The Project Gutenberg eBook, Nuove "Paesane", by Luigi Capuana

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LUIGI CAPUANA


NUOVE “PAESANE„

1898
ROUX FRASSATI e Co Editori
TORINO


PROPRIETÀ LETTERARIA


A

Eugenio Torelli-Viollier

con animo gratissimo

Luigi Capuana.

Roma, 15 agosto 1898.

INDICE

[Il Barone di Fontane Asciutte] Pag. 1
[Un Tipo] 53
[Il Mulo di Rosa] 63
[Un Eccentrico] 83
[Il Fascio del Cavaliere] 97
[Le verginelle] 119
[Donna Stràula] 139
[Zi' Gamella] 157
[La casa nuova] 175

IL BARONE DI FONTANE ASCIUTTE

Il procuratore legale don Emanuele Cerrotta apriva il suo studio assai prima dell'alba pei clienti provinciali, mattinieri e solleciti, che avevano pure altre faccende da sbrigare durante la giornata in Catania. Don Calogero, lo scrivano, veniva a svegliare il portinaio, accendeva, salendo, il lume a petrolio per le scale ed entrava nello studio dove il suo principale già lavorava da qualche ora.

Nell'anticamera, mezza dozzina di seggiole e un lumino, con tubo affumicato e riflessore di latta, alla parete. Nello studio, due scaffali zeppi di scritture e di memorie legali, tre seggiole compagne a quelle dell'anticamera e una a bracciuoli; un tavolino di abete, tinto a uso mogano, ingombro di carte, con accanto al calamaio un fazzoletto di cotone azzurro e la tabacchiera di cartone verniciato, mezza aperta per poter prendere più facilmente il rapè di cui don Emanuele si riempiva di tratto in tratto il naso, spargendo metà d'ogni presa su lo sparato della camicia da notte e su le carte che aveva davanti.

Il lume a olio, a tre becchi, illuminava appena il tavolino e le due persone che vi erano sedute attorno, cioè: don Emanuele col berretto di astrakan calcato fin su gli occhi, il fazzoletto di seta nera attorcigliato al collo a guisa di cravatta (le punte del colletto della camicia si affacciavano una dalla parte di sopra, l'altra dalla parte di sotto) e un vecchio scialletto di lana buttato su le spalle; a destra, don Calogero che copiava o scriveva sotto dettatura, senza mai alzare gli occhi e mostrare di accorgersi delle persone che dall'alba alle nove entravano nello studio, ragionavano, discutevano, urlavano, secondo il carattere di ognuna fino a che il principale non tagliava corto le parole in bocca ai clienti noiosi, dicendo bruscamente:

— Va bene; ne riparleremo un'altra volta; oggi ho da fare. Buon giorno!...

E riprendeva a dettare allo scrivano:

«Dunque... In fatto e in diritto...»

Quella mattina, vedendo entrare in punta di piedi don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa (da un anno e mezzo, tutte le mattine egli era il primo cliente che si presentava nello studio) don Emanuele non si era dato, al solito, neppur la pena d'interrompere un momento la lettura della memoria legale che egli andava annotando; e continuò un buon pezzo, quasi su la seggiola di rimpetto a lui non si fosse seduto nessuno. All'ultimo, dopo aver affondato l'indice e il pollice della mano destra nella tabacchiera e aver tirato su un'enorme presa di rapè, dopo di aver dato col fazzoletto due colpetti di ripulitura al naso, uno da dritta e l'altro da sinistra, don Emanuele alzò su la fronte gli occhiali a capestro e brontolò:

— Buon giorno, barone!... Novità?

Il barone, accostata premurosamente la seggiola al tavolino, posate le braccia su le scritture e riunite le mani quasi in atto di preghiera, con sorriso umile, insinuante, e con tono di voce più insinuante e più umile ancora, balbettò:

— Ecco: ho pensato...

— No, non voglio sapere quel che voi avete pensato o non pensato; domando soltanto se avete qualche carta, qualche documento nuovo... Ne scavate uno al giorno!...

— Ho scritto certe postille, per rischiarare meglio... il punto importantissimo...

E il barone, cavato premurosamente dalla tasca interna del soprabito mezzo foglio di carta, coperto di scritturina rotonda, fitta fitta, con richiami ai margini, lo presentava al suo procuratore.

— Leggerò, con comodo... Capisco di che si tratta... Nient'altro?

— ... Sei tarì, lo sapete! — rispose il barone abbassando gli occhi.

Don Emanuele tirò il cassetto del tavolino e presa una manciata di monete di rame, carlini, pezzi di sei grani e di due grani, contava, — uno, due, tre... Sei tarì vi bastano?

— Per due settimane. Prendetene nota.

— Campate di vento! — esclamò don Emanuele, crollando compassionevolmente la testa.

E mentre il barone ritirava con mano tremula i quattrini, prendendo una dopo l'altra le pilette di ogni tarì e mettendole in tasca, egli faceva quattro rapidi sgorbi sur un quadernetto dove si allineavano filze di cifre significanti altri e altri tarì somministrati al barone durante la lite, e tutte le spese anticipate per lui, da riprendere assieme con gli onorari a lite vinta e finita.

Questo, insomma, voleva dire che il procuratore legale era sicurissimo del buon esito di essa; ma voleva anche dire che quel povero vecchio gli ispirava profonda pietà, ridotto quasi a mendicare dalla cattiveria della moglie e dei figli.

Moglie e figli si erano ribellati contro il barone appunto per quella lite, che durava da dieci anni, e nessuno poteva prevedere quando sarebbe terminata. Il marchese di Camutello, cugino del barone e suo avversario, prima gli aveva messo l'inferno in famiglia per mezzo del confessore della baronessa, facendole dipingere a nerissimi colori l'avvenire della casa; poi aveva proposto, con lo stesso mezzo, una transazione.

— Un'infamia! — diceva il barone. — Piuttosto farsi tagliare le mani, che sottoscrivere quell'attentato ai sacrosanti diritti della baronia di Fontane Asciutte e Cantorìa. Finchè campo io!...

Ma dopo sei mesi di terribile lotta, un giorno per le silenziose stanze del palazzo Zingàli erano risuonati urli di voci maschili, strilli di voci di donne che si udivano fin dalla via e facevano fermare la gente.

***

La facciata di pietra dura intagliata, col vasto portone e i terrazzini e l'alto cornicione in cima, davano a quel palazzo l'aria di fortezza tra le meschine casette da cui era circondato. Bastava però cominciare a salire le scale per accorgersi subito che l'interno poteva dirsi una rovina. Scalini sbocconcellati; muri senza intonaco; pavimenti senza mattoni; finestroni, metà con vecchie tavole malamente inchiodate e murate in luogo di imposte e di ringhiere; vôlte reali macchiate di umido per l'acqua che vi stillava dal tetto nei giorni di pioggia; stanzoni squallidi, polverosi, e pieni di ragnateli, parecchi con un tavolino o un baule in un angolo e poche seggiole sgangherate attorno per mobilia, qualcuno con grandi quadri senza cornici alle pareti — quadri sacri, ritratti di famiglia anneriti dal tempo, scorticati, sfondati — e nient'altro.

Bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni, rischiarati dalla poca luce che penetrava dalle fessure delle tavole, infisse ai finestroni trent'anni addietro come imposte provvisorie — e che si erano infracidite là senza che nessuno avesse mai pensato di aggiungervi un chiodo — bisognava attraversare quattro o cinque di questi stanzoni prima di arrivare alle stanze dove la famiglia del barone si era ridotta ad abitare.

La baronessa e le due figlie vivevano segregate, in fondo in fondo, nelle stanze che davano sul vicolo della parte di levante. In una camera, divisa in mezzo da un paravento coperto di damasco rosso, stracciato e sfilaccicante, dormivano le due sorelle; in quella accanto, la baronessa. Ella passava le giornate facendo calza, rammendando biancheria, filando lino nelle serate invernali, recitando assieme con le figlie interminabili rosari, seduta sul massiccio seggiolone di noce con spalliera di cuoio che si accartocciava agli angoli da dove le bollette erano andate via. Colà ella riceveva le rare visite di qualche amica e le contadine che le portavano panieri di frutta, cestini di uova fresche, mazzi di asparagi o di cicoria, secondo le stagioni; colà ella si confessava, il primo e il quindici di ogni mese, col vecchio canonico Rametta, che veniva pure a raccontarle in quell'occasione le notiziole e i pettegolezzi del paese, prima o dopo di averla confessata, come piaceva alla signora baronessa, che non era sempre dello stesso umore.

I figli, Ercole, Marco e Feliciano, dormivano in quello che avrebbe dovuto essere il gran salone di ricevimento se il palazzo fosse stato compiuto. Attorno ai tre lettini addossati agli angoli (quelli di Ercole e Marco l'uno di faccia all'altro, quello di Feliciano in uno degli angoli opposti tra due finestroni) stavano appiccati alle pareti diversi arnesi che rivelavano le inclinazioni e le occupazioni di ognuno di loro. Fucili, carniere, reti da conigli e da quaglie; gabbietta di legno pel furetto; stivaloni alla scudiera, con grosse bullette alle suole; due cappelloni a larghe tese, uno di feltro bigio, l'altro di paglia; casacca, panciotto con molte tasche, e pantaloni di velluto grigio, di cotone, facevano sùbito indovinare in Ercole il cacciatore che si curava soltanto di fucili, di furetti e di bracchi. Seghe, pialle, martelli, tenaglie, succhielli, saldatori, scalpelli, forbici, lime, raspe, tornio, tavole, legnetti, soffietto, un trapano, un'incudinetta, un fornello indicavano in Marco il meccanico. Dal tavolino con su uno scaffaletto pieno di libri moderni, di fascicoli di opere in corso di pubblicazione, di quaderni di sunti e di appunti, si capiva l'inclinazione allo studio del fratello minore Feliciano.

Il barone occupava la stanza a sinistra del salone dove dormivano i tre maschi. Di faccia all'uscio, un gran scaffale rustico, senza vetri nè sportelli, pieno di mazzi di scritture antiche, che raccontavano le compre, le vendite, le trasmissioni di possesso, le liti, le sentenze, insomma tutta la complicatissima storia dei feudi di Fontane Asciutte, Cantorìa, Barchino, Tumminello, Cento-Salme, Canneto, una volta patrimonio della famiglia Zingàli, ora parte alienati, parte ceduti, parte perduti per la leggendaria storditaggine del barone don Calcedonio, padre di don Pietro-Paolo. Le scritture erano disposte per ordine di data, e da ogni mazzo, da ogni fascicolo veniva fuori una linguetta di carta che ne indicava il contenuto. Prima della morte del barone don Calcedonio, tutte quelle carte giacevano alla rinfusa in due vecchi cassoni senza coperchio, assieme con altre carte ammonticchiate, in uno stanzino buio, fra seggiole rotte, arnesi inservibili e stracci di ogni genere buttati là da anni ed anni. Don Pietro-Paolo, che si era trovato da un giorno all'altro barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, si era anche sentito gravare addosso da un giorno all'altro il disordine dell'amministrazione di casa, intorno alla quale non aveva potuto neppur fiatare vivente il padre che si credeva Domineddio in persona, autorità indiscutibile su la moglie, sul figlio, su la nuora e sui nipoti.

Appena la cassa del morto era uscita di casa, il barone don Pietro-Paolo aveva fatto cavar fuori dallo stanzino quelle altre casse da morto, come egli disse, dove giacevano tesori di documenti, atti importantissimi per le liti in pendenza e per quelle da iniziare; dalla mattina del giorno dopo si era chiuso nel suo stanzone, studio, camera da letto e da ricevimento in una, e in tre mesi di diabolico lavoro, che lo aveva fatto incanutire, era finalmente riuscito a riordinare, classificare, annotare quell'immenso ammasso di carte ingiallite, ammuffite e qua e là rôse dai topi. Per fortuna, avendo trovato tanta altra roba da rosicchiare, i topi avevano risparmiato un po' le scritture dei cassoni.

La baronessa donna Fidenzia, triste e sfiduciata, gli aveva detto più volte:

— Perchè ammattite con quelle cartaccie? Oramai, quel che è andato è andato...

— Non vuol dire! E poi... c'è ancora una rivendicazione da fare. Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!

— Volete rovinarvi con le liti anche voi, peggio di vostro padre?

— Mio padre era pazzo da legare. Dio gli perdoni nell'altro mondo dove ora si trova!

E il povero barone don Pietro-Paolo, che già aveva potuto scandagliare l'abisso in cui per colpa del barone don Calcedonio era sprofondato il patrimonio di famiglia, non esagerava punto, per indignazione, chiamando suo padre: Pazzo da legare!

Basta rammentare le burlette che il barone don Calcedonio avea fatto ai suoi avvocati di Catania, di Palermo, di Messina, di Siracusa (giacchè egli aveva liti da per tutto, con privati, con Comuni, col Governo, con conventi, con Opere pie) per qualificarlo a quel modo.

Da Catania, gli avvocati che gli strappavano a stento gli onorari e volevano far le viste di guadagnarseli, lo tempestavano di lettere: La sua presenza è necessaria, urgentissima; così non si va avanti.

Il vecchio barone li avea lasciati cantare. Un bel giorno, fa inattesamente scrivere dal suo segretario: «Arriverò domani l'altro».

E si mette in viaggio, con gran scampanìo di lettighe, una per sè e una pel suo cameriere, da quel gran signore che doveva mostrare di essere il barone di Fontane Asciutte e Cantorìa.

Durante una settimana, i suoi avvocati e quelli della parte contraria non erano riusciti a mettersi di accordo con lui e tra loro intorno al giorno, all'ora e al luogo del convegno per la transazione da discutere. In casa del suo avvocato principale non volevano intervenire, per orgoglio di dignità, gli avvocati avversari. Nell'albergo, no; egli non amava far sapere agli altri gli affari di casa sua. Si era stabilito finalmente un posto neutrale, e il giorno e l'ora. Ma la mattina di quel giorno, prima della levata del sole, il barone aveva dato ordine ai suoi lettighieri di mettere ai muli i basti coi sonagli, ed era partito contorcendosi dalle risa per la sua graziosa burletta a quegli imbroglioni di avvocati:

— Rimarranno con tanto di naso! Ah! Ah!

Lungo il viaggio si era affacciato più volte allo sportello della lettiga, chiamando:

'Nzulu! Eh? Aspettano ancora! Ah! Ah!

E vedendo che il vecchio cameriere crollava la testa, disapprovando:

— Ridi anche tu, bestia! — aveva soggiunto. — Ripeteremo la burla a quelli di Palermo! Ah! Ah!

Infatti l'aveva spensieratamente ripetuta ai suoi avvocati di Palermo, poi a quelli di Messina, poi a quelli di Siracusa, ridendone con 'Nzulu, che gli rispondeva crollando la testa, sospirando:

— Ah, signor barone! Ah, signor barone!

— Zitto, bestia!... Li pago; posso divertirmi con loro!

E si era tanto divertito, che avea dovuto abbandonare la costruzione del palazzo, darsi in mano agli strozzini, troncare, di nascosto dagli avvocati e con enorme suo danno, liti che non si potevano perdere, pur di raccappezzare alla lesta, a furia di transatti, i quattrini che gli occorrevano per un viaggio a Napoli, per una apparizione da Cavaliere d'onore alle Corti di Ferdinando I e di Francesco I, per una ballerina del Bellini di Palermo o del San Carlo di Napoli; riducendosi, negli ultimi anni, ad abitare in quel paesetto, in quel palazzo che già rovinava prima di essere finito, dopo aver visto vendere all'asta i due bei palazzi e la loro ricca mobilia — uno in Palermo, l'altro in Catania — che l'avolo di lui s'era fatto fabbricare verso la fine del 1600, ed erano passati intatti di padre in figlio, fino al suo matto pronipote!

Per questo la baronessa donna Fidenzia osservava con una specie di terrore tutto quel rimescolìo di cartacce che teneva occupato suo marito, e si era sentita stringere il cuore alla risposta di lui:

— Cento-Salme è nostro, non del marchese di Camutello!

***

Il barone don Pietro-Paolo non si era mostrato in famiglia meno despota del barone don Calcedonio. Come egli era rimasto zitto e quasi tremante davanti a l'assoluta autorità del padre, così ora la baronessa, le figlie e i tre maschi tacevano e tremavano davanti a lui. Purchè non pretendessero di mescolarsi negli affari, egli però lasciava che tutti facessero il comodo loro; e la famiglia viveva in una specie di anarchia; la mamma e le due ragazze segregate in fondo al palazzo, assorte in pratiche devote; i tre fratelli nel salone, ciascuno occupato delle faccende proprie: Ercole, badando a ripulire fucili, a rammendare reti; Marco a tornire, a saldare, a picchiare su l'incudinetta, tutto intento alle sue strane invenzioni meccaniche; Feliciano, immerso negli studi legali, muto e chiuso, ruminando non si sapeva quali progetti che gli luccicavano di tanto in tanto nelle pupille nere sotto le folti sopracciglia.

Il barone, quando non era via per affari, cioè per la lite di rivendicazione di Cento-Salme, da lui iniziata subito appena messi insieme i documenti, passava le intere giornate, e spesso spesso metà delle nottate, a decifrare le vecchie scritture latine in cui si imprometteva di ritrovare diritti per altre rivendicazioni. Voleva far ritornare i baroni di Fontane Asciutte e Cantorìa, se non all'antica opulenza, per lo meno a una ricchezza e a un fasto che avrebbero rimesso in onore il nome dei Zingàli. Questa illusione egli era arrivato a trasfonderla, dopo qualche anno, nella baronessa Fidenzia, nelle figlie, e in Feliciano che lo avrebbe aiutato volentieri nelle ricerche delle vecchie scritture, se il barone non avesse avuto la pretensione di far tutto da sè.

Da principio la lite era andata a vele gonfie; il marchese di Camutello, che non s'attendeva quell'attacco, sbalordito e sconcertato, era andato avanti a furia di cavilli, di intrighi e di alte protezioni; poi, tutt'a un colpo, si era messo a litigare per davvero, opponendo documenti a documenti, procedure a procedure, perizie a perizie, sfoggiando insomma tutte le armi più affilate, tutti gli strattagemmi più astuti per stancare l'avversario, che non poteva buttar via i quattrini a manciate, come era cosa facile per lui, amministratore meticoloso, un po' avaro, e uomo abile e rotto al gran maneggio degli affari. Il giorno che il Tribunale civile di Catania gli aveva dato torto, incontrato il cugino che usciva raggiante di contentezza dalla sala di udienza, dopo averlo salutato sorridendo, gli disse:

— A rivederci davanti a la Gran Corte! Ride bene chi ride l'ultimo!

E là, nella Gran Corte, la lite era rimasta arrenata otto anni! Pareva che gli avvocati delle due parti contendenti, preso gusto a quella battaglia di atti, di procedure, di rinvii, si divertissero a prolungarla. Il barone dimagriva e ingialliva dalla bile. Passava lunghe nottate riassumendo documenti, scrivendo brevi memorie da sottoporre al giudizio degli avvocati; e impediva alla figlia Mariangela, la primogenita e sua prediletta, anche di entrare nella stanza di lui per rassettarla e rifare il letto.

— No, mi arruffaresti ogni cosa; faccio tutto da me!

E avea voluto fin una fiasca di latta per l'olio del lume, che egli metteva fuori dell'uscio quando era vuota e dovevano riempirgliela.

Mariangela, che badava alle faccende di casa sotto gli ordini della madre, ogni volta che trovava accanto all'uscio della camera del padre la fiasca vuota, si presentava con essa in mano alla baronessa.

— In tre sole nottate, una fiasca!

— Olio e tempo sciupato! — esclamava dolorosamente la baronessa. — Dio lo faccia ravvedere! La Madonna lo illumini!

Ma nessuna di esse e nessuno dei tre maschi avrebbe osato ripetere in faccia al padre: «Olio e tempo sciupato!».

Poi, una sera, durante la cena, la baronessa Fidenzia aveva chiesto, insolitamente, al barone notizie della lite per Cento-Salme. Il barone l'avea guardata in viso, meravigliato del tono un po' ironico della voce di lei, e aveva risposto seccamente:

— Tutto va bene!

La baronessa avea replicato:

— Dobbiamo ridurci all'elemosina? Non parlo pei maschi, che potranno pensar loro a cavarsi d'impaccio; parlo per queste due sante creature, sacrificate qui...

— Penso per tutti! Ho pensato sempre per tutti! Consumo la mia vita per tutti!... Non mi diverto a caccia io!... Non mi spasso col tornio io!... Non sto a leggiucchiare libricciatoli io!... Lavoro giorno e notte, per tutti! E, per ora, il padrone qui sono io e comando io... Voglio che si sappia e si tenga a mente!

Il barone aveva pronunciato queste parole con voce repressa, alzandosi lentamente da sedere mentre parlava; e voltate le spalle alla tavola, era uscito dalla sala da pranzo accigliato, un po' pallido, ma convinto che quella dispiacevole scena non si sarebbe più ripetuta.

***

Il fuoco covava sotto la cenere, e il canonico Rametta s'incaricava, a fin di bene, di tenerlo vivo. Buona pasta d'uomo, un po' corto di cervello, pieno di scrupoli religiosi, si era lasciato abbindolare dal marchese di Camutello, che un giorno lo aveva mandato a chiamare per parlargli di una cappellania di famiglia, il cui cappellano era in punto di morte.

— Ho pensato a voi, signor canonico!

— Grazie, grazie!... Non posso accettare — rispose umilmente il canonico.

— Perchè, signor canonico?

— Non saprei come soddisfare gli obblighi, signor marchese. Non si può dire più d'una messa al giorno, ed io ho già appena qualche settimana vuota nell'anno.

— Ah, io non vi farei ressa! Non vorrei vedere il vostro celebravit... Non l'ho mai chiesto al cappellano che il Signore ora sta per portarsi in paradiso.

— E la mia coscienza, signor marchese?

— C'è il Papa, infine! Una sanatoria non costa troppo...

— Niente! Grazie, signor marchese. Grazie!

E il marchese, mutando sùbito discorso, gli avea parlato della povera cugina baronessa e delle ragazze che vivevano da monache, di quei tre nipoti, uno più matto dell'altro, di schietta razza dei Zingàli, e del barone, che già finiva di ridurli tutti in miseria.

— Io, signor canonico, voi lo sapete bene, ci sono stato tirato pei capelli. Ero tranquillo, nel mio possesso; e lui è venuto a dirmi: Ti voglio cacciar via di lì!... Le parole non bastano, caro signor canonico!... Allora — che volete? Uomini siamo! — io gli ho risposto per le rime — Cantorìa una volta era dei marchesi di Camutello... Vediamo un po'. — Così mi son messo a intorbidargli le acque pure io... Che volete? Uomini siamo!... I santi soltanto porgono l'altra guancia quando hanno ricevuto uno schiaffo... Me ne dispiace per la cugina baronessa e per quelle due buone creature delle sue figlie... Che pensano di fare? Chiudersi in un convento? E quei tre matti?... Marco, è vero che vuol trovare il moto perpetuo?...

— Pensa a un mulino di sua invenzione.

— Un mulino?... Un Fontane Asciutte mugnaio! Mi piange l'animo... Ma che fare con quella testa di mulo di mio cugino il barone?... Io, credetemi, mi stimo saldo, ben saldo nel mio diritto... Se così non fosse, non spenderei tanti quattrini per litigare... Eppure, se mi si proponesse un accomodamento alla buona... Capite... Non posso essere il primo io... Mi pregiudicherei. Sono stato attaccato e mi difendo... Ma è inutile ragionarne... Mi dispiace intanto per la cappellania. Non prevedevo il vostro rifiuto. Via! riflettete un po'...

