I RAGAZZI D’UNA VOLTA
E I RAGAZZI D’ADESSO.
LA MARCHESA COLOMBI
I
RAGAZZI D’UNA VOLTA
E I
RAGAZZI D’ADESSO
MILANO
GIUSEPPE GALLI, EDITORE
Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80
—
1888.
Proprietà Letteraria
Milano. — Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 43.
DUE PAROLE D’ESORDIO
A misura che considero l’esistenza dei ragazzi che mi circondano, mi convinco sempre più, che questo è un tempo estremamente fortunato e bello per la fanciullezza. I bambini sono i despoti delle famiglie, i padroni del mondo, anche nelle case dove una giusta e voluta severità, non permette alle piccole testoline capricciose di avvedersi troppo di questa loro fortuna.
Si vedono intere famiglie della borghesia trasportarsi, nell’estate, in riva al mare, o sui monti, o a qualche sorgente di acque minerali, — anche a costo di gravi sacrifici di borsa, — per rinforzare un bambino gracile, per ridare un po’ di roseo alle guancie impallidite di una bambina. A’ miei tempi i bambini delicati e poveri morivano, ed i genitori piangevano amaramente. Ma le bagnature e le cure climatiche erano riservate esclusivamente alla gente ricca.
Ora invece, se non si può movere la famiglia, si cerca, e si trova una pensione, economica relativamente, ma sempre gravosa per le piccole rendite e per la gente che vive del proprio lavoro; ma il ragazzo non è mai privato della cura che si richiede per la sua salute.
Pei figlioli dei poveri vi sono delle beneficenze che provvedono alle cure climatiche ed ai bagni di mare.
Negli istituti, nelle famiglie, si usa far visitare tratto tratto da un dentista i denti dei giovinetti, per preservarli da quell’orribile carie, che altre volte rovinava i denti tanto presto, senza altro rimedio, nella maggioranza, che quelli a cui si ricorreva quando gli spasimi lo richiedevano imperiosamente, e che, bene spesso, distruggevano il dente insieme col male. I nostri vecchi, dente più dente meno, non se ne curavano troppo, e dicevano che queste sottigliezze erano buone pei figlioli dei gran signori.
E le scuole dove noi s’andava a gelare l’inverno, ed a soffocare l’estate, sono ora riscaldate ed aerate bene, a seconda della stagione. Ed invece di passarvi una quantità di ore immobili, come si faceva altre volte, ora vi si alternano gli studi colla ginnastica, colle lunghe passeggiate; si misura il tempo, si studia soltanto in date stagioni; tutto per riguardo alla salute ed al benessere dei ragazzi.
Conosco degli istituti dove le giovinette, che non si debbono esporre al freddo della strada per andare a far colazione alle loro case, si portano una costoletta preparata in un piattino, ed un piccolo fornello a spirito, e nell’ora della ricreazione si cuociono quel manicaretto sostanzioso. Ne conosco altri, dove l’istituto stesso fornisce, dietro richiesta dei genitori, le colazioni calde alle alunne, come se fossero in una piccola locanda.
Ai nostri tempi la colazione che si portava alla scuola era composta di pane e frutta. Non altro. Le bottigliette del vino, che ora si portano generalmente, ci avrebbero inspirata una grande stupefazione.
I castighi, i veri castighi che tutti noi ricordiamo, — lunghe genuflessioni, lunghe reclusioni in un camerino, privazioni di frutta, e persino il regime a pane e minestra per vari giorni, tutto questo è passato allo stato di leggenda.
Non so se i fortunati bambini, curati, accarezzati col dolce sistema moderno, che approvo, riescano moralmente migliori di quelli d’altre volte, avvezzi dai primi anni a sopportare delle piccole contrarietà. Non so neppure se il loro fisico si rinforzi realmente nelle agiatezze; ad ogni modo, l’infiacchimento che può provenire dalle soverchie delicatezze, dev’essere corretto dalle cure igieniche.
Ma quello che mi parrebbe naturale, è che i bambini d’adesso fossero più felici dei loro piccoli predecessori, trattati tanto più rozzamente, e tenuti in soggezione. Ed invece non mi pare di riscontrare nelle piccole brigate e sui volti giovinetti dei bimbi del ceto civile, l’allegria schietta, spensierata che una volta era generale nei fanciulli.
Vedo sovente dei visini giovani improntati d’una gravità prematura, ed alle volte d’un’ombra di malinconia che m’impensierisce.
Oh bambini; o gioventù noncurante! Se sapeste a che amore s’inspirano quelle cure che vi circondano e che spesso vi danno noia; se sapeste che lavoro assiduo, che privazioni, e che pensieri, e che cumulo di fastidi costano ai vostri parenti, ne avreste un vantaggio infinito, perchè, se non altro, ne risentireste la gioia suprema di sapervi amati fino al sacrificio; e le gioie di questa specie fanno bene allo spirito ed al cuore, quanto l’igiene fa bene al corpo.
I nuovi sistemi, che rendono tanto dispendiosa l’educazione dei figli, non permettono più, o permettono di rado ai parenti di accumulare, anno per anno, dei piccoli risparmi, e di crearsi un modesto patrimonio, pel riposo e per l’agiatezza della loro vecchiaia.
Eppure vi sono parenti che, pel benessere dei loro figli, accettano anche questa prospettiva orrenda, della povertà nella età avanzata, dopo una lunga vita di lavoro.
Si rassegnano a campare come potranno, magari della riconoscenza dei figli che hanno allevati, a vivere in una relativa dipendenza, nell’età venerabile che avrebbe diritto a tutte le indipendenze, a tutte le supremazie, quando si gloria del ricordo d’un passato onesto ed operoso.
Questo è il colmo, è la sublimità dell’abnegazione; è l’eroismo della paternità.
È perchè i miei piccoli lettori possano apprezzare al loro alto valore le cure, i sacrifici che si fanno per loro, perchè si fermino qualche volta a considerare quanto tesoro di benevolezza rappresentano una costoletta, un paio di guanti, un mantellino imbottito, un’inezia, che per lo più lasciano passare inosservata, che ho scritti, dal gennaio al dicembre del 1886, questi racconti, e che ora li raccolgo in un volume.
Sono una serie di episodi veri, dell’infanzia, e della gioventù di persone, che ora sono mature o vecchie, e specialmente del mio nonno, che è morto da vent’anni.
Egli era fanciullo nell’ultimo quarto del secolo passato, quando a pochi, a pochissimi eletti, figli di grandi famiglie patrizie, erano concesse certe raffinatezze, delle quali ora si circonda anche un bambino di condizione modestissima. Allora i figli dei piccoli possidenti, dei commercianti, dei professionisti, erano allevati un po’ alla guardia di Dio, e dovevano cominciar presto a lavorar di gomiti per farsi largo nella vita.
