AL FRONTE.


LUIGI BARZINI

AL FRONTE

(maggio-ottobre 1915)

MILANO
Fratelli Treves, Editori
1915

Terzo migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Copyright by Fratelli Treves, 1915.

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Milano — Tip. Treves.



[INDICE]


PREFAZIONE.

Questo libro, che rispecchia gli aspetti della nostra guerra nei primi quattro mesi del suo svolgimento, dagli ultimi giorni di maggio agli ultimi giorni di settembre, è il frutto di varî periodi di residenza al fronte. Ma è stato partecipando al viaggio dei corrispondenti dei giornali nelle zone di operazione, viaggio durato quasi cinque settimane, che l'autore ha potuto raccogliere la materia essenziale del volume.

La pagina con la quale egli concludeva sul Corriere della Sera i resoconti di quella lunga gita e riassumeva il senso delle cose vedute, viene ad essere anche una specie di commento del libro stesso, ne compendia il significato e ne delinea il carattere. Essa ci appare come la prefazione più naturale del lavoro, e la riproduciamo qui. Mettiamo all'inizio quello che fu scritto alla fine. Del resto la prefazione è sempre l'ultima cosa che si scrive di un libro. Essa è un epilogo che si finge programma.

Nella loro visita al fronte i rappresentanti della stampa hanno cercato di portare all'anima aspettante della Nazione una conoscenza diretta e sentita, per quanto manchevole e sommaria, della lotta eroica che si snoda per vette e per valli su quasi seicento chilometri, dai ghiacciai del Cevedale e dell'Adamello al Golfo di Trieste.

Tutto quello che giornalisti di ogni regione e di ogni opinione hanno scritto dai campi di battaglia, non può non avere dato al paese argomenti infiniti di fierezza, di orgoglio, di conforto. Le cronache frettolose e disordinate dei corrispondenti di guerra, sospinti dall'incalzare del tempo, sono risultate come una documentazione vissuta, umana, spesso palpitante e commossa, dell'entusiasmo guerriero e lieto delle truppe e del loro valore indomabile che la sapienza e la volontà del comando conduce.

Abbiamo visto come si combatte sull'eterno gelo delle più alte montagne, come si issano cannoni fino all'inaccessibile, come si creano per tutto nuove strade tagliate spesso nella viva roccia fino ai nevai, come si distruggono fortezze nemiche, come si lanciano ponti sotto al bombardamento, come si assaltano e si conquistano le posizioni più formidabili, come si respingono e si sfanno gli attacchi del nemico, abbiamo ammirato la cooperazione perfetta di tutte le armi, lo spirito di sacrificio di tutti i corpi, la concatenazione serrata delle azioni, la prontezza delle manovre, la vastità e la esattezza dei servizi. Se da tutte queste visioni della guerra, che la stampa ha diffuso, la Nazione ha tratto una conoscenza più profonda della sua forza, la Nazione deve sentirsi più forte, deve cioè contemplare l'avvenire con rinnovata e ferma fiducia.

I racconti dei giornalisti al campo hanno finito per costituire una specie di riassunto della guerra. Quello che i corrispondenti vedevano era così legato a quello che era successo, il passato della guerra mostrava tracce così profonde, parlava così forte nel tumulto del presente, che la cronaca diventava un po' storia, una storia delle operazioni rintracciata sui luoghi, illustrata dai racconti di combattenti stessi, commentata dall'azione in corso, fusa, dalla continuità della lotta agli avvenimenti attuali e vissuti. Ebbene, una cosa è apparsa subito evidente da queste narrazioni: ed è la esattezza dei comunicati ufficiali. Le azioni appurate dalla indagine giornalistica si identificavano una per una alle azioni enunciate nei bollettini. Il lavoro dei corrispondenti ha finito per essere un ampio commentario della parola laconica e calma del notiziario dello stato maggiore.

Questa constatazione può sembrare superflua, se non presuntuosa. Il Paese conosce quali uomini reggono il destino delle sue armi, e in tale conoscenza riposa. Per noi, grazie a Dio, le virtù militari non possono apparire disgiunte da virtù civili; siamo fatti all'antica, e la fede nostra in un condottiero è fede nella sua parola; la lealtà è nell'anima guerriera quello che la dirittura del taglio è nella spada. Sentiamo la verità intera nella calma, laconica, semplice e chiara dicitura dei bollettini. Anche per portare una nuova testimonianza, raccolta dai corrispondenti di tutti i giornali d'Italia, sarebbe quasi insolente insistere sulla fredda e precisa sincerità dei comunicati che portano la firma di Cadorna.

Abbiamo voluto accennarvi solo perchè, tornando dalla fronte, dove tutto è fede e tutto è forza, strane voci si odono sussurrare nell'ombra, lontano da ogni fervore di lotta, lontano dai luoghi dove si vede e dove si crede, da gente che alla Patria non dà che la sua maldicenza. Arrivando di là si sente con indignante violenza la stupidità velenosa della calunnia, spesso incosciente, che cerca di annebbiare splendori dei quali, chi ha vissuto al campo, ha ancora pieni gli occhi e l'anima. Vi sono persone, assai poche per fortuna, che sembrano seriamente preoccupate dall'annunzio che tutto va bene, e provano la necessità di dubitare e di comunicare intorno i loro dubbi. Bisognerebbe affidare costoro alla giustizia dei soldati.

Bisognerebbe portare i colpevoli su quelle stesse posizioni che erano oggetto della malevola diceria, e dire alle truppe: «Mentre voi vi battevate e vincevate, queste persone, per le quali anche versavate il vostro sangue, cercavano di derubarvi della riconoscenza e dell'ammirazione della Patria, cercavano di indebolire la fiducia e l'amore del Paese per voi, tentavano di isolarvi alle spalle, vi insultavano, vi defraudavano del premio più ambito, facevano a voi un male più grande di quello che il nemico possa mai farvi: ora sono nelle vostre mani, giudicatele e punitele!»

Da quello che i corrispondenti al campo hanno visto, saputo e narrato, è possibile trarre qualche conclusione, estrarre come un bilancio sommario delle operazioni nei primi quattro mesi di guerra. Il nostro esercito è stato fra i più attivi nel conflitto delle nazioni, ed ha raggiunto alcuni risultati positivi che le condizioni difficili del terreno e la studiata e intensa preparazione del nemico rendono mirabili.

Di tutte le fronti della guerra europea, la nostra è senza paragone la più aspra. Dei giornalisti francesi e inglesi che conoscevano i campi di battaglia di Francia, di Russia e dei Dardanelli, il corrispondente del Bund di Berna, ufficiale nell'esercito svizzero e perciò competente della guerra di montagna, gli attachés militari degli eserciti alleati, hanno tutti, senza riserve, espresso il loro profondo stupore e la loro ammirazione avanti allo spettacolo inaudito delle difficoltà che il nostro esercito ha superato e supera. Eravamo all'inizio dominati e minacciati da ogni parte dalle posizioni avversarie. La nostra avanzata è stata ovunque un'ascesa, una scalata, un assalto a giogaie, a pendici, a declivî, a vette, e le forme più moderne della guerra, abilmente applicate dal nemico, hanno sovrapposto alle asperità prodigiose della terra barriere formidabili di fortificazioni continue.

La tattica nuova, i mezzi che l'industria attuale fornisce alla guerra, la possibilità di nascondere le fanterie nel cemento e nell'acciaio e di proteggerle con reticolati senza fine, con mine senza numero, con cordoni fulminanti, ha moltiplicato le forze di resistenza delle difese. L'esempio più luminoso delle possibilità di una difesa si è avuto nei primi mesi della guerra europea, quando l'ala destra dell'esercito tedesco, fresca ancora, forte di ventiquattro o venticinque corpi di armata, presa Anversa si gettò sulle facili pianure fiamminghe, coperte da un'immensa rete di strade, cercando un varco verso Calais, e non passò. Aveva contro di sè forze inferiori e assai meno armate, ma chiuse in un cordone di trincee. La trincea fermò definitivamente l'offensiva germanica.

Anche noi abbiamo urtato nella lotta di trincea, ma su ben altro terreno, e non ci siamo fermati che dove intendevamo fermarci. Trincee nella neve, trincee nelle rocce, trincee sulle spalle dei monti, trincee sul bordo dei fiumi, trincee sui campi, trincee nei boschi, e abbiamo assalito, conquistato, avanzando sempre. Nella fronte dell'Isonzo, verso Plezzo e sulle pendici del Monte Nero, verso Tolmino e sulle alture di Plava, verso Gorizia e sull'altipiano Carsico, la nostra offensiva ha progredito espugnando opere ad ogni passo, ha progredito lentamente ma sistematicamente, tenace, infaticabile, ardente. Il nostro esercito dà prova di una energia costante, magnifica, che ha finito per trovare un riconoscimento negli stessi paesi nemici. È già una grande e indistruttibile vittoria.

Sono finite le ingiurie degli avversarî contro il soldato italiano; i nostri assalti hanno spazzato anche il disdegno e il disprezzo che il nemico sentiva o mostrava di sentire verso di noi. Si è dissipata quella avvilente atmosfera di sfiducia e di disistima che ci soffocava, che veniva un po' anche dai paesi amici, dove non ci si immaginava così soldati, e che ci svalutava. All'inizio della guerra la folla in Francia credeva che quattro corpi di armata francesi fossero venuti a combattere in Italia, e approvava. Eravamo il popolo che ha bisogno di aiuto. L'eroismo italiano cominciò ad essere ammesso dai bollettini austriaci come una prova di ebbrezza alcoolica; dovevamo essere ubbriachi per batterci così. Poi i bollettini hanno cambiato tono. Ora ammettono il valore della nostra truppa. I corrispondenti della stampa tedesca con l'esercito austriaco hanno dimenticato i «suonatori di mandolino» e parlano gravemente dell'ardimento dei nostri, discutendo su di noi con il rispetto che si ha per i forti. L'esercito ha dato alla nostra Patria in mezzo alle nazioni in lotta una autorità e una grandezza che non aveva mai avuto in mezzo alle nazioni in pace. L'Italia ha conquistato una posizione morale inespugnabile.

Certo i progressi della nostra offensiva possono sembrare lenti a chi non li considera in loro stessi e guarda sulla carta la distanza tra il fronte attuale e gli obbiettivi finali della guerra. Ma un grande, prezioso obbiettivo la guerra ha già raggiunto: quello di aver chiuso la porta di casa nostra, della quale il nemico teneva disserrati i battenti spingendo un piede sulla soglia. Non soltanto noi combattiamo oltre le vecchie frontiere, non soltanto risparmiamo al suolo nazionale gli orrori e i pesi della lotta, ma siamo arrivati ad insediarci quasi per tutto su posizioni dalle quali possiamo contemplare con tranquillità la prospettiva di una potente offensiva nemica. Non si passa più facilmente. Un terribile incubo è finito.

Il Paese non sa fino a quale punto l'invasione austriaca fosse preparata. Percorrendo la fronte, attraverso le terre conquistate, si ha per tutto lo spettacolo degli apprestamenti austriaci contro di noi, e si prova qualche cosa che somiglia a quelle paure postume che assalgono chi si accorge di essere scampato da un pericolo mortale. Già la vecchia frontiera per sè stessa dava al nemico gli sbocchi d'Italia, formava un saliente ad ogni valle, scendeva quasi alle nostre pianure, minacciava le nostre comunicazioni più vitali. Questi vantaggi naturali non bastavano all'Austria, che voleva agire con la massima rapidità e la massima sicurezza, senza pericoli di controffensive.

Ogni nazione ha il diritto di garantire la difesa dei suoi confini, ma i lavori immensi che l'Austria aveva compiuto e stava compiendo, ai quali nulla o ben poco si contrapponeva, costituiscono i preparativi meticolosi di una aggressione destinata a schiacciarci. Non vi era nemmeno una preoccupazione per la insolente evidenza degli scopi di tanta attività militare, l'aggressione era discussa apertamente in Austria, era patrocinata da Conrad e dall'Arciduca Ereditario, era confessata, e si apprestava secondo un inesorabile programma. La preparazione era per sè stessa una intimidazione. Noi non potevamo parlarne in Parlamento e sui giornali senza passare per provocatori. Ci sentivamo già vinti un poco dalla sola minaccia. Sembravamo occupati a rassicurare continuamente il sopraffattore come la pecora rassicurava il lupo. Deprimendo l'esercito, non proporzionando le spese militari, chiudendo le orecchie al grido della italianità assassinata oltre la frontiera, rassegnandoci, acquiescendo, dimostravamo la nostra volontà di pace. E il nemico lavorava.

Erigeva fortezze su fortezze, sbarrava ogni valico, costruiva reti sterminate di strade militari per unire le valli, per raggiungere delle vette dove appostamenti di artiglieria pesanti, già preparati, dominavano tutti i nostri vecchi forti. Ad ogni nodo di viabilità, caserme nuove, ospedali, depositi di munizioni, di viveri, di carri, di slitte, panifici elettrici capaci di nutrire intere divisioni. Si era pensato persino all'acqua sulle strade della montagna, dove ogni due o tre chilometri mormora una fonte per la beverata. Vasti campi trincerati erano pronti. Nelle più selvagge vallate potrebbero ora vivere, spostarsi e agire masse di armati. Persino sulle più alte cime, sulle rocce nude, sulle distese candide dei ghiacciai, capanne, ricoveri, rifugi alpini, alberghi, costruiti apparentemente per un improvviso furore sportivo, si sono rivelati ora per posti di vedetta, basi di avanguardie, caserme, tutto un sistema di edificî eretti in posizioni strategiche, destinati a mantenere in ogni stagione il dominio dell'alta montagna.

