IL MIRAGGIO


LUCIO D'AMBRA

IL MIRAGGIO

ROMANZO

Seconda Edizione

ROMA-TORINO
CASA EDITRICE NAZIONALE
Roux e Viarengo


PROPRIETÀ LETTERARIA


A mia moglie, Virginia Adele Manganella.

Mia cara Lilla, questo romanzo, cui io metto in fronte il tuo nome come un auspicio di grazia e come un usbergo di gentilezza, è tuo di diritto. Tu non mi sei stata solamente consigliera, ma collaboratrice. Ti ricordi le nostre passeggiate pei boschi di Quisisana e lungo i quais della via Caracciolo, al tramonto, durante il mio lavoro? Ragionavamo insieme di questo romanzo, apprendemmo insieme ad amarlo prima che fosse scritto. E quante volte nelle nostre fantasticherie non ci sembrava che l'irrequieto e doloroso Giuliano Farnese, o la dolce ed austera Beatrice, o l'appassionata e delusa Claudina Rosiers fossero stati fra i nostri amici più cari e più intimi? Il sole tramontava e Posillipo sembrava un azzurro frammento di paradiso caduto nel liquido zaffiro del mare, un giorno in cui un dolce poeta ed un'amica amorosa, nella primavera del loro amore, avevan impetrato dagli dei clementi un po' di paradiso in terra.

Questo romanzo, dunque, ha per te un valore d'affetto. Toltogli questo, è probabile che nessun altro ne resti per coloro che lo leggeranno. Nè di ciò mi dolgo, poichè solamente mia ne sarebbe la colpa. Io vorrei però che a questo libro si riconoscesse un sol pregio: quello di essere stato scritto sotto la norma severa di un convincimento profondo. Questo mio convincimento, derivato dalla lezione della vita e da quella dei romanzi, consiste nel fatto che l'arte non può essere altro che specchio fedele della vita e che nell'arte senza la sincerità non v'è salvezza di sorta. Le fastose porpore e gli ori e i broccati dello stile, l'opulenza delle imagini, l'armonia della linea non possono oggidì costituir da sole l'opera d'arte, ma solamente la fatica sterile se pur prestigiosa del virtuoso. Il pensiero non può mancare a un libro odierno e il lettore dovrebbe, dopo sfogliato l'ultimo foglietto, ricavarne un insegnamento o una norma.

Se a questo io son riuscito con questo mio romanzo altri diranno. Io ho voluto far dell'arte il riflesso della vita, e questo con una sincerità illimitata. Oh, il godimento che lo scrittore prova quando sinceramente scrive quel che sinceramente ha sentito o veduto! Non si hanno più allora i dubbii e le inquietudini e gli scoraggiamenti cui tanti scrittori van soggetti durante l'esecuzione di un loro lavoro. Essendo stato sincero, lo scrittore può reputare d'avere adempiuto al massimo dei doveri di chi prende in mano una penna. Mon verre n'est pas grand, diceva Musset, mais je bois dans mon verre. E questa che sembra modestia è invece il più grande orgoglio. Ma è un orgoglio benedetto quando si tratta di accingersi a compiere una più o meno modesta opera d'arte.

Molte delle ultime pagine di questo romanzo, mia cara Lilla, sono state scritte in giorni per noi angosciosissimi, tu lo ricordi. Il nostro piccolo Diego malato, mia madre colpita gravemente dalla furia del male. Eppure mia madre pretese ch'io portassi a termine questo libro, e quante di queste pagine io ho scritto in un'ansia crudele, interrompendomi ogni momento per passare nelle stanze contigue al mio gabinetto da lavoro a udirvi il respiro della cara inferma, a seguirvi gli alti e bassi del male, trepidando. Forse esse si risentiranno di questa febbre durante le quali furono scritte? Non so. Comunque tu, cara e dolce Lilla, vorrai gradire tutto il libro come un'affermazione d'affetto e un nuovo monile di tenerezza e di devozione che ha voluto significare in questa pagina il tuo

Roma, 18 febbraio 1900.

Renato.

IL MIRAGGIO

PARTE PRIMA

I.

Seduto su un'ampia poltrona di cuoio a lato del suggeritore, col gomito poggiato sul bracciuolo di legno e la bella testa bruna sorretta dalla mano, giocherellando col bastone tenuto dalla sinistra, Giuliano Farnese assisteva faticosamente alla prova che procedeva senza inciampi, senza interruzioni, monotona, eterna, disilludente. Il palcoscenico era rischiarato da qualche raggio di sole che, filtrando a traverso il lucernario del teatro, indorava il pulviscolo ondeggiante su le lunghe file di poltrone ricoperte di velluto celeste, batteva e si rifrangeva su i lumi metallici della ribalta. Tutta la scena era rischiarata da quel sole invernale che diffondeva intorno una letizia insolita, come quella che spande nelle sognatrici anime dei pescatori, nelle chiare e bianche albe primaverili, su le spiaggie. Nell'alto del teatro qualcuno sbatteva il velluto di qualche poltrona. Su l'arcoscenico un operaio martellava, rialzando e piegando una stoffa: e questi due rumori cupi, insistenti, fastidiosi, distraevano il pensiero ed irritavano i nervi. Farnese, indifferentemente, seguitava a segnar geroglifici su la polvere delle tavole, geroglifici che poi cancellava col piede, ascoltando la sua prosa ripetuta prima dal suggeritore, poi dagli interpreti, scoloritamente, senza ispirazione e senza voglia.

Pochi attori erano sul palcoscenico del teatro Nazionale, quel giorno, pochissimi necessitandone alla nuova commedia di Farnese. Il sole, che sfolgorava raggi pallidi e tiepidi in quel pomeriggio di marzo, invitando all'esodo verso le vie luminose e verso le grandi piazze piene di luce e di vita, aveva sbarazzato il palcoscenico di tutti i piccoli attori ignoranti e tronfii, di tutte le minuscole attrici civette e mestieranti, che tumultuavano di chiacchiere, di risa e di frastuoni nei giorni in cui la pioggia grondava o la commedia in prova richiedeva un gran numero di commedianti. Erano rimasti sul palcoscenico solo gli attori principali, fra cui due attrici di prim'ordine; nel fondo, disteso sopra una tavola, un neofita della scena che recitava da poche sere, appassionato del teatro come di un'amante, ascoltava le parole ed osservava i movimenti, senza quasi batter ciglio, nel silenzio ora generale, finchè il secondo atto finì, con una scena ardentissima di passione, eseguita con foga magnifica da Claudina Rosiers. Solamente allora Farnese pronunziò un elogio. Il direttore del teatro, Savarese, stemperava i colori dei suoi complimenti meridionali per l'altra attrice seduta sotto una quinta. Allora Claudina Rosiers, d'una bellezza delicata e morbida, s'avvicinò a Farnese sorridendogli per la lode.

Giuliano Farnese, figura snella ed alta, colorito bruno e baffi castani fieramente rialzati come quelli d'un medioevale capitano di ventura, occhi azzurri, leggera barba a punta sul mento; insieme elegante delicato e forte; un gentiluomo, un poeta ed un moschettiere. Claudina Rosiers, alta e bionda, coi capelli d'oro e gli occhi bruni, con la bocca di un carminio acceso e dalle labbra tumide, maturi frutti d'amore; le luci degli occhi pallide a volte, a volte sfolgoranti, a volte truci svelavano l'anima dell'attrice, composta di sogno e di idealità, di ardore e di entusiasmo, di impassibilità e di crudeltà. Talora, sollevata in un cielo invisibile, le luci pallide dei suoi occhi interrogavano i misteri del sogno, inseguivano azzurre chimere, vedevan passare tumultuanti scorribande di illusioni; ma altre volte, invece, foschi e pure ardenti quegli occhi investivano la persona guardata di un ardore spirituale e fisico, di un incendio afrodisiaco; ed ancora altre volte, infine, quelle pupille bruciavano di minaccia, come sitibonde di dolore e di massacro, come regine della sofferenza; e al pari di quegli occhi, anche l'anima dell'attrice a volte era azzurra e perduta nel sogno e nella fantasia, a volte incendiata da un desiderio violento, a volte bramosa di fine e di lutto.

— Per ora, diceva ella a Farnese cui si era avvicinata con deferenza, per ora siamo avviati bene e siamo appena alla metà del lavoro di preparazione. Non vi pare? La Chimera deve avere un grande successo e l'avrà: un successo più largo, più grande, più intenso di quelli già magnifici che hanno portato il vostro nome alla gloria. Quando Savarese ebbe da voi una risposta affermativa alla sua richiesta di una commedia nuova, venni anch'io ad udirne la lettura, in casa vostra e senza conoscervi, ricordate? Come fui ardita! Ma non sono forse l'entusiasmo e l'ardire che sostengono nell'arte, mio caro maestro? E poi, era una commedia che mi riserbava una grande interpretazione ed era sopra tutto un'opera vostra! Come resistere? Venni, accompagnata da Savarese, e venni prevenuta molto bene; eppure, ogni mia aspettativa fu sorpassata. Ah, sento ancòra l'entusiasmo di quella lettura, mio caro Maestro!

La grande attrice lo chiamava «Maestro» per un'affermazione continua della sua ammirazione. Farnese, dapprima, se n'era schermito ridendo e protestando, ma l'attrice non aveva voluto e saputo rinunziare al piacere di quell'omaggio continuo, a confermargli sempre che ogni sua opera aveva avuto su lei un'influenza decisiva, e che la sua arte, il suo cuore ed il suo pensiero erano quasi stati creati ed alimentati da quelle opere.

— Anch'io vi vidi allora e v'udii recitare per la prima volta, rispose Giuliano Farnese. Anch'io attendevo una magnificenza, ma ogni mia aspettativa fu sorpassata.

Claudina Rosiers aveva da quattro mesi solamente esordito sul teatro con un successo strepitoso. Prima d'allora, quasi tre anni innanzi quella data, ella aveva recitato in una primaria compagnia drammatica, troppo sollecitamente e tragicamente disciolta dal colpo di rivoltella d'un grande attore. In quel tempo aveva recitato a fianco di una delle più care glorie della scena italiana, la signora Virginia Marini. L'eccellenza di questa attrice l'aveva persuasa a considerare sè stessa, la sua arte, la sua forza. Dopo questo esame, conscia della sua piccolezza, ella — esempio mirabile ed inimitato — lasciò le scene e per tre anni con le sue poche economie, viaggiò modestamente all'estero, vide ed udì attori ed attrici, assimilò il buono, respinse quanto le sembrava cattivo, studiò ininterrottamente ed enormemente, fatica ignorata e per questo più nobile. Poi si presentò a Savarese, dopo una lunga e triste odissea di rifiuti, in un momento in cui gli bisognava una grande attrice: il direttore dapprima sorrise, poi consentì ad udirla recitare ma sempre con un sorriso ironico a fior di labbra; però, dopo quell'audizione, stupito, meravigliato, gonfio di entusiasmo, avendo da vecchia volpe astuta annusato l'affare, scritturò l'attrice a condizioni per lei eccellenti; cominciò subito una rèclame esorbitante, così sfacciata, così insistente, che avrebbe potuto riuscire veramente fatale alla esordiente. Invece, la sera della sua prima rappresentazione a Milano, al teatro Manzoni, Claudina Rosiers ebbe decretato un trionfo portentoso, uno di quei trionfi tanto più solenni, quanto più giungono dopo aver vinto ostacoli altissimi di diffidenza, tanto più giocondi e festosi, quanto più non insperati ma inattesi. Ella aveva recitato in quella sera del novembre 1895 uno di quei fastidiosi pasticci ad effetto, che solo dal genio di un'attrice possono avere anima e bellezza, Adrienne Lecouvreur. Nella scena in cui Adriana, vedendo Maurizio di Saxe ch'ella ama, preso alle civetterie della duchessa di Bouillon, durante una rappresentazione di salone, recita gli stessi versi del Racine e finisce per insultare la sua rivale, dirigendole l'imprecazione della incestuosa regina raciniana, ella ebbe uno di quegli applausi inebrianti che in una vita d'artista nessun'altra gioia potrà mai far dimenticare. Il pubblico si era trovato innanzi alla potente espressione di un ingegno che, se ancòra un po' corretto e levigato, poteva divenire splendidissimo; la critica aveva trovato una terra vergine da sfruttare, gli eleganti e i damerini giovani e vecchi avevano intraveduta la possibilità di nuove conquiste, avevano trovato un nuovo campo di caccia. Tutto questo aveva concorso ad un successo che dalle poltrone era asceso alle gallerie, dai palchi aveva echeggiato negli atrii del teatro, era stato alimentato ancora più nei saloni e nelle redazioni dei giornali, nei clubs e nei caffè. In quei quattro mesi aveva percorso tutta l'Italia, precedendo, accogliendo e seguendo l'attrice illustre, divenuta così prontamente un astro fulgente su quell'orizzonte teatrale dove brillano e scintillano tante stelle di cartapesta, illuminate d'un falso bagliore dai riflettori elettrici dei successi effimeri e passeggeri.

Farnese guardava l'abito indossato dall'attrice in piedi innanzi a lui. Era un abito di saia azzurro cupo, con dei galloni ed i rivolti di amoerro bianco, una lunga gala di merletti veneziani, un alto collo di velluto turchino, alla Maria Stuarda. Su la chioma bionda aveva un cappello di feltro con due maestose piume bianche, una delle quali discendeva in molle curva sul piccolo orecchio roseo, come da un feltro di spadaccino del secolo XVII.

— Vi piace? domandò l'attrice quando si avvide dell'attenzione dello scrittore.

— Mi piacete, egli rispose.

— Parlo dell'abito, non di me, replicò sorridendo l'attrice.

— Innanzi ad una bellezza, spiegò il romanziere, non si bada al piccolo particolare squisito, al trascurabile ornamento delicato. In San Pietro, nella cappella della Pietà, non ammirate prima i mediocri affreschi di Lanfranco, ma il divino gruppo di Michelangelo.

— Dimenticate le proporzioni, replicò l'attrice con un sorriso che scoprì le due file di piccoli denti candidi.

— Perchè ho fatto un confronto fra Michelangelo e voi, un affresco di Lanfranco ed il vostro estetico abito di quest'oggi? Mio Dio, le proporzioni si possono sottintendere sempre! E poi.....

Il madrigale era stato interrotto dalla voce del Savarese che chiamava all'ordine per il terzo atto. Gli attori erano tornati verso il centro della scena, interrompendo i loro chiacchiericci. I trovarobe preparavano l'arredo scenico, segnavano le porte con due sedie corrispondenti, i divani con una lunga fila di sedie logore e scolorite. Un campanello elettrico — e col sordo mormorio del suggeritore la prova ricominciava. Le scene seguivano le scene e Farnese pure avvezzo agli inganni delle commedie in prova, avvertiva deficienze dove non ve ne erano, vedeva tutto pallido, fiacco, slavato. Sebbene egli sapesse come solo la ribalta illuminata e la sala colma fossero sufficienti a dare ingegno a quelli attori che ora sembravano poveri filodrammatici, pure temeva la loro negligenza, paventava un'interpretazione debole e frusta, visioni fosche d'insuccesso gli attraversavano il pensiero. Ma Claudina Rosiers faceva la sua entrata e subito la scena diveniva elettrica, l'orgoglio dell'autore vibrava di nuovo fiducioso, gli altri attori anche si investivano meglio della parte, procedevano più vivi e più veri. Savarese, grosso e acceso nel volto senza barba nè baffi, sorrideva dai piccoli occhi furbi e dalle labbra tumide di vecchio ebreo, presentendo l'affare ed il successo fruttifero. Ma un attore di primissimo ordine, Gray, che in quel momento non recitava, seduto su una delle due sedie che simulavano i battenti di una porta, seguiva con l'occhio sospettoso Claudina Rosiers, ardente nei suoi movimenti passionali; ed a volte gli occhi dell'attore brillavano di un riflesso sinistro. Gray era innamorato di Claudina ed aveva già confessato all'attrice la sua passione, deferentemente, offrendole la sua mano. Ma l'attrice aveva ricusato, ringraziandolo tuttavia dell'onore che le tributava: ella voleva darsi all'arte conservando il suo libero arbitrio, non voleva essere diminuita dai vincoli e dagli affanni di un marito e di una famiglia. Il suo discorso era stato così fermo e reciso che Gray non aveva saputo insistere; ed allora con voce piena di lacrime s'era fatto promettere che, se un giorno ella avesse mutato idea, avrebbe tenuto conto della sua sfortunata passione e l'avrebbe prescelto agli altri. Il giovane aveva sofferto per quella rinunzia, ma il pensiero che quella donna ch'egli non poteva avere non sarebbe nemmeno appartenuta ad altri lo consolava in quell'eterno orgoglio e in quel mascherato egoismo del maschio, che sono tanta parte di una passione virile. Quando però le prove della nuova commedia di Giuliano Farnese erano cominciate, la più atroce gelosia s'era aggiunta nell'animo dell'attore a quel rassegnato sconforto. Egli sapeva che Farnese aveva avuto molte buone fortune, sapeva quanto Farnese piacesse a Claudina Rosiers, sapeva quanto Claudina Rosiers piacesse a Farnese; e le sue buone amiche s'erano date premura di metterlo in guardia contro Farnese, ammonendolo perchè fosse vigile, comunicandogli le dicerie che correvano sul grande scrittore, le sue glorie raccolte nel giardino di Citera, le sue squisite arti seduttrici. Da allora Gray non aveva avuto un minuto di pace; il più piccolo atto di cortesia convenzionale sembrava al geloso la conferma, l'accusa, la prova della colpa di Claudina e della sua propria sventura. Con la sua gelosia illogica e senza diritti era divenuto insopportabile alla giovane donna, che di conseguenza lo sfuggiva come meglio e quanto più poteva; ma il geloso vedeva in ciò mille altre prove del suo infortunio e della relazione dell'adorata con lo scrittore.

Egli intanto, quel giorno, seguiva con lo sguardo Claudina Rosiers, finchè finito anche il terzo atto con una deliziosa scena di amore e di passione, si era andata a sedere, ancòra tutta vibrante, vicino allo scrittore che applaudiva ai suoi interpreti. Allora Gray si era perduto fra i fondali, scoppiando in lacrime come un bambino contrariato. Fortuna per lui che non vide il gesto con cui Farnese prese fra le sue la piccola mano di Claudina Rosiers ancòra ansimante e sconvolta!

— Io non so spiegarmi, le mormorava intanto lo scrittore, come voi possiate creare con verità così meravigliosa e con logica umana così inappuntabile, queste scene d'amore, che io ho sempre creduto impossibili a rendere senza aver sofferto quelle agonie. Come io ho dovuto viverle per scriverle, così immaginavo che, volendo farne una viva rappresentazione, bisognasse averle ugualmente sofferte e forse anche più di me. Ora, invece, terrei una scommessa che voi non avete mai amato.....

— L'arte mi ha presa troppo presto, rispose l'attrice, e troppo completamente, perchè io avessi il tempo di dedicarmi all'amore. Ho amato, sì, non vi dico di no, ma in fondo quale è quella giovinetta che non ha amato, senza un istante di tregua, dai sedici ai vent'anni? Alcune amano misticamente Gesù, altre amano più umanamente le spalline e gli speroni di un bell'ufficiale dei lancieri. Ognuna, ahimè, si forma il suo grande ideale, e nelle lunghe notti verginali nel lettuccio candido, su l'origliere che unico confidente sa tutti i nostri sogni più intimi, si combinano i bei visi e le belle anime, i mustacci bruni e l'amore eterno, la forza del corpo e la delicatezza del cuore. Poi viene la vita; e a chi porta la realizzazione dell'ideale, a chi porta il contrario. Le une devono temere, le altre devono sperare: come per le une giungerà il redde rationem poichè i sogni realizzati non vivono a lungo quaggiù, così per le altre giungerà il sursum corda, perchè per ognuno è destinato quaggiù almeno un quarto d'ora di felicità. Voi vedete, mio caro maestro, che parlo latino; ma sono frasi raccolte sui giornali e che non sono nemmeno sicura di pronunziare esattamente..... Ah, anch'io avevo il mio ideale a sedici anni; e volevo allora essere una grande attrice e questo si è realizzato, non per la grandezza ma per la professione; volevo esser bella e gli adulatori mi dicono che lo sono; volevo anche essere amata da un uomo illustre, completarlo, esser cosa sua come lui cosa mia, quasi direi, integrarlo. E non vi spaventate di questo parolone: è nella mia parte che devo recitare stasera! Questo ancòra non è. Sarà? Non sarà? Quien sabe? dicono gli Spagnuoli con due dolci e tristi parole che racchiudono un mondo. Anch'io aspetto il mio quarto d'ora, perchè deve venire. Ma il difficile è saperlo attendere pazientemente per coglierlo al suo passaggio. Intanto, mio caro maestro: j'attends mon astre!