Sono episodi semplici, buffi fors’anche. Ma quando ne avrete riso, bambini, ripensateci un poco; e vedrete come per voi si sono spianate tante difficoltà, come si sono banditi tanti rigori, come la vostra esistenza è più facile ed agiata. E, se siete buoni, ne sarete commossi, e sentirete un’immensa gratitudine pei vostri maggiori che si consumano la vita a lavorare per voi.
Come il nonno imparò a nuotare
Il nonno, che quando era bimbo, come è ben naturale, non era punto nonno, e si chiamava Andrea, abitava in un piccolo villaggio del basso Novarese. Suo padre era farmacista, il che, a quei tempi, non significava, come ora, preparare e vendere medicinali e, per giunta, tenere una raccolta di specialità più o meno ciarlatanesche in boccette e scatoline eleganti, e ciarlar di politica col medico condotto e con le altre autorità e notabilità del paese.
Il farmacista di Cerano, allora, vendeva e fabbricava una serie di cose, anche estranee affatto alla farmacopea; come per esempio il carbone, la polvere di riso, la cioccolata, la mostarda.
Era dunque un uomo straordinariamente affaccendato, ed aveva ben poco tempo, per non dire che non ne aveva punto, per occuparsi a vezzeggiare i suoi figli.
Sua moglie era in farmacia fin dalla mattina, e faceva le veci del marito tutto il tempo che egli doveva passare alle carbonaie. E quando lui prendeva il suo posto dietro il banco, lei badava alla cucina, al bucato, a tenere in ordine i vestiti dei figlioli, all’allevamento dei bachi nei mesi di maggio e giugno, ai polli, alle oche, ad un’infinità di cose, per le quali le ventiquattr’ore della giornata le bastavano appena, grazie alla sua grande attività; ma, a rigore, sarebbero state insufficienti.
I figli, che erano tre, venivano svegliati ogni mattina dalla mamma, che, di buonissima ora, bussava forte all’uscio dello stanzone, dove dormivano su tre lettucci, composti di due cavalletti, d’un saccone di foglie e d’una materassa.
A cinque anni cominciavano già a lavarsi e vestirsi da sè alla meglio. Prima dei cinque anni, era Andrea, il fratello maggiore, che aiutava i più piccini. Gli era capitata addosso a sei anni quella prima responsabilità; ma non gli era mai riuscita gravosa.
È vero che qualche volta i piccini, assonnati, capricciosi, gli menavano qualche pugno; ma lui lo rendeva equamente; se gridavano, gridava più forte di loro, e, bene o male, finivano sempre per esser vestiti tutti ogni mattina, e per scendere in cucina.
Era là che la mamma li aspettava per le preghiere; così, senza perder tempo, recitava forte un pater, un’ave, un credo, mentre scodellava la polenta, e versava in ogni scodella di polenta calda, una buona mestola di latte fresco pei figlioli.
Dette le orazioni e mangiata la polenta, i tre ometti andavano alla scuola, muniti del sillabario, della dottrina cristiana, dell’abbaco, del quaderno per lo scritto, e d’un panierino col pane ed una mela per la colazione del mezzogiorno. Il pane era abbondante, la mela era sempre una sola; e quando non era la mela erano quattro noci, o una pera. Mai nulla di più appetitoso. La costoletta, la bistecca, o le ova sbattute delle nostre scolarine moderne, non erano mai balenate alla mente di quei ragazzi, neppure in sogno. Se avessero udito di qualcuno che si fosse portato il vino per la colazione a scuola, come ora si fa da molti, avrebbero creduto che si trattasse del principe Camaralzaman o della principessa Badour, delle Mille ed una notte, e l’avrebbero considerata come una delle tante stravaganze di quei personaggi meravigliosi.
Al ritorno dalla scuola, babbo e mamma, facevano trovare ai figli il desinare, il focolare acceso nell’inverno, il letto per dormire, gli abiti per mutarsi. Confetti, trastulli, passeggiate, giochi, vezzeggiamenti, erano cose ignote.
E questo, non perchè il babbo del nonno fosse veramente povero. Aveva qualche fondo, la farmacia, e guadagnava benino, ed in un piccolo paese come Cerano, dove la vita costava meno che in città, ed a quei tempi, si poteva dire un uomo agiato.
Ma prendeva la vita molto sul serio. Aveva dei principii austeri. Guai a fare un debito! A’ suoi occhi era una vergogna. Guai a ritardare d’un giorno un pagamento; era mancare ad un dovere. Guai a spendere quattrini in una cosa inutile, in una superfluità, in un divertimento, mentre con quel denaro si poteva fare qualche cosa di seriamente giovevole all’avvenire dei figli, o soccorrere della gente in miseria! E quell’austerità l’applicava a sè stesso prima che agli altri. Vestiva quasi come i contadini del paese, mangiava nel modo più frugale, non aveva mai portato guanti in vita sua, non andava mai neppur fino a Novara, se non per necessità del suo commercio o della famiglia, non entrava mai nell’unico caffè del paese, e tanto meno nell’osteria.
Nessuno dunque poteva biasimarlo se non comperava dei giocattoli ai suoi figli, per quanto loro li desiderassero.
Del resto i ragazzi si trastullavano egualmente. Ma lo facevano per iniziativa propria e come potevano. Uscivano soli pel paese, andavano in cerca di nidi, coglievano le more sulle siepi, pescavano nella Morra, vi facevano i bagni; ed era un arrampicarsi, un saltare, un correre, un dimenarsi in tutti i modi, che non aveva nulla da invidiare alla ginnastica sistematica delle nostre scuole.
La mamma se ne accorgeva dagli strappi che trovava nei vestiti, ognuno dei quali era salutato da una sgridata o da uno scappellotto. Ma la mamma non ci metteva fiele, ed i ragazzi non se ne avevano a male.
Nei calori ardenti dell’estate, tutti gli altri spassi erano trascurati, ed i giovinetti del paese passavano nell’acqua tutte le ore che la scuola e le occupazioni di casa lasciavano loro di libertà.
Quasi tutti sapevano nuotare. Eppure nessuno aveva mai presa una lezione di nuoto, nè era mai stato accompagnato in acqua da un marinaio, nè s’era legate sulla schiena due zucche come le ali d’un amorino, nè s’era aggrappato disperatamente ad un salvagente. I parenti d’allora non si davano tante brighe. Trovavano che il nuoto non era una necessità, e dicevano: «Se non potete imparare da voi, fatene a meno».
Molti, molti anni dopo, quando il piccolo Andrea era diventato il nonno, noi s’andava qualche rara volta in campagna per alcuni giorni sul lago d’Orta. Là c’erano delle nostre compagne, che avevano una casa in riva al lago, una darsena, un canotto, un marinaio, o piuttosto un barcaiolo, marinaio d’acqua dolce.
