VESTIRE GLI IGNUDI
MASCHERE NUDE
TEATRO DI LUIGI PIRANDELLO
VESTIRE
GLI IGNUDI
COMMEDIA IN TRE ATTI
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI
Via Cavour, 20
PROPRIETÀ LETTERARIA DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Copyright 1923 by R. Bemporad & F.
1923 — Prato, Tip. Giachetti, Figlio e C.
PERSONAGGI
- Ersilia Drei.
- Franco Laspiga, già tenente di vascello.
- Il Console Grotti.
- Il vecchio romanziere Ludovico Nota.
- Il giornalista Alfredo Cantavalle.
- La signora Onoria, affittacamere.
- Emma, cameriera.
A Roma — oggi.
ATTO PRIMO
La scena rappresenta lo scrittojo del romanziere Ludovico Nota. È un'ampia stanza d'affitto, con vecchi mobili scompagni, comperati di combinazione: alcuni, più volgari, di proprietà della signora Onoria; altri, del romanziere. Nella parete di fondo, un grande scaffale di libri; in quella a destra, tra due finestre guarnite di vecchie tende ingiallite, una scrivania alta, da scrivervi in piedi, col palchetto sottostante ingombro di grossi dizionari. Nella parete a sinistra, un divano d'antica foggia ricoperto di stoffa chiara a fiorami, con merletti appuntati sulla spalliera e ai bracciuoli, forse per nascondere il sudicio; poltrone, seggiole imbottite, un tavolinetto con ninnoli: tutto nel riquadro d'un vecchio tappeto scolorito. In questa parete, presso il proscenio, è la comune. Nella parete di fondo, dopo lo scaffale, è un uscio con tenda che immette nella camera da letto del Nota. In mezzo alla stanza, una tavola ovale con libri, rassegne, giornali, portafiori, portasigarette, qualche statuetta, e, davanti a questa tavola, una greppina con molti cuscini. Appesi alla parete di sinistra e a quella di destra parecchi quadretti di scarso valore artistico, doni di pittori amici. La stanza, benchè fornita di due finestre, è piuttosto cupa, quasi in penombra, per la strettezza della via e l'altezza delle case dirimpetto che la opprimono. La via, sotto, è molto rumorosa, e i rumori di essa si udranno nelle pause, ai luoghi indicati: rotolìo di vetture, di carri; campanelli di biciclette, trombe d'automobili, stantuffare strepitoso di motociclette, schiocchi di frusta, fischi, suono confuso di voci, grida di qualche venditore ambulante o d'un giornalajo, baccano di qualche rissa improvvisa.
Al levarsi della tela, la scena è vuota. Le due finestre aperte lasciano entrare, per un pezzo, i rumori della via. S'apre la comune, a sinistra, ed entra col cappellino in capo Ersilia Drei, come una che non sappia dove. Indossa un abitino celeste, decente, sciupato un po' dall'uso, da maestrina o da istitutrice. Ha poco più di vent'anni, ed è bella, ma — cavata or ora di mano alla morte — è molto pallida e ha gli occhi come smarriti nel livido delle occhiaje. Guarda in giro la stanza, restando in piedi, in attesa di qualcuno che deve ancora entrare; accenna di sorridere mestamente a quel che vede; ma, contrariata dai rumori della via, aggrotta penosamente le ciglia. Entra alla fine, nell'atto di rimettersi nella tasca in petto il portafogli, Ludovico Nota: bell'uomo, ancora prestante benchè abbia di già passato la cinquantina. Occhi acuti, lucenti, e sulle labbra ancora fresche un sorriso quasi giovanile. Freddo, riflessivo, privo affatto di quelle doti naturali che conciliano facilmente la simpatia e la confidenza, non riuscendo a simulare alcun calore d'affetto, si studia di parere almeno affabile; ma questa affabilità, che vorrebbe essere disinvolta e non è, anzichè rassicurare, impaccia e qualche volta sconcerta.
Ludovico
Eccomi qua! Comoda, comoda.... Dio mio, queste finestre (si precipita a chiuderle) sono una vera dannazione! Ma se per poco non tengo aperto, si rifà qua dentro un tanfo così acre di rinchiuso.... Casacce vecchie. Si levi, si levi il cappellino! (Ersilia eseguisce).
Entra dall'uscio in fondo, con sotto il braccio un fagotto di biancheria da letto da mandare al bucato e nell'altra mano una granata, la signora Onoria sui quarant'anni: tozza, goffa, ritinta e pettegola.
Onoria
Con permesso.
