LA VITA CHE TI DIEDI


MASCHERE NUDE


TEATRO DI LUIGI PIRANDELLO

LA VITA
CHE TI DIEDI

TRAGEDIA IN TRE ATTI

FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI
Via Cavour, 20


PROPRIETÀ LETTERARIA DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Copyright 1924 by R. Bemporad & F.

1924 — Prato, Tip. Giachetti, Figlio e C.


PERSONAGGI

  • Donn’Anna Luna.
  • Lucia Maubel.
  • Francesca Noretti, sua madre.
  • Donna Fiorina Segni, sorella di Donn’Anna.
  • Don Giorgio Mei, parroco.
  • Lida, Flavio, figli di Donna Fiorina.
  • Elisabetta, vecchia nutrice.
  • Giovanni, vecchio giardiniere.
  • Due fanti.
  • Donne del contado.

In una villa solitaria della campagna toscana. Oggi.


ATTO PRIMO

Stanza quasi nuda e fredda, di grigia pietra, nella villa solitaria di Donn’Anna Luna. Una panca, uno stipo, una tavola da scrivere, altri pochi arredi antichi da cui spira un senso di pace esiliata dal mondo. Anche la luce che entra da un’ampia finestra pare provenga da una lontanissima vita. Un uscio è in fondo e un altro nella parete di destra, molto più prossimo alla parete di fondo che al proscenio.

Al levarsi della tela, davanti all’uscio di destra che immette nella stanza dove si suppone giaccia moribondo il figlio di Donn’Anna Luna, si vedranno alcune donne del contado, parte inginocchiate e parte in piedi, ma curve in atteggiamento di preghiera, con le mani congiunte innanzi alla bocca. Le prime, quasi toccando terra con la fronte, reciteranno sommessamente la litania per gli agonizzanti; le altre spieranno ansiose e sgomente il momento del trapasso e a un certo punto faranno segno a quelle d’interrompere la litania e, dopo un breve silenzio d’angoscia, s’inginocchieranno anch’esse e ora l’una ora l’altra faranno le invocazioni supreme per il defunto.

Le prime

inginocchiate: alcune, invocando; le altre, sollecitando la preghiera.

— Sancta Maria,

— Ora pro eo.

— Sancta Virgo Virginum,

— Ora pro eo.

— Mater Christi,

— Ora pro eo.

— Mater Divinæ Gratiæ,

— Ora pro eo.

— Mater purissima,

— Ora pro eo.

Le seconde

in piedi, faranno a questo punto segno alle prime d’interrompere la litania: resteranno per un momento come sospese in un gesto d’angoscia e di sgomento; poi s’inginocchieranno anch’esse.

Una

Santi di Dio, accorrete in suo soccorso.

Un’altra

Angeli del Signore, venite ad accogliere quest’anima.

Una terza

Gesù Cristo che l’ha chiamata la riceva.

Una quarta

E gli spiriti beati la conducano dal seno d’Abramo al Signore Onnipotente.

La prima

Signore, abbiate pietà di noi.

L’altra

Cristo, abbiate pietà di noi.

Una quinta

Datele il riposo eterno e fate risplendere su lei la vostra eterna luce.

Tutte

Riposi in pace.

Rimarranno ancora un poco inginocchiate a recitare in silenzio ciascuna una sua particolar preghiera e poi si alzeranno, segnandosi. Dalla camera mortuaria verranno fuori sbigottiti e pieni di compassione e stupore Donna Fiorina Segni e il parroco Don Giorgio Mei. La prima, modesta signora di campagna sui cinquant’anni, porterà un po’ goffamente sul vecchio corpo sformato dall’età gli abiti di nuova moda, pur discreti, di cui i figli che abitano in città desiderano che ella vada vestita. (Si sa i figli come sono, quando cominciano a pigliare animo sopra i genitori). L’altro è un grasso e tardo parroco di campagna che, pur parlando a stento, avrà sempre da aggiungere qualche cosa a quanto gli altri dicono o che lui stesso ha detto; sebbene tante volte non sappia bene che cosa. Se però gli daranno tempo di parlare riposatamente a suo modo, dirà cose assennate e con garbo, perchè infine amico delle buone letture è, e non sciocco.

Don Giorgio

alle donne, piano:

Andate, andate pure, figliuole, e — e recitate ancora una preghiera in suffragio dell’anima benedetta.