La Nazione ignorava la realtà nelle sue vere proporzioni, quella realtà che angosciava le autorità militari, l'allarme delle quali non trovava che una mediocre e saltuaria attenzione nell'ambiente politico. I piani della difesa si fondavano sull'abbandono di vaste zone. La frontiera era indifendibile nella sua integrità. Era fatalmente ammesso che l'invasione entrasse. Ora la catena delle nostre posizioni ha anche un grande valore di difesa. La guerra ci ha dato una tranquillità nuova.

Le zone più vulnerabili erano la sponda meridionale del Garda e la pianura di Vicenza. Fra l'Idro e il Garda la frontiera si spingeva per la valle Toscolana ad una sola giornata di marcia da una delle nostre massime arterie di comunicazione, la ferrovia Milano-Venezia. La possibilità di un colpo di mano austriaco contro il grande viadotto di Desenzano è stata considerata e discussa durante la pace dallo stato maggiore italiano. Si sono fatte persino delle esperienze; reparti alpini hanno percorso di notte, a marcia forzata, la distanza che separa la frontiera dal viadotto. Un colpo di mano sarebbe forse stato di difficile esecuzione, ma la debolezza delle nostre posizioni contro all'impeto insistente di una offensiva appariva in una terribile evidenza. Adesso una offensiva troverebbe una solida barriera sulla valle del Ledro e sulla valle Daona; lo sbocco della Giudicaria è chiuso.

Arsiero era anche ad un giorno di marcia dalla frontiera, e Arsiero è la soglia della piana vicentina. L'Austria aveva preparato accuratamente il forzamento rapido di tutti i passi, dal Friuli al Trentino, minacciava una irruzione irrefrenabile sullo Judrio, sul Fella, sul Tagliamento, sul Piave, sul Brenta, sull'Adige, ma è sopra tutto per le valli che fiancheggiano l'altipiano dei Sette Comuni che il pericolo dell'invasione austriaca si affacciava più impellente, perchè più vicino alla mèta. La frontiera metteva l'offensiva austriaca in posizioni che, con dei confini meno iniqui, essa non avrebbe potuto raggiungere se non dopo lunghe lotte accanite, fortunate e definitive. Cioè, la frontiera, qui più che altrove, equivaleva per l'Austria ad una guerra già quasi vinta. Parlando della Vallarsa e della Valsugana le corrispondenze dalla fronte hanno descritto che cosa l'Austria aveva saputo accumulare di opere militari lì intorno; erano nuclei di forti moderni, centinaia di chilometri di nuove strade, ampie basi di operazione. La famosa questione sul possesso della Cima Dodici era legata a questo sistema di sfondamento.

La lunga lotta di grosse artiglierie sull'altipiano di Asiago, di cui così spesso parlarono i bollettini ufficiali, la distruzione dei forti di Luserna, di Busa Verle, di Spitz Verle, la presa del monte Pasubio, dominante la Vallarsa e la Val Pòsina, la presa del Civaron, dell'Armentera, del Salubio, in Valsugana, e l'azione attuale sugli altipiani di Lavarone e di Folgaria, sono tutte fasi della nostra opera ardita e incessante di consolidamento, di arginatura, di chiusura. Le posizioni che ci minacciavano sono nelle nostre mani, con le loro strade militari, le loro basi, i loro appostamenti. Siamo noi che battiamo al di là e portiamo la minaccia su Rovereto e verso Trento.

Anche la questione di uno sfondamento delle nostre difese verso Arsiero era di quelle che durante la pace angosciavano lo stato maggiore italiano. Delle manovre parziali erano state più volte eseguite per studiare la possibilità di impadronirsi rapidamente del Pasubio, il cui possesso avrebbe solo potuto consolidare la difesa sopra un importante settore. I resultati delle manovre erano scoraggianti. Quella alta montagna, il cui declivio era italiano e la cui vetta era austriaca, appariva inespugnabile. Ed è stata conquistata, e su di lei è imperniata la nostra fortunata azione iniziale.

L'Austria non ha fatto in tempo a difendere efficacemente il Pasubio, come non ha fatto in tempo a difendere l'Altissimo, e il Corada, e il Quarino, e il Medea, e tanti altri monti e passi e selle e varchi, sui quali si è insediata fulmineamente la nostra fronte, solidificandosi. Non è stata sorpresa dalla guerra l'Austria, oh no!, ma è stata sorpresa dalla rapidità del movimento.

Non si aspettava il balzo immediato in avanti, che ha portato subito la guerra sulle sue seconde linee. Ha sbagliato i calcoli del tempo, ha commesso un errore di quindici giorni — errore che poi le inondazioni e le piene immobilizzandoci hanno in parte corretto. L'Austria si basava sui dati da lei conosciuti della nostra organizzazione militare, per concludere che la nostra mobilizzazione e la concentrazione del nostro esercito necessitavano un mese di tempo. Questa almeno era l'opinione più volte espressa dallo stato maggiore austriaco. Sapendo che la mobilizzazione era già in corso col sistema delle chiamate personali, l'Austria credè di essere nel giusto riducendo il tempo della metà. Alla dichiarazione di guerra suppose che le operazioni attive sarebbero cominciate verso il sette di giugno. A dire il vero, il calcolo non era del tutto errato; senonchè noi ci muovemmo audacemente in piena mobilizzazione, concentrando e completando i corpi in azione, organizzando i servizi nella mutabilità di spostamenti impreveduti.

Così fu possibile strappare alla sorte vantaggi immediati che una lotta eroica, ardente, aspra e ostinata è andata poi ampliando e rassodando, in un progresso lento ma costante, contro gli ostacoli più formidabili che siano stati mai superati in una guerra. E per la forza delle armi l'Italia ha liberato le sue soglie invase e puntellato le sue opere minacciate. Si respira.

Ma un esame dei risultati delle operazioni italiane sarebbe incompleto se non si considerasse l'importanza che la nostra guerra ha avuto ed ha nel conflitto internazionale, la somma che essa rappresenta nell'attivo dell'Intesa. Non si misura l'entità del contributo dato per il trionfo finale della nostra causa comune, la causa della Libertà dei popoli, dalle distanze percorse ma dagli effetti e dalla intensità dello sforzo. Se così non fosse, si dovrebbe concludere che la Francia non ha fatto nulla, poichè il suo fronte è rimasto quasi immobile sul territorio francese, e che la Russia perdendo terreno è diventata una passività nella lotta. Anche l'immobilità assoluta potrebbe avere un valore per conseguenze lontane, su altri fronti.

Quando ai primi di settembre la controffensiva russa ha strappato settantamila prigionieri agli eserciti nemici e fermato momentaneamente i loro progressi, il ministro della guerra russo, stringendo la mano dell'attaché militare italiano che si congratulava con lui, gli avrebbe detto effusamente: «Grazie, grazie, il successo è anche vostro!» Ed era realmente anche nostro. La vittoria delineandosi in qualsiasi punto dell'immane conflitto porterebbe al raggiungimento degli obbiettivi speciali di ogni singola lotta.

Quale influenza non ha avuto la nostra guerra nella salvezza dell'esercito russo? Gli Imperi centrali avevano preparato contro la fronte orientale una offensiva destinata a schiacciare la Russia, a costringerla alla pace, ad eliminarla dal conflitto, per definire poi la guerra rapidamente sulla fronte occidentale. Fin dal marzo scorso a Bruxelles si udivano degli ufficiali dello stato maggiore tedesco prevedere per il giugno la pace generale, la pace germanica. Erano sicuri dell'annientamento degli eserciti dello Zar. Tutto era studiato, tutto era previsto, il piano di azione gigantesco, apparentemente irresistibile.

Non diciamo che il piano sarebbe riuscito, se, mentre esso era in pieno sviluppo, l'Italia non fosse entrata in guerra, richiamando imperiosamente forze ingenti dal centro e dall'ala destra degli eserciti austro-tedeschi; ma non è temerario affermare di aver contribuito a dissipare quella disfatta che ha sfiorato l'eroica Russia, che è stata così vicina, così imminente, che è stata la nostra angoscia per un mese, e che avrebbe forse portato con sè la catastrofe del mondo latino e la schiavitù dell'Europa.

La Russia ha arginato l'avanzata nemica, resiste, contrattacca, e si riorganizza. La Francia e l'Inghilterra hanno potuto passare all'offensiva, conquistare le prime linee e attaccare le seconde linee nemiche. Sarebbe possibile questo se vi fossero cinquecentomila avversari in più sopra una fronte o sull'altra? Osservando i confortanti risultati locali della nostra stupenda lotta, che s'impone alla ammirazione del mondo, e che progredisce sempre, aspra ma sicura, da successo a successo, non dimentichiamo dunque le influenze che essa esercita sulle sorti del conflitto delle nazioni.

E non soltanto noi tratteniamo un esercito austriaco, ma lo battiamo. È ben altro. C'è un logoramento che conta. Il nemico, per la sua tattica e per la natura della guerra, perde enormemente più di noi. Sulle due fronti di Francia e di Russia cadono in media trecentomila nemici al mese. Lo spreco di uomini che i nostri avversarî fanno per arrivare rapidamente ad un successo definitivo è inaudito. Pure a questa lotta di usura la nostra guerra dà un largo contributo.

Un progresso costante verso la nostra mèta; una fronte inattaccabile; un aiuto possente ai nostri alleati: ecco in riassunto la situazione militare. Ma chi torna da una residenza al campo porta poi in sè ben altro che questi freddi ragionamenti; porta nel cuore come una sensazione di vittoria, sente una fede attinta alle gloriose visioni della guerra, all'entusiasmo, all'ardore in mezzo ai quali ha vissuto. Si ha quasi l'impressione di una certezza irragionata, naturale, istintiva, come sotto allo splendore del sole estivo si è sicuri che le messi maturano.

Milano, 13 ottobre 1915.

AL FRONTE.

AL FRONTE.

2 giugno 1915.

Ho vissuto i primi sei giorni della guerra sulla fronte friulana. Al settimo giorno tutte le persone che non abitano permanentemente quelle terre, giornalisti compresi, sono state invitate a ritirarsi. In questo momento e nelle condizioni attuali la misura è giustificata.

L'opinione pubblica non interpreti l'allontanamento della stampa dai campi di battaglia come un provvedimento di politica interna. Sento il dovere di dirlo subito, altamente, onestamente: il popolo non si lasci trascinare da quel fondo vago di diffidenza che è nel nostro carattere per immaginare che il momentaneo esilio dei corrispondenti dalla guerra abbia lo scopo di nascondere alla nazione dei possibili mali. Vi sono molte cose da nascondere, è vero, ma al nemico. E per celarle a lui bisogna celarle a tutti.

All'inizio delle ostilità ha persistito sulle zone di guerra la libertà della pace, e prima che la circolazione in quelle regioni venisse vietata, chiunque poteva recarvisi sotto un vago mandato di giornalismo, o anche senza nessun mandato. Sono avvenuti incidenti spiacevoli dovuti all'inesperienza e alla leggerezza di corrispondenti di guerra improvvisati, giunti in folla dai più reconditi angoli di provincia. Di fronte ai grandi benefici che la stampa può rendere in un paese in guerra, dando all'anima nazionale un alimento di verità illuminatrice, stanno i pericoli che possono scaturire da indiscrezioni involontarie, inapparenti, celate talvolta in un innocente episodio.

Il servizio giornalistico sul campo di battaglia deve essere quindi soggetto ad una disciplina, anche perchè la presenza non controllata d'un numero illimitato di persone estranee all'esercito può generare confusioni al movimento esatto della grande macchina militare. Ora, i servizi di guerra sono organizzati nell'ordine della loro utilità; conveniamo che lo Stato Maggiore ha, nel primo inizio della lotta, delle cose più urgenti da fare. Il servizio della stampa verrà presto, crediamo. Ma, per adesso, la proibizione assoluta doveva essere logicamente una misura indispensabile.

Rientriamo dunque anche noi corrispondenti di guerra nella nazione aspettante. Ma vi rientriamo con un ardore più grande di entusiasmo e di confidenza che viene dalle cose vedute. Il Paese ha la fede: noi, testimoni del magnifico principio, abbiamo la certezza. Sappiamo più di ogni altro, forse, come la marcia alla vittoria sarà lenta, ponderata, faticosa, dura, ma sappiamo pure che sarà irresistibile, sicura, e, pensando all'avvenire, in fondo alle tormentose emozioni dell'attesa, sentiamo come gonfiarsi in noi un palpito di gioia trionfale. Il destino d'Italia è nelle mani dell'esercito come un ferro incandescente nelle tenaglie del fabbro, e conosciamo quale forza vigorosa e sicura lo forgia.

Perchè dunque, ridiscesi dalle posizioni irte d'armi italiane, ruggenti di cannonate e festose d'entusiasmo, sentiamo qua e là nella folla un soffio d'ansia? Nessuno meglio di chi arriva dalla guerra può conoscere la falsità assoluta e ributtante di certe notizie che, giorno per giorno, circolano misteriosamente, celandosi vergognose nel sussurrio della calunnia.

Da dove vengono? C'è della gente che ha interesse a pungere così la nostra sensibilità, per stancarci, per indebolirci. Essa sbaglia il calcolo, e insistendo ci renderà il beneficio di guarirci di questa eccessiva sensibilità che ci tortura. L'acciaio si tempra tuffandolo caldo nell'acqua fredda. Scoprendo ogni giorno che il «si dice» affannoso di ieri era un'ignobile bugia, che era un bagno freddo offerto alla nostra anima ardente, ci tempereremo. Diventeremo saldi e freddi come l'acciaio. Grazie, nemico.

