Il “Damo viennese„
LUCIO D'AMBRA
Il “Damo
viennese„
ROMANZO
ROCCA S. CASCIANO
LICINIO CAPPELLI, Editore
Libraio di S. M. la Regina Madre
Riserva dei diritti d'autore
Al Commendatore GIUSEPPE ARDIZZONE
Direttore del Giornale di Sicilia.
Mio caro amico,
Questo romanzo è Suo, di diritto. Scritto per Sua richiesta cortese per il Giornale di Sicilia, fu da Lei accolto con straordinaria ospitalità, quell'ospitalità larga e cordiale ch'è solo segreto delle grandi case e dei grandi signori. Oggi che dalle pagine del Giornale di Sicilia è raccolto in volume, Il “Damo Viennese„ viene a Lei, stampato, come già venne manoscritto: cioè con tutta la mia affettuosa solidarietà e con tutta la mia più viva riconoscenza. Ma questo romanzo che muove le sue figurine su lo sfondo della guerra venne a Lei la prima volta in ore liete quando le nostre Armate, eroicamente sacrificandosi, avanzavano in terra nemica. Oggi il libro ritorna a Lei, caro amico, in ore angosciose quando, mutata in una ora di follia la fortuna, distrutto in un'ora ciò che con anni eroici s'era costruito, le nostre Armate fan fronte in Patria, sul nostro suolo, all'assalto dell'invasore. Non ho creduto, correggendo le bozze di queste pagine, mutare nulla alla prima versione, nè togliere quei particolari, così diversi dalla situazione d'oggi, che io non ho potuto riveder su la carta senza sentirmi inumidire il ciglio. Ma se dell'ora vittoriosa ed eroica non ci rimane più la terra conquistata palmo a palmo, ci resta tuttavia, di quelli eroi e di quelle vittorie, incancellabile e confortevole il ricordo. Perchè dunque cambiare? Perchè cancellare quei nomi di città liberate su cui la bandiera italiana ha sventolato? Tanto che quella non sia più la verità, che quelle città siano riperdute, Pierino Balla non sa. Noi lo sappiamo. Ma sappiamo anche che, quando le nostre regioni invase saran liberate, il nostro còmpito non sarà finito. Dovremo riprendere, oltre confine, ciò che il sacrificio degli eroi ha già pagato. Sacra è, per la Patria, così la terra ove operano i vivi come quella sotto cui riposano i morti. E quelle terre rifioriranno di libertà in una primavera ardente di cui il sangue italiano sarà stato ardentissimo seme. Su questo sogno già si chiudeva questo romanzo che muove, cronaca fedele, dalla commedia politica della primavera del 1915 per giungere all'epopea magnifica con cui l'Italia potè stupire il mondo. Su questo sogno, più che mai vivo nel nostro cuore, chiudo anche oggi questa lettera a Lei, caro amico, ripetendole ancora una volta, coi più cordiali spiriti, la mia amicizia devota e riconoscente.
Roma, 25 Maggio 1918.
L. d'A.
I. LA VITA NON È CHE UN VALZER
Noi prestiamo a tutti gli uomini quella profondità d'ideali e quella gravità di preoccupazioni morali che sono in realtà, e per fortuna, solamente l'appannaggio di alcuni rari e privilegiati esemplari d'umanità sedicente superiore. Noi crediamo che la maggior parte degli uomini d'una certa levatura intellettuale che incontriamo per via, al caffè, al teatro, non vadano a dormire senza essersi proposta, ogni sera, una lunga fila di punti interrogativi d'ordine sociale, religioso, morale, politico o sentimentale. Non possiamo ammettere che un uomo abbia l'orizzonte della sua vita chiuso in una collezione di francobolli o fra le pianticelle d'un erbario e ci sembra inverosimile che i grandi principii dell'ottantanove lascino perfettamente indifferente un uomo che s'appassiona invece a raccogliere monete fuori corso o autografi di uomini celebri ancora in corso. Amar la patria, la società, l'umanità ci sembra dovere e necessità d'ogni cuore portato a una funzione più nobile di quella di segnare il passo alla vita animale che cammina. C'è gente, invece, che ha limitato i suoi amori e li ha limitati intensificandoli. Ed è gente non sempre peggiore di quella che invece li moltiplica diminuendoli.
Aveva amato due cose al mondo, per esempio, Pierino Balla: sua madre e il valzer. Sua madre, la sua vecchia mamma vedova e sola, se ne rimaneva ormai laggiù raccomandata alla premura di qualche amico, nella sua casettina di Sorrento fra cielo e mare. Ma il valzer era sempre con lui, in lui, nel suo orecchio, su le sue labbra, nel suo cuore, nel suo cervello, nel suo passo che anche per via salterellava un poco come quello d'un tenore su un palcoscenico. Li amava tutti, li sapeva tutti: vecchi valzer spagnuoli suonanti di nàcchere e procaci d'anche formose sotto gli scialli ondeggianti, vecchi valzer francesi incipriati di leggiadria, valzer italiani bonarii e cordiali, giovani valzer viennesi tra melanconici e voluttuosi, tra spensierati e sentimentali, fatti di giravolte e di capriole ma pieni di chiaro di luna e tutti azzurri di riflessi danubiani. Li sapeva tutti a memoria; gli bastava sentirli una volta sola per ficcarseli, lì, inamovibili, nel cervello; e, senza saper di musica, suonando a orecchio, dovunque scovava un pianoforte, li ritrovava, li rispolverava uno per uno, tutt'i giorni. Non badava, per questo, dove fosse e in che momento fosse. Alla vista d'un pianoforte smarriva ogni senso di opportunità e di luogo, di convenienza e d'educazione; a tal segno che un giorno, recatosi in casa d'un suo amico morto improvvisamente e tragicamente per prendere d'accordo con la famiglia le disposizioni pei funerali, aveva accolto l'entrata in salotto della vedova desolata col più indiavolato refrain d'un valzer di Walteufel. In casa, per via, al lavoro, a letto, fischiettava valzer su valzer. Agli esami di laurea, svolgendo una tesi di diritto canonico, tra una domanda e l'altra dei professori, intercalava a bassa voce un ritornello della Casta Susanna o della Vedova allegra. E, apolitico per eccellenza, la politica estera italiana gli era diventata improvvisamente simpatica da quando un grande diplomatico tedesco l'aveva definita la «politica dei giri di valzer». Politica per me, aveva detto, e per la prima volta in vita sua, cittadino elettore, fischiettandosi il valzer di Franzi nel Sogno di un valzer, era andato a votare. «Pierino Balla e canta», lo chiamavano gli amici. E cantava, infatti, con grazia, con una vocina da tenorino di operette che gli avrebbe fatto far fortuna se egli avesse osato, figlio d'un magistrato napoletano, nipote di un colonnello borbonico, salire in palcoscenico dalla platea dove ogni sera sentiva e risentiva, ostinato e paziente, la centesima rappresentazione di un'operetta di Parigi o di Vienna.
Aveva ventotto anni e non faceva ancora null'altro che cantare o fischiettare valzer. Aveva trascinato avanti gli studii all'Università di Napoli, lentamente, faticosamente, sino a ventisei anni, poichè ancora nessun ministro della Pubblica Istruzione s'era deciso a stabilire nei regolamenti che i professori di scienze delle finanze o di diritto romano interrogassero i candidati sul repertorio di Offembach e su la dinastia degli Strauss. Poi, presa la laurea, era venuto a Roma a cercare un'occupazione, un lavoro, una posizione. Aveva cercato tutto ciò il giorno nei caffè, la sera nei restaurants eleganti e nei teatri d'operette. E non aveva trovato altra occupazione che quella di sentir valzer e valzer, altro lavoro che quello di mandarli a memoria e di ritrovarli al pianoforte il giorno dopo, altra posizione che quella di starsene sdraiato in una poltrona a sentire cantare Emma Vecla o Gea della Garisenda, a veder piroettare le deliziose soubrettes ungheresi tipo Csillag e tipo Tonci. Passavano i mesi e passavano gli anni. Dei suoi autori prediletti cresceva, ad ogni stagione, il repertorio. Passavano anche dalle sue tasche in quelle altrui — poco alla volta in verità, perchè non era prodigo che di canzoni — le poche migliaia di lire che una paterna assicurazione su la vita gli aveva lasciate per aiutarlo a finire i suoi studii e a trovare anche lui, come tutti gli altri, qualche cosa da fare a questo mondo. Per la carriera d'avvocato non si sentiva inclinazione. Per quella di magistrato paventava la relegazione in una piccola città di provincia dove il teatro non funzionasse tutto l'anno. Rimaneva l'amministrazione, e l'amministrazione centrale naturalmente, con la certezza di rimanere a Roma dove per tutt'i dodici mesi dell'anno tre o quattro compagnie offrivano sempre almeno un paio di Conti di Lussemburgo per sera. Ma aspettava. C'era ancora qualche biglietto da mille — cinque o sei — da ritirare alla banca; e aspettava. C'era oggi un concorso al Ministero della Guerra? Ma ci sarebbe stato un mese dopo un concorso a quello della Marina. Tanto Pierino Balla non aveva preferenze. Aveva solo preferenze musicali. Nel suo amore universale per tutt'i valzer presenti passati e futuri del nostro mondo ballerino, a poco a poco era giunto a scegliere, a prediligere. Amava Offembach, amava Lecocq, ma adorava Leo Fall e Lehar. L'operetta viennese, coi suoi valzer a ripetizione, coi suoi quartetti, terzetti e duetti che finiscon tutti a balletti, era la sua passione. Conosceva tutto il repertorio dell'An der Wien e del Volkstheater, nota per nota, cadenza per cadenza. Il valzerino a bocca chiusa della Principessa dei Dollari, come l'aveva sentito cantare una sera con bell'aria dongiovannesca e sprezzante dal tenore Walter Grant, non l'aveva fatto dormire tre giorni. Appena una bella donna fermava per via il suo sguardo doveva lottare contro la tentazione di andarle davanti e di mettersi a girare intorno a lei, lì, sul marciapiede, con la mano sinistra sul fianco, la mano destra distesa a un gesto balancè che non dice nè si nè no, l'aria arrogante, il labbro sdegnoso, lo sguardo spavaldo, cantandole il delizioso valzeretto a bocca chiusa del giovane aristocratico francese e rovinato insensibile ai fascini della miliardaria americana. Tutta la vita per lui era questo: situazioni di operette viennesi che dal palcoscenico avrebbe voluto riportare nella sua piccola vita d'ogni giorno. E quando usciva da un salotto quasi gli accadeva di meravigliarsi che non dovesse uscirne su un passo di can-can con la padrona di casa, come nell'operetta della sera prima dopo il gran duetto sentimentale del second'atto. Una sera, in un'operetta nuova, scoprì un meraviglioso verso caduto, in un felice stato di grazia e di geniale incoscienza, dal lirismo d'un Victor Hugo librettista d'operette e sentì il brivido di una rivelazione:
La vita non è che un valzer.....
Lo sapeva da un pezzo. Ma non aveva saputo mai trovare una forma così sintetica, così espressiva e così profonda per il suo pensiero. Per queste profonde divinazioni dell'anima umana e del nostro umano destino, già non ci sono che i poeti, i grandi poeti. «Che verso, che bellezza!... La vita non è che un valzer...».
E «Pierino Balla e canta» ne fece il suo motto e lo fece stampare di traverso, con inchiostro viola del pensiero, su la sua carta da lettere. Da quel giorno il valzer diventò per lui uno scopo, un fine, una missione. Andava ad ascoltarli con la gravità mistica con cui si assiste ad un rito. Faceva propaganda fra i suoi amici in favore dell'operetta viennese. Parlava d'arte e di politica a proposito di Eva e di Franz Lehar. Dal coro dei parigini:
Nell'aria di Parigi
c'è molta seduzion...
giungeva al coro della politica europea e della Triplice Alleanza per dimostrare che:
Nell'aria di Vienna
c'è molta protezion....
per gli Italiani finalmente veramente amici d'un popolo con cui è facile, diamine, intendersi, visto che gli uni e gli altri amiamo la musica leggera e che un valzer viennese ed una canzonetta di Piedigrotta non possono ispirare ai ministri degli esteri di due Stati così soavi che i sentimenti della più cordiale tenerezza reciproca.
Quando i manifesti teatrali preannunziavano una nuova operetta viennese — o ungherese — «Pierino Balla e canta» mobilizzava otto giorni prima tutt'i suoi amici. S'incaricava lui di comperare i posti, di distribuire i libretti e, pei più poveri o i più restii, faceva lui addirittura le spese: «Creare fra i due popoli questi cordiali rapporti artistici, è servire il mio paese...» diceva. E gli amici gli rispondevano: «Sì, Pierino, e ti faranno cavaliere.» Uno aggiungeva: «Della Corona d'Italia...» Pierino non sdegnava, da buon italiano, l'offerta. Ma all'offerta aggiungeva con un sorriso e una luce negli occhi: «E dell'Aquila Nera!»
E quando usciva dal teatro e non era ancòra sazio di valzer e di Vienna, correva col tram da Faraglia o al Moderno poichè faceva ancora in tempo a sentir l'ultimo valzer delle orchestrine di quel caffè. Le «dame viennesi» lo mandavano in visibilio anche se erano di Frascati e se le parrucche bionde erano posticcie. Sentiva suonare Sulle rive del Danubio con beatitudine, con voluttà, gli occhi fissi al soffitto, fischiettando attorno al pomo del bastone appoggiato su le labbra. E all'amico che lo accompagnava sospirava di tanto in tanto con l'anima sognante: «Senti... senti... C'è tutta Vienna!» E, finalmente, andava a casa. Saliva le scale a tempo di valzer, si svestiva cantarellando e ballonzolando Laggiù nel silente giardino, spegneva il lume fischiettando — Amorin, tesorin — e allungandosi solo nel suo letto di scapolo si addormentava sognando il Prater.
Ma, poichè non è concesso agli uomini che d'esser felici provvisoriamente, i più bei sogni hanno un risveglio. Addormentatosi una sera sognando il Prater, s'era svegliato una mattina con una lettera della mamma e il giornale che la padrona di casa gli portava col caffè ed egli apriva sùbito, indifferente alle notizie europee ma impaziente di correre in quinta pagina alla colonna dei teatri. Tanto la lettera della mamma quanto la lettura del giornale gli diedero quella mattina il consiglio di ricordarsi che il peculio paterno era agli sgoccioli e che per un paio di settimane era forse il caso di pensare che la vita, sì, non è che un valzer, ma che tuttavia questo valzer bisogna avere il modo di suonarlo. Fulmineo nelle sue decisioni, con quello stesso coraggio della disperazione che spinge un uomo a buttarsi a fiume tutto d'un colpo anzichè scendervi poco alla volta per affogare gradatamente, Pierino Balla, letto sul giornale che un concorso per vice-segretario di terza classe a duemila lire era bandito dal Ministero delle Poste si vestì in fretta, raccolse i suoi documenti e i suoi titoli di studio, redasse una domanda in regola e corse a depositare il plico in via del Seminario. Pochi giorni dopo si presentava agli esami. E poichè aveva imparato lentamente ma aveva imparato, poichè non era uno sciocco per quanto gli piacesse — la vita non è che un valzer! — di sembrarlo, gli esami li diede bene e riuscì tra i primi. S'era a maggio e a luglio doveva prendere servizio, riscuotere le prime centocinquantadue lire del suo stipendio mensile. Pochine, in verità. Ma potevan bastare. L'allegria arrotonda i bilanci più magri. E la vita non è che un valzer.
