STORIA DI CARLOMAGNO VOLUME SECONDO


STORIA
DI
CARLOMAGNO

DEL
SIGNOR CAPEFIGUE

FATTA ITALIANA
DA
LUIGI TOCCAGNI

CON NOTE DELL'AUTORE E DEL TRADUTTORE

VOLUME SECONDO

MILANO
PRESSO GIUSEPPE REINA LIBRAIO-EDITORE
1843.


TIP. DI VINCENZO GUGLIELMINI.



[INDICE]


PERIODO DELL'ORDINAMENTO.

I Franchi son governati in moltissimi luoghi da leggi differentissime; onde Carlo, avvedutosi del male, fatto imperatore, attese ad ampliar le leggi stesse, ed a correggere i loro difetti e le loro pregiudizievoli troppo late applicazioni.

(Eginhard, De vita Carol.)

STORIA DI CARLOMAGNO

CAPITOLO I. CORRISPONDENZE DIPLOMATICHE DI CARLOMAGNO RE E IMPERATORE.

Pratiche con Roma. — Ragioni della lega. — Papa Stefano. — Papa Adriano. — Carteggio. — Epistole di Adriano. — Vigilanza sull'Italia. — Papa Leone. — Nuovi legami con la santa sede. — Condizioni respettive dell'impero e del papato. — Corrispondenza cogli imperatori di Costantinopoli. — Costantino Copronimo. — Leone IV. — Costantino ed Irene. — Disegno di accostamento fra i due imperi. — Lega e proposta di nozze. — Niceforo. — Trattato de' confini. — Negoziati diplomatici coi califfi. — Arun-al-Raschild. — Pratiche cogli emiri saraceni di Spagna. — Colle tribù erranti. — Coll'ettarchia anglo-sassone e i re di Scozia.

768 — 814.

I re merovingi aveano concentrato il politico loro commercio nella nazion franca, nella salica e nella ripense, chè assorti nelle discordie e guerre intestine, furon rare volte in commercio co' popoli dell'antica civiltà. I re di Neustria o d'Austrasia, e quei d'Aquitania o di Borgogna, tra lor contendevansi il possesso delle città e delle provincie, ma quanto alle loro comunicazioni col grande impero d'oriente, con Costantinopoli e col califfato, appena è che se ne trovino di lontanissime e irregolari. Ei sono, come dire, altrettanti capi barbarici, che chieggono dall'imperatore questa o quella dignità di palazzo; popoli appena iniziati nella civiltà, che imitano le forme e le pompe dei principi più inoltrati nel lusso e negli splendori del trono. Il medesimo dir non si può della schiatta carlinga dopo Carlo Martello, chè questo lignaggio conduce a fine una grand'opera; Carlomagno fonda un impero che può per ampiezza contendere col califfato e colla monarchia dei Greci: e come re e come imperatore attiva è la sua corrispondenza, nè solo ei riceve gli omaggi e i tributi dei vinti, ma tiene ancor pratiche regolari co' papi, cogli imperadori d'oriente e coi califfi.

Le pratiche dei Carolingi sono innanzi tratto naturalmente co' papi, tanto che il pontificato e il nuovo lignaggio hanno stretto fra loro quasi un patto inviolabile, da cui, esso secondo lignaggio, riconosce il suo colore di civiltà e di legislazione romana. Stefano I, che consacrò Pipino, intimava la scomunica contro chiunque osasse portare la mano sulla costui corona, mentre in rincambio, Pipino donava alla santa sede ampie e ricche possessioni temporali, le sue città, il suo esarcato, Ravenna, Rimini e Bologna. Stefano II poi andò debitore a Carlomagno dell'ampliazione de' suoi dominii e della protezione conceduta alla cattedra di san Pietro contra i Longobardi; schiatta sì spesso a quella infesta, che fu dai Franchi domata; e questa continuazione di buoni uffizi fra Roma e Carlomagno si fa più grande ancora e più calda dopo l'esaltazione di papa Adriano.

Uscito quest'ultimo dalle grandi famiglie romane, discendeva da senatori e da consoli, e il suo palazzo risplendeva delle imagini loro[1]; astiava i Longobardi, e i Longobardi astiavano lui, ed erede come egli era delle antiche opinioni romane sul principato della città eterna, avrebbe voluto domar l'Italia con le chiavi di san Pietro, come un tempo gl'imperatori l'aveano domata con le insegne dei centurioni e dei tribuni; la mitra pontificale succedeva alla corona d'alloro dei Cesari. Adriano e Carlomagno vivono fra loro in istretta e confidente intimità; e poi che quest'ultimo è consacrato re dei Longobardi, prende gli stati della santa sede sotto la protezione della sua spada, nè alcuno osa più toccarli, Greco, Italiano o Saraceno ch'ei sia. A rincontro Adriano, esercita pel re de' Franchi attentissima vigilanza sull'Italia; gli notifica i fatti tutti che posson turbare la possanza sua in questa parte; se un conte o un vescovo lombardo prepara qualche sedizione, Adriano tosto s'affretta di darne avviso all'amico; egli è il vigile agente della monarchia de' Franchi; gli interessi sono fra loro comuni. Le epistole dal papa indiritte al figliuolo e protettor suo il re de' Franchi, sono molte e tutte relative all'ordinamento dell'Italia e allo spirito sedizioso e impaziente dei Longobardi, i quali egli ora denunzia come sciolti da ogni freno di costumatezza, ed ora come nimici della religione cattolica, e avversari implacabili di san Pietro, e del vessillo suo che splendeva sul Vaticano. Adriano testifica in una di esse a Carlomagno, l'esultanza sua per tutto il bene che egli fa alla Chiesa, e per le sue buone intenzioni verso di lei: «Mio buono ed egregio figliuolo e re signore, instituito da Dio. Io ti prego istantemente, come s'io fossi dinanzi a te in persona, di far dare compimento a ciò che tu hai promesso al principe degli Apostoli per salute dell'anima tua, ed affinchè Dio protegga il tuo regno; e il principe degli Apostoli ti assista di maggior patrocinio presso Sua Divina Maestà. Solo per l'aiuto di san Pietro, guardiano del paradiso, tu se' venuto a capo di tutti i desiderii tuoi; ad egli t'impetrò da Dio la vittoria ed il possesso del regno dei Longobardi; però abbi sempre fede grandissima in lui chè a sua intercessione, il Signore farà inchinar sotto a' tuoi piedi tutte l'altre barbare nazioni ecc.»

E di simil tenore son tutte l'altre epistole; tutte congratulazioni con Carlomagno pe' suoi gloriosi trionfi; egli è l'ottimo figliuolo, il re d'Italia per volere di Dio; egli è colui, sotto la cui grande spada ripara il patrimonio di san Pietro. Se vi ha qualche malvagio, qualche iniquo che turbi la sicurtà pontificia, Adriano tosto ne scrive a Carlomagno per ottenere ch'ei sia cacciato dall'Italia, invocando pur sempre i diritti di Roma in nome del principe degli Apostoli, affine d'imprimer negli uomini, con questa prosopopeia, un maggiore rispetto per gli uomini potenti e bellicosi. «Noi abbiamo a dolerci con la magnificenza tua, dolce e caro figliuolo, di Reginaldo, uomo iniquo che semina zizzania, e muove gli uomini al male. Costui cerca per ogni modo di fare offesa alla Santa Chiesa di Dio ed a noi, e fa ogni poter suo per ispogliare empiamente san Pietro di quanto tu gli fosti liberale per salvezza dell'anima tua, e vorrebbe farselo suo; egli è pur venuto co' suoi nella città nostra[2], e n'ha menati via gli abitanti. Non credendo io che tu n'abbia fatto dono per l'esaltazione di questo duca Reginaldo, ti prego istantemente che, per amor del buon apostolo san Pietro, tu non lasci a costui fermar piede in Italia[3]

Nè solo Adriano si tien contento al corrisponder per lettere, ma sì ancora egli fa continua istanza a Carlomagno perchè gli mandi i suoi missi dominici, saper volendo ogni pensiero e volere del caro suo figliuolo, il re dei Franchi; e insiste pure per avere suoi deputati, nè venendo essi, il papa stesso gli manda egli alcuni vescovi in legazione per conferire con lui[5].

Appresso papa Adriano invita Carlomagno, amico suo, a venir prestamente in Italia, ch'egli ha uopo di vederlo, e conferire con lui. Desiderata è la presenza in Roma di Carlomagno, tanto più che il pontefice si vede minacciato da molti malevoli, fra i quali gli addita pur sempre i Greci, i Longobardi, i Napolitani che stringono e accerchiano il patrimonio di san Pietro, per usurparselo[6]. «Salutando la tua benevolenza, noi ti annunziamo con queste lettere come i rei Napolitani, collegatisi coi Greci odiati da Dio, ascoltando i mali consigli d'Arigiso, duca di Benevento, si sono di furto impadroniti della città di Terracina, soggetta dianzi al dominio di San Pietro ed alla podestà tua. Noi non abbiamo voluto far nulla in simil contingenza, senz'aver prima i consigli tuoi, e però supplichiamo l'eccellenza tua[7] d'inviarci, al più presto, Volfrino, sì che trovandosi qui verso le calende di agosto, egli possa, mercè gli ordini tuoi, muover coi Toscani, cogli Spoletini, ed anche coi tristi Beneventani, e ricuperar la detta città di Terracina, ed insiem con essa Gaeta o Napoli, affin di rendere a san Pietro quanto appartiene al suo patrimonio nel territorio di Napoli stessa. Abbiamo nel giorno di Pasqua avuto un parlamento con Pietro, l'inviato degli scaltri Napolitani, e chiestogli quanto appartiene a san Pietro in quel tenitorio, gli abbiam significato il desiderio nostro di veder quei popoli soggettarsi alla potenza tua, e dimandato quindici statichi tra i figliuoli dei più nobili fra loro e della città di Terracina; ed egli vi aderiva a patto che fossero confidati alle mani del patrizio di Sicilia. Se non che non abbiam voluto nulla conchiudere senza il consiglio tuo, volendo noi solo trattare per util tuo, e sapendo quanto infidi son costoro nei loro disegni, però che pur sempre hanno pratiche vive con Arigiso, duca di Benevento, il quale riceve messi ogni giorno dal patrizio della Sicilia. Oltre di che, io so di buon luogo che essi aspettano i figliuoli del reo Desiderio, per combatter poi tutti uniti contro di noi e contro di te. Ti scongiuriamo adunque di venire in aiuto nostro, chè da te solo e dall'apostolo san Pietro aspettiam forza e valore. Poco c'importa della città di Terracina, ma non vorremmo che diventasse occasione ai Beneventani di sottrarsi all'impero tuo. Laonde noi ti preghiamo di aiutarci al più presto, affinchè così tu meriti di regnare eternamente coi santi».

Adriano è il Romano antico che si affatica d'ampliare e consolidare il patrimonio di san Pietro, però che, erede com'egli è delle memorie del patriziato, altro non vuole in fine che assicurare il dominio di Roma sopra l'Italia; questa preminenza è la meta dei desiderii suoi; egli è tutto invasato in Roma, ne' suoi monumenti, nei suoi circhi, nelle sue basiliche; Roma fu l'antica metropoli del Lazio, e tale esser dee ancor sotto i papi. Dalle grandi cose Adriano discende alle più minute, tanto che ei dimanda pure a Carlomagno i materiali a innalzar le sue basiliche; la costruzione dei monumenti pubblici era cura, come si legge nella storia romana, dei consoli e degli imperatori, come uno dei doveri dell'edilità, onde il pontefice pur vi pon cura, e scrive: «Poi che ci hai fatto sapere, carissimo ed eccellentissimo figliuolo, esser tu contento di aderire alla dimanda nostra in proposito dei travi necessarii ai ristauri della santa chiesa, noi ti preghiamo di far ch'essi giungano belli e ammanniti alla chiesa di San Pietro verso il tempo delle calende d'agosto. Quanto alla volta o cornice, che vuol pure essere ristorata nella basilica del detto apostolo, converrebbe innanzi mandar un maestro che vedesse qual genere di legname richieggasi a ripristinarla nello stato che era anticamente; il qual maestro si renderà dappoi a Spoleto, e cercarvi questo legname, perchè non ne abbiamo in paese di acconcio all'uopo. Ma il santissimo fratello nostro, l'arcivescovo Volcaro, non si dia fretta di venire fino a che il legname non sia ben secco, perchè se fosse ancor verde non sapremmo che farne».

Ampie, ricche e fruttuose terre, e vaste e popolose città sono i doni che Adriano, il romano patrizio, procacciar vuole all'eterna sua città; egli è il papa più devoto che mai fosse alla potenza ed alle memorie dei Romani, e quindi, alla foggia di un console antico, egli a chieder si fa a Carlomagno ch'ei liberar voglia la terra dei Sabini, mentre i malvagi gl'impediscon di prenderne possesso[8].

Adriano manda poi reliquie, bandiere conteste di seta e d'oro, e ossa di martiri a Carlomagno, a cui pur sta a cuore l'innalzamento delle basiliche. Padrone, com'egli è, delle grandi selve della Turingia, e del settentrione dell'Europa, egli possiede di forti travi, senza dei quali rizzar non si possono gli edifizii di Roma. Noi lo vediam quindi mandar legname e stagno e marmo per ristaurare la chiesa di San Pietro che tanto fu danneggiata dagli acquazzoni di primavera, intanto ch'ei pure chiede per sè, come fu detto, alcuni mosaici, avanzi della civiltà greca in Ravenna, per le barbare sue città della Gallia. L'Italia tutta invoca la presenza di Carlomagno; i Beneventani si ribellano, e turbar possono di nuovo la pace del pontificato. «Se i Beneventani ricusano di sottomettersi agli ordini tuoi, manda l'esercito alle calende di maggio, e vieni a fare una correria contro di loro. Che se un esercito non li tiene in dovere dal mese di maggio fino a settembre, quel tristissimo di Arigiso si proverà a qualcosa contro di te, mosso, come sarà, dalle suggestioni dei Greci, però che ha seco, come ognun sa, i legati loro, ed altri ne tiene a Napoli. A te spetta il risolvere sul da farsi, e noi siamo confidentissimi nel tuo potentissimo giudicio. Piacciati dunque di por mano all'opera con la maggior celerità che puoi, così per la tua come per la nostra salute».

Ogni buona ventura di Carlomagno, le sue vittorie, i suoi trionfi, son celebrati a Roma come festa del pontificato medesimo. Carlo ha vinto i Bavari, e il papa se ne congratula di cuore con lui. «Ma e i Greci infidi non saranno anch'eglino posti a dovere, e castigati delle tante insidie che tendono a Carlomagno? I Greci sono sempre d'accordo coi duchi o coi conti longobardi o beneventani, gli assecondano nelle sediziose lor mire, ed assaltano il pontificato e la podestà di Carlomagno in Italia. Di grandissimo contento ci furon le tue lettere di vittoria, e abbiam reso grazie a Dio, leggendovi che la tua salute e quella della regina, nostra signora, e de' tuoi figli, è pur sempre buona. Caro ci fu soprattutto l'intendere la soggezion dei Bavari, che noi ti avevamo già predetta e augurata. Ora, io credo che ti ricorderai di quanto ti dicevamo nelle precedenti nostre lettere intorno a certi Capuani venuti a noi, ai quali giurar facemmo innanzi all'arca di san Pietro d'esser fedeli all'apostolo di Dio ed alla regale eccellenza tua. Or bene, dopo fatto il giuramento, un di loro, Gregorio prete, ci chiese di parlarci in disparte, dicendo che dopo fatto un simil giuramento ei non poteva più nulla tenerci celato. Lo interrogammo a farlo spiegare in modo più chiaro, ed egli allora ci raccontò come in quella che il gran re Carlo si partiva da Capua, l'anno scorso, Arigiso duca mandasse legati a Costantino imperatore, dimandandogli aiuto e protezione, e nel medesimo tempo l'onore del patriziato, e tutto intero il ducato di Napoli; e il pregasse inoltre di mandar con forte schiera di armati il cugino suo Adelgiso, promettendo di sottomettersi all'autorità dell'imperatore, ed anche agli usi dei Greci, così nella tosatura dei capelli, come nel vestire».

Papa Adriano non sa darsi pace all'udir questa lega dei Greci con Arigiso, il rappresentante dei re longobardi. «O diletto mio figliuolo, egli scrive a Carlomagno, Costantino ha mandato due suoi domestici del palazzo a conferire il patriziato ad Arigiso, i quali portavan seco vesti d'oro, una spada, un pettine ed un par di cesoie, per dar effetto a quanto costui avea promesso, dicendo che si sarebbe sottomesso a farsi tosare i capelli ed a vestire all'uso dei Greci. Essi domandaron, di più, Romoaldo, figliuol d'Arigiso, in ostaggio. Quanto ad Adelgiso, l'imperatore adduceva non avere potuto mandarglielo, perchè avviato l'avea con un esercito contra Trevigi o Ravenna. Se non che, al giunger loro, e' trovarono sconciati i loro disegni dalle mani di Dio e dall'aiuto degli Apostoli, perchè Arigiso, ed insieme con lui suo figlio Valdone, erano morti, e i Beneventani non vollero in alcun modo riceverli, mentre Azzone, tuo fido legato, stava in Salerno. Partitone poi questo diacono, se ne andarono a prenderli per terra sul tenitoro greco, e gli ammisero in città, dove passarono tre giorni in parlamenti con Adelberga, vedova di Arigiso, e coi Beneventani, i quali dicean loro: — Noi abbiamo mandato deputati al re Carlo per chiedergli che ei ci dia Grimoaldo per duca, e fattagli la medesima istanza per mezzo del diacono Azzone; rimanetene dunque a Napoli fino a che Grimoaldo arrivi, e quel che suo padre Arigiso non potè fare, sì il farà esso Grimoaldo, come sia in possesso delle dignità che gli pervengono; si assoggetterà all'autorità imperiale, come promise suo padre, e adempirà tutte l'altre profferte sue. Ond'è ch'essi ricondussero i due messi imperiali per terra e in gran pompa fino a Napoli, e che i Napolitani gli accolsero a processione, recando in fronte stendardi e pitture[9]; ed ivi essi dimorano, godendo in fantasia della vittoria che speran d'ottenere, e tramano insidie contro gli stessi Napolitani, insieme con Stefano vescovo e Costantino, al quale mandarono avviso della morte d'Arigiso e di suo figlio, aspettando gli ordini suoi intorno a ciò che far deggiano. Nelle quali cose tutte, figliuolo eccellentissimo, che Dio abbia in custodia, risplender fate la saggia potenza vostra, tanto per la esaltazion della madre vostra spirituale, la Santa Chiesa romana, e per la nostra salute, quanto per la sicurtà del vostro reame[10]

Tali sono i sensi, quasi sempre, del carteggio di Adriano con Carlomagno; sono due podestà che se l'intendon tra loro, due interessi che si collegano, due menti che procedono di concordia a ristaurar l'unità della Chiesa e dell'impero. E però alla morte di Adriano, Carlomagno lo piange come amico suo, e detta i versi del suo epitaffio, scolpito in lettere d'oro sulla sua tomba, e il capo, il gran re degli Austrasii, diventa poeta latino:

Lagrimando sul padre, io Carlo questi

Versi dettai. Te piango,

Mio amore, e mio consiglio,

E i chiari nomi nostri ho insiem contesti.

Adriano e Carlo; io re, tu padre. Ah! il figlio

Ti rimembra, te 'n priego, e fa che tosto

Ei venga al padre accosto[11].

Adriano papa apparecchiò l'esaltazione di Carlomagno all'impero, e Leone la compie; Leone che ha maggior uopo ancor d'Adriano della protezione di lui, però che l'altro avea per sè il popolo romano, i patrizii, i discendenti dei senatori; la famiglia sua era potente, e sui gonfaloni leggevasi la lista de' suoi antenati. Papa Leone, all'incontro, è in avversione al popolo di Roma, ond'egli invoca in aiuto suo il patriziato del signor dei Franchi, e l'antica città vede sventolare i vessilli della gente boreale. Leone viene a trovar re Carlo fino in mezzo alle sue corti plenarie del Reno, della Mosella e dell'Elba, e prostrasi dinanzi al monarca che passa tosto in Italia per proteggere il papato. In quegli ultimi parlamenti decretata è la ricostruzion dell'impero d'Occidente; questa dignità lusinga l'orgoglio di Carlomagno, chè per essa è innalzato al grado dei Cesari e degli Augusti, illustre pur tuttavia per tutto il mondo, intanto che Leone si vede protetto dall'impero d'Occidente, da lui posto e acclamato nelle mani di Carlomagno, il quale, fatto oramai principe e signore di Roma, può co' suoi Franchi raffermare il pontificato contro le turbazioni e le sommosse popolari sì frequenti per lo spirito sedizioso dei Romani.

Da questo momento le pratiche fra gl'imperatori e i papi vanno acquistando forma più regolare; nell'ordine materiale l'imperatore è tutto; nell'ordine morale il capo è il papa; i concilii governano il mondo cattolico; l'imperatore regna su tutte le terre che compongon l'impero, e le bolle medesime recan la data della sua esaltazione. Carlomagno e Leone si dan mano, si spalleggiano scambievolmente, e siffatta è l'union loro, sì costante l'intimità, che le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria fingono che Leone fosse un bastardo di Carlomagno; idea tutta feudale, tradizione germanica fatta a giustificar tutti quegli infiniti donativi di terre che l'imperatore fece al pontefice. Questa confusion dell'impero e del papato fu in appresso la cagion movente delle grandi contese fra gl'imperatori germanici ed i successori di Leone al pontificato. Come infatti sceverar ciò che era d'ordine spirituale da ciò che era d'ordine temporale nel patto dei Carolingi coi pontefici? Ond'è che i discendenti della casa di Svevia si fecer più volte a rivendicare i diritti di Carlomagno, ed i papi a rintuzzar le pretensioni di quegli Alemanni che, coperti di ferro, calavano dal Tirolo fin sotto le mura di Roma. Il decimo secolo e l'undecimo furon tutti pieni di queste contese fra papi e imperatori, originate dalle donazioni di Carlomagno.

L'inconcussa dignità degl'imperatori di Costantinopoli e la porporata vanità loro avean per più secoli tenuto a vile la famiglia dei Merovei, siccome quella che regnava sui Barbari in una parte lontana dalle loro frontiere; e quei greci regnanti, ricevendo a ogni poco umili memoriali di questi capi franchi, con che chiedevano il pallio del consolato o qualche dignità di palazzo, concedean loro i titoli di capi e re tributarii, a dir degli scribi, coperti d'oro. Quindi è che, allo stabilirsi del lignaggio carlingo, gli annali dell'impero appena ne parlano nella quistione delle immagini, al tempo che Leone l'Isaurico e Costantino Copronimo scrissero a Carlo Martello ed a Pipino, stimolandoli a mettere in pezzi quei falsi simboli, ed a fare, ad esempio loro, man bassa dei reliquarii d'oro. In tutto il resto i Franchi andavano confusi con gli altri Barbari ond'era cerchiato l'impero, e con tutte le altre torme di popoli e di tribù. Appena è che si trovi orma della corrispondenza dei Carolingi coi Greci, ed appena uno o due storici toccan di quel Carlo che era succeduto ai prefetti di palazzo dei Franchi. Più tardi tuttavia, fu ben forza fare stima della possanza di questo Barbaro, che già sovrastava, per le sue conquiste, alle possessioni dei Greci.

A Costantino Copronimo era succeduto Leone IV, nè l'esaltazione di questo nuovo imperatore fu contrassegnata da alcun rivolgimento di palazzo, chè la quistion delle immagini tutte assorbiva le menti. Leone IV metteva in pezzi i bassorilievi d'oro e i reliquarii d'argento per levarne le pietre preziose che ornavano i santuarii, e le leggende raccontano ch'egli s'impadronì d'una corona d'oro, di smeraldi e di brillanti, appesa all'altare di Santa Sofia, e che, all'accostarsi questa corona alla fronte, essa lo scottò come un carbone acceso. Leone IV morì, lasciando a succedergli nell'imperio un fanciullo, di nome Costantino, e l'imperatrice Irene, che lasciò gran memoria di sè negli annali del Basso Impero. Donna forte costei e inesorabile, dopo aver, secondo l'uso dei Greci, fatto senza pietà mutilare i parenti di suo marito, competitori di lei nella corona, tenne il figliuol suo in grandissima suggezione, poi quando fu divenuto maggiore, il fece deporre per regnar sola. Amante delle arti, anzichè intimar guerra alle immagini ne allargò ed accrebbe il culto, e a lei si debbe la conservazione dei monumenti bisantini.

Al regno d'Irene si vuol pur annodare i primi vincoli d'intimità fra Carlomagno e l'impero d'Oriente, chè, senza dubbio, essi ebbero principio alle invasioni delle provincie lombarde e dell'esarcato di Ravenna, e all'occupazione dei feudi del Friuli, di Benevento e di Spoleti per parte dei conti franchi; se non che allora tenean della conquista e della guerra, chè queste terre eran prima possedute dai Greci, e formavano, un secolo innanzi non intero, altrettante pertinenze dell'impero d'Oriente, insieme con l'Adriatico greco, e solo le avevano svelte alla corona d'oro degli imperatori, le conquiste dei Longobardi. Irene ebbe pratiche d'amistà con Carlomagno re dei Franchi quand'egli fu incoronato a Monza, e gli annali dicono ch'ella profferse per isposo il figliuol suo Costantino ad una delle figlie di quello, chiamata Geltrude, e che anche celebrate furono le sponsalizie. Le canzoni eroiche narran pure che Irene, imperatrice di corona, profferto avea la sua mano a Carlomagno, il quale avrebbe così aggiunta una figlia della Grecia all'altre sue donne franche e germane, e congiunto le due corone imperiali. Leone III fu l'ardente promotore di queste nozze, però che i papi, simboli veri del principio d'unità, cessar voleano le contese di religione tra l'Oriente e l'Occidente, e l'unione o mistica o naturale d'Irene con Carlomagno sarebbe stata come il termine dello scisma mercè la reintegrazione del mondo romano.

Se non che tutto questo fu sconciato per le segrete mene dei principi longobardi rifuggiti alla corte di Costantinopoli; anzi vi ebbe un'intimazion di guerra fra i Greci ed i Latini; e Giovanni, logoteta della milizia greca, dalla Sicilia venne ad approdar nel regno di Taranto e di Napoli, per indi cacciare i Franchi dall'Italia; ma nelle prime schermaglie, i Greci, sgominati, la diedero a gambe innanzi alle lance dei Franchi, e Giovanni fu preso e messo a morte per ordine di Carlomagno. I Greci, sì culti, sì snervati dalla civiltà, non valevan più nulla per soldati, ora come avrebbon essi potuto combattere contro gli uomini del Nord, contro quei Franchi d'Austrasia più valenti dei Bulgari ond'era minacciata la loro metropoli? Irene, la protettrice delle immagini, la donna artista, non rinunziò punto per questo al disegno di sposar suo figlio Costantino Porfirogenito a Geltrude, e mandò un'ambasceria greca che venne a trovar Carlomagno ad Aquisgrana, dove furon celebrate nuove sponsalizie, e tanto è vero che queste nozze furono convenute indi a breve tempo, che gl'inviati greci lasciarono a Geltrude un eunuco dottissimo per istruirla dei costumi e degli usi di Bisanzio, e così della lingua ch'ella parlar doveva ai ministri del palazzo. Le quali pratiche fra Irene e Carlomagno continuarono fino a che una nuova rivoluzione abbattè l'autorità dell'imperatrice, e lo storico Teofane afferma che ancora trattassi di congiungere i due imperi. «Alcuni apocrisarii, egli dice, furono inviati affin di congiungere Irene in matrimonio con Carlomagno, e unire in un solo gl'imperi d'Oriente e d'Occidente; ma Azzio, cui stava a cuore d'assicurar l'impero al proprio fratello, sconciò questo disegno». Un fecondissimo avvenimento sarebbe stato questo maritaggio dell'imperator d'Occidente coll'imperatrìce d'Oriente, poichè per esso sarebbe stato ricomposto il romano impero negli ampli suoi confini, e i Barbari distrutto non avrebbero gli ultimi avanzi dell'antica civiltà. Se non che nel corso dei tempi raro è che le cose si ricompongano sotto le medesime forme: ciò che cade più non risorge, e quando un edifizio è crollato, niuno può far di raccorne sì a punto i rottami da rifarlo grande e forte in tutto come prima, nè più ridonar si può la vita a chi è spento.

La rivoluzione del palazzo di Bisanzio, che spezzava lo scettro in mano ad Irene, sollevava all'onor della porpora un uom di guerra, Niceforo, che fu dai soldati alzato in sugli scudi, come si vede nelle miniature dei tempi, e fu dal patriarca coronato in Santa Sofia. Irene, trattata prima con riverenza, siccome sposa di Leone e madre di Costantino Porfirogenito, fu indi chiusa in un monastero, e colei che pur dianzi avea grado e podestà d'imperatrice, andò a finir cattiva e confinata nell'isola di Lesbo. Una lettera dei legati franchi a Costantinopoli narra questa revoluzione domestica, nella quale sostennero Irene finchè poterono, siccome alleata di Carlomagno, ma poi terminato il moto, abbandonaron Costantinopoli per venire a riferir di presenza all'imperatore gli avvenimenti che agitato aveano l'impero d'Oriente, e i motivi politici ond'era stata mossa l'esaltazione di Niceforo.

La possanza di Carlomagno era tale che Niceforo ben comprese dover egli cercare, innanzi tutto, l'amistà sua;le frontiere dell'uno toccavan quelle dell'altro e grande era il timor delle irruzioni dei Franchi coronate sempre dalla vittoria. Per acquistarsi quindi l'amicizia e la grazia di Carlomagno, Niceforo gli mandò una solenne ambasceria; ed esperti oratori, com'eran quei Greci, giustificar doveano l'esaltazione del signor loro, e i motivi ond'era stato svelto lo scettro di mano ad Irene, amica dell'imperator dei Franchi. Il monaco di San Gallo, vivace cronista, segue, passo per passo, gli ambasciatori greci, che vengono a salutar Carlomagno a nome di Niceforo. I Franchi aveano grandemente in dispregio questa razza bisantina; i vescovi da Carlo mandati a Costantinopoli raccontavan mille istorie intorno alle bizzarre usanze dei Greci, e queste istorie giravano di bocca in bocca, e il buon monaco di San Gallo le racconta a questo modo: «Nel tempo della guerra contro i Sassoni, Carlo mandò suoi legati all'imperatore di Costantinopoli, il quale si fece a dimandar loro se gli stati di Carlo suo figliuolo[12] erano in pace, o turbati dalle nazioni vicine; e avendo il capo dell'ambasceria risposto che tutti erano in pace, salvo un certo popolo, chiamato i Sassoni, che infestava con le sue depredazioni le frontiere di Francia: — Oh cielo! rispose quel principe che marciva nell'ozio, e non era punto fatto alla guerra, e perchè il diletto figliuol mio si affatica egli a combattere sì picciol nemico, senza fama nè valore? Io dono a te stesso questa nazione con tutto ciò che possiede! — Tornato in patria, l'ambasciatore riferì questo discorso a Carlo, il quale gli rispose queste parole: — Ben più avrebbe fatto per te quest'imperatore, se t'avesse donato un buon mantello per un sì lungo viaggio».

I vescovi mandati da Carlomagno nell'impero di Costantinopoli, essendo stati, come vedesi, male accolti, se l'avean legata al dito, e il monaco di San Gallo non manca di soggiunger appresso, come i Franchi se ne vendicarono. «Poco di poi l'imperator greco mandò anch'esso suoi ambasciatori al glorioso Carlo, e si abbattè appunto che in quell'occasione si trovasser con lui il medesimo vescovo ed il duca di cui è detto, i quali, all'udir annunziare la venuta di quei legati, suggerirono al saggio monarca di farli condurre attraverso alle Alpi per vie impraticabili tanto che logorato e consumato avessero al tutto quanto seco portavano, e fosser così obbligati di presentarsi a lui già ridotti in pessimo arnese. Poi, quand'ei furono arrivati, il vescovo e il compagno suo fecer sedere il conestabile in mezzo a tutti i suoi dipendenti, e sovra un seggio elevato per modo che far non si potea di non prendere quest'uffiziale per l'imperatore. Onde gli ambasciatori, come tosto lo videro, si prosternarono a terra per adorarlo, ma ributtati dai servitori di Carlo, furon costretti a passar nelle altre stanze più innanzi, ove, avvisato il conte del palazzo che parlava ai grandi raccolti intorno a sè, credendolo il principe, di nuovo si precipitarono a terra. Cacciati più innanzi e schiaffeggiati dagli astanti, che andavan loro dicendo: — Questi non è l'imperatore, — andarono oltre, e trovarono il siniscalco della tavola reale attorniato da tutti i famigli, coperti di abiti ricchissimi, nè più dubitando che colui non fosse il re, eccoli di nuovo a terra. Cacciati anche da questo luogo, videro in un salone tutta la gente di servigio della camera reale intorno al loro capo, e per allora si tennero certi che quello esser dovesse veramente il primo dei mortali. Ma quell'uffiziale li tolse da questa credenza, e promise loro di fare ogni poter suo in un coi primi della corte, per ottenere ad essi, se far si potea, la grazia d'essere ammessi alla presenza dell'imperatore augusto. Alcuni di quelli che trovavansi con lui, ebbero intanto commissione d'introdurli in gran cerimonia.

«Carlo, il più illustre dei re, sfolgorante come il sole al suo sorgere, e tutto splendiente d'oro e di gemme, stavasene assiso presso una finestra che mandava gran luce, appoggiato ad Ettore, che tale era il nome del vescovo da lui già mandato a Costantinopoli. Intorno all'imperatore erano schierati a cerchio, a simiglianza della milizia celeste, i suoi tre figliuoli da lui assunti a compagni già nell'impero, le sue tre figlie con la madre loro, splendide di virtù in uno e di bellezza; e prelati d'aspetto e di merito senza pari; e abati illustri per la nobiltà del pari che per la santità loro, e duchi, appetto dei quali tal non fu in antico lo stesso Giosuè nel campo di Galgala. Questa schiera, al par di quella che ributtò Ciro e gli Assirii suoi dalle mura di Samaria, avrebbe potuto, come se avesse avuto Davide nel mezzo, giustamente cantare: O re e popoli tutti della terra, o principi tutti e giudici della terra, garzoni e donzelle, vecchi e fanciulli, lodate tutti il nome del Signore! — Gli ambasciatori greci, colti da stupore, si sentirono venir meno; e usciti di conoscenza, caddero muti e svenuti al suolo. L'imperatore, con tutta benignità, li fece alzar da terra, e procurò di rincorarli alquanto con parole di conforto; ma quando poi videro colmato di tanti onori quell'Ettore che i Greci trattato aveano con tanta sgarbatezza e disprezzo, presi da nuovo spavento, ricaddero a terra, nè si levarono finchè il principe ebbe giurato loro, pel re de' Cieli, che non sarebbe lor fatto male alcuno. Rassicurati da questa promessa, cominciarono a mostrar maggiore fidanza; ma, ritornati che furono alla patria loro, non posero mai più piede nel nostro paese[13].

«Qui è il luogo di raccontar come l'illustre Carlo avea intorno a sè uomini sapienti in ogni cosa. Dopo celebrato il mattutino in presenza dell'imperatore, quei Greci, nell'ottava di Natale, cantavano in segreto e nella lingua loro alcuni salmi in onore di Dio, quando il re, che stava nascosto in una stanza vicina, rapito dalla dolcezza della loro poesia, impose a' suoi cherici di non por cibo in bocca finchè recato non gli avessero quelle antifone voltate in latino; quindi è che tutte son d'uno stile, e che in una di esse trovasi scritto conteruit in luogo di contrivit. Quegli stessi ambasciatori avean portato seco istromenti d'ogni sorta, che veduti furtivamente insiem con le altre cose rare che coloro aveano, furon dagli artieri del sagace Carlo, con gran diligenza imitati. Segnalaronsi essi principalmente nella contraffazione d'un organo, quel mirabile istromento che, per mezzo di vagelli di rame e mantici di pelli taurine, cacciando l'aria, come per incantesimo, in canne pur di rame, eguaglia co' suoi ruggiti il rombo del tuono, e con la sua dolcezza i lievi suoni della lira. Non è questo il luogo nè il tempo di raccontare dove fu posto quest'organo, nè quanto ei durasse, nè come andasse a male insieme con mille altre cose preziose che lo Stato perdette».

D'onde sono a notarsi i due sentimenti che inspirava a quei giorni l'aspetto della civiltà bisantina; prima un alto disprezzo per la viltà e doppiezza dei Greci, non avendo gli uomini forti e vigorosi che dimoravan sulla terra di Francia, e nelle cittadi a riva del Reno e della Mosella, stima veruna per quegli sciagurati eunuchi, quei giullari coperti di seta che difender non sapeano con la lancia e la spada la città loro; poi lo stupore e l'abbagliamento quasi, da cui eran presi a quella inoltrata civiltà, a quei mirabili monumenti, a quei progressi dell'industria, a quelle maraviglie della scultura, all'udire un organo armonioso, al vedere un dipinto di vivace colorito, un ricco reliquiario, o la porpora di quelle città loro sontuose. Questi due sì opposti sentimenti si manifestano nelle croniche; se parlano dei Greci come uomini, sono parole di spregio e d'astio di razza contro razza; se parlano all'incontro dello spettacolo ch'offre Bisanzio co' suoi monumenti, co' suoi giardini, con le sue statue, co' suoi vasti ippodromi, allora son tutti entusiasmo, e gli stessi monaci latini non posson far di non restare maravigliati a una civiltà che somiglia ad una bella statua d'avorio, tutta cosparsa d'oro e di gemme. La detta ambasceria di Niceforo a Carlomagno non avea sol commissione di appiccar pratiche per la confederazione tra i due imperi, ma sì ancora di stabilire i confini dell'una e l'altra frontiera in modo esatto e permanente; il che implicava la ricognizion pura e semplice del titolo d'imperatore d'Occidente nella persona di Carlomagno. In alcuni frammenti che ci rimangono, si vede anzi il cambiamento che viene operandosi nella diplomatica corrispondenza del gran principe austrasio cogli imperatori bisantini. Egli non è più rex soltanto, ma basileus e talvolta anche imperator; nè egli chiama più il signore che regna in Bisanzio col nome di padre, ma sì con quel di fratello; egli non è più tributario loro, ma loro eguale, cambiamento decisivo nelle forme, ed a Costantinopoli le forme erano tutto.

I limiti dei due imperi vennero, quanto all'Italia, assegnati sulle frontiere della Puglia, del ducato di Taranto e di Napoli; sull'Adriatico, alla Venezia, alla Dalmazia, all'Istria; verso il Danubio i territorii venner divisi per le nazioni barbare accampate nelle lande dal Danubio fino al Volga. La quale contrazione fu fatta non senza una certa giustizia ed equità, e l'effetto suo più significativo fu la ricognizione d'un impero d'Occidente, salutato dai Cesari di Costantinopoli come un rinnovamento di quel tempo in cui fu diviso il mondo romano, con due sedi in due grandi capitali città, Roma e Costantinopoli. E poichè le idee sopravvivono alle cose, e quest'imperio romano avea lasciato tante gloriose memorie de' suoi Augusti e de' suoi Cesari, non è maraviglia che uomini anche di stirpe germanica ad onor si recassero di ristaurar l'impero con le reliquie della civiltà da esso lasciate in retaggio alla terra. Il titolo d'imperator d'Occidente avea lasciato gran fama anche tra le barbare nazioni, e lo splendor di Carlomagno non ebbe ad esserne che più sfolgorante tra le generazioni.

La rinomanza di quest'imperatore e lo strepito delle conquiste e maraviglie sue, erano pur penetrati in Oriente, dove, l'anno dell'Egira 170 e di Cristo 786, seguì l'esaltazione d'un gran califfo di nome Arun-al-Raschild, o il Giustiziere, e Abulfeda racconta le guerre de' suoi primi anni che gli assicurarono il califfato. Le civiltà dell'India, della Persia e della Grecia operato avevano sulla nazione araba, e se ne trovavano tracce in ogni luogo. Gli Arabi non erano altrimenti un popolo creatore, ma sì imitatore, che ripetea le tradizioni persiane, indiane e greche; traduttori com'essi erano degli studi bisantini, ed esperti copiatori dell'architettura e dell'arti dell'Indostan, o dei monumenti sassanidi, ed eredi della scuola alessandrina, e' non sapevan da sè stessi nulla creare, ma destri erano in contraffare, imitare, tradurre. Dal dì della sua esaltazione Arun era in guerra cogli imperatori, quindi non è strano ch'ei cercasse l'alleanza di Carlomagno, nè questa politica dispiacer doveva ai Franchi d'Occidente[14], sì avversi com'erano ai Greci di Bisanzio. Riferiscon le cronache che il califfo mandò legati a Carlomagno con un presente di nuova foggia, ed era un orologio sul far bisantino, con tutta quella finezza e pazienza di lavoro che gli Arabi in grado supremo posseggono. Il quadrante era composto di dodici porticine che formavan la divisione delle ore; ogni porta restava aperta, poi all'ora duodecima, dodici piccioletti cavalieri, uscendo insieme, facevano il giro del quadrante, e chiudevan tutte le porte, e ogni giorno così. Questo lavoro, tutto d'avorio, ad ammirazione di tutta la corte di Carlomagno, fu collocato nella cattedrale di Compiegne[15].

Il monaco di San Gallo che scrive d'ogni novella, non lasciò di narrar, con tutti i suoi particolari, la venuta degli ambasciatori d'Arun, e le pratiche appiccatesi tra il califfato e il nuovo imperator d'Occidente. «Alcuni ambasciatori furono inviati all'imperatore dalla Persia, i quali pensarono di far meglio approdando ai lidi d'Italia, mossi anche dal grido di Roma che sapevano esser soggetta all'impero di Carlo. Ma essi furono accolti con sospetto dai vescovi della Campania, della Toscana, della Romagna, della Liguria, e finalmente della Borgogna e della Gallia, e altresì dagli abati e dai conti, cui fecero manifesto il motivo del loro viaggio, e da alcuni di essi non furon voluti ricevere, finchè dopo corso un anno, quegli sciagurati, stracchi e spossati dal lungo viaggio, vennero in Aquisgrana a trovar quest'imperatore tanto famoso per le sue virtù, se non che, giunti essendo appunto e annunziati al principe nella settimana più solenne della quaresima, fu differita l'udienza loro fino alla vigilia di Pasqua. Ed in questa festività, la maggiore di tutto l'anno, essendo l'incomparabil principe vestito d'ornamenti senza pari, fece introdurre alla sua presenza i legati di quella nazione, un tempo spavento dell'universo, e il massimo Carlo apparve loro tanto più maestoso d'ogn'altro mortale, che si persuasero di non aver mai prima di lui veduto nè re nè imperatore. Gli accolse egli benignamente, e concedette loro la grazia insigne di poter, come i suoi proprii figliuoli, andar dove più volessero, di esaminare ogni cosa, d'informarsi e pigliar nota di checchè si fosse. Rapiti dal contento, a tutte le ricchezze dell'Oriente anteposero il bene di non dipartirsi dall'imperatore, di contemplarlo e ammirarlo continuo. Saliti dunque nella tribuna che sopraggiudica intorno la basilica, e di là guardando ora il clero ed or la milizia, ma pur sempre ritornando cogli occhi sul principe, nè potendo, nell'eccesso della loro esultanza, trattenersi dalle liete loro acclamazioni, battevano palma a palma, e prorompevano: — Fin qui noi non abbiam veduto che uomini di terra; ma ora sì che ne vediamo uno d'oro. — Poi, appressandosi a ciascun dei grandi, ammiravano la novità delle vesti o dell'armi loro; di nuovo indi tornando all'imperatore, come al più degno dei loro omaggi. Passata così la notte del sabato santo e la domenica vegnente a tutto veder nella chiesa, furono in questo santissimo dì convitati al sontuoso banchetto del munificentissimo Carlo, insiem coi grandi della Francia, anzi dell'Europa; ma stupefatti a quanto vedevano, si levaron di tavola quasi digiuni. Ed ecco che il giorno appresso, all'istante in cui l'Aurora, lasciando il letto di Titone, dispensava la luce del sole[17], Carlo, insofferente del pigro riposo, muove per la foresta in caccia del bufalo e dell'uro[18], conducendo seco i legati; ma quei poveri Persiani alla vista di quelle immani belve, colti da grandissimo spavento, si danno alla fuga. Intanto il prode Carlo, che non sa che sia timore, cavalcando un velocissimo corridore, raggiunge una di quelle fiere, trae la spada, e fa per troncarle il capo; ma il colpo non va pieno, e il feroce animale rompe il calzare del re insiem con le strisce che lo legano, e gli sfrega con la ponta delle corna la parte dinanzi della gamba tanto da farlo poi alquanto zoppicare, e infuriato per la tocca ferita, fugge tra piante e balze per una macchia foltissima. Tutti i cacciatori vogliono spogliarsi a gara dei loro calzari, per servirne il loro signore, ma egli non lo consente, dicendo: — Io vo' mostrarmi in questo stato a Ildegarda».

Or nell'antica cronaca, l'imperatrice Ildegarda è la sposa diletta, la sollecita compagna di Carlomagno; essa non l'aveva tuttavia seguito in questa fiera caccia nelle selve della Germania, ed erasene restata in villa od in corte. «Intanto Isimbardo, figliuolo di Varino, prosegue il cronista, avea inseguito la belva, nè osando avvicinarsele troppo, le scagliò contro il suo giavellotto, cogliendola tra la giuntura della spalla ed il petto fino al cuore, indi la presentò ancor palpitante all'imperatore, il quale, senza pur mostrar d'avvedersene, lasciando a' suoi compagni di caccia il corpo dell'animale, tornossene al suo palazzo, ed ivi fatta chiamar la regina, e mostratole il lacerato suo calzare, le disse: — Che meriterebbe colui che m'ha liberato dal nemico da cui io ebbi questa ferita? — Ogni ben del mondo, rispose la principessa. — L'imperatore allora le raccontò l'accaduto, e fatte recare in testimonio le tremende corna della fiera, fu veduta la regina sciogliersi in lagrime, mandar profondi sospiri, e percuotersi il petto con ambe le pugna. Inteso poi che Isimbardo, in disgrazia a quei giorni del suo signore, e spogliato d'ogni onor suo, era quello il cui braccio avea liberato l'imperatore da un sì formidabil nemico, precipitatasi ai piedi del marito, ottenne da lui che allo stesso Isimbardo fosse restituita ogni cosa toltagli, nè contenta ella a questo, gli fece di sua mano larghissimi doni. I Persiani offrirono ancora all'imperatore un elefante con alcune scimie, balsamo, nardo, essenze diverse, aromi, profumi e droghe medicinali d'ogni sorta, tanto che parea n'avessero vuotato l'Oriente per empirne l'Occidente. Frattanto essendosi alquanto più addomesticati coll'imperatore, avvenne che un giorno in cui erano più allegri del solito e riscaldati da vin generoso, essi rivolsero, motteggiando, queste parole all'imperatore, il quale, temperantissimo, era in tutto il suo senno: — Certo, imperatore, la vostra potenza è grande, ma pur meno assai di quanto la fama divulgò nei regni dell'Oriente. — A che Carlo, dissimulando l'interno suo corruccio, rispose ridendo: — E a quale proposito dite voi questo, figliuoli miei? e da che vi fu suggerito questo pensiero? — Ed essi allora, tornando ai primi tempi del loro viaggio, gli raccontarono per filo e per segno tutto ciò che ad essi era intervenuto nelle regioni al di qua dei mari, dicendo: — Noi Persiani, Medi, Armeni, Indiani ed Eleniti, vi temiam tutti più che il nostro medesimo signore Arun. Che direm poi dei Macedoni e dei Greci, i quali paventano la vostra grandezza, come più atta ad opprimerli dell'onde del mar Ionio in tempesta? Quanto agl'isolani tutti, fra mezzo a cui siamo passati, ei si mostrano siffattamente solleciti e devoti a vostro servigio, da crederli pasciuti nel vostro palazzo e gratificati dai vostri più magnifici e onorevoli benefizi. Ma i grandi all'incontro del vostro paese non ci sembrano troppo vogliosi di piacervi, se non in presenza vostra; prova ne sia, che quando noi, per via, gli abbiamo pregati si degnassero di far qualche cosa per noi, a riguardo della vostra persona, che noi venivamo a cercar sì da lontano, eglino ci han congedati senz'ascoltarci ed a mani vuote.» Udita la qual cosa l'imperatore privò di tutte le loro cariche ed onori i conti e gli abbati, ai quali presentati si erano gli ambasciatori[19]; quanto ai vescovi, essi furon da lui condannati a forti ammende, dopo di che ordinò che i legati fossero condotti con grandissimi onori e attentissime sollecitudini sino alle frontiere del loro paese.

Queste pratiche tra l'imperatore d'Occidente e i califfi posavano particolarmente sulla scambievole necessità d'invigilare i sovrani di Bisanzio; naturalissima invero era l'ammirazion dei califfi per Carlomagno, ma anche l'interesse avea la sua parte in questi uffizi tra sovrano e sovrano. Il monaco di San Gallo prosegue indi a dir delle altre maravigliose ambascerie, che vennero a complir coll'imperatore alle sue diete d'Aquisgrana, e massime di certi legati d'un re d'Affrica, che gli recarono in presente un leone della Libia, uh orso della Numidia, del ferro d'Iberia, della porpora di Tiro e altre ricche derrate di quella contrada; e racconta, come Carlo in contraccambio sovvenne, per fin che visse, quei Libii, poverissimi com'erano in terre coltivabili, delle ricchezze che somministra l'Europa, in grani, vino, olio, e li sfamò con man liberale, conservandoli così eternamente a sè fedeli e devoti, senza bisogno di soggettarli a vergognosi tributi. Indi tocca d'una legazione dallo stesso Carlo mandata in Persia con suoi doni pel re, poi torna di nuovo al califfo Arun, dicendo com'egli volea dar tutto sè stesso e il suo regno in mano di Carlomagno, tanto andò preso alla grandezza e potenza sua. Ora, quantunque la storia non debba tenere per pretta verità ogni detto del monaco di San Gallo, sì entusiasta pel suo principe, non è tuttavia men vero, che tutto ciò non serva a provar l'importanza, che oramai i califfi e gl'imperatori d'Occidente ponevano nei vincoli fra loro, avversi come gli uni e gli altri avevano i Greci; oltre i quali i califfi aveano per avversarii gli Arabi di Spagna, che i Franchi annoveravano parimenti fra i loro nemici. Laonde Carlomagno ed Arun-al-Raschild non aveano alcun opposto interesse; che se la diversa credenza religiosa formava ostacolo alla stretta intimità loro, pur continuamente la politica e il commercio li raccostavano, ed aveansi scambievolmente in rispetto. I due imperi anche non si toccavano da nessuna parte, e Carlomagno trovava nell'amistà di Arun un modo a spaziare colle sue navi, ed a potere assecondar lo spirito di pellegrinaggio, che di que' giorni volgevasi verso la Siria. Vero è bene che Arun-al-Raschild non cedè altrimenti la signoria della Palestina a Carlomagno, chè la fu questa una di quelle tradizioni delle croniche, da porsi fra i romanzi di cavalleria[20]; ma pur sempre sussiste che egli concedè ai pellegrini libero il passo per a Gerusalemme. Queste consuetudini di pellegrinaggio erano famigliari all'Oriente, dove un sepolcro muover faceva intere generazioni, e i costumi di quei popoli erranti vi facean comuni i viaggi da un capo all'altro del deserto per atti di religione e di pietà. Furon concessi privilegi e prerogative da una parte e dall'altra, Carlomagno ed Arun fecero accordo per condursi con la stessa politica verso i Greci, e la moral preminenza dell'imperatore occidentale in Oriente ascese sì alto, che al regno suo si riferisce l'origine della maggior parte delle patenti di commercio e dei privilegi mercantili de' Francesi nella Siria.

