Studii sulla
Letteratura Contemporanea
LUIGI CAPUANA
STUDII
SULLA
LETTERATURA CONTEMPORANEA
SECONDA SERIE
CATANIA
NICCOLÒ GIANNOTTA, LIBRAJO-EDITORE
Via Lincoln, N. 255-257.
1882
PROPRIETÀ LETTERARIA
Catania — Tip. di L. Rizzo, Piazza Spirito Santo.
PREFAZIONE
Gli scritti raccolti in questo volume vennero pubblicati, meno uno o due, in un giornale politico.
Se si riflette che nei giornali politici la critica letteraria sia soltanto tollerata e che debba pagare questo beneficio coll’ingegnarsi di riuscire quanto più possa leggiera, s’avrà la ragione dei molti difetti di essi e, forse, di qualche lor pregio.
Il timore d’esser noiosa farà presto sbandire la critica letteraria anche dai pochi fogli quotidiani che si son permessi finora questa specie di lusso intellettuale. La critica diventa di giorno in giorno più strettamente scientifica, e i lettori dei giornali, da che si stuzzica in tutti i modi la loro malsana curiosità, sembra non sappiano gustar altro che le notiziette imbandite calde calde dalla sollecitudine dei cronisti. Fra intendimenti e gusti così opposti non v’è conciliazione possibile; e sarà assurdo sperare che, per amore della letteratura, s’abbia a tentare un piccolo sforzo contro le inclinazioni del pubblico.
Quando il divorzio tra il giornale politico e la critica letteraria sarà completo, gli scritti del presente volume acquisteranno, se non mi illudo, il valore — non grande — di segni del tempo.
È il pretesto che me li fa raccogliere; e vorrebb’essere ancora la mia scusa.
Luigi Capuana.
GINO CAPPONI[1]
Chi dimorò in Firenze negli anni della capitale provvisoria incontrò spesso per le vie un vecchio di regolare statura, dai capelli bianchi, dalla barba anche bianca che gli contornava la faccia, con un occhiale bleu a quattro lenti da cui veniva malamente nascosta la sua cecità, con abiti decenti ma infilzati alla meglio e scarpe grossolane che stonavano un poco coll’aspetto dignitoso e coll’aria signorile di tutta la persona. Appoggiato al braccio d’un servitore meno vecchio di lui, andava con passo alquanto affrettato, la testa alta, le labbra un po’ affondate dentro la bocca priva di denti. Era un personaggio che faceva impressione e destava curiosità; si capiva facilmente come non fosse un uomo volgare. Infatti era il marchese Gino Capponi.
Per un giovane che usciva caldo caldo dalla lettura del Foscolo, del Leopardi, del Giusti, del Guerrazzi la prima vista del Capponi aveva qualcosa dell’apparizione. Io ricordo che, tutte le volte per caso lo incontrassi, portavo involontariamente la mano al cappello, quantunque sapessi che lui non potesse accorgersi di quel mio segno di rispetto. La sua figura mi ridestava tante emozioni giovanili. Allora avevo appena letto due o tre brevi scritture di lui; però sapevo che il Leopardi gli avesse dedicato La palinodia, il Foscolo una lettera sul Commento alla Divina Commedia, il Guerrazzi l’Isabella Orsini e il Giusti le Nozze e la Terra dei Morti. Da queste dediche e dagli epistolarii del Foscolo e del Giusti avevo appreso ad amare e a venerare un uomo riputato degno di tali amicizie e di tanto rispetto, il nome del quale trovavo sempre mescolato a quanto di nobile e di grande s’era fatto in Italia nella prima metà di questo secolo; e la sua vista faceva rivivere sotto i miei occhi tutta un’epoca di entusiasmi, di lotte e di gloria letteraria (non mi preoccupavo di altro) che oggi apparisce così lontana da dover fare uno sforzo per rammentarsela.
Ricordo anche il mio dispetto e il mio rossore un giorno che in una conversazione, e da un giovane fiorentino, intesi qualificare come scroccata la reputazione del Capponi. Quali sono le sue opere? Che resterà di lui per giustificare nell’avvenire quest’aureola che ora lo circonda? domandava quel mio amico a cui avevo manifestato la mia gioia di aver inteso un breve discorso del Capponi in una tornata dell’Accademia della Crusca nell’occasione del Centenario dantesco.
Il mio amico se la prendeva contro il cattivo vezzo degl’italiani d’accettare certe riputazioni belle fatte senza domandarne i titoli e senza discuterle. Il Capponi, secondo lui, doveva ritenersi un mito, una leggenda. Quello di via San Sebastiano era, senza dubbio, un gentiluomo, un patriota come se ne conoscevano tanti; ma, infine, quel venerando che gli si appiccicava per indicare una grandezza o d’ingegno o di carattere gli pareva un’iperbole. Io sapevo ben poco di particolare per rispondere a tale sfuriata, pure dissi qualche cosa e con calore. Allora quegli rincarò la dose: Non voleva parlare degli scritti. Dove erano? Articoli di giornali! Non si andava ad astra con questi. Il patriottismo? Dio mio! In un’epoca dove tanti s’eran fatti fucilare, imprigionare e torturare per l’Italia, lo sgusciare fra tre rivoluzioni senza aver torto un capello, non era piuttosto una dimostrazione del contrario? Insomma, volevo saperla schietta? Il Capponi era un codino! Due anni prima aveva scritto una lettera contro il matrimonio civile. Se si fosse torto un capello al Papa, si sarebbe dimesso dalla carica di senatore. E conchiuse: Gino Capponi? Un fétiche! — Io rimasi mortificato e, non lo celo, un po’ scosso. Quando venne pubblicata la sua Storia di Firenze cominciai a leggerne il primo volume con grandissima curiosità. Volevo trovarvi una risposta vittoriosa alle scettiche osservazioni di quel mio amico che non mi erano uscite di mente; ma i primi capitoli mi disillusero peggio, e non andai oltre. Vi cercavo l’artista, lo storico moderno, e mi pareva di scorgervi un lavoro stentato, fatto con intendimenti e con mezzi invecchiati e fuori d’uso. Per quanto fossi conscio della mia incompetenza a giudicare un’opera di quel genere, non potevo mettere in dubbio, per lo meno, la sincerità delle mie impressioni. I giudizii della stampa mi fecero capire che forse non avevo tanto torto; e già se non ripetevo anch’io: Gino Capponi? Un fétiche! ci mancava poco.
Da questo si può comprendere con che avida impazienza abbia io preso in mano il libro che il senatore Tabarrini ha dedicato al Capponi ai suoi tempi, ai suoi studi ed ai suoi amici. Lo apersi con diffidenza. Sapevo che il Tabarrini era stato uno degli intimi dell’illustre fiorentino, e avevo paura che l’amicizia gli avesse fatto esagerare le tinte e adulare un pochino la fisonomia dell’originale nel ritratto che presentava; nè le prime parole della prefazione mi rassicurarono. «Gino Capponi fu ai tempi nostri uomo veramente memorabile per altezza d’ingegno, rettitudine di animo ed opere virtuose; e tale quale era, e noi lo conoscemmo per lunga consuetudine, vorremmo che passasse ai posteri: i quali quand’anche siano per essere pietosi alla presente generazione, è dubbio se sapranno intendere certe esistenze elette che si educarono con discipline ora messe fuori di uso come strumenti inservibili, e trassero le norme del vivere da dottrine oggi ripudiate, come pastoie incomode alla sconfinata libertà del pensiero.»
Però la maniera elegante, da vero gentiluomo, del discorso del Tabarrini cominciò subito a legar la mia attenzione e a vincere la mia diffidenza. Ogni pagina scorsa era una nuova attrattiva, ogni capitolo una vittoria. La figura del Capponi si disegnava, si coloriva, s’animava nettamente, potentemente, con naturalezza ammirabile, per via d’una sapiente sobrietà di tocco che la faceva grado a grado venir fuori dal fondo oscuro della tela come per una lenta invasione di luce; e quando, nelle ultime pagine del libro, lessi: «noi ci siamo fermati con compiacenza a tratteggiare questa nobile figura del nostro tempo, perchè dubitiamo che la scuola moderna difficilmente ne possa produrre somiglianti nell’avvenire...» quando lessi queste belle parole alzai la fronte soddisfatto. Avevo tuttavia dinanzi gli occhi lo aspetto di quell’iroso giovane fiorentino, e mi pareva di rispondergli: ecco, Gino Capponi non è un mito!
Il libro è fatto con quell’arte squisita della quale sembra si sia perduto lo stampo in mezzo a questa fretta smaniosa di comporre imposta dalle febbrili circostanze della vita contemporanea. Vi si sente qua e là un’intonazione severa, d’uomo che ha visto tempi migliori o che meglio corrispondevano all’ideale della vita, ai sentimenti e al carattere creatigli dalle circostanze in mezzo le quali ha passato il primo fiore degli anni. Però nessun’animosità, nessun sconforto. «Alle porte di questa antica civiltà nostra, batte col pugno una gente che non riconosce altra forza che quella dei muscoli, che non pregia altre opere che le manuali, e si ride delle lettere, delle arti e di quant’altro ha fatto fin qui l’orgoglio del mondo civile. Al cospetto di queste selvagge assurdità, la disputa umilia ed irrita. Facciamo il dover nostro esaltando la luce divina dell’ingegno, rendendo omaggio agli uomini che hanno onorato degnamente la patria; e dei paradossi dell’ignoranza livellatrice, qualunque siano per essere i destini di questa civiltà così perfidamente schernita, appelliamoci confidenti alla coscienza del genere umano.» Sono le ultime parole del volume e non era facile il chiuderlo con più fiera dignità di così.
La vita di Gino Capponi può dirsi puramente intellettuale. L’azione, da giovine, gli venne quasi interdetta dalle circostanze politiche e sociali dei suoi tempi: poi, da quella completa cecità che gli sopravvenne prima del 1848 e lo dimezzò, impedendogli di studiare e di muoversi senza il soccorso degli altri. Eppure nessuno s’era preparato all’azione con maggior copia di studii e di osservazioni personali in tutti quei viaggi in Francia, in Inghilterra, in Olanda, in Germania, dopo di aver visitata da un capo all’altro la sua patria. E aveva dovuto lottare cogli esempi dei suoi contemporanei e colle tradizioni e coll’educazione della famiglia. La sua facoltà d’esame s’era sviluppata precocemente. A 22 anni notava della sua fanciullezza: «sensi di cuor buono, di carattere forte e cupo... occupazioni di mente, violenze di carattere, sogni d’imaginazione, malinconie continuate sensibilmente fino all’anno quattordicesimo:» e del 1806 poteva scrivere in quel suo fascicolo di Appunti sulla vita morale: «Cognizione della mia situazione. Richiamo dei principî inveterati. Maggior frequenza coi genitori. Modi di vivere diversi dai medesimi per educazione; perciò abitudine e restringere dentro me medesimo le massime fatte ormai mie.» Ma la sua emancipazione non è ancora completa. Un giorno, a 19 anni, il padre lo conduce in casa Riccardi come se si trattasse d’una visita di cerimonia. Andando via, nello scendere le scale gli domanda se gli piacesse la marchesina. Sì, risponde Gino. Sta bene, essa sarà tua moglie, gli dice il padre. E Gino accetta, sottomesso, la volontà di quello o per lo meno non osa resistere; giacchè troviamo in quegli Appunti: «Sollevamenti di animo brevi.... Ingresso nel mondo lento. Esecuzione delle massime fatte da me e credute tutte praticabili in principio...» e i puntini così discretamente messi dal Tabarrini fanno intravedere qualcosa di serio nella lotta interiore che il giovane Capponi dovette allora sostenere. Però il carattere già si disegna, già comincia ad affermarsi quale fu poi per tutta la vita, colle sue sdegnose alterezze, colla sua fina penetrazione, colla sua attività interiore, coi suoi scoramenti, colle sue indecisioni, colla sua fermezza, colle sue generose tolleranze, col suo largo comprendere gli eventi e gli uomini che spesso lo rende esitante e lento nel risolversi quando più sarebbe opportuna una risoluzione pronta ed ardita.
È impossibile riassumere dalla stupenda narrazione dal Tabarrini l’azione nascosta ma energica del Capponi in tutti gli avvenimenti politici della penisola dal 1820 al 1848. Il Capponi non è un congiuratore, non ha fede nei mezzi violenti; ma i suoi consigli, la sua influenza personale si fanno sentire da per tutto, specialmente in Lombardia e nel Piemonte, ove è legato di forti amicizie coi capi che promuovono l’agitazione nazionale. In quei Ricordi che colla rapida semplicità dello stile lo rivelano intiero, egli racconta che nel gennaio del 1831 il Libri tornato di Francia gli confidò un suo progetto per far violenza al Granduca e strappargli una costituzione. Al Capponi quel progetto parve del pari odioso che imprudente. Voi siete di quelli del secondo giorno, gli disse il Libri. E il Capponi rispose dignitosamente che avrebbe fatto la sua parte il secondo giorno, come la sua coscienza e come la sua prudenza lo avrebbero consigliato. E al Guerrazzi, che coi Livornesi voleva precipitar le cose, disse: «che non aveva prurito alcuno di sconvolgere il paese suo chiamando sovra esso danni e miserie infruttuose pel solo amore delle rivoluzioni, le quali sono un magro gusto quando il popolo medesimo che tu hai voluto liberale, poi ti ringrazia con le sassate.»[2] Parole queste ultime ch’esprimon bene quel senso pratico un po’ freddo e scettico, proprio dei toscani, ai quali un governo relativamente mite, da vinai, come diceva il Fossombroni, toglieva lo slancio impetuoso del cuore, principale elemento dei grandi fatti e creatore degli eroi.