La vita però è anche una tessitrice che annoda e intesse misteriosamente e capricciosamente i suoi fili. Quando una mattina Pierino Balla uscì di casa e si fermò, come era sempre suo primo pensiero, all'angolo della strada di casa sua per vedere uno ad uno, meticolosamente, i manifesti teatrali, non un'ombra di presentimento sfiorò la sua anima ballerina e leggera dinanzi a quel gran manifesto d'un teatro che chi sa mai perchè in bianco rosso e verde, preannunziava la prima rappresentazione di una nuova operetta viennese di Franz Lehar. Sentì, Pierino, un gran tuffo al cuore e vide tutto rosso, ma non perchè una voce segreta l'avesse avvertito che quel manifesto decideva della sua vita. Il tuffo al cuore gli era stato dato dal solo fatto di aver letto sott'il titolo della nuova operetta che l'autore venuto espressamente a Roma, che Franz Lehar in persona ne avrebbe diretto l'esecuzione. Quando si riebbe, il primo pensiero di Pierino Balla fu di correre al teatro e di prenotare, e di pagare, e di portarsi via lo scontrino — non si sa mai: una sbadataggine del botteghino — che gli dava il diritto d'occupare quattro sere dopo la prima poltrona di prima fila, lì, a destra del direttore d'orchestra, del Kappelmeister, a un metro da Franz Lehar, così vicino a lui che avrebbe potuto buscarsi un raffreddore all'aria sollevata dalle falde della marsina agitata dal celebre maestro nei momenti a scatti del direttore d'orchestra. Non prese un raffreddore quella sera, Pierino Balla, perchè il maestro, da buon tedesco composto ed equilibrato, non si sbracciava a dirigere come Mascagni ed anche perchè invece che in marsina dirigeva in smoking e lo smoking non ha falde che possano far vento. Ma se non prese un'infreddatura prese per Franz Lehar una cotta che gli fece traversare tutte le ansie e ricorrere a tutte le astuzie d'un innamorato che vuol trovare il modo di giungere a toccare il cuore della sua bella che non lo conosce e che ancora non si è accorta di lui.
Le idee più luminose sboccian talvolta nei cervelli più oscurati dalla passione, per legge di contrasto e perchè al buio anche un fiammifero acceso può far l'effetto di un lampo di genio. Così Pierino Balla scambiò senza modestia per un lampo di genio il fiammiferino di un'ideuccia che gli spuntò nel cervello quando, la mattina dopo il trionfo della nuova operetta, si sentì eccitato dall'irresistibile desiderio di conoscere personalmente il grand'uomo della sua piccola musica e fu convinto che sarebbe stato veramente perdere una occasione più unica che rara lasciare che Franz Lehar fosse venuto a Roma, perchè lui, Pierino Balla, studiasse accuratamente alle spalle il panno e il taglio del suo smoking viennese senza per altro riuscire a stringere la mano che aveva scritto i valzer più affascinanti di questo mondo. Non c'era tra i suoi amici un cane — neppure un cantante — che avesse potuto aprirgli la via ad una presentazione regolare. D'altra parte a presentarsi così, senza una qualsiasi introduzione, all'albergo dov'era disceso il famoso musicista c'era il rischio d'essere preso per un postulante importuno e d'esser messo garbatamente alla porta. E fu allora che Pierino Balla ebbe l'idea. Entrò all'albergo, studiò su la lista dei viaggiatori la posizione topografica della stanza occupata dal musicista. Compiuta questa ricognizione strategica chiese una camera per sè; e, quindi, accompagnato dal segretario, trovò tanto a ridire su ogni stanza che gli proponevano che, girato mezzo albergo, finì col capitare proprio nella camera attigua a quella del musicista. Immediatamente si disse musicista anche lui, spiegò di doversi trattenere a Roma per un soggiorno non breve e chiese che un pianoforte fosse messo nella sua camera. E il pianoforte cinque minuti dopo raggiungeva il viaggiatore. Era proprio lì, a portata di mano: era quello che il direttore dell'albergo aveva creduto di dover far mettere nella camera preparata per l'autore della Vedova allegra e che l'autore della Vedova allegra aveva fatto immediatamente riportar via.
Avuto il pianoforte Pierino Balla incominciò a farne quello che faceva di ogni pianoforte che gli capitava a tiro: lo pestò e lo ripestò senza riposo. Un pezzo dopo l'altro, un valzer dietro l'altro, ripassò a memoria tutto il repertorio del musicista viennese, dal Conte alla Vedova, da Eva alla Figlia del Brigante. Scese a far colazione e poi, risalito in fretta, ricominciò, a pestare: Conte e Vedova, Eva e Brigante. Ridiscese per il pranzo, risalì e ricominciò, infaticabile: Vedova e Conte, Brigante ed Eva. Quando le dita non ressero più tanto i polpastrelli erano gonfii a furia di pestare, uscì a prendere una boccata d'aria. Ma a mezzanotte era già di nuovo in camera sua e giù di nuovo a pestare, fresco e tranquillo come se non avesse già pestato tutto il giorno: e via da capo Brigante ed Eva, Vedova e Conte. Il maestro era lì, a due passi. L'aveva sentito entrare nella camera accanto, chiudere le finestre, sbadigliare, sternutire, soffiarsi il naso, uscire un momento di camera e poi rientrare per una necessità che era facile immaginare. Aveva poi sentito due scarpe cadere una dopo l'altra sul pavimento di legno, un letto scricchiolare sotto il peso di un corpo che vi si distendeva, la chiavetta della luce elettrica scattare con un piccolo colpo secco. Ora il maestro era tra le lenzuola. E Pierino Balla ricominciò con più foga di prima il settimino della Vedova, il gran valzer dei Conte, il coro dei parigini in Eva e il delizioso piccolo valzer della Figlia modulato lento lento come una ninna-nanna: «Bimba, sii buonina...» Doveva il maestro sentirsi lusingato di quell'omaggio d'un ignoto ammiratore e non poteva il giorno dopo, così lusingato nel suo amor proprio, non chiedere di conoscere quell'ignoto che conosceva il suo repertorio anche meglio di lui. Da quell'omaggio d'ammirazione non poteva nascere tra il maestro e l'ammiratore che un'affettuosa amicizia. E già Pierino la pregustava, e tanto ne era sicuro che, per quanto le tre fossero già suonate all'orologio d'una chiesa vicina, ricominciava per l'ennesima volta a strimpellare con tanto di pedale:
È scabroso la donna studiar...
Ma una voce suonò nella stanza vicina, d'improvviso:
— Zum Teufel diese schrekliche Musik!
Pierino diede un balzo su la sedia e, con le mani staccate di botto dalla tastiera, spezzò a metà le note di disperazion. Ebbe allora l'incertezza che sola conoscono i grandi capitani. Dar battaglia o rifiutarsi di continuare a suonare e smettere? Pierino e Franz Lehar hanno parlato in tedesco. Che cosa hanno detto? Quelle parole volevano dire: «Mio ignoto ammiratore, voi siete molto gentile» o volevano dire: «Mio signor vicino, mi avete rotto le scatole?» Pierino non sapeva il tedesco ma inclinava piuttosto verso la seconda traduzione, poichè se le parole gli erano sfuggite il tono gli era sembrato quale neppure in tedesco, per quanto la lingua sia dura ed aspra, si adopera per dire a qualcuno: «Grazie, caro, vi sono molto grato!» Nell'incertezza Pierino credette miglior consiglio astenersi dall'insistere; talchè richiuse cautamente il pianoforte, in punta di piedi girò per la camera spogliandosi e si coricò leggermente, come una piuma, perchè il letto non scricchiolasse. Quando fu anche lui fra le lenzuola ricordò che il gran Condè alla vigilia di una battaglia soleva dormire saporitamente. Fece quindi come il gran Condè e, voltosi su un fianco, sospirandosi ancora a mezza voce il Ninfa del bosco della Vedova, sentì che dalla stanza vicina un musicista che russava poco musicalmente gli offriva un impreveduto accompagnamento di contrabbasso.
La mattina dopo, quando il cameriere gli portò il caffè e il segretario dell'albergo chiese di essere ricevuto, il gran Condè non tardò a persuadersi che aveva perduto la battaglia. Il segretario avvertiva il cliente del numero 139 che doveva astenersi dal suonare il pianoforte dopo la mezzanotte poichè il cliente del numero 140 s'era vivamente lamentato di non aver potuto chiudere occhio fino alle quattro del mattino ed aveva persino minacciato di cambiare albergo. Timido e riguardoso, arrossendo e balbettando, Pierino Balla promise di non toccare più un tasto dopo suonata l'ora del coprifuoco, ma, con ardita decisione, colse l'occasione che gli si offriva e chiese al segretario di poter presentare di persona le sue scuse all'illustre autore della Vedova allegra. Ma quando il segretario fu per uscire e per andare a chiedere al numero 140 se era disposto a ricevere la visita e le scuse del numero 139, Pierino Balla fu preso da un'angosciosa preoccupazione e, trattenendo il segretario per la falda del soprabito, sospirò con un filo di voce:
— Ma parla solo tedesco?
— Parla anche un po' francese.
Pierino Balla chiamò a raccolta il suo piccolo vocabolario francese con pronunzia napoletana, contò su le dita i vocaboli che in quel momento gli occorrevano e quando fu al numero 140, in presenza del celebre maestro, ebbe la sgradita sorpresa di osservare che nel breve tratto di corridoio dalla sua stanza alla stanza del maestro, per quanto fossero così pochi, li aveva perduti tutti dal primo all'ultimo. Mormorò quindi le sue scuse in italiano e vide con giubilo che, su venti parole italiane, due o tre non erano per il maestro un impenetrabile mistero. Così, ritrovando un po' di calma, ritrovò anche una dozzina di parole francesi e con queste, improvvisando un'alleanza verbale franco-italiana in cui l'Italia aveva la parte del leone, potè dire al maestro la sua ammirazione, la sua idolatria, la gioia che provava a conoscerlo e a stringergli la mano. Da parte sua il maestro, allargando l'alleanza verbale sino a far entrare a fianco dell'Italia e della Francia anche l'Austria e l'Ungheria, si disse lusingato di vedere che quel giovane signore conosceva così bene tutta la sua produzione e gli strinse ripetutamente la mano, pronunziando in tedesco certe parolacce in ung e in zum che sembravano scapaccioni ma che dovevano essere complimenti a giudicare dal sorriso che le accompagnava.
— Vous êtes musicien?..., domandò poi Franz Lehar.
— Non, je suis..., rispose Pierino Balla toccandosi ripetutamente gli orecchi davanti al maestro che spalancava, sbalordito, tanto d'occhi.
E poichè, non ostante i gesti, il maestro non capiva, Pierino Balla spiegò:
— Je suis orecchiante... Je joue avec les oreilles...
La conversazione diventò cordiale. L'autore della Vedova Allegra disse a Pierino Balla la sua simpatia per l'Italia e, per spiegarla, spiegò che era ungherese e che naturalmente gli ungheresi... che sul vecchio ceppo latino... che la razza magiara... e tante altre cose cui Pierino rispondeva ripetendo a sazietà la sua ammirazione per Vienna e per le operette viennesi. In una pausa il maestro gli domandò:
— D'où venez-vous?
Di dove veniva? Pierino Balla fu sul punto di dire che non veniva da nessun posto, che veniva cioè da Roma. Ma ricordò a tempo che erano in albergo e che gli alberghi non sono abituale domicilio che per i viaggiatori. Ebbe tuttavia vergogna di confessare la sua infantile trovata, il sotterfugio cui era ricorso per avvicinare il maestro del suo cuore. E, dopo averci pensato un poco, rispose:
— Je viens de Naples...
— Ah, bella Napoli..., rispose il musicista con un sospiro cui Pierino credette dover rispondere con una riverenza.
Ma le sue pene non erano ancora finite. E poichè ad un viaggiatore non si chiede solamente donde venga ma anche dove vada, sùbito dopo si sentì chiedere dove era diretto. Còlto così alla sprovveduta, Pierino Balla non ebbe la prontezza di spirito di dire che andava semplicemente a Frascati, ma balbettando ebbe l'imprudenza di rispondere:
— Vado... vado a Vienna!
— A Vienna?
Già il maestro gli stendeva le mani, gli offriva la prova della sua simpatia:
— Sono molto dolente di non trovarmi a Vienna quando ci sarete voi... Sarei stato felice di farvi da cicerone... Ma voi vi tratterrete certamente... Almeno quindici giorni... un mese...
— Ecco... un mesetto...
— Benissimo... Tra quindici giorni vi sarò anch'io... Vi dò appuntamento a Vienna, mio giovane amico... Ma intanto vi darò una raccomandazione per il mio caro amico Kramer, il celebre maestro Kramer... Conoscete Kramer, l'autore di tante celebri operette, l'autore del Soldato in gonnella?
Pierino Balla non conosceva altri e sùbito l'irresistibile istinto lo spinse a cantare il più recente valzer di Kramer, mentre il suo interlocutore redigeva in tedesco il più misterioso biglietto di presentazione che mai potesse a Pierino capitare.
— Andate da Kramer, Ringstrasse 41... Vi aprirà tutte le porte... E' come se trovaste me stesso.
Il maestro era in piedi, gli consegnava la lettera, gli dava congedo.
— Aufwieder sehen!... Oggi è il venti. Sarò a Vienna il 5 giugno. Vi aspetto a colazione il giorno dopo.
E Pierino Balla, per mostrare che anche la sua ignoranza del tedesco aveva qualche lacuna, si ritirava mormorando:
— Danke... Danke... Grazie... Merci... Danke schön...
Quando fu fuori, scendendo le scale, ricapitolò gli avvenimenti. Aveva accettato una colazione a Vienna: doveva dunque andare a Vienna, alla città del suo sogno, alla sua patria d'elezione. Avrebbe consacrato a questo pellegrinaggio sentimentale uno degli ultimi biglietti da mille del suo piccolo peculio... Tanto, dal primo luglio, c'eran le centocinquantadue lire... E poi, prima di chiudersi al Ministero delle Poste, bisognava ancòra una volta ricordare che la vita non è che un valzer...
Per istrada urtò un amico che lo prese per il braccio e lo fermò:
— Dove vai?
— A Vienna.
— Quando?
— Stasera.
— E perchè mai vai a Vienna?
— Non lo so.
L'amico gli lasciò il braccio, lo guardò sbalordito e gli disse:
— Bada, figliuolo, tu diventi matto...
Ma già Pierino Balla riprendeva la sua strada con la testa in aria, ancòra coi piedi a Roma, già col cuore a Vienna, canticchiando a mezza voce:
Nell'aria di Vienna
c'è molta seduzion...