Ludovico
(che non se l'aspetta)
Oh. Lei era di là?
Onoria
(masticando)
Ho rifatto il letto, per come mi ha lasciato scritto questa mattina nella saletta.
Ludovico
(imbarazzato)
Ah già.
Onoria
(subito)
Ma guardi che se deve servire per.... (guarda Ersilia e s'interrompe). Ecco, aspetti; è meglio intenderci: vado a lasciare di là questa roba —
Ludovico
— che non è decente....
Onoria
(subito inviperita)
E me lo dice lei, scusi, che non è decente?
Ludovico
(cercando di sorridere)
Eh, mi pare! Sente lei stessa il bisogno di sbarazzarsene....
Onoria
Sissignore. Ma di «tutto», anche; non di questa roba soltanto!
Ludovico
(alterandosi)
Che intende dire? Sentiamo!
Onoria
(tenendogli testa)
Ma di codesta signorina, per esempio, che lei mi porta in casa! Se le par decente....
Ludovico
Ah, perdio! Parli con rispetto, o —
Onoria
— o che mi vuol fare? Io le voglio parlar chiaro, infine! Vado a lasciare questa roba, e torno. (Via di furia per la comune).
Ludovico
(accennando di lanciarlesi dietro)
Brutta pettegola arrabbiata!
Ersilia
(afflitta, sbigottita, trattenendolo)
No, no, per carità! Me ne lasci andare....
Ludovico
Ma nient'affatto! Quest'è casa mia, e lei resterà qua!
Onoria
(rientrando subito)
Sua? Che sua? Camera d'affitto, non è sua! E si ricordi che lei abita in casa di una signora per bene!
Ludovico
Chi, lei, per bene?
Onoria
Io, io, sissignore!
Ludovico
Ne sta dando una prova, difatti!
Onoria
Sissignore! Difatti! Perchè non le permetto di condurmi donne in casa a dormire!
Ludovico
Lei è una villana insolente!
Onoria
Badi come parla!
Ludovico
Una villana, una villana che non discerne con chi ha da fare!
Ersilia
Sono una povera malata che esce in questo momento dall'ospedale.
Ludovico
Ma non si confonda a dare spiegazioni a costei!
Onoria
Se lei è malata.... (Rumore d'un carro pesante che fa tremare i vetri delle finestre).
Ludovico
Basta, le dico! Lei non può proibirmi di cedere per qualche giorno il mio alloggio.
Onoria
Ah, no no! Lei non può! Io le camere le ho affittate a lei!
Ludovico
E se arriva una mia sorella? una mia parente?
Onoria
Se ne vanno all'albergo!
Ludovico
Ah; non sono padrone d'alloggiarla qua per qualche notte?
Onoria
Ma la signorina non è una sua parente! A chi vuol darla a intendere?
Ludovico
E che ne sa lei? Se me ne vado io a dormire all'albergo?
Onoria
Me ne dovrebbe chiedere, a ogni modo, e con garbo, il permesso.
Ludovico
Anche il permesso?
Onoria
Sissignore, e con garbo! E se sente qua tutto questo tanfo insopportabile, scusi, perchè non se ne va? Magari mi lasciasse le stanze libere!
Ludovico
Gliele lascerò difatti, e subito! Intanto la prego di levarmisi dai piedi!
Onoria
Mi lascia le stanze?
Ludovico
Fra qualche giorno, sì. Alla fine del mese.
Onoria
Ah, allora va bene! Non dico più niente.
Ludovico
E dunque, se ne vada!
Onoria
Me ne vado, me ne vado. Si figuri! Non dico più niente. (Via per la comune).
Ludovico
Ma guarda che pettegola! — Scusi tanto, signorina. Appena entrata, questa bella scena.
Ersilia
Oh niente! Mi duole piuttosto che, per causa mia....
Ludovico
No; combatto già da un anno con questa strega: legato, che so! come da un incubo da tutte queste cose lerce qua. Lei forse s'immaginava.... la casa d'uno scrittore....
Ersilia
No, io niente, per me. Ma certo è triste che lei, con tanta fama....
Ludovico
Avremo per la fine del mese un quartierino quieto, su al Macao: in via Sommacampagna, tra i giardini. Andremo a visitarlo domani, insieme. E compreremo insieme la mobilia nuova; e lei si comporrà con le sue mani il suo nido.
Ersilia
Dio mio, ma per me....