Lo scrittore la guardava sorridendo, mentre ella con uno scoppio di risa riprendeva:

— Anch'io ho amato, ma l'Ideale, una creatura che la mia fantasia ha creato e che forse non esiste. Un amoretto l'ho avuto. Ho passato la fanciullezza e l'adolescenza nella mia Siena: a quindici anni volevo bene a un giovinetto della mia età, un piccolo, biondo, gracile, che ora ho ritrovato ammogliato e con prole. Allora ci davamo degli appuntamenti sotto la volta di quella meravigliosa Fonte Branda, verso il crepuscolo. Che cosa accadeva? Qualche bacio, mio Dio, e molte promesse di eterna fè! Però qualche sera, se tardavo, non trovavo più al convegno il mio padrone e signore, che, atterrito dalla sera che scendeva, dall'ombra della Fonte e dallo scrosciare dell'acqua, preferiva all'amore mio la tranquillità della sua anima infantile. Ed ecco, mio signore, in quali mani fidavo la tutela di tutta la mia vita..... Insomma, io non ho provato l'amore, ma lo sento; non l'ho conosciuto, ma non lo ignoro.

Più tardi, come lo scrittore alla fine del quarto atto si meravigliava ch'ella provasse in scena e le rendesse anche con precisione alcune sensazioni fisiologiche, Claudina Rosiers scoprì l'allusione ed il sottinteso; sorrise e disse all'orecchio del Farnese:

— Voi pensate che questo, almeno, devo averlo provato; non è vero, maestro?

E staccandosi dall'uomo, mentre Gray ricompariva mogio mogio tra i fondali, disse con l'alterezza di colei che serba immacolato il suo fiore e ne sa il prodigio:

— Ebbene, no. Io sono vergine!


Egli rimase a guardare la vergine, ma i suoi occhi non erano più limpidi come poc'anzi; una scintilla impura di cupidigia, accesa dal pensiero di quella occulta primavera, vi brillava torbidamente. La scena cominciava a vuotarsi, dopo che il direttore aveva pronunciato le abituali parole: «Possono andare; domani, prova alle undici». A poco a poco solo Claudina, Farnese e Gray erano rimasti sul palcoscenico, Farnese ancòra seduto su l'ampia poltrona, Claudina in piedi presso lui canticchiando, Gray imbarazzato con la pallida speranza di riaccompagnare Claudina. Un silenzio imbarazzante era fra loro. L'attrice e lo scrittore sentivano il bisogno d'essere ancòra soli, di poter ancòra parlare, di potere ancòra unire le anime loro nella piena confidenza che consola. Gray finalmente comprese l'inutilità della sua attesa, quando Claudina per troncar netto il disagio di quel silenzio, pregò Farnese di accompagnarla dalla sua modista. Il commediante girò su i tacchi, dopo di aver salutato in corruccio, e s'allontanò rapidamente tra le penombre dei praticabili e delle quinte. Con quella intuizione tutta propria dei gelosi, Gray imaginava che qualcosa di decisivo stava per compiersi tra l'autore drammatico e la sua interprete. Tutti gli spasimi della gelosia lo afferravano, quelli spasimi laceranti del geloso che non ha alcun diritto, dell'innamorato senza speranza che vede un altro in procinto di cogliere quel frutto di amore ch'egli credeva dovuto a sè stesso. Brani di commedie gli tornavano nella mente, di quelle commedie in cui egli doveva vivere, innanzi a mille persone, gli spasimi di una gelosia che conosceva così bene! Il povero innamorato doveva trattenere le frasi di collera e di insulto che gli salivano alle labbra verso colei che era stato il suo sogno, che era la sua madonna, ora in procinto di perdere la gloria della sua verginità per il capriccio passeggero ed inutile di uno scrittore alla moda, di un donnaiolo misogino!

Fuori, il crepuscolo scendeva. In alcune vie più strette i lampioni già erano accesi, nelle vie larghe e nelle piazze la folla passava, reduce dai suoi dolori o dalle sue fatiche quotidiane, pronta a risalire il calvario l'indomani, dopo il breve riposo di una pallida sera. Gray procedeva fra quella folla variopinta ed ignota, quasi senza vederla, attonito pel martirio di quella idea fissa, che riconcentrando ogni sensibilità sul suo fermento, pare che tolga quasi la sensazione della vista e dell'udito. Sotto quanti di quei volti si celava un dolore simile al suo? Quanti sentivano nel cuore la tenaglia crudele dell'amore senza speranza, i laceramenti atroci della gelosia senza diritto? E queste idee facevano risalire nel suo cuore la piena dell'amarezza, che talora però gli consentiva qualche minuto di speranza e di tregua. E se egli fosse ancòra in tempo? Chi sa che Claudina non avesse pregato Farnese d'accompagnarla, senza un fine recondito, forse per sola vanità femminile, per farsi vedere nell'ora di maggior folla con uno scrittore glorioso, con uno dei più grandi autori drammatici... Ma, la modista? E non poteva veramente recarsi da costei? Cosa v'era di strano e d'impossibile? Ma perchè non aveva detto anche a lui di accompagnarla? Veramente era stato lui il primo a prender congedo e ad allontanarsi; ma perchè ella non aveva detto una parola per trattenerlo, ella che sapeva quanto fosse amareggiato dai sospetti più vani e quanto ne soffrisse? E l'onda di amarezza risaliva ancòra e i laceramenti della gelosia ricominciavano, fin che non potendo più reggere al dubbio si diresse verso la casa dell'attrice, con l'intenzione di spiarla, di spiare la sua venuta, e se saliva sola o con Farnese. Il geloso girò la via delle Quattro Fontane, traversò la piazza Barberini, risalì tutta la via Sistina sino alla Trinità dei Monti, poi discese ancòra la magnifica scalinata che conduce in piazza di Spagna e, voltando a sinistra, si fermò su la porta di un piccolo caffè confinante col portone della casa di Claudina. Bevve in fretta l'assenzio che il cameriere gli aveva portato e si fermò su la porta in osservazione. E come l'attrice tardava a rincasare, la gelosia ricominciava nella pedanteria delle sue indagini e dei suoi minuti sospetti. E s'ella non tornasse? Se Farnese l'avesse trattenuta a pranzare al caffè? Ma lo scrittore aveva famiglia e non era probabile che si facesse vedere pubblicamente in tanta intimità con la giovane attrice. E se i due fossero venuti in carrozza e quindi prima, molto prima di lui? Se fossero già nell'appartamento e proprio in quella camera da letto che corrispondeva esattamente, al piano superiore, con quella sala di caffè notturno? Un'ora era passata senza ch'egli vedesse giungere l'attrice o sola o con lo scrittore, e ciò l'aveva confermato nella sua ipotesi che i due, giunti in carrozza, fossero già nell'appartamento. Egli aveva infilato il portone, aveva già salito qualche gradino, ma al momento di premere il bottone elettrico pensò che non aveva alcun pretesto per spiegare quella sua visita intempestiva. Inoltre pensò che avrebbe potuto avere la conferma di quel che temeva e quella possibile certezza lo atterrì, e ridiscese lentamente le scale, preferendo a quello spasimo immane, le continue trafitture del dubbio, che tuttavia lascia qualche minuto di speranza e di blanda illusione. Ma, al momento che egli varcava la soglia, Claudina e Farnese discendevano da una carrozza e il geloso ebbe appena il tempo di sfuggire, rasentando i muri della oscura via di Propaganda Fide, non senza essere stato visto dai due. Claudina e Farnese salirono. Su, nella casa, dopo che si fu tolto il cappello e la mantellina, l'attrice guardò tra le persiane socchiuse ed al lume della lampada elettrica di un negozio di oggetti d'arte, vide Gray fermo in attesa, con lo sguardo fisso alla sua finestra che in quel momento s'illuminò, avendo Farnese fatto scattare il commutatore della luce elettrica.

— Otello aspetta ancòra, disse Claudina ridendo allo scrittore, mentre apriva le persiane. Vi ha veduto salire ed attende che ridiscendiate. Chi sa quali sospetti e quali pene! Domani dovrò subirne la narrazione. Povero ragazzo! — E rise di una risata libera e squillante. — Però, come siamo cattive noi donne! — continuò più seria ma canzonatrice. — Ecco un uomo che soffre per me pene atroci. Egli mi segue, mi osserva, mi spia. Egli mi attende nel portone per vedere se torno sola, vi vede, fugge. Ed io ho la crudeltà di farvi salire, pur pensando che il povero giovane ci spia ancòra e che questa vostra innocente visita gli farà passare una notte bianca insopportabile. Siamo veramente malvagie?

Rise di nuovo, avvicinandosi allo scrittore. Farnese indugiava. Aveva inteso battere le sei all'orologio della stanza vicina e ricordò di aver promesso al piccolo Luca di andarlo a prendere, dopo la prova, per farlo passeggiare nelle vie eleganti con lui, poichè il bambino era tutto orgoglioso di essere visto col suo gran papà.

— Dovrei rientrare, disse repentinamente lo scrittore all'attrice. Sono già le sei ed ho fatto una promessa al piccolo Luca.

Pronunziando queste parole egli si era alzato ed aveva guardato la commediante. Un'ombra di corruccio era passata sul volto di lei, che lo scrittore scorgeva in piena luce nel quadrato luminoso della lampada. L'attrice non aveva pronunziato una parola e si era messa ad osservare attentamente le sue dita sottili. Egli riepilogava ciò che le aveva detto lungo la via ed al caffè dove si erano fermati. Ricordava di averle stretto la mano salendo le scale e che la donna aveva lasciato fare; anzi gli era piuttosto sembrato ch'ella avesse risposto con una lieve pressione. Naturalmente, tutto ciò esigeva una spiegazione e non una partenza così repentina ed egli sacrificò il desiderio del piccolo Luca, decidendo di rimanere.

— Il vostro bambino vi attenderà invano, disse allora Claudina mentre lo scrittore ritornava a sedersi presso di lei. Non vorrei essere causa di un dispiacere al piccolo Luca e — sottolineò sorridendo — anche al suo papà. — Poi, subitamente, con uno scoppio di risa aggiunse: — Resterò con tutte le mie tristezze, sola sola con loro che non mi divertono affatto. E aspetterò l'ora del teatro. — Poi dimandò, deliziosa di noncuranza: — Vi vedrò stasera?

Il romanziere guardava l'attrice con un'attenzione immobile, voleva intenderne il pensiero sincero, scoprirne l'intimo disegno. Ma ella restava impenetrabile, continuava a contemplarsi le dita con un sorriso ambiguo.

— Non passerò dal teatro, stasera, rispondeva egli, intento a spiare l'impressione destata dalle parole che stava per pronunziare. Mia moglie si lamenta della sua solitudine. Le debbo bene una sera di focolare domestico. Avrò la rappresentazione dei miei bambini e delle loro marionette.

— Ah, non verrete? soggiunse l'attrice sempre più nervosa. Tuttavia io recito solamente nella Visita di nozze e non prima delle undici e mezzo. Se il focolare domestico si spengerà prima di quell'ora... il Teatro Nazionale è vicino, soggiunse dopo una pausa significativa.

— Relativamente, disse lo scrittore sorridendo. Comunque accetto volentieri l'invito perchè per voi si sfiderebbero ben altri pericoli che la tramontana.

Su quella promessa lo scrittore avrebbe potuto andar via, soddisfare il desiderio innocente del suo piccolo Luca. Ma una certa ironia che vibrava in talune inflessioni di voce dell'attrice lo tratteneva in quel salotto, seduto in quella poltrona. Fu così durante un'ora: una voce lo esortava ad alzarsi, a partire; l'altra, contraddittoria, a indugiare ancòra. Intanto il discorso era ricaduto sul sogno adolescente di Claudina.

— Chi sa, chi sa? diceva l'attrice. Realizzerò mai questo sogno? Amare ed essere amata da un uomo illustre, da un grande artista, in modo che la mia intelligenza sia completata dalla sua, formi un tutto armonico e profondo? Chi sa? Gli incontri della vita sono così bizzarri! Desidero, voglio, invoco il grande artista, il grande scrittore e chi sa che non vada poi a finire nelle braccia di un povero attorello qualunque, in un momento di orribile stanchezza e senza volontà, come quei viaggiatori che seduti di rimpetto in uno scompartimento si trovano nelle braccia l'uno dell'altro per un urto del treno! — Sorrideva, ma tristemente; poi ad un tratto si mise a picchiare e strofinare le sue mani. — Dio, Dio, che freddo! e come potrò recitare stasera? Come potrò? Farnese, fatemi il piacere, prendetemi quel mantello su quella poltrona..... Lì, lì, benissimo! — E come Farnese, mettendole quel mantello su le spalle, s'era chinato su lei fino a sfiorarle i capelli con un bacio, ed ella aveva sorriso, così che egli fatto più audace s'abbassava verso le labbra, ella gridò: — No, no, non voglio! E levandosi, poichè Farnese l'inseguiva, quasi pregò: — Lasciatemi. Non vi avvicinate. Andatevene, andatevene, adesso....

Poi si avvicinò a Farnese, fece un cenno perchè non insistesse, gli tese le due mani, strinse amichevolmente quelle di lui e lo guardò uscire, senza sorridere e senza più una parola. Ma nelle scale lo scrittore udì la voce un po' tremante di Claudina Rosiers che gli gridava dall'alto:

— A stasera. Ricordatevene.

II.

Fin dalle sue prime armi, Giuliano Farnese era stato favorito da un'insolita fortuna. I suoi primi passi nell'aspro cammino della letteratura erano però stati sostenuti dal forte appoggio di uno scrittore illustre, Claudio Sanna, che affascinato dalla sincerità e dalla ispirazione del primo ed unico libro di versi di Farnese, Sotto i salici — libro tutto impregnato di una melanconia senza dolore — sostenne i passi successivi del giovane poeta. Oggi quel libro è dimenticato ed i cinquecento esemplari che ne furono stampati sono perduti fra le pubblicazioni più recenti e rumorose, dove solo qualche spirito delicato va a ricercarlo, per riviverne il molle fascino autunnale. Farnese ha avuto il torto di rinnegare quel libro dove pure tanta parte della sua anima aveva cantato, con la spontaneità dell'adolescenza; quando i versi fioriscono sotto la penna, naturalmente, senza paralizzanti preoccupazioni di rime e di scuole estetiche. Tuttavia da quel libro data il principio della sua fortuna. Anche i due romanzi che lo seguirono sono semplici e sinceri, intimi come L'ultimo incontro, freschi e famigliari come Accanto al fuoco. Questi due romanzi furono scritti in una modesta camera di un piccolo albergo a Padova, dove, all'uscire dall'Università, Farnese insegnò lettere in quel liceo, durante un anno. Claudio Sanna fu il pioniere di questo nuovo scrittore e ad ognuno di quei primi romanzi egli consacrò magnifici articoli su i principali giornali. Anche altri critici ed altri romanzieri consacrarono studî ed articoli a quei romanzi, poichè il loro autore, oscuro professore di lettere in un liceo di una lontanissima provincia, non era ancòra e forse non sarebbe stato mai, un rivale temibile e perciò da combattersi con ogni arma, silenzio o denigrazione, pur di rovesciarlo e demolirlo, non per prenderne il posto, ma per l'ira del piccolo verso il grande, del debole contro il forte, per il rancore e l'odio eterni del mediocre verso quel che emerge e s'innalza. Ma allora al giovane scrittore festeggiato la misera fatica didattica pesava e non poteva resistere alla brama di correre a Roma, di scrivere, di parlare, di sentire da vicino il suo bel successo, di entrare anche lui decisivamente in lizza. L'affezione di Claudio Sanna gli permise di realizzare questo sogno, e nel novembre del mille ottocento ottantacinque, Farnese entrò, incaricato della critica drammatica e di una cronaca letteraria, in un gran giornale romano L'Eco di Roma, diretto da Marco Torrero.

Cominciarono, allora, le illusioni a sfrondarsi, le speranze a impallidire. In molti scrittori illustri, ch'egli venerava da lunge e pei quali aveva arso nei fogli letterari dei giovani molti granelli d'incenso, trovò gelosia ed invidia; in altri, che sembravano alla sua ignara fantasia giovanile modelli di austerità artistica, non trovò altro che orpello ed inganno, la più urtante abilità commerciale, le tele variopinte e le frange d'oro che nascondono la miseria intellettuale e la corruzione morale. Allora dal giovane irruppe l'uomo, e, sfogliate le ultime illusioni, considerando con un sottile riso ironico quel che prima lo colmava di ira e di disprezzo, scrisse sul giornale di Torrero, quella lunga serie di Saltimbanchi, dove, in brevi articoli, secchi e schioccanti come colpi di scudiscio, metteva in luce le vere figure zingaresche di molti romanzieri, autori drammatici, critici, poeti, musicisti, scultori e pittori. Ebbe un paio di duelli con due di quei saltimbanchi, un autore drammatico ed un pittore, che si offesero; ebbe la fortuna di ferirli entrambi; così che la muta, con la coda fra le gambe, sopportò le scudisciate; qualcuno tentò di abbaiare, ma da lontano e prudentemente, qualche altro leccò le mani al castigatore per propiziarselo, molti infine ostentarono a quelli attacchi un'ilarità non troppo sincera. Quella serie di Saltimbanchi constò di sessanta articoli, pubblicati tutti sul giornale di Torrero in meno di quattro mesi. Dopo, Farnese li raccolse in un volume sotto lo stesso titolo e ad ognuno di quei sessanta inviò il volume con dedica autografa. Egli vide allora come nella letteratura, non diversamente che nella politica, valga più il rumore che il valore. I suoi buoni romanzi erano rimasti invenduti su gli scaffali dei librai, ma il suo libro di critica, che pure nelle sue idee morali aveva le apparenze di un pamphlet, ebbe un successo insperato e sei edizioni ne furono esaurite in brevissimo tempo. Egli aveva perduto con quel libro la maggioranza di coloro che si dicevano suoi amici: su quei sessanta, solo sette od otto, e dei meno attaccati, ebbero lo spirito di avvicinare il Farnese e di raddoppiare in cortesie a suo riguardo, se non in cordialità. Ma gli altri, coloro che non erano stati compresi nel fustigato e sanguinolento battaglione, furono di ciò grati al Farnese ed alcuni con l'adulazione e le amabilità prevennero il pericolo d'essere incorporati in un secondo battaglione a venire. Ad ogni modo il pubblico conosceva ed amava, ormai, il nome battagliero del Farnese e quei successi ripetuti gli avevano creata una lusinghiera posizione finanziaria.

Allora egli, l'austero critico ed il giustiziere, pencolò un poco verso il pubblico ed è l'unica macchia, ma perdonabile, della sua carriera letteraria. Nel suo appartamento elegante della via Sistina, Farnese lavorava a quel romanzo Amori d'Autunno, che fu poi uno dei suoi più grandi successi editoriali, fra le visite delle ammiratrici generose, quelle delle attrici che lo volevano più propizio a loro nelle sue critiche drammatiche sul giornale di Torrero, e quelle di qualche raro amico che veniva nei pomeriggi d'inverno a scaldarsi il corpo in quella casa tiepida e simpatica, l'anima e l'intelligenza all'ardore di quel pensiero di artista tanto geniale. Nel frattempo il teatro l'aveva tentato ed al teatro Valle era stata rappresentata una sua commedia in quattro atti dal titolo curioso, Le nozze di Don Giovanni. In quell'affollato teatro di prima rappresentazione solenne s'eran dati convegno tutti gli astii ed i rancori ardenti verso il notissimo scrittore. Tutto il battaglione dei sessanta saltimbanchi ed i loro adepti, tutti i giovani poeti cui egli aveva consigliato più la lima che la rima, tutti i giovani autori i cui aborti drammatici non avevano incontrato il favore del famoso critico e le loro famiglie ed i loro domestici, tutti gli attori ch'egli aveva ammonito e biasimato dai pianterreni dell'Eco di Roma, tutte le attrici ch'egli non aveva pensato di baciare e i loro madri, tutti i confratelli gelosi dei suoi successi e le loro signore mogli e le loro signore amanti, tutti gli eleganti e tutti i mondani irosi contro di lui per le sue fortune di salone e di alcova, tutti i nemici più acerrimi dello scrittore celebre a ventotto anni si eran dati convegno in quella sfolgorante sala di teatro. E subito, dal primo levarsi del sipario, l'insuccesso s'era pronunziato; i mormorii eran presto divenuti risate, le risate grugniti, i grugniti urli. I quattro atti si erano svolti fra le grida ed i fischi, le risate e le grida; gli attori assistevano impassibili allo scempio di quella geniale ed ironica commedia, ma vollero per rispetto all'autore condurla fino alla fine, malgrado i gridi sempre più forti ed insistenti che chiedevano l'abbassarsi del sipario. Alla fine del quarto atto qualche applauso fremente di pochi onesti fu coperto dalle salve di fischi. La jeunesse dorèe di un circolo elegante, furiosa di vedere andare a Farnese quelle fortune femminili che le loro anime grigie attendevano in vano, dava in un palco un pietoso spettacolo di sè, eseguendo coi fischi una fanfara volgare. Finalmente lo charivari era finito. I veri amici di Farnese non avevano avuto il coraggio di cercarlo; gli altri, gli ottimi amici, avevano frugato tutto il palcoscenico per trovare lo scrittore, mentre un'altra squadra volava al suo appartamento di via Sistina, per godere sotto le ipocrite condoglianze, l'effetto malvagio della malvagia opera compiuta. Ma Farnese, avvertito dai reporters dell'Eco di Roma intorno alla cabala che si montava contro di lui, era partito la sera innanzi, dopo l'ultima prova delle Nozze di Don Giovanni, per recarsi qualche giorno a Firenze. Così che a teatro gli ottimi amici non avevan trovato che camerini chiusi e macchinisti affaccendati, tutti nervosi in quella sera di lutto teatrale; ed avendo alla casa dello scrittore trovato chiuso il portone, la banda dovette sciogliersi, dolente del contrattempo, ma felice in fondo del risultato.