Noialtri pure avremmo voluto nuotare, ma non sapevamo. S’entrava nell’acqua a uno a uno col barcaiolo che ci teneva le mani, e ci faceva fare l’esercizio, ripetendo all’infinito, come fanno i caporali coi coscritti: «Uno, due, tre, quattro». Noi ci si metteva un’attenzione intensissima che ci irrigidiva tutti, e si aveva una paura smisurata, e non si riesciva mai a mettere d’accordo le braccia con le gambe, e s’andava regolarmente sotto, appena il barcaiolo ci lasciava.
Il nonno, alto, forte, tutto bruciato dal sole, stava ritto sulla spiaggia come una grande statua di bronzo, e, ridendo dei nostri sforzi, diceva:
«Io non ho mai imparato quell’esercizio, eppure sono stato un nuotatore famoso. Ma ai miei tempi queste cose non entravano nel numero di quelle che si debbono imparare. Era un gusto come un altro, e, chi lo voleva, se lo procurava come poteva».
«A Cerano, poco fuori dal paese, c’era un ponte sulla Morra, alto come un secondo piano, ed anche più. Si chiamava: Il ponte del diavolo. Vi sono molti ponti che si chiamano così, sebbene non abbiano nulla di tremendo, di diabolicamente pauroso e bello, come il Ponte del diavolo che i viaggiatori vanno ad ammirare sulla via del Gottardo.
«Vedevo i miei compagni che spiccavano il salto da quel ponte, affondavano un istante, poi diguazzavano scotendo l’acqua e spruzzandone da tutte le parti, e col capo fuori dall’acqua tiravano via a nuotare allegramente.
«Li invidiavo. Mi struggevo di fare altrettanto. Ma ero ancora molto piccino. Avevo, credo, sette anni. Non sapevo nuotare, e dovevo accontentarmi di bagnarmi alla riva, correndo nella sabbia, coll’acqua fino alle spalle.
«Una volta domandai a mio padre:
— Come si fa per imparare a nuotare?
«E lui mi rispose:
— Ma! Si prova. Io ho nuotato finchè sono stato giovane, senza che nessuno mi abbia mai insegnato.
«Poi, crollando le spalle, soggiunse:
— Del resto, non c’è nessun bisogno d’imparare a nuotare, quando non si deve fare il marinaio.
«Io non ne parlai più. Ma ne avevo una gran voglia. Un giorno stavo sul Ponte del diavolo guardando alcuni compagni che nuotavano di sotto, e dissi a due altri che si preparavano a fare il salto:
— Come mi piacerebbe di saper nuotare anch’io!
«Non avevo terminato di dirlo che mi sentii sollevare da terra e precipitare nel vuoto, mentre i compagni che mi buttavano giù, gridavano agli altri che erano già nel torrente:
— Attenti! attenti! Badate che vien giù Andrea!
«Affondai nell’acqua, provai un gran freddo, una gran soffocazione, poi respirai a stento. Avevo la testa fuori dell’acqua e due nuotatori me la reggevano, tirandomi innanzi.
«Non so come avvenisse, ma bastò quella lezione.
«Il giorno dopo spiccai il salto da me, ed ebbi appena bisogno dell’aiuto dei compagni per tornare a galla.
«La terza volta non ebbi bisogno di nessun aiuto. Sapevo nuotare.
«La mamma, quando le dissi quel fatto si mise di malumore; forse aveva paura per me; ma non me lo disse.
«Mio padre borbottò tutto accigliato: — che ero una testa matta, che avevo arrischiato di rompermi il collo per imparare una cosa inutile, un perditempo...
«Io mi arrischiai a dire:
— Ma ha detto l’altro giorno che anche lei ha nuotato finchè è stato giovane, babbo...
— È vero. Ma non ho cominciato dal salto. E poi, se io ho perduto del tempo inutilmente, non è quello che ho fatto di meglio, e non devi imitarmi. Se hai delle ore di troppo vieni alle carbonaie, che troverai da occuparti meglio.
«Fu tutta la gloria o l’ammirazione che mi fruttò quel mio rapido progresso nella nautica.
«Tenetelo a mente, signorini, che mi fate spendere i quattrini della lezione, e credete di aver fatto molto, e quasi quasi pretendete ch’io vi lodi e vi ringrazi, quando ne avete profittato un pochino.
Santa Lucia
Richiamo un ricordo molto, molto lontano. Forse il più lontano; forse la prima delle storie del nonno, che io abbia capita, e che mi sia rimasta in mente.
Era un inverno rigido.
Sento ancora l’impressione assiderante che provavo uscendo di casa il mattino alle otto per andare alla scuola; sento il soffio d’aria diaccia che mi entrava nel collo, e mi faceva l’effetto di una doccia.
Nella mia piccola città di provincia, a Novara, non c’erano, come nelle grandi città, gli omnibus che abbreviassero le strade. Bisognava andar sempre a piedi, a meno d’esser signori da carrozza; e questo non era il caso mio.
Mia sorella era in collegio; c’era entrata appunto quell’anno.
Mio fratello frequentava, come me, le scuole elementari municipali; ma le sue, le maschili; erano da un’altra parte.
Andavo dunque alla scuola sola, accompagnata dalla cuoca, che era la nostra unica persona di servizio; una vecchia taciturna.
Tutta la strada, non avendo con chi distrarmi a parlare, a fare il chiasso, pensavo al freddo; e sebbene avessi il mantellino, mi pareva di gelare.
C’erano due sorelle, figlie d’una famiglia della borghesia ricca, che venivano alla scuola con un gran goletto di pelo d’ermellino. Lo si vedeva biancheggiare da lontano, e formava l’ammirazione di tutta la scolaresca, dalla prima alla quarta elementare.
Io lo invidiavo appassionatamente.
E, non so perchè, a forza di pensarci, mi ero persuasa di poter aver in dono una meraviglia simile, per la festa di Santa Lucia.
Perchè nel Novarese, ed a quei tempi, non era a Natale, ma il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, che si ricevevano le strenne, nel panierino, messo appositamente fuori dalla finestra la sera prima. A Natale si davano le mancia ai giovani dei negozi, le buone feste, i negozianti di commestibili mandavano le buone feste con un dono, alle loro pratiche. Ma la strenna dei bimbi nel panierino, la strenna misteriosa, che si doveva fingere di non sapere da dove venisse, la strenna soprannaturale, la portava Santa Lucia. Però i bambini furbi ripetevano una vecchia quartina informe:
Santa Lucia
Mamma mia
Colla borsa del papà
Santa Lucia la vegnirà.
Non so perchè mi tenessi quasi sicura di quella strenna sfarzosa.