II. SEI TU, FELICITÀ....
Le cronache profane delle più galanti alcove e dei più ardenti amanti raccontano le disavventure di eserciti che rinunziano alla vittoria proprio davanti alla fortezza che si arrende e rinunziano quanto più fu lungo l'assedio e più desiderata e pregustata la vittoria. La sera in cui dalla sua vettura di seconda classe sbarcò sotto le massicce tettoie e tra gli ascensorini della Sudbanhoff, Pierino Balla, viaggiatore improvvisato, si trovò su per giù nella situazione poco brillante di quelli eserciti esausti proprio al momento di cogliere la palma del tanto sospirato trionfo. Un autotaxi lo trascinava rapidamente per le prime vie della metropoli e già Pierino sentiva andarsene tutta la sua forza d'amore. Quella, Vienna? Una grande città come un'altra. Quei grossi palazzi nuovi gli ricordavano i grossi palazzi nuovi del Tritone di Roma e del Rettifilo di Napoli e quei tigli — eran poi tigli? — che fiancheggiavano la strada non erano in nulla diversi dai piccoli alberelli magrolini e cittadini — eran platani, ontani? non ci aveva mai badato — che fiancheggiavano a Roma via Nazionale e sotto i quali, disegnanti a terra nel riflesso della luce elettrica un merletto d'ombre e di luci, se n'era tornato tante sere a casa, uscendo dal Costanzi e fischiettandosi i suoi cari, i suoi dolci valzer viennesi. Donne bionde, se si guardava attorno, non ne vedeva per quella strasse più di quanto ne incontrasse a Roma, pel Corso, all'ora del ritorno dal Pincio, nel tepore delle belle giornate. Nè c'era musica attorno a lui oltre lo strombettìo delle automobili e lo scampanìo dei tram. Era questa, Vienna? Ed era questa la sua musica? E dov'erano i suoi valzer? Ebbe la tentazione di interrogare lo chauffeur e di domandargli se per caso non avesse sbagliato, se non fosse sceso dal treno, prima di toccare Vienna, a Klangenfurt o a Gratz, per esempio. Ma si contenne. Che diamine! Era Vienna, ma una Vienna che non rassomigliava affatto all'idea canterina e ballerina ch'egli se n'era fatta a Roma, da lontano. Guardava attorno, disperatamente, oltre le vetrine dei caffè, per vedere se scorgesse nell'interno i palchetti bianchi delle orchestre e i dòlmanì rossi e le chiome bionde delle «dame viennesi». Ma che le «dame viennesi» fossero per Vienna solo un genere d'esportazione come le «ciociare», le pittoresche ed irreperibili «ciociare», per Roma? Pure riuscì a trovarle, poco più tardi, finalmente, le «dame viennesi». Disceso all'albergo, mutato d'abito rapidamente, non sapendo ancora orizzontarsi, aveva deciso di prendere in hôtel il suo primo pranzo viennese, di mangiare lì, religiosamente, il suo primo autentico panino di Vienna. Entrato nella sala da pranzo il cuore gli diede un balzo. In fondo alla sala, su un palchetto bianco stile Secessione, le «dame viennesi» — dòlmanì rossi, capelli d'oro — accordavano in una serie confusa di brevi pizzicati e di lunghe arcate, i loro violini e i loro violoncelli. Per quanto il maître d'hôtel già gli avesse scelto il tavolino e indicato con un inchino il posto assegnatogli, Pierino Balla traversò difilato l'ampia sala e andò a sedersi a un tavolino proprio lì, sotto l'orchestra, posto in modo che le spalle di Pierino seduto s'appoggiavano proprio al palchetto Secessione delle «dame.» Il maître d'hôtel era accorso ad inseguirlo e garbato avvertiva:
— Peut-être ici la musique dérangera trop monsieur...
Disturbarlo, la musica? E la musica viennese? Ma se non era venuto che per questa... Quando ebbe ordinato il pranzo a prezzo fisso per non andare incontro a troppe sorprese, Pierino Balla si preparò ad ascoltare con mistico raccoglimento i valzer viennesi, i valzer viennesi suonati sul luogo dalle più autentiche dame viennesi che un innamorato del color locale potesse mai desiderare. Ma alle prime note dell'orchestrina ebbe una prima delusione e rimase con in aria il cucchiaio pieno di quel potage printanier dove c'era di tutto a tal segno che non sapeva assolutamente più di niente. L'orchestrina non aveva attaccato un valzer di Fall o di Lehar, ma una canzonetta napoletana: O sole mio. Tuttavia Pierino se ne sentì in fondo lusingato nel suo amor proprio nazionale e sperò, per il valzer, nel secondo pezzo. Senonchè, a canzone finita, lo aspettava la seconda delusione e più forte assai della prima. Questa lo colse mentre gustava con prudenza di cittadino di città di mare diffidente pel pesce delle città di terra, un loup de mer sauce tartare e fu sul punto di mandargli una lisca per traverso. Una «dama viennese» aveva infatti detto alla sua vicina nel più puro italiano di questo mondo:
— Dàmmi un ventaglio... Che caldo stasera!
E l'altra le aveva risposto col più gentile accento di Santa Lucia facendosi vento con un foglio di musica:
— Mamma mia... E ccà se more!...
Le guardò esterrefatto. Italiane? Napoletane? Non credeva ai suoi occhi ed ai suoi orecchi. Si sturò questi, si stropicciò quelli. Era viaggiatore fresco ed inesperto, Pierino, e non sapeva ancora che, se come afferma il proverbio l'abito non basta a fare il monaco, il dòlmano rosso per lo più basta a fare la «dama viennese».
Fu così mortificato Pierino che quella sera, non uscì nemmeno dall'albergo e si chiuse in camera. Si coricò nel letto alla tedesca dopo aver manifestato alla femme de chambre una meraviglia, che la faceva ridere, di non trovare lenzuola come nei letti all'italiana. Guardò la bonne, diffidente: era bionda, parlava tedesco. Ma c'era da fidarsi? Non era anche lei almeno di Trieste? Interrogò: era ungherese.
Era napoletano anche in questo, Pierino Balla: che quando finalmente, per disgraziato accidente, aveva qualche cosa da fare, vi si gettava dentro a capofitto per uscirne fuori al più presto possibile. Lo stesso giorno in cui Franz Lehar l'aveva senza volerlo spedito d'ufficio a Vienna, Pierino aveva comperato due manualetti di conversazione in francese ed in tedesco. Durante due giorni e più di viaggio non aveva avuto altra lettura e, rincantucciato nel suo scompartimento, aveva masticato senza interruzione parolacce tedesche e paroline francesi con pazienza da benedettino. E fra le vocali mute delle paroline francesi e i battaglioni di consonanti senza vocali delle parolacce tedesche dimenticava l'italiano senza riuscire ad imparare nè il francese nè il tedesco. Continuò a letto, quella sera, la lettura dei suoi manualetti e la mattina dopo, al bureau dell'albergo, col manualetto aperto in mano su cui gettava di tanto in tanto occhiatine senza parere, volle esperimentare i progressi che aveva fatti. Chiese l'indirizzo del maestro Kramer e si fece spiegare l'ubicazione della strasse in cui il maestro Kramer abitava. La fraülein che gli rispondeva si sentì autorizzata da quelle sue quattro o cinque parole di tedesco a scaricargliene addosso quattro o cinquecento, a massima velocità; e Pierino, con un sorriso ebete e rassegnato, aspettava che il diluvio gutturale passasse senza ch'ei fosse riuscito a sapere in che via abitava il grande maestro nè dove fosse la via in cui il grande maestro abitava. La signorina del bureau era bionda e parlava tedesco come solo uno studio condotto fin dall'infanzia per la precisa esecuzione dei suoni più sgradevoli può permettere a gola di parlarlo. Finito il diluvio e data un'occhiatina al manualetto, Pierino s'arrischiò a chiedere alla signorina se almeno lei era di Vienna: e si sentì rispondere con aria fiera e con cipiglio irritato che no, che era di Praga, che era boema.
La ricerca del maestro Kramer gli costò trenta corone d'automobile e un fiero mal di capo tanto s'era scervellato a compulsare avanti e indietro le pagine del manualetto di conversazione per riuscire a spiegarsi con chauffeurs e passanti, portinai e cameriere. Quando e come Dio volle riuscì a scovare il domicilio del maestro Kramer e in questo una piccola governante, bionda anche lei, carina, dagli zigomi assai pronunziati, dai grandi occhi azzurri; e la piccola governante, quando sentì che Pierino Balla parlava tedesco assai male, si mise a parlare assai bene francese per spiegargli che quel giorno il maestro Kramer era assolutamente irreperibile poichè proprio quella sera, al teatro An der Wien, doveva aver luogo la prima rappresentazione della sua nuovissimo operetta: Il valzer dei valzer. La piccola governante, vedendo Pierino desolato, gli consigliò di cercare il maestro a teatro all'ora della rappresentazione e, con bei modi e un francese parlato così chiaramente che anche lui lo capiva, gli fornì tutte le indicazioni necessarie con una cortesia di cui Pierino non potè non ringraziarla manifestandole anche la sua meraviglia di trovare una viennese che parlava il francese comme une vraie parisienne. Ma la piccola governante ebbe un ultimo sorriso e, richiudendo la porta dell'appartamento del maestro Kramer con un bell'inchino della sua testolina bionda, spiegò:
— Non sono viennese, signore. Je suis polonaise.
I tedeschi non ammettono che il piacere del teatro li debba mandare a letto ad ore troppo avanzate nè che li possa costringere a pranzare alla svelta come dobbiamo invece far noi quando una prémière ci raduna in un teatro. I tedeschi dànno la precedenza ai piaceri del teatro su quelli della digestione. Noi distruggiamo invece questi per quelli. Ed è così che si spiega come tante produzioni teatrali ci riescano assolutamente indigeste e come il pubblico italiano dia prova sovente a teatro d'una deplorevole intolleranza. Il teatro viennese è aperitivo e quello italiano dovrebbe essere digestivo. Tra la fortuna costante degli autori tedeschi e l'ostinata avversità che accompagna di solito gli autori italiani non c'è che l'ostacolo di un pranzo non digerito. Così, alle sei di sera, Pierino Balla prendeva posto all'Ander Wien in un'ultima poltroncina aggiunta che miracolosamente aveva potuto procurarsi ed ascoltò in estasi i valzer nuovissimi del maestro Kramer e associò i suoi applausi italiani disordinati ed impetuosi a quelli militarizzati, disciplinati, che dalle mani degli spettatori viennesi suonavano ad ogni fin d'atto, come il passo cadenzato d'un reggimento in marcia.
Trovò il maestro Kramer in palcoscenico tra il primo ed il secondo atto del Valzer dei valzer, circondato da una folla di ammiratori e di ammiratrici tra i quali Pierino riuscì a fatica, a furia di bitte e di pardon, ad aprirsi un varco per consegnare al maestro Kramer la letterina di presentazione che Franz Lehar gli aveva consegnata a Roma. Non appena ebbe letto, il maestro gli stese le mani e, colossale, attirò a sè il piccolo giovane italiano con tanta violenza di subitanei affetti che Pierino ebbe paura di andare a sbattere il naso contro quella montagna d'adipe e di vestiti.
— Oh, meine liebe — esclamava il maestro Kramer scuotendogli e riscuotendogli le mani fino a spezzargli le braccia — oh, meine liebe freund Lehar, il mio caro Franz... E la bella Italia... il benvenuto, mein herr...
E, senza transizione, come se Pierino non fosse venuto a Vienna che per questo, aggiunse:
— Vi voglio presentare a mia figlia... a mia figlia Eva...
Poi, dopo una pausa, stringendogli un braccio da stritolarglielo e avviandosi verso la porticina del palcoscenico:
— A mia figlia Eva che ama molto gli Italiani...
Era carina, Eva; e s'ella amava gli Italiani, tutti gli Italiani non avrebbero fatto per amar lei la minima difficoltà. Non tardò a persuadersene, Pierino, quando in un palchetto di proscenio si trovò seduto accanto a lei e alla graziosa governante galiziana che l'aveva ricevuto al mattino. Kramer, appena presentato il giovane italiano alla figlia italianofila, era ritornato a raccogliere in palcoscenico gli allori del suo trionfo. Cortese, deferente e niente affatto invadente, Pierino lasciò del tutto alla signorina Eva la cura di sostenere la conversazione e si limitò ad inserire tra i suoi denti bianchissimi e i suoi baffetti d'ebano un sorrisetto cerimonioso che a qualunque parola di Eva diceva sempre, docilmente, di sì. Alcune amiche di Eva vennero, nell'entr'acte, a interrompere il discorso di lei e il sorriso di lui. Eran tutte carine, tutte bionde e parlavan tutte tedesco, talchè Pierino non capiva nulla e non sorrideva più temendo di dire con quel sorriso di sì quand'era forse invece il caso di dir di no. Quando la prima se ne riandò Pierino chiese ad Eva: «E' viennese, è vero?» Ed Eva: «No. E' morava. Provincie tedesche». Quando se ne riandò la seconda Pierino richiese ad Eva: «Ma questa è proprio viennese, non è vero?» Ed Eva: «No. E' rumena. Di Czernowitz». E quando fu la volta della terza, più bionda che mai, vestita di rosso, più che mai «dama viennese», Pierino trionfò: «Ma questa sì, è di Vienna. L'ha scritto in viso». Ed Eva «C'è scritto una bugia. E' czeca. Di Troppau». Con un fil di voce Pierino osò domandare: «Ma lei sì, lei almeno è viennese, signorina...» Ed Eva con una bella risata squillante: «L'ho scritto in faccia anch'io? Come legge male lei... Io son rutena, come mio padre...»
Perchè Pierino non fosse minacciato da una improvvisa meningite sotto tanto sforzo etnografico e geografico cominciò opportunamente il secondo atto ed Eva invitò il giovane italiano a restare a sentirlo, lì, in palco, accanto a lei. Vide Pierino la giovane signorina rutena e la giovane accompagnatrice polacca comporsi a severa e contrita attenzione come si trattasse d'ascoltar Wagner a Bayreuth. Egli stesso, che pure adorava i valzer, li ascoltava di solito con più italiana leggerezza. Per la prima volta in vita sua un valzer, il valzer dei valzer, tant'era suonato e danzato con gravità sacerdotale, chiamò uno sbadiglio su le sue labbra. Lo nascose garbatamente in quell'ombra da cui guardava estatico la bella signorina Eva, la signorina Eva, cioè, che a prima vista sembrava bella ma che a guardarla meglio era solo piacente perchè nel suo viso c'erano tutti gli stili come nella carta geografica del suo paese ci son tutte le razze: fronte greca, naso napoleonico, labbra ebraiche, occhi chiari cristianissimi, zigomi slavi, capelli biondi slavati più svizzeri che viennesi. Era elegante, aggraziata, con una piccola grinta un po' ringhiosa che contrastava con l'urbanità più che affabile delle sue parole. Nè grande nè piccina, era una piacente mediocrità femminile che poteva passare anche inosservata se si fosse chiamata semplicemente Mayer o Muller ma che, chiamandosi Kramer, essendo la figlia del celebre maestro Kramer, avendo certo per dote un bel milioncino di corone e una villa in Carinzia di cui ella aveva già parlato al giovane visitatore, non poteva certamente lasciare nessun cuore maschile indifferente. Durante l'intero atto ella e la giovane polacca non interruppero che tre volte il silenzio per guardare verso un gruppo d'ufficiali ch'era in un palco e per brontolare in tedesco parole nervose e precipitose nelle quali Pierino non raccolse che queste, chiare ed oscure insieme: herr major Hampfel. E lo vide, Pierino, il major Hampfel quando, alla fine dell'atto, tornata la luce, scoppiati gli applausi, il bell'ufficiale si levò in piedi e dalla sua barcaccia s'inchinò alla signorina Eva la quale credette opportuno di spiegare a Pierino:
— Il maggiore Hampfel, degli usseri... marito della mia più cara amica... prossimo ad essere destinato come attachè militare alla nostra ambasciata di Roma.
