Il trampolino per le stelle
LUCIO D'AMBRA
Il trampolino per le stelle
Tre dialoghi e due racconti
L. CAPPELLI, Editore
BOLOGNA — ROCCA S. CASCIANO — TRIESTE
Di questo libro sono state tirate 50 copie su carta
di lusso, firmate dall'Autore e numerate a mano.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Il trampolino per le stelle
In un qualunque tempo, in un paese qualunque, poichè Pierrot è sempre Pierrot, maschera e uomo, poeta e fanciullo. Egli stesso lo ha detto: «Io dico sempre la stessa cosa, perchè è sempre la stessa cosa; e se non fosse sempre la stessa cosa io non direi sempre la stessa cosa».
Che cosa dice Pierrot? Dice che vuole essere amato più di quanto egli sappia amare. Dice che vuole un'innamorata sempre fedele, alla quale egli possa essere sempre infedele. Dice che tutto vorrebbe, senza dare mai niente: o tutt'al più un sospiro, un verso, una serenata, una canzone, un bacio, tuttociò insomma, che fa a lui piacere di dare prima che faccia piacere agli altri di ricevere. Sono io, Pierrot, io che scrivo. Sei tu, Pierrot, tu che leggi. Siamo tutti Pierrot, quanti noi siamo: uomini, fanciulli, poeti.
Questo mio Pierrot di stasera è, come tanti, è come tutti. Poeta anche lui. Innamorato anche lui. Vive lassù, in soffitta, tra cieli e venti, e vorrebbe una reggia. Ha per amica Colombina, fiorista nella strada accanto, e vorrebbe una regina. Ha per amici quattro studenti come lui e vorrebbe per amici i dotti di Salamanca e il Principe di Galles. Ha le tasche vuote e vorrebbe i milioni di Rothchild. Ha poco sale in zucca e crede d'avervi la saggezza di Socrate. Ama le donne, i fiori e i bambini, ma le donne se non pretendono, i bambini se non piangono e i fiori se non sono destinati a dire addio ai morti. È un piccolo egoista, pieno di cuore, come me, come voi, come tutti. È un bugiardo che pretende la verità negli altri, è uno che strappa agli altri le illusioni e vorrebbe averle tutte lui, è un omettino che crede di saper tutto e non sa nulla. Si vanta di tutto potere e nulla può, proclama di amare tutti e non ama che sè.
Ora è lì, nella soffitta, al suo tavolino coperto di carte e di libri. È con lui un amico, che lo lascia parlare, che lo sta sempre, povero Giobbe, pazientemente a sentire.
Fuori nevica da un cielo di farina. È l'ultimo giorno di carnevale. Lì, sul tavolino, gettata su un libro, c'è una mascherina nera, quella che Pierrot ha messo iersera e che rimetterà stasera, quando crede di andare per le bettole e fra le maschere a divertirsi.
Nel caminetto una sedia rotta fa un po' di luce e quel po' di luce par che faccia anche un po' di caldo. E Pierrot e l'amico chiacchierano per chiacchierare.
L'AMICO
Come mai oggi Colombina non c'è?
PIERROT
Mai più vedrai Colombina in questa onesta casa d'un poeta. Colombina è una fraschetta, una civetta, Colombina è l'ultima delle donne. L'ho scacciata un'ora fa da questa casa. Le ho gettato giù dalla finestra i suoi cenci e la sua cuffia, i suoi scialletti ed i suoi nastri, i suoi riccioli finti e i suoi fiori di carta. E non la rivedrò mai più, mai più, mai più, mai più...
L'AMICO
Te l'ho sentito dir cento volte e il giorno dopo Colombina era qui.
PIERROT
Non ero io a richiamarla. Era Colombina a ritornare.
L'AMICO
Colombina diceva il contrario.
PIERROT
Colombina ha sempre mentito.
L'AMICO
E tu non le hai mentito mai?
PIERROT
Mai! E, senti, se vuoi rimanermi amico, se tu vuoi che non ci guastiamo, non mi parlare mai più di Colombina. È morta, sepolta, dimenticata, cancellata, dileguata, volatilizzata, polverizzata, annientata, finita, sparita, svanita, allontanata, liquidata, volata, sfumata, centrifugata. Con l'ultimo giorno di carnevale la sua maschera è caduta. E domani è Quaresima. Il magro tempo quaresimale consiglia raccoglimento e meditazione, severi studii di metafisica e di filosofia. Dimenticherò nei numeri i suoi innumerevoli sorrisi e andrò a dormire, ogni sera, con un filosofo nuovo. I suoi innumerevoli sorrisi... Quanti ne aveva! Uno per prendermi e uno per lasciarmi, uno per deludermi e uno per illudermi, uno per mentirmi come se fosse vero e uno per dirmi la verità come se fosse una bugia, uno per fingersi schiava e uno per farmi vedere che era padrona, uno per darmi il suo cuore per sempre e uno per riprenderlo dopo un'ora... Ah, li conosco tutti, oramai, e non possono più farmi male... Del resto nulla oramai può più farmi male... Conosco le donne, gli uomini, i parenti, gli amici, i ricchi, i poveri, i sapienti, gli imbecilli, me, te, il mio vicino e quello che mi sta di rimpetto... Bella roba, tutta quanta, in verità... Ah, che orribile mondo, questo, dove tutto è illusione, menzogna, inganno, miraggio, vanità... Colombina, e tutte le donne, mi hanno mentito... Tutti gli amici mi hanno tradito... Tutte le illusioni se ne sono andate via per la finestra quando la realtà è riuscita a entrare dalla porta... Tutte le speranze sono andate in fumo su per la cappa del camino, quando ho cercato di scaldare al loro fuoco il mio povero cuore intirizzito... E bisogna star qui, in questo mondo stupido e vile, qui ad aspettare quello che non viene, a desiderare quello che nessuno può darti, a cercare quello che non c'è... Ah, andarsene, andarsene, andarsene... Via, via, lontano, lassù, lassù, dove non arrivano gli aviatori, dove non arrivano neppure gli uccelli, nell'etere, dove a quest'ora, nella sera serena, s'accendono le stelle, dove la mia parente, la luna, s'affaccia ogni tre settimane, ride a vedere quanto siamo stupidi, gonfia tutta la faccia a furia di ridere e poi si sgonfia e se ne va... Guarda...
(Prende su la scrivania il libro su cui è gettata la maschera. Sono le Odes funambulesques di Théodore de Banville. E mostra il libro all'amico, poi cerca una pagina segnata).
L'AMICO
Che libro è quello?
PIERROT
Un poeta. Tu non lo conosci perchè tu non sei poeta e i poeti li conoscono solo i poeti. Questo era un poeta che giuocava con le strofe, come i bimbi con le trottole. Legava il filo delle rime d'oro, stringeva e ristringeva attorno a un pensierino e poi lanciava la trottola, lanciava la strofa e si divertiva un mondo a vederle girare, girare, girare, tutte colori, tutte scintille, scintille che splendevano, ma non bruciavano, come quelle dei fuochi a girandola che accendono nelle sere di feste. Tu vedi tutto il cielo a fuoco e non è nulla, dopo un istante: nè ardore, nè luce: buio. Tu vedi tutte le pagine splendere alla luce di quel poema incandescente e fosforescente e vai per scaldarti. Ma la luce s'è spenta e non c'è più nulla quando l'ultima rima ha dato l'ultima scintilla. Era un poeta, sì, ma era poeta come si può essere lucciola. Amava le fate e i folletti, i clowns giocolieri e i fabbricanti di fuochi artificiali, le donne tutte splendore di gioielli veri o falsi e le ballerine tutte trasparenti di veli bianchi e rosei. Amava anche i Pierrot, come me, come lui. Chiedeva alle fate che non ci sono le cose impossibili che non si possono avere. Avrebbe voluto pescare la luna in fondo al pozzo e metter le stelle a modo suo, davanti alla sua finestra, come tanti lampioncini d'argento. E questo poeta dell'impossibile, questo poeta che visse e morì felice perchè non aveva cuore ed era tutto fantasia, voleva paragonarsi ad un clown, ad un bel clown di seta bianca e nera, che fa del suo sogno un trampolino, un gran trampolino per scappar via dal mondo e andarsene lassù fra le stelle. Ascolta, ascolta...
Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!
Des ailes! Des ailes! Des ailes!
. . . . . . . . . . .
Le clown sauta si haut, si haut...
. . . . . . . . . . .
Et le coeur dévoré d'amour,
Alla rouler dans les étoiles...
(E quando Pierrot ha finito di leggere l'Ode funambulesque di Banville, l'amico scuote il capo, mentre Pierrot è tutto vibrante d'entusiasmo).
L'AMICO
Son belli, questi versi. Ma il tuo poeta è pazzo. Chiede e sogna l'impossibile. E non si può, quando si è stanchi del mondo, saltar nelle stelle. Si può saltare dalla finestra e fracassarsi in istrada la noce del collo. L'uomo non può saltare più in là di due metri dalla sua finestra.
PIERROT
Ma questo appunto vuol dire esser poeti: sognare l'impossibile, cercare nell'irreale il compenso del reale, metter nella vita quello che non c'è, dare agli altri ciò che non hanno, aver le fate dentro un rimario, i maghi nel calamaio, la bacchetta dei miracoli nella matita, l'orchestra del paradiso in una conchiglia, l'oceano nella vasca del tuo giardino, il cielo nel rettangolo della tua finestra, tutto il mondo negli occhi d'una fraschetta come Colombina e un pubblico immenso, per ammirarti, nelle orecchie d'uno scemo come te.
L'AMICO
Grazie tante.
PIERROT
E, avendo tutto questo, andarsene, senza muoversi di qui, volar nelle nuvole coi piedi in terra, correre il mondo nella propria camera, dominare i popoli essendo soli, giuocar coi secoli per pochi anni, viver mille vite senza averne una ed aver tutto conosciuto senza aver mai visto nulla. E vorrei anch'io stasera, perchè non ho un soldo, perchè i miei versi nessuno li stampa, perchè nessuno mi vuol bene, perchè nessun amico mi capisce, perchè gl'imbecilli vanno in carrozza ed io vado a piedi, perchè Colombina mi ha lasciato per andare a cena col vecchio barone che la protegge, vorrei anch'io stasera, come Banville, toccar la bacchetta magica della fantasia, mutar questa bianca casacca con l'abito ad aereostato del clown, fatto apposta per salir su, su nel cielo e, uscito sul tetto di questa casa, trovare il gigantesco trampolino e spiccare il salto verso le stelle... E una volta raggiunti quei mondi nuovi, trovar tutto quello che quaggiù mi manca, l'amore, l'amicizia, la verità, la gloria. Trovar lassù la donna che non mentisce, l'amico che non tradisce, la realtà che non delude, la verità che non uccide, la gloria che non deride... Trovar lassù, nelle stelle, il mondo dei poeti e della poesia, i giardini sempre in fiore, i cieli senza nuvole, i mari sempre azzurri, il sogno senza risveglio, il trionfo senza nemici, l'amicizia senza invidie, l'amore senza sospetto, il possesso senza dubbio, il sorriso senza lacrime, la terra senza putredini, il bene senza male, la vita senza morte, il volo senza caduta, il sole senza tramonto, e, soprattutto, io che della menzogna ho sofferto e per la menzogna ho spasimato, io che la menzogna ho sentito, viscida e sfuggente, in ogni cosa del mondo, soprattutto, amico, io vorrei trovarvi soprattutto il bene dei beni, la gioia tra le gioie, quella che è la mia sete inestinguibile, il martirio famelico dell'anima mia: la verità, la verità senza veli, finalmente...
(Nell'esaltazione Pierrot s'è commosso. E ora è li, abbattuto su la scrivania, il volto sulle braccia ripiegate a fargli da cuscino. Ora non nevica più. Il cielo è nero. La notte è fonda. L'amico s'è levato ed ha acceso nella soffitta una piccola lampada senza luce che si contenta di far dell'ombra, un po' di penombra. Accesa questa e la pipa, l'amico viene, avvolto nel mantello, a batter le mani su le spalle di Pierrot).
L'AMICO
Vieni via. Vieni a cena. È carnevale.
PIERROT
No. Lasciami. Sono solo e disperato.
L'AMICO
Troveremo amici, donne, fiori, vini, canti...
PIERROT
L'amico non ha fede, la donna non ha cuore, il fiore domani è secco, il vino eccita un'ora, il canto porta in alto il cuore e poi lo lascia ricadere...
L'AMICO
Che importa? Cogli l'ora che passa. Ridi stasera, anche se ritornerai a piangere domani.
(Inutilmente l'amico, in tutti i modi, tenta Pierrot, cerca di persuaderlo a prender la vita così, com'è, le donne così, com'è lui, l'amore qual'è per tutti e l'illusione per quanto è lecito al mondo).
L'AMICO
Vieni? Soffri perchè Colombina t'ha abbandonato per avere un mantello di seta, una scarpa di raso e un anello d'oro? E tu vieni con una donna là dove Colombina pranzerà, e vieni con una donna bella come lei... con l'anello d'oro come lei... La troveremo e, per una sera, farò io le spese... E Colombina ti vedrà felice e si struggerà. Ti vedrà con una donna bella, felice anche senza di lei e si tormenterà. Se t'ha fatto soffrire che vuoi di più bello che farla soffrire a sua volta?
PIERROT
No. Lasciami. Colombina è morta. Ed io vorrei andarmene stasera, per sempre, dalla vita nella morte, dal sonno nel sogno e dal sogno nelle stelle.
(Visto che è inutile insistere l'amico rinunzia).
L'AMICO
Bè. Buona notte. Verrò a vederti domattina. Ti troverò?
PIERROT
Così potessi non trovarmi...
L'AMICO
Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle stelle?
(Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella finestra, la notte profonda).
PIERROT
Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta magica non c'è e Banville il poeta era un fumiste. Ha vissuto settant'anni con sua moglie che lo chiamava Totò. Ha fatto il critico drammatico ascoltando ogni sera le più stupide commedie. Era commendatore della Legion d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare nelle stelle... Totò...
(L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la porta pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è mosso. Ha solo ripreso il libro delle Odes funambulesques ed ha riletto, una, due, tre, dieci volte, a voce alta, i versi di Banville. Giù, nella strada, una comitiva passa cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e gli pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino fosforescente, come i versi di Banville. Vede un clown agile come le rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto flettendosi su le ginocchia e dondolando le braccia. Prima il clown ha il viso di Banville, poi quello di Pierrot. Ancora una volta la comitiva canta per istrada. Una macchina da scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta accanto. Dal piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi esercizii scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in musica la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del trampolino fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più piano, sempre più lento):
Et, le coeur dévoré d'amour,
Alla rouler dans les étoiles...
(Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a smarrire l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco nella nebbia del sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola esce, sussurro appena, dalle sue labbra):
PIERROT
Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò...
(Così Pierrot s'è addormentato Il volume di Banville gli scivola dalla mano e ruzzola a terra. Suonano ancora, nella notte di carnevale, il coro lontano e la dattilografia musicale. Ma già Pierrot è partito dal sonno per il sogno, il sogno di Banville):
Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!
Des ailes! Des ailes! Des ailes!
II.
(La mattina dopo è Quaresima e c'è un cielo mediocre: un cielo che non è azzurro e non è nero, un cielo grigio, il cielo delle ceneri. Sempre al suo tavolino, le braccia su questo, il capo su quelle. Pierrot dorme ancora. La porta s'apre L'amico entra. E viene a svegliare Pierrot. Coi piedi urta a terra un libro e lo raccoglie. Lo guarda e, dopo averlo guardato, lo getta con disprezzo su la tavola).
L'AMICO
Ah, già... il libro di Totò...
(E l'amico si avvicina a Pierrot Lo tocca prima con la mano; poi lo scuote rudemente. Alla terza scuotitura Pierrot balza in piedi d'improvviso come se l'avesse destato una scossa di terremoto).
PIERROT
Oh guarda.... Sei tu.... E sono qui, in casa mia?...
L'AMICO
E dove credevi di essere? Alla Mecca?
PIERROT
No. Giù in istrada. Appoggiato al muro, seduto a terra, accanto a una pozzanghera d'acqua piovana, con la luna dentro.
L'AMICO
E invece sei qui, a casa tua, appoggiato al tavolino dove t'ho lasciato iersera. E la luna, caro mio, non c'è. Non c'è neppure il sole. Carnevale è finito. Son le Ceneri. E il sole fa penitenza anche lui, dietro le nuvole.
PIERROT
Ma io ci sono stato, stanotte, sai, nella luna... Oh, ti assicuro, è stato un viaggio straordinario... E accaduto così... Vuoi che ti racconti?
L'AMICO
Racconta pure. Ho tempo da perdere.
PIERROT
È stato così.... Tu eri andato via.... E io m'ero appoggiato a questa tavola, le braccia conserte, il capo fra le braccia, gli occhi chiusi.... E pensavo a tante cose.... A te, a Colombina, a Totò.... E a Totò specialmente, e ai suoi versi... E a quel suo clown, e al trampolino, e al salto nelle stelle... E poi, a poco a poco, senza pensare più a nulla o pensando a tante cose insieme, in modo che tutte si confondevano e una copriva l'altra nel mio cervello, mi sono addormentato. Mi sono addormentato, ma mi vedevo uscir di casa, infilar la strada, una strada buia buia, e lunga, interminabile, tra fango e vento. E c'era laggiù tutt'un disegno di puntini d'oro, come un traforo di luce nell'oscurità. E, avvicinandomi, ho veduta la sagoma delle illuminazioni, e le finestre illuminate, e dietro le finestre ombre che passavano, che ballavano... Il caffè Momus... Il Quartier Latino... E li ho veduti, sai, entrare tutti e sei, Mimì con Rodolfo, Marcello con Musetta, Colline con Schaunard... E sono entrato anch'io, dietro di loro. E mi son seduto con gli amici, per bere. C'era, in un angolo, solo, un bel ragazzo con la barba bionda e gli occhi azzurri, con lo sguardo vuoto e il bicchiere pieno che andava e veniva dalla tavola alle sue labbra senza riposo.... Aveva l'aria così melanconica, povero diavolo.... Aveva l'aria d'aver tanto sofferto. Ma c'era una luce nei suoi occhi e non so che splendore su la sua fronte. E l'ho riconosciuto. Sì, sì, era lui, proprio lui, Musset.... E più in là, coi bohèmes, seduto alla stessa tavola, con un sorriso pieno di melanconia, innamorato di Mimì, disperato per Musetta, con la sua faccia da poeta e da ospedale, c'era l'altro, Murger. Ed io avevo alla mia tavola tanti altri Pierrot come me, allegri, chiassoni, che bevevano, che mangiavano, che cantavano, e gridavano levando i bicchieri: «Abbasso le donne... A che servon le donne quando ci sono le stelle?». E, d'un tratto, tra la gente che ballava, ho visto lei, Colombina, e sul chiasso del caffè Momus nell'ultima notte di Carnevale ho sentito il suo riso.... E gli occhi non mi si sono più staccati da lei. E ho veduto venire alla sua tavola, e sedersi, e bere lo champagne con lei nel medesimo bicchiere, un vecchio con una borsa piena d'oro da cui rovesciava monete sul tavolino e nelle mani di Colombina ogni volta che Colombina, lì, davanti a tutti, davanti a me, a due passi dalla mia collera, gli offriva un bacio ed un sorriso... E il vecchio aveva una faccia che non m'era nuova, una faccia che io sono abituato a vedere ad ogni fine del mese: quella del mio padrone di casa.... E io volevo lanciarmi contro Colombina. Ma i Pierrot della mia tavola mi tenevano al mio posto e mi ripetevano in coro: «A che servono le donne quando ci sono le stelle?...». Ma d'un tratto Colombina ha congiunto le mani facendone una piccola conca e il vecchio ci ha versato dentro tutto il contenuto della sua borsa, una piccola montagna d'oro, mentre Colombina gli dava la bocca, la bocca che io solo potevo baciare, in un bacio che non finiva più.... E allora.... allora.... in un colpo ho mandato per aria la mia tavola e i miei Pierrot, e ho traversato la sala rovesciando a terra le coppie che ballavano, e ho strappato Colombina dalle braccia del vecchio, e l'ho bastonata, bastonata, bastonata a più non posso, li, davanti a tutti, mentre tutti urlavano, e volavan piatti e bottiglie, e mille voci gridavano: «Gettatelo fuori.... Gettatelo fuori....». E Colombina sotto i miei colpi gridava: «No.... Non mi far male.... Ti amo.... Ti adoro.... Ma sei povero.... E se amo te, mio poeta, amo anche i bei merletti, i nastri di velluto, i rasi che mi accarezzano, le calze di seta che fanno a gara con la mia pelle a chi è più fine.... E poichè tutto questo tu non mi puoi dare vengo a prendermelo qui, da questo vecchio imbecille....». Ed io, più che mai furibondo, più sentivo gridar che mi amava, più avrei voluto ammazzarla tanto l'adoravo anch'io. E l'avrei ammazzata se non m'avessero gettato fuori del caffè, in un coro di voci che urlavano contro di me: «Scacciatelo.... È un pazzo.... È un mascalzone....» mentre una sola voce, baritonale, formidabile, che superava tutte le altre, mi incoraggiava, mi spronava, gridando: «Picchiala.... Picchiala.... ancora.... Più forte, più forte.... Se ti ha tradito, picchia. Se si vende per il lusso, picchia. Se ti fa soffrire, picchia.... Faccio anch'io così, nei cattivi giorni, con Musetta....». E, mentre mi gettavano fuori, ebbi il tempo di volgermi e di veder l'uomo che gridava, in piedi su una sedia, al tavolino dei bohèmes. Era il pittore, era Marcello, che con un tovagliuolo in mano menava gran colpi nell'aria come se picchiasse su Colombina, su Musetta, su tutte le donne che amano e non sanno rinunziare, su tutte le canaglie adorate che c'ingannano e ci fanno morire, che barattano il nostro cuore con un fisciù, il nostro amore con un pompon, la felicità immensa di volersi bene in due soli con un grùzzolo d'oro maledetto.... E poi, quando fui fuori nella strada e dietro di me il caffè era ridiventato tutto canti, danze e allegria e volgendomi potevo veder Colombina riseduta di nuovo a tavola — ma coperta, almeno, grazie a Dio, di lividure — col suo vecchio imbecille che paga a peso d'oro quel che ha valore solo se è gratis, la porta s'è riaperta e Marcello mi ha raggiunto. Aveva in mano due bottiglie di champagne e due bicchieri. «Bevi, ragazzo mio..., mi ha detto. Bevi. Non c'è da fare altro per tirare avanti. Bevi per dimenticare. Musset fa così. Murger fa così. E faccio anch'io così.... E fa dunque così anche tu.... Bevi. Quando avrai bevuto e sarai ubbriaco non saprai più che cosa sia la tua disperazione, e ti parrà ancora possibile di vivere in mezzo a tutte queste donne e a tutti questi uomini, e ti parrà ancora possibile riprenderti Colombina quando, carica d'oro e di vergogna, questi assassini te la riporteranno...». E ho bevuto, bevuto, tracannando tutto; e poi ho lasciato cader la bottiglia e mi sono voltato per chiederne ancora. Marcello non c'era più: era laggiù, alla tavola, con gli amici, con Musetta su le sue ginocchia; e la baciava perchè per quella sera Musetta era senza pensieri, col lusso pagato dalle tristezze di ieri, e poteva essere, felice e infame, tutta per lui, solo per lui.... E son fuggito davanti a me, per non vedere e non sapere più nulla. Ma il vino bevuto per dimenticare faceva le mie gambe molli e il mio passo squilibrato così che andavo a zig-zag attraverso la strada buia, urtando nei palazzi di sinistra, rimbalzando su quelli di destra per rimbalzar di nuovo su quelli di sinistra, come una pallottola di bigliardo che sbatte da sponda a sponda finchè finisce in buca. E finii in buca anch'io, scivolando lungo un muro e cadendo lì a sedere per terra, sotto la pioggia che veniva giù a torrenti, ma che non riusciva a smorzarmi il gran fuoco che mi bruciava dentro.... E lì, accoccolato per terra, bagnato di pioggia, sporco di fango, ubbriaco di vino, sfinito di dolore, morto di stanchezza, mi parve di non saper più nulla, di non conoscere più nè pioggia, nè champagne, nè amore, nè dolore, nè la tempesta fuori, nè la tempesta dentro e mi sentii a poco a poco irresistibilmente addormentare.... Ma io ti annoio.... Tu sbadigli.
L'AMICO
Non ci badare. È nervoso. Va avanti.
PIERROT
Ma, addormentato che fui, vidi un altro me stesso davanti al portone di casa mia; e lo vidi salir le scale alla luce dei fiammiferi ed entrare nella mia soffitta. E, quando la candela fu accesa, vidi lì, sul letto, un gran vestito da clown, nuovo di zecca, uscito allora dalla sartoria, tutto di raso bianco e nero, a grosse strisce. E sul vestito una letterina in cui era scritto: «Eccoti il vestito. Fa dunque, povero innamorato deluso, come il mio clown; e col tuo cuore divorato d'amore va-t-en rouler dans les étoiles....». E, sotto, la firma: lui, proprio lui, l'autore delle Odes funambulesques, Théodore de Banville, il grande impresario dei fuochi d'artificio lirico, il buon marito sedentario, il commendatore della Legion d'Onore, Totò.... E, letta la lettera, d'improvviso mi trovai vestito da clown, mentre il mio povero vestitino infangato da Pierrot era già su la stufa ad asciugarsi, messovi da chissà quale fata invisibile che mi faceva, bontà sua, da cameriera. Ma un'altra fata doveva esser sul tetto, poichè questo d'improvviso, in un angolo della soffitta, si scoperchiò quel tanto necessario a far venir giù dal tetto una scala tutta foderata di velluto e coi piuoli di metallo come quelle che adoperano nei circhi equestri per arrivare agli alti trapezii del salto mortale. E son salito su per quella scala, e sono arrivato sul tetto dove — oh meraviglia! — un gigantesco trampolino, tutto di metallo e di velluto anche questo, era stato eretto contro il cielo adesso sgombro di nuvole e tutto tremante di stelle. Non so dirti come quel trampolino fosse grande. Ma sì: per darti un'idea, alto come la Torre Eiffel e grande quanto San Pietro e con una molla così enorme che dieci cupole del Kremlino sommate insieme non avrebbero potuto farle da coperchio. E c'erano scale e scalette, scaloni e scalini per arrivare fin lassù; ed io incominciai a salire, a salire, a salire, e più salivo più c'era da salire ancora, più andavo in su e più mi sembrava d'essere sempre allo stesso punto. Ma d'improvviso le scale scomparvero e mi trovai su la piattaforma ch'era grande, per darti un'idea, come la piazza della Concordia e oscillava sopra un perno alto come la Colonna della Libertà a Nuova York. Su la piattaforma immensa io camminavo a passettini così minuscoli che avrei impiegato un mese ad arrivare fino in fondo. Ma avevo paura: la sentivo oscillare sotto i miei passi, come fa il piatto d'una bilancia sotto la mano. E, d'un tratto, sebbene ci volesse un mese a traversarla e non fosse passato nemmeno un minuto, mi trovai al centro della piattaforma e avevo appena poggiato il piede che, in un formidabile scoppio, come se cinquecento fulmini fossero caduti tutti insieme sui cinquecento campanili della città, mi sentii sollevato, lanciato in aria dal trampolino in azione, scaraventato attraverso il cielo con la formidabile velocità della luce. Di rimpetto a me le stelle piccole nel velluto immenso del cielo eran come tanti chiodi d'oro ed io passavo in mezzo ai chiodi.... Ah, che paura, amico mio... E vedevo laggiù, a terra, le metropoli illuminate piccole come lucciole; e mi sembrava di non poter reggere al volo, che la forza del mio slancio dal trampolino dovesse da un momento all'altro abbandonarmi e farmi cader giù dove, morto di paura in cielo in quel momento, il mio cadavere in polvere sarebbe arrivato a toccar terra un anno dopo... E allora, passando fra due stelle, mi aggrappai a quei chiodi d'oro e mi sostenni così. E ce n'erano a migliaia, a milioni, tutt'intorno, di quei chiodi d'oro e così, dall'uno all'altro, non staccandomi da un chiodo se non avevo afferrato l'altro ben bene cominciai a camminar per il cielo penzoloni alle stelle e c'era tutt'intorno una gran luce, una luce immensa, come quella del sole, ma più bianca, più fredda, una luce d'argento e non una luce d'oro. E d'un tratto, in quell'immenso chiarore, abbacinato mi smarrii. Non trovai più altri chiodi a cui sospendermi. Il chiodo, cioè la stella alla quale ero con un braccio aggrappato, bruciava, bruciava, oh come orribilmente bruciava,... Ed io non potevo più resistere a quel fuoco, talchè a un dato punto per il dolore abbandonai la stella e precipitai.... Precipitai nel buio verso la gran luce e mi trovai, quando riaprii gli occhi chiusi per l'orrore, in cima ad una grande scala d'argento e in un gran disco d'avorio.