— Grazie, signor marchese; è impossibile! Il canonico Rametta, riferito alla baronessa quel colloquio, le aveva involontariamente introdotto nell'animo il lievito della ribellione contro il dispotismo del marito. Per la baronessa il suo confessore era un santo; se non operava miracoli da vivo, ella credeva fermamente che li avrebbe operati appena morto. Una sera, infatti, parlando di lui con le figlie, aveva esclamato:

— Vedrete; se lo salasseranno otto giorni dopo morto, egli darà sangue come persona viva.

E nell'attesa di questo infallibile segno di santità, che però la baronessa si augurava di vedere quanto più tardi possibile, ella abbandonava ciecamente al canonico la direzione della sua coscienza e di quella delle due figlie, e lo aiutava in qualche opera buona, con elemosine che erano proprio atti di eroismo da parte di lei; giacchè le strettezze diventavano ogni giorno maggiori in famiglia; le spese della lite assorbivano ogni risorsa; e i figli, chi per un conto, chi per un altro, si rivolgevano alla baronessa per ottenere il po' di danaro che loro occorreva.

— Mi smungono da tutte le parti! — ella si lamentava col confessore.

Il canonico Rametta, quantunque fosse pallido e magro anche un po' per le penitenze e le macerazioni a cui si sottometteva, dei santi aveva specialmente la testardaggine che li fa perseverare in quel che loro sembra una buona e giusta cosa. Convintosi che le intenzioni del marchese di Camutello erano ottime e che i fatti gli davano ragione (nessuno poteva attestarlo meglio di lui, confessore della baronessa, la quale spesso spesso, non avendo peccati suoi da confessare, gli versava nell'orecchio quelli del marito, e al povero barone non si poteva addebitare altro torto all'infuori di pensare giorno e notte alla lite); convintosi dunque che le parole del marchese: «Se mi proponessero un accomodamento alla buona» fossero sincere, e che questo accomodamento poteva evitare alla famiglia del barone e a lui l'estrema rovina, il canonico Rametta, dopo averne accennato qualcosa velatamente, visto che alla baronessa e ai suoi figli mancava il coraggio di opporsi alla volontà dei barone, avea creduto opportuno mutar tono, e parlare non più in nome proprio, ma in nome di quel Dio di cui durante la confessione egli era, secondo la sua espressione, indegno, sì, ma vero ministro.

— Tocca a voi, signora baronessa; ve l'ordina Dio per mio mezzo!

La baronessa, che a quattr'occhi con lui, da penitente a confessore, si era espressa talvolta un po' arditamente, udite queste tremende parole, diventò piccina piccina sul seggiolone di noce dov'era seduta accanto al canonico. La voce le si arrestò in gola, le lagrime le sgorgarono dagli occhi e potè a stento balbettare:

— A me? Tocca a me? Ma vostra paternità sa benissimo...

— So che questo è il vostro dovere di moglie e di madre di famiglia; so che voi non dovete accaparrarvi l'inferno per tutta l'eternità, disobbedendo al comando di Dio, che v'ha fatto baronessa e madre forse unicamente per salvare dall'estremo disastro questa famiglia. Altro non devo sapere. Pensateci bene, e pregate Dio e la Madonna perchè vi diano forza e coraggio!

E finita la confessione, egli prese a ragionare dello stesso argomento in presenza delle signorine.

Mariangela approvò sùbito. La sua faccia squallida, dove gli occhi parevano assonnati in una specie di nausea del mondo e delle sue vanità, si animò tutt'a un tratto, si colorò, e le pupille le lampeggiarono, quando disse con profonda amarezza:

— Non vuole che io più entri nella sua camera neppure per rifargli il letto!

Rosaria, la sorella minore, bruna, dal viso duro, dalle labbra carnose, stata un pezzo ad ascoltare, si era alzata con uno scatto da sedere:

— Dove vai? — le domandò la baronessa.

— Vo' a chiamare i fratelli; debbono essere d'accordo anche loro.

***

Dapprima il barone avea crollato le spalle, sorridendo di compassione alle osservazioni della baronessa che gli manifestava timidamente i suoi terrori dell'avvenire; poi aveva risposto calmo e dignitoso:

— Baronessa, le liti non sono cose di cui deve occuparsi una donna!

Mariangela, che un giorno aveva osato aggiungere qualche parola alle insistenze della madre, si era sentita rispondere un: — Zitta, sciocca! — che la fece piangere mezza giornata.

Rosaria invece pensava che era inutile tentar di persuadere il barone e indurlo a proporre un accomodamento; e perciò andava spesso nel camerone dai fratelli, quando sapeva che tutti e tre erano là, e li scoteva dalla inerte indifferenza, li incitava:

— Che uomini siete? Ora più non siete ragazzi!

Ercole bestemmiava:

— Corpo di...! Che debbo fare? Prendere questo fucile e far fare una vampata al cugino marchese?

Marco non rispondeva. Aveva già terminato il modellino in legno e in latta del suo mulino, e lo faceva funzionare, soddisfatto che andasse meglio di quel ch'egli non aveva sperato. La gran ruota, che doveva dare il movimento alla tramoggia e alle macine, sarebbe stata così enorme che occorrevano due piani del palazzo per farle posto. Avrebbe voluto spiegare alla sorella l'intero meccanismo, smontarle sotto gli occhi e rimontare il modellino; ma Rosaria gli avea voltato le spalle per avvicinarsi a Feliciano che studiava coi gomiti appoggiati sul tavolino e la testa sui pugni.

— Insomma, te ne lavi le mani anche tu?

Feliciano alzò gli occhi e fissò in faccia la sorella:

— C'è un solo mezzo — disse; — ma noi non vorremo mai servircene.

— Quale?

— L'interdizione.

— Che significa?

— Significa...

Ercole, il cacciatore, lo interruppe ridendo.

— Significa — egli spiegò — che noi siamo come i topi che volevano attaccare il campanello al collo del gatto.

— Venite di là, dalla mamma.

Rosaria parlò così imperiosamente, che i tre fratelli la seguirono uno dietro all'altro, zitti zitti.

Nella camera della baronessa, seduti attorno al seggiolone di noce dov'ella stava quasi su un trono, vestita di tela grigia d'Artega, con un fazzoletto di seta nera che le contornava il viso grasso e floscio e i capelli canuti spartiti in due bande su la fronte, i figli attendevano che la madre parlasse.

La camera era in disordine; il letto non ancora rifatto. Sul canterale, su le seggiole, sul tavolino davanti la finestra, una confusione di oggetti disparati: capi di biancheria, ceste con frutta, ferri da calze, forbici, ditali, una corona di cocco, una conocchia, due fusi, e tra il canterale e il tavolino l'arcolaio con una matassa di cotone azzurro da dipanare. Se non che il canterale era finamente incrostato di tartaruga e madreperla, e la conocchia e l'arcolaio erano prezioso lavoro di un antico pecoraio di famiglia, che vi aveva scolpito con la punta del coltellino strane fantasie di ornati complicatissimi. Marco era andato ad ammirarli anche ora, prima di prender posto accanto alla sorella Mariangela.

La baronessa portò il fazzoletto agli occhi.

Ercole ruppe il silenzio, ripetendo la sua facezia:

— Ecco il consiglio dei topi!

Rosaria lo sgridò duramente:

— Taci, villanaccio!

E rivolgendosi a Feliciano gli disse:

— Dunque? Questa interdizione?

La baronessa singhiozzava.

— Non c'è altra via! — confermò Feliciano.

— Proviamo prima... come minaccia... — insinuò la baronessa.

— Inutile. Si faccia la domanda al tribunale senza perdere più tempo.

— Uno scandalo? — esclamò spaventata la baronessa.

— Mamma!... Se non c'è altra via!...

Tutti guardarono Rosaria. Come mai quella ragazza, che stava sempre zitta, mostrava tutt'a un tratto tanta violenza e tanta audacia? Ella arrossì, quasi quegli sguardi di maraviglia e di stupore avessero voluto leggerle in fondo all'animo. E in quell'istante, due terribili anni della sua giovane vita chiusa e nascosta le balenarono davanti a gli occhi, le accesero il viso e la fecero tremare. Ma si rimise sùbito.

— Parla, spiègati meglio — disse al fratello con gesto vibrato.

***

Saputo che quella mattina l'usciere era venuto a rilasciare al barone la citazione del tribunale, tutti i figli si erano radunati in camera della baronessa, quasi a rifugiarsi sotto le ali di lei e ripararsi dalla tempesta che stava lì lì per scoppiare.

Il barone comparve su la soglia, pallido, con gli occhi stralunati, agitando convulsamente il foglio della citazione, senza riuscire a parlare. Lo sdegno e l'ira lo soffocavano, Mariangela fece un passo verso di lui, ma un suo gesto l'arrestò.

— Vipere! Ingrati!... — cominciò a balbettare. — Questa, questa è la ricompensa?... Potrei... stracciarvi la vostra carta in faccia, sbattervela sul muso; farvi vedere chi... chi è da interdire qua... Vipere!... Ingrati!...

— Barone!... per carità!... — supplicava la baronessa.

— Voi, signora, avete ragione... per la vostra dote. Ma ho già dato ipoteche, ho vincolate rendite... non l'ho sciupata, no, la vostra dote. Darò sùbito altre guarentigie, se occorrono... Ho abusato della vostra bontà, è vero; ho sperperato il fruttato dotale... per la lite; e voi, signora baronessa, da eccellente madre di famiglia, non volete che quel fruttato serva ancora alla rovina delle vostre buone figliuole... Vipere!... dei vostri bravi figliuoli... Ingrati!... Questa, questa è dunque la ricompensa? Nessuno ha il coraggio di guardarmi in viso!... Nessuno osa di rispondermi una parola!

Infatti, tutti stavano là, zitti, a capo chino, come tanti rei davanti al lor giudice. Soltanto la baronessa, a mani giunte, con gli occhi rivolti al cielo, pareva implorasse aiuto da lassù. Il barone rizzò minacciosamente la persona:

— Potrei prendervi a uno a uno per le spalle... e farvi ruzzolare le scale fin da questo momento. Il palazzo è mio; ed io, almeno per ora, sono qui padrone assoluto... Ma vi gastigherò diversamente; voglio risparmiarvi l'empio tentativo di farmi interdire... Esco io dal mio palazzo!... Fuggo via io da questo covo di vipere e di ingrati! Lotterò... povero, solo; morrò di crepacuore e di fame forse; non importa!... Intanto vi abbandono tutti alla maledizione di Dio!... Giacchè io credo in Dio più di voi, signora baronessa che vi confessate due volte al mese e date questo bell'esempio ai figli vostri! Figli?... Figlie?... Io non ho più nessuno!... Nè moglie!... Nessuno!... Esco di qui coi soli vestiti che ho indosso... Non voglio altro!... E il giorno che mi porteranno la notizia: — Il vostro palazzo è crollato; Dio lo ha scosso dalle fondamenta e vi ha seppellito tutti — quel giorno farò cantare un Te Deum!... Non metterò il lutto!...

— Barone, per carità! — tornò a supplicare la baronessa.

Voscenza scusi; non si ragiona in tal modo!...

Feliciano aveva pronunciato queste parole con tono dimesso ma così ironico, che il barone fece atto di slanciarglisi contro per schiaffeggiarlo come un ragazzo. Mariangela dètte uno strillo, la baronessa si mise a gridare, quasi la minacciata fosse lei; Rosaria si piantò davanti al fratello per fargli scudo col corpo, alzando la bruna testa dai lineamenti duri, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra carnose. E fu il segnale della gran rivolta! Parlavano, strillavano, urlavano assieme, aggirandosi per la stanza, senza sapere quel che volessero, nè quel che facessero, mentre il barone in mezzo a loro continuava a ripetere frasi scomposte, con le braccia in alto, sventolando il foglio della citazione come segnale di minaccia e di gastigo; e la baronessa in piedi su la predella del seggiolone di noce, piangente, sperduta, urlava:

— Barone! Figli miei!... Figli miei!

Tutta la pazzia dei Zingàli parve si fosse scatenata improvvisamente, rompendo la lunga compressione, sconvolgendo quei cervelli, squarciando quelle gole con orride grida, agitando quei corpi in una terribile convulsione di atteggiamenti, di mosse, di gesti furibondi, che avrebbero fatto scappare le persone fermatesi nella via ad ascoltare meravigliate, se fossero salite su, spinte dalla curiosità o dal desiderio di dar soccorso, giacchè si capiva che lassù accadeva qualcosa d'insolito e di triste.

Poco dopo, le grida cessarono, la gente si disperse; e gli scarsi rimasti videro uscire il barone don Pietro-Paolo, vestito di nero, con l'abito abbottonato e un gran mazzo di carte sotto braccio. Nessuno osò domandargli che cosa era stato. Si scoprirono rispettosamente, e il barone rispose al saluto con la consueta sua affabilità.

***

Da due anni e mezzo egli viveva nel bugigattolo buio che dava su la scala dell'albergo Sant'Anna in Catania, specie di canile che neppur Tina, la serva sporca e sboccata, voleva ravviare e ripulire per via del tanfo di rinchiuso che toglieva il respiro.

Egli non sentiva più quel tanfo; vi si era abituato, lo portava attorno immedesimato con la dubbia biancheria, con l'unico abito nero che indossava tutto l'anno. Di quel tanfo si impregnava fin quel po' di pane che serviva a sostentarlo — assieme con qualche frutto, l'estate, e con un po' di formaggio, l'inverno — e ch'egli mangiava a mezzogiorno e la sera, prima di mettersi a letto, stanco del vagabondaggio della giornata.

La mattina, all'alba, andava dal procuratore Cerrotta, a portargli riflessioni e appunti, scritti nella nottata al lume di una candela di sego, riguardanti la lite per Cento-Salme. Di sè, della miseria a cui si era volontariamente condannato, delle umiliazioni che soffriva vedendosi guardato come una bestia strana e quasi evitato nelle sale di udienza del Tribunale o della Gran Corte, dove passava parecchie ore della giornata seguendo le discussioni per trarne profitto, ormai egli non si curava più. Nessun sacrifizio, nessuna sofferenza gli sembrava tale da non doverla affrontare, da non doverla sopportare in vista della vittoria della lite, che di giorno in giorno gli appariva sempre più certa e sicura. E quando don Emanuele Cerrotta, pur ammirandolo per la tenacità, gli rispondeva bruscamente, seccato di quegli appunti, di quelle riflessioni o note che il barone andava a presentargli ogni mattina e che avrebbe voluti esaminati e discussi assieme, egli non si sentiva offeso; sorrideva umilmente, chiedeva scusa, e il giorno dopo tornava ad insistere... e la vinceva. Don Emanuele tirava su una gran presa di rapè, dava due stizzosi colpi di ripulita al naso col fazzoletto di cotone azzurro, socchiudeva gli occhi e stava ad ascoltare, interrompendolo di tanto in tanto:

— Ma di questo abbiamo già ragionato avant'ieri!

— Sì, sì, dal punto di vista...

E spiegava da qual punto di vista; ora però egli guardava la questione dal lato opposto.

— Capisco; andiamo avanti!

Una lesta presa di rapè, una nuova stizzosa ripulita al naso col gran fazzoletto di cotone azzurro tenuto a portata di mano sur una coscia, indicava la crescente impazienza di don Emanuele. Ma il barone non si scoraggiava. Tutta la sua persona pareva curvarsi, ridursi piccina; le braccia accostavano i gomiti ai fianchi per attenuare i gesti, le spalle si stringevano, la voce si affievoliva in un mormorìo, perchè il suono delle parole penetrasse negli orecchi senza recar disturbo. Egli sapeva di non essere più uno di quei clienti che possono imporsi ai loro avvocati, ai loro procuratori legali in virtù dei ben pagati onorari e dei futuri vistosi palmari dopo vinta una lite; era invece un cliente che doveva farsi ascoltare quasi per carità, per tolleranza, facendosi far credito su l'avvenire, giacchè la signora baronessa e i suoi figli avevano voluto così!

Non li nominava mai: ma in certi momenti, quando una circostanza lo costringeva a guardare, non ostante il suo stoicismo, alla miserabile condizione a cui era stato ridotto, lui, don Pietro-Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa, un impeto selvaggio gli saliva dalla pianta dei piedi su su per tutto il corpo fino al cervello, quasi fiamma che lo avvolgesse rapidamente e volesse riversarsi attorno per distruggere gli ingrati! Oh, essi non si rammentavano più se egli esistesse! E non potevano ignorare che egli viveva di carità, quasi soffrendo la fame, tra privazioni e umiliazioni di ogni sorta! Eppure non facevano nemmeno la ipocrita finzione di sottomettersi, di chiedere perdono, di volerlo strappare alla puzzolente tana che lo ricoverava la notte... Nemmeno quella ipocrita finzione! Sapevano benissimo che egli li avrebbe scacciati via, che non avrebbe accettato mai niente da loro, che non li avrebbe mai perdonati!... Ormai egli lasciava che la maledizione di Dio si aggravasse su coloro che un giorno avea chiamati col dolce nome di moglie, e di figli! Il terreno si sarebbe sprofondato sotto i loro piedi sacrileghi, presto o tardi, e li avrebbe inghiottiti! E in questi momenti di impeto selvaggio il vecchio, già curvo, dimagrito, sfigurato, si trasfigurava in quella putrida tana illuminata dalla fumosa candela di sego; rizzava orgogliosamente la testa, levava in alto le braccia invocanti il terribile gastigo di Dio, che non poteva fallire; ed egli stesso talvolta aveva sgomento della grand'ombra della sua persona che si agitava su la parete squallida e nuda, quasi apparizione evocata dal terribile scongiuro di lui!

Un giorno — oh, finalmente! — un giorno egli sarebbe riapparso in quei desolati stanzoni del suo palazzo, ma vittorioso, con pieno diritto di autorità e di comando, padrone di Cento-Salme strappato al marchese di Camutello; e senza una parola, con un solo gesto, avrebbe scacciato via, anzi spazzato via tutti coloro che non erano degni di portare l'onorato e altero nome dei Zingàli; e vi si sarebbe rinchiuso, solo, come in una fortezza; e avrebbe trasformato quella desolazione in una reggia, quasi con un colpo di bacchetta fatata!... Non avrebbe avuto soltanto Cento-Salme, ma cinquantamila onze di rendite mal percepite dal marchese di Camutello! Cinquantamila onze, in oro, in argento!... Un fiume di denaro sonante, che egli avrebbe potuto spendere sùbito, a dispetto di tutti, senza che più nessuno potesse avere la tentazione di farlo interdire... Ecco se era stato pazzo! Ecco se aveva farneticato intentando la lite, adoprando tutte le risorse di casa per questo scopo supremo!

E si stendeva sotto le coperte del misero lettino, spegnendo la candela di sego, continuando nel buio il fantastico sogno che gli aveva fatto assaporare con gusto, come cena squisita, quel po' di pane e di formaggio risparmiato da quello avrebbe dovuto essere il suo pranzo a mezzogiorno!

***

La baronessa e le figlie, quando il barone più non comparve in casa, erano rimaste atterrite del loro audace tentativo e avevano abbandonato la domanda d'interdizione.

Ercole riprendeva le sue caccie; Marco non lasciava in pace la baronessa perchè gli desse i mezzi di costruire in casa loro il gran mulino di sua invenzione; Feliciano avea sostituito il padre nell'amministrazione, duro e inesorabile coi fittaioli della dote della madre, fissato anche lui nell'idea di liberare tutte le proprietà di famiglia dalle onerose ipoteche che assorbivano il fruttato. Si rivelava della pura razza dei Zingàli, ostinato, testardo, imperioso fin colla madre, che non osava di resistergli.

— Egli sa meglio di noi quel che fa! — diceva la baronessa a Rosaria che spesso borbottava contro il fratello.

Una schietta Zingàli anche lei, muta, impenetrabile, con quegli occhi che mettevano sgomento quando restavano fissati nel vuoto, quasi attratti da paurose visioni che gli altri non potevano vedere.

Da che il barone aveva abbandonato la casa, ella aveva voluto occupare la stanza di lui.

— Non hai dunque paura di dormir sola colà? — le disse la madre.

— No.

Durante la giornata, la madre la voleva in camera, anche pel rosario e per le altre preghiere in comune, quando il canonico Rametta veniva a confessare, al solito, la signora baronessa, e a discorrer di cose sante e di pettegolezzi. Il canonico avea creduto che l'assenza del barone avrebbe vivificato un po' l'aspetto triste e opprimente di quella casa; e il santo prete vedeva ora quasi con rimorso che la tristezza si era piuttosto aumentata. Quell'uomo che stava rinchiuso nella sua stanza, sepolto fra le vecchie scritture, di nient'altro occupato all'infuori di esse, avea lasciato un gran vuoto nel vasto palazzo, di cui il povero canonico non si sapeva rendere ragione.

— Nessuna notizia? — domandava timidamente alla baronessa.

— Nessuna!

— Nessuna! — ripeteva Mariangela, alzando al cielo le pupille stanche e trasognate.

— Il Signore gli aprirà gli occhi, gli rammollirà il cuore! Preghiamo per lui! — replicava il canonico.

Rosaria aggrottava le sopracciglia, si mordeva le labbra carnose, e non si capiva se per isdegno o per rimpianto dell'assente. Spesso, durante la conversazione, si alzava tutt'a un tratto da sedere e andava a rinchiudersi nella sua nuova stanza.

Una mattina Mariangela l'aveva sorpresa bocconi a traverso il letto, soffocata da' singhiozzi. Le mani brancicavano convulsamente le coperte, e nell'agitarsi scomposto della testa le nere e lunghe treccie le si erano disciolte ed arruffate.

— Oh, Dio!... Che hai? Rosaria!...

Al grido della sorella, ella si era rizzata rapidamente, buttando indietro con le mani i capelli che le ricadevano su la faccia e su le spalle; e spalancando gli occhi, avea portato l'indice alla bocca, imponendo silenzio.

— Non dir nulla alla mamma!... Non è niente!... Manda a chiamare il canonico Rametta... Ho bisogno di lui... Voglio confessarmi... non dir nulla alla mamma! Bada; non dirle nulla!

Mariangela, sbalordita, spaventata, aveva atteso il canonico in cima alla scala, e lo aveva fatto entrare in punta di piedi, perchè la baronessa non si accorgesse della venuta di lui.

— Lasciaci; va di là, — Rosaria aveva ordinato alla sorella.

— Cattive notizie? — domandò allora il canonico.

Rosaria, chiuso l'uscio e messo il paletto interno, si fermò in faccia al sacerdote, che la guardava aspettando ansioso la risposta.

— Sono dannata! — ella esclamò portando le mani attorno alla bocca, a fin di reprimere il suono della voce e renderlo nello stesso tempo più vibrante.

— Dannata? Figliuola mia! Dannata?

Ella lo spinse su la seggiola a bracciuoli presso il tavolino e gli cadde davanti in ginocchio.

— Dannata?... Non è possibile!... Che hai fatto da dover disperare del perdono di Dio? Oh, figliuola mia!...

China con la testa rovesciata in giù, coprendosi la faccia con le mani, Rosaria ripeteva straziante:

— Dannata!... Dannata!

Il confessore le accarezzava i capelli, tentava di confortarla.

— Parla, figliuola mia! Ora sei davanti al cospetto di Dio... Dimentica la miserabile persona del suo indegnissimo servo... Parla!

Mai il canonico Rametta, da che era stato autorizzato ad amministrare il Sacramento della penitenza, mai si era trovato davanti a una scena simile; e tremante, smarrito, non sapeva in che maniera indurre quella figliuola a calmarsi.

