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[Copertina]
LUIGI GUALDO
LA
GRAN RIVALE
IL VIAGGIO DEL DUCA GIORGIO LA CANZONE DI WEBER—CAPRICCIO—UNA SCOMMESSA ALLUCINAZIONE—NARCISA—LA VILLA D'OSTELLIO
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1877.
[Occhiello]
LA GRAN RIVALE
[Verso]
DEL MEDESIMO AUTORE:
Costanza Gerardi L.1—
Une Ressemblance.—Alphonse Lemerra, Editeur. Paris » 3 50
[Frontespizio]
LUIGI GUALDO
LA
GRAN RIVALE
IL VIAGGIO DEL DUCA GIORGIO LA CANZONE DI WEBER—CAPRICCIO—UNA SCOMMESSA ALLUCINAZIONE—NARCISA—LA VILLA D'OSTELLIO
Nuova Edizione
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1877.
Proprietà letteraria.
Tip. Treves.
LA GRAN RIVALE
Quando essi passavano dandosi il braccio, guardandosi con occhi che ben si vedeva erano senza segreti l'un per l'altro, con quell'armonia di andatura che indica l'armonia dei pensieri, era impossibile che in quelli che comprendono non destassero involontariamente un senso d'invidia. Si seguivano con lo sguardo e dopo non si poteva a meno che, fantasticando, seguire col pensiero nella loro vita quei due esseri che davvero sembravano eccezionalmente felici. Tornavano a mente allora tutte le scoraggianti elegie che negano ogni felicità in questa valle di miserie e non si poteva a meno di pensare quanto quei due ch'erano passati ne fossero una vivente contradizione, e ciascuno sentiva persino le proprie idee tristi e tetre svanire come la neve al sole, e insieme all'amaro dell'invidia sorgere in cuore il dolce della speranza.
Essi erano una bella coppia davvero. Ella era una fra le donne che non si dimenticano facilmente e la cui bellezza, se non fulmina a primo aspetto, commove però fortemente ogni volta che si rivede. Imaginatevi un ovale di volto non perfettissimo, ma espressivo e caratteristico al sommo grado; dei capelli bruni a riflessi più chiari, finissimi e folti; degli occhi grandi, tagliati in forma di mandorla, dallo sguardo buono e penetrante; una bocca che attira, fresca e purissima, un nasino non greco e forse un po' cosmopolita, ma talmente fatto per quel viso da non sembrare possibile in qualunque altro, una fronte perfetta, delle sopracciglia d'un arco purissimo, e sparsa sopra tutto ciò una tinta di malinconia consolata che riempiva l'anima di chi guardasse di pensieri sereni. Seduceva il suo corpo, benchè non ricordasse la maestà dei modelli antichi; piuttosto alta, con una vita flessibile da cui si allargava un busto perfetto di forma. Il suo piccolo piede era affascinante per la forma e il movimento e per l'aristocratica attaccatura. Egli era un bel giovane di trent'anni, con una di quelle fisonomie espressive in cui è impresso indelebilmente il marchio dell'intelligenza e dove ogni linea esprime una tendenza o un sentimento; la bocca, forse un po' grande, aveva un sorriso pieno di bontà e d'ironia al tempo istesso, e fra li occhi apparivano quelle due piccole rughe perpendicolari, segno di una volontà feconda. Nell'insieme era una di quelle figure che a primo aspetto invogliano a stendere la mano.
Tutti quelli che viaggiano molto li vedevano spesso quando meno se l'aspettavano; si scorgevano passeggiare sui boulevards e non era difficile incontrarli una settimana dopo sulle ghiacciaie o sul Righi; nella sala del casino di Baden o a Nizza sulla promenade des Anglais—ed essi erano una macchietta simpatica per qualunque scena. Certo li avrete veduti qualche volta in una barchetta qualunque, di autunno sul lago di Como e mirandoli stretti l'un contro l'altro il cielo vi sarà sembrato più azzurro e la brezza più soave. Era bello vedere—quando correvano per i monti—la tenera sollecitudine con la quale egli la sorreggeva nei passi difficili e le dava la mano per saltare da qualche macigno e la serena confidenza con la quale ella si appoggiava al suo braccio! E allora il sorriso abbozzato sulla bocca dell'uno si disegnava su quella dell'altro.
Ma la loro dimora abituale era Firenze, e tutti i giorni s'incontravano sul Lungarno e alle Cascine, e spesso quando il sole era tramontato e l'ombra scendeva, la loro carrozza s'internava nel folto delle piante, e allora la testa di lei si appoggiava sulla spalla dell'amante.
Questa parola s'è pur dovuto scriverla, poichè nemmeno la più piccola apparenza di cerimonia civile o religiosa li aveva uniti. Ed essi si permettevano pel momento di assaporare tutta la felicità che può essere concessa quaggiù.
La loro storia, il loro romanzo se si vuole, era una prova di più che molto spesso in questa vita le circostanze ne obbligano a seguire una strada assai diversa da quella che si voleva percorrere. Si erano parlati per la prima volta in una di quelle fiere di beneficenza, dove le signore fanno salire ad una cifra arbitraria il prezzo degli oggetti più insignificanti, a seconda del sorriso con cui li accompagnano. Alberto aveva già veduto molte volte la bella signora O***, come tutti chiamavano la nostra eroina, e l'aveva ammirata—tanto più ch'egli era particolarmente attirato da quel genere di bellezza moderna il cui fascino principale sta nell'espressione indefinibile; ma non la conosceva. Quel giorno una signora che si trovava allo stesso banco lo presentò. Non furono scambiate che poche frasi di circostanza, accompagnate dall'inevitabile: «Spero che avrò il piacere di vederlo qualche volta» che una signora dice sempre quando parla con qualcuno che conosce da molto tempo di nome. Alberto vi andò pochi giorni dopo, ma, dobbiamo dirlo col massimo dispiacere e chiedendone scusa alle lettrici amanti dei colpi di fulmine nella passione, essi non si amarono il primo giorno che si conobbero, e nemmeno il secondo, e nessuna scintilla passò dallo sguardo di lui in quello di lei. I loro cuori non cozzarono l'un contro l'altro come due proiettili e non ebbero sul principio vicendevolmente che una di quelle frivole simpatie come se ne possono avere per dieci persone a un tempo.
La famiglia di lei era assai ristretta finanziariamente, quasi povera. Erano in molti e i danari pochi, dimodochè quando il signor O*** si presentò e chiese la sua mano, la proposta fu accolta con l'entusiasmo di una felicità «ch'era follia sperar». Quando ella era giunta ai sedici anni e che le vesti corte si erano dovute allungare dello strascico, all'affacciarsi di quel problema inquietante ch'è il matrimonio per le fanciulle che hanno per sola dote la freschezza verginea della guancia, la povera madre aveva sentito l'angoscia che tutte le madri in simili circostanze provano, e sebbene quando quella fortuna inaspettata si presentò, ella le dicesse: «Emilia, pensaci bene prima di accettare e fa solo quello che il tuo cuore ti consiglia,» lo disse però con una paura terribile di un rifiuto, e udendo la risposta affermativa della fanciulla le gettò le braccia al collo con uno slancio irreprimibile di riconoscenza materna.
O*** era un negoziante di seta, assai ricco, generoso, volgare. Giovane ancora, benchè cominciasse ad impinguare un tantino, egli era stato il sogno di moltissime fanciulle, e la sua scelta per l'Emilia, che «non aveva un soldo,» fu causa di rabbioso stupore per tutte. Rideva di un riso forte, spontaneo, inatteso; amava le donne, i cavalli e i romanzi di Ponson du Terrail, del resto un buon diavolo nel significato più elastico della parola, e capace perfino di una buona azione. Concesse a sè medesimo il lusso di sposare una bella giovane senza dote, perchè ciò era nei suoi mezzi; inoltre perchè Emilia gli piaceva assai ed era una donna come la voleva lui, «senza pretesa.» Il corredo fu magnifico e dopo sei mesi di matrimonio, Emilia era ancora «felicissima.» Un anno però era appena trascorso, che già le cose cominciarono a mutare. O*** aveva una dopo l'altra riprese molte delle sue abitudini di scapolo; gli affari lo occupavano nella giornata; prima di pranzo andava a fare un giro a cavallo e dopo accompagnava sua moglie in teatro o in qualche casa, ove la lasciava e non ritornava a casa che al mattino. Del resto, sempre gentilissimo con lei, preveniva i suoi desiderii, non diceva una parola per i conti piuttosto lunghi e era raramente di cattivo umore. Un piccolo erede era apparso all'orizzonte.
Emilia lo aveva sposato perchè non sperava trovar meglio; ma capì in brevissimo che non lo avrebbe mai amato. Pure soffriva alcun poco nell'amor proprio vedendo quanto facilmente egli avesse riprese le sue abitudini di prima.
Ella era un novello astro sorto nel mondo elegante (come dicono i giornalisti), e non tardò molto ad attirare gli sguardi. Tutti aspirarono al piacere di conoscerla, e in breve ebbe ogni giorno dopo le quattro la visita d'un certo numero di uomini che tutti si credevano in obbligo di farle la corte o di far credere che gliela facessero. Qualche signora dell'altissima società si degnò di accordarle la sua amicizia; fu di tutte le feste, di tutti i divertimenti. Cominciò per lei quella vita che comincia per tutte le donne in simile posizione; fece parlare di sè in modo vago senza però che nè le dicerie nè i pettegolezzi potessero appoggiarsi su alcun che di sicuro, suscitò qua e là qualche passione, eccitò molte rivalità che riuscirono dolci al suo orgoglio muliebre, divenne di una certa abilità nella diplomazia femminile.
Quando ella conobbe Alberto, qualche anno era passato e le cose erano in parte cambiate. Finanziariamente eransi piuttosto abbassati, poichè O*** sul principio aveva speso un po' troppo, e aggiungendosi a ciò qualche speculazione fallita, era stato necessario restringere le spese. Inoltre un vero dolore l'aveva colpita, la perdita del suo bambino, morto a due anni, e ciò faceva sì che la vita relativamente ritirata ch'era ora costretta di condurre, non le riusciva gravosa; cominciava a sentire un po' di quella stanchezza che si sente quando manca uno scopo alla vita e quando all'istesso tempo si ha conosciuto l'amarezza. Ella amava quel suo bimbo con tutte le prepotenze dell'amore materno, sì che fu per lei un intenso dolore quando con la calma desolante di quell'età se ne ritornò d'onde era venuto.
Altre ragioni di minor peso, e composte di una tal quantità di piccoli incidenti da rendere malagevole il particolareggiarle, vennero a rattristarla. Sul principio, appena maritata, il poter sodisfare la maggior parte dei suoi capricci, l'accoglienza benevola e quasi festosa che le venne fatta da ogni parte, i divertimenti molteplici a cui era stata fin allora così poco abituata, tutte insomma le piacevoli novità del suo nuovo stato valsero a renderle la vita lieta ed occupata; poi vi erano state le gioie della maternità; ma quando queste l'erano state tolte crudelmente, quando i capricci era stato forza moderarli, quando la società si era occupata meno di lei, e i divertimenti avevano perduto a poco a poco il brio della novità, la vita l'era apparsa vuota e triste.—Si trovava sola, con un marito che non amava e che si curava poco di lei, a cui ora le preoccupazioni di danaro e le difficoltà toglievano l'allegria, con molte frivole conoscenze e quasi senza amici, un po' abbandonata dalla sua famiglia, e sentendosi calare addosso lentamente il peggiore dei nemici, il più stupido dei mali—la noia. Vi era però, come si potrà ben credere, nell'anima sua una corda che non aveva ancor vibrato e che chiedeva di vibrare; quella voce segreta ed insistente che tutti ne commove a un momento o l'altro, ella l'udiva, e comprendeva che vi è qualcosa di più di quello che le veniva concesso. Per una donna che trovandosi nella posizione di Emilia finisce col cedere al desio di cui sentesi ricolma e che cade, tutto è complice della sua caduta; dovrebbero i moralisti accusarne tutto e tutti, incominciando pure dalle leggi sociali, ma annoverando perfino la brezza della sera che le accarezza i capelli. Pur troppo, spinta dalla brama di bere qualcosa di più saporito che la tazza insipida della vita abituale, correndo pazzamente alla ricerca di quella dolcezza sublime e sconosciuta, molte volte scambia l'apparenza per la realtà, la copia abbietta per l'originale fulgente, e si accorge più tardi con una fitta terribile al cuore, causa di guai infiniti, che ciò ch'ella ha cercato non lo ha trovato ancora, e allora le restano più violente che mai e meno pure le aspirazioni di prima, con le illusioni di meno, e spesso il rimorso di più.
È presso a poco lo stato d'animo in cui ella si trovava quando conobbe Alberto. Avvolta nella tristezza di una vita vuota ed annoiata, aveva tentato fare come le altre che parevano trovare la felicità nell'amore, ma subito aveva rigettata la prova, scoraggita.
Alberto era un giovane com'ella non ne aveva conosciuto ancora—abituata a non vedere altro che i soliti tipi d'uomini di società, come si trovano dappertutto. Egli era solo al mondo; non avendo quasi conosciuta sua madre ed essendo il padre morto prematuramente, gravissima perdita per lui. Appena incominciati, aveva abbandonato gli studi classici per darsi alla pittura, sentendosi da fortissima vocazione spinto verso quell'arte. Frequentò assiduamente le scuole, studiò, ebbe l'illusione prodotta da una facilità sorprendente di esecuzione che viene molte volte scambiata con l'ingegno—ma la riuscita non fu proporzionata all'attesa.—Si ostinò, lottò gagliardamente, ma fallì e dovette persuadersi che ciò ch'egli aveva creduto ispirazione era soltanto prestezza di mano, che la via che gli pareva gli venisse additata dalla forza, del genio non era più sua che un'altra, che la vocazione reputata irresistibile e profonda era una vocazione falsa. Dovette convincersi ch'egli era uno dei centomila illusi che inciampano tutti i giorni e si staccano e spossano sulla via ch'essi avevano sperato potere percorrere correndo e quasi volando.—Eppure spesse volte qualcosa si ribellava in lui contro a questo crudele giudizio ch'egli aveva avuto il coraggio di pronunziare; sentiva che malgrado tutto egli era artista, sentiva che se non riesciva a concretare i sogni che gli passavano per la mente, però erano suoi ed unicamente suoi; che se non sapeva tradurre sulla tela i sentimenti, i pensieri, le fantasie, avrebbe forse potuto estrinsecarli in qualche altro modo; ma questo modo non lo trovava. La realtà gli stava intanto amaramente, inesorabilmente davanti; non poteva in alcun modo negare che i suoi progetti giovanilmente ambiziosi fossero sogni e nulla più. Egli era naturalmente di un carattere vivace, sempre tentato di guardare le cose dal loro lato più ridente; ma quel primo disinganno che gli era piombato addosso sul mattino della vita, aveva fatto una forte impressione sul suo carattere e lo aveva modificato. Egli dipingeva ancora, ma piuttosto per il bisogno di un lavoro qualunque che per altro, non lo faceva più con quella speranza dolce ed acre ad un tempo di chi si sente chiamato a creare, con quella febbre per cui l'artista è innamorato dell'arte più che di qualunque donna; l'ambizione, la sete sublime di gloria, l'invidia salutare dinanzi alle opere dei maestri, tutto questo era distrutto in lui, come cadono le spighe dorate della larga messe a terra sotto la sferza spietata della grandine. Lavorava ora piuttosto con la mano che con la mente; egli che aveva sperato un istante di poter rivaleggiare con gli altissimi, si accontentava ora del mediocre; ma la lode che le sue tele—in cui certo l'ingegno non mancava—attiravano, non riesciva che a fargli spuntar sul labbro un sorriso ironico pieno di amarezze. Fortunatamente non doveva lottare con la povertà, suo padre avendogli lasciato un piccolo capitale, modicissimo per molti, ma sufficiente per lui. Il suo cuore era giovane e largo, il suo spirito buono e vivace, il suo sorriso franco; aveva un'anima squisita d'artista, una mente aperta a tutte le grandi idee. La sua conversazione era simpatica, allegra, saltellante, varia, talora profonda, talora pazza, sempre vera: si vedeva che diceva ciò che pensava, e che pensava ciò che sentiva. Ispirava la confidenza e l'abbandono; ognuno capiva che si poteva dirgli tutto; che ridendo così fragorosamente per nulla, non avrebbe però mai sorriso beffardamente dinanzi a un sentimento vero, di qualunque natura esso fosse. Emilia lo vide subito e dopo qualche volta che gli ebbe parlato, si sentì attirata verso di lui, perchè lo giudicava migliore e diverso da quelli che aveva conosciuto fino allora. Dopo qualche tempo comprese che aveva in lui un amico—e un giorno incominciò il capitolo che le donne amano tanto, il capitolo delle confidenze che non finisce mai, ma in cui non si dice mai tutto. Era una di quelle giornate che invogliano il cuore ad aprirsi e le parole recondite ad uscire dal labro, uno di quei giorni in cui le simpatie si ritrovano, in cui involontariamente una lagrima che pare senza causa spunta nell'occhio. Il cielo era grigio, l'aria pesante, si soffocava fisicamente e moralmente; ed era impossibile non essere invogliati, dopo aperte le finestre, a socchiudere il cuore.—Nell'uscire, Alberto sentì qualcosa che non aveva sentito ancora e la conseguenza fu che pensò ad Emilia tutta la notte—e che non l'andò più a trovare per un mese.
Egli aveva un po' paura. Anch'egli era stato colpito da quelle punture d'ago che ripetute fanno quasi peggio che una buona coltellata una volta tanto, ed era venuto alla conclusione di chi si trova nel caso suo, che cioè l'amore come distrazione e sollievo è la miglior cosa che vi sia sotto al sole, ma che quando minaccia di prendere un posto troppo grande nella vita non può diventare che una noia o un dolore, e che bisogna perciò sfuggirlo.
Quel mese in cui tralasciò di far visita ad Emilia, ora ch'era diventato in lui un'abitudine l'andarvi, in lei un'abitudine il vederlo, fu noioso per lui, e per lei fecondo di nuove idee e causa che un nuovo orizzonte le si schiudesse dinanzi. Dopo quindici giorni cominciò a trovare la cosa piuttosto strana, poi dispiacente, poi capì che un poco ne soffriva. Fu in collera contro di lui, lo trovò maleducato e ridicolo; poi si fece inquieta sul suo conto: «che gli sia successo qualcosa, ch'egli abbia un qualche motivo per non venire?» Poi credette di averlo in qualche modo involontariamente offeso, ma non trovò nulla. Finalmente un giorno che suo marito essendo di cattivo umore le aveva parlato bruscamente, pensò: «Ma perchè mi abbandona?» e si mise a piangere e singhiozzare. Allora un sospetto che non l'era mai venuto, l'afferrò, e rasciugandosi gli occhi dinanzi allo specchio, si vide pallida pallida con due punti rossi sulle guancie e mormorò: «Dio mio! l'amo forte?»
La casa di Emilia essendo alla dritta, quando Alberto doveva passare per quella via stava sempre a sinistra, per poter resistere alla tentazione di entrare. Un giorno che si felicitava più che mai in un serio soliloquio della decisione presa, misurando quanto male potrebbe derivare dall'abbandonarsi alla corrente, si trovò senza saperlo nella via della casa proibita; passò al solito a sinistra, ma quando fu in faccia alla casa, abbassò d'improvviso la testa come un uomo vinto, e quasi ubbidisse fatalmente all'impulso delle sue gambe traversò la strada ed entrò.
La passione era calata su di loro lentamente; si era loro aggirata intorno con un fare ipocrita e li aveva circondati. È necessario raccontare ogni fase della loro battaglia; dire come di giorno in giorno lottarono più debolmente, finchè non lottarono più, narrare la disfatta più gaia di una vittoria?
Emilia aveva finalmente trovato qualcosa quaggiù: le pareva di cominciare a vivere in quel momento. Cosa vi può essere di più dolce che una illusione che ritorna?—Prima di conoscere Alberto, la sua ultima fede terrena, l'amore, scemava in lei d'istante in istante, e si sentiva sul punto di negarlo, come aveva negato i divertimenti, le gioie mondane. Il suo sogno roseo si era infrante le ali contro ciò ch'ella credette la realtà, ed ora si accorgeva, col cuore traboccante di un'ebrezza indicibile, che la prosa della realtà poteva essere falsa e vera invece la poesia del sogno. Per un momento si era sentita vecchia e le era sembrato che i sentimenti e i pensieri contraddicessero con la seta dei capelli e la limpidezza dello sguardo; ora invece si sentiva il cuore pieno di una gioventù indomabile.—E davvero provava ora più che mai il bisogno di una fonte pura dove estinguere la sua sete ardente, di trovare qualcosa su cui appoggiarsi, qualcuno per cui temere e sperare.—Gli affari di suo marito non andavano meglio ed egli diventava meno sopportabile in proporzione diretta. Presto fu necessario persino cambiare di appartamento, e come accade sempre, scendendo nella scala sociale fu d'uopo salire di piano. Intanto egli conduceva una vita sempre più sregolata cercando di distrarsi dallo spettacolo triste della sua sostanza vacillante sempre più. Ed ella che qualche mese prima soffriva quanto lui del loro cambiamento di posizione, ora non se ne curava più, quasi non se ne ricordava. L'amore riempie tutto, tiene luogo di tutto; ella si sentiva ora noncurante delle vanità sociali come non avrebbe mai creduto di poterlo diventare. Aveva finalmente trovato la possente distrazione che aveva prima cercato invano, si era finalmente attaccata ad uno scopo; il suo cuore palpitava, l'espressione del suo occhio aumentava di dolcezza e di profondità, la sua intelligenza pareva s'innalzasse; non aveva mai come ora compreso la natura ed i poeti, Per un momento la sua felicità fu così completa da parerle che se, per incantesimo, tutte le ricchezze, tutti i godimenti fossero piombati su di lei, non avrebbero potuto aumentarla in alcun modo.
Alberto l'amava più intensamente; ora non la fuggiva, ma la temeva forse più di prima. Si sentiva pesare addosso una responsabilità, aveva paura del legame. Felice nella pienezza della sua passione, pure non vedeva sicura la via dinanzi. Si sarebbe potuto continuare a vivere in quel modo? Era egli certo di sè? Ora non mentiva quando seduto ai suoi piedi, coprendo di baci le sue mani bianchissime, giurava che l'amava di tutto l'amore che un uomo può sentire e che l'avrebbe amata sempre. Non mentiva perchè ora sentiva così; ma era sicuro di non cambiare? Sincero, diceva ora forse meno di quel che sentiva, ma chi può rispondere dell'avvenire, chi si può credere forte abbastanza per resistere alla lenta, ma incessante azione micidiale del tempo? E se un giorno egli non l'avesse amata più e se in quel giorno appunto ella avesse avuto bisogno maggiore del suo amore e del suo appoggio? E se….. e così mille tristi supposizioni, di quelle che impediscono di dormire, venivano spesso a turbare la serena felicità del suo cuore. Egli aveva delle teorie sue intorno all'amore, egli pensava che all'infuori dei capricci, delle frivole relazioni che si snodano con la facilità con cui si sono annodate, l'amore illegittimo è cosa triste. Secondo lui dev'essere leggiero per non essere pericoloso, e le conseguenze che una profonda passione poteva avere lo spaventavano. Egli era sempre stato lontano da tali situazioni, e si stupiva ancora talvolta di esservi caduto. Molte volte Emilia gli faceva pietà; ella era profondamente buona, ed egli soffriva solo pensando alla possibilità che un giorno le potrebbe far del male. Altre volte tutte queste paure sparivano, egli pensava che per la sua posizione, Emilia era al sicuro da qualunque burrasca. Suo marito non si occupava di lei, se ne curava meno tutti i giorni, e sembrava quasi la trovasse antipatica ora ch'ella più non poteva pel suo posto in società, per la sua eleganza, sodisfare all'amor proprio coniugale—pareva quasi che se avesse potuto l'avrebbe (ci si scusi la frase) smessa, come avrebbe smesso carrozza.
Sul principio O*** pareva innamorato di sua moglie; ma poi le preoccupazioni d'interesse lo avevano tutto intiero rivolto agli affari; egli si sforzava lavorando ostinatamente di riparare al male, e perciò la lasciava libera. Ella vedeva Alberto tutti i giorni.
Il cielo era senza nubi sulla loro testa; la gioia riempiva talmente i cuori da non lasciare posto per alcun altro sentimento. I rimorsi ch'ella poteva avere erano scemati assai dal modo con cui suo marito la trattava; la situazione era molto semplificata dalla mancanza di figli. Ogni cosa si accordava nell'impedire che sentissero le pene dell'amore colpevole, lasciando invece loro complete e dolcissime le gioie. Inoltre non erano costretti a nessuna di quelle piccole menzogne, di quei perpetui sotterfugi, di quelle diplomazie private che d'ordinario accompagnano e amareggiano l'amore in simili casi. Essi si vedevano quotidianamente senza noie, senza misteri, senza paure. Molto tempo passò così; ed i giorni succedevano ai giorni chiari, pieni, felici. Sentivano ambedue ch'essi attraversavano una di quelle rare stagioni luminose della vita, che poi nei ricordi dell'età matura restano come un punto lucente fra le tenebre, come un'oasi nel deserto, come un faro in mezzo ai flutti oscuri, al quale però non n'è più concesso tornare. In quei momenti di imperturbata beatitudine si giunge ad un punto culminante in cui perfino la tema per l'avvenire scompare; allora si è arrivati al massimo della felicità umana.