Le donne s’inchineranno prima a lui poi a Donna Fiorina e andranno via per l’uscio in fondo. I due resteranno in silenzio per un lungo tratto, l’una come smarrita nel cordoglio per la sorella e l’altro nell’incertezza tra una disapprovazione che vorrebbe fare e un conforto che non sa dare. Donna Fiorina non sosterrà più, a un certo punto, l’immagine che avrà davanti agli occhi della disperazione della sorella e si coprirà il volto con le mani e andrà a buttarsi rovescia sulla panca. Don Giorgio le si appresserà pian piano; la guarderà un poco senza dir nulla, tentennando il capo; poi alzerà le mani come chi si rimetta in Dio. Non abbiano, per carità, i comici timore del silenzio, perchè il silenzio parla più delle parole in certi momenti, se essi lo sapranno far parlare. E stia Don Giorgio ancora un po’ accanto alla donna buttata sulla panca, e infine dica, come un’aggiunta al suo pensiero:

E.... e non s’è nemmeno inginocchiata.

Donna Fiorina

sollevandosi dalla panca, senza scoprire la faccia:

Finirà di perdere la ragione!

Scoprendo la faccia e voltandosi a guardare Don Giorgio:

Ha visto con che occhi, con che voce ci ha imposto di lasciarla sola?

Don Giorgio

No, no. Troppo in lei, anzi, mi par forte la ragione e.... e il timore allora è un altro, mia cara signora: che le mancherà pur troppo il divino conforto della fede, e —

Donna Fiorina

alzandosi, smaniosa:

Ma che farà sola di là?

Don Giorgio

cercando di calmarla:

Sola non è: ha voluto che rimanesse con lei Elisabetta. Lasci. Elisabetta è saggia, e —

Donna Fiorina

brusca:

Se lei l’avesse udita questa notte!

S’interromperà, vedendo uscire dalla camera mortuaria la vecchia nutrice Elisabetta che si dirigerà verso l’uscio in fondo:

Elisabetta!

E appena Elisabetta si volterà, le domanderà con ansia, più col gesto che con la voce:

Che fa?

Elisabetta

con occhi da insensata e voce opaca senza gesti:

Niente. Lo guarda.

Donna Fiorina

E ancora non piange?

Elisabetta

No. Lo guarda.

Donna Fiorina

smaniando:

Piangesse, Dio! almeno piangesse!

Elisabetta

prima appressandosi, sempre con aria da insensata, poi guardando l’una e l’altro confiderà piano:

E dice sempre che è là!

Farà con la mano un gesto che significa «lontano».

Don Giorgio

Chi? Lui?

Elisabetta

farà segno di sì col capo.

Don Giorgio

Là, dove?

Elisabetta

Parla da sè, sottovoce, movendosi —

Donna Fiorina

— e non potere far nulla per lei! —

Elisabetta

— così sicura di quello che dice, che è uno spavento starla a sentire.

Donna Fiorina

Ma che altro dice? che altro dice?

Elisabetta

Dice: «È partito; ritornerà».

Donna Fiorina

Ritornerà?

Elisabetta

Così. Sicura.

Don Giorgio

Partito è, ma quanto a ritornare —

Elisabetta

— me l’ha letto negli occhi — e ha ripetuto più forte, fissandomi: — «Ritornerà, ritornerà». — Perchè quello che ha lì sotto gli occhi, dice che non è lui.

Don Giorgio

sorpreso:

Non è lui?

Donna Fiorina

Diceva così anche stanotte!

Elisabetta

E vuole che sia portato via subito.

Donna Fiorina

si coprirà di nuovo la faccia con le mani.

Don Giorgio

In chiesa?

Elisabetta

Via, dice. E non vuole che si vesta.

Donna Fiorina

scoprendo la faccia:

E come, allora?

Elisabetta

Appena le ho detto che bisognava vestirlo —

Don Giorgio

— già; prima che si indurisca! —

Elisabetta

— ha fatto un gesto d’orrore. Vuole ch’io vada a preparare la lavanda. Lavato, avvolto in un lenzuolo, e via. — Così. — Vado a dar subito gli ordini e torno.

Andrà via per l’uscio in fondo.

Donna Fiorina

Impazzirà, impazzirà!

Don Giorgio

Mah. Veramente, vestire chi s’è spogliato di tutto.... Non vorrà forse per questo.

Donna Fiorina

Sarà per questo; ma io — io mi confondo, ecco — a considerare com’è.

Don Giorgio

Fare diversamente dagli altri. —

Donna Fiorina

— non perchè voglia, creda! —

Don Giorgio

— credo; ma — dico il dubbio, almeno — il dubbio che, a sviarsi così dagli altri, dagli usi, ci si possa smarrire, e.... e senza neanche trovar più compagni al nostro dolore. Perchè, capirà, un’altra madre può non intenderla codesta nudità della morte che lei vuole per il suo figliuolo —

Donna Fiorina

— ma sì, neanch’io! —

Don Giorgio

— ecco, vede? — e.... e giudicarla male, e....

