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BIBLIOTECA POPOLARE CONTEMPORANEA


LUIGI CAPUANA

Il nemico è in noi

CATANIA
Cav. Niccolò Giannotta, Editore
Libraio della Real Casa

1914


PROPRIETÀ LETTERARIA

Catania — Offic. tipografica Giannotta nel R. Ospizio di Beneficenza


INDICE

[Avvertenza] pag. vii
[Tormenta] 1
[Storia fosca] 45
[Convalescenza] 69
[Un bacio] 87
[Contrasto] 99
[L'ideale di Pìula] 115
[Un caso di sonnambulismo] 131
[Il dottor Cymbalus] 171
[Nota] 205

AVVERTENZA

Il dottor Cymbalus che chiude questo volume è la mia prima novella.

Fu pubblicata in La Nazione, nel settembre del 1865, ed ebbe l'immeritato onore di esser discussa, in un lungo articolo, dal corrispondente della Gazzetta di Augusta.

Quel bravo signore avea scambiato la mia fantastica narrazione per un tentativo di studio della vita tedesca contemporanea, e si era affannato a dimostrare che gli italiani ne avevano una stranissima idea.

E quando io, che lo vedevo quasi tutti i giorni nella redazione di Via Faenza, tentai di fargli capire l'equivoco in cui era caduto, non riuscii a convincerlo di non aver mai sognato di credere che qualche grande scienziato tedesco somigliasse al mio dottor Cymbalus, nè che i giovani sentimentali della Germania del 1855 avessero qualcosa di comune col mio William Usinger.

Così questo volume finisce come avrebbe dovuto cominciare, se avessi voluto accennare al lettore le varie fasi delle mie esperienze narrative, fino a Tormenta! che è tra le ultime cose da me scritte.

Caso mai, quest'avvertenza potrà, forse, avere qualche valore pei critici. E per essi, se si degnassero di notarlo, è stata conservata la data della pubblicazione di ogni novella.

Luigi Capuana.

TORMENTA!

Pietro Borgagli osservava con crescente terrore la rapida trasformazione che avveniva in sua moglie.

Ai primi sintomi della strana gelosia egli aveva sorriso.

Da qualche mese in qua però la sua Diana andava insolitamente a sedersi su una poltrona a dondolo in quello studio che non sembrava stanza di raccoglimento e di lavoro per uno scrittore, ma piccola serra di piante da salotto e di vasi da fiori; e là ella faceva sembiante di svagarsi a leggere.

A traverso le foglie del bambù che nascondeva un po' la poltrona, alzando gli occhi dalle pagine già riempite di grossa nervosa scrittura, egli sorprendeva spesso la moglie fissamente intenta a guardarlo sotto le sopracciglia corrugate per lo sforzo, pareva, di voler vederci meglio.

Gli sembrava impossibile, che ella si sentisse invadere da inesplicabile diffidenza dell'opera letteraria di lui, ora che la felicità del possesso dell'adorata creatura, contèsagli per due anni da insidiose circostanze, davano alla sua immaginazione un rigoglio che i critici notavano con unanime compiacenza all'apparizione di ogni suo nuovo lavoro.

Infatti egli sentiva dentro di sè qualcosa di più fresco, di più agile, di alato quasi; e il suo godimento artistico durante la produzione era così acuto, così intenso da fargli augurare che i lettori risentissero almeno un terzo dell'effetto di bellezza e di vita da lui provato scrivendo.

Il giorno delle sue nozze era stato pubblicato in elegantissima edizione il suo primo romanzo: Il Gran Sogno. L'editore ne aveva fatto tirare una copia speciale, su carta della Cina con larghissimi margini, dove parecchi artisti avevano profuso disegni a penna, e figure acquerellate che davano a quella copia un valore straordinario. Rilegata in pergamena, con ornamenti quattrocenteschi, racchiusa in un cofanetto di pelle dello stesso stile, era stata il più prezioso dono delle loro nozze e certamente il più gradito.

Il cofanetto portava impresso in oro il motto Sic semper! E Pietro aveva presentato, cerimoniosamente, piegando un ginocchio, il regalo del munifico editore alla giovane signora che baciò in fronte, tremando dalla commozione, il paggio editoriale, come egli si disse, già commosso quanto lei.

Diana, distratta dal viaggio di nozze, dal trambusto di visite, di ricevimenti, di spettacoli al loro ritorno in città — quando la stagione invernale travolse nel suo vortice la giovane coppia, che la bellezza e l'ingegno rendevano ricercatissima — dopo sei mesi di vita coniugale non aveva ancora trovato un po' di tempo per tagliare e leggere la copia ordinaria del romanzo che suo marito le aveva regalata con la semplice dedica: a Diana Cantelli, mio vero «Gran sogno!.

E sentì un po' di mortificazione, una sera in casa Marzani, quando la giovane signora, sua amica di collegio, le disse:

— Ah, quel Gran Sogno di tuo marito! Un capolavoro di sentimento, di passione, di finezza! L'ho riletto due volte! Gli scrittori hanno un bel dire che si tratta di semplici invenzioni della loro immaginazione con qualche leggera tinta di realtà. Io credo, invece, che sia il contrario.

E vedendo che Diana, rimasta confusa, non sapeva che cosa rispondere, riprese maliziosamente:

— Di' la verità: non te l'ha mai dato a leggere?

— Sì, e con questa dedica: a Diana Cantelli, mio vero Gran sogno. Solamente....

— Solamente....

— Ti confesso che non ho ancora avuto la curiosità di aprirlo; mi basta di leggere... — e sorrise — il suo autore, per ora.

Intanto la mattina dopo si affrettò a tagliare il volume e, chiusa nel suo studiolo, cominciò a divorare avidamente quelle pagine che, come più andava avanti, più le producevano la triste sensazione di farla inoltrare negli oscuri penetrali dell'animo di suo marito, quasi di nascosto, di sorpresa, e dov'ella non sarebbe forse mai arrivata senza le suggestive parole della sua amica: Gli scrittori hanno un bel dire..... — Sì, sì, era impossibile che quei personaggi non fossero davvero esistiti, che quelle violenti passioni non si fossero davvero scatenate nel cuore di essi fino al delirio, fino al delitto; che quelle parole, quelle frasi caratteristiche non fossero state davvero pronunziate con la desolata espressione che le pareva di sentire fin nelle righe del libro.

E come poteva mai darsi che un uomo indovinasse o inventasse quelle passioni, quei contrasti, quelle lotte senza che il suo cuore vi avesse davvero partecipato in una o in altra maniera? Se non precisamente a quel modo, se con particolari diversi, non voleva dir nulla; forse anche con maggior violenza, con circostanze tali, senza dubbio, da far esitare la penna più esperta.... da costringerla ad attenuare, a travisare un po' la realtà, a deformarla probabilmente, per non far riconoscere persone e fatti e suscitare scandali e recriminazioni.

