SPIRITISMO?
LUIGI CAPUANA
SPIRITISMO?
There are more things in heaven and earth, Horatio,
Than are dreamt of in your philosophy.
Shakespeare, Hamlet, I. 5.
CATANIA
Niccolò Giannotta, Editore
Via Lincoln, 271-273.
—
1884.
Diritto di riproduzione o traduzione riservato.
SPIRITISMO?
A SALVATORE FARINA.
Abbiamo tante e tante volte ragionato insieme di Spiritismo, tu da credente, con molte riserbe e cautele, attirato più dal misticismo della dottrina spiritica che dal meraviglioso delle communicazioni o delle apparizioni, io da curioso, da dilettante che ha tentato e provato e non ha perduto la voglia di ritentare e riprovare; ne abbiamo ragionato insieme tante volte, che ora ti dovrà parere naturalissimo il vederti indirizzata in pubblico una lettera colla quale si vuol sottoporre al giudizio delle persone competenti alcuni fatti e alcune ipotesi meritevoli, mi pare, di considerazione e spiegazione.
Non è poi male che il pubblico sappia come si possa essere di differentissime opinioni letterarie e combattere in due campi opposti, senza che per tal caso venga meno e la vicendevole stima per le opere dell'ingegno e il mutuo affetto per le persone. È un bel pezzo che noi ci vogliamo bene; ed oggi son lieto di confermartelo in faccia a questo magnifico sole che inonda, mentre scrivo, le mitologiche campagne di Mineo.
Voltando un po' la testa veggo stesa laggiù la vasta pianura e, intorno intorno, le colline che Diodoro disse luoghi degni della maestà degli Dei; e veggo riluccicare come uno specchio il piccolo lago dei Palici, figli di Giove e di Talia, dove fu un tempo la placabilis ara cantata da Virgilio, da Ovidio, da Claudiano. La campagna comincia a rivestirsi del verde-smeraldo dei seminati; i mandorli fioriti spandono ad ogni leggiero soffio di vento una nevicata di petali dai rami nudi di foglie; e, al tepore primaverile diffuso per l'aria fulgidissima, i passeri celebrano sul tetto di casa mia i loro primi amori, assordandomi coll'interminabile cinguettìo.
Quando la natura è così bella e così allegra, si prova un gran bisogno di dar qualche sfogo agli affetti gentili, ai sentimenti elevati; e questa volta io voglio soddisfarlo col rivolgermi a Te nell'imprendere a ragionare di un problema psicologico letterario che mi frulla in testa da più di un anno.
Nel giugno del 1882 scrissi sul Fanfulla della domenica le seguenti righe:
«La Revue politique et littéraire ha un articolo del signor Léo Quesnel intorno alcune pubblicazioni spiritiche inglesi dell'anno presente.
Mentre in Francia si crede che lo spiritismo sia morto e sepolto, in Inghilterra, in America ed anche in Germania vien fatta una quantità così straordinaria di pubblicazioni, in volumi, in opuscoli e in opere periodiche riguardanti lo spiritismo, da provare anco ai meno corrivi che dev'esserci un estesissimo numero di compratori e di lettori, se c'è non solamente chi le scrive, ma chi trova il suo tornaconto nel farsene editore.
«Lo scritto del Quesnel è concepito dal punto di vista francese, cioè scettico. C'è tre sorta di spiritisti, egli dice: i ciarlatani, gli ammalati, gli sciocchi. Gli ammalati possono suddividersi in molte classi che interessano ugualmente il medico e il pensatore. In questo caso, dove termina la ragione e comincia la pazzia? Dove termina lo spiritualismo e comincia lo spiritismo? C'è fra quei due stati della intelligenza umana, c'è fra queste due dottrine un vero limite di divisione?
«La signora Giorgiana Houghton, della quale il Quesnel esamina tre opere — Serate spiritiche, prima e seconda serie, Cronache della fotografia spiritica — è un'ammalata. Gracile, sensibilissima, di una fede esaltata, di una pietà estrema, essa era disposta, per temperamento, alle allucinazioni dello spiritismo. Infatti, appena iniziata, diventò un medium dei più valenti. La sua specialità fu il dipingere frutta e fiori sotto l'impulso delle anime dei morti. Quelle frutta e quei fiori simboleggiavano queste. Un entusiasta la chiamò un giorno: la sacra simbolista; e da allora in poi tutti gli adepti non la chiamarono altrimenti.
«La signora Houghton non si arrestò qui. La dualità di coscienza, prima, l'elevazione materiale poi sono tra i fenomeni più rari ch'essa abbia provati. La ingenuità del suo racconto è meravigliosa: «Io non dimenticherò mai la dolorosa sensazione morale da me provata un giorno, una sensazione molto simile a quella prodotta dalla vista d'un dolore che non possiamo alleviare. Dopo seppi che in quella stessa ora la regina aveva visitato il luogo dove nacque il principe Alberto, e che era stato il principe che avea sofferto in me.» — «A cotesta epoca io potevo fare lunghissime corse senza che i miei piedi toccassero terra. Avevo l'aria di camminare come tutti gli altri, ma restava sempre qualche distanza tra il terreno e la suola delle mie scarpe. Qualche volta questo mi accadeva senza che io lo avessi chiesto: qualche altra, lo chiedevo e mi veniva sempre accordato».
«Tutto questo può classarsi tra i fenomeni ordinari del sistema nervoso ammalato.
«Le Confessioni di un medium ci trasportano fra i ciarlatani spiritici. L'autore di queste rivelazioni che non mette il suo nome sul frontispizio del libro, dice di chiamarsi Parker. Spiritista convinto ed entusiasta, un giorno vien cercato dal celebre medium americano Thomson che nel 1879 percorreva l'Inghilterra. Il Thomson voleva associarselo come conferenziere; egli avrebbe fatto le materializzazioni, come dicono gli spiritisti nel loro linguaggio.
«L'americano ripeteva con grandissima abilità i giuochi di prestigio di altri pretesi mediums, del Goodman, del Morton, dei famosi fratelli Dawenport; e, da principio, il Parker fu ingannato da lui al pari di quel pubblico ch'egli, senza saperlo, contribuiva ad ingannare, aiutando il Thomson in certe piccole malizie quando gli spiriti erano lenti.
«Quello che il Parker racconta della ciurmeria di questo medium è meravigliosamente buffo. Arrivò perfino a dare ad intendere che cavava la maschera dagli Spiriti; e si trovarono dei frenologhi, spiritisti si capisce, che fecero, seriamente, osservazioni scientifiche sulle protuberanze frontali degli spiriti Akosa e Lilly.
«Tutto questo, esclama il Quesnel, accadeva l'anno scorso! E l'anno scorso appunto, in Inghilterra, negli Stati Uniti, nel Belgio si assisteva con raccoglimento alle sedute dove gli spiriti si fotografavano e si modellavano da loro stessi; e si credeva prossimo il tempo in cui lo spirito si materializzerebbe, e la materia non avrebbe più resistenza, e la morte diventerebbe una stessa cosa con la vita!
«Però il signor Quesnel ha dimenticato di accennare un fatto importante, quello cioè che in Inghilterra e in Germania i fenomeni spiritici han trovato scienziati serî, i quali non hanno temuto di compromettere la loro fama, sottomettendo quei fenomeni all'osservazione scientifica positiva, come qualunque altro importante fenomeno naturale. Il Wallace, per esempio, ha già dichiarato: che, fatta la parte della patologia e quella del ciarlatanismo, rimane sempre nello spiritismo una grande quantità di fatti intorno ai quali la scienza non può ancora pronunziare la sua ultima parola.»
Alcuni giorni dopo ricevetti e pubblicai nello stesso giornale una bellissima lettera che richiamava specialmente l'attenzione degli scienziati sopra un genere di fatti non meno notevoli e strani delle tavole giranti e parlanti e delle apparizioni dei morti.
«Firenze, 10 luglio
«Quello che scriveva il Fanfulla della Domenica nel suo numero 26 a proposito delle pubblicazioni spiritiche inglesi, ci rimette in mente le grasse risate di cui tutti noi siamo prodighi ai più strampalati avvisi delle quarte pagine dei giornali. Ne facciamo argomento di commentarî gustosi, e ci maravigliamo che possano esservi così numerosi usufruttuarî della dabbenaggine umana: ma intanto le quarte pagine hanno prosperato e prosperano; a tempo avanzato non sdegniamo di leggerle, e nessuno di noi potrebbe giurare che una volta almeno in vita sua la quarta pagina non gli abbia fatto comodo.
«È di moda ridere dello Spiritismo, come delle quarte pagine. Ridiamone pure; il riso fa buon sangue. Arrivi o no la scienza positiva a rintracciare la causa di fenomeni così oscuri, sta in fatto che una spiegazione plausibile non ci fu data finora. Si esaltino dunque i fanatici nella contemplazione del soprannaturale, e si divertano gli scettici a fabbricare lepide farse sulle supposte manifestazioni. Ma si raccolgano i fatti frattanto, fatti che dieno ragione a questi o a quelli: si studii il problema; si metta a nudo la ciarlataneria tutta quanta; e si vegga finalmente se una parte di vero c'è in questa fantasmagoria di nuovo genere.
«Gli egregi redattori del Fanfulla della Domenica conoscono la persona che scrive queste linee: nessuno di loro può metterne in dubbio la onorabilità e la serietà; e se cotesta persona ricusa di apporre qui la sua firma, come è pronta a farlo in argomenti d'altra natura, egli è perchè la condizione sociale sua gl'impone dei vincoli e dei doveri, e perchè in buon punto essa si ricorda della celebre massima del Manzoni a proposito degli autori: «il buon senso ci era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».