E la mattina e la sera appresso, trepidanti, avevano aperto i giornali perchè se al Farnese non era giunto l'eco delle disapprovazioni, ne avrebbe avuto almeno conto dagli attacchi dei critici. Se non chè anche questo loro desiderio doveva andar deluso. La critica aveva un linguaggio rispettoso verso Farnese, ammirativo per la commedia e stigmatizzante con parole pungenti il contegno della maggior parte del pubblico. Trovavano la commedia fine e sottile, con pregi di dialogo, di sceneggiatura, di finitezza di caratteri, ma con difetti di lungaggini. Tutti, meno due o tre, predicevano un vero successo alle Nozze di Don Giovanni, quando fossero riprese con un pubblico più spassionato. Intanto i buoni amici anonimi avevan messo sotto fascia quei due o tre giornali discordanti e li avevan spediti, falsificando le loro calligrafie, a Firenze, al Savoie-Hotel, dove Farnese era disceso. La sera, su l'Eco di Roma, era apparso un rovente articolo di Marco Torrero, che, ricercando le cause dell'insuccesso e citando anche i nomi dei promotori, esaltava la commedia e prediceva al Farnese un grande avvenire di autore drammatico.

Al suo ritorno a Roma, apparvero quei suoi due romanzi, seconda maniera, Anime in sogno ed Amori d'autunno. I successi ne sono rimasti memorabili. Tuttavia erano due romanzi falsi e manierati, ove ogni anima aveva un lembo di cielo, ove il mondo era osservato a traverso ad un prisma roseo e brillante. Il romanziere aveva voluto forzare la semplicità e l'intimità della sua prima maniera ed era caduto nell'estremo della semplicità complicata e della falsa intimità. Un giornalista, Giacomo Spada, attaccò alle spalle del Farnese l'etichetta, «un Medoro Savini anglomane e decadente». L'etichetta rimase e pesò presto sulle spalle di Farnese che, da principio, ne aveva riso con la noncuranza sprezzante che viene dal successo. Da allora, dalla fine del mille ottocento ottanta nove data quel romanzo L'Aurora, che fu una vera aurora artistica per lo scrittore e che lo sacrò indiscutibilmente grande romanziere. In esso il Farnese, spogliandosi di ogni preconcetto, aveva chiamato a raccolta tutte le mirabili sue facoltà, per rispondere con un capolavoro alle ironie ed ai sottintesi melati. Ed il capolavoro era riuscito: v'era nell'Aurora un vasto affresco della corruzione e della decadenza moderna e la maestosa pittura si chiudeva con l'apoteosi di un'Idea e la visione simbolica di un futuro secolo ideale. Molte edizioni si esaurirono una dopo l'altra, l'inno concorde salì dalle colonne dei giornali e dalle pagine delle riviste. Una schiera di giovani si entusiasmò per Farnese, divenne il suo drappello, fu pago di vivere del riflesso della sua luce. Altre commedie erano seguite, prima Una Rivolta, che, dopo alcune ostilità della prima sera, filò tranquillamente fra gli applausi un lungo corso di rappresentazioni. Pochi mesi dopo, durante il successo dell'ultimo suo romanzo, una geniale e delicata attrice, la signora Teresa Mariani-Zampieri volle mettere in iscena con gusto d'artista una commedia in tre atti, Messer Arlecchino, che Farnese aveva scritto durante un suo viaggio in Spagna, per non perdere l'abitudine della penna e senza alcuna intenzione di destinarla al teatro. Era una delicata fantasia, il ritorno delle maschere della commedia dell'arte italiana, una follia carnevalesca ed amorosa in un quadro di Watteau, con la grazia autunnale di una festa galante di Verlaine. La signora Teresa Mariani-Zampieri nel variopinto costume di un Arlecchino pieno di grazie vi ebbe un successo squisito, ovunque. E Farnese, senza riposo, si mise di nuovo al lavoro nel suo continuo inseguimento del meglio e del bello ed in un anno, uscirono due altri romanzi suoi: L'infamia umana, dove dieci tipi balzacchiani di vili e d'infami torturavano e macchiavano per sempre una serena anima di giovinetta; Cecilia, dove era narrata la storia di quella giovinetta aristocratica, Cecilia Armenieri, che, fuggita di casa con un uomo alla moda, aveva voluto essere attrice e trionfare su la scena, dove comparve con fortuna ma per breve tempo, per scomparire pochi mesi dopo, non si seppe mai dove, non si seppe mai come.

Stanco delle sue fatiche di romanziere, Farnese aveva pensato di riposarsi scrivendo tre ampii saggi intorno all'opera di tre pittori veneziani, che egli singolarmente prediligeva, Giorgione, Paolo Veronese e Carpaccio. Nella primavera del 1891, mentre correva l'Italia il suo nuovo libro, Cieli stranieri, libro d'impressioni dei suoi viaggi in Spagna, in Irlanda, in Olanda, in Fiandra, in Palestina ed in Oriente, egli rimase quattro mesi a Venezia, in un appartamento originalissimo ch'egli aveva affittato in quel curioso palazzetto Dario sul Canal Grande, che pencola un po' da un lato, e che si trova quasi prospiciente alla misteriosa casa di Desdemona. In quei soavi mesi di adorabile primavera veneziana, levato a primo mattino, Farnese sbrigava qualche articolo e qualche cronaca che, non ostante il suo riposo, doveva dare ai giornali ed alle riviste. Passava la mattina e metà del pomeriggio a percorrere i luoghi dove erano quadri dei suoi tre pittori, l'Accademia Reale di Belle arti, le chiese più lontane, S. Sebastiano, i Frari, Santi Giovanni e Paolo, — San Zanipolo, come abbreviano i veneziani — San Giovanni in Bragora, la Madonna dell'Orto. Verso il mezzogiorno, dopo una breve colazione al Caffè Quadri o al Florian, ritornava al lavoro e guardava, frugava, raffrontava, prendeva note, fino al tramonto quando, salito in gondola, amava goderselo su lo smisurato specchio della laguna o si faceva scivolare lungo il Canalazzo per vedere luccicare all'oro del tramonto i bei marmi orientali del palazzetto Dario dove abitava, o la facciata diamantata della Cà d'Oro, o per vedere tingersi ancòra di rosa le marmoree facciate del palazzo Contarini dalle Figure o del palazzo Foscari. Pranzava quasi sempre con qualche amico in un caffè sul mare, rientrava presto e prima di coricarsi leggeva, sbrigava la sua corrispondenza, ordinava le moltissime note raccolte nella laboriosa giornata. Poi dormiva d'un quieto sonno quasi infantile senza sogni e senza incubi affannosi. Gli era quasi ogni giorno compagno in quelle esplorazioni artistiche, Leonardo Loredano, bell'uomo di trentacinque anni, scrittore rinomato, amico fedele, gentiluomo perfetto appartenente ad una delle più nobili famiglie veneziane. Loredano aveva scritto romanzi e commedie che avevan dato molta voga al suo bel nome: — romanzi che erano quadri originali, grandi affreschi di quella vita cosmopolita così ardente oggigiorno e così vibrante, ch'egli viveva continuamente; commedie che eran fini esercitazioni di casistica sentimentale, opere delicate di un Marivaux del secolo decimonono, un Marivaux che bevesse l'extra-dry, fumasse i londres e leggesse la Vie Parisienne su la terrazza marina di un caravanserraglio cosmopolita di Cannes o di San Remo. Loredano era una delle figure più eminenti di Venezia: appena trentacinquenne, era già stato per due anni e con molto onore sindaco della sua divina città: gli avevano offerto la candidatura politica, ma egli aveva preferito tornare ai suoi calmi lavori letterari, riprendere i suoi incessanti viaggi a traverso il mondo. In quella primavera la sua sosta a Venezia si prolungava per restare con Farnese ch'egli amava molto. Qualche sera lo tratteneva a pranzare con lui in casa sua, e fu ad uno di quei pranzi che Farnese conobbe la sorella di Loredano, Beatrice, una snella figura di donna, con due occhi neri, dolci e sognatori, un colorito pallido che aumentava la sensazione di aristocrazia emanata da tutta la sua ammaliante persona. Farnese era stato preso a poco a poco da quel fascino, ed il poeta, che sonnecchiava in lui sotto il giornalista ardente ed il romanziere crudele, si ridestava in quelle notti lunari, quando i tre amici restavano su la terrazza tessendo sogni, allo sciacquìo sonnolento dell'acqua nel canale sottostante. I suoi lavori su Giorgione, Veronese e Carpaccio eran finiti da tempo e Farnese, nel giugno, non accennava ancora ad andar via. Una sera egli seppe che Loredano era improvvisamente partito per due giorni alla volta di Milano. L'innamorato si era subito diretto alla casa dell'assente, aveva chiesto della contessina Beatrice, rimastavi sola con la governante inglese e, contro ogni probabilità, egli era stato ricevuto in un salone sul Canalazzo, salone che l'unica lampada coperta da un paralume rosa lasciava in misteriosa penombra. Beatrice, tutta bianca, era seduta presso la finestra ed un raggio di luna l'inargentava. Il poeta in Farnese aveva trionfato. Ed egli, lo scettico, il misogino, il professional Woman's hater, l'odiatore professionale delle donne, disse d'un tratto tutto quel che sentiva, il bisogno da cui era commossa la sua anima, di una casa, di un'intimità, di una famiglia, in quella sua spossante vita di lotta e di lavoro. Era stato lirico, lui, solito di essere ironico; ma l'ironia aveva subito ripreso il sopravvento; e, mentre la donna rispondeva commossa e propizia all'offerta dell'innamorato, quel raggio di luna, quella veste bianca, quella giovinetta tremante, quella penombra, l'eco dello sciacquìo di quell'acqua nel canale sottostante, le grida lontane dei gondolieri, l'avevano costretto ad una grande risata, mentre diceva alla donna, già col cappello ed il bastone in mano: — «Noi facciamo il melodramma ed io fuggo. Vi lascio su queste buone parole». — Poi, l'innamorato avendo suggerito di tener per buone quelle promesse, egli aveva aggiunto: — «Per tutto il resto m'intenderò con vostro fratello». Ed era andato via, ridendo di sè stesso. Loredano, al ritorno, aveva accolto con gioia e con bonomia quelle recentissime notizie insperate. L'innamorato era partito subito dopo. Tornato in ottobre a Venezia, lo scrittore ne ripartiva, poche ore più tardi, avendo al suo braccio la signora Beatrice Farnese. Loredano contemporaneamente prendeva l'express per Londra, felice di poter ricominciare la sua vertiginosa esistenza nella società di Cosmopoli.


La fortuna ed il nome di sua moglie s'erano aggiunti per Farnese alla propria fortuna ed al vanto del proprio nome nel sospingerlo in un mondo di eleganze e di raffinatezze che non era il suo. Fino ad allora egli aveva vissuto in un mondo speciale ed originale di costumi e di bisogni, un mondo di scrittori, di giornalisti, di artisti, di attrici e di cavallerizze. Egli aveva amato le falsità delle quinte, i cattivi sentori del palcoscenico; le parrucche incipriate delle cavallerizze e delle clownesses lo avevano affascinato, ed all'uscire dalle austere sedute di lavoro o dalle serene discussioni con gli uomini più eminenti, lo scrittore aveva sempre veduto la vita sotto una cipria rosea, in uno sfolgorio di lumi, in un succedersi repentino di desiderj e di ebbrezze. Raramente egli aveva frequentato quel che oggi giorno chiamano il gran mondo, quasi i pettegolezzi e le ciancie di cinquanta saloni potessero raccogliere gli innumerevoli brividi elettrici della vita modernissima. In quei saloni egli aveva fatto rapide comparse quando qualche successo metteva di moda fra le belle duchesse il suo nome battagliero. Se ne era però subito allontanato, a causa di quelli uomini eleganti che volevano far sentir troppo al letterato la loro supremazia, e che anche nelle cortesie svelavano quella protezione che si ha verso un intruso compatito e sopportato perchè non se ne può fare a meno. Ma sua moglie nei primi anni di matrimonio aveva sùbito voluto godere i fascini della vita mondana, e tutti i saloni più esclusivisti di Roma si erano aperti per lei. Farnese era stato accolto questa volta, dagli uomini, come un buon compagno, — perchè vedevano in sua moglie una caccia probabile; non gli parlavano più quasi disdegnosamente di letteratura, ma lo intrattenevano intorno alle maggiori probabilità di riuscita di un cavallo a uno steeple-chase qualunque, intorno all'ultima partita intavolata al Circolo, o al miglior paio di scarpe per il lawn-tennis.

Farnese si rifaceva di quelle sere di costipazione intellettuale — come egli diceva ridendo alla moglie — con ottime mattinate di lavoro incessante e fecondo. Lo scrittore non aveva perduto le sue ottime virtù di lavoratore metodico, di buon artigiano, com'egli soleva dire asserendo che bisognava essere un buon artigiano per essere un vero artista. Levato per tempo, lavorava sino a pomeriggio inoltrato; ma alle quattro la vita mondana lo riprendeva nel suo rumoroso vortice, sino al mattino seguente. A poco a poco, quelle eleganze e quelle squisitezze avevano affascinato in lui il borghese rimasto sotto la maschera dello scrittore scettico e la corazza dell'uomo rotto alla vita. In breve, egli sentì l'ossessione di quelle eleganze, non seppe più farne a meno, e qualche volta quasi avrebbe preferito al suo bel nome di autore celebre un titolo qualunque, l'onore solenne di duecentomila lire perdute in una notte di baccarat, il fascino irresistibile d'essere stato vincitore di un derby. Ma erano passeggeri e brevi momenti di debolezza: una seduta di lavoro lo liberava da tutte quelle elegantissime ubbìe.

L'ironista risorgeva in lui. Venne allora la terza maniera di Farnese, che fu quella che ebbe più successo di critica e di vendita. La sua vita mondana a Roma, a Cannes, a Montecarlo o ad Aix-les-Bains, lo indusse a riprodurre quella futile esistenza noncurante e nella serietà medesima con cui il romanziere descriveva le eleganze più deliziose e le etichette più infrangibili, si scandalizzava per la minima scorrettezza, si entusiasmava a freddo per una marsina di taglio inappuntabile o per l'impassibilità di un giocatore elegante al tavolo verde, era un feroce fondo d'ironia, che sfuggiva agli interessati ed ai colpiti, e divertiva tutti gli altri. Quei primi due romanzi della sua terza maniera, Catene d'Oro e Sirene furono sui tabourets di tutte le principesse, nei gabinetti da fumo di tutti gli elegantissimi. Intanto altre sue commedie trionfavano: Una parabola, Flavia, I tramonti. Pubblicò anche sul giornale di Torrero, un piccolo capolavoro di satira una serie di note intitolata Giornale di uno snob, dove si risolvevano con la più esilarante compunzione questi ardui problemi: se fossero migliori le cravatte di Boivin o di Kent, quale ne fosse il nodo più acconcio, quale il più inglese taglio per le giacchette; e sopra tutto una Teoria dello smoking, rimasta indimenticabile, dove dieci uomini alla moda discutevano quattro ore se fosse lecito o no indossare lo smoking per teatro nelle sere d'inverno.

Nel frattempo, egli aveva avuto due bimbi, uno maschio, Luca, che presentemente aveva circa sei anni, ed una femmina di un anno minore, Anna Maria. La moglie si era stancata della vita mondana, si era tutta consacrata ai suoi bambini ed al marito e questi aveva continuato, ma per poco tempo ancóra a correr solo i saloni, le sale d'armi, i circoli e gli alberghi internazionali, poichè come un articolo di Claudio Sanna, l'aveva lanciato nella bolgia letteraria, un altro articolo, anche a firma di Claudio Sanna, lo salvò da una rovina verso cui egli precipitava nell'incoscienza della sua nuova ebrietà. In quell'articolo severo il vecchio maestro avvertiva Farnese delle cattive tendenze che egli lasciava prendere alla sua opera, lo metteva in guardia contro le sorprese dei successi troppo repentini; gli consigliava e augurava un sano periodo di lavoro ed una nuova opera fortissima che potesse accoppiarsi a quell'Aurora, rimasta fino allora il suo capolavoro.

Questo libro venne, frutto di un anno di raccoglimento e spoglio di mondanità, e s'intitolò I merletti. Erano i merletti posti dalle belle dame su le ferite sanguinolenti e turpi, l'inganno del ricamo, la maschera di trina messa su la vergogna e sul peccato, l'eleganza che giustifica, la massoneria morale dell'alta società: libro fecondo ed inquieto, vera opera della maturità dell'artista. Pubblicati prima su la Nuova Antologia e poi in volume, I merletti ebbero un successo nel quale nè Farnese nè alcun altro avrebbe mai potuto sperare. In una con tutte le sue virtù di narratore facile, elegante e drammatico, con quelle delicatezze che pure solleticavano il gusto di qualcuno, la sua spietata analisi psicologica, Farnese era in quel romanzo filosofo e moralista; l'opera assurgeva a commento di un'idea, una morale vi trionfava oramai.

Il romanziere aveva scritto questo romanzo in una villa presso Siena, tra le tenerezze di sua moglie e le primavere gioconde dei suoi bambini. Qualche raro amico rompeva per pochi giorni la monotonia di quell'eremitaggio affettuoso e pensoso: Farnese serbava di quell'anno un ricordo profumato, come del periodo più felice e più squisito della sua vita. L'amore di Beatrice l'aveva sostenuto in questa opera di maturità, spronandolo nelle ore di sconforto e di sfiducia, quando pare che tutto crolli intorno all'artista in una notte densa e che il pensiero vacilli; confortandolo nelle ore di tristezza, distraendolo quando la sera, seduto per terra, egli chinava la fronte stanca sul grembo di lei, al lume roseo della lampada, mentre dalle stanze contigue giungevano i gridi spensierati del piccolo Luca e della fragile e bionda Anna Maria. Ella era stata la guida e la mèta, lo sprone e il riposo, collaboratrice e compagna, amante ed amata.

Giuliano Farnese aveva allora trentacinque anni. Finito il romanzo I merletti, mentre questo correva trionfalmente l'Europa nel testo autentico ed in quattro traduzioni, lo scrittore condusse la piccola famiglia al mare, a San Remo, dove egli aveva una villa e dove Loredano li raggiunse da Vichy; Farnese vi si riposò per due mesi senza toccare la penna. Al loro ritorno in Roma, dopo un'assenza di più di un anno, Farnese si era dedicato a una nuova commedia: La chimera. Ultimatala nel febbraio, aveva ricevuto un bigliettino da Savarese, direttore del Teatro Nazionale, che gliela domandava a ottime condizioni. Egli aveva volentieri acconsentito, stabilendo col Savarese un convegno. Questi si era ben guardato dal mancarvi e si era presentato nell'appartamento che Farnese abitava in un villino del Macao, (accompagnato da Claudina Rosiers che il commediografo non conosceva), avendo già nella tasca del soprabito il contratto da firmare.

Claudina Rosiers aveva ascoltato nervosamente la lettura della commedia. In certi momenti aveva pianto, mentre Farnese ironicamente sorrideva. Poi, andandosene con Savarese, ella aveva guardato lo scrittore con gli occhi ancóra pieni di lacrime, convulsa. Questi era rimasto un momento a guardare la porta donde i due erano usciti. Poi, scosse le spalle, aveva acceso una sigaretta e si era rimesso al lavoro.

Una settimana dopo le prove erano incominciate.

III.