Perchè c'è puzza di nemico nei «si dice».

Ricordiamoci che è un principio dell'ineffabile «Manuale di Guerra» dello Stato Maggiore tedesco colpire le risorse morali dell'avversario. La prima e più grande risorsa è la fiducia, la compattezza, la serenità. La sicurezza nella vittoria è l'elemento fondamentale della vittoria. E se v'è un popolo che deve sentirsi sicuro del trionfo, questo popolo è il nostro. In guardia, italiani, contro l'insidia della fandonia austriaca!

Il pessimismo è stato in Francia giustamente equiparato alla diserzione. Chi dubita è involontariamente un disertore. Egli fa al Paese lo stesso male che se passasse al nemico. Lavora per il nemico. Mina la robustezza indomabile della fede, che è il metallo di cui si foggia la volontà.

Diffidiamo del nostro spirito di obbiezione, di contraddizione, di critica, che ci porta alla ricerca appassionata del lato sconfortante d'ogni cosa, creandolo quando non c'è, immaginandolo dietro al silenzio e dietro al segreto sacrosanto che deve circondare i particolari della preparazione strategica.

Anche il popolo che resta a casa è combattente, esso appresta le armi, facilita l'azione militare agevolando la circolazione libera, sicura e rapida dell'immenso traffico su tutto il paese, disimpegna le truppe adibite all'ordine pubblico e più utili alla frontiera, mantenendo da sè stesso una quiete profonda, normale, inalterabile, esso dà alla guerra tutte le risorse e tutte le forze, le dà il nutrimento e le dà l'audacia. Ogni piccolo turbamento nella nazione può ripercuotersi nei servizi della guerra e distogliere un'attenzione preziosa all'opera militare. Le forze vive del Paese debbono tendere concordi alla vittoria, pazientemente, instancabilmente. La vittoria sarà.

L'atteggiamento magnifico della Francia è avanti a noi. Silenzio nelle file, avanti con un solo cuore e un solo pensiero, siamo tutti sotto le armi! Ricordiamoci che si combatte per l'Italia fuori della battaglia, lavorando, ubbidendo, tacendo, l'anima piena della nostra fede incrollabile.

Si vorrebbe sapere più di quello che i bollettini militari ci dicono? Lo sapremo a suo tempo, e sapremo anche come i bollettini siano reticenti: ma reticenti su cose che ci farebbero gonfiare il petto di orgoglio. In fondo dicono già molto i bollettini, con sobrietà; noi ne siamo garanti perchè i nostri occhi vedevano; e la sobrietà nasconde spesso verità magnifiche.

Non è ancora l'ora di narrare. Ma io che ho avuto la fortuna di seguire in guerra varî eserciti, dal Giapponese al Bulgaro, dal Serbo al Francese, dal Belga all'Inglese, posso dire di avere avuto in questi giorni l'impressione d'un esercito magnifico che può reggere tutti i paragoni: magnifico per i suoi uomini, per il suo spirito, per il suo armamento, per i suoi servizî, per la sua disciplina e per la sua salda e profonda fiducia nel Comando supremo.

Non è indiscrezione osservare che il nostro esercito — la cui compagine organica era splendidamente approntata — compie in questo momento lo sforzo più grande che un esercito moderno possa compiere: quello di mobilizzare, adunare le truppe, e fare una guerra offensiva e vigorosa nel medesimo tempo.

È come se si finisse di mettere insieme una macchina quando la macchina è già in pieno movimento. Le unità grandi e piccole si spostano per l'azione, e le forze integratrici le raggiungono senza errori, ed i servizî, mentre si completano, mutano e allungano continuamente i loro itinerarî, facendo fronte a tutti i bisogni. In questo periodo preparatorio si compiono prodigi, si superano difficoltà enormi; l'intelligenza, l'iniziativa, l'abnegazione di tutti risolvono problemi giganteschi di logistica, e il profano non riesce neppure a sospettarli avanti alla grandiosa visione dell'ordine, della puntualità, dell'esattezza, che dànno all'immane movimento la regolarità prodigiosa di un palpito.

Ebbene, questa regolarità nasce lontano dalla zona di guerra, e noi vogliamo ora indicare alla riconoscenza nazionale, oltre agli uomini che tengono nel pugno la formidabile e stupenda organizzazione militare, un altro prezioso fattore di quest'ordine mirabile: i ferrovieri. Essi, dai loro capi supremi all'ultimo manuale, sono al di sopra di ogni elogio. Non hanno più orarî di lavoro, non conoscono altra legge che la necessità, si dànno all'opera infaticabilmente, si moltiplicano, pare che per le luccicanti rotaie si propaghi fino a loro la febbre di attività combattiva delle truppe.

Non giudichiamo il servizio attuale delle ferrovie dal ritardo dei treni viaggiatori. È già un miracolo che vi possano essere tanti treni viaggiatori. Nei primi quattro mesi di guerra s'impiegavano tre giorni per andare da Modane a Parigi. Noi riusciamo a mobilizzare le truppe lasciando al commercio il suo movimento. I ferrovieri italiani sanno stare al loro posto di combattimento.

Il traffico di certe linee è centuplicato. Delle reti ferroviarie giudicate deficienti ai bisogni normali, sono portate ad un rendimento tremendo, favoloso. Non un convoglio militare indugia sulle vie ingombre, e sono centinaia e centinaia di convogli lunghissimi che s'inseguono. I viaggiatori ritardano, ma essi debbono essere i primi a non lagnarsi, perchè al di là delle tendine calate, nei loro vagoni chiusi, essi odono il rombo perpetuo dei treni colmi di truppe, adorni di verdure, dai quali si spandono sulla campagna cori formidabili e guerrieri. E quelli arrivano in orario.

Dove hanno imparato i nostri soldati i loro canti di guerra? Come risorgono queste antiche canzoni militari che accompagnarono le battaglie della nostra Resurrezione? Chi ha inventato i nuovi inni della nuova guerra? Questa musica rude e ingenua pare che sgorghi spontaneamente dalle masse armate, come si leva l'ululato dalla tempesta. Sono arie primitive rese fiere dalla bufera delle voci, sono rozze strofe ma impetuose e solenni come un giuramento.

Andiamo in guerra

Tuona il cannone

Trema la terra

Ma il nostro sangue non tremerà!

ho udito cantare in una stazione, da un treno in partenza, mentre un altro più lontano urlava:

Noi vogliam la libertà.

Noi vogliam la libertà!

E tutta questa gioia superba e gagliarda arriva alle prime linee, arriva al combattimento. La lotta è apparsa subitamente come una non so quale terribile e magnifica festa. Tutti vorrebbero essere avanti, più avanti. Il rombo delle cannonate è una voce che chiama. Quelle unità che entrano nell'azione, vanno come se non avessero mai fatto altro, superbamente. L'anima vera delle varie genti italiche si rivela in un fulgore nuovo. Un soffio d'eroismo l'ha accesa. È tutta la giovinezza della Razza che ritorna e fiorisce come una primavera. Nell'alterna vicenda della storia un grigio inverno è ora finito. Sono dimenticati i lunghi geli e i gravi torpori. Il vigore trionfale d'Italia erompe, pieno di una formidabile poesia. Lassù, fra le truppe, è una serenità ardente.

Prima di prestare orecchio ad una voce velenosa, pensiamo ai nostri soldati che vogliono e avranno la vittoria, pensiamo ai loro capi che sanno prepararla e conseguirla, e crediamo fermamente in loro. Nessuna speranza sembra troppo grande, nessuna mèta sembra troppo alta, per chi ha visto il primo passo delle nostre truppe. A loro la nostra confidenza illimitata.

Sappiamo aspettare e tacere. Facciamo della nostra certezza una corazza. Un dubbio è un tradimento. Convinzione, ordine e calma sono le armi del popolo nella grande guerra. Seguiamo l'esempio dei nostri eroici alleati, noi che entriamo nel conflitto al loro fianco. Evitiamo d'indovinare, evitiamo anche di discutere, una parola inutile può essere una parola dannosa. La disciplina dei ranghi scenda fra noi.

Noi, popolo, siamo come gli equipaggi che nelle cieche stive della corazzata nutrono i forni, caricano le munizioni negli ascensori, fanno camminare, manovrare e combattere la nave, ma che non possono sapere subito quello che avviene sopra, all'aria aperta, dove si combatte, sui ponti e nelle torri blindate, e che ignorano le fasi attuali della battaglia. Essi debbono essere tutti al loro lavoro, senza cercare di capire, esatti, alacri, compresi della necessità di agire senza esitazione e senza scoraggiamenti, sentendo quanta parte della vittoria si appoggi sulla loro opera oscura e sulla fiducia da essi riposta nel comando supremo e negli uomini che si battono.

Ebbene, i boccaporti sono chiusi, c'è combattimento sui ponti, attenti ai comandi, o Genti delle stive! Non vi fermate, dominate ogni curiosità e ogni ansia, una mano ferma, una mente luminosa, un cuore leonino reggono le sorti della possente nave Italia, e dietro ai cannoni vi sono petti che anelano alla vittoria!

E la vittoria sarà nostra.

«MORALE ALTISSIMO».

5 giugno.

«Morale altissimo» — dicono i bollettini ufficiali. Lo Stato Maggiore, laconico e pacato, non dedica che una parola all'anima dell'esercito. Il Paese deve averne avuto un'impressione di baldanza. Ma nulla può conferire il senso della realtà quale si è rivelata a noi, subitamente, già nel primo giorno della guerra nel quale sentimmo passare sulle nostre schiere un magico soffio di esultanza, la folata di vento d'un colpo di ala immane, invisibile, favolosa.

No, la Nazione non sa ancora. Per dare un'idea dello spirito delle nostre truppe, vorrei poter descrivere niente altro che la febbre di quel 24 maggio nel quale si tracciò la prima parola della nuova e gloriosa pagina della nostra storia. Quale giornata di luce, di gioia, di ebbrezza!

Abbiamo la sensazione che essa abbia inciso profondamente la sua data non nella nostra povera memoria d'uomini soltanto, ma nella memoria della stirpe. La nostra emozione e il nostro entusiasmo avevano una pienezza e una violenza che sorpassavano la misura della nostra anima perchè erano sentimenti di una personalità più grande della nostra: la Razza. Erano in noi, erano nell'esercito nostro, l'attesa e l'ansia delle generazioni passate, nutrivamo tutti inconsapevolmente delle speranze secolari, avevamo nel cuore l'eredità preziosa e dolorosa del sogno patriottico dei nostri padri. Sì, i morti si levano, i morti ritornano, essi sono nel nostro spirito e nel nostro sangue, il loro palpito gonfia il nostro palpito, la loro forza è nel nostro slancio, e per essi noi abbiamo provato l'immensa ebbrezza di un'ora nella quale il loro voto si compiva. Sentivamo nel petto un confuso delirio di moltitudini. Abbiamo avuto coscienza di un entusiasmo che echeggerà nell'avvenire. Noi siamo gli eletti nei quali s'è impresso un fulgido ricordo che sarà vivo nei figli nostri e nei figli dei loro figli, sempre. L'eredità sacra si perpetua.

La giornata del 24 avrà forse un'importanza secondaria nel freddo calcolo dell'azione militare. Ma per la Storia è la giornata in cui l'Italia «ruppe gl'indugi». Essa ha una luce che non si estingue. Da quella prima mossa divampò un calore che fuse le anime dell'esercito in un metallo nuovo, compatto, puro, scintillante, ardente. Ne fummo abbacinati e soggiogati.

Questa data ha già per noi un non so quale senso di solennità antica, di imperitura santità, e la immaginiamo segnata come una festa nei calendari del futuro. È stato il Natale della definitiva Unità Italiana. Si passò la frontiera.


L'urlo delle truppe esultanti nel momento in cui, ad ogni varco, mettevano il piede sulla Terra Irredenta passò irrefrenabile, profondo, prodigioso, sovrumano. Si sentì dalle cittadine più prossime, si sentì da Palmanova che issò il gonfalone sull'antenna veneta, si sentì da Jalmicco, da Medeuzza, da San Giovanni di Manzano, si sentì da tutti i paesi nella regione immediata dei confini.

Era un'acclamazione tuonante che si levava, si estingueva, risorgeva, veniva da un lato, rispondeva dall'altro, serpeggiava nella pianura, scendeva a ondate per la vallata; e più su, dalle vette boscose sorgeva lontano, nella serenità calma e meravigliosa dell'alba purissima, l'immane grido augurale dell'esercito, il poderoso grido di guerra che l'Italia lanciava per la voce dei suoi figli, e pareva l'ululare remoto d'una bufera.

La dichiarazione di guerra era rimasta ignorata negli accampamenti, che negli ultimi giorni s'erano fatti densi e vasti. Verso i confini, nella campagna ubertosa, era tutto un brulicante grigiore di truppe. Verso i lembi d'una ferita il corpo sano manda a pulsazioni serrate il sangue più ardente a cicatrizzarla in una congestione dolorante, e così sulla ferita delle nostre inique frontiere che tagliavano la carne viva della Nazione era affluito il più bel sangue nostro, la forza fiammeggiante e pura che chiuderà la piaga, tutta la gioventù d'Italia.

Il lavoro dei campi continuava intanto vicino alle trincee. Prevedendo di essere chiamati alle armi, i contadini avevano anticipato la zolfatura delle viti. La calma della popolazione era magnifica. Da alcuni paeselli che potevano trovarsi sulla linea del fuoco, gli abitanti avevano allontanato le donne e i bambini, poi gli uomini validi erano tornati al lavoro. Avere la propria terra sconvolta da una trincea era argomento di fierezza. L'esodo delle famiglie dai cascinali più esposti non aveva nulla di doloroso e di triste. Le donne, con i bimbi in braccio, inerpicate sui carri che i buoi trascinavano lenti, salutavano festosamente i soldati: A rivederci, fateci tornar presto, viva l'Italia!