La luce in cui si è avvolti e che ha già potuto col suo raggio illuminare il passato e farne scordare le noie trascorse, comincia a gettare pure un raggio dorato sulla strada che ne si stende dinnanzi e crediamo allora l'avvenire fulgente di chiarore proprio, mentre è solo rischiarato dall'irradiazione dell'ora presente. Venne dunque anche per essi il momento in cui credettero di poter vivere sempre come vivevano, di poter continuare e vedersi ogni giorno come facevano, e più non prevedevano alcuna scossa, alcuna tempesta. E pareva infatti che non vi fosse nulla a temere, che nessun cambiamento fosse possibile.
Poco dopo avvenne che Alberto dovette assentarsi per qualche giorno, essendo chiamato a Modena per raccogliere la piccola eredità di una vecchia zia.—Gli addii furono lunghi e tristi; pareva partisse per il giro del mondo. Nei momenti di felicità, si teme sempre che una interruzione possa essere fatale; pare che si creda di essere stati obliati in un angolo dalla sorte, che il male non sappia più la strada e che sia d'uopo stare quatti quatti per non essere ancora notati. Dovette stare assente un po' più di quel che credeva, e allora comprese quanto amasse Emilia, sentendo come gli fosse dura la separazione. Finalmente giunse il giorno del ritorno, gli parve che la locomotiva fosse più lenta di un ronzino di vettura, e appena giunto, senza frapporre indugio, si buttò in una carrozza, gridando al cocchiere l'indirizzo d'Emilia. Egli era inquieto non avendo mai ricevuto lettera, ma non dubitava ch'ella lo stesse aspettando; avendogli scritto che arrivava. Passò dal portinaio come al solito senza chieder nulla, ma la consorte di quell'illustre personaggio, ch'era sola nello stanzino, gli fu dietro sulla scala.
—«Ehi, ehi, signore, la signora è partita.»
Alberto si arrestò di colpo.
—«Partita?!»
—«Sì, signore, e senza dire per dove, ma credo che sia in campagna.»
Egli era annichilito e mistificato, ma non volle farsi scorgere dinnanzi alla portinaia. Escì e corse a casa, ove trovò una lettera che certo gli era stata indirizzata credendosi che la sua assenza dovesse essere più breve. Prendendola, il cuore gli batteva violentemente; temeva di aprirla. La guardò da tutte le parti; era proprio la scrittura di Emilia, fina, eguale, scorrevole, nè vi era nei caratteri alcun segno di agitazione, ma non potè leggere il nome del luogo d'onde veniva. Finalmente stracciò la busta e appena lette le prime righe impallidì:
«Alberto, piango scrivendoti e non so come incominciare a dirti tutta la disgrazia che ne colpisce. Mi pare quasi che sia impossibile e vi sono dei momenti in cui mi abbandono alla speranza che tutto sia un sogno. Ti scrivo da una casa di campagna della famiglia di mio marito. Come sai, egli era da lunghissimo tempo in poco buona armonia con essi, al punto che io quasi non li conosceva: vi era sempre stato disparere fra di loro su tutte le quistioni possibili, inoltre la vita che mio marito conduceva non garbava punto alla madre, nè ai fratelli, ed essi temevano sempre ciò che infatti avvenne. Da un giorno all'altro tutto cambiò. La riconciliazione fu fatta senza che io ne sapessi nulla, essendo forse preparata già da qualche tempo senza che nulla trapelasse; il fatto stà che O***, il quale da alcuni giorni mi teneva spesso compagnia, pareva volesse mettersi meco in migliori termini e mi parlava con un tono dolce che non gli conoscevo, d'improvviso mi annunciò ch'egli era perfettamente riconciliato sotto tutti i rapporti con casa sua, dicendomi che da molto tempo lo bramava ardentemente, essendo insopportabile al suo cuore tale separazione (del che non mi ero mai accorta). Soggiunse poi: «la bella stagione comincia e andremo a star con loro in campagna; ho bisogno di riposarmi da tutte queste noie.»—Io impallidii e non seppi dire una parola. Cercai prestamente una scusa, un pretesto, un motivo, un rifiuto possibile, lo cercai come un naufrago cerca un pezzo di legno per attaccarsi—non trovai nulla. E risposi delle parole incoerenti in senso affermativo, non sapendo quello che mi dicessi, e cercando di dissimulare la mia confusione. Capisci tutto il male che questo cambiamento racchiude per noi? Capisci quanto l'avvenire si fa buio, quanto la strada diventa ardua e difficile? Io era come pazza; mi rinchiusi nella mia stanza e piansi, ma poi dovetti fingere, perchè non gli venga il sospetto che non gli è mai venuto finora. Qui fui accolta freddamente da mio suocero e dalle mie cognate, tutta gente che detestai cordialmente al primo vederli: e dovetti fingere e fingere sempre, ed esser gentile e sorridere e ascoltare delle conversazioni stupide, noiose, interminabili, rispondere affabilmente, e rendermi amabile e interessarmi a delle cose di cui non m'importa uno zero—e non mi resta quasi che la notte in cui posso pensare a te e scriverti e piangere. Chi sa quando questo esilio finirà, ma e dopo? Ah! sento che i tempi felici sono passati! Mio marito è sempre con me e parla di stare tutti insieme, ora che la pace è fatta, dicendo: «staremo assai meglio e spenderemo meno». Ma e tu allora? Non potrai più venire come prima. Chi lo avrebbe detto? Già, quando sei partito, ho avuto una specie di presentimento. Mi sento mancare le forze quando penso quanto tempo dovremo stare ancora senza nemmeno vederci. Se sapesti come ti voglio bene! Tu mi hai salvato da me stessa, mi hai tolto a tutte le mie tristezze, a tutte le mie noie, mi hai consolata di tutto. Hai per un momento irradiato di felicità la mia vita, ed ora tutto ritorna nelle tenebre. Mi amerai sempre, a qualunque costo, di faccia a qualunque avvenimento? Non posso ancora dirti di scrivere, non sapendo come tu lo possa fare senza svegliare i sospetti; ma ti avviserò appena avrò saputo combinare qualcosa. Addio, scusa l'incoerenza delle mie parole, sono abbattuta e istupidita. Eravamo troppo felici. Chi sa che avverrà di noi! Ricordati però che non m'importerebbe nulla se fossi sicura che tu non cambierai mai. Ti mando tutto l'amore di cui ho il cuore pieno per te.»
La lettura di queste righe produsse in Alberto quell'effetto di prostrazione che segue la notizia d'una sventura inattesa. Avere travisto una felicità che gli sembrava completa, avere diffidato e temuto, poi irresistibilmente attirato non aver potuto più lottare, e appena accortosi che il disinganno aspettato e temuto non giungeva, rallegrandosi della propria debolezza, veder d'improvviso cadere tutto l'edifizio di felicità come un mazzo di carte al primo urto! Cosa era stato necessario per interrompere la sua vita? semplicemente che al signor O*** venisse l'idea suggerita dall'interesse di riconciliarsi con casa sua.
A che serve lusingarci sui particolari, a che serve raccontare giorno per giorno come furono condotti a poco a poco all'alternativa o di dover rinunziare al loro amore o di dover perder tutto il resto per conservarlo? Per qualche tempo sperarono che la separazione finirebbe, che una volta ritornata si potrebbe ripigliare la vita di prima. Ma il progetto esposto nelle lettere di Emilia fu da suo marito posto in esecuzione, e tornando in città continuarono a stare insieme. O*** subaffitò il proprio appartamento e andò a stare in casa de' suoi. Vedersi come prima era impossibile, ed ora dovettero conoscere tutte le amarezze, tutte le noie, tutte le paure della passione contrastata. Qualche tempo passò così e allora compresero quanto si amavano; poichè se il loro amore fosse stato vincibile e passeggero, a poco a poco la loro nuova vita sarebbe diventata abitudine, e gettando pure un occhio triste verso il passato, avrebbero potuto continuare così. Ma non si abituarono mai alle dure esigenze del cambiamento. Per di più, com'era inevitabile, O*** cominciò a sospettare qualcosa e la situazione divenne davvero intollerabile.
Allora—come d'un tratto uno spostamento di nubi cambia l'aspetto del cielo—tutte le idee preconcette di Alberto svanirono, tutti i suoi proponimenti caddero, tutte le sue teorie cambiarono. Capì che non si può fare una casistica della passione, e che se l'amore ci ha afferrato, egli è il padrone talvolta e ne può condurre dove meglio gli aggrada. Ciò che prima gli pareva il più grande degli errori, gli sembrava invece l'unica verità, il partito peggiore si era fatto subitamente il migliore ai suoi occhi, considerava ora la sola via che gli rimanesse quella che prima gli appariva coperta di triboli. Tutti i partiti estremi dinanzi ai quali—trovandoli nei libri—soleva prima crollare il capo o sorridere di un sorriso triste, ora capiva che talvolta è forza l'appigliarvisi.
Ed Emilia?—Ella pure non avrebbe mai creduto potere in una occasione qualunque prendere una di quelle risoluzioni supreme che cambiano l'aspetto della vita: per quanto amasse Alberto, non l'era mai venuta l'idea che lo amasse abbastanza per sacrificargli tutto, perfino le apparenze. E ora capiva invece che, sebbene non avrebbe certo avuto mai il coraggio di pronunciare la prima parola, se egli le avesse detto: «fuggiamo da tutto e tutti, lasciamo ogni cosa, cerchiamo di farci dimenticare dal mondo e di dimenticarlo, e rinchiudiamoci nel nostro amore senza il quale non possiamo vivere», ella non avrebbe saputo resistere un solo istante e avrebbe perfino passato l'oceano senza esitare.
E la tentazione di pronunziarle quelle parole era in lui fortissima e di momento in momento si faceva più insistente. Pure le vecchie idee combattevano sempre e una lotta gagliarda s'impegnò tra il cuore e la ragione, quelli eterni antagonisti. Fosse ancora stato ai tempi quando credeva alla sua vocazione, avrebbe saputo forse resistere; ma la fede era sparita da un pezzo. Egli non aveva legami, amava Emilia come non aveva mai amato fino allora, come non avrebbe creduto di potere amare mai. Egli cercava invano di trovar buone le ragioni che sempre gli erano sembrate eccellenti; egli tentava di persuadersi che l'amore non è l'unico scopo della vita, che non si deve tutto giuocare su di una carta, che le situazioni false, al di fuori di ciò che le leggi di ogni maniera comandano, se talvolta tollerate, sono però condannate sempre in massima. Il cuore gli rispondeva che non lo si poteva obbligare a morire.
Inoltre la vita si era fatta per Emilia ben dura e triste. Condannata a stare continuamente con gente antipatica e stupida, cui ella era naturalmente uggiosa, legata ad un marito che oramai odiava, e che con la maggior calma possibile l'aveva sempre resa infelice, tutte le tristezze le calavano addosso ad un tempo; si sentiva più desolata, più abbandonata che prima di conoscere Alberto.
Una goccia basta a far traboccare la tazza. Un giorno che a tavola suo marito, avendole parlato brutalmente dinanzi al servitore, le aveva fatto montare al viso il rossore della vergogna e dell'ira, gli altri in massa le diedero torto, mormorando. Il suo orgoglio nativo si risvegliò in lei, si alzò bruscamente da tavola, mise un velo sulla testa ed escì per non più tornare. Fece quello che non avrebbe mai creduto di fare, andò da Alberto. Quando entrò egli capì tutto. Le sue idee, le sue teorie scomparvero affatto, la lotta che da tanto tempo lo agitava fu vinta dalla lagrima che silenziosa rigava la guancia di Emilia, e quando ella stanca, affranta, abbattuta dallo sforzo fatto fino allora si gettò singhiozzando tra le sue braccia, egli se la strinse forte contro il petto e disse: «Ora sei mia, e nulla ne potrà separare».
In casa O*** Emilia era detestata. Ella era di abitudini, di sentimenti, d'idee, in tutto affatto opposta ad essi ed ogni più piccolo suo moto riesciva loro insopportabile e antipatico. Cercarono di farle del male in ogni modo, e tra le altre cose, insinuarono al marito il sospetto che non aveva mai avuto. Parlavano continuamente dinanzi ad Emilia di tutto ciò che O*** avrebbe potuto fare se non ci fosse stata lei, e pareva davvero volessero farle capire ch'ella era un impedimento a tutti i progetti di suo marito, una noia e nulla più. Avevano un'arte d'insinuare chetamente le cose più abbominevoli. Parlavano talvolta dei «tempi infelici» che erano trascorsi, ma le cui conseguenze duravano ancora, come se Emilia fosse stata la causa principale della rovina della casa: volevano dare ad intendere che ai loro occhi ell'era un mostro di leggerezza, di vanità, d'insensibilità, «noncurante nè della sua famiglia, nè di suo marito, e capacissima del resto di…. molte cose». Fu per questo che si contentarono di lanciare l'ultima maledizione sul capo di Emilia che fuggiva dicendo: «Quelle lì è meglio perderle che trovarle». Se ne parlò «dappertutto» e continuamente per una ventina di giorni, poi se ne parlò meno; poi non se ne parlò più.
Essi partirono; partirono lasciando tutto, dimenticando tutto, senza paura, senza rimorsi. Tutte le nebbie, tutte le esitazioni erano scomparse; la battaglia era stata vinta, il cuore aveva persuaso la ragione; le teorie prestabilite, le idee che avevano prima comuni, in ambedue erano svanite contemporaneamente; il soffio della passione aveva bastato. Era oramai troppo tempo ch'erano separati, che vivevano una vita di noia e di dolore, perchè in quel primo momento di riunione potessero sentire altro che l'ebbrezza della felicità riconquistata. L'amore vince. Se un anno prima qualcuno avesse profetizzato quello che avveniva quella sera all'uno o all'altro, ciascuno l'avrebbe giudicato impossibile. Essi avevano creduto di poter amare con restrizione, ma l'amore non lo ammette sempre, non è sempre possibile farlo stare entro certi confini. L'amore può far cambiare chiunque: siete un uomo pratico, positivo, posato; credete di aver amato e di aver vinto e di non aver più nulla a temere; un bel giorno l'amore vero vi afferra, e allora dimenticate completamente tutto ciò che non avrete mai creduto poter dimenticare, le convenienze, le esigenze sociali di cui vi eravate fatto un culto, non vi ricordate nemmeno più che esistono, e ciò che prima era la follia ora vi sembra la saggezza.
Partirono: e quando furono soli nel coupè della diligenza, appoggiati l'un contro l'altro, sentirono un'immensa gioia che loro inondava il cuore. Attraverso ai larghi vetri che avevano dinanzi, vedevano i cavalli che trottavano vigorosamente agitando in monotona cadenza i loro sonagli, animati dall'allegro vociare del conduttore e dallo scoccare della frusta; più in là la strada che serpeggiava come un nastro bianco svolto sul suolo, a sinistra la montagna che s'innalzava quasi a picco, tutta coperta di una vegetazione bruna e selvatica; a destra la valle profonda e umida, attraversata da torrenti e ruscelli, sparsa di capanne e di pascoli; più in là li alti monti spogli di vegetazione e coperti di rocce e di scogli; più in alto ancora le cime bianche di perpetua neve che i raggi morenti del sole tingevano di rosa, e che disegnavano nettamente i loro contorni taglienti e bizzarri sul fondo grigio del cielo, sparso solo qua e là di grandi nubi leggere, Il sole calava lentamente dietro le cime della parte opposta, e mentre l'ombra invadeva tutto tristamente a poco a poco, la gioia si alzava e cresceva nei loro cuori. Miravano lo spettacolo sublime di quel tramonto in quel luogo superbamente e selvaggiamente bello con l'occhio pieno di visioni degli amanti, e le cose bellissime e illusorie dei sogni che loro attraversavano la mente si univano alla splendida realtà di ciò che vedevano davvero. Essi si sentivano felici di una felicità inapprezzabile e profonda; si sentivano liberi come gli augelli che vedevano svolazzare qua e là tra il cielo e le cime. Aspiravano con delizia quell'aura vivificante e vibrata delle Alpi, come inebriati dal profumo acre e selvaggio delle eriche e dei pini, che il vento della sera agitava e contorceva. Erano pieni di benevolenza verso tutti; avevano perfino simpatia pel conduttore che ad ogni fermata stendeva loro la ruvida mano con un sorriso, chiedendo la mancia. E i cavalli trottavano, e i sonagli sonavano, e la frusta scoccava, e il conduttore saliva, scendeva, gridava, cantava, e nel tramonto le cime bianche si confondevano col cielo, l'aria si faceva di momento in momento più fredda e più vibrata, il silenzio diventava profondo e quasi solenne, i loro sguardi mandavano una luce ignota, i loro cuori palpitavano di un gaudio sconosciuto—e nella valle non si vedeva più che l'ombra.
Quella immensa gioia del primo momento, che da nulla poteva esser turbata, durò per qualche tempo e poi cessò; e allora tutti i tristi pensieri che infallibilmente la dovevano assalire, l'assalirono in folla. Era infatti naturale che in quel primo momento di ebrezza non vi fosse posto nel suo cuore nè per i rimorsi, nè per le paure dell'avvenire, nè per le riflessioni amare; ma queste non tardarono a giungere. Non è possibile perdere di un tratto la propria posizione, diminuire inevitabilmente nella stima di molti, farsi quasi maledire dalla propria famiglia, sentirsi dai più indulgenti compianta, senza che ne scaturisca un senso di dolore e di scoraggiamento bastevole a imbrunire la felicità raggiante dell'ora presente. E siccome tanto è più dolorosa la caduta quanto più dall'alto si cade, così dopo quei primi tempi di gaudio imperturbato, subentrò una tristezza profonda. Ma a poco a poco questa diminuì a sua volta e dopo le brusche oscillazioni tra la gioia ed il dolore, tra la pienezza della speranza ed il vuoto dello scoraggiamento, finalmente vi fu equilibrio e nel suo cuore entrò la pace; il gaudio dell'animo suo fu mitigato dalla umiltà della coscienza e sul suo viso si posò stabilmente quella espressione di malinconia consolata di cui parlammo al principio.
Essi viaggiarono molto nei primi tempi, e, come dissi, era facile incontrarli da tutte le parti, ma scelsero poi per loro dimora Firenze. Presero una piccola villa poco lontana dalla città; una piccola casa modesta, tranquilla, piena d'ombra e di mormorio, che loro offriva la pace e la solitudine della villeggiatura, e al tempo stesso tutte le distrazioni di una città a pochissima distanza. Qualche amico di Alberto veniva a trovarli talvolta, e più raramente qualche conoscenza che avevano fatto. Ella accettava coraggiosamente ed umilmente la sua posizione falsa, e non si curava senza affettazione della società dalla quale ora era bandita. Il mondo che giudica male e capisce così poco, questa volta giudicò meglio e capì qualche cosa; ed era tanta la simpatia ch'ella ispirava involontariamente che venne rispettata. Il piccolo circolo di amici che venivano ammessi nell'intimità della villa l'ammiravano, le volevano bene, e quelli che non la conoscevano credevano al bene che ne veniva detto. Le antipatie ingiuste e preconcette cadevano al primo vederla, poichè il suo sguardo disarmava ed il suo sorriso vinceva. Ella aveva preso il suo posto francamente, ma senza baldanza e senza orgoglio; chiedeva solo d'essere perdonata, e riconoscente dell'indulgenza che trovava.
La villa fu il ritrovo di una piccola società speciale, eccezionale, principalmente artistica.
Se si fossero conservati i ritratti di Emilia alle diverse epoche della sua vita, come lo si usa con le persone illustri, un fino osservatore avrebbe trovato un importante mutamento tra i suoi primi ritratti e quelli fatti dopo la sua fuga dal marito; senza parlare del carattere di volontà ferma, leggermente adombrato da una tristezza dolce che la sua fisonomia aveva preso, e di una certa piega lievissima del labbro che prima non aveva, e della sua bellezza per così dire completata—forse dall'aver saputo fare risolutamente il passo fatto—vi era un cambiamento sensibile nell'insieme della sua persona, nell'atteggiamento, nel modo di lasciar cadere le mani, nella posa della testa, nel vestirsi, e più ancora nel modo di portare ciò che vestiva. Prima la era una giovane elegante, come ve ne sono cento; si vedeva che i suoi vestiti erano della prima sarta, i suoi cappelli della prima modista, ma nulla più. Vedendola passare l'avrebbe osservata chiunque ha l'abitudine di guardare le donne che incontra per strada. Ora invece al senso elegante si era aggiunto il senso artistico, al taglio sapiente della sarta il disegno del pittore; si vedeva che alla ricerca della moda passeggiera era successa la ricerca di ciò che fosse bello per sè, di ciò che fosse meglio adatto a dar risalto al suo genere di bellezza. Allo studio dell'ornamento era subentrato lo studio della linea. Vedendola passare chiunque l'avrebbe guardata, ma un artista l'avrebbe certo seguita lungamente con lo sguardo. Elegante, nel senso volgare della parola, non lo era più, e le ragioni prosastiche non vi mancavano; era sempre vestita con una semplicità purissima e senza lusso; ma tutto quel che indossava aveva un carattere squisito. In parte il merito di questo, com'era facile indovinarlo, ricadeva sopra Alberto, il quale, sempre artista, non potendo fare dei capolavori, disegnava le pieghe armoniosamente cadenti delle vesti d'Emilia.
Qualche volta ella s'attristava volgendo indietro lo sguardo ai belli anni della sua vita di fanciulla. Si ricordava quel tempo, fuggevole quanto il resto, ma che sembra più lungo poichè lascia più durevole ricordo di sè, che passa tra la fine dell'infanzia e il principio della giovinezza, quel tempo color di rosa e d'argento quando ogni gioia è un gaudio e si chiamano dolori le piccole contrarietà. Pensava ai suoi sogni primieri, al modo con cui l'idea del matrimonio—quella magica idea che sempre riempie la mente delle giovanette—le frullava pel capo; alle amiche d'allora che non potevano più rispondere a tal nome, a sua madre, alla famiglia, alle rumorose domeniche e ai tristi lunedì, ai giochi ed agli studi, alla prima veste da ballo e al primo filo di perle. E la malinconia giungeva inevitabile, confrontando le sue aspettazioni giovanili, le promesse dell'adolescenza con la realtà presente. Passava poi col pensiero ai primi anni di matrimonio, quando le belle acconciature e le piccole galanterie banali erano il suo passatempo, quando la vanità le pareva bastevole a riempirle la vita: poi di là seguiva mestamente la china fino a quel momento, e vedeva come l'amore, che un giorno aveva negato, fosse ora diventato ad un tempo scusa, consolazione e necessità. E riflettendo come quelle che avevano tutte le apparenze della felicità, tutti gli splendori della società, fossero certo meno felici di lei, mancando spesso della vita del cuore, si consolava di tutte e capiva ch'era ancora invidiabile, purchè Alberto le rimanesse.
Ma ne era certa? Spesse volte veniva assalita da dubbi di ogni maniera; e l'idea che avesse a stancarsi di lei, ch'egli avesse ad amarne un'altra la facevano soffrire atrocemente. Se alla fine egli prendesse a noia la vita calma e monotona che conducevano, se gli venissero d'improvviso di quei bisogni di distrazione ai quali non si può resistere, se la sua gioventù si facesse impaziente di ogni freno e s'egli volesse vivere la vita giornaliera e vivace di coloro che non hanno legami? Se, cosa tristissima, egli non le stesse più vicino che per pietà; se dovesse giungere un giorno in cui l'amore si avesse a spegnere a poco a poco e ch'egli restasse al suo posto solo per un'idea di dovere, fingendo una passione che non poteva più sentire, cercando di far rivivere in fiamma ciò che si era mutato in cenere? Guardandosi nello specchio, ella pensava: «Quante ve ne sono più belle di me!» E allora si sentiva gelosa di tutte le donne che passavano sotto la sua finestra in quel momento. L'avvenire la spaventava. Quando vedeva una nube sulla fronte di Alberto o un sorriso amaro passargli sulle labbra, ella s'inquietava e credeva scorgere in quei segni passeggeri i sintomi della noia vicina. S'egli era preoccupato, il cuore di lei palpitava ansioso, poichè temeva che qualcun'altra l'avesse colpito; se talvolta egli le parlava tristamente, si rimproverava di non saperlo consolare.
Un giorno ebbe una sorpresa. Una sua amica d'infanzia, che passava per caso da Firenze, venne a trovarla. Quando l'aveva lasciata era una fanciulla di qualche anno maggiore di lei, timida, impacciata, con le mani rosse; ora la ritrovava bella, elegante, contessa, e vedova.