«Gl'illustri scienziati d'Inghilterra e di Germania a cui accennava il Fanfulla della Domenica, hanno studiato il problema dello Spiritismo nella parte che è forse la meno importante, in quella ad ogni modo che più facilmente si presta alle birichinate dei ciurmatori; vogliamo dire la parte dei fenomeni fisici: tavole che si sollevano e scricchiolano, strumenti musicali che suonano, luci misteriose che appaiono a rompere le tenebre d'una sala popolata di adepti. In molti casi la ciarlataneria fu scoperta, in molti altri no. Gli spiritisti dicono che le ciurmerie messe a nudo nulla provano contro la verità della nuova religione, contro la sincerità delle manifestazioni spiritiche per davvero. E gli scettici rispondono che il non scoprire la furfanteria dei mediums prova tutt'al più l'abilità sopraffina di chi esercita il gioco, e la balordaggine dei supposti scienziati. E così in tale vertenza, come in tutte le vertenze di questo mondo, chiusa la discussione, ognuno rimane nell'opinione propria.
«Ma v'è una parte di cotesti fenomeni che la scienza non ha cercato ancora di approfondire; una parte che non dovrebbe sfuggire all'occhio indagatore di chi osserva spassionatamente: ed è quella che gli spiritisti chiamano fenomeni viventi: campo aperto, come quell'altro, alle frodi o grossolane e superficiali, o fini e sapientemente architettate, ma campo pure di studio diligente, di esame accurato, quando non manchi la prova che nessun inganno è possibile.
«Chi detta queste linee può affermare sul suo onore d'uomo onesto che non fu vittima d'alcun inganno, nelle manifestazioni scriventi di cui vuol dare qui un breve cenno. Chi scriveva in sua presenza, sotto l'impulso d'una forza misteriosa, d'un processo patologico o fisiologico, o di un'intelligenza estranea che non si sa per quali cause s'innesta e si confonde all'intelligenza di lui, chi scriveva e chi scrive (chè trattasi sempre d'una stessa persona) è un giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizi del corpo che alle agilità della mente; piuttosto desideroso di divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, che voglioso di scrivere, anche a istigazione dei maestri, componimenti in italiano o in francese, le sole lingue ch'ei sappia e non benissimo; e così poco propenso, così poco entusiasta di Spiritismo, da meravigliarsi ingenuamente delle meraviglie altrui, quando la mano sua inconsapevole scrive frasi, periodi, discorsi che appaiono, a chi è del mestiere, di squisita ed elegante fattura.
«Ed è qui che noi domandiamo: come può spiegare la scienza questo fenomeno che lei chiama fisiologico, quando è addirittura remosso il più piccolo sospetto di malafede? Che cosa succede nella mente d'un ragazzo, di cui l'ingegno non ha dato mai prove che superino l'ordinaria mediocrità, che cosa succede, dicevamo, quale processo misterioso in quella mente si svolge, quali nuove e inaspettate attitudini improvvisamente vi brillano, perchè egli possa, mentre con la mano sinistra accosta e remuove dalle labbra una sigaretta, mentre discorre di cose quasi puerili con chi gli è vicino, mentre sbadiglia di noia per la gran seccatura di dover tenere quel lapis in mano e dover seguitare l'impulso che riceve nel braccio, perchè egli possa, ripetiamo, scrivere terzine e quartine che paiono cesellate, sonetti ricchi di tutta la grazia d'un trecentista quando è un poeta trencentista il supposto spirito che si manifesta? Quale potenza mirabile acquista a un tratto il suo stile di scolaretto svogliato, perchè in un momento la sua prosa, che racconta, puta caso, un sollevamento di plebe ai tempi della repubblica fiorentina, acquisti un nerbo, una vigorìa, un colorito tali, che ricordano la lingua e lo stile d'un Dino Compagni o d'un Villani? E si noti: le più eloquenti e le più straordinarie manifestazioni sono la precisa risposta, in elettissime forme di verso o di prosa, a domande verbali che noi formulavamo; sono tali qualche volta che gli uomini più illustri dell'antica e della moderna letteratura non sdegnerebbero di firmare.
«Ebbene, tutto questo che cosa significa? Come si spiega? Come dobbiamo rendercene conto?
«Supponete di non aver mai perduto di vista un ragazzo, neppure un giorno solo dacchè è nato: supponete d'essere stato coltivatore della sua mente, educatore del suo animo: supponete che una convivenza di tutti i giorni dia a voi la misura esatta di quella intelligenza e di quel carattere; e a più forte ragione dovrete supporre che quel ragazzo, non uscito mai dalla vostra custodia, deve essere nella impossibilità materiale d'imparare di nascosto, senza l'aiuto di persone e di libri, o una lingua morta, o un'arte che ha il suo fondamento sopra un dato tecnicismo.
«Bene: se questo è, noi domandiamo alla scienza che spieghi questi altri fenomeni: lunghe frasi elegantissime scritte in latino: motti greci nell'antichissimo idioma omerico: elaborate frasi politiche in lingua inglese; e sopra un foglio di musica, improvvisamente messo da noi sulla tavola senza prevenirne alcuno, scritte col lapis varie battute d'un preludio religioso, soavissimo d'ispirazione melodica.
«A tutti questi fenomeni abbiamo assistito noi, senza l'apparato di riunioni spiritiche, senza preparazioni teatrali, meravigliati di tanta semplicità ingenua nel così detto medium, e di risultati così straordinari; insistendo sempre col giovanetto ignaro perchè per altri dieci o venti minuti seguitasse l'impulso della sua mano. E quella mano andava; e molte volte nomi illustri succedevano ad altri nomi famosi, e le idee e lo stile variavano secondo l'indole dei personaggi: da una lingua si passava ad un'altra: da una frase di Ferruccio si andava a un saporito epigramma di Béranger in versi francesi, applicabile a taluna delle persone presenti; e da un'arguzia garbata si trasvolava a qualche mistica descrizione degli splendori che illuminano di riflessi siderei la seconda vita. Ridiamone pure: ma la scienza che fa? Perchè non studia? Lasci pure in disparte le tavole che girano, rida anche dell'alfabeto battuto dal piede d'un piccolo trespolo, metta in canzonatura i colpi nelle pareti e nel soffitto e la violazione delle leggi dell'equilibrio; ma studii con calma e con imparzialità il sincero fenomeno di questo improvviso arricchirsi d'una intelligenza, a certi dati momenti, di facoltà straordinarie, che si sa positivamente essere a lei abitualmente estranee.»
Da questa lettera e da uno scritto del Prof. Cesare Lombroso, che per debito d'imparzialità pubblicai nel numero 43 del citato giornale, fui rimesso sulla pesta di esperimenti ed osservazioni di cui ero rimasto colpito parecchi anni addietro.
***
È innegabile: alcuni fatti paiono oltrepassare di gran lunga i limiti dell'umana natura. Le fantasie molto vivaci vedono, con essi, spalancarsi dinanzi gl'infiniti spazî del meraviglioso, e vi si perdono e godono di perdervisi. Le menti fredde e osservatrici, massime se libere da preconcetti, indagano, studiano, tentano di darsi una ragionevole spiegazione.
In questo caso, i non scienziati hanno un vantaggio: non sono dominati dall'interesse di difendere ad ogni costo teoriche in voga, non son vinti dalla paura di vedersi crollare sotto gli occhi edifizi scientifici penosamente costruiti; ed è ben noto come i pregiudizi degli scienziati siano sempre stati più tenaci e più pericolosi dei pregiudizi popolari.
Quando si pensa che, appena un secolo fa, a chi parlava di pietre cadute dal cielo, il Lavoisier rispondeva in nome dell'Accademia francese delle Scienze: nel cielo non vi sono pietre, e perciò non ne possono cadere, e poi leggonsi i recentissimi studi intorno agli aereoliti e agli asteroidi; quando si pensa che, appena un secolo fa, i fenomeni del magnetismo, ipnotismo o sonnambulismo provocato che vogliasi dire, trovarono nella stessa Accademia e in uomini come il Franklin, il Bailly, il Darcet, una sistematica avversione a riconoscerne la realtà, e poi leggonsi i lavori pubblicati da cinque anni a questa parte, in Germania, in Francia, in Italia[1], che studiano quei fenomeni coi più severi metodi moderni, si prova un'invincibile diffidenza contro certi sdegnosi responsi di quella che meritamente vien chiamata la scienza ufficiale.
I fenomeni spiritici trovansi tuttavia, per la gran maggioranza degli scienziati, nello stadio primitivo delle famose pietre cadute dal cielo.
Certamente, con tanti e più immediati problemi di chimica, di fisica, di fisiologia, di storia naturale, di psicologia positiva, che resistono ad ogni insistente indagine e infirmano le deduzioni, imbrogliano le classificazioni e rendono travagliatissimo il lavoro della scienza contemporanea, quest'inatteso problema, diciamo così, del mondo invisibile che già picchia forte all'uscio dei laboratorii, gridando: son qui anch'io! riesce, bisogna convenirne, un pochino seccante.
Meno male però se gli scienziati si contentassero soltanto di lasciarlo dietro l'uscio, come un importuno! Invece, essi aprono la finestra, gli buttano in viso la loro stizzosa e quasi fanciullesca negazione e richiudono, sbatacchiando, l'imposta; come se questo bastasse a levarselo per sempre d'intorno.
Oh, i fatti sono cocciuti!
Ti ricordi le savie parole dell'Husson a proposito del magnetismo animale? Je vous dis, egli protestava, nel 1837, dinanzi ai suoi colleghi dell'Accademia di Medicina, je vous dis que vous ne pouvez pas plus vous constituer juges du magnetisme que de toute autre question scientifique, parce que vos jugements sont eux-mêmes justiciables du progrès des sciences, et que votre jugement d'aujourd'hui peut être réformé demain.
Non son passati neppur cinquant'anni, e il progresso della scienza gli ha dato ragione.
Ecco ora il Wallace, il Crookes, il D'Assier che, coi loro scritti intorno ai fenomeni spiritici, protestano come l'Husson, mettono in mora i loro colleghi di scienza, dando pei primi l'esempio di applicare a quei fenomeni le difficili inquisizioni, le dure prove e riprove del metodo positivo. I loro colleghi, veramente, non mostrano ancora di darsene per intesi; ma aspettiamo, per dir molto, un cinquant'anni; chi vivrà vedrà.
