LA MARCHESA COLOMBI

Serate d'Inverno

RACCONTI


TESTE ALATE — LA PRIMA DISGRAZIA
IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE — FIORE D'ARANCIO
IN PROVINCIA — UN VELO BIANCO


1914
CASA EDITRICE MADELLA
SESTO S. GIOVANNI

INDICE

[Prefazione] Pag. 5
[Teste alate] 19
[La prima disgrazia] 75
[Impara l'arte e mettila da parte] 103
[Fiore d'arancio] 153
[In provincia] 177
[Un velo bianco] 193

PREFAZIONE

Sono l'incubo di mezzo mondo quelle lunghe, lunghe sere d'inverno, che durano dalle sette alle dieci; tre ore per lo meno; per molte famiglie assai più.

Alle quattro e mezzo, al più tardi alle cinque, s'è accesa la lampada in sala da pranzo. Ad uno ad uno i membri della famiglia, chi da fuori, chi dallo studio, chi dal salotto, si sono radunati là, intorno alla tavola apparecchiata.

Quelli che sono usciti hanno reso conto dei gradi di freddo della temperatura esterna, della maggiore o minore densità della nebbia, dello stato delle contrade, se asciutte, fangose, gelate, ecc.

Le signore hanno riferite le visite fatte, le abbigliature della Tale e della Talaltra, le carrozze che erano al corso, le stoffe nuove esposte nei negozi di moda, le pelliccie, i cappellini.

I giovinetti hanno riportate le novità raccolte al caffè o al club; chi s'è sposato, o è in procinto di farlo, chi è morto, chi è innamorato; che nuovissime promette il manifesto del Manzoni: chi era la signora più brillante la sera innanzi alla Scala; che cosa combinano di fare gli ammiratori per la beneficiata della prima donna o della prima ballerina.

Il babbo, i membri seri della famiglia, hanno recate le notizie politiche e quelle dei loro reumi, che aumentano o diminuiscono in ragione diretta dell'intensità del freddo, e dei loro catarri a cui l'umidità fa dei brutti tiri.

Intanto è stata servita la minestra; ciascuno ha preso il suo posto, e durante più d'un'ora tra un boccone e l'altro, si sono particolareggiati tutti gli avvenimenti messi sul tappeto, si sono analizzati, discussi, se n'è visto il fondo.

Alle sette il pranzo è finito, la tavola è sparecchiata, e la sera, l'eterna sera d'inverno, non è cominciata ancora.

Gli scrittori sentimentali che hanno l'abitudine di guardare il mondo traverso una lente azzurra come se fosse un eclissi, hanno scritto volumi di prosa soave, sulle serate di famiglia intorno al focolare domestico; ce le hanno dipinte come un perpetuo idillio.

Ma in realtà sono una delle tante cose, che sembrano belle soltanto quando si guardano da lontano.

Io pure a quest'ora, dopo tanti anni e tanti avvenimenti, le ripenso con dolcezza infinita le serate casalinghe della mia casa paterna.

Il capo di casa ottuagenario, che sonnecchiava in una poltrona accanto al camino, e tratto tratto si svegliava in un sussulto, o perchè le molle gli erano cadute dalle mani, o perchè la serva entrando gli aveva mandata una corrente d'aria tra capo e collo, o per qualunque altro avvenimento della medesima importanza.

Domandava l'ora, picchiava i tizzoni, osservava che io sporgevo sempre le labbra come se fossi in collera col Padre Eterno, che mio fratello non faceva mai nulla, che mia sorella aveva gli occhi rossi, che le zie dovevano annoiarsi di far sempre lo stesso lavoro.

— Maria, tira dentro quel muso.

— Mario, fa qualche cosa, fannullone.

— Teresa smetti quel ricamo che ti guasta la vista.

— Quante calze ha fatte quest'inverno signora Caterina? Deve averne per un reggimento.

— Ce n'ha sempre di bucato da raccomodare signora Rosa?

Quando aveva fatta l'una o l'altra di queste osservazioni, tanto per provarci che non dormiva, s'addormentava daccapo per un altro quarto d'ora.

