LA RAGIONE DEGLI ALTRI
MASCHERE NUDE.
IV.
LUIGI PIRANDELLO
MASCHERE NUDE
L’INNESTO
COMMEDIA IN TRE ATTI
LA RAGIONE DEGLI ALTRI
(ex SE NON COSÌ)
COMMEDIA IN TRE ATTI
Con una lettera alla protagonista.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1921
—
Secondo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.
Copyright by Luigi Pirandello, 1920.
È assolutamente proibito di rappresentare queste commedie senza il consenso della Società Italiana degli Autori (Articolo 14 del Testo unico, 17 settembre 1882).
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
Milano, Tip. Treves.
LA RAGIONE DEGLI ALTRI COMMEDIA IN TRE ATTI.
PERSONAGGI.
- Livia Arciani.
- Elena Orgera.
- Leonardo Arciani.
- Guglielmo Groa.
- Cesare D’Albis.
- Ducci.
- Un Uscere.
- Una Cameriera.
- Un Tipografo.
Lettera alla protagonista Signora LIVIA ARCIANI.
Cara Signora,
mi dispiace dirvelo, ma voi non fate in questa commedia una bella figura. E forse nessuna prima attrice di ruolo che si rispetti, vi avverrà di trovare, che voglia assumersi di rappresentare nella commedia la vostra parte.
Voi non siete soltanto una povera moglie sterile: oltre il bene, il conforto, il presidio dei figliuoli, tante altre cose vi mancano: la grazia, fors’anche la bellezza; e, quanto a maniere — lasciatemelo dire francamente — così povera siete, che dovreste soltanto vivervene appartata e schiva nell’ombra e nel silenzio del vostro irrimediabile dolore. Ma, a un certo punto, ecco che vi forzano, signora, a parlare, ad agire, a far valere le vostre ragioni e il vostro lungo tormento. Che ne segue? Ahimè, il torto più imperdonabile: ve lo dico sillabando: non sapete fare una scena!
Siamo giusti: potete pretendere sul serio che una qualche prima attrice di ruolo che si rispetti, si assuma di rappresentar nella commedia la vostra parte?
Una sola volta, nel terzo atto, ma pure con così evidente sforzo, prendendo tutto il vostro coraggio a due mani, vi provate a fare una scena capitale, una scena nella quale, come spesso avviene a chi per tanto tempo si sia imposto di soffrire in silenzio, non riuscite in prima a trovare alla vostra voce un tono che sembri giusto a voi stessa, e poi alla fine lasciate prorompere quasi farneticando lo strazio così a lungo compresso.
Sì: questo non sarebbe male: ma vi accade allora, cara signora, la peggior disgrazia che si potrebbe immaginare (sempre in riferimento a quella tale prima attrice di ruolo che si rispetti, la quale dovrebbe assumersi di rappresentar nella commedia la vostra parte); la disgrazia, voglio dire, d’esser cacciata via sul più bello da vostro marito, in presenza della sua amante. Vi par poco?
Ah, voi ve ne andate via diritta, lo so, e più alta e più nobile di prima; e il vostro spirito, se non più la vostra persona, sèguita sì a dominare e a imporsi sulla scena sino alla fine dell’atto, più che se voi foste presente, e trionfate voi, voi soltanto in ultimo, sì; ma il fatto è che, a metà o poco più oltre di quest’ultimo atto, voi ve n’andate via e non comparite più sulla scena.
Può una prima attrice di ruolo che si rispetti tollerare una cosa simile, massimamente quando sulla scena resta invece quell’altra, l’amante di vostro marito, che ha una bella parte facile e di sicuro effetto: la parte d’una madre a cui voi, cara signora, avreste voluto togliere la figliuola; una povera madre che se la lascia poi portar via da vostro marito, la figliuola, alla fine, e resta lì, sola sulla scena, davanti al giocattolo della bimba che non c’è più: quella campagnina stesa sulla tavola, con gli alberetti e le pecorelle e il pastore e il cane; e che poi s’accorge d’aver tra le mani il cappellino di lei e rompe in singhiozzi disperati e cala la tela?