Durante questo periodo di bizza o di esitazione degli uomini della scienza, è ben lecito a noi altri osservatori dilettanti l'intervenire nella discussione senza meritar la taccia di presuntuosi.
Lo so: la nostra curiosità è un po' bracona. Noi prestiamo facilmente attenzione quando gli scienziati non si degnano di voltar la testa; noi ci appassioniamo dietro alcuni fatti, osservando con piena buona fede, e non sempre senza le opportune cautele, quando gli scienziati, per una ragione o per un'altra, preferiscono di chiudere gli occhi e di tapparsi gli orecchi. Ma spesso il caso, che è cattivo perchè irragionevole, ci favorisce largamente, facendoci inciampare in fenomeni degni di non passare inosservati; e allora la nostra mezza ignoranza ci permette delle arditezze che lo scienziato evita con cura. Le nostre ipotesi, ordinariamente, hanno poco o punto valore; però non è raro che dal lavorio disordinato della mente d'un dilettante baleni un'intuizione divinatrice da far qualche comodo al vero scienziato quand'egli avrà la pazienza di vagliare quella bizzarra farragine di osservazioni, quando non parrà sconveniente alla sua serietà il prestar benigno orecchio a impressioni alquanto vaghe ma vivaci, a ragionamenti forse sbagliati ma non campati del tutto in aria, perchè oggi anche i dilettanti sentono, volere o non volere, l'influsso del metodo positivo e si sforzano, alla loro maniera e secondo le scarse forze, di metterlo in pratica.
Sei anni fa, in campagna, mi divertivo a far raccolta di bruchi. Quelle meravigliose trasformazioni in crisalidi e in farfalle, tante volte lette nei libri, tentavano la mia curiosità e cercavo di appagarla osservandole direttamente. Capisci bene che non facevo scelta; non era il caso. I bruchi del cavolo, quelli dell'ortica, quelli più rari di altre piante servivano indifferentemente al mio niente scientifico scopo; e le magnifiche Vanesse dalle ali di un nero porporino, orlate di giallo d'oro, gli splendidi Papilii Macaoni gialli e neri, dalle ali cosparse di polvere azzurrognola e prolungate come due piccole code, le gentili Cedronelle sentimentalmente pallidine che agitavano sotto i miei occhi le ali ancora molli dell'umore vitale della loro crisalide, mi producevano sorpresa e diletto quanto le volgari Cavolaie che tutti, nella nostra fanciullezza, abbiamo spietatamente rincorse per le siepi degli orti e pei campi.
Ebbene; sai che cosa mi accadde?
Mi accadde di osservare che, tra dieci, dodici bruchi del cavolo messi insieme sotto una campana di cristallo, uno o due, prima di rinchiudersi nella loro crisalide, figliavano, dal centro inferiore del corpo, poco più d'una dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che subito intessevano, in gruppo, dei bozzoletti gialli, come quelli del baco da seta, di forma ovale allungata, non più grossi dell'ottava parte di un chicco di grano. Mi attendevo una covata di minuscole farfalline; e, invece, dopo un quindici giorni di ansiosa aspettazione, vidi sbucar fuori dei moscerini neri, dal corpo allungato, dalle ali sottilissime, dalle zampine più svelte di quelle di una mosca, che non avevano nessun rapporto coi bruchi da cui erano stati figliati, nè colle bianche farfalle uscite poi dalle crisalidi formate da quei bruchi immediatamente dopo il parto.
I libri di entomologia che avevo con me non facevano nessun cenno di un così strano particolare: ed esso non mi pareva meno meraviglioso delle trasformazioni dei bruchi in crisalidi e in farfalle. Anzi! Sorpreso di quel silenzio, replicai l'esperienza tre volte di seguito. Il resultato fu sempre lo stesso; tra dieci, dodici bruchi, uno o due figliarono la solita dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che si costruivano lì per lì i loro microscopici bozzoletti.
Soltanto due anni fa, in Roma, il prof. Michele Lessona, a cui communicavo il fatto, mi fece capire che probabilmente l'osservazione era nuova, tanto che ne volle la descrizione e i disegni per farne una nota scientifica.
Si tratta di una specialità del bruco del cavolo? Di un vero parto? O di uova depositate da altri insetti tra l'epidermide di quel bruco che quindi serve da incubatrice?
La curiosità del dilettante attende, con rispetto, com'è suo dovere, l'osservazione completa del naturalista.
Ti ho raccontato questo fatto per confessarti che io mi sono occupato, a riprese, di Magnetismo e di Spiritismo allo stesso modo che ho sperimentato in campagna con quei bruchi e quelle farfalle.
Leggendo i libri del Tommasi, del Guidi, dello Charpignon e di parecchi altri, mi domandavo:
— Ma che cosa può esserci di vero in questi straordinarii fenomeni magnetici? Proviamo un pò.
E provavo.
Leggendo i volumi dell'Allan-Kardec, del Wiessèke, del Cahagnet, del Deleuze e del Caroli che crede all'azione del diavolo, mi domandavo parimente:
— Ma che cosa può esserci di vero in questi meravigliosi fenomeni spiritici? Proviamo un po'.
E provavo.
Te lo ripeto: nel provare noi altri dilettanti godiamo del beneficio della nostra condizione; non compromettiamo nulla, neppure il nostro amor proprio. Metti, puta caso, uno di noi faccia a faccia con un fatto (nota, dico: fatto) che smentisse la legge della gravitazione universale. Siccome siamo perfino incapaci di valutare le conseguenze del gran rovinìo che accadrebbe nei calcoli e nelle deduzioni della scienza se venisse a mancarle sotto i piedi questo solido e sicuro terreno, così noi non avremmo nessuna difficoltà di accettare il fatto, ben constatato, s'intende, e lasceremmo gli scienziati a sbrogliarsela tra loro e la Natura. Senti intanto che cosa dice uno di essi, anzi due.
«Questi fenomeni (quelli del Home) sono così straordinarii e così completamente opposti ad ogni più ferma credenza scientifica — tra le altre, all'universale e invariabile azione della forza di gravità — che anche al presente, ripensando i particolari di tutto quello che ho visto coi miei occhi, sorge un antagonismo nel mio spirito tra la mia ragione, la quale me ne afferma la impossibilità scientifica, e la testimonianza dei miei due sensi della vista e del tatto (testimonianza corroborata dai sensi di tutte le persone lì presenti insieme con me) i quali affermano di non mentire attestando contro le mie idee preconcette.»
Al Crookes, di cui sono le parole citate, un amico, un gran scienziato egli dice, scriveva: «Qualunque sia la mia fede nella vostra potenza di osservazione e nella vostra perfetta sincerità, io provo un gran bisogno di vedere da me, e mi è penoso il pensare che esigerei molte prove. Dico: penoso, perchè capisco che non c'è altro mezzo di convincere un uomo all'infuori del fatto ripetutamente osservato: soltanto allora l'impressione diventa un'abitudine dello spirito, una vecchia conoscenza, insomma una cosa saputa da gran tempo, da non poterne dubitare. Questo è uno dei lati più curiosi dello spirito umano, e negli uomini di scienza mi par più sviluppato che negli altri. Perciò non si deve facilmente tacciar di mala fede un uomo che resista all'evidenza. Per abbattere il vecchio muro delle credenze occorrono dei colpi replicati.»[2]
V'è anche un'altra ragione per cui noi dilettanti tentiamo certe prove senza nessuna esitazione. Non siamo spinti solamente dalla smania della verità; l'immaginazione entra per qualche cosa, per molto, nelle nostre disordinate escursioni a traverso l'ignoto. Infatti spesso cominciamo dal tentare l'assurdo. Io, per esempio, prima di provarmi col magnetismo, non avevo cercato di mettere in pratica i segreti dell'alta magia?
Non ridere. Contavo appena sedici anni. Dopo di aver letto che il Goethe si perdette per mesi e mesi, con la mistica signorina Klettemberg, dietro la ricerca della terra vergine, sprofondandosi nello studio delle opere del Paracelso, dell'Aurea Catena Homeri, dell'Opus mago-cabalisticum del Walling, non ho più vergogna di confessarlo. E i miei esperimenti furono assai meno felici di quelli del gran poeta tedesco; non giunsi ad ottener nulla da mettere in riscontro col suo arseniato di potassa o col suo liquor silicum.
Nel 1855 un amico di collegio venne a communicarmi, con segretezza, la copia d'un manoscritto che diceva ritrovato da un ramaio nel buttar giù la facciata della sua piccola casa. Chi avea murato quel manoscritto nel fianco di una finestra? Da quanto tempo si trovava lì? Nessuno ne sapeva nulla. Il mio amico però pretendeva di sapere con certezza che il ramaio, provandosi a deciferare quei ghirigori sbiaditi dall'umido, era stato atterrito dall'apparizione di legioni di spiriti che gli gridavano, comanda! Vinta la prima impressione, egli avea poi largamente approfittato del sovrumano potere capitatogli in mano. Aveva violato delle ragazze, rapito delle belle mogli, commesso non so quante altre ribalderie, ed era sempre sfuggito, per virtù dei suoi spiriti, alle attive ricerche della polizia e a quelle, più temibili, della vendetta degli offesi.
La copia del mio amico non conteneva la parte dov'erano le terribili evocazioni; nè tutti e due avremmo allora avuto il coraggio di avventurarci a tale lettura. Però volevamo apprendere senza fatica tutte le lingue morte e viventi? Volevamo indurre alle nostre voglie tre delle più belle ragazze del mondo? Bastava eseguire per l'appunto le formole dal manoscritto indicate.
Per le lingue occorrevano troppe cose, e nessuno di noi due era in caso di procurarsele. Dovemmo quindi rimettere i nostri tentativi a tempi migliori, quando ci sarebbe stato facile il comprare le indispensabili placche di oro purissimo da incidervi sopra i segni cabalistici e i motti arcani capaci di produrre quell'effetto.