La zia Rosa non amava conversare; parlava soltanto quando poteva imprendere una narrazione tutta finezze, e particolari, e dissertazioni, e commenti, che le permettesse di tener la parola per una mezz'ora o più, senza interruzione. Ma la sera non era più in lena, e preferiva star zitta.

La zia Caterina parlava sempre per proverbi. Ne aveva una raccolta immensa, colle rime che non tornavano, mezzi in lingua mezzi in dialetto, e ad ogni discorso ne trovava uno da applicare.

Quando qualcuno si meravigliava degli interminabili rammendi di sua sorella, era lei che rispondeva:

«L'ago e la pezzuola, tengono in piedi la camiciola.»

Se si osservava a lei che, a forza di far calze tutta la vita, doveva averne una provvista sterminata, rispondeva subito:

Pane e panni, buoni compagni.

— Che freddo! diceva qualcuno, non s'ha voglia di uscire.

— Ma sicuro, ribatteva lei. A Santa Caterina, chiudi i buoi nella cascina.

— Le giornate cominciano ad allungarsi un poco.

— Senza dubbio. Natal el pass d'un gall.

Questo era uno de' suoi proverbi più infelici, perchè oltre la rima impossibile, aveva bisogno d'un discorso preparatorio per stabilire che il passo d'un gallo era la misura di cui s'era allungata la giornata a quell'epoca.

Mio fratello la chiamava il Giusti; e quando aveva bisogno d'una rima pe' suoi infelici tentativi poetici, ricorreva sempre a lei.

Ma quei proverbi che ora mi fanno sorridere quando li ricordo, allora li udivo ogni sera, li sapevo, li avevo in uggia.

Il nostro capo di casa aveva un fratello di settant'anni, che gli pareva molto giovine perchè aveva undici anni meno di lui; egli veniva ogni sera a sedere per un paio d'ore dirimpetto al suo primogenito dall'altro lato del camino.

Quello parlava a monosillabi, e bisognava strapparglieli con una serie di domande. S'accontentava di starsene zitto contemplando il fratello, pel quale aveva una grande venerazione, e cogliendo il momento opportuno per impadronirsi delle molle che l'altro si teneva amorosamente tra le ginocchia, per picchiare un poco alla sua volta i tizzoni.

Qualche rara volta mancava. Era il solo avvenimento che introducesse un po' di varietà nelle nostre serate.

Allora il primogenito si metteva in grande apprensione. Si alzava tutto ingranchito dal sonno, coi calzoni raggrinzati sulle ginocchia pel lungo star seduto, passeggiava barcollando fin in fondo alla stanza, e sospirava:

— Ma! Cosa sarà accaduto a quel ragazzo? Per lui il suo secondogenito era sempre un ragazzo.

E noi, coll'insolenza della gioventù, facevamo a gara a suggerirgli una serie di disgrazie infantili e burlesche:

— Sarà rimasto sotto una carrozza.

— L'avrà portato via lo spazzacamino nel sacco come i bimbi cattivi.

— Avrà fatto i capricci, e la mamma l'avrà mandato a dormire senza cena.

Ridevamo un momento, poi ricadevamo nella solita monotonia, finchè non accadeva un altro di quegli episodi profondamente insignificanti, che la nostra allegria giovanile, priva di sfogo, afferrava al volo per farsene argomento di spasso.

La massima parte ce li forniva l'eccentricità bonaria del nostro vecchio capo di casa.

Era un uomo estremamente alto e dritto, forte, magro, col volto color del legno di noce, e talmente rugoso che sembrava una collaretta arroccettata. Portava una folta parrucca bionda, sebbene nessuno si ricordasse d'averlo mai visto biondo. Egli stesso non ne aveva idea. Quando gli domandavamo com'erano stati i suoi capelli, ci rifletteva un pochino colla sua bontà condiscendente, poi rispondeva:

— Così... come i tuoi.

E questa medesima risposta la dava ugualmente a me che avevo i capelli neri, a mio fratello che li aveva biondi, a mia sorella che li aveva d'un bel castano bronzato.