Ah, signora mia, di fronte a una parte come questa, e proprio al finale dell’atto e della commedia, ma nessuna prima attrice di ruolo che si rispetti, credetelo, può più esitare: butta via la vostra parte e prende questa!
La protagonista siete voi? Non importa, cara signora. Sarà verissimo che tutto ciò che avviene nei tre atti, avviene soltanto per il vostro particolar modo di pensare e di sentire; che quel che c’è di nuovo, di originale in questa commedia è ciò che dite voi e come voi lo dite: il sentimento vostro, di moglie sterile, la quale ha compreso che oltre e sopra il suo diritto sul marito c’è il dovere di questo verso la figliuola che un’altra donna gli ha dato e che lei non ha potuto dargli; e quella vostra logica precisa e diritta, per cui, quando avete saputo che l’amante stanca vorrebbe rimandare a voi vostro marito, andate da lei a dirle che questo non è possibile, poichè l’uomo che ella vi ha preso non è più soltanto vostro marito ma è anche padre qua adesso; e che dunque, o il padre deve rimanere dov’è sua figlia, o ella vi deve dare anche la figlia insieme con lui.
Verissimo, sì, verissimo tutto questo; ma è anche vero, cara signora, ciò che vi ho detto in principio: che voi non fate in questa commedia una bella figura. Statevene qua, dunque nel libro. Sui palcoscenici nostri, così com’essi sono e così come voi siete, non potete farvi strada per ora, ve lo dico io. Vi manca, signora mia, ciò che in gergo teatrale si chiama la carrettella.
Vostro affezionatissimo autore
Luigi Pirandello.
ATTO PRIMO.
Sala di redazione del giornale politico quotidiano La Lotta. Uscio comune in fondo, che dà su un corridoio. Due scrivanie, disposte lateralmente, quasi di fronte. Un tavolino in mezzo, ingombro di giornali. Due vetrine; scaffali; un canapè; poltrone; seggiole. Alle pareti un orologio, un manifesto illustrato del giornale La Lotta; altri avvisi, ecc.
Al levarsi della tela, la scena è vuota. Poco dopo s’apre l’uscio e Cesare D’Albis mostra dalla soglia la stanza vuota a Livia Arciani.
D’Albis.
Ecco, vedete? non c’è. Prego.
Lascia passare Livia.
Non c’è davvero.
Livia.
Ma sì, lo credo.... lo vedo.
D’Albis.
No, scusate: insisto; ho voluto darvi la prova, perchè non abbiate a sospettare.
Livia.
Ma io non sospetto. Per me, può ricevere chi gli pare e piace.
D’Albis.
No, no! Al contrario! Ordine espresso, signora mia, di non introdurre mai nessuno.
Livia.
E.... posso aspettarlo qua?
D’Albis.
Ah! Volete.... volete aspettarlo?
Livia.
No, se non posso.
D’Albis.
Ma sì.... perchè no?... Sì, che potete.... Oh bella! oh bella! Voi diffidate.
Livia.
Non diffido nient’affatto. Vedo che qua ci sono due scrivanie. Non vorrei incomodare.
D’Albis.
Ma se non c’è nessuno.... E poi, che dite? Voi non potete incomodare. È una fortuna.... non vi si vede mai! Siete.... siete la donna del mistero....
Livia.
L’orsa, già.
D’Albis
sorpreso, sconcertato.
No.... che!...
Livia.
So che mi si chiama così. E non me ne importa. Son orsa davvero. Lo dico perchè lei....
Si corregge.
Voi.... non so....
D’Albis
sorpreso, sconcertato.
Vi chiedo scusa, se....
Livia.
Ma no, che scusa? Siccome voi, m’è parso, cercavate d’introdurre gentilmente l’espressione.... Ditemi pure orsa.