Si maravigliava ella stessa di quell'improvvisa compenetrazione che le faceva intravedere l'intimo legame tra l'autore e l'opera sua. Non le era mai passato per la mente che ognuna delle figure, specialmente di donna — erano quelle che più la interessavano — fossero ancora qualcosa di vivo, di segreto nel cuore dell'artista, se egli sentiva la necessità di riprodurle con la magìa della sua parola, quasi per fissarle meglio, e perpetuarle per sè e per gli altri. Lo capiva ora tutt'a un tratto; e mentre fino a poche ore addietro ella si credeva in pieno possesso del cuore e dello spirito di suo marito, ora le sembrava di esserselo sentito sfuggire lentamente, di mano in mano, senza nessuna lusinga di più tornare a riconquistarlo.

Reagì contro questa impressione, pensando che ben altro era il sapersi legata a lui da attuali forti vincoli di sentimenti e di carne, che non il sopravvivere, se pur poteva chiamarsi tale, nell'immaginazione, nel ricordo. Bisognava anzi già esser pervenuto a un punto di indifferenza completa per cacciar via fuori di sè, quasi per sbarazzarsene, quei fantasmi di una realtà una volta cara, e che, per felice disposizione d'ingegno, assumevano forma d'arte, e dovevano probabilmente riuscire irriconoscibili a colui stesso che li aveva a quel modo fatti vivere.

Rilesse alcune pagine, sfogliando il volume, fermandosi a un nome di donna, seguendolo un po', abbandonandolo, riprendendolo verso la fine nella scena più violenta, e sorrise, rassicurata.

Entrò col libro in mano nello studio del marito.

— Oh! finalmente...

— Sì, finalmente — ella lo interruppe, agitando il volume con grazioso gesto di minaccia — e puoi esser contento di quel che mi hai fatto soffrire.

Egli ebbe una mossa di stupore.

— Siete dei grandi sfacciati voi scrittori — riprese Diana con accento indefinibile, di scherzo e di serietà. — Vi compiacete di raccontarci le vostre prodezze, fingendo di raccontare la storia degli altri, assegnandovi la più bella parte negli avvenimenti, cioè quella che a voi sembra la più bella, e vi figurate così di aver gabbato i lettori. Ma sai che questo tuo Gherardo del Gran sogno è uomo spregevole, con tutte le sue arie di incorreggibile sentimentale?

— Spregevole poi... — fece Borgagli, lusingato di veder presa sul serio la sua opera d'arte.

— Ah! Tu lo difendi; è naturale. Quanta parte di te c'entra, confessalo, in quell'ambiguo carattere?

— Ambiguo, no; complicato forse volevi dire. Allora facevo anche io il mio gran sogno e tu eri un po' la donna intravista, inseguita e non mai raggiunta, per dimenticare la quale Gherardo...

— E perchè voleva dimenticarla?

— Ecco — disse il marito, alzandosi da sedere e raccogliendo i fogli sparsi su la scrivania già coperti della sua grossa e nervosa scrittura. — Tu non puoi immaginare il piacere che mi produci in questo momento, ragionando dei personaggi e dei fatti del mio romanzo come di persone e di avvenimenti reali. Certamente qualcosa di mio c'è in essi e del me più schietto e più sincero. Sono passati per la mia immaginazione, si sono fusi, si sono organizzati in essa pur tentando di assumere una loro distinta personalità. Io stesso non saprei precisamente dirti come questo avvenga. L'artista, scrivendo, è in una specie di semi inconsapevolezza, sta a guardare, maravigliato — più che non farebbero gli altri — quel che avviene dentro di lui, il miracolo della creazione; e forse è il solo a goderne pienamente, perchè, soltanto lui può osservarne il processo di mano in mano che esso avviene. Quante viete cose ti dico, mentre dovrei baciare la bella mano che tiene ancora il mio libro, e la bellissima bocca che mi ha detto: Mi hai fatto soffrire!

Diana si lasciò baciare la mano e la bocca, spalancando i vividi occhi caprini in viso al marito, un po' irrigidita di fronte alla calda effusione di quel ringraziamento, di cui ella non riusciva a capire il preciso significato, se egli non si burlasse, per caso, della sua femminile ingenuità.

Parecchi volumi di novelle di suo marito ella aveva letti durante il fidanzamento, ma senza interessarsi di scoprire quel che esse potessero ricordare del passato di lui. Non aveva mai fatto nessuna distinzione tra quelle narrazioni rapide, appassionate, contenenti un fiero dramma interiore che talvolta scoppiava in tragedia; tra parecchie di esse piene di finezze, argute, quasi maligne, specialmente quando si trattava di rari caratteri di donne; e le molte novelle drammatiche o ironiche di altri autori italiani e stranieri. Le une e le altre erano servite a procurarle un po' di distrazione, con lieve godimento intellettuale.

Ora invece si era messa a rileggere non solamente le novelle e i racconti di lui già raccolti in quattro bei volumi, ma anche le altre ancora disperse tra le colonne dei giornali e le pagine delle rassegne, dove suo marito le spargeva con profusione da gran signore, e che egli ritardava a raccogliere, attendendo che le impressioni della recente lettura si fossero alquanto scancellate e fosse solleticato il gusto di tornare a leggerle.

Dapprima Borgagli si era rallegrato della conquista di una lettrice che non era, per cultura, per affettuoso interesse, lettrice ordinaria. Diceva anzi: della riconquista perchè, di giorno in giorno, notava certe sottili osservazioni intorno a parecchie novelle che prima le erano passate quasi inosservate. Pareva che ella avesse bisogno di schiarimenti, di dilucidazioni a proposito di una battuta di dialogo, di un motto passionale fatto sfuggire dalla bocca di una creatura, in un terribile momento, quando sembrava che soltanto quella parola risolvesse la inevitabile crisi di un povero cuore.

— Perchè ha risposto così?... Come hai tu saputo che ha risposto così? — domandava infine ansiosamente.

— Perchè la situazione, capisci, portava che doveva rispondere così — egli spiegava, stupito di quelle insistenti domande. — Non ho saputo, ho intuito che ha risposto... cioè che avrebbe risposto così.

— Tu hai detto una volta, parlando con Leoni, che certe frasi, certi motti non s'inventano: si prendono dal vero, in circostanze inattese, uditi direttamente o riferiti.

— Non ho rossore di confessare — rispose, sorridendo, Borgagli — che quattro o cinque delle frasi che più destano ammirazione in alcune mie novelle, io me le sono appropriate, come chi trova per via un diamante, smarrito del suo sbadato proprietario. E il paragone è soltanto giusto riguardo al diamante. Coloro che han pronunziate quelle frasi, quei motti sublimi o caratteristi, ne ignoravano il valore. Il pubblico dev'essermi grato di non averli lasciati disperdere.

E il giorno dopo, a proposito di altre novelle, di altri racconti specialmente di quelli usciti recentemente dalla penna di lui, ella riprendeva la sua indagine con maggiore insistenza; e Pietro già notava con qualche sgomento, quell'accento di profonda tristezza con cui ella interrogava, quella espressione del viso che significava la dolorosa delusione di non aver raggiunto il suo scopo.