Così da re come da imperatore, Carlomagno aveva sue corrispondenze cogli emiri di Spagna, coi conti di Castiglia, coi vassalli e con le popolazioni ond'erano attorniati gli sterminati suoi dominii d'occidente, sì che scorrendo i diplomi e le pergamene, tu resti maravigliato a tanta moltitudine di omaggi, che vengono a riverir l'imperatore. Ora sono gli emiri[21] o alcaidi di Catalogna o del Guadalquivir, che, carichi di presenti, vengono a dichiararsi vassalli suoi in mezzo alle sue corti plenarie; ora sono capi di tribù e duchi e conti che concorrono a schierarsi d'intorno alla suprema autorità dell'imperatore. Il nome di Carlomagno è sì famoso per tutto il mondo, che appena egli si mostra in questo o quel luogo, tosto a lui vengono i visitatori d'ogni paese, e il regno suo è siffattamente avventurato e forte, che appena ci ha una sola disfatta veramente deplorabile, quella di Roncisvalle. Nè le pratiche che si stabiliscon fra gli emiri, gli alcaidi, i conti di Castiglia e Carlomagno, chiamar si possono corrispondenze diplomatiche; bensì sono omaggi feudali e sommissioni per tributi e donativi; le sole corrispondenze solenni, e da pari a pari son quelle che egli ha cogli imperatori di Costantinopoli e coi califfi di Persia.

Ci ha qualche diploma che testimonia pur le corrispondenze di Carlomagno coi capi, reges o condottieri dell'ettarchia sassone, e particolarmente con Offa, re di Scozia, che, a quanto pare, era amico dell'imperatore. L'Inghilterra, con tutti i suoi ripartimenti e sminuzzamenti infiniti, avea avuto il privilegio di mandar quasi tutti i più potenti convertitori di popoli che scorrevano la Germania a predicarvi la legge di Cristo. Questi sacerdoti, Bonifazio in capo di lista, che venivano dalla Gran Bretagna, per annunziare la fede al mondo, aveano un non so quale ardimento e coraggio, come tutte le popolazioni sassoniche; quindi è ch'eglino attraversavano sicuramente la Belgica e la Neustria, per portarsi sulle rive dell'Elba. Carlomagno poi ponea gran cura a protegger questi predicatori, stromenti come erano operosissimi per la conversione della Sassonia, e li esorta e prega continuamente di visitar le provincie dell'impero suo, e vuol che seguasi l'esempio sì prevalente di san Bonifazio, e che i predicatori cristiani vengano a raffermar la conquista; infatti queste comunicazioni co' sacerdoti anglosassoni, prepararon quell'altre più ampie che si stabilirono in sul finire de' Carolingi. Ma fino al regno d'Alfredo il Grande, nulla si fa di qualche momento in Inghilterra; la razza sassone vivea ne' suoi campi militari, frastagliata in ettarchia, senza maggiore unità di quella che ci avea nell'Austrasia e nella Neustria innanzi all'esaltazione di Carlomagno, e il cercar ivi regolari comunicazioni, sarebbe un medesimo che mostrarsi ignari dello spirito dei tempi e della storia.

CAPITOLO II. PRIMO PERIODO DEI CAPITOLARI DI CARLOMAGNO.

Classificazione dei capitolari. — Son essi tolti dal diritto romano? — Fonte ed origine del diritto germanico. — Ordinamento della Chiesa. — Formole ecclesiastiche. — I vescovi. — Riforma. — Capitolari di Francoforte, dei conti, su Tassillone duca di Baviera. — Il gran capitolare De villis. — Diritto domestico. — Spirito generale della prima epoca dei capitolari.

769 — 800.

I capitolari di Carlomagno, ampia espressione degli usi e dei costumi dell'ottavo e del nono secolo, non appartengono tutti al medesimo tempo, e chiare vi appariscon le tracce del progresso di sua possanza, e i periodi, d'uno in altro, della grandezza sua. Quand'egli è soltanto re dei Franchi, non ispiega l'antiveggenza di quand'egli è imperator d'Occidente, e gli avvedimenti suoi nell'arte del governare, vengon crescendo insieme con la podestà sua. Il tempo dell'ordinamento amministrativo per lui, come si vede chiaro, è dappoichè egli ha vestito la porpora imperiale, ultima meta della sua ambizione. In questi ampii codici, chiamati capitolari, non ha veruna filosofica classificazione; le provvisioni legislative ci sono mescolate insieme e confuse, onde fallace sostanzialmente sarebbe ed arbitraria ogni divisione per ordine di materie. I capitolari contengono principii confusi: la Chiesa, la giustizia, l'amministrazione, il diritto comune ci sono del continuo frammescolati; non c'è ordine di materie, come se queste leggi fosser venute l'una dopo l'altra senza disegno d'unità, e nondimeno l'unità è il fine del governo di Carlomagno[22].

In leggendo applicatamente e ponderatamente questi capitolari, tu non puoi fare di non domandare a te stesso s'ei furono tolti dal diritto romano, dalle basiliche, dai codici teodosiano e giustinianeo, che di quei giorni imperavano ad una parte dei popoli, a quelli dell'Italia, ciò è, e della Gallia meridionale; ma non trovasi maggior vestigio di questa legislazione che non si trovi negli editti della terza schiatta. Certo, i codici dei popoli presentano sempre identiche disposizioni, chè i medesimi principii appartengono a tutte l'età, nè una nazione n'ha il privilegio sull'altra, o una generazione se li conserva a guisa di tabernacolo, legge universale, com'è, scritta negli animi; ma nei capitolari non si scorge alcuna orma ben profonda del diritto romano, e quanto al governo della Chiesa e dei cherici, son canoni dei concilii ivi gettati così alla rinfusa. Quanto alle provvisioni civili, esse traggon dell'origine alemanna, sono un diritto pubblico proprio a quelle nazioni, e vengono da quella lunga concatenazione di costumi e di consuetudini, che parte dal primo incominciar della conquista; poche tracce lasciò ivi il diritto romano, i capitolari non ne raccolgono frammento alcuno, non ne rivelano alcuna chiosa, alcuna reminiscenza, e serbano il diritto germanico nella purezza sua.

L'Alemagna aveva le sue consuetudini, le sue leggi, e le conservò fino a quel tempo, e tuttavia le conserva; venuti da origine germanica, i capitolari son rimasti germanici; non se ne trova orma nella legislazione francese; gli editti dei re della terza schiatta, non che tôr nulla da essi, non li citano pure, e' son pe' Capeti come un diritto morto. All'incontro, di là dall'Elba fino al Reno, i capitolari hanno posto in ogni luogo il frutto loro; essi son fonte tuttavia di più d'una patria legislazione, ed anche a' tempi moderni da essi trae lo spirito delle diete. Non è a dubitar punto ch'essi deliberati non fossero in pubblica adunanza dai conti e dai leudi, quanto alle provvisioni che si riferiscono al governo militare, o dai vescovi e cherici, quand'era a regolar il diritto civile ed ecclesiastico. V'ebber taluni, cui parve notarvi due ordini ben distinti, la nobiltà ed il clero, in atto già di votar sopra due banchi separati; ma pur nessun indizio ci ha per istabilir siffatte distinzioni: i capitolari comprendono in sè le provvisioni ecclesiastiche e civili in un ordine solo, ed è cosa probabile che gli uomini d'arme non fossero altro, consultati, che per le spedizioni lontane, dov'era ad acquistar gloria e guadagno. Aveasi egli ad ire in Lombardia a far in pezzi il trono di Desiderio, o a muover contra i Sassoni in quella guerra di trentatrè anni? indispensabile era allora il parer dei duchi, dei conti e dei leudi, e questi partiti poneansi nelle adunate di primavera o d'autunno. La material compilazione dei capitolari, era in sostanza lavoro dei cherici; poco divario ci ha tra le disposizioni ecclesiastiche delle leggi di Carlomagno e quelle dei concilii, sì che i Benedettini ne allogarono parecchie nei Concilia Galliae, e con ragione, non portando essi l'intitolazione di Carlomagno, se non in quella forma che i concilii di Bisanzio portano il nome dell'imperatore d'Oriente.

Cosa importantissima sopra tutte è il far conoscere questi ampli codici di leggi e di pubblica amministrazione. Molto s'è parlato invero dei capitolari, e furono commentati, e vari sistemi si succedetter l'uno all'altro a spiegarli; ma pochi gli hanno letti, e niuno gli ha in corpo tradotti, affin di recarli a cognizione di tutti, e pur nondimeno questo è un lavoro che in sè compendia tutta la storia carolina; e valga il vero, puoi tu aver piena contezza d'un'epoca, se non ne sai la legislazione, e non ti erudisci delle sue consuetudini, de' suoi costumi e delle leggi sue generali?

Il primo capitolare di Carlomagno, dato in una dieta o concilio dell'anno 769, abbraccia un gran corpo di provvisioni di polizia civile ed ecclesiastica. «Carlo, per la grazia di Dio, re dei Franchi, difensor devoto di Santa Chiesa e sostegno in tutto della Sede apostolica. Per esortazione dei nostri fedeli e consiglio dei vescovi, e altri preti, noi facciamo espresso divieto ad ogni vescovo e prete, servo di Dio, di portare le armi, combattere e seguire gli eserciti, o muover contro il nemico, eccetto quelli tuttavia, che sono chiamati a compiere il loro divin ministero, cantar la messa e portar le reliquie dei santi, a che due vescovi, accompagnati dai sacerdoti attinenti alle cappelle, basteranno. Ciascun capo avrà seco un prete per confessare e penitenziar le sue genti. I preti non versin sangue nè di pagani, nè di cristiani, ed anche facciam loro divieto di cacciare per le foreste e uscire con cani, falchi e astori. Chi di loro tenga più donne seco, o versi il sangue dei cristiani o dei pagani, o trasgredisca i canoni, sia privato del sacerdozio, perch'egli allora è più corrotto d'un secolare. Ordiniamo ancora che il vescovo usi, secondo i canoni, tutta la sollecitudine pel bene della sua diocesi, in che dovrà essere aiutato dal conte, il quale, come difensor della Chiesa, ch'egli è, invigilar dee affinchè il popolo di Dio non eserciti alcuna pratica pagana, niuna sozzura del gentilesimo, come sono i profani sacrilegii dei morti, gli amuleti, gli auguri, i sortilegi, i sacrifizi delle vittime e tutte quelle pagane cerimonie, che alcuni stolti far sogliono nelle chiese, sotto l'invocazione dei santi martiri e confessori di Dio. Il vescovo farà ogn'anno un giro nella sua diocesi, ponendo cura di cresimare il popolo e amministrarlo. Il prete sia, in obbedienza dei sacri canoni, soggetto al vescovo della diocesi in cui dimora, ed a quaresima gli renda conto del modo con che adempiè il suo ministero, dei battesimi da lui fatti, delle condizioni della fede cattolica e delle orazioni e messe da lui dette. Sarà pur debito dei preti, aver l'occhio aperto sugli incestuosi e altri colpevoli, ponendo ben cura che non muoiano in istato di colpa, per tema che Cristo non rimproveri un giorno a loro stessi la perdita di queste anime. Sieno pure attenti a non lasciar morire gl'infermi e i contriti, senza l'olio santo, la riconciliazione ed il viatico. Eglino osserveranno il digiuno della quaresima, e il faranno osservare al popolo.»

Questi statuti di polizia, meramente clericali, si trovano frammisti a leggi di governo e d'ordine politico. «Tutti assister debbono alle grandi udienze che si tengono, la prima in estate e la seconda in autunno. Quanto all'altre, non vi è obbligo di rendervisi, se non quando uno v'è chiamato da necessità o n'ebbe ordine del re. Se il re o alcuno de' suoi fedeli, comandi di far orazione per qualsivoglia motivo, ognuno dee tosto ubbidire. I preti non deggiono celebrare, se non in luogo consacrato, quando non sia per viaggio, e chi fa altrimenti incorra nella perdita del grado. Chi fra essi compier non sappia, secondo i riti, gli uffizi del suo ministero, nè ponga, secondo il voler del suo vescovo, tutte le facoltà della sua mente ad apprenderli, sprezzando di questo modo i canoni, sia sospeso dall'uffizio suo, fino a che interamente corretto. Chi ammonito più volte dal suo vescovo a meglio addottrinarsi, non l'avrà fatto, sia privato del ministero, e perda la chiesa, perchè colui che ignora la legge di Dio, non può insegnarla e predicarla agli altri. Niun giudice si arroghi di molestare un prete, un diacono, un cherico, per minimo che sia il grado di lui, e meno ancora si arroghi di condannarlo contro il parere del vescovo. A niun secolare sia lecito impossessarsi e tenere la chiesa o i beni particolari d'un vescovo; chi fa questo, sia sequestrato dalla carità e comunione universale, finchè abbia restituito capitale e interessi.»

I quali statuti, già dissi, poco diversan dalle leggi generali dei Concilii; la Chiesa si è quella che Carlomagno ordinar vuole dall'alto della possanza sua, però che la Chiesa è il principio d'ogni regola e d'ogni forza morale. «Nell'anno undecimo del regno felicissimo del nostro gloriosissimo re Carlo, il mese di marzo, i vescovi, gli abbati, gli uomini illustri ed i conti, congregatisi in assemblea sinodale col piissimo signor nostro, hanno fatto con la volontà di Dio un capitolare intorno a cose opportune e decretato ch'ei sia pubblicato[23]: I vescovi suffraganei saranno, secondo i canoni, soggetti ai loro metropolitani, i quali avranno libera facoltà di mutare e correggere, quanto ad essi parrà dover esser mutato e corretto nel loro ministero. I conventi dei regolari, e principalmente quei delle donne, dovranno rigorosamente osservar la regola loro, e le badesse abitar nei loro chiostri. Ai vescovi è commesso di corregger gli uomini licenziosi ed i vedovi della loro diocesi. Niun vescovo possa nè ricever nè ordinare in qualunque grado siasi il cherico soggetto ad altro vescovo. Ognuno paghi la sua decima, nè possa esserne dispensato se non solo per ordine del suo vescovo.»

Gli statuti dell'ordine penale si confondean pur essi con le discipline della Chiesa; il cristianesimo era la formola della podestà, onde il capitolare che regola la giurisdizione dei vescovi, pronunzia spesso insieme la penalità pe' delitti. «Quanto agli omicidi e agli altri rei condannati a morte, se alcun d'essi ripari in una chiesa, non gli sarà per questo fatta grazia, ma sì negata ogni sorta di cibo. I giudici presenteranno i ladri all'udienza del conte, pena la perdita del benefizio e della carica al trasgressore; e s'egli non ha benefizio, pagherà il bando[24]. Anche i vassalli nostri che manchino a questa disciplina, perderanno i benefizi e le cariche loro. Gli spergiuri perderanno una mano. Se colui che accusa un altro di spergiuro, chieda il combattimento, e n'esca vincitore, il vinto sia posto in croce; se al contrario il vincitore sia colui che ha giurato, l'accusatore medesimo patirà la pena che volle far infliggere all'altro. I conti non potranno essere molestati per aver castigati i malfattori, però che far si dee buona giustizia. Nondimeno se alcun d'essi abbia fatto danno ad alcuno per odio o malevolenza, o gli abbia negato giustizia, sarà tenuto pagargli un risarcimento proporzionato al danno recatogli. I capitolari che il padre e signor nostro il re Pipino statuì ne' suoi consigli e ne' suoi sinodi, sono da noi conservati.»

I capitolari trattano altresì dell'imposta, mitissima ai tempi dei carolingi, procedendo i redditi del fisco dal patrimonio privato e dalle composizioni d'ammende. Quanto all'imposta per sè stessa, ecco che statuisce il capitolare. «Si paghi un soldo per ogni cinquanta casate[25], un mezzo soldo per trenta ed un terzo di soldo per venti. Le patenti che concedono allodii, saran rinovate, o dove non ne sieno, ne saranno scritte. Differenza si farà tra quelle di siffatte patenti che furono fatte sulla parola nostra, e quelle concedute per libera volontà e che si riferiscono ai beni ecclesiastici. Niuno manchi al servizio regio. Niuno faccia giuramento d'unirsi in congreghe per congiurare, e coloro che entrano in congregazioni o per le limosine, o per gl'incendii, o pe' naufragi, non pronunzino per ciò giuramento alcuno. Vietato l'assalire in bande i viaggiatori che si recano al palazzo del re o altrove; vietato pure a chiunque il togliere il fieno d'un altro nei tempi in che questo è proibito, quando pur ei non si trovi in cammino contro il nemico, o non sia inviato da noi; il trasgressore sarà punito. Non si levino i tributi aboliti, se non in quei luoghi dov'erano ab antico stabiliti. Non si potranno vendere schiavi[26], se non in presenza del vescovo, del conte, dell'arcidiacono, del capitano, del vice signore o del giudice di esso conte: nè si potranno vendere fuor dei confini; il contraffattore pagherà tante volte il bando (la multa) quanti sieno gli schiavi venduti; se non ha danaro, darà la persona sua in pegno al conte, e sarà suo servo[27] finchè abbia pagato. Niuno potrà vender corazze fuori del regno. Il conte che nell'uffizio suo abbia fatta qualche ingiustizia, riceverà in casa i nostri messi, finchè sia fatta giustizia; se chi commise l'ingiustizia sia uno dei nostri vassalli, il conte allora e il nostro messo si porranno in casa sua, per vivervi alle sue spese fino alla riparazione. Se alcuno non si contenta di ricevere il prezzo assegnato per un omicidio, mandatelo a noi che il faremo condurre in luogo dove non potrà più nuocere a persona, e lo stesso sia di chi pagar non volesse il prezzo medesimo. Quanto ai ladri, essi non debbon punirsi di morte al primo fallo, ma sarà loro cavato un occhio; abbian mozzo il naso al secondo, e se son colti in fallo una terza volta senza che si sieno corretti, ch'essi muoiano. Vietato ad ogni giudice pubblico il ricever danaro da un ladro incarcerato, e se alcuno il facesse, perda la sua carica. Finalmente chi distrugge una chiesa, muoia».

E sempre questo gran codice penale di Carlomagno si mesce e confonde con le leggi della Chiesa; i concilii e i capitolari muovon da un solo e medesimo concetto, ed a regolar queste comuni disposizioni, il consiglio regio componesi di leudi, di conti, di vescovi, di abati, d'uomini da guerra e d'uomini da chiesa. Talvolta pure i vescovi fanno da soli, e si congregano per un medesimo impulso. Ecco altri capitolari promulgati in queste adunanze, e che tener potrebbonsi per altrettanti canoni[28]. «Ogni vescovo canterà tre messe e tre salmi, l'una pel re, l'altra per l'esercito, l'altra per la presente tribolazione[29]. I vescovi, i monaci, le monache, i canonici osseveran pure il digiuno per due giorni, e così i proprietarii delle case e gli abbienti; ogni vescovo e abbate o badessa alimentar dovrà quattro poveri serventi fino al tempo delle messi; quelli che tanti alimentar non ne potessero, ne alimenteran tre, due, uno, secondo le loro sostanze[30]. I conti più ricchi daranno in limosina una libbra d'argento, gli altri una mezza libbra. Anche i vassalli daranno un mezza libbra ogni ducento casate, cinque soldi ogni cento ed un'oncia ogni cinquanta o ogni trenta. Essi osserveranno il digiuno per due giorni, insiem cogli uomini loro e tutti quelli che farlo potranno[31]. Se alcuno dei conti volesse mai redimersi da questi digiuni, paghi tre oncie, un'oncia e mezzo o un soldo almeno, a seconda delle sue sostanze. Tutto ciò, se a Dio piaccia, sia in pro del re, dell'esercito de' Franchi, e pe' mali presenti, effettuato prima della festa di San Giovanni.»

Questo capitolare, come ben si vede, è un atto pubblico di penitenza, un voto dell'esercito per ottenere la cessazione d'un flagello, e conti e vescovi si sottomettono a far elemosina, per invocare la misericordia di Dio. Ma Carlomagno è re che attende sopra tutto ad ordinar la polizia e la giustizia, forza della quale non si può far senza fra un popolo di soldati, onde ancora ne' suoi capitolari: «I conti ascolteran per le prime le cause dei pupilli e degli orfanelli, nè andranno a caccia o a convito i giorni in cui debbon tenere udienza. Il giuramento di fedeltà ch'essi prestar debbono a noi ed ai figli nostri sarà in questa forma: Con queste parole io prometto di star senza frode e senza mala intenzione a servigio del re Carlo mio signore e de' suoi figliuoli, fedele com'io sono e sarò per tutta la vita ai medesimi. È interdetto alle badesse uscir de' loro monasteri, e fare ogn'altra cosa ad esse non lecita; i loro chiostri siano ben chiusi, ed elle non iscrivano nè mandino lettere d'amore. Niuno si faccia lecito di cercar le predizioni dell'avvenire nel salterio, nel Vangelo, o di fare in qualsiasi altro modo altre indovinazioni. Niuno offenda per danaro le regole instituite a conservazion della legge. Tutti concorrer deggiono alla chiesa nei giorni di festa e nelle domeniche, e nessuno chiamerà preti a farsi dire la messa in casa. Ognuno si astenga rigorosamente dall'ubbriachezza, e i vescovi e gli abbati dal recar la discordia così nelle case private come nelle pubbliche. I monaci e quelli che appartengono al sacerdozio, non si frammettano di faccende secolari. Ai vescovi, agli abbati e alle badesse non è lecito tener mute di cani, nè falchi o astori tampoco[32]. I poveri stesi per le vie e per le piazze, vadano alla chiesa, e si amministrerà loro la confessione. Si copriran di tettoie e palchi gli altari affine di preservarli. Non si battezzino le campane, nè si appicchino brevi in cima alle pertiche in occasione di mal tempo e gragnuola[33]. I nostri inviati s'informino del modo in cui sono governati i benefizi, e ce ne diano avviso. Finalmente, i lebbrosi non si mescolino fra 'l popolo.»

Questi codici, comechè sempre confusi nelle loro disposizioni, ci fan tuttavia conoscere le consuetudini di quel tempo, la libertà dell'uomo civile e i costumi degli ecclesiastici; la legge penale è lo specchio veridico in cui una generazion si riflette, e la legge reprime le cattive azioni, che di frequente si commettono tra la società, ma non castiga altrimenti una compiuta depravazione. Ora ecco parole ancora di Carlomagno in un capitolare: «È voler nostro che chi vuol torre qualche cosa da un luogo, farlo non possa, se non coll'assistenza di sei o sette testimoni, essendochè il giuramento dei Romani non vale se non è confermato da cinque o sei altre testimonianze[34]. Chi trova un tesoro sotterrato in un podere ecclesiastico, ne deve il terzo al vescovo; se sia un Longobardo o qualunque altro che, scavando di suo proprio senno, l'abbia trovato e n'abbia avuto la quarta parte dal padrone del luogo, le tre altre parti sieno a noi inviate e nessuno ardisca opporsi al nostro volere.»

Ecco di presente un solenne giudizio feudale: nelle vendette sue di capo signore, Carlomagno ha fulminato il duca Tassillone di Baviera, i Franchi hanno dato il guasto alle terre dei Bavari, ed un consesso d'uomini d'armi e di conti e di vescovi è già ragunato pel giudizio a Francoforte, innanzi ai quali è citato Tassillone; or ecco le parole del consesso: «Abbiam fatto il seguente capitolare intorno a Tassillone cugino del re Carlo, che fu duca di Baviera. Tassillone presentossi alla dieta, chiedendo perdono dei falli da lui commessi, tanto contra il re Pipino e il reame dei Franchi, quanto contra il re Carlo, piissimo nostro signore. Egli avea già mancato alla fede giurata, ma ci chiese grazia per questo, lasciando ogni ira e risentimento suo, e abbandonando tutti i diritti che egli e i figliuoli suoi, maschi e femmine, aver potessero sul ducato di Baviera, che avrebbe dovuto legittimamente appartenergli, ed a tor di mezzo ogni lite in avvenire, ne fece ampia rinuncia, raccomandando i suoi figli e le sue figlie alla misericordia del re. Onde il re e signor nostro, tocco da compassione per lui, gli perdonò i suoi falli, lo restituì nella sua grazia, e lo prese in grande affezione, facendogli sperar di più la misericordia di Dio. Indi fatte tre copie di questo capitolare, tutte del medesimo tenore, una ne fu custodita in palazzo, un'altra ne fu consegnata a Tassillone nel monastero dov'è egli ritirato, e la terza conservasi religiosamente nella santa cappella del palazzo. In questa medesima dieta di Francoforte, il piissimo nostro signore ha proibito, di consenso del Concilio, ad ognuno, o ecclesiastico o laico, di vendere i grani a prezzo maggiore della tariffa pubblicamente assegnata e stabilita, sia tempo d'abbondanza o tempo di carestia. L'avena si pagherà un danajo il moggio, due il moggio l'orzo, tre la segale, quattro il frumento[35]. Se vendasi il grano converso in pane, si daran per un danajo dodici pani di frumento, ciascuno del peso di due libbre; al prezzo medesimo quindici pani di segale, venti di orzo e venticinque d'avena, ciascun del medesimo peso. I grani del re saran venduti al prezzo d'un danajo l'avena, ogni due moggia, e così l'orzo, due denari la segale, tre denari il frumento. Chiunque tien benefizi da noi, invigilar dee che nessuno de' suoi schiavi muoia di fame, nè vender potrà, ai prezzi assegnati, se non il superfluo alla casa.»

Dopo questo capitolare, che statuisce una specie di tariffa o meta pel prezzo dei grani, Carlomagno si fa a regolar il valore del denario carolino, perchè s'egli ha fermo il prezzo delle derrate, gl'importa pur di stabilir il valsente della moneta, chè le son cose le quali si dan mano[36]. Poi assegnato il maggior prezzo dei grani e il valor dei denari, egli statuisce con leggi speciali i diritti dei venditori e dei compratori. Infatti questa tassazione assoluta del prezzo delle derrate, si è quella che nei tempi difficili accenna, senza più, la dittatura suprema.

Ma l'atto più ampio, più particolareggiato della sollecitudine regia, quello che mostra in Carlomagno la maggior cura per una buona amministrazion civile, si è il capitolare de villis, intorno all'azienda dei poderi del regio dominio. Fu egli fatto per solo volere di Carlomagno, o regolato in una dieta? Quest'editto, l'opera prediletta di Carlomagno, fu scritto dal segretario o scrivano suo. «Noi vogliamo, dice il principe, che le ville da noi stabilite servano a noi soli e non ad altrui[37]. I nostri servitori vi saranno con essonoi alloggiati, ed i giudici si guarderanno dal convertirli in servi loro, nè potranno obbligarli a far per essi alcun servizio, nè lavoro di sorte alcuna, nè ricever da essi alcun presente, come sarebber cavalli, buoi, vacche, verri, castrati, porcelletti, agnelli, nè altre cose, come ortaggi, mele, pollame o uova. Se alcun de' nostri servitori commetta qualche fraude per furto o negligenza, la paghi col capo[38]; per gli altri falli ei sia frustato secondo la legge, eccetto il caso d'omicidio e d'incendio, in cui si può dare riparazione. Abbiasi ben cura di fare giustizia ad ognuno secondo la propria legge. Quanto alle riparazioni a noi dovute, i servi nostri sieno flagellati. I Franchi domiciliati nei nostri poderi e nelle nostre ville, saranno soggetti alle proprie lor leggi, e quanto essi daranno a riparazione delle colpe loro, rientrerà nell'erario nostro[39]. Ognuno de' nostri giudici si renda ne' luoghi da lui governati al tempo delle opere, vale a dire, verso la stagione in cui si semina, si ara, si miete, si fan seccare i fieni e si vendemmia, e invigilino, affinchè tutto sia fatto bene e a dovere. Noi vogliam pure che i nostri giudici dian la decima di tutte le rendite nostre alle chiese situate nei nostri poderi[40]. Essi abbiano pur cura de' nostri vigneti, e li facciano prosperare, ponendo poi il vino in buon vasellame, e avendo tutta la cura che non vada a male. E ne facciano comperare pe' nostri valletti e trasportar nelle nostre ville, e quando accada che ne abbian proveduto più del bisogno, ce lo faccian prima sapere per gli ordini nostri in proposito. Ci mandino pure i nostri ceppi di vite, e faccian portare il vino che ci è dovuto nei nostri cellieri. Vogliamo altresì che ogni giudice tenga ne' luoghi dove esercita la sua giustizia, moggia, sestarii e misure per lo liquido e pel grano, simili a quelle che noi serbiamo nel proprio nostro palazzo. Gli uffiziali nostri, le guardie de' nostri boschi e de' nostri cellieri, i nostri palafrenieri ed i nostri esattori invigileranno, affinchè nei nostri poderi si paghino i tributi. Nè alcun giudice potrà levar tributi per sè o pe' suoi cani sulla nostra gente o sugli stranieri. Abbiasi grandissima cura de' nostri stalloni, nè si lascino troppo a lungo dimorar nello stesso luogo, chè forse non perdano così le lor buone qualità, e se alcun d'essi viene a morire, ci sia fatto sapere a tempo opportuno, prima della stagione che si suol far coprire le cavalle, e queste sieno diligentemente custodite, e i puledri sieno a tempi loro spoppati. Se gli stalloni sono troppi insieme, si sbranchino, e se ne formi un armento appartato. I puledri ci sieno tutti mandati a palazzo per la festa di san Martino d'inverno. Noi vogliamo che adempiasi tutto ciò che noi o la regina avremo ordinato, o che ordineranno in nome nostro il nostro siniscalco e il nostro cantiniere; e chiunque per negligenza non l'abbia adempiuto, si asterrà dal bere dal momento in cui gli sia intimato, fino a che sia venuto a chiederci perdono alla presenza nostra o della regina. Se il giudice che doveva eseguir l'ordine, trovavasi in campo, in giro, in messaggio o dove che sia, e l'ordine sia dato a' suoi subalterni, vengano essi a piedi al palazzo, astenendosi da bere e mangiare insino a tanto che abbiano esposte le ragioni onde furono impediti d'obbedire, e abbiano ricevuto il castigo loro sul dorso o in qualunque altro modo fosse per piacere a noi o alla regina[41]

Questa cura e questa vigilanza sul celliere e sulle razze sotto gli ordini del cantiniere e del siniscalco, si stendono a tutte l'altre cose, ai giudici, ai giurati, ai leudi, agli uomini liberi ed ai servi, ai frutti pur anco della terra; Carlomagno porta l'attenta sollecitudine d'un fittaiuolo nell'amministrazione delle sue terre, ben sapendo egli che esse formano la rendita sua più certa. «Le nostre galline e le oche abbiano tanta farina che basti loro e della migliore, ecc.» Poi nell'operosa sua sollecitudine, si piglia pensiero dei banchetti del sovrano, e dar vuole alla sua tavola la sontuosità e la splendidezza delle sue corti plenarie. Il banchetto era una delle condizioni feudali, il capo signore era tenuto all'ospitalità verso a' suoi leudi, ed a raccogliergli intorno alla tavola rotonda nelle sue regie ville o nelle grandi sue diete. «Ogni giudice acquistar faccia nel circuito dei dominii quanto è necessario alla nostra tavola, invigilando affinchè tutto sia di buona qualità e assortito con gusto e diligenza, e faccia impastar pan fresco tutti i giorni per nostro uso, e tutto ciò che ci vien dato, sia buono del pari, così la farina come il grano[42]. Alle calende di settembre ci verrà fatto sapere se i nostri armenti sieno stati o no bene pasciuti. I maggiordomi non avranno a lor dipendenza più terre che visitar non ne possono e sopravvedere in un giorno. V'abbia sempre fuoco acceso nelle case[43], e vi si faccia la guardia per sicurezza, ecc.»

E' ti parrebbe, al leggere questo capitolare, di vivere ai tempi dell'Iliade, e d'assistere a quegli sterminati pasti d'Ajace e di Diomede, dove rosolavansi i buoi ad un fuoco ardente. La mensa feudale era un de' maggiori obblighi dell'alto signore, e Carlomagno n'ha cura particolare; vuole che i grandi piatti di cacciagione sieno inondati di vin del Reno, quand'egli torna stanco dalla caccia in lontane foreste; e le foreste pure son segno alle sue sollecitudini. «Le nostre selve sieno ben custodite, e fatte tagliare quand'è bisogno, e non si lascino dilatare i campi a danno del bosco[45]. Abbiasi cura egualmente delle nostre bestie selvagge, ed anche i nostri sparvieri ed astori sieno usati a vantaggio nostro. E se qualcuno dei nostri giudici o maggiordomi o dei loro uomini, lasci andare, per ingrassarlo, un suo porco in alcuno dei nostri boschi, sia tenuto perciò a pagare una decima, per buon esempio d'altrui. Abbiasi pur l'occhio attento a' nostri campi, alle nostre messi, ai nostri prati. I giudici riceveranno le uova ed i pollastri dalle mani de' nostri servi, e faranno vendere quelli che avanzano al nostro bisogno. Ci sarà in ogni villa un numero sufficiente di cignali femmine, di pavoni, di fagiani, d'uccelli acquatici, di pernici e di tortori; e gli edifizi dei nostri palazzi, con le siepi che li fasciano, sieno bene guardati. Le stalle, le cucine, i mulini ed i torchi sieno tenuti in buona condizione, affinchè i nostri uffiziali possano pulitamente adempier l'uffizio loro. In ogni camera delle nostre ville ci sieno letta, materassi, guanciali di piuma, coperte e lenzuola; ci debbon pur essere tappeti sui banchi e vasi di rame, di piombo, di ferro, di legno; alari, catene, treppiedi, asce o scuri, succhielli ed ogni sorta d'utensili, sì che non ci sia bisogno d'andarne in prestito. I giudici abbiano pure tutte le armi ed armature che si portano contra 'l nemico, e le tengano in buono stato, poi tornati dal campo, le rimettano nelle ville. Proveggan essi ancora il nostro gineceo di tutto quanto il necessario: lino, lana, guado, minio, robbia, pettini, strettoi e tutta l'altra minutaglia che ci fa di bisogno. A quaresima si faran due parti dei legumi, del formaggio, del burro, del mele, della mostarda, dell'aceto, del miglio, del pane, del fien secco e in erba, dei navoni, della cicoria, del pesce preso ne' vivai; una parte per noi e l'altra pel vescovo. Ciascun giudice avrà nel circuito delle terre commesse al suo governo, operai pratici di lavorare il ferro, l'oro e l'argento, ed esperti calzolai, tornitori, carpentieri, legnaiuoli, sartori, uccellatori e uomini abili a far la cervogia, il sidro di poma e di pere, e tutti gli altri liquori; e abbiano pasticcieri da impastar torte, e fabbricatori di reti, e tanti altri operai, che troppo lungo sarebbe l'enumerar qui tutti[46]

Così queste ville, regie fondazioni, piantate sovra sì ampie basi, erano, come oggidì si chiamerebbero, poderi modelli veri, che racchiudevano operai d'ogni fatta, e servi e coloni sotto il reggimento d'un conte o d'un giudice, che corrispondea direttamente coll'imperatore. Facean questi poderi il reddito più grosso della corona, ed insieme co' monasteri diedero origine a borgate e villaggi; ond'è che Carlomagno pigliavasi cura grandissima per mantenerli in buona forma e condizione, come si può veder negli altri provvedimenti di questo medesimo capitolare, circa la loro conservazione. Il podere, o la villa, giacea, per solito, in mezzo a qualche spaziosa foresta, dove il sovrano veniva a soggiornare in tempo d'inverno nelle sue cacce a sant'Uberto, il patrono degli animosi cacciatori. L'educazione dei cani, dei falchi, degli sparvieri era oggetto delle maggiori regali sollecitudini, però che i cani erano delle razze bellissime di Scozia e di Germania, danesi e svevi dal corto pelo e molossi dal dente aguzzo. «Quel giudice a cui sieno commessi i nostri cani novelli (così lo stesso capitolare), li pascerà del suo o li confiderà a' suoi subalterni i maggiori, i decani, i cellarii, i quali avranno cura pur di ben pascerli; che se o noi o la regina ordinassimo di allevarli del nostro in alcuna delle nostre ville, il giudice allora sceglierà un uomo che n'abbia cura. Il giudice farà che i nostri servi, ne' giorni di servigio, abbiano tre libbre di cera e sei libbre quei servi che si trovassero nel luogo da noi abitato il giorno di sant'Andrea, e lo stesso il giorno della mezza quaresima. Egli ci farà pur sapere ogui anno a Natale, per nostro lume, ogni cosa intorno a' nostri bovi e boattieri, a' nostri schiavi e bifolchi, e così l'entrate da lui levate sui campi, sul vino e in qualunque altro modo, le scritture fatte e sciolte, le bestie prese dalla mandria nel bosco, e il ritratto delle ammende imposte; ci renderà conto di quanto riguarda la marineria e i navigli degli uomini liberi e de' centurioni che servono nei nostri allodii, dei mercati, dei vigneti, del fieno, di quanto concerne i boschi, i legnami, le pietre e gli altri materiali, e di tutto ciò che ci torni utile sapere sul fatto dei legumi, del miglio, del pane, della lana, del lino, della canapa, della frutta, delle noci e nocciuole, degli arbusti piantati o tagliati, degli orti, delle pecchie, de' vivai, de' cuoi, delle pelli, delle carni, del mele, della cera, del sego, delle bevande, come sono il vin cotto, l'idromele, l'aceto, la cervogia, il vin vecchio e nuovo; e ci diran delle galline, dell'uova, delle oche, dell'anitre, e finalmente di quanto fecero i pescatori, i manifattori, i carpentieri, i calzolai, i tornitori, i sellai, i lavoratori del ferro e del piombo e gli esattori delle imposte[47]

Alla lettura di quest'ampio capitolare De villis, sì minuto, sì specificato, ben tu puoi farti, senza più, giustissimo e gravissimo concetto della domestica amministrazione di Carlomagno, poichè ivi egli intende a stabilire i suoi redditi e ad ordinar le sue colonie fiscali, una delle più meravigliose creazioni di quei tempi. Le ville non eran già solo masserie di campagna più o manco estese, ma formavano una intera colonia, ed eran picciole società composte d'operai d'ogni mestiere, i quali, sotto il reggimento d'un delegato del fisco, lavoravano pel ben comune e pel profitto del padrone, specie di tradizioni, così, della famiglia romana ed unione di schiavi e di liberti. Il capitolare De villis è una delle opere più compiute di Carlomagno, perch'esso comprende l'amministrazione d'ognuna delle sue tenute, e ci fa penetrar nella vita interna della società; l'operaio del pari che il cultore, apparteneva al fisco regio, e tutti concorrevan con l'opera loro al miglioramento del podere. Codesti capitolari ci rivelano eziandio lo stato dei beni stabili a que' tempi, la condizione dei servi e degli uomini liberi, il genere di coltura delle terre, chè i Galli erano grandi agricoltori, e dopo aver confusi i metodi loro con le tradizioni di Roma, gli aveano indi via più perfezionati pel commercio loro cogli Arabi. Le ville erano il patrimonio dei re, ed aveano coloni ed altri operai per la terra, artieri che fabbricavano l'armi per la guerra o costruivano bottame per la vendemmia; ogn'uomo aveva il suo stato, ogni uomo della tenuta il suo impiego; le più dell'entrate raccoglievansi in natura; il signore riceveva il vin delle sue ville, i ricolti de' suoi campi, le carni de' suoi castrati e de' suoi maiali, dei quali tenea conto ad uno per uno, perchè ne avea bisogno ne' suoi conviti, quando a ribocco sgorgava entro la tazza feudale il vin del Reno e della Mosella. Laonde ognuno di questi poderi, era un corpo, un insieme che raccoglieva, come in una città, tutte le arti e tutti i mestieri.

L'atto onde sono sì mirabilmente ordinate le ville carlinghe, non è a proprio dire, un capitolare, ma sì una regola composta e data fuori da Carlomagno per l'azienda del suo medesimo patrimonio, e quand'ei fa compilar quest'ampio codice d'amministrazione, altro ancor non è che il re de' Franchi, nè ancor la corona imperiale gli ha cinta la fronte; è il tempo ch'egli si prende ancor più pensiero dell'ordinamento de' suoi poderi, che dell'impero suo. Tale si era la consuetudine dei Franchi della prima schiatta: e' s'applicavano a bene amministrare l'entrate del loro patrimonio, tanto ragguardevoli a que' tempi, da rendere insensibile quasi l'imposta generale. L'entrate del fisco consistevano principalmente in livelli, in contribuzioni, in natura, in servitù per le pubbliche vie, in biada, vino, armi per la guerra e per le corti regie, ed in servigi personali. Da ultimo i redditi del signore crescevano di pochi soldi o denari d'argento imposti agli uomini liberi ed obbligati a mantener lo splendore della corona.

CAPITOLO III. OPERE PUBBLICHE, COMMERCIO, INDUSTRIA.

Delle grandi opere che si riferiscono a Carlomagno. — Torri. — Fari. — Campi, militari o valli. — Chiese. — La cattedrale d'Aquisgrana. — Tradizioni intorno alle chiese di Colonia e di Magonza. — Il gran ponte sul Reno. — Il gran canale. — Congiunzione del Danubio col Reno. — Commercio. — Unità delle monete. — Il maximum, o tariffa delle merci e delle derrate. — Lusso. — Pellicce. — Gioje. — Fiere e mercati. — Marineria. — Ponti. — Costruzion delle navi. — Custodi dei porti e dei fiumi. — Stato delle compagnie de' barcaiuoli.

768 — 814.

Quando un grand'uomo ha con la sua fama signoreggiato una generazione, le tradizioni popolari gli attribuiscono tutte le grandi cose avvenute al tempo suo, e in lui concentrano le opere fatte prima da altre razze già estinte, ed è come il simbolo delle maraviglie d'una civiltà trapassata. Se ci ha un tempio in sfasciumi, se ruine di monumenti, le son cose tutte lasciate da quest'uomo passando nella vita; intorno a lui si annodano tutti gli avvenimenti, tutte le pompe d'un secolo. Tale a noi presentasi appunto la memoria di Carlomagno! Scorrete le città del Reno e del Meno, Magonza, Francoforte, Colonia, Aquisgrana, le città tedesche o belgiche, ogni muraglia diroccata, ogni palazzo che cade, ogni chiesa che ruina, a udir la gente, furono edifizi di Carlomagno; nella Francia meridionale ben anco, attribuite gli sono le ampie e quadrate torri dell'arte romana, testimonio la torre Magna di Nimes. Dalle balze de' Pirenei, che ancor ripetono Roncisvalle, fino alla Sassonia, dove sì popolare è ancora il nome di Vittichindo, non v'ha che questa sola tradizione. Carlomagno ha tutto fatto; egli è il fondatore di tutto che v'ha di più solido e forte nell'ottavo e nel nono secolo.

Difficilissimo adunque si è nelle indagini storiche diffinire il vero o il falso di tutte queste tradizioni; Carlomagno fu il grande edificatore de' pubblici monumenti, non è chi ne dubiti, chè egli attinto avea dalle memorie romane il bisogno di lasciar dopo di sè lunghe vestigia del suo nome, e le sue faccende coi Longobardi, le sue corrispondenze con la Grecia gli avevano dato il genio e i modi a compiere grandiose opere d'arte. A vantaggiare il sistema suo militare, egli si diede innanzi tratto a rizzar gagliarde torri e campi trincerati, o valli, alla foggia delle legioni, a difender le sue frontiere contro le irruzioni dei popoli vicini, e ancor se ne trovano vestigi, che alla forma loro palesan la data dell'ottavo e del nono secolo. Le quali torri sono costrutte come quelle quadrate che i Romani piantavano nei paesi conquistati, a mantenere in soggezione i popoli vinti, e si compongono di quattro forti muraglie, alcuna delle quali munita di merli, con isfogate aperture[48]. Allato a queste torri, sulla marina, sorgevano fari ad esplorar il mare, alcuni dei quali, come il poeta sassone e il monaco di San Gallo riferiscono, furon da Carlomagno fatti costruire in modo che si mandavan segni l'un l'altro ad annunziar la presenza delle flotte nemiche. In progresso di tempo poi, quando le tremende invasioni dei Normanni minacciaron tutte le frontiere della Gallia ed i fiumi che ne fecondano le terre, quelle torri, qua e là piantate, furon destinate a preservare il paese dai pirati scandinavi, e quando, ai giorni del decadimento, le furon poste in non cale, i Normanni penetrar poterono fino ai monasteri e alle città della Senna e della Loira, funesta depredazione che contristò tutto il secolo nono.

Carlomagno attende poi principalmente ad edificar cappelle e basiliche, però che il cristianesimo è il suo perno di civiltà, il nerbo del suo governo, onde, non che proteggere i monasteri, dotarli di tesori, e arricchirli d'entrate, ne fabbrica e fonda di nuovi. Padrone com'egli è delle miniere e delle foreste germaniche, egli invia a Roma lo stagno, il piombo, il legname necessari alle chiese del mondo cristiano. Ma la cattedrale, per cui ha maggior tenerezza, è quella da lui edificata in Aquisgrana; quindi egli spoglia Ravenna de' suoi marmi e del suo porfido[49] per costruirne la cappella reale dov'egli viene ogni dì solenne ad orare, e dove sarà rizzato il suo mausoleo.

Chi visita quell'antica città ci trova in ogni luogo le vestigia di Carlomagno; quell'acque, che bollenti ivi corrono in quell'ampio serbatoio, dove l'operaio discende ogni giorno per bever nella tazza di cuoio a tutti comune, come il pecchero del medio evo, furono scoverte da Carlomagno, ed egli edificar fece quella piscina ove i poveri malati andavano a cercar la guarigione, ed ove egli stesso amava di bagnarsi. Quella cattedrale, che è il vanto e il gioiello della città più ancor vetusta di Colonia, fu fatta edificar dall'imperatore, egli stesso ne pose le fondamenta, ed ivi tuttor si veggono il sedile di gelida pietra, dov'egli si assise, il tesoro tutto splendido della memoria sua, e la tomba dove l'uom gigantesco[50] volle esser deposto, al di sotto della gran cupola di marmo. La cattedrale d'Aquisgrana è anteriore all'arte gotica, vi campeggia lo stile bisantino, e nulla v'ha della scuola moresca o di quei piccioli ghiribizzi del secolo decimoterzo; ci sono invero alcune addizioni fattevi col tempo, e che l'ignoranza ad aggiunger venne alla semplicità della basilica; ma il concetto di questo monumento appartiene al secolo nono, e la pietà delle generazioni ha sottratto queste reliquie al dente del tempo che tutto stritola e consuma.

Magonza, Colonia, Francoforte, anch'esse vogliono aver tutte cattedrali e monumenti pubblici procedenti da Carlomagno. Per le popolazioni germaniche, l'augusto imperatore è un conquistatore, un legislatore, un santo; la grandezza sua non fu, sol per esse, passeggera sopra la terra, ma ella sfolgora ben anco in cielo in mezzo agli angioli, ai confessori ed ai martiri. In quei paesi del Reno dove le compagnie dei muratori fecero sì grandi cose, noi troviam Carlomagno scritto fra i capi loro, e le tradizioni il rappresentano, e con esso Rinaldo di Montalbano, e Orlando e gli altri più famosi paladini, in atto di cambiar tutti i loro nobili manti nel povero vestito dell'operaio, per dar mano ad innalzar cattedrali, e ad edificar monasteri[51]. Rinaldo, con la squadra in mano, portò anch'esso i suoi gran petroni per la basilica, e queste favolose tradizioni, insieme con le leggende intorno ai fatti degli angioli e dei santi, giovano a spiegare la maggior parte delle opere maravigliose di Colonia, di Magonza, di Francoforte e d'Aquisgrana. Cattedrali, castelli fortificati sui poggi del Reno, torri solitarie, tutti questi monumenti si riferiscono alla storia di Carlomagno; ogni filo d'erba che spunta sulle ruine di Fulda, ti ripete il nome del grande imperatore.

Fra queste smisurate opere, che si attribuiscono ad un sol uomo, sono alcuni disegni accennati dalle croniche, i quali mostrar possono fino a che segno giungesse di attività la mente di Carlomagno. Le tradizioni riferiscono ch'egli aveva fatto costruire un ampio ponte sul Reno[52] di rimpetto a Magonza, gli archi del quale furono portati via in una crescenza del fiume, con dolor grande di lui, che fece rifarneli di legno. Chi osservi la larghezza del fiume a Magonza, e la rapidità della corrente, non potrà far di non persuadersi che se il genio dell'imperatore godea di vincer le difficoltà opposte dalla natura, e non guardava agli ostacoli, l'arte dell'operaio dovea pure esser già portata ad una gran perfezione. La solidità delle cattedrali e degli altri edificii comprova la grandezza a cui l'arte era pervenuta; nè però Carlomagno avea solo a disposizion sua uomini di razza germanica, pazienti e laboriosi, ma sì pure gli artieri longobardi, che aveano ereditato parte del gusto e delle tradizioni dell'antica Roma, e insiem con essi i Greci, che nelle opere d'industria non aveano pari. Le macchine da guerra erano spinte ad una gran perfezione, e in ciò pure i Romani erano i maestri di tutti, sia per innalzar una torre, sia per render salda una muraglia. Quel ponte del Reno, di faccia a Magonza, ricostruito su pile di legno e di pietra, rimase incendiato per l'imprudenza dei barcaiuoli, nè Carlomagno, già volgendo il suo regno alla fine, fu in tempo più di rifarlo.

Ben più vasto e gigantesco disegno ancora, e tal che forse gareggia con le opere moderne più belle, si fu quello che Carlomagno formò di congiungere, con un largo canale, il Reno e il Danubio, con Ratisbona da un capo e Magonza dall'altro. Sfuggita non era l'importanza di simil canale all'imperatore, il quale volea congiungere il Baltico al Mar Nero, in modo da navigar giù pel Reno e pel Meno dall'Oceano fino a Costantinopoli. Com'ei videsi padron delle terre che si stendono dalla Belgica all'Ungheria, si pose a vagheggiar questo disegno; la distanza fra Magonza e Ratisbona è d'un centinaio di leghe o in quel torno; i canali di Druso e di Corbulone, il primo che congiunge il Reno all'Issel, e il secondo il Reno alla Mosa, gli danno l'orma d'un'opera più grandiosa, che farebbe abbracciar tra loro, come due fratelli, il Danubio ed il Reno. Egli stesso, recasi sulla faccia del luogo, scandaglia i fiumi, conosce la possibilità dell'opera evidentissimamente, e poi vi pon mano.