Non intendo dire con questo che al Capponi mancasse il cuore. Se non pagò di persona, come tant’altri che s’arrischiarono per l’Italia in ardite e spesso inconsiderate imprese, pagò d’affetto e di sostanze. La sua casa fu aperta a tutti. Il Colletta e il Giusti vi trovarono ospitalità fraterna; gli esuli, i profughi, i varii tentativi di istituzioni dirette all’educazione civile e morale del popolo furono soccorsi largamente dalla sua borsa, senza punto badare a differenze di opinioni o di indirizzi. Nelle memorie di G. B. Vieusseux pubblicate dal Tommaseo si legge, diretto da quello al Capponi, il seguente biglietto: «Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il suo nome è Garibaldi.»
E nemmeno deve intendersi ch’egli rimanesse in quell’inerzia contemplativa e quasi buddistica che la sua cecità potrebbe anche giustificare per la seconda metà della sua vita. La fondazione dell’Antologia dell’Archivio storico, specialmente quella della prima, segna una data memorabile nello svolgimento dello spirito italiano. Nè fu poca ventura per l’Italia l’incontro di due caratteri diversamente energici come quelli del Capponi e del Vieusseux che condussero a buon porto la difficile impresa di quel giornale. Prima della cecità egli pensava a grandi lavori storici d’argomento elevatissimo come, per esempio, la Storia civile dei Papi della quale scrisse soltanto quattro capitoli d’introduzione, quantunque ne avesse con molto studio messi insieme i materiali, ricorrendo direttamente alle fonti. Tutti i problemi d’economia politica e d’educazione lo attirarono, lo tentarono e non solo teoricamente, ma anche nella pratica: e pel carattere del Capponi questo significava azione più immediatamente utile e meno arrischiata di qualunque altra.
Ma è innegabile, e il Tabarrini lo confessa senza attenuarlo, «che la potenza nell’intelletto non andava pari nel Capponi all’energia della volontà. Le risoluzioni erano in lui per lo più tarde e combattute e pareva che il molto sapere fosse d’impaccio più che di aiuto all’azione. Avezzo a indagare sottilmente il pro e il contro d’ogni cosa, rimaneva perplesso nella scelta... E in queste irresoluzioni lo aveva conformato la vita impostagli dai tempi ed aggravata dalla cecità, vita tutto di pensiero solitario, senza quello esercizio di azione che viene dalla pratica dei negozi.» Inoltre il Capponi fu troppo diffidente delle proprie forze. Arditissimo e liberissimo nel pensare quando fu giovane, ebbe poi quasi paura della sua arditezza, o meglio ebbe paura di manifestarla, giacchè anche dalla voluta e cercata oscurità della sua forma letteraria si scorga che l’energia della mente non si lasciò mai completamente sopraffare da riflessioni secondarie e da riguardi mondani.
Se si va in fondo alle sue idee, s’arriva alla conchiusione che il difensore del matrimonio religioso non fu un cattolico. Le parole partito cattolico e interessi cattolici, in questi ultimi tempi, gli facevan perdere la calma abituale. Probabilmente egli si contentò d’un vago deismo, d’una fede quasi poetica nella immortalità dell’anima umana, che diedero elevatezza alle sue azioni e pace al suo cuore. Questo stato intellettuale un po’ vaporoso si rivela benissimo in uno di quei suoi Pensieri pubblicati nel volume degli scritti inediti, ove dice: «Ricondurre la filosofia nel seno della religione, è ricondurre via via il sapere dentro alla cerchia del buon senso.» Sentenza che non dimostra una chiara idea della filosofia nè della religione, ma un sentimento oscuro di entrambe.
Nelle consuetudini della vita, dice il Tabarrini, egli sapeva unire il decoro patrizio alla semplicità popolana. Le stanze da lui abitate, nel suo vasto palazzo di via san Sebastiano, erano arredate coi mobili antichi lasciativi da suo padre. La sua voce robusta s’affaceva bene nelle conversazioni al suo modo di discorrere da controversista implacabile e qualche volta da tribuno. Pure nessuno era più tollerante di lui che aveva delle opinioni ferme perchè, direi, ben digerite e passate nel sangue e nelle fibre. Così si spiegano le sue lunghe amicizie con uomini di carattere opposto al suo, ben noti per rozza violenza come quelli del Libri e, specialmente, del Tommaseo.
A proposito dei quali dirò che dilettevolissimi riescono i capitoli del lavoro del Tabarrini ove si parla delle loro relazioni col Capponi; ma sarebbero riusciti più attraenti se l’autore, oltre alle citazioni delle lettere di essi, avesse voluto esser più largo dei particolari e degli aneddoti che egli, vissuto così lungamente in mezzo a loro, deve certamente sapere. Per esempio il punto ove si tocca delle relazioni del Capponi col Niccolini mi sembra trattato con troppo ritegno. Della rottura tra il Niccolini e il Capponi, dopo una amicizia intimissima di quasi mezzo secolo, si vorrebbe sapere di più che queste magre parole: «Finì (il Niccolini) col romperla a dirittura con tutti gli uomini che non partecipavano ai suoi furori ghibellini, e più fieramente si sdegnò col Capponi che non volle più rivedere chiudendosi in una solitudine rabbiosa e soffrendo di parecchi parossismi nervosi che qualche volta somigliavano a demenza.»
Il Niccolini e il Capponi si trovavano insieme quasi tutte le sere in casa delle vecchie megere Certellini, in via della Vigna Nuova, una delle quali, vedova, era stata e forse era tuttavia l’amante del Niccolini. In quel ritrovo alla buona, che il petegolezzo delle due vecchie turbava spesso, sembra, per gelosie e con bisticci da ciane, la conversazione tra i due amici si elevava ad alti soggetti di letteratura. D’ordinario era tra loro una gara di citazioni di testi greci e latini, una furia di chiose e di comenti dove il Capponi non di rado vinceva, aiutato dalla sua ferrea ritentiva: gara vivacissima, d’un completo abbandono, d’un’intimità sconfinata che permettevano al Niccolini, quando il vittorioso era lui, delle uscite brutali come questa: il mio stivale ne sa più del tuo cervello, senza che la serenità del Capponi e la loro cordiale amicizia ne fosser turbate.
Dalla narrazione del Tabarrini pare che l’Arnaldo da Brescia fosse stato pubblicato prima della rottura col Capponi. È dunque una leggenda la scena che si racconta avvenuta tra lo sdegnoso poeta, il Capponi e il Centofanti quando questi due andarono come deputati di quel gruppo che il Salvagnoli chiamava la Scuola storica di San Sebastiano e i fiorentini, tout court, Sansebastianisti?
Si dice che nella stanza di studio del Niccolini, nel soppresso convento di santa Caterina, il dialogo fra i tre amici fu vivacissimo e colorito di quel linguaggio popolano troppo energico che il Niccolini amava usare con libertà antica.
— E voi credete a tutto? domandò il Niccolini.
— A tutto, risposero il Capponi e il Centofanti.
— Anche alla Santissima Annunziata?
— Anche!
— E non avete nessun dubbio? Possibile?
— Oh! in verità, rispose ingenuamente il Centofanti, io ho qualche dubbio sull’immortalità dell’anima.
— Andate fuori.... dai piedi! urlò allora il Niccolini; fuori dai.... piedi, razza d’ipocriti e di falsi! E non mi venite più innanzi!
— Eh, via! disse il Capponi: tu ghibellino e noi guelfi, ma rimarremo sempre amici.
— Mai più! Mai più!
Il Niccolini, in preda a un vero parossismo, colla bava alla bocca, sputava alle spalle dei due che si allontanavano, e sbatacchiògli l’uscio quasi addosso.
Questo si dice. E se non è la verità, sarebbe stato bene trovare nelle pagine del Tabarrini la vera versione.
Ma io mi fermo su cose piccole e il soggetto è pieno di grandezza, di grandezza morale soprattutto. Giacchè io opini che di Gino Capponi sopravviverà nell’avvenire la figura e il carattere, ma nessuno degli scritti, o soltanto poche pagine e alcuni pensieri staccati pieni di profondità. Tra questi ne scelgo due di natura diversa come suggello del mio articolo:
«Per molti, uccidere i minori affetti a benefizio d’una passione sola, è porre ordine nella vita. Nel nostro animo le più volte accade come nelle città divise; dei più violenti è la vittoria, e quando hanno oppresso i deboli, dicono di avervi recato pace.»
«Quella sentenza del Macchiavelli, che vuole si riconducano le cose ai loro principii, io non la seppi mai bene comprendere. Nemmeno Dio può ricondurvele, perchè non può fare che tra esso e noi quello che è stato non sia stato.»
Intanto rifletto che anche i giudizii estremi han sempre qualche cosa di vero: Quel mio giovane amico, se pensava stortamente del Capponi come uomo, non aveva poi molto torto riguardo al Capponi scrittore.
TULLO MASSARANI[3]
Un carattere forte e uno spirito delicato, ecco Tullo Massarani.
Nel 1851, prima che s’aprisse l’esposizione mondiale nel Hyde-Parke di Londra, suo padre gli disse:
— Vorresti andare a vedere l’esposizione?
Tulio (allora aveva venticinque anni) non se lo fece ripetere due volte. Era il primo viaggio che avrebbe fatto solo, e l’occasione non poteva essere più attraente.
— Però, promettimi una cosa, aggiunse il padre con aria severa: tu non cercherai di vedere il Mazzini. Con questa condizione potrai partire domani.
— Non sono sicuro di mantenere, rispose Tullo. Preferisco non andare.
L’avvocato Giacobbe Massarani era una mente lucida, positiva. Non partecipava alle illusioni del figlio e di molta gioventù d’allora sull’efficacia dei tentativi e delle idee mazziniane. Per lui non c’era altra salvezza politica che tenersi stretti al Piemonte, l’unica provincia italiana che mantenesse fede allo statuto e che possedesse un vero esercito: non bisognava fantasticare sulle possibili forme di governo finchè un palmo di terra italiana era calpestata da piede tedesco.
Tulio fu irremovibile. Andare a Londra e non vedere il Mazzini sarebbe stata una cosa così superiore alle sue forze che lo avrebbe fatto venir meno anche ad un giuramento. Egli già rassegnavasi a non assistere a quella prima festa delle Nazioni, com’allora si diceva, quando l’intromissione della sua mamma gli ottenne di partire senza esser legato da nessuna promessa.
Quest’aneddoto della giovinezza del Massarani ritrae perfettamente il suo carattere sodo e sincero.
Per conoscere la delicatezza del suo spirito basta leggere i Sermoni raccolti ora in un bel volume dai Successori Le Monnier.
Tullo Massarani appartiene a quella generazione fortunata che può dire con orgoglio: ho fatto l’Italia. È nato nel 1826 dall’avvocato Giacobbe e da Elena Fano che gli procurarono per tempo un’istruzione accurata. Tra i suoi maestri fu David Norsa, un nobile intelletto, un cuore ardente pel quale egli nutre una venerazione affettuosa, come di figlio.
Prima del 48 e prima del 59 amare la patria voleva dire, innanzi tutto, congiurare. Il Massarani, come tant’altri, fu dunque mazziniano e prese larga parte a quell’opera di propaganda che contribuì non poco all’unità italiana. Ma il suo spirito saggio e il suo buon cuore lo salvarono sempre dagli estremi.
Da Londra tornò imbottito di cartelle del famoso prestito di Mazzini. Sapeva di essere spiato e ne avvertì il Finzi che fu men cauto di lui e scontò la sua generosa imprudenza col carcere austriaco. Però le ricerche della polizia, nelle due visite notturne che gli si fecero in casa, non riescirono a sorprendere presso il Massarani nessun documento compromettente.
Allora l’attività di sotto mano veniva sussidiata da un’altra attività in piena luce. Studii letterari, studii economici, studii storici, tutto serviva per tener desto negli animi il sacro fuoco nazionale. E il Masssarani combatteva nel Crepuscolo del Tenca, negli Annuarii di statistica del Maestri e non isdegnava il Nipote del Vesta Verde, un almanacco ben noto del Correnti, al quale dava degli apologhi e degli stornelli dove il concetto politico era appena adombrato da leggerissimo velo. Uno di quegli stornelli diceva così:
Stracciata, a piedi scalzi, in camiciuola
So che vi tocca notte e dì penare,
La notte sul telaio e su la spola,
Il giorno per li campi a raccattare.
— Vo’ non sapete il peggio, o tristo amante,
Era massaia e diventò bracciante.
Vo’ non sapete il peggio suo martire,
Era padrona e le tocca servire —
Povera Lena mia, chi ti conforta?
Prima che serva, ti sapessi morta!
Il Crepuscolo seguiva l’uso inglese di pubblicar gli articoli senza firma di autori, il miglior modo di dare a un giornale una personalità efficace, una vera autorità più d’idee che di nomi. Nel gennaio del 59 il Massarani presentava al Tenca un articolo pregandolo di lasciarvi la sua firma.
— Perchè? domandò il Tenca.
— Perchè voglio assumerne tutta la responsabilità, rispose il Massarani. È troppo ardito; e se qualcuno dovesse soffrir noie dalla polizia, vorrei esser io e non altri.
La polizia, al contrario d’ogni previsione, sospese per tre mesi la pubblicazione del Crepuscolo. Stimò meglio chiuder la bocca a tutti, che punire un solo degli scrittori di quel giornale assai poco in odor di santità presso gl’imperiali padroni.
Venne il 59. La battaglia di Magenta aveva deciso della sorte della Lombardia. S’aspettava da un giorno all’altro l’entrata in Milano degli eserciti vittoriosi, e si voleva spazzar la città da ogni soldato straniero. Gli austriaci tenevano ancora il castello e la caserma di San Francesco. Il Massarani fu di quelli che col Tenca e col Gadda assaliron la caserma e ne sfondarono le porte fra il grandinar delle palle.
Quando la pace di Villafranca lasciò in mano dell’Austria le provincie di Venezia e di Mantova, egli diè un’altra prova di patriottismo scrivendo quel Memorandum ai governi di Europa che fu coperto di quasi ventimila firme. La maggior parte dei suoi beni erano nel territorio mantovano e potevano correre il pericolo di venir confiscati.