— Ma che hai? che vuoi sapere — le diceva. — Sembra impossibile che una persona intelligentissima e colta come te, cerchi di scoprire in un'opera d'arte quel che non c'è. Il mio passato? Ma tu, adorata mia, da due anni hai scancellato tutto, tutto! Hai fatto cor novum dentro di me, un cuore nuovo, dove non può più esservi posto neppure pei ricordi, tanto tu lo riempi di te, rinnovando ogni giorno, ogni ora, ogni istante il tuo sovrano possesso. Come non lo intendi? Come non ti accorgi del male che ti fai? Giacchè tu soffri — non negarlo — tu diventi sempre eccitabile, sempre più nervosa; ed io ho paura quando ti sento tremare, fremere fra le mie braccia, come in questo momento, scossa da brividi molto diversi da quelli, dolcissimi, di una volta.

— No, no, t'inganni! — ella tentava di negare. — Forse attraverso un periodo strano, di facili eccitazioni, nel quale mi sembra di sentir sviluppato in me un senso inesplicabile di veggenza, che però è ancora in uno stato torbido, fosco.

— E rimarrà sempre tale, perchè sei tu che tenti di formartelo artificiosamente e non riesci; tenti l'impossibile. Che t'importa di sapere, con precisione, quel che c'è di me, della mia vita, del mio passato, del mio cuore, del mio spirito nell'opera mia narrativa? Qualcosa, molto o poco, dev'esserci, per forza. Ma ormai questo qualcosa, poco o molto, non ha nessuna importanza; è ridotto, per dir così, proprio a materiale — nota: a materiale — da servire alla costruzione dell'opera d'arte. L'importante è la forza creatrice che ora aiuta ad adoprarlo; e questa forza creatrice ha un personale slanciato, capelli di un biondo scuro, occhi grandi, caprini, scintillanti, labbra rosee, mani — oh, mani! — minuscole e braccia morbidissime; e dovrebbe stringermi più forte, più forte... così; e baciarmi così, così, e giurarmi di non torturarsi più, se non vuol farmi maledire quella che è stata il mio orgoglio, la mia consolazione, la mia ragione di vivere prima che entrasse in questa casa l'attuale gentile dominatrice, ed è e sarà, da ora in poi, il mio omaggio, la mia raccolta di fiori immortali da spargerle ai piedi: intendo la mia opera d'arte. Me lo giuri?.... Me lo giuri dunque?

Diana, vinta da intensa commozione, si abbandonò singhiozzante tra le braccia del marito balbettando:

— Sì! Sì!

Sdraiata indolentemente su la poltrona a dondolo, con un libro in mano, che di tratto in tratto quasi le cascava sui ginocchi aperto o tenuto socchiuso dall'indice, Diana passava molte ore nello studio del marito, intento a terminare il romanzo che doveva comparire nel primo fascicolo del prossimo anno su la maggior rassegna italiana.

Come per riposarsi, in alcuni giorni della settimana egli scriveva una novella che, secondo lui, doveva tenergli sciolta la mano con la forzata rapidità della narrazione; e anche per sodisfare a certi impegni con giornali e periodici che si contendevano i suoi lavori.

Mai Diana aveva mostrato curiosità di leggere le piccole cartelle del manoscritto via via che suo marito le andava accumulando in un angolo della scrivania.

Quella mattina egli la vide accostare con tale aria di sospetto che, quando ella tese la mano per prendere le cartelle alle quali era già sovrapposta l'ultima scritta, non ostante il sorriso, non ostante il tono appositamente umile e gentile con cui furono pronunziate le parole: — È permesso pregustare?... — non potè far a meno di fermarle il braccio e domandarle:

— Ti senti male?

— No.... Lasciami leggere.

— Leggerai dopo. Rispondi: ti senti male?

— No.... Lasciami leggere.... Voglio leggere....

E si allontanò stringendo nel pugno il manoscritto, come una preda vittoriosa.

Pietro Borgagli si sentì contrarre il cuore da uno spasimo atroce. E ritto in piedi, col dorso delle mani fortemente appoggiato su l'orlo della scrivania quasi avesse bisogno di premere su qualcosa di resistente per convincersi di non esser vittima di un'allucinazione, seguiva con gli occhi i movimenti di Diana, che leggeva le cartelle un po' sgualcite dalla stretta del pugno con cui le aveva afferrate, e indugiava, andava lestamente via con gli occhi, tornava addietro, fino a che, arrivata all'ultima, non scattò, tendendo il manoscritto, balbettando convulsamente:

— Ora non dirai che non è vero!

Per disgrazia, quella novella aveva forma di lettera. Un uomo rinfacciava aspramente la donna che si era fatta giuoco di lui, scoprendo tutte le vili manovre per mezzo delle quali lo aveva irretito; e in quelle poche pagine già si sentiva lo schianto di un cuore onesto, sincero, e l'amaro disprezzo con cui nobilmente si vendicava dicendo: «Io non vi denunzierò a vostro marito nè al vostro amante. La vostra miseria morale mi ispira in questo momento tanta pietà da rendermi capace di perdonarvi, se il mio perdono potesse giovarvi a qualcosa.

«Ma voi siete....

E doveva seguire il castigo, la parte più arditamente nobile, più originale della novella.

Pietro Borgagli non poteva sorridere dell'inganno da cui si era lasciata cogliere sua moglie. Questo morboso stato di animo di lei durava da mesi; egli, sul principio, non se n'era preoccupato, stimandolo la forma un po' esaltata di un amore che vuol avere l'esclusivo possesso della persona amata. Avea contato su gli effetti della serietà dell'assoluta dedizione della sua vita a colei che rappresentava ancora, come anni addietro, il gran sogno di lui già diventato realtà; sogno di bellezza, di sentimento, d'ideale, che ora s'identificava con l'Arte, l'altro gran sogno di ideale e di bellezza, raggiante, più che mai, nel suo fervido intelletto.

Avea contato su questo; ma già si accorgeva di essersi illuso.

— Ora non dirai che non è vero!

Che poteva risponderle? Che lo spunto di quella novella gli era stato dato da Leoni, il quale, sere addietro, gli aveva riferito il caso di un suo amico, accorso una mattina da lui per sfogarsi pregandolo di ascoltarlo se non voleva che commettesse una pazzia? Infatti quello sfogo lo aveva salvato....

Quand'anche avesse risposto così, non sarebbe stato creduto.

Prese le cartelle che Diana gli porgeva e fissandola con sguardo implorante, accompagnato da un sorriso che nascondeva la grande angoscia dell'artista, cominciò a fare, ad uno ad uno, in minutissimi pezzi, i piccoli fogli del manoscritto; e quando li ebbe tutti accumulati nel piatto indiano, di rame cesellato che a lui gran fumatore di sigarette, serviva da portacenere, accese un cerino e vi appiccò fuoco, rimescolandoli perchè bruciassero meglio e presto.

Pallidissima, trattenendo il respiro, Diana aveva assistito immobile, strizzandosi le mani, a quell'olocausto tanto più grande, quanto non chiesto, nè immaginato; e quando le ultime monachine dileguarono, quasi inseguite, su gli ultimi pezzettini di carta consumati dal fuoco, ella si rovesciò pesantemente indietro: e sarebbe cascata sul pavimento se Pietro non l'avesse sorretta, portandola di peso sul divano nel salottino là accanto.