Chi scorre oltre Ratisbona un tre leghe, nel suo contado, trova un fiume, non troppo grande, chiamato anche ai dì nostri l'Altmul, il quale ha sue sorgenti presso Rattemburgo nella Franconia; oggidì esso non è in ogni parte navigabile, perchè tutte quelle belle campagne n'han tratto rigagnoli, ed assorbono le sue acque. Andando in su per questo fiume il tratto di sette leghe, trovasi poco lunge la Riza, la quale di nuovo incontrasi in Franconia sotto il nome di Renitz, e passando a Norimberga, si gitta per la via di Bamberga nel Meno. Ora in questa tratta di fiumi, che viene a brevissime distanze annodandosi come una bella lista d'argento, non aveasi a contrastar se non contro alcuni ostacoli del terreno, e contro la difficoltà di navigare in acque che non dappertutto serbano l'uguale profondità. Dal Reno al Meno elle si confondono in un ampio letto, e dal Meno al Renitz il corso era piano ancor più, e di questo andare giungevasi fino a Norimberga: la difficoltà del lavoro stava solo nell'aprire una via alle acque dell'Altmul alla Renitz, e appunto questa fu la via che venne schiusa col canale della larghezza di venti piedi, che l'imperatore scavar fece con infaticabile attività.

Gli annali di Fulda ci recano alcuni particolari intorno a questi ragguardevoli lavori, e il poeta sassone gli ha celebrati ne' suoi versi, dove chiama questo canale col nome di grande, anzi grandissimo fosso, in fatti in alcune parti esso avea quasi trecento piedi di larghezza, a guisa d'un ampio bacino. Nel compierlo ebbesi a cozzare contro le irruzioni dei Sassoni, e, cosa più difficil da vincere ancora, contro gli scoscendimenti del terreno. Ad incuorar gli operai che vi lavoravano, Carlomagno fece in persona il viaggio del canale che aprir volea, e imbarcatosi a Ratisbona[53], dal Danubio entrò nell'Altmul, per salirlo, fino al canale, in un fragilissimo navicello; nè quello essendo per anche compiuto, si condusse per terra fino alla Renitz, dove di nuovo imbarcatosi, seguitò il corso del fiume, sino a che fu entrato nel Meno, d'onde venne a fermarsi per alcun tempo a Virzburgo, e poi a Francoforte, dove tenne una dieta solenne. Anche ai dì nostri veder si possono alcune vestigia di questo canale, o meglio di quest'ampio cavamento di terra, il quale non è oramai più che un fosso; in fatti il villaggio situato ivi presso serba tuttora il nome di Graben, che in lingua tedesca significa fosso[54]. A Carlomagno si vuol pure attribuire l'edificazione di quei palazzi e la fondazione di quelle masserie, che ancor si trovano in Baviera e in Sassonia, e formarono il soggetto de' suoi capitolari. Parecchie di queste residenze, in mezzo alle fitte foreste della Gallia, vere borgate che poi si mutarono in città, erano state edificate dai re merovingi; Carlomagno le aveva quindi allargate d'assai, ed ancor durano a Francoforte alcune vestigia dei palazzi carlinghi, e in Francia parecchie città van debitrici dell'origin loro a queste ville o colonie reali.

Parlando di questi primi tempi, in cui le idee non si manifestano mai chiaramente, dir non si può in modo assoluto che Carlomagno proteggesse il commercio; e' sarebbe questo uno di quei sistemi che in istoria non s'hanno a proclamare appunto per la fallacità loro. Il commercio nasce e cresce da sè medesimo, nè si crea, così come non si governa. La regolare amministrazione di Carlomagno favoreggiò bensì pratiche più attive e più sicure; i conti, i giudici, i missi dominici cessar fecero la maggior parte di quelle rapine e di quelle depredazioni che impedivano le comunicazioni da città a città e da provincia a provincia. Avendo Carlomagno avuto politiche corrispondenze con la Grecia, coi Longobardi, coi califfi e coi Saraceni, seguir ne dovette una più attiva frequenza nelle comunicazioni e una maggior sicurezza nel commercio reciproco, sì che si trasportarono, senza tema, le spezierie della Siria, i tappeti di Bagdad, le sete di Costantinopoli, i reliquari d'oro, le manifatture d'avorio, i vini di Spagna e i profumi dell'Arabia; il qual commercio era la conseguenza delle pratiche coll'Oriente e delle nuove vie aperte fra popolo e popolo. Quella tra queste che tenevano i devoti pellegrini, ci mostra che le navi dei Franchi visitavano già le città della Siria nel nono secolo. Se non che, principe di razza germanica com'egli era, Carlomagno aveva troppo da fare in assicurar la sua conquista, e consolidare l'impero suo, onde poco pensiero pigliavasi del commercio, e animo tutto militare e avverso al lusso, proibiva gli abiti sfarzosi ed i ricchi ornamenti delle corti plenarie, sfogo naturale ai prodotti dell'industria, chè un impero senza lusso è la morte del traffico.

Pur nondimeno in alcuni de' suoi capitolari l'imperatore statuisce certe discipline, che si riferiscono all'amministrazione più ancora che all'incremento del traffico; egli stabilir vuole l'unità delle monete e delle misure in mezzo a que' popoli sì diversi di leggi e di costumi, e però assegna il valor della libbra d'argento e del danaio, e li divide e suddivide, affinchè questa base divenga comune a tutti i contratti; egli vorrebbe che non ci fosse se non una sola moneta in tutta l'ampiezza dell'impero suo, e questa unità procedente da un principio semplice, gli sta grandemente a cuore, ne tratta in tre o quattro capitolari, e cosa ancor più curiosa, si è che in questi atti ritrovasi la prima idea del maximum, o della meta, o tariffa, o tassazione del prezzo alle merci e derrate, come chiamar si voglia, che poi fu dopo secoli, messo in opera nei tempi grossi della rivoluzione francese. Infatti il pensier d'una tassazione del prezzo alle merci e la fissazion d'una meta, oltre la quale ecceder non possa, appartener dee di necessità ad un governo forte e violento, che non guarda ad interesse alcuno di privati, purchè giunga all'ordinamento sociale ch'ei si propone. Il lusso, quella gran molla delle transazioni commerciali, è da lui proscritto con quella schernevole brutalità, che spesso caratterizza la podestà sua. Le cronache ci conservarono infatti alcuni tratti di scherno, usati da Carlomagno verso i suoi baroni, e il monaco di San Gallo, quel poetico narratore dei tempi antichi, ci racconta lo stratagemma che l'imperatore usò per distorre i suoi cortigiani dal vestir sontuoso. «In un certo giorno di festa, dice il cronista, Carlo dopo la celebrazion della messa, disse a' suoi: — Non ci lasciamo annighittir in un riposo che ci condurrebbe alla scioperaggine, e andiamo così vestiti come siamo, a caccia, finchè ci venga fatta preda di qualche fiera. — La giornata era fredda e provigginosa, e Carlo aveva indosso un abito di pelle di castrato, che non valea più del sarrocchino, di cui piacque alla divina Sapienza si coprisse le spalle san Martino, per aver le braccia nude e spedite a celebrare il santo sacrifizio. Gli altri grandi, venuti pur or di Pavia, ove i Veneziani aveano di fresco recato dalle contrade oltremare tutte le ricchezze dell'Oriente, erano abbigliati, come a' dì solenni, d'abiti tutti carichi di pelurie d'augelli di Fenicia, contornate di seta, e di piume del collo, del dorso e della coda de' pavoni, cui arricchivano la tiria porpora e frange di scorza di cedro[55]; sovra alcuni di essi splendevano stoffe trapunte, sovr'altri pellicce di ghiri. In quest'arnese corsero le selve, onde ne tornarono tutti stracciati dai rami degli alberi, dai rovi e dalle spine, trapassati dalla piova e lordi dal sangue delle belve e dalle sozzure dei corpi loro. — Nessuno, disse allor Carlomagno, cangi vestito, finchè non è l'ora del mettersi a letto, che le vesti, così addosso, si rasciugheranno meglio. — A quest'ordine ognuno, più sollecito del corpo, che dei vestimenti che il coprivano, si pose a cercar fuoco per iscaldarsi; poi come furono ritornati e dimorati col re fino a notte scura, li congedò e andarono a' loro quartieri; dove al levarsi di dosso quelle sottili pellicce e finissime stoffe, che al fuoco s'erano tutte raggrinzate e contratte, le videro andare in pezzi, facendo uno scroscio simile a quel di aride bacchette spezzate, onde que' poveretti piangevano e sospiravano al veder così andar a male tanta spesa in una sola giornata. Avendo l'imperatore ad essi ingiunto di presentarsi a lui il mattino vegnente con gli stessi vestiti, ubbidirono, ma tutti allora, anzichè far bella comparita ne' loro abiti nuovi, mettevano schifo, coperti com'erano di stracci tutti sozzi e scoloriti. Carlo intanto, chè accortissimo era, comandava ad un suo cameriere, di nettare un poco il suo abito e recarglielo, e fatto questo, prendendolo tra le sue mani, e mostrandolo tutto pulito e intatto agli astanti: — O stoltissimi, disse, che siete! qual è ora il più prezioso e più utile de' nostri vestiti? Il mio che mi costò un soldo, o i vostri che vi costarono non che libbre d'argento di peso, parecchi talenti? — Ed essi precipitaronsi coi volti contro terra, sostener non potendo il terribile suo sdegno[56]. E sì costante fu Carlomagno nel dar di tali esempi pel corso di tutta la vita sua, che niun di quelli ch'ei degnava di ammettere nella grazia ed intimità sua, si ardì mai di portare in campo e contra il nemico altro indumento, che l'armi sue e vesti di lana e di lino. Che se alcuno di grado inferiore ed ignaro di questa prammatica, presentavasi a lui in abito di seta e arricchito d'oro e d'argento, lo proverbiava forte, e accomiatavalo corretto, ed anche reso più saggio con queste parole: — O uom tutto d'oro! o uom tutto d'argento! o uom di scarlatto! e non ti basta, sciaurato, di perir solo in battaglia, che vuoi anche lasciar in mano ai nemici queste ricchezze, con le quali era meglio redimer l'anima tua, perch'essi ne facciano ornamento agl'idoli del gentilesimo?»

Fra' signori franchi erasi diffuso l'amor delle pellicce, delle stoffe, de' manti lunghi, da fibbiagli d'oro, e già sotto l'impero di Carlomagno si riproducevano i tempi tanto sfarzosi e orientali del re Dagoberto; i conti e i giudici amavano di sfoggiarla; le donne tutte coperte di bende d'oro, portavano braccialetti, quali usavansi nelle pubbliche cerimonie a Bisanzio; nei palazzi venivan moltiplicandosi le suppellettili d'avorio; i libri dell'antico e nuovo Testamento erano riccamente guerniti e adorni di miniature i manoscritti; i Franchi portavano guanti di pelle di daino e corone in capo; i baroni e i conti comparivano anche nelle diete e consigli fregiati di belle gioie; i vescovi portavano pastorali e mitre e cappe d'oro.

I baratti e le compere delle merci faceansi nelle fiere, mercati e landitti licenziati e assegnati dai diplomi, e perchè le vie erano poco sicure, i mercatanti ci venivano per carovane. Alcuni di tali mercati e landitti tenevansi attorno alle cattedrali, dove a provvedersi venivano i nobili, i monasteri ed il popolo minuto, e godevano di gran riputazione; ivi si ponevano in mostra le merci e le pietre preziose, e ci si vedeano attruppati sotto a tende i mercanti sassoni, lombardi, bretoni, greci, saraceni e principalmente ebrei sotto la protezione del santo patrono del luogo e del pastoral abbaziale. Tutte le merci erano franche d'ogni gabella, salvo il livello al monastero che prestava il luogo. Varii sono i diplomi di Carlomagno che autorizzano questi mercati, dove, secondo l'antiche consuetudini, si vendea d'ogni cosa, fin anco il servo comprato in Sassonia o in Bretagna, e raso come i servi di Dio ne' monasteri; soggetto questo delle continue doglianze degli uomini santi e pietosi, i quali patir non potevano questo traffico di carne umana; e bello è legger l'esortazioni dei vescovi con che si studiavano di persuadere i cristiani a desister da quella scellerata consuetudine.

I trasporti delle mercanzie facevansi per acqua o per le strade maestre ed altre vie, di cui ci rimangon tuttora le vestigia; i Romani aveano tagliata la Gallia in mille selciate vie, utili monumenti della grandezza loro, e le merci erano a traverso di queste trasportate sulle fiere e sui mercati, esenti, per via, dal pedaggio e da mille altre gabelle stabilite dall'uso a profitto del conte o del vescovo. Quando queste mercanzie procedevano da paesi lontani, erano imbarcate e navigate sopra legni a mille remi, i più de' quali, sassoni, danesi o frisoni, venivan dal Baltico, ed erano lunghe barcacce in forma di piroghe, sì che resister potessero contro le fortune di mare. Queste barche erano moresche o longobarde o greche nel Mediterraneo, ed ivi elle s'accostavano alle galere romane; Marsiglia nel Mediterraneo, e Venezia nell'Adriatico, erano già rinomate pel traffico loro, e le flotte greche erano in grido per la forza e l'armamento loro, siccome quelle che, mercè il fuoco greco o lavorato, resister sapevano agli assalti de' Saracini.

Carlomagno volle aver pure la sua marineria, onde fece cavar porti, e Bologna di Francia a lui dee il suo ingrandimento, e la fondazione del faro che annunzia alle navi la terra vicina. La marineria del secolo nono era in un militare e mercantile; l'imperatore avea già compreso che l'impero suo era a mezzodì e a tramontana ugualmente minacciato dalle navi sassoni e saracene, e il timor di questo danno appalesasi nello spirito delle sue leggi e delle sue provvisioni; egli se ne sgomenta e le vede dappertutto; al quale proposito il monaco di San Gallo racconta il fatto di quelle barche dei Normanni da lui fatte cacciare dal porto d'una città della Gallia narbonese, e del suo pianto prevedendo i mali che coloro avrebbero, in progresso di tempo, recato all'impero suo, di che già più sopra s'è toccato. Se non che la Gallia narbonese era più esposta alle correrie dei Saraceni, che non a quelle dei Normanni, però che gli Scandinavi tentato ancor non aveano il Mediterraneo, laddove i Mori, arditi al par di quelli, depredavan con le flotte loro la Provenza e la Settimania; e coloro che l'imperatore pigliò per Normanni, erano forse Mori di Spagna o d'Affrica, grandissima essendo la confusione che regna intorno a questo proposito nelle cronache; nè in mezzo alle grandi tribolazioni di quei tempi, non ben sapevasi d'onde procedesse il male; il provavano, e ne accagionavan sempre la causa principale; nel tempo che il monaco di San Gallo scriveva, i Normanni erano il maggior flagello della generazione, ed essa attribuiva loro tutti i mali che su lei traboccavano.

Ad evitar queste depredazioni, Carlomagno fondò un doppio ordine di fortificazioni alle foci de' fiumi, per dove i Saraceni e i Normanni penetrar potevano nelle maggiori città, e fece rizzar fari e torri e ponti militari ad ogni sbocco de' fiumi che metteano capo nell'Oceano, nel Mediterraneo e nell'Adriatico: sul Reno, sulla Loira, sulla Senna, sulla Gironda e sul Rodano; ed a presidio di queste fortificazioni, esser ci dovea, sotto gli ordini d'ogni conte, una squadra di piccioli legni, che guardasse la foce, e la difendesse contra tutti gli assalti del nemico. Poi, certi operai formati in maestranze o compagnie, i quali si trovano nei diplomi indicati sotto il nome di nautes, ebbero il carico di costruirvi ponti muniti di torri, dove stavano guardie armate ad impedire il passo ai pirati normanni e saracini. I detti legni dovean proteggere le picciole barche mercantili, che navigavano da un porto all'altro. Così, poi che Carlomagno vide il pericolo che gli sovrastava per mare, provvide tosto a difendersi contro le correrie dei nuovi Barbari, e in ogni cosa diè compimento a' concetti suoi, niente lasciando a mezzo. Se non che queste diverse precauzioni riuscivano piuttosto a un ordinamento militare, che ad una ragionevole proiezione pel commercio, chè gli argomenti dell'industria e le transazioni del traffico non giungono per lo più, se non ai tempi di più inoltrata civiltà. Carlomagno era più che altro, un guerriero ed un barbaro tagliato alla germanica, e benchè dai papi Adriano e Leone spinto a poco a poco verso la civiltà romana, ei conserva sino alla fine le inclinazioni e consuetudini dell'origine sua; non gli fa di bisogno, esempigrazia, più che un mantello di lontra, e una pelle di castrato per coprirsi; e ad amministrare e regger l'impero da lui fondato, non vuole altro aiuto che quel dei lampeggianti occhi suoi e della ferrea sua mano; si fa beffe del lusso, vuole che i suoi leudi perseverino nell'antica e soldatesca semplicità loro, temendo di vederli ammollire, e serba la splendidezza pe' giorni solenni, quando ei vuole a tutti manifestare ch'egli è l'erede dell'imperio romano, e ch'ei può gareggiare in lustro coi principi che regnano a Bisanzio!

CAPITOLO IV. STATO DELLE SCIENZE E DELLE LETTERE SOTTO CARLOMAGNO.

Indole scientifica di Carlomagno. — Suo spirito germanico. — Sua inclinazione per la letteratura greca e romana. — Le tre menti del sapere. — Alcuino sassone, Teodolfo lombardo. Landrado germano. — Protezione alle lettere. — Filosofia. — Astronomia. — Geografia. — Grammatica. — Poesia. — Musica. — Storia e cronache. — Canzoni eroiche. — Pratica generale dell'agricoltura. — Tendenza letteraria. — I dotti. — Le scuole. — Costumi ed usi dei dotti alla corte di Carlomagno. — Carteggio di questo principe. — Alcuni frammenti delle sue lettere.

768 — 814.

Carlomagno è uomo, come vediam dalla storia, d'indole evidentemente scientifica. Spesso di mezzo alle civiltà primitive emergon uomini che corrono con indicibile ardore verso lo studio, ed avviene allora che nell'opere loro si mesce un non so che di rozzo, di selvatico, di strano, che ritrae della prima loro educazione. Ben è vero che Carlomagno ama con entusiasmo gli studi romani, ma in sostanza egli resta pur sempre germanico. Eginardo narra ch'ei seppe appena accozzar le lettere e comporre a stento i caratteri del suo nome di Karolus[57], scritto appiè degli ordini e dei diplomi. Studia egli la scienza romana per genio, o solo per dare maggior lustro e profondità all'opera sua? Uomo di guerra e di conquista, egli ha nondimeno compreso tutto il profitto ch'ei trar può dall'educazion latina, — a voler aggentilire i costumi e gli spiriti; egli vide l'Italia, i suoi monumenti, le sue grandezze; egli udì la sua lingua, la sua musica; e qual pro cavar non puossi pe' popoli dalla grande educazion romana o bisantina? Egli è in amistà co' papi, i quali hanno intorno vescovi e abbati che parlano la lingua greca o latina, e scrivono in latino, egli condur vuole la doppia mossa della Chiesa e della scienza, e al par di tutte le menti sovrane, ei domina e regge ogni cosa che tocchi.

Tre uomini gli dan mano ad eseguire i suoi disegni di scientifico ordinamento; Alcuino, Teodolfo e Landrado, i quali appo lui rappresentano tre civiltà, tre lingue, tre popoli; Alcuino è sassone di stirpe, come san Bonifazio, parla l'idioma di quei popoli da Carlomagno domati fino alle rive dell'Elba, ed ha la viva ed ardente loro imaginazione; Teodolfo è lombardo, e rappresenta al di là dell'Alpi la letteratura latina, la civiltà di Milano, di Ravenna e di Roma; Landrado è uomo di patria germanica, e conserva e perpetua il profondo, solido e certo sapere. Alcuino è un cherico di fortissimi studi, come tutto il chiericato anglosassone di quel tempo, ed ha fatto laboriose e feconde indagini intorno alla Sacra Scrittura, alla grammatica, alla rettorica e scritto assai.

Teodolfo è il poeta degl'Italiani; le più dell'opere sue sono in versi, egli tutto descrive nella sua bella lingua, e vedesi ch'egli ha studiato Orazio, Virgilio e Ovidio pure. Un dei missi dominici, com'egli era, di Carlomagno, nelle provincie meridionali, lo spiritoso viaggio a Brindisi gli suggerisce il pensiero di descrivere in versi i luoghi da lui visitati nella sua legazione, e il fa con singolar magistero. La pittura ch'egli ivi porge della Settimania e della Provenza, è briosa, colorita, nè visita pure una città senza tutte riferirne a minuto le origini, gli usi, i costumi. Landrado, faticoso scrittore, come son tutti quelli di razza germanica, ha continuo carteggio cogli abbati, ammaestra i cherici, le donne, i fanciulli, ad esempio di san Girolamo, raffronta e punteggia le opere della Sacra Scrittura, e tutto pazienza, rettifica i caratteri merovingi, ad essi dando forma più pura e più studiata, che in prima non avevano. Alcuino è pur esso un grande correttore e punteggiator del greco e del latino; critico sodo e paziente, corregge gli errori de' manoscritti biblici; poi apprende l'ebraico, il siriaco, ed è siffattamente immedesimato con Roma, ch'ei dà il titolo di Pandette alla raccolta delle opere sue; il suo lavoro intorno alla Bibbia è solenne, però che la Bibbia è il gran libro dei popoli, e tutta la generazione vi applica: nelle badie si commentano i salmi, le monache stesse sillogizzano intorno al senso dei libri sacri, e la badessa di certo monastero della Neustria, in carteggio con Alcuino, gli dice come le gravi sull'animo quella sentenza del profeta: tutti gli uomini sono mendaci. A somiglianza dei primi padri della Chiesa, Alcuino è in corrispondenza epistolare con le donne consacrate alla vita monastica, e abbiamo di quel dotto abbate un trattato indiritto alla vergine Eulalia; quelle giovinette, votatesi alla solitudine, si stimavano forti sì da leggere sant'Agostino[58], ed Alcuino ne fece un ristretto per uso loro[59].

Teodolfo insegna con pari ardore, e compendia e commenta e fa ristretti anch'esso ad uso dei laici, e difficil molto essendo l'interpretazione dei libri sacri. Alcuino e Teodolfo la pongono a ragguaglio di tutti per via di compendii in lingua latina ed anche in lingua volgare. Tutte queste menti si vengono concitando sotto il forte e generoso impulso di Carlomagno, che le anima e protegge; Alcuino è guiderdonato con ricche abbazie, Teodolfo è promosso al vescovado d'Orleans, Lanfranco ottiene la metropolitana di Lione; tutti si fanno stromenti a Carlomagno per illuminarlo e sublimarlo; l'uno gl'insegna le lettere, l'altro il latino ed il greco, ed egli tien con tutti loro intimo e familiare carteggio.

La teologia è la scienza di quell'età, è il fondamento d'ogni discussione. I dommi cattolici non son eglino la base di quella società? Tutto la fede religiosa comprende, e mal conoscerebbe lo spirito di quel secolo, chi credesse ivi all'azione della filosofia, foss'anche speculativa, al tutto estranea a quella credente generazione. Se non che alcuni libri di greci sofisti incominciavano sotto i Carolingi a penetrar nell'impero franco, e le compilazioni che sotto il pseudonimo di Dionigi l'Areopagita comparvero, precedettero d'oltre ad un secolo le dottrine dello Scoto. Io non voglio magnificar l'altezza degli scoprimenti del tempo antico, chè anzi chi suppor volesse un'ampia libertà d'indagini a quel tempo di forza e di cattolicismo, mostrerebbe di non sapere che cotali ardimenti dell'ingegno non sarebbero stati pure compresi a que' giorni, dove le teoriche religiose medesime aveano alcun che di materiale, e le controversie tutte versavano intorno al culto delle immagini. Tuttavia le pratiche con Costantinopoli favoreggiar dovettero il progresso della filosofia, benchè rarissime si trovin le citazioni dei libri d'Aristotile, i quali non furono, a dir proprio, conosciuti, se non per le arabe traduzioni del secolo nono. Ella è cosa incontrovertibile che la compilazione sotto il falso nome di Dionigi l'Areopagita, diffusasi in Occidente verso il regno di Carlo il Calvo, operò potentemente sugli studi filosofici; lo Scoto venne solo a compierli, nel secolo duodecimo; e il mondo attinse il primo lume alle faci del greco sapere, che conserva vasi nelle scuole di Costantinopoli; poi gli Arabi recaronvi le traduzioni della scuola alessandrina col suo sincretismo, finchè due secoli dopo il medio evo accolse le teoriche dello Scoto, capo della filosofia scozzese e maestro della scienza.

Del resto, in Occidente, i progressi non erano nè grandi nè vigorosi; e valga il vero, si può egli dare il nome di astronomia ai calcoli per fissare le date ed ai computi ecclesiastici delle feste mobili? In fatto d'astronomia disputavasi intorno al sistema aristotelico, intorno alla scuola alessandrina, intorno al sistema tolemaico; Teodolfo ed Alcuino eran di diversa opinione; quegli volea che l'anno astronomico principiasse a settembre; questi ponea quel ch'egli chiamava il salto della luna in novembre. Singolari son le teoriche da Alcuino esposte intorno al sistema lunare; al tempo che la luna accostasi a quel salto astronomico, di cui tanto ragionano i dotti di quel secolo, egli segna sulla carta certe figure, che poi manda a Carlomagno, e questi discute con lui per farlo persuaso dell'esattezza delle sue proprie osservazioni, e lo regala d'imperfetti stromenti tolti dalla civiltà egiziana e romana. Non altrimenti che appresso tutte le primitive nazioni, quei dotti e quei sapienti molto osservano il movimento ed i fenomeni degli astri; al principio del secolo nono v'ebbe un lungo ecclisse di sole, che spaventò tutte quelle generazioni; il monaco d'Angouleme, che meritossi il titolo d'astronomo, prenunziò la congiunzione di Mercurio col sole nell'anno 807, e nel mese di febbraio fu veduto in cielo quel fenomeno che annunziava, al dir dei contemporanei, lo scontro di eserciti in guerra, e forse altro non era che un'aurora boreale, tinta in rossiccio. La discussione scentifica posossi quindi fra le memorie della scuola alessandrina ed i libri meramente della scuola greca aristotelica; ogn'anno, quand'aveasi a determinare la Pasqua secondo il rito del concilio Niceno, sorgeano vive discissioni procedenti da calcoli astronomici; l'astronomia era fatta scienza indispensabil pe' cherici: «un sacerdote di Dio dee saper fare i conti» dice un dei capitolari di Carlomagno. Il libro del Computo ecclesiastico, ingiunto dai concilii ai preti e nei monasteri, diviene il fondamento così d'ogni scienza, e gli astronomi furono preposti a tutti gli altri maestri, per la ragione che le feste ecclesiastiche dipendevano dalle combinazioni dei numeri e dei tempi.

Negli studi del medio evo trovasi sempre unita all'astronomia la geografia, scienza, della quale aveasi sotto Carlomagno imperfettissima cognizione; vero è che Teodolfo, sempre studioso, erasi provato a comporre un globo sferico con tutti i segni dello zodiaco, ma la spiegazione ch'egli ne dà è priva d'ogni esattezza. Egli si pare che in questa scuola domini la teoria di Tolomeo sulla forma della terra; ma non ben se la intendono intorno alle basi d'un sistema sferico: Alcuino pone per principio che la terra è quadrata, e il mondo, a dir suo, è fermo su quattro punti cardinali[60], e diviso in tre parti, Europa, Affrica ed Indie, le quali sono da lui descritte in modo vago, come uno spazio immenso dalla parte di Oriente. Tutto ciò che sapevasi a que' giorni di geografia, veniva dai pellegrini e dai vescovi viaggiatori, che andavano a predicar la fede tra i Barbari; le città e le provincie erano rozzamente segnate sopra qualche pergamena o papiro, e tutto ciò che serbavasi del mondo antico, era tolto dalla scuola romana o bisantina.

La scienza nondimeno forma tutta l'occupazione di quegli uomini che scoprir vogliono i riposti misteri suoi, e Teodolfo, il poeta italiano, uomo di fantasia, la rappresenta sotto l'imagin d'un albero, co' suoi rami madornati e coi fioriti suoi ramoscelli di mille colori; la grammatica forma la radice, da un lato esce la rettorica, dall'altro sorge la dialettica con tutto il rigoglio d'un lussureggiante rampollo, poi vengon, come tre sorelle strettamente abbracciate, la musica, la geometria e l'astronomia; e questo simbolo viene da Teodolfo svolto non senza un certo ardimento di pensiero. In tempo che gli altri sapienti altro non fanno che applicarsi alla Sacra Scrittura e allo studio dei salmi e dei libri biblici, egli confessa di gustar un interno diletto al leggere, e meditare gli autori pagani, e negli opuscoli suoi continua è la citazione de' bei versi di Virgilio e delle commedie di Terenzio. Anche i versi del sassone Alcuino san dello studio degli antichi; celebra l'arrivo di papa Leone in Francia, e usa la lingua poetica nello scriver epitafi e descriver l'oriuolo a polvere del Tempo, che corre presso all'eternità, intanto ch'egli biasima coloro i quali troppo si dedicano agli autori profani e a Virgilio principalmente, e ch'ei dice ad un suo discepolo: «tu sei troppo virgiliano,» e che ad un vescovo amico suo rimprovera la soverchia passione di lui per l'Eneide. In qualche monastero a que' giorni parlavasi il greco; v'erano scuole in cui veniva pubblicamente insegnato, e il latino era la lingua comune della Chiesa. Non è quindi maraviglia che gli antichi fossero letti e consultati quai maestri in letteratura e in poesia. Carlomagno medesimo non isdegnò il meccanismo de' versi latini, come vedemmo nel tenero epitafio suo di papa Adriano, ed anch'egli usava quella poetica lingua nelle sue epistole a Paolo Diacono.

Dettava pur versi nella patria favella, e spesso ancora in tedesco e in idioma germanico; facea raccogliere le tradizioni degli antenati, e voleva che gli scaldi e i poeti serbassero le memorie del passato e le vittorie degli avi. Di qui forse l'origine di quelle canzoni eroiche, onde ci restano oggidì ampie reliquie; se non che il tempo ha distrutto gli originali di questi monumenti in lingua barbarica, e poche parole appena, poche frasi sparse qua e là nelle iscrizioni latine, additano la lingua che parlavasi nel secolo ottavo; niuno tuttavia negar può che non vi fossero a quei tempi tradizioni e leggende scritte nel sermone della patria, alcune delle quali tradizioni mescolavansi con la vita dei santi. Le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria furono attinti a queste prime fonti; l'imaginazione dei trovatori vi lavorò sopra di ampie epopee, ma la sostanza di questa poesia vien da quelle leggende, di cui fan menzione le cronache, da quei canti in lingua teutonica, che a gran diligenza si raccoglievano per ordine di Carlomagno. Quei primi canti disparvero, perchè al tutto estranei alla vita solitaria dei monaci ed allo spirito loro di conservazione; le croniche, all'incontro, si son tramandate d'età in età, con la cura e la religione d'un sacro monumento; la lingua del chiostro fu la latina, quella del campo la tedesca; le croniche appartenevano all'ordine monastico, le canzoni eroiche all'ordine militare; le une furono conservate all'ombra delle solitudini; le altre si dileguarono, come il suono delle grandi battaglie, in preda ai venti delle generazioni.

Le canzoni eroiche si recitavano a gran voce in battaglia e nelle corti dei feudatari, ma nessun antico manoscritto ci pervenne con le note e le scale segnate come in quelli venuti dappoi; pur nondimeno non è a dubitar che siffatte canzoni non fosser cantate, e il nome loro medesimo ce lo insegna. E le poesie omeriche non furono anch'esse cantate per le campagne della Grecia? Le cantilene giocolari, come Alcuino le chiama, erano in contrapposizione col canto della Chiesa, grave e solenne; e recitavansi su arie allegre da menestrelli e trovatori, laddove gl'inni cattolici procedeano da due origini, dal canto gallico, che teneva un certo che di druidico e di selvaggio, e dal canto fermo romano o greco, e v'ebbe tra le due scuole vivo ed ardente contrasto, chè la Chiesa delle Gallie serbar voleva i suoi canti.

Carlomagno inchinava per la forma romana, siccome la più soave e appropriata agli inni di gioia, e il monaco di San Gallo ci narra come lo dilettassero gl'inni cantati, e com'ei volesse che i cherici ripetessero ad alta e sonora voce le lezioni della cattedrale[61], e come spesso a quelle assistesse, accennando egli stesso col dito o con la punta del bastone ognuno a cui toccava la volta sua di cantare.

Il canto fermo scritto consisteva nel metter sulla parola degli inni o dei salmi alcuni piccioli quadretti di note, le cui code stendevansi in alto o in basso; i fanciulli scolpivano, cantando, le sillabe, ed i cherici facevano il basso, intantochè l'imperatore mostrava, sorridendo, la contentezza sua nell'udire il perfetto accordo di quelle voci. Un giorno, tanto gli piacque il canto dei Greci, che ordinò si cantassero sul medesimo tuono le parole latine. Dalla Grecia pure venne, come già dicemmo, quel magnifico istrumento, maraviglia di tutta la generazione, l'organo dir vogliamo, che fu a Carlomagno mandato dall'imperatore di Costantinopoli, a quel modo che gli fu dal califfo di Bagdad mandato l'orologio meccanico. Fino a quel tempo i Franchi non avean conosciuto che certi strumenti a corda ed a fiato, ma poi che udirono quei mille suoni, che rimbombando si diffondeano per la cattedrale, come le mille voci del giudizio finale, quando quelle canne, artificiosamente ordinate, ad esprimer si fecero tutte le passioni del cuore e dell'anima, i cherici rinunziarono quasi spontaneamente all'arpa ed alle tibie romane. L'organo è lo strumento sacro che meglio s'accordi con le aspirazioni religiose; l'organo e gli inni sono l'espression vera dell'evo medio, e quelli che meglio di ogn'altra cosa interpretare a noi ne possono i vivi e profondi affetti, le misteriose angosce, il pio simbolismo.

Accanto alla musica veniva la pittura, ma non viva ancora che per la tradizione di Roma e di Bisanzio, nessun'arte speciale essendovi che riferir si possa al regno di Carlo, non più che al tempo dei Merovei; tutto toglievasi dalle scuole di Costantinopoli o di Roma, e le informi pitture, quali son quelle che oggidì s'incontrano in alcuni rari manoscritti, come a dire nella Bibbia di Carlo il Calvo, le coperte d'avorio, i finimenti di rame, d'argento e d'oro, incastonati, e le lettere, che pur sono un lavoro d'arte, niente hanno di originale; la pittura, la cesellatura, la miniatura venivano dai Bisantini. La forma secca germanica appare all'incontro più profondamente segnata nelle opere dell'architettura, ivi dominando la scuola lombarda con le pesanti e solide sue fondamenta. Qualche rara reliquia ci porge ancora un indizio dell'architettura carlinga, come a Poitiers alcune muraglie tuttora in piedi, e ad Aquisgrana alcuni avanzi del coro della cattedrale, a cui si adoperarono massi di solida pietra, e le colonne di porfido tolte a Ravenna; ma sono monumenti che mai non appartengono ad un'età solamente, trovandovisi innestate le colonne e i mosaici dei tempi anteriori. In Aquisgrana, esempigrazia, ci son rottami del palazzo imperiale di Ravenna, e mosaici ancor più curiosi; la badia poi di San Ricchieri, come fu descritta dal Padre Mabillon, riconosceva l'origine sua dal secolo ottavo. Ogni giorno intanto ne porta qualche resto dei monumenti dell'antichità, sì che in breve non avremo dell'età carlinga altro che polvere.

Questo quanto alle arti. Quanto alle scienze gravi, le scuole monastiche tenevano il primo luogo, favorite, a tutto potere, da Carlomagno. A cui non era giunto il grido, nella Francia neustriaca, delle scuole di Corbia, di Fontenelles, di Ferrieres, di San Dionigi e di San Germano? Così nell'Austrasia nessuna scuola contender poteva il primato a quelle di Fulda e di San Gallo, fondate da Carlomagno. In Italia, il monastero di Montecassino possedeva il meglio dell'antico sapere; ivi tutto insegnavasi, e specialmente l'interpretazione della Scrittura. Lo studio del diritto canonico ristringevasi ai concilii antichi; il diritto civile desumevasi dai capitolari e dalla legge salica e ripense; alcune città e popolazioni della Gallia erano governate dal diritto romano. Considerati come opera in corpo, i capitolari sono un bel monumento di diritto civile, e tal che può mettersi allato del codice teodosiano e del giustinianeo: considerati, parte per parte, il diritto non era ivi una dottrina, ma tutti formavano una raccolta di editti di polizia sociale, tali da richieder più obbedienza che studio.

La scienza della medicina era al grado medesimo d'imperfezione; solo gli scritti d'Ippocrate aveano alquanto rischiarata la pratica; aveasi cognizione dei semplici, per quanto Plinio ne insegna, e ci aveano alcune scuole per apprender la medicina come arte, e i capitolari ne fanno menzione, laddove ingiungono di mandare i fanciulli a simili scuole. Tale a que' tempi si era la credenza nei sortilegi e nelle malíe, che ognuno comprenderà facilmente come trascurata esser vi dovesse la scienza vera; non istudiavasi punto a que' giorni, ma si credeva. Le Regole fatte per gli ordini religiosi di San Benedetto imponevano che in ogni convento ci fosse un fratello medico ed una spezieria, ed a' tempi cavallereschi ci ebber leggende intorno a meravigliose guarigioni, che lo studio de' semplici altro non era che un passatempo di quelle nobili castellane. Recavansi dalla Siria balsamo, unguenti, droghe e medicamenti già belli e preparati, eseguivansi gli aforismi d'Ippocrate, regolati con qualche tradizione della scuola alessandrina. Tutto poi si faceva senza disamina, senza osservazione; si pigliavano i fatti com'erano, e quando la cronica riferiva un avvenimento, la generazione ci prestava intera fede; leggende, pergamene, documenti, tutto ammettevasi per verità fondamentale. Non ci ha spirito di critica in checchè sia; chè quella generazione, tutta di credenza e di fede, non ragiona punto, ma ubbidisce; e se pure ella discute, sì il fa intorno a parole; nè parimenti ella s'inabissa punto nelle interpretazioni de' sensi scritturali; quanto alla scienza razionale, ella non c'intende nulla, e la vita per lei altro non è che una gran leggenda.

In sul primo fervore di una tal quale ristaurazione degli studi romani, vediamo nei dotti dell'ottavo secolo una gioia innocente; studiando i tempi passati, contemplan essi coll'ardor de' neofiti i belli avanzi dell'antichità, s'ingolfano con entusiasmo negli studi, e quest'ammirazione in loro dei tempi antichi è sì ardente, che i vescovi, abbati e cherici, studiosi delle scienze, si danno scambievolmente i nomi dei poeti e degli oratori antichi che degni giudican del culto loro, e dl questo nodo Davide il salmista ed Omero il cantor delle sublimi rapsodie prestano i nomi loro ai letterati dell'ottavo e del nono secolo; Carlomagno forma una specie d'areopago e d'accademia, nella quale ciascuno toglie a prestito un nome: Davidde[62], Samuele, Oniaste, Omero, Virgilio; nè oramai più si chiamano che con questi soprannomi. Tale si è l'indole di tutti i tempi di risorgimento, e il carattere delle età in cui cominciasi a studiare; ognun gittasi con ardore ed entusiasmo verso le cose del passato, sempre nuove per chi le ha innanzi neglette. Le rarità dei libri sì in papiro come in pergamena, era motivo che venissero bramosamente cercati[63], pagatosi come le reliquie sacre e facevasi il giro dell'Italia e della Grecia per pur raccoglierne alcuno. E' non furono gli Arabi a tramandar, come fu scritto, i più degli autori greci per imperfette traduzioni, ma essi venner dirittamente da Costantinopoli, e ci son manoscritti che recano ancora l'impronta degli studi greci. Le comunicazioni con Costantinopoli furono frequentissime sotto Carlomagno, e ancor più a' tempi de' pellegrinaggi; d'altra parte il greco era in uso nelle scuole monastiche; onde perchè ricorrere agli Arabi, per aver da loro una traduzion di seconda mano? Ben dagli Arabi venir poterono alcuni libri di geometria e di cabalistica, padroni come essi erano d'Alessandria; ma quanto agli autori principali della Grecia ed ai poeti latini dell'antichità, essi erano pienamente conosciuti dalla generazione letterata dell'ottavo e del nono secolo[64].

Grande fu a que' tempi l'influenza delle scuole bisantine su tutte le forme e lo spirito della scienza, tanto che fino i caratteri merovingi, informi così come sono, e in cui son mescolate l'orme della sassonica origin loro, spariscono anch'essi quasi del tutto per dar luogo alle lettere con tanta perfezione formate, che sono nelle bolle di Roma e nei papiri di Costantinopoli. Le poche scritture e diplomi che ci rimangono del secolo nono, sono tratteggiate a perfezione, e i caratteri loro s'accostano per poco a quegli ammirabili manoscritti del nono e del decimo secolo, fra i quali primeggia il codice a penna di Gregorio Nazianzeno, bel monumento d'arte, posseduto dalla Biblioteca reale, lavoro di pazienza e di perizia che più non rifarebbesi ai nostri tempi svagati.

Carlomagno fu il centro di tutto questo scientifico movimento; tutto, tutto egli raccolse intorno alla grandezza sua, e intantochè certe cronache dicono ch'egli a stento accozzar sapeva le sue lettere, altri monumenti ce lo presentano per l'illuminato protettore dei dotti. Non ci rimangono firme di sua mano, chè ne' suoi diplomi, accanto alla sua bolla e sigillo, trovasi il suo monogramma sì, ma pur sempre tratteggiato dal suo scrivano o cancelliere, conforme usavano i principi del secondo lignaggio[65]. Nè v'ha punto contraddizione in questa medesimezza d'un principe ignorante per sè stesso, e protettor nondimeno delle scienze e degli studi; questo capo, questo Barbaro, ama, al par di tutti i conquistatori, la poesia, e si fa cantar dagli scaldi le storie della patria, chè Carlomagno pure sapeva, al par d'ogni altro re che fondar volle un grande sistema di governo, l'azione dall'antica letteratura esercitata sulla compagnia civile; egli resta germanico sì, per l'indole sua, per la sua forza, per l'origine sua; ma quanto al pensare, egli studia di farsi Romano. Nelle militari sue spedizioni accompagnar si fa dai leudi, dai conti suoi; ma quand'egli ha a ordinar l'impero, a far leggi di buon governo, chiama in aiuto ed appoggio suo i cherici, e solerte e proveduto, com'egli è in ogni cosa, tien corrispondenza con tutti. Pochi sono i monumenti scritti venuti da lui di prima mano, nè altro più abbiamo di suo che poche lettere, ma son fattura d'un uomo che riempiè della sua fama il medio evo, e però la storia raccoglier dee, come sacre reliquie, tutto che vien da un'origine si sublime. V'ha sempre dell'oro in mezzo a questa polvere, e della grandezza sempre in mezzo a queste ruine!

La badia di Fulda, gran fondazione del secolo ottavo, è la stanza prediletta del principe d'Austrasia, non altrimenti che la badia di Montecassino è la fondazione dei re longobardi; e Carlomagno gode poi di carteggiar con quegli abbati, che con la mitra in capo, e col pastorale in mano, venner tante volte ad accoglierlo: «Tu dèi dunque sapere, scrive quindi a Bogolfo, abbate di Fulda, aver noi pensato, insiem coi nostri fedeli, esser utile che nelle chiese e nei monasteri, di cui Dio ci ha confidato il supremo governo, ognun dei cherici attenda non solo ad osservare una vita disciplinata, ed a praticare gli ufizi della nostra santa religione, ma sì ancora, se il Signore gli abbia dotati delle necessarie facoltà, ad istruirsi nello studio delle belle lettere, come regola onesta e difesa dei lor buoni costumi. Così pure vogliamo che lo studio e la dottrina giovino loro a purgare il discorso, onde, con la vita loro esemplare e con la piacevol maniera del dire, adempiano i comandamenti di Dio, però che scritto è: — Sarete assolti o dannati secondo le vostre parole. — Nell'occasione dell'averci, quest'anno, parecchi monasteri fatto sapere ch'essi indirizzavan per noi fervide orazioni al cielo, ci siamo accorti, per le lettere loro, che, se retto è l'animo, scorretto è lo stile, e che tradur non possono, senza sconcio, per iscritto, i buoni pensieri che ad essi vien suggerendo la loro devozione per noi. Or questo loro scorretto scrivere ci ha messo in timore, che dalla scarsa loro dottrina sieno impediti a ben comprendere il testo della Sacra Scrittura, ben sapendo noi che, se gli errori di lingua sono dannosi, quelli che falsano il senso son più dannosi ancora. Laonde noi vi esortiamo a non trascurar le belle lettere non solo, ma sì ancora ad applicarvi diligentemente a studiare e scrivere i misteri della Scrittura, affin di poterli facilmente comprendere.»

Nella qual epistola, opera certamente di Alcuino, si appalesa l'amore alle lettere di Carlomagno, volendo egli che i cherici studino e scrivano con eleganza e correzione di stile. Dai campi della Sassonia scrive indi ad Adriano: «Signor nostro: Re Carlo, vostro figlio, e la figlia vostra e nostra donna Fastrada, figlio e figlia di Nostro Signore, e tutta la casa vostra vi salutano; tutti i preti, i vescovi, gli abbati e tutta la congregazione devota in Dio, e così tutta la generalità del popolo franco vi salutano. Il figliuol vostro vi rende grazie dei legati che gli mandaste e delle dolci vostre lettere, con cui lo fate certo della prospera conservazione di vostra salute.» Carlomagno soggiorna indi nel monastero di Fulda, e d'ivi carteggia con la regina Fastrada, una delle donne sue, intorno all'astinenza e al digiuno. «Con l'aiuto di Dio (così egli), noi abbiam fatto per tre giorni orazione, principiando alle none di settembre, per impetrare da Dio misericordioso pace, vittoria, salute, ed insieme un prospero viaggio, e per supplicarlo d'aiutarci sempre e sostenerci e difenderci. I nostri preti ordinarono a tutti quelli che per età e per salute fare il potessero, d'astenersi dalla carne e dal vino, e per ottenere licenza di bere alcun po' di vino per questi tre giorni, i più ricchi e facoltosi di noi donarono, secondo le forze loro, ma non manco di un danajo; oltre di che ognuno fece anche limosine, più o meno abbondanti, secondo il suo stato. Ciascun prete disse una messa, salvo gli impediti da malattia, e quei cherici che sapevano i salmi, ne recitaron cinquanta, restando a piè nudi intantochè oravano. Tale si è il comandamento dei sacerdoti, a cui tutti abbiamo stimato conveniente di sottometterci, ed è voler nostro che tu faccia il medesimo coi nostri fedeli. Quanto a te ed a ciò che per la tua debolezza ti si può concedere, ci rimettiamo nella prudenza tua.»

Egli ti par di udire un antico imperatore di Roma, Cesare, per cagion d'esempio, che ragioni con la moglie sua, degna matrona romana, de' suoi pontefici e della celebrazione delle pubbliche feste. Carlomagno è il custode della polizia dell'impero suo, quindi egli invigila gli uomini d'arme, i cherici, e però ch'egli conosce tutta la podestà della Chiesa, se ne fa correttore e guardiano, e scrive anche in parti lontane a far che non abbia danno nelle cose sue; testimonio quant'egli scrive qui appresso al re Offa. «Un prete scozzese, che dimorò qualche tempo vicino a noi nella parrocchia di Ildeboldo, vescovo di Colonia, secondo la denuncia del suo accusatore, peccò, mangiando carne in quaresima. Se non che i nostri preti, non avendo trovata l'accusa bastevolmente provata, non vollero sentenziarlo; ma pur nullameno, più non gli consentono, a cagion del suo fallo, d'abitar nel luogo di sua dimora, onde il volgo ignorante non abbia a vilipendere l'onore del sacerdozio, e lo scandalo non conduca forse altri ad infrangere la santità del digiuno; rimessolo al tribunal del vescovo, innanzi a cui fece i suoi voti al Signore. Noi ti preghiam quindi d'ordinare ch'egli sia ricondotto al suo paese per esser ivi giudicato: chè ivi pure osservar si dee la purità dei costumi e la costanza della fede in grembo alla Chiesa di Dio, sì che quest'unica, perfetta e immacolata colomba dall'ali d'argento e dalla coda dorata, sfolgorar vi debba di tutto il suo splendore[66]

Questa universal vigilanza della Chiesa doveva esser costantemente sostenuta da fermi atti del principe; calde controversie agitavano i vescovi, gli abbati ed i monaci; in più d'un luogo la stretta disciplina era posta in non cale; dove l'ignoranza, e dove la passione dei cherici; poi il viver rotto e romoroso dei monasteri. L'abbate di San Martino e i suoi monaci obbedir non volevano al vescovo, credendosi sciolti da ogni giurisdizione dell'Ordinario, onde Carlomagno scrive loro in questi severi termini: «Il vescovo Teodolfo si lagna, in una sua lettera, dei modi poco convenevoli coi quali avete trattata la sua gente, nè ancor tanto di questo, quanto del poco rispetto che aveste al vescovo della città vostra, e del disprezzo da voi dimostrato per gl'imperiali nostri comandamenti. Or questi comandamenti, da noi fatti scrivere sotto l'autorità del nostro nome, v'imponevano di restituir nelle mani di questo vescovo un cherico, che, fuggito di prigione, erasi venuto a ricoverar nella basilica di San Martino; nè questo era punto un comando ingiusto. Ci siam fatte rilegger amendue le lettere, la vostra e quella di Teodolfo, e abbiam trovato nelle vostre parole maggiore acerbità ed ira, e niun sentimento di carità verso di lui; egli pare che ivi vogliate piuttosto difendere il reo, ed accusare il vescovo, e dar a intender che si possa e anzi si debba metterlo in istato d'accusa, laddove le leggi umane e le divine tutte s'accordano in proibire al reo d'accusare nessuno. Indarno voi lo scusate, adducendo ch'egli ha interposto appello dinanzi a noi, facendovi appoggio della massima che ogni accusato e sentenziato dinanzi al popolo della sua città, ha il diritto anch'esso d'accusare altrui e di richiamarsene a Cesare. Voi citate ad esempio san Paolo che, accusato dal popolo innanzi a' principi giudei, fece appello a Cesare, e fu mandato dai principi stessi dinanzi a lui per essere giudicato; ma questo non ha niente a che fare col caso presente. L'apostolo Paolo era accusato sì, ma non giudicato, quando appellò a Cesare, e fu a lui rimesso; laddove questo ribaldo prete, accusato e sentenziato, s'è trafugato dal suo carcere per rifuggirsi in una basilica, non ostante la legge che gliene interdiceva l'entrata fino a penitenza compiuta, e solo adesso, benchè dicasi ch'ei continua nella peccaminosa sua vita, egli ricorre a Cesare, ad imitazione dell'apostolo Paolo. Ma, come Paolo altresì, indarno egli sarà venuto ad invocar Cesare, perchè noi comandiamo ch'egli sia rimesso nelle mani di colui dalla cui forza s'è sottratto, a lui solo spettando, parli vero o falso il colpevole, tradurlo dinanzi a noi, nè occorre che per un uom siffatto sia niente innovato negli ordini nostri. Non sappiamo poi abbastanza stupirci della temerità vostra nell'opporsi, soli, agli atti della nostra autorità. Già dovete saper quante mormorazioni si son fatte, e non senza ragione, sul vostro modo di vivere; infatti, ora vi chiamate monaci, ora canonici, e talvolta non siete nè l'un l'altro; sicchè vegliando al vostro bene, e toglier volendo la mala vostra riputazione, vi avevamo scelto un maestro e un rettore atto a mostrarvi con le sue parole e i suoi precetti la retta via, e fattolo venir da lontan paese, ed uom religioso e di santa vita come egli era, ci confidavamo che gli esempi suoi vi potesser correggere. Ma, ohimè! tutto fu contro alla speranza nostra, e il demonio ha trovato in voi quasi altrettanti ministri a seminar la zizzania fra i sapienti e i dottori della Chiesa, e ad indurre in peccato d'ira e d'invidia queglino stessi che castigare e corregger dovrebbero i peccatori. Se non che, speriamo, Dio non vorrà permetter ch'essi cedano alle maligne vostre suggestioni. Quanto a voi, spregiatori degli ordini nostri, canonici o monaci che vi chiamiate, verrete a quella delle nostre grandi udienze, che vi sarà dal presente nostro messo assegnata; nè vi giovi a sollevarvi dall'obbligo di comparire ad espiar l'inaudita temerità vostra la lettera in cui tentate di giustificare la vostra ribellione.»