Del resto egli non metteva punto civetteria nel portare la parrucca. Non aveva mai pensato che dovesse illudere alcuno. Era leale in quello come in tutto; le dava semplicemente per una parrucca; nè più nè meno. L'aveva adottata nei tempi trapassati remoti, al principio della sua calvizie, per riparare il capo dal freddo, e l'aveva serbata sempre come una parte indispensabile del suo vestiario.

Quando le giornate erano rigide egli scendeva dal letto assiderato, ed affrettava la toeletta per trovarsi più presto nella sua poltrona accanto al camino. Allora la parrucca presentava ogni sorta di novità bizzarre. Ora aveva un orecchio in mezzo alla fronte, ora sopra un occhio; alle volte era messa col davanti di dietro addirittura.

Poi quando il freddo aumentava, il riparo della parrucca non bastava più; ci voleva anche una berretta di lana. Ma per sentire il beneficio della lana sul cranio calvo, egli si metteva la berretta di sotto, giù giù fin sulla fronte, sulla nuca, sugli orecchi; poi la parrucca inalberata sopra, come Dio vuole, con un largo orlo di berretta che sporgeva tutto in giro.

— Babbo, un fenomeno! diceva mio fratello. Una capigliatura bionda cresciuta sopra una berretta.

Potrei continuare per un volume a narrare così i piccoli svaghi delle nostre sere; miseri svaghi, che si rassomigliavano tutti, e passavano presto.

Ora ripenso a quelle sere coll'animo commosso; ne risento soltanto l'atmosfera tepida della famiglia, la pace, l'intimità. L'immensa lontananza a cui le ha respinte il tempo, non permette più di vederne le ombre.

Dio, com'erano noiose quelle sere d'inverno! Sempre i due vecchi accanto al fuoco; sempre lo stesso tavolino un po' più indietro, colla stessa lampada, e le stesse zie cogli stessi lavori. Sempre mio fratello, imbronciato di non poter uscire a fare il giovinotto, che tirava certi sbadigli da destare un morto. Ed io e mia sorella, sempre occupate a ricamare fiori improbabili ed animali mostruosi, con tutta la precisione possibile, su qualche inezia elegante.

Ogni tanto esclamavamo:

— Oh Dio! Sono appena le otto! Sono appena le otto e mezzo!

E cosí via, di mezz'ora in mezz'ora, finchè veniva un'intimazione superiore del nonno, sempre impensierito del nostro bene, di smettere il ricamo perchè ci affaticava gli occhi.

— Ma non sappiamo cosa fare, si rispondeva noi.

— Leggete.

— Non abbiamo libri.

— Leggete una commedia di Goldoni.

Il nostro caro capo di casa era un uomo positivo. Si occupava, o piuttosto s'era occupato di fisica, di chimica, di scienze esatte. Non amava le vaporosità sentimentali; abborriva i romanzi.

Una volta un suo lontano parente povero, ch'egli colla sua grande bontà manteneva a Torino per gli studi universitari, ebbe l'idea di scrivere un romanzo, e trovò un editore che lo stampò, forse in penitenza de' suoi peccati.

A titolo di riconoscenza il giovine autore dedicò quell'opera al suo benefattore, e gliene spedí una copia.

È l'unica volta che mi ricordo d'aver visto in collera quell'uomo, che era l'incarnazione della indulgenza, della mitezza. Non lesse una parola; non guardò neppure il titolo. Prese il romanzo colle molle (le compagne e la distrazione costante delle sue serate) lo mise sul fuoco; e finchè lo vide interamente bruciato picchiò i tizzoni con maggiore accanimento del solito. E da quel giorno soppresse la pensione al suo parente.

— Non voglio il rimorso d'aver fomentati i suoi cattivi istinti, diceva. Quando non avrà denaro in tasca, sarà obbligato a lavorare, ed il lavoro gli rimetterà la testa a posto.

Con queste idee, è facile immaginarsi come fosse fornita la nostra libreria quanto a letture amene.

Oltre una serie infinita di opere scientifiche, c'erano il teatro di Goldoni e quello di Alfieri.

Goldoni era il solo autore letterario che avesse trovato grazia agli occhi del nostro capo di casa.