Avanti a tutti, affossate a terra, le vedette. I battaglioni della prima difesa aspettavano l'allarme, di ora in ora, con desiderio rabbioso. Una impazienza di battaglia era in tutti. Aveva maturato nell'esercito la coscienza d'una forza invincibile. Essa veniva dalla fiducia illimitata nei capi, dall'ordine e dalla regolarità con la quale la nostra gigantesca macchina di guerra si è apprestata, e veniva sopra tutto dal sentimento dei nostri diritti, dalla santità della nostra causa, dall'intima convinzione che la vittoria finale debba essere per la Giustizia. L'odio verso il nemico antico, verso il nemico tradizionale, ridivampava. La Storia non si distrugge.

Ma l'attesa pesava.


C'era ancora come una recondita e vaga paura di essere trattenuti. Che cosa aspettiamo? — chiedevano i soldati, che sono semplicisti e che ritengono tutte le preparazioni complete dal momento che loro sono là. I campanili dei villaggi, le collinette che si levano come isolotti nella pianura, gli antichi spalti veneziani di qualche vecchia città, perfino l'alta spianata del Castello di Udine, erano sempre gremiti di soldati che contemplavano le terre italiane da liberare. Le contemplavano con amore, con passione, le prendevano con lo sguardo pensando all'irruzione imminente e all'urto delle armi che li avrebbe portati al possesso.

Si udivano esclamazioni ingenue e appassionate. Alcuni, ignari, arrivati al fronte per dovere, si accendevano a quella vista. Essa era come la visione materiale dell'ingiustizia. Quel profilo dell'orizzonte aveva al loro cuore qualche cosa di dolente; sentivano la Patria del di là, lacerata e oppressa. In quella linea azzurra di pianure che sfumavano nel mare, in quelle creste di monti lontani e diafani, in tutta quella terra dai nomi italiani e la fisionomia italiana, era una non so quale espressione indicibile di chiamata e d'intesa. Fra i soldati italiani che guardavano e l'Italia schiava, passava da anima ad anima un dialogo prodigioso e muto: Venite! — Eccoci!

E l'ora suonò.

Nessuno l'avrebbe immaginata così bella.

Cominciò un movimento di stati maggiori nella notte. Un rombare di automobili destò le città verso le tre del mattino. Uno scoppiettìo di motociclette si disperse nelle tenebre verso mète ignote. Poi in tutti gli accampamenti, nei villaggi, nei centri di deposito squillarono segnali di tromba. L'allegro ritornello della sveglia chiamava e rispondeva sulla campagna buia. Era la diana dell'Italia.

Fu un'onda di febbre e di gioia. L'aurora trovò l'esercito pronto. Mai la rapidità e l'ordine furono così uniti. Le cavallerie in sella, le fanterie schierate, le artiglierie attaccate, e, indietro, tutti i servizi, tutti i convogli, le salmerie, le ambulanze, aspettavano l'ordine d'avanzata. Ogni ufficiale conosceva il suo còmpito preciso, ogni unità aveva il suo obbiettivo, la grande macchina stava per muoversi, regolare e formidabile.

Le avanguardie partirono incontro all'aurora. Il sole sorgeva immane e rosso, e tutto il mondo si tingeva di rosa. Drappelli di ciclisti scivolavano lentamente in esplorazione sulle strade deserte della pianura friulana in tutta la rete della frontiera. Altrove erano pattuglie di cavalleria che inoltravano verso l'Isonzo. Alcune batterie avevano preso posizione per forzare qualche passo che si supponeva difeso. Si aspettava una resistenza fra il Monte Quarin, sopra a Cormòns, e la collina di Medea, e, di fronte a queste posizioni, le alture di Budrio erano irte di cannoni italiani. Le fanterie infine spinsero avanti la loro prima linea spiegata in formazione di combattimento.

Non si può apprezzare al giusto valore lo spirito meraviglioso della truppa se non si tiene conto di questa circostanza: che muovendoci si credeva alla battaglia immediata.


Si aspettava una resistenza. Le informazioni la facevano prevedere. La natura delle posizioni la rendeva logica. La presenza di truppe bosniache e di cavalleria ussara, avvistate dai nostri avamposti, pareva confermare la probabilità di una opposizione.

La nostra fanteria inoltrando immaginava di andare all'attacco. E vi andava con una volontà compatta e lieta. Guadò il Natisone, nel piano verso la frontiera di Cormòns, e avanti, fra gli alberi folti, lungo i margini verdi, nel profumo delle acacie fiorite, nello sfolgorìo del più bel sole di maggio, in un'inebbriante atmosfera di primavera italica. L'onda umana passava gonfia di gioia.

Giunse sulla sponda cespugliosa e fresca dello Judrio: il confine.

Allora fu una frenesia.

La valanga di uomini si precipitò, si avventò fra i roveti nell'acqua per toccare subito l'altra riva. E l'urlo immenso si levò: Italia! Savoia! Italia!

Ad uno ad uno i battaglioni che seguivano in colonne, per tutte le strade, lanciavano sulla soglia dell'Italia Nuova il saluto fatidico.

Nessuna cerimonia può assurgere alla grandiosità di questa acclamazione spontanea, formidabile, irresistibile. Ogni regione d'Italia univa la sua voce al coro tremendo. È possibile che qualche cosa di quella maschia, fiera, ardente emozione dell'esercito non sia giunta al popolo che aspettava?

Sulla pianura soleggiata, un mare di verdure, si spandeva uno squillare confuso e remoto di campane.

Cominciò Villanova a suonare a stormo. Le chiese di Manzano, di Trivignano, di Palmanova risposero. Tutti i campanili si destavano, successivamente. Era la voce del Paese, la voce della Terra, la voce della Patria, che mandava alle truppe il suo saluto, l'inno antico delle sue feste, la musica della sua tradizione. E lo scampanìo a martello dava all'ora indimenticabile una augusta solennità religiosa.

Da quel momento l'Italia era più grande.

Lunghe nuvole di polvere sorgevano basse, a strisce, mettendo qua e là dei veli sulle piantagioni, avvolgendo villaggi, dissipandosi per risorgere più vicino: erano artiglierie in marcia, convogli a cavallo e a motore, il cui rombo si spandeva sommesso e continuo, come un fremito di tutta la piana.

L'antica, la vergognosa frontiera era cancellata.


Più faticosa, ma egualmente esatta fu l'avanzata sui monti. Fuori di ogni strada, fuori d'ogni sentiero, portando nel pesante zaino viveri e munizioni per lunghi giorni, portando sulle spalle anche la legna per cuocere il rancio, anche la paglia per dormirvi sopra, i nostri atletici alpini, coadiuvati in alcuni punti da bersaglieri, da militi della Finanza, esploratori arditi e infaticabili, andarono avanti da vetta a vetta.

Hanno la tattica dell'aquila. Vanno da una cima all'altra, da una punta all'altra. Si annidano sulle sommità, e non c'è forza che potrebbe sloggiarli. Non temono l'isolamento. Fanno di ogni vetta occupata una fortezza inespugnabile. S'inerpicano, s'insediano, si trincerano, e per le valli che essi dominano il grosso marcia al sicuro e si sgrana come un formicaio.

Si videro le cime austriache coronate da loro, una dopo l'altra: il Monte Corada, il Monte Cuk sulle creste del Colovrat. Sul profilo di posizioni altissime, che si supponevano fortemente protette, al di sopra della gran coltre dei boschi, si scorse dopo mezzogiorno il brulicare delle nostre avanguardie. Subito, al primo giorno, ci insediammo in faccia alle fortificazioni nemiche.

Avanzando sulla pianura, le nostre truppe scacciarono avanti a loro i piccoli nuclei austriaci, che abbandonarono in fuga i loro barricamenti, le trincee di arresto, le abbattute d'alberi, tutte le difese preparate all'entrata dei villaggi e ai punti favorevoli. Ritirandosi il nemico faceva saltare i ponti. Le avanguardie italiane vedevano brillare le mine, una vampa, un getto di macerie, una colonna di fumo e di polvere, e le detonazioni spandevano il loro rombo sinistro. Anche un ponte dei più importanti per l'azione era minato, quello sullo Judrio, ma il precipitarsi dei nostri esploratori lo salvò. Era il ponte di confine.

È un ponte di legno, pittoresco, angusto e lungo, che le sponde alte sovrastano chiudendolo come fra due muri di verdura. Per risalire facilmente la riva, le batterie lo passavano al galoppo. I cavalli sferzati si slanciavano, e in un grido impetuoso di «Viva l'Italia!», in uno scalpitìo pesante sul tavolato che tremava tutto, in un tuonare di ruote, in un frastuono d'acciaio, i cannoni sì avventavano.

Passate le prime truppe i segni della frontiera scomparvero. Una forza sovrumana divelse i pali gialli e neri, saldati a macigni, spezzò le aquile di ferro che in cima ad ogni palo aprivano le loro ali araldiche e biforcavano la loro duplice testa coronata. Non c'è più niente. Dei frammenti calpestati e informi. Un furore d'uragano è passato. Nulla lo avrebbe trattenuto.

In varie zone montuose, come sull'altipiano di Asiago, le nostre truppe avanzarono, in quel primo giorno, sotto al fuoco di grosse artiglierie da fortezza. Non si vide un'esitazione. Quei soldati nuovi al combattimento salutavano le esplosioni con esclamazioni ironiche. E andavano avanti.


Le operazioni di quel primo giorno, i bollettini dello Stato Maggiore l'hanno detto, non furono che una correzione di fronte, la quale, contrariamente al senso del linguaggio ufficiale dei nostri nemici, si operava in avanti. Ma il fuoco che allora si accese nell'anima italiana non si estingue più, perchè non è un fuoco nuovo. C'è stato sempre, noi ne sentivamo il tepore sotto la cenere. Un soffio sublime ha dissipato le scorie e la gran fiamma s'è levata e ondeggia alta. Tutta la frontiera ne divampa. Abbiamo una troppo grande eredità di eroismo e di gloria per non ritrovarla intera nell'ora inebbriante della nostra lotta più santa contro l'eterno oppressore.

No, eterno no! Lo scampanìo delle chiese friulane suonava i primi rintocchi del suo funerale.

Ho narrato del primo giorno, del primo slancio, perchè il resto deve rimanere ancora segreto. Ma v'è lo stesso cuore di quell'ora di delirio. Con lo stesso lieto entusiasmo il nostro esercito schiaccia i forti corazzati del nemico, assalta e conquista di colpo delle ridotte avanzate, si spinge con felice sapienza, con audacia paziente, fin sopra a delle trincee blindate.

Dove non si va con quest'anima?

VERSO L'ISONZO.

19 giugno.

È per la strada maestra che questa volta mi avvicino alla guerra. Nelle regioni della frontiera — diciamo dell'antica frontiera perchè la nuova cammina — la ferrovia, tutta intenta a trasportare soldati e munizioni, lascia i viaggiatori sui binarî morti. E ve li dimentica. Nelle piccole linee i treni per il pubblico ritardano in media dodici ore nei primi quaranta chilometri. Uno solo, che io sappia, è arrivato in perfetto orario: partito da Udine si è trovato a San Giorgio di Nogaro all'ora indicata. Ma era il giorno dopo. Così la strada maestra è ritornata in onore.

Da quando fu inventata la locomotiva non aveva visto più tanto traffico. Vi passa tutto il commercio della provincia, tutto il movimento dei mercati e delle fiere. Perchè non un mercato è stato sospeso, e a Treviso, a Portogruaro, a Latisana, a Oderzo, in piena zona di guerra, le piazze antiche e pittoresche si affollano al mattino di venditori e compratori venuti dalla campagna, i merciaiuoli ambulanti erigono le loro baracche, e tutto si passa come in piena pace.

Sulle magnifiche strade, che sembrano viali di parchi, ombrate da vecchi platani rigogliosi allineati sui bordi, è un viavai di carri, di carrette, di biroccini, che s'incontrano con lunghe file di autocarri pesanti e grigi del servizio militare. Stupisce e rallegra la serena attività del paese, la quieta normalità che permane anche nelle regioni che odono il rombo del cannone.


La guerra non ha mutato nulla, non ha toccato nulla. Ricordo la tragica sospensione di ogni vita negli altri paesi belligeranti quando il grande conflitto s'iniziò. Si vedevano i segni del lavoro subitamente interrotto sulla campagna francese divenuta deserta, si sentiva l'allarmi, la paralisi, l'angoscia della nazione intera, i villaggi solitari avevano un'espressione desolata, e, cessato ogni commercio, le città costernate tacevano, con le vie quasi vuote fra i negozi chiusi.

Uno straniero che arrivasse fra noi ignaro (per un'ipotesi fantastica) degli eventi, non sentirebbe la guerra nella vita intensa delle nostre città e nella tranquilla operosità dei nostri campi, non si accorgerebbe che stiamo combattendo la più grande lotta della nostra esistenza nazionale.

La guerra ci ha trovati pronti, e niente altro che l'immutata fisionomia della nazione, mentre milioni d'italiani si battono, è già una grande prova di potenza.

Nei vigneti e nei frutteti si lavora, e dalla campagna luminosa, che non è mai sembrata così bella, così folta di vigore, così promettente, scolorata qua e là dal primo imbiondire delle messi, arrivano nella serenità ardente del meriggio i canti dei contadini all'opera, le antiche canzoni dei campi, semplici, larghe e solenni come preghiere.