L'AMICO
La luna?
PIERROT
La luna. Ed ai servi vestiti di bianco che custodivan la porta in cima alla scala chiesi naturalmente, da persona bene educata, di poter salutare la padrona di casa....
L'AMICO
Ch'era lei, la luna....
PIERROT
Ch'era lei, la luna. Chi me l'aveva detto? Nessuno. L'infallibile istinto del viaggiatore celeste che prodigiosamente si orienta da sè in quell'itinerario aereo senza indicazioni d'un Touring-Club stellare. È anche vero che qualche cosa, vedendo tutti aver l'aria felice mentre nel mondo che avevo abbandonato tutti hanno l'aria piagnona, qualche cosa mi disse entro di me: «Gente felice?... Questo è certo il mondo della luna....» Ed era, infatti, così. Ma la padrona di casa era a passeggio e un gentiluomo della sua corte mi indicò laggiù, su la Via Lattea, la sua carrozzina d'argento tirata da cento pariglie bianche di minuscoli cavalli.
L'AMICO
Sorvola sui particolari. E va al sodo. Hai dunque visto la luna?
PIERROT
Sì, al suo ritorno, quando discese, in fondo alla gran scala d'argento, dalla sua carrozza foderata di seta bianca in cui la luna staccava come una perla sul suo candido astuccio. Oh, che bella signora, amico mio.... Che cos'è mai Colombina al suo confronto? Un mostricciattolo.... Bella, bella, divinamente bella, e bianca, bianca, infinitamente bianca.... E quando salendo mi passò vicino mi riconobbe: «Oh, tu qui, Pierrot?...».
L'AMICO
Ti conosceva?
PIERROT
Dal vestito. Per tutti i poeti c'è sempre stata un po' di luna nel vestito di Pierrot.
L'AMICO
Ma se eri saltato dal trampolino vestito da clown.....
PIERROT
Sì, dal trampolino e finchè mi arrampicavo attraverso i chiodi d'oro delle stelle. Ma, non appena toccai le madreperle della luna, per un nuovo incantesimo mi trovai di colpo levate di dosso le brache del clown e negli specchi che nella luna fan da marciapiedi mi rividi addosso il mio vestito da Pierrot, immacolato, di bucato, stirato di fresco, con a posto tutti i bottoni e tutti i fiocchi, irreprensibile.
L'AMICO
E allora, dopo averti riconosciuto, che ti disse?
PIERROT
Nulla. Sorrise. E parve in quel sorriso voler dire tante cose, dal benvenuto alla buona sera, dall'incoraggiamento al lasciapassare. E sparì. Ma, come s'ella avesse veramente dato con quel sorriso un ordine, io potei varcare la soglia d'argento e girare a piacer mio pei giardini della luna, come se fossi munito d'un coupe-file per la libera circolazione. Ma dopo che ebbi pranzato con un estratto di polline di fiori e con una coppa di rugiada, mentre fumavo in giardino una sigaretta, fui avvertito che Madame la Lune desiderava parlarmi. E fui ammesso alla sua presenza. — «So — mi disse non appena fui inginocchiato d'innanzi a lei — so perchè il tuo sogno, attraverso il trampolino della fantasia, t'ha portato fin quassù. Nel mondo tu soffri e cerchi per i tuoi sogni di poeta un mondo migliore. Tu hai sofferto su la terra perchè tutti ti hanno mentito mentre a tutti chiedevi, invece, o poeta, la verità. Quassù tu sarai accontentato. Tutti ignorano quassù che cosa sia la menzogna. Quassù, come vedi, tutto è bianco e tu sai benissimo che ogni bugia è, sul candore delle anime, una macchiolina nera. Io ti dò piena libertà di rimanere in questi miei immacolati paesi. Tu potrai andare e venire liberamente, sognar le tue fantasie, trovare e cantare come e dove tu voglia la fortuna, l'amore, la gloria. Ma se nessuno qui t'inganna, nemmeno tu devi ingannare. E bada: io lo saprò. Se tu mentirai, ad ogni tua bugia una macchiolina nera apparirà sul tuo bianco vestito. Vivi dunque felice, Pierrot, come su la terra ed in mezzo agli uomini non ti fu dato di vivere. Trova qui fra noi la verità che cercavi. Qui tutto è amore, tutto è serenità, tutto è fiducia, tutto è ingenuità. Amore, serenità, fiducia, ingenuità, questo è il colore della tua anima, caro fanciullo, e del tuo vestito. Questo mio mondo lunare ha i medesimi sentimenti degli uomini: l'amore, l'ambizione, la fede, la speranza, la carità. Solamente questi sentimenti qui non conoscono frodi, inganni, raggiri, calcoli o finzioni. Qui si vive veramente, come voi dite in terra, col cuore su la mano. Va dunque, Pierrot, in questo felice mondo che desideravi. Ma torna ogni sera, prima d'andare a dormire nel calice d'un giglio, a farmi vedere se il tuo vestito e la tua anima continuano ad essere senza macchie. E non credere, bada, di potermi illudere. Quassù non c'è acqua e non ci son lavandaie. Fatta una macchia, tu non potrai cancellarla mai più....».
L'AMICO
Comodo paese, il paese della verità!
PIERROT
Uscii dalla reggia della luna tripudiando di felicità. Avevo tanto sofferto, io: Colombina infedele, gli amici infidi, i compagni sleali, frode e menzogna in ogni cosa. E per tre giorni, pur andando in giro continuamente fra uomini e donne, progetti ed affari, io ritornai dalla Luna, alla sera, col mio bel vestito immacolato. Ma la quarta sera Madame la Lune, corrugando il sopracciglio, scoprì una minuscola macchiolina nera poco più su del cuore. E, con la faccia oscura, mi rimproverò: «Tu hai detto, oggi, una bugia. Bada. Ma sia la prima e l'ultima». Sapevo come la macchiolina era venuta. Devi sapere che uomini e donne, lassù, son come noi. Solamente, mentre da noi le donne belle e gli uomini forti stanno specialmente nelle statue dei musei e nei quadri delle gallerie e attorno per il mondo vediamo girare ogni giorno un popolo di mostri e di sfiancati che d'uomo e di donna han solo il nome, nella luna, invece, son tutti belli. Così io, puoi immaginarlo, non tardai ad innamorarmi. E quel giorno stesso avevo al mattino chiesto un bacio ad una fanciulla bionda, offrendole, senza ch'ella me lo chiedesse, ma perchè si fa sempre così, d'esserle per sempre fedele. Ma nel pomeriggio una fanciulla bruna mi piacque e poichè ella chiedeva, per annoiarmi, un giuramento d'eterna fedeltà, io senza pensarci, tanto smaniavo di toccar quelle rosee sue labbra, giurai come alla bionda anche alla bruna d'esserle per sempre fedele. E il giorno dopo la prima bugia una terza fanciulla mi piacque. Suonava il violino divinamente; e glielo dissi. Ella, sorridendo felice, mi domandò se avessi mai sentito alcun altro suonar com'ella suonava. Ed io giurai che no. E, verso sera, una quarta fanciulla mi piacque, poichè suonava l'arpa celestialmente; e glielo dissi. Ed anch'ella, sorridendo felice, mi domandò se avessi mai nella luna od altrove sentito alcun altro suonare com'ella suonava. E io giurai che no, anche a lei, tanto mi piacque lusingarla per esserne lusingato e tanto non osai dir la verità per cui m'era parso che la suonatrice di violino, per profondità di sentimento e delicatezza di tocco, la vincesse di gran lunga su la suonatrice di arpa. E alla sera, chez Madame la Lune, furon dolori. Quattro macchioline, grosse come centesimi, erano schierate in bell'ordine su la mia giubba candida poco più su del cuore. «Bada, mi disse vedendole la Luna con cipiglio severo. Bada, Pierrot. Non continuar così se ti è caro vivere qui. Ricordati: non sei più fra gli uomini. In terra, di bugie si vive. Qui, di bugie si muore».
L'AMICO
Mi pare, in verità, che la Luna non potesse più affettuosamente metterti in guardia....
PIERROT
Mettersi in guardia.... Facile a dirsi, difficile a farsi. T'ho detto e ti ripeto che lassù eran tutte maledettamente belle e, non appena ne vedevo una che non avevo veduta ancora, mi prendeva una gran smania di baciarle le labbra e di suggerle in quel bacio l'anima come si succhia un fiore. E, per ottener questo bacio, non badavo a mezzi leciti o illeciti. Se mi chiedevano promesse, impegni, giuramenti, io, preso nel vortice del mio desiderio, ubbriacato di bellezza, promettevo, m'impegnavo, giuravo. E la giubba, la mia povera giubba si copriva di macchioline che s'allineavano in piccoli battaglioni come un esercito schierato in piazza d'armi e visto da un aereoplano a tremila metri. E, ogni sera, la Luna contava: «Trecento.... Quattrocento.... Cinquecento....». E ora le bugie, dette le prime, crescevano e si moltiplicavano senza che io volessi. Lo diciamo anche su la terra, tanto per giustificarci: una tira l'altra, come le ciliegie. E una, infatti, tirava l'altra. Dove una bugia era scoperta, dovevo dirne due nuove per nasconder la prima. Dove un inganno svelato minacciava di farmi perdere ciò che a me piaceva di conservare, tramavo altri tre inganni per mantenere il primo. E, alla sera, la Luna contava: «Ottocento.... Novecento.... Mille....». E sulla piazza d'armi della mia giubba candida l'aereoplano a tremila metri non vedeva più i punti fissi e radi d'un reggimento schierato: vedeva, povero me, tutt'un formicolìo d'eserciti....
L'AMICO
Come se guardasse, mettiamo, nell'anima di Colombina cui tu inesorabilmente rimproveri il giuoco delle bugie.
PIERROT
Ma tutto questo complicato andirivieni del mio capriccio e della mia fantasia, passati i primi tempi, corsa la cavallina, s'acquetò rapidamente. Quand'ebbi in un modo o nell'altro baciato tutte le donne che mi piacevano, m'accorsi che tutti i baci erano uguali e che a nulla serviva continuare a mutar di bocca se non riuscivo a mutar di piacere. Quand'ebbi comunque conquistato, lusingando, adulando, ingannando, imbrogliando, i migliori gigli per dormirvi la notte, i migliori fiori per assicurarmi i più fini manicaretti, i più bei cavallini per far trascinare la mia vettura, mi parve inutile continuare la mia fatica per avere altri agi uguali a quelli che già avevo, altre ghiottonerie quando di ghiottonerie ero già ristucco e altri lussi quando già, al mio passaggio, sdraiato nella mia Daumont, destavo l'ammirazione di mezzo mondo lunare e tutti mi segnavano a dito dicendo con rispetto: «Quello è Pierrot...». Quando, imitando gli altri poeti, camuffando con parole mie i pensieri altrui, rubacchiando con mano destra concetti e rime, ebbi avuto l'onore di adornare di miei versi le più illustri gazzette dell'Olimpo lirico lunare, mi parve superfluo insistere a far versi miei con quegli degli altri se già tutti leggendomi dicevano: «La Terra ha Dante.... E noi, più avventurati, abbiamo Pierrot....». E allora chiusi la mia vita in tre grandi solitudini: una donna sola per amare, un solo amico per vivere, un'opera sola per bere veramente, come Musset, nel mio bicchiere e farmi perdonare da Madame la Lune, in virtù del mio genio, le mie innumerevoli macchioline. E trovai, solo allungando la mano, la donna che mi adorava, l'amico impareggiabile e il capolavoro assicurato.
L'AMICO
E le macchioline, per tante nuove virtù, miracolosamente scomparvero.
PIERROT
No. Sta a sentire. E non m'interrompere così.... Trovato che ebbi l'amore, l'amicizia e l'opera, potei considerarmi, invero compiutamente felice. Da ogni parte la vita nella luna mi sorrideva come io avevo sognato che la terra mi sorridesse. Altro non mi rimaneva da fare che lasciarmi amare, lasciarmi servire e lasciar che l'estro liberamente cantasse nella mia fantasia. Ma, col tempo, la donna che mi amava mi venne a noia e, poichè aveva un'amica, non ebbi pace finchè non riuscii a tradir quella con questa. Verso il mio fedele e impareggiabile amico io non ebbi più scrupolo alcuno di mancargli di fede quando vidi che su la sua fede io potevo fare completo assegnamento. E, giuocandone la fiducia, sfruttandone gl'interessi, calunniandone il nome, riuscii ad avvantaggiar me in ogni modo danneggiando in ogni modo lui. In quanto poi al mio capolavoro, quando vidi che l'opera era certa, ma lunga la fatica, quando vidi alle prove che l'estro cieco non basta, ma che, come diceva Buffon, le génie n'est qu'une longue patience, quando sentii farsi attorno al mio raccoglimento operoso il silenzio nelle frivole voci delle più leggere e quotidiane popolarità e non mi vidi più per le vie segnato a dito e non mi vidi più nei grandi giornali paragonato ogni giorno a Dante od a Shakespeare, annunziai a tutti che il gran capolavoro era finito e diedi fuori, spacciandoli per l'opera lungamente pensata e lavorata, duemila versi qualunque buttati giù alla svelta in meno d'una settimana. Ma quand'ebbi tradito così tutto quello che avevo ricevuto in dono dalla Luna, l'amore, l'amicizia e la gloria, non potei più passare per i marciapiedi senza veder riflettersi negli specchi che li lastricavano non più la mia giubba candida tempestata di macchioline, ma addirittura una funebre casacca nera in cui di bianco non c'era più neanche un puntolino. Così mi ritrovò Madame la Lune quando, alcuni giorni dopo, essendo stata chiusa in casa e invisibile per un'eclissi, ricomparve ufficialmente nella sua reggia d'argento e mi mandò a chiamare. Non osavo apparirle davanti e sentivo che nella sua collera la mia ultima ora lunare sarebbe stata irremissibilmente segnata. Ma non s'alterò vedendomi nero a quel modo da capo ai piedi. Solo scosse melanconicamente la sua bella testa serena e mi disse così, senza severità: «Vedo che nel felice mondo della luna, non ostante tutto ciò che io ti ho consigliato, tu ti sei condotto non altrimenti da come, su la terra, gli uomini si conducevano verso di te. T'ho dato le tre grandi gioie del cuore, dello spirito e dell'intelligenza e tu ne hai fatto menzogna e mercato. Ma non poteva essere altrimenti. Non è tua colpa se, dopo le prime macchioline delle prime timide bugie, la tua bianca casacca s'è fatta nera come l'anima tua. Tu sei poeta, ma sei anche uomo, inguaribilmente uomo. Poeta tu desideri un bene, una verità, una felicità che poi, se ti son dati, tu uomo non sai vedere, non sai rispettare, non sai conservare. Quand'eri su la terra odiavi la menzogna, l'inganno, la frode, perchè menzogna e inganno e frode eran tramati dagli altri verso di te. Ma quando il tuo slancio ideale verso il sogno t'ha portato più su degli uomini, dove nessuno mentiva, nessuno ingannava, nessuno frodava, tu, che altro non sei che un uomo, hai mentito, hai ingannato, hai frodato, hai fatto nella luna, verso gli altri, quello che in terra ti doleva che gli altri potessero fare a te. Il male è nel tuo cuore, piccolo uomo che si veste di bianco, ma che è dentro di sè senza candore. L'illusione è dentro di te, poeta, l'illusione per cui follemente ti lamenti d'umane debolezze e d'umane viltà di cui tu sei quanto tutti gli altri capace. Che vuoi tu dunque da noi? Qui sono anime candide per cui purezza vuol dire diritto d'immortalità. La vostra vita umana è invece in un breve circolo di anni, impercettibile attimo nel tempo, inesorabilmente segnata. E nessuno di voi uomini è immortale perchè nessuno di voi, uomini, è degno d'immortalità. Anche qui, qualche volta, un'anima si perde. Tu ne hai perduta una: quella di colei con la quale hai tradito l'immenso amore che, per l'eternità, in una donna io t'avevo dato. Ma quando quassù un'anima si perde il lutto è così grande che una stella si spegne nel cielo e un mondo s'inabissa nell'infinito. Le stelle cadenti che voi uomini vedete solcare il cielo nelle notti d'estate altro non sono che anime perdute quassù e che precipitano in un'ultima luce per venire a perdersi nella vostra terrestre oscurità. Ritorna dunque, o piccolo poeta mortale, il cui ideale non ha luce più lunga e più forte di quella di una lucciola su la siepe, ritorna alla tua terra laggiù. Sopporta che gli altri ti mentiscano poichè tu sei pronto a mentir come loro. Soffri che gli altri ti ingannino, poichè tu, come loro, non sai vivere di verità. Accetta d'essere vittima della frode in attesa dell'ora propizia in cui sarai tu il frodatore. Vattene dunque, uomo. E dì al poeta che ha dato le ali alla tua fantasia per mandarti fin quassù, digli che è inutile chiedere come lui fece des ailes, des ailes, quando non potete servirvene per restare in alto. Quanto più in alto tu sali, o poeta, con le tue ali d'impossibile, più dall'alto cadi, tu uomo, quando il tuo peso mortale inesorabilmente ti condanna a ripiombare giù». Ciò detto la Luna fece un gesto e tutto si oscurò. Ed io mi ritrovai un istante dopo sul margine del firmamento, non più Pierrot bianco, non più Pierrot nero, ma col vestito da clown, a striscie bianche e nere, pagliaccio di due colori, mezzo ideale e mezzo realtà, poeta e uomo, da tutti diverso ed a tutti eguale. E vidi correre verso di me cento, duecento, mille donne, tutte quelle che avevo baciate, tutte quelle cui avevo mentito; e avevan tutte la faccia di Colombina quando ride e mi sfida. E gridavan tutte spingendomi verso l'abisso stellato: «Giù.... Giù.... Via di qua, uomo.... Torna da lei che ci vendicherà...». E in un'ultima risata di mille gole, nello spintone di duemila braccia, dal margine del firmamento ricaddi nell'abisso, traversai le stelle senza potermi più salvare aggrappandomi ai loro chiodi d'oro; e vidi sotto di me, precipitando, il minuscolo mondo crescere, crescere, crescere e farsi sempre più vicino, e più preciso, e vidi il mare e i monti, vidi le luci delle città e poi le città stesse, e poi le vie, e i palazzi, e le case, e le finestre, e il mio tetto e su questo un grottesco piccolo trampolino messo assieme con due povere tavole, miserabile tentativo fatto per sfuggire alla vita, agli uomini e a me stesso, trampolino su cui picchiai per rimbalzare e ricader fuori del cornicione, e rotolar giù lungo la parete della mia casa, e ripiombar giù nella strada piccola, buia, bagnata, fangosa e nell'urto formidabile svegliarmi, e trovarmi lì a terra, accoccolato vicino al muro, col mio vestito da Pierrot tutto pioggia e fango, col cielo sul capo, nella listarella azzurra che se ne vede tra le case in città, senza più nuvole tutto pieno di stelle. E la luna non era più che lì dentro — sola luna degna di me, di te, di Colombina, di tutti noi uomini e donne — la luna non era più che un dischetto bianco, grande quanto una fetta d'ananas, tremolante lì accanto a me nell'acqua piovana della pozzanghera.
III.
(Ora Pierrot, compiuto il suo racconto, si è abbandonato con le braccia e con la testa sul tavolino e, povero ragazzo deluso dal suo sogno prima ancora di viverlo o di tentare di viverlo, s'è lasciato andare alle sue lacrime e ai suoi singhiozzi. Piange, poverino, e si dispera da far pietà. Ma l'amico di Pierrot non si commuove. Non è un poeta, l'amico di Pierrot. È un uomo, semplicemente un uomo e gli uomini non hanno mai pietà per i poeti che invece son uomini disperati di non esser che uomini. Ma ora, d'improvviso, c'è un passettino su per la scala e una mano gratta leggera alla porta. L'amico di Pierrot ha imaginato chi può essere. E, infatti, levatosi, andato in punta di piedi alla porta ed apertala, si trova davanti timida, tra sorrisi e lacrime, con un fagottino sott'il braccio e una malinconia in cuore, Colombina che ritorna, con la pace di Quaresima, al suo poeta innamorato. E, di su la porta, Colombina vede pianger Pierrot che tutto sussulta nella sua giubba. Ha nella melanconia un sorriso di trionfo e interroga l'amico):
COLOMBINA
Poveretto!.... Piange per me?.... Ah, come lo adoro...
(E senza neppure aspettare risposta tutto il suo viso s'illumina di felicità perchè di nulla una donna è felice come del potere di riempir di lacrime gli occhi d'un uomo. E Colombina si slancia verso Pierrot, s'inginocchia ai suoi piedi e leva verso di lui le sue braccia supplici e le sue parole pentite. L'amico guarda un momento e poi brontola andandosene):
L'AMICO
Valeva proprio la pena d'andar fin nella luna per ritornare a terra così, come tutti i giorni....
(Ma Pierrot ha sollevato il volto. Ha visto Colombina. S'è gettato nelle sue braccia. Colombina vorrebbe ancora spiegare la sua assenza della sera prima, l'origine onesta dei suoi piccoli lussi, e ingannare ancora Pierrot, e mentir quando occorre per far pace tra due innamorati, e giustificar tutto quello che è vano giustificare poichè è inevitabile).
COLOMBINA
Ti giuro.... Credimi, amor mio.... È la verità.... Non senti nella mia voce, non vedi nei miei occhi che è la verità?...
(Ma Pierrot le ha tappato la bocca con la mano. E ora si getta su le labbra di lei con le sue labbra per cercar nel bacio certo il solo oblio possibile di tutto quello che è incerto. E, tra un bacio e l'altro, le dice):
PIERROT
No, zitta, zitta, ti prego.... Non dirmi nulla. Non spiegarmi nulla. Non c'è nulla da spiegare. La vita è questa. L'amore è questo. E nessuno può cambiare.
COLOMBINA
Ma tu devi credermi, tu devi ascoltarmi....
PIERROT
No, cara. È inutile. Ti credo, ti credo come se tu avessi parlato. Verità, bugia, hanno le stesse parole, i medesimi accenti, il medesimo sguardo. E chi può mai distinguere, chi può davvero riconoscere? Che importa a te di dirmi la verità se io posso crederla una bugia? Che importa a te di dirmi una bugia se io, senza che tu abbia parlato, son pronto a crederti come se avessi detto la verità.... Non c'è altro da fare....
(Ma invece di baciarlo Colombina si leva in piedi, offesa, imbronciata. Poichè Pierrot tenta di riprenderla lo respinge. Poichè Pierrot cerca di farla ridere, scoppia a piangere).
COLOMBINA
Lasciami... Mi hai offesa. E non mi ami.
PIERROT
Io?... Io ti ho offesa?... E come, come ti ho offesa?
COLOMBINA
Ma sì.... Anche ammesso che una donna dica una bugia non è lecito crederle, mio caro, prima che l'abbia detta. Non è possibile toglierle, credendola prima, l'illusione d'essere stata creduta davvero! Impara a vivere, caro mio, ed a trattar come si deve con le donne....
PIERROT
Hai ragione.... Perdonami.... Tu ragioni a fil di logica ed io son qui pronto ad ascoltarti,..
(E, felice di poter mentire e di ricuperare nella bugia la gioia di sentirsi creduta, Colombina, seduta ai piedi di Pierrot, le mani nelle mani, gli occhi negli occhi, comincia a spiegare, a raccontare....)
COLOMBINA
Non ti ho mentito mai.... Il giovane che mi seguiva l'altra mattina è un parente d'una mia amica e m'aveva raggiunta appunto per chiedermi notizie di lei.... Il merlettino che tu hai trovato nel comò me lo ha regalato quella mia stessa amica, per il giorno della mia festa, ed io avevo dimenticato di fartelo vedere.... Il ritratto di militare ch'era fra le mie camicie, te lo giuro, è capitato lì non si sa come.... Io non lo conosco, quel militare.... Giurerei che è il fidanzato della stiratrice.... E, quanto a questa notte, non credere che io sia andata in giro per i caffè a divertirmi o a ballare.... Ero in casa della zia e alle nove ero già a letto....
(Mentr'ella parla così, Pierrot vede ancora nella massa dei capelli di Colombina qualcuno di quei pezzettini di carta colorata che piovon nei caffè e nei teatri nelle sere di Carnevale. Vorrebbe prenderne qualcuno per farglieli vedere e smascherar subito la gran bugia. Ma ripensa al clown di Banville, al trampolino per le stelle, al sogno nella luna, alla piccola e miserabile verità della terra.... E ride.... Ride per non piangere, come fanno i bambini, le donne e i poeti.... E vede lì accanto il libro delle Odes funambulesques.... Lo riapre. Rilegge i versi):
Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!
Des ailes! Des ailes! Des ailes!
(E si rialza ridendo Ali, ali, ali... E per andar dove? E pensa a Totò, marito sedentario, pacifico commendatore, seduto nella sua poltrona accanto al fuoco, i piedi nelle pantofole, intento pazientemente a far versi pazzi nella sua tranquillità borghese ed a cercar rime rare tra le rime obbligate della sua vita d'ogni giorno.... E ride, ride, ride di sè, di Totò, di tutti i poeti, di tutte le poesie... Così ridendo prende il libro delle Odes funambulesques e, aperta la finestra, lo scaraventa giù nella strada. Poi rivà di corsa da Colombina interrotta nelle sue spiegazioni e, ritornato a sedere, prima la bacia e poi l'ascolta: cioè fa prima la cosa necessaria e poi la cosa inutile E Colombina, ostinata riprende la matassina delle sue bugie che Pierrot, ridotto oramai ad essere come tutti, ascolta con aria serena e credula, come fossero sacrosante verità).
COLOMBINA
E quanto poi al ritrattino del militare.... vedi.... posso anche dirti.... posso anche giurarti.... se vuoi.... che a me non piacciono i militari....
(Intanto, per istrada, un piccolo Pierrot di quindici anni ha raccolto il libro delle Odes funambulesques caduto nel fango e, apertolo alla ballata del clown e delle stelle, comincia a sua volta a sognare):
Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!
Des ailes! Des ailes! Des ailes!
Il Bacio di Cirano
I. LE SUE AMICHE DELLA COLLINA VERDE.
La Collina Verde. Il bianco convento nascosto lassù, in vetta al colle, fra querce ed abeti, che è la mèta d'ogni passeggiata mattutina di Grazia. Arriva lassù, al trotterello del piccolo somaro sardegnolo, piena di fiori la minuscola cestina che il somarello tira su su per quel nastro bianco della strada svolazzante nel verde. Ecco la cima del colle. Ecco il grande panorama della valle ancora ingombra di nebbia azzurra nel mattino di primavera. E Grazia bussa alla porta del convento. Il chiaro sorriso della suora guardiana l'accoglie appena la porta s'è aperta. È la piccola amica d'ogni giorno, cariche come ogni giorno le braccia di fiori, come ogni giorno piena di doni la borsa di velluto che le pende al fianco. E, difatti, il primo dono è per lei: una tavola di cioccolata per suor Ghiottona... Non ha neppure, col volto illuminato di umile gioia, il tempo di ringraziarla. Già Grazia vola via leggera — con la sua sottanina rosea, col suo giubbetto di velluto nero, col suo cappello fiorito, con quel costume un po' antiquato e fuori moda, ma così pieno di grazia e di colore, che la fa sembrare una figurina di Winterhalter — già Grazia vola via per il gran viale dei cipressi e sbuca laggiù su lo spiazzo davanti alla grande cappella. Le suore in ricreazione son lì, tutte raccolte. E non appena Grazia appare, ecco le piccole bianche suore accorrerle attorno, venir d'ogni lato, di tra il verde, come un gran volo di farfalle. Quante, quante sono le sue amiche della Collina Verde... E son lì, tutte attorno a lei — e ancora ne vengono, dal bosco le solitarie, dalla cappella le più mistiche, dall'orto le buone massaie, dal giardino le più poetiche, dal refettorio le più golose — e son tutte lì attorno a Grazia che, come ogni mattina, distribuisce, dopo il grande inchino e il baciamano alla Badessa, fiori, doni e sorrisi.