Pareva che su quella casa piena di sorrisi di giovinezza e di sorrisi d'arte si appesantisse tutt'a un tratto un'ombra di muta tristezza con la grave cefalalgia che faceva gemere la povera Diana nell'oscurità della sua camera dove non doveva penetrare un fil di luce.

Suo marito le stava seduto al capezzale e sembrava anche a lui che il buio, mentre contribuiva a non rendere più acute le trafitture di cui si lamentava sommessamente Diana, serviva a calmare le agitazioni del suo spirito intorno alla malattia di lei, contro la quale lottarono invano due famosi dottori.

In certe ore di maggior desolazione, un terribile sgomento lo invadeva: di perdere la bella adorata creatura nel più spaventevole modo, con la pazzia. All'idea che avrebbe veduto sopravvivere, chi sa per quanti anni! il corpo della infelice, mentre la sua intelligenza andrebbe di mano in mano immergendosi nelle tenebre dell'ebetismo, Pietro Borgagli si sentiva straziare da una specie di rimorso, quasi egli avesse contribuito con la sua arte a produrre quell'eccitazione, quell'esaltamento nervoso nel delicato impressionabile organismo della sua giovane moglie.

Per ciò non l'abbandonava un momento, per sviare a forza di affettuosissime cure il tremendo pericolo; a forza di volontà anche, tentando di comunicare a lei, come sapeva che fosse possibile, tutto il suo vigore di salute, col tenerle strette le mani scosse sempre da lievi tremiti, indizi delle intime agitazioni che la travagliavano.

Da un mese, egli era entrato due sole volte nel suo studio, e per pochi minuti, provando dolorosissima ripugnanza di tutto quel che richiamava alla sua memoria il lavoro: carta, penna, libri, giornali.

E così fu preso da gioia infantile la mattina che Diana, entrata in piena convalescenza volle ricondurvelo per mano e intronizzarlo, com'ella disse, davanti a la scrivania.

Egli aveva dovuto obbedire, ma sùbito si era alzato per stringerla tra le braccia, per baciarla con tale impeto che fece venire a Diana le lacrime agli occhi dalla straordinaria commozione.

Tenendosi per mano si erano affacciati al largo terrazzino che dava su l'aperta campagna. Gli pareva che tutto sorridesse in quella stesa di verde dorato dal sole, e che terminava laggiù laggiù, nella scintillante striscia di mare interrotta qua e là dalle chiome degli alberi, per cui prendeva apparenza di una sequela di azzurri laghetti.

— Guarda! — egli disse, indicando una bassa nuvola scura che si avanzava rapidamente.

Come avanguardia, centinaia di allodole si precipitarono per l'aria, volteggiando, inseguendosi — pareva — radunandosi compatta disperdendosi, spaurita — ora si capiva bene — dalla presenza di due falchi che intanto non riuscivano a ghermirne una. Ed ecco il grande sciame, di migliaia e migliaia di allodole, la bassa nuvola scura, che accorreva — se ne udiva distinto il forte strillìo — per resistere all'assalto col numero almeno, fuggendo poi via, lontano, per l'aperta campagna, poi mentre i due falchi proseguivano il loro feroce inseguimento.

Diana sembrava intenta a guardare la strana battaglia; ma tutt'a un tratto si afferrò al braccio del marito, balbettando:

— Pietro!... Pietro!

E portò vivamente le mani agli occhi.

— Oh, Dio! Oh, Dio!... Questi fili neri che mi tremolano davanti... che mi scendono su le pupille.... Oh, Dio! Oh, Dio!... Pietro!...

Egli l'aveva presa tra le braccia, facendola rientrare, con la gola improvvisamente così inaridita da non poter dirle una parola.

— Non ti vedo più!... Non ti vedo più!

E si aggrappava a lui, spalancandogli in viso gli occhi limpidissimi che intanto non ci vedevano più!

— Non è niente!... Non spaventarti! Non è niente!

Egli si sforzava di rassicurarla, ma aveva nella voce uno sgomento maggiore di quello di lei.

— Siedi qui, riposati! Hai voluto lasciare troppo presto la camera.... Sarà un abbagliamento — chiudi gli occhi — prodotto dalla luce troppo viva.

Le accarezzava il viso bagnato di lacrime la baciava delicatamente su gli occhi; e intanto un fremito di sdegno o di ribellione gli infiammava il sangue contro la vigliacca crudeltà del Destino che si accaniva su quel povero corpo, su quella povera anima, su tanta fresca giovinezza, su tanto amore!

— Bisogna attendere: bisogna aver fede nella virtù medicatrice della Natura che ne sa più di noi — aveva detto il valente oculista consultato più volte.

A Pietro Borgagli sembrava che con l'oscurarsi delle pupille di Diana qualcosa si fosse oscurato anche dentro di lui. La voleva ogni giorno nel suo studio, seduta su la solita poltrona, come un misterioso genio tutelare, che taceva, e che però pareva tendesse l'orecchio per afferrar qualcosa di impercettibile per gli altri. Silenzio e atteggiamento che paralizzavano ogni sforzo di riprendere il romanzo interrotto o di scrivere qualcuna delle sue brevi novelle richieste con insistenza dai giornali e dalle rassegne per impegni trascurati da un pezzo.

Non sentendo il lieve stridere della penna su la carta, Diana domandava ansiosamente:

— Non lavori?... Non puoi lavorare?

— Sì, sì, lavoro. Stento un po', dopo tanto intervallo.

— Povero amor mio!... Io sono la tua cattiva influenza.

— Non dovresti dirlo neppure per ischerzo!

— Oh! lo dico sul serio. Chi sa che qualche volta anche tu non lo pensi?

— Diana! Diana!

Andava a inginocchiarsele davanti, prendendola per le mani, baciandogliele con lieve carezza, accostando il viso al viso di lei per osservare, desolatamente, quegli occhi limpidissimi da far credere che il non vederci più fosse una finzione, se si fosse potuto supporre tanta cattiveria in una dolce creatura di bontà come Diana.

— Vedi? Ti distraggo anche senza volerlo! Va', riprendi a lavorare.... Al romanzo? A una novella? Puoi dirmelo senza timore che io diventi gelosa dei fantasmi del tuo passato... Come sono stata stupida! Quanti dispiaceri ti ho dati! E il signore mi ha gastigato!... Sai? Però ora mi sembra di esserti più vicina, più intima... Mi esprimo male... Di volerti più bene, oh! assai più bene di prima. E mi pareva impossibile che ciò potesse accadere... Ma tu non sai che fartene dell'amore di questa povera cieca che impaccia la tua vita, che, soprattutto, t'impedisce di lavorare, di farti vivo con tanti tuoi ammiratori.... Lasciami.... dire....

Egli le turava la bocca! Non poteva sentirla parlare così, perchè l'apparente tranquillità della voce non riusciva ad ingannarlo intorno all'intimo significato di quelle parole di desolazione e di pianto segreto.

E le settimane passavano, e i mesi passavano nel torpido silenzio di quella solitudine dove Pietro Borgagli avea voluto rinchiudersi con colei che egli sentiva di amare sempre più, specialmente dopo i rapidi istanti — che poteva farci? — nei quali sentiva balenarsi in fondo al cuore un improvviso sentimento di rivolta contro il suo destino, un lampo di misero odio contro la innocente cagione di tutto questo.....