D’Albis.
Senza nessun mistero?
Livia.
Ma sì, senza nessun mistero.
D’Albis.
Impossibile. Orsa, con codesti occhi, impossibile, senza che ci sia sotto, ben covato in fondo in fondo, un mistero. No? no?
Livia.
Se lo dite voi....
D’Albis.
Via, del resto, lo so. Credete che non lo sappia nessuno?
Livia.
Ah sì? E che mistero allora, se tutti lo sanno? È curioso, però, che tutti saprebbero in me una cosa, che io non so.
D’Albis.
Vi pare strano? Che gli altri vedano in noi quello che noi non vediamo? Ma questo avviene sempre! Io non mi vedo, e voi mi vedete. Non possiamo uscire fuori di noi, per vederci come gli altri ci vedono. E più viviamo assorti dentro, in noi stessi, e meno ci accorgiamo di quel che appare di fuori.
Livia.
Oh Dio mio, e che appare in me?
D’Albis.
Vedo i vostri occhi. E vedo che siete venuta qua.
Livia.
Ma ve l’ho detto perchè sono venuta; non c’è nessun mistero: so che deve venire qua mio padre e sono venuta a prevenirne mio marito. Sospettate voi, invece, che ci sia sotto un’altra ragione misteriosa.
D’Albis.
Ma la vostra impazienza, io la vedo, voi non la vedete.
Livia.
Perchè non so come fare adesso.... Potessi almeno incontrare mio padre....
D’Albis.
Ritornerà presto, credo, Leonardo. Dev’essere in tipografia. Aspettatelo. Ma favorite, meglio, in salotto. Dico salotto.... per modo di dire.... Siamo per ora qua in un attendamento provvisorio.... Ma starete almeno un po’ meglio. Venite.
Livia.
No, grazie. Sarà meglio che gli lasci un biglietto. Chi sa quando verrà.... Ritornerò più tardi, se mai. Ora gli scrivo.
D’Albis.
Fate come vi piace.
Livia.
E nel caso che mio padre venisse prima di lui?
D’Albis.
Lo riceverei io. Avrò molto piacere di conoscerlo. So che è molto amico dell’onorevole Ruvo. Anzi avevo pregato Leonardo di condurlo qua, qualche giorno....
Livia.
Ah, sarà qui tra poco certamente. Ma se il vostro uscere, avete detto, ha l’ordine così rigoroso di non introdurre mai nessuno?
D’Albis.
Oh, l’avvertiremo subito, il nostro Cerbero, non dubitate. Ecco.
Suona il campanello elettrico alla parete.
Vi assicuro che è un ordine necessario, per la salute di quel pover’uomo di vostro marito, dacchè voi siete per lui.... permettete?
Livia.
Dite, dite pure.
D’Albis.
Franco, eh? Siete crudele....
Livia.
Ah si? E chi ve l’ha detto?
D’Albis.
Chi me l’ha detto? Ma i suoi debiti! Ah, parlano chiaro! Lo strillano ai quattro venti.
Livia
andando a sedere innanzi a una delle scrivanie:
E che c’entro io nei suoi debiti?... Vi assicuro che non c’entro affatto.
D’Albis.
Lo so. Ma via, dovreste perdonare.... Perchè, in fin dei conti....
Livia
indicando le cartelle su la scrivania:
Posso scrivere qua?
D’Albis.
Spero che non vi siate offesa di nuovo.
Livia.
Oh, per così poco....
D’Albis.
Ah, no: sono molti, sapete! Crivellato. Aspettate: dove scrivete?
Livia.
Non fa nulla: due parole: posso scriverle anche qua.
D’Albis.
Ma no! Aspettate: vi farò dare un foglietto da lettere. Perdio, ho sonato....
Risuona. Si sente picchiare all’uscio.
Avanti!
Entra l’uscere.
Livia.
Scrivo qua: fa lo stesso. Una busta, piuttosto.