II. «HO FATTO IL GIRO DEI MIEI POVERELLI...»
Ora Grazia è seduta sul gran prato d'innanzi al convento, in un gran cerchio di suore. E lei, tutta rosa in mezzo a quel bell'ordine di suore bianche, vista di lassù dal campanile dove il campanaro suona le campane a festa, deve sembrar nel verde una gran rosa rosea circondata di camelie bianche. E parla, e parla... E racconta alle sue amiche della Collina Verde quello che ha fatto da quando s'è destata e levata con l'aurora: come ogni giorno il suo itinerario di pietà e di consolazione, la sua dolce catena d'opere belle e d'opere buone:
— Ho fatto il giro, racconta, dei miei poverelli... Alla scuola campestre, prima... Cari i miei bambinoni, con quei loro grembiuloni bianchi, care le mie ragazzone con quei loro vestitini azzurri, lì, su quei banchi, fra verde di campagna e azzurro di cielo... Poi via, di corsa, dal mio “gran malato„ immobile, poverino, da dieci anni, inchiodato, crocefisso nella poltrona dalla paralisi... E poi son corsa a dar lavoro, alle mie «manine d'oro»... al laboratorio... Manine d'oro, veramente... Come ricamano! Se vedeste... Vi fanno, adesso, una tovaglia per l'altar maggiore... Vedrete... E poi via, di corsa, dai «miei eroi»... Povera mamma sempre triste, ma pur gloriosa, con quei due giovanottoni senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, ma con mezzo metro di nastrino blù sul petto tutt'e due... E poi ancora dove sono stata?... Ah, a distribuire il pane ai miei vagabondi della strada maestra, precisi ogni giorno all'appuntamento, al ponticello di legno sul torrente... Non ne manca mai uno... Girano, girano, girano senza casa e senza requie, tutt'il giorno e sempre lì ritornano ad aspettarmi, ogni mattina... E anche lui mi aspetta, ogni mattina e ogni sera, il mio vecchio poeta del campanile tra le sue campane... E come suona a gloria il Mattutino quand'io lo vado a trovare lassù, il mio amico altolocato, tra campane e cielo!... E poi, quando lassù, isolata e sospesa nel cielo, ho ascoltato ben bene, tra le campane giganti, l'inno che il poeta del campanile fa squillare in onor mio, ridiscendo giù... in terra... dove non c'è più gioia... dove il mio più grande dolore mi aspetta...
Gli occhi le si velano di lacrime. Abbassa il volto e la voce:
— Il mio povero e caro fratello tanto malato è appena desto... Lo faccio adagiare su la chaise-longue dove trascorre leggendo quasi tutte le sue giornate. Gli apro le finestre affinchè un po' di sole entri a riscaldarlo e a rincuorarlo... Come ritorna la speranza nel cuore dei malati quando un po' di sole viene a toccarli, a scaldarli!... E gli domando, ogni mattina, col cuore che mi batte tanto forte: “Stai meglio, stamattina?...„ Ed egli dice di sì, per consolarmi... Ma non è vero... Lo so che non è vero... È condannato, come tutti i miei...
E il volto di Grazia è nascosto nelle mani e il pianto è nella sua gola e nel suo petto. Come più si stringono le piccole suore attorno a lei, per consolarla... Ma Grazia è forte. Grazia ha un grande cuore eroico e non vuol pietà. Rimanda in dietro le lacrime, balza in piedi e si stringe attorno le amiche bianche:
— E ora sono, come ogni mattina, fra le mie amiche della Collina Verde per ringraziare Iddio di quel po' di bene che mi permette di fare!...
Va Grazia, con le suore, alla cappella. S'inginocchiano e pregano. Che mistico fervore è sul volto di Grazia, quale luce di trasfigurazione in quei suoi grandi occhi sognanti!...
III. CLAUDIO ARCERI.
Nel suo studio denso di stoffe e di tappeti, lasciato in eterna penombra dalla poca luce che entra attraverso i cristalli da cattedrale, Claudio Arceri, seduto al tavolino, con il pianoforte aperto accanto a lui, lavora. Ha d'innanzi a sè i grandi fogli coperti di segni della sua opera nuova. Il giovane maestro è già celebre, a trent'anni. Le sue tre prime opere gli hanno conquistato una popolarità universale e il mondo attende adesso la sua opera nuova. Il soggetto ch'egli ha scelto è famoso: Cirano di Bergerac. La musica gli canta dentro e il maggiore entusiasmo creativo accende Claudio Arceri. Ma come lavorare? Ad ogni quarto d'ora è interrotto. Il vecchio domestico, avvezzo ai rabbuffi ma sempre, tuttavia, intimidito quando gli si deve avvicinare nelle ore del lavoro, viene avanti pian piano, in punta di piedi... Ha, sul vassoio, tre biglietti da visita. Come lo guarda, Claudio, e come vorrebbe strangolarlo... Ma non lo strangola perchè, in fondo, a quel vecchio fedele e taciturno domestico vuol bene. Guarda i biglietti da visita: un editore, due impresarii di teatri lirici. Come si fa a non riceverli?... Peccato... Guarda i fogli sul tavolino... Era in un'ora di estro... La ballata dei Cadetti gli veniva sui fogli così facile che sembrava gliela dettassero dentro.. Pazienza... Avanti l'editore... Poi... gli altri...
— E... non ci sono per nessun altro... Chiunque venga: il maestro lavora e non riceve.
Il domestico va, ma Claudio, di scatto, lo richiama:
— Cioè no... Aspetto alle cinque una signora... La riceverò... Verso le sette, poi, verrà la signorina Andreani. Se l'altra signora non fosse ancora andata via direte alla signorina Andreani che non sono ancora rientrato e che ho telefonato per farla avvertire che andrò io a prenderla alle otto a casa sua per pranzare insieme...
Inchinato e docile, il domestico è uscito. Claudio, seccato e compiaciuto insieme come tutti gli uomini e come tutti i grand'uomini, sospira:
— Dio, che vita complicata è la mia!...
Complicata, sì, perchè Claudio Arceri non è solamente un grande artista... È anche un gran bel ragazzo... E i suoi nemici dicono che se fosse meno bello sembrerebbe — almeno alle signore — meno bella anche la sua musica...
IV. «FORSE, UN GIORNO... CHI SA?»
La meridiana della Collina Verde segna oramai mezzodì. Squilla, in un dolce e caldo aroma di ragù che si mescola al profumo dei giardini, la campanella del refettorio. Accompagnata dalle bianche amiche per il gran viale dei cipressi. Grazia va, dopo aver pregato, verso l'uscita. Ha le braccia aperte su le spalle di due suore che, guardando a terra, accordano i loro piccoli passi su quello lento e grave di Grazia. Che silenzio attorno, ora che la campanella del refettorio ha taciuto! E Grazia si sofferma, guardandosi attorno e un sorriso pallido è su le sue labbra:
— Fermarmi, un giorno, qui fra voi, per sempre... Che pace! Che riposo!
E riprende ad andare. E le due suore, occhi a terra, mani nascoste nei grandi maniconi bianchi, riaccordano i loro piccoli passi sul suo. Ora son presso la porta. Suor Ghiottona apre e Grazia si volge ancora a guardare il giardino del convento. È triste, è quasi commossa. Sussurra:
— Forse, un giorno... Chi sa?
E piega la fronte sul petto della Badessa.
— Ma no... Ma no... Sei giovane, sei bella, sei ricca, sei buona... Tutto è per te nel mondo promessa di felicità...
Un'ombra passa sul volto di Grazia che l'ha risollevato sotto la pressione d'una mano della Madre. E un piccolo brivido la scuote. Dubbio, prima. Poi, presentimento di terrore. Ma è fiera e ha cuore eroico, Grazia! Si riprende: e s'illumina ancora il suo volto nel sorriso quieto della mattina di primavera e di bontà.
— E ora corro... È mezzogiorno... E m'aspetta, a casa mia, la minestra dei miei poverelli...
Un bacio alle suore. Un bacio della Badessa su la sua fronte. Un'altra tavoletta di cioccolata — inaspettata, l'ultima! — passata sotto mano a suor Ghiottona che tiene aperta la porta e Grazia è fuori, sul suo carrozzino di vimini, con in mano le redini infiocchettate del suo ciuchino:
— Ioh, Lumachino...
E Lumachino, per smentire il nome, parte via di galoppo giù per la discesa, lungo il nastro bianco della strada che serpeggia — Grazia dice: svolazza! — nel verde della collina. E, sebbene il refettorio le chiami e il ragù si raffreddi, le suore rimangono lì a salutare, laggiù, lontane, sempre più lontane per Grazia che che ogni tanto si volge, a salutare, care piccole amiche d'ogni mattina, in un lento, in un sempre più lento agitarsi di maniche bianche e di soggòli candidi...
V. «BUON APPETITO E BUON SOLE!»
Son venti? Son trenta? Chi li conta? Si passan la voce e ce n'è ogni giorno di più.. Ma c'è minestra per tutti... Grazia sa bene che i poveri sono sempre più di quanti crediamo e fa aumentare, meccanicamente, ogni mattina, la razione. Distribuisce a tutti ella stessa le belle scodelle fumanti e li mette lì, in fila, sul muricciolo che, nella villa, divide il giardino dall'orto. Che sole c'è là! Caldo dentro e caldo fuori... Come si scaldano tutti quei poverelli! E Grazia tutti li saluta, tutti li incuora:
— Buon appetito e buon sole!
E fugge. Ma una vecchietta afferra Grazia per la veste, la ferma, le bacia la mano:
— Dio ti benedica per quanto sei buona!
Su, nella villa, una finestra s'è aperta. Marcello, il fratellino malato, sorride, saluta Grazia, le fa cenno di salire, richiude, scompare. E Grazia, che prima ha sorriso, ora ha il volto doloroso e contratto. E si china, un'istante, all'orecchio della vecchietta:
— Non per me bisogna chiedere la benedizione di Dio... Ma per lui, per lui... bisogna tanto pregare...
VI. SERENITÀ.
Leggera, aerea, rosea, sorridente, Grazia entra nella sala da pranzo dove la tavola è apparecchiata. Mette i fiori su la tavola, nei vasi. Corre alla finestra. L'apre. Il sole, in un gran rettangolo d'oro, invade la sala. Ed eccola, di volo col sole, nelle braccia di Marcello che le dice:
— Sorellina, dove entri tu entra il sole!
E Grazia ride, gli tappa la bocca con la mano:
— Esagerato!
E, di volo ancora, eccola nelle braccia di Rosetta, l'amica intima, quella che su tutte e fra tutte è cara al suo cuore.
E batte le mani. E chiama a tavola. E aiuta il fratello a sedere. E siede ella stessa, ma ancora un pensiero pei suoi poveri traversa il suo cuore. Corre alla finestra. I poverelli son là, allineati, sul muricciolo al sole, a gustare la buona minestra fumante. La vedono, restan tutti con i cucchiai in aria e un coro di saluti e di benedizioni la raggiunge lassù. Grazia sorride, richiude e torna a tavola. Accanto al suo tovagliuolo, su un piccolo vassoio, è la posta.
VII. UNA LETTERA TRA ALTRE DIECI.
Mia cara Grazia,
Claudio Arceri, il glorioso musicista che attualmente compone la sua nuova opera, Cirano di Bergerac, distratto nel suo lavoro dalle troppe cure e dalle troppe noie della vita cittadina, cercava un verde cantuccio solitario per lavorare in pace. Io gli ho consigliato, pensando a te, il paesello verde e rosa, tra boschi e giardini, dove tu vivi con tanta serenità di cuore e di opere. Il maestro Arceri, nella solitudine provinciale, troverà in te certamente un'ammiratrice e un'amica. Gli ho detto di te la metà del bene che di te si deve pensare. E te lo mando su, assieme a questa lettera, già un po' innamorato di te: innamorato di te senza averti mai veduta, sol per aver sentito vantare i tuoi pregi: come Jaufré Rudel per la Contessa di Tripoli. Scherzi a parte, io affido alla tua buona accoglienza questo grand'uomo che viene su la tua montagna. Dà alle ore del suo lavoro il conforto prezioso della tua deliziosa amicizia. Ti ringrazia e ti abbraccia la tua
GABRIELLA.
VIII. UN ARRIVO.
Un trenino omnibus si ferma, affannando, nella piccola stazione tutta rossa d'oleandri in fiore. Un solo viaggiatore ne discende, un viaggiatore insolito: un bel signore elegante, un signore di città. Claudio Arceri chiede spiegazioni:
— Per il Castello d'Arcole, presso il convento della Collina Verde...
E un facchino accompagna il grande musicista verso la vecchia diligenza polverosa che aspetta fuori, all'ombra, già rivolti i cavalli verso la lunga strada bianca che bisogna lentamente salire.
IX. TOSSE...
Batte le mani, Grazia. Com'è felice! Che grande idea ha avuta Gabriella... Come ella ammira la musica di Claudio Arceri e come sarà felice di conoscerlo, come terrà ad onore di diventare sua amica!... Marcello, che rideva per tanta gioia, s'interrompe. Un colpo di tosse gli sconvolge il viso lacerandogli il petto. Sùbito Grazia accorre a lui, trepida, spaurita. L'attacco cessa. Torna, Marcello, a sorridere. Torna, Grazia, al suo posto. Ma non sorride più...
X. GRAZIA HA QUATTRO AMICI.
Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... Fedeli. Devoti. Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre uniti nell'affetto di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. Sono il farmacista della Collina Verde, il maestro di scuola, il vecchio conte Spada e don Giovannino. Tra i quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più caratteristici: il conte Spada col suo tight eterno, con le sue uose bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata tre volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; Don Giovannino con le sue eleganze provinciali, coi vestiti ch'eran di buon taglio tre anni prima, con le cravatte dai colori sgargianti, le scarpe che accoppiano tra piede e gambaletto i più stridenti colori, un palmo di fazzoletto fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la scriminatura diritta come un binario e certe cravattine papillons che sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano sopra. Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, rappresenta tutta l'aristocrazia della Collina Verde: aristocrazia senza un soldo, ma aristocrazia. Don Giovannino è della Collina Verde l'uomo fatale: don Giovanni di paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, arbitro di tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re dello chic su la piazzetta del paese.
Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come sempre, il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che hanno oggi? Perchè sono tutti scuri in volto, ammusoniti, taciturni, scontrosi? Grazia interroga. Rispondono a monosillabi. Grazia guarda. Evitano il suo sguardo... C'è... c'è... che sono già tutt'e quattro maledettamente gelosi. Grazia ha annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene a fare lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire a lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a disposizione dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? Ora che il grand'uomo arriva accadrà quel che deve accadere: passeranno loro in seconda linea, saranno da Grazia trascurati, forse abbandonati... per lui...
Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, ai quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che si fredda nelle tazze alle quali, per protesta, non hanno voluto neppure avvicinare le labbra. Grazia fa loro cenno di seguirla per passare nel salone dov'è il pianoforte. Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta, è crudele: anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di Claudio. Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, specialmente a don Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre spartiti in mano levati in alto entusiasticamente:
— Che musica divina! Tre capolavori!
Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di pianoforte, storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli va sotto minacciandolo con gli spartiti e gridando;
— Capolavori, sì! E voi non capite niente...
È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, apertolo a caso sul leggìo del pianoforte, esclama:
— Volete un saggio di questa famosa musica divina? Tappatevi le orecchie.
E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si slancia verso la vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su la tastiera il coperchio:
— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta mio padre, dieci anni fa.
E corre nell'altra stanza, e torna, cariche le braccia del grave peso del grammofono. Ed ha con sè un disco. Lo leva in aria, trionfalmente, e poi lo mette a posto, nell'apparecchio.
— Si, sì, ora la sentirete la musica di Claudio Arceri...
E il grammofono va...
XI. PITTORESCA, MA INTERMINABILE...
E va anche, su per la lunga e lenta salita, già da due ore, la diligenza in cui Claudio Arceri sonnecchia quando i sobbalzi della vettura glielo permettono. E ci sono ancora due ore di strada! Tra sonno e sonno Claudio guarda dagli sportelli: luoghi pittoreschi, boschi di castagni miracolosi, pinete sublimi, panorama indescrivibile, sì, sì, tutto quello che gli hanno decantato e promesso... Ma che strada interminabile!... Pittoresca, ma interminabile...
E che idea è stata mai quella di non venir fin lassù in automobile?
XII. CHIAMA A RACCOLTA...
E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno tentato di motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. Ma adesso... Adesso altro che far gli spiritosi! Adesso son presi anche loro, come Grazia rapita, come Marcello, come Rosetta, nel fascino della musica stupenda. Hanno a poco a poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi gravi e intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente commossa. Anche lei adora la musica di Claudio Arceri. Marcello, che le è vicino, le mormora all'orecchio:
— Musica che strappa il cuore!...
E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi smarriti, nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere dirottamente.
D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a Rosetta e, presala tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa sorridere, ride con lei... Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, i vecchi amici gelosi di Claudio, son lì vinti, commossi. Li fa levare, Grazia, e, dando loro i cappelli, li spinge fuori e dice:
— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte le mie amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio presentargli tutt'il mio piccolo mondo.
E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia:
— State tranquilla... Alle ragazze penso io...
XIII. PRIMA CURIOSITÀ.
Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e la diligenza vi fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. E, appena disceso, mentre la corriera riprende la via su per la salita, il suo primo pensiero, il suo primo interesse è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella abiti al giardiniere che è venuto a riceverlo. E il giardiniere gl'indica lì, a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi due cipressi al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa tutta avvolta di edera.
XIV. RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE».
... E quali mi direte, se venne un tale istante
Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante
Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo
Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...
— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro.
— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca.
E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono la scena del balcone al terzo atto di Cirano così come la videro qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia, senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore ch'ella deve creder quelle di Cristiano:
T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome
Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome,
E poi che senza posa l'anima mia vacilla,
Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.
E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il divino bacio che le sue parole han preparato...
Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia:
— A vestirci!
XV. PREPARATIVI.
Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina, molto carina...
E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty.
E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola! Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che, per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il cuore come un macigno...
XVI. L'INCONTRO.
Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e là...
Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e fiori nei vasi...
— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche, sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei...
Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi, impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su, di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino... Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani — quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso:
— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo mondo d'ammiratori...
Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita mille e mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, i suoi grandi amici — che stretta di mano stile Louis XV dà il conte Spada e che shake-hand da spezzare il braccio al maestro dà don Giovannino! — e, finalmente, le sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti al maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte rosse e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra della gran sala, gruppi chiari e chiacchierini che son per Claudio Arceri tutti sguardi e commenti.
E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che lo interroga sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, chiamate da Grazia, vengono avanti e l'aiutano a servire il tè. In un angolo don Giovannino studia il maestro. Ora s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì ferme a guardare coi gomiti poggiati alla consolle. E chiede, in confidenza:
— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo?
Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come uno stupido, mentre le ragazze volan via anche loro verso il maestro, per servire i biscotti...
E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito semplicemente d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo tight:
— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo... Poverino! È un artista. E non conosce gli usi...
XVII. CAMPANE CHE ASPETTANO.
Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile aspetta Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è già laggiù, su l'orlo dell'orizzonte. Già non è più interamente un disco. E tra le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, il campanaro attende. Guarda l'ora ogni due minuti. Per la prima volta quella sera Grazia è in ritardo... E guarda giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le campane aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle nuvole rosse...
XVIII. IL «LAMENTO DI GIULIETTA».
Claudio Arceri è alla spinetta. Grazia gli ha detto:
— Vi suonò, l'ultima volta, mio padre. Vuol darmi lei la gioia di riaprirla oggi?
Appena seduto, Claudio è rimasto incerto. Che cosa suonare? E Grazia ha preso lo spartito d'una sua opera: Giulietta e Romeo. L'ha aperto sul leggìo:
— Il “Lamento di Giulietta„, maestro. È il suo capolavoro!
E Claudio Arceri ha cominciato a suonare. Grazia è appoggiata alla spinetta, intenta ad ascoltare, a guardare. E lentamente, pianamente, a mano a mano che il maestro suona, i gruppi sparsi nell'ombra del salone si avvicinano, si stringono sempre più, diventano uno solo e le ragazze, le rose rosee, le rose azzurre, non sono più staccate, ma formano adesso, chiare di luce nella penombra, tutto un grande bouquet. E le braccia si allacciano, e gli occhi si cercano. E Grazia guarda il piccolo orologio che ha al polso e, mentre ascolta la musica, ricorda...
XIX. LA BUONA NOTTE AL SOLE.
Sagoma nera su l'alto del campanile, il vecchio poeta delle campane ha perduto oramai ogni speranza. Sarà solo, quella sera, a dar la buona notte al sole, al sole che laggiù, nell'orizzonte ora violetto, non è più che un piccolo arco rosso sempre più piccino, prossimo a scomparire... E le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, aspettano ancora, ancora un momento...
XX. ESTASI E RIMORSO.
E, nella sala in cui l'ombra diviene sempre più nera e dove, nella suggestione della musica, cuori e corpi si fanno sempre più stretti e più vicini, Grazia guarda ancora l'orologio al suo polso. Vorrebbe andare. Non sa staccarsi. È combattuta e divisa, tra un'estasi e un rimorso.
XXI. AVE MARIA!
E il sole è scomparso. Pace e melanconia infinita del crepuscolo. Ed è l'armento che torna dal pascolo col suo pastore, ed è il piccolo lago che s'addormenta tra le ninfee, ed è la luce che s'accende nei casolari, ed è l'ombra che scende giù per la montagna, ed è la falce di luna che spunta lassù dietro la collina, ed è il carro pesante e lento che va per la lunga via crepuscolare, ed è l'argenteo saluto dei campanili lontani al giorno che se n'è andato.
E, finalmente, nere e gigantesche sul cielo ove s'accendono pallide le prime stelle, le campane lentamente si muovono.
Presso la spinetta Grazia, d'improvviso, le ode. Tende al richiamo lontano delle amiche d'ogni sera l'orecchio ed il cuore. Ancora è combattuta, ancora è divisa, presa fra due sentimenti e fra due musiche. Con gli occhi intenti, dilatati, rivede le cose d'ogni sera: il poeta sul campanile, le ultime nuvole paonazze laggiù, le finestre di Collina Verde che s'illuminano, la porta del casolare che si chiude, il contadino che torna coi suoi buoi, le fanciulle che ballano su l'aia al suono della fisarmonica.
Claudio Arceri suona. Gli occhi fissi su lui, tutta l'anima in lui, Grazia lo ascolta. Come, nell'ombra che ha invaso tutta la stanza, che ha disperso ogni sagoma, come il gruppo di quelli che ascoltano s'è stretto attorno al musicista nel breve cerchio di luce gialla delle candele!... E nel silenzio immenso solo quelle due voci si chiamano, si rispondono, fan di due canti lo stesso canto: la spinetta di Claudio Arceri e, lontane e lente, le campane dell'Ave Maria.
Grazia, al riflesso delle candele che illumina solo il suo volto, è lì, appoggiata alla spinetta, il capo fra le mani, gli occhi intenti sul musicista, il cuore alle due musiche. Ma a poco a poco una sola musica, quella che ha vinto, rimane in tutt'il suo immenso cuore gonfio di commozione: quella di Claudio che continua a suonare mentre le grandi amiche d'ogni sera, che hanno invano chiamato Grazia, si addormentano pian piano negli ultimi rintocchi sempre più lenti e, ferme oramai, non sono più che gigantesche ombre sul cielo sereno e infinito dell'immensa notte finalmente discesa...
XXII. COSÌ, OGNI GIORNO...
Le parole ardenti di Cirano hanno vinto il cuore di Rossana. Lassù, al davanzale, trepida fra i rami del gelsomino, la fanciulla è pronta, è offerta al bacio del suo innamorato. E Cirano, escito dalla sua folle ebbrezza, spinge su l'altro, Cristiano, a cogliere su quelle labbra frementi il bacio ch'egli ha preparato.
Questa è la pagina ardente e disperata che oggi ispira Claudio Arceri seduto a comporre al suo tavolino da lavoro. Ha provato or ora, al piano, la melodia che gli è frullata nel cervello e che ha fissata su la carta. Ora è stanco. Ha guardato sul tavolino il piccolo orologio che segna le ore della sua fatica quotidiana. Le sue piccole amiche sono oggi in ritardo? Ma no... Ecco il rumore d'una porta che s'apre, ecco un echeggiar di voci, fuori, nel vestibolo, e le due amiche, tutta azzurra l'una, tutta rosea l'altra, entran correndo e son di volo alla scrivania e al pianoforte. Grazia cerca fra le carte, vede la nuova musica appena appena composta. L'apre sul leggìo e, costretto Claudio a levarsi, lo fa sedere al pianoforte. Presto, presto... Le nuove melodie appena nate devono avere le loro prime ammiratrici.
E Claudio Arceri suona alle due piccole amiche che, sedute accanto a lui, un gomito sul ginocchio, il volto nella mano, vedono ripassare nella loro memoria, nel sortilegio della musica, le scene e le figure del bel poema: l'incontro coi cappuccini, l'apparir di Rossana al balcone, il primo balbettìo di Cristiano, il volo lirico di Cirano, l'apologia del bacio:
.... Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto
un poco più da presso, un più preciso patto....
XXIII. GENTE CHE ASPETTA INVANO.
Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande malato» volge invano il capo verso il cancello del suo piccolo giardino...
Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia per l'altar maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, ma nessuno viene a ritirarla. Il lavoro non è più come prima, sicuro, felice... Di tanto in tanto le «manine d'oro» si fermano... A questa sarebbe necessario un consiglio... Quella ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più come andare avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di mattina in mattina... Aspettano.
E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano le ore in cui le parole buone, parole consolatrici, parole che nessuna altra bocca sa dire, scendevano sino in fondo alle loro anime... Ora fumano, soli, melanconici, al sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti a loro è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, su quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E tutt'il cuore era un'illuminazione...
E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della strada maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan chilometri e chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. Dovunque fossero, ovunque li conducesse il loro vagabondaggio, lì li riconduceva, all'uscir da ogni notte, la loro buona stella. Veniva di lassù, dall'alto di quel ponticello, la buona stella, in un dondolìo di sonagli d'argento...
E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane che sembrano non aver più lo stesso suono, il poeta del campanile aspetta, guarda ogni sera, giù giù fin dove il viottolo si perde tra i vigneti, guarda se la piccola cara ombra appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni sera.
Ma Grazia non viene più.
XXIV. UN MAZZO DI ROSE BIANCHE.
Claudio ha richiuso il piano. Quanta ne vorrebbero le ragazze!... Vorrebbero uno spartito al giorno... Ma musica nuova non ce n'è più... Grazia non si fida. È alla scrivania. Rovista fra le carte. Son lì, nel vaso di cristallo, le belle rose rosse. Sono le rose che ella gli manda ogni mattina per fiorirne il suo tavolino da lavoro. Ora Grazia tuffa il viso, in quelle foglie ardenti e fresche: e, tra quelle foglie, il suo respiro è quasi un bacio. Ma, volgendosi, Grazia vede un altro mazzo di rose — bianche queste — lì, in un altro vaso di cristallo, sul pianoforte. Un'ombra passa sul suo volto e spegne il suo sorriso.
— E queste? ella chiede.
Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, abbassa il volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile che il maestro spieghi:
— Son della signorina Rosetta...
.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello sguardo sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia non s'abbassa come quello della sua amica. Fattosi oscuro e torbido riman lì, diritto, fermo. Rosetta se lo sente addosso senza vederlo e ne ha fastidio. Con un pretesto si allontana con Claudio verso il fondo della stanza dove son giornali e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa non veduta qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta e le stritola, le stritola — come le stritola! — nelle sue piccole mani convulse...
Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è buona e che non ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata a Grazia: timidamente le chiede che cosa abbia. Le risponde una spallucciata.
— Che ho? Nulla.
Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo che non ha forma, che non ha nome ancora, ma che la lascia lì, imbronciata, cupa, senza farle trovare una sola parola da dire all'amica, che le stringe il cuore sino a farglielo così piccino che entrerebbe in un pugno. E rimangon lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè.
Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia a sorridere se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle in un angolo del salotto e parla di sè, parla di sè a loro che bevono intente le sue parole, parla, come lui solo sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei suoi sogni di gloria.
XXV. QUANDO GRAZIA NON C'È...
— Chiudete le finestre. Ho freddo.