D’allora in poi l’attività del Massarani non ha avuto più tregua. È una attività niente romorosa, quasi schiva di mostrarsi, ma non per questo meno profittevole e meno degna d’ammirazione. Spesso non si capisce dove egli trovi il tempo di far tante cose ad una volta. Il Consiglio comunale e il Consiglio provinciale di Milano non l’han mai visto mancare ad una sola delle loro sedute. Deputato, senatore, ha lavorato attivamente negli Ufficii, nelle Commissioni, come sa lavorar lui, cioè con amore, con coscienza; non ha mai risparmiato nè la sua persona, nè la sua fortuna, come per esempio, nell’ultima Esposizione francese. Se l’Italia in quella circostanza fece una buona figura, più che alla previdenza del governo, devesi a lui in maggior parte. Anzi, in questa occasione, l’attività materiale non gli parve bastasse. Tra le piccole e grandi cure degli espositori e del Giurì internazionale, trovò agio di scrivere o, meglio, d’improvvisare il suo lavoro l’Arte a Parigi, riuscito uno dei più dotti e dei più belli su tal argomento.
Il vostro libro, gli scriveva un giudice autorevolissimo, Carlo Blanc, merita l’onore di una traduzione francese; e gli si offriva per trovargli un traduttore capace di vincere le difficoltà della forma italiana così elegantemente lavorata e cesellata. Il Massarani usciva appena dai fastidii delle inondazioni per la rotta del Po: era accorso sul luogo, soccorrendo miserie, incoraggiando lavori, studiando rimedi per prevenire le repliche del terribile disastro; aveva provocato una discussione in Senato dove la sua parola calda d’affetto e forte di competenza s’era fatta sentire fra la commozione ed il plauso di quel venerando consesso; ed ecco che, prevedendo i guai di una traduzione venale, si mette a tradurre egli stesso il proprio libro in francese, adattando la forma d’esso alle esigenze della nuova lingua, rimpastandolo in più parti per renderlo più degno del tema e della considerazione dei lettori. L’editore parigino Renouard è tutto contento di poterlo pubblicare fra poco.
Questo è uno schizzo del Massarani, per dir così, esteriore. Se non è il meno interessante, è senza dubbio il più noto. Ma in lui l’uomo pratico ed operoso è foderato d’un poeta, d’un artista. Una discussione in Senato non l’interessa di più dell’abbozzo d’un quadro, d’una trentina di versi, di due pagine di prosa. Una pennellata, una cesura, il giro d’un periodo l’attirano, l’esaltano quant’una buona azione. Nella sua prosa non è difficile incontrare dei brani che luccicano e riverberano, come le faccette d’un diamante. Si vede che quell’aggettivo è stato cercato con insistenza amorosa; si capisce che quell’imagine sorridente fra le righe gli è covata prima nella mente con una gestazione lenta ma intensa, e che il suo babbo l’ha poi accarezzata, lavata, ripulita e agghindata avanti di metterla al suo posto. Alcune volte lo sforzo del concepimento non è celato abbastanza ma spesso il concetto schizza fuori con ammirabile fierezza. Il suo periodo ha il numero, quasi più del suo verso: è musicale anche quando è un po’ troppo tormentato, stavo per dire strumentato. Ma nell’Arte a Parigi molte e molte pagine dimostrano il gran salto che ha fatto lo scrittore nel maneggiare il meccanismo dello stile. Vi sono delle arditezze, delle ribellioni che nessuno si sarebbe atteso da lui, badando ai suoi primi scritti.
Non già che la forma lo preoccupi più assai del concetto, no; ma egli non è contento finchè non gli sembri che la forma glielo renda con una trasparenza cristallina: ed ha ragione. Su questo conto gli si può perdonare anche l’eccesso.
Io non posso dire quel che valga il Massarani come pittore: sono troppo incompetente da osarlo. Non voglio occuparmi del Massarani statista, erudito, critico d’arte: delle sue teoriche dell’arte sarà meglio discorrere quando verrà fuori la traduzione francese del suo libro sull’Esposizione del 1878. Statista, erudito, critico d’arte, il Massarani non è intieramente lui per quanto porti nelle ricerche e nei giudizi quell’accuratezza, quell’imparzialità, quell’equanimità che formano i tratti più notevoli del suo carattere d’uomo e di scrittore. In quanto a me, preferisco il Massarani poeta.
Poeta? Dio mio, perchè no? «Quest’autunno della vita, egli dice, che non conosce più fiori, e che i frutti, caso che ne dia, non li matura a raggio di sole, ma a pazienza di veglie, quest’autunno dunque deve tenersi diseredato anche dalla povera e mesta, non dirò contentezza, ma consolazione del ricordare? E non c’è una poesia e un amore che, contentandosi di ricordi, siano leciti anche ai vecchi? Vecchi, vecchi! E lo siamo per davvero, fino a che abbiamo cuore per ogni affetto e senso per ogni bellezza?»
Il Massarani non aveva bisogno di scuse. La sua poesia è di quella che non muore mai nel cuore dell’uomo: eco di lontani ricordi, visione di cose sparite, sorriso postumo di impressioni e di sentimenti che si risvegliano dentro il petto in certi momenti della vita, quando più si prova il bisogno d’una confortevole intimità con sè stesso; cosa tutta personale, che non si perde dietro a nessuna astratezza, che non si batte la pancia per simulare un’allegria o uno scetticismo che non ha, una vera rivelazione, un vero documento umano com’oggi è di moda il dire, e come non si può dire più opportunamente d’una dozzina di questi Sermoni. Poesia rara fra noi; chè il mostrarci in veste da camera ed anche in maniche di camicia, per retorica alterigia, ci ripugna. Preferiamo inventare un sentimento, invece d’esprimerne uno realmente sentito: preferiamo annegarci entro vaste generalità, piuttosto che circoscriverci fra i limiti d’un piccolo fatto. Quanti sono i nostri scrittori che permettano di poter ricostruire la loro personalità per via di documenti delle loro opere? Il volume dei Sermoni del Massarani rimarrà fra noi per lungo tempo una vera eccezione. Dopo averlo letto si prova una profonda compiacenza d’essere in amichevole intimità con uno spirito così colto e con un animo così buono e gentile.
Ricordi e visioni del passato, uomini e cose, sentimenti e paesaggi, con quel loro accento profondamente sincero, non si limitano a darci soltanto una netta imagine di sè stessi. La loro poesia consiste anzi in quel destare che fanno nell’animo di chi legge qualcosa di simile alle impressioni del poeta. Si fantastica, si sogna dietro a lui, ci si sente commossi della sua commozione raddoppiata colla nostra. Quello ch’egli ha visto ci ha passato tante volte sotto gli occhi; come lui, molti dei lettori han certamente provato la voluttà d’una passeggiata mattiniera prima che la città si svegliasse alla febbrile attività del suo lavoro; come lui, molti si son fermati in Piazza d’Armi nell’ore d’uno splendido tramonto di luglio, in mezzo a quel brulicare di bimbi, di bambinaie, di soldati, di lavoranti che ritornano dal lavoro coi loro arnesi sulla spalla e indugiano innanzi a un giocator di bussolotti o a un piccolo saltimbanco; come lui, molti hanno asolato nell’ore vespertine dell’agosto fra i viali dei Giardini, quand’attorno al Caffè di Monte Merlo s’affollano ai deschi le famiglie borghesi, suona la banda e fanno cerchio proletarii d’ogni grado, impiegatucoli, soldati, bassi ufficialetti e bambinaie in stretti colloquii con un damo forse improvvisato lì per lì: ma il valore dell’arte consiste appunto nel rendere importante la fuggitiva impressione d’ogni giorno, nel fissarla, nel ridurla più efficace della stessa cosa reale. Ecco per esempio, un tramonto presso piazza d’Armi che non vi uscirà più di mente:
Sfornito
Ancor di chioma il castano recente
Larva di quei che l’ascia ha tronchi, invano
A non recente cittadin l’oltraggio
Celar tentava dell’austriache stalle
Inespïato; intanto che sublimi
Sovra il dolce color, che di zaffiro
Ancor si tinge e pur declina al glauco
Delle memori nostre ardue marine,
Parean nitrire alla vittoria i dieci
Gran cavalli di bronzo. In lunghe liste
D’ombra e di luce, l’ultimo saluto
Del dì salìa per le calpeste glebe
All’erba inaridita che, mal viva,
Tra sentiero e sentier campa d’oblio.
Ecco, per esempio, un quadretto di genere che è inutile desiderar dipinto sulla tela:
Sai dove
Ancor mi piace la bottega? In villa,
O in quelle rintanate, erte, ritrose
Città neglette de la vaporiera,
Eppur patrizie d’alta stirpe, dove
Di mentir la rurale onesta vita
E la faccia aborigena, non s’ebbe
Ancora il vezzo od il pretesto. File
Di legittimi sacchi; agli, prosciutti
Con le farine ingenua mostra; e vini
Dentro al doglio natìo, stillanti caci,
E, in piazza, al piè di rudero o colonna,
Presso alla fonte, sotto i vasti ombrelli,
Tesor di frutta e melarancie ed uve,
Eterna invidia di pittori; e spesso
Più leggiadro tesor di crespe e bionde
Chiome, a fronte gentil dorato nimbo.
E non dico la dolce filosofia della vita che scaturisce da tutte queste fonti d’impressioni e di sentimenti realmente provati. Il cuore si acqueta come rannicchiato in un ambiente familiare pieno di tepori e irradiato del sorriso di persone carissime. E leggendo s’intravede un gentile profilo di donna, un sereno profilo di mamma della quale il Massarani potè scrivere: «Ella aveva l’indulgenza che incuora, l’energia che sorregge, il criterio che guida; cauta e non timida d’imminenti pericoli, e presenti che fossero, vigile, operosa, tranquilla, non è meraviglia se volentieri partecipasse alle aspirazioni dei più giovani, e questi volentieri le fidassero a lei; come quella che possedeva il senno dell’età senza l’importuna loquacia e gli spiriti senza l’improntitudine della gioventù.»
D’un lavoro così vivo sarebbe estrema pedanteria cercare i difetti. Il verso del Massarani ha, in maggior numero, più i pregi del suo stile ordinario che le mende.
Vi traspare un eccesso d’accuratezza? Un soverchio amore di lima? Peggio per chi non lo gusta, oggi che la sciatteria dello stile poetico è diventata il credo di molti pretesi poeti.
Giorni fa il Massarani, sul punto di regalare ad una persona le due affettuose Commemorazioni ch’egli ha scritto pei suoi genitori, esitava, rammentando che in una di esse, pubblicata nel 1861, gli erano sfuggiti alcuni errori di stampa.
— Sono stati corretti a mano? domandò al suo segretario. Ne abbiamo presa nota, mi pare.
— Sì, sì, rispose il segretario mostrando i luoghi corretti.
Si trattava d’un comunissimo scambio di lettere e dell’omissione di alcune virgole.
Che farci? Tulio Massarani, nella vita e nell’arte, ha questo minuto scrupolo delle virgole che lo rende singolare. Io ammiro e lo invidio.
UN IGNOTO[4]
Dal 1865 al 1870 la giovine letteratura torinese, com’allora la chiamavano, ebbe un centro di riunione in quel Circolo che poi prese il nome di Dante Alighieri. Nato modestamente per opera di Baldassare Cerri, non ancora direttore della Gazzetta del popolo, del Maisa ora console d’Italia in Alessandria d’Egitto, del Sacchetti e del Galateo, giovanissimi e addottorati di fresco, i quali già mostravano voler essere più amanti dell’arte che della gloria avvocatesca, nel 1869 il Circolo s’era ingrandito, aveva preso un nome e teneva le sue pubbliche sedute nella sala dell’anfiteatro clinico di San Francesco di Paola. Vi si facevano delle letture, vi si discutevano appassionatamente e liberamente le cose lette. Il Giacosa vi presentava al pubblico i suoi primi lavori. Il Camerana vi declamava, colla sua voce sepolcrale e, direi quasi, pittoresca, quegli stupendi paesaggi in versi che tutti i suoi amici rammentano con ammirazione profonda; il Termidoro vi osava una fiera apologia del suicidio; il Faldella e il Galateo vi difendevano con entusiasmo giovanile i meschini romanzi del Garibaldi, il Sacchetti vi ragionava così nebulosamente d’estetica trascendentale che, mi disse una volta ridendo, dopo due giorni lui stesso non capiva più nulla del suo scritto. Chiuse le discussioni, si votava, per alzata e seduta. L’immortalità dell’anima vi fu ammessa con notevole maggioranza. L’esistenza di Dio passò a mala pena per tre o quattro voti.
Il pubblico accorreva numerosissimo (lo spettacolo era gratuito) e applaudiva fragorosamente i varii oratori. C’era la doppia attrattiva della giovinezza e dell’ingegno. Infatti vi si profondeva lo spirito, l’entusiasmo, la fede cieca ed assoluta nelle grandi idee, l’ammirazione per ogni cosa bella, l’avida curiosità per ogni cosa nuova. Palestra senza sussiego, la società letteraria Dante Alighieri riuscì una vera scuola per quanti vi presero parte. Molte manifestazioni, molte evoluzioni di veri ingegni ebbero origine lì. I suoi soci, dopo poco tempo, si dispersero di qua e di là, spinti dalle liete o dalle tristi esigenze della vita; diventarono commediografi, giornalisti, romanzieri, consiglieri provinciali, avvocati, alti impiegati ferroviarii, dottori, dilettanti d’ogni cosa, anche farmacisti o semplici borghesi; ma nessun di loro ha dimenticato la Dante, ma tutti confessano volentieri che qualcosa sopravvive in essi di quella continua comunione d’idee e di sentimenti, di quelle ardite avvisaglie del pensiero e dell’arte nelle quali s’esercitarono le prime forze del loro ingegno.