Fu per questo che io rivolsi la mia attenzione alle belle ragazze. E per tre giorni e tre notti consecutive recitai, con fede, la lunga preghiera: Adonai, Pater omnipotens sempiterne Deus.... (questo principio mi è rimasto fitto nella memoria); e in quei tre giorni evitai di far entrare altre persone nella mia stanza da studio che spazzai da me stesso, con una granata nuova. Nella sera del terzo giorno, preparata, tutto trepidante, la piccola tavola prescritta (con tre salviette, tre vassoi, tre bicchieri non usati e tre panini freschi) aperta l'imposta del terrazzino, senza neppur chiudere le cortine che servivano a separare la mia cameretta da letto dalla attigua stanza da studio, mi cacciai frettolosamente sotto le coperte e stetti ad aspettare.
Il fruscìo delle vesti delle tre belle tardava a farsi sentire per la stanza silenziosa, in quell'alta notte di inverno. Un leggiero soffio di vento agitava le cortine di mussola raccolte ai due lati e veniva a gelarmi la faccia; ma io continuavo ad aspettare, cogli occhi aperti, colle orecchie tese, col respiro un po' accelerato.
Quando all'orologio della chiesa vicina scoccarono i paurosi tocchi della mezzanotte e le argentine ondulazioni di quelle campane vibrarono più sonore per la stanza, non impedite, come le altre volte, dai cristalli chiusi e dagli scuri, fu (te l'assicuro) un momento solenne. Poi passò un quarto d'ora, passò una mezz'ora, passò un'ora... Nulla! La stanchezza ed il sonno finalmente mi vinsero; e, questo, così profondo che l'attività inconscia della mente ne rimase sopraffatta da non potermi apprestare nemmeno la magra consolazione di godere, sognando, la magica realtà che avevo invocato.
La trista realtà te la figuri facilmente. Avendo dormito tutta una lunga e fredda nottata invernale col terrazzino spalancato, la mattina dopo mi trovavo addosso un'infreddatura indiavolata e tossivo peggio di un cane col cimurro. Fortunatamente la disperazione di dovermi soffiare, cento volte il giorno, quel povero naso intasato mi fece perdere, e per sempre, ogni velleità di gran mago.
Non credere che nei miei tentativi, meno fantastici, meno impossibili, del magnetismo e dello spiritismo, l'immaginazione fosse intieramente messa da parte; no. Correvo dietro l'ignoto più pel gusto di corrergli dietro, che per un chiaro e definito intendimento scientifico qualunque.
Le prove e le riprove questa volta venivano fatte un po' più riflessivamente, ma l'immaginazione vi cercava, innanzi tutto, il suo pascolo: la sorpresa del nuovo, del meraviglioso naturale. E se la cresciuta intelligenza osservava, comparava e, in qualche modo, debolmente, induceva, alla fine, imbarazzata, lasciava lì i resultati ottenuti, i materiali raccolti e non riusciva a farne alcun uso.
Ci son voluti di begli anni prima che mi balzasse in mente l'idea di una coordinazione di quei fatti con altri fatti di diversa natura, prima che dal loro insieme sgusciasse fuori, come una grande interrogazione, il problema psicologico-letterario di cui voglio parlarti.
Ora, il miglior modo di esporre un problema mi sembra quello di mettere sotto gli occhi altrui tutto il suo naturale processo di formazione. I nostri ragionamenti più astratti poggiano, non foss'altro che colla punta d'un piede, sulla granitica roccia dell'esperienza dei sensi. E non saltan di lancio in vetta, a respirarvi l'aria sottilissima e non confacente a tutti i polmoni, dei concetti generali; bensì montano lentamente, gradatamente, guadagnando con sforzo la rapida salita, seguendo tutte le sinuosità dei sentieri, fermandosi di quando in quando, cercando il passaggio più facile, tentando le scorciatoie, qualche volta tornando indietro quando la strada, presa per isbaglio, non ha sbocco e li arresterebbe a mezza costa, sull'orlo vertiginoso di un precipizio senza fondo. I fatti riprodotti col loro ordine di successione pongono il lettore nella circostanza di poter rifare un lavoro di osservazione e di astrazione molto simile a quello già eseguito da chi li espone; gli mettono in mano il bandolo per strigare, in una maniera o in un'altra, quella stessa matassa; e, se i resultati si riscontrano in un'identica conchiusione, tanto meglio per tutti e due e per la verità; se, al contrario, spuntano verso direzioni opposte, tanto peggio per lo scrittore o pel lettore, ma sempre tanto meglio per la verità.
In ogni caso, bisogna che il lettore sia assolutamente garantito intorno alla realtà dei fatti che gli vengono sottoposti. Io, come il capo delle assise, giuro sul mio onore e sulla mia coscienza, che in tutto quello che son per raccontare non ho aggiunto nessuna frangia, neanco una virgola di mio. E giuro tanto più facilmente, quanto più son sicuro di non essere stato vittima di nessuna allucinazione, di nessuna soperchieria. Nel maggior numero dei casi, tra me e il fatto osservato non ci entrava intermediario di sorta. Ero io stesso che sperimentavo sopra una persona affatto ignara di quello che mi proponevo e volevo ottenere. La ripetizione, a sazietà, di un dato fenomeno mi rende certo di non aver osservato male, di non esser caduto in preda di illusioni ottiche, o di allucinazioni di esaltato. Sarebbe stata bella che io mi fossi bambinescamente compiaciuto d'ingannare me stesso, mentre tentando un esperimento, cercavo di persuadermi della sua possibilità, secondo avevo letto sui libri.
I documenti che non provengono dalla mia personale esperienza, posso garantirli egualmente come esenti di frode; alcuni perchè, nati sotto i miei occhi, fanno parte integrante delle mie ricerche e dei miei tentativi; altri perchè provenienti da persona ben conosciuta e della cui lealtà e buona fede non è possibile dubitare.
E qui ti confesso, caro Farina, che mi par di far un bell'atto di coraggio mettendomi a raccontar fatti e a presentar documenti contro i quali so, anticipatamente, di dover trovare armata la diffidenza, la preoccupazione e, lasciamelo dire, la prosuntuosa ignoranza di gran parte del pubblico. Ma se fra mille che mi canzoneranno, se fra altri mille che non vorranno prestarmi fede, incontrassi una persona ragionevole e competente la quale, anzi che permettersi di sorridere e di dubitare, prendesse in mano il manipolo dei fatti da me raccolto e lo gettasse, insieme colle mie induzioni e colle mie ipotesi, nel crogiuolo dell'analisi positiva, io mi terrei ricompensato, e con usura, del mio ardire imprudente.
Nè credere che il mio amor proprio di osservatore abbia a sentirsi un pochino mortificato nel caso, possibilissimo, che le mie induzioni e le mie ipotesi risultino, dopo un serio esame, insussistenti ed assurde; t'inganneresti di molto. Le ipotesi, le induzioni io le do per quel che valgono, per prodotti di un curioso, di un osservatore dilettante, è come dire di un mezzo ignorante. Pei fatti, pei fatti soltanto, son pronto a stender la mano sul fuoco e a lasciarvela bruciare.
***
Se dovessi ricominciare i miei esperimenti di sonnambulismo provocato, non sarei oggi così imprudente come nell'estate del 1864 in Firenze. Ma allora non avevo nessuna idea del delicatissimo e terribile strumento col quale mi baloccavo, intendo dire il sistema nervoso di quella ragazza sui diciotto anni, non bella, d'un bruno pallido, di costituzione linfatico nervosa che così gentilmente si prestava a tutti i miei capricci di dilettante.
Bisogna però riconoscere che la tentazione era assai forte.
Entrata in sonnambulismo con qualche difficoltà, dopo nove sedute consecutive, non mai durate meno di un'ora e mezzo, la Beppina P.... avea mostrato quasi subito facoltà di sonnambula talmente eccezionali, talmente docili e sottomesse alle più strane pretese di uno sperimentatore senza scrupoli perchè ignaro dei danni ove poteva inciampare, che il resistere agli allettamenti di quella rarissima occasione sarebbe stato, da parte mia, uno sforzo proprio miracoloso.
A chi mi avesse detto in quel tempo che io, magnetizzando, provocavo una crisi quasi identica alla gran nevrosi dell'isterismo, come è già stato recentemente verificato dalla scienza, avrei risposto, senza dubbio, con una scrollata di spalle. Ora capisco che devesi alla solida costituzione di quella ragazza se i miei esperimenti, cominciati un po' per chiasso, un po' da senno, non ebbero — mi vengono i brividi nel pensarci — un funestissimo resultato.
Figurati che, nientemeno! io mi divertivo colle allucinazioni come con dei giuochi di prestigio. Non sospettavo neppure che, a forza di condurre quell'organismo all'estremo limite dell'allucinazione provocata, lo mettevo a repentaglio di cadere, forse irrimediabilmente, nella vera pazzia.
Tu sai che basta dire ad una sonnambula: ecco un serpente! ecco un leone! eccoti trasformata in passerotto! eccoti diventata una vecchia! perchè quella provi realmente il ribrezzo della vista del serpente, il terrore della presenza del leone, perchè perda la coscienza della sua personalità e si creda un uccellino, perchè si atteggi e pensi e parli come una persona molto acciaccata dagli anni.
Il Richet[3], fra i tanti casi da lui stesso sperimentati, racconta quello d'un suo amico al quale disse: eccoti diventato un pappagallo! Il sonnambulo esitò un momento e poi domandò, seriamente: debbo anche mangiare la canapuccia della mia gabbia? (pag. 248).
Non meno curioso è il caso di quella donna che, credendosi già trasformata in coniglio, come il Richet le avea detto, si buttò per terra a quattro piedi, facendo atto di rosicchiare alla guisa dei conigli, saltando sulle gambe di dietro. Aveva poi fatto un salto brusco. Ritornata nello stato normale, lo spiegava così: mi pareva di mangiare un cavolo saporito quanto un tartuffo; ma intesi rumore e, credendo che venisse un cane, dalla paura, scappai via per andare a nascondermi nella mia tana (pag. 249).