Egli aveva lasciato Claudina Rosiers dopo quell'invito lanciatogli non ostante la severità di poco prima, ciò che affermava il vivo desiderio dell'attrice di rivederlo ancòra. Egli aveva schivato, durante tutto il pomeriggio di entrare in discorsi troppo intimi con la signorina Rosiers e invece, in quella carrozza e per quelle scale, era stato debole ed irriflessivo come un fanciullo. Era uscito dal teatro con l'intenzione di andar subito a prendere il piccolo Luca, appena riaccompagnata Claudina ed invece le sette e mezza suonavano all'orologio della Trinità dei Monti, quando egli traversava la piazza di Spagna, col bavero di lontra del suo soprabito freddolosamente rialzato. Fermò una carrozza che passava vuota e diede al cocchiere il suo indirizzo, raccomandandogli di far presto. Però appena chiuso nella carrozza, quell'ombra e quel tepore gli ricordarono Claudina; e passando sotto le finestre dell'attrice, lo scrittore non seppe trattenersi dall'accostare il viso al cristallo dello sportello per intravedere, come intravide, la fine figurina di Claudina Rosiers disegnata bruna sul rettangolo luminoso della finestra. Certamente non era amore quel desiderio della compagnia dell'attrice, che l'aveva preso da poche ore. Poteva meglio esser considerato come il fascino di quella giovinezza, come l'attrattiva prepotente di quella verginità ch'ella gli aveva esaltato così orgogliosamente. D'altra parte, egli poteva considerarsi ancòra come un marito amante della moglie, poichè qualche rapida corsa su la pista fallace dei facili amori non poteva considerarsi come un alto tradimento o come la conseguenza di un disamore.... Egli aveva quasi degli obblighi sensuali di rappresentanza. Per la sua fama, per la sua posizione influente, le carezze femminili gli erano esibite continuamente, per brama di scandalo o per curiosità o per guadagno o per desiderio di renderselo amico e favorevole. Pure avendo schivate quante più poteva di quelle voluttuose esibizioni, lo scrittore non poteva sottrarsi ad ogni profferta nè poteva ringraziare e rimandare, semplicemente, ognuna di quelle generose. Gli uomini invidiosi vigilavano poco lontano e Farnese non voleva assumere l'aspetto ridicolo ed umiliante di casto Giuseppe o di marito irragionevolmente fedelissimo. Aveva così conquistato quella abilità, ch'egli chiamava diplomazia amorosa, consistente nel limitarsi al minor numero possibile d'imbarcamenti per Citera, e nel compiere quei pochi innanzi ad una fitta folla di spettatori rabbiosi. Le donne di teatro volevano essere compromesse da lui per avere il vanto di essere sue amanti; nè Farnese chiedeva di meglio; e, se doveva baciarne una, coglieva il momento, tra una quinta e l'altra, in cui i soliti spettatori potessero vedere. Per questa ragione, egli pensava nel tepore di quella carrozza che gli ricordava l'attrice, come le parole e i sospiri di costei potessero non essere altro che una ancòra di quelle voluttuose esibizioni che lo perseguitavano su le tavole dei palcoscenici ed in qualche salotto di donna elegante. Tuttavia Claudina Rosiers non era una donna vana e leggera, nè poteva ammettersi in lei una venalità qualsiasi, poichè i suoi guadagni del teatro erano più che sufficienti alle necessità della sua vita modesta. Inoltre quella verginità ch'ella aveva saputo conservare pur passando per tanti ambienti diversi e corrotti, quella verginità intatta malgrado tante traversie e tante miserie, doveva essere per l'attrice un così prezioso patrimonio da non gettarlo e disperderlo per un trionfo della vanità o per il desiderio di un momento. Se ella, dunque, avesse concesso quel fiore a Farnese, egli avrebbe potuto essere sicuro dell'amore di lei, della passione che la inebriava. Ma egli non voleva quella concessione, intendeva di schivare quella sicurezza su una passione che sarebbe stata o dolorosa o delittuosa. Il ricordo di sua moglie gli attraversò il pensiero e ripensò la devozione di lei, la sua tenerezza, la sua immacolata fedeltà. Ella si sacrificava in silenzio, paga del solo amore dei suoi bambini, cullando l'unico sogno dolcissimo del loro avvenire e della loro felicità. Tuttavia l'assistenza e l'appoggio dell'uomo ch'ella amava non dovevano venire a mancarle, poichè solamente in quelli la buona creatura riponeva il suo conforto ed il suo compenso. L'idea di un più affettuoso riavvicinamento alla moglie attraversava con insistenza il pensiero dello scrittore e gli appariva possibile, poichè, le prove del La Chimera terminando tra pochissimi giorni, egli non avrebbe avuto più occasione di tornare su le scene del Teatro Nazionale e di incontrarvisi nuovamente con Claudina Rosiers. Questi saggi propositi erano a volte spezzati da lampi di desiderio suscitati dal ricordo della bellezza dell'attrice; ma, spento il pallido lampo, i buoni proponimenti tornavano, ed in uno di questi ritorni, al momento che la carrozza si fermava d'innanzi al cancello della sua casa ed il cocchiere discendeva ad aprire lo sportello, lo scrittore aveva deciso di non andare quella sera al Teatro Nazionale e di mandare un biglietto di scusa con un pretesto a Claudina Rosiers, subito, prima che avesse avuto il tempo di mutar parere.

Nel frattempo egli aveva salito le scale e subito i bambini erano accorsi al rumore del suo ingresso nell'anticamera che una lampada sospesa, coperta da un globo di cristallo azzurro, rischiarava dolcemente. I bambini, che si erano aggrappati a lui anche prima che egli avesse potuto sbarazzarsi del soprabito, gridavano festosamente.

— È venuto lo zio Leonardo! È a Roma e resterà. È arrivato oggi, dopo colazione.

— Lo zio Leonardo, qui?

Mitigato il suo primo impeto di piacere che lo spingeva ad entrare nel salotto dove sua moglie era con suo fratello Loredano, lo scrittore ricordò la lettera da scrivere a Claudina, e volendo scriverla subito come aveva saggiamente deciso, prese i bambini per la mano, e parlando sottovoce, raccomandò loro il silenzio: poi con aria comica e misteriosa, li condusse nel suo gabinetto da lavoro. Il piccolo Luca e la bionda Anna Maria lo seguivano, gravi e compunti, interessati ed incuriositi da quel mistero, camminando su le punte dei piccoli piedi.

Nel gabinetto da lavoro del papà si sedettero su due grandi seggioloni, ove rimasero, senza pronunziar parola, tutto il tempo che Farnese impiegò a scarabocchiare sopra un cartoncino queste poche righe:


Lunedì sera,

«Mia buona Claudina, l'uomo propone e le combinazioni dispongono. L'arrivo, annunziato per stasera, di mio cognato Leonardo Loredano mi vieta di venir da voi, come vi avevo promesso, a godere un poco della vostra compagnia in quel vostro così intimo camerino del Teatro Nazionale. Perdonatemi e compatitemi.

Farnese».


Poi, mentre lo scrittore chiudeva la busta e vi segnava il nome e l'indirizzo di Claudina Rosiers, i due bimbi si erano avvicinati al padre ed il piccolo Luca aveva dimandato con la stessa aria di mistero, usata poco prima da Farnese:

— Devo chiamare Stefano per mandare quella lettera?

Poi, presa la lettera dalle mani del padre, con una comica serietà, l'aveva tesa al domestico comparso alla chiamata, dicendogli:

— Questa lettera al suo indirizzo e sùbito.

Uscito il domestico, i bimbi si arrampicarono alle spalle del padre, ridendo e gridando così forte che la voce della mamma li richiamò dalla stanza vicina. Allora Farnese, più tranquillo, era entrato nel salotto, dove Loredano, seduto presso la sorella, si scaldava le mani a un'ilare fiammata.

— Finalmente sei rientrato, disse Beatrice, ma bisogna compatire l'autore drammatico nell'esercizio delle sue funzioni. È vero, Leonardo?

Leonardo si sciolse dall'abbraccio di Farnese per rispondere alla sorella, ma la sua risposta fu troncata dai gridi dei bimbi che, pieni di gioia, saltavano e battevano le mani intorno allo scrittore. Beatrice si rivolse al marito e domandò con la sua dolcezza abituale e pensierosa:

— Resti in casa, stasera?

— Tutta la serata: metà per te, metà per Leonardo.

— Ti ringrazio per la mia metà, disse ridendo Leonardo e ritornò accanto al fuoco per tendere le mani verso la fiamma brontolante.

— Sono enormemente stanco, diceva Farnese, tenendo su i ginocchi il piccolo Luca che prestava attenzione con serietà buffa. — Mi sono alzato alle sette. Ho lavorato sino a mezzogiorno. Figurati, Loredano, che una settimana fa sono venuti a domandarmi un lungo studio su Swimburne per una rivista nuova. Dovevo consegnarlo quest'oggi e non avevo scritto una parola, non avevo una nota a pagarla un tesoro. Poi, colazione. La tua signora sorella era magnifica in una veste da camera rosa della quale puoi giudicare tu stesso. Poi, le prove sino alle cinque. Dalle cinque.....

— È stato con la signorina Rosiers. Le ha scritto or ora.

Farnese credette bene di non raccogliere quella frase intempestiva del piccolo Luca, ma, avendo visto negli occhi di Beatrice un'ombra incerta che esprimeva insieme dolore ed ira, volle ripararvi:

— Il piccolo Luca, spiegò, è in collera col suo papà perchè non è venuto a prenderlo per la passeggiata, come gli aveva promesso stamane. Non è vero, Luchino? — Ed avendo il bimbo assentito del capo, aggiunse volgendosi a Loredano e poi a Beatrice: — La signorina Rosiers mi ha mandato dalla sua sarta a vedere i tre abiti pronti per la Chimera ed ho fatto tardi. Ora, siccome stasera desidero di restare in casa con voi, le ho comunicato i miei appunti e i miei consigli da profano.

Mentre costruiva questo piccolo ed abile edifizio di menzogne, egli osservava sua moglie, la cui fisonomia si rischiariva subito con un riflesso di piacere e di calma. Beatrice aveva sùbito ricominciato a parlare con Loredano, mentre Farnese pensava con soddisfazione all'abilità spiegata nel riparare all'imprudente frase del piccolo Luca. Chiunque altro si sarebbe stupito della facilità con la quale sua moglie aveva accolte per vere le sue spiegazioni, ma egli aveva talmente corso la vita di qua e di là, che da molto tempo oramai non si stupiva di niente!


Il pranzo era cominciato, fra le domande di ogni sorta rivolte a Farnese da Loredano riguardo alla nuova commedia, alla cui prima rappresentazione egli era venuto ad assistere. Farnese con piacere — e tutto l'autore si rivelava in questo piacere — aveva parlato a lungo della sua opera, narrandone il soggetto, commentandone lo svolgimento, dando notizie su l'andamento delle prove e su le varie probabilità di interpretazione e di successo. Da queste notizie erano presto passati ad una discussione artistica e Loredano, che non chiedeva di meglio, vi si era lanciato intieramente. Per la ventesima volta, ripresero una loro discussione sul teatro, passarono ad enumerare capolavori e successi, e Beatrice potè udire frasi come queste:

— Io non scriverò più per il teatro. Il teatro è un'arte inferiore, diceva Loredano. Non so più chinarmi ad affrontare il giudizio del pubblico, molte volte ingiusto ed irragionevole, nè posso subire i vincoli che m'impone il teatro, sopra tutto quello di dover pensare ad una media intellettuale del pubblico, ad un average reader, come dicono gl'Inglesi. È per questo appunto che il teatro è un'arte inferiore.

— No, non è inferiore! protestava Giuliano. Come puoi dir tale un'arte che ha avuto Shakespeare: Shakespeare, l'uomo più profondo della terra, il creatore umano più sublime?

— E che significa? Shakespeare era un Dio! rispondeva Loredano. Al suo confronto io non sono che un abatino e di conseguenza non scriverò mai più commedie in vita mia...!

— Giuramento da marinaio! interruppe Beatrice ed aggiunse finemente, sorridendo: — Come si intitola quella che stai scrivendo?

Si rise. Il piccolo Luca, pur non avendo capito, vide ridere gli altri e proruppe in un grande scoppio di ilarità.

— Ecco, continuava Farnese, tua sorella ha detto la morale della favola. Eh, eh! mio caro, si nasce autori drammatici come si nasce assassini.

— Il paragone è lusinghiero, esclamò Beatrice.

— Ma molte volte esatto! disse Leonardo ridendo; ed aggiunse: — Soggiogarsi al pubblico? No, no, mai più! Il pubblico.... chi è? cos'è? cosa vuole? Mistero. Sai chi ha detto la vera grande parola sul teatro e sul pubblico? Il tuo Orazio in una delle sue epistolae, quando al rumore degli applausi per un attore che non ancòra aveva parlato, egli domanda al pubblico: Dixit adhuc aliquid? Nil sane. Quid placet ergo? Lana Tarentino violas imitata veneno.

— Io non sono dotta in latino, interruppe la sorella, come Ninon de Lenclos. Vuoi tradurmelo?

— Significa: Disse ora qualcosa? Niente affatto. Ed allora che cosa si applaude? La lana che imita le viole con veleno tarentino. — Poi rivolgendosi a Farnese continuò: — Mio Dio, ora non si applaude più alla lana che imita le viole, ma è certo che le gambe ed i fianchi di un'attrice hanno un'enorme importanza nella riuscita di un'opera d'arte.

Beatrice ascoltava sorridendo quei discorsi uditi tante volte! Talvolta qualche parola di suo marito la riconduceva col pensiero a Claudina Rosiers. Ella non era veramente gelosa di costei, ma sospettava sempre della castità delle visite che Farnese faceva in palcoscenico. Lo amava molto e temeva quelle donne estranee che avevano per lui i fascini e gl'inganni delle ignote. Tuttavia non aveva mai espresso a Giuliano quei suoi timori per un sentimento misto di orgoglio e di rispetto: orgoglio perchè non voleva ammettere la possibilità che suo marito potesse anteporle un'altra donna qualunque; rispetto perchè non voleva stimarlo capace di un tradimento o di una calcolatrice commedia di affettuosità e di devozione verso di lei. Nè Giuliano aveva mai pensato che sua moglie potesse sospettare e soffrire per la sua vita fuori di casa, che era tanta e così turbinosa. Egli traversava l'esistenza con una certa noncuranza, occasionata anche dal fatto ch'egli non reputava tradimenti e colpe quelle sue brevi cadute senza conseguenze sul terreno sdrucciolevole della galanteria facile ed interessata. Così che, riparata alla meglio la frase imprudente del piccolo Luca, egli, non pensando che ciò potesse procurare a Beatrice preoccupazioni moleste, seguitava a parlare della signorina Rosiers con entusiasmo trascendentale. La donna taceva; così che, quando Loredano dimandò se l'attrice esaltata era bella e se era pericolosa per la fedeltà di Giuliano, ella levò sùbito il viso incontro al marito. E stupita che Loredano avesse pronunziato, con la sua ultima domanda, le parole che le si agitavano nella mente, disse, osservando l'impressione che le sue frasi esercitavano sul volto del marito:

— La signorina Rosiers? È veramente bella, ma dicono anche che sia onesta. Sebbene queste assicurazioni sieno il più delle volte erronee, pure ciò mi tranquillizza molto sul conto di Giuliano. Del resto, s'egli penserà diversamente non avrà che a dirmelo ed io prenderò una strada diversa per dignità mia, per mia pace e per lasciarlo tranquillo. Ma tutte queste sono sciocchezze, — concluse ridendo e prendendo la mano del marito — grandi sciocchezze e non vi è nulla di nulla! Non è vero, Giuliano?

Al primo momento di quella uscita inattesa, e mentre Beatrice trasaliva fin nelle più intime fibre per l'ansia di cogliere un'espressione sincera nella risposta di suo marito, questi non si rese subito conto di quel che potesse significare quel discorso; ma poi, prendendo tempo col raccontare ciò che si diceva su l'onestà della Rosiers, potè convincersi che le parole di Beatrice erano quelle di una donna che vuol convincere e rassicurare prima di tutti, sè stessa; intuì, perciò, che bisognava usar prudenza, non per aver agio maggiore nelle sue relazioni, ma per evitare dissidii famigliari e laceranti preoccupazioni a sua moglie; così che, ritrovato il suo sangue freddo, giocò di abilità e di prudenza conchiudendo col dire:

— È appunto per questa sua onestà che tu puoi essere tranquilla su Claudina Rosiers a mio riguardo. Ella cerca un marito e non un amante, un nome e non uno scandalo qualunque. — Poi subitamente e ridendo per aggiungere colore di verità alla sua indifferenza, disse ancòra: — Vuoi esserle presentato, Leonardo? Chi sa che non possiate amalgamarvi.....

I bimbi si erano già levati da tavola e, dopo una debole risata di Loredano, un silenzio imbarazzante si era fatto intorno alla mensa. Al centro di questa, in un gran parterre d'argento cesellato, era una quantità enorme di violette di Parma, la cui seta oscura era interrotta dal velluto di qualche rosa gialla. Farnese aveva ripreso a parlare con molta gaiezza, lieto per quell'ambiente intimo e raccolto; e si compiaceva per le argenterie e le biancherie che splendevano e biancheggiavano ancòra più sotto la bruna ombra di quel tappeto di violette e di rose. Beatrice prendeva dal vaso alcune di quelle violette e le sfogliava lentamente, fogliolina a fogliolina, mentre il marito aveva ripreso a sviluppare le sue idee sul teatro.

— Una commedia, egli diceva, è, come affermava Balzac, l'opera più facile e la più difficile per lo spirito umano: è un giocattolo di Norimberga od una statua immortale, è un pulcinella o una Venere... Dimmi piuttosto che è necessario pel teatro un ingegno speciale, se non un grande ingegno. Prova ne sia lo stesso Balzac, il quale chiamando melodrammi miserabili le creazioni di Hugo, non è mai riuscito a finire quella sua commedia in cinque atti, Joseph Proudhomme, tante volte e così minutamente annunziata alla sua contessa Hanska! E non si può negare che nei suoi romanzi Balzac mostrasse pel teatro tutte le attitudini desiderabili!

Mentre continuava in questi discorsi, osservando la moglie, come un altro si sarebbe detto: «Non sospetta, e del resto non ve ne sarebbe alcuna ragione» egli si diceva: «Bisogna farle smarrire le tracce per qualunque evenienza». Sotto le sue apparenze noncuranti e non ostante le sue continue fanfaronate, lo scrittore aveva la qualità principale della prudenza: la riflessione. A traverso le futilità di alcuni suoi discorsi, per esempio, si poteva scorgere la trama di un suo disegno dei più serii. In ogni occasione della sua vita egli si era conservata aperta una via d'uscita, aveva tutelata una possibile ritirata decorosa. Giammai egli si era trovato in condizioni diverse da quelle che aveva preparato egli stesso. Tutte quelle parole ch'egli pronunziava, sempre con una gaiezza spensierata o fanfaronesca, erano prima state lungamente pesate, valutate, discusse. In somma, nella vita, per non essere sorpreso inopportunamente, egli recitava una parte che egli stesso si era scritta e che aveva a lungo meditata e studiata. Così che, al momento in cui il domestico mesceva la spuma candida dell'extra-dry nelle esili coppe di cristallo e quelle coppe erano levate per augurare fortuna alla nuova commedia sua, egli diceva con la più semplice ed indifferente aria di questo mondo:

— A proposito di Claudina Rosiers posso dirvi sotto ogni riserva, però, che si mormora tra le quinte di un progetto di matrimonio fra Claudina e Lorenzo Gray. Quello che so di certo è che l'attrice è molto tenera per il suo patito. Anche oggi, dopo la prova, sono usciti insieme dal teatro, Gray l'ha accompagnata a casa e mi dicono le sue amiche che di solito egli sale e vi resta. D'altra parte, non sarebbe un cattivo affare per la Rosiers: Gray è un buon attore, ben pagato, di sicuro avvenire, è un bel giovine, un bravo figliuolo e niente affatto geloso! — Poi, come gli venne da ridere, pensando a quella sua ultima affermazione a proposito di quell'Otello in cravatta bianca che era Gray, cercò di spiegare la sua improvvisa ilarità, dicendo: — Tutto andrebbe bene. Mi dispiacerebbe solo per Leonardo che non potrebbe più amalgamarsi.....


Il risultato di quel contegno non si fece attendere. Al levarsi di tavola, Beatrice prese il braccio di lui e lo strinse al seno con un gesto pieno di confidenza e di affettuosità. E nella conversazione che seguì nel salotto, dopo che i bambini furono condotti via dalla Miss, trovò modo di essere così gentile, così amabile, così affascinante che in un momento ch'egli era uscito, Loredano disse alla sorella:

— Egli ti ama sempre molto. Puoi essere felice!

— Oh sì, rispose Beatrice, non potrebbe essere più buono e più mio.

— E tu avevi dei sospetti su quella Claudina Rosiers? dimandava il fratello.

— Già, scioccamente, rispose Beatrice. Ma ora sono tutti dissipati e la scioccherella fa ammenda.

La povera donna non avrebbe mai sospettato che suo marito fosse uscito dal salotto, appunto alla ricerca di un pretesto plausibile per andar fuori e recarsi da Claudina. A poco a poco, nella serata, il fascino dell'attrice lo aveva ripreso e gli era sembrato stupido interdirsi per quella sera il piacere spirituale che gli procurava la vicinanza dell'attrice. Uscito dal salotto, si era recato nel suo gabinetto da lavoro ed aveva cercato nel cassetto della sua corrispondenza le lettere, i bigliettini ed i brevi telegrammi di Claudina. Aveva scelto un bigliettino dell'attrice, ricevuto molte sere innanzi, ma senza data, bigliettino in cui l'attrice lo pregava di passare prima della mezzanotte dal teatro, per un affare urgente riguardo alla messa in scena della sua nuova commedia. Farnese prese quel biglietto e mandò il domestico in cerca della sua corrispondenza serale. Quando l'ebbe, vi mise in mezzo la lettera di Claudina e rientrò nel salotto. Mentre Loredano parlava a Beatrice del suo ultimo viaggio nelle Fiandre, Farnese si era seduto in un angolo del salotto per aprire e scorrere quella ventina di lettere e di giornali. Giunto alla lettera di Claudina, aveva fatto con un suo coltellino d'oro il gesto di tagliare l'orlo della busta e, scorse appena poche righe, con un gesto d'impazienza aveva detto:

— Nè pure stasera posso restare tranquillo. Ecco qua la Rosiers che mi manda a chiamare per un affare urgente.