Quest’influenza s’è incarnata, ha preso corpo. V’è un nome ch’essi pronunziano con una specie di riverente ammirazione mista a un rimpianto severo. La morte ha circondato d’un’aureola di mito la strana figura di quel giovane che pareva avesse nella mente un intiero mondo di creazioni sublimi, non scrisse mai un sol rigo, e intanto impresse tale orma di sè in tutte le menti dei suoi amici da sembrare li perseguiti con qualcosa di simile al fascino o all’ossessione anche dal regno delle ombre.
Fu un infelice sin da bambino. Sua madre (non è invenzione di romanziere realista) amò più un cane che lui! Un giorno, tornando a casa tutto contento d’esser riuscito il secondo della classe, egli aveva montato le scale così frettolosamente da perdervi il fiato: non gli pareva vero di poter annunziare alla mamma il suo gran successo. In casa c’era lutto; un silenzio d’ospedale, una mezza oscurità: la mamma seduta in un angolo immersa nel dolore.
— Che cosa è stato? domandò il bimbo tremando come una foglia.
— Ah! il cane ha la tosse! risponde la mamma fra uno scoppio di pianto.
Il giovinetto divenne un cattivo scolare, un terribile spauracchio di professori e di colleghi. Poi rinsavì quasi ad un tratto. Sentì bollirsi nella mente una folla d’imagini, sentì nel cuore un’esuberanza d’affetti. Drammi, commedie, tragedie, poemi, tutte le possibilità e le impossibilità letterarie gli si presentarono innanzi, lo sedussero, lo tennero occupato da mattina a sera con un’incubazione interminabile: serie di capolavori che si seguivano, s’accavalcavano, s’annullavano perpetuamente nella sua fantasia per ricominciare da capo la loro abbarbagliante apparizione. Da tutto questo tramestìo, ridottosi infine ad una suprema impotenza, scaturiva intanto una aspirazione elevatissima, uno sdegno delle cose comuni, delle trivialità, e una vera intuizione dei larghi orizzonti dell’arte moderna che si rivelavano nelle sue frasi sdegnose, incisive, assiomatiche, o nelle sue spallate.
A ventidue anni era un bel giovane, alto, aitante della persona, occhi neri e profondi, fisonomia severa ma simpaticissima. Fattosi consegnare dalla mamma la sua eredità paterna, un ottantamila franchi, s’immerse nella vita pazzamente, da gran signore, da gran sibarita, da artista, ma anche da uomo di cuore e da eroe. Ridotta, in un par d’anni, la sua fortuna a poca cosa, egli partiva per l’America, sognando di rifarla col commercio. Ma dopo alcuni mesi ritornava in Italia. «Aveva fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aveva portato colle sue braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino, e accordati pianoforti a Buenos Ayres.». A chi gli domandava notizie dei suoi lavori, rispondeva: «aver ottenuto dalla cortesia d’un macchinista il favore d’abbruciare i suoi manoscritti letterarii, i suoi lunghi studii nel fornello d’una locomotiva a vapore.»
Visse alla meglio, ruminando il capolavoro che non cominciava mai a scrivere, aspro colla famiglia contesagli da un cane, colla società che non gli dava due uova al tegamino ogni giorno, con sè stesso perchè pieno di tanta alterigia e di tanta miseria. La coscienza della sua superiorità gli faceva sprezzare tutte le forme sociali. Domandava ad imprestito dagli amici, come se quegl’imprestiti gli fossero dovuti. Stancò la pazienza ed anco l’affetto di tutti: stancò sè stesso. Il giovine elegante, l’artista che aveva orrore del triviale, del sudicio, era diventato un uomo irriconoscibile. «Portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lurida per l’unto che vi s’era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido, un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con strappi ed altre macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaie livide: era scarno come un crocifisso; aveva le ugne orlate di velluto nero, come un prete del Porta.» Trovò finalmente il misero impiego di distributore di libri nella biblioteca Nazionale di Firenze. Rifinito di tante sofferenze fisiche e morali, tentò d’afferrarsi alla fin fine all’àncora salvatrice della famiglia: ma la sua mamma fu dura peggio di prima. Allora si lasciò andare: tutto crollò dentro di lui, anche la sua splendida intelligenza, e una mattina venne trovato morto di fame nella sua fredda e misera cameretta. La mamma, allo annunzio, corse subito da un notaio per rinunziare l’eredità... dei debiti alimentari del figlio!
«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatasi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua famiglia... Benchè finito misero e oscuro, — noi dobbiamo altamente asserirlo, dice il Faldella — egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti moltissimo, avendo ricevuto e trasfuso nei loro lavori qualche lembo di quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo esprimere nulla com’egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.»
Doveva proprio esserci qualcosa di grande in quella testa e in quel cuore se ne durano ancora le vibrazioni nello spirito dei suoi amici, se la sua figura s’impone alla loro imaginazione, s’irradia, si sviluppa, si sminuzza in tutte le loro creazioni artistiche con una prodigalità che fa stupore.
Mi limito a due soli esempi.
Riccardo il tiranno del Sacchetti è uno schizzo di lui buttato giù con due tratti di penna.
Nel Cesare Mariani dello stesso Sacchetti, Giorgio Murena, un personaggio secondario, è un altro riflesso di lui.
«Gli venne incontro, lo salutò con esagerata e ruvida cordialità e gli disse: — Ho visto le prove del vostro romanzo — vi ha del talento che ammiro, — ma sono franco, non lo credo un lavoro serio, — non ci trovo un concetto robusto; voi vi perdete nei sogni, nel misticismo, mentre avete attorno a voi la grande quistione sociale. — Voi romanzieri avete l’obbligo di darvene pensiero: l’arte è una leva.
«Poi scotendo la testa con atto di superbo rammarico, soggiunse: — capisco, voi seguite il gusto e la moda, perchè questi danno il successo e il guadagno, — il guadagno, il sozzo corruttore di tutte le grandi idee! — »[5].
Un giorno il Murena si mise in capo che un suo amico era un genio miracoloso e che doveva partorire un capolavoro. Lo condusse in una casa di campagna e ve lo tenne chiuso parecchie settimane affidato alla custodia di un contadino sordo e scimunito. Poco cibo, molto caffè, tutti i libri necessarii: il capolavoro doveva venir fuori ad ogni costo con questo inesorabile regime. Invece ci mancò poco che il povero diavolo lì rinchiuso non ammattisse addirittura. L’aneddoto è vero. Il Sacchetti non ha fatto altro che prestarlo al personaggio del suo romanzo. L’autore di quella strana prigionia era stato anche lui.
Sfogliate le Figurine del Faldella; vi fa capolino qua e là. Il conte Oscar della Gentilina, l’ironico maestro di scuola della stupenda Vita nell’aja, un po’ anche Lord Spleen, sono tutti brulichii luminosi di quella strana personalità.
Sfogliate le Conquiste del medesimo autore; e rimpetto a quella Fiorina, forse un ricordo troppo personale dello scrittore, troverete in Gaudenzio altri bagliori di lui. «Sentite, canaglia di amici, sentite?» C’è il suono della sua voce. E nel Male dell’Arte: «Com’è tormentoso il sentimento dell’impotenza artistica! Sentire dentro di noi un formicolìo di concetti e di fremiti che forano come aghi e vogliono spuntare da tutti i pori; avere la convinzione che soltanto sfregacciando il nostro naso sulla carta o sulla tela debba uscirne un capolavoro; e poi quelle idee e quelle sensazioni che ci parevano così vive e così roventi dentro di noi, una volta travasate e ridotte sulla carta o sulla tela, eccole lì flosce e frigide come cadaveri di bruchi lanciati stramazzoni sulla strada da un temporale....»
Finalmente ecco nelle Rovine il ritratto intiero, una biografia ampia, quasi completa, alla quale manca poco più del vero nome del protagonista per potersi dire completa affatto. Sembra che il Faldella abbia cercato di svincolarsi tutto ad una volta dall’assorbente influenza di quell’incubo possente; ma forse non v’è riuscito. Si capisce ci sian dei tratti di quell’ammaliante fisonomia ancora rimasti nell’ombra. Si vorrebbe sapere qualcosa di più delle intime lotte, dei giganteschi progetti che s’agitavano dietro quella fronte luminosa, come un mare in tempesta. La sua malìa, la sua forza magnetica veniva appunto dal di dentro, da quel caos d’imagini e di idee che mostrava le apparenze d’un genio creatore e aveva la impotenza dell’ennuco. Su questo punto il Faldella si contenta di accennare. Ma che belle pagine, massime verso la fine! Che emozione sincera in quella lettera di Pinotto alla mamma, quando per intenerirla le parla del cane dell’usciere presso cui è ricevuto per carità! «Mi sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie speranze sopra di te...., Ha poi un cane l’usciere, un cane che è una meraviglia. Si chiama Fido e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi, mamma! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napoleone I colla corona di ferro: Guai a chi me la tocca!... Vedi, mamma, se son diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i cani!...»
Che belle pagine, ripeto, specie quelle che seguono questa lettera e descrivono gli ultimi giorni della infelicissima vita di Pinotto! Anche la forma è più piana, più semplice, senza esser meno efficace dell’ordinario.
La forma del Faldella ha un carattere tutto suo. Vi predomina una certa stranezza ruvida che colpisce, anche quando non piace. Colorita, immaginosa, si serve di tutti i mezzi per rendere il suo concetto il più sinceramente che può; spesso l’arcaismo è per essa un mero affar di tavolozza. La stessa cosa può dirsi dell’imagine che il Faldella vuol nuova, stridente, rumorosa, insomma tale che faccia l’effetto di qualcosa che scoppi, di qualcosa che abbagli. Ma non di rado gli manca la misura e vi si sente lo sforzo, un gran nemico dell’arte.
Senza dubbio egli ha un’originalità di umore e di tenerezza simpatica assai (in questo volume Degna di morire è una cosettina soave, pregna di poesia); ed è frequente il caso che il suo bizzarro concetto prenda la forma più schietta e si riveli quasi trionfalmente con una crânerie proprio artistica.
Ma io mi riserbo di fare un completo studio sul Faldella, appena verrà fuori il suo Viaggio a Roma senza vedere il Papa già annunziato dal Casanova.
Ricorderò un aneddoto che qualifica bene la sua naturale ironia e quell’amore ad ogni costo dell’immagine che colpisce.
Erano i più bei giorni della Dante. Il Garibaldi aveva pubblicato quei suoi romanzi politici che la stampa deplorava come dei veri delitti di lesa letteratura. Il Faldella volle difenderli, più illuso dal miraggio rettorico del patriottismo, che convinto dell’eccellenza artistica di quei zibaldoni. Allora egli usciva da un bagno di filologia, come direbbe il Carducci, e il suo scritto zeppo di tutte le frasi, di tutti i vocaboli più arcaici del 400 e del 500 suonò declamato solennemente per la sala dell’anfiteatro. Secondo lui, innanzi a quei lavori del Garibaldi il pubblico non aveva altro diritto che l’ammirazione.
— Signori, egli conchiuse, quando Garibaldi entrò in Napoli una folla immensa si era accalcata sotto il palazzo d’Ancri applaudendo il dittatore, chiamandolo ad alte grida per rivederlo al balcone colla sua camicia rossa. Il generale non compariva: le grida si accrescevano, il frastuono diventava immenso. A un tratto, invece di Garibaldi, ecco il Medici.
— Il generale dorme, egli disse alla folla.
E la folla riverente, commossa, si disperse in punta di piedi.
Signori, rimpetto ai romanzi di Garibaldi anche il pubblico deve disperdersi in punta di piedi! —
Non guarantisco le parole, ma il senso era questo. L’imagine si rivoltava, come la mula del medico; e l’ironia scaturiva da essa incosciente, malgrado di lui. Al Faldella quest’incoscienza dell’ironia accade tutt’ora. È una delle sue forze.
NOTA
Son sicuro di far cosa grata ai lettori ristampando, intorno al Circolo Dante Alighieri, i ricordi personali che il Giacosa ebbe la gentilezza d’indirizzarmi in un’appendice del Risorgimento.
A Luigi Capuana.
Oggi fa giusto un mese in un’appendice del giornale: Il Corriere della Sera, lei ha parlato di quella che fu dal 1865 al 1870 la giovine letteratura torinese e del Circolo Dante Alighieri che essa creò, e nel quale essa prese nome e persona. Ne ha parlato con simpatia sincera e calda, con retto giudizio e conoscenza, come di suo vivo ricordo, ed ha svegliato in me un doloroso desiderio di rivedere un’altra volta quei giorni, di rappresentarmi le nostre figure, quelle degli amici dispersi, ed anche la mia, se vuole, ringiovanita di dieci anni.
A Torino, la Società Dante Alighieri, se pure vi fu conosciuta, è ora del tutto dimenticata; appena se qualche volta dopo i rari pranzi e le più rare cene artistiche e letterarie, trovandosi a braccetto per via, due di quelli d’allora, e incalorati, più che dal vino, dalle ciarle rammentataci, uno dei due scappa a dire: ti ricordi della Dante?
O altre volte incontrando, a zonzo, qualche viso che non ci par nuovo, e frugando in giù nella memoria, per trovare a chi darlo, dopo un gran cercare, ed un grande smarrirsi, ci sovviene ad un tratto: l’ho veduto alla Dante.
E sempre quel nome: la Dante, ci apparisce sul fondo scuro delle reminiscenze confuse; come una parola scritta a pagliuzze di oro vivo, scintillanti e sfolgoreggianti, e sorgono daccanto ed in coda a quella memoria, mille memorie di giovinezza, di illusioni, di forza, di poesia.
La Società Dante Alighieri segue ora dopo morta la sua brava evoluzione. Quando fioriva, nessuno di noi la teneva in più conto che non meritasse; ci passavano per la mente delle idee, le quali si risolvevano quasi di per loro o in un capitolo di prosa o in qualche centinaio di versi, e a noi pareva la cosa più naturale del mondo, che ci fosse un luogo apposito dove smaltire quei versi e quelle prose. Nessuno di quelli che lavoravano sognò mai di crescere importanza alla Società, o di farsene scalino per salire in riputazione.