Emilia ne fu commossa, non rifiniva dall'abbracciare e riabbracciare la sua amica; poi le raccontò tutto, tutto quello che aveva passato e sofferto e gioito, la sua felicità presente mista alle memorie del passato e alle paure per l'avvenire. Le disse quanto Alberto fosse elevato di animo e di cuore, e come le sue qualità stesse aumentassero in lei la tema di saperlo un giorno trattenuto vicino a lei solo dalla pietà e dall'idea del dovere; parlò del suo ingegno, ch'egli negava tristamente, ma ch'ella aveva travisto col suo istinto di donna e che pure un po' le faceva paura, poichè l'ingegno ha di ogni maniera esigenze e abbisogna spesso di una vita variata e avventurosa.—«Io sono tanto al disotto di lui», ella aggiungeva.
La fu una bella giornata, quella che passarono insieme le due amiche, l'una indulgente e pietosa, l'altra riconoscente. Si raccontarono tutto a vicenda, si esortarono, si ammonirono, piansero, risero, parlando ad un tempo di cose serie e di leggere, del passato e del presente, d'amore e di vestiti. Ma la contessa doveva partire e fu forza dirsi addio.—Allora si promisero di scriversi, e spesso, e dirsi ogni cosa. «Nei dolorosi momenti avrai qualcuno cui potrai confidare le tue pene, se avrai bisogno di una mano amica in qualunque occasione, ve ne sarà una sempre stesa verso di te». Gli occhi di Emilia le si velarono involontariamente e abbracciò la sua amica con uno slancio pieno di affetto e di gratitudine.
Se qualcuno avesse potuto vederle in quel giorno o sedute vicino all'ampia finestra del salotto d'Emilia o passeggiando per li ombrosi viali del giardino, avrebbe certo veduto un bel quadro, se artista; se osservatore, uno studio difficile, poichè era arduo l'indovinare cosa fossero quelle due donne. La contessa per il modo di vestire, per la camminatura, per i gesti, per il portamento era una gran dama e nulla più, giovane, allegra, bella, distinta. L'altra invece col suo vestire modesto e artistico, con la sua fronte ove si scorgeva ch'erano passati i pensieri in copia non comune, con quell'aspetto distintissimo alla sua maniera, ma diverso assai da quello della compagna, con la quasi impercettibile distanza ch'ella stessa poneva fra loro due, sarebbe forse rimasta un enigma anche per il più arguto spettatore.
Emilia fu mesta per la partenza dell'amica, e quella breve apparizione talvolta quasi le sembrava un sogno. Pure pensava con un senso di profonda contentezza come ella, costretta a troncare ogni relazione con la propria famiglia, aveva ora almeno qualcuno cui ricorrere in una circostanza difficile, un cuore in cui gettare ciò che traboccasse dal suo.
La prima a scrivere fu la contessa. Erano già passati due mesi dal giorno in cui si erano vedute, ed Emilia, timida, non aveva osato mantenere la propria parola. Le cose fanno un effetto ben diverso a una certa distanza, ed ora che non vedeva l'occhio pieno di bontà dell'amica indulgente, che non sentiva la pressione affettuosa della sua mano, benchè fosse persuasa che le volesse bene assai, non sapeva risolversi a confidare a un foglio di carta tutto ciò che avrebbe tanto volentieri versato all'orecchio dell'amica. La contessa, forse intravedendo un po' tutto questo, si decise a scrivere per la prima; Emilia allora, incoraggita, rispose subito. Ecco la lettera: meglio di qualunque parola, può mostrare lo stato di animo in cui ella si trovava:
«Quanto sei buona, mia cara Maria, di avermi scritto per la prima. Sai, che io quasi non osava?—Lo confesso, ora che non sei qui a farmi diventare rossa con i rimproveri tuoi affettuosi; e lo faccio perchè mi conosci abbastanza per comprendere ch'era una stupida falsa vergogna (forse qualcosa di un po' diverso, ma che non ti so spiegare) e nulla più. Grazie, grazie, per tutto quello che mi dici; se sapessi quanto le tue parole mi fanno bene!…. Non credere che io abbia mai dubitato di te; tu sei troppo buona ed intelligente perchè un simile sospetto ti possa afferrare, benchè il mio silenzio mi accusi un po' in apparenza, ma il sentirmelo ripetere, con quei detti che solo l'amicizia profonda e vera sa trovare, mi riesce dolcissimo—tanto più che ne ho davvero bisogno. Sì, Maria, ho bisogno che qualcuno mi voglia bene, mi faccia coraggio! La lotta contro tutti è ben dura per una povera donna come io sono; e quando si ha concentrato tutto sopra un punto solo, quando un solo vi deve consolare di quanto avete perduto, vi deve rendere forte a proseguire il cammino in cui si è voluto avventurarsi—se un dubbio vi assale, quel dubbio basta ad avvelenarvi la vita. Oh il dubitare sempre! Oh, Maria, la certezza sarebbe meno male! So quanto gli sono inferiore, e sebbene, vada orgogliosa di esser amata da lui, sento che forse non ne sono meritevole; se dunque egli mi dicesse che è stanco di me, che ne ama un'altra, non mi rimarrebbe che a morire tutta sola nel mio angolo, ma sarebbe forse meno male che il dubbio atroce ch'egli non mi ami più e non abbia il coraggio di dirlo, che io cessando d'ispirargli amore gl'ispiri pietà, oh! questa idea è troppo crudele!…. e pure non mi vuole abbandonare. Perchè egli è buono, sai, profondamente buono, e se non mi ama, mi ha amato assai e dunque potrà dire fra sè: «Povera Emilia mia, non ti amo più, ma non te lo saprò mai dire», e avere il triste coraggio di sopportare quella tortura orribile che è la finzione in amore—senza capire che fa soffrire sè stesso inutilmente, poichè non s'inganna una donna che ama.
«Ma tu mi dirai: questi dubbi, queste paure su che cosa son fondate? Su niente. E malgrado ciò esistono e mi straziano. Vorresti negare l'istinto di donna? Abbiamo talvolta dei presentimenti che ne fanno tremare, delle superstiziose paure che non riusciamo a scuotere, ma, pur troppo, quei presentimenti si avverano quasi sempre, quelle paure lontane si fanno terribili e reali. Non ti par vero? Malgrado che scoraggito e disingannato nell'arte sua egli voglia negare il suo ingegno, pure ne ha e molto, del genio oserei quasi dire; e so anch'io che non posso bastare a riempire la sua mente di artista, che devo perdonargli le lunghe ore in cui mi accorgo di esser lontana mille miglia dal suo pensiero; ma queste, che una volta erano rare, si fanno ora di giorno in giorno più frequenti. Oh Maria, s'egli ne amasse un'altra?
«Io dissi che tutte le mie paure sono affatto prive di motivo; ed è vero, pure c'è una data nella mia mente alla quale non posso a meno di porre il principio del suo cambiamento a mio riguardo. Tre giorni dopo la tua partenza, al giovedì, eravamo alle Cascine; era tardi, il mondo elegante aveva già abbandonato i viali, e noi silenziosi guardavamo i riflessi di luna, che penetravano a stento qua e là tra le fitte foglie, rischiarando magicamente la solitudine che si era fatta intorno a noi. Io mi sentiva in uno di quei momenti, quando la poesia delle cose esterne pare filtri in noi a poco a poco, finchè ci sentiamo il cuore traboccante. Pensava al passato e all'avvenire, guardavo Alberto il cui sguardo era fisso nella semi-oscurità che ne avvolgeva; lo guardavo con inquietudine, poichè mi sembrava in uno di quei momenti di abbattimento invincibile che tanto mi spaventano, e che ora si fanno, Dio mio! ben frequenti; egli pareva ben lontano da me, ed io era gelosa de' suoi pensieri. Talvolta un sorriso triste e forzato gli passava sul labbro, uno di quei sorrisi che fanno male a vedere—e la mia idea fissa mi faceva soffrire orribilmente, l'idea ch'egli non mi ama più. D'un tratto udiamo una voce: «Alberto, Alberto!» e vediamo un giovane, che a piedi correva dietro alla nostra carrozza. Questo incidente improvviso distrasse me dai miei pensieri e svegliò Alberto dai suoi sogni—fecemmo fermare—e in un attimo lo sconosciuto era giunto alla carrozza, e appena che si furono ravvisati, Alberto e lui si strinsero le mani e si abbracciarono.
—«Da quanto tempo sei qui?
—«Da ier l'altro.
—«Ti fermi?
—«Credo di sì.
—«Verrai a trovarmi?
—«Certo. Dove stai?
Alberto gli diede il nome della villa.
—«Hai fatto parlar di te. Ho letto le tue cose e credo inutile dirti che sono entusiasta.
—«E tu, cosa fai?
—«Io?—Niente—» Poi con un sospiro: «Se vieni a trovarmi, parleremo a lungo.—Vieni domani.
«—Domani non posso, ma posdomani certo».
Si strinsero ancora la mano. Alberto soggiunse:
—«Non ti puoi imaginare quanto son felice di vederti! ne avevo bisogno,» gli diede un'altra volta la mano, che l'altro strinse nel mentre alzava il cappello lentamente, guardandomi fisso, e partì.
—«Chi è? io chiesi.
—«Non ti ho mai parlato di un giovane di straordinario ingegno, ch'è primo fra i pochi cui do veramente il nome di amico? È lui. Non puoi capire che gioia sia per me l'averlo incontrato. Io non credo molto ai presentimenti, ma devo confessare che da qualche giorno pensava a lui continuamente.
—«Perchè non me lo hai presentato? io domandai.
—«Come, non l'ho fatto?—Mi sembrava di sì.»
«Non si era accorto dell'omissione; il fatto sta che quella sera l'incontro con l'amico aveva scacciato dalla fronte di Alberto la nube che ora vi sta così sovente; ma è da quell'incontro che il suo contegno verso di me si è cambiato davvero, che il suo modo m'inquieta; è d'allora che i dubbi crudeli che mi straziano si sono fatti insopportabili, è d'allora che ho spesso quella inesplicabile sensazione, nuova e terribile, che mi fa dire: «Non è più mio».
«Al giorno stabilito, quando l'amico d'Alberto venne, si rinchiusero in stanza e vi stettero quasi tutto il giorno. Alla sera partirono insieme e non tornarono che tardi. Talora mi pare perfino di odiarlo, quel suo amico, che viene a portarmelo via; mi pare certo che Alberto ne ama un'altra; ch'egli confida tutto al suo amico, e forse questi lo consiglia ad abbandonarmi, forse lo spinge nella passione cui ha resistito finora. Oh! che mi dicessero almeno subito la mia sentenza, ma questo dubbio incessante è quasi un'agonia!—Dimmi che sono pazza, dimmi che tutte queste brutte idee non sono che le allucinazioni dell'amore. Il nuovo venuto fu gentilissimo con me, e lo troverei simpatico, se non mi sembrasse che mi distacca Alberto;—mi parlò benissimo di lui, mi raccomandò d'incoraggiarlo, di fargli animo, disse che non bisogna permettergli di negare il proprio ingegno; disse tutte queste belle cose, come se le avesse scoperte lui!—E adesso intanto che scrivo lì vedo che passeggiano là nel giardino sotto il pergolato, dove abbiamo tanto passeggiato quel giorno, ti ricordi? e parlano, parlano, e gesticolano e sono ben certa che io non c'entro nei loro discorsi. Forse c'entra un'altra.
«O mia buona Maria, aiutami. Ti sembro diventata pazza?—Quanto, sarei contenta di ricevere una tua lettera che me lo dicesse! Ma pur troppo, temo di aver tutta la mia ragione; è vero che giudico con l'istinto, ma l'istinto va dritto alla verità. Non so comprendere cosa sia avvenuto; non so se davvero ne ami un'altra come sospetto sempre, non ho nessuna prova positiva, non so nulla, non posso lagnarmi di lui, pure, Maria, sento, sento ch'egli non è più mio. Addio, addio. Scrivimi presto, confortami tu che sai confortare.—Te ne sarà ben riconoscente la tua Emilia.»
Sembrerà forse una cosa triste a molti, ma che ben pochi fra coloro che pensano vorranno negare, che nell'amore le cause più indirette in apparenza, le circostanze esterne possono acquistare una grande importanza. Se Alberto non fosse stato costretto a confessare che la sua vocazione per la pittura era una illusione, se la passione non avesse trovato nel suo cuore e nella sua mente il campo devastato, avrebb'egli fatto ciò che abbiamo raccontato? Non lo crediamo. L'amore in tal caso non avrebbe potuto vincere la ragione, poichè questa sarebbe stata rafforzata da un altro sentimento, o piuttosto perchè non avrebbe potuto invaderlo completamente, una gran parte di lui essendo già occupata da un'idea egualmente alta e profonda, egualmente piena di emozioni bastevoli esse pure a riempire una vita. Era la sua una natura superiore e non gli era certo possibile vivere senza qualche cosa di gagliardo e di dolce a un tempo, di strascinante e d'inebriante che potesse occupare tutte le sue facoltà in una volta, ed estinguere quella sete di cose grandi e belle e gentili che tutti sentono coloro cui Dio impartì vastità d'intelletto, e con essa desideri irrequieti e superbi. S'egli fosse stato occupato, contento di sè per quanto possibile, ardente nel proseguire il suo ideale reso visibile, animato dall'amore assorbente dell'arte—quanta maggior forza avrebbero avuto i consigli freddi contro le aspirazioni vaganti del cuore, quanto sarebbe stata più viva la lotta e meno pronta la vittoria; come avrebbe acquistato vigore, con quel possente ausiliare dell'arte, la voce che accennava al pericolo, alla dura responsabilità che stava per assumere, alla possibilità di un cambiamento, alle difficoltà e alla lunghezza della via che l'amore gli consigliava d'intraprendere. Ed è certo che l'amore vinse perchè era solo. Tutto quel bisogno di azione ch'era in lui, le forti aspirazioni ch'era stato costretto di togliere dal campo dell'arte, ogni suo desiderio s'era rivolto nella via che unica gli si era aperta trionfalmente dinanzi cosparsa di rose, una di quelle vie alle cui attrattive maliarde è ben difficile resistere—specialmente quando non se ne vede un'altra. Perfino la sua ambizione, la brama di gloria, si era tradotta in amore. Tutti quei sentimenti che non sapevano farsi strada ne avevano trovata una qualunque e vi erano precipitati. Come poteva essere diversamente? Senza Emilia che avrebbe fatto egli, avendo già dovuto rinunziare al resto? Era libero, solo, indipendente, l'amore gli consigliava una via, egli vi scorgeva pericoli, dolori, ma al tempo stesso infinite dolcezze; altrimenti si vedeva orbo di tutte le sue speranze, capace di nulla, pieno d'una tristezza indicibile, e sicuro di rimpiangere poi la propria viltà nel non aver saputo seguire la via fiorita che si vedeva dinanzi piena di tentazioni, solo perchè sotto i fiori si potevano nascondere le spine. E certo è spesso più amaro il rimorso per ciò che si è omesso che per ciò che si è fatto.
Aveva rinunziato ai sogni di vocazione artistica, perchè aveva dovuto piegare dinanzi alla verità crudele, ma come si è già detto altrove, qualche cosa protestava in lui: il suo ingegno, benchè impotente fino allora a manifestarsi, esisteva però, ed egli lo sentiva, e non era possibile che lungamente si rassegnasse alla condanna d'inazione dettatagli dal primo disinganno. Non si potrà dubitare ch'egli amasse Emilia, e che l'amasse profondamente, dopo quello che aveva fatto per lei, dopo di averle sagrificato le sue idee da lungo tempo fisse, la sua indipendenza. Doveva pure essere stato forte quel sentimento che aveva tutto vinto, che aveva annichiliti gli ostacoli insormontabili, in apparenza, e che lo aveva deciso, lui, figlio di questo secolo pieno d'irresoluzione e di dubbio, ad una forte e grave determinazione. Pure, malgrado tutto ciò, era forse esagerazione di scetticismo il dubitare che quell'amore potesse solo bastargli nella vita o anche che potesse durare fresco e roseo come il primo giorno? Il suo carattere era troppo vivace e vario, perchè l'amore solo gli potesse riempire l'esistenza. L'amore per alcuni è tutto; per altri, per coloro specialmente che in qualunque modo si meritano il nome di artisti, non è che il possente ausiliare della vita: nei primi tutte le occupazioni servono l'amore, nei secondi l'amore coopera fortemente, è la molla che fa agire il resto, ma invece di farsi servire, serve; serve d'ispirazione e d'incitamento, è a un tempo sprone e conforto, stanca ma riposa anche. Molte volte fu detto che gli uomini superiori, gli artisti, i pensatori, amano più e meglio degli altri, e che tutta la loro vita rimane rischiarata dall'incendio prodotto da quella scintilla della loro gioventù. Ciò è vero; ma non totalmente e non sempre, e sebbene gli artisti trovino certo nell'amore qualche cosa di più di ciò che tutti vi trovano, sebbene amino meglio e con maggiore raffinatezza, pure l'amore non è lo scopo esclusivo della loro vita, e appunto perchè mettono e trovano l'amore in tutto, l'amore non può essere tutto per loro. Nella consolazione divina che l'arte ci presta vi è inevitabilmente una parte di oblìo. Ciò che vi è nella mente può fare obliare ciò che fa battere il cuore. L'arte è passione come l'amore, è la gran rivale, e la sua signoria è dolce quanto quella dell'amore, ma più severa, poichè mette un po' al disotto di lei tutto che non è lei. Quando l'idea è sorta e con essa la brama irresistibile di estrinsecarla, quando l'artista si è sentito vicino a creare, vicino a quel sublime e terribile momento, tutta l'anima sua, tutte le sue forze sono rivolte verso il suo lavoro; si sente invaso dal fuoco sacro, innalzato al disopra delle altre cose tutte; si raccoglie, si rinchiude per lunghe ore, e tutte le sue facoltà morali, intellettuali, fisiche, tendono ad uno scopo solo: tutto allora scompare intorno, nulla esiste più per lui; nulla lo può distrarre, egli si dedica tutto al dolce e faticoso colloquio tra il suo spirito e la sua idea, dal quale deve nascere l'opera. L'amore e l'arte creano ambedue, ed è forse per ciò che uno dei due sovente è assorbito dall'altro. Ed è difficile che chi si sente animato e pieno della forza creatrice, ricolmo di fantasie che ha bisogno di espandere, possa dedicarsi interamente all'amore. Tutte le forze che prima si consumavano nella passione si rivolgono all'arte, e le voluttà che empivano la vita sembrano ora quasi insipide in confronto alle austere e ineffabili voluttà del lavoro che crea. E da tutte le forze negate all'amore e rivolte all'arte esce il capolavoro. Nell'arte vi è una parte di oblìo, poichè vi è l'estasi, vi è la negazione di ogni altra gioia, poichè è la gioia senza pari. Inoltre essa utilizza tutto, sottopone tutto a sè, si fa da tutto servire. Le gioie e i dolori passati servono al lavoro che s'intraprende, le lagrime hanno un'utilità, il dolore viene egoisticamente adoperato come elemento. Per creare bisogna aver sentito e sofferto, ma bisogna esser calmi. Tutte le tristezze si fondono in quella immensa gioia, dal dolore trascorso può uscire il gaudio segreto e qualche volta il trionfo.
Nei primi tempi che vivevano insieme, com'era naturale dopo le vicende per cui erano passati, l'amore riempì tutta la vita di Alberto. Egli non pensò più a null'altro, non gli parve possibile quaggiù un'altra felicità. Che gli importava dei suoi sogni d'arte svaniti, o della lunghezza della via da percorrere, o dei pregiudizi invincibili che si sarebbero rivoltati in folla contra di lui? Aveva tutto dimenticato. Era cullato dal dolce canto della gioventù e si addormentava in una beatitudine serena e piena di oblìo. Il suo cuore giovane viveva in tutta la pienezza della vita, ma l'anima sua d'artista si assopiva. L'amore ha generato molte opere d'arte, ma la sua influenza vivificante non si sente che quando il cuore è libero; per ispirare bisogna che abbia finito di regnare. E regnava despoticamente e dolcemente nel cuore d'Alberto, che aveva dimenticato tutto il resto e a Raffaello non invidiava più che la Fornarina. Nella lotta della loro rivalità, l'arte alla lunga finisce quasi sempre col vincere l'amore nei veri artisti; malgrado ciò, bisogna ammettere in un certo senso che la loro potenza è pressochè uguale, poichè finchè l'amore esiste l'arte non ha potenza; alcuna è d'uopo che passi, finisca da sè, e se allora l'arte subentra stabilisce la sua superiorità assorbendo tutto e non lasciando più che nessun'altra passione diventi padrona del campo. Alberto dimenticava dunque tutto il resto e preferiva carezzare i lunghi capelli di Emilia anzi che oscurare la fama di Michelangelo.
Ma tutto passa quaggiù, e più ancora tutto diminuisce. A poco a poco la felicità si fece, come doveva, più calma e allora la passione non bastò a colmare da sè il vuoto delle ore. Le antiche idee lentamente ritornarono, la vecchia brama ricominciò a mordergli il cuore e sentì di nuovo l'amarezza del disinganno ch'era stato dimenticato. Lentamente l'anima sua si rivolse verso un altro ideale, l'ideale di prima, l'amore sembrò ancora dolcissimo, ma non bastevole, e un irresistibile bisogno di azione lo invase tutto. A questo dovevansi attribuire le lunghe ore di distrazione e di pensiero che turbavano la tranquillità di Emilia e le mettevano nel cuore il terribile presentimento che la funestava. Egli passava delle giornate rinchiuso leggendo e studiando, e coltivandosi così lo spirito ed obbligandolo ad un'attenzione seguita per un argomento speciale lo distraeva dai pensieri scoraggianti e mesti che lo invadevano. E talvolta delle vaghe speranze lo agitavano, che sebbene tenui, erano sufficienti a commovergli ogni fibra del cuore, a farlo tutto piegare con brama intensa verso l'avvenire—poi ricadevano ed egli si trovava avvolto più che mai in una tenebra fitta che adesso lo sguardo di amore di Emilia non riusciva più ad illuminare. Egli non poteva più sopportare quella vita vuota. La sua immaginazione aveva bisogno di correre, le sue mani di afferrare un pennello, uno scalpello, una penna, qualche cosa con cui tradurre i mille pensieri, con cui rendere reali i sogni di cui sentivasi la mente traboccante. La sua fantasia batteva le ali, bramosa di ergersi al volo, il suo corpo voleva sentire la dolce stanchezza di aver molto lavorato, non poteva più vivere senza provare una volta la più grande soddisfazione della vita: quella di vedersi dinanzi l'opera delle proprie mani, il parto del proprio cervello, la traduzione dei palpiti del proprio cuore. L'ebrezza del primo momento d'amore era passata, ed ora sentiva il bisogno di raccontarla sulla tela o sulla carta o nel marmo. Si ricordava che tutti gli artisti hanno amato, ma si sono resi immortali per il loro amore, hanno utilizzato la passione servendosi di quella luce che aveva brillato nella loro vita per farne un'aureola intorno al nome inciso sulla loro tomba. L'artista mette sempre nelle sue opere (anche dove non appare) qualcosa della propria vita, ed egli abbisognava ora di far sosta per ripensare al passato, rigioirlo per così dire traducendolo col mezzo dell'arte e farne qualcosa su cui fondare il proprio avvenire. Ma egli rimaneva intanto in una inazione irrequieta e triste che tentava invano d'ingannare costringendosi a studi seri nei quali non riusciva che mediocremente ad interessarsi.
Fu allora che rivide quell'amico di cui l'incontro è stato raccontato da Emilia nella sua lettera alla contessa. Si erano lasciati giovanissimi ed ora si trovarono con quella gioia che si ha di rivedere qualcuno con cui si sono vissuti i primi anni pieni di sole, e di potersi raccontare a vicenda i fiori e gli sterpi della via percorsa. E, cosa strana, quando poterono capire quali erano state dal tempo della loro separazione le loro vite reciproche, ciascuno invidiò l'altro. L'amico dei primi anni d'Alberto era stato più fortunato di lui, poichè, malgrado fosse circondato da maggiori difficoltà materiali e crudelmente attaccato dalla povertà, pure riuscì. Fin da fanciullo egli era poeta, ed essendosi coraggiosamente avviato a scrivere, si era reso colpevole in breve tempo di due volumi di prosa e persino di uno piccino di versi che avevano subito messo il suo nome ad un posto d'onde non poteva più scendere, ed altresì assicurato una mediocritas, più o meno aurea, ma insomma sufficiente a impedire ch'egli avesse a morire realisticamente di fame. Suo padre, che travolto nelle sfortune politiche aveva dovuto emigrare, aveva scelto Parigi per dimora, ed egli aveva avuto perciò una educazione italiana in famiglia, ma si era resa al tempo stesso tanto propria la lingua, e con essa lo spirito francese, che si trovò naturalmente per questa doppia educazione molto avanzato in letteratura, potendo abbracciare l'antica e la moderna, la classica e la nuova. La Francia è ora incontestabilmente ciò che fu la Grecia ed è stata l'Italia. Tutto il movimento è là, l'impulso parte da lei, cammina luminosamente all'avanguardia nella luce dell'avvenire. Ecco perchè l'amico di Alberto, il cui primo romanzo, scritto in italiano, venne letto da diciassette persone e gli fruttò qualche centinaio di lire di spesa, si decise all'orrendo misfatto di scrivere il secondo in francese. Egli aveva vissuto una vita varia, divertente, fortunata; aveva provato la felicità del lavoro compreso e ricompensato, dell'ingegno apprezzato al suo valore; aveva avuto il successo e l'applauso, le distrazioni e l'ebrezza; pure quanto invidiò con tutta l'anima ad Alberto il suo amore e come avrebbe rinunciato a tutto per un giorno solo della vita dell'amico!—Ma questi, cui ora l'amore più non bastava e ch'era pieno di desideri insoddisfatti di lavoro, lo invidiava a sua volta ben più profondamente.