Terribili, incredibili cose aveva poi udito.

— Tu, figliuola mia?... Tu hai invocato il diavolo?... Perchè? Come?

E Rosaria, a testa china, con la faccia tra le mani che a stento lasciavano passar libera la parola, aveva rivelato il segreto che da due anni le gravava sul cuore, e che aveva formato la sua felicità e la sua disperazione nello stesso tempo; quel terribile segreto che più volte le era parso avessero indovinato o volessero indagare la madre, la sorella, i fratelli, e che ella aveva per ciò più rabbiosamente calcato in fondo al petto!... Ma ora... ora non ne poteva più!

E così dentro quella buia sepoltura della loro casa era penetrato un raggio di sole. Ella aveva amato, riamata!... Perchè, perchè il Signore l'aveva fatta nascere una Zingàli? Per questo, colui non aveva mai osato farle sapere direttamente... E forse anche per lo stato della loro famiglia!

— Come lo hai dunque saputo, figliuola mia?

— Un accenno, due parole dettemi da una povera donna...

— Quali, figliuola mia?

E udendo l'ingenuo racconto, l'esperto confessore capiva a poco o poco quale pertinace lavorìo della giovanile immaginazione aveva potuto intessere la fallace lusinga di quell'amore nel silenzio, nella penombra, nella solitudine di quei malinconici stanzoni, dove i suoni della vita che ferveva fuori giungevano ammortiti, affievoliti o non arrivavano affatto. E per ciò ella si era ribellata al destino; per ciò avea protestato contro la tirannia di Gesù Cristo che la condannava a essere una Zingàli, cioè un'ombra, un fantasma, un nome e nient'altro.

— Sì, sì padre!... Ho maledetto Gesù!... Ho maledetto la Madonna!

— E hai mentito nella confessione? E ti sei cibata sacrilegamente delle carni immacolate del Redentore?

— Sì, sì padre!...

Un giorno, rovistando uno scaffale di vecchi libri, dietro i volumi in foglio legati in pergamena, aveva trovato un libro involtato in un foglio di carta e sigillato. Ingiallito, squadernato, senza frontispizio, con strane figure quasi a ogni pagina, quel volumetto aveva tentato la sua curiosità. Sigillato con cinque larghi sigilli, nascosto colà, dietro agli altri libri, era dunque qualcosa di vietato? E se lo era portato in camera, e lo aveva nascosto tra le materassa del suo lettino, sotto il capezzale... E la notte, fingendo di dir le preghiere, si era messa a leggere...

— Diceva: Modo di far apparire nella propria camera la persona amata. Si doveva recitare per tre notti consecutive una lunga preghiera latina... Adonai, onnipotens sempiterne Deus... La so tutta a memoria!

— Il demonio, figliuola mia!... Il demonio!...

— Che m'importava? Abbandonata da Dio, mi rivolgevo al diavolo che almeno mi prometteva quella felicità... Ah! sono stata ingannata anche da lui!... Mi sentivo morire dal terrore, e leggevo, leggevo quella preghiera di cui capivo soltanto poche parole, con la fronte bagnata di sudore diaccio, col cuore che quasi non mi batteva più, con la voce che mi moriva in gola, ginocchioni presso la finestra aperta di quella stanzaccia dove mi recavo a notte avanzata, brancolando nel buio, portando i fiammiferi e la candela benedetta della Candelora, perchè occorreva una candela benedetta... E poi ho continuato per mesi e mesi, qui, in questa camera, invocando, persistente, colui che non appariva, che non è apparso mai! Mai!...

Domine, ignosce illae! — balbettava il canonico, alzando pietosamente gli occhi. E soggiungeva: — Dio è misericordioso... Tu, povera figliuola, non sapevi quel che facevi.

— Lo sapevo, padre; lo facevo a posta!...

— Ma era un'aberrazione, un suggerimento del diavolo!... Ora che ti accusi del peccato, ora che, pentita, domandi perdono...

— Sono dannata!... Sono dannata! — tornava a singhiozzare Rosaria desolatamente.

— Ah, figliuola! Questo, questo è peccato ancora più grande: disperare della misericordia di Dio!... Sei già perdonata! In nome di Colui che me n'ha dato potestà, ego te absolvo!... E ora che intendi fare, figliuola mia?

— Voglio andar via, lontano, Suora di Carità!... Partire sùbito... sùbito!...

***

Il barone aveva ricevuto una lettera di Rosaria che gli domandava perdono e gli annunziava la sua partenza per Siracusa, dove era la casa delle Suore di Carità che dovevano ricevere i primi voti di lei. Egli aveva tentennato cupamente il capo leggendo; poi, stracciato il foglio, ne aveva buttato i pezzetti in un angolo; e non aveva risposto.

Due mesi dopo, Ercole, in una partita di caccia, veniva colpito per sbaglio da un amico. Era rimasto accecato, e forse non sarebbe sopravvissuto alla disgrazia!

— È la mano di Dio! — aveva risposto il barone a don Emanuele Cerrotta, incaricato di partecipargli cautamente la notizia. — Dovrò vedere ben altro!... La mano di Dio è lenta nel colpire, ma infallibile!...

Da due notti egli non chiudeva occhio, agitato dal pensiero della prossima discussione della lite davanti a la Gran Corte. Finalmente il gran giorno arrivava! Bisognava correre da un giudice all'altro e dal presidente, per dare informazioni assieme con l'avvocato e col procuratore legale. E il presidente della Gran Corte, udendolo parlare e parlare — già lo conosceva benissimo; chi non lo conosceva ormai nei tribunali e nella Gran Corte? — quella mattina gli disse nel suo schietto napoletano:

— Ma caro barone, 'a Corte v'avarrìa da dà ragione pe levasse na mala pimmicia da cuollo!

E il giorno dopo, nella sala di udienza, il barone piangeva di consolazione durante la splendida arringa dell'avvocato De Paolis, e sorrideva tra le lagrime, approvando con la testa, con le mani, col busto, applaudendo sotto voce con frequenti bravo! bene! benissimo! che avevano infastidito il celebre avvocato, perchè lo distraevano dalla complicata argomentazione del suo ragionamento.

— Ma, barone mio!... — gli si rivoltò all'ultimo.

Il barone parve volesse sparire sotto terra, tanto fu visto rannicchiarsi su la seggiola al rimprovero dell'avvocato.

Ma poi drizzò il capo, fulminò con uno sguardo l'avvocato della parte contraria, appena questi cominciò ad arringare con voce sonora ed ampi gesti.

— Storie!... Sciocchezze!... E l'atto di permuta? Ah! Ah!... Bravo! Bene!... Benissimo!...

Si contorceva, alzava le spalle, approvava con ironico accento; si stringeva la testa tra le mani; si turava le orecchie per non udire quei cavilli anticipatamente sfatati dalla insuperabile arringa del De Paolis... Un Dio!... Aveva parlato come un Dio!... E colui faceva sbadigliare i giudici!... E il cugino marchese stava ad ascoltarselo chiudendo gli occhi. — Ed ecco, caro cugino!... Ci siamo riveduti in Gran Corte!... E riderà bene chi ride l'ultimo! Ah! Ah! — Che diceva ora quell'avvocato arruffone?... — Ma sì, ma sì... Col matrimonio di donna Querinta Soldano... appunto!... baronessa di Cantorìa!... — Lo confutava balbettando appena le parole, e stentava a contenersi...

Tutt'a un tratto impallidì, si piegò in avanti e cadde bocconi per terra, con un fievole rantolo.

***

L'avevano creduto colpito da apoplessia; invece si era semplicemente svenuto per stanchezza, per eccessive commozioni e per debolezza; da due giorni aveva mangiato soltanto un po' di pane!

— Che fate più qui, barone? — gli aveva detto don Emanuele Cerrotta. — Ora aspettiamo la sentenza... favorevole... ve lo confido in un orecchio... l'ho saputo poco fa. Sarà pubblicata fra un mese. Ci si dà ragione in tutto e per tutto... Come se ce la fossimo scritta da noi. Tornate a casa vostra; caro barone; volete ammazzarvi con questa vitaccia? Perdonate e non ci pensate più. Siate generoso!

— I Zingàli non perdonano mai! Vanno all'inferno, ma non perdonano! Mai! — aveva risposto il barone.

— Non siete cristiano dunque?

— Cristiano battezzato; ma Gesù Cristo, che perdonò a tutti ed era figlio di Dio, Gesù Cristo non perdonò a Giuda!

— Andate a confessarvi!... Non sapete che vostro figlio Marco...

— Il mugnaio?... So! So!

— C'è mancato poco che la gran ruota del suo mulino non lo abbia sbalzato per aria e sfragellato!

— La mano di Dio!... E ancora!... Ancora!...

— Me l'ha raccontato uno del vostro paese. E, in pochi minuti, ogni cosa si è sfasciata, è andata in frantumi per troppa violenza di moto. Son crollati due solai...

— Crollerà l'intero palazzo! Vedrete!

— Non fate il profeta del malaugurio! Infine sono figli vostri. E quella povera baronessa! È malata, quasi moribonda... Andate colà, perdonate a tutti, siate generoso! Vi occorre danaro? Due oncie? Sono le ultime. Fra qualche mese avrete le casse piene di scudi; non saprete che farne... E in gennaio non dimenticate di mandarmi le ulive nere salate, quelle di Cento-Salme.

— Non c'è ulivi a Cento-Salme. So io dove trovarle.

— E perdonate. Perdonare è dei grandi — conchiuse don Emanuele.

No, non poteva perdonare! Ora che la lite era vinta, ora che la ricchezza tornava a far rifiorire il nome dei Zingàli, tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni patite gli risalivano in gola, gli attossicavano la bocca, quasi gli fossero rimaste indigeste da più di due anni. E quel tanfo di cui più non si accorgeva, e quel sudiciume della biancheria e del vestito a cui più non badava, e dei quali aveva spesso tratta materia di orgoglio pel suo carattere, ora, soltanto ora, quel tanfo gli mozzava il fiato; ora, soltanto ora, quel sudiciume che portava addosso gli dava nausea!

E la mattina dopo montò sul carretto di un compaesano, come un miserabile portato per carità, e si sfamò assieme col carrettiere in una osteriaccia di campagna. Il sole lo cuoceva, le scosse del carretto gli indolenzivano le ossa. Ma, steso quasi bocconi su le dure tavole di abete di cui il carretto era carico, egli pensava al giorno che sarebbe rientrato nel suo palazzo da vero padrone, da vero barone di Fontane Asciutte e Cantorìa; lui che n'era uscito con quattro piastre in tasca e un mazzo di scritture sotto braccio! Lui che volevano far interdire perchè rovinava la famiglia! Lui che era stato abbandonato dalla moglie, dalle figlie, dai figli come un rognoso, come un appestato!

— Ah, certamente già si apprestano a rappresentare la commedia! Ora che non sono più un matto da interdire, ora che non sono più un rognoso, ora che non sono più un appestato, ora verranno a chiedere perdono, si umilieranno, commetteranno tutte le viltà... C'è Cento-Salme in vista. Ci sono diecimila onze per colui del mulino... e dieci per l'avvocatino don Felicianino... l'ipocrita, il gesuita!... Via! Via!... Non sono più marito!... Non sono più padre!... Sono soltanto don Pietro Paolo Zingàli, barone di Fontane Asciutte e Cantorìa... no, anzi, barone di Cento-Salme; otterrò un decreto pel nuovo titolo!...

Era già sera; il mulo trascinava stancamente il carretto per lo stradone polveroso. Il carrettiere cantava.

Il barone rizzò la testa; vide, lontano, spiccar neri sul cielo rossiccio, i campanili, le cupole del paesetto da cui mancava da tre anni e un'inattesa forte commozione lo invase.

Durante il viaggio aveva scambiato poche parole col carrettiere; ma in quel punto sentì bisogno di parlare con lui, d'interrogarlo.

— Che dicono di me?

— Dicono che voscenza ha vinto la causa. Ora don Marco non penserà più al mulino...

— Forse...

— È stata una pazzia. I signori debbono fare i signori, ed io che sono un carrettiere il carrettiere; dico bene, voscenza?

— Ferma; scendo qui. Non far sapere a nessuno che mi hai portato.

— Come vuole voscenza.

E si arrampicò lentamente pel viottolo che saliva a destra su per la collina. I cani abbaiarono poco dopo, un contadino s'affacciò dal ciglione:

— Zitto! — gli disse — Sono stanco; la salita è ripida.

***

Le febbri lo avevano sfinito. Dormiva sur un po' di strame; non c'era neppure un pagliericcio in quell'antico frantoio di ulive che non serviva più da anni ed anni. I contadini ogni sera tornavano in paese, ed egli restava solo colà, aspettando il plico del procuratore Cerrotta, che dovea portargli la copia legale della sentenza della Gran Corte.

— Come si sente, voscenza?

— Meglio! Meglio. Non è niente! Ho la pelle dura io.

Passava la giornata e parte della serata seduto sur un gran sasso davanti al portone, con una specie di coma che gli faceva socchiudere gli occhi e abbandonare la testa sul petto. Il vecchio contadino, che era stato antico fittaiuolo di casa Zingàli, una sera finalmente era andato dalla baronessa, non ostante il divieto del barone.

— Dovrà morire colà, come un cane?

— Che possiamo farci?... Ha parlato di noi?

— Mai, mai! Dice che aspetta una lettera dell'avvocato. Mandino almeno un dottore... e un letto. Dorme vestito su la paglia, in un canto del trappítu... Fa pietà!

Una mattina stava seduto su quel sasso fin dall'alba, ostinato a restare in quell'edifizio dalle mura spaccate, dal tetto sconquassato, su quel po' di paglia, che gli serviva da giaciglio, fino al giorno in cui avrebbe avuto in mano la copia legale della sentenza. Aveva sbattuto i denti pel ribrezzo della febbre durante la nottata; ora si sentiva scoppiar la testa dal calore, quasi il sangue gli si fosse mutato in liquido ardente dentro le vene, quantunque l'aria mattutina fosse fresca. Sentendo uno scalpitío di vetture, volse la testa.

— Ah, signor barone!... Ah, signor barone!...

Il canonico Rametta gli stendeva da lontano le braccia, il dottor La Barba lo salutava cavandosi il cappello. Egli fece uno sforzo per rizzarsi ed evitar di riceverli, ma ricadde sul sasso, appoggiandosi con le spalle al muro, mentre essi scendevano da cavallo.

— Non ho bisogno di medico; non sono in punto di morte da dovermi confessare, signor canonico. Siete venuti come i corvi all'odor del cadavere? No, no... Sono più vivo di tutti coloro che vi mandano... Andate a dirglielo.

— Siamo venuti per conto nostro, signor barone; pel bene che vi vogliamo, pel rispetto che vi dobbiamo...

— Ho qui un plico per lei, da Catania. L'ha portato ieri sera mio cognato...

— Grazie! Date qua... Grazie!

Gli occhi torbidi e stanchi gli si rianimarono un poco. Le mani palpavano con un tremito di carezza il plico, ma non tentavano di aprirlo. La commozione gli aveva tolto ogni forza... Sorrideva, agitava le labbra, ma non poteva parlare. Accennò al dottore che lo aprisse lui e leggesse...

— Che cosa è, dottore? — lo interruppe — Qui!... Qui!...

Accennava al cuore. Soffriva una smania dolorosa, una puntura acutissima.

— Non voglio morire!... Non debbo morire! — balbettava.

Il dottore e il canonico si guardarono in viso.

Mentre il dottore lo sosteneva per le spalle, il canonico, chinatosi premurosamente su lui, gli susurrò con voce compunta:

— Faccia la volontà di Dio, signor barone! Dio è padrone della vita e della morte!...

Il barone spalancò gli occhi.

— Non voglio morire! Non voglio morire!... Soffoco!... Dottore!

Implorava disperatamente aiuto.

— Si rassegni, faccia la volontà di Dio! — ripeteva il canonico inginocchiato davanti a lui.

Il povero moribondo scosse la testa, raccolse le forze:

— Ah!... Questa, no, Cristo non doveva farmela!

E portando le mani al cuore e tentando di strapparsi il vestito, con le sopracciglia corrugate e l'espressione dura e orgogliosa dei Zingàli nello sguardo, soggiunse, balbettando quasi con minaccia:

— Ma... ce la vedremo lassù!... Non... doveva... far...

E il rantolo dell'agonia gli troncò la parola su le labbra convulse.

UN TIPO

Lo chiamavano don Pietro il Gobbo, ma il gobbo veramente era stato suo padre che, pur avendo due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, aveva trovato una coraggiosissima donna la quale si era rassegnata a sposarlo e gli aveva regalato due figli diritti come fusi. Il nomignolo però era rimasto appiccicato alla famiglia e probabilmente i D'Accurso saranno chiamati i Gobbi fino all'ultima generazione.

Don Pietro D'Accurso, diceva la gente, non era gobbo ma meritava di esser tale. La gobba, aggiungevano, l'aveva nel cuore. In vita sua non aveva mai dato a un poveretto una buccia di fava, nè una stilla d'acqua, mai, mai! Se un poveretto andava a chiedergli l'elemosina e per intenerirlo gli diceva: — Da due giorni non metto niente dentro lo stomaco! — egli aveva la sfacciataggine di rispondergli:

— Beato te, che puoi vivere due giorni senza mangiare! Io, vedi, ho fatto colazione due ore fa e già mi sento lo stomaco vuoto.

A sentir lui, non c'era peggiore miseria di quella di esser ricchi. Quanti pensieri! Quanti grattacapi! E come invidiava quegli straccioni che non avevano un soldo in tasca, nè un palmo di terreno al sole, nè un tetto sotto cui ricoverarsi! Per loro non c'era Esattori, nè Agenti delle Tasse, nè Ricevitori del Registro, nè focatico, nè dazio di consumo, nè ruolo di vetture! Essi potevano ridere allegramente in faccia al governo e alla morte, mentre lui, disgraziato! non rifiatava da mattina a sera, sempre in giro di qua e di là, per pagare, pagare, pagare; e, appena aveva finito, dovea ricominciare daccapo! Il Signore gli aveva caricato su le spalle questa pesantissima croce, e gli toccava di portarla, peggio di Gesù Cristo quando lo conducevano al Calvario.

Il suo Calvario era il Puddaru, con gli uliveti che coprivano le colline, con le vigne da un lato, i vasti terreni seminativi dall'altro, fino a piè della Montagna, e il gran casamento nel centro, metà villa, metà masseria, con frantoio per estrar l'olio, palmento, cantina, stalle pei buoi, rimesse per la paglia e pel fieno e tanti e tanti altri impicci!

Ah! Che non ci voleva pel raccolto delle ulive?

Una ventina di bacchiatori, una cinquantina di raccoglitrici, e, più, dieci o dodici mangiapane che lavoravano, sì, giorno e notte nel frantoio, sporchi, unti di olio, ingialliti per la perdita del sonno, ma che però divoravano come lupi anche quando non avevano fame. Dove la mettevano tutta quella robbaccia indigesta che egli doveva far cucinare dalla massaia?... Un mese e mezzo d'inferno!

I coppi, è vero, si riempivano d'olio, ma gli toccava ogni volta scendere giù in cantina col pericolo di rompersi la noce del collo con quegli scalini sdruciti, e sorvegliare gli uomini perchè non sbagliassero nel versare l'olio di prima qualità in un coppo, e l'olio di sanza in un altro. Se non apriva tanto d'occhi lui, chi sa che pasticci gli avrebbero fatti!

E così, alla fine, quei mangiapane si beccavano fazzolettate di pezzi da cinque lire, si ripulivano, si rivestivano a nuovo; e lui, poveretto, che aveva dormito appena due, tre ore ogni notte, per un mese e mezzo di fila, si sentiva tutto rotto, con la nausea dell'odor dell'olio nelle narici e nella gola... E non era finita!

Quel benedettissimo olio poteva restar in cantina, nei coppi? Bisognava venderlo. Ma prima!... Travasarlo due, tre volte, cavar la morga di fondo ai coppi, e poi attendere che il prezzo salisse, salisse!... Sicuro, attendere, mentre i poveretti, che ne avevano tre, quattro cafisi soltanto, se ne sbarazzavano subito e non ci pensavano più!

E che discussioni, che còllere, nei giorni di vendita, con quei ladri dei misuratori che recavano la misura falsa e tenevano la spugna attorno il collo del cafiso, per farla impregnare di olio nel riempirlo col boccale! E che arrabbiature coi compratori più ladri di loro, che cercavano di appioppargli falsi pezzi di cinque lire nuovi fiammanti che lo avrebbero rovinato, se lui non avesse avuto la santa pazienza di osservarli bene, voltandoli e rivoltandoli e facendoli ballare sul marmo a uno a uno per sentirne il suono! Se li era proprio guadagnati sudando, arrabbiandosi, perdendoci la voce... E da lì a due giorni dov'erano tutte quelle pile di pezzi da cinque lire?

In mano dell'Esattore, dell'Agente delle Tasse, del Ricevitore del Registro!

— Tu non hai queste seccature! — egli diceva a Cannizzu, povero diavolo che lo serviva come un cane, magro e allampanato tra tutto quel ben di Dio del suo padrone.

— E voscenza dia ogni cosa a me! Così non avrà più seccature! — gli rispondeva ridendo Cannizzu.

— Ti farei un bel regalo! Mi malediresti notte e giorno! Sta' zitto! Pensiamo alle semente piuttosto!

Laggiù, al Puddaru, venti, trenta aratri preparavano il terreno; e in paese, nel magazzino del grano, il crivellatore ripassava il farro, la timimia, la francese, l'orzo fra un nugolo di polvere che faceva tossire don Pietro, quasi stesse per sputar fuori i polmoni. Ma era quella la sua croce! Aver l'occhio a tutto, guardarsi di tutti, per non farsi spogliar vivo, ora che non c'era più moralità in questo mondo, e dei galantuomini si era già perso lo stampo.

Era forse sicuro che tutto quel grano da sementa andasse tra i solchi aperti? Non poteva avere cento occhi, non poteva essere, come Domineddio, presente in ogni luogo! Faceva quel che poteva; e si logorava la vita; ci perdeva la salute e l'appetito.

— Beato te, Cannizzu! Pane e cipolla eh? Fai bocconi grossi! Io, intanto, se non ho un buon brodo di manzo, un po' di fritto, un po' di pesce, una bistecca e un pezzo di rosbiffe, un po' di cacio svizzero, e dolce e frutta e caffè...! Mi reggo in piedi così!... Ah se avessi il tuo stomaco di struzzo, che digerisce fino il ferro! E tu puoi bere anche quella specie di aceto, e leccartene i baffi. Io, invece... miseria!... senza due dita di marsala, di moscato, di calabrese! I nostri vini mi riescono indisgesti... Mi tornano a gola... Ci vuole pure un po' di Chianti, un po' di Bordò... Miseria! Ma bisogna fare la volontà di Dio!

Cannizzu qualche volta rispondeva:

— La farei anch'io cotesta volontà di Dio!