Leggevamo i nostri lavori, li discutevamo a viva voce, sostenendoli contro gli attacchi degli amici, e non erano censure e difese fatte per esercizio di dialettica; e le forme parlamentari non ci avevano sempre molto a vedere. Un giornaluccio ringhioso d’allora, chiamava la nostra, una Società di mutuo incensamento: (una di quelle frasi vili che non si possono mai ribattere).
Ma non era. La tabe accademica non offese mai quel ricco e giovane sangue. Mi ricordo che, negli ultimi anni, un uomo di età matura, un medico napolitano, fiore di cortesia, iscrittosi come socio, soleva, nominando la società, chiamarla Accademia, e tutte le volte che la nominava correva per la sala un mormorìo di protesta. Fu così poco accademica che appena il suo pubblico salì in numero e qualità e le sue discussioni dovettero farsi più compassate; essa cessò di vivere quando più pareva che le fossero cresciuti gli elementi di vita. Morì, senza languori e senza malattia, cosciente di morire, anzi volente, fedele alla sua bandiera, dove in quei giorni si potevano scrivere queste superbe parole: Arte ed Inutilità.
Prima di scendere a particolari ritratti mi lasci soffermare un poco alla fisonomia generale della società. Le formole riassuntive che oggidì sono tanto in moda vi erano affatto sconosciute; non si sposavano partiti e non si facevano classificazioni. L’arte si chiamava arte, e nulla più, la si coltivava ingenuamente, la si adorava caldamente, e la si metteva sopra tutte le cose di questa terra. Eravamo quasi tutti disotto i venticinque anni, alcuni non ne contavano venti, ed ora che la guardo di lontano mi avvedo che il quadro doveva essere bello e confortevole, e non è certo a stupire se in alcuni dei soci ancora superstiti all’arte, si riverbera anche oggi qualche raggio del calore che irradiava da quel gran fuoco di fedi e di entusiasmi.
Due o tre volte la società aveva corso pericolo di mutare la originaria natura, e di sciuparsi in una utilità pratica immediata. Bisogna sapere che tre quarti dei soci erano addottorati in legge e, di questi, due buoni terzi, o avvocati fatti o in via di divenirlo, freschi di studi, convinti della importanza dell’avvocatura, impazienti di gettarsi alle lotte della sbarra, orgogliosi della toga recente, questi avrebbero voluto convertire la società in una palestra forense, dove porre e risolvere i maggiori problemi del diritto moderno e dove esercitarsi alle battaglie della parola. Vi furono tentativi di riforme statutarie, si lessero dissertazioni di indole puramente legale, alle quali noi, mostrando di non vedere dove mirasse il colpo, battevamo furiosamente le mani incocciandoci a considerarle, a dispetto della verità e del buon senso, come lavori d’arte. Prendere il toro per le corna non volevamo, perchè ci pareva che discutere intorno alla supremazia dell’arte fosse un mancare di rispetto a quell’arte istessa che avremmo impreso difendere.
Una domenica, nel 1871, fummo a un pelo d’essere suonati. Uno dei più arrabbiati utilitari era arrivato a convincere molti di noi di queste due incredibili verità.
La prima che eravamo oramai degli uomini seri; la seconda, che come tali ci bisognava metterci di proposito a lavori di più conto che non fossero le prose letterarie ed i versi arcadici. Quest’ultima parola, che molti fraintendono anche oggi, dopo che se ne è fatto tanto spreco, produsse allora un effetto terribile. Noi, i prosatori letterarii ed i poeti arcadici, contavamo esterrefatti il numero dei voti favorevoli e lo vedevamo così diminuito da non lasciarci neanche l’ombra di una speranza. Si stava per votare, quando entrò nell’aula uno dei poeti, un finissimo disegnatore e coloritore di paesaggi in versi, ora grave e rigido magistrato, il quale, intesa appena qualche proposizione, più pallido e con voce più cavernosa dei solito, tenendo in mano un dispaccio telegrafico, tremando per un’emozione profondissima, disse queste parole: Mentre noi diciamo delle corbellerie, bruciano al Louvre i capi-lavori di Rubens e di Van-Dik.
Fu un affare finito e non se ne parlò mai più.
Un’altra volta era venuta in campo e aveva sollevate vere burrasche la questione della riabilitazione sociale della donna. Già da qualche mese s’era la politica insinuata nelle nostre riunioni, non la politica platonica che aveva suggerita al Faldella ed al Galateo l’eroica apologia dei romanzi di Garibaldi, ma una politica irosa, velenosa, traditrice e pettegola, una politica da giornale clandestino e da mitingaio. C’erano state delle avvisaglie; qualcheduno dei nostri, stuzzicato abilmente, s’era lasciato imprudentemente tirare ad assumere la difesa di nomi rispettabili, ingiustamente vituperati; cominciava a serpeggiare un senso di malessere nuovo, nascevano diffidenze e sospetti, si meditavano prudenze riguardose, si facevano frequenti invocazioni alla concordia, in nome dell’arte! (e qui le tirate rettoriche cogli aggiunti di arte serena, arte imparziale, ecc.) che prima non c’era mai bisogno nè di invocare, nè di nominare: insomma, non ci sentivamo più in casa nostra e non sapevamo ben dire chi mai ce ne avesse cacciati.
Venne la discussione intorno la condizione sociale della donna, e pareva che una tale discussione dovesse dare un nome a tutte le ire e rinfocolarle e farle apertamente divampare così da mettere a pericolo l’esistenza stessa della società. Qui il paciere involontario fu un prete. I frequentatori della Dante Alighieri lo rammentano tutti quel prete, un buon diavolaccio di apostolo riformatore, che voleva esser socio senza pagare, parlare senza essere socio, che non voleva sapere nè di presidente, nè di regolamenti, nè di colleghi, nè di pubblico; interruttore nervosissimo insofferente di interruzioni, ingenuo come chi cascasse dalla luna, cocciuto come chi ci volesse tornare, focoso, bilioso, distributore di prese di tabacco, assiduo sempre al suo posto, dove ingannava i mal sopportati silenzi, poppando, rosicchiando, graffiando e carezzando il pomo d’avorio ingiallito di un lungo bastone da parroco di campagna.
Quel poveraccio voleva migliorata la condizione sociale della donna, e non passava seduta che non battesse o tentasse di battere il suo chiodo. S’immagini quando fu posto da altri il tema che le ho detto! Quando egli prese a parlare, la disputa era violenta e velenosa. Cominciò senz’altro con un racconto. Pochi giorni prima egli era andato a Pinerolo, e tornandone alla stazione aveva trovato che il bigliettaro era una donna. Questo fatto lo aveva tanto commosso che egli s’era affacciato allo sportello e aveva detto alla signorina: Oh! Come godo...!
Voleva raccontarci il seguito della sua apostrofe esclamativa, e dirci che godeva di vedere finalmente iniziata la grande riforma sociale o giù di lì, ma gli fu impossibile seguitare. Quelle tre parole le aveva profferite con tanta enfasi, quell’Oh! egli lo aveva trascinato attraverso una tal fila di inespremibili dolcezze, la sua voce era diventata così sonora, oserei dire, così sincera in quel momento, che mai effetto più comico fu prodotto da una più seria intenzione. Fu una risata generale, lunga e singhiozzante; egli rimase un momento sospeso, ci guardò tutti con una dolcezza grave, poi sorrise per forza e si rimise a sedere. Da quel giorno non prese più la parola, fu meno assiduo e poi lasciò affatto di venire. Poveretto, o pazzo, o savio, il suo era un’ideale, e dalla contemplazione estatica di quell’ideale la nostra risata lo aveva strappato violentemente per sbatterlo a terra.
Rido ancora a pensarci, ma quelli che come me videro e sentirono il suo sguardo dolce e mite chiederci con meraviglia il perchè di quello strappo brutale, provano certo come me a quel ricordo un senso di amarezza che sa quasi di rimorso.
Non ho mai saputo il nome di quel prete, nè che sia seguito di lui. Non era ricco, e forse non era sempre in senno. A buon conto la sua parte di paciere l’ha fatto, perchè dopo d’allora discutere di politica e sentire esclamare in tono: Oh! come godo! fu sempre una cosa sola.
Giuseppe Giacosa.
CARLO DOSSI[6]
In un libro come quello che il Gautier intitolò Les Grottesques il Dossi, per ora, potrebbe avere il primo posto. La stranezza del suo ingegno è quasi uguale alla vigoria d’esso, e aggiungo subito che questa non è poca davvero. Io ho letto tutti i suoi scritti. Pubblicati da parecchi anni, son rimasti per gran parte del pubblico roba inedita. L’autore ne stampava, per conto proprio, in belle edizioni in ottavo, un centinaio di copie e le regalava agli amici: nascevano, si può dire, una rarità bibliografica. Qualche copia se ne trovava di quando in quando sopra un banco di rivenditore di libri vecchi, e la scancellatura di un nome sulla copertina raccontava l’odissea del mal capitato regalo. Fu così che nel 1871 mi venne in mano L’Altrieri, nero sul bianco, stampato nel 68, un volumetto in 16º, una eccezione, perchè il Dossi sembra avere una specie di predilezione per l’ottavo grande. Mi sorprendevo che oggi si lasciasse, come tanti altri, stampare anche lui in elzeviro; ma ora so che non pubblica più per conto proprio: finalmente si è persuaso di rassegnarsi a un editore. Così son venute fuori, l’anno scorso, La Desinenza in A, una filippica contro le donne, la ristampa della Colonia felice, una utopia, ed ora Gocce d’inchiostro, un’altra ristampa di novelline e di schizzi spannati dai suoi varii scritti, come dice l’avvertenza dell’editore. Domani avremo forse un nuovo volume, il rovescio della medaglia della Desinenza in A, un panegirico della donna.
Però il nome del Dossi non era rimasto oscuro neanche quand’era mezzo inedito. Aveva presto trovato degli ammiratori entusiasti e dei detrattori arrabbiati. Non saprei valutare esattamente chi gli abbia nociuto di più. Potrebbe darsi, con un carattere come il suo, che non abbiano nè gli uni nè gli altri influito molto sopra di lui.
Una vera forma artistica indica una maniera di vedere e di sentire molto fuor del comune. Quando la forma ha una spiccata singolarità, vuol dire che questa proviene dal solido impasto dell’organismo. Si tratta di un fenomeno; e la critica, che non deve lasciarsi sfuggire nessun argomento serio, ha l’obbligo di penetrarlo, d’intenderlo, di vederlo fare. Un caso letterario equivale ad un bel caso patologico.
Io chiamo caso letterario un’opera d’arte dove si riveli un complesso di ottime qualità, di qualità di prim’ordine (forza di rappresentazione evidente, potenza di colorito, di movimento, di vita, insomma) che, producendo sul lettore, coll’energico effetto della realtà, una sensazione acuta, un’eccitazione interiore, gli svegli nell’immaginazione e nel cuore facoltà addormentate per mezzo delle quali egli rifà con identico processo, sebbene in modo effimero, la stessa creazione dell’autore; e dove, insieme alle ottime qualità, alle qualità di primo ordine, si trovino quasi colle stesse proporzioni qualità inferiori, difetti ed eccessi sia nel disegno generale, sia nei particolari dello stile e della lingua; stonature e stridori di colorito, contorsioni di linee, esagerazioni di maniera, caricature di forme, qualcosa di mescolato, d’affastellato, d’arruffato che intanto (si scorge bene) è un vero organismo, non un’accidentalità o un capriccio.
La volgarità, l’impotenza, l’anemia, l’aborto, non sono dei casi letterarii. Ci vuol poco a capire, in simili casi, che il preteso autore si sia sbagliato di mestiere, che il commediografo avrebbe fatto benissimo a diventar farmacista, che il romanziere avrebbe fatto meglio a procacciarsi un posto di scrivano nello studio d’un notaio, che il poeta doveva lasciar in pace la Musa e restar semplicemente un fannullone, quando non poteva occuparsi d’altro. Nel caso letterario si tratta d’un vero ingegno d’artista o sviato, o mancante d’una delle più importanti facoltà, quella delle proporzioni e della misura.
La prima curiosità di chi vuol spiegarsi tal fenomeno si rivolge naturalmente sulla vita intima dell’autore. Dicono: la vita intima è sacra: la persona dello scrittore è inviolabile. L’opera d’arte dà abbastanza da poter essere giudicata da sè stessa. — Sì; parecchie volte, fino a un certo punto, essa può essere impersonale; ma delle altre non la è: mostra troppo la foga del sangue, l’eccitazione dei nervi dell’autore. Allora la curiosità non solamente diventa legittima, ma diventa anzi un dovere. Infine l’opera d’arte è un fatto; e un fatto non s’intende, non si spiega se non se n’hanno sotto gli occhi tutti gli elementi, dai più sostanziali fino ai più insignificanti.
Studiamo dunque l’uomo per intender l’artista.
Non lo conosco di persona, ma ne ho visto un ritratto. È magro, quanto di più magro si può essere senza apparire uno scheletro. Ha la testa grossissima, la fronte dilatata, così dilatata che il suo viso prende la figura d’una trottola. Nato di sette mesi, per violenza di paura il giorno della battaglia di Novara, nel disordine d’una fuga, dirimpetto a una casa che incendiava, risentì sempre gli effetti della sua precoce venuta al mondo. Lottò fino alla virilità tra la vita e la morte, impressionabile come una sensitiva, strano fanciullo, taciturno, divoratore di libri che non intendeva, appassionato collezionatore di medaglie, di sassi, di ogni cosa sin dai sette anni, schivo della compagnia degli altri ragazzi, ruminatore, timido e imperioso a seconda delle circostanze. Tutta la storia della sua fanciullezza egli ce l’ha data, coi più minuti particolari, nella Vita di Alberto Pisani che sembra un romanzo ed è un’autobiografia bella e buona, vera perfino nel nome del protagonista, Carlo Dossi essendo un pseudonimo.