In questa lettera Carlomagno tutta manifesta l'ira sua, e il subitano e forte suo risentimento; l'Austrasio, che vuole tutto soggetto, si maraviglia che vi sia chi ardisca resistere agli imperiali suoi comandi; detto il suo volere, ognuno ubbidir dee, e quel ch'egli dice agli abbati, dice anche ai re, imperando su tutti. «Mi è venuto all'orecchio, scrive egli a Pipino re d'Italia, suo figlio, che alcuni duchi e subalterni loro, castaldi[67], vicarii, centurioni, e i loro ufiziali, come sono i falconieri, i cacciatori e altri siffatti, nello scorrer qua e là le provincie da essi abitate, levano tasse non che sugli uomini liberi, sulle chiese di Dio, sui monasteri dei frati e suore, sugli ospizii, sul popolo e sugli operai che lavorano le vigne, i campi ed i prati delle chiese, di questi ultimi anche servendosi per far costruire gli edifizi loro, continuamente privandoli della carne e del vin loro, contro ogni giustizia, con mille altre angherie di cui gli opprimono. Onde è, caro figliuol mio, che ti mandiam questa lettera, acciò che tu applichi tutta la cura e la prudenza tua a riparare il male. Ci fu detto altresì che in alcuni luoghi, certuni de' nostri soggetti e de' tuoi, pretendono esser nullo il partecipar che abbiam fatto loro di vari capitolari scritti nella legge, e sotto simil pretesto ricusino di ubbidir loro ed averli per leggi. Ora, tu sai i discorsi che noi medesimi abbiam tenuti teco sul proposito di questi capitolari, onde ti preghiamo di farli conoscere ed eseguire in tutto il regno da Dio confidato alla tua vigilanza, e ti raccomandiamo di provedere affinchè facciasi quanto abbiamo ordinato così intorno all'uccisione dei vescovi e dei preti, come all'altre cose. Intanto, in riguardo a' preti, ci par conveniente, che se il prete sia nato libero, si triplichi l'ammenda imposta dalla legge, e il medesimo s'egli sia stato anche solo ferito. Se poi v'ha dubbio ch'ei sia nato servo, si faranno indagini sull'origine sua per sapere se debbasi o no far pagare triplicata l'ammenda. Così facciaci anche rispetto ai diaconi.»

Tanto per la legge politica; ecco ora una lettera di Carlomagno intorno alla predicazione della parola divina, perchè egli signoreggiar vuole eziandio la dottrina, la parte morale dell'uomo, l'intelletto. La lettera è indiritta al vescovo di Liegi. «La paternità vostra tenga bene in mente quanto le abbiam più volte detto in consiglio, circa le predicazioni nella Santa Chiesa di Dio, ed il modo in cui ella doveva predicare, ed istruire il popolo secondo l'autorità dei sacri canoni. Per prima cosa, in quanto riguarda la legge cattolica, noi le dicevamo, sia debito a chi imparar non ne può di più, recitare almeno a memoria l'Orazione dominicale ed il Simbolo della fede, quali gli Apostoli ce li hanno insegnati, nè ad alcuno sia lecito levare dal fonte battesimale niun fanciullo, senz'aver prima recitato, alla presenza di vostra paternità o d'alcun de' suoi preti, l'Orazione dominicale ed il Simbolo. Se non che avendo nel giorno dell'Apparizione del Signore trovato parecchie persone che volean far battezzare dei fanciulli, noi abbiamo ordinato che ognuna di esse, fosse appartatamente e diligentemente esaminata per vedere se, come dicemmo, tutte sapessero l'Orazione domenicale e il Simbolo, e ne furon trovate parecchie che non sapevan nè l'una nè l'altro; onde allora fu da noi ordinato che venisse loro impedito di levare nessuno dal sacro fonte, finchè imparato non avessero, sì da recitarle a mente, le dette due orazioni, il che fu cagione a molti di grande vergogna. Ed appresso, eccellentissimo vescovo, ci parve bene di ordinare un digiuno, e che ognun si astenesse dal vino e dalla carne, digiunando fino all'ora nona, eccettuati quelli ai quali non è consentito farlo dall'età o dalle infermità loro.»

Tutto si mescola e confonde in questi tempi, e mentre Carlomagno impone i digiuni e le penitenze come un vescovo, ordina pure agli abbati di seguirlo alla guerra coi loro armigeri, e un armamento all'abbate Folrado, uomo di scienza. «Tu verrai, così gli scrive, co' tuoi armigeri al luogo assegnato, perchè d'indi muover tu possa verso qualunque altro luogo noi saper ti facessimo, a mano armata, cioè con armi, arnesi, munizioni da bocca, vesti, tutto ciò insomma che fa di bisogno in guerra. Ognuno de' tuoi cavalieri abbia scudo, lancia, spada, mezza spada, il suo arco, il suo turcasso, le sue frecce; ogni tuo carro contenga scuri, asce, cunei, pale di ferro, e tutti gli altri arnesi utili contro il nemico. E di questi arnesi e munizioni da bocca ve n'abbia per tre mesi, e dell'armi e degli abiti in quantità sufficiente per mezzo l'anno. Tanto ti ordiniamo perchè tu il faccia eseguire, e perchè tu ti rechi pacificamente al luogo assegnato, cioè senza toccar nulla per via, salvo il fieno, la legna e l'acqua di cui tu possa avere bisogno[68]

Questi frammenti delle epistole di Carlomagno da lui scritte o da' suoi scrivani e segretari, danno meglio a conoscer l'indole del conquistatore, del re, dell'imperatore, che non tutti i sistemi e le classificazioni dei tempi moderni; bello è veder l'imagine dell'uomo ne' suoi propri scritti, che ivi è tutto trasfuso il pensar suo. Invano tu ivi cercheresti alcuna division filosofica, ogni cosa essendovi insiem mista e confusa; le leggi civili coi canoni ecclesiastici, i capitolari coi concilii. La possanza di Carlomagno tutto domina dal governo generale della società, sino alla disciplina della Chiesa e all'amministrazione domestica del palazzo. Con la lettura di questo carteggio epistolare di Carlomagno tu puoi formarti concetto dell'indole e della podestà sua, la quale podestà è un misto di attribuzioni politiche e religiose, una creazione selvaggia che tien della terra, della scienza e della barbarie, gli è il caos sbrogliato dalla mente d'un supremo intelletto, il solo, in tant'opera, superiore al suo secolo, con una società intorno che resiste al vigoroso impulso suo.

CAPITOLO V. LA CHIESA E LE SUE COSTITUZIONI SOTTO CARLOMAGNO.

Conflitto per l'unità. — Eresie. — Le due principali. — Gl'iconoclasti. — La dottrina di Felice da Urgel. — I libri carolini. — I vescovi. — Gli abbati. — Aspetto dei grandi monasteri. — La Regola. — Le cronache. — I cartolari. — Le mense ecclesiastiche. — Abbozzo della famiglia monacale. — Le terre ed i servi.

768 — 814.

La grand'opera di Carlomagno si congiunge sostanzialmente con la podestà e l'unità della Chiesa; la corona imperiale sorge accanto alla mitria pontificia, la spada presso al pastorale; i capitolari sono una perfetta confusione del diritto civile con la legge ecclesiastica. Ai primi secoli del periodo franco, l'universalità della Chiesa non è principio ammesso dappertutto; ella va debitrice del suo splendor temporale e dell'indole sua di sovranità secolare principalmente a Carlomagno, alle pratiche di quest'ultimo ed all'intimità sua con Adriano e Leone papi; donde avvien poi una specie di ristaurazione di quelle due podestà del pontificato e dell'impero, l'una delle quali tende sempre all'unità sua per istabilirsi su quella pietra da cui la Chiesa dee sollevarsi tutta rigogliosa di maestà e di vigore; l'altra attende ad ordinare il governo e la società materiale. Leone saluta l'impero in Carlomagno, e l'imperatore protegge questo pontefice doppiamente minacciato, e dal popolo di Roma e dalla moral ribellione dell'eresia; accordo misterioso che non ebbe a durar se non un tempo, però che il pontificato e l'impero si separarono, e ricominciò il naturale conflitto tra il soldato ed il cherico che già era fin dal nascere della doppia podestà dei papi. Come reprimer passioni che bollivano nel cuor dell'uomo prepotente e brutale, e strappargli dalle avide labbra la tazza del banchetto, e farlo soggetto alla castità, alla sobrietà, alla temperanza?

L'unità della Chiesa risultava dalla dottrina sua; i papi possedevano in sè l'autorità dell'interpretazione, e i concilii l'applicavano come legge civile. L'eresia era una separazione dalle dottrine fondamentali, una specie di sminuzzamento del potere; l'ingegno non s'arresta, ma procede innanzi sempre con un'azion violenta che arde e divora, e rintuzza l'autorità perch'essa vuol comandargli; quindi nasce l'amor della disamina che in un'ardente e fisicosa immaginazione va senza posa operando, e questo travaglio ingenera l'eresia. Due grandi turbazioni ebbe la Chiesa a quei giorni, l'una recatale dagli iconoclasti, distruttori delle imagini e delle statue, l'altra da Felice da Urgel, il quale interpretando in senso stretto il Simbolo niceno, negava la natura spirituale e divina del Figliuolo di Dio.

L'eresia degli iconoclasti, che fu come una rappresaglia delle barbarie, non voleva il culto delle imagini, e que' salvatichi settatori manomettevano brutalmente i capolavori delle arti, invocando l'antica avversion de' cristiani contro all'idolatria e a quell'olimpo popolato di Dei con belle forme d'oro e d'avorio uscite degli scarpelli d'Apelle[69] e di Fidia; il culto delle imagini, a dir loro, altro non era che un rinovare l'idolatria. L'ingordigia d'alcuni de' greci imperatori trovar pur volle imagini, materie d'oro e d'argento, e rubini, e altre pietre preziose da gittar come spoglie ai soldati; Carlo Martello dava i feudi e le mense della Chiesa alle sue genti, e gl'imperatori di Bisanzio distribuivan fra le loro gli aurei ornamenti dei reliquiari e degli altari. Il popolo minuto, sempre credente e sempre artista, che vuol dar corpo alle idee sue, in ciò ch'egli ama e venera, in Dio e negli spiriti celesti, era fautore ardentissimo delle imagini, chè al leggere o all'udire di qualche divota leggenda, gli nascea il desiderio di vedersela tutta, e bella foggiata sotto agli occhi, e voleva scolpirla, dipingerla per indi prostrarsegli innanzi, però che aveva l'amore e il culto del bello. Il terzo Concilio niceno accolse una dottrina di mezzo che posava sopra buoni principii; non si voleva, secondo esso, adorar le imagini, e offrir loro le stesse preghiere che a Dio ma potevasi, anzi dovevasi onorarle come rappresentazioni d'un pio pensiero, e una specie di leggenda marmorea. I libri carolini attribuiti a Carlomagno, e di cui per avventura fu autore Alcuino, sono anch'essi rivolti contro la materiale adorazione delle imagini, ed ivi si par che l'imperatore accetti egli pure, ma in senso circoscritto, alcuna delle massime degli iconoclasti. Nato egli in mezzo alle foreste, era cresciuto nell'idea d'un culto senza imagini, e certo colui che atterrato aveva in Sassonia l'idolo colossale d'Irminsul, sentir doveva qualche ripugnanza per quei santi di marmo, e per quei dipinti che rappresentavano la storia sacra.

Nel suo carteggio coi papi Adriano e Leone, Carlomagno viene a poco a poco ricredendosi dell'opinione sua eretica, promulgata dal concilio di Francoforte[70], e «s'egli scrisse, ivi dice, contro il concilio di Nicea, si fu perch'ei non ne comprese bene il senso». Infatti esso concilio non ingiungeva altrimenti d'adorare le imagini alla maniera degli antichi Greci, e conforme al culto de' pagani per gli Dei dell'Olimpo, nè di offrir loro sacrifizi, come all'Apollo dei gentili, o all'Ercole dalle forti membra, o alla Venere di Pafo; mainò; il culto de' santi altro esser non dovea che l'adorazione di Dio stesso, e la venerazione verso coloro che aveano praticati e rigorosamente osservati i precetti del cristianesimo; i santi erano i servi di Cristo, ed onoravansi come discepoli suoi, nè si adoravano. Queste dottrine, esposte da Adriano in una bella difesa dell'arte, cioè della scultura e della pittura, ricreder fecero Carlomagno delle sue germaniche opinioni contra le imagini. I libri carolini divenivano quindi senza scopo, e furono dismessi come un'antica dottrina caduta in disuso dopo l'interpretazione delle parole del concilio di Nicea. Il culto delle imagini prevalse, nel medio evo, perchè si confaceva col genio del popolo; i templi vuoti ben potevano acconciarsi alle meditazioni dei filosofi, ma il volgo avea bisogno della sua Madonna in manto celeste, del suo Cristo che il guardasse fiso e benigno, del Padre Eterno dal guardo severo, di san Pietro che cammina sull'acque, di Paolo, l'Apostolo della Grecia, e contemplar volea l'inferno in atto d'ingoiare i reprobi, e il cielo sempre aperto ai tribolati ed ai poveri di questo mondo. Queste imagini allettavano i fedeli nelle chiese, destavano in essi sentimenti di devozione, e confortavano il popolo con l'aspetto d'un avvenir di perdono pel giusto, e di tremende pene pel reo. Questo culto delle imagini produsse i bei dipinti, e creò i capolavori dell'Italia, principiando dai freschi del Campo Santo[71], fino al Giudizio universale di Michelangelo, nella cappella Sistina.

Mentre l'eresia degli iconoclasti va dileguandosi e perdendosi, sorgon quasi al tempo medesimo le dottrine di Felice da Urgel, le quali dottrine non erano, checchè ne scrivan taluni, sue originali, ma sì di Elipando, vescovo di Toledo, nato sotto quel medesimo sole di Spagna, che divampar fece più volte le fantasie de' Visigoti, e erano un tralignamento e deterioramento delle dottrine ariane. In mezzo ai Saraceni di Spagna, ed in tempo che era d'uopo liberare il paese con la forza e l'unità cattolica, l'apparizion di questa dottrina mosse un gran sollevamento e una funesta guerra civile; Felice da Urgel, si fece propugnatore dell'eresia, concetta nei termini qui appresso. Il simbolo degli Apostoli diceva: «Cristo figliuolo procede dal padre come sua carne e sangue suo.» Nè Felice negava, come gli Ariani, la divinità di Gesù Cristo, ma dicea che egli era sol figliuolo di Dio per adozione, modo filosofico di spiegar il mistero della Trinità che confonde la mente. Elipando, già vecchio, austero di costumi, cristiano e vescovo, scriveva assai, nè la perdonava, con l'aguzza sua penna, a chiunque facevasi a contender con lui nella dottrina. Felice, all'incontro, era giovine, d'indole soave, trattoso, senza macchia, assisteva alle preci con iscrupolosa pietà, e digiunava con grandissimo rigore.

I due eresiarchi fecero, con la loro predicazione, smisurati progressi nelle provincie meridionali, dove l'arianesimo avea, già tempo, signoreggiato le menti ed i cuori. Ma trovarono un valorosissimo avversario alla loro predicazione in papa Adriano, che conservar volea l'unità della Chiesa in questo conflitto di dottrine e di passioni, ed in quel modo che combattuto avea gl'iconoclasti, si chiariva contra l'eresia di Felice, la quale fu eziandio condannata dal concilio narbonense, a cui convennero i vescovi della Gallia meridionale. Era bisogno attraversarsi al contagio che già dilatavasi per tutte le città e fra il popolo della campagna; e l'avversario più formidabile dell'eresia, quello che la ferì al cuore, si fu Carlomagno, il quale vedeva in essa una reazione del Mezzogiorno contra il Settentrione. In mezzo dunque alle sue vittorie su i Sassoni, egli convocò un concilio in Ratisbona, dov'ei comparve col severo suo cipiglio, e con quell'occhio di bragia che tremar faceva i più animosi guerrieri. Felice presentossi umilmente, s'inginocchiò dinanzi all'imperatore e ai padri, ed attese la sua sentenza. «Felice, gli disse Carlomagno, ritratti tu quanto hai scritto? Spiega le tue dottrine.» E Felice, tutto tremante, svolse le sue dottrine sull'Incarnazione, che inorridir fecero, siccome la storia del concilio riferisce «Assai male, disse l'imperatore, ma pur vanne a Roma ad aggiustarla col papa.» Felice, in obbedienza, partissi per Roma, dove, inginocchiatosi dinanzi Adriano, fece la sua ritrattazione nella chiesa di san Pietro.

Elipando non seppe come lui acquistarsi il merito del pentimento, chè vecchio pervicace com'egli era, scrisse anzi parecchi libri a difender la sua dottrina; la quale facendo sempre maggiori progressi, che rendean testimonio del rinforzare ogni dì più dell'eresia, Carlomagno convocò un nuovo concilio a Francoforte, ci venne in persona con bellicoso apparato, e di nuovo intender vi fe' la sua voce. «Santi vescovi, diss'egli, da un anno in qua che questo pessimo lievito dell'eresia, si va più che mai dilatando, l'errore ha penetrato fino nei più rimoti distretti del nostro regno; onde io credo necessario di stirpar dalla radice questa mala pianta con una censura dommatica». Il concilio di Francoforte dichiarò infatti, che la dottrina di Felice era una sinistra e diabolica inspirazione. Grande sconvolgimento recò nella Chiesa la predicazione di questa eresia, e occupò tutto il pontificato di papa Adriano, quell'accorto Romano che aveva a difendersi nel medesimo tempo contra i Greci, i Longobardi e la rapace ambizione del principe de' Franchi. Tutte le eresie del medio evo, non altramente che nella prima Chiesa, si riferivan pur sempre o a qualche scuola filosofica del mondo antico o al sincretismo della scuola alessandrina, perpetuo conflitto tra le idee ed i principii che costantemente dividono gl'intelletti: l'autorità, la disamina, l'unità, lo sminuzzamento. Le forme sole si cambiano, ma le idee restano sempre le stesse, e i principii passano invariabili a traverso dei secoli, solo pigliando veste nuova. Così Felice da Urgel rinovava peritosamente le dottrine di Nestorio e degli Ariani, e siccome in quei paesi meridionali le fantasie corron dietro a tutte le novità, così la setta degli Albigesi, collegar potrebbesi con queste prime predicazioni del detto Felice, chè già il terreno era preparato per ogni sorta di nuovi semi.

L'ordinamento locale delle chiese riferivasi a due sistemi: 1.º alle metropolitane ed alle suffraganee, governate dagli arcivescovi e vescovi, capi spirituali di tutta la provincia; 2.º ai principali ordini religiosi, i più de' quali sottrarsi volevano alla giurisdizione episcopale. Continuo è nel medio evo il contrasto di questi privilegi, e Carlomagno invan si prova, ne' suoi capitolari, a ordinarli; i vescovi si affatican di tener soggette all'autorità loro le badie, e queste di sottrarsene co' privilegi dei papi. I quali privilegi venivano stabiliti da bolle e diplomi, che celebravano la grandezza dell'istituzione, però che quando una pia fondazione acquistava odore di santità, e le reliquie traevano intere popolazioni a prostrarsi dinanzi a questo o quel martire, i papi concedevano a gara immunità a quei monasteri, e di tutte la prima era quella di francarli dalla giurisdizione dei vescovi; ed allora tutta l'autorità concentravasi nell'abbate, e la mitra e la croce abbaziale ponevansi alla pari con la mitra e la croce episcopale. Le badie di questo modo si governavano da sè, indipendenti e solo soggette alla regola loro; di questo modo i monasteri di San Dionigi e le pie solitudini di Sant'Omer e di Fontenelle venivano sciolte, per bolle pontificie, dalla giurisdizione dei vescovi, intantochè altre, come a dir San Martino di Tours e San Bertino, aver volevano gli stessi privilegi. Grandissima era la riputazione e l'autorità degli abbati, pii pastori di quelle benedettine colonie, confidate quasi sempre al reggimento d'uomini di gran sapere, e chiarissimi in letteratura. Alcuino, il luminare de' tempi carlinghi, ottenne quasi nel tempo medesimo le abbazie di Ferneres nel Gatinese, di San Lupo a Troyes, e il picciol monastero di San Josse a San Ponthieu; poi più tardi, in sul sommo de' suoi meriti, quando insegnava umane lettere nel palazzo di Carlomagno, ne fu rimunerato con l'abbazia di San Martino di Tours.

Se tu ne togli alcuni pochi abbati, di bellicosa natura, che accompagnavano il principe alla guerra, regnava ne' monasteri un'altissima santità di costumi, e una gran semplicità di vita; su di che leggasi la leggenda di san Benedetto d'Aniano che fondò la pia sua religione in mezzo al deserto, la vita di sant'Adalardo, abbate di Corbia, tenerissimo cultor delle lettere, e ricoglitore della più ricca biblioteca dei monasteri nel medio evo; smisurata era la riputazion loro nel mondo cattolico, e l'episcopato medesimo ebbe spesso a toglier massime ed esempi da questi pii fondatori degli ordini religiosi. Due personaggi sopra tutti eminenti aveva l'episcopato: Teodolfo l'uno, promosso alla cattedrale vescovile di Orleans, ed un dei missi dominici più zelanti nell'entrar del secolo nono. Aveva costui bastante pratica del mondo, chè nato nobile fra i Longobardi, erasi sposato a una fanciulla di nome Gisela, della quale rimasto indi vedovo, si consacrò al sacerdozio, ed ottenne il vescovado d'Orleans. Ei fu il cherico, a così dire, politico, del regno di Carlomagno, periodo pontificale piuttosto che episcopale, però che la podestà dei vescovi non venne a dismisura crescendo se non sotto Lodovico Pio; le tradizioni vogliono altresì che Teodolfo fosse un de' compilatori dei capitolari. L'altro di questi più eminenti personaggi dell'episcopato fu Agobardo, che splendè principalmente sotto il predetto Lodovico, ma che pur appartiene, per gli anni suoi giovanili, al regno di Carlomagno. Egli era uomo fortissimo e sapientissimo, e gli Annali di Lione lo ripongon tra i vescovi più ardenti favoreggiatori dell'umana cultura. Noi lo vedremo in breve sopra campo più vasto.

Gli studi adunque si concentravano nei monasteri, e tutto apparecchiavasi sotto la protezione delle badie, e nella silenziosa solitudine del chiostro. Che se pure in talun di quei ricchi monasteri udivasi il latrato dei cani, e lo squittito dei falchi, misto allo strepito dell'armi, dir deesi tuttavia, per amor del vero, che le più di quelle colonie, attendevano a coltivare i campi e le scienze. Molte anche furono riformate da Carlomagno, e i cherici regolari, costretti alla vita monastica, ebbero a sottomettersi alle discipline della Regola di San Benedetto. I monasteri erano a que' tempi come società appartate, con loro leggi e consuetudini, loro sostanze e serventi; gli Annali Benedettini ci recano innanzi il mirabile ordinamento delle grandi famiglie di San Dionigi, di San Marino, di San Germano e di Fontenelle, intantochè gli avanzi tuttora in piedi di quelle solitudini dar ci possono indizio della forma di quei monumenti al deserto. La badia era per lo più edificata in mezzo ad una foresta, incolta, tetra, fra gli urli de' lupi, però che le città non ispiravano divoti e malinconici pensieri, e il sito era quasi sempre appiè d'una collina, o alla sponda d'una riviera. Ivi tutta la colonia poneva mano all'opera; rizzavansi celle accanto l'una dell'altra, senza distinzione, per segno di fratellanza, poi, fra breve, una porzione della selva cadeva sotto la scure, e quegli operosi fraticelli vi disegnavano un orticello da seminarvi i legumi, nè i più superbi e nobili fra loro, i figli stessi dei re, sdegnavano punto questa coltivazion del verziere, e vi passavan ore dolcissime a veder crescere le maraviglie di Dio; ogni monaco viveva in comunità, ma pure aveva il suo orticello per proprio sollievo; le celle sorgevano ad una ad una, come le arnie dell'api, fatte, dice Agobardo arcivescovo di Lione, a distillarvi il mele dell'orazione e dello studio; alte muraglie segregavano quindi il monastero dal mondo, e ne facevan come una città di Dio, in salvo dalle passioni. O nobili ed antiche badie di Corbia, di Jumieges, di Fontenelle, come i vostri avanzi rendono ancor testimonio della pietà di Batilde, vostra regal fondatrice, di Batilde, che da schiava della Sassonia fu sublimata al trono dei Franchi! In questi avanzi più che altrove, è da cercar l'instituzione della vita monastica, chè ivi è tuttora in piedi l'umile refettorio, in cui, durante il grave e tacito desinare, un monaco leggeva le massime della Scrittura, ovver le leggende de' Santi, a quel modo che i re legger si facevan le gesta dei passati, mentre girava intorno la tazza traboccante del vino di San Greal!

In mezzo alle celle sorgeva la sacra cappella, che i monaci ornavano come il gioiello della lor solitudine: gli uni scolpivano l'oro dell'arca benedetta, gli altri formavano i legni nell'officina del convento, chi tesseva lino, e chi tagliava tonache di bigello; il monastero era il modello di tutta la contrada, il centro dell'industria e delle arti; vi s'insegnavano i metodi, le varie coltivazioni, l'arte d'irrigare e svolgere i terreni, di fecondar le selve e i deserti. A due cose principalmente attendeva la grandiosa istituzione di San Benedetto, allo studio e al dissodar le terre. Lo studio poneva sua stanza nell'ampie biblioteche e nelle scuole attinenti a ciascun monastero. — Vedi tu quel giovin monacello, colla fronte coronata di pochi e radi capegli neri, tutto circondato di manoscritti e codici antichi? Egli va pazientemente copiandoli, miniandoli d'oro, di carmino, d'azzurro, ei passa così gli anni della sua vita a compiere, un sudatissimo lavoro, a ben punteggiare ed a correggere i testi, a leggere ed a raffrontare Omero e Virgilio, ed i Salmi, opera ancor più stupenda. — Io per me non posi mai l'occhio o la mano su alcuno di questi manoscritti miniati del medio evo, senza sentirmi dentro profondamente commosso; tutta una vita fu consumata in questo lavoro; queste pitture, ora quasi appien cancellate, furon tratteggiate dalla paziente mano d'un povero padricciuolo, con davanti a sè l'oriuolo a polvere che versava le ore, e un teschio da morto appiè della croce, che lo guardava coi vuoti occhi suoi, e dirgli pareva fuor degli eburnei denti della sua bocca:

«Quale or tu sei, tal io pur era; e quale

Ora son io tal tu sarai. Con vano

Disío, del mondo seguitai le gioie:

Or son cenere e polve, e ai vermi pasto.[72]»

Quante cose morte furon risuscitate in quelle solitudini! E quante passioni vi furon morte, e quante dolorose istorie del cuore umano! Mille affetti ci si fanno incontro, sotto le oscure ed umide vôlte delle basiliche cristiane; quelle antifone, quel canto fermo, quei suoni lamentosi dell'organo, quel contrasto dell'armonia che passar ci fa dall'arpa degli angeli ai ringhii dei dannati, tutto questo fu creazione, e non senza grandezza certo e magnificenza, di quell'età solitaria e silenziosa. Quelle generazioni se ne sono andate; esse compirono il dover loro, a noi ora a compiere il nostro! chè morto un secolo, altri ne succedono a ricominciare un'opera non mai finita, come il masso d'Issione che sempre scende, e risale al luogo dond'è partito. Nel passar da una generazione all'altra non si veggono che ruine e distruzioni, tristo spettacolo che parla eloquente all'anima commossa, come ti avvien nelle campagne di Roma, se inciampi in un fusto di colonna coperto dall'edera, o nelle ruine d'un tempio accanto ai cipressi della villa Adriana.

Le scuole monastiche sempre si collegano con la Regola degli ordini religiosi di San Benedetto; ivi si dettavano istruzioni ai cherici novelli, alla gioventù del popolo, e a que' monaci che s'innalzavano dalla terra per combattere moralmente contro la gente da spada e da guerra. In coteste scuole monastiche insegnavasi la gramatica, la lettura dei libri sacri, le tradizioni della Scrittura, le opere antiche, Sant'Agostino, San Girolamo, valenti padri della Chiesa che commossero il mondo coi loro scritti. Esse scuole erano salite in tanto grido a' tempi di Carlomagno, che venivan dalla Sassonia, dall'Inghilterra, dalla Germania a San Martino di Tours, a Jumieges, a San Benedetto alla Loira, per istudiare sotto i maestri che dettavano a' cherici novelli, e v'era ben anco una scuola di canto grave e severo pel rito gallico, e pel sassone, più dolce, o più sonoro, a seconda del metodo greco o del romano. Questa scuola monacale pel canto, antichissima com'era, procedeva dai primi tempi della Chiesa; facevasi scelta di petti robusti per farli cantare i tormenti dell'inferno, o i lamenti de' salmi penitenziali; e raccoglievansi le voci innocenti della puerizia, a imitazion de' cori dei leviti a Gerusalemme, per intuonar gl'inni delle vergini di Sion e le lodi di Jehova; l'ufizio de' cantori nelle cattedrali ben è atto a ricordar quale stima si facesse del canto fermo ecclesiastico. A questi ammaestramenti pe' cherici s'aggiungano alcuni lievi rudimenti di geometria, d'astronomia, e di prosodia latina, e si farà concetto appieno dell'educazion delle scuole monastiche, dove la scienza fu perpetuamente e santamente conservata.

Il secondo precetto di San Benedetto era questo: «Fratelli, coltivate la terra, lavorate, arate.» E appunto da esso procedevano que' grandi coltivamenti delle foreste e dei deserti. I Bollandisti, quegli infaticabili ricoglitori delle antiche leggende, ci hanno dato a conoscer la vita intima di quei fondatori dei monasteri, che ritiravansi in orridi deserti fra i bronchi e gli spini, allargavan le loro colonie a Mezzodì, sotto que' soli ardenti, ed aveano a combattere contra il velenoso serpente, la vipera acquattata sotto le pietre, la molesta salamandra, e l'aspide mortale, celato fra l'erba fiorita. Al settentrione in vece, que' poveri padri aveano a difendersi contra i lupi, che a branchi scorrevano la pianura; contra il terribil cignale, e l'astutissima volpe che facea la guerra al pollaio e alla greggia. Poi que' buoni religiosi contrastavano, con invitta perseveranza, contra una ingrata natura, rompevano, a forza di marra, lo steril macigno, e spianavano l'incolto terreno, nè eran usi scegliere il miglior suolo, ma tale essi il facevano, e in breve bei vigneti, prati condotti ad arte e verzieri, succedevano a quelle balze selvagge. Ogni monaco era ortolano, e al primo tocco del mattutino, ognuno ponevasi al lavoro; poi ci tornava dopo le preci, senza lasciarsi mai scorare da impedimento che fosse; tutti, come dice frate Adalberto, fino a notte sudavano, e quando poi la terra intorno al monastero era ben coltivata, qualche famiglia di coloni veniva a lavorar con loro, ed a viver sotto le loro leggi. Il servo che fuggiva dal maggiordomo troppo disumano del feudatario, riparava nel monastero, sotto la protezione delle immunità sue, all'ombra del pastoral dell'abbate, nè ad alcuno era lecito penetrare in quel santo asilo; il medesimo scherano fermavasi pauroso sulla soglia per tema di non aver petrificati i piedi, però che mille leggende raccontavansi di chi avea posto la mano nel bene altrui: un tale avea fatto per rapir certa trave da una chiesa, e le sue mani v'eran rimaste appiccate, ad esempio dei violenti che non rispettano l'avere altrui; un altro era stato sì ardito da romper con man profana i sigilli d'un'arca, ed ecco che un tremito improvviso gli avea prese le membra, con bava che gli uscia di bocca, e così, finchè il Santo medesimo era venuto a perdonargli. Maravigliose leggende, che in que' tempi di violenza frenavano la mano del forte e del brutale.

Oh quante anime lacerate dal dolore ricoveravano in quelle solitudini del deserto! quanti venivano nei monasteri a cercar porto dopo le tempeste della vita! I servi ivi eran quasi tutti volontari, sì dolce era il reggimento di Dio, nè alcuno attentavasi d'affligger con battiture le loro spalle gravate di tante fatiche. Il pastorale era una verga proteggitrice, non punitrice.

Poi, fra breve, accanto alle badie sorgevan villaggi sotto la loro speciale giurisdizione, ed esse concedevano tratti più o men grandi di terra da coltivare ai servi e ai coloni, senza fitto nè livello di sorta. Ogni monastero possedeva di ampie tenute, procedenti alcune dai doni di re o baroni, e altre dall'industria stessa dei monaci nel dissodare e coltivare la terra. Presto mi avverrà, con l'analisi del Poliptico d'Irminone, di narrar tutta questa innumerabil famiglia di monasteri, la coltivazion delle terre, la quantità dei servi che le abitavano, la differenza fra i coloni ed i servi sotto schiavitù, la diversa natura dei terreni, la loro girevole varietà, i loro frutti, le gravezze loro. La gran famiglia dei monaci di San Germano, di San Martino di Tours, di Fulda, di Jumieges, di San Benedetto, propagginavan colonie sino ai confini dell'Italia e de' Pirenei; gli abbati eran veri sovrani, ma buoni e paterni, indipendenti dai vescovi; ma non sì tosto traviavan dalla Regola, il papa scrivea loro di rientrar nella disciplina, santa non essendo la vita monacale presso a Dio, se non per l'umiltà e fraternità universale. E che cosa era infatti il monastero sotto i Carolingi? non altro che una gran congregazione di fratelli tutti eguali sotto un abbate, dittatore, il più delle volte, elettivo, che riduce così a realtà que' grandi principii di governo: l'eguaglianza, la fraternità, la gerarchia, l'elezione, la podestà forte e grande sotto una regola, una gran carta comune.

Lo storico che voglia formarsi un giusto concetto di questo periodo del medio evo, dee ad uno ad uno squadernar i cartolari delle badie, e quegli archivi rosi dal tempo; chè ivi si trovano tutti gli affetti, tutte le consuetudini della vita fra quell'antica società: ivi la nota del battesimo che lancia l'uomo nella vita, ivi del matrimonio che lo congiunge alla donna, ivi della morte inesorabile che a tutti ed a tutto lo svelle. Nei cartolari si trovan pure i contratti per la vendita d'un servo, l'emancipazione di uno schiavo, la donazione d'un campo, l'allegagione, la misura dei terreni, il fitto. La cronica ci narra i fatti generali della storia, i fenomeni della natura, il turbine che svettò i campanili, il vento che fece suonar le campane, i lupi che a grandi torme scesero alla pianura; la cronica raccoglie le memorie dei combattimenti, delle spedizioni militari, dei costumi, delle usanze de' cavalieri; la pia leggenda ci racconta la vita di qualche povera pastorella, da Dio recata a grande stato per insegnare agli uomini il rispetto dovuto al seno verginale della fanciulla e alla castità della donna; il diploma e il cartolare son come il ragguaglio di questa vita pubblica[73]. Leggete: qua una pia dama, di nome Ildegarda, o Berta, o Batilde, dona ad un monastero un tratto di terreno, con livello in danaro, per averne in cambio orazioni propiziatorie dopo la morte sua; colà il leudo, il conte, il re, tremendi potentati, si ricordano l'eguaglianza del sepolcro e la morte che viene, e parendo loro d'udir suonare la campana de' morti, in mezzo alle loro corti bandite, s'affrettano a dettare ne' cartolari: «Vogliamo che sien celebrate messe pel riposo dell'anima nostra, e fatta elemosina ai poveri.» E questa voce elemosina si trova in quasi tutte quelle pergamene.

Nell'età del vigore e della vita, impeto e passioni violente: nell'età della vecchiaia e della decrepitezza, debolezza e pentimento, e quindi l'aspergersi di cenere che quei cavalieri faceano, appoggiati sull'elsa della spada foggiata in forma di croce. E tuttor li veggiamo, quei prodi paladini, nelle loro marmoree figure, smozzicate dal tempo o dalla mano degli uomini, chè noi non abbiamo a cosa del mondo avuto rispetto, ed immemore troppo de' suoi padri la presente generazione ha frugato con sacrilega mano fin entro alle tombe. Dio non voglia ch'ella sia rimeritata con egual misura!

CAPITOLO VI. L'INSTITUZIONE PRINCIPALE DEI MISSI DOMINICI.

Origine dei missi dominici. — Mobilità dei magistrati. — Giuramento dei vassalli. — Tributi. — Ufizio dei missi. — Capitolari ond'è ad essi affidata l'esecuzione. — Toccasi della giustizia. — Delle persone. — Delitti pubblici e privati. — Giurisdizione assoluta sui placiti, sui conti e sui giudici. — Soprantendenza sui monasteri. — Sulle mense reali. — Relazioni dei missi dominici all'imperatore. — Teodolfo, un di questi nel Mezzodì. — Poema intorno alle sue rimembranze.

802 — 811.

Nell'instituzione dei missi dominici, o messi, o inviati regi, ristringonsi la mente amministrativa, e la formula personale, se così mi è lecito dire, di Carlomagno. I conti, i difensori delle marche o frontiere ed i duchi, altro non sono che uomini da guerra introdotti nella gerarchia ad amministrar le rendite, la giustizia, ed a difendere il territorio; laddove i missi dominici formano il fondamento di tutto l'edifizio politico dei carolingi; nessun atto di rilievo si fa senza di loro, e rappresentanti lo stesso imperatore, riproducono la podestà sua in tutti i luoghi, che, onorati della sua confidenza, discorrono. La quale smisurata autorità loro si spiega per la medesima costituzion dell'impero da Carlomagno governato, il quale impero non ha nè confini ben fermi, nè limitazioni delle provincie esattamente segnate, laonde tutto incerto essendo e indeterminato, è bisogno d'una specie di magistrato ambulatorio, d'un'autorità girovaga che esamini in nome del principe lo stato del paese, i diritti e gl'interessi di tutti, e tali appunto son gli ufizi dei missi dominici; messi del padrone, uomini della sua casa, che gli fan relazione di quant'ebbero a vedere nel loro politico itinerario; hanno essi facoltà d'inquisire, di giudicare, di sospendere, di sentenziare su tutte le questioni che si agitano nei placiti reali.

Siffatta instituzione non piglia, a dir vero, grandezza e consistenza se non al tempo in cui Carlomagno è sublimato all'impero, poichè fin a tanto che in fronte a innumerabili eserciti gli convenne andar conquistando in Sassonia, in Lombardia, su' Pirenei, all'Ebro, egli non potè se non indirettamente applicarsi all'interna amministrazione. Ma coronato ch'egli è a Roma, e con la palla in man dell'impero, ei dee naturalmente ordinar le provincie, collegarle ad un centro comune, ed a questo unire l'instituzione dei missi dominici, che erano quasi sempre eletti fra i vescovi e i conti. Il primo capitolare intorno a questi commissari regi, reca la data del secondo anno dell'impero, e tratta d'una generale inspezione delle provincie. «Il serenissimo e cristianissimo Carlo imperatore (così il capitolare) fatta una scelta de' più prudenti e savii signori della sua corte, così arcivescovi, vescovi ed abbati come laici, gli ha mandati in giro pel suo regno, a invigilar che i suoi sudditi vivano secondo la retta disciplina, a quelli commettendo d'informarsi e fargli quindi sapere, ciò che esser vi può nelle leggi di contrario al bene e alla giustizia, per opporvi riparo con l'aiuto di Dio, e affinchè niuno, possa, come di frequente avviene, andar contro la legge scritta, e recar pregiudizio alle chiese di Dio, ai poveri, alle vedove, agli orfani, nè ad alcun altro cristiano. Così pure affinchè ognuno conducasi con prudenza e giustizia, e attenda alle cose sue e della sua professione, lasciando da parte l'amor dell'illecito guadagno. Affinchè, similmente, le religiose sieno ben custodite, i laici e i secolari vivano onestamente secondo le leggi loro, senza commetter delitti; affinchè tutti, in somma, vivano in pace e carità. Questi messi han pur carico di cercare diligentemente se vi sia chi abbia a richiamarsi di qualche ingiustizia, a serbar così la giurata fede, ed a rendere a tutti piena giustizia; e se mai avvenga qualche caso, che neppur con l'aiuto del conte della provincia abbiano potuto renderla, scrivano di ciò in chiari termini nei brevi che indirizzeranno all'imperatore. Nè lusinghe, nè doni, nè parenti, nè timor di potenti li trattengano principalmente dal render giustizia. L'imperatore ordina altresì, che ogni uomo del suo regno, sia ecclesiastico, sia laico, rinovi al sovrano il giuramento fattogli quando non era se non re, e questo a principiar dell'età di dodici anni, ed a tutti sarà pubblicamente spiegato il valore di esso giuramento che gli obbliga a serbar fede all'imperatore tutto il tempo del viver loro, a non introdurre nemici nell'impero suo, ed a non lasciar che si commetta contro di lui infedeltà veruna.»

Cotesti ordini dati ai messi regi intorno al giuramento di fedeltà si riferiscono, come pare, alla originaria fondazione dell'impero, al passaggio dalla semplice dignità di re a quella d'imperatore. Ivi Carlomagno raccomanda pure a' suoi messi di assumere il giuramento solenne che stringe i popoli all'impero, con una formola sacramentale da lui medesimo imposta; e dall'età compiuta di dodici anni, fino all'ultima vecchiezza, tutti prestar deggiono indistintamente questo giuramento al nuovo imperatore; conti, leudi e vescovi, che sieno, assoluto comando ai messi imperiali d'esigerlo da tutti.

All'esaltazione all'impero tien dietro un ordine a tutti i missi di scorrer le terre da essi dipendenti con istruzioni generali intorno al buon governo, o come oggi si dice, alla polizia del popolo. «Niuno, ivi è detto, s'attenti d'appropriarsi i servi, i confini, il terreno, nè altro che appartiene all'imperatore, e nè tampoco faccia di trafugargli o nascondergli i suoi servi fuggitivi, che falsamente e ingiustamente si spaccian per liberi, ecc.» Le quali istruzioni e provvisioni amplissime, sovr'ogni punto di polizia, sono una maniera di ordinamento amministrativo nell'esaltazione dell'imperatore, chè dopo il giuramento ben era d'uopo far conoscere i voleri del nuovo signore, e consolidar l'azione dell'invigilanza sua su tutto l'impero. Poi, stabilito quest'ordinamento politico, seguono tosto le provvisioni intorno al clero, però che i due ordini civile ed ecclesiastico sempre si mescolano e confondono insieme. «I vescovi, gli abbati, e le abbadesse, abbian loro avvocati, e vice signori, e centurioni versati nelle leggi, amanti della giustizia, pacifici e buoni, che mirino in tutta pace e concordia a terminar le liti secondo la legge. I conti e i centurioni chiamino tutti dinanzi a loro, per rendere a tutti giustizia, e tengano per subalterni persone che osservino fedelmente la legge, che non opprimano i poveri nè tampoco nascondano per promesse o doni, nè per qualunque altra ragione, i ladri, gli omicidi, gli adulteri, gli stregoni, gl'incantatori, le indovine; ma anzi li palesino affinchè sieno puniti secondo la legge, e il popolo cristiano sia liberato da siffatte molestie.» Con molte altre simili provvisioni, in tutte le quali v'ha qualcosa che sa dell'ospitalità germanica, ivi il principe essendo il padre comune, il protettore dei deboli, e l'imperatore parlandovi parole paternali che ricordano le foreste di Lamagna, e quelle antiche quercie ospitali. Del resto la potente autorità sua dee a tutto provvedere, e però egli prosegue: «Ognuno si tenga pronto a ricevere gli ordini nostri, e se taluno adduca in pretesto non essersi trovato pronto al momento in cui giunse il nostro ordine, sia tradotto al nostro palazzo. Ognuno porga aiuto ai nostri messi affinchè si faccia buona giustizia. Lo spergiuro sia severissimamente vietato, necessario essendo di estirpar dal grembo della cristianità quest'abbominevol delitto; s'egli è provato che taluno abbia giurato il falso, perda la mano diritta, e sia privato del suo patrimonio, fino ad ulterior nostra decisione.» Lo spergiuro infatti è un gran delitto in una legislazione che tanto si posa sul giuramento.

Poi vengono le leggi intorno alla custodia delle foreste, e luoghi di passatempo e bandite dall'imperatore, e tutte queste leggi sono severissime, come suole nelle civiltà primitive, e confidate alla vigilanza dei messi regi.

I missi dominici eran dunque, come si vede, gli organi e i ministri d'una grande centrificazione[74] che avea per nocciolo, a così dire, l'imperatore. Carlomagno vuol tutto sapere, tutto conoscere da sè stesso, poichè trovandosi a fronte d'una civiltà mezzo barbarica e imperfetta, gli convien tutto senza posa ridurre all'unità con un'attenta soprantendenza. Tre anni appresso un'altra commissione viene affidata a que' regi ufiziali, e quella è di recare i capitolari dell'imperatore in tutte le provincie, e inculcarne l'osservanza. Un articolo sembra ivi speciale pe' Bavari, da lui pur dianzi assoggettati all'impero suo, quello in cui vuol che rispettati sieno gli usi loro e privilegi; conservando così il conquistatore le leggi dei duchi di quel paese, benchè spogliati della signoria loro, in quel modo che già ebbe a conservar le leggi dei Longobardi, dei Visigoti e dei Sassoni stessi.

Questi capitolari, che intitolar si possono dell'esaltazione all'impero, sono affidati, per l'esecuzione, a messi regi tolti fra iconti ed i vescovi, a ognun de' quali l'imperatore medesimo addita l'itinerario suo, in questi termini: «L'arcivescovo Magno e il conte Gotifredo si recheran dapprima da Orleans alla Saona, per la più corta, poi si renderanno a Troyes e nel contado di questa città, indi a Langres e da Langres a Besanzone in Borgogna, poi di quivi ad Autun e alla Loira fino ad Orleans. Fardolfo e Stefano scorreranno il contado di Parigi, le terre di Melun, Etampes, Chartres e il Poissy. I vescovi Mainardo e Madelgando scorreranno il Maine, il Bessinese, il Cotentino, l'Avranchino, il territorio d'Evreux, e su questa medesima riva della Senna, il territorio pure di Reims.» Nei capitolari non abbiamo altri nomi di messi che i sopraddetti, ma non è tuttavia men certo che tutto il territorio dell'impero fu visitato da questi deputati imperiali, assegnata a ciascuno la sua particolar giurisdizione.

Nell'anno medesimo, un'altra general commissione viene affidata ai missi dominici che scorrer deggion l'impero, e il capitolare ad essi indiritto è dato da Carlomagno dal palazzo di Nimega, in mezzo alle solitudini e alle selve del Vaalla. Il qual capitolare, tutto speciale siccome quello che si riferisce a' tempi di carestia, comprende il principio delle due grandi provvisioni di cui ho più sopra parlato, l'uniformità dei pesi e delle misure, e il maximum, o per lo meno la tassazion regolare del prezzo de' grani. Un altro capitolare, indiritto pur esso ai messi regi, comprende discipline ancor più generali sui placiti[75], sulle diete e sulle imposte. «Nessuno, eccetto gli scabini e vassalli del conte, sia obbligato presentarsi al placito, se non ha cause da far giudicare; e i nostri messi usino misericordia inverso di tutti. I testimoni vengano al placito ancor digiuni[76], come già ordinammo nei precedenti capitolari, e se mangiarono, non possano più render testimonianza, nè prestar giuramento, e prima di farli giurare sieno appartatamente interrogati.» E così via in questo capitolare, si vien tutto ordinando ciò che si riferisce alla buona e retta amministrazione della giustizia, salvo colà dove si ammette il combattimento giudiziario fra l'accusato di giuramento falso e l'accusatore; ma era la consuetudine dei tempi in cui la forza prevaleva alla ragione.

Ma se da una parte Carlomagno vuol che a tutti sia resa giustizia, egli dall'altra desidera di non essere in casa noiato con ingiuste doglianze, e però i litiganti non deggiono a lui ricorrere se non per forti e gravi cagioni. «I nostri messi e i conti ci faccian sapere i litiganti rei di menzogna perchè sieno puniti. Le cause che si riferiscono alla proprietà o alla libertà delle persone, non debbono conchiudersi dinanzi ai vicarii o centurioni, ma sibbene alla presenza dei messi imperiali o del conte, ecc.» Poi a queste formole generali di diritto, che gl'inviati o messi regi seco recavano, come il sunto delle sovrane intenzioni, Carlomagno aggiungeva peculiari istruzioni atte ad indirizzarli, e tenerli a segno nell'ufizio loro. Essi dovean poi principalmente informarsi delle cagioni onde non pochi pretendevano esser esenti dalla milizia, e tutte egli le riassume nelle sue istruzioni a loro; indi, a far che siffatti grandi abusi nel militare servigio non si rinovino, tocca, in un capitolare, ai messi medesimi indirizzato, delle leggi che al detto servigio si riferivano, con le seguenti parole. «Ogni uomo libero che possegga quattro mansi del suo, o dategli in beneficio da qualche altro, sia pronto a muovere insiem col suo signore, contro il nemico. A chi non possiede più di tre mansi, un uomo aggiungasi che sia possessore di una, se la intendano fra di loro, e basta che un solo di essi rendasi al campo. Chi ha due mansi verrà accompagnato con chi ne abbia altri due, ed essi pure si acconcin fra loro in modo che un solo si muova; e così si accompagneranno e acconcieranno quattro possessori d'un manso solo per ciascuno, affinchè l'un solo di essi abbia a partire. Chiunque sarà convinto di non aver voluto acconciarsi con un altro, o muovere contra il nemico, dovrà pagare un'ammenda, secondo la legge. Se alcuno adduce essere rimasto a casa per ordine del conte, del vicario o del centurione, e aver a questi contato il danaro che gli sarebbe convenuto adoperar nell'allestirsi per la guerra, i nostri messi faranno indagini a scoprir se sia vero, e quando sì, condannino all'ammenda colui che avrà dato all'uomo licenza di restarsene, sia pur esso un conte, un vicario, l'avvocato d'un vescovo o d'un abbate. Da quest'ordine e dall'ammenda, sieno esenti i due uomini dal conte lasciati a casa in custodia della moglie, e i due altri ancora rimasti a guardia delle sue sostanze o per utile nostro e servigio[77]. Per lo stesso motivo noi vogliamo che oltre ai due nominati da lasciare in custodia della sua donna, il conte ne lasci altri due in ciascuna delle sue possessioni; ma tutti gli altri debbon seguirli alla guerra. I vescovi e gli abbati pure non dovranno tener seco a casa se non due dei laici loro. Tutta la nostra gente, e quella dei vescovi e degli abbati, che possiede beni del suo o in benefizi, marciar dee contra il nemico ad ogni comando nostro, salvo quelli a cui abbiam conceduto di rimanersene co' loro signori, e se v'ha chi abbia pagato danaro per cansarsene, o sia restato a casa con permissione del suo signore, paghi, come dicemmo, un'ammenda al nostro fisco. Così pure vogliamo che i nostri messi faccian pagare ammende a tutti coloro, sien conti, vicarii o centurioni, che dovean marciare contro al nemico, e nol fecero. Di questo capitolare saran fatte quattro copie, una delle quali da serbarsi in mano dei regi messi, ed un'altra da consegnarsi al conte nel cui governo dovrà essere eseguito, affinchè nè gli uni nè l'altro facciano cosa in contrario agli ordini nostri. I messi che comandano l'esercito, avranno la terza copia, e la quarta sarà conservata dal nostro cancelliere.»