D’Albis
all’uscere:
Carta e buste, presto.
L’uscere via. D’Albis a Livia che scrive:
Volete scrivere lì.... Qua non c’è mai niente. Dove passa Arciani, la tempesta! Sto pensando però, sapete?, che a rigor di termini non avrei dovuto far passare neanche voi.
Livia
sospende di scrivere e lo guarda, senz’avere inteso bene.
Neanche me? Come?
D’Albis.
Sì, perchè la disposizione, veramente, è questa: Porta chiusa per tutti i creditori. Ora, siccome voi, senza dubbio....
Livia
riabbassa il capo e si rimette a scrivere.
V’ingannate.
D’Albis.
Non deve nulla a voi, vostro marito?
Livia fa cenno di no col capo.
Miracolo! Ma vi chiedo licenza di non crederci.
L’uscere rientra.
L’Uscere
porgendo al D’Albis carta e buste.
Ecco.
D’Albis
porgendole a Livia.
Voilà.
Poi all’uscere.
Bada: più tardi ritornerà la signora. Verrà pure un signore....
Livia
chiudendo la lettera nella busta:
Vecchio.... piuttosto grasso.... con fedine bianche....
D’Albis.
Il signor....
Livia.
Guglielmo Groa.
D’Albis.
Groa. Tieni bene a mente. Lo lascerai passare. E basta, tu lo sai.
L’Uscere.
È venuta pure, poco fa, quella signora....
Livia solleva appena il capo mentre scrive l’indirizzo su la busta.
D’Albis
contrariato:
Ma che signora? Quando?
L’Uscere.
Sissignore, poco fa. Ha detto che deve ritornare.
D’Albis.
Ma sarà per il giornale! Ho capito. Va bene. Vattene....
L’uscere via.
Qualche pittrice che ha esposto; o qualche brava donna che vuol vendere un quadro di famiglia.... Sapete che vostro marito, oltre il critico d’arte qua, fa pure.... s’adopera con gli antiquarii o col Ministero....
Livia.
Mi date spiegazioni, che non v’ho richieste.
D’Albis.
Aspettate! Perchè voglio arrivare a una domanda un po’ indiscreta.
Livia
levandosi dalla scrivania con la lettera in mano:
La lascio qua?
D’Albis.
No: la sua scrivania è quella. Datela a me. Ecco: la mettiamo qua, bene in vista.
Osservando la busta:
Che calligrafia!
Livia.
Oh sì! Raspatura di gallina.
D’Albis.
No. Forte. Piena di.... d’intenzione. E si vede: risponde a voi perfettamente. Mettiamola qua.
Livia.
Io allora vado.
D’Albis.
Come! E la domanda? Non permettete?
Livia.
Dovrei andare veramente....
D’Albis.
Breve breve. Aspettate.
Le si accosta, poi, piano, in tono confidenziale:
È proprio vero che non siete gelosa? Eh, vi fate pallida.... E anche poco fa....
Livia
seria:
Ma nient’affatto! Calmissima. Avete detto voi stesso che non sono venuta mai qua. E non sono mai andata appresso a mio marito.
D’Albis.
E allora, scusate, vostro marito è uno sciocco! E appena viene, gl’insegno ciò che appresi un giorno da un mastino.
Livia.
Ah, mi congratulo.
D’Albis.
Le bestie? Che dite! I maestri migliori. Era legato, poveretto, alla catena confitta per terra, presso la cuccia. Ma esso se la.... se la passeggiava, diciamo così, magnificamente, per quanto era lunga la catena, badando a voltarsi prima ch’essa gli dèsse la stratta al collo. Così non la sentiva, libero e contento nella sua schiavitù.
Livia.
E sarei io, la catena?
D’Albis.
Quel tanto di libertà che gli concedete. Catena lunga abbastanza, pare. Mi sembra però che lui non se la porti a spasso bene, o almeno con la filosofia di quella bestia intelligente. O forse la filosofia.... Toglietemi un dubbio. S’è interdetto da sè, Leonardo?