Quel giorno in cui Alberto ricevette l'amico in casa sua, in quelle lunghe ore in cui stettero insieme rinchiusi e che tanto inquietarono Emilia, non fu questione, come la poveretta credeva, di alcuna donne; solo si raccontarono tutta la loro vita, si dissero le mille e due cose che si hanno a narrare due amici che tengono comuni sentimenti, idee ed aspirazioni, e s'invidiarono un poco a vicenda. Udendo le parole d'incoraggiamento, piene di vita e di entusiasmo dell'amico, Alberto sentiva una sensazione di benessere indicibile, e una lieve speranza, tutta verde e rosea, cominciava a rendere meno bruni i pensieri che da tanto tempo l'opprimevano. Ascoltava rianimato le parole robuste della confidenza e della fede, gli riuscivano dolcissime le frasi brusche che lo rimproveravano fortemente di ostinarsi a rinnegare il proprio ingegno. Ma l'amico fece più che incoraggirlo e rimproverarlo: gli additò una nuova via. Gli disse che le pagine ch'egli aveva ricevuto spesso, in cui Alberto parlava con l'eloquenza vera dell'anima, erano migliori che tutti i suoi quadri e che se si era dovuto persuadere a gettare il pennello, come impotente a tradurre con essi i propri pensieri e le proprie fantasie, poteva prendere la penna e tentare ancora una volta. A questa idea la speranza si fece reale e gagliarda ed empì tutto il cuore d'Alberto, e di un tratto vide aprirsi l'avvenire dinanzi a sè. Si mise al lavoro. Fu allora che Emilia scrisse alla contessa: «non so perchè, ma sento che non è più mio». Aveva torto?
Molto tempo passò ancora così. Alberto si accorgeva di giorno in giorno che i consigli dell'amico erano buoni e la sua scoperta vera, ed ora incominciava per lui la luna di miele dell'arte. La via che prima aveva scelto gli riusciva aspra e difficile, non essendo la sua; questa gli era facile ed incantevole. Il suo pensiero si allontanava da Emilia, sebbene continuasse ad amarla; ma egli stesso, senza volerselo confessare, si accorgeva che l'amava meno. A qualcuno parrà forse che il nostro giovane protagonista non fosse giovane, che le illusioni ch'è obligo di avere alla sua età egli si prendesse sfacciatamente la licenza di non averle, e che, malgrado la sua natura poetica ed ardente, fosse ben positivo e ben calcolatore persino nei suoi momenti di slancio. E qui come al solito è necessario fare la distinzione tra il rimanente dei mortali e coloro che tentano di creare: questi, per la maggior parte (e Alberto fra essi), sentendosi fin da fanciulli spinti più degli altri all'osservazione, allo studio della natura e dell'anima umana, meditano e si guardano attorno e leggono e pensano e riflettono molto più e molto prima degli altri, e perciò sino a un certo punto, se ci si permette l'espressione, hanno l'esperienza innata. Si parla sempre dei disinganni, delle disillusioni cui specialmente vanno soggetti i poeti e gli artisti; ma non è sempre vero: ben sovente in essi l'illusione muore mentre nasce, e il disinganno arriva prima dell'inganno. Essi, giovani, sono preparati a tutto; hanno già quasi sempre acquistato quella serena inalterabilità che difficilmente viene turbata; conoscono troppo presto la vita perchè qualcosa li possa ingannare e sono presto vecchi, conservando però, ci spieghi l'enigma chi vi riesce, tutta la forza e l'incanto della gioventù e persino qualcuna delle ingenuità e delle leggerezze dell'infanzia. Ecco perchè Alberto, fin da quando era partito con Emilia, aveva travisto la possibilità che un giorno si potrebbe dirigere verso un'altra meta; egli si era reso troppo certo della brevità e della varietà delle cose umane, perchè tali pensieri non avessero a tormentarlo.
Dacchè erano insieme e specialmente dacchè Alberto aveva cominciato ad allontanarsi un poco da lei, volgendosi tutto a quella grande speranza che lo invadeva, Emilia era molto cambiata. La sua salute non era mai stata perfetta, la sua bellezza era fragile; le forti emozioni provate, il dolore d'essere divisa da' suoi, da tutto che prima amava, l'amarezza segreta di essere discesa dinanzi agli sguardi altrui, la vita nomade e inquieta, tutto l'aveva impallidita, stancata, affievolita, e già sul suo giovane viso, qualche piccola ruga cominciava a raccontare la storia della sua vita. Egli, malgrado la sua distrazione, se ne accorgeva—e una pietà, figlia di un nuovo amore arcano e dolcissimo, l'assaliva tutto, e circondava per qualche tempo Emilia di cure tali da fare momentaneamente rinascere la confidenza in quel cuore titubante.
Un giorno giunse ad Emilia una nuova inattesa. Sua madre era gravemente ammalata e chiedeva di vederla. Questa notizia la commosse fortemente e risvegliò nel suo cuore sentimenti da lungo forzati ad assopirsi. Ella non aveva veduto più nessuno de' suoi dopo la fuga, eppure aveva conservato una profonda affezione a sua madre, che, sebbene severa e dura, era stata però buona a suo modo per lei.—La notizia improvvisa fu una fortissima scossa. Risentiva un immenso dolore, non affatto scevro di rimorso per la malattia di sua madre, e le pareva che se avesse a perderla si troverebbe come sola in un abisso; tanto è vero che l'affetto di una madre è così forte e possente che oltre a non poter essere sostituito da alcun altro, si esercita anche a distanza ed ha una influenza misteriosa anche quando circostanze speciali hanno sciolto il nodo della natura;—ed al tempo stesso provava una gran gioia ed una indicibile commozione all'idea di rivederla, prevedendo che all'istante di riabbracciarla sentirebbe una voluttà santa. Ma pensava con terrore che forse dovrebbe lasciare Alberto per molto tempo, ed allora i presentimenti che da tanto tempo l'agitavano diventavano fantasmi reali e di una forma orribile e le si avvicinavano spaventevolmente.
Si era allora alla fine dell'autunno, ed era una triste e piovosa giornata quella in cui Emilia partì. Disse ben mestamente addio ad Alberto, come se non avesse a rivederlo più. Si sentiva il cuore gonfio, vedeva tutto nero, le pareva che un velo funebre calasse su tutto. Per la prima volta dopo molto tempo palpitava per qualche cosa che non era Alberto, ed il dolore, all'idea della probabilità di perdere sua madre ch'era già in età avanzata, era in lei terribile; pure questo sentimento di dolore acerbo rinforzava, esaltava il suo amore, e capiva più che mai ch'egli era tutto per lei, ch'era la sua vita, l'unica sua meta. Quando fu in vagone, mentre la locomotiva fischiò, mandò con la mano un ultimo saluto ad Alberto, e in quel momento si sentì una fitta tremenda al cuore. Si appiattò nel suo angolo, alzò il vetro, si strinse nel mantello e guardando distratta le campagne mestamente lavate dalla pioggia e gli alberi che si correvano dietro veloci, lasciava che i suoi pensieri egualmente s'inseguissero; ma non erano verdi, e spesso uno nero veniva a cacciarne uno bruno. Era in uno di quei momenti serii in cui molte cose ne si presentano sotto un aspetto nuovo ed improvviso. I suoi pensieri si dividevano tra quello che aveva lasciato dietro di sè e quella cui andava incontro, tra l'affetto della sua infanzia e l'amore della sua gioventù; tra il tavolo di studio dove vedeva colui al quale si era data tutta e per sempre, e il letto ove stava una morente che le perdonava, perchè i rancori di questa terra non si possono portare altrove. Si sentiva la testa debole. Era seduta davanti ad un vecchio elegante il quale portava una grossissima catena d'oro da cui non le riusciva di togliere lo sguardo. D'un tratto, senza accorgersene, interruppe i suoi pensieri per osservare le piante che si vedeva sfilare davanti. Qualche volta le pareva che tutto fosse un sogno, oppure si scordava perchè era in viaggio, e poi il doloroso motivo le ritornava dolorosamente d'improvviso alla memoria con una fitta nel cuore. L'era stata una consolazione la parte che Alberto aveva preso al suo dolore—ma al tempo stesso l'idea di una separazione che poteva prolungarsi la spaventava; tanto più che Alberto aveva deciso di andare, durante la sua assenza, a Parigi con l'amico. Senza ch'ella sapesse troppo il perchè, quel nome «Parigi» le diventava odioso—ella temeva la maggiore lontananza. In quelle poche ore di ferrovia, tutta la sua vita le passò davanti alla memoria, sfilando anno per anno, come il paese variato che le si stendeva dinanzi allo sguardo. Fu uno di quei viaggi che non si scordano. Tutti abbiamo così delle ore in cui si discende nel passato e si ricapitola, in cui l'anima nostra somiglia ad un viandante che si arresti a mezzo la collina per volgersi indietro a riguardare ad uno ad uno i sassi, i fiori, i torrenti e i ruscelli della via già scorsa. Finalmente giunse; fu ricevuta affettuosamente dai suoi e si accorse ch'erano impressionati dal cambiamento che scorgevano in lei, benchè nulla ne dicessero. Rivedendo la casa ove aveva passati gli anni dell'ignoranza, si sentì soffocare da un'emozione non mai provata prima. Fu condotta subito nella camera dell'ammalata, il cui viso, malgrado tutto, s'illuminò, vedendola, di un sorriso di beatitudine; baciò piangendo quel volto forse impallidito per colpa sua, e si assise al suo posto, a' piedi del letto, con l'intenzione di non lasciarlo più finchè la sua presenza fosse necessaria. La malattia era gravissima, ma si sperava ancora.
Alberto fu triste per la partenza di Emilia, come non avrebbe creduto di esserlo. Egli che si era messo con tanta lena al nuovo lavoro che i consigli dell'amico gli avevano fatto intraprendere, ora tornava di nuovo a trovar tutto vano ed inutile, dacchè la sua stanza di studio non poteva più essere illuminata di tanto in tanto dal sorriso di Emilia. Egli che da qualche tempo la trascurava un poco, ora si sentiva talmente pieno d'amore per lei, che non si ricordava un'ora cotanto triste quanto quella in cui aveva udito il fischio della locomitiva che la rapiva. La sala, il posto ch'ella occupava vicino alla finestra, il ricamo mezzo finito sul telaio, il tagliacarte lasciato nel libro, le sbarre del focolare dove i suoi piedini si appoggiavano, i fiori che ora appassivano nei vasi, tutti cotesti segni della sua assenza lo riempivano di malinconia. Il profumo di lei ch'empiva tutta la casa e che gli era sempre stato dolce, ora lo rattristava. Ed era contento della decisione presa di partire, poichè dovendo separarsi da lei, non poteva sopportare di essere continuamente circondato da mille cose che la rammentavano; si sentiva il bisogno di variare tutto intorno a sè, di una vita affatto nuova in mezzo ad oggetti non soliti. Giunto a Parigi infatti queste impressioni si affievolirono; le lettere che riceveva quasi quotidianamente da Emilia gli parevano quasi lei e quasi gli bastavano; le distrazioni, il contatto di quella società letteraria così divertente in cui venne subito introdotto dall'amico, gli aprivano la mente a nuove idee, si vedeva dinanzi gli orizzonti dorati della soddisfazione e del successo. Le speranze che da qualche tempo gli apparivano vaghe e lontane ora si avvicinavano e si facevano reali. Il suo spirito di osservazione, il suo ingegno penetrante che certa ne dovevano fare uno squisito narratore, gli consigliarono un'idea, e allora la febbre del lavoro lo prese. Non escì più che raramente e dimenticò tutto nell'opera che lentissimamente prendeva una forma.
EMILIA AD ALBERTO.
«Mia madre sta un poco meglio, comincia a mangiare e fra qualche giorno potrà forse alzarsi un tantino, ben inteso che questo miglioramento pur troppo non diminuisce per nulla la gravità del male; i medici al solito non vi capiscono molto. Di aspetto non è male, chè si è molto rialzata di morale dopo il mio arrivo; la povera donna si era ostinata a non volermi vedere, ma faceva uno sforzo; ora non può fare a meno della mia compagnia ed io non la posso abbandonare; se sapessi quanto la sua accoglienza mi ha commossa, bisognerebbe perciò capire tutto il bene che mi ha fatto il suo perdono. Mio padre è giunto da Napoli; davanti al pericolo tutti i rancori cessano e le affezioni rifioriscono; egli col suo solito modo strano mi ha ricevuto non calorosamente, ma come niente fosse; zia Paolina e Giulia sono pure qui; capisco che la mia presenza non li soddisfa molto, ma faccio finta di non accorgermene e cerco tutti i modi per strappare loro un poco di simpatia.—Vedendo la mamma relativamente così bene, non mi so persuadere che non vi abbia ad essere rimedio e non so tralasciare di abbandonarmi qualche volta alla speranza; ma la è una ben piccola speranza, poichè i progressi del male sono lenti ma sicuri. Non puoi imaginarti la terribile sensazione di freddo che mi passa per le ossa all'idea di perderla presto. Dio volesse conservarla; ora che la malattia ha servito a riunirci, potrei vederla ancora di tanto in tanto…. comprendi dunque che ho motivo di essere triste senza contare la tua lontananza. Quella poi mi affligge e un poco mi spaventa. Oh! se tu potessi esser qui con me!…. In ogni modo la nostra separazione sarà lunga certo; è necessario dirti quanto ne dovrò soffrire, a te che conosci il mio amore?—E poi ti sei ancora allontanato maggiormente; sei a Parigi…. Mi amerai lo stesso? Come rideresti forse se ti avessi a dire tutte le mie paure e i pensieri tristi e pazzi insieme che molte volte mi assalgono e che non so respingere. Se avessi il coraggio di scriverteli qui ad uno ad uno, mi parrebbe già vedere il sorriso che spunterebbe sulle tue labbra, quel sorriso che tu solo possiedi e che mi ha rassicurata tante volte, e tante volte mi ha fatto tremare. È per me un supplizio il non poter parlare di te; ma nessuno ti nominò e sembra che per un tacito accordo tutti fingano d'ignorare quasi la tua esistenza; nessuno m'interrogò sul passato che hanno voluto obliare, e per ciò, silenzio! Alberto è una parola esiliata dalla casa e forse è meglio, ma ne soffro ancora più. Mi sfogo scrivendo dei volumi in folio a Maria, la cui amicizia è la mia seconda gioia quaggiù; a lei dico tutto, sì signore, forse più di quello che dico a te, perchè ella non sorride; ma tu non ne sei geloso, non è vero? Già, te lo dico in confidenza, è anzi una delle cose che qualche volta mi spaventa che tu non sei geloso, e non lo sei affatto, ma proprio niente…. A lei dico tutto come vien viene; ed ella m'intende e ha la pazienza di rispondere e di rassicurarmi e spinge l'adulazione fino a farmi incessantemente i tuoi elogi. Ben inteso che non scrivo a lei che dopo d'aver scritto a te, e a te voglio scrivere il più che sia possibile, anche tutti i giorni se ne ho tempo; non ti annoiano tutte le mie chiacchiere, non è vero?—Sai che qualche volta ho un po' vergogna a mettermi a scrivere? Chi sa come sono queste mie povere lettere che non ho nemmeno tempo di rileggere. Ma già con te non so fare altrimenti, lascio che la penna vada come vuole, basta che ti abbia detto almeno cento volte che ti adoro con tutta l'anima e che ti supplico di pensare a me il più che puoi…. quando hai tempo.
«Scrivi?—Già tu lavorerai con furore e frenesia e tanto che ti farà male. Bada a quello che fai, non stancarti troppo, abbiti cura, te lo chiedo per me. Non puoi imaginarti con quanta beatitudine penso che finalmente il tuo ingegno ha trovato la sua vera strada, che per te sono finiti i giorni dello scoraggiamento, che il successo nella nuova via ti compenserà fra poco del disinganno nell'altra, che la tua fronte si è rialzata e il raggio della speranza ritorna ad illuminare il tuo sguardo; il pensare che quando ci rivedremo non avrai più quelle lunghe ore di tristezza e di abbattimento provenienti dall'ozio al quale ti eri tu stesso condannato, e che il tuo genio non oserai più negarlo quando tutti l'avranno proclamato! Non posso fare a meno che sentire riconoscenza per chi ti ha mostrata la via che ti stava dinanzi e che tu non vedevi; per quello cui dovremo la tua gloria futura. Dovremo, quanto è dolce una tal parola! Io ti amo con tutte le forze dell'anima e ti amo con tutto l'orgoglio che deve avere la donna che tu hai prescelto.—Come vorrei esserti vicina ora che il sorriso della sicurezza è spuntato nuovamente sul tuo labbro, ora che tu non ti rinneghi più. Tu certo non sentirai troppo la separazione che mi riesce tanto penosa; perchè le nuove idee ti occuperanno, perchè sarai tutto assorto nel lavoro e troppo consolato dalla speranza. E mentre tu vivrai nella capitale del mondo, distratto dallo studio e dai divertimenti, io starò qui sola, al letto di mia madre, pensando a te, invocando la sua guarigione e il tuo ritorno. Oh abbi pietà di me, non dimenticarmi, amami e cerca di dirmelo il più presto che puoi!
«Non voglio più annoiarti, nè stancarti; mi sono promessa di non parlarti più della mia gelosia, nè delle mie paure; ti dirò ora solamente che, se non avessi il dovere che mi trattiene qui e se il mio tempo non fosse tutto occupato dall'assistenza che ho la consolazione di poter prestare a mia madre, questi che passano per me non sarebbero giorni, sarebbero un tempo senza limite, senza scopo, senza vita. Lo sai che la mia esistenza è dove tu sei.»
Quanto piacere e quanta tristezza insieme si trova nel conforto che le lettere portano all'assenza! Esse ne diminuiscono l'effetto e rallentano la inevitabile azione del tempo, ma non la impediscono nè l'arrestano. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fa il suo lavoro, ogni spazio di tempo che passa aumenta la distanza. Alberto che sulle prime si sentiva isolato, triste, affranto, a poco a poco si abituò all'assenza, come abbiamo visto, e passava la vita tra il lavoro e le lettere che riceveva da Emilia, di cui abbiamo voluto dare un saggio. Sul principio egli le aspettava ansiosamente, con impazienza delirante; se tardavano s'inquietava, se mancavano non poteva più mettersi al lavoro, ma poi cominciò a riceverle come una cosa di abitudine e, internato nel suo lavoro che occupava ogni sua facoltà, molte volte non si accorgeva più del ritardo o della mancanza d'una lettera. Dobbiamo confessare tutto? Dapprima gli parevano dolci, ineffabilmente buone, adorabili, inimitabili, poi non poteva negare a sè medesimo che un poco si ripetevano, ch'erano motivi sulla stessa nota, e talvolta inquiete e paurose senza ragione, e interrogative senza scopo. Qualche volta il dover interrompere il suo lavoro per rispondere gli riusciva di peso; e allora la sua risposta era corta, frettolosa, ed Emilia per tutto il giorno seguente restava triste ed abbattuta.
Alberto scriveva con una facilità, con una ispirazione di cui non si sapeva capace; una quantità d'idee nuove, lucenti gli si affacciavano in folla alla mente, la tessitura del suo lavoro egli se la vedeva tutta dinanzi allo sguardo, nell'insieme e nelle sue singole parti. Gli sembrava impossibile fermarsi; tutte le sue facoltà erano rivolte al suo manoscritto e il contento ch'egli risentiva gli sembrava superiore a tutti gli altri. Il suo volto s'impallidiva un poco stando tante ore rinchiuso, ma un sorriso di una soddisfazione sconosciuta spuntava sulla sua bocca dopo una lunga giornata di lavoro. Egli leggeva ciò che scriveva di volta in volta all'amico e questi doveva confessare ch'erano superate le sue proprie speranze. Dopo qualche, tempo gli parve che vi fosse una distanza incalcolabile tra la sua nuova vita e quella di prima, e la casetta lungo l'Arno gli sembrava di averla lasciata da un gran pezzo.
Le vaghe speranze di Emilia non si avverarono, e molti mesi dopo le cose narrate la ritroviamo ancora seduta tristamente al letto di sua madre. Sono terribili quelle malattie in cui la morte è l'unica soluzione possibile; così lunghe e dolorose, ch'essa è aspettata come un angelo luttuoso ma liberatore. Ritroviamo Emilia assai mutata; la freschezza ha abbandonata la sua guancia e la vivacità il suo sguardo, che ha preso oramai una espressione di stanchezza rassegnata e una fissazione che fa male a chi la osserva. Persino nella posa vi è qualche cosa di più affievolito che in quella che le conoscevamo, e nel suo passo si osserva quella pesantezza propria di coloro che domandano a sè medesimi perchè si debba camminare. Nella lunga malattia di sua madre, nella inutilità dei soccorsi prestati, in quella lassitudine profonda che ne afferra quando sappiamo che la disgrazia temuta è inevitabile, vi è una sufficiente fonte di tristezza per giustificare il cambiamento che constatiamo—pure questi motivi non n'erano l'unica causa, nè la principale.—Il dubbio che da tanto la rodeva (se non quello di essere sacrificata, per lo meno quello di essere dimenticata) si era fatto certezza, e il suo cuore stava morendo in lei.
Sentiva che i giorni lieti erano finiti. Fra la sua vita presente e quella di qualche mese prima vi era un abisso; allora ella viveva in pieno sole, respirando con delizia l'aura della gioventù; tutto le piaceva, tutto la divertiva, tutto aveva uno scopo ed ella sorrideva a tutto. La sua giornata era tutta occupata; l'amore illuminava ogni cosa con il suo raggio immortale; tutte le persone che l'avvicinavano l'erano simpatiche; dovunque si trovava nel proprio elemento. Ora invece, ad ogni nuovo mattino che veniva a risvegliarla doveva aprire gli occhi dolorosamente, domandando a sè medesima a che serve la vita; si alzava, si vestiva macchinalmente; parlava e le sembrava che il linguaggio che udiva non fosse il suo, si sedeva al letto di sua madre e quasi non se ne moveva che per andare a pranzo con gli altri, il che era un piccolo supplizio quotidiano. Poi, alla sera, appena lo poteva, si chiudeva nella sua stanza, scriveva tristamente ad Alberto, non più con l'espansione dei primi tempi, ma nascondendogli le sue pene per non annoiarlo inutilmente, e poi cercava il sonno. Si vestiva alla mattina e si svestiva alla sera, nè più si curava di quella eleganza sua propria che era uno dei distintivi del suo carattere; non le rimaneva che quella parte che nulla poteva toglierle. Se qualcuno di coloro che l'avevano incontrata a caso sulle montagne della Svizzera, con la veste grigia sollevata sopra la sottana rossa, l'occhio pieno di luce e di allegrezza, il piede fermo e il passo agile, la guancia rosea di gioventù e di salute—l'alpenstock alla mano e il cappellino tutto coperto di rose selvatiche; o nella sua piccola villa, di estate, tutta avvolta in una mussola fresca, leggera, che scorreva sveltamente sulla minuta sabbia dei viali, mentre si metteva le due mani alla bocca per chiamare Alberto dalla sua stanza del primo piano—la rivedesse ora, crederebbe avere dinanzi agli occhi qualcosa di somigliante alla visione di prima come l'ombra alla realtà.
Scriveva alla contessa:
«Non sono più quella che tu conosci; se mi avessi a vedere, saresti forse spaventata dal mio aspetto; le mie lettere ti mostreranno quanto si sia mutato il mio carattere e come ogni coraggio mi abbia lasciato. Il vuoto si fa intorno e dentro di me; capisco che in me stessa come nella mia vita c'è qualcosa che si rompe, sento che nulla più mi appartiene, fuorchè il passato. Ti ringrazio mille volte per le tue buone parole; e per la tua amicizia che è sempre la stessa, ti sono sempre egualmente riconoscente: ma che vuoi? da quando ci parlammo ad ora sono passati dieci anni per me. Come vorrei vederti!—Le mille paure che mi agitavano una volta non le sento più, e la gelosia non mi rode; ma sono certa che oramai sono qualcosa di ben secondario nella sua vita. Doveva essere così, ma è orribile saperlo. Non credo ch'egli sia cambiato, ma so di non essergli in alcun modo necessaria; egli mi ama forse ancora, ma è impossibile che pensi molto a me e l'oblio è ben vicino all'indifferenza. Essere dimenticata! il peggio di tutto.