Or che tu hai conosciuta questa sì vasta legislazione intorno ai missi dominici, puoi anche aver curiosità d'informarti, con l'esame degli antichi documenti, del modo con cui quelli adempievano l'ufizio loro; ci restano in fatti ancora alcune relazioni dei medesimi, nelle quali è da cercare la storia dell'amministrazione di Carlomagno. Ecco dunque le formole che questi missi dominici, investiti d'una smisurata podestà com'erano, usavano coi conti, e cogli abbati, legittimi possessori dei benefizi. «Adalardo, Folrado, Unroco, ed Orcolfo, messi dell'imperatore, salutano nel Signore il conte dilettissimo. Non è ignoto alla bontà vostra che l'imperatore mandò noi, Radone, Folrado, ed Unroco in questa legazione, per fare quel più che crederemo opportuno, secondo la volontà di Dio e la sua. Se non che Radone, essendo caduto infermo s'è trovato impedito a formar parte di questa deputazione, in tempo che più che mai sentir facevasi il bisogno della presenza sua, onde piacque al nostro imperatore d'aggiungere a noi Adalardo ed Orcolfo, affinchè tutti, di compagnia, abbiamo a metterci all'opera, secondo la volontà di Dio e la sua, come testè abbiamo detto. Entrati adunque in questa legazione, noi vi mandiamo questa lettera, ordinandovi, per parte dell'imperatore, e pregandovi, per parte nostra, di provedere in tutti i modi possibili a tutte le cose che da voi dipendono, tanto a quelle che riguardano il culto di Dio e il servigio del signor nostro, quanto a quelle che riguardano la salute e difesa del popolo cristiano, comandato essendo così a noi come a tutti gli altri messi, di dargli relazione verso la metà d'aprile, del modo in cui saranno stati eseguiti gli ordini suoi, affin ch'ei dar possa le meritate lodi a coloro che gli abbiano adempiuti, e riprender severamente quelli che ad essi si sien mostrati recalcitranti e ribelli. E che potremmo noi dirvi di più? Egli vuole che non solo gli riferiamo in che siasi contravvenuto agli ordini suoi, ma ben anche gli additiamo coloro, dalla cui negligenza aiutate furono simili contravvenzioni. Noi quindi vi ammoniamo a rileggere i capitolari, a ricordarvi degli ordini avuti in voce, ed a porre in tutto il vostro zelo, sì che non abbiate se non ricompense a ricevere tanto da Dio, quanto dal vostro potentissimo signore. Noi vi ordiniamo altresì, ed esortiamo, insieme con tutti i vostri subordinati e cogli abitanti della vostra provincia, d'essere obbedienti al vostro vescovo, sia egli presente, o aver vi faccia gli ordini suoi, senza por trascuranza nell'eseguirli; e il medesimo fate negli obblighi vostri verso l'imperatore e in tutto ciò che vi fu ordinato in iscritto ovvero in voce. Rendete la giustizia alle chiese, alle vedove, agli orfani, a tutti insomma, senza male preoccupazioni, senza trarne ingiusto profitto, senza indugio fuorchè il necessario, in forma intera e irreprensibile, giustamente e rettamente, sia che la cosa riguardi voi medesimi, sia che essa riguardi alcuno dei vostri dipendenti o tutt'altra persona. I ribelli o scredenti agli ordini vostri, e coloro che sottometter non si volessero alla giustizia vostra, sieno da voi fatti incarcerare, qualunque sia il numero loro, e se fa d'uopo, mandateli a noi, o diteci il bisogno, quando saremo insiem raccolti, sì che noi possiamo metter in pratica contro di loro i comandi avuti dall'imperatore. Se v'ha qualcosa negli ordini da voi ricevuti di che non siete ben certi, mandateci in diligenza qualche uomo intelligente, che noi glielo spiegheremo, affinchè vi sia fatto chiaro, e lo mandiate con l'aiuto di Dio ad esecuzione. Badate bene altresì, che non si trovi alcun di voi, o della vostra contea, che dica: Zitto! zitto! lasciamo passare i messi, e poi ci faremo giustizia tra noi. La giustizia non dee esser così soprattenuta nel suo corso, anzi fate che le cause tutte sieno recate innanzi a noi. Perchè se tanta sia la tristizia vostra, e abbiate prodotto, sino alla nostra venuta quelle cause che voi avreste potuto giudicar senza l'aiuto nostro, sappiate che renderemo di voi rigorosissime informazioni[78]. Conservate questa lettera, e leggetela spesso affinchè ella vi serva d'istruzione, e dir possiate d'aver operato appunto siccome vi fu da noi scritto.»

Non v'ha cosa che meglio di queste contemporanee scritture manifesti l'andamento e il merito dell'amministrazione di Carlomagno; sono avanzi di leggi e monumenti venerandi, entro i quali cercar si debbono i costumi, gli usi e le consuetudini di que' tempi; i capitolari e le istruzioni date ad un di questi messi appien vi narrano il vero spirito dell'amministrazione politica dell'ottavo e del nono secolo. Uomini ben potenti eran cotesti messi regi, però che la podestà loro non avea limiti, e comandavano ai conti con l'autorità che tenean dall'imperatore, ed erano imagine quasi e simbolo dell'unità carolina. Il più eminente di questi grandi magistrati ambulatorii si fu il vescovo d'Orleans, del quale toccai già più sopra, di nome Teodolfo, che fu da Carlomagno deputato a formar parte della legazione, l'anno 811 mandata a visitar tutte le città meridionali, a veder se i placiti erano ben condotti, se a dovere le Assise, se l'entrate del fisco erano regolarmente raccolte, se le città romane conservavano i loro privilegi o i loro municipii, se le chiese stavano soggette alla disciplina. Teodolfo era una mente amministrativa di grandissimo valore, uomo di segnalata dottrina, e per l'origine sua apparteneva alla scuola italica insieme e longobarda. I suoi scritti, que' pure in verso, hanno un colore politico; scorse egli le due Narbonesi, dove compose il suo poema col titolo: Esortazioni ai giudici, per confortarli a rendere altrui buona giustizia, ed a dare a tutti il suo. La più ragguardevole tuttavia dell'opere sue si è la relazione di genere amministrativo, della sua legazione nelle due Narbonesi; egli ha tutto visto e visitato, e porge un sunto delle sue impressioni all'imperatore. In un poema poi sulla sua legazione nelle provincie meridionali, raccoglie pure le sue rimembranze; egli vide Nimes con le sue antichità, Beziers co' suoi Ebrei, Marsiglia con le sue istituzioni municipali, e vuole che il suo viaggio resti a memoria, onde toglie a prestito per esso un profano e virgiliano linguaggio.

Quanto alle relazioni scritte dai messi regi all'imperatore intorno al governo in generale, esse venivano lette ad alta voce nei placiti e nelle adunanze del campo di maggio, dove l'alto signore raccoglieva i suoi leudi e conti e uomini d'armi. Per mezzo dei missi dominici Carlomagno era informato d'ogni menomo accidente della pubblica amministrazione, e sapeva le consuetudini e le forze dell'impero suo dall'Ebro fino al Danubio. I capitolari erano la gran legge che tutto riduceva ad uniformità; i conti erano magistrati stabili sì da non potersi usar di loro ad applicar la legge fuori de' luoghi ove risedevano; era dunque bisogno di procuratori che scorressero tutto l'impero, con la piena confidenza del principe, nè questi esser doveano uomini de' municipii o delle provincie, ma sì delegati propri dell'imperatore che seco recassero lo spirito di unificazione dei capitolari. Ogni volta che fu mestieri d'imprimere un certo vigoroso impulso sulla superficie d'alcun vasto impero, fu anche mestieri d'aver ricorso a questi siffatti delegati speciali e commissari straordinari che si pongono in un più alto cerchio dei magistrati locali, sempre impressionati dello spirito circoscritto dei distretti da essi amministrati.

CAPITOLO VII. USI E COSTUMI DEL REGNO DI CARLOMAGNO.

La vita cristiana. — Il battesimo. — Il matrimonio. — Le carte testamentarie. — La morte. — Le corti plenarie. — I banchetti. — Le cacce. — La vita delle foreste. — Vestimenta e lingua. — La tedesca. — La franca. — La romanza. — Relazioni di Carlomagno co' leudi. — I vescovi. — Gli abbati. — Forme delle epistole. — Dei sigilli. — Consuetudini del palazzo per la sottoscrizione delle carte e diplomi. — Monete. — Misure.

768 — 814.

Le memorie della vita privata d'un popolo sono sparsamente comprese nelle tradizioni e nelle leggende, specchio fedele de' suoi costumi e delle sue consuetudini; le croniche generali sono sterili, e narrano bensì, per ordine di tempi, le gesta del re o dell'imperatore, le guerre lontane, le spedizioni militari; ma del viver domestico, dei costumi e degli usi della società, appena toccano, e il cronichista vi passa per mezzo senza nulla dirne, non essendo uficio suo raccontar le cose comuni, la vita del castello o anche del monastero. Carlomagno, conquistator della Lombardia, de' Pirenei e della Sassonia, è il soggetto del suo racconto, e gli annalisti, come sono i monaci di San Dionigi, di Fulda, o di San Bertino, altro non vi dicono se non che egli passò le feste di Natale ad Aquisgrana, e celebrò la Pasqua a Magonza, e indarno ivi a cercar vi fareste come nascano, vivano e muoiano i conti, i leudi, il Franco, il Romano, l'uom libero, il servo, chè di tutto ciò neppur motto.

A' tempi carlinghi tuttavia talun di que' cronisti narrò la vita pubblica e privata dell'imperatore, ed Eginardo stesso, suo biografo, suo cancelliere e suo cherico, tenne scrupolosamente dietro alle gesta di lui, e le raccontò a servigio dei contemporanei e dei posteri. Il monaco di San Gallo, cui la storia tiene in dispregio più che non dovrebbe, è quello fra' cronichisti, che meglio narri d'ogni altro le condizioni della vita privata degli uomini d'arme, e dei cherici, e accostandosi egli a' leggendari, ritrae dello spirito loro, e si intrattiene sui più piccioli accidenti, dove appunto stanno i costumi di quel tempo. Il cronista sassone usa nelle solenni sue descrizioni e nelle relazioni delle corti plenarie, dei castelli, e della vita di corte la forma poetica, e poeta com'egli è di viva ed ardente imaginazione, gode di ridir le pompe della famiglia carolina. Dopo Eginardo, il monaco di San Gallo e il poeta sassone, non si vuol cercar gli usi di quella società se non nelle leggende, nelle scritture e nei diplomi, documenti che soli vi guidano nella parte intima di quelle generazioni; e bello, parmi, vederle così appien dipinte con le vesti, con le usanze, con le passioni loro e le loro opinioni.

In mezzo a quella tutta religiosa generazione la Chiesa disciplinava la vita dalla nascita fino alla morte. Il battesimo iniziava l'uomo nella vita morale e religiosa della società; non sempre il ministravano a' fanciulli, agli adulti sì, ed osservavasi la consuetudine seguita già nei primi tempi del cristianesimo verso i neofiti, che venivano ad inginocchiarsi appiè del battistero dimandando l'acqua benedetta. Tra quelle popolazioni, pur dianzi convertite, tuttodì avveniva che uomini, a mezzo già della vita, si presentassero per esser fatti cristiani, e il battesimo era pure un segno di sommessione e d'ubbidienza alle leggi dell'impero; così quando i Sassoni, i Danesi, i Frisoni si sottomettevano al tributo, il battesimo era il primo pegno ch'ei davano della ubbidienza loro; donde l'uso di situar il battistero fuor della Chiesa, affinchè accorrer vi potesse la moltitudine. Nelle basiliche poi non sorgeva esso di que' giorni fra gl'intercolunnii, ma sì nel peristilio, con una cattedra in cui saliva un cherico ad esortar i novelli cristiani ad osservare i comandamenti di Dio e del principe. E però l'infrazione di questo patto era delitto di azione pubblica, e quelli fra i Sassoni e i Danesi che si scioglievan dal vincolo del battesimo, erano reputati ribelli, chè conversione e sommessione eran tutt'uno. Quindi le leggi politiche e gli atti, che punivan di morte il Sassone che violava gli obblighi contratti col battesimo.

Il matrimonio, secondo atto della vita cristiana, nulla serbato avea della sua casta unità, nè rado era il vedere più donne attinenti al medesimo principe, leudo o conte, sotto un medesimo tetto. Le passioni signoreggiavano i cuori di quegli uomini violenti, e quando una donna era lor venuta a noia, la gittavano come una tazza dopo tracannatone il vin del Reno o della Mosa che conteneva; il Franco, tutto inteso nelle guerre e spedizioni lontane, pigliava a grado suo una concubina, ripudiava la moglie legittima, o la serbava, dandole un'altra compagna. Le contese fra i papi ed i re, fra i vescovi ed i conti, spesso non aveano altra cagione, che il disegno in quelli di frenar le passioni della concupiscenza e del sangue; i papi principalmente instavano coi re e conti perchè abbandonassero le concubine ond'era macchiato il loro talamo nuziale, e si facevano scudo alla debolezza della donna contro la sfrenatezza di quegli uomini rotti, che la cacciavan da sè come tosto saziata fosse la loro passione. Le leggende ci narrano pietose istorie di povere mogli abbandonate dal prepotente marito preso d'altro amorazzo; e l'unità del matrimonio fu pel cristianesimo, al medio evo, la conquista più malagevole, chè quando la passion bolle, la morale è impotente, e languida è la sua voce in mezzo alle tempeste dell'imaginazione e dei sensi. I cherici stessi non erano esenti da questa tendenza verso il concubinato, e ne fan fede i canoni dei concilii che li richiamano al loro dovere. Ammirabil fu in ciò la potenza dei papi, che soli condussero a fine il grande incivilimento dei costumi in grembo alla Chiesa; rimbombar facendo il terribil grido della morte, eglino ricordavano alle genti altro non esser la vita che un breve passo verso l'eternità, e in mezzo a quelle sensuali delizie scagliavano le imagini dell'inferno.

Quanto più le passioni eran vive, strepitose, impetuose in mezzo al vigor della vita, e tanto più il pensier della religione giungea peritoso e fiacco alle soglie della morte, e curiosissimo, in effetto, è lo studio delle carte testamentarie, sì varie e moltiplici come furono al medio evo. In que' caratteri, vergati all'avvicinar della morte, cercar si vuole l'ora del pentimento di que' guerrieri chè a nulla aveano avuto rispetto nella gioventù loro, e venivano a morir sulla cenere. Le quali carte e formole testamentarie quasi sempre si risolvono in pie donazioni; ora vediamo il barone fondare un romitorio al deserto perchè si preghi per l'anima sua; ora fare un lascio ai poveri infermi, in espiazione dei ladroneggi e dei disordini d'una vita sfrenata[79]. Spesso ancora la scritta testamentaria è l'atto di qualche pia donna, di nome Ildegarda, o Emma, o Batilde, che edifica un monastero, dove si faccia orazione, e dove, in commemorazione della Santa Maddalena, donzelle e madri tergano i piedi ai pellegrini di Cristo. Giammai non v'ebbe più rapido trapasso dai pensieri sensuali alla mortificazione e alla penitenza; quel fiero leudo spregiatore dei santi, che pur ora empiea la sacra tribuna de' suoi falchi, e il battistero de' suoi cani, saccheggiatore di arche sante, quel turculento soldato di Carlo Martello, veniva in fin di morte a pentirsi, e tutto dava, fin l'abito suo, a' poveri monaci per ottener l'ultima sua dimora nella basilica, dove scolpivasi in rilievo la figura sua su quelle lapidi, quale ancor la vediamo dieci secoli dopo[80] a dispetto dei guasti del tempo, quel gran verme che rode la pietra, in quella guisa che il verme del sepolcro rode il cadavere.

La vita di tutta quella generazione era o privata o pubblica, e passava quindi o alle guerre lontane, o nelle grandi tenute e stabili del fisco, o nei monasteri; ogni stagione dell'anno aveva la sua solenne rappresentazione, la sua corte plenaria; il lusso e la magnificenza splendevano in ogni luogo. A simili ragunate convenivano i conti, i leudi, i vescovi, e tutti quelli che dipendevano dall'alto signore, e nelle cristiane solennità della Pasqua, della Pentecoste, o del Natale. Carlomagno tener solea le sue diete in Aquisgrana, sede sua prediletta, raccogliendovi Galli, Franchi, Germani a splendide feste ed a latranti cacce nelle ampie selve della Mosa e del Reno.

La Germania infatti facea sua grande occupazione della caccia, nè cosa udir puossi più vera, più evidente, più di que' tempi, della descrizione che il poeta sassone fa di quelle nobili corti plenarie raccolte dall'imperatore nelle sue reggie, al momento che i latrati dei cani e gli strilli de' falchi annunzian la caccia. «Uso è di Carlomagno (così il poeta) abbandonarsi, nelle foreste, ai dolci passatempi dalla campagna[81]; ivi egli sguinzaglia i suoi cani ad inseguir le fiere, e tra il fitto degli alberi atterra i cervi a frecciate. Al primo levar del sole, i giovani più cari al re corrono verso il bosco, mentre i nobili signori stan già raccolti alle soglie del palazzo, alle cui dorate cime s'innalza grande strepito sì che quasi turba l'aere d'intorno; il guaito risponde al guaito, il cavallo risponde all'annitrio del cavallo; i servi da piè si vanno l'un l'altro chiamando, e i valletti, pronti a seguire i passi del loro signore, si schierano dietro di lui. Il destriero che portar dee l'imperatore, tutto coperto d'oro e d'altri preziosi metalli, par che trionfi, e scuote irrequieto la testa, quasi a chieder licenza di correre a grado suo per campi e per monti. Ci son giovani che recano bolzoni guerniti di ferree punte, e reti di maglie a quattro fili, ed altri che conducono accoppiati al guinzaglio veltri latranti e furibondi mastin. Da ultimo vien re Carlo con cinta la fronte d'un ricco diadema d'oro; il volto suo risplende di lume sovrumano, e la statura sua sopravanza quella di quanti gli stanno d'intorno; i più sublimi in dignità fra i duchi e i conti lo seguono. Le porte della città si spalancano, i corni fan rintronar l'aere da lunge, e i giovani sbrigliano i cavalli al galoppo. La reina stessa, la bella Luitgarda, lasciando finalmente il superbo letto, s'inoltra in mezzo al corteo che l'accompagna; tinta ha la gola d'un vivissimo color di rosa[82], e i capelli annodati da bende purpuree, che le cingon le tempia, la clamide stretta al corpo da fila d'oro, e la testa coperta d'un tocco. Lo splendor del suo diadema d'oro e delle sue vesti di porpora si confonde con quel delle gioie ond'ha ornato il collo. Le giovinette e care sue figlie l'attorniano, e il destriero intanto va sotto di lei balzellando. Il resto della gioventù aspetta fuori i figli del re, dei quali ecco finalmente apparir Carlo, somigliante sì al padre nel nome, nelle fattezze e nei modi; e dopo lui Pipino con le tempia cinte d'un luminoso metallo, in groppa ad un generoso corsiero, ed in mezzo a numerosa comitiva; dietro a lui viene il Consiglio, e i corni udir fanno il loro frastuono che giunge fino alle nubi. Si avanzano quindi le figlie del re; Rotrude la prima, coi capegli framezzati di filze d'amatiste, sulle quali brillano altre pietre preziose, disposte senza disegno, per dar luogo alla splendida corona di cui ha ornata la fronte, e al bel velo annodato da un filo d'oro. Viene indi Berta, in mezzo alle sue figliuole, e nella voce, nello spirito, nel portamento, nel sembiante tutta il padre: ella reca in capo un magnifico diadema; ha le chiome intrecciate di fila d'oro, il seno coperto di rare e preziose pellicce, le vesti coperte di perle, ed anche le maniche tempestate di brillanti. Dopo di lei si fa innanzi Gisela, splendida di modestia, in mezzo a un drappello di giovinette vergini, vestita d'una roba tinta in malva[83], e col velo adorno di vistosi galani di porpora. Adelaide, che segue a lei dappresso, è tutta sfolgorante delle ricche gioie ond'è coperta; con un serico manto che le scende dagli omeri, con la clamide annodata da un fibbiaglio d'oro, guernito di fitte perle, e colla fronte ornata d'una corona similmente di perle. Il focoso palafreno la porta negli opachi recessi dove si nascondono i cervi. Vedi che s'avanza pur la bella Teodrada, con le chiome aggruppate da lacci d'oro, con un ricco monile di smeraldi cinta la gola, e di sofocleo coturno calzata il bel piede. Viene ultima Ilrude, a cui la sorte assegnò questo luogo in coda della comitiva. Tutti finalmente sono raccolti: si lasciano i cani, i cavalieri accerchiano la selva, il cignale è scovato, i cacciatori s'imboscano; Carlo si avventa sul cignale incalzato dai cani, e gl'immerge la spada nel fianco, intantochè i figli suoi, da un alto circostante poggio, godon di quello spettacolo. Indi egli comanda che si entri di nuovo in caccia, e si atterrano altri cignali assai. All'ultimo si giunge ad un luogo del bosco, dove furon, per questa occasione, così d'improvviso, rizzati padiglioni e fontane, ed ivi Carlo, radunati i vegliardi, i provetti e le caste verginette, li fa tutti sedere a mensa, ordinando di mescer loro il falerno a ribocco. Intanto il Sol fugge, e la notte copre dell'ombre sue tutto il creato.»

Questa bella descrizione d'una caccia carolina, all'ottavo o al nono secolo, è una delle più curiose pitture che dar si possano delle grandi corti plenarie: essa ci porta in mezzo alla famiglia stessa dell'imperatore, alle sue donne, alle figlie sue, a' suoi sollazzi e alle pratiche della sua casa. Tutte quelle gemme, tutto quell'oro, di che risplendono le figlie regali, fanno contrasto con ciò che ci narran le cronache intorno al vestir consueto, semplice tanto, di Carlomagno. A quei tempi la vita pubblica era tutto, il capo signore tutto prestava sè stesso a' vassalli suoi; gli accoglieva pomposamente, dovea loro ospitalità alla foggia degli antichi, e banchettarli imperialmente, con le tazze d'amatista, che passavano in giro, con pavoni, con le membra del cervo palpitante, con la testa del cignale, e con vin del Reno a fiumi.

Teodolfo vescovo, il poeta per eccellenza, ci descrive uno di questi regali banchetti, alla corte di Francoforte, nei seguenti termini: «Già i grandi ufiziali del palazzo[84] arrivano, ed ognuno è sollecito a compier l'ufizio suo. Tirsi, pronto sempre al servigio del suo signore, è tutto lesto, ed ha piedi, e cuore, e mani sempre in moto. Egli porge l'orecchio alle suppliche che gli vengon da ogni parte rivolte, fa le viste di non intenderne alcune, altre ne ascolta volontieri, ed a chi concede l'entrata, a chi la nega. Questo zelante servitore si tien sempre accanto al trono, tutto prudenza ed ossequio. Ecco il vescovo, dal cui volto, candido come il suo cuore, traspare la contentezza dell'animo. Vien egli per benedire il cibo e la bevanda del re, e per mangiare anch'egli, se il re così vuole. Anche Flacco[85] è qui, Flacco, la vera gloria dei nostri poeti, famoso per l'ingegno e per le opere, che spiega i sacri dommi della Scrittura, e si ride di ogni malagevolezza del verso. Poi v'è Ricolfo dalla grossa voce, di mente svegliata, di elegante parlare. Ei dimorò lungo tempo in regioni lontane, ma almeno non ebbe a tornarne a man vuota. E per te pure, amabile Omero, avrei canti dolcissimi, se tu fossi qui, ma tu se' lontano, e la mia musa si tace. L'accorto Escambaldo v'è anch'esso venuto, con le doppie sue tabelle in mano; le mani, che gli pendono ai fianchi, stanno per ivi raccoglier le vostre parole, e le ridiranno senza ch'ei parli. Lentulo reca un cesto di poma, Lentulo, anima fida, di pronto ingegno, ma di tarde membra. Nardino corre da un luogo all'altro, simile a una formica, con instancabil piede[86]; un ospite industre abita l'angusta sua casetta, e un gran cuore anima il suo picciol corpicciuolo, onde ora tu lo vedi intento nel libro che ei reca in mano, ed ora in atto d'aguzzare il dardo che dee dar morte allo Scozzese. Frisidio prete vien poi, a fianco di Ocolfo, compagno suo, uomini semplici amendue, ma dottissimi. Insieme accompagnati Escambaldo, Nardino ed Ocolfo far potrebbono a meraviglia i tre piedi d'un desco, però che quantunque uno di loro sia più grosso degli altri, son tutti d'una medesima grandezza. Giunge indi Menalca, tergendosi la fronte bagnata di sudore, entra e rientra spesso fra panattieri e cuochi, recando cautamente le imbandigioni, ch'ei passa dinanzi al re; Eppino, il coppiere, viene anch'esso, portando vasi preziosi che chiudono vini squisiti. Tutti i convitati siedono intorno intorno alla regia mensa; la gioia regna in tutti i volti, nè sì tosto Alcuino avrà benedetto i commensali, ognuno parteciperà del convito.»

Questi splendidi conviti si tenevano solo a' giorni solenni dell'anno, però che, se deesi prestar fede a Eginardo, Carlomagno era per costume il più frugale degli uomini. Egli non mangiava solitamente più di quattro leggerissimi piatti[87], comechè avesse una statura di sette piedi, ed un ventre trionfale. A somiglianza di tutti gli uomini di razza germanica, gli piacea la carne arrosto, perchè rinforza il corpo e dà vigore alle membra; affaticava molto, sì che gli era tolto il digiunare, anche in quaresima, ed avea preso in Italia l'uso di dormir, dopo il pasto, di pien meriggio, e questo sonno meriggiano miglior gli parea che quel della notte, uso, com'era spesso, a levarsi fra quella, e porsi al lavoro co' suoi segretari. Le vesti e gli abbigliamenti dell'imperatore e de' suoi leudi niente aveano di sfarzoso, eccettochè nelle feste solenni, delle quali ho parlato; l'inverno portava, di solito, una pelle di lontra foltissima per difendersi dal freddo; nelle miniature poi del messale di Carlo il Calvo, lo abbiamo dipinto in clamide, con alcuni ornamenti tolti da quelli della corte di Costantinopoli, chè i Barbari amano essi pure il lusso, quand'hanno a mostrarsi agli occhi della moltitudine.

Nelle sue pratiche cotidiane Carlomagno era sobrio, siccome gode di dire Eginardo, e la testimonianza sua, non ostante il favore che ei mostra spesso pel principe e signor suo, ha un tal colore di verità da non poterla rifiutare. «Sobrio nel mangiare, così egli, ma più sobrio ancora nel bere, aborriva l'ubriachezza in chichessia, non dico poi in sè stesso e ne' suoi. Quanto al cibo, ei non potea tanto privarsene quanto avrebbe voluto, e di frequente lagnavasi che il digiuno lo molestava. Non dava, se non assai raramente, grandi banchetti, alle feste principali soltanto, e allora convitava gran numero di persone. Ne' suoi pasti cotidiani non si servivano mai più di quattro piatti, oltre l'arrosto, che era dai cacciatori recato in sullo schidone, e di questo egli era più ghiotto che d'ogn'altra vivanda. Durante il pranzo si facea recitare a memoria o leggere, più volontieri che altro, le storie e le croniche dei tempi passati. Gli piacevano pure assai le opere di sant'Agostino, e particolarmente quella che ha per titolo la città di Dio. Era sifattamente astemio del vino e d'ogni altra specie di liquori spiritosi che non bevea più di tre volte in tutto il suo desinare. In estate, dopo il pasto meridiano, mangiava qualche po' di frutta, beveva un tratto, poi si spogliava delle vesti e della calzatura, come facea la sera per andare a letto, e riposava un due o tre ore, uso com'egli era, non che ad interromper, destandosi, quattro o cinque fiate il sonno della notte, ma ben anche a levarsi del tutto. Nè solo egli ricevea gli amici mentre si calzava e vestiva, ma se il conte del palazzo gli avea a render conto di qualche causa in cui non si potesse giudicare senz'ordine suo, facea pur issoffatto introdurre le parti, informavasi della quistione, e sentenziava, come s'egli sedesse in tribunale; e non bastandogli di sbrigare in quei momenti le cause, spediva quanto avea a fare tra 'l giorno, e dava gli ordini a' suoi ministri.»

In tutti i dipinti della Germania a riva del Reno, che ritraggono Carlomagno, noi lo vediamo pur sempre sotto le medesime forme, con la statura medesima, col medesimo piglio; un gigante cioè, con la sua clamide, il suo manto reale, la palla del mondo, la spada e lo scettro in mano, e la corona in fronte: il quale non è forse tanto il ritratto fisico di Carlomagno, quanto il concetto che il mondo erasi fatto della sua grandezza, ed un sunto delle tradizioni contemporanee che passano di secolo in secolo. Il Carlomagno delle leggende e delle croniche è fatto sullo stesso modello, e quasi dissi, col medesimo bronzo; a Monza egli è tale quale ad Aquisgrana, in sul Reno, sull'Elba, alle Alpi ed a' Pirenei. Alemanno, Lombardo o Sassone egli è sempre qualcosa al di sopra dell'umanità.

Non pertanto quelle diverse nazioni raccolte in un solo impero conservaron le costumanze loro e le loro leggi, nè i capitolari, esperimento com'ei sono d'unità per la legislazione, ottener mai non poterono questo fine. La lingua comune e volgare era la romanza, miscuglio di latino e di gallo, unito a qualche frase sassonica, e parlavasi generalmente nelle città, nei contadi fra i servi; ma il tempo appena ci conservò qualche sparso frammento di questa lingua primitiva; i sermoni più antichi che si abbiano, appartengono al decimo secolo, poichè i concili ordinavano predicazioni in lingua volgare, a farsi meglio intender dal popolo. Il latino era usato dai cherici nelle loro corrispondenze con Roma, centro e grande unità che conservava e perpetuava la coesione fra le diverse molecole della cristianità; i concilii, la legislazione, i capitolari, tutto fu scritto in latino. La lingua tedesca o germanica fu pur essa gelosamente conservata da tutti gli uomini d'arme che seguivan Carlomagno alla guerra, ed ei pure si dilettava di parlarla, e d'udir recitare, in questo idioma della patria, le gesta degli antenati; la tedesca era la sua lingua usuale, chè germanico di costumi e d'origine, quest'imperatore non era nè gallo nè latino, e tutto in lui sapea delle costumanze alemanne. In fatti, quand'egli ha a dare i nomi ai mesi dell'anno, appicca loro epiteti di origine sassonica, e gennaio è detto il mese dell'inverno; febbraio, del fango; marzo, della primavera; aprile, della Pasqua; maggio, dell'amore; al mese di giugno dà un nome sassone, d'ignoto significato; luglio è il mese del fieno; agosto quel delle messi; settembre e ottobre, della vendemmia; novembre, dell'autunno; dicembre pure ha un nome sassone d'ignota significazione. Anche a distinguere i venti, ei toglie altre parole dell'idioma sassone[88], chè la lingua barbara gli piace, e la parla usualmente, nè per altro mantiene la pratica della lingua latina, e lo studio della greca, se non perch'ei fondar vuole un imperio romano sugli elementi delle consuetudini di Bisanzio e della città eterna.

Nelle sue relazioni coi leudi, Carlomagno anch'egli parla la lingua tedesca che usasi ne' suoi palazzi; duchi, conti, missi dominici, tutti accorrono alla sua chiamata, ed egli tutti li raduna nelle sue corti plenarie, alle grandi solennità di Pasqua e Natale; colà egli ascolta i rapporti loro, e sa quanto avviene in ogni provincia. L'adunanza delibera s'egli è a far guerra o pace, se a muovere ai confini dell'impero, se a compiere qualche nuova spedizione. Il popolo ha pur voce nei capitolari, e sotto il nome di popolo si dee intendere i grandi, i vescovi, i cherici, i conti, i leudi, i Franchi che assistevano alle corti plenarie, però che il popolo vero altro non è che la gallica turba dei merciaiuoli, dei servi, degli affrancati, che vivevano del tutto estranei alle pubbliche cose.

La vita attiva non è altrimenti pel colono, ma sì per lo leudo, pel conte, pel vescovo, pel cherico, per tutti coloro che muovono alla guerra, o signoreggiano la generazione con le dottrine religiose. L'imperatore avea bisogno degli uomini d'arme per le spedizioni lontane, e dei cherici per le preci, per la predicazione, per l'ordine, per la disciplina: d'onde l'usar suo sì frequente coi conti e coi vescovi, e il parlar famigliarmente con loro, come con la sua gente di casa. Ei regola la polizia, e quando il zelo comincia a raffreddarsi ei lo rinfoca, e scrive ad uno de' suoi conti: «Adelardo, tu non facesti il dover tuo, e ti sei quindi meritato il mio sdegno.» Ed a questo o quel vescovo: «Tu non osservi i sacri canoni, tel dico io.» Il monaco di San Gallo narra, nella sua poetica relazione, ben venti fatti circa il modo che tenea Carlomagno a invigilare sui portamenti dei conti e dei vescovi[89].

Abbiam detto che la lingua usuale di Carlomagno era la tedesca, ma pure il carteggio suo il teneva in latino; se non che i suoi scritti e le sue lettere non erano vergate da lui, essendo in ogni villa e palazzo scrivani o segretari che ponevano in carta i voleri dell'imperatore, i diplomi o i capitolari. Carlo tratteggiava assai male le lettere, ma disegnava a perfezione il suo monogramma; il nome Karolus si comprendea quasi tutto in una sola k, l'a in sulla destra, l'r in cima, l'o sulla sinistra, e lus appiè del monogramma. Il segretario cancelliere scriveva il diploma, e questo semplice monogramma, in un col sigillo, bastava a significar i voleri dell'imperatore. Rarissime volte era nel sigillo impressa l'effigie di Carlomagno, chè anzi usavasi quasi sempre un cammeo antico, con l'effigie di Aureliano, di Traiano, di Marco Aurelio, e talvolta ben anco d'un'antica deità, che improntavasi appiè del rescritto o del diploma; uso questo introdotto fin dal tempo de' Merovei. Sì belle eran poi queste imagini romane, che gli artefici franchi non si sarebbero attentati di cambiarle.

Gli atti promulgati da Carlomagno son tanti, che impossibil sarebbe di tutti annoverarli, ed a pena toccar si può per sommi capi d'alcuni di essi. Ed ecco presentarcisi primo un diploma, con cui egli elegge a messo regio Olderico, a sentenziar le cause de' monasteri in Italia. Poi un altro, con che fonda il monastero di Neustad, e piglia sotto la sua protezione le badie di San Dionigi e di San Martino, grandiose fondazioni di quel tempo. Dalle grandi cose passa indi alle più piccole, e ad un soldato gregario, di nome Giovanni, che combattè da prode contro i Saraceni, concede un gran feudo nel borgo di Narbona; e conferma le immunità loro alle chiese del Mans, i suoi privilegi a San Martino di Tours, e le donazioni fatte da sua sorella Gisela al monastero di San Dionigi; poi edifica e dota il monastero di Eresburgo, ed ancora concede a San Martino di Tours due legni per navigar la Loira e la Vienna; comanda che restituiscasi a San Vincenzo di Macon quanto gli fu ingiustamente carpito; assegna le formole al giuramento di fedeltà per tutti i monaci e canonici; conferma i privilegi della chiesa d'Osnabruc, sgrava certi monasteri d'ogni gabella di navigazione e di trasporto, e li regala d'alcune foreste. Queste carte, quasi tutte appoggiate alle medesime ragioni di pietà, hanno una formola generale, che ripetesi in tutti gli atti carolini, e siccome recano indistintamente la data del regno d'Italia o di Francia, o dell'impero d'Occidente di Carlomagno, così ci ha in queste date grandissima confusione.

Le monete del suo regno sono rarissime, chè ben poche scamparono ai guasti del tempo, e consistono in alcuni danai d'oro o d'argento, con l'impronta della città, solo che sur una o due si discerne un'effigie che può esser presa per quella dell'imperatore. I conti facevansi per soldi, lire e denari; la lira era di dodici once romane d'argento, e dividevasi in venti soldi, e il soldo in dodici denari; e quanto ai pesi, ben è vero che s'eran conservate quasi da per tutto le denominazioni romane, ma pure ogni luogo aveva le sue; facevasi il conto a misure, come si vede ne' capitolari; il sestaro, lo staio, il piede, si veggono accennati a fondamento de' calcoli agrarii; e l'aripenno e la mensa eran le misure del terreno, siccome abbiamo dal Poliptico dell'abbate Irminone. Il prezzo facevasi generalmente in soldi, la lira era una specie di moneta di convenzione, che figurava nelle scritture; nè v'era altra moneta effettiva che il soldo e il danaio, però che la lira sarebbe stata una di troppo peso; tutti i contratti facevansi a soldi.

Al tempo di Carlomagno furon pur coniate alquante medaglie, a celebrare i grandi avvenimenti, come quelli sarebbero della caduta de' Longobardi, e dell'esaltazione all'impero del re franco, due fatti che si collegano con le tradizioni di Roma. A Roma era l'uso di tramandar nel bronzo le memorie degli eventi, e intanto che il trionfatore scorreva le vie principali, si coniavan medaglie in commemorazione, onde che Carlomagno, uso toglier dai Romani quanto riferivasi alle memorie, alla magnificenza, alla porpora, non trascura nè in questo le forme antiche. Ed è a notar qui che la schiatta carolina ben poco trae dalle instituzioni e consuetudini de' Merovei; la creazione d'un impero d'Occidente, tramuta, a così dir, le antiche costumanze della monarchia; una nuova era comincia sotto il doppio impero delle idee germaniche, quanto alla forza materiale, e delle forme romane, quanto alla potenza storica e morale. E' non trattasi già più dell'antica Neustria e dell'Austrasia, ma d'un impero d'Occidente, di cui la Francia non è altro più che una frazione; tanto che quando quest'impero ebbe a cadere, furon de' rottami suoi composti diversi principati, ognuno sotto ad un re; i Carlinghi non furon da nulla preceduti, che somigliar potesse all'opera loro, e questa tutta perì insiem con loro. L'eredità delle consuetudini, delle leggi, dei costumi dell'impero dura ben più in Germania che in Francia; in sul Reno tutto ancor sente della schiatta carlinga; in Francia, all'incontro, i Capeti non furono se non conti franchi, che si fecero re dei Franchi. E che avean eglino di comune con Carlomagno?

CAPITOLO VIII. ULTIMO PERIODO DEI CAPITOLARI.

I capitolari legislativi. — Personalità delle leggi barbare, franche, saliche, ripensi, lombarde, visigote, romane. — Capitolare addizionale alle leggi saliche e ripensi. — Analisi del Poliptico dell'abbate Irminone. Giurisdizione dei conti e dei vescovi. Placiti degli scabini e dei centurioni. — Capitolari circa la milizia. — Forma delle dimande all'imperatore. — Rescritti. — Somiglianza e dissomiglianza tra i sinodi e i placiti. — Indole generale della legislazione di Carlomagno.

800 — 814.

I capitolari di Carlomagno non tutti derivano dal medesimo principio, nè tutti hanno il medesimo intento; alcuni, meramente domestici, non altro comprendono che l'amministrazione dei dominii regi, e si riferiscono alla disciplina, all'economia dei palazzi, delle tenute, delle colonie che compongono il reddito maggiore del principe; altri, che sanno di origine ecclesiastica, non sono che concilii nazionali deliberati dai vescovi, i quali attingon lo spirito loro dai principii generali della Chiesa; i più finalmente di essi capitolari mirano più specialmente a regolar la legge civile, vale a dire lo stato delle persone, leudi, uomini d'arme, coloni o servi che fossero; indi a stabilire la qualificazione delle proprietà, in allodio, benefizio o dominio, divenendo per siffatto modo, come se tu dicessi, il supplimento al codice d'ognuna di quelle barbare nazioni.

Delle quali nazioni la maggior passione era quella di governarsi con le proprie leggi; niente v'era che affezionasse le persone al suolo, nè v'erano statuti o leggi territoriali, chè le popolazioni, correndo da un luogo in l'altro, seco portavan le leggi loro, nella guisa che gli antichi le are de' loro Dei. Il vasto impero di Carlomagno comprendeva popoli diversi, ognun de' quali aveva il suo diritto scritto; i Longobardi, le loro leggi particolari deliberate nelle diete di Pavia o di Milano; i Bavari, il codice teodosiano e il giustinianeo; i Salii e i Ripensi, quelle due grandi famiglie della gente franca, le loro leggi personali; i Romani ed i Sassoni invocavano essi pure una legislazione speciale, per modo che ognuno era governato secondo il proprio suo codice e diritto. La legislazione era, per così dire, a scelta di chi volea: e un uomo libero potea dichiararsi soggetto alla legge che a lui meglio tornasse; il diritto fra que' popoli era tutto personale, e il Franco, l'Alemanno, il Gallo, il Longobardo, il Romano, il leudo, il cherico, dir poteva: «Questa è la mia legge; io sto a questa, nè altra io ne voglio.»

Se non che la mente di Carlomagno, sì alta era, e per conseguenza sì assoluta, da non sapersi tenere dal tentar una tal quale uniformità nella legislazione, e a questo intendono parecchi de' suoi capitolari, i cui statuti si applicano a tutti i sudditi dell'impero senza distinzione d'origine. Ma nello stato di sminuzzamento dei popoli barbari, superbi com'eran essi delle loro consuetudini, erculea fatica quella si era d'annodare in un medesimo tessuto, e coordinare tante leggi diverse e codici particolari; onde se i capitolari mirarono all'uniformità, a Carlomagno fu forza spesso d'avere anche rispetto ai codici di questa o quella nazione; di che son prova evidentissima i due capitolari da lui promulgati per appendice alla legge salica e alla ripense. Recano essi la data dell'anno terzo del suo regno in titolo d'imperatore, cioè dell'anno 803, dal palazzo di Francoforte, la residenza sua tutta germanica, e trattano specialmente della composizione, fondamento e principio d'espiazione per qualsivoglia delitto. «Qui hanno principio (così il testo) i capitolari che il signor nostro, Carlo imperatore, ha ordinato fossero aggiunti alla legge salica, l'anno di Nostro Signore Gesù Cristo 803, e terzo della sua esaltazione all'impero. Chi avrà ucciso il sottodiacono pagherà trecento soldi, quattrocento chi un diacono; per un prete se ne pagheranno seicento, per un vescovo novecento, quattrocento per un monaco;» e così via discorrendo altre taglie per la composizione. I quali statuti altrimenti non si dipartono dal principio fondamentale della legge salica, che stima la vita a prezzo di denaro; ogni delitto si sconta per componimento, ogni asilo è inviolabile; tale si è la massima sua, solo che Carlomagno si studia di accordar questo gran privilegio della legge salica con la polizia generale dell'impero, e perciò appunto ei non consente la composizione per delitti di troppo odiosa natura, e dice, continuando: «Se alcuno, per timore di cader in ischiavitù, uccida il padre, la madre, la zia, lo zio, il patrigno o qualunque altro de' suoi parenti, da cui sospetti poter essere ridotto in servitù, muoia, senz'altro, e i figli suoi, con tutta la sua famiglia, sieno schiavi; s'egli nega il fatto, sia sottomesso al giudizio di Dio per mezzo del ferro rovente, ecc.»

In queste addizioni alla legge salica, Carlomagno entra nello spirito generale dei codici barbari, li rispetta nelle massime loro generali, che sono la composizione, l'asilo e la giurisdizione, solo ei fa di assoggettarle a certe restrizioni di polizia, a certe regole che più non ne consentano tutti gli abusi. Il medesimo spirito regna nelle giunte sue alla legge ripense, secondo codice dei Franchi[90]: «Se un uomo libero trafigge un altro uomo libero, l'ammenda sia di quindici soldi. Per un uomo del re, fiscale, ecclesiastico ch'egli sia, e per un leudo ucciso si paghino cento soldi[91]. Se un uomo sia impotente a pagare il suo debito, nè abbia chi stia pagatore per lui, darà sè stesso in pegno al suo creditore finchè questo sia pagato; o paghi soldi seicento, o giuri, e con essolui giurino dodici testimoni. Che se l'attore accettar non voglia il giuramento dei dodici, ed ei combatta contro il reo con la croce, lo scudo o il bastone ecc.»

In tutti codesti articoli addizionali alle due grandi diramazioni della legislazione franca, Carlomagno rispetta la massima generale delta composizione, fondamento di tutte le leggi barbare, regolate sempre sullo stato delle persone e sulle lor condizioni. La composizione costituisce la gerarchia; se non che l'imperatore vi mesce qualche disposizione tolta dalle leggi romane e dalle consuetudini germaniche; v'introduce la pena di morte nei casi odiosi, la schiavitù per l'assassinio domestico, reminiscenza della legge giulia; conserva il diritto d'asilo, anche sotto il portico della chiesa, in contemplazione dei diritti canonici, ed ammette il giuramento, il combattimento singolare e le prove per via degli elementi. Ma non sia vero ch'ei muti lo spirito delle leggi antiche, chè, quantunque potentissimo, tanto di forza ei non avrebbe; egli s'inchina alle consuetudini stabilite; solo si studia di piegarle per metterle in accordo con la legislazione generale dell'impero suo, non volendo che queste leggi particolari ne turbino l'armonia. Lo stato delle persone e delle sostanze poco varia sotto Carlomagno; le dinastie cambiar possono sì, ma ciò che appartiene alla famiglia ed al suolo si perpetua; dalla composizione pur sempre risulta lo stato delle persone; l'ammenda più o men forte addita il grado; l'omicidio non è punito di morte, e il prezzo della composizione varia secondo l'uomo ucciso, leudo, vescovo, cherico, monaco, Franco, Gallo o Romano.

In quanto alle terre, la feudalità regolare con la sua gerarchia non è altrimenti assoluta; ma ci son Franchi già che si raccomandano per gli allodii e benefizi, poi coloni, e servi, e uomini liberi. Le quali diverse qualità si scoprono nei diplomi e altri documenti contemporanei, il più proprio dei quali a ben apprendere lo stato delle persone e delle sostanze a' tempi carolini, si è il Poliptico dell'abbate Irminone, cioè il libro antico dei censi della badia di San Germano ai Prati, uno de' più ricchi monasteri di que' tempi medesimi. San Germano avea molto acquistato e molto avuto in dono da re, conti e donne pie; avea terre immense, ben coltivate e verdeggianti, ed i monaci suoi principalmente applicavansi all'irrigazione dei prati, che giacevano intorno alle torri della badia, d'onde il nome a lei di pratensis, antico al par della prima schiatta. San Germano possedeva venticinque grandi tenute, indicata ognuna con la voce latina breve[92], raccolte tutte intorno al monastero, o anche sparse qua e là dal Reno al mare. Se grande era la riputazione della badia, se l'arca de' suoi martiri risplendea di Voti, il monastero ne avea gran frutto, e i fedeli lo ricolmavan di doni. Le venticinque mense della badia erano abitate da coloni, liberi o servi, soggetti a canoni sì miti, ch'essi eran per loro un segno di vassallaggio, anzichè un pagamento di oneroso livello. Ecco qui appresso alcuni frammenti del gran libro dei censi della badia, da cui stanno per iscaturire i tempi antichi, con la famiglia, il suolo, la proprietà, tutto ciò in somma che costituisce la società intera; e badisi ch'egli è un libro dell'ottavo o del nono secolo. «Godeboldo, colono di San Germano, ha due figliuoli, l'un di nome Godelildo, l'altro Amaltrude, tiene una mensa ingenua, e paga due moggia di vino, tre galline e quindici uova all'anno. Valate, colono, e la moglie sua Framengilda, con due figliuoli, hanno anch'essi una mensa ingenua, e pagano similmente due moggia di vino, tre galline e quindici uova.» Volete saper ora la condizion dello schiavo? «Eureboldo, servo di San Germano, che tiene a livello una terra lavoratía, pagar deve un pollastro e cinque uova per settimana. Siclebolda, serva, che ha cinque bunaria di terra e un aripenno di vigna dar dee quattro misure di frumento. Adremaro, ligio di San Germano, che tiene un binario di terra lavoratía, un aripenno di vigna ed uno e mezzo di prato, pagar ne deve due misure.»

La più curiosa delle indicazioni che porge il libro dei censi di San Germano si riferisce alla gran tenuta di Palaiseau o Palazzuolo, una delle più belle possessioni della badia, che, consacrata al patrocinio di san Martino, aveva un maniero dominicale o feudale, con una gran masseria e tutte le sue pertinenze. Dividevasi questa tenuta in colti dell'estensione di duecento ottantasette binari, dove seminar si potevano mille cinquecento moggia di frumento; ci avean cento ventisette aripenni (parola d'onde venne il nostro arpent) di vigneto, che dar poteva ottocento moggia di vino; cento aripenni di prato, da cui raccoglier potevansi cento cinquanta carra di fieno; bosco abbastanza per pascere un centinaio di verri; tre mulini da grano, il cui censo sommar poteva a centocinquantaquattro misure; una chiesa ben fabbricata e sei albergherie. In quest'ampia colonia moltissimi eran gli uomini della badia, soggetti ad un dolcissimo reggimento e ad un vassallaggio de' più benigni, siccome il censo di Palazzuolo dimostra. Valafredo, colono, con sua moglie Eudimia e due figliuoli, godevan di due mense ingenue, senz'altro canone che un bue, quattro danai, due moggia di vino, una pecora col suo agnello, e con l'obbligo di coltivar l'inverno quattro ternature di terra, di soddisfare alle servitù rusticali[94], di far le vetture e di dar oltracciò all'abbate tre pollastri e quindici uova.