Vista la padronanza quasi assoluta esercitata dalla volontà del magnetizzatore sull'organismo della sonnambula, non mi sorprendeva che le cose da me immaginate prendessero nella mente della Beppina forma, colorito, solidità, e le apparissero proprio come reali. Quel corpo non diventava, sotto la mia influenza, una specie di automa? Non lo facevo correre, arrestare, piegare, atteggiare in tutti i versi, prima con quei movimenti delle mani, di alto in basso, che i magnetizzatori han chiamato passaggi, poi col semplice comando di una parola un po' energicamente pronunciata e, finalmente, colla forza, più inesplicabile ma non meno efficace, della volontà solamente pensata? Perciò le esperienze di questo genere, dopo che le ebbi ripetutamente provate, non mi parvero più tali da farne un gran caso.
Allora mi passò pel capo l'idea di vedere se l'allucinazione, così facilmente ottenuta durante il sonnambulismo, poteva egualmente venir riprodotta, o almeno prolungata, nello stato di veglia.
Il Richet (torno a citarlo perchè la testimonianza di un vero scienziato è un preziosissimo aiuto per un dilettante) parla di una certa V... nella quale provocava, appena destatala dal sonno magnetico, allucinazioni o per lo meno illusioni che duravano circa dieci minuti. Le diceva: ecco un cane! ed essa credeva di vedere il cane. «Intanto i suoi occhi erano aperti, la sua intelligenza aveva ripreso le apparenze normali, e nulla indicava che ella risentisse ancora gli effetti del sonnambulismo. Su questo punto, egli aggiunge, come su tant'altri c'è da fare molte esperienze, molti saggi, utili o infruttuosi non importa. Ad ogni passo fatto in avanti, ci si rizzano dinanzi problemi assai più complicati e di più difficile soluzione.» (pag. 203).
Pare che le mie esperienze siano state, senza volerlo, uno di questi passi in avanti.
Un giorno dissi alla Beppina: dorma! ed essa restò, al solito, come fulminata, nell'atteggiamento in cui si trovava. Immediatamente fissai la mia attenzione sulla persona (suo fratello) che intendevo di farle vedere trasformata in un mostro umano dal naso enorme, dalla gobba più enorme; e perchè la mia immaginazione operasse più intensamente, feci attorno il corpo del fratello quei passaggi che avrei dovuto fare sulla testa di lei.
Non le dissi: vedrà suo fratello trasformato in un mostro, ma la svegliai (un soffio alla faccia bastava) colla fermissima volontà ch'ella lo vedesse a quel modo.
Lo guardava, sorpresa, incerta se dovesse credere ai suoi occhi. — Oh Dio, com'è brutto! esclamava, coprendosi il volto colle mani; ma tornava a guardarlo. Quella disgrazia di suo fratello la desolava e, nello stesso tempo, la faceva ridere. — Che naso! Che gobba! — E afferrava colle due mani quel naso che le pareva dovesse urtarla quando suo fratello le si accostava; e dava pugni su quella gobba o la palpava, a distanza, seguendone la curva, come se avesse palpato una gran gobba davvero.
Così io mi accorsi che l'allucinazione, oltrepassato il senso della vista, per una specie di consentimento dei nervi, si era comunicata, senza che io ne avessi avuto l'intenzione, anche al senso del tatto.
Intanto la Beppina cominciava a dubitare: era un'illusione? era una realtà? E venutole il sospetto che potess'essere un'illusione prodotta da me, rimase grandemente turbata e mi pregò di fargliela sparire subito, perchè già sentiva uno sbalordimento, una strana confusione nella testa che le faceva paura.
L'addormentai per svegliarla colla intenzione che non dovesse più rammentarsi di nulla. E non si rammentò di nulla.
Ritentai la prova il giorno dopo, facendole vedere suo fratello trasformato in bionda signora dall'abito di faille nero, dalla mantelletta di velluto e dal cappello di raso dello stesso colore, guarnito di fiori azzurri. Richiesta, la Beppina me la descriveva precisamente, come l'avevo immaginata; e, di soppiatto, domandava alla sua mamma: chi è questa signora? che cosa vuole? Soltanto era un po' sorpresa di vederla andare attorno, in casa altrui, con troppa libertà per una sconosciuta; e, veramente, suo fratello non stava lì fermo, seduto sulla poltrona, come esigeva il personaggio che gli facevo rappresentare.
Questa volta l'allucinazione s'era estesa anche all'udito. La Beppina non riconosceva il fratello neppure alla voce; e, interrogata, gli rispondeva con ritenutezza contegnosa. Una commedia divertentissima.
Convintomi che l'allucinazione non le recava alcun disturbo, volli cavarmi la curiosità di osservare, abbandonandola a sè stessa, quanto tempo sarebbe durata. Continuò per più di un'ora e mezzo; indi, a poco a poco, rallentossi, lasciando scorgere, a traverso la vaporosa parvenza illusoria, la persona reale, come dietro un velo di tulle, diceva la Beppina: poi, quasi a un tratto, cessò.
Ma allora la Beppina venne subito ripresa dal turbamento, dalla confusione della prima volta e dovetti riaddormentarla per levarle via quella strana impressione che la rendeva balorda.
Da allora in poi mi lanciai nel mare magno delle allucinazioni con un piacere fanciullesco; e furono esperimenti senza numero, uno più bizzarro dell'altro. La mia volontà di magnetizzatore produceva miracoli, a petto dei quali gl'incantesimi delle fate sarebbero parsi ridicole inezie. Le stanze trasformavansi in magnifici giardini dagli immensi viali ombrati, dalle aiuole screziate dei più bei fiori che occhio umano avesse mai visto; marmoree fontane zampillavano, iridate al sole, in mezzo alla fresca verzura dei prati; graziosi animali d'ogni specie, scimmie, pappagalli, colibri, uccellini-mosca, grosse farfalle azzurre saltellavano, volavano, cantavano attorno alla Beppina, con suo gran diletto. Quegli uccellini brillanti come un topazio la intenerivano singolarmente; e, se io le ordinavo di acchiapparne qualcuno, tosto mi pregava di rendergli la libertà: — Poverino! Era così bello!
Ricordo di uno scimmiotto ch'ella si divertiva (idealmente) a mandare in camera di una pigionale vecchia e noiosa, perchè le mettesse ogni cosa sossopra e la facesse arrabbiare. Ma una volta le parve che lo scimmiotto, saltato addosso alla vecchia, la graffiasse e la mordesse: e si mise ad urlare: no! no! tremando tutta, convulsa.
Temetti un accesso nervoso; e, sbadatamente, le dissi che non era vero, che lo scimmiotto era un'allucinazione....
— Come non era vero?
Portò le mani alla fronte. Non sapeva persuadersi in che modo, desta, ad occhi aperti, potesse vedere quel che non era.
— Guardi! le dissi, soffiandole forte sulla faccia; non c'è più nulla!
L'allucinazione era sparita; ma la Beppina si premeva tuttavia, colle due mani, la fronte, pallida, fissando gli sguardi spaventati sopra di me che le ripetevo, ridendo: è uno scherzo.
— Per carità, disse, non me lo faccia più! Mi sento strizzare il cervello; mi fa male....
Rimediai alla mia storditaggine col solito mezzo; però quella volta, benchè, addormentata e svegliata, non si ricordasse più di nulla, la Beppina rimase fino a sera colla testa un po' offuscata da una specie di accapacciatura; e mi domandò se non l'avessi trattenuta in sonnambulismo più a lungo del solito. Le risposi di sì, quantunque il suo vero sonnambulismo fosse durato pochi secondi. Non contavo come tale quell'allucinazione di un quarto d'ora, perchè i movimenti, gli atti, i ragionamenti di lei allucinata non porgevano nessun indizio di uno stato anormale.
L'allucinazione sparita col solo soffio mi fece sospettare che non era forse indispensabile addormentar la sonnambula per farle subire gli effetti della suggestione allucinatoria, come la chiama benissimo il Richet. Non sarebbe bastata la volontà, resa più efficace da passaggi fatti in maniera che quella non avesse potuto neanche accorgersi della mia intenzione?
Concepire la possibilità d'un esperimento e tentarlo era tutt'uno per me.
La gran caldura mi costringeva a passare in casa quasi l'intiera giornata, e perciò mi svagavo col magnetismo, prendendo brevi appunti d'ogni esperimento che tentavo.
Quel giorno stavamo per andare a tavola. Un ritratto di Garibaldi, appeso alla parete, mi suggerì l'idea di far vedere alla Beppina il suo babbo trasformato nel Generale dalla camicia rossa, dalla testa leonina, dalla bella barba bionda. E il contrasto era perfetto. Il signor P....... aveva certi baffoni appuntati e una barba folta, lunga, d'un nero un po' brizzolato di bianco che gli dava un'aria truce, mentre egli, all'opposto, era proprio un cuor d'oro.
La Beppina trovavasi affacciata alla finestra. Affacciatomi accanto a lei, le feci, senza che se n'accorgesse, alcuni passaggi alla spina dorsale, e le dissi:
— Vada a vedere chi c'è di là. Sarà a pranzo da noi.
— Ma è Garibaldi!
Era tornata subito addietro, rossa dalla commozione e dalla gioia. E siccome in quella famiglia tutti idolatravano il Generale, la Beppina durante il desinare, parlò poco, non sapendo staccar gli occhi da quel volto immaginario, lietissima che il ritratto posseduto gli rassomigliasse così bene. Lo credo! Dovea rassomigliargli per forza; giacchè, nel farle i passaggi, m'ero proprio fissato, col pensiero, su quella brutta litografia, allumacata di minio e di giallo, posta in cornice nel salotto.
Come tu vedi, gli esperimenti eran già diventati di una semplicità di esecuzione meravigliosa. Dopo parecchi altri dello stesso genere, li resi ancora più semplici, sopprimendo addirittura i passaggi.
