—disse, accennando la riva e la goletta che s'era fatta piccina sull'acqua.
Bruno, immobile tra le braccia dell'amica, con la testa appoggiata alla guancia di lei, volse gli occhi a guardare in silenzio.
—Su!—fece Nicla, reggendolo dolcemente.—A cuccia ancora! Torniamo a casa!
Egli s'acquattò di nuovo ai suoi piedi.
Incontrarono la goletta a metà via e la raccolsero a bordo.
—Ci vedremo ancora, signorina?—chiese Brunello a un tratto.
—Quando vorrai,—rispose Nicla.
—Io voglio sempre.
—E allora tu mi aspetterai sulla riva, io ti vedrò, e uscirò a prenderti.
—Anche tu mi vuoi sempre?
—Quando sei savio.
—Quando ho sette anni,—riflettè Bruno.
Tacque un poco, indi riprese:
—Tu, che vuoi fare?
—Come?—domandò Nicla, che non aveva compreso.
—Io voglio guidare i cavalli e scrivere le memorie di viaggio. E tu?
—Io?—ripetè Nicla.
Stette un poco a pensare, poi rispose umilmente:
—Non so.
Bruno la guardò sorpreso.
—Non ti piace nulla?
—Molte cose mi piacciono, ma non so come averle. Mi piace essere sola e libera. Comprendi?
—Anche senza di me?—chiese Bruno scorato.
—Tu hai la tua mamma e il tuo papà,—osservò Nicla.
—Ah!—disse Bruno, senza gioia.—E per questo non mi vuoi?
—Ti voglio. Ma sarà per poco. Il tuo babbo ti condurrà ancora lontano.
—Chi sa?—mormorò Bruno con un accento in cui era tutto il dubbio inconsapevole del destino.—E allora non mi dici che farai?
—Volevo essere un'artista, e me lo hanno proibito,—disse Nicla con esitazione, quasi stesse confidandosi a un giudice.