Grande è l'ordine che regna nell'azienda di tutti quegli poderi abbaziali, ed il Poliptico d'Irminone offre in fatto di amministrazione un modello di regolarità e d'esattezza; tutto ivi è notato con minuta scrupolosità; fatto cenno d'ogni uovo nella partita di dare e avere, contato ogni pollo. Quest'azienda domestica del monastero ci ricorda l'amplissimo e minutissimo capitolare di Carlomagno intorno all'amministrazione delle mense reali, a que' giorni il reddito più netto del patrimonio regio; nè punto è da maravigliare che i cartolari regi o abbaziali ne trattino sì specialmente, chè questo era per essi il libro del tesoro. Nel curioso frammento intitolato: Breve saggio delle cose fiscali di Carlomagno[95], trovasi pure un documento che comprova con qual diligenza venisse registrato tutto ciò che si apparteneva al regio demanio. I missi dominici avean fra l'altre anche questa soprintendenza nei viaggi loro amministrativi, e in certa visita ch'ei fecero nella badia di Stephanswert, sulla Mosa, distesero un minutissimo ed esattissimo inventario di quanto avean veduto nella chiesa e nella mensa regia. «Noi abbiam trovato, ivi dicono, un altar d'oro e d'argento, con reliquario indorato ed ornato di pietre preziose e di cristallo, una crocetta con lamine d'argento, con altre croci ancora, alcune corone, alcune palle di cristallo e due calici d'argento.» E tutte queste cose preziose eran dai messi regi stimate e pesate, affinchè nulla ne fosse trafugato, e con esse inventariavasi, volume per volume, la biblioteca[96], e così le vesti e i paramenti. Indi i messi regi passavano ai poderi, e vi numeravano gli agnelli, le pecore, i buoi, e con diligente e sottile fiscalità facevano il conto dei canoni e livelli. Che se insorgeva qualche quistione sulla natura e sul diritto della proprietà, facevansi in tal caso di grandi inquisizioni intorno all'origine del diritto, e s'interrogavano gli anziani del luogo, e dopo siffatte inquisizioni i messi regi sentenziavano sui diritti del fisco e dei particolari, la voce pubblica e la testimonianza dei vecchi stando per prova dell'usucapione e del possesso.

Da questi antichi documenti della storia resulta dunque che i più de' censi o redditi degli stabili si pagavano in derrate; per moggia di vino, misure di frumento, polli nelle grandi solennità, uova, pesce del vivaio, ed oltracciò pochi soldi o danai pagati annualmente dal colono. In queste grandi tenute ciascuno esercitava la sua professione; ci eran de' coloni che possedevano un mulino, de' servi fabbri ferrai, de' carpentieri, degli operai in ogni maniera d'arti meccaniche; tutto facevasi in quelle monastiche colonie, il panno, il bigello, le vestimenta per tutti, e meglio che tenute e casali, erano città e industri borgate. Nessuna imposta pagavasi, oltre la decima in derrate, e la servitù era sì lieve, che non pochi possessori di allodii si davano per pietà o per interesse al monastero. Validissimo era in fatti il patrocinio della Chiesa; nè però sosteneva che un cristiano ricomperato dal sangue di Gesù Cristo rimanesse schiavo, che anzi frequentissime eran le manumissioni nelle basiliche, appiè degli altari[97], e l'abbate era contentissimo ogni volta che, parato della sua cappa, e col baston pastorale in mano, pronunziar potea, dopo la messa, quelle parole: «Isemberto, ovvero Igonaldo, tu se' libero, e da servo, divenuto colono della badia.»

Il maggiore e più stringente obbligo della proprietà sotto il secondo lignaggio era il servizio militare: chi possedea qualche brano del territorio era tenuto difenderlo, nè ci era pur un uomo libero, possessore di benefizi, che accorrer non dovesse sotto le insegne al bando del caposignore. Il maggior documento che si abbia intorno al servizio militare a quei tempi, si è un capitolare di Carlomagno, in cui esso è regolato con inesorabile severità, poichè il militare servizio era la legge dei benefizi e il fondamento della costituzione dei Franchi. Il qual capitolare fu da lui dato il settimo anno del regno suo come imperatore, dal palazzo d'Aquisgrana, nel tempo cioè che finite ancor non erano le guerre più sanguinose, e che all'impero sovrastava qualche potente irruzione degli Unni, o altro impeto dei Barbari. Al quale improvviso e tremendo pericolo ovviar si dovea con gran forza; e però l'imperatore comanda che: «Chiunque possiede benefizi muova contro il nemico. Ogni uomo libero che possegga cinque mense, dee venire alla nostra convocazione, e così chi ne abbia quattro o anche tre sole[98]. Di due uomini, possessore ciascuno di due mense, l'uno dovrà marciare contro il nemico; se due uomini parimenti, l'un sia possessore di due mense, l'altro di una sola, si uniscano insieme per aiutarsi scambievolmente, e parta colui che il potrà fare con maggiore vantaggio. Coloro che non posseggono più d'una mensa s'accompagneranno a tre a tre, e a sei a sei quelli che la metà d'una mensa, e uno parta. Gli altri poveri tanto, che l'aver loro non ecceda il valore di cinque soldi, faran che parta il sesto fra essi, a cui si daranno cinque soldi. A niuno è lecito abbandonare in guerra il suo signore. Tutti i nostri fidi conti si apparecchin dunque, il meglio che possano, alla guerra, con loro uomini, carri e donativi, per venire al nostro placito. I nostri messi stieno con l'occhio aperto sovra ciascuno dei nostri vassalli, e ad essi comandino, in nostro nome, di venire al nostro placito coi loro uomini e carri, si che tutti abbiano a seguirci, senza che alcuno rimanga indietro, e si trovino raccolti al Reno pel mese d'agosto: così ordinando noi, all'uopo che anche quei che dimoramo oltre la Senna, eseguir possano i comandi nostri. Noi vogliamo e ordiniamo ancora che i conti non interrompano i loro placiti, e non ne accorcino il tempo per darsi alla caccia o ad altri passatempi. Se ci sia bisogno d'aiuto ai confini della Spagna o del paese degli Avari, facciasi marciare un Sassone ogni sei, e se questo avvenga sulle frontiere della Boemia, uno ogni tre; tutti poi prenderanno le armi a difendere il paese contro gli Slavi Sorabi. È voler nostro che tutti i conti e vassalli nostri, e possessori dei benefizi, e gli uomini a cavallo del paese de' Frisoni, convengano al nostro placito. Quanto ai poverissimi, un solo ogni sette sarà obbligato di venir bene in armi, come sopra.»

Tanto rigore nel militare servigio mostrando il pericolo imminente di qualche grande invasione, ci pare di dover riferire questo capitolare al tempo che i Barbari, con fiero sollevamento, minacciaron di tremenda rappresaglia l'impero. Carlomagno torna qualch'anno appresso alla milizia, e la viene imponendo e regolando, pur sempre con la medesima severità, chè da quello viene ogni diritto e potenza sua. Il servizio militare, imposto si strettamente da Carlomagno, era l'essenzial condizione del possedere. In una società in fatti, che abbia la conquista per legge, è d'uopo che quanti partecipano dei profitti del possedere, sieno presti sempre a difendere la costituzione del paese. Il secondo degli obblighi imposti a tutti coloro che possedevano, si era quello della giurisdizione; cioè ad ogni leudo o libero colono di comparire innanzi al placito del conte ogni volta che chiamato vi fosse, o come giurato, o come scabino, o come rachimburgo, o come centurione[99]. Il placito o l'udienza del conte era la giurisdizion comune e consueta; i messi regi teneano assise e udienze passeggere; i conti, tribunali stabili e permanenti. In questi così fatti placiti sentenziavansi le quistioni tutte intorno ai beni e alle persone, ciascuna delle parti era giudicata secondo la sua propria legge, e alcuna volta secondo gli statuti del luogo. La Chiesa sola avea giurisdizione universale e assoluta, procedente dai concilii. Il placito del conte tenevasi a certi tempi dell'anno, nè alcun dei citati poteva cansarsi dal comparire; le cause sulle persone e sugli averi venivano giudicate sulla dichiarazione degli scabini, dei giurati, dei giudici, dei vicari, dei centurioni, tutti eletti a voce di popolo; nessuna distinzione a quei tempi ci avea, nessuna classificazione nelle magistrature che sentenziavano intorno alle sostanze o alle persone; chè anzi i medesimi magistrati esercitavano promiscuamente gli ufizi municipali e giudiziari, sotto il nome di buoni uomini, di savi, di giurati e di scabini.

Il popolo attivo, sotto il lignaggio carlingo, è in ogni luogo, ed il consenso suo è necessario nella promulgazione delle leggi; ma, come detto è, per questo popolo intender si vuole i leudi, i conti, i vescovi, i cherici, i Franchi. Il vasto ordinamento de' capitolari, appunto ha suo compimento nel chiudersi dell'impero di Carlomagno, il quale, benchè spossato e malaticcio, nè altiero più di quello spirito che atterriva col solo sguardo, pure dà opera a nuove leggi pe' Franchi; liberi son questi ultimi e grandi, ed è bisogno di capitolari che li distinguan dagli altri popoli che ubbidiscono all'imperatore. «Carlo augusto e serenissimo imperatore[100], coronato da Dio, grande e pacifico, col consiglio e consenso de' vescovi, abbati, conti, duchi e di tutti i fedeli della Chiesa cristiana, ha stabilito i seguenti capitolari, risedendo nel suo palazzo, e conformandosi: alla legge salica, romana e gombeta[101], affinchè ognuno de' sudditi suoi si conduca secondo questi ordini segnati di sua mano, e sia sollecito di porli ad esecuzione.» E seguitando, viene in questo capitolare, imponendo vari doveri ai vescovi pel buon reggimento delle loro diocesi; e così a quelli che godono benefizi, e al vicario o centurione, raccomanda d'essere attento ad incamerare le eredità vacanti, e nota quelle che si devolvono senz'altro, al fisco, e quell'altre, di cui solo esso ha ragione a una parte; poi ricorda ai vicari il dovere di tener uomini che dien la caccia ai lupi, con alcune immunità e rimunerazioni a questi uomini; poi tocca di varie provisioni della milizia e della guerra; ingiunge alcuni obblighi ai conti ed altri ai loro vassalli; accenna i doveri dei guardaboschi; assegna le qualità che aver debbono i coloni delle sue tenute; ordina di condurre abitanti nelle foreste dove siano residenze reali, di farvi orti e vigneti, di stirparne il bosco, sì che il podere diventi sempre migliore[102]; comanda che si dia lana e lino da lavorare alle donne che servono nelle sue case, e finisce confermando il diritto di guerra privata, quello che durò più a lungo di tutti fra i posteri, con le seguenti parole: «Se alcuno de' nostri fedeli combatter voglia un suo nemico, chiami seco a dargli aiuto un de' pari suoi, e se questi ricusa o si mostri renitente, gli sia tolto il suo benefizio, per darlo a chi si sarà serbato fedele.»

Quest'ampia legislazione reca la data dell'ultimo anno di Carlomagno, ed è appunto in mezzo all'ultima infermità sua, al dileguarsi della vita, ch'ei riprende l'antico vigor suo per promulgare questa lunga serie di leggi, che regolano i doveri dei Franchi. Al mese di settembre dell'anno 813, tiene un placito o tribunale di giustizia nella prediletta sua città d'Aquisgrana, e di consentimento de' suoi fedeli, vi promulga gli ultimi suoi capitolari. «Sia noto a tutti (così ivi è detto) che noi pure seguiamo le leggi comuni agli altri Franchi, in quanto concerne alle cause ecclesiastiche e dei servi di Dio. Chi uccide un Franco, paghi seicento soldi all'erario regio, e soldi duecento di risarcimento. Chi uccide un uomo libero, paghi duecento soldi, ed un terzo di soprappiù al re. Chi ucciderà un lido[103], darà cento soldi ed un terzo di soprappiù al re[104]. Chi ucciderà uno schiavo, darà soldi cinquanta ed un terzo di soprappiù al re. Chi ucciderà un conte nel suo contado, o un messo regio nell'esercizio della sua legazione, pagherà un'ammenda triplice in correlazione con la condizion dell'ucciso. Chi ucciderà un vagabondo, pagherà al re soldi cinquanta. Se alcuno sostenga che un uomo libero è suo servo, quest'ultimo giuri, insiem con dodici suoi prossimani, sulle reliquie dei santi, ch'egli è libero, o altrimenti si assogetti alla servitù. Chi vuole emancipare un servo con la manumissione, il conduca alla chiesa, ed ivi gli conceda la libertà. Chi fu fatto libero con una scritta o in altro modo, ripari nei poderi del re, nè sia più servo di chi l'ha affrancato. L'uomo emancipato per una scritta è libero come qualunque altro Franco, e s'egli abbia bisogno di protezione, la dimandi a tutt'altro signore, che a quello da cui ebbe la libertà. Chiunque assale un Franco, senza ch'egli abbia fatto fallo, pagherà dodici soldi e tre all'erario regio. Chi avrà preso un Franco pe' capegli, pagherà dodici soldi e quattro all'erario regio; (i capelli biondi e ondeggianti sugli omeri al Franco eran l'insegna della libertà). Chi gli avrà fatto perder sangue senza colpa sua, darà dodici soldi e quattro all'erario. Chi manometta il patrimonio d'un Franco, pagherà sei soldi, e quattro all'erario. Ad un uom libero si daranno a risarcimento soldi otto e quattro all'erario; ad un lido, quattro soldi e altrettanti all'erario; ad un servo due soldi e quattro all'erario.» Poi viene a stabilire le diverse ammende o multe pe' rubamenti e altre per disobbedienza a certi ordini superiori, e termina col seguente statuto: «Se un Franco, ha due figliuoli maschi, e li lasci eredi delle sue foreste, delle sue terre, de' suoi schiavi e delle sue greggie, le figlie pure sieno eredi della madre.» Tale si è la regola della legge salica: la parte ha da essere uguale tra fratello e sorella; la figlia è chiamata a succeder nel feudo; tutti i figli d'un medesimo padre hanno egual diritto all'eredità sua, fosse pure d'una corona.

Quest'ultimo capitolare, quasi unicamente destinato alla legislazione dei Franchi, sembra opera d'un'assemblea, in cui i conti e i vescovi di questa nazione abbiano avuto maggior parte che altri. Carlomagno siede nel suo palazzo d'Aquisgrana, una delle città d'Austrasia, primo nido dei Carolingi: i Bavari e i Sassoni, domati dalla conquista, son due famiglie germaniche che a Carlomagno oramai appartengono per diritto d'alta signoria; ond'è che affievolito, l'imperatore, vuol farsi appoggio dei Franchi, de' suoi più valenti guerrieri, de' suoi leudi più fidi, quindi è largo con essi di concessioni; l'intento suo è di perpetuare la corona nella propria famiglia, d'assieparla di conti e di vescovi franchi, e pensa quindi ad ampliar la legge salica e la ripense, e a porvi alquanto più d'ordine e d'unità. Tale si è tutta la cura degli ultimi anni suoi. Ora si vuol ripigliar questo scorcio dell'imperial sua vita, e veder quale fu il suo lignaggio, e che fine avessero le sue testamentarie predisposizioni in quell'impero da lui con tante cure e fatiche fondato.

CAPITOLO IX. FAMIGLIA DI CARLOMAGNO E GLI ULTIMI TRE ANNI DELLA SUA VITA.

Mogli di Carlomagno. — Imeltruda. — Desiderata o Ermengarda. — Ildegarda. — Fastrada. — Luitgarda. — Figli. — Pipino soprannominato il Gobbo. — Congiura di lui contro il padre. — Carlo. — Pipino re d'Italia. — Lodovico re d'Aquitania. — Figlie. — Altre figliuole. — Emma e la leggenda di Eginardo. — Ultimi anni di Carlomagno. — Sua stanza in Aquisgrana. — Accordo con gli Schiavoni e i Danesi. — Testamento di Carlomagno. — Spartizion dell'impero. — Suoi patimenti. — Sua morte. — Considerasi il modo suo di governo. — Forza e debolezza dell'impero.

768 — 814.

I cronisti religiosi, custodi della castità del tetto domestico, acconciaron la vita di Carlomagno in modo da schierare per ordine di tempi le mogli che l'imperatore si tenne in casa dorante il lungo suo regno. Eglino non si attentaron di dire che questo principe di vigorosa natura e d'ardenti e robuste passioni, ebbe sei o sette mogli ad un tempo, alla maniera degli Austrasii, venuti dalle rive del Reno e dell'Elba; ma la storia, solenne e veridica, non ammette punto siffatte reticenze e distinzioni: no, Carlomagno non ebbe rispetto mai all'unità del matrimonio. La prima sposa sua, dai Benedettini vituperata col nome di concubina, chiamavasi Imeltruda o Imiltrude, d'ignota origine, che abitò i palazzi d'Aquisgrana e di Magonza, seguì Carlomagno nella prima sua spedizione, e gli porse un figlio di nome Pipino e di soprannome il Gobbo. Ella viveva tuttavia quando Carlomagno sposò Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio re dei Longobardi, la quale ei non tenne seco che un anno appena. Eginardo stesso non sa spiegar questo procedere del suo signore. Perchè ripudiare Ermengarda? Il monaco di San Gallo ne adduce a motivo: «ch'essa era incapace a procreare figliuoli.» Anche Adalardo, pronipote di Pipino ed un dei leudi della corte, insorge contro questo divorzio in certa sua lettera di singolar caldezza, nè sa comprendere qual cagione abbia potuto far cacciare una sposa sì bella e pudica. «Ildegarda, la terza moglie, usciva d'una illustre casa di Svevia, e moltissime sono le pie fondazioni che si riconoscono da questa nobile Alemanna, la quale, vissuta undici anni sposa castissima e in dolce unione col suo potente signore[106], morì, e Paolo diacono, a quei giorni vescovo di Metz, le scrisse l'epitafio.» Carlomagno condusse indi in moglie Fastrada, figliuola del conte Rodolfo, Franco di nazione, e fu colei che ebbe maggior impero d'ogni altra sull'animo del consorte; per lei furon composte le litanie nelle quali pregasi per l'imperatore e i sacratissimi suoi figli, Carlo, Pipino e Lodovico[107]. Di questo modo l'imperatore ebbe una moglie lombarda, una germanica ed una franca, quasi a conformarsi e corrispondere alle tre maggiori nazioni da lui governate. Finalmente, al fianco suo, nei palazzi d'Aquisgrana, di Liegi e di Francoforte, regnar fece Luitgarda, la quale morì poi nel monastero di San Martino di Tours[108]. Le quali spose vissero simultaneamente in nodo coniugale con Carlomagno, nè dice giusto chi le fa l'una all'altra succedere, chè l'imperatore, a par de' suoi conti e leudi, prendeva e lasciava una povera donna, come la sua pelle di lontra o il suo manto di porpora delle corti plenarie.

Dall'union sua con Imeltruda Carlomagno ebbe, com'è detto, Pipino il Gobbo, suo primo nato, che da fanciullo era bellissimo di volto, e avea bionda la capigliatura, e nobile e gentil guardo che bene additava l'origine sua, ma era mal fatto della persona e tutto rattratto. Intrepido com'era costui di natura e operosissimo, si diede ad audacissime imprese, e paventando di non avere la parte sua della paterna eredità, tramò una congiura contro il padre. Ritornando questi dalle sue guerre di Pannonia, era venuto per passar l'inverno in Baviera, quando seppe di questa cospirazione del figlio con alcuni grandi della sua corte, per usurpargli la corona e partecipar del retaggio; e avendo bisogno di far rispettare l'ancor contrastata podestà sua, sì da non poter lasciare impunito un tanto attentato. Pipino fu raso in una corte plenaria e costretto ad abbracciare lo stato monastico nel convento di Prumia, intantochè i suoi complici, condannati all'esilio, aveano abbacinati gli occhi nella forma che usavasi alla corte di Costantinopoli, poichè le costumanze di Bisanzio già si diffondevano per le corti d'Occidente, e ci aveano rivoluzioni di palazzo e crudeltà di eunuchi, nè il cavar gli occhi ad un leudo era punto negli usi dei Franchi.

Il gran lignaggio di Carlomagno non si attenne quindi più che a tre figli, i quali, tutti e tre da lui fatti compagni nell'opera sua, lo assecondarono nello svolgimento dei politici suoi pensamenti. Il maggiore fu quel Carlo o Carlotto di cui parlano le croniche e i romanzi cavallereschi, degno e forte appoggio di Carlomagno, benchè i baroni si studiassero di renderlo spregevole e odioso appunto perchè egli era il figliuolo ben amato del loro signore. Ebbe corta ma operosissima vita, e alcuni documenti il fanno figliuolo d'Ildegarda, mentre altri dicono che ei fu bastardo e parto di concubina. Egli era nato nell'anno 772, nè era giunto ancora all'anno suo dodicesimo, che già seguiva il padre nella guerra contro i Sassoni; il che era per quei giovani Franchi un dovere; dopo la prima educazione, la guerra, nè ci avea scusa d'età. Or questo giovinetto seppe farsi glorioso di buon'ora, poichè posto a capitano d'una schiera d'Austrasii, ch'ei guidava in persona, ruppe i Sassoni in battaglia, dopo di che egli sparisce per cinque anni dai campi militari, nè le croniche altro più parlan di lui, se non colà dove accennano che fu da suo padre mandato a reggere i popoli del Maine. A qual ragione gli fu confidato questo governo? Doveva egli re essere o duca? E in quei tempi di confusione che le dignità non aveano ancora lor grado distinto, duca o re non significava egualmente conduttore d'eserciti? «Spesso, dicono i Benedettini, le provincie e i ducati dipendenti dalla corona pigliano il nome di regni, e regno è usato altresì a significare un semplice ducato.» La podestà del duca era di que' giorni amplissima. «Noi ti confidiamo questo ducato affinchè tu mantenga la disciplina nel soldati e la sicurtà sulle frontiere.» Laonde, poco importa sapere se il figliuol beniamino di Carlomagno fu re o duca; basti ch'ei governò le provincie del miluogo, l'antica Neustria, siccome evidentemente si pare.

Poi ritorna in campo il giovine Carlo, al fianco sempre del padre nelle guerre contro gli Unni, in Baviera, in Sassonia, con questo accomunando i riposi delle corti plenarie e le fatiche del campo, sempre il più caro de' figliuoli suoi, e accompagnalo a Roma quand'ei va ad assumervi la corona imperiale; ivi dal pontefice è consacrato re, a quel modo che il padre suo è consacrato imperatore; e d'indi in poi il giovine piglia quel titolo, e gli scrivono: «All'illustrissimo, onorevolissimo e nobilissimo Carlo il giovane.» Alcuino, in una delle sue epistole, gli dice: «Ho udito che il papa, di consentimento di Carlomagno, vi ha confidato il titolo di re, ponendovi in fronte la corona, insegna di questa dignità, e io mi congratulo assai dell'onore che vi procaccia siffatto titolo non solo, ma e della podestà che l'accompagna.» Teodolfo, vescovo d'Orleans, anch'ei gl'indirizza versi di lode: in tutte le grandi spedizioni è parola del giovine Carlo: egli è deputato a venire incontro a papa Leone[109]; e Alcuino, il gran consigliere della famiglia carolina, di nuovo gli scrive: «Abbiate per fedeli e leudi vostri uomini saggi, accorti, pii, timorati di Dio, che si lascin governare dalla giustizia e dalla verità, non dalla cupidigia... Nè lasciate che la dignità vostra sia macchiata dalle inique azioni dei malvagi, che abusar vorrebbero del vostro nome.» I quali consigli danno necessariamente a supporre che al giovin Carlo fosse effettivamente commesso il governo d'uno Stato, e che il nome di re in lui non fosse altrimenti un semplice titolo d'onore. Carlotto muove da ultimo contro gli Slavi, e capitanando, sotto il supremo comando dell'imperatore, gli Austrasii, fa rizzar castelli e fortezze sull'Elba, nè mai depone l'armi se non alla morte sua che avvien tre anni prima di quella del padre.

Tale si fu la vita di Carlo, il primogenito dei figliuoli di Carlomagno, almeno per quanto ritrar si può dai diplomi e dalle croniche. Già dissi più sopra che le canzoni eroiche gli diedero altro destino. Innanzi tratto, secondo esse, Carlo, come parto ch'egli è della nobile Ildegarda, non è altrimenti figlio legittimo di Carlomagno, ma bastardo; il quale troppo soggetto è, troppo ubbidiente, da far che i trovieri, rappresentanti come sono del genio riottoso e contumace dei grandi vassalli di Francia, contro di non lui si sollevino; e però alcuni di loro lo fanno un dappoco, altri un traditore e un ribaldo, a cui il padre perdona ogni sorta di capricci e di gofferie. A udir costoro, egli oltraggia i più prodi fra i paladini, egli è in dispregio appo tutti nelle corti plenarie, egli è come un altro Ganalone di Maganza infido al pari di lui, se non che meno scaltro, e per giunta un accattabrighe, a segno che egli punge Rinaldo di Montalbano, chiamandolo figlio di putta, onde questi gli fracassa il cranio con un colpo di scacchiere.

Pipino, il secondogenito dei figliuoli dell'imperatore, nasceva cinque anni dopo Carlo, e al dir della cronica, da una madre medesima, Ildegarda, e la vita sua fu operosa al par di quella del fratello. Tutti i figli del grande imperatore avean titolo di nobilissimo, e il meritavano per le gloriose opere loro. Pipino incomincia la vita sua militare più giovinetto ancora di Carlo, e già re d'Italia a quattr'anni d'età, ei muove agli undici contro gli Avari, accompagnato dal conte Berlinghieri o Berengario, datogli a guida dal padre suo; d'onde si vede come questi giovani di razza germanica esser dovean forti per tempo. Tre anni dopo Pipino trovasi nel ducato di Benevento, e di colà il padre suo gli commette le spedizioni in Pannonia, sulla Drava e sul Danubio, fortunatissimo in tutte; e già vedemmo dalle croniche celebrato il ricco bottino da lui preso agli Unni e recato alla corte plenaria di Aquisgrana. Giunto all'età di ventun anno, il vediam governare il regno d'Italia; se non che il padre, poco di lui soddisfatto, e temendo per avventura di non lasciare ai figli suoi troppo libero il freno, gli dà una guida in Adalardo, abbate di Corbeia; e l'animoso principe, degno di sì gran genitore, si travaglia in continue guerre di terra e di mare; caccia in persona i Saracini dall'isola di Corsica, e batte i Veneziani per modo che quei mercatanti repubblicani sono costretti riparare in Rialto, l'isola ridente e incantata cui l'Adriatico bagna co' flutti suoi, finchè la morte viene a rapirlo in età di soli trentaquattr'anni.

Altro figliuolo adunque non rimane a Carlomagno, che Lodovico il re d'Aquitania, il principe meridionale, la cui vita militare comincia al vestir la toga virile. Infatti noi vediamo quest'ultimo de' suoi figli far solennemente nell'anno 791, tredicesimo dell'età sua, il primo suo militar tirocinio nella guerra al Danubio sotto il comando del re suo padre, poi volar di colà in Aquitania, farvi leva d'un esercito, e condurlo in Italia ad aiuto di suo fratello Pipino. Ecco dunque tre figli che tutti e tre, fanciulli ancora, si cacciano in mezzo alle battaglie, siccome richiede il dover loro, chè a voler comandare ai Franchi è d'uopo sprezzare ogni sorta di pericoli. Ben vede Carlomagno che eglino esser deggiono i suoi luogotenenti naturali, i partecipi del pensier suo, ma pur li fa sopravvedere, ed ombroso dell'indipendenza loro, gli affida a tutori, li fa seguir passo per passo dai conti franchi, gl'indirizza con lettere continue, nè li lascia far cosa di rilievo senza consiglio o comando suo. In certi casi anche disapprova il fatto da loro, e ad essi scrive in termini duri e imperativi. Lodovico, esempigrazia, ha nominato un conte che non gli garba, ed ei lo cassa. Pipino non si conduce a senno suo, e gli pone addosso un tutore; un'altra volta, scontento del modo in cui Lodovico amministra le finanze del regno d'Aquitania, vi manda suoi commessarii a ricoverare i beni del fisco. Un diploma del 795 ci porge un altro esempio dell'autorità che Carlomagno esercitava negli Stati de' suoi figliuoli; da quello apparendo che un Franco, a cui Lodovico re d'Aquitania avea donato certa terra da coltivare nel proprio reame, fu obbligato di ottener la confermazione del dono da Carlomagno stesso, che gliela concesse ad istanza del re suo figliuolo. Ed in ogni cosa si vede questa soprantendenza dell'imperatore sul governo de' suoi, chè tutte le menti supreme son così fatte, concetto ch'esse abbiano qualche gran disegno, raro accolgono i consigli, nè mai le opposizioni degli altri, e se taluno esce dal cerchio delle idee da loro segnato, lo sterminano; se alcuna volontà si attraversa alla loro, la scrollano. Ogni grande intelletto altro non vuol che strumenti, nè sostiene uguali e molto men superiori.

Le figlie dell'imperatore furono in maggior numero che i figli maschi. Abitavan elle ne' suoi palazzi, sotto gli occhi suoi, e sempre ei si mostrò tenerissimo verso di queste fanciulle, alle quali le croniche danno i seguenti nomi: Rotrude, che fu per pochi dì fidanzata all'imperatore Costantino Porfirogenito, e poi maritata a Roricone, conte del Maine; Berta[110], la seconda, che fu sposa ad Angilberto; dopo di queste si trovano nelle carte i nomi di Teodala e d'Eltruda, figlie pur esse di Carlomagno, e abbadessa l'una d'Argenteuil, l'altra di Marmoutier[111]. Ma la più famosa tra queste figliuole, colei che lasciò lunghe tracce nelle memorie dei leggendari, si fu Imma o Emma, che dalla tradizione si dà per amante e consorte a Eginardo, lo storico, il cancelliere di Carlomagno, che diligentissimo raccolse ogni minimo fatto del suo signore. Il racconto di questa patetica leggenda trovasi appunto nella cronica del monastero di Lauresheim, pia fondazione di Eginardo, posta nella diocesi di Vormazia, in mezzo alle dilettose e amene montagne d'Eidelberga, dove religiosamente serbavasi quanto render potea cara al popolo la memoria del suo fondatore.

Ecco ora la tenera storia della leggenda di Emma[112] e d'Eginardo, tal quale dalla cronica è riferita: «Eginardo, arcicappellano e segretario di Carlo imperatore, siccome colui che onoratissimamente esercitava l'ufizio suo in corte, era da tutti ben voluto, ma sopra tutto dalla figliuola dell'imperatore medesimo, di nome Emma, e già fidanzata al re dei Greci, che lo amava di ardentissimo amore; il quale in brevissimo tempo era venuto in amendue a dismisura crescendo, ma temendo l'ira del re, non s'attentavano di pur mirarsi in viso. Se non che Amore, sagacissimo, di tutto trionfa; e quell'orrevolissimo uomo, acceso di tanto fuoco senza ristoro, non osando indirizzarsi per messaggeri alla donzella, fattosi animo, tutt'a un tratto recossi, nel bel mezzo della notte, nascostamente alle sue stanze, dove picchiato pian piano, e come avesse ordine di parlarle da parte del re, ottenne licenza di entrare. Trovatosi indi solo con lei, seppe tanto piacerle coi segreti suoi ragionari, che dopo vari vicendevoli abbracciamenti, gli fu dato cogliere il tanto desiderato frutto dell'amor suo[113]. Ma ecco che volendo, all'appressar del giorno, tornarsene fra le ultime ombre della notte, s'avvede esser d'improvviso caduto un gran nevazio, onde non s'attenta d'uscire per tema che l'orme del piede non palesino il suo segreto. Amendue dunque si rimangon chiusi, tutti angosciati pensando a quanto avean fatto; quando nel consigliarsi tra il turbamento loro, intorno a ciò che far doveano, la vezzosa donzella, fatta coraggiosa dall'amore, pose innanzi un suo partito, e disse: che curvandosi ella il terrebbe in ispalla, il porterebbe innanzi giorno fin presso alla sua dimora, e ritornerebbe poi, ricalcando diligentissimamente le stesse orme; alle proprie stanze. Ora avvenne, per voler divino, siccome pare, che l'imperatore, avendo passato in veglia quella notte, levatosi prima del giorno, si ponesse a guardar dalle finestre del suo palazzo, e vedesse la figlia sua camminar lentamente e con passo malfermo sotto il suo carico, e poi depostolo, ripigliar frettolosa l'orme sue. Ma dopo di averli amendue tenuti d'occhio per un pezzo, côlto in uno d'ammirazione e di dolore, e stimando che ciò non fosse accaduto senza disposizione del cielo, raffrenossi, e tacque intorno a quanto aveva veduto. Eginardo intanto, straziato dal suo fallo, e ben sapendo che in un modo o nell'altro la cosa verrebbe all'orecchio del re suo signore, prese, dopo molto dubitare, un partito, ed andò all'imperatore, pregandolo in ginocchio, di affidargli una legazione, sotto pretesto che i grandi e moltiplici servigi suoi non erano stati ancora convenevolmente ricompensati[114]. Alle quali parole il re, senza dare indizio di saper quanto sapeva, si tacque alcun poco; poi assicurando Eginardo che avrebbe dato in breve risposta alla sua dimanda, gli assegnò un giorno per venire a riceverla. Dopo di che convocò tosto i suoi consiglieri, i baroni del regno e gli altri della sua corte, e ragunato che fu questo splendido consesso, cominciò dicendo che la maestà imperiale era stata sfacciatamente oltraggiata dall'amor di sua figlia pel proprio suo segretario, onde era grandemente offeso e turbato. Gli astanti a questo dire rimasero stupefatti, e alcuni di loro, mostrando di pur dubitarne, tanto la cosa era temeraria ed inaudita, il re la fece loro toccar con mano, raccontando quel che veduto aveva con gli occhi suoi propri, e si fece a dimandar loro consiglio in proposito. Diverse furon quindi le sentenze contro l'audace autore del fatto; chi voleva ch'ei fosse sottoposto a un castigo senza esempio; chi esiliato, e chi punito con altre pene, parlando ciascuno a seconda della passione che il movea. Certi altri tuttavia, tanto clementi più quanto più savi, dopo essersi stretti a consiglio tra loro, supplicarono istantemente il re d'esaminare da sè questa faccenda, e giudicar secondo la prudenza che avea ricevuto da Dio.

«Visto ch'ebbe il re l'amore che ognun gli portava, e scelto fra i vari pareri quello a cui voleva attenersi, fecesi a parlar loro di questo modo: — Voi sapete gli uomini andar soggetti a vari casi, e accader cose spesso che cominciano male e finiscono in bene. Non ci disperiamo adunque, ma in questo fatto che per la novità e gravità sua ha sorpassato la prudenza nostra, cerchiamo anzi piamente e rispettiamo i fini della Providenza che mai non s'inganna, e sa convertire il male in bene. Io non assoggetterò dunque per questa condannabile azione il mio segretario ad un castigo, il quale non farebbe se non accrescere il disonore di mia figlia anzichè cancellarlo; meglio stimando e più dicevole alla dignità del nostro impero il perdonare alla gioventù loro, e congiungerli in legittimo matrimonio, dando così all'impudica colpa loro una veste d'onestà. — Alle quali parole del re tutti assai si rallegrarono, altamente lodando la magnanimità e la clemenza sua. Fu quindi introdotto Eginardo, e il re, salutandolo, gli disse con piglio benigno: — Voi ci avete mosso lagnanza perchè la regia nostra munificenza non abbia per anco degnamente rimunerato i vostri servigi: ma, per dir vero, ne dovete dar colpa alla negligenza vostra, perchè quantunque avvolto in tante brighe, delle quali io solo porto il peso, se avessi saputa cosa che vi piacesse, avrei conceduto con essa il premio dovuto al vostro servire. Ma per non trattenervi più in parole, farò sul fatto cessare ogni vostra lagnanza con un magnifico dono, e volendo avervi sempre fedele a me, come per lo passato, vi concedo in isposa la figlia mia[115], la vostra portatrice, colei che, succignendo le vesti, si mostrò sì mansueta a portarvi. — Poi tosto, per comando del re, fu fatta entrare in mezzo a numeroso corteo la figlia sua, coperto il volto di bel rossore, e il padre mise la sua mano in quella di Eginardo con una ricca dote in terre, oro ed argento a dovizia, e altre robe preziose. Morto poi il padre, anche Lodovico, piissimo imperatore, fece dono a Eginardo della signoria di Michlenstad, e dell'altra di Mulenheim, che ora si chiama Seligenstad[116]

La storia d'Emma e d'Eginardo è fors'ella pure una di quelle cotali leggende cavalleresche, di quelle tradizioni dei paesi in riva al Reno, che sì piacevolmente dilettano l'imaginazione del viaggiatore mentre scorre la Turingia e la Svevia, framezzo alle ruine di quegli alpestri castelli, o lunghesso le acque del fiume che attraversano le antiche città di Strasburgo, Magonza e Colonia? I critici di maggior senno, combattono l'autenticità di questa leggenda; prima di tutti, essi dicono, non trovarsi punto questo nome d'Imma o d'Emma nella lunga lista delle figlie di Carlomagno, tutte nominate nei diplomi e nelle croniche; ma e queste croniche stesse non dicon pure che: «L'imperatore ebbe ancora molti figliuoli naturali ch'esse non nominano?» Poi gli stessi critici aggiungono, che Eginardo medesimo non fa pur parola ne' suoi annali della tenera avventura sua; ma quand'egli scrisse gli annali, era uomo di tutta santità e la memoria dell'amor suo per una donna conturbava l'anima dell'uomo divenuto austero e religioso, del fondatore d'una badia[117]. Del resto i palazzi di Carlomagno erano popolati de' figli suoi, e il superbo imperatore mitissimo era con essi, e quegli occhi suoi, sì spesso sfolgoranti di sdegno e di furore, tosto si rabbonacciavano alla vista loro, e sappiamo che le figlie sue, libere troppo e scostumate, gli empievan la reggia di scandali, tanto che dopo la morte di lui, il medesimo Lodovico, suo figlio, non può fare di non dolersi del vivere licenzioso delle proprie sorelle; altro punto questo di rassomiglianza tra Carlomagno ed Augusto, e con l'antica famiglia dei Cesari di Roma. La tenerezza dell'imperatore germanico per le sue figlie passò il segno, e le croniche toccano di triste e incestuose loro passioni, che travagliaron la vita del comune padre e signore.

L'imperatore, attempatosi, elesse per sua stabil dimora il palazzo d'Aquisgrana, laddove quand'egli era giovine, e sentiva bollirsi il sangue nelle vene, non avea residenza ferma, e mostravasi in ogni luogo, sul Reno, sul Meno, in Baviera, in Ischiavonia, o ben anche sull'Ebro; indole impaziente in un corpo vigoroso ed attivo egli godea d'abitare i monti e le rive dei fiumi; ma di mano in mano ch'egli s'inoltra negli anni quella vigoría e quell'attività lo abbandonano, e allora il luogo del suo soggiorno è Aquisgrana; chè assalito com'è da frequenti spasmi reumatici, contratti nei tempi delle sue regie cacce framezzo ai boschi, e logorato dagli esercizi d'ogni sorta cui si diede senza riguardo in tempo di sua gioventù, or ch'egli è vecchio ne patisce, e ha bisogno di bagni caldi e dell'acque minerali che scaturiscono ad Aquisgrana, dove fatta costrurre un'ampia vasca di marmo, si tuffava tutto in quell'onda gorgogliante, per fortificare le debili sue membra, e nuotando in quei bagni come un figlio del Reno e dell'Elba, vi rimanea gl'interi giorni a tentar di rinvigorire il corpo già fiacco e indolenzito, accorgendosi oramai che la vecchiaia lo stringe, e ch'egli non è più il medesimo uomo.

Poi, ordinato ch'egli ha il suo vasto impero, Carlomagno attende più specialmente ad apparecchiarsi il cammin della morte, ai doveri suoi religiosi; moltiplica le carte di donazione ai monasteri e alle chiese; edifica, innalza, costruisce, e tutto intento a cercar modi con che perpetuare l'opera sua, trovasi in procinto già di lasciare un immenso retaggio. Ma l'impero potrà egli durare ancora? Molti pericoli tuttavia gli sovrastanno; i popoli del Nord, per poco rintuzzati, non sono altrimenti sottomessi; gli Scandinavi serbano pur sempre la loro fierezza e il desiderio di vendicarsi; i Sassoni fremono sotto il giogo, onde, in cospetto della tomba, una viva inquietudine s'impadronisce di Carlomagno, che ha misurato il pericolo e avuto bisogno di ferrea mano ad arrestare il sollevamento dei Barbari contro il grande impero da lui fondato. Ivi è l'immensa, l'inevitabil causa di sua dissoluzione; ei ben se 'l vede, e vuole impedirla, onde s'accinge a nuove guerre, e disciplina i Sassoni, e promulga capitolari; i Danesi minacciano le sue frontiere, e l'imperatore, che non si sente più forza per combattere, vuole che i suoi conti e leudi trattin d'accordo con loro; vuole e desidera una pace, una tregua, una determinazion di confini: la Baviera, la Sassonia, la Frisia fanno parte dell'impero suo, e i Danesi rimangono nella penisola della Giutlandia; vorrebbe ivi rattenerli, ma il potrà egli?

No; la vasta centrificazione da lui fondata dee cessare con lui; egli ha rispinto le nazioni scandinave fin entro al Baltico, rincacciati gli Unni fino al di là del Danubio, ma quei popoli bellicosi si vendicheranno sui figli suoi. Un trattato con gli Schiavoni è l'ultimo atto diplomatico della sua vita, tutto vien fatto oramai da' suoi messi, chè giunto è il momento in cui il pensier della morte occupa il grande imperatore più che le vane cose del mondo, e sceglie il luogo dell'eterna sua dimora, la sua casa funerale, sotto la cupola della cappella da lui edificata in Aquisgrana, cui tanto gli piacque ornar dei marmi ravignani, e d'arche d'oro, e di pietre preziose. Il suo monumento, costrutto di larghe pietre, sarà di otto piedi, ed ivi, coricato ed avvolto nelle imperiali sue vesti, fermo e con le mani giunte in atto d'orazione, aspetterà la grande sveglia del giudizio finale. Alcun tempo prima della sua morte ei detta il suo testamento, poi lo ritocca e rivede, chè quando s'è a stento costruita qualche grand'opera, si vuol pur tramandarla per ultima disposizione, con quelle condizioni che a noi sopravviver la facciano.

Strana cosa! Quell'imperatore, che ha consumato la vita a costituir l'unità, si lascia prendere in morte dal pensiero di romperla in pezzi! Le consuetudini delle merovingiche spartigioni durano tuttavia, e il concetto della centrificazione dileguasi e sparisce dalla mente di Carlomagno, poichè il suo testamento altro in fine non è che un ampio ripartimento, non solo degli Stati della monarchia, ma sì ancora delle masserizie e ricchezze sue, ch'ei va distribuendo fra i poveri e le chiese. Anche quest'ultimo atto della sua vita ci fu trasmesso da Eginardo, cancelliere di lui. «Tre anni prima della sua morte (così quest'ultimo) egli dispose la divisione de' suoi tesori, del suo argento, della sua guardaroba e d'ogni altra sua suppellettile in presenza dei famigliari e ministri suoi, e questo volle affinchè dopo la morte sua la spartigion di tutte le robe da lui fatta e da essi approvata fosse appieno eseguita. Poi consegnò le ultime sue volontà intorno alle cose che di questo modo intendea fossero distribuite, in uno scritto sommario, del quale ecco lo spirito e il testo letterale: — In nome di Dio onnipotente, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Qui principia la descrizione e distribuzione ordinata dal gloriosissimo e piissimo signore, Carlo imperatore augusto, dei tesori e dell'argento trovati in questo medesimo giorno nelle sue stanze l'anno ottocento undecimo dell'incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, quarantesimoterzo del regno di questo principe sulla Francia, trentesimosesto del suo regno sull'Italia, e undecimo dell'impero, indizione quarta. Seguono esse qui sotto, quali, dopo maturo consiglio, egli le deliberò e fece con approvazione del Signore. E prima di tutto e principalmente ei volle provedere, affinchè la distribuzione delle elemosine, che i Cristiani usan di fare solennemente di parte dei loro beni, sia per lui e del danaro suo, fatta con ordine e giustizia; poi, affinchè gli eredi suoi conoscer possano chiaramente e senz'alcuna ambiguità quanto a ciascun d'essi appartener dee, e mettersi in possesso delle singole loro porzioni, senza contese nè liti. Al quale intendimento e fine egli ha in prima diviso in tre parti tutti i mobili e le robe, come oro, argento, pietre preziose e ornamenti reali, che, come detto è, si troveranno questo giorno nelle sue stanze, poi suddividendo ancor queste parti, ne ha distribuito due in ventuna porzione, onde ciascuna delle ventuna città, riconosciute nel suo regno per altrettante metropoli[118] riceva, a titolo d'elemosina, per le mani de' suoi eredi ed amici, una di queste porzioni. L'arcivescovo che reggerà in quel tempo questa o quella metropolitana, dovrà, com'abbia avuto la porzione appartenente alla sua chiesa, partirla co' suoi suffraganei per modo che il terzo resti a quella, e gli altri due terzi dividansi tra i suffraganei stessi. Ognuna di queste porzioni formate con le due prime parti, e in numero di ventuna, pari a quello delle città riconosciute per metropoli, è separata dall'altre e rinchiusa appartatamente in un armadio col nome della città a cui dee esser data. I nomi delle metropoli, a cui debbono farsi queste limosine o largizioni, sono: Roma, Ravenna, Milano, Frejus, Gratz, Colonia, Magonza, Giovavo (oggi Salisburgo), Treveri, Sens, Besanzone, Lione, Rouen, Reims, Arli, Vienna, Moustier in Tarantasia, Embrun, Bordò, Tours e Bourges. Quanto alla parte ch'egli ha decretato conservarsi intiera, è intenzion sua, che a differenza delle altre suddivise, come fu detto, in porzioni, e chiuse sotto il suo sigillo, ella serva ai bisogni cotidiani, e resti come cosa non obbligata da voto alcuno in man del proprietario, e ciò per fin che duri la vita di questo, ed in quanto egli giudichi necessario l'uso di essa per sè; dopo la sua morte poi, o nel caso di sua volontaria rinunzia ai beni del secolo, questa parte sarà divisa in quattro porzioni: la prima da aggiungersi alle ventuna di cui più sopra è detto; la seconda da appartenere ai figli e alle figliuole del testatore, o ai figli e figliuole de' suoi figli, dividendola fra essi secondo ragione ed equità; la terza da distribuirsi ai poveri secondo l'uso dei Cristiani; e la quarta da ripartirsi nello stesso modo, ed a titolo di elemosina, tra i servitori e le serve del palazzo, ad assicurare il sostentamento loro. Alla terza parte intiera del totale, che a par delle due altre, consiste in oro e in argento, si aggiungeranno tutte le masserizie di rame, di ferro e d'altri metalli, i vasi, gli arnesi, le armi, le vesti, i mobili tutti di molto e di poco prezzo, acconci a diversi usi, come sono tende, coperte, tappeti, panni grossi, cuoja, selle e tutto ciò che nel dì della morte del testatore sarà trovato nelle sue stanze e nella sua guardaroba; e ciò a fine che le suddivisioni di questa parte sieno più grosse, e un maggior numero di persone participar possano delle limosine. Quanto alla sua cappella, vale a dire a tutto ciò che serve alle cerimonie, ecclesiastiche egli ha ordinato, che così quel ch'egli medesimo ha fatto fare o acquistato, come quello che gli è venuto in eredità dal padre, resti intatto, nè sia soggetto a divisione. Che se tuttavia ci fossero vasi, libri od altri ornamenti che certo sia non essere stati da lui donati alla detta cappella, chi li volesse potrà comperarli e serbarli per sè, pagandone il prezzo al giusto valore. Lo stesso sia dei libri in buon numero da lui raccolti nella sua biblioteca; chi li volesse potrà comperarli a giusto prezzo, e il ritratto ne verrà distribuito ai poveri. Fra i suoi tesori e il suo argento ci son tre tavole di quest'ultimo metallo, ed una d'oro assai grande e d'un peso ragguardevole. Quella fra le prime, di forma quadrata, con su disegnata la città di Costantinopoli, sia recata, così ordinando il testatore, alla basilica del beato apostolo Pietro in Roma, insieme con gli altri doni che le sono assegnati; l'altra, di forma rotonda, col disegno della città di Roma, sarà consegnata al vescovo della chiesa di Ravenna; la terza, superiore d'assai alle altre per la finezza del lavoro, e per la gravità del peso, cinta di tre cerchi, in cui è figurato in picciolo e con diligenza l'universo, verrà, insieme con la tavola d'oro, che fu notata per la quarta, messa in cumulo con la terza parte da dividere fra' suoi eredi e in limosine. Quest'atto e queste disposizioni furono dall'imperatore fatte e ordinate in presenza di quanti vescovi, abbati e conti raccoglier potè in tal giorno d'intorno a sè, e ne seguono i nomi: Ildebaldo, Ricolfo, Arno, Volfero, Bernoino, Landrado, Giovanni, Teodolfo, Jesse, Azzone e Valgando vescovi; Fregiso, Aldoino, Angilberto ed Irminio, abbati; Vala, Meginario, Ottolfo, Stefano, Unroco, Burcardo, Meginardo, Attone, Ricvino, Eddone, Ercangario, Geroldo, Bera, Ildigerno e Rocolfo, conti[119]

Questo testamento, di forma tutta romana, posa intieramente sul concetto, quanto più dir si possa assoluto, del ripartimento, nè tien punto della politica unità di cui Carlomagno improntar voleva l'opera sua; singolar contraddizione! passar l'intera vita a porre ad effetto il divisamento d'un grande impero, ed al momento della morte, scioglierlo e annichilarlo con quello dello sminuzzamento! Ma omai la morte avanzavasi a gran passi, e con essa la vecchiezza e la infermità. Ei non vuole che il titolo d'imperatore perisca, e però chiamar fa in Aquisgrana suo figlio Lodovico, re d'Aquitania, il solo che gli rimanesse degli avuti da Ildegarda, la più amata delle sue donne, ed ivi raccolti in corte plenaria tutti i conti franchi, i vescovi, i leudi, i cherici, e ogn'altro che dar potea consistenza e pompa a una grande solennità, si assume, col comun consentimento, a compagno, nel titolo d'imperatore il detto Lodovico, e fattolo come tal riconoscere e gridare, gli mette con le fiacche sue mani, la corona in fronte e dice: Ecco, d'ora innanzi, l'imperatore e l'Augusto. «Poi, rimandato il figlio in Aquitania, segue a raccontare Eginardo, il re, secondo il suo costume, se ne va, quantunque spossato dalla vecchiezza, a cacciare nei dintorni della sua residenza d'Aquisgrana, dove ritorna in novembre a passar l'inverno, dopo aver consumato lo scorcio dell'autunno in quell'esercizio. Nel mese di gennaio fu indi preso da violenta febbre, e si pose a letto, astenendosi da ogni cibo, persuaso che la dieta avrebbe vinta o almen mitigata la malattia; ma alla febbre si aggiunse quella doglia di costa, detta grecamente pleuritide, e il re continuando pur sempre a non prender cibo, nè con altro oramai più sostentandosi che con qualche sorso d'una pozione, passò di vita dopo ricevuto il viatico, nel settimo giorno della sua malattia, il dì 28 gennaio, nell'ora terza, e nell'anno settantaduesimo della sua vita, e quarantasettesimo del suo regno.»