È primavera. Ma Marcello ha freddo. Non c'è sole che gli illumini il buio dell'anima, non c'è tepor di maggio che gli riscaldi le vene. È lì, sconsolato, freddoloso, sotto le coperte, disteso sul divano, fra i due più vecchi domestici di casa che lo assistono, la vecchia cameriera che lo ha visto nascere e il vecchio servo fedele che gli è così vigile e affettuoso infermiere. Un tempo una cosa, una gran cosa, riesciva a distrarlo dal pensiero del suo male, a infondergli coraggio: il sorriso di Grazia, la continua presenza di Grazia. Ma ora... Come son lunghe e come son tristi a passare le ore in cui ella è lontana... E come in quelle ore tutt'i suoi mali sembrano moltiplicarsi...
— Chiudete... Chiudete ancora... Ci dev'essere qualche cosa d'aperto nell'altra stanza... Ho freddo...
Ha freddo dentro e gli pare d'aver freddo fuori. E con le coperte di cui s'avvolge crede di riempire il vuoto, di rimediare al freddo che Grazia lascia, quando non c'è...
XXVI. CHI È LA MUSA?
Sono in giardino, tra le più belle rose del mondo. Son veramente le più belle? Così almeno sembrano a loro. Così sembra a loro tutto quello che da vicino o da lontano circonda il musicista, appartiene comunque a lui o alla sua vita.
Rosetta chiede l'ora. La sua istitutrice doveva venirla a prendere alle quattro e son le quattro passate da un pezzo. Ma chi pensa più all'ora, al ritardo, alla mamma che aspetta, adesso che Claudio prende a ognuna delle due ragazze una mano e sollevandole in alto domanda con un sorriso:
— Qual'è fra voi due la Musa?
L'idea tenta Grazia immediatamente. In un lampo la coglie, ne fa un fatto. Ha tolto dal taschino di Claudio il suo fazzoletto e ha bendato il musicista. E ora, allontanandosi da lui e allontanando con sè Rosetta, lasciandolo lì in mezzo alla grande aiuola fiorita, gli grida:
— Scegliete.
Strano giuoco frivolo e terribile in cui le bimbe che sono state fino a ieri si divertono un mondo e non vorrebbero mai farsi acchiappare da Claudio che, qua e là, le insegue, e in cui le donne ch'esse sono diventate trepidano in una tensione atroce dello spirito e vorrebbero che sùbito Claudio riuscisse ad afferrarle, che immediatamente il giuoco finisse e la sorte facesse la sua scelta come a fissare e a scoprire il destino. E vanno, e girano, e fuggono, e ritornano, e lo sfiorano, e lo toccano, e son lì a due passi, e son là lontane, e Claudio crede di stringerne una fra le braccia, e abbraccia l'aria fra le loro risate. Ma, ahi, è fatta... Questa volta è presa bene e non scappa più... Una delle due fanciulle è nelle braccia di Claudio che sùbito si sbenda e la vede:
— Voi! Grazia!
E, tra il giuoco e il serio, Claudio trattiene per qualche istante fra le sue braccia, più che non dovrebbe, Grazia, il cui volto è tutto illuminato di gioia, mentre Rosetta s'è fatta laggiù, dove il viale comincia, per nascondere il suo turbamento, per vedere se giunga la sua istitutrice, la sua istitutrice che è incredibilmente in ritardo. E ancora Claudio a bassa voce mormora all'orecchio di Grazia che tutta ne trema e abbassa il volto fatto di brace:
— Voi... Voi...
XXVII. GLI ABBANDONATI.
Su la piazza del paese, al piccolo “gran caffè„, mogi mogi, abbandonati, senza parlare, son seduti tre dei quattro amici di Grazia: il conte Spada, il farmacista e il maestro. Qua e là per la piazza, su la porta delle case, le belle ragazze di Collina Verde fan capannelli. E don Giovannino, più che mai fatale, va di gruppo in gruppo, a dispensar sorrisi e a rubar cuori. Ma chi lo guarda più don Giovannino da quando c'è in paese Claudio Arceri? Son tutte lì, su le porte, per aspettarlo, per vederlo passare, alla solita ora, alle cinque, quando viene in paese a spedir la sua posta e a comprar sigarette. Ora che c'è in paese un grand'uomo e un bell'uomo chi guarda più, chi può più guardare quell'uomo ridicolo ch'è don Giovannino? Ma don Giovannino, come tutti i grandi che decadono, non si accorge della sua decadenza. Prende per buoni i sorrisi ironici che lo accolgono, chiude le orecchie alle risate che lo seguono, vede solo la più santa ingenuità nelle frasi piene di malizia e di scherno con cui le belle ragazze di Collina Verde prendono in giro la sua fatalità esautorata e si burlano, insomma, maledettissimamente di lui...
Accanto ai tre che non parlano, caduti nell'abbattimento profondo dei grandi abbandoni, il medico prende un caffè. Ma il domestico di Grazia viene a chiamarlo.
— Corra, corra signor dottore... Il signor Marcello sta male... Ed io vado al Castello a chiamare sùbito la signorina Grazia...
E corre via, pover'uomo, nel suo affanno e nel suo affetto, come se i suoi vecchi «piedi dolci» avessero le ali...
XXVIII. L'«ARIA DEL BACIO».
Quella Grazia non fa che rovistar tra le carte di Claudio! Rientrati nello studio e mentre Claudio e Rosetta sono occupati a sfogliare un album di fotografie, Grazia si è avvicinata al tavolino per frugare ancora. Non è, del resto, diritto della Musa ficcare il nasino nelle faccende del suo Poeta? E, cerca, cerca... ha trovato! Ha trovato un brano che Claudio non aveva ancora confessato d'aver composto. Ora, con un lieve cenno, non veduta da Rosetta che continua a guardar fotografie, ha chiamato Claudio per mostrargli il foglio di musica e dirgli:
— Questa, “l'aria del bacio„, dovete farla sentire a me sola....
E Claudio le risponde sorridendo, sottovoce, e rimettendo il foglio sul tavolino:
— Sì... Più tardi... Quando Rosetta se ne sarà andata...
Uff!... Ma quando se ne va Rosetta?... È sempre laggiù, a guardar fotografie, tranquilla... Che può mai trovare d'interessante in un album di fotografie di gente che non conosce?... Sempre così, quella ragazza... Senza nervi, docile come una pecora... Se le dicessero di star lì tre ore a leggere e le mettessero fra le mani l'Indicatore generale delle Ferrovie, lo leggerebbe tutto, da cima a fondo... Per la prima volta Grazia è severa con la sua amica... Ma anche lei... Che ostrica attaccata allo scoglio... La lasciasse mai sola.... E Grazia guarda al suo polso il piccolo orologio: le quattro e mezza...
— Non doveva la tua istitutrice venirti a prendere alle quattro?... Sai che son già le quattro e mezza passate?
Rosetta s'è levata chiudendo l'album... Oh, finalmente.... Guarda dalla finestra per vedere se l'istitutrice venga... Oh, un passo nel giardino... Eccola... Ma no... È un uomo, è il domestico di Grazia, che vuol parlare a Grazia... E le parla, in un angolo, sottovoce:
— Venga sùbito, signorina... Il signor Marcello non sta bene... E la vuole...
Sùbito Grazia è in allarme: pallida, tremante... Il suo primo movimento è per andarsene... Ma guarda, lì, verso la finestra... Vede Rosetta e Claudio, vicini, vicinissimi, che parlano, che ridono... Che fare? Lasciarli soli?.. E il piccolo delitto si compie nell'anima sua. Non chiede al domestico di più per non sapere di più... Gli dice che andrà sùbito e, con un gesto, lo congeda. Poi risale verso i due che vengono incontro a lei per interrogarla:
— Forse Marcello?...
E Grazia, la voce fredda, e decisa:
— Nulla... Nulla...
Sente, Grazia, tutto il suo delitto, ma lo compie, irresistibilmente, inevitabilmente. Non può staccarsi. È lì, inchiodata, nel suo martirio e nel suo amore. E c'è qualche cosa di più della gelosia per non farla muovere. C'è l'amore per non farla andare via. Ora l'istitutrice di Rosetta è entrata e Rosetta è pronta per andarsene. Ora non c'è più la sofferenza di lasciarli soli, lì, accanto alla finestra, vicini, vicinissimi, a parlare, a ridere... Rosetta, gelosa anche lei, le dice:
— Vieni anche tu?
Ma Grazia, l'aria ingenua, gli occhi bassi, quasi con un fare annoiato di dover restar lì per non saper dove andare, risponde:
— No... Rimarrò... Ancora un poco...
A malincuore Rosetta va via. Claudio l'accompagna, fuori, in giardino. Per la prima volta da che si conoscono e si vogliono bene le due amiche non si sono baciate separandosi. Grazia, senza più forze, s'è appoggiata, rigida, contro il muro. È lì, inchiodata, e la visione le appare della sua casa, di Marcello disteso sul divano, nelle torture atroci del suo male, nella terribile crisi... E quando Claudio rientra la trova così: rigida contro il muro, pallida con gli occhi sbarrati.
— Che avete?
Ma non ha nulla, nulla... Non si allarmi... Nulla... E va al pianoforte, e prende il foglio di musica, e lo mette sul leggìo... E fa sedere Claudio, e siede accanto a lui, di contro a lui, a guardarlo, ad ascoltarlo... Com'è deliziosa, avvolgente suggestiva quella musica... Come si fa leggera, arguta, preziosa per il concettino lezioso, leggiadro e artificiale che definisce il bacio:
.... un apostrofo roseo messo tra le parole
t'amo...
E come più oltre la musica si fa appassionata, ardente, travolgente, con tutto l'ardore, con tutto il furore del bacio... Come Claudio guarda, suonandola, Grazia... Come Grazia guarda, ascoltandola, Claudio... Il bacio è già fra loro, aereo ancora, non tòcco, in quei due sguardi... L'invito, la forza magnetica delle due giovinezze, è irresistibile. Ed eccoli, quando la musica cessa, prima su l'ultimo grido, poi su l'ultima nota ch'è un sospiro di voluttà, eccoli l'uno nelle braccia dell'altra... Non è, ancora, il bacio delle bocche... Grazia non vorrebbe... Claudio non osa... Ma è, irresistibile, più grande, più profondo, il bacio delle anime che si sono intese, che comunicano... È la gloria trepida, immensa, senza parole, dell'amore che incomincia...
XXIX. SOLO.
Nella stanza del malato dove già le lampade sono accese, un andare e venire di ombre in un odore grave di farmaci. È la voce di Marcello che geme:
— E Grazia... Grazia che non viene... Ma l'avete, l'avete veramente chiamata?...
Ora un colpo di tosse, atroce, gli spezza il petto di fuoco. E, ricadendo sui cuscini, il malato geme:
— Sto così male, così male... Chiamate, chiamatemi Grazia, ve ne scongiuro...
XXX. RITORNO.
.... e Grazia s'è levata, s'è strappata, quasi, dalle braccia di Claudio. Lo ha fatto sedere al tavolino e prepararsi a riprendere il lavoro.
— Mi piace, da lontano, di potervi pensare così: curvo su le vostre carte, a cercar la musica nel vostro cuore...
Ha già in capo la gran paglia di Firenze coperta di roselline. Claudio fa per levarsi. Ma Grazia lo ferma, col gesto, con la voce:
— No, non mi accompagnate. Rimanete così...
E si allontana. Poi ritorna. Prende nel vaso di cristallo le sue rose rosse. Le sfoglia su le pagine di Claudio da dietro le sue spalle. Claudio le afferra una mano, vi depone un bacio e con quella la trattiene, la tiene... Ma Grazia si scioglie dolcemente:
— No... Lasciatemi andare... È tardi... Mio fratello non sta bene... E mi attende...
Ed esce così, indietreggiando, senza levar lo sguardo di dosso a Claudio immobile alla scrivania. È alla porta. L'apre. Esce. Richiude. Claudio china il volto su le pagine bianche e su le rose rosse. Poi prende la penna. Cerca un istante, gli occhi in aria, e riprende il lavoro...
Ma la porta si riapre, cautamente, leggermente. Claudio, assorto nel lavoro, non ode. Grazia è rientrata così, e, in punta di piedi, cauta cauta, leggera leggera leggera, va fino al pianoforte per prender nell'altro vaso di cristallo l'altro mazzo di rose, le rose bianche, le rose di Rosetta, e portarlo via con sè. E, piano piano, leggera leggera leggera, guardando quelle rose non sue che non vuol lasciar lì, indietreggia, raggiunge la porta, l'apre, esce, richiude, senza che Claudio, assorto nel lavoro, si sia avveduto di nulla...
Fuori, nel giardino, Grazia distrugge con le mani febbrili le rose di Rosetta e ne fa una pioggia bianca su le aiuole intorno. Poi si chiude nel mantello — col suo delitto verso il fratello, col suo amore per Claudio, con la sua gelosia per Rosetta — si chiude nel mantello e fugge, fugge via, di corsa, di volo, per non perdere un minuto di più, un solo istante ancora, per essere sùbito, sùbito, da Marcello, dal povero Marcello, che ella, nella sua follìa, ha potuto... ha potuto... Oh, orrore!... Ha potuto...
Corre... corre... Ed eccola alla sua villa, nel suo giardino, su per le scale, nella gran galleria, alla porta della camera... Ed entra. Ma quand'ella entra sùbito i domestici, col gesto, ne arrestano l'impeto:
— Sssss... Dorme!
E mentre il vecchio servo guarda se il sonno e il respiro son tranquilli la vecchia domestica spiega:
— È stato tanto male... Ed ha tanto cercato di lei...
Col gesto, immobile, chiusa nel nero mantello, Grazia allontana i servi. E, rimasta sola, si getta ginocchioni ai piedi del fratello, gli bacia le mani e, fra i singhiozzi che le scuoton la gola, dice disperatamente al fratello addormentato:
— Perdonami, perdonami, Marcello!
E rimane lì, piangendo sommessa, accucciata a terra, umile, pentita, sgomenta, a passarsi sui capelli, quasi per farsi perdonare senza attendere il risveglio, dolcemente, dolcemente, in una lenta carezza, la mano del suo povero fratello che dorme dopo aver tanto sofferto senza di lei...
XXXI. «HO IO IL DIRITTO DI AMARE?»
Nella notte Grazia non ha trovato pace nè riposo. Avute nel delitto contro il fratello la rivelazione e la certezza del suo amore, tutta la crudeltà del suo destino e tutta la precarietà del suo bene le sono apparse. È stata, or ora, a baciar su la fronte Marcello che dorme nella stanza accanto alla sua. Le giunge, dalla porta aperta, il suo respiro più calmo, eguale. Quanto deve già amare ella Claudio Arceri se ha potuto, quel giorno, lasciar Marcello in preda al suo orribile male senza soccorrerlo, senza volare da lui, col cuore in gola, appena chiamata, come sempre faceva al primo, al minimo allarme!... Ora è ferma davanti a un cassetto che ha socchiuso e da cui ha tratto alcuni medaglioni, vecchie miniature di famiglia. Lassù, in montagna, la notte è ancora fredda e un po' di fuoco è ancora acceso, brace, non più fiamma, nel suo camino. E Grazia s'accuccia a terra, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E l'atroce domanda è nel suo cuore:
— Ho io il diritto di amare?
Guarda i medaglioni ad uno ad uno. Sua madre... Suo padre... Due suoi fratelli... La piccola Anna Maria a quattordici anni... Morti tutti così... Condannati tutti dal medesimo male...
E d'un balzo è in piedi, rigida, tragica, contratto il viso e disfatto, con le mani convulse a stringere i medaglioni sul petto entro cui freme, in un ritmo precipitoso del cuore in tumulto, la terribile domanda che mille volte s'è fatta, che mai s'è fatta però così atrocemente come quella notte:
— Ed io? Io?...
E ricade giù, di piombo, abbandonata da ogni sua forza, accanto al camino, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E ricorda. Ricorda com'ella ha vissuto finora. Si rivede errante ogni anno nei paesi del sole, Nizza, Mentone, il Cairo; si rivede, nella calda stagione, nei paesi delle eterne nevi dove l'ossigeno difende la vita minacciata. Non è forse il male entro di lei? Può ella credere d'esserne miracolosamente immune, mentre suo fratello, di là, lotta già contro l'insidia ogni giorno, può illudersi solo perchè le cure prudenti e una previdente igiene hanno forse ritardato il giorno dell'aperta condanna? Può ella credere d'essere salva solo perchè ha voluto tentar di salvarsi?
E Grazia rompe in un lungo pianto disperato, dilaniata così tra l'estasi del suo amore e l'orrore della sua condanna...
XXXII. NO!
Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un pretesto, al primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, alla città. È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto del clinico famoso, tra gli altri malati, altri dolori che attendono.
Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al lavoro, al tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue rose rosse nuove ogni mattina. E si rivede, come ieri ella era, nelle braccia di Claudio, nella prima stretta, nella prima felicità... E invece... La giovinezza, l'amore, la gloria... Dovere a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta, disperata e muta, mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio e le scendon giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi, quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo...
Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la domanda recisa:
— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere senza delitto una casa, figliuoli?...
Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. Grazia spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima tesa, sospesa. Sul volto indifferente e abituato del grande clinico, solo un'ombra è passata, un istante: ma sùbito Grazia l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il medico qualche menzogna:
— Vedere... Aspettare... Il tempo...
Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la condanna è inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto sussurra:
— Anche io... come gli altri...
Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori stoici — tenta qualche consolazione blanda:
— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza ha meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno aver la sua casa anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo spero... Ma aspettare... Aspettare molto tempo, certamente....
Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta il denaro del consulto. Perchè spreca il medico quelle parole?
— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho mai voluto sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... Oggi non potevo, non dovevo più illudermi...
Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. E la rimette al medico con un sorriso e un ringraziamento. Quanto costa poco la verità! Una vita sa di dovere a tutto rinunziare, di dover lentamente durare per aspettar solo la morte: cinquanta lire! La scienza, con breve esame, uccide il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un destino... Nulla. Una piccola busta presa con un gesto indifferente... Cinquanta lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo, delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la condanna data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! E, vinta, finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, nella sala d'aspetto. Le forze tese fino a quel punto non la reggono più. Ed ella cade lì, su una poltrona, accanto alla porta che il medico ha richiusa dietro di lei per riaprirla, fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il numero della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due minuti, su un'altra angoscia.
Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono seduti accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga il padre toccandoli al petto:
— Malati?
E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due volte col capo di sì, di sì...
Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, intimiditi e docili.
— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli...
Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al padre che piange e gli dice:
— Coraggio!
E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema nella sua mano...
XXXIII. PICCOLA FELICITÀ DA SOLA.
Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito guardata attorno, cercando, stupita...
— E Grazia?
Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un affare urgente a discendere in città non potrà quella mattina andarlo a salutare... Manda il solito augurio di buon lavoro... Tornerà, certamente, nel pomeriggio...
Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio non le farà l'offesa di non suonare solo per lei la musica composta quella mattina... Come può Claudio dire di no?... Ed è al piano, e suona... E Rosetta l'ascolta, intenta... E la musica, quella musica, le par più bella perchè è suonata stamattina solamente per lei...
XXXIV. SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.
Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche. Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede:
— Perchè piangi, signora?
E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; dove si viene ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... Interroga già, quel bambino, come interroghiamo noi uomini: non per far dire agli altri ciò che loro preme sul cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi... Ma il bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che Grazia risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco che lo chiamano...
XXXV. ROSE BIANCHE E ROSE ROSSE.
Ora, mentre Claudio suona, Rosetta si leva e, preso il mazzo di rose bianche che ha portate con sè, le mette sul tavolino di Claudio dopo aver tolto dal vaso di cristallo le rose rosse di Grazia.
E, in una pausa della musica, spiega:
— Mettiamo qui, stamattina, le rose mie.... Quelle di Grazia sono già appassite...
XXXVI. «MADRE, CONSOLAMI TU!»
Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole suore bianche sono in ricreazione. È l'ora in cui anche giuocare è malinconia. Vien su il crepuscolo da dietro la collina. Tramonta il sole laggiù, sotto quell'arco verde fatto dai pini, in un cielo di fiamme gialle.
Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. Ha bussato e aspetta. E quando la suora guardiana apre il corpo di Grazia, senza più sostegno, cade dentro, nel convento, di piombo, come un corpo morto, come un corpo senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo...
Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a Grazia tutta vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale dei cipressi la sorreggono, quasi la portano. Chiedon con gli occhi trepidi alla piccola amica che cosa ella abbia, ma la piccola amica ha chiuso gli occhi e le labbra. Giungon così su lo spiazzo davanti alla Cappella. Anche la Madre Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani giunte, le cade in ginocchio davanti:
— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo Crocefisso!
E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra frementi, il piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende lungo la gonna della Badessa. E questa, chiamandola appena con la voce bassa e commossa, le carezza i capelli da cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa che bisogna solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange, disperata, tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte nei loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da quel dolore che vien da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione dolore non c'è più, si avvicinano a piccoli passi, senza far rumore, al gruppo doloroso.
XXXVII. COLUI CHE HA A TUTTO RINUNZIATO.
Pallida figura di Cristo su la grigia parete della cella ove Grazia ha trascorso, in affannosa veglia, la notte... E, d'innanzi a Colui che seppe a tutto rinunziare, la Badessa e Grazia sono inginocchiate pregando.
Nella lunga meditazione notturna, con la lunga preghiera, la serenità è ritornata nel cuore di Grazia. Il suo dolore è, adesso, pacato e forte. Ella accetta, gravemente, eroicamente, nella speranza d'un bene ultraterreno più tardi, la rinunzia suprema. Sollevando gli occhi verso la Madre Badessa che, come una madre veramente, le accarezza i capelli, Grazia sussurra:
— Rinunzio anch'io... come Lui... Porto anch'io... come lui... la mia Croce!
Un'ultima debolezza ed ella s'abbatte piangendo su le ginocchia della Madre. Ma questa, dolcemente, con parole che invocan la grazia, la risolleva. E la piccola martire chiede, chiede alla Badessa, e chiede ancor più a Lui:
— Ma come, come vincere la tentazione?... Come resistere al mio amore?
La Badessa non risponde. Colui che ha a tutto rinunziato risponde in fondo all'anima della fanciulla con misteriose parole. Grazia e la Madre si son levate e sono uscite. Sono adesso nel giardino del convento, appoggiate alla balaustra, d'innanzi all'ampio paesaggio azzurrognolo della pianura laggiù. E Grazia dice:
— Laggiù, al piano, il sacrificio mi sembrava ieri tremendo.....
E china il capo su la spalla della Badessa che ancora, come una mamma inconsolabile nel consolare, le accarezza dolcemente e lentamente i capelli....
XXXVIII. UN BIGLIETTO.
Buon lavoro quella mattina, lavoro sereno, lavoro fecondo. Il domestico entra a portare a Claudio Arceri un mazzo di rose bianche. C'è, insieme, un biglietto:
«Poichè Grazia lascia appassir le sue rose voglio che sul vostro tavolino, accanto al vostro lavoro, sieno oggi, come ieri, le mie, fresche e nuove ogni giorno.
ROSETTA».
XXXIX. ARRIVEDERCI, SORELLE!
La mano della Madre è su la fronte di Grazia, per costringerla a levarla in alto, a guardar lassù, verso il cielo. Pensa ancora alle parole di Grazia: “Laggiù, al piano, il sacrificio mi pareva ieri tremendo...„. E la Madre le dice:
— E sai perchè qui il sacrificio ti par oggi meno terribile?... Perchè sei più vicina al cielo che promette al dolore ricompensa...
E lo sguardo di Grazia, estatico, è lassù, fisso in quelle nuvole bianche, in quelle nuvole d'oro di cui il sole nascosto s'ammanta, in quelle nuvole in cui le par di vedere apparire — un istante solo — Cristo tra gli angeli...
Ma è tardi. Bisogna andare. È attesa a casa. Marcello sarà in gran pensiero. E vanno per il gran viale dei cipressi, verso l'uscita. Grazia ripete ancora entro di sè la sua domanda: ma come vincere la tentazione, come resistere al suo amore?... E la luce si fa nel suo spirito, improvvisa... Un fantasma, un cavaliere dal lungo naso ridicolo e dal grande cuore eroico, è passato un istante, col suo sacrificio, nel suo ricordo... Ed ella dice, soffermandosi:
— Non ho che una via di salvezza: donare ad un'altra l'amore che avevo sognato per me...
Rivanno. Sono presso la porta d'uscita. Grazia passa tra i bianchi gruppi di suore: qualcuna ne abbraccia, tutte saluta... E quando le ha tutte raccolte attorno a sè ne abbraccia ancora due con un grande gesto che tutte vorrebbe stringerle al cuore:
— Arrivederci, sorelle!
E mentre, di nuovo rompendo in lacrime, si riavvìa con la Madre Badessa, le piccole suore bianche si guardano tra stupite e commosse:
— Che ha?... Che ha?
E Grazia, andando, dice alla Madre, alla madre di tutte:
— Sorelle veramente... Anche fuori di qui, anche con queste mie vesti... sono anch'io come loro... se anch'io ho a tutto rinunziato...
Nera, nascosta fra l'edera, è d'innanzi a loro la porticina del convento che la suora guardiana ha socchiusa...
Che sole c'è, fuori, nella mattinata di maggio!... E da quante mattine suor Ghiottona non ha più la sua cioccolata....
XL. SERENITÀ NELLA RINUNZIA.
E, sul piazzale davanti alla cappella, al sole, tra le rose in fiore, vanno, serene, placide e chete, le piccole suore. Quelle annaffiano i fiori. Quelle altre ne còlgono.
XLI. RINUNZIA NELLA TEMPESTA.
E la piccola porta del convento della Collina Verde s'è richiusa. Grazia vi si appoggia sentendo mancar le sue forze. Ha sul volto i segni della tremenda intima tempesta. Gli occhi sono fissi, vitrei, nel vuoto... fissi su la terribile visione...
... Rosetta al tavolino del musicista e Claudio che sfiora, con un primo bacio, la fronte della fanciulla...
... e Grazia ha le mani su gli occhi per fugar la visione. Poi li riscopre. Da fissi si fanno vivi, animati empiendosi di lacrime benefiche. E, in quel pianto silenzioso, senza singulti, il suo volto che si placa si china lentamente sul petto, assentendo, accettando...
Poi Grazia si stacca dalla porticina del convento, s'irrigidisce, s'innalza, si tende. Si chiude nel suo mantello nero. E così, chiusa, ferma, incrollabile, s'avvia verso il suo destino...
XLII. GELOSIA.
— Ho potuto fuggir di casa un momento anche stamattina...
Claudio la guarda. Sorride. Ringrazia. Com'è trepida, e ansante, la piccina... Ma come lo spirito di Claudio, pur se ha Rosetta vicina, è assente, è lontano... Aspetta, la piccina, una parola.... Quale parola?... Non sa. Ma l'aspetta. E ode, invece, Claudio domandare:
— Sapete se Grazia è ritornata?
Mortificata, tutta rossa in volto, gli occhi a terra, Rosetta si stringe nelle spalle, tra corruccio e ignoranza. Che pena nel suo piccolo cuore... E va, sola, verso la scrivania... Guarda la musica scritta quella mattina e leva gli occhi smarriti a interrogare Claudio che lentamente l'ha raggiunta.
— È il canto di Cirano che richiama nel cuor dei Guasconi, al campo d'Arras, la nostalgia della Guascogna lontana....
Come sempre Rosetta prende il foglio e lo mette sul leggìo, al piano, e vorrebbe che sùbito Claudio le suonasse quella pagina... Ma Claudio ritoglie il foglio dal leggìo e, rimessolo su la scrivania, siede a questa e dice:
— Quest'oggi, quando ci sarà anche Grazia...
Urtata, ferita, offesa, Rosetta tritura una rosa che ha nelle mani, ne stacca le foglie. Poi le getta a terra e, nel folle ardire datole dall'immenso dolore, osa levar la testa e la sfida...
— Perchè? Io non son degna?...
Accorre Claudio a lei, sorride, ride, protesta, le fa mille graziette per confortarla, per rassicurarla, per farla sorridere. Ma Rosetta non sorride. La sua gran pena a poco a poco si fa corruccio comico, broncio infantile. E mormora:
— Già... La Musa... è lei!
E scoppia a piangere... Dio, che pianto, che gran pianto disperato di bambina che vede crollare il mondo attorno a sè... Claudio l'ha presa fra le braccia, con tanta tenerezza, con tanto rispetto... Ma come, in quelle braccia, Rosetta si abbandona... È, nell'atto inconsapevole, la dedizione, l'offerta di tutta sè stessa. Claudio comprende. È perplesso, indeciso, smarrito a sua volta.