Ed aveva tesa la lettera. Quelle parole erano state pronunziate con tale sincero accento di ira e di fastidio, che Beatrice aveva mormorato un «Povero Giuliano!» che, avendo fatto sorridere finemente Loredano, aveva procurato a Farnese una puntura di rimorso per la commedia indegna da lui recitata. Tuttavia seguitò a recitarla; e appunto Beatrice dovette pregarlo di recarsi al teatro, poichè l'affare poteva essere veramente urgente e la sua presenza necessaria. Egli osservava intanto, con compiacenza, che il suo strattagemma non aveva destato alcun sospetto in sua moglie; volle però ribadire quella sua fiducia con un ultimo colpo di azzardo, dicendo a suo cognato:

— Loredano, vieni anche tu! Ti presenterò a Claudina e vedremo se vi si potrà davvero amalgamare.

Egli aveva trascorso un minuto di ansia, prima che Loredano avesse rifiutato l'invito, pretestando il lungo viaggio fatto e la notte vegliata. Ma, mentre Farnese infilava la pelliccia e stava per prendere congedo, Beatrice insistette presso il fratello perchè si recasse anche lui al Teatro Nazionale. Farnese capì che Beatrice desiderava segretamente che Leonardo l'accompagnasse per essere più calma e sicura, e quella sua prudente riflessione lo indusse ad insistere scherzosamente con Leonardo, a fine di mostrare come la sua visita all'attrice non avesse un secondo fine da nascondere:

— Vieni, egli insistette, t'assicuro che l'amalgama è invitante. Il metallo è delizioso!

— Ma il mercurio, rispose Loredano accennando sè stesso, è così gelato stasera, che l'amalgama sarebbe chimicamente impossibile.

Scampato dal pericolo Farnese, si guardò bene dall'insistere ancora, e, salutando i due, ebbe una sorpresa quasi dolorosa nel leggere sul pallido volto di sua moglie tanta amorosa confidenza.

IV.

«Il mio cuore» — si diceva poco più tardi Farnese mentre la carrozza chiusa correva lungo la splendente via Nazionale verso il civettuolo teatro — «è come una di quelle famose scatolette cinesi che ne contengono successivamente altre cinque o sei, sempre più piccole, l'una incastrata nell'altra. Il mio amore per Beatrice, che tuttavia è indiscutibile, mi permette, per esempio, di recitare commedie come quella che ho recitato poc'anzi per potere andare da Claudina Rosiers. Nella scatoletta successiva vi è il rimorso per l'inganno ed il desiderio di restar con Beatrice; ma in quella incastratavi dentro trovo invece il desiderio di riveder Claudina. Così sono sicuro di trovarne dentro a questa, ritornando dal teatro, un'altra che conterrà una coerentissima noia ed il pentimento per l'inutilità di ciò che ho fatto stasera... e nuove lotte fra il rimorso e il desiderio, fra la ragione e l'impulso. Ah, che cosa ridicola!» Ma tutta questa saggia analisi non gli impediva di avere il cuore preso da una gioia quasi infantile e che si rivelava in gesti allegri e numerosi, quanto più la carrozza s'avvicinava alla bianca facciata dell'elegante teatro. «Io invento le favole per giustificare a mia moglie la mia condotta» — egli aggiungeva, in un altro momento di rimorso — «e poi, quando vedo ch'ella mi presta fede e soffoca in mio onore ogni minimo sospetto, faccio il viso di un Trissottino che ascolti lodare Vadio. Ancòra un'altro trionfo della coerenza!» Osservazione che non gli impediva, appena disceso innanzi al grande scalone di marmo del teatro, di domandare ad un impiegato, e con una mal dissimulata ansietà nella voce, se Claudina Rosiers era in scena. Avuta una risposta affermativa, egli salì un po' contrariato le scale, guardò la sala dal cristallo ovale della porta della platea: vide Claudina in scena, vide i suoi gesti ma non ne udì le parole, e l'automaticità di quei gesti senza parole lo fece sorridere mentre, percorrendo il corridoio del primo ordine di palchi, arrivava al palco di proscenio che è quasi su la ribalta e bussava su la piccola porta col pomo di cristallo del suo bastone per farsi aprire dal palchettaio. Appena entrato, guardò la sala, rispose a cinque o sei saluti direttigli dai palchi o dalle poltrone, ma si rivolse subito alla scena, poichè La visita di nozze era giunta al punto in cui, Cygneroi uscito, la povera donna prorompe, accompagnando il gesto del fazzoletto, in quel «Pouah!» più eloquente di cento parole, quel grido che viene dall'anima e dalla coscienza in rivolta, quel grido che riassume, a quel punto ed in quel senso, tutto il disprezzo di una grande miseria umana. Una salva di applausi aveva tenuto dietro a quel «Pouah!» detto da Claudina Rosiers con violenza ed efficacia meravigliose. Mentre la commedia volgeva rapidamente verso la malinconica fine, Farnese seguitava ad osservare la sala dal fondo del palco, dove s'era rifugiato per non essere visto dall'attrice e darle d'improvviso in palcoscenico il piacere della sua visita inattesa. E non appena il sipario cominciò a cadere fra gli applausi, lo scrittore uscì dal palco, dirigendosi verso la porta delle scene: ma per arrivare a quella porta, cui egli si avviava in fretta a fine di giungere da Claudina prima che gli importuni l'avessero avvicinata, lo scrittore dovette traversare il grande foyer del primo piano risplendente di marmi, di specchi e di luce elettrica. Aveva appena schivato un gruppo di giornalisti, quando una mano si posò su la sua spalla e una voce lo chiamò per nome:

— Ah, siete voi, Filangieri? disse lo scrittore volgendosi e riconoscendo l'uomo che l'aveva salutato. Come mai da queste parti? Non più alle ballerine si limita la vostra caccia serale, ma si estende anche alle commedianti? I miei complimenti!

Pardon, pardon, rispose Filangieri con una pronunzia che marcava l'erre e non prendendo la mano che Farnese gli tendeva per congedarsi. Io non ho mai limitato le mie cacce, come dite voi, alle ballerine od alle commedianti; mio Dio, fra le starne e le quaglie la differenza non è molta..... Ma ora vengo qui perchè quella Claudina Rosiers è veramente graziosa e mi dicono anche che sia molto, dirò così, assediabile... Che ne sapete voi? voi, autore drammatico?

Farnese dovette faticare a vincere la tentazione che gli era venuta di picchiare sul cappello luccicante del fatuo bellimbusto. Cercò di rispondergli a dovere, ma Filangieri aveva già cambiato discorso e gli domandava con falso interesse:

— E voi che fate? Lavorate? Lavorate? A che, se si può sapere? È molto tempo che non abbiamo più nulla di vostro! Sarete crudele per molto tempo ancora?

— Non credo, rispose Farnese, osservando la faccia glabra e il colorito rossastro e la figura tozza e grossa dell'aristocratico viveur, poichè da quindici giorni tutti i giornali annunziano nelle loro cronache la mia nuova commedia che andrà in scena qui fra tre o quattro giorni. Buona sera.

E, stretta la mano dell'elegante, si allontanò per rivoltarsi poi a vedere il naso lungo fatto dal suo interlocutore a quella inattesa risposta che l'aveva lasciato male. Un po' infastidito per il ritardo, lo scrittore arrivò al palcoscenico, traversò la scena già pronta per il nuovo atto, passò in mezzo alla folla dei comici senza fermarsi con nessuno, arrivò al camerino di Claudina, bussò discretamente alla porta col pomo di cristallo del suo bastone e, mentre un'indifferente voce femminile rispondeva «avanti», egli entrò. Ma quale non fu la sua delusione nel trovare Claudina circondata da quattro abiti neri, che esponevano in quel camerino d'attrice ed intorno a quella donna bella la loro imbecillità e la loro presunzione! Chiunque avrebbe potuto leggere sul volto di Claudina un'eguale ed intensa espressione di fastidio, il cui significato, dopo l'ingresso di Farnese, era evidentissimo e chiunque avrebbe compreso che il meglio da fare era ritirarsi e lasciar libera la piazza. Non certo i quattro visitatori capirono questo, pur avendo osservato quell'espressione di contrattempo disegnarsi sul volto dell'attrice. Essi erano quattro purissimi rappresentanti di quella speciale gioventù che passa l'esistenza, consentita a loro oziosa dalle eredità famigliari, tra le sale dei circoli ed i bars equivoci, le orizzontali ed i bookmakers. Essi odiano i salotti perchè il loro spirito grossolano, la loro ignoranza presuntuosa e le loro attitudini equivoche ve li fanno trovare a disagio. Ogni sera, dalle otto alle tre di notte, si incontra ovunque la loro marsina perfetta ed il loro monocolo inglese, ogni sera espongono la loro bestialità e la loro volgarità. Ed il più triste è questo: che il più delle volte questi bei campioni hanno i nomi più illustri dell'aristocrazia europea e su ciascuno di essi, si può mettere, come faceva Farnese su quei quattro, un nome venerato di papa, di cardinale o di guerriero e su la loro carta da visita — che lasciano alle più volgari donne galanti con due righe d'invito o di scusa — hanno gli stemmi più immacolati e gloriosi. Farnese pensava questo, guardando quei quattro, uno dei quali era un conte di Fontanerose, il cui trisavolo era stato uno dei più illustri generali savoiardi, ed ora il giovane conte era celebre fra i suoi camerati per le sue relazioni ridicole con una orizzontale quarantenne; un altro, un Sammartino, aveva il padre ministro fra i più stimati e la sua famiglia era fra le più chiare per opere d'ingegno e di spada — mentre il giovane rampollo era divenuto celebre per aver giuocato in una notte di baccarat un suo palazzo del valore di cinquecento mila lire; il terzo, un giovine imberbe di venti anni ma già logoro e vizzo, un Morosini, aveva gli avi fra i dogi ed i più eminenti personaggi della gloriosa Repubblica Veneta e si diceva che il giovinetto minacciasse la madre, quando la povera donna ricusava di dargli quel denaro, che egli portava a una comparsa da operette in compagnia della quale si ubbriacava di acquavite, tutte le sere, in un fetido bar di via Cavour; il quarto, infine, un tal Santacroce, ultimo avanzo di antichissima famiglia fiorentina, — che aveva avuto un avo paterno in Palestina a combattere nelle crociate a fianco di Goffredo di Buglione per la liberazione di Gerusalemme ed il cui nome è ricordato da Torquato Tasso nel suo poema come quello di uno eroe integerimmo — era già stato escluso da tre clubs milanesi e veneziani perchè sorpreso mentre barava al whist.

Ripensando la storia di quei quattro importuni, Farnese, che in altri momenti se ne sarebbe rattristato, sorrise di un amaro sorriso ironico. I quattro fantocci, che avevano teso con gravità ed estrema eleganza inglese la mano allo scrittore, ricominciavano a discorrere delle gambe di una danzatrice ungherese del caffè delle Varietà, delle acconciature di una cantante dell'Olimpia, delle prossime corse a Tor di Quinto e delle probabilità di rivincita di Jenny o di Saut-de-terre, dell'ultima partita di Sammartino al Circolo del Remo, dell'abilità del giovane Morosini a confezionare i cocktails americani. Farnese non nascondeva il suo fastidio, mentre Claudina tentava di fargli capire come ella fosse annoiata dalla presenza di quei quattro bellimbusti e, ad un dato momento, avvicinatosi all'attrice col pretesto di prendere una parte manoscritta che era sul tavolo, egli le disse nell'orecchio: «Me ne vado.» Allora l'attrice si levò e spinse fuori dal camerino i quattro bellimbusti, che si erano anch'essi levati con lei, dicendo loro:

— Miei cari signori, perdonatemi, ma io devo vestirmi e se la vostra compagnia è piacevole, io devo ancora cenare.

Uno stupido gridò:

— Venite a cena con noi. Ci divertirete.

— Verrei, rispose l'attrice dalla porta socchiusa, se voi aveste, per un caso miracoloso, la medesima possibilità di divertir me!

Quello dei quattro che aveva più spirito, Santacroce, mormorò inchinandosi alla porta del camerino della commediante:

— Toccati!

Ma gli altri protestarono perchè Farnese era rimasto dentro. Santacroce mormorò:

— I vantaggi degli autori!

Poi, non avendo avuta alcuna risposta, i quattro si allontanarono fra le quinte, mormorandosi l'un l'altro e con grande convinzione: «È lui l'amante, è lui l'amante!» alludendo allo scrittore rimasto nel camerino. Intanto Farnese aiutava l'attrice ad infilare una grande redingote di foggia maschile e di color bleu e le tendeva la piccola toque di velluto celeste. Claudina e Farnese rividero i quattro bellimbusti, poco più tardi, fermi innanzi alla porta del teatro per assistere all'uscita delle signore. I quattro fecero, per essere osservati, una grande scappellata a Claudina, nel momento in cui l'attrice aiutata dallo scrittore saliva nella carrozza chiusa di lui. La carrozza partì subito per la oscura via della Pilotta. Lo scrittore aveva presa la mano all'attrice e le sfilava il guanto, mentre ella gli offriva di salir da lei a bere una tazza di buon thè autenticamente russo, per riscaldarsi un poco. L'attrice tacque per qualche minuto, poi cominciò a ritirare la mano; e Farnese chinandosi verso di lei potè vedere, al gran chiarore argenteo dei riflettori elettrici della Fontana di Trevi, due piccole lacrime brillare e gonfiarsi nell'intercilio della graziosa donna. Tacque anch'egli e tale era la lotta che si svolgeva in lui, che non trattenne nemmeno la mano della compagna, che sempre più si discioglieva dalla sua stretta amorosa. Ei sentiva rifiorire dentro la sua anima tutti i buoni sentimenti per Beatrice, pensò ch'ella lo aspettava forse, fiduciosa, in quel momento in cui egli stava per tradirla. Questo malessere spirituale cresceva tanto, minuto per minuto, ch'egli non analizzava nemmeno i sentimenti che doveva provare l'attrice per piangere, per liberare la sua piccola mano dalla stretta, per rincantucciarsi, come faceva, nell'angolo della vettura. Così quando, in piazza di Spagna, furono discesi innanzi alla casa di Claudina ed ebbero rimandata la carrozza, si guardarono in volto con una muta interrogazione. L'attrice, aperta la porta, aveva acceso una minuscola candela per salire le scale; e, come lo scrittore entrava sotto l'andito del portone per seguirla, secondo ciò che era stato stabilito al loro salire in carrozza, ella lo allontanò con la mano e con voce tremante lo pregò di considerare come non avvenuto il suo invito e di lasciarla sola. Farnese, dopo un primo momento di insistenza e di violenza — momento in cui il solo desiderio aveva tentato di imporsi — ad una seconda preghiera dell'attrice si era allontanato, baciandole solo la mano; e, poichè Claudina da dentro aveva richiuso il pesante portone, egli si era trovato solo, alla tramontana, sotto il brivido lungo e fremente delle stelle, senza conscienza di ciò che era passato in quella mezz'ora nelle loro due anime.

V.

Alla luce pallida che filtrava a traverso i vetri colorati dell'alta finestra, seduto ad una grande tavola di noce il cui enorme piatto intagliato era sorretto dalle braccia muscolose di quattro giovani fauni, Farnese lavorava. A volte lacerava iroso il foglietto che scriveva per cominciarne un altro lentamente e tranquillamente, e, quando sollevava il volto dai fogli per pensare con più raccoglimento, i suoi occhi si riposavano nella intimità e nell'eleganza di quel gabinetto da lavoro, dove la vera anima ed il vero gusto dello scrittore si rivelavano. Dietro la poltrona in marrocchino verde su cui egli era seduto, un arazzo copriva buona parte della parete, un arazzo dov'era riprodotta quella magnifica Allegoria della Primavera di Sandro Botticelli, ove le ignude e primaverilmente fiorite danzatrici sollevano con una grazia così melanconica il loro viso biondo animato da un sorriso enigmatico, misto di amarezza e di sogno. Al termine dell'arazzo era il busto di Farnese scolpito da Filippo Cifariello, il quale aveva saputo trasfondere in quel marmo tutta la complicata psicologia dell'artista. Il busto era eretto su di uno zoccolo drappeggiato da un damasco rosso e questo damasco s'innalzava poi per la parete, ov'era fissato da piccoli piatti di Capodimonte, fino ad un vecchio divano a spalliera dritta, ricoperto da una antica stoffa ecclesiastica. Dietro il divano, situato in angolo, era posto su di un altro zoccolo drappeggiato un busto in bronzo, una Mystica di Francesco Jerace. Una svelta biblioteca di noce intagliata correva lungo tutta la parete prospiciente alla finestra e formava angolo con un'altra che giungeva fino alla porta della stanza. In essa erano pigiati i libri più svariati, molti lussuosamente rilegati, altri sotto copertine di carta del Giappone. Da Eschilo e da Omero, tutti gli artisti passavano sotto gli occhi dell'osservatore, fino agli ultimi prodotti della letteratura modernissima, fino ai più forsennati simbolisti, fino ai più fastidiosi ibseniani. Un'altra piccola biblioteca era in un angolo, presso la tavola, a portata di mano dello scrittore; e vi si affollavano i suoi libri prediletti, la Manon Lescaut dell'abate Prévost, l'Adolphe di Benjamin Constant, Les liaisons dangereuses di Laclos, il teatro di Marivaux ed alcune commedie di Musset, tutte le opere di Stendhal, molti volumi di Balzac, le opere di Taine, i libri di Bourget e qualche altro. E fra i poeti, le Odi di Orazio, i versi di Catullo, le Canzoni a selva di Lorenzo de' Medici e fra i moderni, Baudelaire, Gautier, Edgar Poe e Verlaine. Alle pareti erano non pochi quadri, tra i migliori e di un gusto modernissimo. Intorno al ritratto di Farnese, meraviglioso di vivacità, eseguito da Antonio Mancini, erano le opere più discordanti e più delicate: un Motivo orientale di Marius de Maria, una campagna fiorita di rosee figure di donna di Cesare Laurenti, un Pierrot ed una Pierrette di Eugenio Blaas, quattro acqueforti di Félicien Rops ed alcune litografie di Odilon Redon; poi, oltre un suggestivo Simbolo di primavera di Walter Crane, tre quadri di quei potenti pittori scozzesi che lo scrittore prediligeva: un paesaggio lunare, un'ossessione di argento, di Macaulay Stevenson, una bimba in bleu di Francis Henry Newbery ed un Mare d'argento di Tom Robertson; in un altro angolo, sopra un piccolo arazzo, era riprodotto un magnifico angiolo di Melozzo da Forlì. I mobili più varî si affollavano nella stanza: accanto ai mobili del più puro stile Luigi XIII scolpiti preziosamente, erano mobili prettamente inglesi e divani e poltrone placidi e comodi, ricoperti di stoffa liberty. Ma dove si rivelava il gusto strano e complicato dello scrittore era nell'anacronismo originale delle consolidi, dei bahuts antichi con piccoli acquarelli incastrati, e dei piccoli tavolini di Bull, ricoperti di ninnoli, di statuette, di gingilli, di ritratti, delle curiosità più autentiche, dalle vecchie lacche chinesi ai minuti oggetti d'argento, dalle bonboniere antiche alle figurine di Saxe, dai curiosi bronzi cinesi raffiguranti bestie favolose ai fragili ninnoli di Sévres. Un leggio sostenuto dalle braccia di due negri invitava, presso la finestra, all'igienico lavoro in piedi. Un largo spazio, al centro della stanza, permetteva allo scrittore di muoversi durante le ribellioni febbrili dell'ispirazione. Sul caminetto, uno specchio oblungo di Murano, un po' verdognolo per il tempo, rifletteva le prime rose dell'anno, poste nei piccoli vasi di cristallo dalle mani affettuose di una dolce donna.