«Le sue lettere mi fanno un male indescrivibile; sono dolci e buone come sempre, ma scritte per coscienza; talvolta cortissime e frettolose; si vede ch'egli ruba a stento il quarto d'ora dedicato a provarmi che si ricorda di me; so che lo fa per abitudine e per pietà; glie ne sono grata malgrado tutto, ma ciò mi sembra ben crudele. Io lo amo come sempre e non lo incolpo affatto. Non poteva io sperare di riempiere la sua vita. Non m'interesso più a nulla, non leggo, parlo poco e vorrei non pensare. Vegeto, e ringrazio il cielo di essere utile nell'assistere mia madre. Oh! Dio, quanta tristezza mi circonda! Non so cosa succederà di me, ma credo che sarà ben poco. La primavera si avvicina; ieri era una giornata magnifica e stamane vedo dalla mia finestra la gente che va a spasso per godere del bel sole. Oggi voglio uscire anch'io tanto per distrarmi un tantino, ma non mi sento bene da un pezzo e la più corta passeggiata mi stanca. Talvolta un'idea fissa s'impadronisce di me e non me ne so più distaccare; questa notte per esempio mi ricordava gli spropositi e la figura grottesca d'un cicerone che ne condusse per il castello di Heidelberg e che non ho mai potuto rammentare senza ridere, e mi sentii nel cuore un'amarezza indicibile. Mi sento invecchiata e mi pare di essere lontana da tutto ciò che mi rese felice; pure sono i miei ricordi più recenti. Eppure sono calma; non vi è alcun mutamento nelle mie maniere, non mi accorgo quasi io stessa di soffrire, e quelli che mi avvicinano certo non se ne accorgono affatto. Il mio è un dolore purissimo, poichè non so darne a lui alcuna colpa e mi ci ero da un pezzo preparata; mi ritiro tutta in me stessa e non oso misurarlo. La malattia di mia madre intanto fa progressi incessanti; tutte le mattine il medico crolla il capo e non sa fare altro.»
Alla morte di sua madre, Emilia pianse lungamente e quelle lagrime fu lenta a poterle rasciugare; ma d'un tratto si sentì estranea in quella famiglia, ch'era stata riunita solo per prestare assistenza a colei che non era più; ripassò per la medesima strada che aveva percorsa pochi mesi prima e ritornò nella casetta dei giorni felici. La prima impressione fu strana. Una serenità blanda e profonda la invase tutta e con essa una malinconia meno triste; ma la casa le sembrava il fantasma di quella che aveva abitato.
Alberto aveva quasi terminato il suo lavoro. In breve avrebbe potuto cogliere il frutto delle sue fatiche. Il momento tanto atteso era vicino. Si sentiva circondato da un'aura di speranza. Tutto il resto scompariva dinanzi al suo sguardo. Lavorava indefessamente—quando, una sera, ricevette una lettera di Emilia con la data di Firenze e una larga riga nera all'intorno. Era una lettera breve, triste, calma; tra l'altre cose diceva: «non avendo oramai più nulla che mi tenesse colà, sono tornata qui per preparare e stabilire ogni cosa», ma non diceva «ti aspetto».—Alberto era occupatissimo e come preso in un vortice; non gli era possibile partire da un'ora all'altra, ma affrettò ogni cosa per poter presto raggiungere colei che certo lo aspettava con impazienza. Non poteva negare a sè medesimo che non l'amava più come una volta; desiderava molto rivederla, ma allo stesso tempo non si sapeva togliere ai novelli vincoli possenti e soavi che lo trattenevano. Oh s'egli fosse stato in una simile circostanza in altri tempi! Anche se trattenuto da un interesse fortissimo, come avrebbe lasciato ogni cosa, per correre da quella che tutta gli riempiva la vita! Ora invece voleva partire, ma quasi inconsciamente esitava a togliersi all'atmosfera inebriante in cui si trovava. E d'ora in ora ritardava, senza quasi rendersene conto. Benchè, partendo, andasse verso l'amore, verso il sole, pure provava uno strazio nel lasciare la sua nuova esistenza; l'attrazione lontana, sebbene non osasse confessarselo, era meno forte di quella vicina.
L'amico indovinava tutto, ma non osava dirgli: «Non l'ami più come una volta», essendo certo di ricevere una smentita; calcolando però quanto Emilia fosse ansiosa di rivederlo e come dovesse soffrire del più piccolo ritardo, lo esortava a partire.
Ella lo aspettava infatti. Non faceva altro. Vi erano dei momenti in cui le sembrava che non dovesse più venire. L'aprile s'inoltrava ed il giardino era tutto verde e fresco; ma in quella dimora piena di luce e di fiori ella era ben triste. La solitudine è terribile quando non è rischiarata dalla speranza. Ogni ora trascorsa le sembrava una nuova prova che Alberto non l'amava più: non aveva però alcun risentimento; nessuna di quelle idee volgari che agitano in tali casi la toccavano, ma soffriva. Non sapeva cosa non avrebbe dato perchè quell'uscio sul quale dal suo angolo vicino alla finestra volgeva sempre lo sguardo, avesse ad aprirsi. Aspettare qualcuno che non viene perchè dimentica è una delle grandi miserie della vita. Avrebbe compito qualunque sacrificio per affrettare di un'ora il suo arrivo. Al tempo stesso gli scriveva: «Puoi credere quanto desidero riabbracciarti, vieni appena puoi, ma non ti affrettare per me: fa tutto quel che devi fare».
Ella soffriva intanto atrocemente. Trascinava penosamente i giorni lunghissimi in un'agonia di aspettazione. Era piena d'impazienza, di paura; le pareva che Dio la sottoponesse ad una prova superiore alle sue forze—ed interminabile.
Il momento dell'arrivo ella se lo imaginava sempre. Egli aveva scritto: «Questa sarà la mia ultima lettera; non avrò tempo di scrivere in questi ultimi giorni, in cui affretto tutto per essere con te al più presto. Spero in breve di poter finire ogni cosa e verrò a sorprenderti». E la sorpresa ella l'aspettava sempre. Dal suo posto favorito guardava il cancello e diceva fra sè: «Ecco, io sentirò la carrozza e correrò ad incontrarlo nel giardino». E a un tale pensiero una gioia inenarrabile le rigonfiava il cuore. E ogni volta che passava una carrozza, si alzava per vedere e il cuore le batteva…. ma la carrozza tirava dritto. «E se invece venisse di sera?» pensava invece talvolta. Io sarei qui vicina alla lampada, ed egli entrerebbe d'improvviso senza che io me ne accorga….
Quando finalmente giunse davvero, fu ben altra cosa; era un minuto in cui meno se l'aspettava, quando a un tratto udì la sua voce; egli parlava col giardiniere, entrando. Impallidì e un tremito l'assalse, volle moversi, ma restò paralizzata sulla sedia. Egli entrò ed ella non seppe che stendere le mani, poichè le parole non venivano…. Fu uno di quei momenti che compensano di molti dolori. Egli era un po' diverso, ma di bellissimo aspetto e lo sguardo contento.
Vedendola tutta pallida con le sue vesti di lutto capì ogni cosa. Non ebbe bisogno di domandarle la causa del suo pallore e del suo decadimento. Scorse con uno sguardo tutto quello che aveva sofferto e come lo aveva aspettato. Ebbe rimorso di ogni ora che aveva perduto nel venire e si sentì nel cuore un'amara ed immensa pietà. Inoltre gli parve abbellita nel suo pallore.
Oh! quelle prime ore come passarono veloci! come si sentì ristorata quando potè avvolgergli il collo con le braccia e piangere sul suo petto! Gli disse piano piano come se alcuno potesse udire: «Non sei più mio, ma mi vuoi ancora un po' di bene, non è vero? ne ho tanto bisogno. Sai che ero così gelosa, ma come non te ne puoi fare un'idea! Ne vedevo tante di più belle, di migliori di me. Avevo torto e te ne chiedo perdono; nessun'altra è venuta a frapporsi fra noi due. Ora non lo sono più. Comprendo che non ne ami alcuna, ma sento che quel mondo che hai in te ha fatto piccolo il mio posto nel tuo cuore. Tu mi dirai che mi ami ancora; lo credo, ma so che non sei più mio. Tutto è finito; io temeva le altre ed avevo torto, ma in qualche modo doveva finire, e dopo che non hai più bisogno di chi ti consoli, che vuoi far di me? Non ti sono più necessaria».
Egli la rassicurò lungamente, dolcemente; le parlò a bassa voce come ai primi tempi, la consolò con tutto l'amore che potè trovare, ed ella gli fu ben riconoscente per il suo tentativo pietoso.
Tutti coloro che hanno perduto prematuramente una persona cara, sanno quali siano le angoscie, la disperazione prodotta da una malattia mortale che inaspettata, inesorabile piomba su di una casa come un uccello di rapina. L'anima si rivolta contro la Providenza, si fatica a trattenere la bestemmia che l'ingiustizia del dolore spinge sul labbro e la ragione la più sana è momentaneamente sconvolta dinanzi alla calma e tremenda inesorabilità del fato. Dio appare spietato; l'uomo crassamente ignorante nel non saper mettere un argine al prematuro lavoro della natura; i medici sembrano imperdonabili nella loro impotenza, e a un tratto tutto ne appar falso, bugiardo quaggiù. Allora il sole che irradia i campi e illumina l'azzurro del cielo con la sua luce tranquilla, l'aspetto trionfante della natura, l'immenso sorriso del firmamento, tutte quelle inenarrabili bellezze che prima ne consolavano il cuore, e ridonavano allo sguardo il raggio della speranza e dell'allegrezza, ne sembrano invece la più amara ironia; nè sappiamo con la terribil guerra che ne agita internamente perdonare al mondo la sua divina inalterabilità.
Pochi mesi erano passati dal ritorno di Alberto, quando la sventura si abbattè d'improvviso sulla piccola villa ridente, ch'era stata spettatrice di tanta serena felicità. Sebbene ella avesse perduta la fede, pure la riunione dopo una sì dolorosa assenza aveva ridonato in parte ad Emilia la salute e le sue guance cominciavano a tingersi ancora di rosa; quando si mise un brutto giorno a letto con una febbre ardente. Dapprima fu creduta cosa passeggera, ma dopo prese il carattere tifoideo. Nei corpi indeboliti, e quando il morale ha avuto una troppo forte azione sul fisico, tali malattie perdonano raramente.
Alberto non si mosse una sola ora dal suo letto; una tristezza incommensurabile s'impadroniva di lui dinanzi a quella vita tanto amata che si spegneva avanti sera; una tristezza profonda—ma calma. N'era addolorato sin nel fondo del cuore, sentiva che quella morte doveva porre il velo del lutto su tutta la sua vita, pure era il suo un dolore diverso da quello che avrebbe provato se una sì grande sventura gli fosse calata addosso prima che il nuovo scopo che ora si era prefisso l'avesse occupato.
Quando veniva la sera, e i passi domestici finivano di farsi udire e ch'egli rimaneva solo vicino al letto di dolore dell'unica donna ch'egli avesse mai amato davvero; in quella stanza solo rischiarata dalla luce vacillante del lumicino da notte, mentre vegliava guardando tristamente quei capelli tanto baciati che soli non si confondevano nell'ombra con il cuscino su cui posava il volto impallidito, in mezzo alla stranezza di un dolore tanto inaspettato che talvolta gli pareva un orribil sogno, mille nuovi pensieri lo agitavano. Ripassava la sua vita; si ricordava quel tempo quando Emilia era tutto per lui, si ricordava la felicità dei primi istanti, tutte le cento note del magnifico concerto d'amore, e i giorni cattivi, e la risoluzione e la fuga, e la pienezza della vita giovane che ora finiva per lui, e i viaggi e i rumorosi divertimenti, e le allegre serate con gli amici e le serate a due vicino al focolare o nascosti in un palco mentre migliaia e migliaia di cuori palpitavano, ma non come i loro, dinanzi al duetto degli Ugonotti o del Faust—e la suprema dolcezza con la quale ella lo sapeva consolare dell'arte perduta; e poi il gaudio dell'ingegno che ritrova la via e la nuova speranza che sorge. Questa gli rimaneva. Pensava poi all'amico che ora stava occupandosi delle cose sue e alla probabilità di successo che lo aspettava, ma tutto gli sembrava bruno dinanzi a quel lutto.
Quanto è triste quella serena dolcezza con cui parlano i moribondi, e quell'occhio sereno con cui vi guardano! Tutte le volte che Emilia parlava egli si sentiva morire con lei. Nell'ardore della febbre delirò qualche volta; in quelle parole disordinate tornava frequente l'idea: ora è finito: quell'ultima rivelazione del suo amore gli faceva male. I medici venivano ogni giorno e tentavano tutto inutilmente: Alberto loro faceva i discorsi più stravaganti, offriva loro tutto ciò che possedeva se la potessero salvare, li supplicava con le lagrime agli occhi, li strapazzava, come se essi potessero portare soccorsi là dove la potenza dell'arte finisce. Essa peggiorò sempre. Negli ultimi giorni ebbe ancora qualche momento di calma e potè parlare; i suoi discorsi erano amorosi come quasi non l'erano stati mai, ed egli piangeva ascoltando quelle cose dolci ch'ella trovava ancora per lui e tentava di dire col filo di voce che le restava: ma sempre tornava quell'idea che a lui riusciva amarissima: tutto è finito.
Le conoscete le indimenticabili sensazioni di chi assiste agli ultimi istanti di qualcuno che porta via con sè la vostra gioventù e il vostro cuore?—I pianti, la tetra solennità della religione, l'angoscia suprema…..
Poco dopo il funerale giunse ad Alberto una lettera in cui l'amico gli dava le migliori notizie e le più grandi speranze. La via si apriva bella dinanzi a lui; le difficoltà non mancavano, ma un po' di fortuna e molto vigore le fanno sormontare.
Quando si trovò solo e che potè riaversi un poco dall'orribile sbalordimento di un colpo così rapido, così violento, così inaspettato, si sentì tutto invaso da un immenso dolore, calmo e durevole.
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Si sentì diverso. Dei pensieri che mai gli erano venuti li ebbe ora, nuove e più profonde voci gli si svelarono nel concerto del mondo, il suo occhio rattristato vide chiaramente molto che prima poteva solo intravedere, la sua fantasia si aumentò di una parte estraumana, ignota fino allora, la sua imaginazione prese un volo più vasto; quelle ali invisibili che tutti si sentono coloro che tentano di creare, d'improvviso se le senti più possenti—d'un tratto si risvegliò poeta.
IL VIAGGIO DEL DUCA GIORGIO
I.
Tra le nove e le nove e mezzo tutti gli invitati si accomiatarono l'un dopo l'altro e il duca rimase solo con Tibaldo, il suo intimo amico. Questo amico dal nome shaksperiano era un giovane di origine mezzo asiatica, dalla tinta olivastra, dai capelli neri, dai lineamenti irregolari ma espressivi e dal corpo esile, che per una singolare comunanza di gusti e d'idee insieme ad una certa facilità nel piegare alla volontà del più fermo, per la versatilità del suo ingegno, per la passione irreprimibile che lo spingeva verso i capolavori dell'arte e verso tutte le cose belle in generale, era diventato l'assiduo compagno del duca e—sebbene non del tutto—meglio di qualunque altro si poteva vantare di conoscerlo.
Nella sua casa ai Champs Elysées dove il duca viveva solo, ma dove si vedeva circondato a suo cenno ed a sua scelta dalla società più alta o dalla più intelligente—o dalla più divertente—(dalla migliore insomma in qualunque senso si voglia prendere la parola)—vi era stato gran pranzo quella sera. Questa volta egli aveva riunito alla sua tavola una decina d'uomini soltanto, tutti celebri o vicino ad esserlo per motivi più o meno futili o meritevoli; ad un gran pranzo, se si badasse alla sontuosità della mensa, alla raffinata squisitezza dei cibi; ad un pranzo molto intimo, se invece al discernimento con cui si era fatto l'invito. La sala da pranzo era di un lusso severo, incomprensibile per qualunque arricchito da ieri; il legno di quercia, gli ornamenti in bronzo, il cuoio di Cordova, vero; le cesellature inapprezzabili al punto di vista artistico, dove le dorature avevano una parte squisitamente sobria; le alte credenze massiccie abbastanza per sostenere il peso degli enormi piatti, dei cristalli eleganti, dei vasi ingenti di ogni sorta che le coprivano, il tappeto turco dai colori vivaci—formavano un insieme assai armonioso, ma un po' triste ed oscuro. A questo contrastava la tavola che nel mezzo della vasta sala, coperta da una magnifica tovaglia di Fiandra, tutta scintillante di cristalli e d'argento, rallegrata dai fiori e illuminata da quattro candelabri simili a mazzi di luce, ravvivava tutto intorno a sè e rendeva simpatica la severità delle pareti. Il pranzo era stato lungo, non essendo dappertutto seguita la moda di pranzare come se la locomotiva vi aspetti per partire, i piatti contenenti gli ultimi risultati dell'arte gastronomica avevano girato e rigirato, i bicchieri di Boemia avevano tinte le loro faccette talora del color del rubino, talora di quello del topazio a infinite riprese; la conversazione era stata svariatissima, persino seria talvolta. Come si usa in simili casi, si eran sfiorati quasi tutti gli argomenti possibili ed impossibili; ma verso la fine l'anfitrione era rimasto un po' sopra pensiero, come gli accadeva talvolta.
Dalla sala sontuosa adiacente a quella da pranzo, i due amici rimasti soli passarono nell'appartamento privato, composto di tre stanze: una da letto, un gabinetto per vestirsi ed uno studio. Entrarono in quest'ultimo. Era una stanza molto alta in proporzione della sua grandezza, dalle pareti e dalla volta ricoperte di velluto celeste, circondata su tutti gli angoli da una cornice nera intrecciata che seguendo poi l'arco della vôlta si riuniva nel mezzo al punto più alto in un rosone. Due pareti erano ornate da quattro magnifici dipinti di maestri della scuola Veneta; una larga finestra s'apriva sulla terza parete e su quella del fondo ammiravasi uno specchio circondato da una cornice in legno nero scolpita di un magnifico disegno barocco; sotto a questo un camino in marmo nero con un gran fuoco, una scrivania coperta di libri e carte, una libreria d'ebano intarsiato d'avorio, dei mobili di velluto celeste, bassi, soffici, orientali, una gran tavola coperta di mille ninnoli, di fiori, di miniature; qua e là qualche bronzo squisitamente elegante, in un angolo un ingente vaso del Giappone dal quale uscivano le foglie smisurate di una begonia rara, autorizzata dalla temperatura da serra, sul suolo un tappeto persiano, soffice come un prato a primavera…..
Fuori nevicava—le poltrone stendevano le loro braccia di velluto, e una volta adagiati sopra di esse era difficile rialzarsi. Il duca si levò l'abito, si avvolse in una casacca di seta a colori smaglianti, accese il narguilhé che posava per terra, e appoggiati i piedi sulle sbarre del camino cominciò ad aspirare voluttuosamente il fumo odorante, mentre nel vaso il fuoco profumato crepitava.
—Uscire stasera? egli disse, ma perchè si deve uscire? Pensa, Tibaldo, se sia possibile imaginare qualcosa di più stupido, di più insulso che mettersi in una carrozza fredda, e rotolare un quarto d'ora per andare in un teatro troppo caldo, dove si sta molto mal seduti ad ascoltare della cattiva musica, e di là passare in un club a dire e farsi dire delle bestialità e a perdere del denaro, oppure in qualche orribile sala male ammobigliata e fetente di gas a bere del cattivo vino e cenar male con delle donne brutte e vecchie, vestite con una eleganza falsa e coperte di profumi insopportabili.
—Non hai del tutto torto e anch'io mi sento troppo pigro per movermi, e trovo che qui si sta piuttosto bene, rispose Tibaldo, pure mi sembri molto invogliato questa sera a volgere sopra le cose un occhio troppo malevolo ed a cercare il lato brutto della vita. Ma dico anch'io: chi deve uscire? Penso quasi di non tornarmene nemmeno a casa mia e di passare la notte su questa poltrona.
Così dicendo appoggiò la testa come volesse dormire e stendendo le gambe sopra quelle del duca, aprì la bocca ad un semi-sbadiglio, segno piuttosto di pigro benessere che di noia. Il duca taceva; Tibaldo proseguì:
—Sei però ingiusto verso le donne, ve ne sono ancora per l'Europa una dozzina di belle. Oggi vidi la Ximena a cavallo e ti assicuro che con quel busto di statua antica, con quell'occhio di fiamma e quei capelli d'oro era un'apparizione da far fermare chiunque, mentre passava di galoppo, stando in sella con quella suprema eleganza che in tutto la distingue e guidando con le sue mani di fata il magnifico morello che le ha dato Federico.
—Peuh! fece il duca, non la posso soffrire! Oramai di donne belle non ne conosco più; dipenderà forse da ciò che non mi pare possibile di amarne alcuna, e che rimango affatto indifferente dinanzi a loro. Ma se avessi a fare una eccezione, mi trasporterei nell'alta società e nominerei Lady Isabella.
Lady Isabella era una inglese appena giunta, giovanissima, sposa di un ex-ammiraglio assai maturo, donna di una bellezza più che ideale, troppo ideale: di materia non vi era in lei che quanto è necessario a contenere l'anima che ammaliava, visibile nei suoi grandi occhi azzurri; era una bellezza languente, vi era nel suo portamento qualche cosa di stanco e d'indeciso, il corpo lasciava a desiderare ed il pallore delle sue guance e l'estrema finezza del suo profilo bellissimo non sarebbero piaciuti a molti.
—Lady Isabella! Tu sei un ammiratore di Lady Isabella! Chi lo avrebbe mai supposto! Ma non ti accorgi d'essere in aperta contraddizione con tutto quello che hai detto fino ad oggi? Tu, così pagano nei tuoi gusti, che non potevi capire altre bellezze che quelle delle statue greche o delle cortigiane della scuola veneta, confessi ora di trovar bella la più immateriale, la più eterea creatura ch'io abbia mai veduto; e che è bella soltanto di quella bellezza malaticcia e che si potrebbe chiamare moderna, essendo quasi sconosciuta prima di questo nostro secolo, ammalato esso pure e capriccioso.
—Mi sono persuaso che qualunque bellezza è la bellezza. Il tipo maestoso delle epoche primitive e serene non esiste più, o assai raramente; la bellezza di Lady Isabella è come tu dici moderna, ma è vera bellezza. Tutto è imperfetto in lei, ma ella forma una perfezione. Il suo sguardo stancato, il suo languore, la guancia pallida, quell'aspetto di pianta che non ha potuto raggiungere lo sviluppo completo; quel sorriso mesto e strano, quella fiamma che traluce dai suoi occhi un istante per subito spegnersi, ne fanno la personificazione dell'epoca nostra piena di aspirazioni e di scoraggiamenti, che vede l'avvenire, ma dubita di avere forza sufficiente a raggiungerlo. Se d'un tratto una Venere greca avesse ad animarsi, se nel suo occhio senza pupilla d'improvviso sfavillasse lo sguardo e lasciando la sua posa immortale mi aprisse le braccia bianchissime volendo scendere dal piedestallo, certo la preferirei; ma dacchè il sorriso della Gioconda non sarà mai realizzato in una donna, dacchè le cortigiane del Tiziano non abbandoneranno mai, qualunque collare di perle loro avessi ad offrire, lo strato di velluto purpureo sul quale la loro bellezza sfida il tempo, capisco che Lady Isabella può far battere il cuore a quelli che s'innamorano. Il suo sguardo è ammaliante; esso contiene un po' di quelle cose che tutti sentono, ma che nessuno dice e che perfino i poeti non sanno e forse non vogliono esprimere. Ciò che dissero i più grandi poeti è certo ammirabile, ma quanto più stupende erano certo le cose che sentirono e non dissero forse perchè la lira di quaggiù non avrebbe saputo resistere a quelle note! Nell'occhio di Lady Isabella si legge qualcuna di queste cose.
Vi fu una pausa. Il duca sembrava riflettere sulle parole stesse che aveva pronunziate, e Tibaldo sognava, guardando fissamente uno dei tizzoni che stava sperdendosi in bragia. Un sorriso passò sulle labbra del duca, e come accade spesso, quando interruppe di nuovo il silenzio, i suoi pensieri avevano deviato, talchè soggiunse:
—Non è vero, Tibaldo, che cotesta impotenza che provano i poeti ad esprimere i loro sensi più arcani, i pensieri reconditi che germogliano misteriosi e vergognosi talvolta nei più reconditi recessi dell'anima, noi comuni mortali—la proviamo a dire completamente le cose le più semplici; a svelare per esempio lo stato in cui ci troviamo in una fase della vita piuttosto che nell'altra?