Ed erano i momenti nei quali Diana, stretta forte al cuore di lui, si sentiva pienamente compensata di ogni sua disgrazia; nei quali Pietro non sapeva in che modo scontare quell'involontario lampo d'odio che sembrava gli avesse lasciato qualcosa di attossicante nel sangue.

— Non lavori? Non puoi lavorare?

— Il romanzo procede bene. Più tardi ti leggerò gli ultimi due capitoli scritti.

— No, mi leggerai tutto a lavoro finito.

E il giorno dopo — e così ogni giorno — ella tornava cupamente a interrogare:

— Non lavori?... Non ti riesce come prima?

— Anzi!... Mi pare che il tuo alito qui...

— Non dire bugie!... Non sento stridere la penna... Ho buon orecchio, specialmente da che non ci vedo.

— Ho mutato penna. Perchè ti prendi il gusto di tormentarti senza ragione?

— Te tormento, non me!

— Cattiva! Cattiva! Cattiva! Bisogna che io punisca cotesta bocca calunniatrice!

Ed erano baci, ed erano abbracci deliranti, fino a che Diana vinta, spossata dalla commozione, non pregava:

— Basta, Pietro!... Basta!

Che pietà, ogni mattina dover condurre per mano nello studio, fino a una poltrona la bella creatura su le cui labbra appariva il caratteristico sorriso dei ciechi, e farla sedere, aggiustandole alle spalle e sotto i piedi i cuscini! Le si inginocchiava davanti, voleva che gli posasse le mani su la testa in atto di benedizione, e le augurava:

— Sogna, mentre io inseguo il sogno della mia opera d'arte!

Diana diveniva, di giorno in giorno, più chiusa, più impenetrabile, quantunque le rifiorisse sul viso una bellezza serena, gentile, una maravigliosa maturità di bellezza, che si rivelava pure in certe inflessioni della voce, in certe appassionate esitanze della parola, quasi ella avesse una pienezza di cose da dire e volesse assolutamente astenersene.

Questo formava la maggior tortura di Pietro Borgagli, gli produceva un senso di stanchezza, di acredine, di sordo terrore insieme. E pensando all'avvenire, egli levava gli occhi dai bianchi fogli che aveva davanti e che stentava a coprire di quella caratteristica scrittura, rivelatrice, una volta, dell'agile vivacità del suo pensiero di artista. E fissava a lungo la cara silenziosa, che si dondolava lievemente su la poltrona con le bianche mani aperte sui ginocchi, e gli occhi che non vedevano, eppur fissi lontano, nello spazio, quasi guardassero, intenti, una dolorosa visione.

Quella mattina, tutt'a un tratto, ella gli disse:

— Come dev'esser bella questa fine di aprile alla Roccetta!

Gli parve ch'ella intendesse di dirgli: — Andiamo ad isolarci di più! — Per quanto vivessero segregati, ricevendo lui pochi amici, lei, e raramente, una o due signore, intimissime, che non potevano farle sentire l'offesa della compassione, pure qualcosa della vita esteriore penetrava fino a loro, anche coi confusi rumori della via dove ferveva fino a tardi la vita cittadina. Diana non potè accorgersi dell'oscuramento del viso, del gesto d'impazienza provocati dalle sue parole. Credè che suo marito, immerso nel lavoro, non avesse ben udito, e ripetè:

— Come dev'esser bella questa fine di aprile alla Roccetta!

— Se vuoi, vi andremo domani... domani l'altro... — egli rispose.

— Domani... Grazie!... Non ti dispiace?

— Perchè dovrebbe dispiacermi, se fa piacere a te?

— Grazie!... Domani!

La villetta, con l'intonaco azzurro sbiadito dal tempo e dalle pioggie, era stata fabbricata dall'avo di Pietro in cima a quella roccia che, da ponente, scendeva quasi a picco su la vallata sassosa, coperta più in là di erbe, di piante selvatiche, di alberi di ulivi.

Su la terrazza che permetteva di affacciarsi senza pericolo da quel lato, al ritorno del loro viaggio di nozze, i giovani sposi avevano passato serate deliziosissime, al lume di luna, in soavi colloqui, in più soavi silenzi, durante i quali i loro cuori si erano detti quel che le parole non avrebbero saputo mai dire!

E ogni volta che vi erano tornati, il maggior loro godimento era stato il rivivere le indimenticabili serate di allora — Ricordi? — E tu, ricordi? — quasi niente più potesse raggiungere le deliziose impressioni di quel passato.

Due sere dopo, attorno ad essi, su la terrazza alitava una frescura impregnata di selvaggi profumi campestri. Il sole stava per tramontare dietro la collina dirimpetto, tra una maravigliosa gloria di nuvole dagli orli d'oro, lanciando, diritti come frecce, nel cielo di tenue smeraldo, i suoi ultimi raggi; e Pietro, assorto in questo spettacolo che rapidamente vaniva sotto i suoi occhi, divinò, più che non vide, il gesto di angoscia con cui Diana si passava le mani sul viso, il crollo indietro della testa che rivelava la improvvisa risoluzione scoppiatale nell'animo; e, senza un grido, si slanciò ad afferrare l'esile corpo che, scavalcata la ringhiera, stava per precipitare nell'abisso della vallata a trovarvi la morte.

La misera resistette un po', si agitò, tentò di svincolarsi, ma le forti braccia di Pietro l'avevano già tirata dentro, su la terrazza, e singhiozzante, mezza svenuta, la portavano di peso in camera, deponendola sul letto.

Egli non osava di dirle una parola di rimprovero, quasi l'ingiusto ribollimento di acredine contro di lei, che gli amareggiava la bocca da due giorni, avesse contribuito a spingerla alla terribile risoluzione. Ed ora tremava di rimorso davanti a quel corpo disteso sul letto e che sussultava convulso; col terrore negli occhi di quel che sarebbe avvenuto, se egli non fosse arrivato in tempo per impedirgli di precipitare nel vuoto!

Diana alzò le braccia brancicando l'aria e chiamò con un fil di voce:

— Pietro! Pietro!

Sentendosi abbracciata e baciata impetuosamente, ella scoppiò in un pianto dirotto, di sfogo, di sollievo. E appena si fu calmata, Pietro, con dolce rimprovero, le disse su la bocca, come bacio:

— Perchè? Perchè?

— Per liberarti!

— Di che cosa?

— Di me, di me, che ti rendo infelice come uomo e come artista!

— T'inganni, Diana! La disgraziata sei tu che, forse, con un altr'uomo... Ho detto forse... Nessuno avrebbe potuto amarti come ti ho amato, come t'amo ancora, come sento di poter amarti sempre più!... Lo sai che, in certi momenti, ho avuto fin la stoltezza di rallegrarmi della tua cecità, geloso che i tuoi sguardi potessero, per caso, vedere qualcosa.... qualcosa da menomare, da rubarmi il tuo amore?