«Quello era vero; mostrava la vita com'era realmente; non inventava passioni esagerate; ritraeva uomini e donne in carne ed ossa come noi, colle nostre virtù ed i nostri vizii, e senza fantasticaggini, senza esaltazioni. Quelli erano libri che facevano buon sangue, rasserenavano lo spirito, e non guastavano la testa alla gioventù.

Più tardi aveva comperato il teatro d'Alfieri, sperando di trovarci le stesse qualità. Ma era stato un gran disinganno. Quegli eroi cattedratici, quelle passioni frementi, quelle tirate retoriche lo avevano esasperato.

«Egli non aveva mai conosciuto nessuno, in ottantun'anni di vita, che parlasse a quel modo. Quegli uomini e quelle donne sempre furibondi, che ammazzavano e si facevano ammazzare come se si fossero fatto strappare un dente, che vivevano sempre nelle nubi, gli parevano matti; gli davano le vertigini.

Appena noi ragazze eravamo tornate di collegio aveva messo l'Alfieri sotto chiave.

— Se leggono questa roba, addio lista del bucato, diceva; addio note della spesa; addio testa! Si mettono in mente di sposare un eroe e non si maritano più.

Rimaneva il Goldoni. L'autore positivo e vero delle scene casalinghe, dai pettegolezzi borghesi, dagli amori tranquilli. Ed ogni volta che sentiva il bisogno di darci una distrazione per quelle benedette sere d'inverno, era sempre il suo ritornello:

— Leggete una commedia di Goldoni.

Le avevamo lette tutte, rilette, ri-rilette; le sapevamo a memoria, le avevamo talmente negli orecchi, che per gioco i miei fratelli ed io parlavamo qualche volta per ore intere in versi martelliani (che le nove Muse ce li perdonino!) ma le sillabe e le rime tornavano sempre.

Se in quella noia profonda ci fossero capitati dei libri di racconti, in cui non si fossero narrate passioni da romanzo per far infuriare il capo di casa vecchio, e che avessero ritratta qualche scena amena e commovente per divertire i giovani, sarebbero stati una benedizione.

Si sarebbe letta una novella ogni sera, ci si sarebbe conversato sopra un quarto d'ora senza misericordia pel povero autore, e sarebbe venuta l'ora di coricarsi; ed allora si sarebbe finito per dire:

— Malgrado tutto, ci ha fatto passare la sera, però.

Ed in vista di questo gli si sarebbero perdonati i suoi difetti, e l'indomani si sarebbe fatto ancora buon viso al libro, ed ancora, ed ancora finchè si fosse giunti all'ultima pagina.

Dopo si sarebbe dimenticato; pazienza; questa è la sorte comune dei libri che non hanno altro scopo fuorchè il diletto; ottenuto lo scopo il mezzo non serve più.

Ma più tardi, giungendo fra noi un altro volume dello stesso autore, avrebbe trovata la stessa accoglienza.

Di gente che passa la sera come la passavamo noi, ce n'è un numero sterminato. Sono le famiglie modello che stanno riunite, che si amano, che s'annoiano insieme; quelle che hanno inspirata la poesia del focolare. Poi c'è un altro numero sterminato di famiglie, in cui il babbo è fuori da un lato, i fratelli dall'altro, e le signore passano la sera in casa tra loro. Poi vi sono le altre in cui la mamma è ancora giovine o crede di esserlo, e va a teatro, va in società; e le signorine che non debbono assistere alla commedia, non debbono vedere le ballerine, non debbono udire una quantità di cose in conversazione, rimangono sole a casa. Oppure è tutta la parte giovine della famiglia che esce e si diverte; ed una nonna, una zia, una vecchia parente, ha dinanzi la prospettiva d'una lunga serata tra il caldanino e la lampada.

Queste persone solitarie ed annoiate, in quelle ore di solitudine e di noia, sono disposte all'indulgenza, come eravamo io ed i miei fratelli nelle nostre serate di famiglia. Ed è a loro ch'io raccomando i miei poveri raccontini, implorando per essi quell'accoglienza ch'io avrei fatta ai raccontini di chi allora avesse avuto il pensiero pietoso di scriverli per me.

TESTE ALATE

I.

Nell'autunno del 1869 mi trovavo a villeggiare ad Intra sul lago Maggiore.