—Credo che non ti sarebbe però molto difficile il farlo adesso. Io lo saprò esprimere per te, conoscendoti forse più ancora di quello che lo immagini. Sei stato giovane troppo presto, e giovane come sei ancora ti senti vecchio, hai vissuto troppo e sei stanco ed annoiato di quasi tutto, sei andato troppo in fondo alle cose ed hai trovato che il fondo non è bello. La è una vecchia storia.
—Ti sbagli, Tibaldo, ti sbagli profondamente. Porti su di me un giudizio, che, ne sono certo, è il comune; credo che il mio calzolaio dica di me quello che tu hai detto ora. Davvero, scusa, ma ne sono umiliato per te.
Tibaldo non potè a meno di ridere, ma rispose:
—Puoi negarlo, ma ti assicuro, mio caro, che c'è molta verità in quello ch'io ti ho detto, e fossi anche d'accordo col tuo palafreniere, il tuo palafreniere ha ragione.
—Avete tutti torto. Nessuno è meno stanco e meno annoiato di me, e in un certo senso—spalanca pur gli occhi—lo sono meno di te. Sono annoiato a morte se vuoi dal complesso di questa vita arcimonotona nella sua varietà, ma nessuno quanto me sa gustare—se scendiamo al particolare—la più piccola cosa. Il divertimento più raffinato mi annoia spesso, ma in contraccambio sono divertito, più di qualunque altro, dal più volgare. Tutto mi interessa, tutto attira ancora la mia attenzione, il nemico più grande della noia, la curiosità, mi agita sempre, a proposito di tutto. Sono, come è naturale, abbastanza satollo di balli, di cene, di corse, di cavalli e di attrici, di ricevimenti ufficiali e di brutte copie delle orgie antiche; ma in mezzo al più noioso divertimento d'un tratto una piccola cosa mi attrae, mi occupa, mi rallegra. Pure qui, sono obbligato a condurre questa vita; per cambiarla davvero, non basterebbe nemmeno viaggiare come ho già provato, bisognerebbe partire cambiando di nome, di tutto, e vivere lasciando che la vita scorra come vuole in un paese ove mi fosse possibile l'uscire senza essere additato da tutti.
Come si vede, la conversazione aveva subito—come accade spessissimo—una sensibile deviazione; dalla bellezza delle donne in generale e di Lady Isabella in particolare, si era passati a delle considerazioni sulla vita—e il duca, cosa per lui rarissima, era quasi sul punto di fare a Tibaldo delle mezze confidenze. Questi che lo conosceva abbastanza per sapere come la più piccola interruzione sarebbe stata sufficiente ad arrestarlo su quella via nella quale certo non s'impegnava che quasi involontariamente, si guardò dal fiatare. Infatti il duca riprese:
—E ti confesso, Tibaldo, che da qualche tempo questa idea mi frulla spesso nel capo. Ma le abitudini sono un vincolo ben tenace; tutta quella gente cui non so perchè si dà il nome di amici, indifferenti affatto come mi sono, ho però l'abitudine di vederli; le sale noiose e i gabinetti più noiosi ancora, il club, i viali del bosco, i ridotti dei teatri, tutti quei luoghi che mi sono diventati uggiosi a forza di starvi, mi attirano, oserei quasi dire, per le stesse ragioni, per le quali mi respingono. Voglio bene a questa casa, mi rincresce di abbandonare i miei quadri, le mie coppe cesellate e i miei vasi rarissimi; talvolta, perfino non so risolvermi a lasciare i miei cavalli. Poi avrei qualche rincrescimento a star molto tempo senza vederti, mio carissimo.
—Grazie del posto che mi assegni, disse Tibaldo ridendo: ma come! nemmeno io ti potrei accompagnare?
—No. Altrimenti sarebbe come le altre volte. Ho già viaggiato, ma sempre seguìto da una parte delle mie abitudini di qui. Ora non si tratterebbe di viaggiare per viaggiare; vorrei provare, come ti dissi, di andare a vivere sotto un altro nome in un paese nuovo per me, e dove io fossi nuovo per tutti e sconosciuto. Se tu venissi il progetto sarebbe rovinato.
—Se non mi vuoi, non verrò. Sarò del resto assai curioso di vederti al ritorno. È difficile supporre che tu possa diventare più stravagante di adesso, ma in te tutto è possibile.
—Fuorchè possa stare molto tempo senza bere. Così dicendo, il duca agitò un campanello e poco dopo entrò un moretto vestito di giallo portando sul palmo della mano all'altezza del capo un piccolo vassoio d'argento con un'anfora piena di vino color d'ambra ed alcuni bicchieri.
Il colloquio dei due amici durò ancora tanto che il fuoco era pressochè spento, il lume della lampada cominciava a vacillare, il narguilhè non susurrava più e l'anfora era vuota mentre parlavano ancora. Se qualcuno avesse potuto star nascosto dietro le tende ad ascoltare, non avrebbe certo pensato che i loro discorsi mancassero di varietà. La conversazione scendeva e saliva come i raggi di un fuoco d'artifizio; talvolta languiva e sembrava si addormentasse, poi, ravvivata da una parola gettata a caso, riprendeva nuovo vigore, entrando in un'altra via. Parlarono d'arte e di donne, dell'ultima commedia e della vita futura, dell'India e delle caccie alla volpe, di corse e di musica, di cento altre cose e del progetto del duca. La pendola di lapislazzuli segnava già le prime ore del mattino, quando finalmente Tibaldo prese congedo dall'amico, giurando di non avere sprecato la sua sera, e questi, accompagnato dal moretto che faceva lume, passò nella stanza ove il letto lo aspettava—un letto bassissimo all'orientale.
II.
Certo il nome del duca di Westford non può riuscire affatto sconosciuto ad alcuno. Ebbe una di quelle rinomanze non durevoli, se si vuole, ma abbastanza estese perchè il suo nome non sia nuovo anche per coloro che non ebbero la fortuna di conoscerlo e che vissero lontani dai luoghi ch'egli frequentò maggiormente. La sua figura, la sua ricchezza, il suo ingegno, il suo nome, l'inarrivabile eleganza, i gusti squisiti e strani, la sua passione per le cose d'arte, l'orientale prodigalità ne resero il nome popolare. Pure rimase un tipo a sè. Il suo carattere era originale quanto la sua figura e la sua eleganza. Inoltre quanto era eclettico nei suoi gusti, altrettanto era cosmopolita. Lo era un po' per nascita, molto per educazione, completamente per abitudini e per gusto. D'inglese non aveva che il nome, suo padre avendo passato quasi tutta la vita sul continente, per ragioni che è inutile l'esporre, dove si era ammogliato con una italiana, figlia unica e bellissima di un patrizio romano. Questa morì dando alla luce il nostro eroe, il quale passò con suo padre, rimasto solo, tutta l'infanzia e l'adolescenza viaggiando, e non andò che due volte in Inghilterra. Il duca morì egli pure poco dopo, e Giorgio si trovò giovanissimo a Parigi, duca di Westford e padrone di un patrimonio colossale. Era stanco di girare, si trovava nella capitale del mondo, più a casa sua che a Westford o a Londra, e perciò comperò una casa elegante con un bel giardino, e vi si stabilì.
Non vogliamo certo raccontar qui tutte le sue follie, nè descrivere il lusso inimitabile di cui si circondò; solo la descrizione esatta della sua camera e la breve dipintura di una delle sue feste basterebbero a fare un volume; che il lettore si rassicuri, non è nostra intenzione il farlo. Diremo soltanto che dopo di aver vissuto più e meglio di molti altri, dopo di aver speso la sostanza di una mezza dozzina di ambasciatori plenipotenziari, dopo di esser riuscito a far parlare di sè, dopo d'aver sontuosamente viaggiato, dopo di aver avuto i più bei cavalli, i più ricchi appartamenti di Parigi, dopo di aver dato alle donne meno brutte i più preziosi gioielli, lo troviamo, al momento in cui ebbe con Tibaldo il colloquio memorabile trascritto nel capitolo precedente, privo di molte illusioni prima di averle provate, un po' stanco della vita che conduceva e volendo, ma non sapendo risolversi a cambiarla.
Vi era però in lui una potenza inesaurabile d'interessarsi anche alle più piccole cose, purchè per un lato qualunque meritassero interesse; nessuna delle sue facoltà intellettuali era in alcun modo affievolita, e purchè potesse cambiare di scenario, vivere senza che la sua più piccola azione fosse discussa ed imitata, spogliandosi della sua riputazione di cui era annoiato e cercando i divertimenti più semplici di cui era meno stanco, non avrebbe certo conosciuta quella più terribile delle malattie, la noia.
Abbiamo detto ch'egli aveva molto vissuto, e davvero non aveva sprecato il tempo; ma appunto il suo stato eccezionalmente ricco ed indipendente che gli aveva concesso di soddisfare tutti i suoi desiderii, gli aveva impedito di risentire quelle emozioni che sono la parte del più gran numero. A questo giovane che aveva provato tutto, quello anche cui quasi nessuno può raggiungere, erano mancate le più comuni tentazioni; egli ignorava la lotta, la gioia della cosa a lungo vagheggiata invano ed il trionfo di ottenerla, la passione contrastata; sentiva qualche volta un vuoto che a lui stesso riusciva inesplicabile. La sua vita non era stata sempre frivola ed allegra, come una festa per la quale il mattino non giunge mai; egli conosceva l'amore; aveva amato con passione, con tutte le raffinatezze dell'anima sua eletta e del suo ingegno superiore; ma in amore, come nel resto, nel senso più egoistico della parola, era stato fortunato. I suoi amori erano sorti chiari, luminosi, inevitabili; la via gli si era aperta dinanzi fiorita e senza spine, con abbastanza ostacoli e mistero per renderla interessante, ma senza urti violenti o lagrime amare, avevano durato quello che dovevano, ed erano finiti come un bel tramonto di una bella giornata di luglio, dorati, fulgenti, senza scossa, senza rimorsi, senza ferita sanguinosa, serenamente.
Chi lo avrebbe detto? Questo felice mortale si sentiva talora invidioso a sua volta di quelli che lo invidiavano. Invidiava quei figli di famiglia, novizi nella vita, pei quali egli era un re: invidiava loro gli amori contrastati, le difficoltà, i debiti, le impertinenze ricevute dalle belle sdegnose, e le acerbe rimostranze del padre o del tutore: invidiava loro i desiderii insoddisfatti, il cavallo che arrivava troppo tardi e la cambiale che scadeva troppo presto. Talvolta scendeva ancor più e invidiava allo studente i trionfi dei balli publici e gli esami non passati.
Egli conosceva tutti, tutte le società—la buona e la cattiva. La sua curiosità invincibile lo spingeva dovunque, i suoi mezzi gli avevano dato facoltà di tutto approfondire. Quando la sua carrozza passava, quella perfezione di gusto che era il sogno non realizzato di ogni membro del Jockey Club, tutti dicevano: è il duca Giorgio (come si aveva preso l'abitudine di chiamarlo). Di tanto intanto, cambiava bruscamente di vita, tanto la sua natura irrequieta era avida di varietà, e tanto cercava di moversi nel circolo largo, ma ristretto per lui, in cui si trovava. Ora lo si vedeva sempre, ora non lo si vedeva che in pochi luoghi privilegiati, ora non lo si vedeva più. Queste eclissi totali erano le meno frequenti, ma accadevano talvolta; allora qualcuno lo credeva partito, ed egli non si era mosso da Parigi e qualche volta da casa.
Se fosse stato possibile assegnargli una nazionalità, per quanto indecisa, lo si sarebbe detto francese, per lo spirito ed il brio e per la noncuranza: ma dal padre aveva ereditato la freddezza inglese e gli occhi chiari, dalla madre una facilità di percezione e una impetuosità italiana che scoppiava talvolta, e i capelli oscuri. Il suo volto possedeva quella bellezza suprema in cui la regolarità stessa dei lineamenti dona l'espressione; e sarebbe stato un tipo classico, se la finezza non fosse stata perfino un poco esagerata e l'occhio un po' troppo allungato di forma. Non sarà difficile perciò l'immaginarselo; tranne in una cosa: impossibile farsi un'idea del suo sorriso. Chi lo vide una volta non lo dimenticò più; per quanto egli fosse ricco, crediamo che in esso stesse la sua maggior ricchezza. Per chi possiede un tal sorriso, la parola diventa un accessorio; diceva dei volumi, accompagnava, rinforzava, contraddiceva lo sguardo. Persuadeva, intimava, rassicurava, chiedeva perdono e l'otteneva sempre; era talvolta di un'audacia invincibile.—Quel sorriso strano, capriccioso, irregolare per così dire, che si abbozzava in mezzo a quel viso senza difetti, contrastava con la bellezza classica del profilo, nè se ne sarebbe creduta capace quella bocca cesellata a perfezione. Del resto bello della persona, con la mano finissima e un piede da donna, svelto nelle movenze, di statura media, ma con l'apparenza di un uomo alto per la eleganza del portamento, era una di quelle figure che attirano l'attenzione, e forse sarebbe stato osservato anche non chiamandosi il duca di Westford. È poi indubitabile che la sua riputazione non era unicamente dovuta al suo nome e alla sua ricchezza, e nemmeno alla sua bellezza ed alle sue follie. Il suo ingegno e più ancora il suo spirito vi entravano certo per una gran parte, e insieme a coteste qualità principali, altre minori: per esempio la perfetta noncuranza dell'opinione, i suoi modi inimitabili, la sua gentilezza mista ad un'ironìa fina e che non feriva mai, la sua generosità per cui le voci della riconoscenza soffocavano quelle dell'invidia. La sua passione per il bello lo spingeva di predilezione verso i frutti della fantasia, e la sua passione ed intelligenza nelle arti era tale che i suoi giudizi avevano qualche peso, ed erano certo improntati di molta giustezza insieme a molta originalità.
Quando egli incominciò a vivere a Parigi, giovanissimo come era allora, eccitò talmente l'interesse generale che si parlò di lui solo per molto tempo. La sua comparsa fu un trionfo. E durò perchè le sue facoltà erano svariatissime e le sue originalità veramente originali. Tutto gli era permesso, tutto gli era accessibile. Il suo lusso era di una ricercatezza sconosciuta. Non crediamo tutte le storielle che si narrano sul suo conto, ma in tutto ci deve essere una base di vero.
Egli aveva pochissimi parenti in Inghilterra, molti a Roma, ma questi non se ne curavano, la più parte non conoscendolo che di nome. I primi però si occuparono di lui, suo malgrado, ben inteso, e combinarono di fargli sposare la figlia di un principotto tedesco, mediatizzato. Egli rifiutò subito, ma come accade sempre, si sparse per qualche tempo la voce che fosse vero, e creò una commozione stranissima; poi altrettanto interminabili furono le ciarle a proposito del suo rifiuto.
Il progetto ch'egli aveva confidato a Tibaldo da qualche tempo lo occupava, ma rimase lungamente anche dopo il colloquio di quella sera allo stato di semplice progetto. Trovò il tentativo di romper le sue abitudini ancor più difficile di quello che credeva.
Fu però fermo nel proposito di non tenerne parola, con alcuno, e Tibaldo mantenne scrupolosamente il segreto, talchè quando finalmente fu alla vigilia di effettuarlo, nessuno lo sospettava, nulla affatto ne era trapelato.
Le sue disposizioni furono presto prese. Incaricò un uomo di confidenza di vendere i cavalli, tranne i suoi tre favoriti, ma non volle che alcuna delle persone al suo servizio fosse licenziata. Raccomandò che si avesse molta cura delle opere d'arte ch'egli tanto prediligeva, acciò non soffrissero alcun danno durante la sua assenza, che naturalmente doveva esser lunga. Non salutò nè la Ximena, nè alcuna delle donne «di un carattere leggiero» che si vantavano di conoscerlo, nè andò a baciar la mano a Lady Isabella, nè ad alcuna delle dame più in voga. La vigilia della partenza—mentre il suo fido cameriere si occupava degli ultimi preparativi,—egli condusse la sua vita solita, e nessuno di quelli cui rivolse la parola, ebbe nemmeno una lontana idea di non rivederlo all'indomani. Verso le quattro, comparve in una carrozza nuova tirata da due sauri puro sangue, uno dei quali era montato da un ragazzo di quindici anni, che con la sua giacchetta celeste e argento e le sue guance rosee sembrava un cherubino in livrea. Disse una parola di complimento alla Fiorelli, la celebre prima donna, sul modo divino con cui aveva cantato la sera prima nei Vespri, offerse alla duchessa di M. il fiore che portava all'occhiello, parlò per cinque minuti con un segretario del ministro.—Alla sera si affacciò al suo palco.
All'indomani la duchessa di M., passando per caso in carrozza un po' dopo mezzogiorno dinanzi alla casa del duca, non potè quasi credere ai suoi occhi vedendo chiuse tutte le imposte, il giardino deserto e tutta l'abitazione improntata dei segni dell'assenza. Fu la prima a raccontarlo, e subito la notizia si sparse con la celerità del telegrafo. Fu creduta, contradetta, commentata, ma constatata.—Westford era partito! Tibaldo fu subito interrogato, ed egli che non aveva più motivo di tacere, confermò che Giorgio aveva lasciato Parigi.
—E dov'è andato?
—Non so.
—E quando tornerà?
—Non me l'ha detto.
III.
Il paese d'Europa il più pittoresco, e allo stesso tempo non troppo lontano dai grandi centri della vita attuale, è certamente la Spagna. L'influenza moderna che tutto uniforma e toglie ai costumi dei popoli il loro carattere speciale, non vi ha penetrato ancora che in parte, e, abitandovi, vi potete credere ad una distanza molto maggiore di quello che siete realmente dalle città dove le continue relazioni hanno tolto ogni fisonomia speciale. Inoltre, la vicinanza dell'Africa per la natura, per i monumenti e le tradizioni il lungo dominio dei Mori, v'imprimono una originalità spiccata ed un fascino che può conoscere soltanto chi lo ha provato. Nelle città, le vie strette, tortuose, le case dalle tettoie sporgenti, gli ornamenti moreschi, il pavimento inuguale, il bianco caldissimo del nastro di cielo che si ha sopra la testa, rammentano talvolta l'Oriente; ma più ancora la campagna con i suoi paesaggi aridi e caldi, con le roccie quasi cotte dal sole, con l'abbagliante bianchezza del suolo e l'infuocato splendore del cielo che dà a momenti l'illusione del deserto. La tristezza luminosa di quell'atmosfera bianca e incendiata è affatto nuova per chi è abituato a considerare sempre un raggio di sole come un sorriso, e suscita nell'anima una malinconia orientale, serena, pesante che ne lascia intravedere quale dev'essere la mestizia delle sfingi, seppellite fino al collo da secoli nella sabbia ignea dell'Egitto.
Sulle prime il paesaggio non diverte. Quella monotonia di tinte, quella malinconia dorata sparsa sopra tutto, quei vasti spazi che di tratto in tratto si stendono uniformi davanti allo sguardo, non rallegrati nè da un bosco nè da una forte ondulazione di terreno, ma solo da qualche cespuglio e da qualche scoglio di forma strana, quelle montagne a picco in distanza, stancano moltissimo. Ma a poco a poco si capiscono quelle bellezze cui non si è abituati, e s'intravede la tranquilla e serena poesia di quel suolo perpetuamente accarezzato dal caldissimo dardeggiare del sole e l'orientale maestà di quel cielo bianco—lietissimo, ma non sorridente. Inoltre la piaga dei ciceroni non vi è ancora penetrata, si può annoiarsi e divertirsi senza che qualcuno ve lo dica, ed ammirare coi propri occhi e non per mezzo d'interprete; poi rammentando le molte avventure accadute nei luoghi stessi che si traversano, si gioisce della sola idea di trovarsi in pieno decimonono secolo in un paese dove le avventure sono ancora possibili. I viaggiatori di fervidissima immaginazione possono perfino nutrire la vaga lusinga di essere attaccati dai briganti.
Nelle campagne e fra i monti il costume del paese si vede ancora di frequente, tanto più che spesso lo vestono in viaggio anche gli abitanti delle città, i quali però a casa pongono ogni loro ambizione nell'esser vestiti altrettanto male quanto altrove. Spesse volte perciò le tinte brune e severe delle rocce ed il bianco della pianura dove l'occhio cerca invano dei colori vivaci, vengono d'improvviso rallegrati da una macchietta variopinta ed animata. Sulle prime, specialmente l'occhio poco esercitato dello straniero non sa distinguere cosa sia, ma poi si accorge che quella oasi mobile di colori è composta d'una piccola carovana di persone vestite del pittoresco costume di maio e montati su dei muli tanto bizzarramente e riccamente bardati da lottare in eleganza con gli stessi cavalieri. E davvero alletta gli occhi abituati a non vedere che l'abito del progresso, il guardare quelle giubbette in velluto nero, coperte di ricami, quelle cinture rosse con le lunghe frangie che svolazzano al vento, quei cappelli ornati di nastri e di fiocchi…. E si capisce come talvolta lo stesso viaggiatore sia invogliato ad assumere il costume gaio del paese, a sedersi sul mulo come un'amazzone, appoggiando il gomito al ginocchio, tenendo fra le dita il papelito, e ad essere scambiato dagli Inglesi che s'incontrano coi torero che vanno a farsi applaudire nel circo della più vicina città.
E credete pure che una volta indossato quel costume vi sentite diverso. Tutte le vecchie abitudini, i pregiudizi, si lasciano negli abiti che si sono tolti, e appena avvolti nei mantelli dalle lunghe pieghe e coperto il capo col sombrero si sente molto meglio la bellezza del paesaggio e si soffre meno il caldo essendo più coperti, a seconda del proverbio nazionale. La propria città sembra a un milione di miglia di distanza, la vita passata scompare e si ha l'illusione di non essere nati per altro che per girare, al lento passo di un mulo, le stradelle malsicure delle montagne iberiche. Sembra un poco più di un secolo che non si passeggi sul lastrico liscio d'una via, e si ride come d'una supposizione temeraria e stravagante all'idea di trovarsi ancora una qualche sera nella noia armoniosa di una sala da ballo. Si dimenticano perfino molte cose che non si credeva possibile di dimenticare, pensando che a Madrid, a Siviglia e a Barcellona si potranno vedere i piedini della marchesa d'Ameguï, gli occhi neri e le labbra di corallo tanto decantate, e perfino delle magnifiche chiome bionde—come in Fiandra si trovano tante pupille nere e treccie d'ebano. E come si è potuto vivere fino allora senza una corsa di tori alla domenica?
Questi erano presso a poco i pensieri che si aggiravano nella mente del nostro amico Giorgio di Westford, mentre vestito del costume il più ricamato che si sia veduto mai e montato su di un mulo dalla groppa lucente e dalla fisonomia eminentemente iberica, costeggiava una stradicciuola vicino a un precipizio poco attraente ma molto pittorico, circondato dalla sua piccola carovana e contento come un uomo che si trova a moltissime miglia di distanza dai vari macadam conosciuti.
Il suo sogno era realizzato. Aveva avuto l'energia sufficiente per porre in esecuzione il suo progetto, rompendo le tenaci abitudini, ed ora gioiva della soddisfazione da tanto tempo ricercata di trovarsi incognito, libero delle sue azioni e dei suoi pensieri, lontano dalla monotonia parigina, in un bel paese dove egli non conosceva nessuno, dove non era costretto a niente e poteva vivere a modo suo e senza essere notato ogni volta che si soffiava il naso.
Le contrade ch'egli attraversava avevano per lui tutta l'attrattiva della novità; allo stesso tempo risentiva la dolcezza dei ricordi, poichè gli rammentavano talvolta il paesaggio d'Oriente che aveva visitato qualche anno prima. Ma quale differenza tra quel viaggio, impreso sotto il suo vero nome, in compagnia di alcuni amici, con quattro servitori francesi e molti indigeni, e questo nel quale si trovava solo, con un nome fittizio, e distaccato completamente da quanto gli rammentava la sua vita abituale!
Egli aveva molto letto a proposito della Spagna ed era contentissimo di essere riuscito al tempo stesso ad effettuare il suo progetto e a visitare un paese pel quale da lungo tempo sentiva una irresistibile curiosità. Era però, sotto un certo punto di vista, un cattivo viaggiatore, preferendo sempre errare alla ventura piuttosto che seguire fedelmente un itinerario qualunque. Girò e rigirò, nelle orrende diligenze che facevano allora il servizio tra un villaggio e l'altro, oppure sui muli dall'aspetto tanto nazionale che sono le guide migliori sulle nude e scoscese montagne: ora dimenticandosi per delle intere giornate nelle interminabili pianure, ora passando a fianco, senza vederlo, a qualche stupendo effetto di natura o a qualche strano avanzo d'arte. Sulle prime, al solito, il paese gli apparve molto diverso da quello che si era figurato, e a dire il vero l'impressione era piuttosto al di sotto che al disopra dell'aspettativa. Lo credeva diverso. Si aspettava qualche cosa di più colorito, di più animato, di più nuovo. Capiva alcune bellezze, vedeva che tutto era pittoresco, ma non ammirava nulla. Alcuni paesi infatti, come alcuni poeti, non si comprendono che gradatamente. Al primo momento, si può quasi dire che deprimono invece di esaltare. Poi lentamente, quasi inavvertitamente, la loro bellezza comincia a diventare palese, e senza che ne sia dato il sentirlo, siamo imbevuti a poco a poco del loro significato. Allora ci accorgiamo che il fascino raccontato dagli altri lo sentiamo anche noi e diventiamo a nostra volta un oggetto di stupore pei nuovi arrivati che sul principio sentono, come sentimmo, una specie quasi di scoraggiamento.