— Mi ripeti le belle cose che tu suoli scrivere.... Non mi illudi però.... Non è colpa mia, se ti ho fatto soffrire... Per questo... Oh, come sono stanca! Stanca in tutti i sensi, col sangue tutto sossopra, con improvvise nuove punture agli occhi...

— Riposa. Io ti veglierò a piè del letto...

— È già sera avanzata?

— Sono appena le sei e mezzo. Ma prima porgimi le tue mani, così, e giurami per la santa memoria di tua madre, che non tenterai mai più, mai più, in nessuna maniera... Ti figuri dunque che io potrei sopravviverti? Tanta poca stima hai di me?... Giurami!

— Te lo giuro!... Ma sarebbe stato meglio altrimenti!

— Come sei crudele, Diana!

Si era buttato, vestito, sul lettino accanto, per poter accorrere sùbito se Diana avesse avuto bisogno della sua assistenza. Non aveva chiuso occhio, agitatissimo. Alle altre sue preoccupazioni, si era aggiunta ora anche questa del possibile suicidio di Diana in un nuovo improvviso sconvolgimento della sua coscienza!

— Ah — pensava — si ha un bel voler essere forti, scettici contro le circostanze della vita! Arrivata a un punto, qualunque fibra più resistente vien tutt'a un tratto spezzata.

Nella sua prima giovinezza, egli cavava, anzi, dalle contrarietà, gran incitamento al lavoro. Aveva scritto molte delle cose più belle in momenti in cui un altro si sarebbe lasciato vincere da scoraggiamenti, da fiacchezze, da vili rinunzie.

Ora — e non poteva farne colpa ai suoi trentadue anni — non aveva saputo resistere come allora, quando era solo a lottare pel suo ideale d'arte. Si sentiva diminuito. Non amava più il lavoro; non trovava in esso le consolazioni, le sodisfazioni di una volta. La strana gelosia di Diana pel passato che le sembrava di veder rivivere in ogni pagina di lui, lo facevano stare in guardia, in sorveglianza che un accenno, una frase non dessero pretesti di turbamenti alla povera creatura innamorata. Si sentiva impacciata la immaginazione, diminuita ogni libertà di espressioni, di sentimento, di bollori, di passioni....

Era amato, è vero, come pochi potevano lusingarsi di essere stati amati; egli avea visto realizzare il suo gran sogno di bellezza e di amore non soltanto nell'Arte ma nella Vita; e colei che si agitava di tratto in tratto su quel lettino, e che, appunto per accesso di amore, poche ore addietro, avea tentato di morire, gli ispirava tale profonda tenerezza per la quale in quel momento non gli sembrava gran sacrifizio fin la rinunzia all'Arte.

— No, l'Arte non vale la vita! — ripeteva talvolta mentalmente.

Si sentì chiamare con voce così concitata da farlo balzare in piedi atterrito:

— Quella striscia di luce... Pietro!...

E prima che potesse rendersi conto a che cosa Diana accennasse, un grido acuto di gioia risuonava nella camera:

— Ti vedo!... Ti vedo! Pietro!... Pietro mio!

Quel che il valente oculista aveva dubbiosamente detto: — Bisogna aver fede nella virtù medicatrice della Natura — riceveva improvvisa conferma. La quasi identica violenta impressione che aveva prodotto la cefalalgia e poi la cecità, oprando ora in senso contrario, rendeva all'organo visivo la sua funzione non distrutta, ma impedita....

— Ti vedo! Ti vedo!...

Era un balbettamento; sillabe che pareva s'impigliassero tra i singhiozzi; singhiozzi che non riuscivano, tormentosamente, a sciogliersi in pianto; e mani che brancicavano quasi non fossero sicure della realtà che tornava a sorridere agli occhi...

Pietro, dapprima, aveva creduto a un improvviso sconvolgimento dell'intelligenza di sua moglie, all'estremo disastro tante volte temuto in quei tristissimi giorni, nei quali era stato condannato a passare le giornate nella buia camera dove ella soffriva gli strazi della cefalalgia... Appena però dovè convincersi del miracolo oprato dalla Natura, una gioia infantile lo sopraffece; poi un riso convulso, poi una commozione così profonda che somigliava allo stupore....

E siccome la viva luce che inondava la camera dalla finestra spalancata, abbagliava troppo la rediviva — non seppe meglio chiamarla in quel punto — egli si affrettò a socchiudere gli scuri.

La teneva tra le braccia, seduta sui ginocchi, quasi l'avesse ritrovata dopo lungo smarrimento, quasi avesse ancora paura di vedersela nuovamente portar via.

E, nel silenzio, essi sentivano i battiti anelanti dei loro cuori felici.

Per parecchi mesi s'immersero, con vivissimo entusiasmo, nella vita di società.

— Volete rifarvi del tempo perduto! — gli dicevano amiche, e amici che non si stancavano di festeggiarli.

— Hanno ancora tanta giovinezza davanti a loro! — rispose una volta la signora Marzani che non sospettava neppure dalla lontana il gran male prodotto da certe sue parole.

Sì, era vero; volevano rifarsi del tempo perduto, quantunque avessero tanta giovinezza davanti a loro. Troppi e troppi mesi erano rimasti in un isolamento che ora cercavano di scancellare dalla loro memoria, tanto era increscioso. Respiravano a pieni polmoni le salsedine delle stazioni balneari, viaggiando in incognito, perchè Pietro Borgagli odiava le interviste, i fotografi delle spiaggie, nè voleva che la gente guardasse come bestia rara lo scrittore che il caso della moglie, riferito dai giornali, aveva rimesso in vista, e del quale si annunziano prossimi volumi di romanzi, di novelle, e un dramma passionale.

Un giorno si era divertito a dir questo a un giovane ma importuno giornalista che lo aveva riconosciuto e additato ai bagnanti di Viareggio, costringendolo così a scappare di colà. Tutti i giornali avevano riportato la notizia, rallegrandosi del suo ritorno all'Arte e augurandogli nuovi gloriosi successi.

Gliene scrisse, lietissimo, il suo più caro amico, Leoni. Quella lettera, che arrivava da Londra, e dove ogni parola, ogni periodo parevano agitati da affettuosissima gioia li aveva raggiunti a Venezia, quando già si preparavano a tornare a casa del troppo prolungato pellegrinaggio, e produsse su tutte e due penosissima impressione. Non osarono comunicarsi, lusingandosi l'una e l'altro di essersi ingannati.

Diana aveva cominciato a notare che quella riposante tranquillità venuta dietro alle esaltazioni, alle concitazioni, ai tormenti, alla paura di risvegli del passato nel cuore del marito, alle momentanee sodisfazioni di scoprirsi illusa, al riprendere e rinnovarsi delle stesse esaltazioni, degli stessi tormenti, delle stesse paure, insieme con l'angoscia della sopravvenuta cecità, e col cupo orrore della tenebra dov'era sparito ogni sorriso di giovinezza; sì, aveva cominciato a notare che in quella riposante tranquillità c'era qualcosa di torpido, di insignificante, e che lei intanto vi si adagiava con vigliacca rassegnazione, quasi non avesse più altro da desiderare, da sperimentare, all'infuori delle giornaliere occupazioni casalinghe che in certe circostanze la prendevano forte, come non avrebbe mai creduto che potesse accaderle.