Di questo modo cessò Carlo imperatore, e quasi ad una con lui, l'opera sua, con tanta fatica compiuta. Siccome poi a tutte le morti d'un grande le cronache assegnar vogliono vari prodigi che annunziaron l'ultimo termine di quella vita potente, così in sul dileguarsi di Carlomagno v'ebbero frequenti eclissi di sole e di luna, e videsi per sette giorni una macchia nera nel sole; e un portico che abbracciava il palazzo, rovinò tutto ad un tratto, e il ponte di Magonza fu arso in tre ore. Un giorno ancora, l'imperatore vide una grande striscia di fuoco, che fendendo le nubi, correva dall'Occidente all'Oriente, e il cavallo suo cadde in aperta campagna, gittandolo a terra con grande scossa, sì che la fibbia d'oro che tenea la sella si ruppe, e così la cintura della spada, e il suo giavellotto fu trovato ben dieci piedi entro terra. Ad Aquisgrana si sentirono parecchie scosse di tremuoto, e la palla dorata che ornava la cupola della cappella, fu colpita dal fulmine, e nella iscrizione a caratteri rossi, fatta por dall'imperatore nell'edificar la basilica, e che dicea: «Carlo principe, nell'anno che egli morì;» la parola principe erasi per modo scancellata che non poteasi più leggere. A Roma medesimamente la morte di Cesare fu annunziata da una cometa e da altri sinistri presagi. Ai quali segni, avendoli per altrettanti avvisi del cielo, Carlomagno tutto s'immerse nel pensier della morte, e poi ch'ebbe ricevuti i sacramenti, si stese sulla cenere, e morì in penitenza come già Davide e Salomone. Passato ch'ei fu, la campana della chiesa d'Aquisgrana diede il segno dell'esequie sue solenni, e fu sepolto nel monumento da esso fattosi rizzar sotto gli occhi suoi, e accostumatosi da lungo tempo al pensier della morte, corcavasi tranquillamente nell'ultima sua dimora.

Eterna rimase indi fra i popoli la memoria di Carlomagno, nè sol come signor supremo e imperatore, ma sì ancor come santo, e i breviarii della Chiesa germanica, conservano ancora certe orazioni a san Carlomagno; tale si è l'effetto dell'ammirazione e della gratitudine dei popoli, nè il progresso dei tempi altro fa se non mutarne le forme. Al medio evo, quando un uomo avea sfolgorato in mezzo a ogni maniera di gloria, era fatto santo, e la Chiesa il collocava nel suo panteone, nè certo alcuno meritava più quest'onore del principe che fondò la potenza e la costituzione germanica. Vero è però, che in quest'entusiasmo per un'umana creatura, la Chiesa non perdea mai d'occhio lo scopo morale, però ch'ella compier ben sapeva ogni mandato suo. Carlomagno non aveva in vita osservato mai troppa castità nei domestici suoi costumi; egli, all'usanza di tutti i Germani, avea prese e lasciate le mogli a suo libito, e parecchie concubine aveano accomunato il letto con lui; or la Chiesa gli perdonerebbe ella queste scostumatezze? E non ci sarebbe anche qui qualche leggenda composta a far trionfare l'unità del matrimonio? e l'uomo carnale, perchè grande e potente, avrebbe libero l'adulterio e il concubinato? Mainò; la Chiesa aveva anche in ciò le sue giustizie, nè la perdonava a niuno, per grande e forte ch'ei fosse, e a quel modo che quando Carlo Martello spogliò i pacifici coloni ed i cherici dei beni loro per distribuirli a' suoi guerrieri, si ebbe una spaventosa leggenda che lo infamò, e inseguì la violenza fin dentro al sepolcro, così, col medesimo rigore frecciossi il concubinato nell'alto personaggio di Carlomagno stesso, e un santo monaco, di nome Vettino, ebbe una visione alcuni anni dopo la morte di lui, nella quale gli comparve il signor dei Franchi in mezzo alle ardenti fiamme del purgatorio, e questo per aver carnalmente peccato con più mogli ad un tempo e concubine. Ben poteva la Chiesa innalzar Carlomagno, ma non volea nel medesimo tempo che quest'esempio dell'uom prepotente, che sprezzava le leggi della morale, avesse pur troppo ad operar sui costumi della intera società cristiana.

Curiosissimo e rarissimo è nella storia il caso di quest'impero carolino, smisurata fondazione, preparata innanzi con tante cure e fatiche, che cade e si scioglie quasi subito dopo la morte del fondatore. Nulla predisposto avea quest'ampio concetto, e nulla ne rimase poi che la robusta mano di colui che il teneva, si trovò inaridita nel sepolcro. Carlomagno passa per mezzo alle generazioni, senza lasciare altre orme che una lunga striscia di gloria, e un'incancellabile ricordanza; nè gli elementi della società di que' tempi, e lo sminuzzamento feudale che a gran passi avanzavasi, consentivano punto una podestà centrale e suprema. Carlomagno avea fatto violenza alla natura stessa delle consuetudini di tanti e sì diversi popoli, da lui a viva forza, raccolti sotto lo scettro suo; egli voleva l'unità; e tutto intorno a lui inchinava alla divisione; egli avea innalzato un gran monumento sì, ma caduche ne erano le fondamenta.

Piacemi di ripeter questa grande verità storica: spesso nella vita della società appare un uomo di mente suprema, ed egli può far trionfare un'idea grande, gigantesca, far forza a tutti gl'interessi, a tutte le consuetudini; egli ha una meta, e cammina diritto ver quella; fin ch'ei vive, e regna, e ha la forza in mano, la società si curva, e può patire e immolarsi, per così dire, a questo grande idolo; ma non sì tosto questo forzato culto svanisce, e l'uomo che ha concetto il gran pensiero è sotterra, ella ritorna, per moto naturale, alle sue consuetudini, e ogni popolo ripiglia le sue leggi ed i suoi costumi[120]. Così avvenne dell'impero di Carlomagno, egli accozzò e raccolse insieme mille diversi popoli, e li tenne fermamente sotto il suo freno, tanto ch'ei consumò tutta la vita a reprimer continuamente nazioni che si agitavano, e quasi gli fuggivan di mano. In somma, l'opera da lui creata era tutta personale: le forme dell'impero di Costantinopoli, e l'ordinamento centrale d'un impero d'Occidente erano cose estranee agli usi germanici, ed appo i Franchi, tante eran le leggi, e tanti i capi, quanti i popoli. Dove anche Lodovico Pio fosse stato un uomo di mente altissima, sarebbesi egualmente formata contro di lui una reazione di sminuzzamento e dispergimento, se mi si passi questo modo di dire. Il fascio di tante e sì diverse nazioni era mal costrutto, nè i capitolari erano un legame bastante. Quei principii di unità e di centralità ceder doveano innanzi ad ogni contratta consuetudine, chè non si pestan mica i popoli così a profitto d'un'idea; cessa colui che l'ha concetta, e l'uso rimane, tanto egli è potente!

La creazione d'un impero d'Occidente, concetto d'un uomo di mente altissima, non istette perchè mancavano gli elementi primi. Le memorie di Roma non erano forti sì da contrastar contro gli usi locali e l'amministrazione, tutta a ritaglio, delle nazioni germaniche; l'istituzione ambulatoria dei messi regii mirava bensì a introdurre la centrificazione del governo, ma ella non durò che brevissimo tempo. I capitolari stessi, leggi generali com'erano, si trovaron costretti a riconoscere il principio della personalità delle consuetudini, e la rispettarono, contenti a poche addizioni; nè i messi dovean cozzar cogli usi antichi de' luoghi, i quali usi moltiplici erano e per ogni dove, come nella civiltà primitiva; in una parte la comune dei Galli, in un'altra il municipio romano, e dove un monastero co' suoi diritti regolati da un diploma, e dove un altro dipendente dalla giurisdizione del vescovo. Il gran fine della centrificazione, quello è di tutto piegare e ridurre a un'idea ferma, ed ecco che proprio in questa società s'incontrano mille intoppi, sì che Carlomagno è obbligato ben anco di ammetter le leggi dei Sassoni, dei Franchi, dei Romani, dei Longobardi. Or come fondar così un governo che procede da un'idea comune? Allato dunque dell'unità ci ha un dissolvente; un impero alla foggia romana in mezzo alle popolazioni germaniche non era altrimenti possibile, perchè come porre ad esecuzione questo gran concetto che avea per fine il governo del mondo, per mezzo dei Barbari che tagliavano ogni dì questo nodo dell'impero col fendente della loro spada? Unire era la massima de' Romani, disciogliere era il costume dei Franchi, e niuno cambiar può le inclinazioni dei popoli. E lo stesso potentissimo imperatore può egli levarsi d'intorno interamente la scorza germanica? Egli non trovasi ad agio suo se non nella vita errante, l'impero, in sulle prime, altro non è per lui che un gran cumulo di conquiste; e il rimanente vien come frutto dell'avere studiato del mondo romano; l'amor suo per le grandi cose gli fa nascere il desiderio d'applicare, a quella barbara società, le massime dell'impero de' Cesari; l'amistà sua coi papi gliene porge i modi, e il capo degli Austrasii è salutato col nome d'imperatore e d'Augusto. Ma questo titolo in lui non si assume, nè da lui si trasmette se non nominativamente, però che Lodovico Pio vede in breve sfuggirgli di mano lo scettro pesante troppo che Carlomagno gli avea confidato nella dieta d'Aquisgrana.

CAPITOLO X. LA CITTÀ E IL DIRITTO PRIVATO CARLINGO.

La città romana, la gallica, la franca, la germanica, la longobarda, la gotica. — Il vescovo. — I difensori. — I collegi delle arti. — I conti. — I giudici. — I vidami — I prevosti. — Gli avvocati. — I centurioni. — Gli scabini. — I buoni uomini — Diritto privato. — La vendita. — Atti di manumissione. — La locazione. — Il testamento. — Formole e processure. — Il giuramento. — La testimonianza. — Le prove del fuoco e dell'acqua. — Azione della Chiesa. — Origine del diritto feudale.

768 — 814.

L'imperatore d'Occidente moriva, e quali orme lasciava egli mai del suo governamento, quali istituzioni durar doveano dopo di lui? L'impero suo abbracciava tante e sì diverse popolazioni, ch'egli è troppo difficile notar sicuramente e sceverare le istituzioni private di ciascuno dei popoli che ubbidivano a' suoi capitolari. Ben si può nel corso dei secoli trovar le orme di quelle lagrimevoli inondazioni de' popoli che vengono l'un dopo l'altro a distruggere le civiltà; ed anche raccoglier si possono gli atti principali della legislazione politica del passato; ma i fatti della vita privata dove trovarli, e come coglier le domestiche consuetudini delle nazioni? Or dunque ch'io ho accompagnato il vecchio imperatore fino alla tomba sua d'Aquisgrana, parmi cosa essenziale cercare il popolo e la città in mezzo a questa confusione, e doversi risvegliare, a dir così, le consuetudini del diritto privato caroliniano; e alla guisa che fan gli antiquari, i quali spesso riedificano gli antichi monumenti, come a dire il Partenone di Atene e i templi egiziani, e compongono superbi frontoni con pochi rottami di marmo e con la polvere delle doriche colonne; così io mi farò ardito di fare il medesimo lavoro quanto ai costumi privati del secolo ottavo, e di rivolgere per l'ultima volta quella spenta civiltà.

Queste città, che noi vediamo oggidì sì frequenti di popolo, sì ricche di edifizi, ebber quasi tutte un'origine antica che collegasi con le morte generazioni; da Roma ebbero principio le più delle maggiori città, recando essa in ogni luogo le sue leggi e la sua politica dominazione. Suo sistema fu sempre quello delle colonie militari; in ogni punto dove le sue legioni recavan le armi, esse fondavano città, ed edificavano per l'eternità. Pigliate ad esempio l'antica città d'Arli, superba de' suoi circhi e de' suoi teatri che si specchian nel Rodano; essa riconosce la sua fondazione dai veterani della sesta legione. Così Beziers, sotto l'ardente sole della Settimania, fu anch'essa un alloggiamento della settima legione, e così Frejus, così Orange, ornata tuttavia dell'arco suo trionfale, furono edificazioni di quei veterani, signori del mondo. Ben cento città delle Gallie riconoscono l'origine loro dalla grande città, dalla urbs Roma, tuttor sì magnifica nelle memorie sue. La colonia romana era generalmente piantata in una pianura in mezzo a un suolo ridente, non lungi da qualche fiume d'altero corso: le città, edificate alla stretta, largheggiavano nei monumenti pubblici, nei circhi, nei teatri dove sedean comunemente venti migliaia di spettatori; ivi era il pensier della patria, la grandigia del nome romano; il bagno, il convito, il foro costituivano la vita sociale.

La Gallia era di questo modo coperta di città romane, ma poi quanto mutata d'aspetto! Solo chi lasciando il romoroso soggiorno di Napoli e la via di Toledo, assordata dalla stridula voce dei Lazzaroni, siasi talvolta avviato per la strada di Torre del Greco o di Portici, per dirizzare indi il solitario suo cammino verso le rovine di Pompei, coperte dalle lave del Vesuvio, può formarsi un giusto concetto della città romana con la sua via sparsa di tumuli, le sue case magnifiche, i suoi bagni, i suoi triclinii, i suoi mosaici, i suoi freschi, dipinti con sì vivaci e splendidi colori! Chi scorre il tempio di Giove, con quelle sue superbe colonne, il foro, i teatri, le cantine piene d'anfore, ben può dir seco stesso: «Tali esser doveano le colonie d'Aquisgrana, d'Auxerre, della greca Marsiglia, di Narbona e di Nimes!»

Allato della città romana, tu trovavi dal Reno alla Loira ed al Rodano, sparsa una moltitudine di città di origine affatto gallica, che la vita presso alle foreste era grata a quelle celtiche popolazioni che innanzi abitavano l'ancor vergine suolo. Le descrizioni che ce ne rimangono, dipingon queste galliche città, come strette, rannicchiate, informi, con rozzi edifizi, somiglianti a quegli ammassi di pietre che s'incontrano ancora in Sardegna, e si additano col nome di monumenti ciclopici: non erano tanto città quanto borghi e villaggi in cui raccoglievansi le popolazioni sotto il loro capo. La casa gallica non altro era che una capanna, ed i templi eran costrutti di pietre, con sovrapposti sterminati macigni, ai quali si dà tuttavia il nome di tavole delle fate. Le città erano quasi tutte situate presso a un bosco solitario, all'ombra folta degli alberi; infatti l'annosa quercia, coperta di vischio e della ruggine dei tempi, non era forse l'albero sacro? Poche eran le città, che al tempo dei Carolingi, ancor durassero nella loro originale purezza; pur nondimeno alcune borgate in Bretagna conservato aveano l'incolto aspetto e l'impronta dell'antica patria gallica. I capitolari fanno anche menzione delle città che si governavano con la originaria legge delle Gallie.

I Franchi, solerte e bellicosa gente, non situarono altrimenti le città loro nella pianura bagnata e fecondata dal fiume; ma diedero la preferenza alla regione alpestre, alle balze scoscese, che consentivan loro d'innalzar muraglie inaccessibili e torri dove giunger non potesse il dardo nimico benchè da vigoroso braccio scagliato. Vivendo essi di guerra, come viveano, più che altro cercar doveano la difesa, e quindi alloggiavano, come l'aquila e il falco, in sul sommo de' monti. Ond'è che quasi in ogni luogo dove duri qualche orma del passaggio dei Franchi della Neustria e dell'Austrasia, tu vedi qualche resto di muro in cima alle rupi, sotto alle quali, coll'andar del tempo, si venne formando un pacifico villaggio. Le vie di queste città franche erano strette, le case stipate: alcune fonti, saltando di sasso in sasso, attraversavano rapidamente le vie; le mure antiche eran costrutte col cemento romano, la chiesa formava il centro; una piazza comune serviva a raccogliere gli abitanti; qualche resto d'ampio selciato, nascosto sotto i veprai, addita tuttora l'antica via romana; appena è qualche traccia di sentiero su quel ripido pendio, nè su quegli alti gioghi altro più vedi che qualche uccello da preda volare, mandando acute strida, tra le fessure e i rottami delle muraglie appiccate ai fianchi del monte.

La città germanica molto non diversava dalla città franca; i due popoli derivavano infatti dalla stessa origine, nè l'Austrasio punto distinguevasi dall'Alemanno schietto; essi erano, come dir, due vecchi fratelli che si prendevan per mano. Il Franco tuttavia erasi meglio stabilito nelle Gallie che non i popoli germanici sulla terra, però che i Sassoni, ancora si ricoveravano sotto la tenda, nè avevano città proprie, e amavano di stabilirsi con le famiglie e gli armenti, in questa o quella situazione, sì che il viver loro, era più che altro, un continuo campeggiare. In Germania, le fondazioni monastiche furono i primi elementi delle città politiche e commerciali, testimonio Magonza, la sede vescovile di san Bonifazio. Appo i Longobardi, siccome quelli che aveano un'indole più colta, la città prese un andamento rapido, nè mai tribù alcuna ebbe, più facilmente di que' popoli, a provar l'azione delle idee civili. Se in Lamagna dir si può che tutte le città riconobber l'origine loro dalla predicazione cristiana, il medesimo non è a dirsi dei Longobardi, i quali molto crearono, e stabilirono e fondarono; Milano e Pavia furon quasi opera loro; i monumenti d'architettura pigliarono per essi una forma speciale e originale, sorta di miscuglio dello stile romano e del gotico concetto. I Longobardi e i Visigoti furon le due frazioni dei popoli barbari che più si segnalarono per la somma facilità degli edifici loro, e per l'accettazione delle usanze romane.

Il governo dei vescovi visigoti fu un modello d'ordine e di costituzione. Le città della Settimania risplendettero al pari delle medesime antiche città fondate da Roma, senza nulla di barbaro, salvo l'arianesimo che fu inesorabile contro i monumenti dell'arti belle; se non che quando i Saraceni vennero con le loro invasioni a minacciar quelle contrade, i difensori fecero riparo a sè di quelle ruine, e gli antichi templi di Giove e di Venere della città di Arli servirono a ristaurar le mura per difesa della città; il marmo dei circhi fu adoperato a edificar le chiese; le statue degli dei furono infrante, e i sepolcri romani serviron di deposito alle ossa del vescovo, o del santo martire. Così le città della Gotia restaron romane, solo il bisogno della difesa e lo spirito cristiano, modificandone così un poco l'antica struttura; le contrade si fecero anguste e più tortuose; le mura furono innalzate a spese dei monumenti antichi, e la via dei sepolcri servì al cimitero cristiano. Anche l'influenza dei Saracini dovette modificare alquanto il primo aspetto delle città romane, della Gotia, chè i costumi dell'Oriente fanno desiderar l'ombra, in quella guisa che l'Arabo cerca il rezzo della palma nel deserto, e quindi per difendersi dal sole si ebbe ricorso alla forma quasi orientale delle case che vicendevolmente prestavansi l'ombre dei tetti loro, e si piantarono ruine sopra ruine, però che ciascuna invasione era un guasto. I Saraceni introdussero nelle città del Mezzodì e della Spagna l'architettura dei minaretti e delle moschee, che il secolo decimoterzo vide perfezionata.

Numerose popolazioni eransi ricoverate in queste città, e il metodo delle ville carolingiche avea raccolto grandissima moltitudine di operai ed altri uomini di diverse professioni, che in quei poderi lavoravano d'ogni mestiero; ma pur l'artiere preferiva il domicilio della città, siccome quella che godea vari privilegi, ed era difesa da mura. Ciascuna città infatti, aveva i suoi magistrati, i suoi difensori, i suoi collegi delle arti, con preminenza dell'autorità episcopale sull'altre autorità tutte. Bello sarebbe descriver la storia dell'episcopato nei tre primi secoli delle barbariche invasioni; il vescovo era il conservatore del diritto municipale, l'uomo tutto città, il magistrato vigilante che la preservava da ogni flagello, il suo procuratore, il suo negoziatore; all'avanzarsi degl'inesorabili vincitori, il vescovo usciva incontro a que' Barbari, trattava e patteggiava pe' cittadini, e tanta era l'efficacia della sagace sua mediazione, ch'egli ottenea quasi sempre di far sotto il pastorale inchinare il capo ai più altieri Sicambri. Leggete le storie di Prudenzio, di Sidonio Apollinare, di san Remigio, e vedrete que' nobili magistrati del gallico municipio difender la città, i suoi privilegi, e salvar più d'una volta la libertà e la civiltà del popolo.

Il vescovo, in questa sua prevalenza nella città, era sussidiato da una quantità di ufiziali eletti fra le varie condizioni del popolo, che sotto il titolo di difensori e d'avvocati, tutti concorrevano a formare il municipio romano; nè punto è a dubitare che un difensore del municipio ci fosse pure al tempo de' Carolingi, quel medesimo che poi sotto la terza stirpe prese il nome di maire[121]. Insiem con esso i centurioni, i giurati, eletti del popolo, amministravano la cosa pubblica, a modo dei tempi antichi delle colonie, intanto che i conti erano i rappresentanti dell'imperatore, e i pubblici magistrati, ad imitazion dei prefetti del reggimento romano. Coteste forme municipali erano in ogni luogo sotto i Carolingi ben prima del sedizioso irrompere del Comune, ed erano pe' cittadini un aggravio piuttosto che un privilegio, non potendo alcuno esimersi dagli obblighi della curia sotto i vidami, i prevosti, gli scabini, i buoni uomini o i savi, che tutti esercitavano press'a poco i medesimi ufizi. La massa del popolo avea conservato le consuetudini romane; ciascun individuo manteneva la personalità sua, e reggevasi con la sua legge; solo la division generale, sotto i centurioni e i decurioni, rimanea come forma di governo pel corpo della società, chè ben era necessario vi fosse, accanto della podestà municipale, un'autorità che venisse a confinar coi conti e coi messi regi, delegati del principe.

La personalità delle leggi seco traeva sostanzialmente quella delle consuetudini; poche tra le formole municipali son quelle che si dipartano dalle regole proclamate dal codice teodosiano, e tutte ne serbano il colore. Gli atti della vita e dell'avere procedevano dai codici promulgati dai Romani, e ti basta legger le carte e i diplomi di quei tempi, per indi persuaderti che il diritto teodosiano regola pur sempre le private transazioni, quelle in ispezialità che si riferiscono alla terra. I codici, secondo che essi furon dai giuristi classificati, comprendono tre parti distinte: 1.º le persone; 2.º gli averi; 3.º il modo di regger questi ultimi, e di trasmetterli. La qual classificazione troppo esatta era e troppo filosofica per l'uso dei Barbari; l'invasione avea per ogni dove gittata una grandissima confusione, ogni popolo era affezionato a' suoi privilegi; il Franco alla legge salica e alla ripense, il Visigoto a' suoi concilii diocesani, il Romano al suo codice teodosiano ed alle decretali; e pur nondimeno siffatta classificazione reagisce sullo stato generale della società.

La legge de' cherici, quasi sempre uniforme, veniva dai papi e dai concilii; il tutto consistea per loro nella vita religiosa: battesimo, matrimonio e morte. Niuno pone pur dubbio che non ci fossero a quel tempo classi nobili; ce ne avea nelle città e nelle colonie, e ne formavano il senato, ed esercitavano quasi sole gli ufizi supremi del municipio. Le idee di famiglia e di trasmissione delle stirpi, potenti erano appresso i Germani; gli uomini liberi erano tributari, o interamente franchi. Ma senza contrasto poi, la schiavitù era dappertutto, e formava come uno stato sociale; quando gli uomini liberi recavansi alla guerra, i coloni e gli schiavi restavano a coltivar la terra, e i vinti erano posti in catene dai vincitori; tale essendo a que' giorni la legge inesorabile della vittoria. Ancor ci durano alcune formole di emancipazione o manumissione, da cui sappiamo che quest'atto di franchigia facevasi in chiesa o dinanzi alla curia, e per solito la formola con cui faceasi libero lo schiavo, era questa: «In nome di Dio, e per rimedio dell'anima mia, io voglio che questo servo sia fatto libero; onde qui dinanzi alla chiesa, in presenza de' sacerdoti, ed appiè dell'altare io lo sciolgo da tutti i vincoli della servitù per modo che, oggi e sempre ei sia tenuto come nato e procreato da parenti ingenui.» Queste manumissioni assai si multiplicarono sotto il regno di Carlomagno, in tempo che la schiavitù era il diritto comune, l'affrancamento l'eccezione, nè la vendita dell'uomo era per nulla contraria alla legge civile, lo schiavo essendo cosa del padrone. In una di queste formole, quasi contemporanea, si legge d'un bambino trovato di notte alla porta della chiesa, il quale, mercè un prezzo pattuito, è venduto a un Franco, che lo alleverà e il terrà poi cosa sua. L'origine di questo bambino, ch'erasi trovato ravvolto in pannicelli sanguinolenti, era ignota, e interrogatine i vicini, nessun seppe additarne il padre, onde colui che l'avea trovato il vendeva ad un altro alle dette condizioni.

Il matrimonio era un atto al tutto cristiano, e la Chiesa raccomandavane l'unità, ma la legge romana consentiva il divorzio, chè secondo i giureconsulti del Foro, la moglie altro non era che la schiava, e anzi la cosa del marito. «Egli è certo, dice una formola, che questa donna, anzichè essermi di sollievo, altro non fa che annoiarmi; noi diventiamo l'un dì più che l'altro nemici, e però non possiamo più vivere insieme; siam quindi venuti dinanzi ai buoni uomini (la podestà) per separarci di comune accordo, in modo che s'io voglio tôrre altra donna, io possa liberamente farlo, e così ella tôrre altro marito.» Quest'atto di divorzio sì freddo, scritto in termini sì asciutti, bastava a disciogliere il matrimonio. Oh! quanto più nobile e più soave questa unione quando marito e moglie viveano in comune! Essi potevano allora farsi reciproche donazioni: «per contraccambiarci, come dicean le carte, una vicendevole testimonianza d'amore, noi ci facciamo in iscritto questa donazione affinchè gli eredi non abbiano nulla ad opporre. Io t'ho sposata col consenso de' tuoi parenti e dei nostri amici comuni, onde mi piace di donarti parte dei miei beni, il che io fo qui in presenza della podestà civile e della Chiesa.»

Il testamento era pur esso un atto personale della libertà, non essendo lecito ad alcuno il testare se non era libero, e questo facevasi in presenza di testimoni, e spesso pubblicamente, in cospetto della città medesima. «Il presente testamento fu fatto da me, e sarà, dopo la morte mia, riconosciuto legittimo al sigillo ch'io vi posi dinanzi ai magistrati municipali della repubblica nella basilica di San Profetto, da me stesso fatta edificare, e alla presenza dei nobili e del popolo.» Dove si vede conservata la formola dei testamenti romani, il diritto di testare essendo, per così dire, una facoltà politica che collegavasi col diritto di città; con che spiegasi il concorso dei magistrati a ricevere e convalidare il testamento. Il possesso d'uno stabile non traeva seco la facoltà di tramandarlo dopo morte, e solo per indulgenza speciale il diritto romano lasciava che il possesso continuasse anche uscito di vita il possessore. Talvolta il testamento disponeva della totalità de' beni con pia intenzione, e diceva: «Io Rufina, rimasta vedova senza figliuoli, lascio al carissimo mio fratello, Eufemio abbate, la parte dei beni avuta da mia madre, onde participare delle sue orazioni. Al quale effetto, io, sua sorella Rufina, ho firmato il presente testamento.»

Il possessore dello stabile potea spodestarsene in due modi: per trasmissione a titolo oneroso, che era la vendita, vale a dir la cessione per prezzo della cosa posseduta, o per donazione, che era un atto consimile, a titolo gratuito. Le formole romane regolan pur sempre le vendite sotto la prima e la seconda stirpe, e v'intervengono con ogni lor minuto accessorio, e con le parole sacramentali. Il codice teodosiano regola i contratti; e il cartolare di Sithieu, che sale al secolo ottavo, comprende parecchi atti di vendita, nei termini seguenti: «Al venerabile in Cristo padre Ardrado, abbate del monastero di Sithieu compratore, io Sigeberta venditrice. Per queste lettere fo fede io, che non per imaginario diritto, ma per mio proprio volere, ho al medesimo e al suo monastero venduto lo stabile chiamato Frisigen, riservandone a me la misura di circa una giornata; salvo la quale, campi, case, boschi, prati, pascoli, tutto, è come sopra da me venduto al detto monastero pel prezzo di cento soldi d'oro, per modo che diventi interamente proprietà sua. Che se io o alcuno de' miei eredi, ciò che io non credo, ricorrer volessimo contro questa vendita, essa rimanga pur tuttavia, per cura de' magistrati, inviolabile. Fatta pubblicamente nel monastero di Sithieu a dì 10 giugno, l'anno ventesimo del regno di Carlo nostro gloriosissimo signore.» La quale scrittura, minutissimamente particolarizzata, porta chiaramente l'impronta del diritto romano; tutto ivi entro è notato, la misura, il contenuto, la derivazione, il prezzo; d'onde si vede che il codice teodosiano e le decretali esercitavano una grandissima autorità sui giuristi e sulle forme di quei tempi.

La donazione spontanea, sì alle persone e sì alla Chiesa, deriva sempre la forma sua dagli statuti dei codici stessi, e viene inscritta nel cartolare del monastero, o nei registri pubblici della città. «Io dimando, a voi eccellente difensore, ed a voi laudabilissimi municipali, di render pubblica la mia donazione.» Ed i magistrati rispondevano: «Qua la carta che hai scritta. — Eccola, è una donazione ch'io fo ad un Musicissimo uomo.» Dopo di che il donante recitava la scritta nelle volute forme, e se tale scritta di donazione era a favor d'un monastero, la formola era quasi sempre la seguente: «In nome di Dio, io e la moglie mia doniam queste cose al monastero, e ne facciamo ad eterna memoria questa scritta:» ovvero: «Io Folberto, con questa carta di donazione, dichiaro che pel riposo dell'anima di Ebertana mia madre, dono un prato o una terra al monastero, ecc.»

V'eran formole altresì pel mandato, per l'immissione in possesso dell'eredità, e per tutti gli altri atti della vita pubblica e privata. La società posava sopra un gran simbolismo siccome a' primi tempi di Roma, e dove una gleba di terra significava la trasmissione del possesso, dove una verghetta fatta in pezzi significava la rottura del contratto o la divisione dell'eredità; l'anello era il segno del matrimonio; non v'erano statuti scritti per la generalità, ma ognuno avea la sua legge, e tutto era personale; appo i Franchi austrasii e quei della Neustria, i figli ereditavano in parti eguali, intantochè il diritto romano ammetteva la primogenitura e la facoltà illimitata nel padre a diseredare i figliuoli.

Le tre legislazioni, il codice romano cioè, le leggi barbariche e i canoni ecclesiastici si facean guerra tra loro, però che ognuna di esse avea uno spirito diverso dalle altre. Il codice romano, piglisi pur come si vuole, era l'espressione d'una civiltà già molto inoltrata; il codice teodosiano e il giustinianeo, le Pandette e le Instituzioni fanno supporre un popolo che abbia già logorata l'energia della sua forza nativa; nelle sentenze poi dei giureconsulti, la sapienza era certamente assai, ma le formole, le eccezioni, le lunghiere erano infinite. Tutt'altramente le leggi barbariche, nelle quali, ritraendo esse dell'antica semplicità delle selve, poche provisioni bastavano a regolare il corso degli atti in quella nascente civiltà. Quanto al diritto ecclesiastico, i canoni e quelle che appresso fur dette decretali, movevano da un principio di umana morale, e il diritto canonico, togliendo le sue regole generali dalle massime del codice teodosiano, le purificava con lo spirito cristiano; quindi la legge romana ammetteva il divorzio, e il diritto canonico non l'avrebbe mai consentito; l'usura era una facoltà legittimamente approvata nel contratto di mutuo, e la Chiesa non avrebbe potuto approvarla, senza porre in non cale le parole medesime dell'Evangelio.

In mezzo a tutti gli accidenti di questa triplice legislazione, si vuol notare certi caratteri generali, che le distinguono l'una dall'altra. Le leggi barbariche posano interamente sulla composizione, e da per tutto tu trovi in quelle il prezzo del sangue e la ricompera della colpa positivamente statuita. Non v'ha delitto che non redimasi mediante un'ammenda o una composizione; la società non ha rispetto alcuno ai diritti ed alla vita dell'uomo, nè l'omicidio ha pe' Barbari quell'orribile aspetto che tra le nazioni civili. La composizione è il fondamento altresì dei capitolari; tuttavia si voglion notar tre periodi pei quali passa la processura nell'ottavo e nel nono secolo. Il giuramento ha sempre il primo grado nell'ordine delle prove e delle testimonianze, chè in mezzo alle società primitive, quando puri sono i costumi, e semplici gli usi, il giuramento in cospetto di Dio, è una grandissima malleveria; la fede dell'uomo vince allora il personale ed avaro interesse, e il dir giuro, è solennemente obbligarsi alla verità. Ma nel corrompersi dei costumi, chi può fidarsi ancora al giuramento? Esso non è più una malleveria sufficiente, ed altre ne occorrono a guarentir l'interesse pubblico e il privato. La Chiesa quindi, che in tutto interviene, fa di ammantare il giuramento di grandi solennità, onde por freno allo spergiuro, e conduce l'uomo a giurare a piè dell'altare e sulle sante reliquie, con recitazione di preci, e fumo d'incensi, e spegner di faci, e minaccia di scomunica contro chiunque osi violare il sacramento. Nè basta: che chi giurar dee, non è già un individuo solo, ma egli ha da essere assistito da altri suoi mallevadori, i quali tutti vengono appiè dell'altare, e se sono Franchi, il numero n'è minore, però che la lealtà è inerente alla vita silvestre; se sono Longobardi, Italiani, Romani, il numero dei giuranti è maggiore, però che la fede di costoro è vendereccia, e per essi il giurare diventa mestiere. Ond'è che la Chiesa ne piange; non si può contar più su questa solennità del giuramento, essa non è più bastevol garanzia dei contratti; moltiplichinsi pure a migliaia i testimoni: che giova? Quando la fede è ita, non c'è più riparo, e il giuramento non è oramai più che un accessorio del processo.

Quindi nasce e svolgesi il concetto ecclesiastico delle prove, per mezzo del fuoco e dell'acqua bollente; perocchè più fidar non potendo nella fede umana, egli è di tutta necessità avere ricorso ad un modo più efficace; e questo delle prove derivava specialmente dalla fede grandissima che la generazione aveva in Dio e nella celeste giustizia per l'assoluzione dell'innocente e la punizione del reo; sì che per lei era impossibile che Cristo non intervenisse con un miracolo a manifestare la verità. Infatti, le leggende non eran elle un poema epico in onore dell'innocenza? Viveasi in un mondo maraviglioso, e le realità della vita, troppo monotone, parean troppo volgari; Dio, i santi, i martiri mostravansi continuamente per miracoli, onde la Chiesa inferiva che l'innocenza sarebbesi manifestata alla prova. Tutto in quelle memorabili solennità pigliava un aspetto di gravità cristiana. Quando la pubblica voce accusava un ribaldo d'aver rubato l'altrui: «Stringi questo ferro rovente, gli era detto, e se la tua mano è dura tanto da tenerlo, segno è che Dio vuol provare la tua innocenza.» E alla donna incolpata d'adulterio: «Vedi tu quell'anello in fondo a questa caldaia che bolle? Immergivi la mano, e se tu il ricogli senza che l'acqua l'offenda, tu sarai innocente.» Il reo dee tutto raccapricciare all'aspetto del solenne apparato di queste prove, e abbiamo ancora in alcuni salterii del medio evo, le forme e le preci che accompagnavano le manifestazioni della giustizia di Dio, d'onde si vede che quell'atto più tremendo era del giuramento stesso, più grave di ogni promessa scritta, nè forse vi fu cosa mai che meglio di quella consonasse con la grandezza e con la potenza del cattolicismo! Le prove erano un termine medio tra il giuramento e il duello giudiziale, che poi divenne la giurisprudenza, quasi unica, dei secoli di mezzo.

Per gli ecclesiastici adunque, il giuramento sulle reliquie; e per le deboli donne, le prove; ma per l'uomo da guerra, il combattimento, chè egli non conosceva altra forma di processo, nè altro modo a vendicar l'offese. Quanto più alto cercherete nella vita selvaggia dei Germani, e tanto più vi si farà manifesto il principio del duello: «Tu m'hai fatto danno o ingiuria, ed io mi vendico, nulla di più semplice; vita contro vita; siamo del pari; ora a Dio ed alla forza del nostro braccio a giudicare tra noi[122].» La forma del combattimento singolare s'è insinuata in tutte le instituzioni primitive, solo, ne importa notarlo, al medio evo, si son date a questo combattimento le regole del processo. Due uomini, dopo una contesa d'onore o d'interesse, si affrontavano corpo a corpo, è uso antichissimo, e l'Iliade stessa ci reca esempi di duello e di vendette per mezzo del singolare certame; ma cosa speciale è ai tempi caroliniani e massime alla legislazione del secolo nono, che questo certame diventa indi una processura, con tutte le regole sue partitamente stabilite.

La legge romana del giuramento e la legge ecclesiastica delle prove cadono quindi in disuso, nè di tutto ciò più altro resta che il duello giudiziale, il quale non è solo una vendetta dell'ingiuria, ma sì pure un mezzo di manifestar la ragione. «Tu hai usurpata la roba mia, la mia terra, il mio feudo, ed io ti sfido.» E ora facevasi alla presenza dei delegati del conte, ora con l'intervenimento della Chiesa medesima, e di mano in mano veniva formandosi e svolgendosi un codice di doveri e di eccezioni; la vedova, la donna, debole com'è, risponder non può nello steccato, nè a tanto vale la tenera mano del pupillo, nè alla Chiesa è lecito armare i suoi sacerdoti, onde tutti questi esenti son dal combattere, ed elegger possono campioni e difensori che combattan per loro. Tutta una legislazione abbiamo nel medio evo, relativa ai campioni, ma essa non giunge alla maggior sua perfezione prima che sotto alla terza stirpe[123].

Un certo colore di formalità caratterizza il periodo carlingo, e ci si sente l'influsso di Roma. Noi non siamo ivi ancor giunti alla feudalità universale, nativa, barbara; il diritto romano regge quasi tutta quell'epoca, le carte scritte e i diplomi vi spesseggiano, tutto si lascia e trasmette per iscritto; e quando v'è una scrittura, non v'è più uopo di singolar certame nè di prove; nè però quegli atti sono senza complicazioni, e le processure sono una mescolanza del codice teodosiano e dei concilii della Chiesa. In ogni luogo dove predomina il diritto romano, il municipio è in tal qual modo il tribunal comune che decide tutte le cause della città; quasi tutti gli atti si fanno dinanzi ai difensori, ai buoni uomini, agli scabini, ai rachimburghi della città. Che se trattavasi d'un delitto interessante la società generale, il conte interveniva, e dinanzi a questo tribunale pronunziavasi la condanna del reo, coll'assistenza dei buoni uomini, specie di tribunale ambulante; la liberazione dei servi, le donazioni, i testamenti eran pur soggetti a questa registrazione nei protocolli della città, il che ricorda il diritto canonico, i codici romani e le forme consacrate nell'Instituta di Giustiniano.

Di questo modo nel periodo carlingo ancor mostravasi il contrasto delle diverse legislazioni, e nulla ci avea d'uniforme, nulla di netto. Il territorio non era altrimenti base invariabile al diritto privato; ognuno aveva la sua consuetudine, ed a questa individualità delle leggi, attribuir per avventura si dee quel ritaglio infinito di codici, che resse più tardi il diritto delle provincie. Nello studio appunto di queste private consuetudini e nell'esame degli usi della vita cercar si dee la storia del medio evo; sono preziosissimi documenti, e la vendita d'un feudo o d'un caval di battaglia, ben meglio insegna lo spirito e i costumi d'una società, che non le più ardite e speciose osservazioni sull'indole generale della storia. Le scritture dei cartolari del periodo carlingo sono rilevanti invero; ma lo spirito di sistema se n'è impadronito; la teorica s'è cacciata fin dentro alle formole di Marcolfo, per trarne regole universali, e questa superba smania di generalizzare, non corrisponde per nulla allo spirito semplice di un tempo che invoca il cielo con le prove, e il giudizio di Dio col certame singolare.

CAPITOLO XI. CRONICHE, CARTE, DIPLOMI E MONUMENTI DEL REGNO DI CARLOMAGNO.

Le quattro maggiori fonti delle tradizioni istoriche. — Le croniche intorno a Carlomagno. — Gli Annali d'Eginardo. — I Fatti e le gesta dell'imperatore del monaco di San Gallo. — La Cronaca di San Dionigi. — Il Poeta sassone. — L'arcivescovo Turpino. — Le vite dei santi. — Le leggende. — Carte. — Diplomi. — Esame del cartolare di Sithieu. — Carteggio dei papi. — Canzoni eroiche e croniche in verso. — Tradizioni verbali. — Pellegrinaggio sulle rive del Reno. — Riputazione di Carlomagno appo il popolo alemanno. — Leggenda intorno a lui come santo. — Culto alla imagine di lui.

768 — 814.

Il nome di Carlomagno riempiè il secolo del medio evo, più grande ancora al tempo di Filippo Angusto che fra i contemporanei[124]. Quel vasto intelletto, quell'uom forte signoreggia le generazioni feudali con la memoria delle sue conquiste, del suo governo, della gagliardia del suo corpo, delle imprese sue maravigliose; un certo che di straordinario si mesce al regno suo, egli è argomento a una quantità di croniche, di leggende, di canzoni eroiche, che celebran la sua vita, le sue parole, le sue conquiste e i suoi miracoli; esse il fanno grande in uno e santo. Nessuno fra i re delle tre stirpi ebbe a lasciare orme profonde come le sue nello spirito dei tempi; infiniti sono i documenti che di lui trattano; i Benedettini raccolsero più di ottocento frammenti che a lui si riferiscono, e la raccolta del Pertz forma da sè sola ben tre gran volumi in folio, tutti sopra il solo suo regno, dove con paziente erudizione fu ragunato tutto che riman delle memorie intorno alla persona dell'imperatore; le croniche, le carte, le leggende, i diplomi, i sigilli, tutto in somma (salvo la storia epica e romanzesca) trovasi accolto nell'opera di quel dotto paziente, e tenero della sua patria, che conservar volle ogni più minima pietra del maestoso edificio del primo de' Carolingi.

Le croniche, che sono le fonti di maggior pregio da cui derivare la storia di Carlomagno, possono ristringersi a quattro principali, e comprendono rilevate ed esatte nozioni intorno alla vita di lui come re e come imperadore; le prime di esse croniche, col titolo di Annali d'Eginardo, sono, per via di congetture, anzichenò arbitrarie, attribuite al cancelliere di Carlomagno; ma non v'è indizio a chiarircene; sono annali monastici, scritti poco men che giorno per giorno e tali che si distinguono anche per la forma, dall'opera non contradetta di Eginardo: La vita di Carlomagno. Strano sarebbe invero che dopo aver sì partitamente descritto i fatti e le gesta del suo signore, Eginardo avesse raccolto, entro i termini medesimi, altri annali, e replicato il suo biografico lavoro. Cotesti annali, correttamente scritti, rivelano la monastica e la latina origine del loro autore, e porgono tutti gli indizi d'un'opera contemporanea; gli avvenimenti vi son riferiti giorno per giorno con iscrupolosa fedeltà, chè lo scriver la storia in que' tempi era un dovere di religione, un'opera di santità, nè allegavasi fatto alcuno che non fosse nella coscienza del cronista, povero fraticello, che passava la vita a istruirsi e a cercar di ciò che importar potea di sapere alle venture generazioni[125]. Questa prima e maggior cronica, ch'io tengo esser opera di qualche monaco della badia Seligenstad, fondata da Eginardo, principia dal regno di Pipino il Breve, e giunge fino al mezzo dei tempi di Lodovico, d'onde poi cominciano i grandi annali di San Bertino e di Fulda, continuando così la serie delle tradizioni scritte intorno ai Carolingi, che vengon di prima fonte dai monasteri. Gli annali sono generalmente freddi, aridi, laconici; e accennano i fatti con quella brevità che i sommari ed i titoli dei capi nei libri di storia; gli avvenimenti sono raccontati così come cascano dalla penna, senza colori, senza commenti; sono la cronologia sacra del monastero, la serie dei tempi che scorrono dinanzi a que' padri, come il grande oriuolo a polvere delle Ore.

La Vita di Carlomagno, opera incontrastata di Eginardo, differisce dagli annali in ciò, che questi si frammettono dei fatti generali della società, intantochè nella vita composta dal fido amanense e cancelliere del gran Carlo, non trattasi che della persona sua, delle sue azioni e del suo modo di vivere; tutti ivi sono religiosamente raccolti i fatti e detti suoi, sì che per quest'opera misurar tu puoi la gigantesca statura sua di sette piedi, e sentir la sua voce, acutissima in quel capacissimo petto, e apprender le prodezze del suo poderoso braccio e le abitudini della sua vita, e tutto che fu da lui operato dall'infanzia sua fino alla morte. Eginardo, ammiratore appassionato di Carlomagno, ha vissuto in palazzo con lui come suo famigliare, e gode di seguirlo alla guerra, fra mezzo alle battaglie e nella vita privata, onde per questo rispetto, non v'è monumento che desti più viva nè più forte curiosità dell'opera da lui lasciata, la quale fu scritta da esso dopo la morte del suo signore, e al principio del regno di Lodovico Pio, quasi per dare nella grandezza del padre, un grande ammaestramento al figliuolo, e mostrare ad un imperio, che già decade, l'opera sublime compiuta da Carlomagno.

Dassi il nome di Cronaca del monaco di San Gallo (avuta in dispregio da molti eruditi) al racconto dei fatti e delle gesta di Carlomagno, scritto in quella badia di San Gallo poco distante dal lago di Costanza, tanto al principe diletta, e il cronista chiamato col nome di monaco di San Gallo, è uno scrittor di leggende di viva e poetica imaginazione, che si piace di raccoglier tutti i fatti e l'epiche tradizioni. Egli non è, a dir vero, autore contemporaneo, ma ogni cosa ha cercato che referivasi a Carlomagno, e ogni cosa racconta di buona fede, e se veduto non ha cogli occhi suoi propri, o udito co' suoi propri orecchi quanto ei riferisce, l'ha tratto almeno da pura sorgente. Da Vernebetto, un de' confratelli suoi, che visse alla corte di Lodovico Pio, attinse quant'ei sa delle faccende ecclesiastiche, e da Adelberto, un dei fidi leudi che seguirono Carlomagno nelle sue spedizioni contro i Sassoni, gli Unni e gli Avari, egli ebbe quanto sa delle faccende domestiche e militari. Appoggiato a queste autorità, da lui molto consultate, il monaco di San Gallo reca una moltitudine di leggende e di canzoni eroiche sulla vita domestica di Carlomagno come re e come imperatore, ned egli è altrimenti un cronista grave e malinconico, siccome il grido della notturna strige sul campanile del suo monastero; ma facondo, novelliero, allegro, spiritoso; lo stile suo è colorito, caldo come il vino di Reinfeld. Che di più poetico, esempigrazia, del racconto della guerra di Lombardia, colà dov'ei descrive quelle selve di lance, che paiono spighe di ferro cresciute nelle campagne del Milanese! Il monaco di San Gallo è un po' ciarliero; ma perchè volergliene male? Nè sprezzare si dee pur la vecchierella, che girando l'arcolaio, racconta le storielle del suo tempo, le leggende, i fatti e le imprese d'un uomo famoso. Io per me ho caro di veder Carlomagno quistionar coi cantori, sgridar gli ufiziali del palazzo, rimunerar questo, minacciar quello e tutti spaventarli con lo sguardo suo, con la sua voce acuta e stridula sì, ma sonora, e appunto in questa forma ce 'l rappresenta il monaco di San Gallo. Nella storia, i più curiosi non sono altrimenti i fatti; e non son eglino tutti sempre i medesimi al par delle passioni degli uomini e degli affetti loro? L'importante a vedersi è l'aspetto della società. Un cronista non racconta mai cosa estranea ai costumi del suo tempo, e che altro più si dee richieder da lui della puntual relazione dei casi della vita e degli usi, fra i quali egli vive? Io l'ho letto e riletto, e seriamente consultato, il monaco di San Gallo, perch'egli mi presenta Carlomagno nella sua vita privata, con quella sua violenta giustizia, con quelle sue germaniche passioni, con quella sua inclinazione a frammettersi d'ogni picciola cosa; e quasi direi perch'egli m'ha fatto conoscere i pettegolezzi della sua corte. Nella vita di un grande, le più note generalmente sono le grandi cose; ma spesso anche abbiam bisogno di riposarci nelle picciole.

Il poeta sassone, un de' cronisti più vivaci del regno di Carlomagno, non iscrisse altrimenti nella lingua dell'antica sua patria. Nasceva costui da un di que' fieri Sassoni che si opposero alle armi dell'imperatore, e che questi disperse poscia ne' monasteri. Anch'egli visse nelle solitudini del chiostro, dove descrisse i fatti e le imprese avvenute a' giorni suoi, in tempo che quasi tutte le maggiori comunità monastiche noveravan fra loro qualche religioso Sassone, venuto di lontano a cercar ivi un porto nelle tempeste che gravavano sulla patria sua. Il poeta sassone scrisse nel deserto la sua cronica in versi, e comecchè poco abbia studiato gli antichi, nondimeno qualche reminiscenza v'ha di Virgilio nel suo verseggiare. Il suo forte è il genere descrittivo, e però gode di farci assistere a tutte le pompe delle corti plenarie, e si compiace nel dipingere queste magnificenze di Carlomagno; descrive tutti gli avvenimenti, la venuta de' papi, le cacce, i conviti, la corte, la famiglia dell'imperatore, e si vede ch'egli ha serbato l'amor delle canzoni e dei poemi eroici degli scaldi e cantori della sua patria. Forse altresì ch'egli tolse le pitture sue più vivaci da taluna di quelle tradizioni scritte in lingua germanica, e il poeta sassone altro non è che un traduttore di quei canti bellicosi che animavano i guerrieri del Reno alla battaglia.