Io non dubbitavo menomamente della realtà del fluido magnetico di cui mi parlavano i libri; anzi la scoperta, allora recente — del Pacini, mi pare — di microscopici organi elettromotori nei polpastrelli delle nostre dita mi spingeva a fantasticare che tra il così detto fluido e l'elettricità dovesse correrci una ben intima relazione.
Ora so che il Richet, dopo le osservazioni del Burq e dello Charcot, inclina molto verso questo parere. Con esse è stato dimostrato che dal contatto di un metallo poco ossidabile con la pelle sviluppansi debolissime correnti elettriche capaci di modificare rapidamente la sensibilità di un intiero lato del nostro corpo[4].
Magnetizzatore e magnetizzata li consideravo come due macchine telegrafiche messe in comunicazione dal filo conduttore. Se questo apparentemente lì mancava, c'era la volontà che, producendo la corrente, lo suppliva in qualche modo, come suppliva egualmente l'azione, assai più importante, del telegrafista. Mi pareva che — io inducendo la mia corrente (fluidico o elettrica che fosse) nell'organismo della sonnambula, e questa riproducendo, col sonno, colla catalessi, coll'anestesia, colle allucinazioni, i dispacci trasmessile dalla mia volontà, facevamo tutti e due un'operazione quasi identica a quella delle sopraddette macchine telegrafiche, sebbene con mezzi alquanto diversi. Mi pareva che i passaggi, gli ordini indetti, a voce, la volontà soltanto pensata, fossero gradazioni, più o meno notevoli, d'una stessa forza o energia che debbasi dire, richieste dalla progressiva educazione sonnambolica di quell'organismo; e il sorprendente crescendo di fenomeni osservato nella Beppina recava una potente conferma a quella mia opinione. Qual meraviglia dunque che ridotto automatico, insensibile agli eccitamenti dolorosi, insomma caduto in piena balia della mia volontà dirigente, quell'organismo ricevesse anche la sensazione reale delle più strampalate immagini formate appositamente dalla mia fantasìa e le ritenesse come sensazioni di cose veramente esistenti?
Questa ipotesi, te lo confesso, non mi par cattiva neppur ora. La scienza al presente, ne sa — nè più, nè meno — quanto noi due; e le sue varie spiegazioni dei fenomeni del sonnambulismo provocato non presentano certamente maggior solidità della mia. Quella dell'Heidenhain[5], per citarne una sola, che considera i passaggi magnetici come un debole eccitamento della sensibilità di contatto e della sensibilità termica, non potrebbe dare nessuna plausibile ragione delle esperienze che sto per dirti. Lo scienziato cauto e circospetto da me più volte citato conchiude che «nelle condizioni attuali della scienza, quel che si può fare di meglio sia l'ammettere molte cause diverse, agenti simultaneamente e in concorrenza. L'attenzione aspettante viene, per esempio, aiutata dalle eccitazioni visuali ed auditive che, ripetendosi monotonamente, fanno impressione sur un sistema nervoso predisposto alla loro azione. L'influenza della volontà avviene forse, per l'effetto dello stato elettrico della mano del magnetizzatore, modificato dalla commozione che prova e dai movimenti che fa.
Ma sono, egli conchiude, tutte ipotesi negative; e il confessarlo è già qualche cosa.»[6].
Allorchè, smessi i passaggi, vidi l'allucinazione prodursi colla stessa evidenza di prima e unicamente per via di pochi soffii sopra un oggetto o d'una brevissima concentrazione della volontà sempre all'insaputa della Beppina, io non più credetti soltanto alla realtà di quella x incognita che poteva essere il fluido magnetico, l'elettricità o un altro agente ancora senza nome; ma credetti pure alla possibilità di foggiarlo a piacere, di renderlo percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi supremamente sensibili della mia magnetizzata, e di ridurlo, per essa, resistente e pesante. Infatti, se facevo il gesto di porgerle qualche cosa, ed essa vedeva subito il fiore, il libro, le monete che avevo avuto la intenzione di farle vedere; e credeva di annusare quel fiore, di metterselo sul seno o tra i capelli; e credeva di recare quel libro nella mia stanza e di posarlo sul mio tavolino; e credeva di contar quelle monete e porle in serbo nella sua borsa. Premendo colla mia mano sulla sua contro un tavolino o una parete, questa mano vi aderiva così fortemente che il babbo e il fratello della Beppina tentavano indarno di staccarnela. — Ahi! ahi! Mi fate male! Mi spezzate il braccio! ella gridava. Ed era evidente che tutto il suo corpo non faceva nessuno sforzo per tener quella mano contro il tavolino o la parete; era evidente che la sua forza di ragazza non sarebbe punto bastata per resistere al suo babbo e al fratello, tutti e due molto robusti. Facendo alcuni passaggi sulla soglia di un uscio, potevo, lì per lì, formarvi un ostacolo per lei insormontabile; ed ella, che ignorava quei passaggi e la mia intenzione nel farli, accorrendo in fretta dalla stanza dove per caso si trovava, a un tratto, giunta dinanzi a quell'uscio, si arrestava, sorpresa di non poter più fare un passo in avanti.
Quest'ultima esperienza, ripetuta un'infinità di volte, circondandola di tutte le più scrupolose cautele, fu da me rifatta quasi un anno dopo, nel maggio del 1865, quantunque non l'avessi ritentata da gran tempo. Uno dei miei fratelli, venuto per le feste dantesche, afferrata la Beppina solidamente pei polsi, voleva costringerla a varcare quella soglia incantata. — Dio!... Mi strappa le braccia!... urlava la Beppina. E mio fratello dovette smettere; e quasi non credeva a sè stesso.
Oggi questa ipotesi della capacità del fluido magnetico — elettricità o altro agente ancora senza nome — di esser foggiato a piacere, reso percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi sensibilissimi della magnetizzata, e ridotto, per essa, resistente e pesante, mi pare non solo assurda ma inutile affatto. Non basta forse la estrema sensibilità della sonnambula perchè questi fenomeni così fuor del comune trovino la loro facile e ragionevole spiegazione e sian rimessi dentro la cerchia di tutti gli altri fenomeni del sonnambulismo provocato?
Oramai, per la eccessiva frequenza degli esperimenti, le relazioni tra magnetizzata e magnetizzatore dovevano esser diventate di tale fulminea rapidità che la Beppina poteva benissimo sentire istantaneamente l'impressione del mio pensiero, e provar quindi i soliti effetti dell'allucinazione provocata, mentre io mi immaginavo, ingenuamente, di foggiar a piacere e rendere solido e pesante quel qualcosa della cui natura non avevo, nè ho tutt'ora, nessunissima idea. Nè c'è al mondo chi l'abbia!
Intanto, a furia di esperimenti ripetuti, variati, intrecciati insieme con tanta inconsideratezza e tanta prodigalità, avevo siffattamente sconvolto il sistema nervoso di quella brava ragazza, che una crisi isterica, o un che di somigliante, doveva ben presto, in un modo o nell'altro, colpirla. Non aspettai che questa venisse naturalmente, per diretta conseguenza; ma le andai sbadatamente incontro, le feci ressa; e quando i fenomeni della gran nevrosi isterica scoppiaron fuori con la loro terribile violenza, non fui più buono a dominarli.
***
Della vera gran nevrosi isterica?
Sarebbe, da parte mia, troppa presunzione lo affermarlo.
Con questi benedetti fenomeni magnetici e spiritici (già siamo sulla soglia dello Spiritismo) si brancica tuttavia nell'oscurità, passando di sorpresa in sorpresa. Quando par di essere omai sicuri di aver afferrato relazioni intimissime tra i fenomeni, per esempio, della gran nevrosi e quelli del sonnambulismo provocato, ed ecco apparire differenze non meno certe, non meno notevoli, di grado, d'intensità, di mezzi, di resultati, che ci fanno ricadere nel buio, togliendo quasi ogni valore ai confronti, alle deduzioni, alle timide ipotesi foggiate. Così quando par di essere egualmente sicuri che tra i fenomeni del sonnambulismo e gli spiritici corrano relazioni di parentela non meno strette delle altre già osservate fra il sonnambulismo e la gran nevrosi, ed ecco nuovi fenomeni che ci sbalestrano lontani mille miglia, e ci strappan fra le mani quell'esile filo da cui ci aspettavamo di esser guidati per l'intrigatissimo laberinto.
Si tratta, probabilmente, di gradazioni, di sfumature, forse; ma chi potrebbe dirci in questo momento dove il sonnambulismo finisca e la gran nevrosi incominci? Dove il sonnambulismo finisca e incominci lo Spiritismo?
La gran nevrosi isterica sembra prodotta da una lesione organica, accidentale o ereditaria importa poco; o per lo meno da un pervertimento di funzioni, spesso irrimediabile, del sistema nervoso.
L'alterazione temporanea, provocata in questo, lentamente, dall'azione del sonnambulismo, è, nel maggior numero dei casi, proprio innocua, non lascia traccia neppur nella memoria della persona magnetizzata, ed ha un carattere fisiologico spiccatissimo. Le belle ricerche del Baillif[7], intorno al sonnambulismo delle isteriche, son lì per provarlo. Nelle isteriche il sonnambulismo diventa patologico affatto.
Dai fenomeni magnetici agli spiritici il passaggio vien così agevole che si avverte appena.
L'allucinazione, ripetutamente provocata, si svolge, a poco a poco — nei particolari — con una tal quale indipendenza. Qualcosa della personalità della sonnambula sussiste, resistendo, e, avuta la spinta verso una direzione qualunque, si mette a lavorare, più o meno attivamente, secondo le circostanze, per proprio conto. Fino a qual punto può giungere questa attività interiore che, rimanendo sempre incosciente, dà quindi alla sonnambula l'illusione, naturalissima, di un che fuori di lei?