E, con un sospiro, Eva aggiunse:
— Beato lui che vivrà a Roma... Adoro Roma. Il Foro... L'Excelsior... Bellezze uniche al mondo!
E, squadrando Pierino come per misurarne l'altezza morale e materiale:
— Siatene fiero, signore.
Era fiero, sì, Pierino, di sentirsi dire da Eva tante cose carine su l'Italia così piacevole pei turisti, su gli italiani così garbati e così gentili con tutti, che cantano tutti così bene, che amano tanto la musica viennese.
— So che la musica di mio padre, disse Eva, è popolarissima in Italia... E vedete come amo l'Italia io... Mastico anche un po' d'italiano quasi passabilmente... Ho avuto una istitutrice triestina.
— Ah sì? Di Trieste?, esclamò Pierino con nobile slancio patriottico.
— Di Triest! corresse con prudenza politica Eva.
Durante il terzo atto Pierino sentì ancora le due signorine brontolare in tedesco e ancora non riuscì che ad afferrare due o tre volte le parole chiare ed oscure insieme: herr major Hampfel. Poi, quando la rappresentazione fu finita, Kramer tornò nel palco con un gruppo di attrici e di amici e mentre Eva indossava il mantello disse:
— Andiamo tutti a cena al Prater.
Poi, voltosi a Pierino, gli disse in un italiano a modo suo:
— Voi ci farà il piacere di soupare con noialtri.
Senza farselo dire due volte Pierino corse al guardaroba a ritirare il suo soprabito. Anche là una bella ragazza bionda, in una specie di divisa fra il portinaio e l'ammiraglio, serviva il pubblico con grazia tutta viennese. Distratto, ed anche perchè in tedesco non trovava la parola, quando fu per pagare Pierino le domandò:
— Quanto?
Sentì la bella ragazza viennese rispondergli in italiano:
— Una corona, signore, e la sua buona grazia.
E mentre cercava nel suo portamonete la corona e la buona grazia, Pierino non potè non esclamare:
— Come? Lei non è viennese?
E la guardarobiera con un bel sorriso chiaro di casa nostra:
— Mi no, sior... Mi son de Trento!
Li sentì e li risentì finalmente, Pierino, i suoi cari valzer di Vienna, durante quella cena al Prater, suonati e risuonati da decine di orchestrine di «dame» autentiche o no e di zigani artificiali o naturali poste al centro di tutti i restaurants che punteggiavano di architetture elettriche le dolci ombre del bel parco viennese. Uscendo alle dieci precise, a diese uhr, dai cinquanta teatri della metropoli, Vienna elegante e mondana affluiva al Prater, a piedi, in vettura, in cento automobili rombanti e scintillanti, discendendo lungo i quattro chilometri dell'Hauptallee tra i tigli odoranti, le aiuole fiorite e i pali della luce elettrica tutti adorni di fiori come nel fasto capriccioso d'una primavera artificiale. Luci rosse, azzurre, gialle, bianche, balenavan qua e là disegnando nel verde notturno le sagome dei restaurants e delle birrerie, dei caroselli e dei circhi equestri del Wurstelprater. Seduto con belle signore fiorenti e giovani signori eleganti ad un tavolino en plein air del restaurant più accorsato, tra il maestro Kramer che gli parlava di musica e la signorina Eva che con gli occhi languidi e lo sguardo lontano aveva l'aria di sospirare d'amore, Pierino viveva la sua dolce sera viennese come nel dormiveglia d'un mezzo Sonno. Sentì ancora due o tre volte tornare nella conversazione metà tedesca e metà francese il nome dell'herr major Hampfel. Chi poco parla — e Pierino era muto assolutamente — ha luogo più degli altri di osservare; e due o tre volte infatti notò che, quando la gente nominava l'herr major Hampfel il maestro Kramer si oscurava in volto, come se quella sera non gli avessero metodicamente applaudito alla tedesca il suo Valzer dei valzer, ma come se gliel'avessero invece genialmente ed estemporaneamente fischiato all'italiana. E poichè la natura gli aveva dato due occhi e, benigna, glieli aveva accordati eccellenti tutt'e due, mentre col sinistro osservava il malumore del maestro, col destro Pierino seguiva il linguaggio muto di Eva la quale, non appena l'herr major era nominato, cercava gli occhi della signorina galiziana ed intavolava così un linguaggio cifrato impossibile a comprendersi. Intanto i valzer seguivano ai valzer, nuovi e nuovissimi, vecchi e vecchissimi e, in estasi, Pierino si lasciava cullare da loro, guardando le stelle e i lampioncini, i dòlmanì delle dame viennesi e gli alamari d'oro degli zigani e lasciando squagliare nel suo piattino la fetta di spumone all'italiana che un cameriere gentleman più dei gentlemen che serviva vi aveva delicatamente deposto. Sentì in quell'estasi un'altra musica italo-austriaca, poichè la vocina della signorina Eva gli susurrava all'orecchio con pronunzia prettamente austriaca parole approssimativamente italiane:
— Vedete, qui, davanti a noi, questi viali oscuri che si perdono nell'ombra? E' il centro, il cuore del Prater, non ridotto a giardino ma tenuto a bosco. E', di notte, l'angolo caro agli innamorati.
Ci andò pochi minuti dopo a passeggiare anche lui nel cuore del Prater, con la signorina Eva mollemente appoggiata al suo braccio. S'era levata da tavola, gli aveva chiesto una sigaretta, una sigaretta italiana — che gli Italiani chiamano chi sa perchè Macedonia mentre su la Macedonia, avvertì la signorina Eva, l'Austria ha gli occhi ben spalancati — e, accesa la sigaretta, gli aveva detto con un sorriso che, volapück universale, gli aveva fatto capire più di un intero vocabolario:
— Voglio far vedere anche a voi il cantuccio degli innamorati.
Pei viali sempre più oscuri, sempre più remoti, Pierino sentiva il dolce peso del braccio della signorina Eva farsi sempre più grave sul suo braccio destro. Ella taceva e fumava. Ai riflessi multicolori che penetravan fra gli alberi i capelli d'oro di lei s'accendevano di scintille. E ad un tratto ella disse fermandosi di colpo e guardandolo bene in viso:
— Voi dovete amare l'amore. Siete Italiano.
E senza aspettare la risposta, che del resto Pierino cercava disperatamente senza trovarla, aggiunse riprendendo la via:
— Voi Italiani siete i primi innamorati del mondo.
Pierino credette doveroso d'inchinarsi leggermente ringraziando a nome di tutt'i suoi connazionali e sentì che Eva proseguiva:
— Avete tutti il Vesuvio nel cuore e negli occhi e una canzone su le labbra.
Trovò Pierino la risposta che gli parve straordinaria:
— Come voi viennesi avete tutte nel cuore e su le labbra il più dolce dei valzer!
La signorina Eva rideva:
— Che cosa credete che Dio abbia inventato prima: il valzer o l'amore?
Pierino ebbe un lampo di genio:
— Dal valzer, rispose, nacque l'amore e dall'amore nacque il valzer, signorina.
Eva rise ancora. Poi, quando un'orchestra vicina ma nascosta tra gli alberi sospirò dai violini il più appassionato valzer del repertorio, il Sei tu, felicità... di Lehar, ella disse con un sospiro:
— Ah, il mio valzer...
— Ed anche il mio, sospirò a sua volta Pierino.
Lo ascoltarono rallentando il passo, lo canterellarono a fior di labbra stralunando gli occhi in su, verso le stelle. E il dolce peso del braccio di Eva si faceva sempre più dolce ma sempre più grave. Sospiravano i violini la dolce melodia:
Sei tu, felicità,
passata a me vicino...
— Quante cose..., mormorò ancora Eva. Quante cose dice questo valzer... Non sentiamo tutti, in certi momenti, che forse la felicità ci passa vicino e che non sappiamo arrestarla e dirle come il nostro Goethe all'attimo fuggente: «Fermati, sei bella...»
— E' vero... E' vero..., mormorò Pierino che di Goethe conosceva appena il Mefistofele di Boito.
— La vita è così, continuava Eva. Si va, si viene, si arriva, si parte, ci si incontra... E poi... E poi un giorno, forse, ci si sospira:
Sei tu, felicità,
passata a me vicino...
E canticchiava, coi violini delle «dame viennesi».
— E' il mio valzer, il mio valzer! ridisse poi quando la sua vocina non potè raggiungere l'acuto. Ricordo la prima sera che Lehar lo suonò a casa nostra... Se ci ripenso, mi sento ancora gli occhi umidi di lacrime... Ah, la vita...
Poi, senza transizione:
— Siete ricco, voi?
— No, signorina, rispose Pierino; e, temendo di far fare brutta figura agli Italiani: — Era ricco mio padre. Ma poi, la vita...
— Lavorate? Siete avvocato?
— Sì, signorina.
— Avete molte cause?
— Comincio adesso.
La signorina Eva lo incoraggiò:
— Si capisce. Ma farete fortuna. Tutti si deve cominciare... Anche mio padre era suonatore di contrabasso in un teatro di provincia... Quando si è giovani... E poi voi Italiani siete tutti oratori!
Ma la signorina Eva non aveva esaurito ancora le sue domande:
— Siete fidanzato?
— No, signorina.
— Avete allora un'amante?
— No, signorina.
E Pierino, cortese, si credette in dovere di diventar rosso per lei. E più diventò rosso, anche per sè, quando sentì il peso del braccio di lei sul suo braccio farsi più grave e sempre più lungo, sempre più lungo. E, poichè temeva di far sfigurare gli Italiani, Pierino si credette in obbligo di rispondere a quel peso con una piccola stretta, leggera, che poteva anche sembrare involontaria, ma che volontariamente invece gli fu sùbito restituita.
— Rimarrete a Vienna qualche tempo? chiese a voce bassa la signorina Eva...
— Oh sì, signorina... E come potrei ripartire?
Non chiese la signorina Eva ulteriori spiegazioni. Mormorò solamente:
— Potremo rivederci spesso, così...
E poichè il valzer di Lehar riprendeva, tornando indietro verso le illuminazioni dei restaurants e appoggiandosi al braccio di Pierino come se fosse tanto stanca, tanto stanca, ella ricominciò a cantarellare con gli occhi fissi lassù alle stelle del carro di Boote:
Sei tu, felicità,
passata a me vicino...
Poi, scoppiando a ridere, esclamò:
— Il mio valzer... Il «nostro» valzer...
E, lasciato il braccio di Pierino, giunta al confine tra il bosco d'amore e il Prater mondano, corse via verso la tavola di suo padre e dei suoi amici...
L'oscurità concilia, dicono, i più profondi pensieri e Pierino non pensava infatti profondamente che al buio. Così quella sera, quando fu a letto ed ebbe spenta la luce elettrica, questo pensiero gli apparve come una rivelazione: «Ma se in tre ore ho fatto già tanta strada, io in trenta giorni me la sposo...» Non poteva veramente aspettare un mese perchè il suo tavolino di vice-segretario di terza classe alle Poste lo attendeva. Ma se ne rideva di quelle centocinquantadue lire se il valzer di Lehar, se quel delizioso Sei tu, felicità... doveva regalargli il milioncino della signorina Kramer e la villa in Carinzia.
Ma Pierino era prudente e, nella prudenza, diffidente. Gli sembrò che gli Dei gli fossero troppo clementi nel fargli trovare tre ore prima il maestro Kramer e tre ore dopo una mogliettina d'oro bell'e pronta. Lì, a occhi chiusi, si rivedeva davanti l'herr major Hampfel ne sentiva ripetere il nome, riudiva le parole di Eva: «Il marito della mia migliore amica... Beato lui!... Verrà a Roma, attachè militare della nostra Ambasciata...» Rivide anche il malumore del maestro Kramer all'udire quel nome ed il sorriso di complicità con cui la signorina galiziana rispondeva agli sguardi interrogativi di Eva. Tutti questi ricordi oculari ed auriculari turbavano un poco la gioia che gli inondava il cuore... Se quel major Hampfel... Se la signorina Eva... Il marito della sua migliore amica... Ed il major Hampfel veniva a Roma... E Pierino era italiano e risiedeva proprio a Roma... Era, intuito, intravveduto, accennato appena, il romanzo, l'intrigo, il dramma, l'occasione propizia offerta dal caso per riparare a Roma ciò che a Vienna s'era imprudentemente guastato... Ma Pierino, che era ottimista, scosse quei pensieri neri e si disse: «Come siamo curiosi, noi Italiani... Romantici tutti!.... Vediamo sùbito il dramma e il romanzo anche dove c'è semplicemente l'idillio... Che vuol dire se quest'idillio è stato troppo rapido?... L'ho forse inventato io stasera il coup de foudre?»
E, per tornare a pensieri leggeri, aveva riacceso la luce elettrica e, a piedi nudi, in camicia, era andato a porsi davanti all'armadio a specchio. Che c'era poi di tanto strano in quel coup de foudre? Non poteva egli sprigionar d'improvviso l'elettricità di un cuore femminile? Era lì, nello specchio... Si guardava spassionatamente, come si trattasse di un altro... Era, dopo tutto, un bel ragazzo... E non c'era nulla, proprio nulla di strano...
— Avanti!
Sopra pensiero aveva risposto avanti... non riflettendo che così, in camicia, non era in condizioni da ricever visite a quell'ora. Ma già una graziosa cameriera bionda, che non era più l'ungherese della sera prima, era entrata portando una bottiglia d'acqua che Pierino non ricordava affatto d'aver richiesta. Anzi, poteva giurarlo...
— Voilà l'eau, monsieur...
E, premurosa, la camerierina si avvicinava a Pierino che aveva in fretta reintegrato il suo letto, e versava l'acqua nel bicchiere, e offriva il bicchiere e un sorriso quanto mai incoraggiante. E Pierino ch'era italiano, Pierino che, come diceva Eva, aveva il Vesuvio nel cuore accettò l'acqua, il sorriso e l'incoraggiamento. E la luce si spense senza che Pierino si fosse accorto di spegnerla...
Quando la riaccese per permettere alla camerierina di rispondere a un ostinato squillo di campanello nel corridoio, Pierino si sentì completamente rassicurato nei suoi timori di poco prima per Eva Kramer e per la sua troppo subitanea fortuna.
— Lo dicevo io? si disse sorridendo. Prima di tutto, è merito mio... E poi... l'ho visto anche adesso... Son tutte così, queste viennesi: ardenti, appassionate, di primo impeto...
E poichè la camerierina bionda tornava a riprendere la cuffietta dimenticata scappando via:
— Tu sei viennese, è vero, carina?
E lei, augurandogli con un sorriso la buona notte, rispose:
— Io no. Son croata!
Croata?
«E dire» — pensò Pierino — «che i professori di Storia ci insegnavano a scuola che i croati son gente tanto cattiva... Per le croate, perdio, posso garantir io del contrario!...»
III. QUATTRO STRACCIONI
L'irredentismo italiano, poichè non era un valzer, aveva sempre lasciato Pierino Balla perfettamente indifferente. Aveva una vaga idea della questione. Cadore, Carnia, Alpi Giulie, eran per lui indicazioni incerte, che non si collegavano nel suo spirito geografico e patriottico a nulla di molto preciso. Sapeva, sì, che erano lassù, a destra per chi guardava una carta d'Italia; ma se gli avessero dato l'incarico di segnarne l'ubicazione sopra una carta muta avrebbe dovuto dire: indovinala grillo e affidarsi alla benignità del caso.