In una gita ad Arona, fra le solite figure straniere che sembrano darsi convegno da tutti i paesi d'Europa sul ponte di quel battello a vapore, avevo incontrato un giovinotto lombardo, col quale avevo stretta relazione.

Io andavo poi regolarmente due volte ogni settimana ad Arona, e nell'andare o nel venire mi trovavo sempre con quel giovine.

Gli altri passeggeri si vedevano una volta, due, poi scomparivano. Erano sempre figure nuove, quasi sempre figure ignote. Noi soli tornavamo ancora ed ancora.

Quel giovine non era facile ad entrare in discorso. Ma una volta entrato, era piacevolissimo, e qualche volta s'abbandonava ad un'allegria clamorosa. Ma bisognava che altri lo eccitasse. Sembrava una di quelle macchine che, appena montate, vanno, vanno con una celerità sorprendente; ma se le vediamo ferme, non possiamo persuaderci che quegli ammassi di ordigni muti ed inerti abbiano in sè la facoltà di tanto rumore, di tanto movimento.

Non dirò che provassi pel mio compagno di viaggio nè una misteriosa attrazione, nè quella curiosità, quell'interessamento irresistibili che si trovano soltanto nei romanzi. Fu la circostanza dei nostri frequenti incontri che fece nascere tra noi una relazione superficiale, la quale si andò facendo man mano meno cerimoniosa, più franca, più espansiva, più confidenziale, e finì col diventare una sincera ed affettuosa amicizia. Tutto questo nello spazio di un mese. Ma eravamo giovani tutti e due, ed alla nostra età le amicizie si fanno presto.

Conoscendo intimamente Gustavo, mi accorsi che, sebbene il fondo del suo carattere fosse gioviale, il suo stato abituale, in quel momento almeno, era triste ed impensierito. Però non cercai di provocare le sue confidenze con domande indiscrete; c'è una così lieve sfumatura tra l'interessamento e la curiosità!

— Se un giorno sentirà il bisogno di dirmi i suoi crucci, li accoglierò con cuore d'amico, pensavo. Se vorrà serbarli per sè, rispetterò il suo segreto.

Intanto cercavo, per quanto era in mio potere di mantenerlo divertito. Ogni mattina gli facevo un programma per passare la giornata: erano gite sul lago, pranzi alle isole, partite di pesca, escursioni sui monti, visite alle fabbriche di tela, di carta, di vetro, ecc.

Una mattina mi parve più mesto del solito.

— Cosa facciamo oggi? gli domandai.

— Quello che vuoi, mi rispose, purchè siamo soli.

— Prendiamo un canotto, e facciamo un viaggio d'esplorazione sul lago, in cerca di un luogo pittoresco per pranzare insieme?

— Io preferirei una gita su qualche monte. In barca si rimane così inerti che si cade in malinconia. Ho già tanta tristezza nell'anima; ho bisogno di movimento per distrarmene un poco.

Era la prima volta che alludeva alla sua tristezza. Ebbi la delicatezza di non rispondere a quella mezza confidenza, per non mostrare d'esserne stato all'agguato.

Gli proposi di andare a Premeno. Egli accettò, e mezz'ora dopo salivamo una stradetta di montagna, erta, tortuosa, pittoresca.

Camminavamo da quasi due ore, quando il cielo cominciò ad annuvolarsi; minacciava un temporale.

— Guarda, Carlo, mi disse Gustavo additandomi una nuvoletta scura, non ti pare che quella nuvola abbia la forma di due teste di angeli?

— Ma che! Mi sembra piuttosto che raffiguri un cane accovacciato.

— Ah! Lo sapevo, sai, che tu non l'avresti veduta come me! E disse queste parole con accento addolorato.

Non capivo perchè desse tanto peso a quella sciocchezza, e gli risposi meravigliato:

— Ti dispiace tanto che io non veda due teste d'angeli! Via, ci metterò un po' di buona volontà. Già, nelle forme vaghe delle nuvole si vede quel che si vuole.

— No. Lo sapevo già che tu non avresti veduto come me. È una mia visione, eterna, crucciosa. Vedo dovunque delle teste alate. È il mio incubo.