Don Pietro gli dava su la voce:

— Bestia! Bestia! Pane e cipolla! Ringrazia Gesù Cristo che non ti ha dato altro! Guarda mio fratello. Non ha niente, e fa il signore. È guardia campestre; e va a cavallo da mattina a sera. Che deve guardare? I caprai che pascolano per le strade di campagna comunali! Non ha voluto fare mai nulla, si è giocato e mangiato e bevuto tutto il suo... ed è felice! Ma siccome è più bestia di te, non mi può vedere, mi odia perchè non ho fatto come lui. Che colpa ci ho io? E stata la mia disgrazia. Ho fatto come la formica; tutto mi è andato bene, tutto mi va bene; se mettessi acqua nei lumi, credo che arderebbe come petrolio. Che colpa ci ho io?... E devo sfacchinare il giorno e pensare la notte; pensare a questo, a quello, a cento cose...! La testa mi va per aria... E vorrei dormire il sonno pieno che dormi tu, sul tuo pagliericcio duro! Che vale che il mio letto abbia tre materasse di lana scelta, e morbide e ben sprimacciate? La testa mi va per aria! Mi rivolto di qua e di là... Sì, sì!... Guai se dormissi come te, russando, la grossa! Chi penserebbe alla mietitura, alla trebbia? Chi alla vendemmia? Rifiato forse? Tu ridi, bestione, quasi io dica delle sciocchezze... Ed io ti dico che cambierei volentieri il tuo stato col mio!

— Cambiamolo, eccellenza!

— Mi malediresti l'anima cento volte al giorno!

— Ma, infine, da qui a cento anni, voscenza non si porterà tutto nell'altro mondo. Per chi lavora?

— Lo so io? È la mia croce, non lo capisci? Ne godo forse di tutta questa ricchezza?... Perchè, tu lo sai bene, ce n'è grazia di Dio, ce n'è! Il magazzino del grano è pieno come un uovo; la cantina non ha una botte vuota; la dispensa ha quaranta coppi ricolmi fino all'orlo... E poi, e poi!... Se ti dicessi quel che mi deve il barone Pitulla? Con belle ipoteche... Eh! Eh!... Ma che vale? Lui se la spassa a Napoli, a Roma, a Torino, a Parigi con le donne... Ed io sono stato a Roma, una volta sola, col pellegrinaggio, per vedere il Papa!... E se non tornavo subito, addio mietitura! Posso prendermi uno svago io?... Niente, niente! La mia croce è questa. Sia fatta la volontà di Dio!

E don Pietro d'Accurso, detto il Gobbo, era invecchiato, mangiando bene, bevendo benissimo, grasso, roseo, tondo col suo eterno lamento su le labbra, predicando sempre che non c'è peggiore miseria di quella di esser ricchi; non facendo mai carità a nessuno, neppure a suo fratello che aveva otto figli e non sapeva come sfamarli col suo misero soldo di guardia campestre; dando da campare però a tante persone, pagando puntualmente tutti fino all'ultimo centesimo, mai però un centesimo di più, come neppure uno di meno. Egoista, sì, ma sincero nei suoi lamenti e nel suo aforisma prediletto: Non c'è peggiore miseria della ricchezza!

E questo si vide benissimo nell'ultima sua malattia.

Quando si avvide che l'ora sua era arrivata, mandò a chiamare il fratello:

— Senti, Nanni; ti càpita una gran disgrazia: stai per diventare ricco, ricco assai. Il Signore abbia pietà di te. Pensa al funerale. Sarai costretto a spendere qualche migliaio di lire. Che vuoi farci? I quattrini sono là, in quel cassetto. I poveretti vanno all'altro mondo senza torce e preti e concerto; io sono ricco e debbo pensare a queste miserie anche in punto di morte!... Senti, Nanni: una bella cassa di noce scura, foderata di raso... Ti costerà parecchio... Ma che vuoi farci? Tu, se fossi morto guardia campestre, avresti dovuto contentarti della cassa del comune... Te la saresti cavata, senza darti nessun pensiero, senza un soldo di spesa. Basta; io me ne vado. Mi dispiace di averti procurato questa disgrazia, questo gran guaio di lasciarti ricco... Fa' la volontà di Dio, come l'ho fatta io!... Io vò a rendere i conti lassù!... Chi sa come andrà? Speriamo bene. Pensa a quel che ti ho detto di provvedere: cassa, funerale, concerto... E... spicciati, spicciati... Mandami qui il confessore!

IL «MULO» DI ROSA

— Se prendessimo un trovatello?

La moglie aveva detto questo con le lagrime agli occhi. E il marito avea risposto rassegnatamente:

— Prendiamolo.

Così una mattina marito e moglie erano montati su un carretto che portava a Caltagirone un carico di quartare e di carrati, le solide terracotte che sono una specialità di Mineo, e si erano presentati alla Commissione dei trovatelli:

— Vogliamo un bambino spoppato; lo terremo meglio che se fosse nostro figlio.

In un gran stanzone con lettini e culle, la suora che li guidava mostrò due bambini addormentati:

— Questi ha un anno e due mesi; si chiama Angelo, ed è bello come il suo nome. Quest'altro, ventidue mesi; si chiama Nino.

— Come te — disse la donna al marito. — Prendiamo questo; sia fatta la volontà di Dio!

Il bambino, svegliato nel meglio del sonno, si mise a piangere. La donna, baciandolo, accarezzandolo e facendolo baciare dal marito, riuscì quasi sùbito ad acchetarlo.

La poveretta che, dopo sei anni di matrimonio, aveva perduto ogni illusione di poter avere, un giorno o l'altro, figliuoli, teneva stretto stretto il bambino tra le braccia, mentre i signori della Commissione non finivano più di scrivere in quei loro libroni grossi quanto un messale: nome e cognome del marito; nome e cognome di lei... Fortunatamente le loro carte, fatte dal sindaco, erano in regola; e verso mezzogiorno, marito e moglie, raggianti di gioia, scendevano le scale di quel vecchio palazzo che sembrava una prigione, con quelle povere creaturine abbandonate là in mano di balie mercenarie, e di suore che non potevano intendere niente della maternità, poichè vi avevano volontariamente rinunciato.

— Figlio mio, sono la tua mamma! E questo è tuo padre! — diceva la donna al bambino che li guardava sbalordito, quasi diffidente di quei visi nuovi.

Ed erano stati davvero padre e mamma per lui.

La loro casetta silenziosa ora risuonava allegramente di grida e di strilli infantili.

La povera donna, che non aveva mai sentito il sussulto delle viscere per una creatura sangue suo, sembrava pazza di gioia alla vista di quel bambino di origine ignota, fino di lineamenti, biondo di capelli, con occhioni così azzurri da parere quasi neri, gracilino ma ben fatto; e, in certi momenti, ella credeva le fosse piovuto dal cielo per speciale grazia di Dio, in ricompensa delle tante preghiere da lei fatte, delle tante elemosine date ai poveri perchè glielo impetrassero con le preghiere loro, forse più efficaci delle sue. Ispirazione della Madonna, s'ella aveva detto al marito:

— Prendiamo un trovatello!

***

Le sere di estate, appena l'omo tornava dalla campagna, marito e moglie si sedevano davanti l'uscio, col bambino su le ginocchia, orgogliosi di lui, così delicato e così bello, assai più che se fosse stato davvero figlio loro.

— È un angelo, zi' Cola!

Il vecchio zi' Cola, dall'uscio di rimpetto, crollava il capo, accigliato e musone.

— Non è vero, forse? — insisteva la donna.

E allora lo zi' Cola rispondeva sentenziosamente:

— Tutti i figli di male femmine sono fortunati!

— Perchè di mala femmina questo qui? Che ne sapete?

— Altrimenti non sarebbe voluto bene così! Se volevate fare una santa carità, dovevate prendere uno dei bambini di comare Stella, che non sa come sfamarli. Ai muli deve pensare il re.

— Ma che muli! Sono creature di Dio, disgraziate, abbandonate.

— Ai muli deve pensare il re!

Lo zi' Cola appoggiava il mento su le mani sovrapposte al suo bastone di ciliegio e socchiudeva gli occhi, aggrottando le sopraciglia. Pensava all'antica: per lui i trovatelli erano muli; e a loro doveva provvedere soltanto il re, che voleva dire: il governo.

Ma Rosa, in risposta, baciava forte il bambino, dicendo:

— Questo è barone, principe, re di casa mia!

E suo marito, grave, con le mani su le ginocchia, guardava lei e il bambino e non diceva niente.

Le vicine, invidiose e maligne, vedendo quel trovatello vestito come un signorino, lo chiamavano, per dispetto: il mulo di Rosa. E Rosa, se le udiva, lasciando d'impastare il pane, si affacciava su l'uscio con le braccia nude intrise di pasta, e cominciava a sbraitare:

— Femminacce senza educazione e senza cuore! Muli saranno i figliacci vostri, se non avete carità per una povera creatura che non vi fa nessun male!

— Con chi parli, pettegola?

— Parlo con tutte! Romperò il muso a qualcuna!

E quando il ragazzo, già cresciuto, nel fare il chiasso con gli altri suoi pari, si bisticciava e si azzuffava con essi, e tutti gli gridavano:--Mulo! Mulo! — ed egli si metteva a piangere perchè lo chiamavano come la sua mamma non voleva. Rosa diventava una furia, e correva addosso ai ragazzacci dando spintoni e scapaccioni.

— Se non ne storpio uno, non sarò più Rosa Zoccu!

Suo marito, arrivando dalla campagna la trovava in lagrime per questo.

— Lasciali dire! — la confortava. — Gli tolgono forse il pane di bocca? Il pane lo avrà meglio assai dei figli loro. È tutta invidia! Lasciale dire. Ora lo manderemo a scuola.

***

Rosa diventava rossa dalla contentezza quando vedeva tornare dalla scuola il bambino, con la tasca d'incerata a tracolla; e stava a guardarlo sbalordita mentre quegli scarabocchiava i quaderni seduto al tavolinetto fatto fare a posta per lui.

Lo vedeva già cresciuto, bel giovane, serio... Avvocato? Dottore? Prete? Non sapeva decidersi intorno alla professione da dargli... Lei ne avrebbe fatto volentieri un prete, canonico, poi parroco..... Sarebbe andata ad ascoltare la messa di lui, le prediche di lui...! Ma suo marito diceva:

— Meglio dottore.

— Sarà quel che Dio vorrà! — conchiudeva lei.

E si divertiva a interrogare il ragazzo.

— Che cosa vuoi tu diventare? Avvocato? Dottore?

— Brigadiere, mamma; con la sciabola e il pennacchio! — aveva risposto un giorno il bambino.

E Rosa si era indignata. Soldato, no! Il re ne aveva tanti altri figli di mamma da prendersi. Suo figlio doveva restar sempre con lei; essere il bastone della sua vecchiaia, la colonna della sua casa, la palma del suo giardino, il suo stendardo... Tutte le immagini dei canti popolari le venivano su le labbra, le accendevano la fantasia. La povera donna aveva quasi dimenticato che quel ragazzo era un trovatello; forse gli voleva più bene appunto per questo; intendeva di essergli doppiamente mamma, in modo da compensarlo della cattiva sorte che lo aveva fatto buttare alla ruota, come una bestiolina, in mano di estranei, solo solo al mondo...

Per ciò si sentì trafiggere il cuore, e pianse un'intera giornata, la volta che il bambino tornato da scuola le domandò:

— È vero che voi non siete la mia mamma?

— Chi ti ha detto questo?

— De Marco, il figlio del pastaio.

— Digli...

Ma si fermò; e le parolacce che voleva fargli rispondere le borbottò lei tutta la giornata, bevendosi le lagrime, mordendosi le labbra dalla rabbia. E andò a fare una scenata al pastaio, perchè insegnasse l'educazione al figlio.

— Lasciali dire! — le ripeteva il marito. È tutta invidia... Lo vestiremo da angiolo per la Festa dei Pastori, la prossima domenica di maggio. Don Antonio, il poeta, mi ha detto che gli darà una bella parte da recitare.

E quel giorno marito e moglie credettero di toccare il cielo col dito. Don Carmine, il sagrestano, vestito il ragazzo con la corazza di carta argentata e appiccicategli alle spalle due belle ali di cartone dipinto, gli metteva in testa l'elmo dorato.

— Guardate qui, zi' Cola!

Rosa lo mostrava, tenendolo in braccio, al vecchio contadino brontolone che passava le giornate seduto davanti la porta di casa sua, dicendo male di questo e di quello, non stando zitto un solo momento; per ciò lo chiamavano: Zi' Parla-Parla!

— Guardate qui, zi' Cola!

— Tutti i figli di male femmine sono fortunati! — le rispose, al solito, il vecchio.

— E voi siete uno stupido! — replicò Rosa, voltandogli le spalle.

***

Per Rosa e suo marito, il giorno della loro andata a Caltagirone a prendere il bambino, il giorno in cui lo avevano menato a scuola, e l'altro che gli avevano udito recitare di sul palco, tra figli di signori ed altri compagni di scuola, la parte da angelo nella Festa dei Pastori, erano date indimenticabili, di cui essi ragionavano spesso, ringraziando Dio e la Madonna.

— Vedi? Da quell'anno tutto ci è andato bene. Col bambino è entrata in casa nostra la buona fortuna. Domani comprerò un altro bue; avremo due aratri. Prenderò un'altra mezzadria.

— E la bella tela? E la chioccia coi pulcini? E il maiale da vendere a Natale? Tutto per lui! Non sembra un bambino, tanto è assennato!

— Il maestro mi ha detto: Avrà il primo premio. Ora dovete fare uno sforzo maggiore, mandarlo a Caltagirone per le altre scuole.

— Solo?

— Come gli altri.

— Andrò io con lui. Che farà altrimenti? Si troverà sperduto.

— Ha tredici anni; farà come gli altri — conchiuse il marito. — Ho un compare a Caltagirone; lo affideremo a lui.

Sognavano la felicità futura, la prossima premiazione. Rosa voleva fare un bel pranzo quel giorno, e invitare anche qualche vicina, e mandare pane, vino e carne alla povera comare Stella che periva di fame con tanti figliuoli; non dovevano esser felici loro soli.

Ma fu appunto quel giorno che il postino venne a dirle:

— C'è una lettera raccomandata per vostro marito. Venite all'ufficio con qualcuno che possa far la firma per lui che non sa scrivere.

— Una lettera?... Di chi?

— Che volete che ne sappia?

Il caso era così insolito, che la povera donna pensò subito a qualcosa di cattivo. E si buttò lo scialle indosso e corse all'ufficio postale mezza stralunata.

— Una lettera? Di chi? Non abbiamo parenti, nè prossimi, nè lontani!

E quando l'ufficiale postale gliela consegnò, ella la voltava e rivoltava; quei cinque sigilli di ceralacca rossa le sembravano una stregoneria.

— L'apra, la legga lei — disse all'ufficiale postale.

Le tremavano mano e voce nel porgergliela. Se lo divorava con gli occhi, ansiosa, con un groppo alla gola senza sapere perchè, mentre colui scorreva le quattro pagine fitte del foglio, scotendo la testa quasi leggesse cose strane.

— È del padre — disse finalmente l'ufficiale postale, supponendo ch'ella dovesse sùbito capire.

— Quale padre?

— Del padre del vostro trovatello. Dice che viene a riprenderlo. Sposa la madre, lo riconosce... È Giudice di Tribunale... Vi compenserà di tutte le spese... Arriverà fra otto giorni!...

Rosa gli spalancava gli occhi in viso, pallida come un cencio lavato, incredula, aspettando che colui le dicesse: Vi ho fatto un brutto scherzo. Ma quegli insisteva, ripetendo:

— Vi compenserà di tutte le spese.

Ella era istupidita; aveva una gran confusione nella mente, e il cuore le batteva violentissimo nel petto, quasi stesse lì lì per scoppiarle. Possibile? Riprendere il bambino? Fra otto giorni?... E la legge? E la giustizia? No, non era possibile!

— Ha letto bene, voscenza? — balbettò.

— Fatevela leggere da un altro!

E andò via barcollando, con la fatale lettera in tasca. Ma lungo la strada cominciò a capire. La cosa però le sembrava così enorme, che non voleva crederla. Come? Si poteva dunque buttar via la propria creatura, e poi, quando altri l'aveva allevata, cresciuta, educata, quando altri le voleva più bene dei parenti sciagurati che se n'erano sbarazzati appena mèssala al mondo, questi potevano presentarsi e dire: — Dateci quel bambino; è nostro! — E la legge lo permetteva? Ah, voleva vederla! Voleva vederla! Non c'era Dio in cielo, nè Madonna, nè santi, se questa mostruosità poteva accadere! Ah, voleva vederla, se i carabinieri sarebbero venuti a strapparle di fra le braccia la creatura ora sua!

Le lagrime le inondavano il viso, ed ella non pensava ad asciugarselo; non si accorgeva di strascinare lo scialle cascatole dalle spalle; gesticolava, mostrava i pugni a colui che doveva arrivare fra otto giorni...

— Che vi è accaduto, comare Rosa?

— Niente! Niente!

Andava quasi di corsa, e davanti a casa sua, visto Nino che faceva il chiasso con gli altri ragazzi, lo prese per un braccio e lo trascinò dentro e chiuse la porta con tanto di stanga.

— Perchè, mamma?

— Niente! Niente!

Lo baciava, tenendolo stretto stretto tra le braccia, su le ginocchia, quasi dietro l'uscio ci fosse già colui che doveva venire a riprenderglielo. E lo tenne così fino a sera; e quando suo marito picchiò all'uscio, chiamando: Rosa! Rosa! — ella impose al ragazzo:

— Non ti muovere di lì!

E scese la scala, rivolgendosi indietro più volte, per timore che il ragazzo non la seguisse.

— Vogliono levarci il figlio! — disse al marito, scoppiando in pianto dirotto.

— Chi?

— Suo padre! Ha scritto una lettera!

Dapprima il pover'uomo credette che sua moglie fosse impazzita. E alzò le spalle, dicendole:

— Sciocca! E tu ti figuri che è facile?

Guardava anche lui, diffidente e irritato, la lettera che sua moglie avea cavata di tasca. E stava a sentire a bocca aperta, come un ebete, quel che Rosa gli riferiva, interrotta da singhiozzi, strappandosi di tratto in tratto i capelli:

— Verrà fra otto giorni... È Giudice di Tribunale... Sposa la madre!

— Zitta! Zitta, pel ragazzo! Dammi quella lettera; vò a consultare mastro Simone il fabbro-ferraio, che ne sa più di un avvocato.

***

— Non vi potete opporre; i figli sono dei padri; la legge vuole così! — aveva detto mastro Simone il fabbro-ferraio, che ne sapeva più di un avvocato.

Ed era stata per quei due poveretti una sentenza di morte.

— Lo ammazzo, giudice qual è! Voglio andare in galera, prima di rendergli il figlio!

— Gesù Cristo, riprendetevelo voi!

Nei primi giorni, l'uno rimuginava propositi feroci; l'altra, nel suo furore di madre delusa, invocava la morte su la creatura amata come sangue proprio, piuttosto che saperla viva in mano altrui. E tutti e due torturavano con domande il ragazzo, che non capiva e non sapeva che cosa rispondere:

— Se ti volessero dare un altro padre?

— Se ti volessero dare un'altra mamma?

— Anderesti con loro?

— Avresti cuore di lasciarci?

Il ragazzo rispondeva soltanto:

— Voglio restar qui....... Perchè mi tenete chiuso in casa?

Avevano paura che venissero a rapirlo all'improvviso per non trovare opposizione da parte loro. Un Giudice di Tribunale, immaginavano, poteva comandare ai carabinieri, fare qualunque prepotenza. Invano l'avvocato, da cui erano andati a ricorrere per consigli e per difesa, li aveva rassicurati che tutto doveva procedere legalmente e che il padre non poteva reclamare il figlio messo ai trovatelli, senza prima aver fatto tutti gli atti occorrenti. Tenevano chiuso il ragazzo in casa, non gli permettevano neppure di affacciarsi alla finestra.

E ora il marito, che non aveva più animo di andare in campagna, ora Rosa, che non poteva ingoiare l'amara pillola, correvano più volte al giorno dall'avvocato:

— Trovi un mezzo voscenza, un'opposizione!...

— Ma che mezzi? Che opposizione? Il padre ha diritto di riprendere il figlio.

— Facciamo una causa; tiriamola a lungo. Da cosa nasce cosa. La legge dovrebbe dirgli: — Ah, tu non hai voluto il bambino quando è nato? Lo hai messo ai trovatelli, senza curarti se sarebbe morto di freddo e di fame in mano di quelle donnacce che fanno il mestiere di balie?... Non hai pensato, per tredici anni, ad informarti se il tuo figliuolo era vivo o morto, voluto bene o maltrattato?... Ed ora che ti fa comodo pretendi di riaverlo?... Niente affatto. Anzi, ora che so l'infamia da te commessa, ti afferro e ti metto in carcere! — Ecco quel che dovrebbe dire la legge!... Chi l'ha fatta cotesta legge? È legge da turchi, non da cristiani. Chi l'ha fatta? Il re? Non ha figli il re?

La povera donna diventava eloquente, e si meravigliava che l'avvocato non sapesse trovare nessun appiglio per una lunga causa, da andare in Tribunale, e poi in Gran Corte, e poi in Cassazione... Chi l'avea fatta dunque quella legge da turchi?

— Certamente non l'ho fatta io! — rispondeva l'avvocato ridendo.

— Ma come? Gli abbiamo dato il sangue nostro; lo abbiamo tirato su con tante cure, con tanti stenti; lo abbiamo mandato a scuola... Se fosse stato figlio mio lo avrei condotto a zappare e ad arare con me, a fare il contadino come me... A questo, invece, libri, quaderni, penne!... Che non avremmo speso per lui?... E ora?...

— E ora il padre vi darà un compenso per tutte le spese da voi fatte; non volete capirlo? — ripeteva l'avvocato un po' stizzito che il contadino dalla testa dura gli ripetesse sempre le stesse cose.

E, tornati a casa, la moglie si dava una nuova pelata, dalla disperazione; il marito, buttatosi sur una seggiola, coi gomiti su la tavola e la testa fra le mani, borbottava:

— Com'è vero Dio, lo ammazzo questo infame! Il figliuolo ora è nostro!

Ma alla vigilia dell'arrivo di colui che avea distrutto con un foglio di carta tutta la loro felicità, marito e moglie erano talmente accasciati sotto il peso della convinzione di non potere far niente, poichè la legge voleva così, che pensavano di buttarsi ai piedi di quel Giudice di Tribunale, appena fosse comparso, e pregarlo e scongiurarlo!... Chi sa? Forse, sapendo che il ragazzo era ben collocato, si sarebbe lasciato intenerire. Tanto, che bene poteva volergli lui a un bambino non veduto neppure una volta?

— E se il ragazzo non volesse andare col padre sconosciuto? Se volesse restare per forza con noi?

Per un istante credettero che questa era la soluzione più giusta. — S'interroghi il ragazzo: scelga lui! — Parlavano a voce alta, quasi il Giudice di Tribunale fosse davanti a loro. E Rosa attirava Nino tra le gambe, gli lisciava i capelli, lo prendeva pel mento e gli domandava:

— Chi vuoi per padre e madre, noi o... altre persone?

— No, non può capire. Glielo dico io.

Il ragazzo, un po' stupito, serrato tra le gambe di colui che egli credeva suo padre, stava a udire, intento.

— Se venisse uno e ti dicesse: — Sono tuo padre io, tuo padre davvero; vieni con me; lascia questi qui!... — tu che faresti?...

— Sto qui, con voi! Chi deve venire?

— Nessuno! Angelo santo, parla Gesù Cristo con la tua bocca!

Rosa se lo mangiava dai baci.

Ecco: così! S'interroghi il ragazzo; scelga lui! E la mattina dopo andarono a ripeterlo anche all'avvocato.

E dall'avvocato chi c'era? Colui, il Giudice di Tribunale, vestito tutto di nero, alto, magro, con la barbetta rossa e gli occhiali!... Un tradimento! C'era da attenderselo! Giudici? Avvocati? Farina dello stesso sacco.