— A me, mormora Rosetta, a me voi non volete bene...
E Claudio, ridendo:
— Ma sì... ma sì... Vi adoro.
E col grembiulino le asciuga gli occhi, e poi la stringe forte — un po' troppo forte: ma se ne accorge dopo... — la stringe forte forte al cuore... Infine, quando la bambina è calma e il suo pianto non è più che un leggero affanno senza lacrime, Claudio siede al tavolino e prende un foglio di carta:
— Scriverò a Grazia affinchè venga oggi...
E scrive. Dietro di lui è Rosetta che lo segue con l'anima straziata. Claudio ha scritto e leva il foglio per piegarlo e chiuderlo nella busta:
— No!...
E la mano di Rosetta, da dietro le spalle del musicista, ha afferrato la lettera... In un attimo è già in cento pezzi... Claudio è balzato in piedi... Non è più sul volto di Rosetta un corruccio di bimba: è un tormento di donna... Ed esce dalle sue labbra convulse il grido della sua gelosia:
— Sempre lei, lei, lei...
E, folle, disperata, senza più saper che cosa faccia, getta sul volto di Claudio, con violenza, i pezzettini della lettera lacerata. Poi prende la sua sciarpa e ne avvolge la testa. Fugge. È già su la porta. Claudio, inchiodato dallo stupore, è fermò lì, alla scrivania. Rosetta si volge. Lo guarda ed esita un istante. Poi corre a lui e gli cade in ginocchio davanti:
— Perdono!
E gli bacia la mano... E, prima che Claudio abbia potuto risollevarla, prima che Claudio abbia potuto sottrarle la mano, il perdono è chiesto, il bacio è dato...
E la bimba è fuggita.
XLIII. IL RITORNO.
— Prego per tuo fratello, signorina!
Grazia è nel giardino della sua casa, al momento del suo primo ritorno dopo la condanna. La vecchietta della minestra le bacia la mano benedicendola.
— No, non pregare solo per lui... Prega anche per me...
E ha la mano su la spalla della vecchietta che la guarda e non comprende:
— Eh, tu non ne hai bisogno... Tu sei buona e sei felice....
Si appoggia tanto su la vecchietta — lei che è felice — che quasi è per cadere... Ma il fratello appare lì, sotto l'arco della porta, il sorriso caldo, le braccia tese:
— Grazia...
E Grazia si solleva. Un'energia immensa ritorna in lei. Sorride, ride, corre al fratello, spensierata, felice...
— Eh, che cattiva?... Come mi son fatta aspettare... Ma in città mi hanno trattenuta!... Iersera poi hanno voluto condurmi a teatro... Che ridere!
Marcello guarda il suo abito nero, i suoi veli neri.
— A teatro? Così?
E Grazia, un istante, è perduta... Ma si riprende:
— Sì, così... Sai, io non ci bado... E poi, ero in fondo al palco. Ma mi son divertita lo stesso... Che ridere!
Che ridere! E ancora ride, ride, ride, ride nello spasimo convulso, ride nella frenesia, ride sino a scoppiare in dirotte lacrime... E il fratello è a lei, ansioso:
— Che hai? Che hai?
Ma Grazia si riprende, si domina con uno sforzo sovrumano. E, poichè il domestico è apparso su la soglia della sala da pranzo, il volto di lei si rasserena, il sorriso negli occhi umidi ritorna e Grazia grida, battendo le mani e trascinando Marcello:
— A tavola! A tavola!
XLIV. PETTEGOLEZZI PROVINCIALI.
Le amiche di Grazia, nei loro chiari abiti primaverili di mussolina o di percalle, tra le spalliere fiorite del piccolo giardino provinciale, son tutte lì, raccolte attorno ai quattro «amici del dopopranzo».
— Io dico che il grande musicista, esclama il farmacista, a Collina Verde ci prende moglie!
— Ed io dico che sposa o Grazia o Rosetta!
Che risata accoglie la bella scoperta del maestro di scuola....
— Seneca ha parlato...
— Ma bravo! Ma che testone!
Grazia o Rosetta. Bella scoperta! Su questo sono tutte d'accordo... Ma il difficile è sapere quale delle due sposerà.
— Grazia o Rosetta?
— Ai voti! Ai voti!
Tutti scrivono su un biglietto un nome e il farmacista va attorno raccogliendo i biglietti nella sua papalina dal fiocchetto scozzese: un regalo di Grazia, l'anno scorso, per il suo onomastico...
Il conte Spada fa, dignitosamente, austeramente, da gran signore, per l'onore di tutti i suoi avi, lo spoglio dei voti:
— Undici voti per Grazia e tre per Rosetta!
La maggioranza — come tutte le maggioranze — applaude. Ma bisogna sapere di più. Votare non basta. Bisogna ficcare il naso nei fatti altrui. E don Giovannino è l'uomo indicato: deve andare da Grazia, spiare, sapere come vanno le cose, chi prevale, chi vince... E in un gran tramestio di ragazze don Giovannino è mandato via, via, sùbito, in servizio d'informazioni.
XLV. LA CANZONE DEI GUASCONI.
— Addio Rossini! Addio Verdi! Addio Wagner! Addio Debussy! Addio Mascagni e Puccini!... Oramai non c'è più che un solo musicista al mondo: Claudio Arceri...
Grazia s'era appena seduta al piano, prendendo e aprendo sul leggìo uno spartito — di Claudio, naturalmente — quando lo scherzo e il riso di suo fratello l'hanno raggiunta e fermata. Marcello l'ha presa fra le braccia; e ora, mentre Marcello ride e mentre gli occhi di Grazia si riempion di lacrime, fratello e sorella son lì, guancia contro guancia.
— Riverisco...
È don Giovannino. Ma fa una pessima entrata. Una maledetta lettera — una lettera, certo, di Claudio Arceri — toglie ogni effetto al suo ingresso bene preparato richiamando tutta l'attenzione di Grazia balzata sùbito in piedi e corsa sùbito a toglier la lettera dal vassoio. Scrive Claudio alla Musa per avvertirla che ha finito di comporre il canto in cui Cirano richiama nello spirito dei suoi Guasconi, al suon del piffero, la casa natìa, i lontani ricordi della terra lontana. Crede che gli sia sgorgata dall'anima, in un'ora benedetta, la pagina migliore dell'opera, il canto più commosso e più profondo. E la lettera conclude dicendo: «Voglio che voi siate la prima ad ascoltarla e vorrei che voi poteste anche esser la sola...»
Grazia ha richiuso la lettera. È indecisa, divisa in una lotta atroce... Ricorda la sua paura: «Come vincere la tentazione?... Come resistere al suo amore?...». E ricorda anche la decisione del suo cuore eroico e disperato. È l'ora di mettere in opera il suo folle proposito... Sì, sì... Si vede accanto, ridicolo nella tragedia, smorfia grottesca nella sua angoscia, don Giovannino... Ma anche uno sciocco può essere utile. E, oggi, don Giovannino è utilissimo. E il ganimede paesano, che si guardava le scarpe per vedere se luccicavano bene, si sente interpellare da Grazia:
— Voi, don Giovannino, verrete con me...
E don Giovannino, levandosi per assentire, ha fatto appena appena in tempo a inchinarsi davanti alla porta che si richiudeva su Grazia.
XLVI. TRAGEDIA SENZA PAROLE.
Un'ora dopo, nello studio del musicista, sono raccolti Grazia, Rosetta e don Giovannino. Appena l'ha veduta entrare con don Giovannino Claudio, a bassa voce, in un angolo, ha rimproverato Grazia:
— V'avevo pur detto che avrei voluto che foste sola...
Povera Grazia! Che stretta al cuore! Ma non risponde e riesce a non rispondere perchè Rosetta — impaziente, smaniosa di sentir la musica ma anche d'interrompere il colloquio — ha spinto Claudio verso il pianoforte ed ha aperto la musica sul leggìo. Il maestro comincia a suonare. E accanto a lui rimane Rosetta, intenta, tutta presa dalla dolce melodìa, a mano a mano sempre più china su lui. E lo sguardo di Claudio, sollevandosi dai tasti a cercar le note e i segni sul foglio, incontra sovente gli occhi di Rosetta, fissi, accorati, immobili, con le pupille sempre più velate di pianto.
Rimasta indietro, a metà stanza, Grazia, alle prime note suonate da Claudio, s'è irrigidita, s'è tesa. Attratta dalla musica, sospinta dal suo amore, ella avanza, lentamente, verso il musicista. Ed ha sul volto l'estasi del suo amore e la rivelazione della musica sublime. Di tanto in tanto, alle cadenze più belle e più gravi, Claudio si volge a guardarla. I loro occhi s'incontrano e la loro commozione. Bella, divinamente bella nel suo palpito e nel suo fremito, Grazia, in piedi dietro di lui, è la musa che tremando ascolta il divino canto del suo poeta.
In punta a una sedia, in disparte, le mani su le ginocchia, il volto teso in avanti, anche don Giovannino forse sente quella bellezza e sembra ammirarla: a modo suo, con una faccia stonata da imbecille.
Sul volto di Grazia torna l'ombra della sua condanna a spezzare d'improvviso l'estasi e il sogno. Torna nella sua anima la voce profonda a dirle la necessità di separarsi per sempre da lui e, come inorridita dal pensiero di ciò che sta per fare, lentamente... lentamente... si stacca da Claudio... dal suo sogno... dalla sua vita... e indietreggia... indietreggia... Don Giovannino, rapito a sua volta dalla musica, si punta su le gambe e su le braccia e, come se una forza invisibile lo sollevasse, lentamente sorge in piedi. Grazia, indietreggiando per uscire, se lo trova lì, accanto. Lo guarda. E lo vede scuoter la testa a destra e a sinistra, segnando il ritmo della musica, e lo sente dirle all'orecchio:
— Che bel tempo di «fox trott»!
Grazia ha nel corpo un sobbalzo di indignazione contro quell'imbecille e sul volto il disgusto e l'ira. Ma poi muta, d'improvviso. L'idea del sacrilegio le balena nell'anima. Ed ella guarda don Giovannino con un sorriso ambiguo e oscuro. Proprio in quel punto Claudio si volge dal pianoforte come a cercare Grazia, come a chiedere il suo consentimento. E questo supremo contatto dei loro spiriti ha deciso Grazia che risponde a don Giovannino approvando:
— Sì, sì, un «fox-trott»...
E gli offre le braccia, per ballare. Don Giovannino — che, dopo tutto, ha buon senso — è riluttante: gli par che non stia bene, che di ballare non sia il caso... Ma Grazia lo prende, lo trascina, lo domina. E il passo di «fox-trott» incomincia. Mentre Grazia e don Giovannino ballano Claudio continua a suonare. Due, tre volte si volge a guardare Grazia che balla. Il suo volto si oscura e i suoi occhi son febbrili e torbidi. Due, tre volte Grazia, a quello sguardo, si arresta. La musica e l'amore la riprendono. Il suo volto si trasfigura. Ma quando Claudio è per tornare a voltarsi Grazia riprende il ballo. Ora, d'un tratto. Grazia si sente mancare e quasi si rovescia nelle braccia del suo cavaliere sbalordito, il quale vorrebbe chiamare, dar l'allarme. Ma, con uno sforzo disperato, sùbito Grazia si riprende:
— Nulla, nulla... È passato... Avanti!
E ancora balla. E ancora una volta Claudio si volge a guardarla. Ancora una volta Grazia ha una sosta ed un gesto disperati. Ancora una volta Grazia riprende a ballare.
La musica spezzata in uno strappo, il colpo secco del coperchio richiuso e Claudio è in piedi, fremente, fermo, le braccia incrociate sul petto, guardando Grazia che, senza musica, continua ancora qualche passo. Poi, come se solo in quel punto avesse visto Claudio in piedi fisso a guardarla, si scioglie dal suo cavaliere. È per cadere. Fa due passi indietro e cade, infatti, su una poltrona. Rosetta e don Giovannino si slanciano verso di lei per soccorrerla. Ma, di nuovo, ella è sùbito in piedi. È stanca, affannata, ma tuttavia ride, si fa vento con un foglio di musica preso lì, sul tavolino. Claudio, sempre immobile, la guarda, conserte le braccia, il dorso al piano, finchè Grazia avanza verso di lui e gli parla, con voce e parole qualunque:
— È molto bello, signor Arceri, quello che avete suonato...
I due si guardano nelle loro due disperazioni, ma Grazia non regge allo sguardo di lui. Si fa dare la sciarpa, i guanti, il cappello. Si prepara, sorridendo, per andarsene. Sempre immobile, Claudio la guarda, conserte le braccia, appoggiato al piano. E Grazia, nel suo tumulto, col passo che le manca, col cuore in gola, con un sorriso straziante sul volto, fatto col capo un leggero cenno di saluto a Claudio, indietreggia, indietreggia sempre più sotto lo sguardo di Claudio che, immobile, con le braccia conserte, appoggiato al piano richiuso, la fissa, la fissa in una spaventosa e impassibile incredulità. Rosetta è tornata a mettersi accanto a Claudio, mentre don Giovannino, povero diavolo, impacciato, timido, senza aver capito ancora nulla, rigirandosi il cappello fra le mani e i perchè nella testa, ha seguito Grazia ed è uscito con lei. E, non appena Grazia è uscita, Claudio cade di piombo su lo sgabello del piano, desolato, i gomiti su le ginocchia, il volto nelle palme, mentre Rosetta si china su lui e, timidamente, leggermente, comincia a carezzargli i capelli...
Fuori nel giardino, don Giovannino vorrebbe condurre via Grazia, ma la voce di Grazia sibila:
— Voi andatevene... Ma andatevene, vi dico...
E mentre don Giovannino dilegua all'angolo del viale — che roba e quante cose da raccontare! — Grazia striscia lungo il muro del Castello per andare, non sentita, verso il finestrone dello studio di Claudio. E lo vede che s'è levato proprio in quel punto, con le mani e gli occhi in aria. Giunge a lei la sua parola disperata:
— E io, io che nel mio spirito l'avevo collocata così in alto!
Rosetta gli si fa sempre più vicina, lo fa sedere e gli è accanto, un braccio su la spalla di lui, la parola dolce per confortarlo:
— La vostra musica è divina...
Ma Claudio leva il pugno, fissando lo sguardo là dove Grazia poco prima ballava:
— Ha offeso l'artista... Ha ucciso in me il sentimento dell'uomo...
Quale disperazione quella di Grazia, fuori, in giardino! E quale trepida attesa quella di Rosetta, che ancora aspetta una parola per sè e ancora ode parole per Grazia, vede dolore, per Grazia, orrore, per Grazia... Sempre Grazia, Grazia, Grazia!... E il pianto la stringe alla gola e le lacrime le cadon giù, d'improvviso, in uno scoppiar di singhiozzi... Solo allora Claudio si volge e si avvede di lei, solo allora le toglie il fazzoletto dagli occhi e, sollevatole il mento, la guarda... Ma Rosetta scuote il capo, dolorosa ed umile:
— Io... io non vi basto...
E i singhiozzi la riprendono. E Rosetta abbandona la fronte su la spalla di lui che si volge a guardarla, che di nuovo le solleva il capo e fa levare in piedi la fanciulla. Lentamente gli occhi si cercano. E la fronte di Rosetta va verso Claudio, incontra il labbro di lui ed è un bacio... Un bacio? No... L'ombra d'un bacio, il presentimento d'un bacio, un bacio che promette e spera l'amore, ma che non è ancora l'amore...
E, fuori, le spalle al muro della casa, aperte le braccia in croce, rovesciato il capo indietro come in una crocefissione, Grazia si allontana, si allontana, strisciando contro la facciata della villa, si allontana e si perde, sacrificata, distrutta, scomparsa dalla vita di Claudio, si perde laggiù, nell'ombra della notte che viene, che viene nella sua anima e su quel giardino.
XLVII. LONTANI, DIVISI... POCHI GIORNI DOPO.
— Che belle, che belle cose sa scrivermi... Leggi!
Sono nella casa di Rosetta, il cui balcone dà sul giardino e rievoca il balcone di Rossana tutto coperto com'è d'edera e di gelsomini. Seduta a terra su un cuscino, poco distante da Grazia, Rosetta leggeva una lettera, felice... E, trascinandosi a terra, ha portato a Grazia la lettera di Claudio affinchè la legga anche lei... Grazia ha respinto con la mano la lettera. Ma Rosetta insiste.
— Senti. Leggo io... «Le tue parole, Rosetta, son la rugiada del mattino sui fiori chiusi dell'anima mia. Tu sola, tu sola sai dire queste divine parole che aprono al cuore l'infinito del sogno. Per il bene che le tue parole fanno alla mia anima e al mio lavoro, che tu sii sempre, amatissima mia, fra tutte benedetta!...» Ah, è bello sentirsi dir queste cose, da lui... Ma mi sento tuttavia umiliata, scontenta... Io so amare, ma scrivere non so... E se tu non scrivessi per me....
Grazia, che non s'era mai mossa, toglie adesso dal seno una lettera già pronta:
— Tieni... Ecco la risposta. L'avevo già preparata... Puoi mandarla...
E si stringe fra le mani la testa di Rosetta, più che per abbracciarla, per nascondere il suo dolore agli occhi della fanciulla che, incuriositi e spauriti, la cercano...
Rosetta intanto ha preso le mani di Grazia por portarle alle sue labbra. E le dice, fra i baci:
— Tu, tu ci hai insegnato ad amarci... Tu, tu mi hai fatto amare da lui... Se tu non gli avessi detto per me tutto quel bene che io non riuscivo a fargli capire, io, poveretta, a quest'ora... Mi credeva una bimba... Ma tu gli hai detto: Badate. È una donna.
E Grazia, straziata ma eroica, si china su lei e le fa levare il volto per incontrarne gli occhi:
— E non sei forse felice?
Oh, sì, sì, è tanto felice, Rosetta... E come si fa piccina fra le braccia di Grazia... Sì. È una donna, come ha voluto far capire a Claudio... Ma quando è lì, ai piedi di Grazia, fra le sue braccia, no, non è più una donna, ma è semplicemente una bimba, una povera bimba felice, una bimba che si sente venir voglia di piangere, tanto è grande la sua felicità...
XLVIII. E UNA SERA...
Son presso il balcone, nell'ombra della sera d'estate ancora senza luna e tutta stelle. Grazia ascolta. Rosetta legge:
— Scrive così: «Sì, piccola amata, verrò stasera nel tuo giardino, alla tua finestra. Verrò ad ascoltare con l'anima piena di tenerezza le parole che solo tu sai dire... Quando mi scrivi, quante cose mi dici... Ma quanto taci, quando sei con me... La timidezza, mi dici, fa tacere il tuo labbro... Ma stasera, nell'ombra del tuo giardino, sotto il gran velo nero della notte, tu saprai certamente parlare, tu saprai aprirmi, Rosetta, tutto il tuo cuore...».
Grazia è immobile, impassibile. Sempre così — osserva Rosetta — quand'ella le legge le lettere di Claudio... Ma per quanto sia bello ciò che Claudio le scrive Rosetta è preoccupata. Tortura la lettera e dice all'amica:
— Tu hai voluto dargli questo appuntamento... Ma ora, ora che cosa gli dirò?
Grazia la prende fra le braccia per stringersela al cuore:
— Guarda... Rimarrò qui, con te, nell'ombra della stanza, accanto alla finestra... Suggerirò io le tue parole... E poi, vedrai... Poichè lo ami ne troverai tante anche da te...
Batte le mani, Rosetta... È felice... Sì, sì, così... È carino, è molto divertente... Corre sul balcone a guardare se Claudio giunga e ritorna ancora a Grazia immobile e rigida presso l'arco del balcone:
— È carino, molto carino... Proprio come nel Cyrano...
Un pensiero la ferma a questo richiamo; e, levato un ditino in aria, Rosetta sorridendo ammonisce Grazia:
— Ma bada: Cirano amava anche lui Rossana...
E a queste parole Grazia scoppia a ridere, a ridere, a ridere...
— Ma io non amo Claudio... E appunto per questo Cyrano non c'entra...
S'ode laggiù lo stridìo d'un cancello che s'apre.
— Va... È lui.
Rosetta è volata sul balcone. Guarda nell'ombra. Ascolta gli echi dell'ombra. Grazia è rigida, appoggiata allo stipite, la morte nell'anima e l'impassibilità sul viso.
Nel giardino Claudio avanza, cauto. Scricchiola, leggero, il suo passo su la ghiaia. Tende sempre più, Rosetta, l'orecchio... Ora il passo è più vicino, sempre più vicino, riconoscibile... Sì, è lui... E Rosetta rientra per avvertire Grazia.
— Eccolo!... Eccolo!
E per raccomandarsi un'ultima volta, le mani giunte:
— Fido in te... Per carità!
E Grazia, violenta, la spinge fuori...
— Ma va... va... va...
C'è lì sotto — pare — un'ombra... A bassa voce Rosetta manda giù le prime parole:
— Claudio... Sei tu?
E, da sotto, la voce bassa risponde:
— Sì... Sono io..., Rosetta...
Claudio stende la mano cercando nell'ombra quella di Rosetta che l'affonda a sua volta giù nell'ombra a cercar la mano di Claudio. Ma le due mani non si trovano...
— Troppo alto..., mormora Rosetta.
Troppo alto, sì... Ma Claudio è salito sopra una panchina e le mani si trovano finalmente e si stringono. E Claudio copre di baci la mano di Rosetta. E quella di Rosetta trema e lentamente si ritrae... Poi la voce di Claudio vien su:
— E ora parlami, parlami, piccola amata!
Ma Grazia, che non credeva di dover suggerire anche le prime parole, tace. E la mano di Rosetta s'agita dietro il suo dorso per chiamarla in aiuto... E Grazia si china a suggerire... Fra l'edera Rosetta abbassa il volto e getta giù a stento, ad una ad una, così come le coglie, le parole di Grazia. Giù Claudio ascolta. Ora Grazia, sempre nascosta, avanza, si avvicina, parla più basso, più fitto. E Rosetta, impacciata, smarrita, ripete, come può, alla meglio o alla peggio. Di tanto in tanto, da sotto, Claudia risponde:
— Come ti amo, Rosetta, mia musa, mia compagna, mia sposa!
E le parole cadono come colpi di clava sul capo e sul cuore di Grazia irrigidita nello spasimo... Sale ancora la voce di Claudio dal giardino notturno:
— Non parlar più. Rosetta... La notte è così dolce... E sa dir tante cose anche il silenzio, quando si ama...
Silenzio infinito della notte infinita... Ora la luna è apparsa. E i cipressi del viale si profilano sul cielo d'argento; e là sul piccolo lago sono i bianchi cigni addormentati col capo sotto l'ala. Un treno passa, nel silenzio, col suo rombo lontano, riempiendo il silenzio col suo fragore immenso e solo. Poi, passato il treno, tornato più grande di prima il silenzio, ancora la voce di Claudio riprende:
— E vuoi tu, Rosetta, che in questa notte divina il nostro amore abbia il suo primo bacio?...
Trepida, commossa, Rosetta non sa che dire... Si volge a interrogar Grazia con gli occhi... C'è prima un istante di silenzio. Poi, bassa, soffocata, la voce di Grazia, precipitosamente, risponde:
— Ma sì, sì, sì, digli di salire...
E Rosetta chiama, soffocando le parole nell'edera e nel pudore:
— Claudio... Sali...
E mentre Claudio dà la scalata Rosetta, intimidita, vergognosa, s'è rifugiata dentro, nella stanza, tra le braccia frementi di Grazia. Come, come tremano le braccia di Grazia... Dovrebbe Rosetta sentire... Ma sì... Come sentire?... Trema tanto anche lei...
Ora Claudio è per apparire al davanzale... Già la sua voce, che chiama, è più vicina... E Grazia spinge Rosetta verso Claudio che appare:
— Va, va, bacialo, bacialo, bacialo il tuo amore!...
E mentre Rosetta va, Grazia, quasi istintivamente, l'ha seguita. Esce anche lei sul balcone, ma sùbito si rigetta indietro addossandosi alle persiane aperte... E, a bassa voce, parlando solo a sè stessa, nell'orrore dell'infinita rinunzia, sospira e geme:
— Bacialo, bacialo, il «mio» amore!...
E lì, al davanzale, nel chiarore lunare, Rosetta e Claudio avvicinano le teste e le bocche. E lì, alla finestra, nell'ombra, Grazia chiude gli occhi per non vedere, per non vedere la cosa orrenda e divina. E si muove e indietreggia, e prima è sotto l'arco della finestra, e poi rientra nella stanza e, con gli occhi sbarrati, le braccia tese a respingere, indietreggiando, Grazia affonda, affonda lentamente, affonda sempre più profondamente nell'ombra della stanza, mentre lì, fuori, al balcone, nel raggio lunare, tra l'edera e i gelsomini, continua nel bacio il colloquio degli amanti.
XLIX. CHIACCHIERE IN PIAZZA.
— Sapete la grande notizia? — Rosetta è fidanzata... — E Grazia? — Grazia niente... — Chi l'avrebbe mai detto?... — Ma la notizia è vera? — Verissima! — Non si temono smentite! — L'agenzia di don Giovannino gode d'un credito meritato... — Meritatissimo... — E c'è di più... — Di più? — Che c'è? — Dite. Non ci fate morire di curiosità... — C'è... c'è... — Che c'è, in nome di Dio?... — Non ci vedete sospese alle vostre labbra? — C'è... c'è... — Parlate! O vi uccidiamo... — C'è un ballo... — Un ballo? — Sì, un ballo mascherato... — Dove? Dove? Dove? — Da Rosetta? — No, da Grazia. — Davvero? E quando? — Per celebrare il fidanzamento della sua amica col grande maestro... — E perchè in maschera?... — Perchè è in onore dell'autore del Cyrano... Anzi non si chiamerà un ballo: si chiamerà una «festa ciranesca»... — In maschera? Già, in maschera... — Maschere sul viso e maschere sui cuori... — Che vuoi dire dicendo così?... — Voglio dire che questo ballo offerto da Grazia è proprio in maschera... Maschera con questo ballo il dispetto che il matrimonio le fa... — Ma no! — Ma sì! — Anche Grazia era innamorata del grand'uomo... — Ma sì! — Ma no! — E il grand'uomo, invece, s'è innamorato di Rosetta... — Ecco che cosa vuol dire fidarsi delle amiche... Vi portan via le migliori occasioni... — Ma no! — Ma sì! — E tu non mi star sempre attorno, sai... Io non sono mica come Grazia... Io ti rompo il muso... — Ma lo rompo io a te... — Tutte chiacchiere, queste... Grazia non è mai stata innamorata del maestro. — Sì, sì, sì... Lo è stata... — No... no... no... Non lo è stata...
E può continuare, così, all'infinito...
L. DOMINO BIANCO, DOMINO NERO.
Alla festa ciranesca che, nelle sale della sua villa e nei viali del suo giardino, Grazia ha voluto offrire a Claudio Arceri e a Rosetta fidanzati e felici, le due fanciulle interverranno in domino. Son già pronte, in décolleté, aggiustato l'ultimo capello, dato l'ultimo velo di cipria. È il momento d'infilare i domini. Ce ne sono sul divano due: uno bianco e uno nero. Claudio offre quello bianco a Grazia che corregge il suo errore:
— No. Quello bianco è di Rosetta. Il mio è nero.
E le due donne aiutate da Claudio indossano i domini: Grazia il nero, Rosetta il bianco.
Gli «amici del dopo-pranzo» girano intanto per le sale che già si affollano. Maschere non ne hanno trovate e Grazia li ha autorizzati a venire così: don Giovannino e il conte Spada con due fracs fuori moda ma irreprensibili e il farmacista e il maestro di scuola con certi palamidoni lunghi e larghi da ricoprirci una famiglia intera.
— Olà!
Su la soglia d'una porta dàn di petto in un omaccione gigantesco con certi baffi che fan paura e un naso lungo che sembra far da battistrada al resto della persona un quarto d'ora prima che passi.
— Chi è? chiede il farmacista impaurito.
— È Cirano, spiega, saputello, don Giovannino.
E Cirano va attorno per la sala grande urlando versi con un vocione stentoreo che fa tremar le vetrate:
Questi sono i Cadetti di Guascogna
di Carbonello di Castel Geloso...
LI. LA SUA CONDANNA.
Mentre giù le sale sono già piene di invitati — straccionerie pittoresche dei Guasconi e provinciali eleganze del bel mondo di Collina Verde — e mentre già un'orchestrina, nella sala maggiore della villa, eseguisce i brani più popolari delle opere di Claudio Arceri, Grazia, già pronta, è stata chiamata in camera del fratello.