L'automobile che mi porta fila nella immensa pianura friulana, attraversa ponti custoditi da sentinelle, passa per stazioni di tappa insediate nelle piccole città, affollate di carreggi, intorno alle quali si allargano bivacchi nereggianti di cavalli e parchi automobilistici.

Impossibile deviare dalla via buona. Oltre alle tabelle militari, che, affisse ad ogni crocicchio, dicono ufficialmente la giusta direzione, si trovano indicazioni di tutti i generi, consigli diversi sotto forma di «vedi mano». L'entusiasmo degli abitanti ha spennellato sui muri dei paesi delle grandi frecce accompagnate da diciture sommarie e definitive: «Per Trieste!» — « — Di qui per Monfalcone, Trieste e sempre avanti!» — e non si può sbagliare. Più di un paesello ha già battezzato Via di Trieste, o Via della Vittoria, la strada principale.

Ma la vera, la grande arteria della guerra è la ferrovia. Treni vuoti che tornano, treni pieni che vanno, passano in perpetua successione, lunghi, ansimanti, e nelle stazioni piene d'ordine, custodite da bravi territoriali, inflessibili come la loro enorme baionetta, spesso le truppe che aspettano l'ora della partenza, durante lunghe soste al sole, cantano a squarciagola. Ogni vagone ha la sua canzone, indipendente dal vagone vicino, e il treno intero manda il più spaventoso dei cori. Quando poi il convoglio si muove, il coro si fonde in un tremendo evviva: «Evviva l'Italia!», «Vogliamo Trento e Trieste!». E i gruppi di abitanti, che non mancano mai di affollarsi alle barriere, rispondono.

I soldati salutano sempre con gioia ogni passo in avanti. Gremiscono le aperture dei furgoni — che delle fronde, dei fiori, delle bandierine adornano — e gesticolano, e ridono, e gridano, seduti alcuni sui bordi, le gambe ciondoloni, mentre dietro agli uomini, nell'oscurità interna, si profilano teste di cavalli, assonnate e gravi; e un'oscillazione di zaini, di cinturini, di giberne, di tascapani, pende dal soffitto. Sui vagoni a piattaforma i carriaggi si allineano, con le stanghe in alto come braccia levate. Sotto a grandi copertoni di tela grigia s'indovinano forme di cannoni.

Alla stazione di San Giorgio assisto all'arrivo d'un treno di feriti.


È un treno della Croce Rossa, tutto nuovo. Vestite di bianco, delle dame di un comitato locale vanno premurose da un vagone all'altro distribuendo bibite ghiacciate. Non si ode un lamento.

La prima cosa che i feriti domandano è d'essere informati della guerra. Hanno sete di notizie. Portati via dall'azione, vogliono sapere quel che è successo dopo, quello che succede altrove. Si direbbe che soffrano più per il distacco dal combattimento che per le ferite ricevute.

«Che cosa si sa oggi?» — chiedono prima di portare alla bocca il bicchiere madido. «Buone nuove, Monfalcone è presa!». La voce passa da una cuccetta all'altra. Tutti si sollevano sui gomiti, i meno sofferenti balzano a sedere, è una agitazione sotto le lenzuola candide, delle teste bendate sorgono dai cuscini: «Monfalcone è presa!».

Dei dialoghi brevi s'intrecciano: «Ah, se fossi sicuro d'avere ammazzato un austriaco, non me ne importerebbe della ferita!» — esclama riadagiandosi cautamente uno che ha la spalla fasciata. Dalla cuccetta sopra a lui una voce rauca scende: «Io uno almeno l'ho infilato!» — è un fantaccino che è stato ferito di baionetta alla coscia durante un assalto. Dopo un istante riprende: «Io uno, e lui (additando un altro lettuccio) lui due!».

Qualche esclamazione d'incredulità, o d'invidia, si leva. «Due, due! — ripete la voce. — Era vicino a me. Ci sono i testimoni. Due austriaci si sono buttati addosso al capitano. Eravamo sulla trincea. Allora lui l'ha spacciati tutti e due, ma ha preso una baionettata. È vero? tu, parla!». — Ma l'eroe non può parlare, manda un mugolìo d'approvazione, poi solleva il braccio nudo, un braccio nodoso, forte, bronzato, che emerge dal biancore del letto e agita l'indice e il medio tesi ripetendo col gesto ostinato: «Due, due, due....».

«Silenzio, ragazzi! — ammonisce dolcemente un infermiere che passa. — Chi ha ancora sete?».

L'abnegazione del personale sanitario, tutto, è magnifica. Ad essa si deve se i nostri feriti sono quasi tutti leggeri. La gravità d'una ferita è spesso prodotta soltanto dal ritardo delle prime cure. Con questo calore torrido, anche gl'infermieri, stanchi, debbono aver sete, e pure essi rifiutano le bibite che vengono offerte anche a loro quando tutti i feriti hanno bevuto.

L'attesa è lunga alla stazione; occorrono molte manovre per sgombrare al treno la via, e nei vagoni chiari, odoranti di medicinali, si rifà il silenzio. Alcuni feriti, che dal comitato delle dame hanno ricevuto in dono delle cartoline militari e dei lapis, scrivono lentamente, seduti sul letto. Uno fuma voluttuosamente una sigaretta e ne scaccia il fumo facendo ventaglio della mano, perchè è proibito fumare. La stazione sembra divenuta deserta. Sul marciapiede affocato passeggia il territoriale di sentinella, solo. Fischiano le locomotive laggiù verso i dischi, sui binarî abbacinanti, e il cannoneggiamento brontola dalla parte del Carso.


Il desiderio di tornare al fronte è comune a quasi tutti i feriti. È in loro la fede profonda e l'aspettativa della vittoria. Si rammaricano di esser portati via «sul più bello». Sono presi dalla passione della battaglia, dall'istinto della lotta, sentono ardentemente tutta la grandezza e la giustizia sacrosanta della nostra guerra, ma sopra tutto hanno come il sentimento che «si ha bisogno di loro», la preoccupazione di un posto vuoto lasciato nelle file. È uno spirito straordinario di solidarietà, è un senso altissimo del dovere, che rivelano nella razza virtù guerriere d'una possanza insospettata.

All'ospedale di San Giorgio è ricoverato un soldato automobilista; conducendo la sua macchina, per evitare due cavalleggeri che chiudevano la strada ad una svolta, egli era andato a finire nel fossato, ferendosi contro al volante. Correva incaricato di una missione: ora il suo incubo è di compierla. Ha la febbre, non può muoversi dal letto, ma prega, scongiura medici e infermieri: «Bisogna che io vada, credete, è importante, lasciatemi andare, tornerò dopo...!». Questo senso di un dovere assoluto, improrogabile, sacro, di un dovere che va compiuto ad ogni costo finchè c'è un alito di vita, è diffuso nell'esercito ed ha la profondità d'una convinzione religiosa.

Per tutto dove passo trovo degli esempi umili e magnifici di questa nobile comprensione del dovere, anche fuori dei combattimenti, nell'oscura fatica dei servizi. Ecco, in vicinanza del fronte, a Medea, sulla via polverosa passano i cucinieri di un reggimento che sono andati per l'acqua; sono sporchi, sono stanchi, non dormono che tre o quattro ore per giorno, sul far dell'alba. Uno di essi, dagli occhi febbricitanti, ha la mano destra fasciata, enorme, sollevata e tremante. Porta il secchio sulla spalla sinistra. «Come stai?» — gli domanda affettuosamente un ufficiale superiore. Il soldato, un contadino calabrese piantato sull'attenti, risponde: «La mano mi fa male ancora!». Quando si è allontanato, l'ufficiale mi spiega: «È caduto, e cadendo si è immerso la mano nell'acqua bollente; il medico gli ha ordinato di coricarsi sotto la tenda, di restare in riposo, immobile, ma lui dice che c'è troppo da fare, ed ha pregato i superiori di lasciarlo lavorare finchè Dio gli dà la forza di resistere».

Poco lontano, a Viscone, ad una tappa di carreggi, passa lungo i muri del villaggio un sergente d'artiglieria zoppicante, col piede sinistro fasciato. È stato ferito e mandato alla medicazione, ma egli afferma che non è niente ed evita i posti sanitari perchè «lo portano via». «Sono sicuro — mi dice — che riposandomi qui domani potrò rimettere la scarpa e rimontare a cavallo; così ritrovo subito la batteria....».

Egli si è fermato a portata di voce, per dir così, della sua batteria, e ne ascolta i colpi lontani, e li riconosce: «Ecco, è lei.... — e con un sorriso soddisfatto — Come sona duro, eh?». Il profano non sente che un confuso e formidabile rimbombare di tuoni verso Gorizia.


Avanti, gli avvenimenti ci chiamano con questo rombo tempestoso. Andiamo verso l'Isonzo.

Come tutto prova l'iniquità della frontiera che abbiamo cancellato! Come ogni cosa è italiana al di là! Vi è l'impronta nostrana sulla terra, nel paesaggio, nella natura. Le vegetazioni come gli uomini gridano la loro italianità. Presso antiche ville, che hanno nomi legati alla nostra storia, vecchi cipressi muscolosi ergono la loro mole gigantesca, oscura, solenne, che sembra un'affermazione vigorosa e superba di nazionalità; si direbbero il simbolo caratteristico del nostro suolo; le coltivazioni, i parchi, i giardini, tutta questa campagna meravigliosa, prodigano forme e colori che sono unicamente della nostra patria. Viaggiando sulle regioni conquistate s'intuisce una unità più profonda ancora di quella della razza, dei costumi, della lingua, un'unità perenne, inalterabile alle emigrazioni e ai dominî, eguale sotto alle correnti e alle tempeste umane, una unità eterna: quella della terra.

La strada bianca corre ancora nell'ombra dei platani, e di tanto in tanto qualcuno di questi giganti, tagliato per formare una barricata austriaca, giace abbattuto, rovesciato nel fosso o sul bordo erboso. Barricate e trincee chiudevano la via ad ogni svolto, ad ogni ponticello. Ma nessuno le ha difese. Fino a Cervignano, per avanzare non s'è avuta che la fatica di rimuovere gli ostacoli. A Cervignano pochi colpi di fucile. Un ponte di ferro, all'entrata del paese, era barrato da un terrapieno e da un'abbattuta d'alberi. Una cannonata, che ha lasciato il segno sull'armatura del parapetto, è bastata a mettere in fuga i difensori.

Il paese ha ripreso un'aria tranquilla e sonnolenta, e i convogli militari passano con frastuono per le strade antiche, anguste ed affocate, fiorite di bandiere. Al di là, verso l'Isonzo, un polverone denso annebbia la pianura. Il cannoneggiamento è più vicino. Nell'aria limpida, chiaro, metallico, diafano, un pallone frenato si libra.

Ancora pochi minuti, e ci troviamo fra le truppe. Dei reparti passano il fiume. Sulle alture di Monfalcone la battaglia rugge.

La nostra prima avanzata, che qui giunse d'un balzo a pochi chilometri dall'Isonzo, non fece in tempo a salvare i ponti. La loro distruzione era forse inevitabile.

Il ponte della strada carrozzabile, lungo più di cinquecento metri, tutto di legno, ma largo e solido, ha bruciato completamente. Vedevamo da Palmanova e da Cormòns, il giorno 24, le colonne turbinose di fumo di questo incendio lontano, e pareva che una città ardesse. Si credette anzi, al primo momento, che gli austriaci avessero appiccato il fuoco a dei paesi, per vendetta.

Dei piloni, formati da fasci di travi, non rimangono che alcuni mozziconi carbonizzati, emergenti ad intervalli regolari dall'acqua azzurrognola e dalla ghiaia bianca, sull'immensa spianata del vasto letto. Tutto il resto è scomparso. Le piene ne hanno cancellato ogni vestigio.

Il ponte della ferrovia, poco discosto, è stato minato, e l'armatura d'acciaio, ricaduta sulle macerie dei piloni crollati, disegna sullo sfondo luminoso del fiume come una trina nera, a larghe centine, spezzata nel mezzo, lacerata e scomposta. Queste rovine dànno la prima sensazione profonda di un paesaggio di guerra.

Gli austriaci avevano cominciato a preparare delle forti difese sulla riva destra. Non si trattava più di barricate frettolose. Lunghe, solide, massicce trincee, dei larghi terrapieni che sembrano dighe, i quali emergono freschi, del colore di terra smossa, al di qua della boscaglia che fiancheggia il fiume e gli fa come una scorta di verde, indicano l'intenzione di fortificare solidamente il passaggio, di creare anche lì una testa di ponte. La rapidità della nostra mossa iniziale ha ricacciato il nemico sull'altra sponda. Ritirandosi, gli austriaci hanno anche distrutto, con delle mine, un pezzo di strada, all'approccio del ponte.

Ma bisognava passare, e siamo passati.

Le riparazioni della strada, i preparativi per il varco del fiume, sono stati compiuti sotto ad un fuoco intermittente di artiglieria, al quale rispondevano i nostri cannoni appostati sulla pianura. Qui, la truppa di questo settore fece la prima conoscenza col bombardamento nemico.

Il bombardamento nemico fu accolto con una indifferenza umiliante. La fanteria, inoperosa nelle sue trincee, conversava sotto gli shrapnells, e il chiacchierìo si sentiva da lontano. Sul bordo d'un fosso, file di soldati inginocchiati lavavano la loro biancheria, cantando a squarciagola.

Una sera, quando tutto è stato pronto, è scoppiato un inferno.