Ma Rosa non si perdette d'animo; scattò:

— Figlio vostro? Chi lo dice? Ve ne siete mai ricordato in tredici anni? Siete venuto solo, perchè avete la faccia più tosta di quella di vostra moglie. Perchè non è venuta anche lei, la mammaccia snaturata?... Ora che si fa sposare, ora soltanto si ricorda che c'era una sua creaturina buttata alla ventura pel mondo!...

L'avvocato tentava di farla tacere, di calmarla.

— Ebbene, no; non ve lo voglio dare il ragazzo! Che potrete farmi? Mi manderete in carcere? Ci dovreste essere già voi e da un pezzo!... E invece è lui che manda in carcere la gente! Ecco la giustizia! No, non glielo voglio dare! È inutile, signor avvocato!...

— Ma non vedete che piange? — le disse l'avvocato.

Infatti quel signore biondo, vestito di nero, piangeva, coprendosi la faccia con le mani, singhiozzando:

— Avete ragione!... Avete ragione!... Ma le circostanze!... Ah, se sapeste!...

Rosa, a quella vista, rimase interdetta, e diede un'occhiata al marito.

— Sia fatta la volontà di Dio, Rosa! Sia fatta la volontà di Dio!

E prèsala per mano, la conduceva via più morta che viva, senza un singhiozzo, senza una lagrima, ripetendole con voce grave:

— Sia fatta la volontà di Dio, Rosa! Sia fatta la volontà di Dio!

Dal loro dolore misuravano il dolore di quel padre che veniva in cerca di suo figlio dopo tredici anni! E si sentivano messi alla pari, e riconoscevano finalmente che era giustizia che il figlio fosse reso al padre.

Come sarebbero rimasti loro due?

Come voleva Dio! Se il ragazzo fosse morto, non sarebbe stato peggio?

— Sublimi! sublimi! — diceva l'avvocato, raccontando la scena. — Glielo condussero lì, glielo spinsero tra le braccia. — Purchè qualche volta si ricordi di noi! — Non chiesero altro, poveretti. Parevano gente a cui venisse strappato il cuore! — Ve lo manderò una volta all'anno, per la villeggiatura! — Ah! — esclamarono marito e moglie. — Non ho mai visto espressione di gratitudine più viva e più intensa negli occhi di creature umane. Sublimi! Sublimi!

UN ECCENTRICO

Probabilmente l'albergatore voleva impedire che io badassi alla misera camera assegnatami pei quindici giorni delle mie funzioni da giurato; per ciò, magnificando la posizione del suo albergo e fattomi affacciare al terrazzino, mi diceva:

— Vede? Posto centralissimo, su la via maestra, che è anche strada provinciale. Questa qui è una torre del tempo dei Saraceni. L'avevano ridotta a campanile della chiesa accanto; ma ora è vietato suonare le campane, per paura che non crolli... Bella! è vero?... Di rimpetto, il palazzo del barone Saccaro, tutto in pietra intagliata... Guardi, ecco il barone... Un milionario. Non sa nemmeno lui quel che possiede in contanti... Ha una stanza piena di pezzi da dodici tarì; li ammucchia con la pala... dicono; io non li ho visti. Brava persona, però, caritatevole, quantunque un po' matto...

Avevo data appena un'occhiata al barone e al suo palazzo tutto in pietra intagliata. Mentre l'albergatore parlava, osservavo la strana manovra del farmacista là incontro, che, aperta la farmacia e uscito su la piccola spianata davanti la porta, si era piantato ritto su le esili gambe, con le mani dietro la schiena, nel breve spazio dove arrivava, a traverso le case vicine, una striscia di sole. Rimasto immobile un pezzetto, cambiava lentamente di posizione girando come sur un pernio. Lo avevo visto di faccia, poi di tre quarti, poi di profilo, poi con le spalle voltate all'albergo, poi di profilo dal lato opposto, poi di tre quarti e finalmente di nuovo di faccia.

L'albergatore intanto continuava a parlarmi del barone:

— Mezzo matto, se si vuole, a casa sua; ma fuori non fa male a nessuno. Come dovrebbe spendere i quattrini? E si cava parecchi capricci. Ha tanti vestiti quanti i giorni dell'anno.

— Trecento sessantacinque?... Mi paiono un po' troppi! — risposi, senza perdere d'occhio il farmacista che seguitava a cambiare di posizione, girando su sè stesso, lentamente, quasi mosso da un ordegno di orologeria.

— Forse qualcuno di più! — soggiunse l'albergatore. — Ne indossa uno al giorno. Li ho visti, li ho contati io stesso l'anno scorso. Vedesse! Quattro stanze con attaccapanni fino al tetto, con cartellini numerati, e il nome di ogni mese. Un servitore è addetto unicamente a batterli e spazzolarli. Trecento sessantacinque calzoni, trecento sessantacinque corpetti, trecento sessantacinque giacchette; vestiti da casa, soltanto da casa. Per andare a passeggio poi...

— Ma che diamine fa — lo interruppi — quel farmacista che si gira e rigira al sole?...

— Ahi... fa annerire la tintura che s'è data ai capelli e alla barba. Non se n'è accorto? Poco fa, quando ha aperto la farmacia, era grigio; ora ha barba e capelli più neri del carbone.

Infatti mi pareva ringiovanito sotto i miei occhi.

— Stia a sentire; riderà.

E chiamò:

— Ehi! Don Carmelo! Va benissimo; l'operazione è finita, potete scansarvi dal sole; se no, vi buscherete un mal di capo! Perfetto! Nero lustro!

Il farmacista gli rivolse un'occhiataccia facendo una spallucciata, ed entrò in farmacia lisciandosi la barba e i capelli con tutte e due le mani, soddisfatto, incurante delle risate dell'albergatore.

— Oggi, gran pulizia! — esclamò il mio cicerone.

E col gomito e con la testa m'incitava a guardare il barone Saccaro riapparso sul terrazzino centrale del palazzo. Il vecchietto, in nitido costume a righe bianche e azzurre, aveva in mano una granata; e, osservato attentamente per terra, si era messo a spazzare il piano del terrazzino, spingendo su la via due o tre pezzettini di carta e poca polvere. Poi, sporgendosi dalla ringhiera di ferro, seguiva con lo sguardo i pezzettini di carta che giravano, giravano, tremolanti come farfalline bianche dal volo incerto. Attratti forse dal vuoto o spinti da lieve alito d'aria, essi erano andati a cascare dentro il sottostante portone.

— Vedrà che scende giù a raccattarli! — disse l'albergatore al gesto di stizza del barone.

— È matto anche per la pulizia.

Infatti, di lì a poco, il barone, sceso a raccogliere i pezzettini di carta, fattane una pallottolina, la buttava lontano, in mezzo alla via.

— Ci sono parecchi matti in questo paese! — esclamai ridendo.

— Gran signore! Galantuomo!... — si entusiasmava l'albergatore. — Se un amico va a chiedergli mille lire, non lo guarda in viso, gliele dà sùbito... purchè ci vada con le scarpe pulite. Già il portinaio ha ordine di non far salire nessuno, prima di avergli spazzolato i calzoni e nettato le scarpe... Matto, cioè strano, ma galantuomo, gran signore!

E appena si accorse che il barone, riaffacciatosi al terrazzino, guardava verso l'albergo, si cavò il berretto e gli fece una profonda riverenza.

— Brava persona! — conchiuse. — Peccato che il figlio... Basta; Dio lo aiuti!

— È un cattivo soggetto?

— Un prepotente, signore mio!... L'opposto di suo padre!

Quel vecchietto, bianco di capelli, sbarbato, magro, con tanta aria di bontà nell'aspetto, e tanta dignità nei modi, che aveva spazzato poco prima il terrazzino e che un'ora dopo vedevo vestito di nero con elegante ricercatezza, in tuba e guanti, pronto per la passeggiata, era sùbito diventato un interessante soggetto di studio per me.

L'albergatore mi aveva raccontato altri particolari intorno alle strane abitudini di lui. Non avendo niente da fare in tutta la giornata, volli divertirmi a osservarlo da vicino, andandogli dietro.

Usciva di casa a ora fissa, alle dieci. Lo attesi sul marciapiedi davanti a l'albergo. Prima di varcare la soglia del portone di casa, egli si era fermato per guardare l'orologio. Io guardai il mio; mancavano due minuti alle dieci. Si mise a passeggiare su e giù per l'androne, cavando di tratto in tratto l'orologio di tasca; poi si fermò su la soglia con l'orologio in mano, e, alle dieci precise, scattò fuori, lesto, diritto su la persona, andando quasi a sbalzi.

Da più di quarant'anni, tirasse vento, piovesse, nevicasse, faceva ogni mattina, dalle dieci alle dodici, quella passeggiata pel sentiero fuori mano che serpeggia su la roccia fino alla cima di essa, dov'è piantata una chiesetta.

Quando si accorse di me che lo seguivo a breve distanza, parve contrariato. Era abituato ad arrampicarsi solo su per quel sentiero da capre, e perciò si voltava e rivoltava a ogni dieci o venti passi, quasi volesse dirmi: — Mi faccia il piacere di tornarsene addietro! È un importuno! — E non si voltò più dopo che mi vide fermare a mezza strada, e mettermi a sedere su un rialzo. Ammiravo il paesaggio.

La cittaduzza, incastrata fra quella cerchia di rocce acuminate, era inondata di sole. I tetti delle case, coperti di borracina verde, rossiccia, giallognola, sembravano tinti a posta perchè risaltassero tra il colore uniforme delle masse calcaree attorno, qua dure, là schistose. Le straducole erte, a scalinate, contorte, col selciato di lava nera, di lassù pareva formicolassero tra le case ammucchiate contro la roccia e quasi confuse con essa. E dietro le rocce e lontano, colline verdeggianti, boschetti di ulivi, vigne, campi di seminati cosparsi di papaveri, campi listati di lino in fiore, e altre colline e altri campi, come in un scenario, velati di azzurro, sfamanti in fondo, sul bianco delle montagne, ancora coperte di neve.

— Strano paese e strana gente! — esclamai, pensando al farmacista, che avea fatto annerire al sole la tinta dei capelli e della barba, e al barone Saccaro co' suoi trecento sessantacinque vestiti di casa e le altre sue manìe. Lo vedevo ritto in cima alla roccia davanti la chiesetta, profilato sul cielo azzurro, con la tuba che straluccicava. Aspettava per discendere che io me ne fossi andato? Avrebbe ritardato insolitamente la sua rientrata in casa alle dodici precise? Da lì a poco mi passò davanti, serio, con le sopracciglia aggrottate, senza guardarmi, e, questa volta, senza neppure voltarsi per vedere se lo seguivo. Più in là, osservato l'orologio, affrettava il passo; alle dodici meno un minuto era davanti al suo portone, con l'orologio in mano, aspettando che passasse quel minuto fatale; varcava la soglia quasi con un salto.

Vent'anni addietro, mi aveva raccontato l'albergatore, era morta la baronessa, santa donna a cui il barone voleva un gran bene. Il cadavere giaceva ancora caldo sul letto e il barone piangeva. Ma verso le nove e mezzo, frenate le lagrime, egli cominciava la sua toeletta ordinaria, alle dieci precise usciva dal portone di casa, asciugandosi di tratto in tratto gli occhi, e montava solo solo pel ripido sentiero della roccia, come se niente di nuovo fosse accaduto. Al ritorno, entrato nella camera mortuaria, col cappello in mano e la faccia inondata di lagrime, diceva alla morta: — Baronessa, ho pregato per voi lassù! Ho pregato per voi! — E fece lo stesso la mattina dopo, appena il cadavere fu portato via, prima delle nove secondo gli ordini da lui dati, perchè la sua solita passeggiata non soffrisse un minuto di ritardo.

— Come era fatto quel cervello?

Ruminai questo problema per quindici giorni, senza riuscire a risolverlo. Oggi che ci ripenso, dopo tanti anni, non so risolverlo ancora.

Ogni mattina vedevo affacciare il barone al terrazzino con un vestito da casa diverso da quello del giorno precedente. Lo vedevo uscire e rientrare, a ora fissa, con esattezza meravigliosa.

— Era felice quell'uomo?

No, non era felice; me lo disse egli stesso una sera.

La sua passeggiata delle ore pomeridiane superava per la stranezza quella della mattina. Andava fuori di città, in un convento abbandonato e in rovina, e passeggiava per ore intere da un capo all'altro del corridoio centrale, sempre solo, in abito nero, guanti, tuba e canna d'India con pomo d'oro cesellato. I topi, ormai abituati alla sua innocua presenza, gli ballavano sotto gli occhi; le rondini, che avevano coperto di nidi la vôlta, gli svolazzavano attorno stridendogli agli orecchi, quasi si divertissero a dargli un po' di noia. Il vento sbatteva paurosamente gli usci delle celle deserte, parte senza tetto, parte senza solai; scoteva i vetri, polverosi e coperti di ragnateli, della finestra di fondo e l'imposta tarlata del terrazzino al capo opposto del corridoio; l'ombra della sera invadeva il luogo, accrescendo la tristezza di quella desolata solitudine; e il barone andava su e giù picchiando con la punta della canna d'India i mattoni sdrusciti del pavimento, contando i giri di passeggiata che dovevano essere, non ricordo bene, se dugento venti o dugento cinquanta, non uno di più non uno di meno, in due ore.

Non sapeva neppur lui da quanti anni facesse quella passeggiata, tutti i giorni, tirasse vento, piovesse, nevicasse. Una volta lo aveva sorpreso colà una forte scossa di terremoto. Erano crollati dei muri nelle celle accanto, erano cascati calcinacci dalla vôlta del corridoio dov'egli passeggiava. Un altro sarebbe scappato via di corsa; ma egli era arrivato a non so quale centesimo giro; glie ne mancavano ancora parecchi per formare il numero sacramentale. Arrestatosi un momento, un po' sbalordito e impaurito, aveva sùbito ripreso ad andare in su e in giù, affrettando il passo per compensare il po' di tempo perduto.

Una sera, dunque, non mi ero limitato a seguirlo fino alla porta del convento in rovina, da me visitato nei giorni precedenti. A costo di riuscire indiscreto, avevo montato le scale sdrucite, e mi ero trovato faccia a faccia col barone nel lungo e vasto corridoio.

— Scusi — dissi, salutandolo.

— È forestiero? Giurato, credo — egli mi domandò dopo di avermi reso gentilmente il saluto. — In questo paese vediamo meno di rado faccie nuove dacchè vi è il Circolo delle Assise.

— Disturbo, forse, — balbettai un po' imbarazzato.

— Niente affatto. Questo convento è mio — riprese — nessuno ha il diritto di entrarvi, quantunque esso non abbia uscio alla porta... Perchè dovrei mettercelo? La gente ha paura di venire fra queste rovine. Io..... Oh, per me è un'altra cosa! Sono uomo di abitudini, e non ho mai voluto mutare il posto della mia passeggiata pomeridiana di ogni giorno... Devono averglielo detto. Mi credono un po' matto. Eh! eh! Faccio il comodo mio, faccio quel che mi pare e piace, senza curarmi di quel che pensano e dicono gli altri. Lei, probabilmente, è venuto qui per accertarsi coi propri occhi..... Vede? Passeggio. Il luogo ha una grande e speciale attrattiva; non saprei però spiegargliela..... Abitudine. Ho dovuto comprarlo. Volevano farne una specie di caserma pel caso di arrivo di soldati in certe circostanze. Non avrei più potuto farvi la mia passeggiata... Per ciò questo mucchio di macerie mi costa seimila lire; male spese, dirà lei. Ma una sera io l'ho trovato invaso dalla truppa arrivata la notte avanti. La sentinella non voleva farmi entrare. Dovetti parlamentare col tenente che aveva il comando, dare spiegazioni, pregare, insistere. Il corridoio era ingombro di paglia, di soldati sdraiati per terra, di soldati che ripulivano armi; il fumo dei fornelli del rancio toglieva il respiro. E passeggiai quella sera e le due sere seguenti, sotto gli occhi dei soldati che mi guardavano stupiti e motteggiavano, e ridevano. Ma la settimana dopo il convento era mio.

— Se avessi saputo... — dissi.

— Non importa. Soltanto mi permetta di continuare.

E m'invitò con la mano ad imitarlo.

Aveva non so quanti altri giri da compire; li compì seguitando a parlare. Mi accorsi che li contava, aprendo e chiudendo i diti di una mano.

— Ah, lei è felice! — lo interruppi. — Può cavarsi qualunque capriccio.

— Felice? La mia vita è un continuo tormento, caro signore. L'idea che qualche incidente possa disturbare anche per un istante la regolarità, l'ordine che mi sono imposti, non mi dà pace un momento. Sto sempre come in attesa... Ecco, sono le sette meno tre minuti; se dovessi rimanere qui fino alle sette e un minuto... lei non può immaginar quel che soffrirei; così se arrivassi a casa mia dopo le otto. È ridicolo, è assurdo; ma che farci?... Ho trecento sessantacinque vestiti da casa, numerati, per ogni giorno dell'anno. Ho provato due o tre volte a indossarne uno diverso da quello destinato per quel giorno; ero come tra le fiamme; ho dovuto svestirmi. Io invidio, creda, gli sporcaccioni; ma se scopro un granellino di polvere sopra un mobile....... Rida pure; invece dovrebbe compiangermi. Darei tutte le mie ricchezze per fare l'opposto di quel che fo...

— Chi la costringe?

— Io, io stesso! Qualche cosa che è nel mio sangue, ne' miei nervi, nel mio cervello..... Il mio destino! Sono solo; ho un figlio che fortunatamente... o disgraziatamente — si corresse — non mi somiglia affatto. Chi lo sa? Forse è bene che io sia come sono; sarei, forse, più infelice di quanto sono adesso. Mio figlio...

S'interruppe, guardò l'orologio e si avviò:

— Buona sera, signore! Rimane?

— No; se mi permette, l'accompagno.

— Grazie; io vado di fretta. Buona sera!

Doveva essere davvero un grande infelice colui, se due giorni dopo, quando gli riportarono morto, ucciso da uno de' suoi campieri in campagna, l'unico figlio, invece di indossare un abito di lutto, dovette indossare un abito di filo bianco, candidissimo, perchè il calendario dei suoi vestiti gl'imponeva così!

IL FASCIO DEL CAVALIERE

Il cavaliere don Mimmo Li 'Nguanti era tornato a casa con un diavol per capello, accompagnato da tre o quattro dei suoi più fidi partigiani che tentavano invano di calmarlo. Anche questa volta la lista del cavaliere, lista di opposizione al Municipio, era stata sopraffatta in modo indegno. Sfido io! Esattore, Ricevitore del registro, Agente delle Tasse, Sindaco, Assessori, tutti legati a refe doppio! E minaccie, e promesse e quattrini!... Chi avrebbe potuto resistere? E lui intanto voleva vincere onestamente, far trionfare la moralità, la giustizia, e così spazzar via dal Municipio quella congrega di ladri che manometteva ogni cosa senza neppur rispettare le apparenze! Sfido io! Protetti dal Sottoprefetto e dal Prefetto, che erano in mano del Deputato del Collegio e avevano paura di lui, mentre il deputato aveva paura del sindaco e degli assessori, ora che si avvicinavano le elezioni generali!

Don Mimmo Li 'Nguanti però non se la prendeva tanto col Deputato e col Prefetto, quanto con quella canaglia di elettori che lo aveva tradito all'ultim'ora... Senza l'incredibile tradimento!...

Il notaio Pitarra, rifatti i calcoli con la lista elettorale in mano, per provare che questa volta la vittoria del partito era sicura, esclamò:

— Ma voi, caro cavaliere, voi non volete capirla. Quattrini ci vogliono, quattrini!

Il cavaliere, in risposta, fece un energico gesto che significava:

— Mi dovranno tagliare le mani prima che io metta fuori due soldi!

E non lo diceva per tirchieria o altro, ma per la dignità della cosa.

— E allora non ne parliamo più! — conchiuse il notaio. — Moralizzare il popolo, sì, è una bella idea; la vera morale però, — egli soggiunse quasi subito, strofinando l'indice e il pollice — per molti, pei più, consiste soltanto in questi qui!

— Vedrete, notaio!... Vedrete!

Don Mimmo, rizzatosi tutt'un tratto dalla seggiola su cui si era buttato entrando in casa, aveva pronunziato quelle parole, alzando minacciosamente il braccio, in tono quasi profetico.

Un'idea, una grande idea gli era balenata tutt'a un tratto nella mente, e se n'era sentito sùbito invasare. E sorrideva, crollando il capo, stropicciandosi le mani, andando su e giù per la stanza; e si accendeva sempre più, di mano in mano che l'improvvisa rivelazione gli si schiariva davanti.

Il notaio Pitarra e gli altri stavano a guardarlo, muti, meravigliati, aspettando che il cavaliere parlasse.

— Chiamatemi Cipolla! — egli disse finalmente.

E Cipolla, factotum di casa Li 'Nguanti, che era di là a raccontare, a modo suo, alla signora e alla signorina le peripezie di quella giornata campale, accorse sùbito e si fermò su l'uscio, facendo, per abitudine, il saluto militare:

— Comandi.

— Tu che sei stato caporale... Ecco... Io penso... Quanti siete in paese i militari in congedo?

— Centinaia, eccellenza.

— Bene. Sappi dunque che dobbiamo fare Il Fascio dei Reduci... Capisci?

Il notaio Pitarra e gli altri applaudirono.

— Sì, un Fascio tutto cosa nostra, come sono del partito avverso il Circolo degli Agricoltori e il Circolo degli Operai...

— Mah... — fece Cipolla,

— Che ma?

— I reduci, eccellenza, sono più poveri di me; e pel Fascio ci vogliono quattrini e di molti... Il locale, le trombe...

— Le trombe?

— Sicuro, le trombe; un fascio militare senza trombe farebbe ridere i polli... Ne ho visti parecchi Fasci di Reduci; tutti con le trombe, eccellenza.

— E avrà le trombe anche il nostro! — esclamò il cavaliere, picchiando con una mano su l'altra, in segno di viva soddisfazione.

Così fu concepito il famoso Fascio dei reduci che doveva poi dare tanto travaglio al municipio di Doguara. —

***

La cosa era stata organizzata alla chetichella, perchè il Sindaco e il suo partito non prendessero ombra e non cercassero d'impedirne l'attuazione. Lo stesso Cipolla si era tenuto apparentemente in disparte, servito bene da mezza dozzina di giovanotti ai quali l'idea delle trombe aveva fatto girare la testa.

Dal Circolo degli Agricoltori, il Sindaco che n'era presidente onorario e i suoi partigiani osservavano, sorridendo, i lavori di riattamento che venivano allestiti là di faccia per trasformare le due botteghe di erbaiuoli destinate a sede del Fascio dei Reduci. Ma il Sindaco e gli altri risero male il giorno dell'inaugurazione, quando in coda a quelle due centinaia di reduci, che marciavano con in testa otto trombe assordanti, videro il cavaliere, il notaio Pitarra e tutti gli altri del partito di opposizione.

Quella novità delle trombe aveva messo sossopra Doguara. La piazza era gremita di gente per vedere i militari. Su le due porte del Circolo, fasci di alloro e di bandiere. Le sale non bastavano a contenere tutti i membri. Le trombe, rimaste fuori, di tratto in tratto, a capriccio, scoppiavano in segnali militari, dalla diana al saluto reale. E la gente applaudiva. Dentro, in fondo alla seconda sala, sur una predella, seduto a un tavolino, il cavaliere spiegava ai socii lo scopo di quel santissimo fascio che raccoglieva le forze vive del paese, le più giovani, le più disciplinate per cooperare al bene di...