Era l’intensità del desiderio, che m’aveva suscitata nel cuore la temeraria speranza.
Del resto, avevo tanto parlato in casa del bel goletto delle mie compagne di scuola, che la mamma non poteva ignorare quale fosse il dono più gradito da suggerire a Santa Lucia per la mia strenna.
La domenica, quando andai a trovare mia sorella in collegio, le comunicai la mia grande speranza. E lei si mise subito a calcolare quale cosa magnifica potrebbe portare Santa Lucia a lei, perchè potesse stare a confronto di quel goletto che doveva costare tanto caro, e che lei non poteva avere perchè portava la divisa del collegio.
La mattina del giorno 13, appena svegliata, e mi svegliai prestissimo, saltai giù dal letto, ed in pura camicia da notte, coi piedi nudi, corsi a spalancare la finestra della mia cameretta, per ritirare il prezioso panierino.
Con mio grande stupore non lo trovai ricolmo come gli altri anni.
Non se ne vedevano rigurgitare le carte frastagliate delle caramelle; non si vedeva sporgere tra un arruffio di carte d’ogni colore, e di chicche senza carta, il capino biondo di una bambola.
Eppure, la bambola, le chicche, ed un’orribile figurina di pasta, con un’inverniciatura di zucchero a colori, rappresentante Santa Lucia cieca con in mano i suoi occhi sopra un vassoio, erano il complemento inevitabile d’ogni strenna.
Come mai non c’erano? Doveva essere stata una dimenticanza.
Ma, certo il goletto, non poteva mancare; e, per me, era il più importante. Al resto si penserebbe poi.
Infatti, il goletto c’era, in fondo al paniere, avvolto in un bel foglio di carta color di rosa.
Ma non era d’ermellino; era grigio.
Seppi più tardi che era un pelo fine, e che si chiamava petit-gris.
Ma a me parve brutto, con la sua tinta neutra e scura, e dopo che avevo vagheggiato il bianco latteo dell’ermellino, messo in risalto dalle belle virgole nerissime e lucenti.
Gettai, stizzita, il goletto grigio ai piedi del letto. Tornai a rannicchiarmi fra le lenzuola, e mi misi a piangere disperatamente.
Dopo circa mezz’ora, quando la mamma entrò nella mia cameretta, singhiozzavo tanto, che mi sarebbe stato impossibile dire una parola.
Alle sue domande, potei soltanto rispondere accennando colle mani il goletto e piangendo più forte.
La mamma rimase un po’ male. Si aspettava una dimostrazione di gioia, e mi trovava invece nella desolazione.
Tuttavia, cercò di persuadermi che quel goletto era bello quanto quello delle mie compagne.
Mi disse che il petit-gris era un pelo di pregio, e che le era costato tanto, che lei aveva dovuto rimetterci anche i quattrini destinati a completare la strenna coi chicchi e colla bambola.
Ma io ero inconsolabile, e continuavo a ripetere fra i singhiozzi:
— Lo volevo d’ermellino! Le ragazze a scuola non lo sanno che questo pelo grigio costa caro! Non lo crederanno!
La mamma fece il volto serio, e disse:
— Perchè ti preme tanto che sappiano che costa caro? È una vanità volgare e stupida. Io ti ho scelto apposta il goletto di questo colore modesto, appunto perchè non dia nell’occhio come un oggetto di lusso. Noi non siamo ricchi, e dobbiamo vestire secondo il nostro stato. Non ti ricordi della storia della rana che si gonfiava per rassomigliare al bue? Vorresti fare la stessa figura?
Ma questi discorsi non valevano a persuadermi.
Tutto il giorno fui imbronciata, e borbottai «che, per non avere il goletto come volevo io, non metteva conto d’esser privata della bambola e dei confetti». E leticai con mio fratello, perchè volevo prendergli le sue chicche ed i suoi soldatini di legno dipinto.
Il nonno, quando udì quelle lagnanze, mi rimproverò severamente.
— Sei un’ingrata. La tua mamma ha fatta una spesa per regalarti quel goletto, ed ha cercato di accontentarti, nella misura che era conciliabile colla modestia con cui debbono vestire le ragazze che non sono ricche. E tu la compensi molto male della sua generosa bontà.
Disse questo con un piglio fermo ed austero, che rendeva sempre inesorabili le sue parole, e ce le imprimeva nella mente.
Poi stette zitto un tratto, e finalmente, riprendendo il suo fare mite e cordiale, incominciò a parlare dei tempi remoti della sua infanzia.
Era una sua abitudine di raccontare episodi e storielle di quel lontano passato.
Ce li dava come esempi, come lezioni di vita austera, per correggerci di certe nostre tendenze al lusso ed alle agiatezze; due cose che egli diceva «molto dannose alla gioventù, la quale deve temprarsi per affrontare gli attriti e le lotte della vita.»
Quel giorno disse:
«Io, da ragazzo, non ebbi mai il gusto di trovarmi sul balcone, la mattina di Santa Lucia, un paniere rigurgitante di dolci e giocattoli e cose belle, come lo trovate voi ogni anno.
«La strenna, quel giorno, l’avevo anch’io. Ma mio padre voleva che fosse sempre un dono serio come lui. Un oggetto di prima necessità, che doveva comperarmi inevitabilmente, e che il più delle volte, per poter rappresentare, a suo tempo, la strenna di Santa Lucia, mi giungeva molto in ritardo, e, per conseguenza m’imponeva prima una privazione.
«Serbo ancora memoria d’un inverno crudele, durante il quale mi toccò di andare alla scuola, dal quattro novembre fino al dodici dicembre, poco meno d’un mese e mezzo, colle mani orribilmente gonfie e screpolate dai geloni, che mi dolevano come bruciature quando le esponevo all’aria gelida del mattino; e tutto quel tempo sospiravo la benedizione d’un paio di guanti di lana.
«Se ne parlava continuamente, in casa, di quei famosi guanti. Mi si facevano balenare agli occhi della fantasia come un miraggio. Si diceva che con dei guanti di lana non avrei sentito più nessun dolore, che i geloni mi sarebbero guariti immediatamente; che erano anzi il solo rimedio efficace.... Tutto questo per farmeli apprezzare in tutto il loro valore.
«Ma però continuavo ad uscire ogni mattina con un freddo di parecchi gradi sotto zero, e colle mie povere mani nude, che parevano due informi cuscinetti paonazzi.
«Fu soltanto la mattina di Santa Lucia, che andando a ritirare la mia scarpa sul ballatoio che dava in corte, vi trovai i guanti tanto vagheggiati, fatti da mia madre a calza.
«Ah! come avrei preferito restare senza strenna, non mettere neppure fuori la scarpa, ma avere i guanti un mese prima!