Dopo il tramonto, ad un tratto centinaia di cannoni nostri hanno aperto improvvisamente un fuoco serrato sulla riva sinistra dell'Isonzo, spazzandola a tiri progressivi. Ogni batteria aveva la sua zona da coprire di proiettili. Gli shrapnells arrivavano a stormi sul bordo dell'acqua, sulle sabbie della sponda, sui roveti, sulla boscaglia di salici e di pioppi entro la quale la fanteria austriaca veniva ad annidarsi di notte schioppettando a intermittenza, e più in là l'uragano di acciaio e di piombo batteva i vigneti, tempestava le strade, esplorava la pianura in ogni ripiego. Era uno spettacolo terribile. I balenii dei colpi e delle esplosioni illuminavano la notte di una tremula luce violastra, e sulle nostre truppe la veemente moltitudine delle traiettorie formava una vôlta sonora, una vôlta ululante.

Alle nove precise, silenzio.

L'Isonzo ha qui due corsi d'acqua, vicini alle due rive, e nel mezzo, fra l'uno e l'altro, la vasta distesa di ghiaia. Durante il bombardamento che immobilizzava il nemico, il ramo più vicino fu rapidamente passato a guado: è basso e con poca corrente. Nel lampeggiamento delle cannonate si vide un formicolìo nero e silenzioso di truppe traversare la spianata sassosa del letto e portarsi sul corso più profondo trasportando il materiale necessario alla costruzione di zattere.

Quando l'artiglieria tacque, all'ora stabilita, nella quiete improvvisa pesava l'emozione di una grande attesa. Zattere piene di soldati vogavano nel buio. Le prime compagnie si gettavano sulla sponda sinistra occupandola. Altre forze si aggiungevano a loro. L'occupazione si allargava. Si formava solidamente una testa di ponte. Per il passaggio del grosso, intanto, il Genio lavorava alacremente a costruire solide passerelle. Una ordinata e febbrile attività da cantiere attraversava il fiume.

Ogni tanto due, tre lampi vividi, delle esplosioni: cannonate austriache. La fucileria crepitava ad intervalli, dominata dallo scoppiettìo regolare delle mitragliatrici: era la linea della nostra occupazione che avanzava, sloggiando piccoli reparti austriaci dalle loro trincee. Se si ostinavano, era l'assalto.

Si udiva allora echeggiare alto, intenso, entusiasmante, l'urlo trionfale: Savoia! Passava nella notte il grido tempestoso che faceva battere i cuori dell'esercito in attesa. S'indovinavano gli episodi dell'occupazione nel risveglio del fuoco e nel levarsi delle voci. Verso la metà della notte si è capito che gli austriaci contrattaccavano. Ma si è pure capito subito che erano ricacciati. L'oscurità è stata per un istante tutta piena di un eloquente vocìo di vittoria.

Pochissimi feriti. Dei soldati sono tornati indietro con le mani lacerate dai fili di ferro dei reticolati che essi avevano strappati. All'alba le nostre colonne passavano serrate l'Isonzo sui tavolati nuovi e risuonanti, e i tentacoli delle avanguardie avanzavano già verso le alture di Monfalcone.

Sono le riserve che passano adesso.

AI PIEDI DEL CARSO.

20 giugno.

Nel polverone denso, che incanutisce le siepi e incipria i pampini, sulla strada bianca, affocata, accecante, uomini, cavalli, veicoli si muovono come in una nebbia ardente, e sembrano ombre.

I soldati, già abbronzati dal sole, con quella fisionomia invigorita e fiera che è data dalla sana fatica del campo, marciano in silenzio, ordinati, un fazzoletto intorno al collo. Alt! Zaino a terra! Col peso dello zaino pare che essi depositino la stanchezza; conversazioni e risate si levano improvvise. È un vocìo allegro da scolaresca.

Largo! largo! — con uno scalpitìo serrato, con un rombo pesante di ruote massicce, con un frastuono metallico, delle batterie passano lentamente come in un fumo d'incendio. Al passo dei forti cavalli normanni le grigie macchine da guerra, che non somigliano più che vagamente agli antichi cannoni, procedono in una solennità formidabile. La fine della colonna si perde nei nembi della polvere. Delle automobili dello Stato Maggiore si aprono un varco fra tanti ostacoli, e filano verso il fiume.

Là la strada cessa, il polverone si dissipa, e nell'aria tersa si profilano lontano le pendici del Carso nude, grigiastre. Dalle vegetazioni della piana emergono chiari e aguzzi i campanili dei villaggi come fari sopra un mare.

Sulle passerelle che sostituiscono il ponte distrutto le colonne si assottigliano e si sgranano, i cannoni ed i cassoni si spaziano per superare con una galoppata l'ostacolo delle ghiaie. I conducenti scendono di sella e corrono a piedi, schioccando la frusta, aggrampati alle criniere.

Il cannoneggiamento è vicino. Si vedono scoppiare gli shrapnells in alto sugli alberi; e dal nord, da Gradisca, da Podgora, da Gorizia, arrivano boati profondi di artiglierie pesanti.

Presso le rovine del ponte bruciato, dove l'antica strada, all'alto della ripa, sembra mozzata da una lama e sporge sul fiume un moncone fra parapetti spezzati, sono le ultime trincee austriache, intorno alle quali il Genio ha accuratamente raccolto in enormi gomitoli il filo di ferro dei reticolati spinosi. Ci sarà utile. In qualche angolo inesplorato si rinvengono ancora certi ramponi di ferro a quattro punte, dei quali gli austriaci si servono forse per ostacolare il passaggio ai cavalli, o per armare fosse da lupo. In qualunque modo si gettino, i ramponi rimangono con una punta eretta, aguzza come un pugnale. Somigliano ai «triboli» che i soldati romani spargevano per ostacolare l'assalto dei nemici, barbari a piedi nudi.

Sotto gli alberi, al bordo della trincea, una sedia, quella povera sedia che compare melanconicamente su tutti i campi di battaglia, che si rinviene abbandonata, sbilenca e triste, ovunque la guerra ha fatto una sosta.


A difesa di questa regione del basso Isonzo gli austriaci hanno trovato un alleato nell'acqua dei canali.

Ai piedi delle alture che sovrastano Gradisca e Monfalcone, scorre un canale creato a scopi d'irrigazione e per usi industriali. Un'alta diga maestosa, lunga quasi mezzo chilometro, chiude l'Isonzo presso il ponte di Sagrado, sul quale passa la strada di Gradisca. L'acqua trattenuta forma un vasto bacino che nutre il canale con una corrente di quasi ventidue metri cubi al secondo. Il livello di questo corso artificiale è più alto della pianura. Spezzando un argine gli austriaci hanno potuto trasformare in paludi vaste plaghe al nord di Ronchi. L'altura di Sant'Elia, che è al di qua del canale, è divenuta una penisoletta, e, fortemente trincerata, ha costituito una posizione avanzata del nemico.

Per alcuni giorni, la zona accessibile alla nostra offensiva si è trovata sensibilmente ristretta dalle acque. Il bollettino ufficiale ha narrato dell'ardimentosa azione di una batteria di obici che, portatasi sulla linea della fanteria, ha battuto in breccia una diga. Era la diga di Sagrado. Sfondata quella barriera, l'acqua non si sarebbe più immessa nel canale e avrebbe ripreso il suo corso normale nel letto dell'Isonzo. Ma prima che per questo audace bombardamento l'inondazione, priva d'alimento, defluisse sgombrando il piano, il nostro attacco si è gettato sulle terre rimaste asciutte, più al sud, e per Monfalcone ha preso piede solidamente sulle prime pendici del Carso, in vista del mare.

L'acqua ci è stata nemica, per tutto. Le piene, fra le gole del medio Isonzo, ci portavano via i ponti; a valle l'inondazione artificiale creava avanti a noi dei laghi, e il canale, che con le sue diramazioni si va ora essiccando, forniva intanto la forza motrice di impianti elettrici dai quali gli austriaci derivavano correnti per rendere fulminatori certi reticolati di trincea.

Ma gli austriaci avevano dimenticato che la magnifica opera idraulica dei canali di Monfalcone è italiana, studiata e compita dalla Società Italiana per le condotte d'acqua, di Milano. La perfetta conoscenza dei lavori ci ha permesso di correre subito ai ripari e di ricondurre le acque ad un contegno più patriottico.


Passiamo l'Isonzo.

Una casa sfondata, un hangar demolito, dei muri bucherellati da schegge di granata: si è già nell'atmosfera del campo di battaglia. Ma nessuna battaglia è passata di qui.

Dei cannoni austriaci di mezzo calibro, nascosti sulle alture di Doberdò, tirano sulla strada, e sui villaggi, e sui ponti. Otto o dieci colpi per volta, poi, per due o tre ore non si fanno più vivi. Non combattono, stanno lassù in agguato, e quando vedono in una scìa di polverone un convoglio di munizioni che si avvicina, o un reparto di truppa che si sposta, o un'automobile che corre, giù un po' di grossi shrapnells o di granate, che arrivano con quel loro rombo di motore mal regolato e scoppiano fragorosamente sulla pianura quieta. Tirano persino sulle motociclette col side-car, nella speranza di accoppare qualche generale.

Ma hanno paura di essere scoperti. Non insistono mai, e non è facile individuarli. Conoscono così bene la regione, che il loro tiro è giusto, sebbene inefficace. Percorrendo la strada con dei carreggi si ha la probabilità di assistere allo scoppio di una granata a sessanta passi di distanza. I soldati non ci badano.

No, i nostri soldati sono meravigliosi. Appena una granata scoppia, si vedono i soldati correre, ma verso lo scoppio. Vanno a vedere il buco. Hanno una curiosità da ragazzi per i fuochi d'artificio. Compà, sente mò — grida allegramente un soldato di guardia al ponte ad un compaesano mentre tuona una raffica — pare 'a festa d'a Madonna! — Gli sembra di sentire i mortaretti delle solennità campagnole. Ed il cratere slabbrato, nero, fumante, che le esplosioni scavano al suolo, è per loro uno spettacolo curioso che li attira. Sono là intorno, aggruppati allo scoperto, incuranti del nemico che li vede, disputandosi le schegge che scottano ancora. Ogni soldato ne ha una in tasca.

Sulla strada così esposta il movimento continua regolarmente. I territoriali divenuti carrettieri e bovari, passano anche loro con i birocci e le mandrie.

Nessuno esita, nessuno si ferma, nessuno devia.


Un distaccamento di bersaglieri ciclisti riposa all'ombra delle casupole, all'entrata di un villaggio: Begliano. Appoggiate ai muri, le biciclette intrecciano ruote e telai in una confusione sottile e geometrica di circoli e di linee; qualche motociclista prova attentamente il motore, che strepita sul cavalletto; i soldati, accoccolati a gruppi sui macigni, conversano placidamente, fumano, fischiettano, e sulle loro teste l'alito caldo e lieve del meriggio fa correre un fremito di piume nere. Gli ufficiali, che hanno trovato delle sedie in una osteria abbandonata, siedono fuori della porta, sotto a degli alberi. Aspettano ordini. Vi è una serenità, una tranquillità da riposo durante la manovra. Non si direbbe mai che questi soldati si sono battuti di notte e di giorno, che hanno preso delle trincee alla baionetta, sopraffacendo gli austriaci con le mani alla gola.

Il centro della strada è deserto. Da lì si vedono le colline rocciose di Doberdò così vicine che sembrano a portata di voce. «Tra poco ricomincia la musica!» — osserva un ufficiale guardando l'orologio al polso, e appoggiata la spalliera della sedia al muro incrocia le gambe, beatamente, soggiungendo: «Ci fosse almeno un giornale da leggere!».

La musica lì si ripete ad intervalli regolari. Il villaggio è bombardato a orario. Le ultime granate hanno ferito qualche soldato, uno è morto. Da un giardinetto sbuca un bersagliere che ha composto un mazzo di fiori, adorno di una foglia di palma di San Pietro, la palma del nord. Lo mostra ai compagni, che approvano, e scompare in un recinto. È per ornarne la croce sulla tomba nuova.

Ecco, un rimbombo, un urlo apocalittico che solca la serenità del cielo, una esplosione potente, uno scrosciare di tegole e di macerie. La musica.

I bersaglieri, senza scomporsi, guardano in aria. «Dev'essere cascata sulla chiesa!» — dice uno. «Tireranno al campanile!» — osserva un altro. «Questa è cascata qui dietro». — «Ha tremato il muro».... Ma un comando interrompe i dialoghi. Un ordine è arrivato. Si parte.

In un batter d'occhio tutti sono pronti, appoggiati alle biciclette. Si fa rapidamente l'appello. Manca uno. Era là adesso. Chiamatelo. Eccolo che arriva, di corsa, tutto sporco di calcinaccio. «Signor tenente — esclama — è morta la capretta!». C'era una capretta abbandonata nel villaggio, alla quale i soldati avevano munto una bella gamella di latte. «È stata l'ultima bomba — informa il soldato — ero lì vicino, povera bestia! — e dopo un istante di riflessione: — Peccato che sia troppo dura a mangiarsi!».

Via! Con un volteggio elegante ogni soldato inforca la sua macchina e sospeso sul sottile scorcio delle ruote fila nel candore della strada sollevando una bassa scìa di polvere. La compagnia scorre ordinata, silenziosa, veloce, tutta grigia, nella direzione del nemico.

I fucili a bandoliera ergono sullo svolazzamento delle piume come un tratteggio inclinato.


Una folta e confusa massa di gente si avvicina. Viene dalla fronte. Nel polverone che solleva, s'intravvedono dei carri gremiti di persone, tirati da buoi. È un formichìo oscuro, lento, taciturno, nel gran sole ardente. L'emigrazione.