— Grazia, io non sto punto bene, stasera... Se avessi saputo di peggiorare così ti avrei chiesto di rimandare la festa...
Umiliata e confusa Grazia gli si avvicina teneramente a sfiorargli con la mano la fronte:
— Eppure sembri stare discretamente... La febbre non è alta...
Ma il fratello respinge quasi con violenza la mano di lei:
— Dici così per te... Per essere tranquilla... Ma non è vero!
Che strazio nel cuore di Grazia sotto quelle parole, sotto la frustata di quelle parole che sono la verità e la sua condanna! Marcello le ha ripreso la mano e gliel'ha fatta riappoggiar su la fronte:
— Senti... senti come brucio...
Poi la trae tutta a sè, tenero e disperato, quasi chiedendole un miracoloso aiuto:
— Sorellina, sorellina mia... Abbi pietà...
E Grazia è a terra, stretta a lui, infinitamente stretta a lui, volto contro volto, affanno contro affanno...
LII. I PIFFERI DI GUASCOGNA.
In un angolo del giardino — al Padiglione ridotto a serra e quella sera a buffet — c'è un concertino di pifferi e di tamburi. Sono i pifferi e i tamburi dei Guasconi, le musiche del campo di Arras: canzoni dei paesi lontani, vecchi canti di Linguadoca, richiami di nostalgia, le più appassionate e commosse melodie escite dalla fantasia di Claudio. Ha voluto, Grazia, che quelle canzoni fossero eseguite quella sera così, in quella forma suggestiva, fra gli alberi, nella notte lunare, da quei Guasconi distesi a terra sui larghi mantelli, tutti attorno a Cirano...
LIII. IL SUO GRAND'UOMO...
E Claudio è lì, con Rosetta avvolta nel suo domino bianco, ad ascoltar quelle sue musiche ch'egli ama. E tutta la folla silenziosa, raccolta intorno, è presa da quel suono di pifferi e di tamburi, da quel canto di malinconia e di guerra. Claudio stesso sente, quella sera, come non sentì prima a tavolino, tutt'il misterioso e irresistibile potere di quei canti. E come si stringe, commossa, Rosetta al braccio di Claudio, com'è felice nel suo amore, come sarà bello divider tutta la vita con lui, esser partecipe di tutte le sue battaglie e d'ogni suo trionfo, com'è orgogliosa del suo grande artista ch'ella adora, del suo grand'uomo che l'adora!...
LIV. «AH, QUESTA MUSICA...»
Entra la canzone di pifferi e di tamburi nella stanza di Marcello per la finestra aperta...
— Ah, questa musica, questa musica che viene dal Padiglione... Chiudi! Chiudi!
Grazia ha chiuso ed è ritornata ai piedi del fratello disteso su la chaise-longue: odia il letto da quando sa di dovervi un giorno — assai presto — morire... E a Grazia Marcello dice, quasi scusandosi:
— Non posso sentire... Perdonami... Quella musica mi snerva...
Scoppia a piangere, infatti, tanto è snervato. Il male lo riprende con un attacco di tosse. Si picchia il petto lacerato, dilaniato:
— Ho il fuoco... il fuoco... qui...
Si volge alla sorella esterrefatta... Le afferra con violenza il domino quasi volesse strapparglielo di dosso:
— E tu, tu, tu sei vestita così...
Grazia si toglie il domino. Peggio. Le rimane l'abito da festa, con le spalle nude. Grazia ha paura dello sdegno di Marcello. Vorrebbe coprirsi... Cerca attorno e non trova.. Ma la voce di Marcello è dolorosa e pacata:
— E anche senza domino, vestita così... Ma è giusto che tu sii vestita così.. tu che stai bene... tu che vivrai...
È umiliata, Grazia, è disfatta e si fa piccola piccola e trova lì, a terra, un mantello nero del malato e, pavida, vergognosa, ne avvolge e ne copre le spalle nude. La voce del fratello geme:
— Còpriti, còpriti... Non voglio, non posso vedere...
E la risposta di Grazia, umile, bassa, sussurrata appena:
— Son coperta... Càlmati...
Lo sguardo di Marcello si volge su lei. Le braccia avvolgono e l'attirano a un bacio:
— Così va bene... Perdonami, Grazia... Ma promettimi, promettimi che non andrai se non starò meglio, se non sarò più calmo...
E Grazia promette. E copre di baci, di piccoli baci innumerevoli, la mano ardente di Marcello.
LV. LA «FESTA CIRANESCA».
Nel giardino e nelle sale la «festa ciranesca» è nel suo pieno splendore, ma, non ostante l'eleganza e la signorilità che Grazia ha cercato di conferirle, è una festa paesana, chiassosa e disordinata. Quel mondo di provinciali in festa s'è diviso in due gruppi: quelli che vogliono veder tutto e sono in un continuo andirivieni che fa un gran chiasso e un gran disordine e quelli che non osano veder nulla e restano lì, per ore e ore, dove il caso della prima entrata li ha messi, su una poltrona, su una sedia da giardino, sotto l'arco d'una porta o appoggiati al tronco d'un albero. Quelli che sono mascherati sono i più vivaci. Nei giorni passati Grazia ha fatto loro provare come si dovevano divertire per divertire gli altri. E c'è Ragueneau che distribuisce paste e marrons glacés... E ci sono i cuochi della Rosticceria che sfornano, in un riflesso di lampadine rosse, grosse torte che, tagliate a fette, spariscono in un batter d'occhi. Qua e là, per le sale, i Guasconi intrecciano a duello gli spadoni. E c'è un gran roteare di colpi che sovente non cadono su le spalle dei duellanti ma su quelle degli invitati. Ne ha preso uno, curiosando, il maestro di scuola, così forte da fargli credere d'aver lussata una spalla. Azzimato nel suo frac, la bocca piena di pasticcini, don Giovannino si pavoneggia in un gruppo di damine secentesche. Il conte Spada, che è gran signore e gran lettré, gli ha detto or ora:
— Queste damine dovrebbero essere le précieuses ridicules dell'Hôtel Rambouillet... Ma le preziose son loro e il ridicolo sei tu...
Olà! Voleva, don Giovannino, protestare, ma voltandosi s'è trovato davanti il naso formidabile di Cirano che continua a andare su e giù pei salotti gridando con la voce stentorea:
Questi sono i Cadetti di Guascogna,
tutti spavalderia, tutti menzogna...
E il conte Spada è fra le signore attempate che fan da tapisserie attorno alla sala con certi décolletés di raso dai colori violenti che sembran tavolozze di pittori futuristi: e c'è la moglie del sindaco, e c'è quella del preside del liceo, e c'è la signora del ricevitore delle imposte: il fior fiore, insomma, della buona società di Collina Verde. Ci sono anche le ragazze che son più carine, certo, e più ben vestite che le mamme. Ma chi le trova più le ragazze? Sono tutte, da un'ora, attorno a Claudio Arceri. A distanza, sì, perchè Claudio è con la sua fidanzata; ma attorno. E dove va lui arrivan loro.
Ha girato da per tutto, Claudio Arceri, alla ricerca di Grazia. Ha chiesto apertamente di lei ai quattro «amici del dopo-pranzo» ma nessuno l'ha vista e tutti se ne meravigliano: una festa così, senza padroni di casa... Una vera sconvenienza: ha detto don Giovannino, con la bocca piena della torta di Ragueneau...
LVI. «ARIA! SOFFOCO!»
Lentamente Marcello sembra acquetarsi, assopirsi... Pare adesso che dorma. Grazia fa per levarsi ma, nel sonno che viene, la mano di Marcello stretta ai suoi vestiti ancora la tiene, la costringe a riabbassarsi a terra, a rimanere. Di tanto in tanto l'affanno preme ancora su Marcello. Nel dormiveglia, ei s'allarga la camicia attorno al collo e dice:
— Aria, aria... Soffoco!
E Grazia si leva per aprir la finestra. L'apre, infatti, sul quadro della notte ferma e infinita. Di laggiù viene a lei di nuovo l'eco dei pifferi e dei tamburi. Che notte per il sogno! Che notte per amare!... E quella musica, quella musica patetica e guerresca, in cui sono insieme il fumo del tetto natìo e la fiamma del cannone, quella musica così suggestiva, così avvolgente, così spossante... Snervante, sì, ha detto bene Marcello... Snervante...
— Signorina Grazia!
Sale su dall'ombra la voce. L'ha sùbito riconosciuta: è quella di Claudio venuto a cercarla.
— Venite, venite, Grazia... Tutti cercan di voi e la festa è bellissima...
Grazia fa cenno che non può parlare, che aspetta il sonno di Marcello... E Claudio, «silhouette» bianca e nera nell'ombra, s'allontana tra gli alberi. Un'ondata di musica — pifferi e tamburi: come rullano i tamburi, come stridono i pifferi! — giunge a Grazia nel gran silenzio. E si volge. Guarda Marcello. Ha paura che quei suoni lo destino... E richiude la finestra... Aria non può mancargli... Poi è meglio un po' d'aria di meno e un po' di sonno riparatore di più...
Proprio così? Proprio per questo ha richiuso la finestra? Grazia, rimasta in piedi presso il fratello, guarda ben bene in fondo alla propria anima e vede la verità. Ma una grande idea le sorride da qualche tempo, da quando cioè s'è levato il domino. Chiamare Rosetta e scambiare il domino con lei: prender lei il bianco e dare il nero a Rosetta... Entrar nella festa così e farsi scambiar da Claudio per la sua fidanzata. L'inganno è facile: le due donne s'assomigliano, poichè, uguali di capelli, pari di statura, han su per giù la medesima figura... E così vivere un'ora accanto a Claudio, illudersi di vivere un'ora d'amore, illudersi per un'ora di avere il diritto di esser felice... Ma, se non la coglie quella sera, quando mai potrà ritrovare la possibilità di quell'ora, dell'unica ora d'amore che potrà avere nella sua vita se Claudio la scambierà veramente per Rosetta?... Ah no, no, no, tutto, tutto piuttosto che rinunziare a quella disperata pazzia...
Ora Marcello è addormentato. Grazia scioglie dalla stretta della mano del fratello la mano che nel sonno egli le ha ripresa. Copre Marcello con ogni cura e fa cenno ai servi di venire ad assistere il dormiente:
— Qualunque cosa, chiamatemi...
E indossa il domino, il suo domino nero. Si china a baciare Marcello. Fa ancora col gesto e con gli occhi una raccomandazione ai servi e lentamente, lentamente esce...
E i due servi siedono accanto al malato. Uno dei due mormora guardandolo nelle labbra violacee, nelle occhiaie cave:
— Sta molto male, poveretto... Ma la signorina Grazia non se ne rende conto...
E scuoton le due teste canute e buone. Non se ne rende conto! Oh, se e quanto se ne rende conto, povera Grazia disperata e folle... Basterebbe vederla lì, inchiodata contro la porta da cui appena è uscita, rigida, immobile, con l'anima che è tutta una tempesta, col volto che è tutto un terrore...
LVII. TUTTA LA VITA IN UN'ORA.
Sono seduti in giardino, Grazia e Claudio, sotto un chiosco dove c'è una tavola apparecchiata con una bottiglia di champagne e una guantiera di biscotti. Su un altro vassoio è una torta di Ragueneau su cui è scritto, a lettere di cioccolata: «Claudio e Rosetta». La tavola è illuminata da un piccolo candelabro con due candele la cui poca luce è ancor più abbassata da due paralumini di seta viola. Ha tutto ben preparato, Grazia, per la sua ora d'illusione... E sembra che solo il caso abbia operato... Tutto è andato così semplicemente, con tanta naturalezza...
Mentre Claudio era trattenuto all'interno dai Guasconi che volevan cantargli — che cani! — la loro ballata, Grazia, uscita in giardino, ha incontrato Rosetta che saliva, mandata da Claudio, a cercarla... E Grazia ha sùbito proposto la commedia all'ingenuità fiduciosa della bambina:
— Su, mentre aspettavo che Marcello si addormentasse, m'è venuta un'idea stupenda. Barattare i nostri domini: io prendo il tuo, bianco, tu prendi il mio, nero. Claudio mi vede, mi crede te ed io gli parlo, gli parlo di te e dell'amor tuo, direttamente, come non è mai stato possibile. Crederà di parlare con te ed io potrò così interrogarlo come tu non l'hai saputo mai interrogare... Potrò meglio, molto meglio, conoscere in un'ora quello che dovrà essere tuo marito per tutta la vita... Ti pare?
Veramente a Rosetta tutto ciò non pareva estremamente necessario... Ma, se Grazia lo dice... Lo dice e insiste:
— Bada. È bene, è necessario anzi che io gli parli così... Quante cose del suo carattere e della sua vita potrò sapere, utili per la tua felicità...
Poichè Rosetta non è una stupida, un dubbio è passato nel suo cuore. Ma ci ha ragionato sopra... E che ragione potrebbe aver Grazia? Non è stata lei a fare il loro amore, non è stata lei a fidanzarli, non è lei la creatrice della loro felicità?... E quale altro scopo, se non quello di fare il suo bene, potrebbe ella avere?...
E lì, dietro un cespuglio, han barattato i domini, ridendo, come in un giuoco, come per una burla divertente. Rosetta ha detto:
— Ma, dopo, glielo diremo... E sai come rimarrà Claudio... Oh che ridere... E come ci divertiremo!
E Grazia, allacciando gli ultimi nastri, ponendo sul volto le maschere, quella di velluto e quella del suo sorriso:
— Oh sì, certo... Ci divertiremo!...
Il resto è andato benissimo... Uscendo dalla sala coi Guasconi — con le orecchie lacerate da quei cani, pieni però, poveretti, di buona volontà — Claudio ha incontrato il domino bianco, la sua Rosetta... E Grazia ha guidato i suoi passi fin là, al chiosco, dove sono entrati per sedersi e per bere... E ora Grazia, bevuto lo champagne, è lì ad ascoltare Claudio che le parla d'amore, è lì, stretta nelle sue braccia, abbandonata su lui, quasi tutta rovesciata indietro — per evitar la luce quanto più è possibile — e tutta l'anima è tesa, tutta la vita è chiusa in quell'istante solo...
Un passo, fuori, su la ghiaia del giardino, li ha fatti sciogliere. È un domino nero che passa, senza farsi vedere, senza riuscire a vedere: è Rosetta che erra lì attorno, già un po' inquieta, come sempre s'è inquieti quando si ama. Ora Grazia ha fame. Un garzone di Ragueneau ha portato la torta e Grazia ne mangia qualche fetta, per aver la bocca piena, per avere il pretesto di non parlare... Ora ha il braccio levato e la torta fra i denti. Ricaduta indietro la manica del domino, il braccio è nudo e Claudio l'ha preso e lo copre di baci lenti, sempre più caldi, sempre più profondi...
Ancora l'ombra nera che passa lì fuori, non vista, senza vedere, li fa sciogliere col rumore del suo passettino lieve su la ghiaia.
Che cerca, che vuole Grazia? Nulla. Non sa. Poggiati i gomiti su la tavola, poggiato il volto fra le mani, gli occhi intenti e ardenti nella macchia nera della maschera, Grazia lascia che l'ora folle trascorra... E Claudio, curvo su lei, cingendole la vita, le parla all'orecchio:
— Così ti farò felice... Così ti darò quel po' di giovinezza che mi rimane, quel po' di gloria che la mia arte mi può aver meritato...
Grazia ha abbandonato il corpo su la spalla di lui. E, senza guardarlo, senza lasciarsi guardare, gli prende convulsa e febbrile le mani, gliele stringe sino quasi a spezzargliele e gli dice, bassa la voce, bassa tanto che non possa riconoscerla:
— Dimmi, dimmi, dimmi ancora che mi ami!
E Claudio la stringe più forte. Il respiro di lui è nel collo di Grazia con un brivido di voluttà in tutto il corpo di lei... E Claudio stringe... Non ha mai sentito Rosetta così, non fanciulla, non fidanzata, non sposa, ma donna, ma amante... E ancora la voce bassa di Grazia chiede, invoca:
— Dàmmi, dàmmi quest'ora di felicità...
LVIII. L'ALLARME.
Marcello d'improvviso, ghermito nel sonno dalla crisi, si desta urlando:
— Aria, aria... Muoio!
I servi, ch'erano sonnacchiosi su le sedie, sono accorsi a sorreggerlo, a calmarlo:
— Signorino, per carità...
Marcello ha le mani convulse al collo, al petto... Sente l'aria e la vita mancare...
— Chiamate, chiamate Grazia... Ma perchè, perchè mi lascia solo?... Non lo vede che mi sento morire?
Il domestico è sùbito corso a chiamare Grazia. La soffocazione è cessata. Pesante, esausto, Marcello è ricaduto giù, di piombo, la mano stretta alla gola, l'affanno nel petto e negli occhi...
LIX. L'ISTANTE SUPREMO.
Ancora Grazia nell'ebrezza ripete:
— Dàmmi, dàmmi quest'ora sola di felicità!
E Claudio scoppia a ridere tentando di rivolgere il capo, di scoprirle la parte di viso che non è nascosta dalla maschera:
— Un'ora sola?... Ma tutta la mia vita io ti dò...
Tutta la vita! E Grazia abbandona il capo rovesciandolo con le braccia su la tavola e rompendo in lacrime. Claudio cerca di sollevarla e chiede il perchè di quelle lacrime nell'ora della felicità. E la voce di Grazia risponde:
— Piango, piango... così... di gioia!
Grazia ha sollevato il volto. Le lacrime di sotto la maschera le scorron giù per il viso. Appoggiato il capo su la mano aperta, gli occhi adesso son fissi sul domani tremendo, fissi, terribili e vuoti. «Tutta la mia vita io ti dò!»: ha detto Claudio. Ed ella non ha che un'ora, un'ora falsa, rubata, un'ora non sua, l'illusione di un'ora...
Rosetta non sa più reggere. La gelosia, non sa perchè, la tormenta. Non può staccarsi da quel chiosco e non resiste all'idea che quel colloquio, che quel giuoco debbano prolungarsi ancora. È apparsa, adesso, su la soglia del chiosco. Non veduta fa un cenno a Grazia come per dirle che basta, che non ne può più... Ma Grazia le fa cenno di aspettare, di aspettare ancora un momento... E col gesto la rimanda fuori, l'allontana... Ora ha il capo fra le mani, gli occhi attoniti di disperazione e dice, quasi a sè stessa:
— Ancora, ancora un attimo di felicità. Lo pago con tutta la vita!
E si rovescia tra le braccia di Claudio.
LX. CONTRASTI.
Fuori il domestico va di gruppo in gruppo, nella sala, nei giardini, cercando Grazia:
— La signorina... Il signor Marcello sta molto male...
Nessuno ha visto Grazia. E la cercano qua e là... E il domestico cerca, cerca ancora... desolato di non riuscire a trovarla, pensando che lassù quel poveretto... Ma, finalmente, incontra Rosetta...
— La signorina... Il fratello sta male.
— Oh, mio Dio!
E, di corsa. Rosetta guida il domestico verso il chiosco dov'è Grazia. E si scontran correndo...
— Olà!
... nel gigantesco Cirano che va ancora gridando con la voce stentorea:
Questi sono i Cadetti di Guascogna...
E, più in là ancora, la loro corsa è arrestata da un'ondata di Guasconi che, a suon di pifferi, passan cantando e portando in trionfo i cuochi e le torte di Ragueneau.
LXI. IL RISVEGLIO.
E Grazia è ancora, rovesciata, fra le braccia di Claudio che le parla all'orecchio con le sue parole ardenti, le mani nelle mani. È felice, silenziosa, eroica, miserabile e sublime. Claudio le ha offerto una coppa di champagne ed ha forzato la sua testa a girarsi.... D'improvviso le ha preso la bocca in un bacio lungo, infinito — e solo...
Di su la porta del chiosco è il risveglio: Rosetta le grida:
— Corri, corri, tuo fratello muore...
D'un balzo Grazia è in piedi, lasciando cadere la coppa che si spezza su la tavola, strappandosi la maschera dal viso. Guarda tutti — Claudio, Rosetta, il domestico — come trasecolata, come nell'orribile ritrovarsi d'un risveglio.
— Lei!
Claudio ha avuto un atto di meraviglia e un passo avanti. Ma sùbito Rosetta gli ha parlato:
— È stato uno scherzo che ha voluto farti... Poi ti spiegherò.
Grazia è pietrificata. Rosetta è accanto a lei, le cinge la vita col braccio, le dice piano:
— Vieni!
E, ancora come ridestandosi, Grazia guarda tutti attorno, e si passa le mani su gli occhi. Ode il vocio del giardino, le musiche lontane, immagina la tragedia che si compie lassù. Getta un grido disperato, un urlo che è un nome:
— Marcello!
E fugge via, folle. E Rosetta la segue.
LXII. ULTIMA MUSICA.
Su l'aiuola che Grazia attraversa correndo i Guasconi son raccolti attorno a un flauto che suona mentre tacciono i pifferi. E Cirano, in mezzo a tutti, dice ora, a voce bassa, accordandoli al tempo del flauto, i bei versi famosi:
... Ascoltate, o Guasconi. Non più la marzia squilla
del piffero, ma il flauto della selva tranquilla...
LXIII. PERCHÈ?
Claudio è caduto di nuovo a sedere alla tavola, nel chiosco. Ha nelle mani i frantumi della coppa di Grazia.
— Uno scherzo?
Ma allo scherzo non crede. E allora: perchè?
LXIV. «NON HO PIÙ CHE TE!»
E Grazia, con Rosetta, è entrata nella camera di Marcello. C'è il medico. Il tubo dell'ossigeno dà ancora respiro e vita al malato. Quando la sorella è accanto a lui Marcello le grida:
— Il medico è venuto... Ma tu no... tu no...
E Grazia è lì, immobile, pietrificata, col suo domino bianco che le mani del fratello le strappan di dosso, a brandelli....
— Tu così, così... Ancora!... Ma non vedi che io muoio?...
A queste parole Grazia piomba a terra. Ha il volto del fratello fra le mani, la guancia di lui sotto i suoi baci:
— No, no, no, Marcello... Non ho più che te... Non ho più che te...
LXV. BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA.
Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di lutto e nel suo pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ son davanti a lei, Rosetta tutt'avvolta in un mantello, gli uomini chiusi nei soprabiti. Tornano dalla chiesa.
Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le nozze. Ma un'opera di Claudio va in iscena a Vienna e come mèta e pretesto del viaggio di nozze non si poteva trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora Rosetta ha spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per chiederle ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati...
Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, la testa bassa, a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. Apre i loro soprabiti su gli sparati bianchi dei fracs.
— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa?
E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, che gli è di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son passate due ore — non la può mandar giù... Quel gran musicista non sa proprio le regole del viver civile... Il tight per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla di simile?... Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza pretese... Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don Giovannino, è una sola: si sposa in frac. E se in frac non si sposa, che cosa ci si fa? Ci si nasce? Ci si muore?
Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito da sposa. Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. E ha sospirato:
— Sposa...
Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... Vuol vedere, vedere ancora:
— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito da sposa!
E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. Poi le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere su la poltrona lì accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino a lei per abbracciarla, per consolarla. E i due vestiti, il vestito a lutto e l'abito da sposa, si sfiorano, si toccano, si uniscono. E Grazia dice, indicandoli:
— Io col mio lutto e tu con la tua gioia...
Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, gli “amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, son spuntate sul ciglio di tutti...
Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia prima l'abito da sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il mantello e poi bacia Rosetta:
— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire...
E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. Ultimo a uscire è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra i polsi di Grazia, e le pianta gli occhi negli occhi:
— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè sostituirvi a Rosetta?
È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: “Perchè io ti amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore per te, mia sola vita, che te ne vai con un'altra... per sempre...„.
E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo petto ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per sempre, a perdere per sempre... E ride, ride, ride d'un riso tragico, d'un riso pazzo:
— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo ancora ridere, allora...
E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. Ma questo resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e riesce a liberarsi...
— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio!
E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva su la porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio è uscito, per la stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo scopettino in mano e don Giovannino che non capiva... che disperazione!) — appena Claudio è uscito, per sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa ancora d'un po' vivo, qualche cosa che altro non è più che un sussulto...
LXVI. RIVEDERLO PER L'ULTIMA VOLTA.
Un'ora dopo Grazia è nella piccola piazza di Collina Verde, ferma contro il parapetto della terrazza che affaccia su la strada maestra da cui Claudio e Rosetta, partendo, dovranno passare... Poco prima, cadendo a terra, ha battuto la fronte contro un mobile, e la ferita ha fatto sangue. E ora lì, sotto i veli neri che tutta la coprono, Grazia ha attorno alla fronte una fasciatura bianca... Come ritardano a partire... Grazia non si regge più in piedi. Ma ecco, lassù, polvere in aria, un gridare e un correre di ragazzi:
— Viva, viva gli sposi!
E due vetture, due grandi landaux di paese scoloriti e tirati da cavalloni con certe code lunghe fino a terra, vengono giù per la discesa. Nella prima vettura Rosetta e Claudio e il conte Spada, fermo e impettito lì, al terzo posto, con l'aria dell'uomo abituato ad accompagnare regine. Nell'altra vettura don Giovannino e gli altri amici. Accompagnano tutti gli sposi per qualche chilometro, per festeggiarli ancora...
Eccoli, eccoli... Ora sono lì sotto, davanti a Grazia che agita in aria il suo fazzoletto. Due fazzoletti, farfalline bianche laggiù, le rispondono dalla prima vettura, e l'ossequiosa scappellata del nobilissimo conte...
La vettura è passata, rapida. È già laggiù dove la strada rivolta il suo nastro giù per il monte e scompare. Ora non è più, scomparsa, che un po' di polvere in aria. Ma Grazia continua ancora a salutare, a salutare... con quel fazzoletto che si agita lento, lento, lento, e non saluta gli sposi che non possono più vederla, ma saluta l'amore che se n'è andato, saluta il sogno che è per sempre finito, saluta la vita, tutta l'immensa vita, cui ella dice per sempre addio...
Addio!
LXVII. ADDIO!
Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei suoi veli, ancora una volta — e l'ultima! — Grazia è alla porta del convento. La suora guardiana apre e il corpo di Grazia precipita dentro, abbandonato, come morto, a terra. La suora guardiana la soccorre, la rialza e l'accompagna per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole, tra i fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia non ha la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia di cipressi, in quella fredda ombra verde, appoggiandosi a un albero. Suor Ghiottona ha chiamato, sgomenta, le suore. E sono tutte accorse, attorno a Grazia, sgomente anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di lei, le sussurra:
— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in mezzo a voi....
Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina Verde? La vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, senza vita, tanto bella, più bella ancora in quello sfiorimento di tutto l'essere. Che possono dire? Che possono fare? Sanno tutte, oramai, la tragedia di Grazia. E stringono ancora più il cerchio attorno a lei sempre appoggiata al tronco del cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe fra le braccia. E Grazia dice, in un sospiro:
— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella felicità di un'altra...
E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo e sorride:
— Come te, come te, mio povero amico Cirano!
E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, l'allucinazione le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, come lei finito, come lei morente, come lei tutto nero, con quell'ultimo segno bianco attorno alla fronte, quell'ultima fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo dolore...
E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò che gli altri non vedono, Grazia torna a girar la testa e a prender la mano della Badessa:
— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio martirio!
Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte avvicinarsi ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare ancora di confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma tutte col gesto. Ha un'altra volta gli occhi impietriti, il volto trasfigurato nell'allucinazione:
— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene...
E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano, tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno...
— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti amare...
E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza macchia, è la Madre bianca!
Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E, nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei, sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco dell'albero, resta fermo, già morto, un istante...
Poi, d'un tratto, di piombo, precipita.
La Duchessa delle Nebbie
PERSONAGGI.
- UN POETA
- UNA DONNA
- UNA LAMPADINA ELETTRICA.