Le Croniche di San Dionigi, sì famose nei fasti della cavalleria, niente hanno di originale, però che altro non sono se non una gran raccolta o una ricapitolazione di annali e di tradizioni intorno a quel tempo. I monaci nel silenzioso scrittorio[126] della badia reale, non faceano già un racconto loro proprio, almen quanto ai tempi andati, ma raccoglievano con giudizio i migliori documenti e le tradizioni più certe del passato; ond'è che per Carlomagno e pei Carolingi in generale, che tanto beneficarono la reale badia di San Dionigi, essi tolser gli annali attribuiti ad Eginardo, de' quali il testo loro altro non è che una traduzione fedele ed esatta, che fu poscia in progresso di tempo trasportata nell'antico idioma francese, e le poche incidenze che vi si trovano sono per la più parte osservazioni fatte dai cronisti, o tradizioni tolte da altre croniche. Tutto che a San Dionigi scrivevasi, veniva, come dir, da un'inquisizione; niente si dicea che non fosse prima passato per lo staccio della verità, e quando un fatto era consegnato in quelle pagine, facea piena fede in giustizia, tanto che poi la Cronica di San Dionigi divenne il giornale politico del medesimo Carlo VI. E nondimeno in queste grandi croniche di Francia trovò pure una nicchia la leggenda di Turpino; sì la leggenda del famoso arcivescovo di Reims, Turpino, che gode di una sì popolare rinomanza insieme con Carlomagno, di quel Turpino che forma pur sempre le delizie di noi quanti siamo, amatori dei tempi antichi; di quel Turpino sì celebrato nelle leggende dei quattro figliuoli d'Amone e nel poema di Roncisvalle, dove il fiero vescovo, con l'elmo in capo, e munita la mano di ferreo guanto, atterra a mazzate gl'infedeli, per non versare il sangue umano. Tutto prova, è vero, che i fatti e le imprese riferite in questa leggenda di Turpino, sono falsati; ma nessuno negar può che questa istoria, scritta come fu nell'undecimo o nel duodecimo secolo, non abbia riprodotte le tradizioni e le idee contemporanee intorno all'impero di Carlomagno.

Accanto alle quattro principali cronache de' tempi carlinghi vengono a schierarsi altri antichi racconti, meno importanti, ma curiosi del pari per la loro origine: tali sono gli annali di San Bertino, che non si voglion punto confondere col cartolare, pia significazione dei costumi di quel tempo; poi le gesta di Carlo il Grande, scritte in versi in un monastero della Germania, specie di traduzione degli annali d'Eginardo; poi la cronica del monaco d'Angoulemme, meridionale testimonianza dei costumi e degli usi della corte di Carlomagno. Ai quali documenti d'antica data è da aggiungersi la cronografia di Teofane, il solo, tra gli storici bisantini, che abbia parlato un po' in largo dell'imperatore d'Occidente. Questo Teofane viveva in principio del nono secolo, nè lasciava d'impacciarsi nell'opera sua delle cose che avvenivano a Roma, della fuga di papa Stefano, e dell'esaltazione dei Carolingi fin da Pipino. Paolo Diacono, d'origine longobarda, com'egli è, appena concede al regno di Carlomagno e dei Franchi qualche pagina breve e concisa al par degli annali più aridi dei monasteri. Pur nondimeno nella sua men che compendiosa relazione, egli non dimentica i figliuoli, la moglie, la famiglia tutta di Carlomagno, per la cui figlia, di nome Adelaide, natagli nella breve e luminosa sua guerra d'Italia, e morta giovinetta, lo stesso Paolo scrisse l'epitaffio, e così per un'altra di nome Ildegarda.

Eccoci ora agli annali di Fulda, scritti nella nobil badia carolingica, i quali comprendono le memorie della seconda stirpe, in modo che par ch'ivi finiscano, tanto quei monaci fuldensi erano Austrasii in anima e in corpo! O vetusta badia, più non sorgono sul suolo tuo, pestato dalla guerra, che meste e tacite ruine, ma pure gli annali tuoi sopravvissero ai guasti del tempo![127] Fulda e San Gallo furon le due alemanne sorelle, che custodiron come caste figliuole gli archivi del loro padre e benefattore. Nelle solitudini di Sant'Arnoldo di Metz, conservavansi pure altre relazioni del regno di Carlomagno, chè ogni fatto degno di storia era gelosamente raccolto e celebrato. Nel monastero di San Gallo serbavasi un poema latino su Carlomagno e sull'abboccamento suo con papa Leone, avvenimento importantissimo per la generazione, però che indi venne la cagione e il principio di quella grande restaurazione dell'impero d'Occidente; il papa e l'imperatore, stretti per mano, se ne vanno a Roma, scambievolmente prestandosi la forza loro, e un vecchio monaco di San Gallo gode di serbarne ricordo; laddove questa fondazione d'un vastissimo impero appena provoca l'attenzione di qualche annalista bisantino; di Costantino Manasseo, esempigrazia, il quale, detto che papa Leone rinunziò al governo dell'antica Roma, soggiunge: «Egli unse dalla testa ai piedi, secondo il rito de' Giudei, il nuovo imperatore; l'antico legame con la prisca Roma fu rotto, la spada separò la figlia dalla madre, e Roma, sciogliendosi dalla vetustà, è tornata giovine.»

Le Vite dei Santi son pur una fonte, ch'egli è mestieri consultar continuamente chi scrive intorno alla storia del medio evo, non già per accettar tutto che la pietà del servo narra del padrone, a' miracoli del quale tien dietro, ma sì per la pittura dei costumi ch'ivi trovasi intera. E qual è il secolo che non abbia le sue leggende? Qual è l'uom sovrano, di cui posteri e contemporanei non dican favole e novelle? Chi non ha la sua storia romanzesca, la sua mitologia vicino alle realità? Quando s'è riempiuto il secolo d'un nome, gli è ben d'uopo che storici e poeti giustifichino l'ammirazion loro col raccontarne prodigi, gli è ben d'uopo che dicano perchè posero un uomo in tanta altezza; ond'è che se tu leggi, esempigrazia, il leggendario dei santi, scritto dal celebre arcivescovo Iucmaro, ci trovi particolarità e fatti della vita domestica di Carlo Martello, di Pipino e di Carlomagno; e così l'anonimo che scrisse la vita del beato Alcuino, racconta mille particolarità intorno alle corti plenarie e agli studi, al tempo dell'imperatore.

Ma il più ampio, il più ragguardevole di siffatti leggendari, si è il libro, o per così dire il poema, sì particolareggiato e rilevante, noto sotto il titolo di Miracoli di san Benedetto, scritto dal franco Aldorano, monaco di San Benedetto. Ivi, nella lunga relazione dell'innumerabili fatiche di quell'uomo smisurato, che fondò la civiltà e la regola in Occidente, troverete l'episodio del conte Rodolfo e della sua concubina, sprofondata nell'inferno, racconto che assister ci fa a tutte le larghezze ed a tutti i donativi fatti già dai re alla badia di San Benedetto in sulla Loira, dov'essa è navigabile; curioso documento sul commercio dell'era carolina. Leggete ancora i Miracoli di san Dionigi, scritti da un pio religioso di questa badia nel nono secolo, e per conseguente contemporanei, e vedrete che questa leggenda è una specie di descrizione della vita civile sotto i Carolingi. Che se poi vi piace far cognizione degli usi germanici di Carlomagno, e sapere i silvestri costumi della Svevia, del Reno e della Mosa, scorrete le relazioni dei Miracoli di san Goaro, scritti da un monaco della badia di Prumia, fondata dall'imperatore. Qual germanica semplicità in quelle narrazioni! Tutto ivi, per verità, si riferisce al Santo, tutto volge a chiamar la venerazione e i doni sul monastero; ma pure queste leggende del bosco e del deserto ci danno assai bene a conoscere i tempi caroliniani, e in queste vite de' santi si trovan più che altrove le particolarità della vita pubblica o privata di quelle generazioni. Onde chi ama le cose antiche, legga i Miracoli di san Vandregisillo, abbate di Fontenelle, che contengon la storia della conversione di un Sassone; legga la Vita di sant'Angilberto, abbate di San Ricchieri, e vedrà come Berta, una delle figliuole di re Carlo, presa da grandissimo amore per Angilberto, ch'ella vedeva esser più che qualunque altro caro a suo padre, ardentemente desiderando d'averlo a marito, nè attentandosi in cuor suo di dirlo al padre, fece in modo tuttavia ch'ei lo venne a sapere. Il quale, benchè di mala voglia vedesse la figlia sua in preda a quest'amore, pure per tema di peggio, e considerato che Angilberto discendeva d'antica e nobil prosapia, aderì al desiderio della figliuola, e vedrà come avutala questi in isposa, depose l'abito sacerdotale, e lasciata la corte, venne a stabilir la sua dimora a San Ricchieri, sdegnando le vane pompe degli onori, per vivere in quel monastero con la sua Berta, la quale pigliò pure il velo nel chiostro medesimo.

La vita di Gregorio Magno, scritta da Giovanni diacono, ne rende informati di curiosi particolari sull'introduzione del canto romano nella Gallia, e con questi particolari appunto si viene scrivendo e componendo la storia. «Re Carlo, scosso dalla discordanza che era tra il canto sacro dei Romani e quel dei Galli, ne chiese la cagione, e questi ultimi adducevano che il canto romano era stato corrotto da arie nazionali, gli altri all'incontro sostenevano la purezza delle loro melodie. Onde il re dimandò allora dove si trovasse l'acqua più pura, ed ognuno affrettato essendosi di rispondere alla fonte, il re soggiunse: — Or bene questo sia detto per noi che abbiamo fin qui bevuto l'acqua corrotta del rigagnolo; purifichiamoci alla fonte eterna. — Lasciò quindi presso a papa Adriano due cherici, e quando tenne che fossero abbastanza ammaestrati, li richiamò alla sua metropoli di Metz, d'onde purificò poi il canto di tutta la Gallia. Se non che morti, indi a gran tempo, essi cherici, si fu avveduto che il canto ecclesiastico nella Gallia erasi di nuovo falsato, e disse: — Torniamo di nuovo alla fonte. — E tanto fece, che il papa, cedendo alle sue istanze, mandò in Gallia due altri cantori, pe' quali fu provato che il canto gallico erasi di nuovo corrotto per colpa di chi lo esercitava, benchè i cherici di Metz fosser quelli che manco si scostavano dal canto romano; sì che da quel tempo in poi si tiene per indubitato, che quanto il canto di Metz s'è scostato da quel di Roma, altrettanto il canto dell'altra Gallia s'è scostato da quello di Metz[128]

Or mentre queste leggende e questi maravigliosi racconti, se hanno qualche importanza, si è per l'orme che recano profondamente impresse dei costumi di quei tempi, nelle carte, nei diplomi e nei capitolari ci ha invece un'autenticità che più dubitar non lascia dei fatti e degli atti della vita da essi testificati. Certo che in generale la lettura di queste carte è arida e infeconda, siccome quella degli atti rogati da un notaio, o trascritti negli archivi d'un tribunale; ma per l'antiquario che raccoglie le reliquie del passato, son documenti atti a porgere una nozione generale delle consuetudini civili di una società, e due sono i risultamenti che dallo studio di essi si ottengono: prima quello di stabilir le date, sì che più dubitar non si può che un fatto non sia proprio avvenuto al tempo assegnato, essendo la carta o il diploma il miglior modo a stabilir tutta la serie dei tempi d'un regno, il principio suo, il mezzo ed il fine; poi, ciò che ancor meglio ci guida nel curioso studio del medio evo, il riferirsi della maggior parte di questi atti alle transazioni private in mezzo a quella generazione. In così fatte scritture trattasi spesso della vendita d'un benefizio o d'un allodio, o anche d'un cavallo da guerra; e dove hai un atto di donazione d'un pezzo di terra o d'un mulino alla badia; dove una scritta di matrimonio, e dove l'emancipazione d'un servo con le formali consuetudini d'ogni singola nazione, in che appunto questi atti hanno un pregio storico. Il cartolare comprende in sè la raccolta di queste carte, titoli antichissimi a comprovar la legittima proprietà dei beni monastici, e lo studio meditato di quelle antiche pergamene, è, a così dire, una maniera d'iniziazione al medio evo. I capitolari, foggiati sopra più ampie basi, sono codici che abbracciano le consuetudini generali della società; la carta è l'atto della vita privata dal barone sino al servo; i capitolari sono lo statuto per ogni razza, per ogni frazion sociale, per ogni popolo, pel dominio e per la proprietà pubblica; i diplomi procedono dai re; le carte dai conti, dagli abbati, dai borghesi ed anche dai servi; tutti elementi che rischiarano la storia, e stabiliscono i costumi di ciascuna età.

Fra le reliquie di quei tempi antichi, io trascelsi un de' monumenti più preziosi a personificare in un sol quadro l'intera vita della comunità monastica, ed è il Cartolare di San Bertino, cioè la conserva delle carte e diplomi che costituirono e arricchirono quella grande badia. Le potenti comunità di quel tempo non eran già solo silenziose solitudini, in cui uomini meditabondi, al sicuro dalle mondane passioni, attendevano a coltivar la terra, ad ampliare il regno della scienza ed a pregare, ma sì ancora corpi politici che si frammettevano negli affari del mondo. Gli abbati, eletti quasi sempre dai monaci e confermati dal papa, conducevan vita vigilante ed attiva, ed esercitavano grande autorità sull'intero corpo civile. Accadeva egli che i pontefici convocassero un concilio per dare assetto alle cose della Chiesa, o che il sovrano bandir facesse una dieta militare del campo di maggio? gli abbati delle principali fondazioni monastiche v'accorrevano colla mitra in capo e la stola al collo per deliberare intorno alle pubbliche faccende. Francati, com'essi erano, dalla giurisdizione episcopale, tutti gli obblighi loro eran verso Roma, sorgente dell'unità cattolica: avean frequente, attivo carteggio co' re e coi papi, nè trattavano solo gl'interessi de' lor monasteri, ma venivano anche per l'esperienza loro consultati intorno ai casi della vita pubblica; nulla faceasi anzi nel mondo senza la cooperazione o il consenso dei capi di quelle colonie monacali che signoreggiavano la Gallia, la Germania e l'Italia.

I monasteri formavano di que' tempi una vera, tanto agitata, quanto faticosa repubblica, nella quale i monaci adoperavano nella elezione d'un abbate tutto il fervore della democrazia elettorale, con maggioranze e minoranze, e calde ed appassionate opposizioni: nè al medesimo abbate non era, quando eletto, troppo facile esercitar intera l'autorità sua; e talvolta ci avean tra i monaci più vecchi di quelli che la facean da tribuni a difendere gli antichi privilegi della badia. L'eguaglianza più perfetta regnava dovunque tra i membri di una stessa comunità, però che il monastero era rifugio anche ai grandi della terra: i principi scaduti eran cacciati nei chiostri siccome fossero prigioni di Stato, e a finir v'andarono re longobardi, capi sassoni e conti bavari. Corbeja, San Bertino e Sant'Ovano chiusero le ferree porte loro dietro a non pochi re di corona, i quali, confusi colà entro fra l'innumerevole famiglia dei frati, non avean cosa che li distinguesse dagli altri servi di Dio ricoverati dall'eremo e dalla badia. Ora tutti questi casi e fatti erano raccolti dai monasteri, e ne tenevano nota; e a queste note aggiungevano indi carte e allegati, originali documenti che giustificavano le relazioni del monaco, a cui era commessa la cura di raccogliere il cartolare, il qual monaco avea nome, quasi dappertutto, di fratello archivista, deputato a far tesoro d'ogni minimo titolo che si riferisse alla badia.

Niuno v'era al medio evo che non sapesse l'antica celebrità del monastero di Sithieu, fondato da san Bertino, non lunge da Sant'Omero. Era san Bertino un pio monaco, nativo di Costanza sul Reno, città romana e nido già di sapienza e di luce. Abbracciò lo stato monacale con sant'Omero, il primo che incivilì la Fiandra, e seguíto da parecchi devoti compagni, andossene in quella provincia, ch'ei con essoloro toglier doveva all'ignoranza e all'idolatria. Giunti nel paese di Terrovana, ivi per prima cosa edificarono una chiesa tutta di muro, contro l'uso di quel tempo, che era di edificare in legno, e la ornarono di mosaici e di colonne, e circondarono intorno di celle, che divennero in breve tempo troppo anguste, onde ne fu spiccata una colonia di lavoratori, la quale, guidata da san Bertino, avviossi verso la città di Sant'Omero, dove i religiosi corsero le campagne a cercar un ricetto e un luogo adatto alla coltura. Or mentre stavano pregando Dio per questo, ecco venire a loro un ricco Franco, di nome Adroaldo il quale già vecchio e senza eredi, mosso da devozione verso san Pietro, donò a que' poveri monaci una villetta chiamata Sithieu; ed essi vi lavorarono intorno sei o sette anni, e rizzaronvi una cappella; poi coll'andar del tempo, il monastero andò sempre più ampliandosi, finchè un'altra colonia venne a stabilirsi sur un monticello vicino, fabbricandovi una chiesa ed un cimitero, e tutte queste succursali formarono di poi la grande abbazia.

La lista degli abbati di San Bertino fu indi tosto ricca di nomi illustri; intantochè le altrui donazioni allargavano continuamente i poderi suoi. Gli abbati erano talvolta di schiatta regale, cioè figli di prefetti palatini e di re merovingi; ma nulla più valse a innalzarla nel concetto de' popoli, dell'aver essa raccolto gli ultimi de' Merovei. La prole dei re criniti fu cacciata in quella solitudine, convertito il monastero così in una prigione politica, nè più s'udì parlare di quella progenie fulminata dalla fortuna; San Bertino fu, come dire, il sepolcro de' Merovei, e gli abbati, complici umilissimi del nuovo lignaggio, spensero colà entro gli ultimi rampolli dell'antico.

Il cartolare di San Berlino appena tocca un motto di Childerico, l'ultimo di que' Merovei che pure aveano a quella badia conceduti tanti privilegi. «Dopo qualche tempo, dice il cartolare, il re Childerico avendo finita l'ultimo scorcio di sua vita nel monastero di Sithieu, fu sepolto nella chiesa di San Bertino.» Nè una parola pur di compassione su questa morte, nè un lamento su questo re d'una famiglia scacciata; egli è rinchiuso, e muore come il più oscuro di que' monacelli, e appena il suo nome è scritto nella liturgia; più anzi si parla della storia d'un abbate, della sepoltura d'un cantore, che d'un re scaduto, però che la Chiesa è ligia al degno figliuol di Pipino. Onde Carlomagno anch'esso ricolma di privilegi i monaci di Sithieu o di San Bertino.

Le prigioni di Stato sotto l'impero di Carlomagno furono adunque San Bertino, Corbia, Fontanella, Sant'Ovano, Fulda in Germania, e Montecassino in Italia, tutti monasteri continuamente popolati di vinti, sì che l'imperatore, ben servito, rimerita i sostenitori dell'autorità sua col seguente diploma: «Carlo, per la grazia di Dio, re dei Franchi, uomo illustre, esercitando la podestà nostra reale, confermiamo i doni fatti dai nostri predecessori ai luoghi santi, secondo la regia consuetudine. Venuto dunque alla nostra presenza il venerabile Ardrado, abbate del monastero di Sithieu, edificato in onore della madre di Dio e degli apostoli Pietro e Paolo, ricordando alla real munificenza nostra quanto i nostri antenati fecero per le immunità del monastero, fra le quali, per esempio, quella che nessun giudice pubblico entrar possa nelle terre della badia a giudicare le cause, noi abbiamo confermato i detti privilegi in ogni cosa che vantaggiar possa il monastero.» Ed appiedi è il sigillo del gloriosissimo Carlo; il qual sigillo, copiato come fu nel cartolare, rappresenta un volto grave, perfettamente delineato, con la corona in fronte; barba folta, occhio grande, naso di forma germanica. Che sia questo il tipo carlingo?

Pochi anni appresso, il monastero di Sithieu ottiene un altro regio diploma, che porta in fronte: De venatione sylvarum (della caccia ne' boschi); ed ivi Carlomagno prende il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi e di patrizio di Roma. «Noi confermiamo, ivi è detto, per l'eterna nostra salute, i doni da noi già conceduti ai servi di Dio; e però si fa noto ai presenti ed ai futuri, aver noi conceduto ad Ardrado abbate, ed ai monaci del monastero di Sithieu, la facoltà di cacciare nei boschi, così essi come la loro gente, sì che possano aver modo ad uccider de' capriuoli, affin di servirsi delle loro pelli a coprire i libri ed a far guanti e cinture, e questa facoltà s'intenda concessa loro in perpetuo.» Onde, se gli abbati di San Bertino dimandavano di poter con pelli ferine coprire i loro volumi, per difenderli dai guasti del tempo, segno è che aveano già una libreria ragguardevole. Infatti ancor giunto non era il trambusto che fu alla fine del secolo nono, nè i Normanni aveano ancora saccheggiati e arsi i monasteri.

Non pochi erano i libri al tempo di Carlomagno, e formavano come a dir le reliquie dell'antica sapienza e il vanto del monastero. Alcuni di quei cataloghi, che ancor ci rimangono, comprendono non che tutte le opere dei padri della Chiesa, come sono san Girolamo, san Paolo e gli altri, e le antiche e sacre scritture, anche gli autori profani, Virgilio, Orazio e fin Ovidio co' suoi poetici amori. Ci avea severissime pene contro chi distruggesse i libri, e quella pure della scomunica, troppo importando il salvar que' preziosi tesori dalla malizia o negligenza altrui. Il carteggio epistolare degli abbati di San Bertino coi papi era attivo e continuo, e godendo eglino il privilegio di dipender direttamente, per la loro giurisdizione, dai pontefici romani, chiedevano ad essi consigli sui negozi del mondo, ed in ogni cosa aveano a che fare: ne' concilii, nelle adunanze pubbliche, nei placiti, e ci venivano colla mitria in capo e il pastorale in mano.

Vedete voi que' marmorei pontefici corcati sopra i loro monumenti con iscrizioni dei tempi caroliniani? Sono gli antichi abbati di Sithieu, rosi dai secoli; ma fu un tempo in cui questi uomini potenti, all'ombra del loro monastero, contrastavano contro i re medesimi, custodivano i re scaduti, avean giurisdizione sovrana, e regi dominii, e una repubblica sotto il reggimento del pastorale. Bello era veder quei monaci darsi d'attorno, all'appressarsi dell'elezione, e opporsi vivamente a quell'abbate, che troppo pio avesse voluto introdur la riforma nel monastero, ponendo innanzi i loro privilegi, a cui erano affezionati come alla vita medesima. Ma questo nome di riforma, bene udire il facevano i pontefici più severi e religiosi, e quando i monaci si scostavano dalla regola austera, imposta da san Benedetto, scriveano loro: «Emendatevi, però che l'ozio è contro la vostra Regola.» E quando essi troppo a lungo sedevano in refettorio, o non osservavano i digiuni comandati dalla Chiesa, o violavano i canoni dei concilii, se si abbeveravano di vin generoso, se satollavansi co' pesci del vivaio, o con la selvaggina del bosco, i papi li minacciavan dell'interdetto, e venerandi custodi, come questi erano, della santità de' costumi, non pativano nè il praticar delle donne per entro alle celle, nè la vita romorosa della caccia per le foreste. Simili riforme erano eziandio tentate da qualche vigile abbate o austero vescovo; ma allora che recalcitrar, che gridare! Que' religiosi che non volean saper di riforma, mormoravano contro l'abbate dittatore, i pochi, stretti in tempestose leghe, con lui contrastavano, e il cartolare di San Bertino appunto a conoscer ci dà la storia di così fatti contrasti.

Gli annali dei monasteri sono nel medio evo la parte attiva, intellettuale, politica della storia; ma s'ha egli a porre allo stesso ragguaglio e dare il medesimo pregio alle canzoni eroiche, vere epopee di quell'età? Nessuna di siffatte tradizioni, ci convien ridirlo, fu scritta contemporaneamente al regno di Carlomagno, e fatica gittata sarebbe il cercarvi i fatti veri della vita del grande imperatore; sono anzi ricami intessuti sull'ordito dei fatti veri, narrati dalla cronica, dove al tutto manca la verità in quella che chiamasi cronologia storica; gli autori di queste canzoni eroiche pigliano un fatto, e lo acconciano a modo loro, in quella guisa che i miniatori del medio evo dipingevano Giuditta, Oloferne e gli altri personaggi del Nuovo Testamento, abbigliati alla foggia che usavasi al tempo in cui miniavano! Così fanno i trovieri, e tu vedi a piena mano profusi nelle loro canzoni i colori, e a ogni poco descrizioni di battaglie e di costumi della vita feudale; e poichè quanto ancor ci resta di così fatti poemi non va più su del secolo duodecimo, gli è naturale che i trovieri da cui furono composti, gli abbiano tinti dei costumi e degli usi de' loro contemporanei, tutti figurandoli in persona di Carlomagno. Il fondo di tutti questi poemi è lo stesso, solo la coloritura è diversa; le originali canzoni eroiche schierano uno stuolo di paladini intorno a Carlomagno, e gli formano la sua pleiade; il conte Orlando, Uggero il Danese, Olivieri, Turpino, Ganalone di Magonza, i quattro figli di Amone e il longobardo Astolfo, sono continuamente in campo con lui. I quali nomi furon dai trovieri tolti alle croniche per attribuir loro quel maraviglioso che forma, come a dire, il fondo dei loro episodi: le guerre dei Sassoni, dei Longobardi, dei Saraceni, o i pellegrinaggi di Carlomagno a Gerusalemme o a Sant'Jacopo di Compostella, sono i temi invariabili dei romanzi cavallereschi: vasto campo in cui tanti prodi paladini si veggono e tante prodezze! Nè già è che prestar si debba intera fede a queste cavalleresche epopee; ma nell'indagine de' tempi antichi, tutti gli indizi e gli elementi giovano a formarsi un giusto concetto della società.

E chiunque ha in pregio la storia, non isdegni pur le verbali tradizioni, che passarono d'età in età, e delle quali grande numero troverà sulle rive del Reno e della Mosa, relative al periodo carolino. In qualunque delle età alemanne egli vegga una statua colossale, con la corona in capo e la spada in pugno, quello è Carlomagno; se in vece sia un dipinto, foss'anco un avanzo d'un san Cristoforo dell'Olbein, esso è pur Carlomagno! La polvere delle ruine ha sepolto i monumenti da lui edificati, salvo poche reliquie che rimasero in piedi: Carlomagno fu quello che pose la prima pietra di questo coro della basilica d'Aquisgrana; vedete quel sepolcro coperto d'un'ampia lapide? ivi dentro egli posava con giunte le mani; quel sedile di pietra gli è il medesimo in cui sedeva alle corti plenarie; questo cerchio d'oro, questa corona era quella di Carlomagno; quest'arca benedetta chiude le sue ossa; le foreste della Mosa, della Mosella, del Reno udivano i nitriti de' suoi cavalli e i latrati de' suoi cani; que' castelli colà oltre, sul monte, le cui ruine si confondono coi poggi indorati dalle viti, furon le sue dilette dimore, però ch'egli avea caro di spesso visitare Magonza, la sede episcopale di san Bonifazio. A Francoforte ancor durano alcune vestigia del suo palazzo; la via in riva del Reno è tutta carlinga, e tu vi spiri un aere tutto pregno di ricordanze, che tutte ti richiamano il grande imperator d'Occidente; le instituzioni germaniche, le leggi, le pompe, le feste, tutto si riferisce a Carlomagno, il fondatore di tutto ciò che v'ha d'antico e di grande in Franconia, in Svevia, in Turingia, in Baviera, nella Belgica, dal Reno fino alla Sala.

Ond'è, o grande imperatore, che le generazioni del Reno ti santificarono e posero la tua vita nelle leggende, e tu divenisti per le semplici popolazioni dell'Alemagna san Carlomagno! Or quando a Colonia, ad Aquisgrana, a Magonza, vedi un santo muoversi nella sua nicchia, e odi suonar gli orologi, e gli inni rimbombar sotto quell'ampie volte, tutto è per Carlomagno. Scorri le liturgie tedesche, e ci troverai l'imperatore onorato qual santo; leggi la bolla d'oro, e apprenderai che da esso derivano tutte le leggi germaniche. Le imagini di Carlomagno son ivi adorate al pari delle reliquie; si cerca ivi il suo cranio, le sue ossa, le sue pietre, le sue fondazioni, e il suo nome riempie di superba compiacenza gli abitanti del Reno.

Il popolo che si ristora alle tepide sorgenti d'Aquisgrana, nel discendere gli scaglioni che mettono alla bollente fontana, e nell'appressarsi la tazza di cuoio alle labbra, pensa a Carlomagno; quella calca che trae al giubileo della chiesa d'Aquisgrana, nel tempo che si espongono le reliquie alla vista di migliaia e migliaia di pellegrini venuti di Baviera e di Svevia; quella calca che inginocchiasi e prega, s'inginocchia e prega dinanzi al grande imperatore; e il navicellaio del Reno, nell'intonar le sue tedesche canzoni, le tradizioni o leggende d'amore, agitato è pur dalle memorie di Carlomagno, di Berta dal gran piè sua madre, di Emma sua figlia, la nobile amante di Eginardo, il protettore della badia di Sellinstad, le cui ruine dinanzi a lui si dileguano fra le ultime nebbie della sera. Di questo modo se avvien che un grande nome si stampi nella storia d'un paese, tutte le tradizioni vengono a congiungersi a quello, ed esso diviene il vanto, la poesia, la forza morale d'una nazione!

CAPITOLO XII. INDOLE E CARATTERE LETTERARIA DEL PERIODO CARLINGO.

Opere letterarie di Carlomagno. — Frammenti delle sue lettere. — Suol versi. — Biografia d'Angilberto. — Landrado, arcivescovo di Lione. — Agobardo. — Turpino, arcivescovo di Reims. — Teodolfo, vescovo d'Orleans. — Adalardo, abbate di Corbia. — Angesiso, abbate di Fontenelle. — Felice, vescovo di Urgel. — San Benedetto d'Antano. — Altri scrittori oscuri. — Gli studi alla fine dell'Impero di Carlomagno. — Quanto ei fece a favor delle lettere e delle scienze. — Teologia. — Filosofia. — Scuole e biblioteche monastiche. — Prototipi della scienza germanica. — San Gallo. — Fulda. — Magonza. — Scuole dell'Austrasia. — Metz. — Verdun. — Scuole della Neustria. — San Germano di Parigi. — Corbia. — San Martino di Tours. — Scuole italiche. — Montecassino. — Morte del diacono Paolo Lombardo. — Inizio del secolo letterario di Lodovico, figliuolo di Carlomagno. — Incmaro, arcivescovo di Reims. — Lupo, abbate di Ferrieres. — Pascasio Radberto.

800 — 814.

Privilegio degli uomini che primeggiarono nella storia, è l'assorbir tutto lo spirito d'una età; il secolo piglia nome da loro, non v'ha letteratura, nè poesia, nè storia, se non all'ombra della fama loro. Tale si fu a Roma il secolo d'Augusto, e tale al medio evo, il secolo di Carlomagno; allato alle ampie conquiste, e più alto che l'ordinamento politico, vediamo l'impero incontrastabile del sapere, uno smisurato universal desiderio d'ampliarlo, una prepotente inclinazione pe' classici studi. Nel parlar ch'io feci delle gloriose guerre di Carlomagno, ebbi a noverare i conti valorosi e forti, che gli furono compagni nelle imprese militari; ora parmi necessario di pigliar a considerare gli uomini che contribuirono a far procedere innanzi la civiltà, molto più che in questo punto luminoso, situato fra la prima e la terza stirpe, ci ha qualche illustre intelletto che si vuol togliere all'obblivione dei secoli, e siffatto lavoro formerà il natural compimento di questi annali. Ho a parlar di opere morte, di idee che più non corrispondono a nulla di quanto alletta l'attual società; ho a dir come intere generazioni andavano alle scuole de' monasteri per ascoltarvi sottili dissertazioni; ma oimè! manco per avventura sottili di certi pensamenti intorno ai diritti ed alle prerogative delle moderne podestà.

Carlomagno, a imitazione degli altri grandi uomini, signoreggiar volea la letteratura del suo tempo con la forza medesima da lui posta a crearsi l'impero. La natura sua fatta non era per lo studio; infatti, quasi continuamente affaccendato nelle lunghe sue guerre, come potea trovar il tempo da dedicare alla lettura ed alla meditazione dei libri? E nondimeno egli lasciò varie opere messe insieme con iscrupolosa accuratezza. I capitolari, fra queste, non sono altrimenti letterari monumenti, nè alcun orma hanno in sè del progresso delle lettere; sono atti legislativi, scritti di mano in mano, a seconda delle contingenze; alcuni anche (ommessi dai compilatori e raccolti dal solo Galdasto), benchè monumenti rari e preziosi, riputar non si deggiono, nè sono che semplici rescritti e diplomi[129]; parecchi di quei valorosi conti, usciti dalla schiatta dei Sassoni, aveano accompagnato l'imperatore alla guerra contro i Saraceni di Spagna, ed egli, con un capitolare dettato al suo cancellarius, distribuiva loro grandi tratti di terra in Turingia, con diritto di far lavorare nelle miniere d'oro e d'argento; o pure, l'atto da lui dettato era a favor della sua diletta città d'Aquisgrana, di cui egli stesso ricorda l'antica origine, e gli splendidi privilegi; o se più vuoi, in qualche altro ad esaltar si fa il titol di nobile appo i Franchi e i Germani, o diventa poeta descrivendo i misfatti enormi che si commettono in Francia e in Italia, e dice: «Queste colpe han provocata la collera di Dio, la sua pazienza è giunta al colmo, e vuole sterparle col castigo del fuoco agli sciagurati autori di tante enormezze.»

Nel secolo scorso fuvvi come un pellegrinaggio di dotti in cerca delle opere di Carlomagno, e i padri Martene e Durand, benedettini, andarono di città in città scorrendo l'Italia, per trovare le tracce dei capitolari e i documenti dei tempi carlinghi, in che già preceduti gli avea il padre Mabillon; e le indagini da essi fatte per le biblioteche fruttarono fortunati scoprimenti, da cui poscia i dotti seppero trarre profitto. Le lettere di Carlomagno furon quindi raccolte e coordinate, ed una ve n'ha importantissima da lui dettata e indiritta ad Elipando Toletano ed agli altri vescovi di Spagna, sul proposito dell'eresia di Felice da Urgel, fulminata dal concilio di Francoforte. «Oh quanto grande è il ben che viene dall'unità religiosa! E che v'ha egli di più ammirabile, di più santo della cattolica religione? Perchè dunque infrangere la venerabile autorità sua? Poco era per costoro il vivere in mezzo ai Saraceni di Spagna, che gravar vollero la propria condizione con un errore ancor più funesto, errore unanimamente condannato da un concilio di vescovi rappresentanti tutte le chiese dell'impero. Orsù! accettate in pace questa sentenza dei concilii, nè vogliate presumervi più sapienti della Chiesa universale.» Tali sono le parole di Carlomagno in quella lettera autenticata col suo sigillo[130].

L'imperatore la fa pur da teologo in una curiosa spiegazione che egli dà intorno a Settuagesima, Sessagesima, Quinquagesima, nomi ecclesiastici delle tre domeniche che precedono la quaresima; e questo avviene appunto in quel tempo ch'egli ha più da far come re dei Franchi e dei Longobardi, e ch'egli attender dee a più guerre ad un tratto. Mente in vero suprema e maravigliosa! La più curiosa di queste lettere dimostra il suo nobile amore agli studi, volendo egli che sieno aperte scuole in tutte le chiese. «E ponete, dice, a condur queste scuole uomini atti.» Poi, il fiero principe, uscito dalle foreste, si fa ad enumerar quivi lungamente i vantaggi della scienza, madre e fonte di tutte le cose[131]; dove si sente già il pensare di chi ha corso l'Italia, dell'amico d'Adriano, del patrizio di Roma! Certo che alcuni di questi atti sono opera dei cherici che circondano Carlomagno; ma e quel nobile impulso allo studio non viene forse da lui? Egli vi si adopera senza posa; fa compilare una raccolta di omelie per utile delle chiese, e vi premette una prefazione, nella quale il proposito suo è di provar che lo studio è il primo dei doveri; e scorre l'intiera sua vita, e se trova in essa qualche ragion di lode, si è solo pel poco ch'egli ha fatto a pro delle scienze; a considerarlo nella sua vita attiva tu diresti ch'egli è tutto nelle sue conquiste, tutto atteso ad aggiunger nuove terre all'impero suo, qua contro gli Unni, colà contro i Saraceni ed i Sassoni; e pur non è cosa che negli scritti suoi dia a conoscere il conquistatore; tutto ivi sente del legislatore e del principe studioso. Sì grande com'è, si vede ch'ei si piace negli studi teologici; e cosa che non par credibile, compone di suo un trattatello sui doni dello Spirito Santo, e scende alle più minute disquisizioni per promovere l'amor degli studi, ed entra in lizza solo perchè abbia maggiore importanza e splendore. In fatti, può egli scegliere argomento più sublime a trattare, dei doni e attributi dello Spirito Santo? «Gli antichi filosofi avean essi ricevuto il dono dello spirito?» Carlomagno lo nega: «Però che ricever non si può verun di siffatti doni, senza tutti raccoglierli.» Tal altra fiata l'imperatore depone in seno a' suoi confidenti i grandi suoi disegni per l'avvenire; e scrive, esempigrazia, ad Angilberto, a cui dà il misterioso nome d'Omero[132], d'andar privatamente a trovar papa Leone: «Chè troppi sconci sono nella Chiesa, e vuolsi ad ogni modo diradicar la perniciosa zizzania della simonia.» E per quella via gli offre il danaro necessario ad innalzare in Roma una basilica a san Paolo. Le discussioni intorno allo spirito formano il soggetto di un'altra lettera al papa, e quasi d'un altro trattatello dommatico, in forma di sottile dissertazione che sembra opera di un ecclesiastico piuttosto che di un guerriero. Il tempo presente, con quel suo superbo sprezzo, non comprenderà certo come un potente imperatore sia disceso a queste sottigliezze; ma il perdersi in sottigliezze non è già il tarlo di un potere o d'un tempo solo; ogni età ha le sue cose puerili, le sue fanciullesche dissertazioni sopra i misteri dell'autorità; all'ottavo secolo Carlomagno fece il mestier del teologo; in altri tempi avrebbe fatto il mestiere del politico.

Ora eccolo poeta, in atto di scandere i versi latini, l'idioma scientifico di quella generazione: il tradurre le opere della lingua comune e romanza in latino era cosa che usavasi fin sotto la prima stirpe; e la stessa canzon guerriera dei Franchi in armi era tradotta in latino. Oltre all'affettuoso epitaffio di Adriano, addio d'un figliuolo al padre, che vedemmo scritto da Carlomagno, egli avea pure mandato al papa un picciolo salterio che comprende un intero poema in lode del pontificato. Protettor com'egli era degli uomini di lettere, amava pure o di farsi egli incontro a loro, o di chiamarli a sè; onde a Paolo Varnefrido, o Paolo Diacono, che s'è ritirato a Montecassino per vivervi da eremita, indirizza alcuni versi elegiaci affine d'indurlo a venir di nuovo alla sua corte, tal che l'hai per Augusto che scriva a Virgilio; e quando Alcuino, vecchio e logoro, si toglie dalla corte, a lui scrive come a suo maestro e dottore: «O padre, voi vi siete ritirato in solitudine, e buon per voi; aiutatemi con le vostre orazioni a conseguire l'eterna salute.» Poi trovandosi a Roma, l'imperatore detta di colà nuovi versi al solitario di Montecassino, al suo Varnefrido, dicendogli: «Perchè non venire a trovarlo in Roma, perchè dimenticarsi così dell'amico?»

Poscia il potentissimo principe si converte in gramatico, e prende a fare un lessico della lingua tedesca, con le parole latine a riscontro, lavoro comparativo da lui piantato su larghissime basi; indi corregge di sua mano gli esemplari della Scrittura, e convien dire ch'ei fosse pervenuto a un alto grado di perfezione nello studio delle lingue, se gli annalisti suoi si curarono di notare che re e imperatore riscontrò con grandissima diligenza i quattro Evangeli sul testo greco e la versione siriaca[133]. Egli sapea dunque le lingue orientali a segno da tradur gli Evangeli dalla lingua ebraica nella tedesca, e da critico acuto riscontrava gli Evangelisti fra loro, li punteggiava e correggeva. Amasi talvolta di contemplare i grandi uomini nelle picciole opere, quando scherzano, a così dire, col destino a cui sono nati; e quindi bello è ancora veder Carlomagno dar vita o indirizzo ai libri carolini intorno al culto delle imagini, spiegare il senso del concilio di Francoforte, avverso al culto delle arti, e termine di mezzo tra la dottrina iconoclastica, che non vuole rappresentazioni di sorte alcuna, e la sentenza di alcuni artisti greci, che sostengono l'adorazion delle imagini essere altrettanto santa, quanto la medesima Trinità. Egli è difficile che un uom sovrano non si frammetta delle quistioni del suo tempo, e tanto più s'egli ha obbligo di governare la società, chè allora non gli è lecito sequestrarsi dalle opinioni che si agitano intorno a lui, dovendo, chi regge gli uomini, investirsi fin anco delle loro passioni. Quanto alla lingua usuale di Carlomagno, già dicemmo essere la tedesca, e abbiamo ancora di suo, in questo idioma, un formolario per la confessione. Curioso è in vero veder, per istoria, l'alacre attività di questo sovrano intelletto, che non punto spaventato da queste minuzie e frivolezze della vita, gode anzi di travagliarsi in questo compito letterario ch'egli insiem cogli amici e confidenti suoi ha imposto a sè stesso. E questo è pure un tratto di rassomiglianza che la storia trova in tutti i conquistatori; aman essi d'intrattenersi coi letterati e con gli scienziati, nè sdegnan punto d'entrar in gravi o ameni discorsi con loro; però ch'ei sanno, una nazione non poter esser grande e forte, se non per l'opere dell'ingegno. Ed essi medesimi che sarebbero mai, se la storia non s'impossessasse del loro nome? Il nome che più illustre splenda allato di Carlomagno, in fatto di scienze e di lettere, quello si è d'Alcuino, che fu promosso alla dignità d'abbate di San Martino di Tours. Nasceva egli di nobili e facoltosi parenti, l'anno 735, nella provincia di Jorc, con vari fratelli, un de' quali fu vescovo di Salisburgo, e tanto era in lui il sapere e l'ingegno, che si meritò il soprannome di aquila. Studiò fanciullo nella fortissima e dottissima scuola di Jorc, dove insegnavasi il latino, il greco e l'ebraico, e dove da discepolo divenne maestro, da studiante, bibliotecario; poi fu fatto diacono di quella Chiesa, degna sorella dell'altra di Cantorberì, ed amendue ufiziate dai monaci di San Benedetto. Salito in grido ben tosto, visitò Roma e l'Italia, ivi scontrossi in Carlomagno e il re e il sapiente subito furon d'accordo; Alcuino promise di recarsi in Francia, tenne la sua promessa, e v'ebbe ricche abbazie; poi si mise nello stesso palazzo di Carlomagno, e vi tenne cattedra di scienza, siccome pare, leggendo pubblicamente sotto i portici di quelle regie dimore, e ristorando gli studi dell'antichità con la guerra ch'ei fece all'ignoranza insieme ed all'eresia. Nè guari andò che, ritiratosi nella solitudine di Tours, applicossi a meditar la Scrittura, e fece di propria mano una copia correttissima e perfetta dell'Antico e Nuovo Testamento, da lui, con una lettera dedicatoria, profferta a Carlomagno. Alcuino morì molto innanzi negli anni, e nell'antica chiesa di San Martino conservossi per gran tempo l'epitaffio, pieno di umiltà, da lui per sè stesso composto. Apprezzabili sono le opere che di lui ci rimangono. Le sue quistioni intorno alla Genesi sono una vera dissertazion filosofica che sa della scuola sassone del venerabile Beda; ivi egli bravamente va discutendo su quelle parole di Jeova: «Facciamo l'uomo a nostra imagine e somiglianza:» e questo scritto, di tal merito che vi fu chi volle attribuirlo a sant'Ambrogio e a sant'Agostino, fondò la prima riputazione d'Alcuino. Compose indi un trattato sui sette salmi penitenziali, sull'uso da farne e sui notabili precetti, che trar se ne ponno a ben vivere. «O anime sante (così egli) cantate, cantate le laudi del Signore,» gli inni di glorificazione. Ma e il Pange lingua, quel cantico sublime, è opera di Fortunato o d'Alcuino? La quistione pende ancora indecisa dinanzi al tribunale della critica. Poi, ancora il sassone dottore, discute intorno all'Ecclesiaste e al Cantico dei Cantici. Che significan quelle parole: «Ci sono sessanta regine e ottanta mogli di seconda schiera?» In che si oppongon esse alla santa unità del matrimonio?

Segue indi un trattato sulla Trinità santa e indivisibile, dedicato a Carlomagno, col quale intende a raffermarlo nella fede cattolica, e però che Carlomagno è pur sempre il simbolo per lui della protezione e dell'invocazione, a lui scrive sotto il nome di Davide, della differenza che passa tra l'eternità, l'immortalità e la perpetuità, tra secolo, età e tempo[134]. E dopo questo si scaglia nella filosofia più sublime, in un trattato sulla ragione dell'anima[135], da lui indiritto alla vergine Eulalia, alla quale, seguendo il genio suo poetico, manda un'orazione in versi a Dio, con una breve istruzione e litanie, e altre preci. Nè men potente è Alcuino dov'ei si fa controversista, e se la piglia con Felice d'Urgel, dicendo: «E che cosa insegna questo eresiarca? Forse alcun che di nuovo? No, perchè dir che Cristo è il figliuolo adottivo di Dio, e non più, è risuscitar gli errori di Nestorio.» E così dov'entra in controversia con Elipando, vescovo di Toledo; e detta un libro sull'Incarnazione, difendendola e santificandola, e ora svolge la grandezza del battesimo, e ora le maraviglie dei Sacramenti; esalta la virtù, danna il vizio, e sentenzia che la vita ha da essere un composto di castità e di purità.

Fin qui Alcuino s'è tenuto nel campo della filosofia, ma d'ora innanzi egli scorre quel delle lettere e delle scienze più amene, e l'opera sua prima in questa materia è un trattato delle sette arti liberali, di cui soli ci restano alcuni capitoli. Quello fra essi che tratta della gramatica, è a forma di dialogo tra un Franco ed un Sassone che discutono intorno alla punteggiatura, alle parole, al senso loro. Ingegnoso è il disegno di questo dialogo, in cui il Franco e il Sassone parlano due lingue distinte. Segue dappoi un altro trattato sulla retorica e sulla virtù, più curioso ancora del precedente, per la qualità degli interlocutori, che sono Alcuino stesso e Carlomagno. Il dottore ama quivi di provocare il potente principe alle quistioni più alte della scienza, e lo fa stare continuamente in scena, in modo che tu diresti esser egli la sua providenza, la sua forza, la sua salvaguardia, il suo tutto, e te lo mostra come un saputo teologo, e un dottor cattedrale. Alcuino ha studiato le opere di Cicerone, e Aristotile stesso non gli è ignoto; in ogni parte, a quel tempo, traspira lo studio degli antichi; in fatti quest'accozzamento della dottrina e della virtù in un medesimo trattato non è fors'egli un simbolo adombrato già da Cicerone nelle sue lettere famigliari? E l'arte del ben parlare, non dee forse aver l'origine sua nel pensiero e nel proposito di ben fare?

Tutto negli studi d'Alcuino si riferisce a Carlomagno, protettore ed amico suo; nulla egli scrive che a lui non sia dedicato; egli è un maestro sempre in commercio co' suoi allievi, l'imperatore e i figliuoli di lui: principio ed autor com'egli è della scienza, ei discende tuttavia ad insegnare i primi rudimenti, e il suo dialogo col principe Pipino è un modello analitico della filosofia umana e cristiana ad uso dei giovani. E scrive la vita di san Vasto, vescovo di Arras, e compone iscrizioni sepolcrali, chè il sepolcro era il pensiero di tutta quella generazione. In fatto poi di lettere, nessuno ebbe a scriverne più di Alcuino, e prezioso è il suo epistolario, molto più ch'esso addita il progresso delle arti e delle scienze, nè v'ha nulla mai di superfluo in questo studio dello spirito umano. Ventisei di queste lettere sono indirizzate a Carlomagno, e trattano d'importantissimi e svariatissimi argomenti: di storia, di giurisprudenza, d'astronomia, alcune in versi latini ed altre in prosa. La poesia forma il sollievo di quell'uom grave, ed egli ama di compor inni in onore di Dio e in esaltazion dei misteri di nostra religione. Leone III viene in Francia, ed Alcuino scrive un lungo poema in onor suo; poi, mescendo i nomi dei santi cristiani alle memorie di Grecia e di Roma, indirizza versi agli amici suoi sotto i pseudonimi di Dafni e di Menalca; poi un poemetto sulla vigilanza del gallo, poi un altro sulla tristezza e servitù del mondo, poi un lungo poema eroico, fatto a celebrar la storia degli arcivescovi di Jorc, e fin compone una genealogia di Cristo. Grande è la rassomiglianza sua con sant'Ambrogio e sant'Agostino; egli è, al par di loro, un filosofo letterato, disputatore, ingegno ameno per la forma, e scientifico per le memorie e gli studi profondi della scuola sassone. La storia di costui è appunto importantissima, perch'ella si mesce e confonde con quella di Carlomagno, di cui egli è institutore, e a lui attribuir si dee il risorgimento degli studi.

Questa curiosa smania che trae alcuni di quegli scienziati verso l'antichità greca e romana, manifestasi principalmente in un monaco semplice, di nome Angilberto, ch'erasi meritato il soprannome d'Omero del tempo suo, siccome Carlomagno il chiama nelle sue lettere. Alcuino veniva, quasi pellegrino, dalla Sassonia; e Angilberto era della Neustria, ed il più caro allievo e discepolo che quegli si avesse, e ben per saggio e prudente il conobbe Carlomagno, che il diede per primicerio a Pipino, quando fu coronato re d'Italia. Poi di colà ritornossene in Francia; sposò Berta, propria figlia dell'imperatore, e venne in tanto favor di questo, ch'ei fu fatto duca e governatore della Francia littorale dalla Schelda fino alla Senna. Uomo tra i più atti agli affari del tempo suo, com'egli era, fu adoperato nelle legazioni di maggior rilievo; giovine ancora, e consentendolo Berta sua moglie, ritiratosi nel convento di Centula o San Ricchieri, pigliò l'abito di bigello come semplice monaco, e vestito di quest'umil tonaca, accompagnò Carlomagno a Roma, quando ivi fu cinto della corona imperiale; finalmente, rinunziato al mondo, passò di vita nel monastero suo di San Ricchieri, dove fu sepolto, secondo l'ultimo suo volere, alle soglie della chiesa, con un epitaffio, non tanto modesto, quanto quel d'Alcuino. Quest'Angilberto, l'Omero della corte di Carlomagno, fu di fatto un poeta. Indirizzò egli a Pipino, re d'Italia, parecchie centinaia di versi, nei quali gli dipinge la gioia che provò Carlo suo padre al rivederlo dopo un'assenza di più anni; poi Pipino, tutto forza e valor giovanile, tornava vincitore degli Unni, e Angilberto celebrava le sue vittorie; s'ei fondava un monumento, una chiesa, un monastero, e Angilberto esaltava in versi queste sue fondazioni; poi ora scriveva epitafi, ora dedicazioni di chiese, dilettandosi egli di scriver nel marmo quei caratteri che invitano all'orazione ed alla meditazion della morte.