Da principio le era parso che ciò significasse stanchezza della vita di alberghi, di riunioni, di teatri, di concerti; vivo bisogno di riposo, di tregua almeno. Presto si accorse che era già, invece, un senso di esaurimento, un disinteressarsi di ogni idealità, un abbandonarsi alle minute cure esteriori della comoda vita che l'agiatezza le consentiva.

In quanto a suo marito, ormai, ella era assolutamente sicura di non aver niente da temere dal passato, niente dal presente e molto meno dall'avvenire.

Anche lui si sentiva evidentemente stanco, vinto da un torpore, che egli non avrebbe saputo dire se fisico o intellettuale. Per poco, in certi momenti, non credeva spenta o vicina a spegnersi ogni sua facoltà artistica; e non ne provava nessun rimpianto, come se questo fosse un fatto ordinario, nella natura delle cose. Gli pareva di averlo osservato precedentemente in altri, che intanto o non se n'erano accorti, o avevano voluto continuare per forza a produrre, dando misero spettacolo di decadenza.

Non aveva lavorato a bastanza? Ora poteva coscenziosamente riposarsi; ora poteva svagarsi leggendo i lavori degli altri, osservando la tempesta dalla spiaggia: la tempesta della critica, la tempesta del mutevole gusto del pubblico che si lasciava abbagliare dalle lustre dei ciarlatani dell'arte, e aveva quel che si meritava.

Leoni, tornato da Londra, era rimasto profondamente afflitto di ritrovarlo in questo stato d'animo. Non osava di credere ai suoi orecchi, sentendolo parlare, non con profonda ironia, non con desolante scetticismo, dell'Arte che ne aveva cinto di gloria il nome; e sarebbe stato indizio di un'evoluzione che poteva riuscire feconda, perchè l'ironia, lo scetticismo sono attività dello spirito capaci di rivelarsi in splendide creazioni.

C'era però nelle parole di Pietro Borgagli un'incredibile supina indifferenza.

— Ma è possibile? Tu mi fai strabiliare!

— Se è, vuol dire che è possibile — rispose Borgagli all'amico. — In certi momenti — in certi lucidi intervalli, forse tu pensi — me ne maraviglio anch'io. Sin dalla mia prima giovinezza ho lottato, ho fatto a pugni contro tutto e contro tutti che volevano porre ostacoli alla mia azione. Poi fu lotta diversa, inferiore, con le grandi difficoltà della forma, con le non meno grandi difficoltà dei soggetti che mi piaceva di affrontare. Vincevo perchè sentivo, fuori e dentro di me, qualcuno o qualcosa che voleva opprimermi, atterrarmi; e per ciò tutti i miei lavori, novelle, romanzi, polemiche, squillavano come trombe guerresche, avevano l'aria di correre all'assalto, anche quando erano soffuse di grande pietà, di sottile gentilezza, raggianti di poesia nella loro umile espressione di tristissima realtà....

— E non senti riaccendere, ricordando, le divine vampe dell'entusiasmo?

— Niente, caro Leoni! Non vedo più nessuno che mi si pari dinanzi per tagliarmi il passo; non vedo rizzarsi più davanti a me un qualche ostacolo che vorrebbe costringermi a tornare addietro. Forse ho sofferto troppo, ho fatto soffrire troppo; è anche lei nello stesso mio stato, e io la osservo, la studio con crescente orrore. Niente più vibra in lei... Ah, la sua divina gelosia! Ah, quelle convulsioni del suo organismo che produssero la cecità, che le riaccesero di nuovo, come sublime rivincita, la vista!.... Niente! Niente! A te posso dirlo: Ho passate intere giornate a rileggermi.... Ho visto ripassarmi davanti tutte le creature da me messe al mondo: ho provato — e ne sentivo rossore — un senso di ammirazione per colui che aveva lasciato così potente impronta su quelle pagine che a stento mi sembravano mie.... Niente! Niente! Che vuol dire questo?.... Guarda; ti si è spenta la sigaretta... No, non bisogna riaccendere una sigaretta spenta. Eccone un'altra: ne accendo una anch'io, e non ritorniamo su questo stupido soggetto. Ormai!... Ormai!

— Protesto!... Mi ribello! — esclamò Leoni. — Senti: tu hai scritto un mirabile libro: Il Gran Sogno. Devi — devi, intendi? — scriverne un altro che sarà, ne sono certo, il tuo capolavoro: Tormenta (ti regalo il bel titolo) questa tua storia che — tu ancora non te ne accorgi — ti freme, ti ribolle dentro...

— Forse!... Forse!... Amico, fratello mio! Forse! — mormorò Borgagli.

Ma Tormenta non è comparsa finora!

STORIA FOSCA

— Tu menti! — urlò il barone.

Era pallido come un morto, tremava tutto e fulminava cogli occhi il vecchio servitore che gli stava davanti, pallido anche lui, a testa bassa, col viso pieno di lagrime.

— Eccellenza!

E il vecchio giungeva le mani, in atto di preghiera.

Ma il barone si era slanciato su le pistole posate sopra il tavolino:

— Confessa che hai mentito! Confessa che hai mentito!

Soffocava, dalla rabbia.

Il vecchio portò le mani al viso, senza indietreggiare, senza difendersi:

— Ho detto la santa verità! Abbiamo un'anima sola; non voglio dannarmi!

Allora il barone sentì cascarsi le braccia; e guardava attorno, smarrito. Non credeva ancora alle sue orecchie!

La camera era inondata di luce. Per le aperte invetriate un sorriso di verde, un profumo di primavera irrompevano follemente dal giardino della villa. Il cinguettìo dei passeri sul letto e tra gli alberi, lo schiamazzo delle galline e dei tacchini nella corte, l'allegro abbaiare dei cani echeggiavano per la vôlta come un coro di festa, un'irrisione in quel punto.

Il barone avea rimesso le pistole sul tavolino, macchinalmente, barcollando, e si passava le mani su la fronte bagnata di sudore ghiaccio.

Gli pareva di ammattire; provava un dolore di morte; il cuore gli si schiantava! Ma... aveva proprio veduto, coi suoi occhi?

— Sì, eccellenza, con questi occhi!

— Coi tuoi occhi?

Giuseppe con una mano sul petto spingeva le pupille in alto:

— Giuro al cospetto di Dio!

— È orribile!

Il barone si torceva le dita, passava la lingua, su le labbra inaridite a un tratto e guardava per terra di qua e di là, senza sapere quello che facesse. Non aveva più forza di parlare; e interrogava insistente, con lo sguardo, il servitore che esitava.

— Sì, sì, ogni volta che il signor barone era andato in Palermo o era rimasto a dormire in villa al tempo della vendemmia e del raccolto delle ulive. Non si era risolto a parlare per paura di non esser creduto... Ah, lo aveva ben detto lui che la baronessa era troppo giovane pel signor barone!

Il barone piangeva come un fanciullo, con le gomita appoggiate a un mobile, e la testa fra le mani:

— Era orribile! Era orribile! Imbecille! Dovea prevederlo! La colpa era tutta sua, imbecillone! Ah, certo il diavolo gli aveva suggerito di rimaritarsi!