La casa di un Poeta. È il crepuscolo. Su la tavola è accesa una luce rosea; è una damina del Settecento, un piccolo Sèvres delizioso che finisce al busto, dal quale discende una larga veste di seta rossa sotto cui la luce elettrica splende. È una lampadina elettrica originale, più che una lampada elettrica, una veilleuse bizzarra per le fantasticherie d'un poeta. Questi, che ha quarant'anni e tutta la malinconia dei quarant'anni, la malinconia della vecchiaia che non sa ancora sorridere perchè non ha saputo ancora dire addio alla giovinezza, è seduto alla scrivania, con i suoi capelli grigi, con la sua anima stanca, col suo sogno instancabile. È un poeta rinsavito; più che scrivere, sogna; più che far versi, cerca rime impossibili; più che sporcare altra carta, preferisce parlare lunghe ore con la damina rossa, con l'amica luminosa e silenziosa che sa ascoltarlo senza contraddirlo mai, col piccolo Sèvres dall'ampia gonna di seta che è accesa giorno e notte su la sua tavola e sul suo sogno. È, una volta di più il colloquio delle ore vuote, delle giornate grigie, delle malinconie indecise, delle rinunzie approssimative, delle rassegnazioni senza rassegnazione. Fuma e parla, il poeta, parla e fuma; e le sue parole vanno in fumo ancora più delle sue sigarette. Al piccolo Sèvres rosso e luminoso il fumo non dà noia: nè quello dei sogni nè quello delle sigarette. È abituata a vivere nella sua nebbiolina rosea e leggera giorno e notte, notte e giorno; ed è nebbia ella stessa. Il suo poeta, che è il suo innamorato, il suo innamorato che è il suo poeta, l'ha battezzata così: «la duchessa Aurora delle Nebbie» nell'Almanacco di Gotha del mondo delle fantasticherie. Aurora e Nebbia son le sue due poesie, la sua sola poesia; rossa splende come l'aurora di una realtà possibile; avvolta di sete e di veli disperde la sua luce nelle nebbie in cui si perdono e sfumano i bei sogni impossibili. È una donna solo a metà. Più giù del busto non è più che luce; più giù del cuore altro non è che fantasia.
IL POETA.
Senti? Piove ancora... È tutto il giorno che piove e noi le abbiamo sentite venir giù, tutto il giorno, io e te, la pioggia e la malinconia...
(Il domestico apre piano la porta. Entra. La sua mano gira rapidamente il commutatore elettrico per accendere le esili appliques rosee che sono attorno alle pareti coperte di damasco verde. Ma sùbito la voce del Poeta corregge il gesto brutale del domestico e fa tornare la penombra nella stanza e la Duchessa delle Nebbie a tutt'il suo splendore un attimo attenuati da una luce più pallida ma più sfacciata della sua).
No. Spegnete. Non c'è ancora bisogno d'altra luce. Non è ancora sera. E questa luce basta perchè possiate riaccendere il fuoco e distribuire i fiori nei vasi.
(Il domestico ha rispente le appliques rosee. Ora accende il fuoco nel caminetto. Poi distribuisce nei vasi, come luci nella penombra, le rose bianche che portava sul braccio. Si sente dal di fuori il ticchettio della pioggia sui cristalli della finestra, il rumore lento di una vettura, l'urto stonato di una tromba di automobile. Si sente da dentro il crepitìo delle fascine nel caminetto. E, quando il domestico ha finito ed è su la porta per uscire, il poeta avverte:
«Fate attenzione. Aspetto gente. Fra mezz'ora». E quando il domestico è uscito, il poeta guarda al suo polso sinistro il piccolo orologio d'oro e riprende a parlare con la Duchessa delle Nebbie:)
Abbiamo ancora mezz'ora per parlare e in mezz'ora si possono dire tante cose, o, almeno, quelle che dobbiamo dirci noi...
(Trae di tasca il portasigarette. Accende una sigaretta. Fuma....)
Ma, vedi, ho acceso un'altra sigaretta per prendere tempo, e per prendere coraggio, perchè non so da dove incominciare. È la sorte dei poeti, questa: poichè non sanno mai, coi loro versi, dove andranno a finire, non sanno mai, in prosa, trovare il principio... Ma io comincerò da un ricordo... Il ricordo della sera in cui ci siamo conosciuti, io e te, duchessa... Ero dal mio antiquario, a curiosare, a perdere tempo, in una sera di malinconia... Che malinconia, quella sera!... Una volta di più, due ore prima, una donna mi aveva mentito, un amore era caduto. Ed io cercavo di essere forte, di provare a me stesso che il disastro non era niente, che tutto era come prima, che la vita continuava tranquilla... Mi dicevo: “Lei non soffre... A quest'ora, mentre io non so dove andare, mentre io non so se camminare o star fermo, mentre io mi lascerei cadere a terra, qui, dove sono, come un animale ferito a morte, lei è dalla sua modista a provare cappellini, o dal suo coiffeur, i capelli sotto i ferri di monsieur Pierre, le unghie nelle mani di mademoiselle Rose e tutto il suo cuore lì, preso, come sempre, nella sua vanità e nel suo egoismo...„ E mi dicevo: “No, non devo soffrire neppure io...„ E avrei voluto anch'io una chioma da fare ondulare e biondeggiare, una mano, già curata, da far curare ancora... Ma dove sarebbe stato, in circostanze simili, il mio cuore? Io non ho vanità per occuparlo o egoismo per alimentarlo... Io amavo lei, per lei... Lei amava me, per sè... Ecco tutta la diversità fra noi, la causa dell'urto e della rottura e la spiegazione di tutta la sua serenità e di tutto il mio tormento... Rientrare a casa mi faceva paura... Ritrovarmi solo fra le cose solite... Ed entrai lì, dall'antiquario, sperando che le cose belle avrebbero potuto per qualche tempo allontanarmi dai miei pensieri cattivi... E lì, nella penombra di quello stanzone senza luce, appena rischiarato dai fiammiferi che l'antiquario accendeva per farmi vedere una vecchia portantina riverniciata e rifoderata di fresco, ti vidi lì, nell'angolo di un canterano, mezza schiacciata da un paraventino, addossata con le spalle al muro... Ti vidi così, piccolo Sèvres, con la tua veste rosea che nell'ombra era scura, mortificata, trascurata, dimenticata... E, al mio grido, l'antiquario ti prese, ti portò avanti, ti mise nel bel mezzo d'un tavolino di Bull, e portò sino al muro il lungo cordone rosso che usciva di sotto la tua sottana. Tu ti accendesti, duchessa. La tua veste scura fu un fiore roseo nell'ombra, ed io m'innamorai di te. M'innamorai di te, perdutamente, in un minuto e non ebbi pace finchè non ti ebbi sotto il braccio, tutt'avvolta di carta velina... E ti portai via, via, di corsa, verso casa, come se ti avessi rubata, come se ti avessi rapita... Proprio così... Non mi pareva di averti avuto dal mio antiquario per trecento lire, prezzo d'affezione... Mi pareva di averti avuta dopo un ratto, bene non mio, felicità proibita, sogno rubato... E, a casa, nella mia casa vuota che tu rallegrasti, che tu popolasti, ti diedi il posto d'onore, ti fissai con due chiodi, due chiodi d'oro, duchessa, nascosti sotto la veste di seta, qui sull'angolo del mio tavolino, e ti accesi... E fosti ancora un fiore di luce rossa nella mia ombra e nella mia solitudine... E fin da quella sera io cominciai con te, Duchessa, un interminabile colloquio: l'infinito, l'intraducibile colloquio che solo può svolgersi fra un poeta pieno di malinconia e una damina di porcellana che è tutta leggiadria e poesia, donna, sia pur donna di Sèvres, dal cuore in su, seta e luce e sogno, dal cuore in giù... Quale buon Dio, quale Dio bonario della consolazione e della pietà, ti mandò sulla mia strada e nella mia casa, bambola di luce, donna di sogno, realtà irreale, proprio quella sera, mentre pioveva come adesso, mentre ero solo, come adesso, mentre tutto il mio cuore piangeva perchè una donna da cui mi ero creduto tanto amato aveva fatto male a quel mio cuore una volta di più?... Il sogno, con te, mi guarì della realtà.... Poichè un'amante mi aveva tradito, io ti elessi mia amante fedele, fedele come solo il sogno sa essere, come le donne essere non sanno, non vogliono e non possono... E ti battezzai quella sera, nella mia prima follia per te... Duchessa eri nella fierezza del tuo portamento e nella nobiltà del tuo profilo... E poichè uscivi dalle nebbie della mia malinconia fosti Duchessa delle Nebbie... E, poichè t'accendesti rosea nella mia notte, come un'aurora, fosti così, per l'araldica della mia fantasia e nello stato civile del mio cuore, la Duchessa Aurora delle Nebbie.
(Accende il poeta un'altra sigaretta... A cominciare è riuscito... Concludere gli è più difficile e quello che ha detto fa più arduo e penoso ancora, per lui, quello che dovrà dire.... Ma, pavido della scintilla, si getta poi d'improvviso nel fuoco come fanno i pazzi, i timidi e i poeti:)
Ti chiesi, duchessa, fedeltà. Ti promisi, duchessa, fedeltà. Ma è instabile, cara, il cuore dell'uomo anche se stabile è la sua coscienza. Continua, quando la vita è ferma, il nostro sogno a camminare. Se ferma è la stella nel cielo e fermo è il nostro sguardo, su lei gira il mondo sotto i nostri piedi par che giri la volta del cielo sul nostro sogno. Per seguire, sempre fedeli, la nostra stella, noi dovremmo poter evadere dalla nostra schiavitù umana, sollevarci dalla legge che ci tiene inchiodati al suolo e poter seguire la stella là dove sembra che la stella, al finir della notte, sia andata, e poter essere là nell'alto emisfero venuto al posto del nostro: là dove un altro poeta un altro innamorato possono ancora mirarla, e non noi. Vicenda di sogno e di realtà, vicenda di sole e di stelle, di luce e d'ombra, muoversi incessante del nostro mondo senza che noi lo si avverta, fissità dei sogni, immobilità delle stelle nel cielo che pare a noi movimento. Anche per me, e per te, duchessa, il mondo ha girato intorno al suo asse. Anche per noi, fidanzati ed amanti in una notte, il giorno, nell'incessante ritorno, è ora venuto. Dalle tue rosee nebbie notturne, duchessa, è uscita l'aurora; ma quest'aurora non è per te.... In quest'aurora che da te nasce tu muori, nella tua fiamma ti bruci, nella tua luce ti spegni. Il sogno d'amore chiuso in te si fa realtà in una donna. Questa donna è qui. Muove, in quest'ora, verso la mia casa. Ha, mi sembra, tutte le bellezze e tutte le bontà che io ho sognate in te. Ma non le porta, bellezze e virtù, come te, nella nebbia losca della tua sottana di luce, del tuo corpo incorporeo. Questa donna le ha vive nella sua realtà, nel suono della sua voce, nel correre del suo sangue, nel fremere dei suoi nervi, in tutta la sua umana e vivente verità. Non è, questa donna che sta per venire, non è, come te, fantasticheria di bene, sogno di felicità, illusione d'amore. È vivo, reale, tangibile, l'amore che ritorna alla mia casa, per il mio cuore e per la mia carne... E viene come già tante volte è venuto: una carrozza che s'avvicina nella via silenziosa e sonora, un passo rapido e frusciante su per le scale e qui lo stesso caminetto che l'aspetta le stesse rose per farle festa. Entrerà fra poco, il mio amore nuovo, come entrarono, un tempo, tutti gli altri... Ma non è, questo, come gli altri... È l'amore perfetto, è l'amore ideale, è l'amore sogno che tu, duchessa, nelle tue nebbie, con la tua aurora, mi hai fatto sognare... È, finalmente, l'illusione che si fa realtà, è l'impossibile che si fa possibile, è la donna che in tutte le altre, attraverso il dolore, ho follemente cercata, è l'anima che disperatamente chiedevo, è l'anima che un clemente destino inaspettatamente mi manda.... Ma sogno e realtà non possono vivere insieme in due diverse forme; e se colei che sta per entrare in questa stanza è insieme, miracolosamente, realtà e sogno, tu che fosti sogno solamente non puoi rimanere accesa sull'angolo di questa tavola. Mai ti spensi, duchessa, giorno e notte, da quella sera di malinconia in cui tu entrasti qui per la prima volta. Ma ora ti spengo, duchessa, amica sognata, amante impossibile, felicità di nebbia, ora ti spengo in questa sera di gioia in cui tutto il mio cuore aspetta, divinamente sgomento, l'Amore. Addio, duchessa, e addio per sempre. Il tuo poeta uccide la tua vita illusoria e spegne la tua luce poichè la tua luce di sogno s'è, per prodigio, accesa nel cuore di un'unica, e incomparabile donna...
(E il poeta, tremando la sua mano, ha spenta la duchessa luminosa. E la carrozza rotola nella via silenziosa e sonora. E il passo rapido e frusciante è su per le scale. E il caminetto attende crepitando tra scintille e brontolii... E le rose son lì per far festa... Festa a colei che entra, avvolta nei veli, tremante di commozione, per portare l'amore... E ora il poeta ha acceso le appliques rosee sul damasco verde per vedere nel volto pallido e smarrito la sua bella realtà vivente, l'amore divino che il poeta stringe fra le braccia, folle di meraviglia, per poter morire un giorno senza dire d'aver vissuto invano. Ma la donna si scioglie dalle braccia impazienti. C'è un cantuccio di tepore in quelle due poltrone accanto al fuoco. E la donna vi si rifugia per scaldarsi. E nell'altra poltrona, il poeta aspetta che dal rogo del pudore la fiamma immensa dell'immenso amore divampi. Così, nell'attesa dei due calori, freddamente le parole parlano).
IL POETA.
Tutto il giorno e tutta la vita vi ho attesa. Altre volte una donna è entrata, così, nella mia casa e nel mio cuore... E fu, come per voi tutta una illuminazione... Ma la fiamma, in breve, ogni volta si spense: vanità, interesse, menzogne, orgoglio, i quattro orrendi e viscidi tentacoli dell'anima umana vennero a cercare nel mio cuore il sogno, lo ghermirono, lo soffocarono, lo stritolarono, me lo lasciarono in cuore, peso morto, pietà schiacciante... Vanità che fai di un essere umano nato per amare altrui ed essere dagli altri amato un mostruoso egoismo attorcigliato su sè stesso e che ama solo sè stesso; interesse che fai nel cuore umano delle cupidigie il solo palpito e della sopraffazione la sola legge; menzogna che ti annidi negli occhi più puri, nelle parole più chiare, nei sentimenti più alti e fai che, dietro ogni fronte che tu adorni di tutte le speranze di tutte le fiducie, tu senta il dubbio tormentoso di tutte le frodi, e di tutti gli inganni e per cui quando tu più credi che un'anima è tua più quest'anima può essere, ferocemente e silenziosamente, contro di te. Orgoglio, infermità dell'anima d'ogni altra più grande, orgoglio che fai il cuore cieco a ogni luce, sordo a ogni suono e che dove tu attendi un'anima pietosa ti fa trovare un'anima implacabile, orgoglio che, per non piegare, fa un nemico del cuore più amico e maschera nella beffa di un riso il più disperato desiderio di pianto... Venti volte ho sognato l'amore ed ho creduto di stringerlo fra le mie braccia!... in due occhi in cui i miei occhi si specchiavano, in due mani che s'allacciavano intrecciandosi alle mie, in un respiro che col mio si mescolava e faceva un respiro solo. E venti volte vanità, interesse, menzogna, orgoglio hanno svegliato il mio sogno e dalla volta del Cielo stellato mi hanno inabissato in una fogna... venti volte quando più credevo d'essere lo scultore dio che aveva dato vita alla sua statua perfetta mi destavo stringendo nelle mani una bambola vuota, un sogno di cartapesta. Ma questa volta, no. L'anima tutta si riaccende nella certezza sublime che il miracolo si compia e che questo è finalmente e veramente l'amore. L'uomo, che ha tutti i peccati, tutte le miserie e tutte le vergogne, ha però un potere d'illusione e di speranza più grande e più intiero di quello ch'è nel cuore di una donna. Nel giuramento d'eternità dell'uomo c'è almeno l'illusione di credere, un istante, l'eternità possibile. L'uomo più malvagio più bugiardo, più mutevole ha, per un istante, veramente e interamente amato, ha nell'amore annullato sè stesso. Mille e tre volte il sogno di Don Giovanni è, — per un istante verità, — rinato dalle sue ceneri bugiarde. C'è l'anima di Romeo in fondo alla curiosità di Lauzun! “Non si scherza con l'amore„ è il grido d'un uomo che l'amore ha ferito a morte. Ma quale di voi, donne, non ha con l'amore scherzato, quale di voi, donne, non ha nascosto il pugnale sotto il merletto, il nostro pianto sotto il suo sorriso? Ah, dove sei tu, donna che, senza vanità, senza menzogna, senza orgoglio, vieni incontro all'amore per amare e non per essere amata, per dare divinamente e non per ricevere, per sacrificarti e non per sacrificare? Donna, la tua debolezza è sapiente! Uomo, la tua forza è ingenua! Nel duello quando tu, uomo, più scopri il tuo petto, tu, donna, più nascondi il tuo cuore. Ti dice, donna, il tuo specchio ogni mattina, che tu sei nata per essere amata. Come ti possono vanità e orgoglio permettere d'amare semplicemente, di farti vittima se sei nata carnefice, di farti schiava se la bellezza ti fa padrona? Amare, amare... Annullarsi nell'essere amato, vivere della sua vita e non della nostra, offrire e non chiedere, sacrificare, rinunziare, dare, dare, dare, unicamente, esclusivamente, follemente e disperatamente dare; veder nell'altro essere tutte le gioie, tener per sè tutto il dolore, strappar col nostro sangue tutte le spine per offrire la rosa senza ferita, questo è l'amore! Sentire d'aver vissuto invano, di non avere anzi vissuto, tutti i giorni trascorsi prima d'incontrare l'essere amato, vedere orribilmente vuoti i giorni che dovranno trascorrere se mai l'essere amato dovrà uscire dalla nostra vita, e viver la vita giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, sventurata o felice a seconda che pena o sorriso son negli occhi di un'altra creatura, specchio in cui la nostra anima riconosce solamente la sua immagine: — questo è l'amore! Non aver volontà se un'altra volontà comanda, non avere ambizione se un'altra ambizione governa, non aver orgoglio e piegarsi se una mano ci piega, non aver desiderio che non sia desiderio dell'altro essere, gioire sino alla follia per un suo sorriso, spasimare fino al delirio per una sua lacrima, sentire che mai vivremmo così intensamente come se ci fosse dato di morire per assicurare all'altro essere un attimo di vita di più: — questo è l'amore! Riconoscere il mondo che già conoscemmo e trovargli un altro volto sol perchè un altro essere è accanto a noi, amar tutti gli esseri sol perchè c'illudiamo che un altro essere umano ami noi, far di tutto una speranza e di tutto un tormento, sentir la nostra vita chiusa nel cerchio d'un respiro e veder immenso il nostro orizzonte, guardarsi attorno stupiti e nulla più riconoscere di quanto fu nostro e ci piacque, giungere a illudersi di poter parlare con Dio senza chiedergli nulla per noi e tutto per un altro: — questo è l'amore! Amare una strada sol perchè vi passammo con lei, detestare un'altra strada sol perchè lei, un giorno, vi passò con un altro, veder dovunque nel passato, nel presente, nell'avvenire, fantasmi che ci minacciano e di nulla temere, e credere l'incredibile, e voler possibile l'impossibile, e sentir finito l'infinito, fermarsi a pensare al modo di staccare una stella dal cielo se il capriccio di lei vi chiede una stella, illudersi di poter anche fermare il sole se alla malinconia di lei quel giorno il riso d'oro del sole dà noia, sentir la nostra mano piccola tanto grande da poter ghermire il mondo, come un fiore, per offrirglielo: — questo è l'amore! Questo, questo è l'amore, e tutto quello che è grande, che è bello, che è pazzo, tutto quello che difficile per noi ci par facile per un'altra creatura, tutto quello che per noi impossibile ci par per un'altra possibile. E abolire il tempo e lo spazio, il passato e il futuro, e far dell'istante l'eternità e dell'eternità l'istante, sentirsi, misero uomo, invisibile molecola terrestre, più onnipotente di Dio; vivere in una divina libertà che è una divina schiavitù, darsi legato in braccio al destino per dirgli di portarci dove porta lei, girare tutto il mondo intero non muovendosi da vicino a lei, salir sin negli spazii infiniti rimanendo ai suoi piedi, veder dovunque un volto e non altro, nell'acqua, nel cielo, nell'erba che spunta e nella stella che s'accende, nel fiore che s'apre e nella nuvola che passa, far del sole un suo gioiello e della costellazione un suo monile, della tempesta dell'aria il suo tormento, e dell'oceano azzurro la sua pace: questo, questo, questo è l'amore! Amare, amare così, solo sogno che avvicina l'uomo a Dio, divina follia e sola bellezza di vivere, esaltazione di tutto l'essere in un altro e, quando a questa follia l'altra follia risponda, divina comunione, unità in due corpi, ebrezza di vivere in due vite fatta una tutta la vita, sola illusione possibile d'immortalità, solo possibile anelito umano verso la divinità... Che siamo? Due miseri esseri umani, schiavi delle loro miserie, complicato e insieme elementare congegno di sangue e di nervi, inchiodati alla terra, condannati a vedere il cielo senza poterlo toccare, sangue terrestre che il soffio di Dio ha animato senza farlo divino, poveri corpi schiavi delle più umili necessità, animali che ogni giorno si nutrono e si vuotano per tornare a nutrirsi domani nel più umile e brutale istinto di vivere, un maschio e una femmina, una donna e un uomo, pari ad altri milioni di uomini, pari ad altri milioni di donne, perduti, confusi, sommersi nell'immenso gregge tutto eguale in marcia per un inutile cammino verso un destino sconosciuto, condannati a cadere d'un tratto, ai margini della strada, senza saper quando e senza sapere perchè. Ma se l'amore tocca e avvicina due di questi esseri, due di queste pecore che van fra le pecore, se amore scalda e illumina del medesimo calore e della medesima luce due di queste anime e due di questi corpi, il miracolo si compie, il soffio di Dio è nel bacio degli amanti e ognuno mette nell'anima dell'altro e il sogno e il potere delle divinità. E i corpi si staccano dalla loro crocifissione terrestre, e le anime si trasfigurano, e l'uomo e la donna, non più umani, si elevano, s'innalzano, nell'amplesso felice e completo, su nell'azzurro dei cieli verso Dio che guarda geloso coloro che seppero nel prodigio strappargli il mistero della sua onnipotenza. Questo, questo, o donna unica della mia vita, questo è l'amore che io offro, questo è l'amore che io vi chiedo.
LA DONNA.
Vecchio fanciullo di quarant'anni che parli d'eternità ed hai già grigie le tempie e carico il sangue di veleni che il tuo corpo, non più giovane, non può già più bruciare, vecchio fanciullo poeta, il tuo sogno è bello e tu canti con tanto fervore e da tanto tempo la tua bugiarda canzone che hai finito per crederla vera. Ma questo tuo amore d'angeli umani, questo tuo amore che riconosce il fango terrestre sol per soffiarvi dentro lo spirito della divinità, non è quello che altre donne ti han dato e non è quello che io posso darti. Vanità, interesse, menzogna, orgoglio, quattro viscidi tentacoli che tengon legata alla terra l'anima umana assetata d'amore e le impediscono di levarsi su negli spazi infiniti. Così tu hai detto. Ma è forse in tuo potere distruggere questi tentacoli che sono il peso e la condanna delle creature umane, le sue armi d'offesa e di difesa, le forze con cui si muove su la terra poichè Dio volle darle le pupille levate in alto per guardare il cielo ma non le ali per salirvi, librarvisi e purificarvisi? Come vuoi tu che io mi liberi, per il tuo amore, dalle mie vanità se ogni giorno ho davanti a me lo specchio per ammirarmi, se ogni giorno ho da lui parole così lusinghevoli che nessun amante saprà mai dirmi più ardenti e più persuasive, se ad ogni ora il desiderio degli uomini che passano accanto a me mette su la mia strada la lode e l'esaltazione?
Tu mi vuoi bella ma vuoi che io non mi sacrifichi alla mia bellezza, tu mi vuoi di tutte più bella ma non vuoi, che io tragga da questo trionfo una ragione d'egoismo, il senso esaltato od esasperato della mia persona. Tu vuoi la fiamma senza la luce, tu vuoi il calore senza il fuoco, tu vuoi la bellezza senza la gloria d'essere bella. Tu vuoi, poeta, l'impossibile. E tu rimproveri all'amore l'interesse, che lo ispira e lo dirige, tu, tu rimproveri all'essere umano d'ubbidire al suo primo istinto che è quello di difendersi, di conservarsi, di esaltarsi nel sacrificio altrui invece che di diminuirsi nel proprio sacrificio. Tu concepisci un amore disinteressato, mortificato e rinunciatario in cui la creatura umana porti una fede altruistica d'apostolo e uno spirito eroico di martire. No. La creatura umana chiede all'amore gioia, pienezza di vita, voluttà di essere. Chiede questo per sè per il suo bisogno, e all'altro concede di dividere sol quanto ella possegga. E tu rimproveri all'amore la menzogna perchè l'amore vive di menzogna. Ma sei tu certo che non gli rimprovereresti la verità se fosse possibile all'amore vivere di verità? Se tu mi rimproveri di dirti che ti amo nell'ora in cui non ti amo, mi concederesti tu di dirti che non ti amo? Ammetteresti tu di poter amare da solo? Vorresti avere tu la coscienza di dare senza ricevere? Quando tu mi guardi negli occhi per trovarmici l'anima non chiedi tu, disperatamente, ad ogni costo, la mia menzogna con i tuoi occhi che implorano l'illusione, con la tua voce che trema per paura della verità? E se io finisco d'amarti quando tu mi ami ancora sei tu pronto ad ammettere l'iniquità di questo diverso destino o non pretendi piuttosto che il mio cuore simuli di risponderti ancora quando non ti risponde già più? Sì. Tu mi hai fatto giurare, una sera, che se un giorno finirò d'amarti quando tu mi amerai ancora io avrò il coraggio di dirti la verità, di spezzare la tua infelice illusione. Ma tu accettavi quella sera un dolore che speravi, che contavi di vederti risparmiato; tu parlavi di morte dell'amore, quella sera, quando tu credevi il mio ed il tuo amore immortali; tu parlavi di morte come di morte parlano i giovani: cioè come d'una spada sospesa non sul loro capo ma sul capo degli altri. E tu mi rimproveri l'orgoglio. E in che soffri tu, se non sul tuo orgoglio, quando tu rimproveri a me il mio gesto o la mia parola orgogliosi? Contro il mio orgoglio che ti domina non è forse orgoglio la tua umiltà mistificata? Non vorresti tu strapparmi dalle mani lo scettro per esser tu ad imperare? Non vorresti tu non essere sopraffatto per poter liberamente, a tua volta, sopraffarmi? Pretende mai qualcuno che altri liberi un trono per lasciarlo vuoto? Tu ti proclami schiavo di me e l'esercizio del tuo governo ti spiace? E a che altro tende la tua simulata schiavitù se non a far me schiava per poter tu governare? Se tu non fossi come me fiero di te stesso perchè mi rimprovereresti la mia fierezza? Se tu non fossi come me intransigente in che ti dorrebbe la mia intransigenza? E ti farebbe soffrire la mia implacabilità nel mio orgoglio se tu non fossi come me, nel tuo orgoglio implacabile? Tra due amanti quello che rimprovera nell'altro il suo orgoglio, quello che non può esercitare il suo, poichè solo l'orgoglio può riconoscere l'orgoglio. Solo il desiderio d'opprimere può riconoscere l'oppressione. Che chiedi tu dunque, o poeta, a me donna, a me essere umano? Chiedi a me altro, forse, che non essere quello che tu sei? Mi rimproveri altri mali forse, che non siano i tuoi stessi mali? Pazzo poeta d'una tortura che è in te che tu vuoi far essere in me, fantastico creatore d'una felicità impossibile in un impossibile unità d'un dualismo, vuoi tu che io donna non sia donna, che io essere umano non sia umano? Vuoi tu che io senz'ali voli, che io, condannata alla terra, non tocchi terra? Ma apri gli occhi, vecchio fanciullo, guardati attorno e vedi più in là del cerchio luminoso del tuo sogno che t'acceca, col suo folle splendore, ogni altra vista. Guarda l'amore e la gioia dell'amore così come sono nel mondo che ti circonda e non fra gli angeli che ti sovrastano. Riconosci all'amore così com'è una grande nobiltà nel solo desiderio di un'elevazione che l'inguaribile peso umano fa impossibile. Riconosci che è già bello che l'amore sia sogno anche se non può mai essere altro che sogno.