Lo scrittore correggeva una delle scene della Chimera la cui prima rappresentazione doveva aver luogo l'indomani. L'ispirazione recalcitrava; ma, dopo aver cozzato contro uno scoglio più grande con un urto decisivo, l'artista ebbe il sopravvento e l'ispirazione fluì limpida e facile, come l'acqua di un ruscello ombroso. Terminata quella scena, Farnese avrebbe dovuto correggerne un'altra ancòra del primo atto e tentò, ma invano, poichè la limpida vena della fantasia s'era arrestata, d'un tratto. Egli gittò via la penna, picchiandola sul tavolo con uno di quei gesti irosi ch'egli aveva quando al suo pensiero non corrispondeva più, armoniosa interprete, la parola. S'alzò sempre più agitato, camminò in fretta per la stanza per calmare i suoi nervi:

— È inutile pensarci, si trovò a dire ad alta voce. Per oggi è finita. L'incanto è rotto. Che mestiere curioso e stupido è mai il nostro! Mestiere di gente il cui ingegno non incede se non caricato da un'eccitazione nervosa, come un orologio da una molla. E quando la molla si ferma, tac, voi non avete modo di rimetterla in movimento e dovete aspettare i beneplaciti del caso. Ecco perchè son tanto facili e tanto difficili nel tempo stesso i capolavori. Scommetto che Shakespeare non ha sofferto un'ora di scoraggiamento o di rilassatezza scrivendo Amleto o la Tempesta! E Molière ha scritto fra una rappresentazione e l'altra di quelle buffonate che erano l'Impromptu de Versailles e il Medecin malgrè lui, ha scritto in poche ore, per la sua compagnia di commedianti quei capolavori che si chiamano Tartuffe e Misantrope. Gli sono costati più sforzo di lavoro che non quelle buffonate? No. Solamente queste volte il genio ha squillato. E Balzac non ha scarabocchiato in poche notti, per pagare i suoi creditori, César Birotteau? E ci si deve prender tutto questo affanno per creare queste chiacchiere, frutto della vostra sofferenza, che il primo damerino blasè può fischiarvi tranquillamente! Ah, sì, Loredano ha ragione, in fondo..... Al diavolo!

E con un gesto d'ira afferrò sul tavolo un mucchio di foglietti, lo lanciò verso il soffitto dipinto in un curioso stile bizantino. I foglietti caddero, sfarfallando, ai quattro angoli della stanza, su i mobili e su le stoffe. Farnese vide una fotografia per terra, la raccolse:

— Ah, il ritratto di Claudina! Ecco un incontro propizio che varrà a dare al mio pensiero un corso differente, se non migliore, in quest'ora di spleen. Claudina! Due giorni che non la vedo e mi pare un mese..... Del resto, sono stato uno sciocco ad impormi quest'assenza di due giorni..... A che prò? Oramai, ho deciso di lasciarmi andare con la corrente, senza ribellioni, senza sforzi..... Che sono questi incontri fatali, questi amori improvvisi ed irresistibili, se non la vita, il torrente torbido e vorticoso della vita? E chi cozzerà risolutamente e vittoriosamente con la vita? E quale petto potrà opporsi e resistere all'onda violenta di quel torrente? Ah, chiacchiere! In conclusione ho perduto due giorni, ma poco male, poichè ella sta per venire.

Il domestico entrò, dopo aver bussato all'uscio:

— La signorina Rosiers chiede.....

Lo scrittore non attese nemmeno che il domestico avesse finito l'annunzio, corse raggiante nel salotto che precedeva il suo gabinetto da lavoro, prese Claudina per le mani e la trascinò nella sua stanza mentre ella gli sorrideva. Il domestico era sparito. Farnese, appena entrati, girò la chiave della porta, quasi inavvertitamente, tolse a Claudina la mantella di lontra, volle toglierle egli stesso dalla massa fulva dei capelli la piccola toque di velluto bleu. Claudina sorrideva sempre, senza parole. Ella era rimasta con un abito di lana marrone molto semplice, un abito tagliato in modo che disegnava meravigliosamente le curve del suo corpo snello di una possente vigorìa verginale. Lo scrittore le infilò due piccole rose alla cintura, la fece sedere sul divano, sedette vicino a lei:

— Sapete, Claudina, che sono quasi due giorni che non ci vediamo? Dall'altra sera, quando vi riaccompagnai a casa dal teatro..... — Poi aggiunse, spiando negli occhi l'anima dell'attrice: — Voi non vi siete addolorata molto per questa assenza!

— Questa è una vostra opinione personale, nè voi siete in grado di proclamarla giusta. Io, del resto, ho avuto il lavoro per distrarmi. Malgrado i pretesti dei vostri reumatismi, la commedia doveva esser provata. Gray, che per la sua gelosia per voi non farebbe oramai un gesto per salvarvi da una morte sicura, non si è incaricato di nulla: ha continuato a recitare la sua parte di Otello, fra le quinte. Ho dovuto essere io direttore, autore, attrice e pubblico. Ma la messa in scena ha fatto un grande progresso mercè le fatiche della piccola Claudina, e domani potrete giudicare.

— Siete una santa! disse lo scrittore prendendole le mani e la guardò appassionatamente, ma non senza una leggera ironia. Rimasero entrambi con le mani serrate, a guardarsi negli occhi. Farnese si era fatto più dappresso all'amica, il suo volto cominciava a inchinarsi verso le fresche labbra di lei, quando l'attrice, sciogliendo le sue mani dalla stretta amorosa e seduttrice, s'alzò, fuggì al centro della stanza, dicendo:

— Mio caro autore, noi dobbiamo provare..... «S'io ben mi appongo» come dicevano gli eroi di quelle tragedie che studiavo al Conservatorio, voi dovete aver corretto due scene della vostra commedia ed io dovrei provarle, qui, con voi. Sono ai vostri ordini. Ho due ore di tempo, sono uscita adesso dal teatro e sino alle sei non vado a pranzo. Cominciamo? Voi mi darete la replica.

— Ecco qui, disse lo scrittore che si era avvicinato anche lui alla tavola ed investiva sempre la giovinetta d'uno sguardo cupido, veramente non ho potuto completare che una sola di quelle due scene. Non ero in vena, oggi......

— Già, quei benedetti reumatismi! interruppe ridendo Claudina.

— Perdonatemi e intanto, continuò lo scrittore, proviamo almeno questa......

Provarono, lungamente. Claudina viveva solo d'arte in quel momento. Aveva estratto dalla sua tasca il fascicolo manoscritto della parte e, ripetendola, vi apportava le modificazioni redatte dallo scrittore. Cominciava il crepuscolo, quando Farnese gettò sul tavolo il manoscritto ed esclamò:

— Ecco finito! Ritorniamo alla realtà.


Claudina sedette nuovamente sul divano, Farnese sedette su uno sgabello ai piedi di lei. Egli la fissava sempre negli occhi. Acceso dal desiderio, ebro di quel corpo vergine, egli spiava i bagliori di quelle pupille per scorgervene uno solo e repentino che fosse simile a quello che ardeva nelle sue, un bagliore di desiderio. Voleva cogliere subito quell'attimo fuggente, quel momento fatale in cui la donna, sempre ribelle all'ultima seduzione, sarebbe venuta a lui, al suo desiderio, al suo amore, mite e docile come una vittima, come una schiava. Ma, finora, nelle pupille di Claudina s'adunava solamente una grande tristezza, la tristezza, pensava Giuliano, per il fiore ch'ella si sentiva in procinto di perdere. Intanto il desiderio, l'amore di quella verginità urgevano quell'uomo che, con parole rotte, tremanti, vaghe, cercava d'esprimere a Claudina il suo sentimento preciso. Erano cadute le bende che gli nascondevano la vista di quel portento primaverile. Lo scrupolo aveva oramai lasciato il posto ad una placida teoria di fatalità. Egli si ripeteva ch'era inutile contrapporre al desiderio di Claudina, la visione pura di Beatrice, poichè quell'abbraccio spirituale e materiale che quella verginità e quel desiderio preparavano inconsapevolmente, doveva avvenire; e frapporre al suo compimento imagini dolorose, fantasmi di rimorso, pensieri e scrupoli saggi, non significava arrestare la corrente che doveva trascinarlo, ma era piuttosto un aumentarla, come un torrente che abbia incontrato un masso enorme che ne interrompa la corsa, valicatolo, precipita di nuovo con centuplicata veemenza.

— Claudina, Claudina, egli diceva, io vi voglio bene. Sento per voi una tenerezza senza confine, una tenerezza che mi fa serrare il cuore, quando io vedo passare nei vostri occhi un'ombra di tristezza. So anche che voi mi amate, so anche che voi sentite per me ciò che non avete sentito per altri. Io sento che la vostra anima sta per ischiudersi al bacio di un'altra anima..... Il vostro atto semplice e sincero sarebbe di chinarvi verso di me, senza riluttanza e senza incertezza, per accogliere l'amore che sale dall'anima mia verso di voi. Ma voi siete buona quanto siete bella, Claudina: per questa vostra bontà l'imagine di una triste donna che soffrirebbe del nostro amore vi traversa il pensiero, arresta e sacrifica la vostra passione... Voi mi perdonate se chiamo passione ciò che sentite per me?... Non vi parrò pretensioso e sciocco, n'è vero? Io vedo che voi mi cercate, mi prediligete: vi so troppo buona e troppo onesta per credere ad una civetteria o ad un amoretto passeggero. Voi mi amate. Io vi amo. Si realizza così il vostro sogno di essere amata da un artista e di amarlo. Ecco giunto per voi quel quarto d'ora di felicità, cui tutti presto o tardi hanno diritto, come mi dicevate qualche giorno fa a teatro. Vi ricordate? Mi diceste che il vostro sogno era quello d'essere amata da un artista, per completarlo, essere cosa sua come lui sarebbe cosa vostra. Ed aggiungeste: «Questo ancòra non è. Sarà? Non sarà? quien sabe?» Ed ecco: questo è, questo sogno s'avvera perchè io vi amo, perchè io vi amo appassionatamente, perchè ho bisogno di voi come dell'aria, perchè la vostra lontananza mi è insopportabile, è per me come una morte nella vita. Voi mi amerete, Claudina, voi mi amerete sempre, io vi amerò sempre, io vi amerò per tutta la vita.... Per sempre! Lo sapete, lo sapete che v'amo e che vi amerò tanto? Tu lo sai, tu lo senti, Claudina?

Egli s'inebriava con le sue stesse parole e carezzava convulsamente la donna, innanzi alla quale era in ginocchio; continuò a lungo a celebrare quell'offertorio d'amore; poi il suo desiderio intuonò le sue litanie di passione. Claudina si lasciava invadere da un molle senso di abbandono, alcune frasi dell'uomo che invocava facevan trasalire il suo cuore o palpitare i suoi nervi, come minacce o come turbini. La sua verginità vacillava. Ella era, a poco a poco, conquisa dalle visioni di voluttà che l'uomo suscitava nella sua fantasia febbricitante. Le carezze di lui diffondevano nell'animo femminile quella dolcezza fatta di stanchezza e di desiderio, che sollecitava la resa gloriosa al richiamo di quella gagliarda fanfara d'amore ventenne. Egli sapeva toccare nel suo offertorio amoroso le fibre più intime dell'amata e nel naufragio del pensiero, della coscienza, della riflessione di lei, solo la giovinezza e la passione restavano, mentre la fanfara della voluttà lanciava più violenti i suoi squilli nel tumultuante sangue della vergine. L'ebrietà folle, minuto per minuto, aumentava. La riflessione cadeva, soffocata dalla rivelazione di un nuovo mondo inaccesso. Ed il sortilegio si compiva pel prodigio dei vent'anni ignari, vertiginosamente. La bocca già fioriva i suoi baci.

Ma il pensiero di Beatrice, la visione di quella triste donna, — visione che già l'aveva fatta piangere due sere prima, in carrozza — attraversando il suo combattuto pensiero, faceva resistere Claudina. D'altra parte la sua passione a volte la lasciava ragionare ed ella si diceva che l'amore di quell'uomo non poteva essere duraturo. Ad un tratto, Claudina liberò le sue mani da quelle di Giuliano, scoppiò in un pianto dirotto, dopo aver portato le dita, come una tutela, innanzi le sue pupille. E questa ultima resistenza, quest'ultimo grido disperato della ragione contro la vertigine, sollecitò la sua caduta, il trionfo dell'amore. Giuliano si era lanciato su lei e con le labbra le suggeva le lacrime sul ciglio con baci febbrili. La sinfonia dei baci discese alle guancie, alle labbra rosse, divenne solenne, violenta, rabbiosa, fu inno trionfale. La verginità si ribellava per l'ultima volta, sotto quei baci all'ultima rinunzia, all'ineffabile consenso, fino a quando, Giuliano parlandole ancòra d'amore, ella smarrì ogni senso che non fosse quello dei baci su le labbra, s'avvinghiò ancòra lacrimante a Giuliano, l'attirò a sè, oramai vinta e perduta.


Poco tempo dopo, i due amanti si destarono dal letargo in cui erano caduti: Claudina corse ad una grande specchiera per riordinare i capelli e si trovò faccia a faccia con un ritratto di Beatrice, ch'ella già conosceva per averla vista qualche volta a teatro e per averla un giorno incontrata in quel gabinetto da lavoro dello scrittore. Ella rimase a lungo a contemplarla, immobile, con un'espressione di spasimo sul dolce volto. Le cinque suonarono al piccolo quadrante incastrato nel petto di un fauno di bronzo:

— È tardi; bisogna che io vada, disse Claudina. Guardò ancòra il ritratto, poi lo depose sul marmo e mormorò sconsolatamente: — Giuliano, Giuliano, che abbiamo mai fatto!

— Io ti amo, io ti amo, mormorò Giuliano, con una voce convulsa che Claudina non gli conosceva.

Egli era rimasto seduto sul divano, affranto da una tristezza senza confine. La forza di sollevarsi e di agire gli mancava, il suo pensiero si dibatteva tra le tenaglie di quel dolore infinito. Sentiva salire nel suo cuore un rimorso dilaniante, lo angustiava il martirizzante pensiero che nessuna forza ormai poteva farlo tornare indietro di un'ora. Seguiva i movimenti di Claudina con lo sguardo atono, senza dire una parola, e negli occhi non vibrava più alcuna scintilla di quell'incendio che vi aveva divampato poco prima.

— Che abbiamo fatto, Giuliano! ripeteva Claudina, nella penombra.

La voce che le mormorava era così pallida e stanca in quella oscurità e la tristezza ne era così intensa, che quasi parvero quelle parole a Giuliano un rimprovero misterioso ed occulto.

— Io ti amo, ripetè egli per l'ultima volta, ma così fievolmente che Claudina non si ingannò sul significato di quella affermazione, che altro non era che il modo di sfuggire per un attimo ancòra al rimorso atroce che cominciava a stringere i loro due cuori.

Con inesorabile esattezza, Claudina cominciò la loro comune requisitoria.

— Noi abbiamo fatto tutto questo, ella disse, spinti dal più ignobile ardore. Questo ardore si è spento troppo presto e quante illusioni in così breve ora ha arso e come ci lascia ormai tristi e sconsolati. Il solo desiderio ci ha condotti ed il desiderio tradisce. Una povera anima è stata offesa da noi per questa allucinazione del momento e purtroppo è una macchia che nessuna forza umana potrà mai lavare. Il pentimento è sciocco, hanno detto. Non è sciocco, quando impone di non ricadere più nella colpa. E così il pentimento deve parlarci, ora. Se quell'offesa noi non la possiamo cancellare, è nostro dovere di non rinnovarla. Noi non avremmo, come non abbiamo, alcuna giustificazione. Sola la vertigine di un minuto ci accusa e ci accascia. Il nostro primo bacio sarà stato anche l'ultimo. Voi ritornerete più dolce e più umile a quella che abbiamo offesa! Non è vero, Giuliano?

Tacque. Lo scrittore taceva sempre, ma un gesto del suo capo affermava. Innanzi a quella pronta rinunzia, innanzi a quella conferma di un uomo che diceva di averla presa fra le braccia senz'ombra d'amore, il dolore della verginità invano contaminata proruppe violento, disse parole smarrite:

— Io sola, disse fra l'altro Claudina, io sola rientro nella vita, sconfitta. Quel candore che avevo conservato con orgoglio geloso a traverso a tante lotte, a traverso i più volgari ed abili attentati, è caduto, ora, in pochi minuti, per un uomo che non mi ama, si è macchiato sotto il bacio di un uomo spinto a me dal solo desiderio. Ah, che miseria!

Il ribrezzo le serrò la gola. Giuliano mormorò:

— Perdonatemi!

Claudina s'era celato il volto con le mani, forse piangeva. L'amante si levò, s'appressò a lei:

— Ah, che sciocchezza ho pronunziato! egli disse con un amaro scoppio di risa che partiva dalle più intime convulsioni della sofferenza. Perdonatemi? che forse una donna perdona d'averle tolto ciò ch'ella ha di più sacro? Come vorrei, Claudina, che quest'ora non fosse mai suonata! Lasciatemi, lasciatemi, non mi dite più nulla, poichè io so d'avere commesso un vero delitto e poichè questo è irreparabile!

La donna singhiozzava. Egli le asciugò gli occhi con la lieve battista del fazzoletto, l'aiutò ad infilare il mantello, le tese i guanti, il portabiglietti, un libro ch'ella aveva con sè. Com'ella fu pronta ad andarsene, si guardarono. Claudina non resse a quello sguardo e s'abbattè sul petto di Giuliano, nuovamente presa da uno scoppio di singulti. Egli non trovò una parola da pronunziare, lasciò libero corso a quelle lacrime che l'addoloravano più di ferite. Finalmente l'attrice si fece forza, tese la mano all'amante di un'ora, di un'unica ora. Questi l'attirò a sè, la baciò su la fronte, quasi religiosamente. Premette il campanello elettrico perchè l'accompagnassero. Le aprì la porta. Su la soglia, ella si volse:

— Noi ci dovremo rivedere. Saremo gli amici di prima. Il mio sogno solo sarà infranto. Ma, ve ne scongiuro, mai più una parola su ciò deve essere pronunziata fra noi.

Uscì. Giuliano la vide allontanarsi per la lunga fila di salotti, con un passo vacillante, preceduta dal domestico. Poi, scomparve. Lentamente egli si fece alla finestra, l'aprì. Un'onda d'aria gelata entrò fischiando. Vide Claudina ferma sul portone, in attesa di una carrozza scoperta che si avvicinava di corsa. Ella s'avviò alla carrozza arrestatasi innanzi alla casa. Giuliano corse ad un vaso di cristallo che era su un tavolo, vi prese il gran mazzo di prime rose, lo lanciò nella carrozza al momento che Claudina vi si sedeva, così che i fiori le caddero sul grembo. Un cenno della mano rispose a quell'omaggio, ma egli non potè scorgere la luce di gratitudine che aveva rischiarato i begli occhi lacrimosi. La donna portò al volto il bel fascio di rose, vi tuffò la bocca, mentre la carrozza si allontanava fra il doppio tremolio delle due file di fanali a gas.

Lo scrittore richiuse la finestra, accese le piccole candele rosee di un candelabro di bronzo. Poi tornò alla finestra, applicò ai vetri gelati la sua fronte che ardeva. Rimase a lungo così, attonito, senza pensiero. Poi si avviò alla biblioteca, prese il primo libro che gli venne alla mano, cadde su una poltrona e cominciò a leggere; ma le lettere danzavano innanzi alle sue pupille una ridda furiosa ed i suoi occhi scorrevano automaticamente le linee e le pagine, senza che il suo cervello percepisse alcuna di quelle parole che le pupille leggevano.


Quale espiazione maggiore per la caduta poco prima leggermente commessa, che veder rientrare calma e gaia, piena di confidenza e di tenerezza sua moglie, l'offesa, accompagnata dai suoi due bambini incappucciati di velluto turchino, biondi biondi e così giocondi? Mentre egli leggeva, la moglie era entrata nella stanza in punta di piedi, s'era chinata tacitamente su lui ed aveva ricoperto di baci appassionati il suo volto. I bimbi erano accorsi poco dopo sgambettando e si erano aggrappati alle spalle del padre, afferrandogli i baffi o la barba, pizzicandogli le mani. Giuliano, sotto quell'affettuoso assalto, aveva sentito gonfiarsi dentro la sua anima il disgusto violento di sè stesso. I baci semplici di sua moglie gli avevano fatto più male che rimproveri; essi lo avevano avvilito più che un insulto e, debilitato da quel disgusto, l'infedele non aveva trovato una sola parola da rispondere alle frasi affettuose che i suoi cari gli prodigavano. I bimbi si rincorrevano nella stanza per disputarsi un giornale illustrato che la piccola Anna Maria aveva preso sul tavolo del padre. Beatrice s'era seduta su le ginocchia del marito, gli aveva passato un braccio intorno al collo, con l'altra mano gli torturava la barba.

— Ecco, ecco il mio povero grand'uomo! diceva scherzosamente, il mio povero grand'uomo che è rimasto tutto il giorno in casa solo solo, come un fraticello in un convento. E chi sa come ha lavorato il mio povero grand'uomo! Chi sa quante belle cose ha scritto! Chi sa quante poche volte ha pensato alla sua piccola Beatrice! Dio, Dio, il mio romanziere ha scritto tutte quelle pagine! Come sarà stanco il mio gran fanciullone! N'è vero? Ma, stasera, si pranza subito, i bambini vanno subito a dormire...

Brontolii di protesta partirono dall'angolo del salotto dove i due bambini s'erano accovacciati per estasiarsi insieme su quel giornale illustrato.

— Sicuro, continuò Beatrice, i bambini vanno subito a dormire..... Io resterò vestita così.... Il mio grand'uomo infilerà la pelliccia e ce ne andremo via a braccetto, stretti stretti, come due sposini, come andavamo a Siena in quell'anno indimenticabile! Ti ricordi?

Il dolce ricordo li riafferrò e Giuliano sentì aumentare il suo spasimo. Il piccolo Luca e la bambina erano usciti vertiginosamente dalla stanza, disputandosi di nuovo il giornale, perchè l'uno voleva cominciare a sfogliarlo dal principio e l'altra dalla fine.