Appena Westford ebbe compreso le bellezze che al primo momento gli erano state oscure, fu innamorato del paese che aveva scelto e si sentì fortemente invogliato—mentre ammirava il paesaggio con la intensità d'intelligenza che ne presta la solitudine—a conoscerne anche la vita ed i costumi. Eseguiva in tal modo assai male il proprio piano, che era di visitare tutto ciò che vi fosse di più rinomato prima di far soggiorno in una città qualunque; ma la solitudine, che gli era sembrata tanto aggradevole nei primi giorni, cominciò presto ad essergli di peso e un violento desiderio lo afferrò di provare la vita indipendente che il suo incognito gli assicurava in una città.
Fu per ciò che prima ancora di avere nemmeno fatto il pellegrinaggio dell'Alhambra, l'incontriamo sul suo mulo riccamente bardato, mentre prendeva i più corti sentieri di traverso per raggiungere la diligenza che lo doveva condurre a Madrid. Colà nessuno lo aspettava, nè amici nè conoscenti, e nulla sapeva di sicuro sul grado d'interesse che quella capitale gli avrebbe presentato. Come tutti, aveva molta curiosità per quei costumi speciali, sebbene sapesse benissimo che in alcune cose l'attendeva il disinganno. Egli che ne avrebbe potuto avere cento, non portava seco nemmeno una sola lettera di raccomandazione, tanto aveva voluto esser fedele al suo programma.
IV.
Ritrovando il nostro protagonista un mese e qualche giorno dopo il suo arrivo nella nobilissima ed insigne capitale della Spagna, siamo costretti ad accorgerci dal suo alloggio e dall'attitudine nella quale lo troviamo che la sua smania di vagabondare si è scemata di molto. Lo ritroviamo infatti seduto in un'ampia poltrona, vestito il più leggermente che sia possibile, vicino a una finestra del terzo piano di una casa pulita e affatto moderna, in una via tortuosa d'uno dei vecchi quartieri. I vetri erano chiusi e Giorgio coi piedi più alti del capo in una postura ultramericana, teneva un libro alla mano, la cui lettura però sembrava interessarlo mediocremente, poichè di tratto in tratto gettava uno sguardo indagatore tra gli interstizi delle cortine di mussola bianca, come volesse spiare qualcosa dalla parte opposta della via.
Questa, malgrado fosse stretta assai, non era però triste come lo sono le viuzze nelle città settentrionali, tanto il sole ardente sa in quel paese penetrare dovunque; e nel giorno caldissimo di cui parliamo, gettava un raggio che rischiarava molto pittoricamente la parte più alta della casa in faccia a quella ov'era Giorgio, lasciandone la base nella relativa frescura dell'ombra. Quella casa era, si può dire, l'opposto di quella abitata dal duca, poichè, sebbene di aspetto povero e poco pulito, aveva un carattere di vetustà assai romantico ed era di un'architettura barocca e contorta, affatto speciale. In quegli ornamenti spezzati, in quei fregi interrotti qua e là, in quelle pitture quasi cancellate oramai, v'era un contrasto assai spiccato di opulenza passata e di decadenza presente, che è pur troppo un carattere abbastanza spagnolo.
La finestra, posta precisamente di contro a quella del nostro protagonista, e sulla quale sembrava posarsi il suo sguardo tutte le volte che lo spingeva attraverso i vetri, avrebbe certo da sè sola invogliato un pittore a fermarsi per farne uno schizzo.—Il contrasto di cui parlammo or ora era qui assai palese, giacchè tutt'all'intorno girava una cornice di pietra rozzamente, ma riccamente intagliata, i cui arabeschi mozzi mostravansi qua e là coperti da un pugno di verde muschio o erba, che vi aveva vegetato, Dio sa come, e lo stipite si vedeva esser stato ricco assai, mentre i vetri della finestra erano color di piombo e malamente incassati in una cattiva intelaiatura di legno dipinto in verde chiaro. Al di sotto intravedevasi come un avanzo di scudo sul quale uno stemma doveva essere stato inciso altre volte, ma la parte di esso che sembrava meno obliterata, era a metà coperta da un panno bianco posto sul parapetto ad asciugare al sole. Sopra un'assicella al di fuori un grosso vaso panciuto in terraglia comune gialla a disegni turchini conteneva dei garofani in piena fioritura che toccavano un punto vivace sul fondo grigio della casa ed animavano, si può dire, la finestra, del resto affatto deserta in quel momento.
La stanza abitata da Giorgio era piccola, ma pulita ed allegra, ed egli con le sue abitudini di eleganza, l'aveva già assettata in modo da renderla simpatica. I vasi e le scatolette a coperchio d'argento di un nécessaire, ordinati su di una tavola coperta di bianco, contrastavano con la semplicità delle pareti nude, dei mobili in legno comune e delle sedie di paglia. Da mille indizi indescrivibili si capiva però che quella stanza era stata scelta da Giorgio per farvi una dimora di qualche tempo—il che ne fece dire che sentisse già il bisogno della quiete.
Appena giunto a Madrid, era sceso ad uno dei grandi alberghi. In qual modo dunque, poco più di un mese dopo, lo troviamo nella viuzza in questione?—La spiegazione sarà certo già presentita dalla lettrice, ed essa non sarà troppo stupita se le diciamo che proprio in uno dei momenti in cui il duca volgeva più attento lo sguardo verso la finestra di faccia, questa si aprì, ed una figura di donna vi apparve che sicuramente avrebbe fatto molto piacere anche a quel pittore che abbiamo supposto arrestato nella via a schizzare le linee sbiadite di quelli ornati ridotti quasi a vestigia.
Era il suo il vero tipo spagnolo—non precisamente quello che fuori di Spagna si reputa tale, e che è piuttosto il tipo arabo o moresco. L'irregolarità bellissima dei suoi lineamenti non era quella che c'imaginiamo quando parliamo delle manolas, avendo un carattere di grazia un po' manierata ed indescrivibile che ne sarebbe forse sembrata piuttosto francese, e la sua pelle era bianchissima. La bocca piccola e porporina, gli occhi allungati, espressivi, un po' infantili nello sguardo, il collo robusto e snello ad un tempo, le mani lunghe, strette, un po' magre, l'ovale del volto graziosissimo, ed una espressione derivante dal sorriso della bocca e più ancora da quello degli occhi, dall'arco delle sopracciglia, dalla linea del naso e del mento che solo il pennello potrebbe forse tradurre, rendevano la sua bellezza molto originale. I capelli neri, attortigliati in massa sulla nuca, erano tenuti da un alto pettine di tartaruga tutto traforato, di strano disegno, come in tutte le famiglie spagnole si tramandano di madre in figlia.
Il suo vestito non aveva nulla di speciale, poichè il costume nazionale va perdendosi a poco a poco anche nelle classi meno alte, ma la sua veste bruna e casalinga disegnava delle forme che molte duchesse avrebbero invidiato.
Ella si affacciò alla finestra tenendo nella destra una caraffa piena d'acqua che versò tutta sui fiori, quasi già avvizziti dal sole, ed essi si rianimarono d'un tratto sotto quella benefica pioggia di cui avevano gran bisogno. Per amore della verità, dobbiamo però constatare che nel far ciò, gettò sbadatamente uno sguardo alla finestra opposta e vedendola ben chiusa, depose la caraffa, e si appoggiò al parapetto, guardando ora i suoi fiori che sembravano ringraziarla allargando le corolle, ora i rari passanti nella via. In uno di questi momenti, Giorgio aperse a sua volta lentamente la finestra e si affacciò, osservando fissamente il bel quadretto che aveva davanti.—Ma questa manovra non gli riuscì troppo, chè appena la bella fanciulla, sollevando ancora gli occhi, se ne accorse, senza affettazione ma abbastanza prestamente si tirò indietro, e come si accorgesse allora dei raggi cocenti del sole che le battevano sulla fronte, abbassò la tenda di paglia grossolanamente dipinta a fiori e foglie—calando così, per lo spettatore di faccia, il sipario prima che la scena fosse incominciata.
Come avrebbero riso sgangheratamente i suoi amici se avessero veduto Westford nell'esercizio di quella manovra da collegiale! E siamo certi che anche il lettore ne taccierà d'inverisimiglianza e non saprà comprendere come quel giovane, che aveva tanto e così svariatamente vissuto, potesse giungere ad alloggiarsi in faccia ad una bella fanciulla qualunque con lo scopo semplicissimo di farle comodamente gli occhietti. Ma siamo obbligati a dire che i suoi amici (e questo non stupirà certo) non lo conoscevano punto se ridevano per una tal cosa; e che noi, con nostro grande rincrescimento, non abbiamo saputo in tal caso delineare come volevamo il carattere piuttosto eccezionale del duca. Infatti, uno dei distintivi principali di esso era di seguire spessissimo la sua prima impressione. Inoltre, non bisogna dimenticare ch'egli poteva trovare interesse oramai solo nelle cose che non aveva fatto prima, e che la semplicità doveva riuscirgli più nuova della raffinatezza.
Dopo qualche giorno di dimora a Madrid, il primo entusiasmo di trovarsi davvero indipendente, il piacere della solitudine nella folla e dell'incognito, diminuirono, e dovette confessare a sè medesimo che il progetto che gli era sembrato così divertente non lo era troppo, posto in esecuzione, e che perfino questo tentativo di mutamento non riusciva. Gli venne una terribile paura che Tibaldo ed il suo calzolaio avessero ragione e ch'egli fosse proprio irrimediabilmente blasé. Riuscì a scuoterla però; ma malgrado questo, quando ebbe visitato tutti i monumenti, penetrato in tutte le chiese, ammirati tutti i quadri, dai paradisiaci Murillo fino ai Goya ed ai Ribeira tenebrosi e mistici, passeggiato e ripasseggiato al Prado guardando le senoras avvolte nel velo e mostrando le belle manine agitando il ventaglio irrequieto, fumato tutte le qualità di tabacco, bevute tutte le bevande e gustati tutti i sorbetti nazionali, capì che non sapeva bene cosa farebbe della propria persona all'indomani. Acquistò un nuovo costume completo da un sarto indigeno, fece ampia conoscenza con la cucina spagnola, tentò di far la corte ad una signora che stava nel suo albergo, ma tralasciò per paura di riuscire,—e finalmente dovette ammettere che si annoiava.
Un combattimento di tori (che la lettrice non chiuda il libro troppo precipitosamente! non lo descriveremo) che lo divertì per la novità e l'eccitamento dello spettacolo, e qualche conoscenza fatta per caso, al caffè, lo aiutarono a sopportare la noia incipiente che lo invadeva, ma non bastarono a distrarlo.
Solo lo divertiva il far delle lunghe chiacchiere e discussioni con i suoi nuovi amici, di cui quasi ignorava il nome; buoni ragazzi, fra i quali alcuni artisti di teatro che lo trattavano con tutta famigliarità e quasi con un poco di protezione che lo faceva ridere internamente.
Lasciando Parigi, egli s'era solo proposto di cercare le attrattive di un paese nuovo e di una vita diversa, e l'idea di mischiarsi in avventure era lontanissima dalla sua imaginazione. L'elemento femminile non entrava nel suo progetto. Ma si accorse ben presto che uno dei mezzi che cominciava, quasi involontariamente, ad adoperare per cacciare quelle prime nebbie di noia minacciose, era di fare degli studi artistici molto assidui su tutte le donne che passavano e che potevano forse esser belle. Non gli dispiaceva punto lo sguardo di fuoco che le donne spagnole gettano con molta rapidità su tutti indifferentemente.—Ma le bellezze che vedeva erano molto al disotto dell'ideale che se ne era formato. Singolare pretesa che si ha infatti talvolta di volere che in un dato paese tutte le donne siano belle!
Malgrado tutto ciò, non si divertiva, senza che però si pentisse in alcun modo del suo viaggio, poichè perfino la noia era diversa dalla solita.
Pure capì che una qualche distrazione ci voleva. Un giorno vide passare la fanciulla che presentammo al lettore in principio del capitolo, e la trovò più bella di quante avesse incontrate fino allora. Aveva quella simpatica camminatura viva e cadenzata particolare alle Spagnole, ed il suo piedino, calzato a perfezione da una scarpina che ne copriva solo la punta, era elegante di forma e pareva nel camminare raccontasse molte cose. L'accompagnava una donna vecchia, che un poco le rassomigliava. Sicuro che nessuno dei suoi amici lo vedeva, la seguì e la vide entrare nella casa che abbiamo descritto. Un cartello sulla casa in faccia annunziava che al secondo piano si appigionava; egli entrò, e prese le due stanze verso strada, proprio in faccia alla dimora della incognita. Dava per pretesto a sè stesso, che era stanco di stare all'albergo e che così eseguiva meglio il suo piano.
L'indolenza del suo carattere, e per dire il vero, la quasi indifferenza che, malgrado tentasse combinare un romanzetto, egli sentiva per la fanciulla, impedirono che egli diventasse molto intraprendente, e siamo costretti di confessare che dopo qualche giorno non si curò molto dello scopo che lo aveva condotto nella sua nuova dimora e non si metteva che assai di raro al suo posto di osservazione alla finestra, dove lo abbiamo sorpreso. Pure, quelle volte che vi era stato lungamente ed aveva attentamente osservato col suo occhio scrutatore, l'aveva trovata molto bella, e di una bellezza che artisticamente gli rivelava un orizzonte nuovo e modificava un poco il suo gusto. Egli infatti, come abbiam veduto, era prima di tutto (chi gli darebbe torto?) ammiratore della bellezza pura, sculturale, greca. La Venere di Milo era la prima sulla lista—dopo, le altre. In mancanza di quella bellezza assoluta e completa di forme e di linee, amava l'espressione, l'anima, il carattere impresso sulla fisonomia, ed acconsentiva a non darsi cura di molte imperfezioni purchè gli occhi fossero eloquenti, i lineamenti espressivi, la fisonomia originale, il sorriso caratteristico, purchè insomma ogni linea raccontasse la sua storia. Nella bellezza della fanciulla che ora aveva il progetto di corteggiare non vi era nè la bellezza altissima che Fidia e Prassitele resero immortale, nè quella bellezza che Tibaldo aveva chiamato moderna nel parlare di Lady Isabella.
La era semplicemente la bellezza della grazia, della freschezza, del capriccio. Il suo occhio non era profondo e non rivelava molto, la sua espressione era allegra, vivace e nulla più, le sue forme e le sue linee erano belle, ma non perfette. Il suo viso inoltre non raccontava una di quelle storie che ne invogliano a studiare l'anima della persona che lo possiede. In compenso però sembrava aspettare che qualcuno gli narrasse la propria.
Giorgio intanto si abituava alla sua vita nuova e tornava ad essere assai contento di aver posto la sua idea in fatto. I suoi nuovi amici, che quasi non conosceva, lo divertivano molto. Fece con loro qualche gita nei dintorni. I giorni si succedevano; ed egli che, malgrado tutto, era uomo di abitudine, cominciava a dire: «Chi sa quando cambierò?»
V.
Penetriamo nella casa in faccia. Pensate all'impressione di Faust che per la prima volta entra nella stanza di Margherita; invece della semplicità tedesca imaginate il pittoresco spagnolo, invece dell'arcolaio un lavoro in lana a colori vivacissimi e una chitarra; invece del letticciuolo bianco, dei mobili lucenti e dello specchietto accuratamente ripulito della eroina di Goethe, un'alcova semichiusa da una tenda di lana bruna e rossa, nell'ombra della quale si travede una palma, una Madonna ed una candela benedetta; dei mobili rozzi, di stile barocco, anneriti e guasti dal tempo, ed uno specchio a cornice anticamente inargentata—solo di tanto in tanto come rischiarato dalla graziosa imagine che vi si riflette—ed avrete un'idea dell'effetto che produceva la stanza di Paquita a chi si soffermasse sull'uscio per la prima volta.
Per completare il quadro potete imaginare la graziosa fanciulla vicina alla finestra, curva sul lavoro incominciato; ma ella non vi stava con troppa costanza, poichè la sua natura viva, irrequieta, leggiera, le faceva cambiare sovente di posto e girar qua e là con quel passo saltellante che le era particolare. Ella era padrona in casa. Sua nonna, con la quale viveva, aveva sempre fatto ogni sua volontà. Ben inteso che in contracambio la Paquita era da tutti i conoscenti giudicata un modello di ragazza. Essi erano quasi ricchi per la loro condizione, sebbene in realtà quasi poveri; ma con le economie della nonna, una piccola pensione ed il lavoro della fanciulla se la passavano bene e talvolta andavano al circo o si sedevano a tavola con qualche amico dinanzi a delle natillas preparate dalle bianche mani di Paquita. Un giorno vi si assise anche il duca di Westford, senza, è d'uopo il dirlo? che le due donne sapessero quale illustre invitato esse avevano….
L'accesso nella casa di Paquita non era certo facile; come aveva dunque fatto egli, con la sua indolenza per di più, a penetrarvi?—Ne duole più che mai, ma siamo costretti a dire che non fu nè gettandosi in mezzo alle fiamme per salvare le due donne, nè fermando col pugno un cavallo che correva a schiacciarle, nè saltando in un torrente, e nemmeno riportando loro una croce d'oro smarrita o un fazzoletto caduto dalla finestra. Nulla di tutto ciò.
Un giorno egli passeggiava solitario, assorto presso a poco in questo soliloquio: «Sono felicissimo d'esser lontano e libero, questa vita mi aggrada assai, ma la è monotona e non come me l'aspettavo. Bisognerà che io scuota la mia inerzia, che parta, che vada a vedere l'Alhambra e a studiare la poesia delle altre città, che salga sulle montagne altissime donde si devono godere delle vedute di cui non ci possiamo fare un'idea, e dove forse, chi sa? incontrerò perfino i briganti!… Si vede che il pensiero di Paquita non lo tormentava poi troppo. D'improvviso egli fu interrotto da un giovane che aveva conosciuto a caso, il quale venne a battergli amichevolmente la spalla con la mano e si unì a lui nel passeggio. Giorgio aveva una certa simpatia per questo povero diavolo, che viveva Dio sa come, non trovando lavoro di sorta, benchè ne avrebbe accettato uno qualunque.—Il nuovo arrivato chiese a Giorgio cosa avrebbe fatto quella sera.
—Davvero, non lo so, rispose il duca.
—Allora verrete con me.
—Dove?
—Dove vorrete.—Ma prima, e per deciderci, vi condurrò a pranzo da mia zia; la tavola non è sontuosa, ma mia zia è la miglior donna della terra e Paquita una delle più belle fanciulle di Madrid. Sarete ricevuto come me. È molto tempo che non vi vado; vedrete che festa ne faranno.
Giorgio, felice all'idea di vedere un interno spagnolo e non volendo rifiutare un invito così cordiale, s'incamminò con l'amico ed a sua grande sorpresa si trovò in faccia a casa sua.
—Io abito in quella casa, disse al compagno.
—Allora avrete certo veduto Paquita. Quella è la finestra della sua stanza, rispose l'altro accennando alla ben nota finestra ornata di fiori.
Giorgio seppe a stento rattenere un senso di grata sorpresa—e trovandosi un quarto d'ora dopo come uno di casa seduto a tavola tra la vecchia e Paquita, pensò quanto fosse vero qualche volta che la fortuna ne sorprende addormentati. Pensò che se invece di accontentarsi di gettare di tanto in tanto uno sguardo dalla sua finestra a quella della fanciulla egli avesse tentato di penetrare nella casa in qualche modo o di attaccar discorso, forse sarebbe stato mal ricevuto e poco ascoltato, mentre invece, avendo tutto lasciato in balìa del caso, si trovava d'un tratto accolto in un modo famigliare. Ciò che vide però, aiutato dal suo fino spirito di osservazione, non gli fece certo nutrire speranza di «toccare il cuore» di Paquita; subito si capiva che non era una conquista facile, e che chiunque non si fosse presentato pour le bon motif avrebbe fatto meglio a tirar dritto per la sua strada. Quando era entrato nella stanza, appena Paquita lo vide, si era fatta rossa fino nel bianco degli occhi, il che aveva mostrato chiaramente al duca ch'egli era stato riconosciuto; e quando l'amico lo aveva presentato, il saluto della fanciulla era stato freddo ed imbarazzato, e tale che lo si poteva interpretare in vari modi.
Egli provava davanti a Paquita una sensazione che non si ricordava di aver provato, e si accorse, quando ebbe udito la sua voce, che esercitava un fascino non posseduto da alcuna delle cento donne da lui conosciute fino allora.
Si pranzava in una piccola stanza—adiacente a quella di Paquita da una parte ed alla cucina dall'altra—che sebbene semplicissima, era pulita assai e ornata di fiori e di un grande armadio in legno dipinto, bizzarramente intagliato.—A destra di questo era un quadretto rappresentante due guerrieri a cavallo su di una strada in riva al mare, che forse aveva qualche valore; ed a sinistra un altro quadro di quasi eguale dimensione, coperto da una tendina rossa, che eccitava non poco la curiosità di Giorgio.
Egli non poteva distaccare gli sguardi da Paquita, ed ella, sebbene tentasse sembrare distratta, lo guardava pur molto a sua volta, e quando gli occhi loro s'incontravano, le belle guancie di lei si coprivano di nuovo di un leggero rossore che non era prodotto solo dalla timidità naturale.
Ben inteso che Westford era stato presentato sotto al suo nome falso ed era creduto un pittore, certo non ricco, venuto per studiare i capolavori della scuola iberica. Nulla nel suo vestire o nei suoi modi poteva far dubitare del contrario, tanto egli aveva saputo, da perfetto attore, assumere l'aspetto della persona che voleva rappresentare; ma la sua bellezza e la sua distinzione non passavano perciò inosservate, e Paquita confessava a sè medesima che era difficile trovare un giovane più compito dell'amico di suo cugino. Bisognerà però ammettere che gli sguardi assassini e la sapiente cortesia di Giorgio avevano certo molto influenzato un tale giudizio.
Il pranzo, affatto spagnolo e molto modesto, fu animato ed allegro assai, e Giorgio pensava quanto si potesse esser felice con poco. La vecchia era una buona donna un po' grossolana ne' suoi modi, ma sebbene ridesse spesso fragorosamente, aveva impressa sul suo volto quell'ombra di mestizia che lascia il dolore da lungo tempo trascorso. La conversazione era allegra, divertente, un po' chiassosa. Giorgio piacque molto alla nonna. Egli sapeva benissimo raccontare, e si crederà facilmente che di aneddoti di ogni specie ne conosceva in gran copia. Vi era nel suo discorso qualcosa di così svariato ed originale, che in chiunque lo ascoltasse per la prima volta attirava straordinariamente l'attenzione. Il sole era già tramontato ed essi si trovavano ancora a tavola, non trattenuti dalla varietà dei cibi o dei vini, ma dalle risa e dall'interesse che le storielle di Giorgio suscitavano. Il suo cattivo accento spagnolo, anzichè diminuirla, aumentava la vis comica; e con quel tatto finissimo che lo distingueva in sommo grado aveva subito saputo stabilire la confidenza fra sè ed i suoi nuovi amici e stare nel modo più adatto ad esser simpatico nell'ambiente in cui si trovava.
Il rossore ch'era montato alle guancie di Paquita, appena vedutolo entrare, e che gli aveva provato d'essere stato subito riconosciuto, erasi mutato dopo in un pallore proveniente forse da una emozione nuova, che non aveva più abbandonato le guancie della bella fanciulla; mentre, al tempo stesso, v'era qualcosa di non naturale nei suoi modi e non sembrava partecipare francamente dell'allegria comune (ella tanto allegra di solito), come accade quando un pensiero ne preoccupa fortemente.
Fu proposto di uscire a prendere il fresco della sera.
L'aria era soavemente profumata, il caldo un po' meno eccessivo, le vie piene di gente. Giorgio che si era, a tavola, occupato un po' troppo di Paquita, cominciò ad intrattenere la vecchia, mentre la fanciulla camminava dinanzi a loro, conversando col cugino.
—La mia Paquita è una perla, signore, diceva la vecchia. È la mia consolazione; dopo tanti guai e tanti dispiaceri, Dio mel perdoni! al passato non penso quasi più, tanta è la gioia che sento nel cuore quando l'ascolto ridere nella stanza vicina. Voglia il cielo ch'ella possa esser felice!
—E come può essere altrimenti?
—Sono vecchia, e V. S. comprenderà che se non la marito prima di andarmene, la poveretta resterà sola al mondo, senza appoggio, senza consiglio, senza mezzi…. Or qui sta appunto la difficoltà.
—Come? bella com'è vostra nipote, non trova pretendenti?