«Ve l’ho detto, mi pare, che a Cerano, come in tutte le nostre campagne si mette una scarpa sul balcone per ricevere la strenna, invece del paniere che mettete voi!
«Del resto, quei giorni che precedevano il Natale, erano un periodo molto laborioso nella nostra annata, e non lasciavano molto tempo per fantasticare sulle strenne di Santa Lucia.
«A Natale, mio padre mandava un dono a tutte le famiglie agiate del paese, per conservare le pratiche alla sua farmacia. E quei doni toccava a me prepararli, e portarli a destinazione.
«In principio di dicembre, si faceva venire da Novara un cioccolattaio, colla larga pietra scanaliate ed il grosso cilindro di marmo per macinare il cacao.
«Quell’uomo lavorava a giornata in cucina, macinando e rimacinando la pasta profumata e lucida, che faceva una gola da non dire a me ed ai miei fratellini.
«E dopo la scuola, che finiva alle tre, io dovevo preparare i fogli bianchi e quadrati, ed avvolgervi le tavolette di cioccolata, che il cioccolattaio aveva preparato lungo il giorno.
«Poi c’erano delle larghe torte, dei metri quadrati di cotognata, fatta da mio padre nell’autunno, che aspettavano me, per essere tagliate a quadri, a dischi, a stelle, a cuori.
«Poi dovevo fare dei sacchetti ingommati per mettervi della cipria e dell’amido, dello zucchero e del caffè.
«Tutte queste cose erano destinate alle strenne degli avventori, e dovevano essere pronte almeno tre giorni prima di Natale.
«Avevo dunque molto da fare in quella prima metà del dicembre.
«I miei fratelli, che erano troppo piccini per aiutarmi in quei lavori, facevano da sguatteri alla mamma, che, come tutte le buone massaie del Novarese, in quel giorno aveva l’abitudine di preparare le oche: riporre le carni in sale pel resto dell’inverno, fare lo strutto col grasso, friggere la pelle. Si rendevano utili anche loro, poverini.
«E questi erano i nostri teatri, i nostri bals-d’enfants, i nostri alberi di Natale, i nostri divertimenti.
«Di divertimenti, nell’inverno, ne avevamo due: Giocare a tombola la Domenica in casa del medico, e scivolare sul ghiaccio nell’andare alla scuola e nel ritornare.
«Ma questo secondo divertimento, siccome sciupava molto le scarpe, ci era proibito. Il che non vuol dire però che noi ce ne privassimo; io specialmente, che andavo a scuola solo, perchè de’ miei fratelli, uno solo andava ad una scuoletta infantile da una donna del vicinato, e l’altro stava ancora in casa.
«Parlo di quando avevo sette anni.
«Uscivo solo; il babbo non mi vedeva; com’era possibile che camminassi serio serio, su quel piano levigato che pareva fatto apposta perchè i bambini si divertissero a scivolare un poco? Quale sarebbe stata l’utilità d’avere il ghiaccio?
«Ed erano delle volate lunghe parecchi metri, delle risate senza fine, che andavano in tanto sangue.
«E quando era la settimana di Natale, ed avevo vacanza, e mio padre ne profittava per mandarmi in giro con un gran paniere di pacchi turchini, a distribuire alle sue pratiche le strenne lungamente preparate, si può dire che facevo tutta la strada scivolando, ed almeno venti volte al giorno ruzzolavo sul ghiaccio col paniere e tutto, spandendo tutti i pacchi sul ghiaccio.
«Quell’anno appunto, quando io ne avevo sette, si cambiò il medico condotto, ed il nuovo venuto non c’invitò più la sera della Domenica a giocare a tombola.
«Allora noi ragazzi, desolati, pregammo tanto e tanto, che il babbo ci promise di farci giocare nella retrobottega della farmacia... quando una qualche fortuna impreveduta, ci facesse avere le cartelle, i numeri, tutto l’occorrente pel gioco.
«Io capii subito che quella fortuna impreveduta doveva essere la Santa Lucia, e che la tombola sarebbe la mia strenna.
«Quel discorso si era fatto una sera a cena.
«La mattina dopo, appena potei svignarmela colla cartella dei libri per andare alla scuola, corsi difilato fuori del paese, in un punto dove il ghiaccio era più sodo, e dov’ero sicuro di trovare i miei amici più cari, ed entrando in mezzo con una gran scivolata che finì in un capitombolo, annunciai, prima ancora d’essermi rimesso in piedi, che, cominciando dalla prima domenica dopo Santa Lucia, si giocherebbe a tombola in casa nostra.
«Si pagavano due centesimi per cartella, ed era permesso soltanto ai grandi di prenderne due. Per cui il guadagno massimo, la tombola, non superava mai i trenta centesimi.
«Ma noi ci si divertiva egualmente.
«La buona novella fu accolta con una salva d’applausi e di grida; e, per festeggiarla, si combinò pel ritorno dalla scuola una grande scivolata.
«Noi non si diceva ancora pattinare, e non so se quell’uso straniero fosse allora importato in Italia. Perchè vi parlo dei primissimi anni di questo secolo, figlioli, io sono nato alla fine di quell’altro.
«Comunque fosse, a Cerano nessuno aveva idea del pattinaggio; neppure i Marchesi De Landi, i più ricchi proprietari dei dintorni, che abitavano un gran casamento in fondo al paese, e che quando c’era il ghiaccio uscivano colle soprascarpe di corda per paura di sdrucciolare.
«Si può figurarsi se io presi parte alla festa del pomeriggio!
«Ne presi tanta, che tornai dalla scuola quasi all’ora di cena, e le tavolette di cioccolata ne patirono, perchè non ebbi tempo d’incartarle, ed anch’io ne patii, perchè mi buscai due scappellotti da mio padre, ed una buona sgridata dalla mamma.
«I giorni seguenti badai a dividere il mio tempo tra il ghiaccio e le occupazioni di casa, e rubando una mezz’ora ogni giorno al ritorno dalla scuola, mi tenni sicuro di poter scivolare senza farmi scorgere.
«Intanto venne la vigilia di Santa Lucia.
«La sera il babbo mi lasciò uscire pel paese, a vedere i banchi di dolci, illuminati con due candele circondate da uno scartoccio di carta bianca, e carichi di paste dolci, di torrone nella carta d’oro, di arancio, di zuccherini, e di Sante Lucie di pasta e di zucchero, cogli occhi sul bacile.
«Lungo la strada, ad ogni amico che incontravo, rinnovavo l’invito per la prossima domenica a giocare a tombola.
«Tornato a casa poi, prima d’andare a letto, misi una delle mie scarpe sul ballatoio verso corte.
«Aveva la suola bucata quella povera scarpa; ed anche il tomaio era tutto spellato in punta e logoro; ed il tacco era scalcagnato che era una vera pietà.