Si è, letterariamente, educato da sè, nella sua selvaggia libertà di sentire e di pensare fuor d’ogni regola, fuor d’ogni legge, spesso contro ogni legge. Nella solitudine del suo castello di Montalto (leggi Montecarlo) un casone, com’egli dice, già frateria, dalla mobiglia che dì e notte stiantava e di cui la più piccola sala avrebbe con tutta comodità, tenuto un grosso elefante, la sua natura malaticcia e sensibilissima si fortificò a poco a poco in un mondo tutto suo, un mondo di fantasticheria sublime e di realtà uggiosa o triviale, che lo urtava da ogni parte; e il suo carattere vi si temprava aristocraticamente, sprezzoso del comune, avido della singolarità, elevato, generoso, nutrito di profonda poesia. Nel 1866 Carlo Dossi, quasi maturo, pubblicava le prime sue cose. D’allora in poi Alberto Pisani perdè, come artista, il suo legittimo nome.
Il Dossi ha una coltura estesissima. Può leggere i classici di otto o dieci lingue tra antiche e viventi: la sua lingua conosce meglio di qualche altro, ma spesso la crede impotente a rendere coi mezzi ordinarii le sfumature del suo pensiero e dei suoi sentimenti; allora s’abbandona a quelle tremende violenze contro il vocabolario che fanno stupire ed hanno una sola ragione, la sua natura o, qualche volta, il suo capriccio; cosa che non vuol dire una buona ragione. Sembra ch’egli pensi: — La lingua è uno strumento, una forma accidentale, convenzionale. Perchè dovrò io rispettar l’accidente, il convenzionale degli altri e non far valere e imporre ad essi anche il mio? Perchè, se trovo un nome, e non debbo foggiare un verbo? Perchè se il dialetto ha una parola che rappresenti meglio la mia idea ed io non debbo torla ad imprestito e darle il marchio di parola di lingua? Perchè sdegnerò di dar corso forzoso a vocaboli di lingue affini? Perchè d’un concetto astratto, d’un nome astratto non potrò farne un che di vivo e di moventesi? Forse perchè molt’altri, perchè tutti non ne sentono il bisogno? Lo sento io, e lo soddisfo: m’importa un corno degli altri.
E infatti fa così. Ma in quell’arruffio, in quell’imperversare di parole indiavolate e di imagini enormi, c’è una meticolosità straordinaria, uno scrupolo sconfinato. Tutti quei suoi aggettivi sono accuratamente calcolati; calcolate le sue parole di nuova foggia. Le imagini, la giacitura dei periodi, le ellissi, tutto v’è posato ed ordinato in vista d’uno scopo artistico, per un’intenzione di rapporti di linee, di gamma di colori, di accordi armonici e stavo per aggiungere sinfonici. C’è insomma la stessa esattezza, la stessa meticolosità, la stessa forza di riflessione e di volontà dalle quali è regolata la sua vita.
Il Dossi è l’uomo più straordinariamente ordinato del mondo. Sopra il suo scrittoio, che non sembra quello d’un artista, nè una penna, nè un taglia carte, nè un fogliolino fuor di posto: neppur la più piccola macchiolina d’inchiostro. Egli scrive con uguale accuratezza una pagina d’un racconto e una lettera al sarto o al calzolaio. Anzi non scrive nemmeno un semplice biglietto senza farne prima una bozza e senza averla corretta, dopo letta e riletta. Le sue lettere familiari riboccano delle stesse preziosità ch’egli versa a piene mani nei periodi delle sue opere. Se preziosità non pare esatto, dirò bizzarrie.
Aggiungete che è timido ed impacciato nella conversazione, massime con gente che vede la prima volta: aggiungete che per tant’anni, la sua opera d’arte fu una continua conversazione con sè stesso, una vera cristallizzazione di sentimenti e di pensieri che gli erano cari, destinata soprattutto alla propria soddisfazione e poi alla confidenza di pochi amici (le sue costose edizioni a cento esemplari non significavano altro) e capirete subito che doveva importargli ben poco se un’immagine o una parola non potevano valere per gli altri quello che valevano per lui. È la colpa d’origine della sua opera d’arte, ora diventata natura. Probabilmente il Dossi più non cercherà di moderarsi o di correggersi: temerà di perder qualcosa della sua fiera individualità e ostinerassi a rimanere qual’è. Ha torto? Chi lo sa?... Potrebbe anche darsi che no.
La prima impressione dei suoi lavori è questa: non si capisce nettamente se l’autore scriva a quel modo per canzonare il lettore. L’Altrieri mi parve scritto in arabo: La Colonia felice una traduzione appena abbozzata da una lingua barbarica. Sembrava che il traduttore non trovando lì per lì, sulla punta della sua penna, la parola più adatta a rendere il testo, avesse messo come un appunto o la parola del testo italianizzata, o la parola italiana violentemente contorta a un significato tutto diverso dal proprio. Si passa di sbalordimento in isbalordimento. La frase ora si snoda come un serpente, ora guizza, ora scoppietta, ora si distende lunga, interminabile, cheta. L’immagine abbaglia coi suoi mille colori, colla sua varietà formicolante, immensamente grande, straordinariamente minuscola, sproporzionata quasi sempre. Fa pensare ad un occhio che continuamente patisca una diversità di altonismo per la quale non vegga più i colori nel loro stato naturale, e che da una singolar conformazione della pupilla sia forzato a veder le cose ora come se le guardasse con un cannocchiale rovesciato, ora come se le guardasse colle lenti d’un mirabile microscopio. Par di sentire un accento vigoroso, pieno di sdegni, irrompente, brusco, rauco e, da un momento all’altro, soave, commosso, quasi femminile, dolcissimo.
Si riman male; ma si è colpiti. L’impressione è così complicata che vien la voglia di distrigarla. Allora, se la tentazione di rileggere ci vince, l’impressione comincia a modificarsi. Si prova lo stesso effetto che innanzi un quadro del Cremona. Iniziati nel segreto di quella maniera, l’arte ci apparisce subito, come una bella visione. Però bisogna essere curiosi, critici d’istinto, artisti di nascita e d’educazione, pei quali il processo, la fattura è molto, è tutto; gente infine che guarda in un’opera d’arte ciò che il grosso pubblico non ha l’obbligo di guardare, e che, a seconda dei gusti, perdona, in grazia di certe difficoltà superate, le difficoltà ch’era giusto e desiderabile fossero superate ugualmente. Non è raro che un’opera d’arte faccia andare in visibilio gli artisti e lasci freddo il pubblico e gl’ispiri perfino repugnanza.
Il pubblico non ha torto, tutt’altro! Ma anche gli artisti hanno ragione.
I libri del Dossi sono di questo genere. Non posseggono nessuna delle qualità per riuscire gradite al maggior numero dei lettori: ne hanno molte da urtare, da irritare il gusto corretto, severo, meticoloso di coloro che amano nell’opera d’arte l’equilibrio, l’armonia, la perfetta corrispondenza del concetto e della forma in guisa che non si possa far distinzione tra forma e concetto. Rimarranno una curiosità artistica, ma una curiosità di gran valore.
Ed io, dal canto mio, non nascondo la mia simpatia pel Dossi, quantunque non sia disposto ad imitarlo, quantunque non consigli ad altri di seguirne l’esempio.
Bado ad una sola cosa: all’efficacia delle impressioni che mi produce. Insomma lo prendo com’è e confesso che mi turba, che mi commove; confesso che, appena vinta la prima ripugnanza, lo accompagno ora con diletto, ora con ammirazione, indifferente mai; e che lo rileggo, malgrado la sua stranezza. È giusto osservare che sul conto della stranezza i suoi detrattori hanno molto esagerato; così, pel merito artistico, i suoi ammiratori col levarlo troppo alle stelle.
Il Dossi, per ora, è un artista incompleto. Le sue figure ordinariamente non si vedono fuori del suo cervello, ma dentro d’esso, in una mezza personalità che li rende grotteschi, come avvolti nel fumo della sua fantasia in ebollizione. Ma quanta potenza in quel grottesco! Le sue imagini se fanno sorridere, fanno anche pensare: sono stravaganti, ma non vuote; ed è molto. Di tante più regolari, più compassate, più linde, più armoniose, non si può affermar sempre che abbiano dentro qualche cosa.
Ecco una pagina delle Gocce d’inchiostro. La trascrivo per intiero, colla sua bizzarra ortografia irta di accenti. È uno specimen che basta a dare un’idea netta della maniera del Dossi a chi non ha letto nulla di lui.
Le caramelle
« — Monsù, doi soldi d’caramel — disse un fanciullo, entrando frettolosamente con due bambine che gli trottavan di pari. E, tutti e tre postàronsi al banco.
«Il caffettiere, lasciato il giornale, si alzò.
«Io adocchiai i piccini. L’omo era in blusa celeste e in berrettino da soldatello. A parte quel po’ di aria baciocca che i maschi hanno in sugli otto, trapelava nel musino di lui, la coscienza della sua doppia importante funzione di compratore, custode di una rispettabile somma. La quale somma egli chiudeva in pugno. E tenevala stretta ve’!
«Ma e la bimba alla sinistra di lui? Qual fino e sentimentale visuccio!... visuccio promettente di quelle smortone impastate di chiaro di luna, che dove lascian lo sguardo, guai!
«La puttina invece alla diritta, era un brioso raggio di sole. Non toccava i cinque anni. Tomboletta, latte-e-vino, con una vestuccia corta inamidata, reggevasi in sulla punta delle scarpette; attaccando le palme all’orlo del banco, poggiava tramezzo a quelle, il mento.
«E i sei occhietti — due neri, due grigi e due castagnini — si attrupparono intorno alla mano del caffettiere. Questa, mise un piccolo peso su ’n guscio della bilancia; gli occhietti ve la accompagnarono: la si diresse a dipalcare un baràttolo; gli occhietti le tennero dietro: tach tach... il caffettiere lasciò cadere sul piatto le caramelle... tre, quattro, cinque... ad ogni tach, i fanciulli si sogguardavano e sorridevano.
«Ma per due soldi i sorrisi non potevano esser molti.
«Mi venne un’idea.
«Avvertito con una tossetta il monsù e mèssomi a traverso la bocca l’indice, mi diedi, dietro i bimbi, a far segni: cioè ad accennare il baràttolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.
«Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese per niente. Anzi; egli ebbe il coraggio — sottolineo coraggio — di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre guardi mortificati la seguitarono e tre sospiri.
«Così, fu il cartoccio aggruppato, e consegnato all’ometto.
«Questi mollò allora il due-soldi. Stettero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioia, scapparono via.
« — Chiel che voleva? — mi domandò il caffettiere.
« — Volevo, che loro votaste il baràttolo — risposi stizzito — Pagavo io.
«Ei si rimase un po’ grullo.
«Contagg! — disse — bisognava parlare.
«Fosse egli stato una donna!»
Non faccio annotazioni, lascio libero il lettore. Aggiungerò solamente: vi sono dei piaceri, delle soddisfazioni, dei godimenti intellettuali di second’ordine provenienti dal guardare e dallo studiare in un’opera d’arte il processo di formazione, che si scorge meglio quando, rimasto un po’ incagliato e un po’ incompleto, non arriva a nascondersi sotto il rigoglio della piena funzione vitale. Ma sono piaceri, soddisfazioni e godimenti che non interesseranno mai il pubblico quanto le persone del mestiere. Per queste, il processo, la fattura, la parte tecnica hanno spesso un interesse superiore di molto a quell’impressione generale e completa preferita dalle altre. Gli scritti del Dossi, vere opere d’arte, malgrado i loro difetti e, forse, un po’ a cagione dei loro difetti, mi sembrano i più adatti per istudii di questa natura.
Dissi, cominciando, che per ora egli è un grottesco. Quel per ora esprimeva un desiderio, ma non significava una speranza. E siccome fra l’entusiasmo dei suoi ammiratori ad ogni costo e l’irragionevolezza dei suoi detrattori a tutt’oltranza c’era il posto d’un semplice e spassionato osservatore, così ho tentato d’occuparlo io.
BALZAC[7]
I.
Il giorno che il Balzac concepì l’idea di riunire sotto il titolo La Comédie humaine tutti i suoi romanzi fino allora pubblicati (questo avvenne, se non mi inganno, nel 1833) corse subito in casa di sua sorella la signora Surville per annunziarle quel grand’avvenimento. La signora Surville lo vide entrare nel salotto col cappello un po’ inclinato sull’orecchio, la pancia in avanti, la mazza levata in alto come un capo tamburo, suonando colle labbra una marcia, brà bràa-brà brà! muovendo i passi cadenzatamente, solennemente, quasi fosse davvero alla testa d’un reggimento. Giunto innanzi il canapè ove sua sorella era seduta, si fermò ad un tratto; poi con un accento grave e comico nello stesso punto:
— Signora, le disse, salutate un Genio!
E si mise a ridere, di quel suo riso grasso, rablesiano, che scoteva tutto il suo corpo.
Il Balzac avea la coscienza del proprio valore e soleva manifestarla con un’ingenuità fanciullesca. Un amico lo rimproverava d’esser troppo facile a raccontare a tutti il soggetto dei suoi romanzi.
— Voi siete lento nel lavoro, gli faceva osservare; vi si può facilmente rubare un’idea e metterla in circolazione assai prima di voi.
— Eh via! Nessuno potrà fare del Balzac, fu la sua semplice risposta.
Vittorio Ratier, direttore della Silhouette, una sera, conversando, gli suggerì l’idea fondamentale del racconto Une passion dans le désert.
— L’idea è vostra, gli disse il Balzac tutto contento; è giusto quindi che partecipate agli utili che il mio lavoro produrrà.