Tatà, taratatà! — le trombe, da fuori, coprivano la voce dell'oratore. Invano qualcuno, affacciandosi alla porta, imponeva silenzio. Nei punti migliori, quando il cavaliere avea voluto destar nei socii il sentimento militare per combattere incruente battaglie civili, — Tatà, taratatà! — le trombe lo avevano interrotto, facendogli perdere il filo delle idee.

Ma già, per un'inaugurazione, egli avea parlato troppo. Ed era uscito dalla sala fra un subisso di applausi, lasciando libera l'assemblea che doveva eleggere il Presidente e il Comitato esecutivo; le trombe gli avevano fatto il saluto reale.

***

Cipolla, da factotum di casa Li 'Nguanti, era diventato in pochi mesi factotum del Fascio di cui il cavaliere era presidente, cassiere, conferenziere e istruttore, coadiuvato in questo ufficio dal fido ex-caporale di fanteria. Col pretesto di aprire, la mattina, e chiudere, la sera, le stanze del Fascio, di spazzarle, di spolverare i pochi mobili e custodire le otto trombe, Cipolla se la spassava in paese.

Si poteva dire che durante la settimana il locale servisse soltanto per lui e per due o tre degli indispensabili trombettieri sempre pronti ai suoi ordini. Quasi fossero stati in quartiere, le trombe suonavano la diana all'alba, e poi il rancio e poi tutti gli altri segnali del regolamento. Verso le undici, Cipolla si appostava davanti all'uscio per scoprire da lontano il cavaliere che veniva a fare una visita alle due dozzine di seggiole, ai quattro tavolini, all'armadio delle trombe, perchè i reduci nei giorni di lavoro avevano ben altro da fare che venire al Fascio, a conversare o a fumare qualche sigaro; e appena il cavaliere era a venti passi di distanza, i trombettieri si schieravano fuori, e tatà taratatà, quasi don Mimmo fosse stato Re Umberto in persona. Egli si accostava impettito, serio, con cert'aria militaresca di circostanza, salutava, portando la mano destra alla falda del cappello, ed entrava.

I socii del Circolo degli Agricoltori, quelli del Circolo degli Operai, gli sfaccendati, i disoccupati che ingombravano la Piazza Grande gli ridevano dietro. Ma egli o non se ne accorgeva o non se ne curava.

E spasseggiando su e giù per le due stanze, approvava con lievi mosse del capo i progetti di Cipolla: esercizii, passeggiate, scampagnate. Bisognava tener vivo il fuoco, altrimenti addio Fascio! Scampagnate soprattutto!

In quella circostanza, dei socii del Fascio neppur uno mancava. Si sapeva che il cavaliere faceva le cose alla grande: carne, pane, vino, noci, fichi secchi. Si passava una giornata allegra, si mangiava a ufo, e si tornava a casa lieti e contenti, con le trombe che assordavano. — Viva il cavaliere! Viva! — E anche: — Viva Cipolla! — Le grida e gli schiamazzi si udivano di lontano un miglio. È vero che la sera poi i reduci sbadigliavano alla conferenza del cavaliere; ma non voleva dir niente. Capivano poco, perchè egli soleva parlare con la lingua di fuori, in punta di forchetta, spiegando lo Statuto egli la Legge Comunale e i Diritti del cittadino; qualcosa però capivano, specialmente quando lasciandosi prender la mano dal soggetto, e parlava di rivendicazioni e di tante altre belle cose che aguzzavano l'avidità di quell'udienza di contadini; o quando li incensava e li esaltava:

— Voi soli siete buoni; voi soli siete degni, voi lavoratori della terra, voi sfruttati e malmenati! E voi dovete prendere nella società il posto che vi spetta! E lo prenderete, per Dio!

— Viva il cavaliere! Viva il cavaliere!

E le trombe suonavano la ritirata: Tatà, taratatà!

***

Fino a che si era trattato di non spendere nulla, la signora Li 'Nguanti non solamente non aveva fiatato, ma aveva preso parte attiva all'agitazione elettorale in favore di suo marito. Lo avrebbe visto volentieri assessore e anche sindaco; perchè no? Quei cosi del municipio valevano forse meglio di lui? Suo marito, il cavaliere, come ella lo chiamava parlando con certe persone, era galantuomo provato e aveva le mani nette. Non si poteva dire altrettanto di tutti quei signori. E poi, essere assessoressa o sindachessa non le sarebbe dispiaciuto, per far arrabbiare quella malcreata della moglie del sindaco che una volta si era permessa di dire del signor Li 'Nguanti: Cavaliere di che. Ah! Chi lo aveva fatto cavaliere? Ma c'era nato, e non erano occorsi decreti reali per dirsi tale!... Sicuro, del sindaco, marito della screanzata, non si poteva dire: Carrettiere per caso; era figlio di carrettiere e si vedeva. E... e... Quando entrava in quest'argomento, la signora Li 'Nguanti non la finiva più.

Per ciò nell'ultima lotta elettorale ella era andata di qua e di là, di giorno e anche di notte, convinta che le donne in certe occasioni valgono meglio degli uomini. Ora però che si trattava di buttar via quattrini a palate, la questione diventava un'altra.

— Siete ammattito? — ella gridava al cavaliere. — Non sapete che farvene, se li spendete così?

— Zitta! — rispondeva il cavaliere dignitosamente.

— Zitta un corno! Lo vedo io quel che si sciupa in questa casa da che vi è saltata in testa la maledettissima idea del Fascio.

— Zitta!

— Perchè vi suonano le trombe? Bella cosa! Ma quando si tratta di sganasciare, pane, vino, salami, formaggio, tutto deve uscire di qui!... Il notaio Pitarra e gli altri non si scomodano. — Viva il cavaliere! — E il Fascio... Dio non voglia!... farà andare questa casa a catafascio! Già, non è il Fascio l'abitazione vostra? Mattina e sera là. Credete che ve ne saranno grati? Alle elezioni vi aspetto!

Il cavaliere la lasciava dire.

— Benedette donne! Vogliono metter becco in tutto e non capiscono nulla!

— E queste trombe che rompono i timpani alla gente, non potreste farle tacere? Il padre di Vincenzino non ne può più; vi manda tanti accidenti quante volte suonano... Ci volevano appunto le trombe per irritarlo peggio! E vedrete che il matrimonio di vostra figlia, a cagione anche delle trombe, andrà per aria!

— Il padre di Vincenzino è un asino! Ora gli danno noia le trombe! Si turi le orecchiaccie, si turi! Scuse, pretesti! C'erano forse le trombe quando ha votato contro di me? E anche il signor Vincenzino...

— Si è astenuto!

Il cavaliere, appena si toccava questo tasto, tagliava corto. Quel matrimonio della figliuola rimasto in asso un po' per questioni d'interessi ma più per dispetti elettorali, gli era una spina al cuore. Ormai non se ne poteva ragionare, finchè le cose duravano così; ed era inutile pensarci. La ragazza, che aveva più intelligenza della mamma, non ne parlava mai, povera figliuola! Ma l'anno prossimo... dopo le elezioni!...

E perciò il cavaliere si era dato anima e corpo al Fascio, al suo Fascio, che infatti non veniva chiamato dei Reduci, ma il Fascio del cavaliere. Egli aveva istituito anche la scuola serale domenicale, pei soci che non sapevano leggere e scrivere. Metà dei reduci erano già iscritti nella lista e, secondo lui, facevano fare cattivi sogni ai signori del Municipio.

Ah!... Le trombe davano noia? Ma sarebbero state le trombe del giudizio universale, in luglio, il giorno delle elezioni!

E con l'immaginazione egli si vedeva alla testa del suo piccolo esercito, che correva a votare a suon di trombe, come a un assalto... E sbaraglio!

Intanto, marce domenicali, e scampagnate; e vino e pane, e capretti al forno e noci e fichi secchi, per tenere allegro e ben compatto il Fascio, con gran disperazione di donna Beatrice che se la prendeva anche con Cipolla, quando veniva a dirle:

— Dice il signor cavaliere che il pane lo comprerà da Severino. Il vino, di quello della botte piccola; lo battezzerò io, padrona mia!

E siccome scendeva in cantina lui, non lo battezzava affatto.

— Andate a farvi benedire, tutti! — esclamava donna Beatrice, quantunque, ora che le elezioni erano vicine, sbraitasse meno. Voleva star a vedere!

Uno spettacolo, quel giorno!

Le trombe del Fascio dei Reduci parevano davvero le trombe del giudizio finale, andando attorno per le vie del paese sin dalle prime ore del mattino: Tatà-Taratatà! E così tutta la giornata, e la sera, dopo la vittoria del cavaliere, fino a tarda notte, come se il paesetto fosse stato preso di assalto. — Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! — E Tatà-Taratatà!

***

La vittoria non era poi stata splendidissima; della lista del cavaliere, due soltanto erano riusciti eletti, lui e il notaio Pitarra. E il cavaliere, modestamente, aveva detto ai soci del Fascio:

— Questa è vittoria vostra! Vittoria dei vostri diritti! Vittoria delle vostre rivendicazioni! Io sarò la vostra voce in Consiglio, nient'altro!

Il sindaco che, quantunque nipote di carrettiere (e non figlio come diceva donna Beatrice nei momenti di stizza), era un furbo di tre cotte, alla prima seduta del Consiglio, appena il cavaliere entrò nella sala, gli andò incontro, gli strinse la mano, si rallegrò di vederlo colà; e, trattolo in disparte, gli disse:

— Caro cavaliere, noi non abbiamo mai combattuto voi, ma le persone che vi stavano attorno. Ed oggi infatti il Consiglio saprà darvi il posto che meritate.

Quella domenica sera nelle sale del Fascio ci fu gran baldoria per la nomina del cavaliere ad assessore. Donna Beatrice avrebbe vuotato non una ma due botti, e finito anche le provviste di fichi secchi e di noci, tanto era contenta. Ma la mattina dopo disse al marito:

— Ora basta; siete assessore! Pensate a vostra figlia piuttosto.

Don Mimmo volle fare l'assessore davvero. Poteva servire due padroni? E dovette per forza trascurare il Fascio. Cipolla n'era dispiacente più di tutti. Non più marce, non più scampagnate; e il cavaliere spesso spesso ora lo mandava in campagna a lavorare come prima.

I Reduci borbottavano:

Come? Ancora fuocatico? Ancora dazio consumo? Il cavaliere aveva promesso che entrando in Consiglio avrebbe detto, avrebbe fatto! E che diceva? Niente. E che faceva? Peggio degli altri. Ora si era messo a perseguitare la povera gente con la scusa che avevano usurpato qualche palmo delle strade comunali di campagna! Perchè non cominciava dai galantuomini?

E c'era il Bracco che soffiava nel fuoco. Il Bracco si era iscritto nel Fascio da pochi mesi, appena tornato dal reggimento, e parlava come un libro stampato col lei, col mica, col ciao, e bestemmiava alla toscana, alla piemontese, alla romana, da far rizzare i capelli. Raccontava, a quattr'occhi, ora in questo, ora in quel crocchio, che a Palermo stavano per fare il comunismo e dividersi le terre e i quattrini dei signori tanto per uno, com'era giustizia.

— Domineddio ci ha fatti tutti eguali; perchè i ricchi debbono mangiare come porci e noi morire di fame? Giustizia? Non ce n'è: dobbiamo farcela con le nostre mani.

Fascio dei Reduci, Circolo degli Agricoltori, Circolo degli Operai avevano fraternizzato dopo che il cavaliere era entrato a far parte della Giunta comunale.

E il Bracco, che aveva poco da lavorare col suo mestiere di sellaio, passava le giornate nei locali del Fascio e dei Circoli, a fumare, a sputacchiare, a far prediche; ascoltato meglio di un predicatore, perchè col predicatore non si discorre e con lui si poteva chiedere schiarimenti, fare obbiezioni, e gridargli bravo, quando esclamava, col rinforzo di una bestemmia delle sue:

— Faremo il comunismo anche noi! Fascio? Circoli? — ripeteva ironico. — Ma li hanno messi su per comodo loro, per avere i voti. Che siamo? Pecore? Schiavi? I consiglieri dovremmo esser noi, non loro. Ora, lo avete inteso? aggravano il dazio consumo. Dicono: Ci vogliono quattrini!... Ma che ne fanno? Si bevono il sangue di noi poveretti!... Faremo il comunismo!

Dapprima lo avevano ascoltato con diffidenza, quasi con terrore; ma ora aveva fatto scuola, e Cipolla si era legato con lui, e soffiava, sottomano, anche lui nel fuoco del malumore che covava covava e già mandava fuori un po' di fumo.

Il cavaliere se n'accorse la sera che, dopo tanto tempo, volle fare una delle sue solite conferenze nel locale del Fascio. Correvano attorno voci paurose, minacciose. I contadini facevano capannelli nella Piazza Grande, e quando il sindaco passava tra i crocchi, non si cavavano più il berretto per salutarlo, non si voltavano nemmeno; e le trombe non erano più là pronte agli ordini del Cipolla per fare il saluto reale al cavaliere, che passava davanti al Fascio, senza fermarsi, andando al municipio anche lui. Cipolla soltanto gli faceva il saluto militare, per abitudine; Cipolla che pensava notte e giorno a qual pezzo di terreno gli sarebbe toccato in sorte, quando avrebbero fatto il comunismo o la repubblica, che per lui volevano dire la stessa cosa.

Il cavaliere dunque quella sera si trovò davanti a una trentina di persone, scarso uditorio, e non tutte del Fascio, ma del Circolo degli Agricoltori e del Circolo degli Operai, venuti colà più per curiosità che per altro. Voleva appunto parlare di quelle voci paurose e minacciose, ma ebbe la sorpresa di sentirsi interrompere dal Bracco:

— Non vogliamo più dazii!

E tutti e trenta gli uditori erano scoppiati a parlare assieme, facendo una gran confusione, senza nessun rispetto dell'oratore che avea dovuto abbassarsi a discutere con loro.

— Non più dazii? È presto detto! Ma...

— Non vogliamo più dazii!

Il cavaliere, indignato, avea risposto:

— Il municipio saprà fare il suo dovere!

Ed era andato via. Neppur Cipolla lo aveva accompagnato fino a casa.

***

E da lì a due giorni le trombe del Fascio, tutte e otto, suonavano sinistramente mentre la folla tumultuava nella Piazza Grande, e il Bracco sbraitava:

— Ai casotti! Ai casotti!

E quando i casotti del dazio furono atterrati e arsi:

— Al municipio! Al municipio!

Una fiumana di gente, uomini, donne, ragazzi! E dalle finestre del municipio volavano giù nella strada seggiole, tavolini, divani, scrivanie per fare il falò; e volavano registri e carte, che si spandevano per l'aria come tanti uccelli di malaugurio, fra grida, schiamazzi e urli feroci! La folla, ubbriacata da quel puzzo di arso, ballava attorno al falò che mandava alte fiamme e grosse nuvole di fumo. — Abbasso i dazii! Le terre! Le terre! Vogliamo le terre!

Chi aveva gridato: Dal sindaco?

Chi aveva gridato: Dal cavaliere?

Non se ne seppe mai nulla. La folla irruppe per diverse vie, gli uomini con le accette, le donne coi tizzi accesi!... Il sindaco non li aveva aizzati contro il cavaliere? Il cavaliere contro il sindaco? Il cavaliere non aveva predicato ai reduci: Voi soli siete buoni, voi soli siete degni di rispetto, voi sfruttati e malmenati?

E la folla ora rispondeva: — Lasciatemi fare! Farò giustizia di tutti! — E le case fumavano! e il sangue correva! Voleva i loro palazzi, i loro beni, le loro donne, si, sì, anche queste! E le trombe del Fascio non cessavano gli squilli sinistri; e dal nascondiglio dove si era rifugiato per scampare la vita, con la moglie e la figliuola scappate di casa come si trovavano, il cavaliere, pallido, tremante, incapace di dire una parola, si turava invano gli orecchi per non sentire gli squilli!

***

Don Mimmo Li 'Nguanti sembrava un reo davanti al Giudice Istruttore, al Delegato e al capitano della truppa, mandati dal governo per fare il processo agli incendiari, agli assassini, e ripristinare l'ordine pubblico.

— Quel Cipolla era persona di sua fiducia? — gli domandò il giudice istruttore bruscamente.

— Ma, lei capisce bene... Traviato da cattivi consigli...

— Lo difende?

— No, no, non lo difendo; spiego... Io stesso non avrei mai creduto...

— E le trombe? Le trombe le ha fornito lei...

— Fornito!..... Lei sa come vanno queste cose... Il presidente... non lo fanno presidente per nulla... anticipa la spesa...

— Il Bracco, quel sellaio...

— Lei deve figurarsi...

— Lei capisce! Lei sa! Lei deve figurarsi! Ma io non capisco, non so, non voglio figurarmi niente; chiedo una deposizione, fatti, schiarimenti. È assessore, è presidente del Fascio dei Reduci... e non gli si cava nulla di bocca. Ha paura? Prima fanno il male; per le loro gare, per le loro ambizioni, soffiano nel fuoco... e quando il fuoco è divampato e l'autorità accorre e vuole indagare, e vuol scoprire i rei, lor signori stanno zitti, non illuminano la giustizia, e poi se la prendono con le autorità, col governo!

— Mi hanno bruciato la casa, mi hanno rovinato!... Sono vivo per miracolo! — balbettò il cavaliere.

— Parli dunque, nomini qualcuno! Ha paura?

Sicuro, aveva paura, come tutti gli altri signori!

Donna Beatrice gli aveva raccomandato:

— Non vi compromettete! I soldati all'ultimo se ne vanno, e noi restiamo nelle peste!

E davanti al giudice istruttore egli si ripeteva mentalmente il consiglio di sua moglie: Non vi compromettete!

Pensava anche alla figliuola. La paura avea riuniti tutti i cavalieri in un vero fascio, e il padre di Vincenzino non si curava più dell'opposizione, del Municipio, nè delle trombe che già erano state sequestrate; il matrimonio, da lui osteggiato fin a poche settimane fa, ora egli voleva affrettarlo, e il cavaliere e donna Beatrice n'erano contenti. Appena restaurata la casa, appena rifatti i mobili, quelle nozze, senza sfoggi e senza inviti, avrebbero messo una pietra sul passato, a patto che il cavaliere non si fosse più mescolato di elezioni, nè di nulla!

— Questi sopraccapi bisogna abbandonarli ai minchioni, o a coloro che vogliono mestare e che — lo vedete? — in qualunque circostanza cascano ritti in piedi. Tanto, è inutile voler raddrizzare le gambe ai cani. Cose del Comune, cose di nessuno!

— Bravo! Siamo di accordo! — rispondeva il cavaliere, quantunque in fondo in fondo non fosse affatto di accordo.

Passata la paura, dopo che le condanne dei tribunali erano fioccate peggio della grandine, colpendo un po' alla cieca, come sempre avviene in simili casi, i furfanti rimettevano fuori le corna, si davano l'aria di sacrificarsi riprendendo in mano le redini del Municipio.

— Volete scommettere che il carrettiere sarà di nuovo sindaco? — diceva con rancore donna Beatrice.

— Per me, possono farlo re, imperatore, papa!

Il cavaliere si segnava, quasi per cacciar via la diabolica tentazione di mescolarsi di affari comunali.

Ma ragionandone col padre di Vincenzino, l'amarezza gli tornava a gola:

— Volete scommettere che colui sarà di nuovo sindaco? — egli ripeteva come sua moglie.

E tutti i bei propositi andarono a gambe per aria, quando quel figlio di carrettiere si rifiutò di andare a sposare in casa la figlia del cavaliere, come si era fatto sempre coi civili fino a pochi mesi addietro.

— Caro cavaliere, la legge è uguale per tutti: il municipio è la gran casa di tutti; non dobbiamo vergognarci di venir qui.

Ah! Ora predicava: La legge è uguale per tutti? Bravo, benissimo!

— Lo vedete? — disse il cavaliere al suocero di sua figlia. — Ci tirano pei capelli a fare quel che non vorremmo!

E il padre di Vincenzino assentì stringendo le labbra, strizzando gli occhi, crollando il capo. E finita la cerimonia nuziale, salutò con gran sussiego il sindaco, ripetendo un: — Grazie! Grazie! — che voleva significare:

— Arrivederci alle prossime elezioni!

E rimpiangeva fin le sonore trombe del Fascio dei Reduci e il loro bel Taratatà che gli aveva fatto prendere tante arrabbiature due anni addietro!

LE VERGINELLE

Da più di un anno c'era l'inferno in casa dell'usciere di pretura Don Franco Lo Carmine, per via della figlia che s'era incapricciata di quel bel mobile di Santi Zitu, guardia municipale, e non voleva intendere ragione.

Don Franco, dalla rabbia, era diventato più magro e più giallo dell'ordinario, e non sapeva discorrere d'altro con le persone a cui portava le citazioni e gli atti uscerili, quasi che tutti dovessero interessarsi di quella sua disgrazia, di quel suo castigo di Dio, com'egli diceva, esaltandosi:

— Vedrete: qualche giorno farò un gran sproposito! Vedrete!

Ma il gran sproposito non lo faceva mai, perchè Zitu portava sempre la daga al fianco, ed era protetto dal Sindaco. Si sfogava però contro la figliuola e anche contro la moglie, che gli pareva tenesse il sacco a quella pazza, a quella sciagurata.

— Che volete che io faccia? — gli rispondeva donna Sara piagnucolando.

— Dovreste spaccarle la testa, quando s'affaccia alla finestra!

— Le finestre le tengo sempre chiuse; non sentite che tanfo? Manca l'aria; non si respira qui dentro.

— Le finestre devono anzi restare aperte, spalancate notte e giorno, e costei non deve affacciarsi!

Urlava perchè Benigna, la figlia, lo sentisse dall'altra stanza dov'era andata a chiudersi a fine di evitare la solita scenata, prima che suo padre si avviasse per la Pretura.

— Ah, Signore, Signore! Com'è svampato questo fuoco in casa mia? Come mai?

Donna Sara si picchiava con le mani la testa spettinata, buttandosi sur una seggiola, e portando una cocca del grembiule agli occhi per asciugarsi le lagrime.

Don Franco però stava sempre sul chi vive: e al minimo momento di largo, scappava dalla Pretura e piombava in casa all'improvviso, per sorprendere la figliuola e Zitu, se mai per caso...

E nei giorni che gli toccava di assistere alle udienze pareva una mosca senza capo; specialmente se Zitu stava là a disposizione della giustizia assieme con due carabinieri, e lui doveva rivolgergli la parola e partecipargli un ordine del pretore per qualche testimone che mancava.

Zitu gli sorrideva con aria ossequiosa, rispondendo:

— Va bene, caro Don Franco!

E appena egli usciva dalla sala, Don Franco perdeva la testa peggio di prima.

Gli pareva che Zitu dovesse approfittare della bella occasione di saperlo incatenato là, dall'ufficio di usciere, per dare liberamente una capatina laggiù e fare lo smorfioso con la ragazza che forse lo aspettava alla finestra. Per ciò egli regalava qualche soldo al figlio del falegname che aveva la bottega di faccia a casa sua:

— Sta' a vedere se passa Zitu! C'è due soldi per te; vieni a dirmelo sùbito in pretura.

Siccome i soldi glieli dava soltanto quando il ragazzo gli andava a dire: — È passato! — così costui, dopo parecchie volte, per guadagnarsi la mancia, gli riferiva: — È passato! — anche quando non era vero.

— E lei, lei era alla finestra?

— Era alla finestra.

— E gli ha fatto dei segnali?

— Gli ha fatto dei segnali, col fazzoletto bianco!