«Ma come fare? La sua compagna era anche in peggior stato, ed io mi consolai pensando che di notte il babbo non se ne sarebbe accorto.
«Calcolando che il gioco della tombola, col cartellone, il sacco dei numeri e tutto, non potrebbe mai stare nè dentro nè sopra una scarpa, per quanto non fosse quella di Cenerentola, le misi sotto disteso un bel foglio di carta turchina, dei più larghi che trovai in farmacia; per ricevere il dono desiderato.
«Poi me ne andai a letto, ansioso di rivedere il giorno, e con esso la strenna, che doveva procurare a me, ed ai miei compagni, tante sere di spasso.
«Ed il giorno venne, come tutti i giorni desiderati o no, felici od infelici.
«Ma quando mi accostai, tutto palpitante, alla vetrata del ballatoio, vidi il foglio turchino fatto più scuro dall’umidità della notte, e su quel tappeto azzurro, isolata, e triste come un paracarro sopra una strada, la mia povera scarpa scalcagnata. Non altro. Nè cartelle, nè numeri, nè cartellone. Nulla.
«Sebbene mi battesse forte il cuore per lo sgomento, pensai:
— È perchè il gioco non stava nella scarpa. Il babbo me lo darà in mano or ora, quando scenderò a colazione.
«Però, guardando meglio traverso i vetri rabescati dal ghiaccio, vidi un pezzettino di foglio bianco, che sporgeva malinconicamente dal gambale della mia scarpaccia.
«Cosa poteva essere?
«Forse che il babbo non aveva trovata occasione di far comperare la tombola a Novara, ed aveva messi i quattrini in quel foglio, perchè me la comperassi io?
«Sicuro; doveva essere così.
«Spalancai in fretta il balcone. Tirai dentro la scarpa, ed apersi il foglio misterioso.
«Ma no; non c’erano punto quattrini. C’erano soltanto poche parole di scritto.
— «Buono di L. 4, per la risuolatura ed altre riparazioni, ad un paio di scarpe sciupate scivolando sul ghiaccio.»
«Il babbo.»
«Oh, non aveva bisogno di scriverlo che era il babbo! Lo avrei sentito, lo avrei indovinato. Lo avevo indovinato alla prima, sebbene cercassi di farmi illusione, che quella scarpa solitaria e quel fogliolino rappresentavano un guaio!
«Era il prezzo della tombola, che doveva pagare la riparazione delle scarpe. E la mia strenna di Santa Lucia si riduceva ad un rimprovero e ad un castigo.»
················
Quando il nonno ebbe finito quel racconto, andai a prendere il mio goletto di pelo grigio, me lo misi sulle spalle, e corsi a ringraziare la mamma che, fin d’allora, tanti anni fa, mi disse:
— Oh, i figlioli d’adesso sono ben più fortunati di quelli d’una volta!
Ma per voi, piccoli lettori, io rappresento, colla mia storia ed il mio goletto, degli altri figlioli d’una volta.
E dire che voi avete dei pattini per pattinare sul ghiaccio, un maestro che vi insegna quel divertimento come se fosse uno studio, e dei mantelli foderati di pelliccia per coprirvi quando avete finito di pattinare!
Voi sì che siete veramente in grado di fare il confronto tra i ragazzi d’una volta e quelli d’adesso; e dovete sentire una gran gioia per la vostra fortuna, ed una gran riconoscenza pei vostri parenti, pei maestri, per la società, per la provvidenza, che vi rendono tanto felici!
Come il nonno si fece levare un dente
Un giorno il nonno ricevette una lettera da mio fratello, che era in collegio a Vercelli, nella quale il povero ragazzo annunziava d’essere tormentato da un forte dolor di denti.
Il giorno dopo giunse un’altra lettera con una descrizione straziante degli spasimi del malato. Il direttore aveva fatto chiamare il chirurgo dentista, e Mario aspettava con ansietà d’essere visitato.
Il terzo giorno venne una terza lettera.
Il dentista aveva dichiarato che la carie era troppo avanzata perchè il dente si potesse ancora impiombare. Il paziente però non si sentiva il coraggio di farselo levare, ed aveva domandato che, prima di ricorrere a quella misura estrema e barbara, si tentassero tutti i rimedi possibili.
Aveva trovato un sollievo momentaneo nel laudano; ma poi era ricaduto nelle sue atroci sofferenze. Inutile dire che, da otto giorni, aveva lasciato gli studi e tutto, e stava nell’infermeria gemendo e piangendo.
Per una settimana ancora continuò a venire ogni giorno un bollettino sanitario, nel quale il malato stesso riferiva minutamente le cure tentate, le pillole d’oppio, persino un’iniezione di morfina descritta pomposamente, come una seria operazione sopportata con coraggio, poi il creosoto, gli empiastri applicati alla guancia, e gli effetti più o meno buoni, e più o meno durevoli d’ogni rimedio.
Finalmente venne una lettera del direttore, il quale avvertiva solennemente il nonno, che la sofferenza di Mario, sebbene non avesse nessuna gravità, non si potrebbe realmente guarire, se non coll’estirpazione del dente cariato. Questo annuncio era accompagnato da una dichiarazione del chirurgo-dentista, il quale faceva ogni settimana una visita ai denti di tutti gli allievi del collegio, li puliva, li limava quand’era necessario, li medicava, ed in questa circostanza speciale di Mario, giudicava inevitabile l’estirpazione del dente guasto.
Si pregava il nonno di rispondere per telegrafo, perchè il malato era molto nervoso ed intollerante.
Il nonno non s’era mai crucciato di tutto questo; più volte aveva data una scrollatina di spalle ricevendo le lettere urgenti di Mario; ed anche quella mattina sorrideva tra sè mentre scriveva il suo telegramma di risposta che diceva:
«Si faccia pure grande operazione. Raccomando coraggio piccolo eroe.»
Sgraziatamente, pare che il piccolo eroe non ne avesse di molto, perchè in giornata venne un altro telegramma del direttore:
«Mario esige essere cloroformizzato. Non oso assumere responsabilità. Cosa fare?»
Il nonno questa volta fece una vera risata, e rispose, sempre per telegrafo:
«Differite finchè avrete lettera. Scrivo subito.»
E, spedito il telegramma, temperò una bella penna d’oca, una rarità che si trovava sempre in casa nostra, perchè il nonno aveva una pessima opinione delle penne d’acciaio, e scrisse a mio fratello:
«Caro Mario,
«Sono sbalordito del chiasso che fai per un dente cariato.
«Ammetto che ti dolga molto, e ti compiango... fino ad un certo punto.