Del Trentino aveva un'idea un po' più chiara perchè nel periodo di una lunga indisposizione, durante la quale non aveva potuto andare a teatro, gli era capitato di leggere una serie d'articoli dell'onorevole Federzoni sul lago di Garda e annessi e connessi. Immaginava così il Trentino come un'immensa scalinata di montagne sempre più alte che dal «Gardesee» si spingeva su su a quel Brennero che per lui era l'estremo limite delle sue conoscenze geografiche come l'estrema Thule era per gli antichi Romani del grande Impero. Dell'irredentismo in generale e in particolare poco sapeva. Non credeva che il problema avrebbe mai potuto turbare i rapporti fra la sua cara Austria e la sua diletta Italia, poichè durante decine e decine d'anni tutt'i ministri degli Esteri della Consulta e della Ballplatz avevano potuto, non ostante quella questione, incontrarsi periodicamente ad Abbazia per diramare di comune accordo i più rassicuranti comunicati ufficiali. Tutto l'irredentismo non aveva per lui che due manifestazioni ugualmente periodiche ed egualmente inoffensive: un discorso del D'Annunzio ogni tanto in cui il poeta chiamava l'Adriatico «l'amarissimo Adriatico» e la rielezione di legislatura in legislatura dell'on. Barzilai, triestino, a deputato del quinto collegio di Roma. C'era anche, a dire il vero, il nome di Guglielmo Oberdan che tornava periodicamente su i giornali. Ma anche quel nome, come Cadore o Carnia, non evocava nel suo spirito nulla di preciso oltre una vaga idea di dimostrazioni proibite e di questurini in movimento. E c'era infine un singolare fenomeno d'agorafobia — paura delle piazze — per cui gli studenti romani non potevano mai passare in piazza Colonna, sotto il palazzo Chigi dove aveva sede l'ambasciata d'Austria, senza essere vittime di una nuova crisi nevrastenica che si manifestava con grida di «Viva Trento e Trieste» e si calmava sùbito con tre squilli di tromba.
In queste condizioni di spirito gli sarebbe stato assolutamente impossibile prevedere ciò che il destino gli preparava facendolo incontrare a Vienna, nella più dolce sera del Prater, con gli occhi azzurri — azzurri come il Danubio è azzurro non già sotto i ponti di Vienna o di Budapest ma nel valzer famoso — con gli occhi azzurri della signorina Eva Kramer. Di nulla sospettando Pierino Balla s'affidò alle apparenze benigne della sorte. Non erano trascorsi quindici giorni che già, per lettera, sotto dettatura della signorina Kramer, egli chiedeva al maestro Kramer che gli venisse concesso l'onore di avere nella sua mano di sposo la mano di sposa della sua cara figliuola. E non era trascorso un mese e mezzo che la signorina Kramer e Pierino Balla, una mattina, alla Sudbanhoff, salivano in uno sleeping-car diretto a Pontafel e da Pontafel in Italia. C'erano alla stazione molti amici a salutarli, tutti gentili, tutti carichi di fiori. Ma il più gentile di tutti, di tutti il più affettuoso, fra tutti il più infiorato, era l'herr major Hampfel, accompagnato da una frau la cui età l'avrebbe designata più per esser la moglie d'un generale a riposo che quella d'un maggiore in piena attività di servizio. Ad Eva ed a lui l'herr major Hampfel aveva ripetutamente stretto la mano ed aveva più volte confermato che si sarebbero presto ritrovati a Roma poichè entro un mese, o due tutt'al più, avrebbe dovuto raggiungere il suo posto d'attachè militare all'Ambasciata d'Italia. Ed il major Hampfel, che era stato a Roma in viaggio di nozze ed anche per compiere, approfittando della buona occasione, alcuni suoi specialissimi studii di carattere militare, si affannava a dare ad Eva tutte le indicazioni che potevano esserle utili. Sentiva, Pierino, la tentazione di dire ad Hampfel che risparmiasse il fiato poichè Eva poteva contare, per gli orientamenti necessarii, su la sua discreta competenza di italiano e più che di italiano addirittura di napoletano romanizzato. Ma il galateo avverte che le persone bene educate devono avere sempre una parola di meno e Pierino, anche per ingenita timidità, era molto bene educato. Non capiva però come l'herr major Hampfel non s'accorgesse che tutte quelle prolisse spiegazioni erano superflue nè perchè mettesse nel darle una così grande insistenza. Non osservò, Pierino, che le spiegazioni romane dell'herr major Hampfel cominciavano sempre con poche parole di francese o d'italiano e finivano poi in un diluvio di parole tedesche. E anche se l'avesse osservato, Pierino, che non sapeva il tedesco, non avrebbe potuto rendersi conto che quelle indicazioni su Roma, che parlavan di Roma finchè erano in francese o in italiano, quando diventavano conversazione in tedesco non parlavano più che di Vienna. E quando finalmente il treno si mosse, di tra le voci di saluto di Kramer e degli amici, si levava ancora la bella voce baritonale dell'herr major Hampfel:
— Aufwiedersehen!... Aufwiedersehen!...
Ed Eva spenzolata dal finestrino, agitando il fazzoletto, con gli occhi lacrimosi, gridava ad Hampfel:
— A Roma! A Roma!
E l'herr major a sua volta:
— A Roma! A Roma!
E Pierino era commosso e lusingato. Con che accento parlavan di Roma quelli austriaci! E come poteva non esser sicura per l'Italia l'amicizia di un grande popolo che amava Roma a quel modo?...
Perchè Pierino non era precisamente nazionalista ma era indubbiamente patriota. Entrato in Italia, trascorsa la prima notte di matrimonio in un alberghetto di confine metà austriaco e metà italiano e che però sembrava fatto apposta per il caso loro, Pierino condusse la sua sposa a Milano e a Venezia, a Genova e a Pisa, prima di prendere la via di Roma. E, con lo stesso ardore con cui un garibaldino può mostrare ai nipoti su la camicia rossa le vecchie medaglie delle guerre dell'indipendenza, Pierino mostrava ad Eva i piccioni di piazza San Marco e il caffè Cova a Milano, il traffico del porto di Genova e la torre pendente di Pisa. Eva dimostrava per quelle diverse bellezze italiane — cieli azzurri e caffè eleganti, vecchie chiese ed alberghi moderni, torri illustri e cartoline illustrate di paesaggi napoletani e siciliani — lo stesso irrefrenabile entusiasmo che Pierino aveva per i valzer del repertorio viennese. E, se Eva era fiera dei suoi valzer, Pierino era fiero delle sue cartoline illustrate. Nel giovanissimo ménage italo-austriaco ognuno portava l'orgoglio più che legittimo delle rispettive glorie nazionali.
La dichiarazione di guerra tra Germania e Austria da una parte e Francia e Russia dall'altra li sorprese una sera, a Napoli, nell'hall di un grande albergo, in estasi dinanzi ad una tarantella sorrentina riesumata tre volte alla settimana, dalle vecchie tradizioni locali, ad uso e consumo dei touristes amanti di color locale. Nel giornale che leggevano insieme febbrilmente Pierino corse sùbito a vedere che cosa faceva l'Italia ed ebbe la consolazione — poichè il suo spirito era pacifico ed umanitario ed al suo cuore di buon figliuolo la carneficina della guerra faceva spavento — ebbe la consolazione di veder che l'Italia rimaneva neutrale. Da parte sua Eva non fu molto commossa dal terribile annunzio: apparteneva ella ad una schiatta guerriera ed ella aveva sùbito trovato, come un giornalista viennese o berlinese, prima ancora di leggere i giornali di Berlino o di Vienna, l'alibi della innocenza tedesca: terribile flagello la guerra, ma l'Austria non l'aveva voluta: l'avevan voluta la Serbia e la Russia. Del resto la guerra avrebbe avuto breve durata.
Eva pontificò sùbito fra i clienti neutrali dell'hôtel: la Serbia sarà sùbito rimessa al suo posto con uno scappellotto e l'occupazione di Belgrado al primo colpo di cannone. Sùbito dopo, sgominato il piccolo nemico del sud, l'intero esercito austro-ungarico — sette od otto milioni di uomini, signori e signore! — avrebbe saldato la partita, in un sol giro di carte, col nemico del Nord, con la Russia che ha molti uomini ma non può armarli, che ha smisurati territorii ma limitatissime ferrovie e quindi l'assoluta impossibilità di una rapida e intera mobilitazione. Dall'altra parte intanto la Germania avrebbe pensato a dare alla tracotanza francese la lezione che si meritava e se Guglielmo I aveva nel '70 impiegato qualche mese per arrivare a Parigi, nel 1914 l'Imperatore Guglielmo II se la sarebbe sbrigata in due settimane. E lì, davanti a un gruppo di italiani attoniti, di neutrali soggiogati dalla visione guerriera della strapotenza austro-tedesca, Eva Kramer risolveva la guerra in quattro e quattr'otto, come se manovrasse su un tavolino due eserciti di soldatini di piombo. Poi cadde dal tono eroico al tono elegiaco: aveva due fratelli, uno avvocato di grido, l'altro gran medico, tutt'e due militari, ufficiali, degli usseri il primo, d'artiglieria il secondo. Poveri ragazzi! Avevano l'uno e l'altro moglie e figliuoli. Ma, con spartana fermezza, Eva concluse che queste erano le necessarie abnegazioni della guerra e che occorreva nell'ora della prova aver coraggio e speranza. Tanta meravigliosa energia rapì d'entusiasmo il suo piccolo pubblico ed Eva approfittò di quel momento propizio per levarsi e ritirarsi, scortata da Pierino, nel suo appartamento, allontanandosi con dietro una scìa d'ammirazioni e d'approvazioni. «Che donne, sentiva dire, queste tedesche.... Tutte d'un pezzo!». Sentiva anche Pierino e rialzava fiero la fronte, nell'orgoglio d'avere una moglie solida e ferma a quel modo, una moglie infrangibile, come le più belle bambole tedesche dei bazars di Norimberga.
In ascensore Eva domandò: «E Hampfel?». Pierino, che non aveva chiaramente compreso la domanda, non seppe che cosa rispondere e per prendere tempo e capire meglio rinnovò a sua volta il punto interrogativo: «Già, e Hampfel?». Ma sua moglie chiarì la domanda: «Andrà alla guerra anche lui?». Pierino si strinse nelle spalle strette e attillate dello smoking e timidamente, senza prendere posizione, mormorò: «È soldato....». Ma Eva rispose: «No, non è soldato, Hampfel.... Ora è diplomatico e per i diplomatici c'è l'esenzione. Io dico che raggiungerà egualmente la sua destinazione a Roma....» Parve a Pierino di vedere negli occhi della moglie il desiderio, l'ordine quasi di un consenso e, docile, approvò: «Dico anch'io così....».
Pel corridoio, raggiungendo le loro camere, Eva ebbe bisogno ancora di rafforzare il suo rassicurante convincimento: «Io dico che, specialmente adesso, non possono lasciare l'Ambasciata di Roma senza attachè militare.... È vero che l'Italia è neutrale, ma anche i neutri van sorvegliati....». E il major Hampfel fu così la transizione per passare dalla questione europea alla questione italiana. Su questa Eva non aveva ancòra fermato il suo pensiero. Ma ce lo fermò appena giunta in camera e, piantatasi di fronte al marito, gli aprì gli occhi negli occhi e gli sparò a bruciapelo la prima revolverata polemica:
— Ma, a proposito, perchè l'Italia è neutrale?
Pierino, che si stava già sfilando lo smoking, rimase con mezzo braccio nella manica e mezzo fuori. Pin, pan.... Seguì la seconda revolverata:
— Non c'è la Triplice Alleanza?
Pierino stimò opportuno rinfilare la manica e riprendere un atteggiamento corretto. Venivano sul tappeto gravi questioni diplomatiche e conveniva accoglierle in abito da cerimonia. Pin, pan, pan.... Terzo colpo di revolver:
— Non mi rispondi?... Come? Eravamo in tre e a far la guerra non siamo più che in due?
Pierino si strinse nelle spalle:
— Ma....
L'enigmatica risposta non persuase Eva Kramer.
— Ma un corno, mio caro....
E poi, senza pausa:
— Chi è questo di San Giuliano?
Pierino fu lieto di potersi precipitare a fornire una risposta precisa:
— È il ministro degli Esteri, disse.
— Grazie tante, questo lo so, ribattè Eva. Io ti domando che uomo è.
— Abbastanza giovane, molto distinto.
— Politicamente.
— Sai, è senatore e al Senato i partiti politici non son chiaramente segnati come alla Camera.
— Ti domando di dove è.
— Ah, siciliano!
— Ma di dove politicamente, ti ripeto... Di che gruppo, di che tendenza.... Triplicista, antitriplicista?
— Triplicista, diamine... In Italia siamo tutti triplicisti.
— Ma come la pensa?
— Su questo non posso risponderti.... Sai, è ministro. E i ministri i loro pensieri non li comunicano a me.
Eva scosse le spalle e s'allontanò per la camera, con una smorfietta sprezzante, sino alla finestra a guardare il mare e Posillipo sotto la luna d'estate.
— Non sei un gran politico, tu?... Pure sei del paese di Machiavelli, di Cavour....
E aggiunse, senza misurar le distanze:
— E di Giolitti!
Tizio richiamò Caio. Il nome di Giolitti suggerì un'altra domanda:
— E Salandra?
Pierino assunse un'aria profonda:
— Homo novus!
— Che vuol dire?
— Lo chiaman così nei giornali.
Si persuase Eva che in fatto di informazioni precise non c'era modo di cavar proprio nulla da Pierino. Tornò quindi alla questione generale.
— Ma, insomma, come potete non far la guerra, voi italiani?
Pierino fu ebete e perentorio:
— Non la facciamo.
— È certo?
— Lo dice la Stefani.
— Chi è la Stefani?
— Il Governo, spiegò Pierino nel suo solito stato d'idee poco chiare. L'agenzia ufficiale.
— Ho capito: la Reuter.
L'ignoranza politica di Pierino si rivelò intera:
— Non la Reuter, la Stefani....
— Reuter o Stefani è la stessa cosa, ribattè Eva.
E Pierino, non persuaso ma docile, stringendosi ancora nelle spalle:
— Sarà....