Quando il lavoro fu stampato nella Revue de Paris, il Balzac, sopraffatto dalle sue urgenze pecuniarie, non si ricordò più del Ratier al quale tante e tante volte aveva promesso di arricchirlo.
Alcuni anni dopo il Ratier lo trova occupato a rovistare dei vecchi portafogli.
— Questa volta, caro amico, gli disse, vi arricchirò per davvero. Eccovi un manoscritto, un racconto composto per iscommessa, in dodici ore. Conservatelo. Quando sarò morto, lo venderete a peso d’oro. Un manoscritto d’un uomo celebre è una vera fortuna: io lascerò un gran nome.
E lo diceva, aggiunge il Rader, colla maggior serietà di questo mondo, col tono della convinzione più assoluta.
Questi aneddoti mi venivano in mente sfogliando il lavoro bibliografico del signor Lovenjoul. Sono trascorsi trent’anni dalla morte del Balzac, ed eccolo più vivo, più venerato, più amato di quando il suo nome toccava le cime della celebrità europea. Da quel monumento letterario in ventiquattro volumi che è l’edizione completa delle sue opere, pubblicata dal Lévy, egli sembra ripetere al pubblico le profetiche parole dette scherzando alla sorella: salutate un Genio!
La fama del Balzac s’è formata lentamente. Per la maggior parte dei suoi contemporanei il romanzo di lui somigliava in molti punti a quella che oggi sogliamo chiamare la musica dell’avvenire; era una forma anticipata. Oggi noi vediamo benissimo come tutto il romanzo moderno sia già nel Balzac, anch’il naturalista, anche lo sperimentale poichè lo si vuol chiamare così. Il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola, procedono tutti direttamente da lui; non hanno fatto altro che sviluppare, perfezionare, ingrandire certe forme secondarie le quali nelle Comédie humaine erano o accennate, o imperfettamente svolte come accade in tutte le produzioni della natura e dello spirito umano, che sono infine la medesima cosa. Per noi che moviamo nella via del romanzo i primi passi, coll’incertezza dei bimbi appena appena staccatisi, sarebbe un lavoro di grand’importanza un libro intitolato Predecessori, contemporanei e successori del Balzac.
Il Balzac, per quanto uomo di genio, non è nato neppur egli da una specie di generazione spontanea letteraria. Al paro dei suoi successori, ha sviluppato, ingrandito, perfezionato le forme iniziali del romanzo moderno già apparse, per citare due soli titoli, colla Princesse de Clèves e colla Nouvelle Héloise. I suoi lavori giovanili lasciano vedere chiaramente l’andar tastoni, il tentare e il ritentare, e il divinare e lo spingersi innanzi che dall’Héritiere de Birague e dalla Iane la pâle lo han condotto alle sublimi altezze dei Parents pauvres e dei Paysans.
Studiare in che modo le forme incipienti del romanzo di carattere si sian trasformate e perfezionate nelle sue mani, come si perfezionarono contemporaneamente in quelle di altri scrittori le forme del romanzo di avventure: in che modo dal romanzo di carattere sia poi nato nel gran lavoro del Balzac il romanzo di costumi, e come questo sia oggi diventato per opera del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola il romanzo contemporaneo, non sarebbe certamente inutile per tutti coloro che si sforzano di trapiantare in Italia questo fiore letterario rimasto fin ad oggi un fiore esotico per noi. I nostri costumi, i nostri sentimenti, i nostri vizii, le nostre virtù son lì che aspettano ancora il loro storico, il loro pittore, il loro Balzac. Possibile che dal vasto caos di grandi sentimenti, di grandi idee, di grandi fatti, di grandi miserie, di grandi abbiezioni, che ha prodotto in vent’anni il nostro risorgimento nazionale, non debba venir fuori uno scrittore potente, un pensatore artista, tal da ritrarre nel romanzo la generazione presente, come il Balzac e i suoi successori han fatto in Francia e continuano a fare colla loro?
Il libro del Lovenjoul è una semplice bibliografia: ma quali insegnamenti non escono dalle aride righe di questo catalogo di 400 pagine!
«Balzac, ha detto il Gautier, non possedeva il dono letterario; nella sua mente c’era sempre un abisso fra il concetto e la forma. Egli o non trovava il suo modo di esprimersi, o lo trovava dopo stenti infiniti.» Si può dire che di tre terzi della sua vita uno l’abbia impiegato a concepire e a scrivere la prima veste dei suoi lavori, e gli altri due a correggerla e a rimaneggiarla. Per alcuni romanzi la lezione definitiva non ha nulla che vedere colla lezione ordinaria. La femme de trente ans è uno di quelli che più si risentono dell’ostinato lavoro della lima e della saldatura. Giacchè il Balzac non si contentava di mutar delle pagine, d’aggiungere degl’intieri capitoli. Per lui spesso il correggere si riduceva a fondere in un romanzo dei racconti diversi, scritti in epoche differenti e con nessun intento di un legame possibile. La Femme de trente ans, per esempio, oggi è composta di sei capitoli intitolati: I. Premières fautes. II. Souffrances inconnues. III. A trente ans. IV. Le Doigt de Dieu. V. Les deux rencontres. VI. Le vieillesse d’une mère coupable. Il primo era stato pubblicato nel 1831, col titolo Le rendez-vous: il secondo nel 1834: il terzo nel 1832, col titolo La Femme de trente ans che poi divenne quello dell’intiero romanzo: il quarto, diviso in due parti, con titoli particolari, nel 1831; il quinto nello stesso anno, diviso anch’esso in due parti, con titoli particolari, poi rimaneggiato in tre parti nel 1832; il sesto sotto il titolo l’Expiation nel 1832. L’intero romanzo non prese la forma attuale che nel 1842. I personaggi d’esso, naturalmente, non avevano nelle precedenti redazioni gli stessi nomi. C’era anche un impiccio di data che lo avrebbe impedito. L’azione cominciava nel 1813, e all’epoca delle pubblicazioni dei diversi episodii, se si fosse trattato d’una sola persona, l’eroina non avrebbe potuto avere i trent’anni del titolo.
Un altro dei lavori più tormentosamente rimaneggiati è l’Autre étude de femme, La grande Bretéche, ove nascono, ribollono, spariscono dal 1839 al 1845 una quantità di pagine che vanno di qua e di là a trovar posto in molt’altre novelle, specialmente nel racconto La Muse du département.
Nel libro del signor Lovenjoul tutti questi rimaneggiamenti passano sotto gli occhi come una fantasmagoria, con particolari curiosi con pagine che ora si cercherebbero invano nell’edizione definitiva, e lasciano stupiti della prodigiosa attività creativa di quel vero genio del romanzo. La sua incontentabilità non aveva limiti. Nel 1845, mentre ancora non era terminata la prima edizione della Comédie humaine, egli già aveva steso il piano d’una seconda, nella quale leggonsi i titoli di cinquanta lavori che dovean completare in ogni sua parte quella grande storia dei costumi del secolo XIX e rimasero nella mente dello scrittore rapito immaturatamente dalla morte. Le scene della vita militare, che ora hanno due soli episodii, Les Chouans e Une passion dans le désert, dovevano arricchirsi di altri venticinque.
Le correzioni tipografiche del Balzac sono leggendarie. Far del Balzac era una specie di tortura nella tipografia, e gli operai v’erano sottomessi soltanto per un’ora alla volta. Si soleva dire che per comporre le prime prove d’un romanzo del Balzac bastava prendere a caso i caratteri dalla cassetta, metter insieme delle righe di lettere e formare delle pagine senza nè capo, nè coda. Il carattere tipografico inebbriava il gran romanziere; ogni parola, ogni sillaba diventava un periodo, una pagina, delle dozzine di pagine, che moltiplicavansi indefinitamente, prodigiosamente, sbucciando l’una dell’altra, come una generazione di gemmipari, finchè il volume e il romanzo non eran belli e compiti.
«L’aspetto di quelle prove di stampa era mostruoso, dice l’Ourliac che fu un ingegno brillantissimo prima d’andar a finire come un Veuillot sbagliato. Da ciascun segno, da ciascuna parola stampata parte un tratto di penna che splende e serpeggia come un razzo alla congrève e scoppia all’estremità in una pioggia luminosa di frasi, di aggettivi e di sostantivi sottolineati, incrociati, confusi insieme, scancellati, sovrapposti; una cosa da abbagliare!» Grande disperazione nella tipografia. «I più intelligenti operai tentano di decifrar quelle prove; e chi vi riconosce del persiano, chi la scrittura del Madagascar, chi i caratteri simbolici di Wisnou; lavorano a caso, raccomandandosi a Dio!» Così per una dozzina di volte. «Alla tredicesima prova, aggiunge l’Ourliac, si comincia a riconoscere qualche sintomo d’eccellente francese, e si nota con sorpresa qualche legame nelle frasi.»
Il Balzac era sempre inquieto sulle qualità del suo stile. Vittorio Ratier racconta d’avergli visto stracciare, cogli occhi pieni di lagrime disperate, molte pagine che il giorno innanzi avea proclamato ammirabili. Il Gautier era da lui consultato ed ascoltato con una specie di riverente sottomissione; gl’invidiava la facilità, la nettezza scultoria della forma, e si sforzava d’imitarlo. Uno di quei cercatori di cose letterarie che rovistano dappertutto ha fatto, a questo proposito, delle rivelazioni curiosissime. Nel 1837 il Gautier pubblicava nel Figaro i ritratti di Jenny Colon, della Damoreau e della signorina Georges. Balzac in quell’anno scriveva Beatrix. Tutto questo romanzo è pieno di imitazioni del Gautier spesse volte spinte all’eccesso. Eccone qualche saggio. Il Gautier scriveva: Les cheveux scintillent et se contournent aux faux jours en manière de filigrane d’or bruni. E il Balzac: cette chevelure, au lieu d’avoir une couleur indécise, scintillait au jour comme des filigranes d’or bruni. Il Gautier scriveva: Le col de mademoiselle Georges, au lieu de s’arrondir intérieurement du côté de la nuque, il forme un contour renflé et soutenu, qui lie les épaules au fond de sa tête sans aucune sinuosité. E il Balzac: Au lieu de se creuser à la nuque, le col de Camille forme un contour renflé qui lie les épaules à la tête sans sinuosité.
La preoccupazione del Balzac è evidentissima: lo stile del Gautier formava la sua ammirazione e la sua disperazione al punto stesso. Riguardo allo stile il Balzac arrivava anche a perdere il suo grande orgoglio d’artista: ascoltava benignamente le osservazioni che gli si facevano, ringraziava. Una volta il Planche gli notava delle espressioni che, secondo lui, erano troppe tormentate.
— Ebbene, aveva risposto il Balzac, segnatemi col lapis tutti gli errori che offendono il vostro gusto.
E il Planche, ch’era incapace di comprendere quell’atto d’umiltà, raccontando il fatto allo Champfleury, sdegnosamente aggiungeva:
— Ma per correggere quei romanzi ci sarebbe voluto altrettanto tempo che per iscriverli!
Eppure, povero Planche, chi si ricorda oggi del critico terribile e temuto, mentre la fama dello scrittore così superbamente disprezzato ingrandisce ogni giorno?
«Si può rimproverar tutto al Balzac: la mancanza di spirito e di delicatezza, l’assenza d’anima e di passione, l’abuso delle descrizioni, la predilezione per le corruzioni sociali, uno stile laborioso e scolorito; gli si possono contestare tutte le qualità del gusto e della finezza: ma non possiamo rifiutarci a salutare in lui una potenza d’evocazione senz’uguali. I suoi personaggi restano nella memoria come degli esseri che sian vissuti davvero. Ognuno di noi li conosce come se li avesse incontrati per le vie. Gli abbiam visti, abbiamo parlato con loro, li citiamo coi loro nomi. E questi esseri imaginari sono in numero incredibile: l’opera del romanziere è vasta come un mondo: Balzac aveva non solamente la forza, ma la fecondità del genio. Cosa strana! Balzac non è un artista, ed è creatore: non è scrittore ed ha fondato un genere; non ha fatto un lavoro perfetto, e una intiera letteratura procede da lui.»
Sono le più severe parole che io abbia lette sul Balzac, e in molti punti, con tutto il rispetto dovuto ad un critico come lo Scherer, mi paiono ingiuste. Il Balzac non è artista? Che significa dunque essere artista? Ecco una domanda che mi menerebbe lontano.
II.
Torno al libro del Lovenjoul. Tra i documenti nuovi messi alla luce in questo volume ce n’è uno che riguarda la venuta del Balzac in Italia.
Il Balzac venne tra noi nel febbraio del 1837, munito d’una procura del conte Emilio Guidoboni-Visconti per regolare gli interessi di questo col signor Lorenzo Costantin, suo fratello uterino, a proposito dell’eredità materna della contessa Giovanna Patellani. Fu a Milano, poi a Venezia, nel marzo; e, tornato a Milano, vi stette sino alla metà di maggio.
A Genova un negoziante gli parlò delle miniere d’argento della Sardegna, delle scorie ammonticchiate nelle vicinanze di esse, scorie ricche di piombo dal quale era stato ricavato anche dell’argento. La fantasia del Balzac prese subito fuoco. I Romani, i metallurgisti del medio-evo non dovevan essere molto pratici nella mineralogia; potea darsi benissimo fosse nascosta in quelle scorie una immensa ricchezza. Un gran chimico, suo amico, aveva trovato il segreto d’estrarne, con poca spesa, l’oro e l’argento in qualunque modo e in qualunque proporzione stessero mescolati cogli altri metalli. Bisognava avere i campioni per fare un saggio. Il Genovese promise di spedirglieli a Parigi. Il Balzac, nel caso d’ottimo esito, s’impegnava di ottenere pel Genovese e per sè la privativa dell’affare dal governo sardo.