Avevo già notato nella Beppina i sintomi della sua graduale emancipazione dalla influenza del magnetizzatore. Di quei personaggi, di quei giardini, di quei viali ombrati, di quelle marmoree fontane zampillanti, di tutti quei graziosi e vispi animaletti di cui mi divertivo a circondarla, io tracciavo, per dir così, soltanto le linee generali, i contorni. La sua immaginazione sovra eccitata sviluppava, coloriva, animava ogni cosa; come hai dovuto specialmente notare a proposito di quello scimmiotto che le parve graffiasse e mordesse la vecchia pigionale noiosa, senza che mi fosse mai passato nulla di simile per la testa.
Anzi, una volta, questa emancipazione interiore mutossi in una parziale ribellione del sistema nervoso. Quella sera le palpebre della Beppina rimasero ermeticamente chiuse e a nulla valsero i ripetuti soffii e i passaggi, nè i violenti spruzzi d'acqua fresca al viso e gli altri mezzi da me adoperati per fargliele aprire.
— Non si confonda! ella mi disse, vedendomi un po' turbato dalla novità del caso. Ci veggo egualmente.
E in prova, lesse, scrisse, benchè gli orli delle sue palpebri fossero così cuciti fra loro che la pressione delle mie dita non riusciva menomamente a scostarli; e preparò la tavola per la cena, ridendo delle mie precauzioni quando volevo impedirle di mettere al posto le bottiglie e i bicchieri, per paura che, urtando, non li mandasse in frantumi.
Riaddormentatala, dopo cena, le chiesi con insistenza di suggerirmi un rimedio per quell'inatteso inconveniente.
— Non è nulla, rispose. Ho dormito magneticamente un po' troppo; ecco. Riaprirò gli occhi domani.
E così avvenne.
Nel caso che sto per raccontarti questi piccoli accenni di emancipazione diventan rivolta addirittura.
Poco sapevo allora intorno allo spiritismo, e più per sentito dire che per cognizioni attinte dai libri. Mi era stato assicurato che col mezzo del sonno magnetico l'evocazione spiritica riusciva assai facilmente. Altri ci si era provato, pareva, con buon successo; volevo provarmici anche io.
La cosa m'interessava per un'altra ragione. Covavo da mesi, una Vita di Ugo Foscolo, il mio idolo letterario giovanile, ed ero arrabbiatissimo di certe lacune incontrate qua e là, che non trovavo modo di riempire.
L'Orlandini e il Mayer, interrogati sulla Calliroe posta recentemente dal Chiarini in piena luce, mi avevano tutti e due risposto che forti riguardi sociali vietavano ancora di alzare il velo di quest'episodio foscoliano; e intanto quel po' che se ne intravedeva stuzzicava straordinariamente la mia curiosità di biografo appassionato.
Dovevo proprio rimanere al buio?
Fu così che mi venne la cattiva idea d'indirizzarmi allo stesso Foscolo, facendolo evocare dalla Beppina. Era naturale, via! che, dopo tante meraviglie magnetiche, non dubbitassi più di nulla, di nulla!
La sera del 23 agosto, dunque, fattala entrare a posta in sonnambulismo, le dissi:
— Potrebbe mettersi in communicazione collo spirito di un uomo morto in Inghilterra nel 1827?
— Proviamo, rispose. Come si chiamava?
— Ugo Foscolo.
La Beppina, che si trovava distesa sopra un canapè, voltatasi dalla parte del muro, si era messa a pregare sotto voce. Dopo alcuni minuti, mandava un grido, spaventata, agitando le braccia:
— Lo spirito è apparso! Ma, visto che non gli dicevo nulla, è andato subito via.... Che terrore!... Senta come sono diaccia!... Mi metta addosso una coperta.
Per quella sera ci fermammo lì.
— Ora lo chiamo, disse ella stessa la sera dopo. Tanto, è meglio che mi abitui.
E si voltò di nuovo verso il muro, ripetendo sottovoce: vieni! vieni!
L'apparizione non si fece troppo aspettare.
La Beppina tremava, però meno assai della prima volta.
— L'amico che è qui desidera conoscere alcune intime particolarità della tua vita.... Me le dirai?
Spirito. Te le dirò. Ma questa sera tu non sei abbastanza forte da sostenere la mia conversazione. Ci rivedremo domani.
Era la Beppina stessa che rispondeva, con una voce contraffatta, grossa, di uomo burbero e violento.
— Te ne vuoi andare? gli domandò col tono ordinario.
Spirito. Sì.
E la sua voce era tornata grossa, virile: immagina tu con quale effetto!
Ricopiando questi dialoghi dai miei appunti di vent'anni fa, sento nuovamente suonarmi nell'orecchio quella voce aspra e violenta, e riveggo la faccia pallida e contratta della sonnambula che metteva paura a guardarla. Con queste vere intermittenze della personalità di lei, con questi cambiamenti di voce, la scena diventava potentemente drammatica e l'illusione era completa!
— Che aspetto ha? le domandai.
— Buono, rispose. Rassomiglia al ritratto che lei ne ha... Ma guardi com'è scarno!.. Mi fa orrore!
Eppure, per compiacenza verso di me, si rimetteva ogni sera, di buona voglia, ad evocarlo.
La terza sera, lo Spirito si mostrò alquanto restìo.
La Beppina dovette affaticarsi un dieci minuti a pregare: vieni! vieni! e, quando esso le apparve, era estremamente spossata.
— Mi dirai dunque le particolarità della tua vita?... Oh, bella!... Non mi rispondi? O che sei di sasso?... Rispondi! Dio! Come mi fai affaticare! Rispondi, rispondi!
Spirito. Ma perchè da tre sere mi tormenti?
— Io? Forse senza volerlo... Dammi la mano.... Un solo dito?... Pare un dito di scheletro.
Spirito. Perchè mi tormenti?
— No, anzi voglio il tuo bene.
Si sentiva spossata:
— Questo spirito è tanto duro!... Se lei sapesse come ho dovuto pregarlo!
E volle riposarsi un momentino; ma il suo riposo non fu tranquillo. Vedeva dei brutti ceffi:
— Li mandi via! Li mandi via!
Con pochi passaggi alla fronte, i brutti ceffi sparirono. Ma ecco, da lì a poco, altre apparizioni.
— Oh! Oh! Guardi che bei fiori!... Oh quante belle ragazze! Queste sì che voglio vederle! Eccone una qui vicina. Mi ha dato un gran mazzo di fiori... Che bel nastro! Lo regalerò alla zia... E tu chi sei che vieni a visitarmi? Come ti chiami?
Rispondeva ella stessa, contraffacendo la voce, imitando questa volta una soavissima voce di donna.
Spirito. Mi chiamo Zaira. Sono stata commossa dal sentirti pregare così profondamente per vedere quello spirito duro. Ho pianto.
— Oh, grazie! Ci ho immenso piacere.
Zaira. Quello spirito è scortese. Ma, sai? è il suo naturale; fu un uomo forte. Non farne caso.
— Potresti tu dirmi la sua vita invece di lui?
Zaira. No.
— Come sei bella! Quanto mi conforta il vederti!
Zaira. Ci rivedremo ogni sera.
— Addio! Dammi un bacio..... È ita.... Sono stanca. Ho parlato tanto!
Riposa appena altri pochi minuti, ed ecco nuove apparizioni (dovrei dire allucinazioni?) che vengono a sorprenderla e deliziarla.
— Un angiolo! Un angioletto!... Oh, che bellezza! Come va via! Oh, vieni! vieni! Ecco; scende. Eccolo! Siediti qui, su questo guanciale... Ma non vede lei che sole di bellezza? Capelli di oro, occhi cerulei...
La lasciai sbizzarrire.
La sera dopo, appena entrata in sonnambulismo, volle subito rivedere la Zaira e l'angioletto nel quale avea riconosciuto, diceva, uno dei suoi fratelli morti bambini; e s'intrattenne a lungo con essi, stizzendosi fortemente allorchè tentavo di svegliarla. Avvenne che, al destarsi, non potè più aprire gli occhi, come l'altra volta; ma ora non ci vedeva.
— Vuol sapere perchè? mi disse. Perchè non ho dato un bacio alla Zaira prima di licenziarla.... Oh, Cristo!... Questa è nuova!
Riaddormentata, baciò la Zaira; e, appena sveglia, aprì gli occhi.
Queste divagazioni, che occuparono la intiera seduta, avevano impedito per quella sera la evocazione del Foscolo. La sera dopo s'incominciò da lui.
Spirito. Perchè mi tormenti?
— Ma che tormentarti!.... Mi dirai finalmente la tua vita?
Spirito. No!
— No? Eppure tu me l'hai promesso!
Spirito. Non sosterresti il suono della mia voce. Non vedi come tremi?
— Non importa.
Spirito. Soffriresti molto!...
— Non importa.
Spirito. Bada! So che hai domandato alla Zaira le notizie della mia vita....
— No....
Spirito. Sì!!!
— Non mi far paura! Non ti sdegnare; ti bacio!
Spirito. Se domani sera potrò sbugiardarti!... Ora ti lascio.
— Si allontana lentamente... Com'è sdegnato!
E la quinta sera fu peggio.
— Com'è fosco! disse la Beppina.
Pure tornò a rammentargli la promessa.
Spirito (rabbiosamente). No! No!
— Dunque vuoi andartene?
Spirito. O che mi mandi via?
— Non mi far paura! Sii bono! Sii bono! supplicava la Beppina con un fil di voce.
Fu una scena straziante, indimenticabile! Mi sento accapponar la pelle al solo ricordarla scrivendo. La voce della Beppina, quando ella parlava in nome dello spirito, aveva uno accento feroce; e lei, la povera ragazza, sfigurita dal terrore, quasi non era più riconoscibile. I capelli, scioltisi nell'agitarsi di tutto il suo corpo, le cadevano disordinati sulle spalle e sul petto, e, fra il nero dei capelli, il suo viso pareva livido, con quelle occhiaie dove sprofondavansi gli occhi chiusi, sotto le sopracciglia corrugate.
Spirito. Alzati! Alzati!
— Dio, come tremo!... Che voce!
Spirito. Inginocchiati, così, colle mani giunte! Piangi!