Sono abitanti che il bombardamento austriaco scaccia da ogni paese, da ogni villaggio, da ogni casolare. L'esercito nostro li aiuta, li protegge, li nutre, e disciplina l'esodo. Dei soldati marciano in testa alle colonne e le fiancheggiano.

Il fuoco è cessato, e quando la carovana arriva nell'ombra delle case si ferma e si riposa. «Avanti, coraggio brava gente — avvertono i soldati — ancora un poco, poi vi ristorerete: qui può succedervi qualche disgrazia!» Delle invettive contro gli austriaci si levano dalla folla. Voci di donna gridano, nell'espressivo dialetto veneto: «Anca qua i ne copa!» — «No i vede che semo poareti?» — «Tuto i n'ha tolto, anca i toseti, e adesso i ne buta zò le case!».

«Calma, calma — ammoniscono bonariamente i soldati. — Tornerete presto a casa!» — «Che el Signor ve scolta!» — rispondono le voci. — «Benedeti vualtri e le mare che v'ha fato!» — E la moltitudine riprende la marcia.

Sono donne, bambini e vecchi, tutto quello che è rimasto del popolo, irredento. Carrette di ogni genere trasportano i loro umili bagagli, e sui cumuli dei fagotti e dei sacchi, facendosi ombra con delle vecchie ombrelle aperte, si accalcano i bimbi, gli stanchi, i deboli, in un groviglio multicolore che oscilla alle scosse dei veicoli. Tutti gli altri marciano, gli uomini a parte, due per due, muti, quasi ubbidendo istintivamente alla disciplina militare che li circonda.

Qualche donna conduce dietro di sè la mucca, l'unica ricchezza rimasta alla famiglia, e tira faticosamente sulla cavezza per indurre la povera bestia, stupefatta ma placida, ad allungare il passo. Si vedono dei bambini feriti, sui quali delle fasciature fresche e ben fatte indicano la cura dei nostri posti sanitarî.

La carovana continua il cammino, lentamente, verso l'Isonzo. Un'altra si avvicina, ma ben diversa. Questa è composta di uomini validi.


Dopo che l'Austria, con la leva in massa, ha portato via da questi paesi tutti i maschi dai diciassette ai cinquant'anni, dopo la fuga di tutte le persone notoriamente irredentiste, dopo l'arresto e l'internamento di tutte quelle altre persone che erano semplicemente sospette d'irredentismo, ogni uomo valido che s'incontra è un individuo sospetto. Nove volte su dieci non è nemmeno italiano. Lo dice la sua faccia, lo dice la sua maniera di mettersi sull'attenti per affermare: Son taliano!

Nei primi momenti dell'occupazione non ci si è fatto caso. Ma non abbiamo tardato ad accorgerci che eravamo circondati da spie. Le nostre ricognizioni sorprendevano sventolamenti di bandierine nell'alto dei villaggi. Il passaggio di truppe in alcuni nodi di strade combinava stranamente con l'incendio di un mucchio di paglia o con la caduta d'un alto albero. Alla notte, dietro certe nostre batterie, sul dorso dei colli, palpitavano luci di lanterne cieche. Chi sventolava le bandiere? chi bruciava la paglia? chi abbatteva gli alberi? chi faceva brillare quelle luci? Si trattava di segnali, chiari, precisi, seguìti infallibilmente da un fuoco austriaco che cadeva dritto sugli esploratori, o sulla truppa in marcia, o sulle batterie. Ma non si trovavano i colpevoli, che si mescolavano alla popolazione campestre, troppo atterrita da loro per denunciarli.

Ho visto io stesso, alla notte, scintillare misteriose segnalazioni sulle colline, e eliografi nemici, durante il giorno, parlare a lampeggi con qualcuno che era dietro alle nostre file. Lo Stato maggiore d'una nostra divisione arrivava in un villaggio, e un minuto dopo delle granate piombavano sul suo quartiere generale. Accampamenti ben celati, invisibili al nemico, erano bombardati appena formati. Le nostre batterie si vedevano scoperte talvolta prima di far fuoco. Prendevano posizione, spesso nel cuore della notte, e subito il tiro nemico le cercava senza incertezze.

Noi abbiamo una lealtà militare, una cavalleria istintiva, una schiettezza e una nobiltà di razza, che c'inducono sempre a supporre nel nemico le stesse virtù, anche se il nemico è turco, anche se il nemico è austriaco. I fatti ci hanno subito disilluso. Abbiamo constatato che una vasta e minuziosa organizzazione di tradimento ci cingeva, e non abbiamo perso tempo. In quasi tutti i casi di spionaggio, le ricerche immediate ci hanno portato a scoprire nel raggio delle segnalazioni la presenza di qualche uomo valido alle armi. Qualcuno era vestito da prete.

Gli atti alle armi sono arrestati. Si tratta quasi sempre di militari austriaci. Molti confessano.

La carovana che passa è composta di questi prigionieri.


Come sbagliarsi? Sotto i travestimenti più eterocliti, il soldato austriaco si rivela. Baffi biondastri e ritorti, basette lunghe, tipi magiari, tipi tedeschi, portamento stecchito, fisionomie chiuse e dure, sguardo nemico.

Perchè non fuggano sono uniti a due a due per le braccia. Pochi fantaccini li scortano, con la baionetta inastata. I soldati che incontrano non dicono niente, guardano con disprezzo la processione sinistra e proseguono il loro cammino. Ma un conducente romano non resiste, e dall'alto del suo cavallo interpella un prigioniero che ha una faccia da feldwebel classico: Hai finito de fa la guerra cor lanternino?

Ha finito, sì, e alle spie che non sono state ancora acciuffate l'esasperata vigilanza dei soldati rende molto difficile il còmpito. Ma ve ne sono ancora, rese audaci dai lauti compensi pagati, e dai più lauti promessi. E in parte anche dalla nostra magnanimità che rifugge dalla giustizia sommaria e ci lega a procedure fra le quali lo spionaggio scivola. Ci si era teso ogni sorta di tranello.

Le semplici popolazioni della campagna erano state terrorizzate con i racconti della nostra ferocia, per indurle a fare una difesa da siepe a siepe, e in qualche centro delle armi erano state distribuite. Le sciagure che quella povera gente da undici mesi sopporta erano addebitate all'Italia. L'Italia, questa stracciona, era responsabile della guerra europea, della leva in massa, delle requisizioni; delle contribuzioni, del pane K, della carestia. La molla più possente nell'anima campagnola, il sentimento religioso, non veniva trascurata: gl'italiani erano gli alleati del demonio, gli scomunicati, i dannati, senza fede e senza morale. I nostri soldati, miserabili e delinquenti, avrebbero profanato, rubato, massacrato.

Nelle cittadine ci ha accolto qualche volta l'entusiasmo schietto e vivo delle popolazioni liberate, e la voce del sangue ha finito per parlare anche alle genti più disperse e ignoranti della campagna. La carità, la bontà, la generosità dei soldati hanno fugato ogni prevenzione, se una prevenzione rimaneva in qualche anima oppressa dal terrore abituale della servitù.

Le macchinazioni sleali del nemico si vanno sventando. Ma sta il fatto che l'Austria ha cercato di usare come armi di guerra, oltre allo spionaggio e al tradimento, la paura di povere donne e di poveri vecchi contadini e la loro fede cristiana.

Tutto è buono quando serve: Kriegsbrauch im Landkriege....

DAVANTI A GORIZIA.

20 giugno.

Mentre annotta, un duello di artiglierie s'impegna. Si distinguono i colpi dei nostri cannoni da campagna, più avanti, più lontani, che si son fatti sotto come una gran muta abbaiante di molossi intorno alla fiera bloccata, mentre i boati più cupi degli obici echeggiano nelle vicinanze e il bagliore delle vampe si accende fra le vigne contornando neri profili d'alberi.

Forse si prepara un passo avanti sul Carso? Forse si respinge un contrattacco? Chi sa? Le fanterie nemiche sono in qualche punto a portata di voce. Nelle ore di silenzio, alla notte, i nostri soldati odono gli austriaci che parlano dietro ai loro parapetti di roccia, sulla quale le granate mordono così malamente.

Si combatte per la conquista di ciglioni nudi, sassosi, sui quali non si possono scavare trincee. La parola Carso viene dal celtico carn che significa roccia. La montagna, con le sue stratificazioni calcaree, con quelle ossature bianche che emergono fra i magri sterpi sulle piccole vette, con le sue vallette verdi, sorprendenti di rigoglio, strane conche di frescura entro bordi di pietra, con i suoi crepacci, le sue spelonche, e gl'imprevisti aspetti pieni di una tagliente arditezza, ricorda un po' la montagna di Derna.

La natura offre alla difesa delle formidabili posizioni naturali, completate e fortificate con un assiduo lavoro. Il nemico si annida dietro baluardi di macigno, ai cui approcci si accumulano le difese ausiliarie delle focate petriere e dei reticolati. Se l'Austria ha creduto utile fingersi sorpresa dalla nostra guerra, tutto sul campo di battaglia smentisce la sorpresa, tutto vi dimostra invece una preparazione ben studiata, lunga e paziente. L'abilissima e laboriosa organizzazione tattica del terreno dice come la guerra con l'Italia fosse da gran tempo nei piani austriaci. Soltanto il momento rimaneva da scegliersi. E quello lo abbiamo scelto noi.

Se non avessimo che degli uomini armati contro di noi, se non ci fossero che delle masse manovranti, come nelle classiche guerre del passato, se il valore, l'ardimento, l'eroismo costituissero ancora i coefficienti massimi e quasi esclusivi della vittoria, noi non saremmo più sull'Isonzo.


Ma l'eroismo finisce pur sempre con l'imporsi. Esso è una volontà che arriva al furore. Una volontà che gli ostacoli esasperano e rafforzano. Le nostre truppe, avanti alle difficoltà, non hanno che un impulso, quello di slanciarsi.

Tutto ciò che abbiamo letto di più bello sulla guerra europea, di assalti audaci e veementi, di attacchi alla baionetta attraverso folti reticolati, in una grandine di piombo, non deve più farci invidia. Simili episodi si svolgono normalmente nella nostra guerra. Soldati che non erano mai stati al fuoco hanno trovato semplice e naturale andarci così.

Al primo urto l'esercito si è comportato come se avesse sempre combattuto e sempre vinto; ha dimostrato un istinto di battaglia, una sapienza spontanea della lotta, una natura guerriera. Possedeva inconsapevolmente virtù militari, che solo la pratica della guerra sembrava dovesse infondere. Gli egoismi naturali degl'individui sono scomparsi, la vita delle persone si è fusa in una vita più grande, ogni uomo si è sentito una molecola nel vasto organismo dell'esercito, una goccia d'acqua nell'onda. Vi è un ardore di tutti, un sentimento di tutti, una passione di tutti, un solo volere, un solo cuore. Si è destata subitamente nell'esercito nuovo l'anima antica, la fiera anima della razza foggiatasi nel fulgore lontano di secoli gloriosi. Vengono da lei queste abilità della guerra nella folla italiana. Questo travolgente desiderio di assalto è un'eredità latina, come la lingua.

I sistemi della guerra moderna e la natura del terreno ci costringono però ad un'azione paziente, fatta di scatti calcolati e di attese, di colpi improvvisi e di pressioni lente, un'azione studiata, razionale, metodica. Non abbiamo una posizione da prendere: ne abbiamo tante, incatenate su cinquecento chilometri di fronte. E per ognuna è una piccola battaglia, con le sue sorprese, le sue finte, le sue soste, le sue manovre.

Guardate una carta: l'austriaco avanti a noi è sempre più in alto. Egli tiene l'alta montagna, il nodo alpino, e noi saliamo i contrafforti, conquistando sprone per sprone, declivio per declivio, vetta per vetta. La nostra guerra è un'ascensione. Sempre più su, sempre più su. Ogni combattimento è un gradino che superiamo. Il gradino seguente domina. Il nemico fugge in altezza. Ritirandosi ci sovrasta. Ma che importa? Noi ascendiamo irresistibilmente.

Nel Carso il nostro attacco s'inerpica ora sulle prime pendici.


Il duello d'artiglierie prosegue.

I cannoni austriaci fanno delle salve serrate e poi tacciono. Forse hanno poche munizioni; forse temono di scoprirsi. Cambiano spesso il loro obbiettivo. Non fanno quasi mai un fuoco di ricerca, di assaggio, di esplorazione. Colpiscono raramente e con magri risultati, ma si vede bene che sanno sempre dove tirano e contro quale bersaglio. Non esitano. Cercano di agire a colpo sicuro. Segnali di spie? Abilità di osservatori?

Ma quando una batteria austriaca è individuata è una batteria silenziata. Un uragano di fuoco piomba su di lei. Allora dietro le spalle delle alture pare avvenga una breve eruzione. Certo è che i cannoni nemici sono astutamente piazzati. Sorge il dubbio che alcuni, dei quali neppure i riflessi della vampa si scorgono nell'oscurità della notte, siano nascosti in caverne.

La montagna è tutta grotte e baratri sotterranei. Ha labirinti immensi nelle sue viscere; pozzi, cunicoli, gallerie, spelonche, formano un meraviglioso e tenebroso paese di abissi. Vicino a Monfalcone stesso si spalancano antri misteriosi dai quali emana uno spavento leggendario, come la Grotta del Diavolo dove secondo la tradizione si muore di terrore. È possibile che dietro la bocca cespugliata di cavità naturali stiano dei cannoni in agguato, diretti dal comando telefonico di osservatori appiattati sulle vette? Lo sapremo.

Tutta la vallata echeggia. Su Ronchi, su Monfalcone, delle granate cadono. Le città sono deserte, gli abitanti sono fuggiti in massa verso l'Italia. Sull'arsenale si ergono ancora intatte le alte ciminiere, ma gli edifici sono in rovina. Il lavoro vi si è ostinato fino al giorno quattro.