«È un fatto che noialtri vecchi siamo sempre un po’ in lotta coi nuovi sistemi. Ma è certo che ai miei tempi, quando non si usavano le visite settimanali del medico (trenta lire all’anno), alla dentatura dei ragazzi, e si badava un po’ meno a qualche piccola sofferenza, o anche a qualche grave sofferenza purchè non presentasse nessun pericolo, e si lasciava un pochino che i giovinetti si dibattessero da sè nella gran lotta della vita, si era, alla tua età, più coraggiosi e più forti di quanto tu hai dimostrato di essere.
«In risposta alle molte lettere, bollettini sanitari, dichiarazioni mediche e telegrammi, che costituiscano il voluminoso incartamento del tuo caso straziante, ti dirò come io, a nove anni, mi feci levare un dente.
«Vivevo, come sai, a Cerano, non lontano dalle risaie, in mezzo alle praterie irrigate, paese di nebbia e di vapori malsani. Un autunno l’umidità fu tanta, che anche i miei giovani denti se ne risentirono. Cominciai dall’avere una flussione alla guancia destra, che si gonfiò enormemente tirandomi il naso tutto da un lato, e coprendomi un occhio, e finii per rimanere con una fitta acuta, dolorosissima, come se m’introducessero un succhiello proprio sotto l’occhio destro, poi lo togliessero con uno strappo, poi lo introducessero di nuovo girandolo e rigirandolo dentro.
«Mio padre era occupato intorno ai lambicchi dove distillava le vinaccie per far l’acquavite; la mamma aveva al fuoco dalla mattina alla sera un’enorme caldaia in cui faceva cuocere, collo zucchero e col miele, le frutta per la mostarda.
«A queste faccende straordinarie dell’autunno, si univano quelle ordinarie della famiglia e della casa.
«Per conseguenza nessuno aveva tempo d’intenerirsi per il mio mal di denti.
«O, forse, s’intenerivano, perchè, sebbene non facessero carezze, i miei genitori mi volevano molto bene. Ma non avevano tempo nè di compiangermi, nè di chiamare a consulto la facoltà per un male del quale non si muore. E quanto ad amministrarmi narcotici e corrosivi, il babbo non voleva saperne, dicendo con ragione: «È meglio patire un po’ di più, che guastarsi i denti, e magari anche la salute, con le medicine.»
«Io, dunque, non andavo a piagnucolare con loro. Mi sforzavo di sopportare il mio male con coraggio, aspettando che finisse.
«Ma non finiva.
«Una mattina mio padre mi disse:
— Dovrei mandare a Novara questa partita d’acquavite che ho venduta ad un liquorista, e mi accomoderebbe che tu andassi sul carro per tener d’occhio il carrettiere, che non mi avesse a fare qualche marachella. Ma con quel male, non potrai?...
«Pensa, caro il mio infermo, fin dove tu alzeresti le braccia per invocare il cielo in testimonio dell’umana barbarie, se in questo momento ti proponessero, non dico una strada di sette chilometri sopra un carro scoperto in una giornata umida di novembre, ma soltanto di scendere dall’infermeria per assistere ad una lezione.
«Io invece, senza essere per questo un eroe, ero avvezzo a prendere la vita sul serio, ed a rendermi utile nella misura delle mie forze di nove anni. Dissi ad un mio compagno più grande di me, che aveva dei denti infelicissimi:
— Come dovrei fare per farmi cavare questo maledetto dente nella giornata? Vorrei star bene per andare a Novara domattina...
«L’altro mi rispose:
— Fa come faccio io ogni volta che ho un dente troppo dolente e troppo guasto: vieni dal fabbro.
«Fui un po’ meravigliato, e dissi:
— Dal fabbro? Per farmi levare un dente?
«Ma sì! Vorresti andar dal chirurgo come una donnina?
«A dire il vero, avrei preferito andare dal chirurgo come una donnina. Quel fabbro mi faceva un po’ di paura. Ma il chirurgo era burbero; mi vedeva da parecchi giorni girare per la farmacia col volto sfigurato, ed invece di guardarmi in bocca per veder di guarirmi, mi aveva detto: «Effetto dell’umido; passerà» e non ci aveva badato più. Era anche, per principio, contrario alla estirpazione dei denti. Mi rassegnai dunque ad andare col mio compagno, che mi condusse dal fabbro, in fondo al paese, e gli disse:
— «Lavatelli, c’è un’operazione da fare. Un buon colpo; mi raccomando: è un mio amico.
«Il fabbro, senza neppur guardarmi, andò a prendere uno spago, poi venne da me e domandò:
— «Dov’è questo dente?
«Io glielo mostrai. Egli mi pose in mano lo spago e mi disse:
— Legalo; prendi lo spago nel mezzo, per lasciarmi i due capi della stessa lunghezza.
«Da me solo stentavo; ma, coll’aiuto del compagno, si riescì a legare il dente cariato collo spago.
«Allora il fabbro legò i due capi all’incudine tenendoli molto corti, tanto che dovevo star chino per non sentirmi tirare il dente indolito.
«Io domandai:
— Ed ora, come si fa?
«Il mio compagno, venendomi accanto in modo da non lasciarmi vedere nè l’incudine nè il fabbro, mi rispose:
— «A momenti, quando te ne sentirai il coraggio, darai una stratta spingendo il capo indietro...
In quella un colpo tremendo, formidabile, del martello sull’incudine, fece tremare tutta la bottega, echeggiò come lo scoppio d’una bomba; e, nel sussulto pauroso che mi fece fare quel colpo inaspettato, diedi involontariamente una grande stratta allo spago, che rimase attaccato all’incudine col dente malato, mentre il mio compagno esclamava:
— Ecco fatta l’operazione!
«Infatti, tutto era finito; non soffrivo più, e non mi pareva neppure d’aver sofferto nel momento dell’estirpazione, tanto quel colpo m’aveva sorpreso e sbalordito.
«E la mattina seguente potei andare tranquillamente a Novara sul carro, per proteggere con la mia presenza l’acquavite del babbo, contro gli attentati del carrettiere.
«Ecco, figliolo mio, come il nonno si fece levare un dente. Ora quel mezzo primitivo ed un po’ barbaro non si potrebbe usar più, nè te lo vorrei consigliare. Ma rifletti a questa storiella della mia vita semplice, e fanne l’uso che credi.
«Il Nonno.»
Si stette due giorni senza nuove di Mario. Poi venne una lettera, tranquilla e seria, nella quale parlava degli studi, dei prossimi esami semestrali, di certe provviste che gli occorrevano; e soltanto in fondo, come cosa secondaria, diceva:
«Sa, nonno? quel dente me lo feci cavare. Ma senza cloroformio. Avevo la sua lettera che ne faceva le veci.»
Come il nonno diventò un famoso ballerino
La nostra povera mamma se n’era andata con Dio. Eravamo soli col povero vecchio nonno.