Donna Fiorina

Sempre così è stata! Sembra che stia ad ascoltare ciò che gli altri le dicono; e tutt’a un tratto spunta fuori — come da lontano — con parole che nessuno s’aspetterebbe. Cose che — che sono vere — che quando le dice lei pare si possano toccare — a ripensarle, un momento dopo, stordiscono perchè non verrebbero in mente a nessuno; e fanno quasi paura. Io temo proprio, le giuro che temo di sentirla parlare; non so più nemmeno guardarla. — Che occhi! che occhi!

Don Giorgio

Eh, povera madre!

Donna Fiorina

Vedersi sparire il figlio così, in due giorni!

Don Giorgio

L’unico figlio: tornato da così poco!

Il vecchio giardiniere Giovanni, a questo punto, apparirà sbigottito sulla soglia dell’uscio in fondo e si farà un po’ avanti verso l’uscio a destra; starà un po’ a guardare da lì il cadavere, con stupore angoscioso; s’inginocchierà fin quasi a toccar terra con la fronte e rimarrà così un pezzo, mentre Donna Fiorina e Don Giorgio seguiteranno a parlare.

Donna Fiorina

Dopo averlo aspettato tanti anni, tanti anni: più di sette: le era partito giovinetto —

Don Giorgio

— ricordo: per i suoi studii d’ingegneria: a Liegi, mi pare.

Donna Fiorina

lo guarderà e poi tentennando il capo in segno di disapprovazione:

— là, là, dove poi....

Don Giorgio

con un sospiro:

So, so. Anzi, mi trattengo perchè ho da dirle.... —

Alluderà alla madre nell’altra stanza.

Il vecchio giardiniere Giovanni si alzerà segnandosi e andrà via per l’uscio in fondo.

Donna Fiorina

aspetterà che il vecchio giardiniere sia uscito, e subito, con ansia, domanderà, alludendo al figlio morto:

Le lasciò, confessandosi, qualche disposizione?

Don Giorgio

grave:

Sì.

Donna Fiorina

Per quella donna?

Don Giorgio

c. s.

Sì.

Donna Fiorina

L’avesse sposata, quando la conobbe a Firenze, studente!

Don Giorgio

È una signora francese, è vero?

Donna Fiorina

Sì, ora. Ma di nascita, no: è italiana. Studiava anche lei a Firenze. Poi sposò un francese, un certo signor Maubel che se la portò prima a Liegi, appunto, poi a Nizza.

Don Giorgio

Ah, ecco. E lui la seguì?

Donna Fiorina

Che passione per questa povera madre! Non ritornare, in sette anni, neppure una volta, neppure per pochi giorni a rivederla! E alla fine, ecco: ritornare, per morirle così in un momento. E non era finita, non era ancora finita la corrispondenza con quella donna. Già lei lo saprà: gliel’avrà confessato.

Lo guarderà e poi domanderà, titubante:

Ha forse disposto per i bambini?

Don Giorgio

guardandola a sua volta:

No. Quali?

Donna Fiorina

Non sa che ella ha due figliuoli?

Don Giorgio

Ah, i bambini di lei — sì; me l’ha detto. E mi ha detto che sono stati la salvezza della madre e anche sua.

Donna Fiorina

La salvezza, ha detto?

Don Giorgio

Sì.

Donna Fiorina

Non sono, dunque.... non sono di lui?

Don Giorgio

subito:

Oh no, signora! Purtroppo non si può dir puro un amore adultero, anche se contenuto soltanto nel cuore e nella mente; ma è certo che.... lui almeno m’ha detto che....

Donna Fiorina

Se gliel’ha detto in punto di morte — Dio mi perdoni: sua madre me l’aveva assicurato, più volte; le confesso che non ho saputo crederci. La passione era tanta che.... sì, sospettai perfino che quei due bambini.... —

Don Giorgio

No, no.

Donna Fiorina

stando in orecchi e facendo segno a Don Giorgio di tacere:

Oh Dio, sente? Parla.... parla con lui!

S’appresserà piano all’uscio a destra e starà un po’ in ascolto.

Don Giorgio

Lasci. È il dolore. Farnetica.

Donna Fiorina

No. È che le cose, come sono per noi, come noi le pensiamo — questa sventura — chi sa che senso avranno per lei!

Don Giorgio

Lei dovrebbe forzarla a lasciare almeno per qualche tempo questa solitudine qua.

Donna Fiorina

Impossibile! Non tento neppure.

Don Giorgio

Almeno condursela con sè nella sua villa qua accanto!

Donna Fiorina

Volesse! Ma non esce di qua da più di venti anni. Sempre a pensare, sempre a pensare. E a poco a poco s’è così.... come alienata da tutto.