— È un bell'incubo. Dicono che Iddio si circondi di angeli per abbellire il Paradiso, e tu che hai la fortuna di vederne in hac lagrymarum valle, te ne lagni?

Gustavo chinò il capo sul petto, e stette zitto un pezzo, come discutendo qualche cosa di grave tra sè e sè. Ad un tratto si fermò, mi prese le mani, e mi disse con voce commossa:

— Senti, Carlo. Questa storia delle teste alate, che ti sembra certo una puerilità, è il segreto della mia malinconia, delle mie incertezze. È il cruccio della mia vita. E mi pesa, e vorrei parlarne con te. Tu mi sei amico, mi vuoi bene. Ti dirò tutto, quello ch'è passato e quello che mi tormenta ancora; e tu mi darai il consiglio ed il coraggio di cui ho bisogno. Lo vuoi, Carlo?

Non so dire che slancio d'affetto, e che senso d'immensa pietà mi si destassero in cuore per quella sventura misteriosa e grande. Se avessi secondato il primo impulso, mi sarei stretto Gustavo al cuore, avrei pianto con lui. Ma per quello sciocco riserbo che ci fa arrossire de' nostri sentimenti migliori, e ne imbriglia le manifestazioni, mi limitai a stringergli le mani, e gli dissi con calore:

— Con tutto il cuore Gustavo, con tutto il cuore.

Egli mi prese il braccio, continuò a salire, e lasciandosi dietro Premeno, mi trasse sopra un'altura in un piccolo spianato sassoso e disuguale, che si chiama col nome pomposo di Piazza Garibaldi. Vi trovammo alcune panche e delle tavole di sasso. Sedemmo sotto una specie di grondaia per ripararci dalla pioggia che cominciava a cadere. Gustavo prese alcuni sassolini sulla tavola che aveva dinanzi, li agitò un poco in silenzio, poi prese a parlare rapidamente, sempre baloccandosi con quei sassi per darsi un'aria disinvolta, mentre invece la sua voce tradiva l'agitazione dell'animo.

II.

— Tre anni sono, disse, ero un giovinotto allegro, pieno di vita, affettuoso, noncurante del domani, amante del lavoro, appassionato per la mia arte, nella quale mi sentivo capace di riescire a qualche cosa.

— Bada alla tua modestia, Gustavo. La farai arrossire.

— No; lasciami dire quel tanto di buono che ho avuto; ne avrò bisogno per farmi perdonare il tanto male che mi resta a dirti.

Poi soggiunse con un sorriso penoso come una lacrima:

— Parlo di un morto. Il Gustavo d'allora non esiste più.

E continuò a rimovere vivamente quel pugno di sassolini, a gettarli in alto ed a riprenderli, finchè l'intenerimento che gli aveva fatta oscillare la voce nelle ultime parole fu dominato. Allora riprese senza alzare lo sguardo:

— Una mattina giravo per Milano cercando alloggio. Passando in via dell'Unione, vidi ad una porta un appigionasi, ed entrai.

«È al secondo piano, l'uscio a destra,» mi disse la portinaia.

— Salii. La serva che venne ad aprire m'introdusse in un salotto, e mi lasciò dicendo:

«S'accomodi. La signora verrà a momenti.

— La prima cosa che vidi fu un cavalletto, su cui stava una tela finita, rappresentante due teste alate. Ma non erano teste di puttini. Erano due belle teste di donna, piene d'espressione e di vita. Una, pallida, con una ricchezza di capelli, di ciglia e di sopracciglia d'un bel castano chiaro e due grandi occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce. L'altra sembrava piuttosto la testa d'un'amazzone che quella di un angelo. Capelli nerissimi, occhi neri scintillanti, profilo greco, bocca stretta e severa, carnagione bruna, colorita, attraente.

— Erano due belle teste ed era un bel lavoro. Stavo assorto in quella contemplazione che mi appassionava come uomo e come artista, quando udii aprire l'uscio del salotto, ed una voce lieve lieve mi disse:

«È il signore che desidera di vedere il quartierino da affittare?

— Mi voltai a quella simpatica voce di donna; ma invece di risponderle, misi un'esclamazione di meraviglia.