Così al telefono come al restaurant, così nelle tornate parlamentari come nelle discussioni private, chi meno ottiene risposta dalla signorina o dal cameriere, dal ministro o dall'interlocutore, più si ostina a domandare. L'insistenza è una delle più naturali abitudini dello spirito dell'uomo e solo così si spiegano la popolarità e la fortuna che accompagnano il giuoco del lotto e l'estrazione di qualsiasi lotteria. In una testa tedesca questa virtù dell'uomo civilizzato diventa ancora più accentuata e l'insistenza cambia nome, e prende quello di caparbietà. In una testa come quella dell'ex-signorina Kramer questo difetto tedesco diventava ancor più accentuato, e la caparbietà cambiava nome, e prendeva quello di testardaggine. Così, per quanto Pierino eludesse le domande precise, svicolasse nei mezzi termini, battesse la campagna fra il sì ed il no, sua moglie non si dava per vinta. Prima a Napoli, poi a Roma quando furono installati al Grand Hôtel in attesa di cercare un villino nei quartieri eleganti, Eva Kramer, mattina e sera, sera e mattina, assediava suo marito con innumerevoli batterie di punti interrogativi. Perchè l'Italia s'era dichiarata neutrale? Che paese era mai questo che al momento del pericolo abbandonava gli amici e dimenticava la parola data? E che cosa erano dunque questi italiani, cantastorie e menestrelli, che gridavano per le vie di volere Trento e Trieste — a Eva Kramer era capitato un giorno di dover sentire anche questo! — e gridavano di voler l'una e l'altra dopo aver cercato per trenta anni, in un'alleanza, il più comodo alibi per eliminare il pericolo ed eludere il dovere di andarsele a pigliare? A furia di stringersi nelle spalle Pierino s'assottigliava in modo da far pietà. I suoi valzer erano muti al riguardo delle curiosità di sua moglie. Le dava ragione perchè non trovava argomenti per darle torto. Nè i giornali potevano illuminarlo. Non usciva che con sua moglie e in albergo non erano ammessi che i giornali graditi al barone Macchio e al principe di Bulow. In questi Pierino cercava invano: non vi trovava che gli stessi punti interrogativi di sua moglie. Diventava per lui un'ossessione. Avrebbe voluto fermare per via il primo passante e domandargli: «Scusi, perchè l'Italia è rimasta neutrale?», così come si può domandare, se avvenga di aver dimenticato l'orologio a casa: «Scusi, sa dirmi che ora è?». Tentò, un giorno che era rimasto solo nell'hall dell'albergo ad aspettar sua moglie che era salita a mutar vestito. Chiese dei sigari ad un cameriere rasato, pelato, levigato, roseo e tondo come una pallina di bigliardo, che era assai cerimonioso e sembrava molto affabile. Per propiziarselo, non prese il resto delle cinque lire con cui aveva pagato cinque sigari trabucos.... E, mentre il cameriere gli tendeva l'accenditoio, Pierino sospirò, tanto per cominciare: «Ah, questa benedetta guerra....» E il cameriere, spegnendo con lo stesso soffio la fiamma della candela e l'entusiasmo di Pierino: «Ah, oui, monsieur. Parto domani, richiamato alle armi.... Je suis allemand....»
Fu ancora peggio più tardi, quando Giolitti cominciò a parlar di «parecchio» e Salandra di «sacro egoismo», quando i giornali, anche quelli cari alla politica tedesca e più triplicisti della Triplice, tanto da nascere proprio quando la Triplice moriva, cominciarono a parlare di negoziati e di trattative a Londra e a Vienna, di concessioni da una parte e dall'altra. Ad ogni nuova notizia in proposito Eva gli si piantava davanti col giornale in mano, impugnato come se fosse una bandiera austriaca sotto forma di giornale italiano, e cominciava la filippica:
— Ma come? Dopo aver stracciato un trattato scientemente firmato (queste cacofonie provavano che Eva, per quanto figliuola d'un delizioso musicista, non aveva il minimo senso dell'armonia nella prosa italiana) questi italiani avrebbero anche osato d'impugnare le armi, fedifraghi non solo ma briganti addirittura, contro gli amici di ieri impegnati a tener fronte per mare e per terra a mezzo orbe terracqueo? E c'erano dimostrazioni per le vie? Naturalissimo. L'oro francese.... La Massoneria.... Ma contro la corruzione della piazza che diceva la Camera, che faceva il Governo, che pensava il Re? E se tutti fossero stati così sconsigliati da volere la guerra contro gli austro-tedeschi, che sarebbe accaduto? Avrebbe Pierino preso un fucile e sparato contro il major Hampfel, contro i suoi cognati, magari in caso di leva in massa contro suo suocero, per chiudere ai soldati austriaci la via di Milano o, peggio ancora e orribile a dirsi, per aprire ai soldati italiani la via di Vienna?
A questi ultimi punti interrogativi Pierino esultava. Traeva di tasca il suo foglio di congedo assoluto. Non solo era soldato di terza categoria, ma anche nella terza categoria era riformato per deficienza toracica. «Ma ti possono rivedere. Il torace è cresciuto» obbiettava Eva. Ma Pierino era rassicurato e rassicurante: «Non c'è pericolo. Non rivedrebbero i riformati.... Abbiamo tanti uomini, noi.... Non siamo mica la Francia.... Noi facciamo figliuoli...» E si guardava attorno con fierezza, come se avesse lì, sul tappeto, un paio di dozzine di rampolli.... Ma rispondere agli altri punti interrogativi era più difficile. E poichè non sapeva come giustificar quella corrente che si formava nel paese si mise a negare addirittura che la corrente ci fosse. E una sera diceva ad Eva:
— Mia cara Eva, puoi dormire i tuoi sonni tranquilli. Siamo neutrali, è vero, purtroppo è vero, ma non per questo non rimaniamo, se non proprio alleati, certo vostri sinceri amici. Ad allearci di nuovo penseremo poi, dopo la guerra, quando voi avrete vinto, poichè voi non potete che vincere — e l'Italia lo sa. Che vuoi, mia cara? Noi italiani siamo fatti così. Alleati in pace, ma in guerra no. Non potevamo fare altrimenti. Siamo piccini, noi, Giolitti ci ha traditi, i cannoni non li abbiamo, i soldati sono nudi come Dio li ha fatti, le finanze sono esauste e la guerra, la nostra guerricciola di Libia, che voi tanto buoni ci avete permesso di fare, ci ha addirittura sfiancati. Ah, lo dicono tutti! Se fossimo stati forti, se avessimo avuto un esercito, se l'Inghilterra avesse potuto non bombardarci le nostre città marittime, saremmo stati con voi e San Giuliano allora o adesso Sonnino avrebbero già mandato i nostri bei bersaglieri — carini, è vero, con quelle piume?... — a coprirsi di gloria, di gloria prussiana al posto che i vostri Stati Maggiori, bontà loro, avevano già assegnato ai nostri due milioncini di uomini.... Ma non è stato possibile e dobbiamo rimanere così, a guardare.... Non credere a quelli che strepitano per far la guerra. Son gli scamiciati dei giornali democratici cui nessuno dà retta, son gli sbarbatelli delle scuole che cantano l'Inno di Mameli tanto per esercitare i polmoni nell'età dello sviluppo!...
E un'altra sera diceva ad Eva:
— Noi siamo gente seria, cara, che sappiamo fare i nostri calcoli e i nostri affari, che sappiamo che cosa valga la Germania e quanto l'amicizia dell'Austria serva a garentire il nostro avvenire.... Ma tu sul serio ci credi alla storiella di Trieste e di Trento? Si vede proprio che sei austriaca.... In Italia, non ci crede nessuno.... Ma se i trentini e i triestini devono a voi la loro prosperità, il loro benessere presente, passato e futuro.... Con noi — l'ho letto ieri in un giornale che ti ho messo da parte — Trieste non diventerebbe che un'anticamera di Venezia. E ti par mai possibile che chi sta comodamente in salotto preferisca d'andare in anticamera solo perchè il salotto è tapezzato di giallo e di nero, mentre l'anticamera è tapezzata di bianco rosso e verde?... Io dico sì.... Ma un po' di senso comune....
— Lo dico anch'io...., rispondeva Eva riconciliata. Ma con questi esaltati!
— Son pochi, ribatteva Pierino.
— Lo so. E aggiungerò: fortunatamente per voi!
I francesi dicono: qui se rassemble s'assemble. La stessa cosa dicono gli italiani, con veste più plebea: «Chi s'assomiglia, si piglia!» Son verità di sapienza latina, ma controllabili anche su nature tedesche, poichè nell'hall del Grand Hôtel tre o quattro coppie di mogli austriache o tedesche e di mariti italiani s'erano annusate, riconosciute, avvicinate, alleate in una lega offensiva e difensiva. Una sera un amico disse a Pierino, dopo averlo invitato ad attraversar la strada e ad andare a prendere un tè da Latour e dopo essersi sentito rispondere che non poteva assolutamente allontanarsi dall'albergo:
— Ah, già, è vero.... Tu sei della compagnia dei mariti col von...
Capiva poco, Pierino, ma quella la capì. Tentò di essere impertinente e di ribattere, ma non trovò che questo:
— E tu?
— Ah, io sono, fece l'amico, di una compagnia molto più divertente: quella di «Moglie e buoi dei paesi tuoi!».
«Paesi tuoi.... Paesi tuoi...», brontolava Pierino. O perchè se nel matrimonio la moglie prendeva il nome del marito, questo, per rendere l'attenzione, non poteva prendere il paese della moglie? L'essere umano non è legato a vita al proprio nome, quando nasce donna. Perchè dovrebbe essere legato a vita al proprio paese, quando nasce uomo? In fondo, a poco a poco si sentiva diventare viennese sul serio, per virtù anche di quei fenomeni di mimetismo che nella vita coniugale modificano a poco a poco il coniuge più malleabile sullo stampo di quello più resistente. Perdeva lentamente i suoi connotati nazionali e questa perdita progressiva non gli toglieva nè un'oncia d'appetito nè un minuto di sonno. Perdeva a poco a poco il suo nome senza che la sua posta andasse per questo smarrita. Aveva osservato questa seconda perdita a poco alla volta su i biglietti da visita di sua moglie, i quali all'indomani del matrimonio dicevano: «Madame Balla»; due mesi dopo: «Madame Balla-Kramer» e quattro mesi dopo: «Madame Kramer-Balla». Dinanzi alla meraviglia che Pierino, tuttavia senza fiatare, aveva manifestato per quest'ultima redazione, la signora Eva aveva creduto opportuno rendere responsabile la sbadataggine del litografo. Aveva cambiato biglietti; ma l'errore era accaduto lo stesso. Aveva cambiato litografo; peggio che mai. Era un'invincibile idiosincrasia dei litografi, di tutti i litografi romani, i quali se potevano ammettere che Kramer balla non potevano assolutamente riconoscere che balla Kramer. E che fosse veramente la signora Kramer a far ballare il marito come voleva, si persuase Pierino, un giorno, quando il suo sguardo cadde su un biglietto da visita che Eva aveva estratto dal suo portafoglio e passato al marito perchè lo rimettesse allo chauffeur. C'era scritto su non più solo: «Madame Kramer-Balla» ma addirittura: «Monsieur et Madame Kramer-Balla». E si sentì, Pierino, più viennese, più irreparabilmente e docilmente viennese che mai, nel ritrovarsi così molto più Kramer e molto meno Balla di quanto fosse stato fino allora agli effetti, del resto puramente convenzionali, dello Stato Civile.
Ma si sentiva anche, di tanto in tanto, ancòra un po' italiano. Vecchia abitudine difficile a sradicarsi, piccola aspirazione segreta del prigioniero che adora la sua prigione e il suo carceriere ma che tuttavia, nei giorni di bel tempo, anela un po' di azzurro non ritagliato a quadratini dalle inferriate.... Coincidevano, questi aneliti, con certe giornate di tempesta che scuotevano Roma d'un singolare vento d'entusiasmo. L'Austria concedeva tanto poco che anche tra quel poco del «nulla» di Burian e il poco del «parecchio» di Giolitti, c'era un abisso. D'Annunzio parlava dai quattro punti cardinali della città, dovunque c'era una finestra o un balcone. Giolitti rimaneva in casa per forza maggiore. Salandra si dimetteva e due giorni dopo ritornava al potere. Non era ancòra la guerra, ma era già, lo dicevano anche i giornali triplicisti, il popolo che voleva la guerra. E proprio quel giorno, mentre, verso sera, nella loro automobile, monsieur et madame Kramer-Balla tornavano all'albergo, una dimostrazione saliva al Quirinale cantando inni patriottici, agitando bandiere, acclamando al Re, all'Esercito, alla guerra. Venendo su da Magnanapoli, l'automobile di Eva e di Pierino aveva infilato via Venti Settembre; ma poco dopo aveva dovuto arrestarsi poichè era venuta proprio a dar di cozzo nella dimostrazione che saliva al Quirinale. Non ostante i ripetuti e nervosi ordini telefonici di Eva, lo chauffeur aveva dovuto farsi da un lato della via ad aspettar che la folla passasse. Senza fiatare, con la piccola grinta chiusa come una serratura di sicurezza, Eva s'era rincantucciata nel suo angolo, volgendo le spalle al corteo e con gli occhi fissi sul panorama poco suggestivo dell'intonaco giallo d'un palazzo. Pierino guardava dall'altra parte fuori dai cristalli. Passava gente e gente, gente seria e gente allegra, gente vecchia e gente giovane, gente ricca e gente povera. Passavano bandiere italiane, francesi, inglesi, russe, belghe. Echeggiavano inni su inni: l'inno Nazionale, quello di Garibaldi, quello di Mameli. Monsieur Kramer-Balla ritrovava, sott'il marito, un po' di Pierino Balla senza moglie. Non osava mostrarlo, ma si sentiva intenerire. Per la prima volta Roma gli sembrava, se non più bella di Vienna, almeno quasi bella come Vienna. Per la prima volta, all'udire quei canti, ammetteva che ci potesse essere un po' di musica bella anche al di fuori dei valzer viennesi. Per la prima volta, confusamente, in fondo a sè stesso, sentiva un po' di solidarietà con tutta quella gente che passava, che urlava, che acclamava, che s'esaltava. Guardò l'orologio posto nella vettura dinanzi a lui: eran lì da venti minuti. Eva continuava a studiar l'intonaco, a sinistra; a destra, il corteo continuava a sfilare. Ce ne fu ancora per mezz'ora. E ancora bandiere, e ancora canti, e ancora gente, gente seria e gente allegra, gente vecchia e gente giovane, gente povera e gente ricca. E finalmente, quando la folla cominciò un po' a diradare, lo chauffeur rimise la mano su le leve, diede due o tre segnali di tromba per farsi largo. Solo allora, mentre la limousine si muoveva strombettando tra la folla più rada, Eva degnò volgere su questa uno sguardo commiserevole e, con un tono di profondo disprezzo, lasciò cadere dalle labbra sottili e chiuse due sole parole:
— Quattro straccioni!
Pierino riguardò l'orologio. Erano stati fermi cinquanta minuti a veder passare gente e calcolando un paio di migliaia di persone al minuto.... Non osò tuttavia contraddire sua moglie, e, conciliativo come sempre, mentre l'automobile riprendeva la corsa per la via libera verso il Grand Hôtel, osò riflettere, esclusivamente per suo uso e consumo, ancora mezzo austriaco:
— Saran straccioni.... Non dico di no....
E aggiungere, già mezzo italiano:
— Ma eran però più di quattro!