Livia.
Come sarebbe “interdetto„? Non capisco.
D’Albis.
Dev’essersi impazzito.... Vuole sul serio pagarsi i debiti (i suoi proprii, s’intende!) facendo il giornalista? Sarebbe da ridere, se non fosse un peccato. Perchè, lasciamo andare, via: parliamo sul serio: Arciani è.... è un artista. Seguitando così.... Già non fa più nulla da un pezzo! L’Incredula, per bacco, ha certe pagine.... Vi ricordate?
Livia.
Io non l’ho letta.
D’Albis.
Come come? Non avete letto il romanzo di vostro marito? Ah! quest’è bella!
Livia.
Ma so che voi ne avete detto molto male.
D’Albis.
Non vuol dire. Questo non vuol dire. Avevo anch’io allora la malinconia d’appartenere a quella.... — sapete come un imperatore chiamava i letterati? — “categoria d’oziosi che per professione spargono il malumore tra la gente„. Verissimo! Io, per professione, scrivevo male di tutto e di tutti. E m’ero fatto un bel nome, sapete? Peccato, bei tempi! Ora, tanto io che vostro marito, per l’arte, morti e sepolti. Voi però, coi vostri denari e con un po’ d’indulgenza, perdonando, vostro marito dovreste risuscitarlo. Sì, sì, e levarmelo dai piedi, per carità! Scriva versi, scriva romanzi! Il giornalista, vi assicuro, lo fa pessimamente! Si rovina lui, rovina il fegato a me.... Ma voi volete andare.
Livia.
Sì, ecco.... devo andare.
D’Albis.
V’ho trattenuta in piedi tutto questo tempo.... Colpa vostra, potevamo....
Livia.
Ritornerò più tardi. Mi raccomando il biglietto.
D’Albis.
Non dubitate. V’accompagno.
Fanno per uscire. Entra un tipografo con un rotolo di bozze in mano. D’Albis al tipografo.
Si entra così?
Il Tipografo.
L’usciere non c’era. Non c’è nessuno.....
D’Albis.
Le bozze impaginate?
Il Tipografo.
Sissignore. Eccole.
D’Albis.
Ecco, vengo subito.
A Livia:
Scusate.
La lascia passare avanti, e via con lei. Il tipografo svolge il rotolo delle bozze e le stende su la scrivania. Ritorna, poco dopo, il D’Albis.
Sono tutte?
Il Tipografo.
Seconda e terza pagina.
Per il corridojo si vede passare, attraverso l’uscio aperto, il Ducci.
D’Albis
chiamando:
Pss! Ducci! Ducci!
Ducci
tornando indietro e affacciandosi all’uscio:
Eh?
D’Albis.
Vieni, eh? Tu dici eh? Qui c’è la seconda e la terza, da rivedere.
Ducci.
Ma io non posso; scusa. Sono le quattro. Devo essere alla Camera: m’aspetta Bersi. M’ha detto che non può trattenersi alla tribuna dopo le quattro e un quarto.
D’Albis.
Bella, perdio! Mi piace! Tu devi andare, Livi non c’è, Arciani non viene; qui non ci sta più nessuno; e mi tocca di rivedere a me le bozze? Neanche, l’usciere c’è.... Che fa? Dove se ne va, quello stupido? Ma sai che per poco qui non mi faceva nascere.... Hai visto chi è stata qui?
Ducci.
No, non ho visto nessuno.
D’Albis
si alza dalla scrivania e viene avanti col Ducci, poi, in gran mistero, sicuro della sorpresa:
La moglie d’Arciani.
Ducci.
Uh! L’Orsa?
D’Albis.
Zitto, che lo sa!
Ducci.
Che sa?
D’Albis.
Che la chiamiamo l’Orsa. Me l’ha detto lei stessa.
Ducci.
Oh va’!
D’Albis.