Inginocchiata nel mezzo della stanza, la Beppina singhiozzava, e grosse lagrime le rigavano il volto. I suoi ed io, attorno a lei, ci guardavamo, atterriti, nel bianco degli occhi, senza poter dire una parola.
— Perchè mi fai questi strapazzi? domandava la piangente.
Spirito. Perchè sei stata una traditrice! Hai diffidato di me; hai chiesto alla Zaira le notizie della mia vita... Ti tormenterò!
Pensai d'intervenire:
— Gli dica che sia buono, altrimenti lo mando via!
— Mi ha risposto che non sta più soggetto al magnetizzatore.
Infatti continuò a tormentarla.
Spirito. Alzati.... Inginocchiati a piè del letto, no sul tappeto!... Piangi forte!
— Piango! Piango!
Volevo destarla ad ogni costo.
— Per carità! mi disse: farebbe peggio. Mi lascerà; non abbia timore.
Spirito. Verrai meco.
— Ma dove?
Spirito. Alla mia tomba; vieni!
— Oh, Dio!
Si avanzò, curva, a lenti passi, con un'indescrivibile espressione di terrore, sino alla parete opposta; poi tornò indietro, senza voltarsi, perchè così, diceva, le era stato ordinato.
— È sparito? le domandai.
— È lì che mi guarda.
Spirito. Avvicinati.... Unisci le mani!
— Perchè mi leghi?
Spirito. Per gastigarti. E ti farò ben altro sai? ben altro!.... Ora inginocchiati.... piangi.... manda strida!
— Mi sentiranno i pigionali di sopra, Dio mio!
Spirito. Non ti sentirà alcuno.
A quei singhiozzi, a quelle strida che strappavano il cuore, mi decisi a svegliarla per forza, con un gran soffio sul viso. Vedendosi in mezzo alla stanza, coi capelli sciolti, circondata da tutti noi altri pallidi e ansiosi, provò sorpresa e paura. Mi pregò di riaddormentarla e di destarla dolcemente. Non si ricordò più dell'accaduto; e nessuno di noi ne fece motto.
Ma era scritto che quella notte dovesse, per noi, passare agitatissima.
Si chiacchierava in salotto, e la Beppina, fermata in mezzo all'uscio, rideva di certe barzellette raccontate da suo fratello.
A un tratto, le vidi fare un movimento d'inquietitudine, poi di sorpresa... Si sentiva tirare pel vestito, di dietro, insistentemente:
— Oh, Dio! sento qualcuno alle mie spalle!... È uno spirito! Ah!
Lo strano era che parlando, al solito, con quella voce grossa e minacciosa e ripetendo le stesse parole dette durante il sonnambulismo, non sapeva più rendersi conto di quel che volessero significare:
— Di quale Zaira, di che vita le ragionava?
Spirito. Guarda qui di quale Zaira!
— Sì, ora la riconosco, ora mi rammento!
Questa volta la Beppina era ben desta, e l'apparizione le si riproduceva dinanzi, come le tante e tante allucinazioni da me ripetutamente provocate.
Dovette ballare, dovette bere del vino, lei che non ne beveva punto! e il sapore di esso ora le sembrava di marsala, ora di rosolio, ora di amarissimo veleno. Dovette distendersi bocconi per terra e picchiare colla fronte sul pavimento; poi dovette ribere fino a tanto che la sbornia presa non la lasciò più reggere in piedi.
Spirito. Butta a terra il bicchiere e vai a letto!
N'era tempo!
Ma noi la vegliammo, temendo una ripresa di quel fenomeno che ci avea tenuti tutti in grande angustia; me più di tutti, che lo avevo così imprudentemente provocato. E fu bene; perchè, dopo un quarto d'ora, la Beppina cominciò a borbottare qualche cosa che non si capiva. Lo Spirito (lasciamelo chiamare tuttavia così) era già di ritorno e le ordinava di levarsi da letto per farle passare l'ubbriacatura. Il mezzo era semplicissimo: la Beppina dovea correre, appoggiata al mio braccio, su e giù per le stanze. Riuscì.
Ora ella non provava più nessun terrore; rideva, ci faceva coraggio e, andando su e giù, continuava a ragionare con Lui che non cessava di minacciarla: — Oh! l'avrebbe afflitta parecchie sere di seguito, trascinandola seco per burroni, per ghiacciaie, per foreste, fra assassini che le avrebbero fatto provare atroci dolori di morte! E poi la avrebbe spinta in mare, a nuoto, e ve la avrebbe lasciata affogare! E poi ella doveva cantare, ballare e rappresentare una tragedia, una commedia... Insomma, non la avrebbe lasciata più! Mai più! Era sua, sua per sempre!
Il programma fu, punto per punto, inesorabilmente eseguito. Alle nove precise, lo strazio della povera Beppina ricominciava ogni sera, per due ore fitte. E di quella mimica con cui ella eseguì il suo smarrirsi pei burroni, il suo arrampicarsi su per le ghiacciaie e il suo dibattersi fra gli spasimi dell'agonia, quando le parve di esser ferita a morte dagli assassini; di quella mimica non è possibile se ne formi neppure una debole idea chi non ne fu spettatore.
Il prof. Ugo Amico che, insieme coll'ingegnere Andrea Arena di Messina, la vide quella sera in cui rappresentò tutta l'azione di una tragedia con efficacia di espressione non mai raggiunta dalla Rachel e dalla Ristori, pianse, commosso, come forse non avea mai pianto a nessuna rappresentazione teatrale.
Oramai l'ossessione (la crisi forse sarebbe meglio detta) non contava più intermittenze. In ogni ora, in ogni momento della giornata, c'era sempre qualche cosa di nuovo che ci teneva sospesi, in apprensione di peggio.
Un giorno, a mezzo desinare, lo spettacolo divenne, subitamente, meraviglioso davvero. La Beppina cadde in una specie di estasi che la rapiva in alto e la facea tenere così equilibratamente sulla estrema punta dei piedi, che per un momento dubbitai non stesse proprio elevata a qualche distanza dal suolo. Il suo volto era trasfigurato. I lineamenti, irregolari e poco aggradevoli, avevano assunto una bellezza sorprendente: la carnagione, da bruno-pallida, si era mutata in un incarnato di portentosa delicatezza.
Questa volta Egli voleva darle il suo anello, voleva sposarla.
— Ma tu sei morto da tanto tempo! gli faceva osservare la Beppina.
— Oh, non voleva dir nulla. Si sarebbero sposati in ispirito.
— No, no! ella balbettava colle mani giunte. Non ne sono degna! Non ne sono degna!
E, nel godimento di un'ineffabile felicità, prorompeva in esclamazioni interrotte, da cui non potevasi ben rilevare che cosa lei sentisse e vedesse durante quel mistico rapimento.
Era sua! Proprio sua! E perciò esigeva da lei anche atti che parevano d'adorazione; e perciò le suggeriva parole di preghiera, in un linguaggio inintelligibile e che mi duole grandemente di non aver subito trascritte.
E voleva che restasse a lungo, da solo a solo, con lui. E la notte, in sogno, la conduceva via con sè.
Dove? Una volta dentro un sotterraneo, a dormire sopra una cassa da morto: un'altra volta in una camera nuziale magnificentissima, su morbidissimo letto. Talchè, la mattina dopo, ella si levava spossata, precisamente come quando era restata troppo a lungo in sonnambulismo.
Durante gli accessi più forti, ora nell'uno ora nell'altr'occhio della Beppina, manifestavasi uno strabismo pronunciatissimo; potresti osservarlo nelle fotografie che trovansi in mia mano, ordinate da lui ed eseguite dal Semplicini.
Sono in quattro pose. In una di esse, i caratteri della nevrosi isterica appaiono evidenti nello sguardo smarrito, nella fiera espressione delle labbra, nell'atteggiamento della testa e delle braccia. Nessun pittore ha mai dipinto un'Ofelia così terribilmente vera da poter reggere il paragone di questa fotografia della Beppina.
Durante quelle lunghe giornate di estate era un continuo ragionare sotto voce fra Lui e lei; e se io tentavo di inframmettermi e sapere di che cosa si trattasse, ero da lei pregato di scostarmi, per non attirarle addosso eccessi più tristi.
Intanto io mi rinfrancavo, andavo riprendendo la padronanza di me stesso, e a poco a poco, m'imponevo, di bel nuovo al ribelle organismo della Beppina.
Sentiva ella la voce di lui che la chiamava dall'altra stanza?
Le facevo dei passaggi agli orecchi; e il fenomeno cessava.
Ricompariva questo sotto una forma diversa, di tiratine alle falde posteriori del vestito, perchè quella ubbidisse alla chiamata?
Le facevo dei passaggi dove la tiratina era sentita; e il fenomeno cessava.
Allora fu un combattimento continuo, accanito, senza quartiere, tra lo Spirito (o l'accesso) che cercava di sopraffarla, e me che la difendevo, inventando nuovi modi di battagliare per mandarne a vuoto le astuzie. La circondavo (almeno la mia intenzione era questa) d'una cinta impenetrabile di fluido, dentro cui ella viveva, muovendosi come sotto una campana di cristallo che secondasse gli ordini della sua volontà e la seguisse, dappertutto. Ma se, così, sentivasi ben riparata dalla malefica influenza di lui, non stava per questo tranquilla. Anzi diventava triste, di giorno in giorno. Si appartava, con una scusa e con un'altra, da noi; e una volta, dopo molto mio insistere, confessommi che provava come una vertigine di suicidio, massime quando trovavasi presso il pozzo, in cucina. Le pareva ch'egli ve l'attirasse, da lontano. La voleva seco, ad ogni costo!
Una sera, e fu l'ultima, riapparve minacciante, per pochi minuti.
La Beppina, nel sentirlo avvicinare, aggrappavasi, tremante, al mio braccio, invocando aiuto e difesa. Io aveva già steso intorno lei la mia solita cinta fluidica, ma lui, intanto le fremeva attorno, benchè tenuto discosto. Stavamo lì trepidanti, lei, i suoi ed io: chi l'avrebbe vinta?
A un tratto...