— Giuliano, Giuliano mio, se sapessi come ti ama la tua piccola Beatrice, se potessi vedere il tesoro d'affetto che custodisce nel suo piccolo cuore.....

Si chinò ancòra a baciarlo.

— Anch'io ti amo, ti amo tanto! sussurrò Giuliano.

Ma volle mutare sùbito discorso:

— E Leonardo non è ancòra rientrato? Si dà proprio alla gran festa!

Beatrice non rispose: avviticchiata a lui, continuava a coprire le sue guancie di frequenti baci, lievi, casti, ma appassionati. Sotto quell'onda amorosa lo spasimo di Giuliano cresceva ad ora ad ora. Eppure non era la prima sera ch'egli aveva baciato la moglie, dopo di aver baciato poche ore prima un'altra donna. Ma i baci di Claudina gli sembravano più gravi. Egli aveva la sensazione che il suo incontro con Claudina non si sarebbe fermato a quella sola caduta, come la donna aveva ingiunto. Quasi un senso di fatalità, quasi il peso di un male che già si conosce come deve avvenire, opprimevano la sua anima. Intanto Beatrice, quella Beatrice per cui egli aveva tanto delirato, quella Beatrice immacolata che l'aveva reso così felice, baciava le sue labbra, mai sospettando che quelle labbra poco prima avevan pronunziato un delittuoso offertorio d'amore per una vergine battuta dalla veemenza del sangue ignaro, come una fragile canna in balìa di un vento impetuoso! Quella confidenza di sua moglie lo feriva, lo umiliava. Tutta la miseria delle sue incoerenze s'attristiva in lui. Due lacrime spuntavano nell'intercilio, sole, grosse, silenziose.

— Tu piangi? domandò Beatrice agitata e si chinò ancòr più su lui, l'abbracciò più fortemente. — Ma che hai, Giuliano? Per carità, dimmi che è questo, che significano quelle lacrime?....

— Nulla, nulla, Beatrice, un po' di spleen, la solitudine, la stanchezza.... E poi la tua affettuosità è così dolce che mi commuove profondamente....

Giuliano asciugò quelle due lacrime bollenti. Beatrice s'era levata e, sorridendo, gli aveva prese le mani e tirava per costringerlo ad alzarsi dalla poltrona. Amorosamente avvinti, fecero qualche altro passo per la stanza. Beatrice tentava di consolarlo, gli diceva delle parole dolci. Come furono al divano, dove Claudina un'ora prima si era concessa all'amore, Beatrice attirò Giuliano perchè vi cadessero insieme, ancòra avvinti:

— No, no, non lì! gridò Giuliano, con una voce convulsa, mentre nella sua anima il disgusto versava l'ultimo fiele.

Beatrice si staccò da lui, lo interrogò con gli occhi, sorpresa da quel grido incomprensibile. Giuliano, sentendo la spiegazione necessaria, trovò la forza d'essere vile e disse con un falso sorriso che era un ghigno:

— Sai, si sa come si comincia.... e non si sa come si finisce!

Beatrice, ridendo e protestando, si coprì il volto con le palme. Giuliano ebbe per un attimo, nitidissima, la visione dell'abisso verso cui si avventava.

VI.

La sala del Teatro Nazionale rigurgitava. L'annunzio della nuovissima commedia del grande scrittore vi aveva attirato il pubblico più vario ed imponente, il pubblico delle più solenni prime rappresentazioni. Tutta Roma era rappresentata in quella luccicante sala di teatro. I palchi si fiorivano a poco a poco delle signore più eleganti, i proscenii delle orizzontali più altamente quotate nella fiera dell'amore. La Roma aristocratica, politica, finanziaria, artistica, letteraria e la cosmopoli del piacere s'eran date convegno quella sera in quei palchi e quelle poltrone. Qualche minuto prima delle nove, Beatrice entrò in un palco, accompagnata da Leonardo Loredano. I suoi nervi tremavano, tutto il suo essere palpitava nell'attesa insopportabile. Per ingannare la sua emozione e la sua ansia, ella si mise a guardare con l'occhialino la sala sempre più rigurgitante. Qualche amica le sorrideva da un palchetto, le faceva un gesto di augurio. Qualche uomo dalle poltrone le si inchinava. Da un palco di giornalisti molti binocoli furon rivolti verso di lei. La folla continuava ad entrare. Alcuni palchi si riempivano di ufficiali. Nella barcaccia di un circolo elegante già si trovavano il re ed i principi dell'eleganza, Filippo Verra, contornato dalle marsine inappuntabili e dalle cravatte ideali dei suoi giovani amici e discepoli, Celli, de Lise, Santacroce, Filangieri, Morosini, Sammartino, Ugenta, e tanti altri. A poco a poco anche le poltrone si riempivano di letterati e d'artisti. Andrea di Vele aveva salutato Beatrice. Beatrice aveva anche visto il viso imberbe e napoleonico di Luciano di Mèllare, «un profilo di medaglia», come aveva detto Loredano. Aveva visto insieme Claudio La Loggia e Giorgio Lavena, i due scrittori che si facevano più concorrenza, e si diffamavano regolarmente a vicenda e quanto meglio potevano. Diego Vassura faceva lo snob nei palchi delle signore più stemmate; vecchi e giovani scrittori erano a gruppi, qua e là, giornalisti, pittori, musicisti, scultori, attori. Paolo Èroli, il grande pittore, uno dei più intimi amici di Farnese, era salito a salutare Beatrice. In un palco era apparso Marco Torrero con sua moglie. Il celeberrimo giornalista che oramai non appariva più nei teatri, non aveva voluto mancare a quella prima rappresentazione di Farnese, suo amico fedele, scrittore che aveva fatto sotto il di lui auspicio le prime armi, ingegno ed anima d'artista ch'egli prediligeva. Torrero rispondeva annoiato torcendosi i piccoli baffi biondi ai saluti, mentre sua moglie, la celebre scrittrice, scorreva i giornali della sera e rideva sovente di un suo sonoro riso meridionale. In quel palco era poi entrato Claudio Sanna, il compare di battesimo di Farnese, come amava chiamarsi. Il grande romanziere aveva illuminato la sua larga faccia geniale d'un sorriso affettuosissimo scorgendo nel palco di rimpetto Beatrice che lo salutava. I critici drammatici entravano: Filippo Ruffo, Roberto Drago, Giacomo Spada, altri. Entrò poi Alessandro Sanfilippo che redigeva nel gran giornale di Torrero la «Serata teatrale» dove, dopo una prima rappresentazione, in poche frasi eleganti e spirituali, descriveva il successo, la messa in scena di ogni atto, gli abiti e le acconciature delle attrici, il pubblico, gli incidenti; narrava la storia della commedia, malignava su i dietroscena di palcoscenico. Egli passava tra la folla degli spettatori con la sua faccia tonda e rosea, incorniciata di barba bionda. Molte mani si stendevano sul suo passaggio: egli ne stringeva la maggior parte con noncuranza e con sufficienza, solo per qualcuna egli sorrideva e s'inchinava riverentemente. La folla aumentava sempre più. I palchi, colmi di signore in abiti sontuosi e chiari, sembravano ceste di fiori il cui bordo fosse di velluto azzurro. Dietro si rinnovava continuamente la turba degli abiti neri. Da molti palchi dardeggiavano i monocoli, con arie insolenti. Qualche signora alle poltrone interrompeva la monotonia degli abiti neri e degli sparati candidi. La sala offriva un delizioso colpo d'occhio.

Di qua e di là, nei palchi e nelle poltrone, si parlava animatamente di Farnese e della commedia che stava per rappresentarsi. S'incrociavano le discussioni, s'intessevano gli elogi, s'agganciavano le indiscrezioni, un formicolìo d'idee, un turbinìo di concetti e di parole, una ridda di verità e di menzogne, una scorribanda di apologie e di anatemi.

Lavena e La Loggia, giù nelle poltrone, parlavano sottovoce per non essere intesi:

— Mi ha detto oggi Savarese, mormorava Lavena, che sarà un trionfo. E Savarese fa testo perchè vede giusto: un'anima di profeta sotto la scorza d'un direttore di teatro. Incontrai l'altra sera alle Varietà Giuliano e sua moglie e mi raccontarono il soggetto. Se una commedia si basasse solamente sul soggetto, potrei da ora preconizzarti un fiasco. Ma vi sono altre cose e v'è da sperare. Del resto Farnese, sebbene sia un po' volpe vecchia, un abile marionettista, ha dello spirito, della modernità, dell'emozione ed io l'amo molto!

— Va là! disse La Loggia, a chi vuoi darla ad intendere? Tu desideri più un fiasco per Farnese che un successo per te. E dì pure di no: vuol dire che ti conosci male, o meglio che non ti vuoi conoscere bene. Tu già sai quanto me la ricetta farnesiana. Prendete un soggetto la cui vacuità sia così profonda che a pensarla dia le vertigini; rimpolpate questo osso vuoto con carne pesta di belle chiacchiere, gettate il tutto in un recipiente dove sia dell'eleganza e della stranezza; ritiratelo poi ancòra umido e passatelo nella cipria di un'amabile fantasia, condite con una salsa nella quale siano tutte le spezie di qualche scena ad effetto, un po' d'emozione, molto spirito, un pizzico d'ironia; non trascurate abiti belli per le donne, arredi scenici eleganti, qualche squarcio brillante, qualche cortesia pel mondo femminile; fatto questo, servite caldo caldo ad un pubblico di donne eleganti e di orizzontali, di ministri, di deputati, di viveurs e ad una maggioranza di imbecilli — ed avrete un successo magnifico, solenne, garentito per un anno, come un orologio da sette od otto lire! Non è così, forse? Siamo sinceri!

— Tu esageri, via, insisteva Lavena. Farnese ha dell'ingegno!

— E chi ti dice il contrario? replicava Claudio La Loggia. Oh, lo so anch'io che ci vuole moltissimo ingegno, prima per combinare quella ricetta e poi per eseguirla. Ci vuol ingegno, spirito, cultura e cuore. Ma dall'essere un uomo d'ingegno all'essere un riformatore del teatro drammatico come vogliono farlo credere i suoi gregarii, eh via! v'è gran differenza. Farnese è un abile uomo di teatro; ecco tutto. La tua commedia deve passare dopo la sua, n'è vero? Sì? Altra ragione, dunque, per augurargli un disastro!

Il movimento continuava. Il nome di Farnese, i titoli delle sue opere, qualche aggettivo s'incrociavano a volte. Verso il palco di Beatrice, la quale ingannava la sua impazienza in un diluvio di ciarle con Loredano e con Èroli, si appuntavano i fuochi di molti occhialini curiosi e i più frugavano nel fondo del palco con la speranza di scoprirvi la maschia figura dello scrittore. Altri critici giungevano, altri mondani. Non più un posto era vuoto, in platea, in piedi, alle gallerie; erano state aggiunte sedie e poltrone, e non v'era modo di muoversi. Beatrice aveva visto un momento apparire Farnese all'ingresso delle poltrone e subito nel teatro molti sguardi s'eran rivolti verso di lui, alcune malignità s'erano incrociate:

— Viene a bruciare le ultime cartucce.

— Le ultime raccomandazioni ai critici.

— Quasi che essi non avessero l'articolo già pronto!

— Sapete: non si è mai abbastanza sicuri....

Giuliano Farnese, dopo avere stretta qualcuna di quelle mani che si tendevano verso di lui e dopo avere scambiata qualche parola con Filippo Ruffo, il famoso critico, era scomparso. Quel pubblico magnifico s'impazientiva nella sala.


Il segnale che la rappresentazione cominciava squillò. Un gran silenzio si fece, repentinamente. Beatrice sentì fremere in lei la sensazione dell'irreparabile, una lacrima di emozione le imperlò il ciglio; Loredano le sorrise, Èroli le mormorò una parola di speranza. Il sipario si levava. Un mormorìo si diffuse in tutto il teatro. La scena rappresentava un terrazzo elegante, rischiarato da lampioncini alla veneziana; il terrazzo era verde di piante, ingemmato di fiori. L'ammirazione saliva dalla sala verso quella messa in scena deliziosa. Già le battute secche ed aspre come schiocchi di scudiscio che erano nel dialogo di Farnese, s'incrociavano, s'accavallavano, si distruggevano. Claudina Rosiers era in scena con Lorenzo Gray. La contessa di Varrena — il personaggio che incarnava Claudina — perseguiva la sua Chimera, la Chimera dell'uomo perfetto, della passione sublime, del vincolo indistruttibile. Lorenzo Gray le faceva la corte, tentava di sorprendere in lei l'attimo di vulnerabilità. Ella, distesa su una poltrona, si lasciava cullare dalla canzone amorosa dell'innamorato. L'atto si svolgeva, rapidissimo, denso d'idee, ora lieto, ora malinconico, mentre tre o quattro tipi di uomini tentavano, ciascuno al suo turno, la conquista della chimerica contessa. L'atto si chiudeva con una brillante invettiva che la donna, esasperata dall'inutilità della sua aspra ricerca, scagliava contro le quattro marionette che le si prosternavano.

I primi applausi scoppiarono. La commedia in quel primo atto si disegnava perfettamente, l'abilità scenica del Farnese vi era prodigiosa, lo spirito e la grazia vi scintillavano all'apogeo. Il successo si pronunziava nei primi giudizii, nelle prime discussioni e la costernazione già annuvolava qualche viso invidioso.

— Chi sa mai dove sarà Giuliano, a quest'ora? domandò Beatrice, già felice pel lieto avvenimento che oramai era d'ora in ora più probabile.

— Tu sai il suo sistema: uscire dal teatro quando s'alza il sipario, prendere una carrozza e farsi trascinare fino al momento in cui calcola che la rappresentazione stia per finire. Prima del quarto atto non sarà qui.

Beatrice, ponendo un dito su le labbra, impose silenzio, poichè il sipario si rialzava per il secondo atto, questa volta sul boudoir della contessa Varrena, di una squisitezza eccezionale. Claudina era in scena circondata dagli ammiratori, dei quali, chi le rendeva un servizio, chi le dedicava un sospiro, chi le arzigogolava un madrigale, chi le diceva una frase d'amore, chi una mezza insolenza. A poco a poco, ella aveva la prova della fatuità e della vanità di quegli uomini che le protestavano ovunque e comunque il loro amore, e in un momento di esasperazione, li giocava uno dopo l'altro, mostrando bene ai bellimbusti che se essi avevano tentato di farsi gioco di lei, ella li aveva preceduti nel loro disegno. Li metteva, così, finemente alla porta ed i Proci cui la casta Penelope aveva rovesciato tutte le liete speranze, riprendevano con arie affrante e visi smorti i loro mantelli ed i loro cappelli, per uscire mogi mogi da quel salotto ove erano entrati poche ore prima, in un momento in cui credevano baldanzosamente che ne sarebbero usciti vincitori. Suonavano le dieci e mezzo quando, usciti i corteggiatori, Claudina rimaneva sola in scena, e non sapendo che fare, chiamava la cameriera per farsi aiutare a svestirsi. Ma aveva appena cominciato quando Gray compariva su la soglia: era passato, tornando dal Circolo, e avendo visto le finestre illuminate era salito. Così Claudina licenziava subito la cameriera, riparava alla meglio al disordine suggestivo delle sue vesti, — e la grande scena cominciava. Quelli attori perfetti che erano Claudina Rosiers e Lorenzo Gray eseguirono ambedue meravigliosamente quella scena che era il pernio della commedia; sovente Claudina fu interrotta dalle approvazioni. Era una scena di grazia e di emozione, di verità e di tristezza: l'uomo sinceramente innamorato, il solo che sentisse veramente il suo cuore gonfio di passione, non voleva più resistere a quella pena e, sotto la suggestione morbida delle piccole nudità dell'amata, a poco a poco smarriva le staffe, la passione turbinava ed egli tentava su la donna la resa. Ma questa, esasperata ancòra dalle prove di menzogna e di nullità che le avevano dato poco prima i suoi corteggiatori, non sapeva fatalmente distinguere che quell'uomo che ora le parlava d'amore era sincero, che nella sua voce vibrava il sentimento, non s'avvedeva come quell'uomo incarnasse la Chimera di cui ella andava all'affannosa ricerca; vedeva solamente in lui il maschio brutale, il seduttore, l'uomo che prende il frutto che gli si offre senza ch'egli ne senta la brama, e, non tenendo conto dell'omelia d'amore che il giovane le celebrava vibrante di passione, ad un momento ch'egli era divenuto più audace, lo metteva alla porta, con le più crude parole.

Il successo era salito enormemente. L'atto di una finezza e di un'amarezza infinite aveva destato sussulti in tutti i cuori ed al calar del sipario su quel fatale inganno tutte le mani s'erano sollevate all'applauso, specie quelle delle donne, ognuna delle quali trovava nella propria anima un brandello della chimera cara alla contessa di Varrena. Nella platea e nei corridoi la discussione aumentava sempre più: i critici drammatici erano attorniati, spiati, tenuti d'occhio da taluni che poi salivano nei palchi delle signore a dire: «Filippo Ruffo ha detto che è il capolavoro di Farnese»; o pure: «Roberto Drago mi ha detto che è un disastro». Alcuni letterati e giornalisti discutevano in gruppo, gli altri autori drammatici serbavano un contegno indifferente e impenetrabile. Quei corridoi, a momenti, sembravano bolgie infernali. Andrea di Vele era salito nel palco di Beatrice, le aveva portato le più schiette congratulazioni, riferendole le dicerie delle quinte e dei corridoi. Andrea di Vele era il più intimo e caro amico di Farnese, cui piaceva per l'ingegno sbrigliato, pel carattere leale ed amabile e la conscienza integerrima: anzi, egli lo aveva soprannominato «il Cavaliere senza macchia e senza paura» e Andrea di Vele aveva accolto con piacere quel soprannome che l'onorava. Era un giovine alto e maschio, bruno, con due occhi di fuoco, i mustacci rialzati, di un'eleganza sobria ma squisita. Buon parlatore ed un po' prezioso — ciò che aumentava fascini al suo discorso — egli portava nelle conversazioni il corredo brillante della sua simpatica cultura, lo scintillio del suo ingegno letterario, l'esperienza della vita ch'egli aveva avuta burrascosa, la conoscenza del mondo ch'egli aveva corso in lungo ed in largo, da Battro a Thule come dicevano i Romani, secondo le loro estreme cognizioni geografiche.

Ora Andrea di Vele raccontava di essere salito in palcoscenico per trovarvi Giuliano, ma di averlo cercato invano; aggiunse poi che Claudina Rosiers, complimentata, festeggiata, glorificata, era nervosissima per l'assenza del suo autore. In quel momento Beatrice, Loredano e di Vele udirono pronunziare queste parole da un signore molto smart che era con alcune signore nel palco contiguo al loro:

— Guardate, guardate Giuliano Farnese. È in quel palco dov'è quella signora in raso rosa. Nel secondo palco dopo il proscenio, in seconda fila. Eh, eh! raccoglie gli allori, il trionfatore!

Immediatamente gli sguardi dei tre si diressero al palco che la voce di quel signore aveva designato. Ma un sorriso apparve su le loro labbra subito dopo: il signore si era ingannato per una strana e grande rassomiglianza. Intanto nel palco vicino le belle signore facevano le loro chiose sul preteso autore applaudito.

Il sipario si rialzò per la terza volta, sul salotto della contessa di Varrena. In quel terz'atto l'azione diveniva più stringata e drammatica, in qualche scena raggiungeva una violenza di dolore insoffribile. La chimerica innamorata era finalmente caduta, con l'illusione di aver raggiunta la sua chimera. Ma l'illusione ben presto impallidiva e rovinava, poichè ella non aveva ceduto a chi l'amava di più, ma a chi con arti subdole aveva meglio saputo rappresentarle la commedia del sentimento. Ella si svegliava da quell'illusione come da un incubo, e già tutto l'edifizio che minacciava rovina l'attorniava paurosamente. L'uomo ch'ella aveva creduto dovesse realizzare il suo sogno l'aveva attirata in un terribile tranello, s'era valso del suo nome per le sue losche mene. E l'atto finiva quando, scoperto il baratro verso cui scendeva, ella scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando vicino a sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno.

Un brivido aveva corso il teatro a quel grido potente e sovrano, lanciato da Claudina Rosiers innanzi a quella rovina, con una forza ed un ribrezzo che assurgevano all'orrore di un destino compiuto. Gli applausi erano scoppiati, unanimi, frementi, acclamanti. Claudina Rosiers era ricomparsa otto volte con Lorenzo Gray, e come il pubblico domandava insistentemente l'autore, Gray aveva fatto un gesto per significare ch'egli era assente dal teatro. Pure gli applausi s'erano raddoppiati, le salve d'acclamazioni erano divenute tonanti, il successo era ormai colossale.