Don Franco si strizzava le mani, si mordeva le labbra, smaniava. Ma doveva star là, a chiamare i testimoni, fino alla fine dell'udienza; e poi accompagnare a casa il Pretore, che si divertiva a interrogarlo, avendo indovinato di che si trattasse, perchè sapeva la cosa.

— Che avete, Don Franco?

— Ho il castigo di Dio, signor Pretore!

— Infine, se la ragazza lo vuole...

— Piuttosto l'ammazzo con le mie mani, signor Pretore!

— Ma prima con Zitu eravate stretti amici, mi pare.

— È stato un tradimento, signor Pretore!

Quel che Don Franco chiamava tradimento, era avvenuto la sera della processione del giovedì santo, mentre sparavano i mortaretti, appena la statua del Cristo alla Colonna era uscita dalla porta della chiesa, tra il salmodiare dei canonici e le grida dei devoti: Viva il Santissimo Cristo alla Colonna!

Tra la folla, qualcuno aveva osato di dare un pizzicotto a una donna, che s'era rivoltata e aveva fatto nascere una zuffa. Pugni, schiaffi, bastoni per aria, fuggi fuggi, donne svenute, bambini travolti, accorrere di guardie e carabinieri, tumulto!

E Zitu aveva raccolto Benigna, bianca come un cencio lavato, inerte, svenuta anche lei per lo spavento; e avea dovuto prenderla in collo e portarla fino a casa, nel vicolo vicino; e aiutare donna Sara che strillava e piangeva, e non riesciva a sganciare il busto della figliuola stesa quant'era lunga sul letto, come una morta.

— Un po' d'aceto, donna Sara! Non è niente.

Si era dato un gran da fare. Da un pezzo, egli avea posto gli occhi addosso alla ragazza, e voleva approfittare di quell'occasione per diventare amico di famiglia. E aveva spruzzato d'acqua fresca il viso della svenuta, e le avea prodigato frizioni di aceto alle narici e alla fronte, e frizioni alle mani per rimettere il sangue in circolazione, consolando la mamma che non sapeva fare altro che piangere e disperarsi:

— Non è niente, donna Sara!

Don Franco era sopravvenuto quando Benigna aveva potuto metterei a sedere sul letto, ancora pallida e sbalordita, e Zitu le stava attorno premuroso, insistente:

— Un dito di vino; vi farà bene.

E le reggeva la testa e le accostava il bicchiere alle labbra.

Don Franco ansimava per la corsa e per la fretta con cui aveva montato gli scalini a quattro a quattro, appena gli avevano detto:

— Accorrete; vostra figlia è ferita!

E non poteva parlare, e tastava la figliuola, per indovinare dove fosse ferita. Poi balbettò;

— Dove? dove?

Zitu, capito l'equivoco, rise, e versò un bicchiere di vino anche a lui, dicendo:

— Si sa; tempo di guerra, bugie terra terra.

— Ah!... Se non c'era lui!

Donna Sara si profondeva in elogi e ringraziamenti, ricominciando a singhiozzare per gratitudine, per tenerezza.

— Come vi sentite ora? — domandava Zitu alla ragazza.

Benigna gli sorrideva, facendo una mossettina con la testa significante: Sto meglio!

— Un altro sorso di vino?

— No, grazie!

— Allora lo bevo io alla vostra salute!

— È stato un miracolo del santissimo Cristo alla Colonna! — conchiuse donna Sara.

E Zitu approvò, e Don Franco pure.

— La moglie di Titta il Sordo ha la testa spaccata — egli soggiunse in conferma dell'esclamazione della moglie.

E uscì di casa assieme con Zitu, che lo invitò a bere un bicchiere di vino nell'osteria di Patacca, perchè passando davanti la porta lo zi' Patacca li aveva salutati.

Volevano raggiungere la processione. Intanto, nella Piazza dei Vespri, Zitu replicò l'invito davanti all'osteria di Scatà.

— Un dito solo, vi farà bene; qui il vino è assai migliore di quell'altro: sentirete.

A Don Franco parve male rifiutare.

— Eh? Che ne dite?

— Si, sì; questo non è battezzato.

— Un altro bicchiere!

Quando arrivarono nel piano di Santa Maria, la processione era già lontana. All'angolo c'era la rivendita della Guadagna, con la frasca di alloro su la porta e il lanternino acceso.

— Qui si trova quello di Vittoria, schietto schietto.

— No, grazie, compare Santi.

Ma compare Santi, prèsolo per un braccio, lo spinse dentro.

— L'ultimo bicchiere, caro Don Franco!

Quell'ultimo bicchiere gli sciolse la parlantina, lo mise in allegria. Don Franco volle raccontare all'ostessa il fatto della processione, il miracolo del Santissimo Cristo alla Colonna! S'imbrogliava, si riprendeva, tornava a imbrogliarsi, e a ogni po' batteva su una spalla di Zitu: — Bravo figliuolo! — guardandolo con gli occhi rimpicciniti, ammamolati: — Bravo figliuolo!

Donna Sara e Benigna, quando lo videro rientrare barcollante, col cappello su la nuca, esclamarono sbalordite:

— Oh Dio!... Che avete fatto?

— Bravo figliuolo, quello Zitu! Fior di galantuomo! Viva il Santissimo Cristo alla Colonna!

E si lasciò cascare su la seggiola vicina, ridendo in modo strano.

***

Così s'introdusse Zitu nella famiglia Lo Carmine, e potè far visite anche quando non c'era Don Franco. E un giorno che donna Sara lo aveva lasciato solo con la figliuola per andare un istante in cucina, Zitu potè facilmente dire alla ragazza quel che già le aveva fatto intendere con le occhiate, con le premure, con le barzellette:

— Sono pazzo di voi! Se c'è la vostra volontà...

E s'era spinto oltre, visto che la ragazza, improvvisamente arrossita, abbassava il capo; afferratala per la vita, voleva darle un bacio su la nuca.

— La mamma! — esclamò Benigna, che non se lo aspettava. — Per carità, santo cristiano!

Ma al blando rimprovero, Zitu che aveva perduto la testa, le diede un altro bacio, e questa volta su la bocca.

E a quel bacio il cuore della povera Benigna aveva dato una vampata; giacchè il fuoco le si era appiccato sin dal primo istante, quella sera che, rinvenendo, aveva visto Zitu davanti il letto e aveva saputo che era stata portata da lui in collo, fino a casa, come una bambina malata!

Donna Sara si era sùbito accorta di qualcosa, ma era stata zitta.

— Guardia municipale non è un bel mestiere — ella pensava. — Ma, se il patriarca San Giuseppe vuole così!...

Anche lei era abbagliata dalla divisa e dai luccicanti bottoni di rame e dalla daga e dal kepì che Zitu portava con aria spavalda. E stava ad osservare sottecchi, fingendo di non essersi accorta di niente. Tanto più che Don Franco, a cui Zitu continuava di tratto in tratto a regalare buoni bicchieri di vino, ora dal Patacca e ora dallo Scatà, si espandeva in grandi elogi di quel bravo figliuolo, fior di galantuomo, che rispettava tutti e si faceva rispettare da tutti!

Per ciò Benigna e donna Sara cascarono dalle nuvole la sera che Don Franco, tornato a casa tutto accigliato, prima di cavarsi il cappello e di posare la mazza al solito angolo, esclamò quasi con un grugnito:

— Qui non ci deve più venire nessuno! Quel nessuno, si capiva, era Zitu.

— Perchè? Che significa? — osò domandare donna Sara.

— Significa che voi siete una stupida e costei una civetta! Significa che io non voglio gente tra' piedi in casa mia. Non sono padrone, forse?

E sbatacchiò all'angolo la mazza, che cadde per terra.

***

Un anno d'inferno! In quella casa più non si mangiava nè si dormiva in pace, da che la signorina Maligna (don Franco ora non chiamava altrimenti la figlia) resisteva ai consigli, alle minaccie, e fin alle bastonate, stregata da quell'infame (non diceva più bravo figliuolo) che voleva disonorargli la famiglia. Birri non ce n'era mai stati tra i Lo Carmine, e lui non voleva parenti birri, nè vicini nè lontani! La signorina Maligna poteva mettersi il cuore in pace! Nè lei, nè il suo birro l'avrebbero spuntata!

E le grida e le minaccie e gli schiaffi (don Franco era diventato troppo manesco) mettevano a rumore il vicinato ogni volta che il ragazzo del falegname; per buscarsi i due soldi, andava a dirgli in pretura: — È passato Zitu! — e non era vero.

Zitu anzi non si faceva più vedere da quelle parti; non ne aveva bisogno. Andava, invece, in casa d'un suo amico, entrando dalla via là dietro, senza che nessuno potesse sospettare che l'amico gli dèsse l'agio di salire su la terrazza per parlare comodamente con Benigna da la finestra di cucina.

— Non ne posso più! Vuol dire che non c'è la volontà di Dio! — balbettava Benigna.

— Vuol dire che non mi vuoi bene! Mi ammazzo con questa daga; tu mi vuoi morto, lo capisco!

— No, Santi!...

— Decìditi dunque, se mi vuoi bene davvero!

— Sì, Santi; ma... questo, no! Questo, no!

Zitu insisteva per la fuga; non c'era altro rimedio, secondo lui. Benigna però non ne voleva sapere. E scappava dalla finestra a ogni piccolo rumore, e Zitu si buttava per terra su la terrazza per non essere scoperto da Don Franco o da donna Sara, o da qualche vicina ciarliera.

— Ora è tranquilla, — diceva donna Sara al marito. — Lasciatela in pace, date tempo al tempo. Sant'Agrippina farà il miracolo...

— Si, come quello del santissimo Cristo alla Colonna! — ringhiava don Franco.

— Non dite eresie! — lo rimbrottava la moglie. — Il confessore mi ha consigliato: —

Fate le Verginelle a Santa Agrippina. — Faremo le Verginelle, col pellegrinaggio alla Làmia. Il confessore verrà a dire la messa laggiù...

— Per guadagnarsi cinque lire!

***

Malgrado l'opposizione del marito, donna Sara aveva già fatto l'invito delle Verginelle, cioè di tutte le ragazze del vicinato, una trentina.

Sarebbero andate in processione al santuario della Làmia, nelle grotte d'onde Santa Agrippina avea scacciato i diavoli al suo arrivo da Roma in Mineo; se ne vedevano ancora i segni nelle grotte annerite dal fumo infernale.

La santa miracolosa, che aveva scacciato i diavoli di là, avrebbe scacciato così dalla testa della ragazza la cattiva tentazione di quella passionaccia che manteneva l'inferno in casa loro.

— Figliuola mia, proviamo. Se poi c'è la volontà di Dio!...

E tutta la settimana era passata in preparativi; non si parlava d'altro nel vicinato.

Donna Sara aveva impastato le lasagne che Benigna tagliava nella madia; e ora spennava il gallo e le tre galline da fare in stufato; il pane, lo avrebbero infornato la sera avanti per averlo fresco fresco.

— Sant'Agrippina, vedrete, farà il miracolo, — ripeteva donna Sara.

— Sì, come quello del santissimo Cristo alla Colonna!

Don Franco teneva rancore al santissimo Cristo alla Colonna, quantunque egli fosse buon cristiano.

E il mercoledì appresso, il pellegrinaggio s'avviò. Le Verginelle, vestite a festa, si erano radunate in casa di donna Sara. Ce n'era voluto per indurre Benigna ad andare anche lei; infatti quella mattina ella s'aggirava attorno per la casa, con gli occhi rossi dal pianto, squallida per la nottata passata senza dormire, a discorrere con Zitu dalla finestra di cucina...

Zitu le aveva fatto fare un giuramento: Laggiù, alla Làmia, mentre le verginelle stavano a cantare il rosario nella grotta grande, ella doveva andare a raggiungerlo nella grotticina in fondo al santuario; voleva parlarle a quattr'occhi. Nessuno se ne sarebbe accorto; ci si vedeva così poco in quelle grotte affumicate! Egli era amico dell'eremita che custodiva il santuario; sarebbe andato là la sera avanti:

— Giura che verrai!...

— Giuro, se posso senza dare sospetto!

— Se vorrai, potrai! Giura un'altra volta!

E la poverina aveva giurato. Per questo aveva gli occhi rossi, per questo tremava.

Per la via c'era folla; tutte le comari alle finestre o su gli usci. E quando il sagrestano venne a dar l'avviso che il prete era già partito avanti perchè andava a cavallo, la processione delle verginelle s'istradò recitando il rosario, e fu presto in piena campagna.

La giornata era splendida; la campagna, bionda di seminati; i contadini che andavano al lavoro si fermavano, si tiravano da parte nei punti dove la strada era larga, per lasciar passare le Verginelle che, finito il rosario, procedevano a gruppi, ridendo, ciarlando, cantando anche delle canzoni di amore.

Una delle ragazze presa a braccetto Benigna, le confidava le sue pene. Era innamorata anche lei, e i parenti la osteggiavano:

— I parenti fanno sempre così! Ma io, se essi tengono ancora duro...

E con la mano accennava che avrebbe preso la fuga col suo innamorato.

— No, queste cose non si fanno! — esclamò Benigna.

— Mia zia ha fatto così, — rispose la ragazza. — Ed ora sono tutti in pace in famiglia.

La strada era diventata viottolo scosceso; già si vedevano le roccie rossastre e la vallata; il santuario si trovava là in fondo. E come più si avvicinava, Benigna si sentiva piegare le gambe sotto, tremava tutta. No, non avrebbe saputo sfuggire alle compagne e alla sorveglianza della mamma; non sarebbe riuscita a trovare la grotticina indicata quantunque avesse giurato. Oh Dio! Perchè aveva giurato?

***

Il prete era a piè della gradinata scavata nel vivo masso, col sagrestano e l'eremita. La cavalcatura del prete, legata a un albero, mangiava tranquillamente l'erba fresca.

Che pace, che tranquillità nella valle! Le tàccole e i falchetti volavano, gracidavano, squittivano su per la roccia; tra i pioppi che fiancheggiavano il ruscello, un usignolo gorgheggiava. Le grotte echeggiavano sordamente di canti, di risate.

Le verginelle si disposero in fila, intonarono il rosario e cominciarono a salire la scala strettissima, chinandosi per entrare nel santuario da quella porta o piuttosto buca.

Nella seconda grotta, vastissima e nera, le quattro candele accese sull'altare pareva addensassero l'oscurità attorno. Il prete indossava i paramenti sacri aiutato dal sagrestano. L'eremita andava disponendo le verginelle a sei a sei, in tante file davanti l'altare, scartando questa o quella, indicando il posto a donna Sara, prendendo per mano Benigna e collocandola in coda a tutte. Benigna si sentì morire quando l'eremita, sfiorandole il viso con la lunga e ispida barba, le susurrò in orecchio:

— È là; vi darò io il segnale.

E le s'inginocchiò a lato, rispondendo ad alta voce al rosario, intanto che il prete diceva l'introibo.

Poco dopo infatti egli la prese per mano, la sollevò, la spinse indietro. Benigna vide, in fondo in fondo, un po' di luce e un fantasma che le veniva innanzi. Sudava freddo, non respirava; e tra le voci del rosario, udiva soltanto quella dell'eremita che rispondeva più forte di tutte:

— Santa Maria, madre di Dio!

Dopo la messa, su lo spianato, mentre le verginelle, fatta la refezione, ballavano al suono del cembalo che una di loro aveva portato, donna Sara si era accostata alla figlia.

Benigna pareva stralunata, aveva le lagrime agli occhi, e non badava al prete che, raccontando il miracolo della scacciata dei diavoli operato colà dalla Santa, additava le buche della roccia donde i diavoli erano scappati alla vista della croce.

— Che hai?

— Niente.

— Il miracolo è fatto! — disse l'eremita, sorridendo e lisciandosi la barba.

***

Ma donna Sara capì molto tardi che la Santa benedetta non c'era entrata per niente.

E Don Franco, che dovette piegare la testa e cascò malato dal dispiacere, oltre al Santissimo Cristo alla Colonna, tenne broncio anche a Santa Agrippina che lo aveva costretto in quel bel modo a imparentarsi con un birro!

DONNA STRÀULA

Quando non aveva con chi prendersela, donna Mita se la prendeva con suo marito buon'anima, che se n'era andato in Paradiso, lasciando lei e le figliuole in un mare di guai. Non aveva mai fatto niente di bene in questo mondo, e non ne faceva neppure nell'altro, pover'uomo!

— Che gli costerebbe dire a Domeneddio — lo ha tutti i giorni, come suol dirsi, tra piedi: — Signore, rivelatemi tre numeri, tre soli, di quelli che usciranno sabato prossimo al lotto, perchè io vada a indicarli in sogno a mia moglie? Non vedete come stenta con tutti quei debiti e con le liti che le ho lasciato su le braccia? — Uh! non si rammenta neppure nè di me, nè delle tre orfanelle che già spighiscono in casa gialle e magre, e non trovano un cane che le voglia. Forse che lui in Paradiso ha più bisogno di mangiare, di vestirsi, di pensare ai debiti, alle liti, alla moglie, alle figliuole? Pensò in fine di vita, alle sante messe, al rosario: — Mita mia, figliuole mie, pregate per me, io pregherò per voi lassù!

E da tre anni ch'era lassù, non le era venuto in sogno nemmeno una volta, tanto da mostrare che si ricordasse di loro!

Perciò donna Mita, la sera, recitando il rosario con le figliuole, da un pezzo non diceva più un'avemmaria per l'anima del marito. Invece diceva paternostri e avemmarie per l'avvocato, pel procuratore legale e pei giudici, affinchè il Signore schiarisse loro la mente, e difendessero bene i diritti delle orfane e facessero giustizia nelle tre liti che non finivano mai con quell'animaccia storta di don Basilio Cuti.

Ora toccava a lei agire da uomo: sollecitare gli avvocati, dare schiarimenti al Tribunale, alla Corte, buttarsi ai piedi di questo e di quello per una buona raccomandazione, e sventare gli intrighi dell'avversario che ne inventava sempre uno più infernale dell'altro e non dava requie, e voleva ridurle all'elemosina, quasi non fossero state parenti e non si chiamassero Cuti anche loro!

In poco tempo era invecchiata di dieci anni col pensiero fisso di quelle liti. Già aveva tutto il codice a memoria meglio degli avvocati e del procuratore legale, quantunque sapesse appena leggere e scarabocchiare la propria firma. Ah, il Signore chi sa dove aveva il capo nel momento che stava impastando lei e suo marito! Avrebbe dovuto dare i calzoni a lei e la gonna a lui, e allora le cose di famiglia sarebbero andate altrimenti!

Ma non si perdeva d'animo. E quando qualcuno le diceva:

— Fate una transazione; sarà meglio! — lei agitava violentemente le mani e la testa, socchiudendo gli occhi, strizzando le labbra, per significare: — No! No! — Non voleva lasciar spogliare le tre povere orfane. Finchè lei aveva fiato, avrebbe dato filo da torcere a quel brigante di don Basilio. E l'avrebbe spuntata, n'era sicura, sicurissima! E il giorno in cui avrebbe vinto le liti, avrebbe fatto dire una solenne messa cantata al patriarca San Giuseppe, con cento torce nuove all'altare e gran scampanìo e mortaretti e banda musicale, dall'alba alla sera, per far crepare di rabbia don Basilio e tutti coloro che le volevano male.

E poi, nozze, subito subito; perchè le figliuole allora avrebbero una grossa dote, duemila e più onze ognuna, e i mariti piomberebbero da tutte le parti. Quando c'è il miele le mosche accorrono a torme. E così lei farebbe la gran vendetta! La gran vendetta era quella di maritare le figliuole fuori del paese, a Caltagirone a Vizzini, a Militello, in capo al mondo, ma non in quel suo paesaccio di tangheri, che ora non le degnavano d'uno sguardo perchè, se non vincevano le liti, sarebbero rimaste con la sola camicia indosso.

— E le virtù domestiche non contavano niente dunque?

Parlandone con gli altri, donna Mita non rifiniva di esaltare le virtù domestiche di quelle tre ragazze, di quelle angiole, come aggiungeva sempre; ma in famiglia era un'altra cosa. Le sgridava tutta la santa giornata, ogni volta che gli affari non la sballottavano di qua e di là, dall'avvocato, dal notaio, dal sindaco, dall'Agente delle tasse, o a Caltagirone, in Tribunale, o a Catania, in Corte di appello o dagli avvocati o dal procuratore di colà, gente che se la mangiava viva e se ne stava con le mani in mano, secondo lei, nè avrebbe fatto fare un passo alle liti senza il pungiglione di lei.

Quelle tre grulle frattanto pensavano forse un momento ai casi loro? Attendevano la manna del cielo, come gli ebrei.

E se la manna non veniva? E se le liti, Dio ne scampi, si perdevano?

Meno male Rosa, la mezzana, che si era fatta monaca di casa! S'era data a Dio, e del mondo non voleva saperne. Le monache del Monastero Vecchio le davano da cucire, da ricamare, e l'abbadessa le diceva spesso: Se accadrà una disgrazia, ti prenderò con me!

Ma quelle altre due? Rita, la maggiore, per esempio, o non s'era messa in testa di sposare un massaio? Una Cuti, una figlia di don Paolo Cuti, che, se era stato uno sciocco e si era fatto mettere in mezzo da quell'arpia di don Basilio, era stato però un galantuomo, agrimensore e anche consigliere comunale! Sì, sì; quel massaio era ricco: fondi, muli, carrette, e ogni ben di Dio. Che è per questo? E quando avrebbero vinto le liti, le due mila e più onze della dote avrebbe dovuto godersele quel villanaccio? Giacchè costui non la sposava pei begli occhi di lei, ma in vista della dote futura. E colei osava dire: Intanto muoio di fame!

Non moriva di fame anche lei, ch'era stata avvezzata a vivere da signora in casa sua? Non si rassegnava anche lei a portare addosso quegli stracci stinti, lei che aveva avuto vesti di lana e di seta, e le dita piene di anelli, e le mani sempre pulite, giacchè in casa sua ci erano due serve, e un servitore?

— E perchè poi un massaio? Non esistevano altri uomini al mondo?

— Debbo andar a cercarli io? — rispondeva Rita, con le labbra spumanti tossico.

— Se tu sapessi fare!

— Ora farò la civetta, starò alla finestra tutto il giorno, a uccellare!

E donna Mita, travolta dallo sdegno contro il massaio che insidiava la futura dote della figliuola, si lasciava scappare di bocca:

— Le civette, prima o poi, se lo beccano sempre un tocco di marito.

Rosa era bruttina, aveva già trentadue anni; donna Mita, in cor suo, la compativa. Ma quell'altra sciocchina di Quarinta, chè non voleva dar retta al figlio del notaio Carcò? Povero ragazzo, stava per ore e ore alla finestra di cucina, suonando il flauto; e lei, non c'era caso che si affacciasse o che gli dèsse un'occhiata se si trovava al balcone; come se quell'Oh Dio, morir sì giovane! che il flauto piangeva dieci volte il giorno non fosse stato diretto a lei! Quello là, almeno, era figlio di notaio. E la grulla non voleva saperne! Chi mai si figurava che dovesse sposarla? Un barone? Un principe?... Vittorio Emanuele?

E per tenere in fresco quel povero giovane, che doveva essere proprio cotto di Quarinta se non si era scoraggiato dopo tanto tempo, donna Mita correva lei al balcone appena sentiva le prime note dell'eterno Oh Dio, morir sì giovane! e sorrideva al ragazzo e gli diceva:

— Suoni come un serafino, figliuolo mio! Quarinta, certe volte, ha le lagrime agli occhi!