Dopo un anno, visto che il Genovese non si faceva vivo, il Balzac tornò in Italia, andò in Sardegna e trovò che quegli, fatti dei saggi per conto proprio, contrastava la privativa, presso la Corte di Torino, a una società marsigliese la quale avea scoperto potersi ricavare dalle scorie il dieci per cento di piombo, e dal piombo il dieci per cento d’argento.
Fu una delle tante sue delusioni!
Era partito da Parigi, facendo un grande sforzo per raggranellare i quattrini pel viaggio. Aveva impegnato il po’ d’oro che possedeva: la sua mamma e una sua cugina si eran salassate per lui. Avea viaggiato quattro giorni e cinque notti sopra una imperiale, bevendo soltanto dieci soldi di latte al giorno.
A Marsiglia aveva abitato una stanza di albergo da quindici soldi al giorno e aveva pranzato con trenta. Aveva scritto alla madre: Pense qu’il y a beaucoup plus d’envie de faire cesser des souffrances chez des personnes chères, que de désir de fortune personnelle dans ce que j’entreprends; quand on n’a pas de mise de fonds, on ne peut faire fortune que par des idèes semblables à celle que je vais mettre à fin. (Correspondance pag. 283). E trovava il posto preso! E i suoi castelli in aria rovesciavano a un tratto! Bisognava rimettersi al gran supplizio del lavoro. Si faceva coraggio. Je vais faire trois ouvrages tout de suite, sans débrider! Però.... però...! Era stato a visitare la miniera abbandonata dell’Argentara nella parte più selvaggia dell’isola, e avea portato via dei saggi di minerale. Peut-être le hasard me servira-t-il mieux que les combinaisons de l’esprit. Già pensava di ritornare in Italia col suo cognato, l’ingegnere Surville, e con un ingegnere delle miniere. «Tu verrai con tuo marito,» scriveva alla sorella Laura, «Grazie all’esperienza che ho acquistata, spenderemo poco più di quel che si spende a Parigi. E siccome non c’è di mezzo nessun Genovese, così potremo aspettare finchè saremo più tranquilli. Io sono dunque pressochè consolato.» Aveva bisogno di una chimera: non sapeva staccarsi da questa.
Andò a Milano per isbrogliare ancora alcuni interessi del conte Guidoboni-Visconti. Pare che il governo austriaco intendesse sequestrare quel po’ di beni che il conte possedeva tuttavia in Lombardia. Il Balzac s’adoperò in maniera che il sequestro fu evitato. Credeva tornar subito a Parigi, ma si mise a lavorare. Les mémoires de deux jeunes mariées furono cominciate a scrivere in casa del principe Porcia, in una stanza a pian terreno che dava sul giardino, messa dall’amicizia del principe a disposizione di lui. Nella sua prima dimora in Milano il Balzac v’avea conosciuto molte persone dell’aristocrazia; ma ora faceva una vita da certosino. La contessa Bossi, che non aveva dimenticato le belle serate passate con lui alle Chênes presso i Sismondi, dovette fermarlo coraggiosamente in mezzo alla via per rimproverarlo di non essersi fatto vedere in casa sua. Il suo lavoro lo assorbiva tutto. Era una idea che gli frullava in mente da due anni e non era riuscita a concretarsi. Dipingere l’amore felice, l’amore soddisfatto senza la rettorica del Rousseau e senza le prediche del Richardson: ecco il suo ideale di quel momento. Voleva pubblicare il suo libro senza nome d’autore, come l’Imitazione, e voleva poterlo scrivere a Milano!
Ma era tristo per diverse ragioni. Aveva duecentomila franchi di debiti e i suoi affari andavano male: e il suo cuore era in Russia, presso la persona che fu poi la consolatrice degli ultimi suoi giorni e sua moglie. Invidiava il principe Porcia ch’era così felice colla sua amante, la contessa Bolognini. «Ah! se sapeste, scriveva alla Hanska, che malinconiche meditazioni m’ispira l’aspetto della vita felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là dalla contessa!» Aveva la nostalgia. «La Francia, col suo cielo sempre grigio, mi serra il cuore sotto questo bel cielo di Milano; il Duomo, parato delle sue trine, m’intorpidisce l’anima d’indifferenza!» Il 20 maggio aveva scritto: «Domani, dopo avere fatto scrivere due lettere alle mie amanti, sarò più allegro e sarò da voi calmo e savio da far invidia a un santo.» Due giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato; ho lasciato lì le mie amanti per riprenderle un giorno o l’altro.» Infatti passarono quattro anni prima che quel romanzo vedesse la luce nelle appendici della Presse, dopo essere stato lungo tempo annunziato dalla Revue de Paris.
Se si dovesse dar retta alla dedica che si legge ora in testa al romanzo Splendeurs et misères des courtisanes, questo lavoro sarebbe nato anch’esso sotto il tetto ospitale di casa Porcia, sul Corso di Porta Renza, ora Corso Venezia. Ma la dedica da principio si riferiva alla sola prima metà della prima parte del romanzo che allora s’intitolava La Torpille. Può darsi che quest’episodio, trasformato nell’edizione definitiva in Comment aiment les filles, sia nato in Milano.
Certamente il Balzac portò via dei ricordi durevoli del suo soggiorno in questa città: lo dimostrano le dediche di altri suoi lavori a persone milanesi: La Vendetta allo scultore Puttinati, La fausse maîtresse alla contessa Clara Maffei, Une fille d’Eve alla contessa Bolognini-Vimercati, Les émployes alla contessa Sanseverino, sorella del principe Porcia.
Il Balzac non ricevè una bella impressione dalle nostre donne. Gli parvero tutte prive di attrattive, di spirito, d’istruzione, meno una Cortanse di Torino. Le Milanesi, invece, dicono ch’egli non era bello, ch’era goffo, taciturno e che di stupendo aveva soltanto gli occhi, due occhi di fuoco. Il Balzac in quei giorni era d’umor nero. Forse passava per uno di quei periodi di astinenze d’anacoreta ai quali si condannava per resistere alla violenza del suo lavoro. Un motto di lui sulle donne, detto in una cena di soli uomini presso il Porcia, conferma questo mio sospetto; ma non è possibile riferirlo qui. Alla Hanska scriveva: «Comincio a credere che la fama ha ragione, attribuendo alle Italiane qualcosa di troppo materiale in amore.» Tutto questo può diminuire in qualche maniera il severo giudizio del gran romanziere.
Il Balzac lasciò Milano il 6 giugno del 1838 e non tornò più fra noi.
M’è parso giusto premettere queste poche notizie alla descrizione dell’unico autografo del Balzac — di qualche importanza — che si trovi in Italia.
È preziosissimo. Ci mostra il grande romanziere intento al lavoro, in quella terribile lotta colla forma che rende proprio miracolosa la sua vasta produzione in mezzo a tali preoccupazioni d’interessi materiali d’ammazzare qualunque altr’uomo non nato, come lui, un colosso di mente e di corpo.
Lo Champfleury ha scritto un opuscolo intitolato: Balzac. Sa méthode de travail, études d’àprès ses manuscrits (Paris. Patay, 1879,) ove sta sempre sulle generali e non dice nulla che non si sapesse. Perfino il fac-simile di una prova di stampa del Début dans la vie, premessa al suo opuscolo, ha ispirato dei dubbii sulla sua autenticità. Secondo il Lovenjoul, che deve intendersene, le correzioni, piuttosto che del Balzac, paiono della signora Surville, sua sorella. Perciò ho creduto che, anche dopo lo scritto dello Champfleury, queste notizie possano avere un po’ d’interesse. E ringrazio la gentile persona che m’ha cortesemente confidato il prezioso manoscritto e m’ha permesso di descriverlo.
È un volume in 8º grande, rilegato in rosso col dorso di cuoio filettato in nero; il titolo in oro: Études philosophiques (Les Martires ignorés).
Nella prima pagina si legge: Offert par l’auteur — comme un souvenir — du gracieux accueil qu’il — a reçu. — H. de Balzac. — Paris, ce 15 juin, 1837. — C’est comme je vous l’hai dit le — premier ouvrage que j’ai fait — á mon retour.
Questo non è precisamente vero di tutto il lavoro. Al suo solito, il Balzac aveva fatto un innesto sul frammento Ecce Homo, pubblicato nella Chronique de Paris nel giugno 1836. Al suo ritorno egli aveva potuto scrivere soltanto le undici pagine di manoscritto che formano la introduzione. Infatti nell’ultima pagina, dopo tredici righe di scrittura, si trovano incollati due pezzettini ineguali di stampato, e di fianco si legge: Continuer avec la copie de la chronique.
Nella seconda pagina, prima aveva scritto: Les Martires ignorés — de la légende. — (Fragment du Phédon d’aujourd’hui), ma poi cancellò le parole: de la légende.
Vengono poi undici fogli di manoscritto su carta di paglia comune, scritti, meno il primo, tutti da una sola facciata, con pochissime correzioni.
Seguono, rilegate col manoscritto, cinque prove di stampa che sono certamente quelle della quarta edizione degli Études philosophiques (volume XII), pubblicata col nome del Werdet presso Dalloye e Lecou.
Qui comincia il fermento del lavoro del Balzac. Le prove si riempiono di cassature, di richiami, s’ingrossano di aggiunte su pezzettini di carta incollati ai margini con delle ostie. Le correzioni s’accavallano; le correzioni sottentrano alle correzioni. Nel manoscritto l’introduzione era di sei pagine e sei righe; nella prima prova sono già incollate altre due paginette, e in fine c’è l’avvertenza: Charles, laissez-moi deux pages blanches. Nella prima pagina, alla prima prova di stampa, ove è il solo titolo, scrive: Charles, tâchez d’avoir fini cela pour une heure en vous y mettant avec quelque lapins, que les corrections soient bien faites, cela ira jusque à 4 feuilles pas plus, Mettez-moi la 21-22 en page et composez-la, vous avez 4 garnitures. On pourrait si ce peut-il mardi. On a fait une boulette au commencement, voyez ce qui est à mettre en petit texte comme un titre d’une comèdie, et interl: sans fin.
Nella seconda prova ha già fatto scomporre l’introduzione per ricomporla in carattere più piccolo. Dove diceva: Personnages ha messo: Silhouettes des interlocuteurs; ma già vuole en italique le prime sette righe. Anche questa prova ritorna alla stamperia orribilmente maltrattata, sovraccarica di aggiunte incollate ai margini, con aggiunte incollate alle aggiunte, un vero fuoco d’artifizio. Si vede il viso che doveva fare quel povero proto di Carlo, leggendo dietro alle bozze: Charles, encore une épreuve et composez la ½ feuille de la fin en y mettant la table des matières. E più sotto: Puis-je cette fois compter avoir une èpreuve à trois heures? R. s. v. p.
E la quarta bozza differisce poco dalle altre. Ghirigori, razzi si partono da tutte le pagine, intrecciandosi, confondendosi in maniera da far perdere la testa ai correttori. E l’incontentabile autore scrive: Charles, encore une èpreuve, vous devriez corriger vous-même pour que je puisse la rendre en BON À TIRER.
Il povero proto non ne può più: ha rivisto, ha corretto anche lui. Manda la quinta prova perfettamente ripulita. Credete che il Balzac sia contento? Donnez une rèvision! Sarebbe capace di cominciare da capo.
Scelgo un piccolo squarcio, uno dei meno complicati, per porre sotto gli occhi dei lettori il processo letterario con cui sono state fatte tutte le opere del Balzac. Metto fra parentesi, in corsivo, le parole cancellate e segno con puntini ove la cancellatura è illeggibile.
Il manoscritto diceva:
«Le docteur Phantasma (Chose): Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que par le système (de Monsieur) du docteur Physidor. Voici l’histoire à laquelle je ne voudrais (rien) ajouter aucun ornement superflu qui lui donnât (l’air d’) une tournure romanesque. Je ne sais (pas) si vous avez connu (M.) l’abbé Bouju (de Tonduse) Vicaire général de... (je ne) je ne (connais pas) me rappelle jamais les diocèses (d’aujourd’hui) conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a vingt ans Monsieur Bouju c’était (ce que l’on nomme) vulgairement parlant (un bon vivant), ce qui devrait s’appeler en bonne philosophie un égoïste. (Il) Soit qu’il (eu pensé de la....) regardât comme profondément risibles les idées de ceux qui s’occupent d’avenir, qui (.....) font des théories délicieuses, quand il est prouvé que l’espace entre la terre et le soleil est de trente-trois millions de lieues; et (qu’il est) que l’espace entre nous, et certains planètes est si considérable que leur lumière ne nous est pas encore arrivée quoique la lumière fasse de millions de lieues à la minutes; soit (qu’il ne) que tout lui fût indifférent, excepté ces propres jouissances, il ne faisait que ce que lui plaisait.»
Tutto questo è troppo pieno, troppo pesante; si legge a fatica. Ma già nella prima correzione comincia a sveltirsi. Ecco qua:
«Le docteur Phantasma. Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que par le système de Physidor. Je ne sais si vous avez connu l’abbé Bouju, un vicaire général de..... de..... de..... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a de cela quelque quarante ans, M. Bouju était, vulgairement parlant, un bon vivant, ce que les imbéciles nomment un égoïste, comme si nous n’étions pas tous égoïstes. L’oubli de soi-même est une dépravation. Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées religieuses, soit que tout lui fût indifférent etc.»
Nella seconda prova l’epurazione continua. Il periodo si muove con più agio. La mano inesorabile dello scrittore sfronda, sfronda senza pietà. Osservate:
«Le docteur Phantasma. J’ai rencontré hier quelqu’un qui m’a rappelé un fait qui est à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait au système (de) que Physidor nous développait avant hier. Avez-vous entendu parler de l’abbé Bouju (un) qui est vicaire général de.... de.... de.... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est lui dont il s’agit. Il y a quelques quarante ans, M. Bouju était etc.»
Ma già alla terza prova il brano è quasi irriconoscibile; non più racconto, è dialogo.
«Le docteur Phantasma, l’ai rencontré hier une douillette pouce....
«Le Libraire. Mâle ou femelle?