Il sangue gli montava a fiotti alla testa e gli sconvolgeva il cervello. Quei terribili progetti di vendetta che gli si abbozzavano nella mente, uno sopra l'altro, alla rinfusa, gli davano il capogiro. E dimenticava il vecchio Giuseppe singhiozzante in un canto.

— Grazie! — gli disse, facendo uno sforzo per ricomporsi e asciugandosi gli occhi.

Voscenza deve perdonarmi! Avevo rimorso di star zitto. Ed ora... che farà voscenza? Non si danni l'anima, non si danni l'anima! Lo mandi lontano...

— Mio figlio!... Mio figlio! — mormorava il barone, cacciandosi le mani tra i capelli.

***

Il barone Russo-Scaro era sui quarantanove anni quando avea sposato Cecilia di Pietranera appena di ventidue.

— Tu commetti una grande sciocchezza — gli disse suo zio l'abate di San Benedetto.

— Cecilia è la bontà in persona — avea risposto il barone.

— Sarà sempre una matrigna...

— Giorgio ha quindici anni. Per ora è in collegio: poi verrà l'università; poi daremo moglie anche a lui...

— Ma tu non sei più un giovane...

— Sono ben conservato!

Nel viaggio di nozze erano stati scambiati per padre e figlia; ma il barone avea dimenticato sùbito quella cattiva impressione. Così il primo anno del loro matrimonio era passato tranquillamente.

La baronessa amava di vivere ritirata. Era seria, quasi triste; e il marito non sapea che cosa inventare per distrarla. Innamorato, volea farsi perdonare la sua età col mezzo d'altri compensi: e le profondeva regali.

— Ancora? — esclamava Cecilia a ogni nuova sorpresa del marito.

— Non è mai abbastanza!

E la baciava su la fronte.

Un desiderio lo tormentava:

— Se avesse avuto un figliuolo da lei! Oh, allora soltanto gli sarebbe parsa proprio sua!

Ma il figliuolo non veniva.

— Meglio! — ella esclamava quando il barone toccava malinconicamente questo tasto. — Non abbiamo Giorgio?

— Sì, sì, ma è tutt'altro! — rispondeva quello sospirando.

Infatti la loro casa non era allegra; vi mancava un raggio di sole.

Ella passava le giornate divorando romanzi e libri di viaggi. Non amava il marito, ma non provava ripugnanza di trovarsi sua moglie. I suoi parenti avevano voluto così ed ella avea ubbidito, senza che questo le costasse nulla. Certe volte sentiva svegliarsi dal fondo del cuore un sentimento indefinito, qualcosa che ella stessa non arrivava a capire, un bisogno, un'irrequietezza, una smania; ma confondeva il malessere dello spirito col malessere fisico, e consultava il dottore. Il dottore ci perdeva il latino:

— Nervi!

Le sue ricette non approdavano a nulla.

***

— Sai? Giorgio torna in famiglia — le annunziò una sera il barone.

Cecilia non mostrò nè piacere, nè dispiacere, ma una leggiera sorpresa:

— Ah!

Il barone avea creduto che il ritorno di Giorgio non le fosse gradito e, per scusarlo, s'era affrettato ad aggiungere:

— È un po' ammalato. I medici gli consigliano qualche mese d'aria nativa.

— Gli farà bene, certamente.

Ella continuava a leggere, distratta.

Il barone si sentiva su le spine; quella indifferenza egli la prendeva in mala parte.

— Quando? — domandò la baronessa dopo qualche minuto di silenzio.

— Presto.

— Bisognerà preparargli le stanze...

— Andremo in villa. L'aprile e il maggio li passeremo là. Ti dispiace?

— Anzi!

Il barone si era sentito togliere un gran peso dal petto.

***

La villa del Gelso Nero era deliziosamente situata in mezzo a quel giardino di aranci, quantunque che non fosse molto bella con quel casamento a due piani. Dietro la siepe di nespoli del Giappone, di pomi e di peri che circondava la spianata, gli agrumi affacciavano le loro cime luccicanti, di un verde bronzino. L'aria era tutta imbalsamata dal profumo della loro zàgara.

Nei primi giorni, la baronessa e il figliastro si eran trattati con un po' d'impaccio. Giorgio non sapeva adattarsi a chiamare mamma una matrigna così giovane; a lei non riusciva di chiamarlo semplicemente Giorgio, e gli dava del baronello.

Facevano lunghe passeggiate, a piedi o a cavallo, insieme col barone. Qualche volta andavano anche soli, quando il barone s'intratteneva a dare un'occhiata ai lavori dei calabresi che sterravano la vasca. Così in meno di due settimane l'impaccio fra matrigna e figliastro era stato vinto. Già si davano del tu, e il barone n'era lietissimo.

Giorgio, gracile, bianco, pareva un fanciullo addirittura, con quei capelli d'un biondo cinericcio e quella straordinaria dolcezza dello sguardo. Però la sua voce, armoniosa, femminile, turbava la baronessa. Sentendolo parlare, ella lo guardava fisso. Tanta gentile freschezza le ridestava, tumultuosamente, le sue prime sensazioni di ragazza. Fremiti deliziosi le correvano per tutta la persona; il cuore le si gonfiava.

Quando passavano la mattinata nell'uliveto, sul prato smaltato di fiori e dorato dal sole, o in giardino — egli sdraiato bocconi tra l'erbe, all'ombra di un magnifico albero di arancio; ella seduta al suo fianco sul cuscino che Giorgio portava apposta — intanto che questi leggeva ad alta voce, con una monotonìa d'inflessioni efficacissima, Cecilia stava ad ascoltarlo lavorando all'uncinetto. Di tanto in tanto quei suoi begli occhi neri lampeggiavano fra l'ombra dei rami; poi restavano assorti in un punto lontano.

— Sai che in collegio t'odiavo? — le disse Giorgio una volta sbucciando un'arancia.

— Davvero? E perchè?

— Mi ero figurato che fossi brutta. Invece...

— Sono meno brutta che non ti immaginavi?

— Sei bella!

Glielo aveva detto sinceramente, con ammirazione di fanciullo, continuando a sbucciare.

La baronessa s'era alzata, e preso il libro messo a cavalcioni di un ramo, lo sfogliava inoltrandosi lentamente pel viale. Giorgio andò a raggiungerla per offrirle l'arancia.

— No, grazie.

— Metà almeno!...

— No, non ne ho voglia.

— Almeno uno spicchio!

— No.

E sorrideva, guardandolo negli occhi stranamente intenerita.

Giorgio le si era piantato dinanzi, porgendole lo spicchio presso la bocca, insistendo.

— Metà.

Cedeva, per compiacerlo. Giorgio mangiava l'altra metà:

— Come è dolce!

E assaporava.

— Via, lasciami leggere — disse la baronessa impallidita.

***

Ma quel ragazzo non s'avvedeva di nulla. Trovata in casa non un'intrusa ma una sorella, anzi qualche cosa di più, una amica, si sentiva felice.

— Beata giovinezza! — esclamava Cecilia nel suo interno.