I bombardamenti eseguiti dalla nostra flotta avevano già paralizzato il cantiere navale, ma v'era una fabbrica di proiettili di artiglieria, appena impiantata, che non voleva darsi per vinta. Gli austriaci non credevano che la nostra avanzata li sopraffacesse così presto. La loro perseveranza nel mantenere attivi alcuni stabilimenti di Monfalcone dice come si credessero sicuri della difesa dell'Isonzo e dà la misura del nostro successo. La guarnigione fu sorpresa dalle avanguardie italiane, e si salvò a stento inerpicandosi affannosamente oltre la Rocca, inseguita dai nostri che non volevano lasciar presa.

La città antica, al di là dell'arsenale, così italiana, così veneta con i suoi portici bassi, le sue procuratie dagli archi larghi come quelli di cripte, è vuota, silenziosa, oscura, e qua e là le vecchie case abbandonate, nelle risuonanti viuzze pittoresche, sono sfregiate dalle esplosioni che sforacchiano qualche tetto e ne soffiano via le tegole.


Per tutta la notte il cannone ha rombato. La più grande violenza delle artiglierie era verso Gorizia. Il cielo palpitava di lampi a settentrione.

All'alba, delle immense colonne di fumo si scorgono in fondo alla pianura. È il paese di Lucinico che brucia.

Entriamo ora in un'altra zona delle operazioni. Ci avviciniamo alla strada di Gorizia, cioè al centro della battaglia dell'Isonzo, dove più ferve intensa e vasta la lotta, dove gli austriaci hanno posto le più forti difese, le più possenti e numerose artiglierie, le più solide truppe.

Le posizioni nel loro insieme sono rapidamente descritte. L'Isonzo scorre in una gola profonda fino a Salcano, cioè quasi fino a Gorizia, e, da lì al mare, mentre alla destra del fiume si apre subitamente l'ampia distesa verde della pianura friulana, alla sua sinistra invece s'erge ancora, quasi senza interruzione, la montagna, ora a picco sull'Isonzo, come a Sagrado, ora discosta diversi chilometri come a Ronchi e Monfalcone. All'occhio, osservando il panorama, al di là del fiume appare tutta una barriera; c'è come una muraglia, che chiude l'orizzonte orientale, sfumando verso l'Adriatico. Le montagne formano per così dire i bastioni di una smisurata fortezza della quale l'Isonzo è il fossato. In qualunque punto del fiume, chi vuol passare si trova di fronte questo baluardo, più o meno accessibile, spesso altissimo, scosceso, imponente.

Formidabile e semplice, nella sua linea sommaria il piano di difesa austriaco è consistito nella distruzione dei ponti, e nella fortificazione della grande barriera montana con opere di ogni genere, con multiple linee di trinceramenti e con una distribuzione sagace di artiglierie ben nascoste.

Ma la barriera è spezzata, per dir così, da due valli, per le quali passano le comunicazioni verso l'interno. La muraglia ha insomma due porte, che danno accesso alle grandi arterie stradali e ferroviarie per Lubiana, per Villaco, per Klagenfurt, il possesso delle quali è essenziale. La conquista e la difesa delle due porte doveva perciò essere l'obbiettivo logico dell'azione; qui dovevano evidentemente convergere gli sforzi dei due eserciti. E alle due soglie gli austriaci hanno quindi accumulato tutte le difficoltà, tutti gli ostacoli, tutte le insidie che la loro scienza militare, perfezionata dalla lunga pratica, poteva suggerire.

Le due porte sono Tolmino e Gorizia.


A Tolmino per la vallata dell'Idria e a Gorizia per la vallata del Vipacco sboccano dunque nella valle dell'Isonzo fasci vitali di strade, che scavalcano il fiume su molteplici ponti. Questi sono i soli ponti che non siano stati ancora distrutti. È oramai un elemento d'arte militare noto anche ai ragazzi che per difendere efficacemente il varco di un fiume bisogna portarsi avanti, bisogna cioè occupare non soltanto la riva da proteggere ma prendere solidamente posizione sull'altra sponda, stabilire delle opere di arresto più lontane che sia possibile, tanto per impedire al nemico l'accesso al varco, quanto per garantire a sè stessi il libero uso del varco stesso e passare, occorrendo, dalla difensiva all'offensiva.

È appunto quello che a Tolmino e a Gorizia gli austriaci hanno fatto e che in termine tecnico si dice «testa di ponte». In questi due punti essi si sono radicati al di qua del fiume. La natura del terreno li ha straordinariamente aiutati. Allo sbocco della valle dell'Idria, al di qua dell'Isonzo, presso Tolmino, si ergono due montagne gemelle, unite per le falde, isolate in giro, cinte da tre lati da una curva sinuosa dell'Isonzo: una specie di gigantesca e dominante coppia di sentinelle a guardia di una soglia. Il loro nome è stato fatto sui bollettini: sono le montagne di Santa Maria e di Santa Lucia. Fortificate, munite di cannoni di grosso e di medio calibro, le due montagne comandano tutti gli accessi.

Con un'analoga prodigalità la natura ha eretto avanti a Gorizia, sulla destra dell'Isonzo, non meno formidabili baluardi nelle brusche alture di Podgora, alle quali si attacca un tumulto di colline, che si culmina, un poco al nord di Gorizia, nel monte Sabotino, fosco, oblungo, imponente. Tutto questo sistema di vette e di declivi è fortificato a oltranza.

Riducendo la difesa dell'Isonzo all'immagine rudimentale del muro con due porte, un solido muro crestato di vetro e due porte terribilmente barricate avanti alla soglia, comprendiamo chiaramente nel suo schema la nostra azione, così bene descritta dai bollettini. Mentre investiamo la porta principale, Gorizia, abbiamo scavalcato il muro alle due estremità, Caporetto e Monfalcone, e incuneiamo la nostra azione all'altra parte della barriera. A nord e a sud delle due teste di ponte austriache, abbiamo così creato noi due teste di ponte italiane, per le quali l'offensiva penetra e lentamente si allarga al di là dell'Isonzo.

Ed ora guardiamo.


Nella mattinata serena, la pianura superba, coperta da vegetazioni così folte che simulano il bosco, sfuma via e impallidisce, contro la luce del sole, in tinte evanescenti. Al primo momento la battaglia, come tutte le battaglie moderne, è invisibile, incomprensibile, un frastuono tonante, un formarsi e un dissolversi di fumo, un chiamarsi e rispondersi di rombi e di boati, uno scintillare vago di vampe in località imprecisabili. E tutto questo sembra poca cosa nell'impassibilità sublime del paesaggio.

A chi osserva dall'alto di una delle rare collinette che levano sulla pianura la molle groppa impellicciata di acacie, i villaggi, immersi nelle immobili onde delle verdure, si fanno riconoscere ad uno ad uno, per il campanile. Un campanile strano, con la cupoletta slava, che ricorda quello delle chiese russe: Romàns — più vicino, un campanile aguzzo, ardito, veneto: Versa — un campaniletto campestre che una granata ha sfiancato: Fratta. Sono tutti paesi che i cannoni austriaci hanno successivamente preso di mira. Gli abitati sorgono secondo una logica della viabilità, le case si aggruppano alle confluenze di strade, ogni villaggio chiude un piccolo centro di comunicazioni, e l'artiglieria nemica, colpendo i villaggi, ha cercato di colpire ai nodi le maglie della grande rete di vie che in ogni senso vena di bianco la pianura friulana.

Sotto alle alture che chiudono il piano, Gradisca si sgrana bianca lungo la sponda dell'Isonzo, che è indicata da un infoltire di verde, da uno schieramento solenne di pioppi. Dei giardini, delle ville, dei recinti, e, quasi fuori del paese, i grandi edifici della scuola normale, una caserma, degli stabilimenti industriali sui quali le ciminiere si levano sottili come antenne. Come tutto sembra quieto laggiù, nel sole!

Alla città fa sfondo il Monte San Michele, che è un'ultima propaggine del Carso, e più lontano, più in alto, irrompono, azzurre e pallide, le vette del Monte Re. Ai piedi delle alture, sul limite della pianura, come la spuma al bordo del mare, è un biancheggiare quasi continuo di paesi, greggi di case che si dissetano nell'Isonzo. Sdràussina, Sagrado, Fogliano, San Pietro, e sembra tutto un prolungamento di Gradisca. Sulle pendici, dei prati verdi, delle boscaglie oscure, delle strade deserte che serpeggiano ascendendo, delle trincee austriache abbandonate — lunghe e sottili ferite nere, insolentemente visibili. Sono probabilmente delle false trincee, incaricate di attirare la nostra attenzione. Le vere si nascondono, si mascherano con erbe e fronde.

S'incomincia a comprendere.

Le tappe della nostra avanzata sono segnate sulla pianura. Ogni sosta ha lasciato una linea fulva di terra smossa, un solco di trinceramenti dai parapetti punteggiati di feritoie, una barriera oscura che attraversa i prati, sparisce nei vigneti, tocca dei paesi, si nasconde, si perde. Il più vicino è il fronte sul torrente Versa, il fronte assunto il primo giorno della guerra, come i comunicati descrissero. Sono tutte abbandonate, quelle strane arginature della battaglia che hanno segnato sulla terra una specie di gigantesco diario della conquista, sono tutte lasciate indietro. La fanteria non si vede più, è laggiù a Gradisca, tiene quella linea di paesi, tocca il fiume, si annida nella boscaglia delle rive, pare scomparsa.

Nell'apparente solitudine luminosa del paesaggio, sono i proiettili di cannone che rivelano vagamente le disposizioni del combattimento, che lasciano intuire le masse combattenti sotto la coltre delle vegetazioni. Due o tre stormi di shrapnells austriaci scoppiano sulla pianura, un polverone di calcinacci annebbia per un istante un campanile, delle nubi bianche si formano sulle cime d'un filare di platani. Una pausa, poi altre nubi si sfilacciano lentamente nell'aria calda e quieta, e le esplosioni echeggiano. Ma da località imprecisabili si solleva un tumulto impetuoso di rimbombi. La risposta.

Sono obici italiani che interloquiscono, ed ecco le vette sopra Sagrado in convulsione. Se gli shrapnells austriaci ci hanno indicato dove stanno forse delle truppe nostre, sappiamo bene ora dove si nascondono i cannoni che li hanno lanciati. Le granate italiane tempestano le vicinanze di una villa circondata da boschetti, sul ciglio dell'altura. È Castello Nuovo. Nembi di polvere e di fumo la avvolgono; i boschetti scompaiono nelle dense nubi degli scoppi. La batteria austriaca non fiata più. È un episodio breve, repentino, minuscolo.

Altri si succedono, incessantemente; la nostra attenzione è chiamata da cento parti. Bisogna seguire le indicazioni del cannone. Esso spiega la battaglia, a poco, a poco. Su tutto il fronte l'artiglieria romba, ma la tempesta più violenta, più intensa, più ostinata, è verso Gorizia.

Oggi è uno di quei giorni che i bollettini chiamano di «attività sul basso Isonzo». Sono i giorni nei quali si fa un passo avanti. Intorno a Gorizia è l'uragano. La città, i sobborghi, le alture di Podgora, impallidiscono in una bruma grigiastra.


Gorizia si nasconde in parte dietro alle alture di Podgora, s'incastra fra le montagne, si annida in quell'ultimo lembo di pianura che s'insinua verso la gola dell'Isonzo. Da lontano, Gorizia, che spunta dalla valle affacciandosi nel piano, fa l'effetto di un torrente di case che dilaghi dallo sbocco e si spanda in un'effervescenza di muraglie bianche. I bordi della città presso l'Isonzo, dove delle linee di difesa austriaca si annidano, la stazione ferroviaria, le adiacenze dei ponti, sono bombardati. L'incendio di Lucinico si allarga. Lucinico era compreso nelle fortificazioni di Podgora e la popolazione l'aveva abbandonato.

Le fiamme si levano agitate, occhieggiano chiare nel tremolìo di un'atmosfera ardente e fosca, e sulla folla velata e confusa degli edifici il fumo sale denso nella calma, altissimo. Gli scoppi delle grosse granate coprono di cirri le creste di Podgora. Nembi bianchi sorgono lentamente dalle vallette di tutto quel complesso sistema di alture che nasconde Gorizia. Sui fianchi violastri del Monte Sabotino, che solleva più lontano la sua lunga groppa, il fumo si arrampica in nubi che si dissolvono lente.

I nostri cannoni battono su tutti gli sbarramenti. La battaglia s'inerpica, va verso San Floriano, va verso Plava. Scende dal nord, dai monti, un boato continuo di cannoneggiamento remoto. Le esplosioni vicine hanno una violenza da folgore. L'attacco nostro, generale per l'artiglieria, non ha la pienezza delle grandi masse per la fanteria; non vuole averla; si comprende che ha qualche obiettivo parziale; ma su certe posizioni nemiche esso preme con magnifica violenza. Linee e linee di trincee avanzate sono state prese. Alcuni reparti, ricacciato il nemico, lo incalzano sulla seconda linea, che è la più forte. Si combatte ai bordi di Lucinico in fiamme, sotto alle buffate acri dell'incendio. Gorizia è là a due passi.

Con un entusiasmo ardente, con un eroismo sublime, delle fanterie nostre hanno saputo portarsi di fronte alle più formidabili opere campali di difesa, e sono là imperterrite, a qualche centinaio di metri dal nemico, nelle frettolose trincee d'attacco.

ASPETTI DELLA LOTTA SULL'ISONZO.