IV. IL «VALZER DELLA MORTE»
C'è gente che non riesce a sopprimere ma riesce almeno a ritardare i dispiaceri e per cui una situazione finanziaria non è allarmante se non quando il fallimento è già dichiarato, per cui un malato non è grave se non quando è già bell'e morto. Appartenevano a questa felice categoria di persone anche il ménage Kramer — Balla o Balla — Kramer che dir si voglia e gli altri cinque o sei ménages italo-austriaci o italo-tedeschi che facevan loro corona ogni giorno al Grand Hôtel, all'ora del tè, all'ora di pranzo e la sera dopo pranzo. Le mogli austriache fidavano, per aver ragione di ritardare il grosso dispiacere che si preparava, in quattro cose: nell'abilità del barone Macchio, nella bacchetta magica del principe di Bulow, nell'onnipotenza dittatoriale dell'onorevole Giolitti e sopratutto nel profondo, irremovibile amor della pace che caratterizzava questa bella e cara Italia così ricca di canzoni e così povera di cannoni. I mariti italiani delle mogli austriache avevano, per il loro ottimismo, due soli punti d'appoggio invece di quattro, poichè sapevano che Giolitti cadeva purtroppo ogni giorno più in disgrazia e che ogni giorno più l'Italia pensava, almeno per il momento, con marcata preferenza, ai cannoni che non alle canzoni. Rimanevano tuttavia, a sostenerli, i due puntelli diplomatici: l'abilità del barone Macchio, incommensurabile nel senso che non si può misurare ciò che non si conosce, e la bacchetta magica del principe di Bulow che aveva operati ben altri miracoli di quello di far rimanere ancora l'Italia neutrale. Pierino parlava per tutti: «Sentite.... Sarà.... Ma finchè Bulow sarà a Roma, io alla guerra non ci credo...» E un'altra sera: «Ma vi par possibile che un uomo come Bulow veniva a giuocare qui la partita finale della sua gloriosa carriera senza aver prima partita vinta in mano?...» Poi c'erano le piccole speranze supplementari degli altri mariti: «Ho notizie certe, sapete. Il Re la guerra non la vuole assolutamente....» E un'altra volta: «E i socialisti ufficiali? Vi pare che un governo possa affrontare l'incognita della mobilitazione sotto la minaccia dei socialisti ufficiali e del Worwaerths?...» Una moglie tedesca interrompeva il marito: «Il Worwaerths?...» E il marito che s'era sbagliato, tant'era oramai l'abitudine di pensar tedesco: «Oh, scusa, cara, volevo dire l'Avanti!»
Tutt'i fisiologi hanno osservato il fenomeno per cui nelle malattie mortali un miglioramento sensibilissimo si pronuncia poche ore prima della morte. E' l'ultima reazione della vita, è la suprema resistenza del temperamento contro il male, l'ultima breve vittoria dei bacterii tutori della vita contro l'orda crescente dei bacterii preparatori della morte. Questa miglioria sensibilissima si produsse anche nell'animo del ménage Kramer-Balla e degli altri ménages italo-austriaci o italo-tedeschi. Il Re non aveva presenziato la cerimonia allo Scoglio di Quarta: buon segno. La maggioranza giolittiana s'agitava burrascosamente in una crisi di neutralismo aperto dopo un lungo travaglio di neutralismo larvato: ottimo sintomo. Le visite di Bulow e di Macchio alla Consulta si facevano sempre più fitte: presagio eccellente. Una sera Pierino, all'ora di pranzo, scendendo tutto lucido e incravattato e impomatato e incaramellato e profumato e levigato nel suo smoking irreprensibile tagliato e cucito dal primo sarto di Vienna, corse incontro a sua moglie e ai suoi amici, col viso giubilante, annunziando da lontano con le mani nell'aria ch'era messaggero — messaggero, cioè, no, chè questo era il nome d'un troppo odiato giornale interventista — ch'era foriero di una grande notizia e che aveva su le labbra sorridenti, se è possibile esprimersi così, la chiave della situazione. «Grandi notizie!» disse quando fu vicino alla moglie, alle altre mogli e agli altri mariti: «Grandi notizie: la guerra non si fa... Sono stato al garage....» Gli altri lo guardarono diffidenti, chè è lecito anche a persone intelligenti non vedere a prima vista quale stretto nesso sia possibile tra una guerra che si fa o non si fa e la visita d'un giovane signore al garage dov'è custodita la sua automobile per pagare un conto d'olio extradenso e di benzina 710-720. Ma Pierino spiegava: «Sono stato al garage. Accanto alla nostra vettura era una nuova limousine, bellissima, di marca tedesca, una Mercedes. Ho chiesto di chi fosse, perchè sugli sportelli avevo veduto la corona principesca. E figuratevi la mia meraviglia quando mi son sentito rispondere ch'era del principe di Bulow. L'ha mandata per far ridipingere la carrozzeria. Che volete? Mi s'è gonfiato il cuore come un mantice... La guerra, è certo, non si fa più. Vi pare possibile che l'ambasciatore farebbe ridipingere la sua automobile se sapesse di doversene andare?...» Qualcuno, timido, per essere rassicurato, obbiettò: «Può darsi che sia costretto ad andarsene senza che ora sappia di doversene andare. Sempre così, nella vita: quand'uno meno se lo aspetta...» Ma Pierino scosse le spalle e, con un sorriso superiore d'uomo bene informato e che non teme smentite, esclamò: «E il colore?» Gli altri lo guardarono un'altra volta sbalorditi: «Che c'entra il colore? Quale colore?» E Pierino, trionfante: «Il colore della carrozzeria, cari miei! Era nera con ruote gialle: colori austriaci, colori insomma tedeschi. E ora sapete come Bulow ha dato ordine di ridipingerla? Verdone e ruote bianche.... E su gli sportelli, cari miei, su gli sportelli anche una leggera filettatura rossa. Colori italiani, cari amici, colori italiani: il rosso è poco, appena un filo, su lo sportello, ma anche quel poco basta a far la bandiera.... Volete prove più prove di queste?» E, dopo una pausa, preparando l'effetto: «Cari miei, si vede che Bulow già prevede il giorno in cui, concluso l'accordo, uscirà trionfante per le vie di Roma, con quell'automobile. Quell'automobile, per me, è più rassicurante ancora di tutte le argomentazioni di Cirmeni: dice chiaro e tondo che la Triplice sarà rinnovata». E abbassando la voce, perchè le sue parole diventavano sempre più gravi pei destini d'Europa, Pierino aggiunse ancora: «Io ho voluto anche sapere chi avesse scelto quei colori per l'automobile. Pensavo potesse essere la principessa, che è italiana. Ma mi hanno assicurato che il verde, il bianco e anche il rosso erano stati scelti, a Villa Malta, proprio stamattina, dal principe in persona, sul campionario dove ci son le vernici di tutt'i colori...».
Pranzarono di buonumore, quella sera. Anzi i cinque o sei ménages lasciarono i tavolinetti a due posti e s'adunarono a una grande tavola centrale ch'era stata preparata per un pranzo, rimandato all'ultima ora, d'ufficiali inglesi e francesi in missione in Italia e invitati dai loro commilitoni italiani.
La decorazione della tavola, con una serie d'innumerevoli vasettini allineati tutt'in fila, incrociava una serie di bandierine italiane con garofanetti bianchi e rossi e foglie di verdura e una serie di bandierine francesi con bluets, piccoli geranii e roselline bianche; e, in mezzo alla tavola, un vaso più grande conteneva garofani rossi e piccole azzurre azalee e su queste certe striscioline di margheritine italiane in modo che, volendo, si poteva anche avere una vaga reminiscenza della bandiera inglese. Nemmeno se quella fosse stata la sera della pace universale una decorazione floreale come quella sarebbe apparsa tollerabile alle esuberanze patriottiche delle signore austriache e tedesche e alle cautele coniugali e nazionali dei loro mariti italiani. D'altra parte non c'erano altre tavole libere, nè senza provocare un piccolo scandalo di cattivo gusto era possibile far smontare quella decorazione preparata per il pranzo degli ufficiali francesi, inglesi e italiani. Per fortuna Eva Kramer adocchiò in un angolo della sala un bel girasole e ordinò sùbito a un commis di portarlo nel bel mezzo della loro tavola perchè fra tanti colori d'alleati o di presunti alleati ci fosse anche, su la loro tavola, un po' di giallo austro-tedesco.
Conobbe, quella sera, Pierino, la gloria dei grandi profeti e di madame de Thèbes. Un amico, verso le undici, raggiungendoli nel foyer del Grand Hôtel mentre tutti a una voce riesaminavano per l'ennesima volta gl'inestimabili beni d'una rinnovata amicizia italo-austro-tedesca, portò la notizia, l'inaspettata notizia: «Il Gabinetto Salandra era dimissionario». La scena, anzi, era stata drammaticissima: Salandra era stato sempre incerto fra la guerra e la pace, più incline forse, per pacifico temperamento di meridionale, verso questa che verso quella. Il mezzo sangue inglese di Sonnino era invece causa di tutto: voleva la guerra a qualunque costo e per quanto Bulow e Macchio s'affannassero a portare alla Consulta ogni mattina nuovi doni territoriali, economici e politici, Sonnino, col suo mutismo scontroso, riduceva quei poveri ambasciatori a domandarsi che cosa altro potevano ancora offrirgli se non addirittura Vienna e la nomina di Francesco Giuseppe, bell'anima, a prefetto della centesima provincia del Regno d'Italia. Ma il Re messo in guardia da Bulow, il quale era andato a Palazzo senza tanti complimenti e aveva aperto la porta di Sua Maestà senza neppure farsi annunziare per dirgli che Sonnino, venduto o almeno affittato allo straniero, non gli aveva detto che cosa realmente lui e Macchio offrivano con tenerissimo cuore alla bella e cara Italia, il Re, aveva posto a Salandra il dilemma: «O via Sonnino, o via io!» Tra Sonnino e Salandra, in un Consiglio di Ministri ch'era stato terrificante, erano corse parole gravi e vie di fatto fortunatamente leggere. Dopo di che Salandra era tornato dal Sovrano e gli aveva detto: «Poichè Sonnino non vuole a nessun costo andarsene, Maestà, ce ne andiamo tutti...» Fin qui le notizie certe, sicure, di fonte indiscutibile! «E ora?» domandavano, raggianti, le signore austriache e tedesche. «E ora, rispondevano i mariti con l'aria di chi si è tolto finalmente un grave peso di sopra lo stomaco, ora, diamine, torna Giolitti e l'accordo è firmato in quarantott'ore!» Volle, per tanta gioia, Eva Kramer-Balla, che si stappassero alcune bottiglie di sciampagna, di marca francese, purtroppo poichè i gas tedeschi sono più utilmente adoperati per la guerra che non per il vino. E con un brindisi alla vittoria austro-tedesca e alla neutralità italiana, la pace coniugale dei sei ménages italo-austriaci fu patriotticamente sugellata dalla ceralacca di belle labbra femminili che col loro carminio naturale o artificiale invitavano a imprimervi sopra, in un bacio, il dolce bollo dell'autorità maritale. Eva Kramer fece di più: non solo offrì la ceralacca ma volle che vi fosse impresso, lì, d'innanzi a tutti, il sigillo addirittura. E quando fu bene impresso disse a Pierino in tedesco: «Ich liebe!» che val quanto dire in italiano: «Ti amo!» E l'amato giovane andava in giro per il gruppo dei ménages italo-austriaci: «Ve l'avevo detto io?... La verniciatura... Ve lo avevo detto io? Il colore dell'automobile...» Che se non ci avesse pensato lui a ricordare le sua profezia nessuno se ne sarebbe dato premura. La gloria dei profondi profeti, dei grandi scrittori e dei più famosi tenori è purtroppo fatta così: devono annaffiarsela personalmente tutt'i giorni. Guai al profeta, guai allo scrittore, guai al tenore che dieci o venti volte al giorno non ferma gli amici per istrada esclamando con un sorriso: «Eh? Come son grande?»
Le grandi gioie ripugnano all'immobilità. L'uomo veramente felice s'agita, si dimena, muove le braccia e le gambe, non può rimanere nel luogo ove la felicità fu incontrata ed ha bisogno di portare questa felicità in giro per il mondo, per la città, o almeno per la casa, almeno per le stanze, cerca di farla vedere a tutti, di farla invidiare, poichè, diceva un filosofo pessimista, non v'ha felicità senza infelicità altrui, come non v'ha luce senza contrasto di ombre. I cinque o sei ménages italo-austriaci uscirono così dal Grand Hôtel verso mezzanotte e saliti nelle loro automobili portarono la loro felicità in giro per le vie di Roma deserte a quell'ora. Suonavano, nel gran silenzio della città notturna, le grida dei rivenditori di giornali che annunziavano le quinte edizioni con le dimissioni di Salandra. Gli chauffeurs avevano avuto ordine di discendere al Corso e al Caffè Aragno, cuore e polmoni della vita romana, per le vie Boncompagni e Ludovisi. Ma, giunti all'altezza di Villa Malta, dovettero sostare dinanzi ai cordoni di soldati che sbarravano Capo le Case per proteggere i sonni dell'ambasciatore tedesco. Un caporaletto vietò il passaggio delle tre limousines attraverso i soldati. Ma un ufficiale, un bell'ufficiale dei bersaglieri, accorse alle leggere proteste delle belle signore e diede ordine ai soldati di lasciar libero il passaggio. Così il cordone s'aprì e i bersaglieri che non dovevano fare la guerra fecero ala al corteo dei cinque o sei ménages italo-austriaci tripudianti d'amor patrio. E la gioia rende così indulgenti che Eva Kramer-Balla, guardando il bell'ufficiale dei bersaglieri, disse al marito suo e agli altri mariti italiani delle sue connazionali: «Avete, in verità, dei gran bei soldati!».
Più giù, al Corso, trovarono un po' di gente: giornalisti, deputati, nottambuli d'ogni qualità. Leggevano i giornali, discutevano ad alta voce. Il caffè Aragno era chiuso poichè anche quella sera le contese cortesi tra neutralisti e interventisti avevano mandato in frantumi una grossa specchiera, lieta del resto di quella fine, tanto era da dieci mesi stanca di riflettere il commovente spettacolo della concordia dei popoli. Non discesero dalle automobili. Rimasero lì, a guardare, ad ascoltare. Laggiù, in fondo, verso piazza Colonna, altri cordoni di soldati, granatieri questi — gran bei soldati, gran bei soldati, in verità! — proteggevano, inquadrando di baionette palazzo Chigi, i sonni del barone Macchio. Sul marciapiede buio d'Aragno un deputato siciliano, principe e socialista, tuonava focose invettive: «Faremo i conti con tutti... Oramai siamo all'aut aut: o la guerra o la rivoluzione!» Altri intorno a lui gridavano: — «Sì, sì, la rivoluzione, la rivoluzione.....» — Altri ancora gridavano un po' più in là: «Salandra non deve andarsene.... Giolitti non deve tornare...» E il ritornello, basso, alto, vicino, lontano, insisteva: «La rivoluzione! La rivoluzione!».
Alle Termopili eran solamente trecento ma bastarono a fare una bronzea pagina della storia del mondo. Quei cinquanta nottambuli potevano bastare a fare una rivoluzione da Aragno? Avevan l'aria di crederlo. Eva, a guardarli, ne dubitava.... E Pierino, che nella sua gloria di profeta e nella sua gioia di marito sentiva anche di diventar spiritoso, disse: «E perchè no? Hanno anche questi Leonida con loro...» Ma poichè i nomi di battesimo dei deputati italiani non sono ancora materia obbligatoria di studio nelle scuole austro-tedesche le signore guardarono interrogativamente Pierino il quale aggiunse, cortesemente, per riparare le lacune della Kultur germanica: «Già, Leonida Bissolati....».
Tornò a casa, Eva Kramer, persuasa che la rivoluzione preannunziata dal deputato siciliano sul marciapiede d'Aragno non prometteva di essere, almeno fin dal primo momento, terribile quanto la rivoluzione francese. E così dormì pacificamente la sua prima notte di neutralità finalmente e dopo tante pene assicurata. Poichè v'ha un singolare piacere a ricordarsi dei pericoli quando sono passati, Eva Kramer dovette, nel tepore delle lenzuola, sognare i soldati d'Italia e il bel tenente dei bersaglieri. Infatti Pierino che, senza badarci, nella gioia di quella serata aveva bevuto una tazza di caffè la quale bastava a togliergli il sonno almeno per due o tre ore, sentiva Eva nel sonno, con languidi sospiri e voce commossa, ripetere dì tanto in tanto: «Bei soldati, in verità, bei soldati!»