—Non ne trova? Dieci, cento alla volta, se li volesse. Ma ella rifiuta tutti!—E senza andar lontano, il vostro amico, suo cugino, un bravo giovane, non troppo fortunato, ma eccellente, la sposerebbe stassera; ma per quanto l'abbia pregata, consigliata, volete credere ch'ella rifiutò sempre?
Quando tornarono verso casa era notte inoltrata. Camminavano come prima, adagio adagio, due a due. Ma i posti erano cambiati; il cugino e la vecchia rimanevano indietro, il duca e Paquita davanti. Nè l'uno nè l'altra forse aveva avuto l'intenzione (Paquita no, certamente) di mettersi vicini, ma vi si trovavano. Il povero diavolo si lamentava ad alta voce con la nonna dell'ostinato rifiuto di Paquita ed aggiungeva che non era mai stata così poco cortese con lui quanto quella sera. La vecchia lo esortava ad aver pazienza, al solito, ed a lasciar agire il tempo.—E i due davanti di che parlavano? Non lo sapremmo dire con esattezza, poichè le poche parole che proferivano, erano pronunziate a bassa voce come fossero in chiesa.
VI.
«Cosa diavolo diventa quel pazzo di Giorgio?—pensava Tibaldo.—Egli ha fatto il contrario di ciò che io aveva predetto. Come credere infatti, abituato come era, che non si avesse ad annoiare? Ma con lui non si è mai sicuri di nulla. Partito senza nemmeno dirmi dove andava; passarono due mesi senza che io sapessi se egli fosse vivo o morto, buddista o maomettano, re di un'isola deserta o fotografo. Finalmente si è degnato scrivermi una pagina da Madrid, poi mezza pagina ancora da Madrid, poi cinque righe, poi una, poi niente, e sempre da Madrid! Poi, silenzio continuato. Non par vero, ma sono sette mesi che è partito, e da tre non so più nulla e torno a cadere nella inquietudine di prima. Che si sia fatto frate in qualche convento spagnolo?»
Così soliloquizzava l'amico Tibaldo.
E non aveva torto. Egli aveva creduto fermamente che la prova tentata da Westford sarebbe fallita, e si aspettava di vederlo tornare in capo a un mese. Sette invece ne erano passati, e non solamente Giorgio non tornava, ma non scriveva nemmeno più. Ciò provava chiaramente a Tibaldo che il suo amico si divertiva; se si fosse annoiato, avrebbe scritto. E non impediva del resto che se qualcuno gli domandasse nuove del duca, Tibaldo prendesse un'aria d'importanza e desse delle risposte sibilline e oracolari, poco soddisfacenti, ma di uno che sa tutto e non vuol dir nulla. Intanto egli stesso si perdeva in vane congetture.
Egli pensò che Giorgio girasse le montagne in cerca di emozioni, che avesse organizzato qualche caccia di nuovo genere, che si fosse dato agli studi scientifici, che facesse delle indagini storiche sulla Inquisizione, che stesse raccogliendo dei disegni del Goya, che imparasse la nobile professione del torero, che passasse le giornate intere con le castanette fra le dita, persino che si fosse implicato in qualche agitazione rivoluzionaria. Gli venne anche più volte, a dire il vero, il sospetto ch'egli si fosse incapricciato di una qualche strana zingara—dalla tinta dorata, dall'occhio fosco e magnetico, e regalmente avvolta nelle sue vesti cenciose—ma egli conosceva Giorgio abbastanza per sapere che un capriccio di tal genere sarebbe stato breve, che presto sarebbe subentrata la sazietà, e che una tale avventura lo avrebbe anzi spinto più presto sulla via del ritorno.—Quale dunque, fra tutte codeste ipotesi, poteva essere la vera?—Nessuna, come sa il lettore. L'idea stravagante, inammissibile, ch'egli fosse innamorato per davvero, se gli passò come un lampo per il capo, altrettanto rapidamente sparì.
In questo non possiamo a meno di dichiarare, che Tibaldo era pienamente giustificato. Com'era possibile infatti che un giovane, il quale appena fuori dell'infanzia era stato affatto indipendente, che aveva amato ed era uscito incolume dalla battaglia, si avesse ad innamorare come un eroe da romanzo?—Difficile com'era poi e per le doti dello spirito e per la bellezza fisica—per questa specialmente! Egli ch'era vissuto, per così dire, nell'intimità dei capolavori dell'arte, egli troppo amante delle statue greche e dei quadri antichi per poter giudicare belle le signore alla moda, egli che oltre di essere stato assai fortunato in amore, aveva in casa sua tutto un harem di donne dipinte—la miglior medicina contro l'amore per chi ha occhio d'artista—egli avrebbe dovuto per innamorarsi trovare una donna bella più di tutte le donne conosciute in carne ed ossa, in marmo e in tela, appassionata come Saffo, affascinante e côlta come Aspasia. Era questo possibile?
Ah, Tibaldo, chi lo direbbe, chi lo avrebbe detto, chi lo crederà? Paquita ha bastato.—Ella non ha nè la maestà di Cleopatra, nè la bellezza di Frine, nè fascino di spirito, nè sapienza di alcuna sorta, nè ricche vesti o collane di perle, nè profilo classico, nè portamento da regina—non ha che uno sguardo di fuoco, un sorriso tutto suo, solamente suo, ed un cuore nuovo. Le sue perle non le mostra che quando ride, non stende il suo manto che quando si scioglie i capelli.—Eppure…! O fralezza umana!
Malgrado la sua riputazione, Westford non era un don Giovanni. Piaceva assai e sapeva piacere, ma non era nè attento, nè ipocrita, nè freddo abbastanza. Nella vita ordinaria era di una indolenza senza pari e di una strana indifferenza; dimenticava un appuntamento come un altro avrebbe dimenticato un debito. Si esaltava difficilmente; la bellezza non sembrava mai bella ai suoi occhi guastati. Ma, curiosa contraddizione, egli sentiva molto; dimodochè se un capriccio lo afferrava, abbastanza forte per farlo uscire dalla sua indifferenza, subito, oltre l'imaginazione, il cuore vi entrava un tantino, e tutti sanno che il cuore è un elemento contrario al successo.
Provava per Paquita una passione capricciosa, ma forte e non mai provata. Se Mefistofele gli fosse stato vicino, egli avrebbe detto come Faust: «Vedi quella fanciulla? io la voglio». La bramava intensamente, pazzamente, con una forza di cui egli stesso non si credeva capace.—Intanto viveva una vita nuova; più non si curava delle altre cose, non aveva ancor veduto l'Alhambra, non pensava più a correr pei monti in cerca di avventure, non aveva più curiosità per le opere d'arte, abbandonava i suoi amici di un giorno, tranne il cugino, non guardava più le belle signore ai balconi dei palazzi, non andava più al Prado. Ma tutti i giorni, o quasi, trovava modo di vedere Paquita, nella cui casa era altrettanto bene ricevuto dalla nonna quanto dalla nipote.
Non era necessario affermare la virtù di Paquita; bastava guardarla, per convincersi ch'ella era pura. Sebbene Westford fosse creduto un pittore, pure era in posizione sociale già un po' troppo al di sopra della loro, perchè la vecchia credesse ch'egli potesse sposare la fanciulla. Una tale idea non l'era mai passata per la testa, e lo vedeva volontieri sovente perchè non pensava che vi fosse alcun pericolo e anzi credeva che con la sua influenza potesse far decidere il cugino, e perchè era tanto buono, cortese e simpatico.
E Paquita? Ella l'amava. L'amava come si ama a diciott'anni, a Madrid. Finalmente aveva trovato quello pel quale aveva rifiutato tutti gli altri, compreso il cugino, addolorando la nonna. Ella amava la distinzione, e questa non l'aveva trovata che nel pittore Giorgio. Ben inteso che non s'illudeva e che resisteva alla passione da cui era invasa, sapendo benissimo che un bel giorno egli sarebbe partito. Pure l'amava.
Giorgio non ne dubitava, se n'era prestissimo accorto. Ma, lo ripetiamo, non era un don Giovanni, e andava già da mesi in casa della fanciulla, senza esser molto avanzato. Quel tempo gli era trascorso con una velocità sorprendente; quei mesi gli erano sembrati settimane. Non aveva un'idea ben precisa di quando era cominciato quel tempo, non sapeva del tutto quando sarebbe finito. La sua vita era chiara e limpida come il cielo che aveva sul capo, ma un forte desiderio lo rodeva.
A Paquita egli sembrava la realizzazione di un ideale lungamente atteso. Nei primi sogni dei quindici anni ella aveva travisto una figura che non aveva riscontrato che il giorno in cui Giorgio si era affacciato all'uscio. Ella era nata con un sentimento di eleganza e di distinzione tale che nessuno dei rozzi pretendenti che le si erano presentati avevano potuto piacerle. All'istesso tempo ella non gettava mai uno sguardo agli eleganti vestiti alla parigina, che incontrava al passeggio della domenica, perchè la nonna, sapendo da che parte stessero i pericoli, li aveva tutti mostrati sotto l'aspetto di canaglia ben vestita e di seduttori infami. In Giorgio trovava ciò che in quelli che la corteggiavano mancava, senza che fosse nella categoria proibita. Allo stesso tempo però non si faceva alcuna illusione e cercava di soffocare la passione nascente.
Vi era in lei molta di quella fierezza spagnola che in quel paese si riscontra spesso anche nelle classi meno elevate. Senza avere alcuna delle vane affettazioni di convenienza tanto comuni in questo secolo stranamente morale, vi era in lei la purezza della donna sicura di sè. Non le sembrava possibile di poter essere mai di altri che dell'uomo che l'avrebbe amata profondamente e che le avrebbe dato tutto quello che possedeva. Ella rideva volontieri di tutto, non si scandalizzava facilmente, non teneva gli occhi bassi, non portava il velo sul viso, non si turava ad ogni momento le orecchie, non arrossiva tutti i cinque minuti; ma per lei diventare la favorita di un re era abbassarsi quanto per una figlia di re sposare un poeta.
Westford capì subito dunque che il partito cui si sarebbe appigliato un Lovelace qualunque, di svelarle il suo vero nome, far scorrere su di lei un torrente di diamanti e offrirle un palazzo principesco, era precisamente il peggiore di tutti. Per quanto ciò gli ripugnasse un poco, era necessario continuare a fingere e tentare di alimentare sempre più l'amore che aveva già inspirato, sembrandogli, e giustamente, che se fosse possibile vincere, la vittoria non gli poteva essere accordata che dal piccolo Dio dagli occhi bendati, i cui strali qualche volta rendono le sue vittime cieche quanto lui. Quando considerava pacatamente la sua condotta e comprendeva a cosa veniva spinto, la sua coscienza protestava contro il suo progetto, il rimorso lo assaliva e prendeva i più fermi proponimenti di lasciare ogni cosa, di partire all'indomani, di essere forte e generoso. Ma quando la vedeva, restava. Cercava di persuadersi che questo amore in fine non era che un capriccio e nulla più, che se avesse avuto il coraggio di troncare e partire, dopo un mese non se ne sarebbe forse più ricordato, ed ora si sentiva il bisogno di tornare alla sua vita solita, come prima si era sentito quello di cambiarla; aveva le stesse aspirazioni verso le noie parigine, che prima aveva avuto verso la libertà dell'incognito, e cominciava davvero a pentirsi di aver posto il suo piano in esecuzione. Ma come prevedere una così strana cosa, ch'egli avesse ad amare veramente? Stupiva di sè stesso quanto avrebbe stupito Tibaldo. Talvolta ne rideva. Intanto continuava a decidere tutte le mattine di partire, ma se vedeva Paquita nella giornata, decideva di restare.
Ed ogni giorno s'innamorava di più perchè ogni giorno capiva più chiaramente di essere amato. Ella tentava di fingere ancora, ma dissimulava con la sublime disadattaggine della passione, e quando la sua bocca taceva o negava, lo sguardo, il gesto, il sorriso, tutto affermava; ogni cosa la tradiva, l'amore traspariva da ogni suo movimento. Vi era in lei quella stanchezza derivante dalla lotta con la passione che invade, la sua voce si raddolciva sempre più, la sua mano pareva accarezzare qualunque cosa toccasse, il suo velo sembrava cascarle sul viso in pieghe più molli.
Giorgio la vedeva spessissimo; la sua vita si era fatta monotona e calma; il suo tempo si divideva in due parti; quello in cui la vedeva e quello in cui non la vedeva; questo era la tenebra, il nulla; quello era la vita. La nonna era però quasi sempre presente, ed essi non si erano mai confessato completamente i loro sentimenti; ma in ambedue il labbro solo taceva. Essi erano avvolti da quell'aura profumata e inebriante, sembravano circondati da quel nimbo luminoso con cui l'amore corona la gioventù e la bellezza nell'esordio della passione, il loro silenzio era di una eloquenza strascinante, un fluido magnetico passava nei loro sguardi; e quando si toccavano la mano non dubitavano più.
Qualche volta, spesso anzi, il duca pensava, quanto i suoi amici avrebbero riso dei suoi scrupoli. Evocava l'ombra dei Lauzun e dei Richelieu; accusava sè stesso di essere, quanto un poeta qualunque, affetto dalla malattia del secolo, che snerva, che ammollisce, che rende tenero e indeciso. Pensava a mille modi per ottenerla, non rifuggiva davanti a nulla, gli sembrava ridicolo di non osare, pensava quanti non sarebbero stati per un sol momento nemmeno toccati dai rimorsi che lo arrestavano. Altre volte invece temeva, si accusava, disperava, voleva partire, giurava a sè stesso di non aver nulla da rimproverarsi. Essi si amavano, senza quasi esserselo detto, come due fanciulli; vedendoli insieme sembrava impossibile che l'amore non li avesse a riunire.
Quando la nonna era nella stanza vicina e che essi si trovavano soli nella povera cameretta di Paquita, allora che il duca di Westford, l'uomo alla moda, l'impareggiabile, l'inimitabile, sembrava uno scolaro, quando i loro sguardi s'incontravano ogni volta che si sfuggivano, quando le mani si univano involontarie, quando la sedia di Giorgio come inavvertitamente si avvicinava a poco a poco a quella della fanciulla, quando le labbra pronunziavano una parola e l'orecchio ne udiva un'altra, quando il loro silenzio li tradiva ed il cuore palpitava, erano una di quelle imagini come ben di rado si presentano tanto vaghe alla fantasia dell'artista.—La modesta cameretta sorrideva, rallegrata dal raggio di sole vivissimo che, penetrando dalla finestra, illuminava quelle due teste che pendevano l'una verso l'altra; i vecchi mobili, l'oscura alcova, lo specchio annerito, gli angoli rimasti nell'ombra, tutto pareva più lieto, vi era nell'aria qualcosa di fluttuante e di misterioso. Era una di quelle scene che devono costringere gli angeli stessi a sorridere, pur celando il viso purissimo fra le ali azzurre—e che i piccoli spiriti astuti, in agguato di tali cose, certo osservano con attenzione, ridendo a bassa voce di un riso sonoro, argentino, un po' beffardo, come esperti abbastanza della fralezza umana per sapere quanto siano inutili certi proponimenti. Gli augeletti che cantavano dal loro nido della gronda, sembravano irridere al loro turbamento, l'aura estiva susurrava negli alberi che a lor volta parevano dir loro: «noi ci abbandoniamo alle ondulazioni che il vento c'imprime, perchè volete resistere?»
VII.
Una domenica, il duca, Paquita, la nonna, il cugino e qualche amico passeggiavano e prendevano il fresco in un vasto recinto, mezzo giardino, mezzo orto, appartenente ad un giardiniere, loro conoscente. Il sole tramontava incendiando l'orizzonte di una luce purpurea, il riflesso chiarissimo di un caldo crepuscolo cominciava già ad invadere una parte del cielo, i fiori lasciavano cadere languidamente le loro teste, gli alberi si agitavano lentamente, mossi dall'aura vespertina—ed alla dolce malinconia di quell'ora contrastavano, ma non contraddicevano, le risa fragorose degli allegri crocchi e i giuochi delle fanciulle che correvano spensieratamente sull'erba del prato.
Paquita saltava come le altre, ma non vi era nei suoi movimenti la franca allegria, la spensieratezza abituale, e di tanto in tanto rivolgeva il suo occhio bruno verso Giorgio, il quale appoggiato contro una pianta, nell'ombra, non era osservato e gioiva di essere però veduto da lei. Mille pensieri gli si agitavano in folla nella mente; non era mai stato tanto turbato, cambiava ad ogni istante di decisione; voleva partire all'indomani, voleva rapirla, voleva dirle tutto, almeno chiedere il suo amore. Ogni partito gli sembrava il peggiore; sapeva solo che quella povera fanciulla, di cui qualche mese prima ignorava persino l'esistenza, esercitava ora su di lui uno strano potere. Correndo, ella gli passò vicino ed egli allora quasi involontariamente pronunziò il suo nome.
—Paquita!
Ella si fermò.
—Ah! come sono stanca! ella disse, mi avete chiamata?
—Sì.
—Cosa volete?
—Venite a fare un giro con me, ho bisogno di parlarvi.
Come Tibaldo sarebbe stato stupito! La sua voce tremolava. Ella si fece seria, udendo quelle parole dette seriamente. S'internarono in un viale: camminando adagio, ad una certa distanza l'uno dall'altro. Giorgio era deciso a parlare d'amore; a dirle tutto; non sapeva più tacere; i profumi della sera lo inebriavano, la guardava fissamente e non poteva togliere lo sguardo dai suoi bruni capelli che l'aria agitava di momento in momento, da quelle guance rosee, ombreggiate dalle lunghissime ciglia, da quegli occhi per la prima volta abbassati. Mille parole gli venivano alla bocca, ma non le pronunziava; pensò che alcuni lo credevano un seduttore e gli venne quasi voglia di ridere, pensò più che mai a tutti i don Giovanni passati e presenti, ai suoi amici di Parigi, al suo cameriere che lo proclamava il più bel gentiluomo della cristianità, fece uno sforzo inaudito e disse:
—Non credete, Paquita che…. dopo di aver corso in quel modo, quest'aria vi possa far male?…
—No davvero, ella rispose, vi sono abituata.
Vi fu una pausa; camminarono ancora qualche passo. Giorgio si avvicinò a lei, quasi appoggiandosi.
—Torniamo indietro, ella disse.
Egli fece uno sforzo sovrumano.
—Vi dissi or ora che ho bisogno di parlarvi.
Ella si fermò; alzò gli occhi, lo guardò e li tornò ad abbassare; ma quello sguardo aveva bastato ad inebriarlo ancora più ed a mostrarle il turbamento che prima le era svelato dalla voce soltanto. Si fece subitamente rossa come bragia, e balbettò:
—Che avete a dirmi?
Ella si era fermata vicino ad un grosso albero il cui tronco enorme accennava un secolo di vita. D'un tratto vi si appoggiò.
—Mi pare che lo sappiate.
Egli disse queste parole con voce bassa e rauca; quasi non intelligibile, poi non disse più nulla; ma del braccio la cinse come per sostenerla, e quasi inconsciamente piegò il viso su quello impallidito della fanciulla. Ella chiuse a metà gli occhi, e si svincolò respingendolo con ambe le mani…. ma il bacio era stato restituito.
Ella si fece forza, si raddrizzò e tornò verso il prato; si tenevano quasi involontariamente per mano. Quando furono al limitare del viale, prima di esser veduti, ella lo guardò ancora. Egli se la strinse di nuovo fra le braccia e questa volta ella non seppe resistere, la sua testa si piegò sulla spalla di Giorgio, ma con un filo di voce tremante, pronunziò queste parole:
—Lo direte alla nonna.
Egli la lasciò andare ed ella corse verso le compagne che la chiamavano ad alta voce. Giorgio rimase più che mai turbato; quelle ultime parole della fanciulla avevano d'improvviso risvegliati tutti i suoi rimorsi assopiti e gli scrupoli che l'ebrezza del momento aveva fatto tacere.
Paquita, come dicemmo, aveva resistito all'amore perchè nulla sperava da Giorgio; ma non avendo potuto quella sera essere forte contro la passione che la invadeva, nel confessarla, aveva gettato quella parola, come una preghiera, un comando, un grido supremo. Con quella parola ella diceva tutto e si salvava ancora; gli diceva chiaramente ciò che aspettava da lui e perciò rendeva più violenta la lotta tra il suo amore e la sua coscienza. Bisognava o chieder la sua mano, o partire; oppur andare fino in fondo alla colpa.
Quando quella sera Giorgio andò a casa, il ragazzotto che gli serviva da cameriere gli porse una lettera di Tibaldo—la quindicesima forse alla quale non rispondeva—ch'egli gettò sul tavolo senza leggerla. Poi si lasciò cadere sopra una poltrona e pensò. In certi momenti egli era un uomo abbastanza positivo. Guardò la questione da tutti i lati; e capì che il partito migliore era di partire al più presto e cercare di sradicare quel sentimento, forse solo tenace in apparenza: giacchè, se restava, bisognava prometterle di sposarla, e poi? Abbandonarla? Egli rifuggiva da un tale pensiero. Mantenere la promessa? E se non fosse che un capriccio? Legarsi per la vita, contradire tutte le proprie idee, le proprie massime, la propria gioventù, pentirsi dopo, rinunziare a cento progetti, perdere la propria indipendenza, sagrificare forse ad una passione del momento la felicità di tutto l'avvenire, rendersi ridicolo dinanzi ai suoi amici, dar ragione ai moralisti? Era possibile? Ma all'idea di partire una profonda tristezza lo afferrava, e quasi rimproverava sè stesso di non avere il coraggio di restare e veder poi. Pure la sua decisione fu presa e questa volta più ferma delle altre. Passò quasi tutta la notte a fare i suoi preparativi, e all'indomani, verso mezzogiorno, col cuore palpitante e nell'animo un vuoto, traversò la strada per andare ad annunziare la sua decisione a Paquita.
Ella pure non aveva dormito. Non si dorme dopo una sera come quella che aveva passato. Ella era amata, ella amava, lo aveva confessato, lo sapeva; una vaga speranza, benchè incerta, l'agitava, egli sarebbe venuto! avrebbe parlato!
Egli aperse l'uscio col suo discorso già preparato.—Ma ella lo ricevette come non aveva mai fatto, gli stese le due mani e le tenne strette lungamente fra le sue. I suoi occhi sfavillavano per la gioia di non dover più fingere. Egli non ebbe allora più la forza di dire ciò che doveva, ogni coraggio l'abbandonò. Assaporava le parole di Paquita ad una ad una, beveva i suoi sguardi, dimenticava tutto, ridiventava fiacco, la sua decisione non era più. Il caso fece sì che la nonna—cosa rarissima—fosse uscita, ma essi parlavano a bassa voce come qualcuno li udisse; si dissero quelle mille cose che da molto tempo pensavano e che non si erano dette mai; ed egli uscì più innamorato, più indeciso di prima; lasciando lei—poveretta!—ormai piena di quella speranza cui il giorno prima non osava ancora affidarsi.
Qualche tempo passò ancora così; i giorni si succedevano per ambedue con una rapidità insolita; la nonna cominciava a sospettare, ma si fidava completamente di sua nipote, benchè temesse che fossero vane illusioni e che non si dovesse nutrire alcuna speranza.
VIII.
Non accadeva sovente che Paquita uscisse sola, ma pochi giorni dopo la scena narrata andò, senza che la nonna si decidesse ad accompagnarla, a trovare una sua amica, figlia di un antiquario, la cui bottega era situata nel quartiere elegante e perciò ad una certa distanza. Era una giornata caldissima, e quando ella giunse, fu felice di potersi riposare nel patio al quale si penetrava dal fondo della bottega, e dove una piccola fontana tranquillamente zampillante nel mezzo procurava una benefica frescura. Una porta aperta permetteva facilmente di vedere quelli che entravano nella bottega, senza essere veduti. L'antiquario faceva dei buonissimi affari ed infatti nessuno possedeva una sì ricca collezione di armi antiche, di vasi, di mobili, nessuno sapeva meglio di lui vendere dei Murillo in gran copia ai forestieri. Le due ragazze ciarlavano già da una buona mezz'ora, e Paquita si disponeva a partire quando d'improvviso cambiò colore. L'amica le domandò la causa di un tal turbamento. «Nulla, nulla,» ella rispose, e si rimise a discorrere, dimenticando di partire e gettando spesso uno sguardo nella bottega.
Giorgio era entrato e stava guardando con attenzione alcune navaje molto curiosamente ornate. Chiese il prezzo della più ricca, ch'era molto elevato, la pagò senza dire una parola e la intascò. Paquita era attonita dallo stupore; in che modo Giorgio spendeva una sì grossa somma per una cosa inutile? All'istesso tempo, un sospetto che non l'era mai venuto, la colpì rapidamente.
In quell'istante una carrozza aperta si fermò alla porta della bottega; un servitore in livrea aperse lo sportello ed una signora elegantissima, una vera parigina, scese ed entrò. Dal suo cappellino scendeva un velo piuttosto folto sul viso che lasciava però travedere una bocca bellissima e la punta di un nasino aristocratico.