Don Giorgio

Eh, accogliere i pensieri che nascono dalla solitudine, è male, è male: vaporano dentro, nebbie di palude....

Donna Fiorina

L’ha ormai dentro di sè la solitudine. Basta guardarle gli occhi per comprendere che non le può più venir da fuori altra vita, una qualsiasi distrazione. S’è chiusa qua in questa villa dove il silenzio, — su, ad attraversare le grandi stanze deserte — fa paura, paura. Pare — non so — che il tempo vi sprofondi. Il rumore delle foglie, quando c’è vento! Ne provo un’angoscia che non le so dire, pensando a lei, qua, sola. Immagino che le debba portar via l’anima, quel vento. Prima però, quando il figlio era lontano, sapevo dove gliela portava; ma ora? ma ora?

Vedendo comparire la sorella sulla soglia dell’uscio a destra:

Ah! Dio, eccola!

Donn’Anna Luna, tutta bianca e come allucinata, avrà negli occhi una luce e sulle labbra una voce così «sue», che la faranno quasi religiosamente sola tra gli altri e le cose che la circondano. Sola e nuova. E questa sua «solitudine» e questa sua «novità» turberanno tanto più, in quanto si esprimeranno con una quasi divina semplicità, pur parlando ella come in un delirio lucido che sarà quasi l’alito tremulo del fuoco interiore che la divora e che si consuma così. S’avvierà all’uscio in fondo senza dir nulla: lì sulla soglia aspetterà un poco; poi, vedendo Elisabetta che ritorna insieme con due fanti che recheranno una conca d’acqua fumante infusa di balsami, dirà con lieve dolente impazienza:

Donn’Anna

Presto, presto, Elisabetta. E fai come ti ho detto io. Ma presto.

Le due fanti, senza fermarsi, attraverseranno da un uscio all’altro la scena.

Elisabetta

scusandosi:

Ho dovuto dare anche gli altri ordini —

Donn’Anna

per troncare le scuse:

— sì, sì —

Elisabetta

seguitando:

— e poi bisognerà che venga ancora il medico a vedere; e dar tempo che —

Donn’Anna

c. s.

— sì, vai vai. — Oh guarda lì, —

Indicherà per terra, presso Elisabetta:

— una corona. Sarà caduta a una di quelle donne.

Elisabetta si chinerà a raccattarla, gliela porgerà e s’avvierà per l’uscio a destra. Prima che Elisabetta esca, ella tornerà a raccomandarle:

Come t’ho detto io, Elisabetta.

Elisabetta

Sì, padrona. Non dubiti.

Via.

Donn’Anna

guardando l’umile corona:

Pregare — inginocchiare il proprio dolore.... — Tenga, Don Giorgio.

Gli porgerà la corona.

Per me è più difficile. In piedi. SeguirLo qua, attimo per attimo. A un certo punto, quasi manca il respiro; ci s’accascia e si prega: — «Ah, mio Dio, non resisto più: fammi piegare i ginocchi!» — Non vuole. Ci vuole in piedi; vivi, attimo per attimo: qua, qua; senza mai riposo.

Don Giorgio

Ma la vera vita è di là, signora mia!

Donn’Anna

Io so che Dio non può morire in ogni sua creatura che muore. Lei non può neanche dire che la mia creatura è morta: lei mi dice che Dio se l’è ripresa con Sè.

Don Giorgio

Ecco, sì! Appunto!

Donn’Anna

con strazio:

Ma io sono qua ancora, don Giorgio!

Don Giorgio

subito, a confortarla:

Sì, povera signora mia.

Donna Fiorina

Povera Anna mia, sì.

Donn’Anna

E non sentite che Dio per noi non è di là, finchè vuol durare qua, in me, in noi; non per noi soltanto ma anche perchè seguitino a vivere tutti quelli che se ne sono andati?

Don Giorgio

A vivere nel nostro ricordo, sì.

Donn’Anna

lo guarderà come ferita dalla parola «ricordo» e volterà pian piano la testa quasi per non vedere la sua ferita; andrà a sedere e dirà a se stessa, dolente ma con fredda voce:

Non posso più nè parlare, nè sentire parlare.

Donna Fiorina

Perchè, Anna?

Donn’Anna

Le parole — come le sento proferire dagli altri!

Don Giorgio

Io ho detto «ricordo».

Donn’Anna

Sì, don Giorgio; ma è come una morte per me. Se non ho mai, mai vissuto d’altro? se non ho altra vita che questa — l’unica che possa toccare: precisa, presente — lei mi dice «ricordo», e subito me l’allontana, me la fa mancare.

Don Giorgio

Come dovrei dire allora?

Donn’Anna