Ludovico
Dovevo, no — mi dovevo levar di qua: a qualunque costo! Sa, sono..., sono come uno che ha sempre da cominciare. Ma sono così contento d'aver avuto quest'estro, di scrivere a lei; e di cominciarla con lei, adesso, una nuova vita. — Stagno: mosche: afa. Tutt'a un tratto si rifiata: aaàh! — Che cos'è? — Niente: s'è levato un po' di vento! — La mia vita è così.
Ersilia
Non so proprio come ringraziarla.
Ludovico
Ecco.... dovresti cominciare a dire, se mai, «ringraziarti»; ma non è il caso, perchè debbo io al contrario ringraziar te d'avere accettato il poco che....
Ersilia
No, è tanto! tanto! per me è tanto!
Ludovico
Ecco, per te. Voglio dire per quello che tu lo farai diventare, questo poco che posso offrirti.
Ersilia
Ma non lo dica nemmeno!
Ludovico
(con un sorriso, correggendo)
«Non lo dire».
Ersilia
Bisogna che mi abitui. Sono, se sapesse, così mortificata!
Ludovico
Mortificata di che?
Ersilia
Ma di questa fortuna....
Ludovico
Eh via! Perchè sono uno scrittore?
Ersilia
Che il racconto delle mie disgrazie, letto in un giornale, il mio atto disperato, abbiano potuto attirare la considerazione, la pietà —
Ludovico
L'interesse, l'interesse!
Ersilia
— d'un uomo come lei (correggendosi subito, con un sorriso penoso).... come te!
Ludovico
Sì, mi sentii prendere, leggendo quel giornale, proprio come quando in un fatto che, così per caso, si viene a sapere, o ci è narrato, avvertiamo subito, che so! per una scossa interna, per un'improvvisa simpatia, d'aver trovato, senza cercarlo, il germe.... il germe di una novella, d'un romanzo —
Ersilia
— che forse lei pensò — (c. s.) .... cioè — che tu forse pensasti di scrivere?
Ludovico
No! Intendimi bene! Non credere che sia stato per una curiosità d'artista! Ho recato un paragone, per farti capire come m'interessai subito.
Ersilia
Ma se la mia povera vita, tanta miseria e tristezza di casi, tante sofferenze servissero almeno a questo —
Ludovico
— a farmi scrivere un romanzo?
Ersilia
Perchè no? Ne sarei contenta, orgogliosa. — Tanto! (E sorridendo con una grazia che tenta d'avvivarsi, aggiunge:) Veramente.
Ludovico
(la guarda, e poi dice)
Mi fai cader le braccia!
Ersilia
Perchè?
Ludovico
Perchè, senza volerlo, mi dici vecchio.
Ersilia
(subito confusa)
Io? Ma no, dico....
Ludovico
Un romanzo, cara, o si scrive o si vive. T'ho detto che mi sentii prendere tutto, ma non per scriverlo: per viverlo! Ti tendo le braccia; e tu invece di porgermi, che so!, la bocca, mi porgi la penna, perchè scriva?
Ersilia
Ma è troppo presto —
Ludovico
— la bocca — Capisco. — O troppo tardi?
Ersilia
No....
Ludovico
(notando l'impaccio cagionato dalla sua soverchia disinvoltura)
Guarda com'è diverso quello che avviene in me e quello che avviene in te. Io mi son sentito offeso, che il mio interesse ai tuoi casi potesse essere inteso da te come una curiosità di scrittore; e tu invece t'offendi.... o per lo meno, via, non sei lieta, se ti dico che lo scrittore, se voleva far opera di scrittore — essendo, diciamo esperto per non dire vecchio — non aveva bisogno nè di farti quella profferta nè di venire a prenderti adesso all'uscita dall'ospedale, perchè il romanzo — io — leggendo su quel giornale i tuoi casi, l'immaginai da me, tutto, da cima a fondo.
Ersilia
Ah.... come? così subito?
Ludovico
In un momento. Con tanta ricchezza di situazioni, di particolari.... Oh, bellissimo! — l'Oriente.... quella villetta vicino al mare, con quella terrazza.... tu là, istitutrice.... quella bambina che precipita dalla terrazza.... il tuo licenziamento.... il viaggio.... l'arrivo qua.... la triste scoperta.... — Tutto, tutto.... — così, senza vederti, senza conoscerti.
Ersilia
Immaginandomi.... E come, come? Così.... come sono? (Ludovico, sorridendo, fa segno di no col dito). E come allora? Me lo dica (c. s.).... dimmelo.
Ludovico
Perchè vuoi saperlo?
Ersilia
Perchè vorrei essere come tu mi hai immaginata.