(La donna ha parlato. Il poeta l'ha ascoltata in silenzio, senza interromperla. A mano a mano i suoi occhi socchiusi alle prime parole, si sono aperti, sempre più, come se riconoscesse quell'interlocutrice ch'egli riconosceva per la prima volta. Aspettava da lei nuova, una parola nuova. E son venute da lei, ch'ei credeva diversa da tutte le altre, le parole già dette da tutte le altre. Ed ora, quand'ella ha finito, mentre nell'ombra della stanza trema rossa e gialla la fiamma del camino e nel suo silenzio scoppietta ardendo la legna, il Poeta abbassa a terra lo sguardo, apre in un gesto desolato le braccia).
IL POETA.
Ma io ti chiedevo, o donna nuova che sembravi da tutte le altre diversa, donna apparsa nella mia vita come un ultimo sole quando il mio destino è per entrare nel crepuscolo dell'eterna notte, io ti chiedevo un sogno che potesse durare come sogno fino al punto di credere che il sogno fosse diventato realtà. Ci son due modi perchè il sogno sia raggiunto: trasformare il sogno nella realtà o prolungare tanto il sogno ed il sonno che la realtà non possa più venire a destarci. Tu mi parli, invece, quello che tutte le altre mi hanno parlato: un sogno a scadenza, un sogno che già prevede il risveglio, l'illusione dorata o fantastica d'una notte di più. No, no, no... Io ho paura oramai, tremendamente paura delle mattine in cui ci si risveglia nella miseria dopo il sonno dorato, non voglio più che una donna mi ponga per un solo e breve sogno tra le sue braccia per farmi credere come il calzolaio ubriaco di Shakespeare. No. Se sognar per sempre non è possibile, meglio è rimanere in questo mio melanconico dormiveglia sentimentale, in questa penombra e in questa solitudine, chiusa la porta sul ricordo di quelle che se ne sono andate, chiuse le finestre alla curiosità di quelle che potrebbero per la mia strada passare. Che vuoi tu che m'importi di una notte d'amore, d'una notte di sogno di più. Io ne ebbi già mille. Mille sogni ho già avuti ridotti in un mucchietto di cenere più piccolo di quello che la brace spegnendosi fa in questo camino che t'illumina nella tua inutile bellezza... Va. Ritorna fra gli uomini che possono contentarsi della tua breve offerta, della tua caduca felicità. E lascia qui, solo, silenzioso, me poeta di un impossibile che se fosse stato possibile mi avrebbe fatto maledir la vecchiaia mentre adesso, invece, mi è così dolce invecchiare, sentir il cuore che si raffredda e si spegne ogni giorno di più. No.... Non parlare. So quello che tu vuoi dirmi. Vuoi dirmi che mio è il torto di non saper cogliere, nelle ore che fuggono, una felicità passeggiera, di non sapermi accontentare, io, uomo, della ricchezza degli uomini, ma di pretendere, poeta, la ricchezza d'un Dio. So tutto questo. Ma mille volte, una sera, mi sono accontentato e mille volte al mattino, ho pagato con la mia disperazione l'errore di aver accettato la mediocrità. Mille volte, accendendo la sera accanto a un volto di donna, la lampada d'una nuova illusione, ho trovato al mattino, quando la lampada si è spenta, più squallido il giorno, più stupida e vuota l'immensa faccia gialla del sole. Mille volte la mia canzone d'amore cantata alla sera, quando l'immenso silenzio della notte favorisce l'illusione che il destino possa esser chiuso in una stanza e in un cuore, mi ha fatto sentire più sciaguratamente desolate le mie mattine e i miei risvegli senza musica. Mille volte il giuramento d'eternità che l'amore bugiardo sospira mi ha fatto sentire più disperata la vanità dell'ora che fugge. Vattene, te ne prego. E richiudi, per sempre, la porta. Offri ad altri uomini meno assetati e meno affamati di me, la tua scarsa bevanda e il tuo tozzo di pane. Porta ad altri il tuo amore terrestre fra un cappello nuovo e una bugia vecchia, fra uno specchio e un egoismo, un orologio che tu guardi e un'eternità che prometti e in cui non credi. Vattene, donna, fra le altre donne. E chiudi la porta, chiudi per sempre, la porta. È inutile che altre vengano se anche tu sei venuta invano. Ti sono solamente grato di aver parlato come le altre non parlano, d'esserti fatta riconoscere quando io credevo di non averti conosciuta mai. Se è più grande per te, la mia melanconia, tu non mi hai dato, mia sola amica, dolore. Vattene. E chiudi la porta, chiudi, per sempre la porta. Io resto qui, vecchio fanciullo, poeta dell'impossibile, a cantare a me stesso, solo a me stesso, la mia canzone bugiarda, la canzone della verità.
(E la donna è uscita. Ha piano piano richiuso la porta, richiuso per sempre la porta. E il poeta si leva dalla sua poltrona, traversa nella penombra la stanza, risiede alla sua grande tavola. Va la sua mano tremante alla seta e ai merletti della lampadina elettrica. Cerca una piccola chiave. E di nuovo la Duchessa delle Nebbie, spenta poco prima per sempre, risplende nella sua nuvola rossa. E di nuovo il poeta, che poco prima le aveva detto addio per sempre, torna teneramente a parlarle).
IL POETA.
Rieccomi a te, Duchessa, luce rossa, nebbia rosea, nebbia di sogno, sempre uguale, così al tramonto come all'aurora. A te sola posso cantarla, senza timore di risveglio, la mia canzone bugiarda di vecchio poeta fanciullo. Tu sola sai ascoltarla, fantasia, sogno, bambola, illusione, donna e sola verità. Vanità, interesse, orgoglio, menzogna non hanno posto nel cerchio rosso della tua leggera veste illuminata. Tu non hai, Duchessa, solo amore, unica amante, che tutto quanto io ti presto, che tutto quanto piace a me di donarti. Creatura del mio sogno, perdonami. Io ti ho spenta, poc'anzi perchè credevo possibile nella realtà la tua luce e la tua poesia. Ho sbagliato, una volta di più, e per l'ultima volta. Io ti ritorno davanti, stasera, come in quella sera lontana in cui tu ti accendesti nella bottega dell'antiquario ed io, al tuo primo splendore, m'innamorai di te. Canterò a te, mia innamorata, la canzone del sogno senza risveglio, dell'oggi senza domani, dell'amore che è amore, del poeta che vuol da una donna ciò che nessuna donna può dare perchè nessuna donna è poeta. E sino a quando non sarò più vecchio ancora, fino a quando i capelli grigi divenuti bianchi non faranno grottesco che io parli d'amore anche a te, Duchessa, io darò a te, Duchessa, tutto il mio amore, io chiederò a te tutto il sogno d'amore, a te lampada, a te bambola, a te sola donna fra tutte le donne, a te che sola puoi dare quel sogno d'eternità che è delle cose, Duchessa, e non delle persone, che è delle bambole, Duchessa, e non delle donne; chiederò tutto a te, infinita innamorata mia, a te che sei donna solo a metà poichè più giù del busto non sei più che luce e più giù del cuore altro non sei che fantasia.
Storia della Dama dal ventaglio bianco
Non c'era al mondo ventaglio più bianco e più grande di quello di Madama Lu...
Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, nel mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori e dove gli dei son di porcellana, piccolo immenso mondo giallo fiorito di crisantemi e di peonie, dominato da draghi e da vampiri, favole di lontananza e d'impossibile, sotto cieli verdi e rossi, in giardini fioriti tra salici e bambù, sotto il dominio di piccoli iddii multicolori d'Estremo Oriente, favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora...
RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA PREFAZIONE.
Madama Lu, bella signora cinese, era la sposa amante e riamata dal signor Tao, giovine letterato d'Estremo Oriente. Sposi da pochi anni, si amavano di tenerissimo amore ed eran felici, come solo in Cina sanno esser felici i giovani e gli innamorati. Eran tutt'il giorno lì a guardarsi, a parlarsi, a sbaciucchiarsi, per poi guardarsi, e parlarsi, e sbaciucchiarsi di nuovo. Giuocavano all'amore come si giuoca a mosca cieca per la gioia di perdersi e di ritrovarsi fra gli alberelli nani del loro giardino. Ed erano nell'amore sicuro e lieto così felici che ogni sera, prima di riposare, ringraziavano per tanta felicità i loro Iddii verdi e rossi e i Dragoni di porcellana.
Senonchè, nel fior dell'età, a ventiquattr'anni, il signor Tao venne improvvisamente ad ammalarsi. Invano madama Lu gli prodigò tutte le sue cure più affettuose, invano i medici più sapienti furono da ogni parte raccolti a consulto. La scienza lo dichiarò spacciato. Si disperò, madama Lu, e cercò di tener nascosta al suo adorato compagno la terribile condanna che la lasciava vedova in così tenera età e in un così felice amore. Ma il signor Tao fu chiaroveggente e comprese che la sua fine era prossima. Solo per il suo amore gli dispiaceva di morire e, povero signor Tao, non poteva sopportare l'idea di lasciare al mondo madama Lu, nel fiore dell'età e della bellezza, perchè altri l'amassero dopo di lui e avessero da lei quella felicità cui egli doveva, morendo, rinunziare.
Usciti i celebri medici, fu tra il signor Tao e la sua bella signora la scena straziante dell'inevitabile separazione. E Tao disse a madama Lu il suo dolore supremo: quello di lasciarla sola in mezzo alla vita.
Nell'udir queste parole disperate, commosse e commoventi, madama Lu si staccò dal suo sposo e corse a prendere i Dragoni di porcellana:
— Giuro su tutti gli Dei — ella disse — che ti seguirò nella tomba!
E giurò. Ma Tao le tolse di mano i Dragoni di porcellana affinchè non corresse il rischio di romperli inutilmente per un giuramento falso e scosse il capo negativamente:
— Non giurare mai quello — egli rispose — che tu sai di non poter mantenere...
Docile, ubbidiente e ordinata — e sopratutto per prendere tempo — madama Lu corse a rimettere a posto i Dragoni di porcellana. Poi ritornò al suo sposo e gli disse:
— Se gli Dei mi condanneranno a vedere ancora la luce quando tu, Tao, non potrai più vederla, giuro che non prenderò mai un secondo marito e che ti rimarrò sempre fedele...
Anche a questo secondo giuramento rispose l'incredulità di Tao che continuò dapprima a scuotere negativamente la testa. Indi prese fra le mani la bella fronte di madama Lu e, guardandola in fondo agli occhi, con un malinconico sorriso, le disse:
— Non giurar neppure questo perchè neppure questo sarà....
E madama Lu, non sapendo come poter consolare l'amato bene, si diè a piangere disperatamente fra le braccia del signor Tao.
Il quale signor Tao, essendo poeta, volle morire in piedi, nel suo giardino, tra le peonie in fiore. E lì, nel piccolo giardino, tra gli alberelli nani, nel morir del crepuscolo del giorno e della vita, il signor Tao attese la morte mentre la diletta sposa gli faceva ogni tanto, quasi per salutarle tutte, odorar le peonie ch'egli adorava. Non reggendo a tanto strazio madama Lu, che aveva, come han tutte le donne e quasi tutti gli uomini, bisogno di giurar sempre qualche cosa pur di giurare, gridò al signor Tao morente:
— Lasciami almeno giurare che per cinque anni non mi rimariterò...
Ancora il signor Tao sorrise scrollando il capo negativamente; e, fissata madama Lu negli occhi, sempre più malinconicamente sorridendo, le disse:
— Non giurare neppure questo... Cinque anni sono lunghi.
— No, no, non sono lunghi... — aveva l'aria di dire madama Lu che intanto riduceva il numero delle dita e degli anni nel giuramento: da cinque quattro, da quattro tre, da tre due... E avrebbe ridotto a un dito solo, a mezzo dito, a un anno, a mezzo anno, se il signor Tao, per rispetto di sè, non le avesse coperto la mano...
Quando il sole tramontò, il signor Tao si sentì prossimo a morire e, solo nel giardino crepuscolare, chiamò gente in suo soccorso. Madama Lu fu la prima ad accorrere e il signor Tao, sollevatole il volto, la guardò ben bene negli occhi e le disse:
— Questo solo tu devi giurarmi, mia Lu adorata... Io non ti chiedo di più... Ma tu devi giurarmi, per la mia pace che tu non bacerai altro uomo finchè non sarà asciutta la terra che ricoprirà la mia tomba!
Madama Lu levò la testa, per giurare. Il signor Tao reclinò la sua, per morire. E quando i famigliari accorsero nel giardinetto crepuscolare, tra gli alberelli nani, non trovarono che Madama Lu occupata a piangere disperatamente sul suo caro amore defunto.
E, pochi giorni dopo, fedele al triste giuramento, madama Lu, reggendo fra le mani il suo più grande e più bianco ventaglio bianco, piangeva inconsolabilmente su l'immatura tomba del signor Tao ch'ella adorava. E la terra appena smossa, che ricopriva il caro sposo, era tutta umida sotto i suoi piedi.
Qui finisce la prefazione cinese e incomincia il racconto, buono per ogni tempo e per ogni paese.
PARTE PRIMA
1.
Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, la mano a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa azzurra, s'è avvicinato a Fiorvante appoggiato al bastingaggio. D'improvviso il giovane tenente di vascello richiude il libro e la lettura della Storia della Dama dal ventaglio bianco si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal mondo delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere e di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna il libro delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra e va verso la scaletta di sinistra a dare il cambio al suo compagno...
2.
Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di corsa dalla serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo nel retrobottega del suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, Mimì, nella piccola città di mare, dove tutti i legni della squadra vengono, a periodi, a far lunghi scali. È li, sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine bianche con la bella scritta d'oro su la mostra: Mademoiselle Mimì, fleuriste. L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto lei, lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito audace e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per cui comprar fiori da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar da lei, di non andarsene più, tanto è carina, tanto è aggraziata, tanto è un fiore tra i fiori. Perchè la chiamano Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa, non sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il suo vero nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata nessuno.
— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro...
E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni carichi di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono al lavoro con zelo provvisorio.
— Domani c'è ballo a bordo della Pisa. Se andiamo avanti così i trenta festoni non saranno mai finiti per domani a mezzogiorno...
E gira Mimì correndo, sorridendo, lieve, leggera, aerea, tutta azzurra e bianca nel suo vestitino di tulle a grandi volants, gira da una ragazza all'altra, e qui loda, là rimprovera, qua insegna, lì corregge, maestra floreale che giuoca coi fiori come un pittore coi colori, come una ricamatrice coi fili d'oro del suo ricamo.
3.
Scende lenta e grave la sera sul mare e sul porto. Le grandi navi ancorate divengono, sul cielo violaceo, grandi masse nere, profili di velluto intagliati su le sete del crepuscolo. Qua e là s'accendono, sui bastimenti, le prime luci. Laggiù in fondo, all'orizzonte, il sole, quasi tutto scomparso, non è più che un filo d'oro sul ciglio della collina.
Qua, là, a destra, a sinistra, vicino, lontano, squillan le trombe sui bastimenti e avanzano sui ponti i drappelli di guardia, le armi al braccio. Venendo di qua, di là, si radunano a poppa, attorno ai comandanti, gli ufficiali. È l'ora dell'«ammaina bandiera». Ed ecco che di nuovo le trombe squillano. Gli ufficiali prendon l'attenti e si scoprono. I drappelli presentan le armi e la bandiera sventolante a poppa comincia a discendere, come un uccello che chiude le ali e precipita...
4.
Mimì è distratta. Non lavora più come prima. Se una ragazza le chiede un consiglio, glielo dà breve, secco, di malavoglia. Il suo spirito è altrove. Assortendo il colore di due garofani, agganciando due rose, Mimì guarda ogni tanto il piccolo orologio d'oro al suo polso. È l'ora che ogni giorno il suo innamorato, il bel tenente di vascello Filippo Ardea, viene a prenderla per andare insieme a pranzare e a passar la serata... L'aspetta tutt'il giorno, Mimì, contenta, felice... Ma come diventa melanconica, scorbutica, irritata, quando l'ora si avvicina... Come la snerva quell'ultima mezz'ora di attesa così lenta a passare...
5.
Ed è sul molo, dalle imbarcazioni a vapore o a remi che, grosse, piccine, agili o pesanti, lente o guizzanti, giungono a centinaia dai bastimenti, è sul molo dove già s'accendono i primi fanali, una continua ondata d'uniformi bianche che vien dal mare e dal mare galoppa verso la città su per le ampie gradinate dello scalo. Son barconi carichi di marinai. Son lance eleganti piene d'ufficiali.
— Fiorvante!
— Ardea!
Due voci, due sorrisi, due mani levate e un abbraccio. Scendendo ognuno dal suo bastimento i due ufficiali, i due amici, si sono incontrati...
— Dove sei?
— Su la Saint-Bon. E tu?
— Comando una torpediniera. Un anno d'Estremo Oriente. Son qui da tre mesi. E tu?
— Io sempre fermo. Fra Taranto e Spezia.
Due vecchi camerati che si vogliono molto bene, due compagni di corso all'Accademia, gl'«inseparabili» quand'erano imbarcati insieme. Ora, nella gioia di ritrovarsi, si dicono mille cose. E Ardea:
— Poichè ci siamo ritrovati, non ti lascio scappare...
Ha preso Fiorvante per il braccio e s'avvia con lui verso la città, lungomare, in un gruppo d'amici e di compagni.
6.
Mimì non regge più. Si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda di nuovo... Ma non viene ancora... Dove, dove sarà?
Ansia di rivederlo? Impazienza d'innamorata? Anche questo. Ma, sopratutto, preoccupazione. La piccola perfida lettera anonima le ha messo da due giorni il veleno nel sangue. L'ha lì nel seno. Non sa staccarsene e sempre la rilegge...
«Badate a Filippo Ardea se l'amate. Un'attrice, una bella attrice d'operette, che è stata l'anno scorso la sua amante, è su la piazza. E c'è pericolo di ripresa. Badate: Flora Fleurette minaccia la felicità di Mimì. Nulla piace di più a certe donne che riprendere un antico innamorato quando questo è innamorato di un'altra. E gli uomini son così stupidi e così vani che si lasciano sempre prendere da chi li vuole. Occhio a Filippo, Mimì mia bella...».
Così ha scritto a Mimì Un lupo di mare... Cattivo lupo di mare che le ha avvelenato la vita, da due giorni... Vorrebbe averlo lì, Mimì, il «vecchio lupo di mare», per rompergli sul muso tutti quei vasi di fiori, per impedirgli di dire e scrivere ancora altre sciocchezze...
Sciocchezze? Son poi veramente sciocchezze?... Che Flora Fleurette sia su la piazza, è vero... Che l'anno scorso Filippo sia stato l'amante di Fleurette è noto a tutti ed era noto anche a lei prima che se ne innamorasse... Ma l'ha rivista, ha cercato di rivederla?... Questo è il punto oscuro. Non ha osato interrogare Ardea. Lo sa bene: Ardea non vuole gelosie. Qualche volta che Mimì è stata gelosa Ardea s'è divertito a farla soffrire di più, l'ha provocata... Gliel'ha detto e ridetto: «Lo faccio apposta, per educarti.. Detesto le donne gelose... Ed io voglio poterti adorare...»
Ma perchè non viene? Perchè non s'affretta? Se venisse sùbito a prenderla, appena disceso dal bastimento, il suo povero cuore in pena avrebbe pace, potrebbe fidarsi... E invece, così, con questo ritardo... Dov'è Fleurette? Dov'è Filippo?... Che fa, che fa, e perchè non viene?...
E Mimì si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda ancora... Dove, dove sarà?...
7.
E Ardea seguito dagli amici vien giù pian pianino, per il lungomare, a braccetto con Fiorvante, parlando di bastimenti e di paesi, di compagni e di donne, di ricordi e di speranze.
Ora Fiorvante si sofferma:
— Ma di qui dove mi porti? Io vado a pranzo al Circolo.
E Filippo, trascinandolo a forza:
— No. Tu vieni a pranzo con me. Andiamo a prendere la mia innamorata che mi aspetta e che mi adora e passeremo insieme una serata di quelle buone.
Fiorvante è riluttante, ma Ardea non sente ragioni e conviene lasciarsi trascinare.
— Mimì, la fioraia del lungomare... La conosci?... No? La vedrai. È un amore. Ed è il mio amore...
— Da quanto tempo?
— Da quattro mesi.
— E per quanto tempo?
— Per l'eternità.
E Fiorvante sorride perchè non crede all'eternità dei marinai. E, nei riguardi dell'eternità d'amore, tutti gli uomini son marinai...
8.
— Eccolo! Eccolo!
Mimì, ch'era a guardar dalla vetrina, l'ha visto. È saltata giù dalla sedia dov'era arrampicata, abbassa i cristalli delle vetrine, alza le tende, mentre grida alle sue lavoranti:
— Eccolo! Ragazze, ragazze!... Fiori, fiori, e venite qui, venite qui... Facciamoli arrivare sotto una pioggia di rose...
Ed è nel negozio un andare e venire, un correre, un affannarsi, tra risa e grida, e tutte le ragazze son lì, attorno a Mimì, arrampicate su le sedie, armate di rose, per la battaglia, fino ai denti... Fino ai denti veramente perchè, già piene le mani, per averne di più, hanno anche rose in bocca, tra le labbra, fiori bianchi fioriti in un fiore rosso.
— Eccoli! Eccoli! Padrona, tiriamo?
E Mimì fa cenno d'aspettare:
— Ferme! Ferme! Quando saranno più vicini...
E aspettano. E il gruppo bianco degli ufficiali si avvicina. E...
— Via...
E la prima rosa bianca di Mimì va diritta, lanciata giusta, sul cuore di Ardea. Sùbito le altre rose partono, volano, cadono, a pioggia. E Mimì ne lancia, ne lancia, prima una alla volta, poi due, poi tre, poi a fasci... E le ragazze incalzano... E gli ufficiali, ridendo, agitando i berretti, lanciando baci e sorrisi, rispondono al fresco fuoco... La battaglia è formidabile — e deliziosa. Il leggero fuoco è tremendo, senza tregua!
Ora Mimì corre ai rifornimenti. Ma fiori non ce ne son più... Sì, ce ne sono ancora... Ecco due bei fasci di rose. Ma una ragazza ferma Mimì nell'atto di lanciarle:
— Padrona! Son quelle artificiali... Costan cinque lire l'una...
Ma Mimì risponde con una spallucciata. Che importa? Costassero pure cento, che importa?... E lì, nella vetrina, fa schermo e portavoce della mano alla bocca e grida:
— Questo... per l'ufficiale che non conosco!
E, giù — che tiro! — il fascio delle rose artificiali è sul petto e poi nella mano di Fiorvante che risponde levando il berretto e sorridendo in un leggero inchino. Gli altri compagni d'Ardea Mimì li conosce tutti: son gli amici di lui e però sono gli amici suoi... Ma ha notato quello che non conosce, quello che Ardea tiene per il braccio...
La battaglia di fiori continua. Ma ora è l'assalto. Gli ufficiali voglion la resa della fortezza floreale, gli ufficiali vogliono, ad ogni costo, entrare. E Mimì grida:
— No... no... Chiudete... Giù le saracinesche... Se entran qui dentro siam rovinate... Mettono tutto a soqquadro.... Chiudete...
E in un fragore di ferri le saracinesche s'abbassano su le mani degli ufficiali che tentano d'impedirne la discesa. Anche la porticina d'entrata s'è chiusa e s'è poi socchiusa appena per lasciar entrare Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze, ridendo, felici, uccellini ch'escon di gabbia, son volate di là, nella serra, a vestirsi...
Ardea ha presentato Fiorvante. Mimì china il volto in un sorriso, uno di quei suoi grandi sorrisi luminosi che sono tutta la giovinezza. E Ardea spiega:
— Ha voluto venire a ringraziarti...
Fiorvante, che s'inchina, ha fra le mani il mazzo di rose che Mimì gli ha gettato. E Mimì lo guarda, l'aria contrita:
— Ma mi dispiace... Sono artificiali... Non hanno odore...
Ma ancora il bel volto s'illumina. Un'idea pazza le frulla nel cervello. Corre in fondo, a un armadio, e torna con una bottiglia di profumo:
— Ma ce ne metteremo uno... Il mio!
E giù, su le rose di Fiorvante, tutta la bottiglia. E giù a ridere, a ridere, a ridere... e, gettata la bottiglia, a batter le mani, felice, felice, felice perchè Filippo è venuto, felice perchè ora a Fleurette ella non pensa più, felice perchè Filippo è dietro di lei a offrirle il cappello, a reggerle il mantello affinchè lo indossi...
— Andiamo?
— Andiamo. Ma viene anche lui?...
E Mimì indica Fiorvante che sorride dicendo di sì... E le ragazze escono, nasini all'aria, sorrisi al vento, cappellini su le ventitrè:
— Buona sera, padrona. Buona sera, padrona.
E Mimì:
— Addio, cara... Addio, cara... Addio, cara...
E tira baci a tutte. A chi non tirerebbe fiori e baci Mimì, tanto è felice?.. Ed eccola fuori del negozio, tra Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze continuano a uscire e gli ufficiali cingon loro la vita, il sorriso e il complimento su le labbra, la mano audace:
— Addio, Maria, fiore di notte tanto sei bruna...
— Addio, Ninetta, fiore di pesco tanto sei rosea...
E Ardea ferma un'automobile e vi fa salire Mimì, Fiorvante e quattro o cinque amici... E lui avanti, accanto allo chauffeur:
— Lasciate me alla Croce di Malta e andate a pranzo.
E Fiorvante domanda:
— Come? Ci lasci?
Ma sùbito Mimì spiega:
No. Ci raggiunge sùbito. Va al suo albergo a vestirsi in borghese. Non sapete che Filippo è un ballerino impenitente? Non farebbe altro dalla mattina alla sera. E va a mettersi in borghese per ballar dopo pranzo...
Giunti alla Croce di Malta un'inquietudine riprende Mimì nel veder discendere Filippo. Verrà sùbito? Non andrà da Fleurette? Non abita anche Fleurette in quell'albergo?... Come mai — stupida che non è altro! — non ha pensato ad informarsi?...
— Fa' presto. Noi ti aspettiamo...
Ma Filippo non vuole. No. Vadano avanti loro per riservare la tavola. Verrà sùbito, in carrozza... Ma non può vestirsi con l'idea che gente l'aspetta giù... Mimì vuole insistere e insiste:
— Ma noi...
— No. Ho detto no.
Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui tacchi, del resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo mentre, levato il debraio, l'automobile riparte...
Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien voglia di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo sguardo dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso che non sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di lacrime che non sono un pianto, ma che sono un infinito amore e un po' di melanconia...
9.
Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di Ardea — per gridar che hanno fame e che bisogna cominciare a mangiare senza far complimenti... E Ardea, Ardea che non viene... È snervata, Mimì, irosa contro sè, contro Ardea, contro tutti, anche contro quel povero Fiorvante che conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa simpatia ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno lasciato alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora...
Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. Flora Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto accanto alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua gran tavolata di begli ufficiali. Flora Fleurette è intenta a pranzare, accanto a quel signore pacifico e calvo che mangia un piatto di patate soufflées, alto come una piramide. Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. A vederlo così parrebbe proprio un marito. Ma è forse donna da mariti una Flora Fleurette?
Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande restaurant a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie dominante anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in mezzo allo stordimento delle parole degli amici suonanti vuote di senso attorno a lei tutta assorta nel pensiero dell'assente, Mimì non ha veduto entrare Flora Fleurette, cercare una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima tavola del signore delle patate soufflées. A un tratto, voltandosi per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo verso le porte d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di rosicchiar tranquilla la polpa d'un roseo gamberetto. S'è sentita stringere il cuore. Proprio lì, quella detestabile donna... Che direbbe «lupo di mare» se gliela vedesse lì accanto, a portata di mano, a portata d'un solenne ceffone?...
Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si volge e Ardea è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto elegante! — nel suo smoking perfetto, adorno all'occhiello d'una bella cardenia. Come gli sorride. Mimì, da lontano, e come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve passar tra le tavole, deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e vederla... Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... Ma — che dolore! — Ardea prende invece il passaggio di sinistra (forse l'ha vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino alla tavola di Fleurette, eccolo davanti, e peggio, peggio, ecco che si ferma, le dà la mano, le sorride, s'indugia, a parlare con lei, con l'odiatissima donna, una mano poggiata su la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei, così in dentro, così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre... — il décolleté... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette. Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. Prende affettuosamente una delle piccole mani agitate che stritolan mollica di pane a tutto andare, sventrando in due colpi un panino.
— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un modo sicuro di soffrire inutilmente...
Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol da Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole un foglio di taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: «La buona educazione ti dovrebbe consigliare di non farti aspettare quando tutti sono a tavola. E, se la tua amica così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti, potevi fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. C'è posto anche per te».