Beatrice, ritiratasi nel fondo del palco, piangeva di emozione fra le braccia di Loredano che era raggiante come per un successo suo. Mentre le acclamazioni scrosciavano ancòra, Andrea di Vele ch'era per uscire dal palco s'imbattè con Giuliano che entrava. Appena lo vide, Beatrice gli cadde nelle braccia, felice, orgogliosa, inebriata. Farnese l'attirava sempre più nell'ombra del palco per non essere visti e le passava dolcemente la mano su i capelli. Loredano e di Vele sorridevano senza guardare, a quella scena di tenerezza. Quando la commozione di Beatrice fu calmata, Farnese seduto nell'ombra raccontò le impressioni di quella serata. Egli aveva voluto assistere non visto alla rappresentazione del terzo atto; salito alla galleria, egli s'era mischiato a quella parte più modesta del pubblico.

— Ciò mi ha valso, diceva ora con la sua aria fanfaronesca, emozioni indicibili. Per la prima volta in vita mia ho sentito il successo da vicino. È anche vero che per la prima volta in vita mia ho avuto un successo così unanime e concorde.

— E così sereno, interruppe Loredano.

— E così meritato! aggiunse Andrea di Vele.

— Grazie, tu mi mortifichi! disse il grande scrittore, ridendo, e seguitò:

— Avevo vicino a me alcuni studenti. Ebbene, non hanno perduto una parola, una sfumatura, un accenno. Ah, ah! E poi diciamo che il pubblico non capisce niente! Chiacchiere! Ecco là qualche giovanotto — e quanti ve ne sono come loro? — che in fatto di teatro e di buon gusto ne capisce più di Ruffo, di Drago e di Spada sommati insieme! Ma v'è stato chi mi ha scoperto lassù, al paradiso: Torrero. È salito con Sanna. Si sono messi dietro alcuni uomini ed hanno cominciato a dir corna con me della commedia. Avreste dovuto godervi la scenetta deliziosa. Quei buoni spettatori erano su le spine, si frenavano, s'imponevano il silenzio. Ma, quando Claudina ha lanciato così meravigliosamente quel suo grido alla fine dell'atto e Torrero ed io abbiamo esclamato sbadigliando: «Che stupidaggine! Che sciocchezza!», quelli altri non hanno retto più, si sono ribellati ed hanno intavolato con Torrero una discussione dove io ero esaltato e glorificato a non dirvi. Avreste dovuto vedere con che arie di protezione trattavano Torrero, mai immaginando con chi avevano a che fare!

A poco a poco la sala si ripopolava, poichè l'intermezzo finiva ed i campanelli elettrici squillavano. Giuliano aveva sciolto il suo braccio dalla lieve pressione di Beatrice ed era uscito in fretta dal palco, al momento che il sipario si levava per il quarto atto. Sul suo passaggio qualche persona che ritornava al proprio posto e che lo conosceva di vista si rivolgeva a guardarlo; altri mormoravano ai vicini il suo nome. Egli passava in mezzo a quella curiosità, con la sua bella indifferenza di uomo celebre, che sa d'esser sempre guardato e non ha per questo bisogno di andare alla caccia ed alla ricerca di sguardi e di ammirazioni. Tuttavia una gran gioia pel trionfo che quella sera coronava il suo nome gli gonfiava il petto, mentre s'avvicinava in fretta alla porta del palcoscenico, mentre traversava i praticabili, mentre bussava alla porta di Claudina che ancòra e per quasi venti minuti non era di scena. Quella gioia del trionfo aumentò immensamente quando, entrato nello spogliatoio dell'attrice, questa gli si gettò tra le braccia e se lo strinse al seno nella commozione superba del trionfo comune. Giuliano le passava la mano su i capelli, come poco prima a sua moglie. Ma, lentamente, il fascino arcano di quell'abbraccio ideale si distruggeva e da quell'abbraccio semplice di maschio e femmina la sensualità risorgeva a battere la sua diana.. L'ebrietà del momento faceva dimenticare ad ambedue i rimorsi di due giorni innanzi, i buoni propositi, i giuramenti scambiati. Già la voce di Giuliano, che mormorava complimenti all'attrice trionfante, diveniva convulsa di desiderio per la donna. Già le braccia di Claudina Rosiers, che stringevano in un abbraccio fraterno l'artista che le aveva procurato quella gioia sublime, sussultavano di passione per l'uomo. La colpa rifioriva irreparabilmente dall'amore, come un fiore velenoso sorge da un'ajola inargentata di giaggioli, stellata di margherite:

— Tu sei stata grande, tu sei stata magnifica, mormorava Giuliano. Io non potrò mai dimenticare il bene che mi hai fatto col tuo genio. Io ti amo, ti amo!

— Anch'io ti amo, susurrava Claudina perduta.

Il trionfo continuava ad inebriarli, facendo loro dimenticare ogni realtà, ogni passato, ogni avvenire.

— Tu devi esser mia ancòra, Claudina, continuava l'amante. È una vera stoltezza pretendere di distaccarci. Noi siamo un'anima sola. Io sono fatto per te, come tu sei fatta per me. Io non posso vivere senza di te come tu non puoi vivere senza di me. La sete dei tuoi baci che mi arde, arde te pure. Claudina, Claudina, dammi i tuoi baci, dammi le tue labbra!

— Sì, sì, io sono cosa tua, rispondeva l'amante con le labbra arse, il volto di brace. Io ti amo, ti amo troppo, so anch'io che è follìa sperare di poter essere lontani, di poter non compiere fino alla fine il nostro delitto d'amore.

La cameriera bussò all'uscio per entrare e vestire l'attrice.

— Un momento, gridò Giuliano, poi aggiunse piano a Claudina, serrandola sempre più perdutamente fra le sue braccia: — Ora, dopo il teatro, io verrò da te, passerò la notte da te..... Vuoi? Vuoi?

— No, no, non ancòra, scongiurò Claudina pure mite e sommessa, stasera, no.

— Come vuoi lasciarmi solo stasera, Claudina, insisteva l'amante, stasera che il successo ci ha uniti, stasera che siamo cosa l'uno dell'altra, come mai più lo saremo?..... Vuoi? Vuoi?

— Ebbene, vieni, susurrò l'attrice sempre più piano, ma con passione veemente, tendendo ai baci dell'amante le labbra dischiuse come un fiore.

Quando si disciolsero da quel bacio supremo, Giuliano aprì la porta e la cameriera entrò. Seduto su una stinta poltrona, lo scrittore assistette alla toletta della grande attrice. Ella si spogliava celermente degli abiti che aveva indosso, li gettava su le sedie e le poltrone, a caso e febrilmente. La cameriera intanto distendeva le pieghe del nuovo abito che l'attrice doveva indossare; questa, seduta innanzi allo specchio della toeletta tutta bianca e spumante di merletti e di veli, e con le braccia nude rialzate ad arco, riannodava le trecce un po' rallentate; poi prendeva con la punta del mignolo un po' di pomata in una scatola di porcellana, tra la moltitudine di scatole, di barattoli, di vasi, di tubetti che ricoprivano la tavola; con una zampetta di lepre spandeva con parsimonia il belletto su le guancie, che poi accarezzava di nuovo con una delle piccole spugne pel bianco; passava appena su le sopracciglie il crayon mysterieux, inumidiva le mani di vasellina. Siccome la voce di Savarese sollecitava al piano superiore alcune attrici, Claudina gettò in fretta l'accappatoio, sciacquò le mani, infilò la gonna pianamente, aiutata dalla cameriera prudente perchè non guastasse passando la pettinatura. Mise un abito di broccato vieux-rose coperto in parte di un lucente giavazzo verdone, che discendeva a grandi pieghe sotto due stole di merletti veneziani, i quali anche incorniciavano il collo candido e gli esili polsi venati d'azzurro. Diffuse ancòra con un piumino su le guancie una cipria rosea, ne diffuse anche su i bei capelli d'oro che apparvero inargentati di brina; si guardò nuovamente nello specchio, tese la mano a Giuliano, gli mormorò qualche parola all'orecchio e, mentre l'uomo sorrideva, ella entrò in scena per compiere il suo trionfo ed il trionfo del suo benamato. Uscito fra i praticabili, questi riguardava da un foro l'imponente sala di teatro, corsa ancòra dalla scintilla elettrica di quelle frasi suggestive che Claudina pronunziava, cesellando lentamente le poche scene di cui quell'atto si componeva. L'uomo che la chimerica donna aveva disprezzato la salvava dall'abisso aperto sotto i suoi piedi; ella però non si sentiva degna d'amare e d'essere amata da quell'uomo e la triste commedia si chiudeva malinconicamente con un grido angoscioso dell'innamorata innanzi allo spettacolo di quel suo bel sogno perduto.


Quale proprietà continua di sdoppiamento deve essere in noi, se lo scrittore godeva del successo che lo illuminava e nel tempo stesso soffriva per ciò che quel successo recava di conseguenza? Egli vedeva la tela calare, udiva l'applauso echeggiare solenne, vedeva gli attori ricomparire più volte alle chiamate del pubblico, prima uniti, poi solamente Claudina Rosiers. Alcune voci del pubblico gridavano il suo nome, già frotte di amici invadevano il palcoscenico, serravano le mani del trionfatore di quella sera, parole inebrianti di elogio già susurravano al suo orecchio. Ma egli ascoltava distratto, spiando i passi di Claudina, tendendo l'orecchio a sorprendere le parole che l'attrice pronunziava tra i gruppi di marsine che l'assediavano. Era gelosia, forse, quel sentimento rabbioso ch'egli sentiva quella sera verso ognuno che parlava a Claudina, verso ognuno cui l'attrice acclamata sorrideva nella vicenda dei saluti e delle conversazioni? Egli vide dall'altro lato Gray che passeggiava anche lui in fondo alla scena, ancòra in marsina e cravatta bianca, morsicchiando una sigaretta spenta, intento a scrutare ogni piccolo movimento dell'attrice, attento a cogliere il più insignificante monosillabo che cadeva dalla bocca di lei. Giuliano sorrise al vedere quella sua precisa immagine, come una persona che faccia innanzi ad uno specchio una smorfia comica, ride per il primo dell'espressione che ha il suo viso contraffatta. Intanto la folla innanzi a lui aumentava. Lo scrittore vedeva visi di persone incontrate una sola volta e che si erano ricordati di quella presentazione per poter «salire in palcoscenico a salutare l'autore». I suoi più gelosi colleghi gli scandivano le parole più melate, le sillabe più lusinghiere armonizzavano gli accenti più rispettosi. I clubmen si confondevano con gli artisti bohèmes, gli uomini di banca coi letterati, i giornalisti con gli indifferenti, gli attori con i critici. Farnese, nell'ansia che lo teneva, pure trovò per tutti una parola, un sorriso, una frase. Ma quando vide sua moglie entrare, accompagnata da Loredano e da Torrero, nel camerino di Claudina ove l'attrice era già rientrata, egli non seppe più reggere e si precipitò. Come fu su la soglia, sua moglie gli gettò le braccia al collo, pianse sul petto di lui per una bella e superba commozione. Le sue idee e la sua presenza di spirito impallidivano talmente che egli non sentiva nemmeno le frasi di elogio e di gratitudine che Beatrice rivolgeva alla grande attrice ed il desiderio che esprimeva di abbracciarla. Solamente quando vide sua moglie serrare tra le braccia quella Claudina che attentava alla sua felicità, quando vide due lacrime brillare negli occhi dell'attrice, la sua commozione fu così prepotente che egli non resse più, uscì su la scena, passò in fretta tra la folla variopinta e chiassosa degli attori, degli intrusi, dei macchinisti, dei pompieri, senza salutare nessuno, senza vedere le mani che si tendevano verso di lui al suo passaggio; uscì dal palcoscenico, traversò i corridori ancòra affollati di pubblico; già si avviava verso la porta per lasciare il teatro, ma, quando la voce di una persona presso di lui mormorò indicandolo: «È Giuliano Farnese», ei si ricordò che usciva senza salutare Claudina. Si fermò al botteghino del teatro, scrisse sopra una carta da visita due righe indicando a Claudina il luogo ove l'avrebbe attesa, consegnò questo biglietto perchè fosse recato immediatamente a Claudina Rosiers e si allontanò. Egli percorreva le vie in preda alla febbre. Le vie erano affollate di gente che, uscendo dai teatri e dai ritrovi, si avviava al riposo od alla festa notturna; lo scrittore passava in mezzo a questa folla, urtandola, trascinato a volta dalla corrente, sentendo il peso della sua infinita miseria, egli ch'era il trionfatore di quella serata. E mentre le donne e gli ammiratori lo pensavano circondato da amici ad assaporare la gioia del successo, egli traversava le vie solo e triste, misurando l'abisso verso il quale scendeva, l'abisso ch'ei scorgeva sempre più prossimo, senza che ciò gli desse la forza necessaria per ritrarsene in tempo.

Perchè non partiva, magari anche in quel mattino che tra poche ore sarebbe sorto? Egli si domandava questo, entrando nel portone del Circolo della Caccia, salendo le scale, lentamente. Poi, mentre il domestico lo sbarazzava del soprabito e del bastone e poichè questi gli dimandava se desiderasse cenare, egli chiese un brodo ed un bicchiere di porto rosso. Poteva egli partire, come aveva pensato? Si domandava questo nel piccolo salotto dov'era attendendo la sua cena frugale. Partire era presto detto! E gli obblighi, il lavoro, gli interessi, la famiglia? Ma, anche trascurando tutto ciò, che valeva partire? Poteva una distanza di duecento o di trecento chilometri levargli dal cuore il veleno che vi si era versato? Non era più tosto semplicemente dilazionarne l'effetto letale ed irrimediabile? Partire con Beatrice? Avrebbe egli forse mancato di pretesti per tornare a Roma, quando il desiderio ed il rimpianto di Claudina ve lo avessero richiamato, cioè sùbito? Quella sua idea del destino che si compiva ed al cui corso non eran da opporsi argini di ragionamenti e di rimorsi, lo riprendeva ora che tante impossibilità gli apparivano. Il domestico intanto gli portava il brodo e la bottiglia del porto:

— Il marchese Filangieri ha dimandato s'ella era al Circolo. Cosa devo rispondergli?

— Rispondete che no. Desidero d'essere solo. Attendo qualcuno.

Bevve in fretta il vino, sorbì qualche cucchiajata di brodo.

— Anzi a questo proposito, disse al domestico rendendogli la tazza, una persona in carrozza chiusa deve venire fra poco a cercare di me. Vi prego di avvertirmi sùbito.

— Va bene, signore, — e mentre il domestico s'inchinava ed usciva, egli si distese in una poltrona, socchiuse gli occhi, ripreso dai suoi fantasmi di tristezza e di rimorso, attendendo.

VII.

Egli attese fino alle due, ma nessuna carrozza sopraggiunse. Uscito nell'anticamera, infilò il soprabito e discese in fretta, deciso di non perdere scioccamente quella notte d'amore nell'ebrezza del trionfo. Per calmare i suoi nervi convulsi camminò a piedi, ma così svelto che cinque minuti dopo uscito dal Circolo egli suonava al portone della casa in piazza di Spagna. Apertosi il portone, egli salì le scale correndo. La cameriera aveva già dischiuso l'uscio dell'appartamento e Farnese entrò improvvisamente nella stanza da letto di Claudina, rischiarata da un'alta lampada il cui chiarore era mitigato da un paralume di tulle giallo.

La visione magnifica era innanzi a lui: Claudina, nuda sotto la camicia di fine batista, aperta sul piccolo seno. Il corpo della giovine donna, pronta ad entrare nel letto, sorgeva dal cerchio serico delle vesti cadenti ai suoi piedi. I capelli erano disciolti su le spalle, onda fulgente. La stanza aveva una temperatura voluttuosa, una penombra suggestiva. Le coltri, al lato destro del letto, erano tirate indietro ed i lenzuoli sembravano gioiosi per la festa amorosa che loro recavano il profumo e la grazia del bel corpo femminile. La lampada indorava i contorni del corpo, rischiarava i seni delicati, la liana della vita, le anche ambigue e voluttuose.

Farnese s'era avvicinato. Senza una parola, senza un sorriso, egli aveva stretto la flessibile liana, le sue dita avevano intuonato l'irresistibile invito. La donna s'era abbattuta su lui, vinta, mentre la trasparente camicia le scendeva dalle spalle e le nudità sfolgoravano.

Non era il desiderio di uno che vibrando si comunicava all'altra: erano due fiamme, due brame, due passioni, due voluttà che si chiamavano, s'invocavano, gemevano nell'attesa, esultavano quanto più l'ora amabile si avvicinava. I soffi dei due respiri erano armonici, la medesima angoscia d'amore li accelerava, la medesima follìa di piacere li animava, la medesima febbre di passione irresistibile li infiammava. L'amante piegava a poco a poco la flessibile liana verso i molli cuscini di un divano prossimo; il bel corpo candido s'abbatteva sul giaciglio e su la stoffa oscura il candore suo s'animava e si esagerava, radioso. Ivi continuò l'armonica omelia d'amore, ivi s'innalzò più potente il grido del desiderio, ivi, smarrita ed abbandonata, l'anima si ritrasse sospirando.

Ma ad un gesto più audace di Farnese la voluttuosa vittima si eresse, balzò in piedi, vide la sua nudità: arrossendone, cercò intorno una difesa, ma nulla era a portata della sua mano; allora balzò nel letto ed i lenzuoli si rovesciarono su lei, avvolgendola, disegnandone le curve in un amoroso abbraccio. Oramai al riparo, la fuggitiva sorrideva, sorrideva dell'amante ch'era rimasto dolente e irritato sul divano basso, mentre il suo desiderio insoddisfatto agonizzava.

Allora egli si levò, sempre più eccitato, mosse dei passi disordinati per la stanza.

— Ah, no, tu non sei mia! gridò esasperato, arrestandosi ai piedi del letto dove la donna copriva fino la bocca con le coltri rialzate. No, no, tu non mi ami! Tu vagabondeggi nei sogni, t'inebrii al paese azzurro dell'ideale! Tu non sei la creatura umana ed ardente, misera e sublime che piange d'amore e ride di odio, sente per l'amato mille desiderii, mille sensazioni, ed un ardore unico, enorme, onnipotente: l'ardore del desiderio di formare una creatura sola...... Tu vaghi. Dove? Perchè? Anche il desiderio è per te un sogno, un brutto sogno, dal quale ti desti fuggendo, come poco fa. Amami, amami, Claudina, amami come ti amo, chè io ho tanto bisogno dell'amore tuo.... Sii mia, finalmente, sii mia!...

— Io sono sempre tua! ella sospirò.

— No, no, tu non m'intendi, susurrò l'uomo, tu non vuoi intendermi! Io ti voglio tutta, tu devi essere tutta e sempre mia.....

La donna si sedette sul letto, non più sorridendo.

— Tu mi vuoi, ora?

— Ora, sì, egli balbettò.

— Sai di commettere un vero delitto? E non indietreggi? mormorò la donna, a bassa voce.

— Un delitto d'amore, lo so! E non indietreggio, no, no, perchè ti amo, perchè ti voglio, perchè amo te sola e sopra ogni cosa.....

— Ricordi tu, disse Claudina sempre più grave, ricordi il giuramento che poche ore fa concludemmo? Ricordi? Giurammo che i nostri primi baci sarebbero anche stati gli ultimi.....

— Fummo pazzi, ingenui....

— E se tu un giorno dovrai dirmi che fummo pazzi non allora, ma questa notte?

— Io non potrò mai dirlo!

— Che sai tu? Che affermi? Sapevi forse quella sera del nostro primo abbraccio, che quello non sarebbe stato il solo?

— Lo sentivo dentro di me!

— Dunque tu insisti? Tu mi vuoi! incalzò Claudina pallidissima.

— Io ti amo, mormorò l'amante.

Come egli accennava a parlare ancòra, con un gesto la donna gli impose silenzio. Tacque un momento, poi disse:

— E mentre tu desideri me ed i miei baci, tu non senti altro dunque? Nel tuo cuore non palpita un altro sentimento per alcuno?

Farnese afferrò l'allusione. Non potè trattenere una lacrima che gli imperlò il ciglio, lacrima più eloquente di un pianto disperato, lacrima di cui egli ebbe la debolezza di vergognarsi e che asciugò in fretta con la palma di una mano, perchè Claudina non la scorgesse.

— Ah no, no, disse ella allora, non asciugare, perchè io non la veda, quella tua lacrima che è la cosa più bella e più buona che tu abbia detto stasera... Vedi, io l'attendevo questa lacrima... Io non ero venuta a prenderti al circolo perchè volevo che tu pensassi a chi ti attendeva, a chi ti attende, a chi ti ama... Tu sei venuto da me... Ma questa lacrima mi dice che tu pensi anche ad un'altra donna, ad un'altra casa, ad un altro amore... Lasciami, lasciami...

Ella aveva accompagnato le ultime parole con un gesto quasi supplichevole. Pure egli continuò, sconsolatamente, ad invocare i suoi baci:

— Tu non mi ami, ecco, susurrava, tu non mi ami...

La passione, trattenuta fino ad allora, proruppe nel calore delle parole e dell'accento. L'amante, sempre a piè del letto, con i gomiti poggiati alla spalliera ed il capo fra le palme, aveva rialzato gli occhi verso di lei, ascoltava estatico quel torrente passionale accavallarsi ed echeggiare.