Ludovico
Ma no! Perchè tu mi piaci molto; molto di più così. Dico, per me; non per quel romanzo.
Ersilia
Ma allora.... quello che era il mio romanzo, tu l'hai fatto di un'altra?
Ludovico
Eh, per forza; di quella che avevo immaginata.
Ersilia
Molto diversa da me?
Ludovico
Un'altra.
Ersilia
Oh Dio, ma allora.... non capisco, non capisco più —
Ludovico
Che non capisci?
Ersilia
— il tuo interesse.... Come possa essere per me.
Ludovico
E per chi vuoi che sia?
Ersilia
Ma se io non sono quella.... se i miei casi, le mie disgrazie.... tutto ciò che, leggendo il giornale, t'ha interessato — dico — se non t'ha interessato per me.... se l'hai visto come di un'altra che non sono io.... (resta come smarrita, sospesa).
Ludovico
Ebbene?
Ersilia
Io allora me ne posso andare.
Ludovico
(ridendo e trattenendola quasi per ischerzo)
Ma nient'affatto, cara! Tu, no! Se n'andrà via quella del romanzo, che non sei tu!
Ersilia
(aombrata, diffidando)
Come non sono io? Tu non credi, allora?
Ludovico
(c. s.)
Ma sì, credo, credo! — Ora però io ti voglio immaginare invece in una nuova vita: quale sarà, quale potrà essere d'ora in poi, con me. E voglio che anche tu te la immagini, quest'altra tua nuova vita, senza più memoria di tutte le cose tristi che ti sono accadute.
Ersilia
(con un sorriso di pena)
E allora — non quella.... non questa — ancora un'altra?
Ludovico
Un'altra, già, per come puoi essere.
Ersilia
(voltandosi, meravigliata)
Io? (Scotendo il capo, e con un atto appena appena delle mani, che tiene sulle ginocchia) Non ho potuto essere mai niente.
Ludovico
Eh via! Come niente?
Ersilia
Niente.... mai....
Ludovico
Ma se sei, scusa!
Ersilia
Che sono?
Ludovico
Ma prima di tutto una bella ragazza.
Ersilia
(con tristezza, stringendosi nelle spalle)
Che bella, no. E poi, se non ho saputo approfittarne....
Ludovico
Eh, quando non si sa: è vero. Può anche venire in mente, per disperazione.... all'ultimo, prima di prendere un'estrema risoluzione, là, buttarsi allo sbaraglio....
Ersilia
(fosca, voltandosi a guardarlo)
Oh Dio.... che dice?
Ludovico
No no — dico perchè l'immaginai, l'immaginai di «quella».... nel romanzo. Con la disperazione di non sapere più come fare.... verso sera.... guardandosi allo specchio tetro dell'alberguccio.... una risoluzione improvvisa: tentazione da folle.... Senza più nulla, o con qualche lira appena là in quella borsetta.... e l'albergatore che voleva pagato il conto....
Ersilia
(sbalordita, con terrore e con ansia)
Ma tutto questo non era scritto nel giornale?
Ludovico
No, l'imma'... (S'interrompe, sorpreso, e subito le domanda, chinandosi su lei) Perchè forse è vero?
Ersilia
(nascondendo il volto tra le mani e tremando dall'onta e dal ribrezzo)
Sì....
Ludovico
(quasi tra sè, in fretta, compiaciuto)
Ah, guarda.... guarda com'ho intuito giusto! (Poi di nuovo, addolorato, ansioso) Scendesti di sera nella strada?
Ersilia
(c. s.)
Sì.... sì...
Ludovico
(c. s.)
E fu.... così, con uno della strada? con uno.... con uno qualunque che passava?
Ersilia
(senza scoprir la faccia)
E.... e dopo.... non saper come fare, dopo....
Ludovico
(subito)
Come fare a chiedere? (E poichè Ersilia non risponde, risponde lui, come se lo sapesse) Nulla eh? Ah, come è vero! com'è vero! E fu lo schifo, allora, il raccapriccio di quel vano, laido tentativo.... Perfetto! perfetto! (Ersilia scoppia in singhiozzi) No.... Piangi? E perchè ormai?.... No, no.... (Fa per abbracciarla, per confortarla).
Ersilia
(alzandosi, avvilita, mortificata)
Mi lasci.... Me ne lasci andare adesso....
Ludovico
Come! Che dici? Perchè?
Ersilia
Ora che sa questo....
Ludovico
Ma se già lo sapevo! lo sapevo!
Ersilia
Come lo sapeva?
Ludovico