Le grandi felicità sono anche brevi. Il destino non assegna a ogni cuore che una precisa razione di gioia e il cuore che la consuma in grande quantità si condanna a subire un'implacabile legge: quella che proporziona la durata al consumo. Dopo un solo giorno di bene infatti, un pomeriggio, mentre prendevano il tè nel salotto di Eva Kramer, i ménages triplicisti furono chiamati alla finestra da uno scalpiccìo di passi e da un basso coro di voci cavernose. Scendeva da via Venti Settembre e si dirigeva verso Via Nazionale una forte colonna d'uomini in prevalenza borghesi che marciavano a passo cadenzato brontolando a coro e scandendo le sillabe: «Mor-te-a-Gio-lit-ti! Mor-te-a-Gio-lit-ti!» E la stessa sera, mentre giuocavano a poker, ricevettero altre notizie allarmanti: al Costanzi, dove si doveva onestamente rappresentare un'inoffensiva Figlia del Tamburo Maggiore, Gabriele d'Annunzio aveva denunziato da un palco all'ira popolare i traditori della patria e aveva letto, applaudito anche dai carabinieri di guardia, una sua ode contro Francesco Giuseppe. Fuori del teatro intanto la folla gridava come ossessionata: «Guerra! Guerra!» e voleva raggiungere la casa di Giolitti, levar dal suo letto e trascinare per le vie il corpo dell'odiato Dittatore di ieri. Nelle vie attorno alla casa dell'ex-presidente i dimostranti si battevano di su le barricate dopo avere spento a sassate le lampade elettriche. E, ahimè, orribile a dirsi, anche l'esercito passava alla rivoluzione. «In via Nazionale, raccontava uno dei mariti esterrefatto, in via Nazionale, figuratevi, un capitano di cavalleria è stato invitato da un commissario di polizia a caricare i dimostranti... Ma il capitano ha sfacciatamente rifiutato affermando che i suoi uomini erano, sì, pronti a marciare contro il nemico, ma non a caricare i fratelli...»
Quando ebbero commentato gli avvenimenti, quando ebbero veduto le vie sfollarsi e gli squadroni di cavalleria tornare in caserma — oh, dopo tutto, dopo tutto soldati come tutti gli altri e niente, proprio niente d'eccezionale... — Pierino Balla italiano malgrè lui, ritrovatosi solo in camera da letto con sua moglie dovette fare i conti con Eva Kramer austriaca malgrè tout. «Ma insomma che succede? Che cosa fate? Che fa il Re? Che fa la Camera? Dove si va?» Pierino tentò di essere ancora rassicurante: «Non t'allarmare. Vedrai...» E la moglie: «Vedrò?... Che cosa altro devo vedere?... Ah sì? Ti pare ancora che non basti?... Entrano nella Camera, assalgono per via e su i tramvai gli ex-ministri, assediano la casa di Giolitti, fanno le barricate... Che altro devo vedere? In Austria, a quest'ora, quanti avrebbero già pagate care queste buffonate!...» Pierino tentò di spiegare: «Sai, in Austria, voi avete la forca...» Ed Eva saltò su inviperita: «Vorresti forse farcene rimprovero?» E Pierino, impaurito e docile: «Ma no, cara, lodarvene...» Ma Eva Kramer, nell'impeto, commise una gaffe: «L'avete avuta anche voi, in Italia...» E Pierino, senza volerlo, ebbe una risposta felice: «Sì, cara, ma era la vostra.» Eva, intanto, s'era svestita e avvolta in una rosea camicia da notte di seta s'introduceva fra le lenzuola. Con cinque parole concluse le sue impressioni di quella sera: «È la rivoluzione sul serio!...». Non seppe, Pierino, se era il caso di illuderla ancora o di prepararla pian piano agli eventi. Nel dubbio accese una sigaretta e infilò il pigiama. Poi, quando fu a letto, credette doveroso allungare verso la camicia di seta di sua moglie — qui si parla del contenente per il contenuto — un tentativo d'abbraccio. Ma fu violentemente respinto da un piede ribelle che rimise debitamente le cose al loro posto: l'Austria da una parte, imbronciata, e l'Italia, mortificata, dall'altra.
Poichè i popoli dormono da più di un anno, ogni notte, le loro otto o nove ore filate su lo spettacolo della più tremenda guerra della storia, Eva Kramer non poteva non dormire dieci ore su lo spettacolo — semplice prova generale, del resto — d'una rivoluzioncella da nulla, d'una rivoluzioncella da ridere, d'una rivoluzioncella insomma italiana, ed era detto tutto. Del resto, col coraggio della disperazione, a mano a mano che gli eventi precipitavano, Eva Kramer se ne infischiava sempre più. Tanto che l'indomani, nel pomeriggio, la notizia del nuovo incarico a Salandra la lasciò perfettamente tranquilla a discuter di vestiti dalla sua sarta dove la notizia, col sopraggiungere di Pierino trafelato e commosso, gli era stata cautamente somministrata. Nè meno tranquilla la lasciarono gli avvenimenti successivi: la convocazione della Camera, l'annunzio che il barone e il principe preparavano i bauli, le voci di mobilitazione generale che correvano di ora in ora. Era la guerra? Proprio la guerra? Questo non era ancora assolutamente sicuro. «Del resto, diceva Eva al marito ridendo d'un sorriso sforzato e nervoso, del resto hai voluto la guerra contro di noi? E goditela, la guerra! Contro di noi, vedrai, ti romperai le corna...» Pierino osò obiettare che la guerra, lui, proprio lui non l'aveva affatto voluta, e che aveva la coscienza tranquilla. «E in quanto alle corna, aggiunse poi scherzando, non so se posso rompermele, poichè so, adorata, di non averle...» Eva corresse: «Che sciocco! Si capisce che non parlo di te. Parlo a te per un artificio rettorico...» Pierino sorrise riconoscente; ma, tanto sono bizzarre ed inesplicabili le associazioni di idee, l'artificio rettorico richiamò al suo pensiero l'imagine dell'herr major Hampfel, con le braccia tutte piene di fiori, sul marciapiede della Sudbanhoff.
Ma una sera Eva Kramer tornò all'albergo in uno straordinario stato di sovreccitazione lieta, che si manifestava in sorrisi e in sgambetti, in strizzatine d'occhi e in buffetti ch'ella somministrava copiosamente al naso di Pierino che raccoglieva, docile, senza capire. Era in camera, Pierino, a infilarsi lo smoking. Ora con un po' di smalto di fabbrica tedesca — made in Germany — si lustrava meticolosamente le unghie e le faceva lucide da potercisi specchiare dentro comodamente per radersi la barba. Eva si svestiva e si rivestiva in fretta, gettando di qua e di là bluse e sottovesti, lanciando ora uno scarpino su l'immacolato sparato di Pierino, girandogli ora una calza di seta intorno al collo. E ogni tanto, passandogli accanto, mentre egli rimaneva impalato in mezzo alla stanza a lustrare a lustrare e a lustrare, via una piroetta e giù un buffetto. «Sei allegra, cara....» mormorò finalmente Pierino senza osar domandare perchè, dato che fra i coniugi, nei riguardi di Eva, vigevano il protocollo e l'etichetta delle Corti per cui un suddito non può interrogare un sovrano ma può solo, se dal sovrano interrogato, rispondere. Senonchè i sovrani sono alle volte condiscendenti per soddisfare le mute curiosità dei sudditi rispettosi e ligi al cerimoniale. Così anche Eva volse uno sguardo affettuoso al suo suddito marito e, piantandoglisi davanti tutt'inguantata in una combination carnicina, elargì la spiegazione del suo straordinario buonumore: «Senti, disse al marito, me ne dispiace tanto per te che sei italiano, ma Bulow vi ha dato una buona lezione. E voi avete un proverbio adatto e al caso dovreste ricordarvene: a buon intenditor...» Pierino era, nella vita coniugale, uomo di poche parole. Se sua moglie non parlava, egli, per rispetto, non osava interrogare. Se sua moglie parlava egli, per prudenza, evitava d'interloquire. Era, così, diviso fra due timori: quello di mancar di rispetto e quello di mancare di spirito. Sua moglie amava parlare, come suol dirsi in musica, per «sincopati». Le idee non le uscivano dalle labbra, solitamente, una dopo l'altra, una nell'altra. Uscivano a spizzichi, ad intervalli, con larghe pause. Talchè Pierino non sapeva mai quando un'idea era finita e quando era il caso di far vedere che aveva capito. Gli era accaduto una volta di esclamare: «Giustissimo!» quando ancora Eva, nel sincopato, era all'a e bi del suo ragionamento e doveva giungere sino alla zeta. A quell'esclamazione Eva era saltata su inviperita: «Giustissimo? Giustissimo che cosa? Se non ho ancora parlato? Se non sai ancora che cosa volevo dire? Perchè mi approvi senza ascoltarmi? Se vuoi far vedere che sei molto intelligente, fai invece la figura di un imbecille... Se vuoi invece prendermi in giro, son donna io, sappilo, da prendere in giro non uno ma dieci bamboccetti come te...». In silenzio Pierino aveva firmato la ricevuta di quell'invettiva con un sorriso ebete. L'aveva capita tutta in una volta perchè era venuta fuori tutta d'un fiato. Eva Kramer, infatti, non aveva la concatenazione immediata delle idee che quando si trattava di dire impertinenze. Prova ne sia che se parlava dell'Italia e degli Italiani argomentava sempre speditissimamente.
Così fu anche quella sera, dopo una prima ed unica pausa che aveva avuto l'unico scopo di far posto ad un'omerica risata: risata che avvolgeva Pierino, e dietro Pierino la stanza, e dietro la stanza tutta Roma, e dietro tutta Roma l'Italia intera. «Ah sì, aggiunse poi, volete farci la guerra? Già Bulow ve lo disse per Algesiras: l'Italia fa la politica dei giri di valzer... E adesso siete al valzer dei valzer, non a quello dell'operetta di mio padre, che è molto grazioso, ma a quello della vostra guerra, che è tanto pericoloso quanto è stupido... Volete fare la guerra, ballare, ballare il valzer con l'Intesa?... Accomodatevi, cari. Ma ve lo ha detto ancora Bulow, che se ne intende: Divisi e senza testa, è il valzer della morte... Non so dove e quando l'abbia detto, ma è grande, è grande, è immenso! E ve l'hanno scritto anche, oggi, su tutte le cantonate, a carbone, a lettere cubitali: Divisi e senza testa, è il valzer della morte. E sotto c'è il nome e cognome di Bulow... Non credevo ai miei occhi... Che cosa grande, che cosa grande!... E che uomo, quel Bulow... Metternich e lui, non ha avuto altri diplomatici, la Storia!...»
Ma era tardi e conveniva vestirsi. In due colpi, continuando a ridere, canterellando quelle parole attribuite a Bulow su un'arietta famosa di papà Kramer, Eva fu pronta. Si vide allora davanti, sempre impalato in mezzo alla stanza, quel suo povero Pierino che non sapeva che dire. Ne ebbe pietà. E poichè in fondo gli voleva bene, e poichè in fondo Pierino era un buon figliuolo, e poichè in fondo e a modo suo Eva era piena di cuore, gli mise le braccia al collo e argomentando con eccezionale speditezza gli disse:
— Ma io ho torto di parlarti così, ho proprio torto di prendermela con te se l'Italia ci fa la guerra... Tu che c'entri, povero amor mio?... Tu sei, per fortuna, così poco italiano... E tu, tanto, dell'Italia te ne infischi...
E, presolo per un braccio, lo trascinò fuori, per il corridoio, nell'ascensore, verso la sala da pranzo. E per la prima volta, poichè sua moglie gli aveva categoricamente affermato che dell'Italia lui se ne infischiava, gli parve che no, no, non se ne infischiava completamente, che anzi quella sera, in fondo in fondo a sè stesso... Ma nell'ascensore sua moglie, in piedi dietro il piccolo liftier impalato contro gli sportelli, accennava un passo di valzer, il valzer di papà, e canterellava fra i denti con un sorriso prettamente austriaco:
Divisi e senza testa
è il valzer della morte....
E poichè il lift toccava il suolo e Pierino era lì, nel suo cantuccio, piccolo e mortificato, Eva gli diede un ultimo buffetto sul naso e gli mormorò sul viso, due volte:
— Ich liebe! Ich liebe!
V. IL VALZER DEI «FRATELLI D'ITALIA»
Qualcuno ha detto che lo spensierato sovrano e i piacevoli ministri, le amabili biches e i galanti fétards del Secondo Impero ballarono senz'avvedersene tutt'i valzer delle operette di Offembach su un vulcano prossimo all'eruzione: l'eruzione della débacle e della Comune. Così gli allegri ménages italo-austriaci e italo-germanici ballarono tutt'i valzer delle operette di Lehar e di Leo Fall sul vulcano d'una settimana di guerra civile che preludeva in Italia, come una prova generale a porte chiuse, all'altra guerra che una settimana dopo doveva cominciare ai confini. Era colpa, in fondo, di Pierino Balla e di quel suo irresistibile bisogno di aprire e di pestare un pianoforte non appena un pianoforte e lui avevano la disavventura di incontrarsi. Nel salotto dell'appartamento che monsieur et madame Kramer-Balla occupavano al Grand Hôtel e in cui i cinque o sei ménages si riunivano tutt'i pomeriggi, un pianoforte c'era. Naturalmente Pierino l'aveva aperto e vi aveva suonato tutt'il suo repertorio. E poichè è impossibile alle amabili dame che hanno nelle vene sangue viennese udire un valzer senza ballarlo, le belle signore avevano ballato. Come accade per le ciliege un valzer tira l'altro e un valzer oggi, due domani, avevan finito per ballare tutto il giorno da quando era appena finita la colazione a quando giungeva l'ora di andarsi a vestire per il pranzo. Inchiodato al pianoforte, Pierino suonava e suonava sentendosi formicolare le gambe poichè, nato ballerino come si nasce poeti, aveva una gran voglia di ballare anche lui, si dondolava sul seggiolino e, se non con le gambe e coi piedi, seguiva il ritmo, ballava come poteva con le braccia, coi fianchi, con la testa che andava in qua e in là come il pendolo d'un orologio, con gli occhi stralunati che giravano in modo tale che se qualcuno avesse guardato Pierino ne avrebbe avuto il mal di mare. Ma gli Dei sono clementi con i bravi figliuoli che non chiedono loro che di ballare in un tempo in cui gli uomini sono avvezzi a domandare ben altro agli Dei: dallo specifico celeste e miracoloso per un mal di denti al pagamento d'una cambiale giunta a scadenza. Così la benignità degli Dei fece capitare tra le mani di Pierino una vecchia signora americana, neutrale non solo politicamente, ma anche neutra, poichè nel seno adiposo e nel labbro baffuto aveva una contraddizione così stridente per la quale era assai difficile stabilire immediatamente, a prima vista, il suo sesso. La signora americana amava anche lei il ballo ed i valzer e poichè non poteva ballarli amava almeno di suonarli. Così prese al pianoforte il posto di Pierino, e l'America, fedele al programma svolto durante la guerra, fornì anche la musica ai belligeranti.