Dopo le quattro classi elementari, egli ci mandò, mia sorella ed io, ad un istituto privato, come esterne, per impararvi il cucito e la lingua francese, la sola lingua straniera che trovasse grazia ai suoi occhi; ne aveva compresa la necessità ai tempi di Napoleone I, quando aveva veduti i francesi in carne ed ossa, sulle strade e nelle campagne del basso Novarese.
Verso la fine di novembre la direttrice dell’istituto venne in classe ad annunziare che aveva fissato un buon maestro di ballo, per quelle allieve che volessero prender lezioni durante tutto il carnevale, e parte della quaresima; sessanta lezioni in tutto.
La spesa sarebbe minima, venendo suddivisa, com’era da supporre, fra tutte le scolare, o almeno fra la massima parte di esse.
Si può figurarsi in che stato di eccitamento ci ponesse quell’annunzio. Avevamo veduto una volta un ballo al teatro, e ci pareva già di far le piroette col vestito corto, con una gamba stesa, come quelle ballerine color di rosa, che ci erano sembrate delle enormi e leggerissime farfalle.
Trovammo modo di parlarne il resto del tempo di scuola, e durante la strada del ritorno, animatissime, cogli occhi lucenti, le guance accese, gesticolando esageratamente, sebbene, a ripensarci ora, non mi riesca d’immaginare che cosa potessimo dire così a lungo su quell’argomento, tanto più che nessuna di noi pensava a sollevare il menomo dubbio su quelle lezioni tanto desiderate.
Però, quando ci trovammo in faccia al nonno, provammo un senso di sgomento, una peritanza inesplicabile. Quel vecchio alto, color di bronzo, con le mani dure, con la parrucca messa alla peggio senza la menoma pretesa d’ingannar nessuno, aveva qualche cosa di troppo positivo, di troppo pratico, di troppo contrario all’idea elegante e pittoresca che noi ci facevamo del ballo, per incoraggiarci.
Si stette un po’ impacciate, ripetendo: «Buona sera, nonno; buona sera» e non osando aggiunger altro.
Fu lui che, sedendo a tavola, domandò, come del resto domandava ogni giorno:
— Che cosa c’è stato di nuovo a scuola?
Allora noi ci guardammo, molto confuse, e mia sorella scrollava il capo come per dire:
— Io non parlo; non se ne fa nulla.
Ma io, che di solito mi eccitavo di più e riflettevo meno, mi feci un gran coraggio, e dissi:
— C’è stata una famosa novità. La direttrice ha preso un maestro di ballo.
Il nonno alzò le spalle in atto di sprezzo, e sospendendo un minuto di soffiare nella minestra, disse:
— Che idea! Poi ricomincio a soffiare.
La Giuseppina mi diede una pedata sotto la tavola, ed io mi sentii batter forte forte il cuore.
Per un momento la confusione c’impedì di parlare. Ma a misura che il desinare s’avvicinava alla fine, la mia impazienza cresceva e sentivo il bisogno di uscire da quella incertezza. Cercai di parlare con voce calma, e domandai:
— Non le pare che sia una buona idea, nonno, quella del maestro di ballo?
— Mi pare inutile. Cosa ne vuol fare, la direttrice, di questo maestro?
Io risposi:
— Far insegnare il ballo... a quelle che vogliono impararlo.
Il nonno mi guardò, poi guardò la Giuseppina attentamente. Aveva capito; ma non lo disse, ed invece riprese:
— Io ho ballato tutta la mia gioventù, e non ho mai pensato a prender lezioni di ballo.
La Giuseppina, che non aveva ancora parlato, vedendo che le cose prendevano una brutta piega, venne in mio soccorso, insinuando timidamente:
— Avrà ballato male...
Ed io, con un’energia provocante, confermai:
— Sicuro! Avrà ballato male.
Il nonno sorrise, come ad un’immagine lontana che vedesse lui solo, ma non rispose.
Poco dopo s’udi una scampanellata secca, nervosa, e subito entrò la signora Giovannina.
Era una cugina del nonno, una zitellona, alta e sottile come una guglia, con una testina piccola, un naso diritto, come quello delle statue greche, le tempia depresse, e le labbra sottili sulle gengive sdentate. Pareva più una zitellona da romanzo, che una vera zitellona viva di provincia.
Quella personcina così priva di carne, che a vederla pareva di sentire scricchiolare le sue piccole ossa sporgenti, era tutta nervi; vibrava come un apparecchio elettrico. Specialmente quando era irritata si scrollava tutta energicamente, e pareva un pioppo scosso dal vento. Il nonno aveva la facoltà di farla vibrare a quel modo parecchie volte ogni sera; perchè, o per distrazione o per il gusto di farla stizzire, la chiamava sempre a testimonio quando narrava le sue gesta giovanili; e la signora Giovannina rifiutava ostinatamente di rammentarsi di quelle date remote.
Quel giorno, appena fu entrata, il nonno le disse:
— Dite un po’, Giovannina, vi pare che noi si ballasse male, quando s’andava ai veglioni del ventuno...
La signora Giovannina si diede una lieve scossa che fece svolazzare tutti i nastri che aveva addosso. Poi, voltandosi per deporre il cappellino, rispose:
— Siete matto! Come volete che mi ricordi del ventuno? Ero una bambina...
— Sì, una bambina di ventiquattro anni... Siete dell’altro secolo, Giovannina; non rinnegate vostro padre...
E dopo aver lasciato che la signora Giovannina si scrollasse, scattasse, si facesse svolazzare tutti i vestiti intorno per un tratto, quando la vide un po’ più quieta, riprese:
— Via, dite un po’ a queste grulline come si ballava noi, e come si era imparato a ballare.
Si guardarono un momento ridendo, poi la signora Giovannina disse:
— Le prime prove si fecero laggiù a Cerano, davanti alla farmacia di vostro padre... Ma dite voi, Andrea, ci avete più gusto di me a raccontare.
Infatti il nonno ci aveva gusto, e cominciò a raccontare col volto ridente:
«Il babbo di quel vecchio Lavatelli che viene ogni anno a potare le nostre viti, abitava, a Ceràno, in faccia a noi; e la domenica e tutte le feste comandate, passava il pomeriggio seduto fuori della porta di casa, sonando certe zampogne primitive che si fabbricava da sè, con la scorza dei pioppi.
«Ora dico così, perchè ho veduto di meglio, ma allora avevo un’ammirazione infinita per le zampogne del vecchio Lavatelli, ed andavo in sollucchero quando lo sentivo sonare.
La nostra Giovannina che allora era piccina, e portava quei vestiti lunghi colla vita corta, come quelle donnine in miniatura che vi fanno ridere quando le vedete nelle incisioni di quei tempi in cui non usavano ancora i calzoncini, veniva sempre a passare qualche settimana nell’estate con noi.