Il ragazzo arrossiva, ringraziava e tornava a soffiare nel flauto, allungando le labbra, gonfiando le gote, col capo chinato da una parte, contento di sapere che la figlia di donna Mita si commovesse tanto al suono del flauto di lui, a quel pezzo della Traviata. E non cambiava pezzo mai.

Era un sacrificio per donna Mita far quasi all'amore per conto della figliuola; ma il destino voleva così, e bisognava adattarsi alle circostanze.

Ella si adattava a fare ben altro, quando venivano al pettine certi nodi per tirare innanzi le liti.

Una volta le posate d'argento, un'altra gli orecchini e gli anelli, poi gl'istrumenti da agrimensore del marito, poi la lana delle materassa, sostituita con crine vegetale o con paglia; tutto era andato via di casa, in mano degli usurai.

Chi sa se la bella argenteria vecchia ella l'avrebbe riveduta mai più?

E gli orecchini e gli anelli, chi sa se sarebbero tornati a splendere agli orecchi e alle dita di lei e delle figliuole?

Ora le toccava qualche volta andare da un'amica, da un conoscente, e raccontare tutti i suoi guai per intenerire quei cuori, senza far le viste di chiedere in elemosina vestiti smessi, legna o carbone, un fiasco di aceto od una bottiglia d'olio, da rendere, s'intendeva, appena vinte le liti; per le quali mandava accidenti all'animaccia storta di don Basilio che la costringeva ad essere importuna.

E quando le liti gliene lasciavano il tempo, faceva visite, assisteva malati e partorienti, correndo dal medico, dalla levatrice, dando una mano alla serva in cucina, rassettando, ripulendo, facendo insomma in casa altrui quel che era inutile facesse in casa propria, dove non c'era più quasi nulla da ripulire e rassettare; manovrando finamente perchè all'ora del pranzo la invitassero a restare, o perchè dopo pranzo potesse portar via qualche cosa per le figliuole, che mangiavano soltanto qualche uovo delle galline di casa e un po' di verdura condita con due goccie d'olio.

Appena la serva dava mano ad apparecchiare la tavola, e dalla sala da pranzo si udiva l'acciottolìo dei piatti e il rimescolìo delle posate, donna Mita si alzava da sedere, fingeva di cercare attorno, su per le seggiole, o sul letto — dove l'aveva mai riposto? — il suo scialle nero ritinto con la frangia a sbrendoli.

— Come? Andate via? Fate penitenza con noi.

— No, no! Sarà troppo incomodo. E poi le figlie m'aspettano per mettere giù la minestra nel brodo.

— Manderemo ad avvisarle.

Faceva un gesto di rassegnazione; non aggiungeva una sola sillaba, per timore che non la prendessero in parola.

— Allora darò una mano in cucina.

E la serva la vedeva apparire davanti ai fornelli, quasi la padrona fosse stata lei.

— Da' qua! Hai messo il sale?

E assaggiava il brodo.

— Da' qua!

E tagliava una fettina di carne, per vedere se l'arrosto era a punto.

E a tavola si vantava della bontà del brodo e dell'arrosto.

Aveva dovuto mettere il sale lei, e lei far cuocere bene l'arrosto.

— Non ne fanno una diritta queste serve! E dopo pranzato, scappava.

— Vado dal sindaco. Debbo andare dall'avvocato!

Oppure:

— Parto per Caltagirone, per Catania.

Faceva questi viaggi come se niente fosse stato. Andava ad appostarsi fuori le mura, lungo lo stradone, con un fagottino sotto braccio, e al primo carrettiere che passava di là, domandava:

— Dove vai?

— A Caltagirone.

— Portami; ti dò mezza lira, una lira.

Viaggiava così al sole, al vento e alla pioggia, come merce, sbalordendo il carrettiere col racconto delle peripezie delle liti.

— Potrei avere carrozze e cavalli, e intanto debbo andare in carretta!

A Caltagirone, a Catania, gli avvocati e i procuratori avevano quasi terrore di lei; non se la potevano levare d'addosso.

— Dunque, a che stato siamo? E le citazioni? E le comparse?

Voleva sapere tutto, discuteva tutto; dava suggerimenti, consigli, citava articoli del codice, con una parlantina che dava il capogiro, gesticolando, alzandosi dalla seggiola, rimettendosi a sedere, scompigliando le carte ch'ella riconosceva a occhio:

— La prima sentenza? È questa. Questa la citazione di appello.

E le tirava fuori dal voluminoso incartamento, senza sbagliare mai, mettendole sotto il naso del procuratore o dell'avvocato perchè riscontrassero un particolare, un punto interessante da non perdere di vista.

E così, col sole, con la pioggia e col vento, viaggiando come merce su questa o quella carretta, tornava a casa, intronando gli orecchi alle figlie di tutti i discorsi fatti col procuratore e con l'avvocato, ricominciando da capo con le vicine, dal terrazzino che dava su la via maestra, perchè andassero a riferire ogni cosa a quell'animaccia storta che teneva là le spie.

Le liti, a sentir lei, erano belle e vinte; ella aveva le sentenze in tasca. E se qualcuno le rispondeva: — Don Basilio dice che, all'ultimo, c'è la Cassazione — donna Mita diventava smorta smorta dalla collera:

— Perchè ha quattrini, lo stortaccio? Ma io litigo senza dolori di capo, e lui deve metter fuori più pezzi di dodici tarì, che non abbia capelli in testa.

Intendeva dire che lei aveva ottenuto il gratuito patrocinio e che non le importava niente di andare fino in Cassazione.

Quel gratuito patrocinio era stato un affaraccio. Il sindaco la menava per le lunghe; non voleva farle la fede di povertà. Povero sindaco! Don Basilio lo spauriva con la minaccia di abbandonarlo nelle prossime elezioni municipali; donna Mita lo minacciava di ricorrere al Sotto-prefetto, al Prefetto, al Ministro, a Vittorio Emanuele in persona. E temporeggiava: domani, domani l'altro. Ora mancava il segretario, ora la Giunta non s'era potuta riunire. E i giorni, le settimane, i mesi passavano, tra le imprecazioni di donna Mita che andava a sbraitare al Municipio, e i brontolii di don Basilio che andava a fargli ressa di tener duro, a casa, ad ora tarda, per non essere veduto.

Ma un giorno, donna Mita s'era buttata su la prima carretta che andava a Caltagirone, per ricorrere dal Sotto-prefetto. Per via le era capitata addosso una pioggia torrenziale che l'aveva inzuppata fino alle ossa. Il Sotto-prefetto, spaventato dalla vista di quella figura di strega che spandeva acqua dalle vesti e allagava il tappeto della stanza, e che strillava e imprecava contro il sindaco, rispose che avrebbe scritto a quel funzionario una lettera un po' aspra. Donna Mita avrebbe voluto portarla lei, e già aveva cavato fuori il fazzoletto da involtarla per mettersela in seno, e già si sganciava il corpetto sotto gli occhi del regio funzionario che la guardava stupito.

Ed era ripartita con la pioggia, senza curarsi di prendere un malanno. Infatti fu ad un pelo di andarsene all'altro mondo; ma, mezza morta, a chi veniva a farle visita, ripeteva:

— Dite a don Basilio che debbo prima seppellire lui e vederlo all'inferno!

E cercava con lo sguardo le figliuole. Non vedeva Rita.

— Dov'è Rita?

— È malata anche lei.

Le risposero così finchè stette a letto. Ma quando si levò e volle vedere la figlia, non fu possibile nasconderle che Rita era in casa del massaio, e che mancava solo il consenso della madre perchè quei due si mettessero in grazia di Dio. Donna Mita allibì. Il suo consenso? Mai e poi mai! Già potevano farne a meno. Se quella disgraziata aveva disonorato la famiglia, lei, moglie di don Paolo Cuti, figlia del dottor Rinaldi, lei non si sarebbe prestata, mai, a legittimare quel disonore!

E s'ingolfò nelle liti, nel codice, nelle procedure, ora che le cause erano già mèsse a ruolo, come dicono i curiali, e bisognava scaldare i ferri e non lasciar dormire gli avvocati, e spalancare tanto d'occhi per sorvegliare le mosse di quel ladro di don Basilio, che il Signore gastigava, quasi per darle ragione: Debbo seppellire prima lui!

Ma no, non voleva rallegrarsi perchè lo sapeva in pericolo di vita. No, lei non desiderava la morte di nessuno.

— Se il Signore lo leva da questo mondo, sia fatta la sua santa volontà! Lo perdoni ed anche se lo porti in paradiso; io non voglio entrarvi per niente.

Le pareva che se si fosse rallegrata della disgrazia del suo avversario, Domineddio avrebbe dovuto punirla. Non desiderare agli altri il male che non vuoi fatto a te stesso. Non si è cristiani battezzati per niente. Se il Signore però voleva levarlo via da questo mondo, poteva lei forse dirgli: Signore, lasciatelo stare qui? Doveva lei dar consigli a Chi sa benissimo quel che fa e che è il padrone della vita e della morte?

Questi buoni sentimenti intanto non le impedirono di sentirsi un po' seccata e di mordersi leggermente le labbra il giorno che si vide davanti, in Tribunale e poi in Corte di Appello, don Basilio grasso e roseo, quasi non fosse mai stato malato, che portava sottobraccio un fascio di carte, accompagnato da tre avvocati, tanto doveva essere convinto anche lui che uno solo non sarebbe bastato a dare apparenza di ragione alle sue storte pretese!

— E la sentenza? — ella domandò all'avvocato, dopo la discussione.

— Fra otto, dieci giorni. Potete andarvene. Vi spedirò un telegramma.

Il telegramma invece arrivò quella stessa sera dal paese:

«Quarinta sta molto male, con una polmonite! Venite subito».

— Ah! queste benedette figlie! — esclamò donna Mita, torcendosi le mani, quasi la povera Quarinta si fosse ammalata a posta per farle un dispetto in quel punto.

Fu un gran colpo! Le parve che la casa si fosse vuotata, che con Quarinta le fosse venuta meno l'aria, la luce, tutto! E non poteva guardare nè sentire Rosa che la esortava a rassegnarsi alla volontà di Dio! In quei primi giorni di dolore si sentiva diventata turca, com'ella diceva: Non c'erano più per lei nè Madonna, nè santi. Aveva pregato, aveva fatto dire tre messe, aveva promesso una collana d'oro alla Madonna degli Ammalati, un paio di orecchini a Santa Agrippina!... Niente! La Madonna era rimasta sorda; Sant'Agrippina più sorda ancora!

Rosa si turava gli orecchi udendola parlare a quel modo e scappava per chiudersi nella sua cameretta.

Ma c'era da occuparsi degli affari: notificare a quello scellerato di don Basilio la sentenza, spogliarlo, come si meritava, di tutto il mal tolto; donna Mita così si rabboniva, riprendeva la sua attività. E parlando con Rosa si dichiarava più rassegnata alla volontà di Dio; doveva però rassegnarvisi anche lei. Rosa non la intendeva a quel modo, e glielo fece capire col silenzio.

Povera donna Mita! Che le importava ora di aver vinto le liti e d'essersi messa in possesso del palazzo Cuti, delle terre, dei giardini di aranci? Per chi aveva lavorato, stentato? Per la scellerata, disonore della famiglia e pel villano di suo marito, poichè quella stupida di Rosa si ostinava a rimanere monaca di casa e non pensava più al mondo?

— Non voleva saperne delle persone di questa terra! Si era sposata con Gesù!

Dove? Quando? Chi era stato il sindaco che li aveva sposati, chi era stato il parroco che li aveva benedetti? Se il Signore si era presa Quarinta — la migliore, la più buona delle figlie! — voleva dire che destinava tutto per lei, Rosa: palazzo, terre, giardini! Era dunque d'accordo con la scellerata, e col villano, per riempire la pancia a loro con tutte le sostanze dei Cuti? Era dunque d'accordo?

Rosa, che aveva preso il nome di suor Veronica, non rispondeva niente; e usciva di casa per la messa o pel vespro, e andava a raccomandarla al Signore, o a raccontare tutto al confessore e a pregarlo di parlare lui con la madre perchè la lasciasse tranquilla.

Donna Mita lo interruppe prima che finisse di spiegarle il motivo della sua visita:

— Di che vi mescolate, signor canonico? Vorreste forse papparvi voi le duemila onze? Già, finchè campo, l'usufrutto è mio; e non sono disposta a morir presto. E poi bisogna levar via la mia dote e quel che mi spetta per successione, articolo 753... E disporrò della roba mia come mi pare e piace; la darò ai poveri, al diavolo anche, ma non alla scellerata!

Urlava, gesticolava come un'ossessa, sciatta e mal vestita, quasi se non avesse vinto le liti. Il povero canonico era andato via balbettando scuse.

Scena peggiore accadde la mattina che il notaio Crisanti, notaio di famiglia, venne a farle l'imbasciata che Rita e suo marito volevano venire a baciarle la mano e chiederle perdono del mal fatto:

— Ormai, cara donna Mita!

— Oramai un corno!

— Anche perchè voi avete bisogno di un braccio pratico delle cose di campagna!

No, non aveva bisogno di nessuno! Dopo aver fatto dieci anni la litigante, ora si metteva a fare la massaia meglio dell'assassino che le aveva rubato la figlia! Non gli dava altro nome a massaio Cudduzzu.

Infatti, ella andava in campagna a sorvegliare i contadini, nel tempo delle messi, con un cappellaccio di paglia, tra i seminati, dietro i mietitori; durante la trebbia, per l'aia notte e giorno, come un campaio, perchè quei ladri dei contadini non le rubassero il grano; in novembre, sotto gli ulivi, tra le donne che raccoglievano le ulive bacchiate, risparmiando una coglitrice, facendo per due; o nel frantoio, quando cavavano l'olio. Oggi qua, domani là, a cavallo della mula morella, piombando addosso ai contadini quando meno se l'aspettavano, facendo miglia e miglia sotto la sferza del sole, per valli e pianure, come una tregghia che va scavizzolando tirata dai buoi; e per ciò i contadini le avevano appiccicato il nomignolo di donna Stràula, che significava la stessa cosa e le stava a cappello.

Ma una sera, tornando dal giardino di aranci, dove aveva intascato cinquecento lire dagli aranciai messinesi venuti a incassare la produzione, aveva trovato in casa Rita e Cudduzzu che le si buttarono ai piedi.

Si sentì vinta, tutt'a un tratto. Era la volontà di Dio! Brontolò, però, ripetè cento volte che la padrona assoluta era lei, e citò solennemente l'articolo 753 del codice civile.

Una settimana dopo, massaio Cudduzzu cavalcava allato di lei, per accompagnarla in campagna come un garzone, rispondendo sempre dimessamente: Eccellenza, sì; Eccellenza, no! Era il meno che potesse fare, dopo di essersi imparentato per violenza, per tranello, con la nobilissima famiglia Cuti.

Donna Mita, lo trattava d'alto in basso, per fargli intendere che non era diventato con questo un galantuomo, e che c'era una bella distanza fra lei e lui, quantunque suo genero. Gli teneva broncio specialmente perchè, dopo tre anni, non era riuscito ad avere un figliuolo. Non sarebbe stato un Cuti — ahimè, pur troppo, no! — ma un po' del sangue dei Cuti, insomma, la avrebbe avuto nelle vene, giacchè il Signore aveva voluto così!

— Che fate dunque, se non fate un figliuolo? — gli diceva spesso.

E massaio Cudduzzu una volta le rispose:

— Ah, voscenza, se sapesse con che buona volontà...!

Donna Mita gli avea rotto la frase tra le labbra:

— Non dite porcherie, villano che siete!

E siccome un giorno, lagnandosi con suor Veronica di quel figliuolo di Cudduzzu che non veniva al mondo, e tornando ad assalirla perchè si decidesse finalmente a prender marito lei, che era ancora in tempo, suor Veronica le aveva detto: — Gesù Cristo vuole così; sia fatta la sua santa volontà! — Donna Mita perdette la pazienza:

— Gesù Cristo! Gesù Cristo! Qualche volta nemmeno lui sa quel che fa!... M'è scappata!

Zi' Gamella

Dopo il quarantotto, s'era lasciato crescere la barba come protesta contro i Borboni. A lui la polizia non dava noia perchè lo sapeva innocuo, quantunque fosse andato ad arruolarsi nel battaglione dei Corsi e avesse combattuto contro gli svizzeri nell'assalto di Catania. Soltanto una volta quel capo birro di don Giovanni lo aveva afferrato pel mento e tra minaccioso e irrisorio, gli aveva detto:

— Questi peli, compare Croce, questi peli!...

— Se avessi due grani mi farei radere, — aveva egli risposto tranquillamente, soggiungendo in cuor suo: — Ti raderò io birraccio, quando faremo l'altra rivoluzione; voglio succhiarmi il tuo sangue!

Pensava giorno e notte a quest'altra rivoluzione, ma non ne parlava mai con nessuno. E la rivoluzione, per lui, consisteva tutta nell'abolizione del macinato e del colèra. Che il colèra fosse buttato dai birri, per ordine di Ferdinando II, egli lo credeva più del vangelo; e gli pareva una grande scelleratezza avvelenare tanti cristiani battezzati per diradare la popolazione e così impedire le rivolte! Perchè, Sua Maestà non aboliva il macinato?

Invece ora aveva scatenato addosso alla povera gente quei mastini dei pesatori, affinchè non sfugisse al dazio neppure un pugno di grano!

Si doveva dunque crepar di fame? O aspettare di essere mietuti dal colèra?

Per ciò in un momento di entusiasmo, nel quarantotto, s'era lasciato trascinare ad arruolarsi, il giorno della partenza di una decina di giovanotti con a capo don Pietro il capitano, venuto a posta per far reclute.

Vistili scendere dal poggio, cantando a squarciagola, gridando: — Viva Pio IX! Viva la costituzione! — si era avvicinato al viottolo per curiosità, interrompendo il solco nel terreno che arava dall'alba per conto del padrone, e seguito dal pecoro addestrato ad andargli dietro come un cagnolino.

— Vieni anche tu, — gli gridò il capitano — se poi non vuoi morire di colèra!

E lo zi' Croce, che allora aveva trent'anni, non se lo fece dire due volte.

— Aspettate; torno subito, — rispose.

E corse alla casetta lassù, dove sua moglie preparava una buona minestra di fave sul focolare posticcio, davanti la porta.

— Ti raccomando il pecoro!

— Perchè?

— Vado soldato.

La poveretta si mise a strillare e a piangere, e gli corse dietro per la china, insieme col pecoro che le ruzzava tra le gambe e le impediva i passi. E lo seguì fino a Catania, strappandosi i capelli, credendolo ammattito tutt'a un tratto, scongiurando il capitano di non portarle via il marito per condurlo al macello.

— E noi, al macello non andiamo pure noi?

Ma degli altri non le importava; e bisognò proprio farle violenza, davanti la caserma, e strapparla d'addosso allo zi' Croce, che ormai, data la sua parola, non voleva recedere.

— Ti raccomando il pecoro!

Non aveva aggiunto altro, quando era ricomparso nel portone della caserma infagottato nei pantaloni militari e nel cappotto, col cinturino di cuoio, con la daga al fianco e il chepì troppo largo che gli scendeva su gli occhi.

La vita di soldato, nel battaglione detto dei Corsi, non gli era parsa cattiva. Per lui abituato ai lavori campestri, quelle poche ore d'esercizi riuscivano un divertimento, non una fatica; e il rancio aveva miglior gusto delle fave e dell'erbe selvatiche, lessate e condite con un po' di sale e d'olio, ch'egli mangiava a casa sua. Non bazzicando per le taverne, come quasi tutti i compagni, non fumando, non correndo dietro a le donnacce, e facendo il suo dovere di sentinella quando gli toccava, la paga settimanale egli poteva metterla intera da parte.

Durante le lunghe ore d'ozio, si sdraiava al sole nel cortile della caserma e fantasticava della moglie, poverina, a cui i pochi tarì, ch'egli le mandava di tanto in tanto, dovevano arrivare come un refrigerio alle anime sante del purgatorio; e fantasticava del pecoro, che doveva correre di qua e di là per la campagna, chiamandolo invano coi belati, povero pecoro!

E ogni volta che ricorreva dal caporale perchè gli scrivesse una lettera per la moglie, il caporale lo canzonava:

— Debbo mettere: Ti raccomando il pecoro?

— Eccellenza, sì.

Gli dava dell'eccellenza, com'egli usava con le persone da più di lui, quantunque il capitano lo avesse sgridato:

— Stupido, l'eccellenza è abolito! Si dice: Sì, caporale.

Sarebbe stato felice senza quella forca d'Ingo, il leprino, suo compaesano, che gli stava sempre attorno:

— Prestatemi quattro grani, zi' Croce; prestatemi un carlino, un tarì!

Diceva: prestatemi, ma non rendeva mai.

— E della vostra paga che ne fate? — rispondeva lo zi' Croce.

— Non mi basta neppure per la pipa! Intanto voi ci avete la tacca.

Che valeva che lo zi' Croce ci avesse la tacca, dove segnava di mano in mano i tarì, poichè non sapeva scrivere, se il leprino si fumava e si beveva la paga sua e quella di lui? Ma per non sentirlo bestemmiare peggio d'un turco, spesso egli veniva a patti:

— Vi do cinque grani; non ho altro.

— Gli altri cinque me li darete domani, per fare il carlino.

Quasi glieli dovesse! Ed era inutile nasconderli in seno, avvolti in uno straccio di pezzuola. Se lo zi' Croce teneva un po' duro, giurando anche che non aveva neppure un grano, quel leprinaccio lo frugava tutto, bestemmiando Dio, la Madonna, i Santi del Paradiso:

— Tanto, se gli svizzeri ci ammazzano, se li prenderanno loro, zi' Pecoro!

Soleva chiamarlo così.

In caserma già si parlava degli svizzeri del Borbone che stavano per sbarcare a Messina. Le cose si mettevano male: ordini e contr'ordini, marce di notte su per la Montagna, allarmi.

Lo zi' Croce si raccomandava a Dio e a Santa Agrippina, patrona del suo paese; e ripuliva il fucile e contava le cartucce che gli avevano consegnato.

— Ora si balla, zi' Pecoro! Messina è presa! — gli disse Ingo una mattina — E per strappargli più facilmente qualche tarì, aggiunse: — Nella mischia, tenetevi sempre accanto a me, caso mai!

E si ballò davvero, da lì a qualche giorno, prima tra i boschi dell'Etna, poi al Tondo del Gioieni, con quei diavoli scatenati degli svizzeri che bruciavano le case come niente fosse, rompendo contro i muri certe bottiglie piene di un liquido che prendeva subito fuoco. Il povero zi' Croce aveva sparato una diecina di colpi, appostato a una cantonata delle prime case di Catania, lassù. E tra una fucilata e l'altra, si era raccomandata l'anima, atterrito degli svizzeri che non avevano paura di morire perchè — gli avevano detto così — erano sicuri di rinascere subito al loro paese, e non credevano nè in Dio nè nella Madonna.

— Zi' Pecoro, fuoco! — gli urlava il leprino, che tirava come un demonio.

— Sant'Agrippina!

E lo zi' Pecoro sparava senza saper dove, tra il fumo, abbassando la testa a ogni fischio di palla.

Ed ecco, dai fianchi, cannonate, fucilate! E uno sbandarsi improvviso: gente che scappa quasi impazzita, urli, bestemmie, uomini che cadono come mosche, e il leprino, sanguinante, che grida:

— Zi' Croce, fratello mio, non mi abbandonate!

Essere scampati vivi da quell'inferno gli era parso un miracolo.