— La signora che mi aveva parlato era l'originale della testa alata, dagli occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce.

— Ella comprese la causa del mio stupore, e mi disse:

«Ha osservato quel lavoro, nevvero? Deve trovarmi vana assai per essermi ritratta così. Ma veda: non ho che una parente al mondo, una sorella che mi è tanto cara. E viviamo lontane, lontane. Quando ho cominciato questo quadro destinato a lei, mi venne naturale di ritrarre il suo bel volto; e poi non ho potuto rassegnarmi e mettergli là accanto una testa qualunque, ideale o vera, ma indifferente. Ci voleva la testa di qualcuno che l'amasse, e ci ho posta la mia.

— Ella aveva cessato di parlare, ed io non pensavo a risponderle ed ascoltavo sempre, e quella voce lieve lieve vibrava ancora nell'aria intorno a me. Era lei l'originale del quadro; l'aveva dipinto lei! Era giovine; era bella di quella bellezza sofferente che interessa ed affascina; era artista come me.

— Trovai superbe quelle camere che dovevano farmi vivere accanto a lei; e mi affrettai ad impadronirmene.

— La mia padrona di casa era una signorina. Si chiamava Clelia Moris, ed aveva ventiquattro anni. Era una natura eletta, aristocratica, delicata, fatta per vivere in un ambiente di poesia; le cure materiali dell'esistenza la urtavano penosamente. Quando le domandai il prezzo del mio nuovo alloggio, me lo disse rapidamente, senza guardarmi, a bassa voce, ed arrossì fin sulla fronte. Quando la sera, appena installato in casa sua, le posi dinanzi il denaro, ella arrossì ancora di più; cercò di profferire un grazie che le rimase fra i denti; tenne sempre gli occhi fissi sul lavoro, si diede a cucire con una rapidità febbrile, e lasciò il denaro sulla tavola senza osare nè di ritirarlo, nè di guardarlo.

— Al confronto di quell'estrema delicatezza, io che senza essere nè cupido, nè avaro, non avevo mai avuta l'idea di trovarmi umiliato per rapporti di denaro con chicchessia, mi sentii compreso da tanta inferiorità, che non osavo quasi più parlare, e sostenevo male la conversazione con frasi scucite, alle quali Clelia rispondeva con monosillabi, senza alzar gli occhi. Compresi che quel denaro posto là tra me e lei sul tavolino era la causa della sua confusione e mi ritirai.

— Il mio cuore d'artista, che s'era conservato entusiasta e buono malgrado la vita burrascosa d'un giovine affatto libero, era fatto per apprezzare le cose belle, per amarle con passione.

— Così non mi feci neppur un momento l'illusione di rimanere con quella fanciulla nei prosaici rapporti di padrona di casa ed inquilino, e nemmeno in quelli paradossali dell'amicizia. L'amore non mi venne addosso inavvertito. Da quel primo giorno, da quella prima ora, sentii che avrei amata Clelia con tutto l'ardore di cui era capace il mio cuore. Ma non pensai menomamente di fuggire, di sottrarmi a quel fascino: lo guardavo venire con delizia, come si guarda in aprile rinverdir la natura, gonfiarsi le gemme, sbocciare le rose.

— Quando rividi Clelia il giorno dopo, non le parlai più di pigione, di denaro. Discorremmo d'arte, di libri, di teatri, di amici lontani, di noi, di tutto. Ed allora non fu punto impacciata; le parole non le morivano fra i denti come la sera innanzi; parlava con entusiasmo, e mi guardava negli occhi senza sfrontatezza, ma con un'espressione di curiosità e di simpatia.

— Così passarono dieci giorni. Dieci giorni così belli, così inebbrianti, che darei tutto il sangue delle mie vene per farli rivivere. Amavo quella fanciulla come un pazzo; e sentivo il bisogno di dirglielo, di dirlo a tutti, di gridarlo sui tetti. E tuttavia la sapevo così delicata, che temevo d'offenderla. Esitai due giorni ancora. Ma la passione, la speranza, la gioia mi gonfiavano talmente il cuore, che mi pareva dovesse scoppiare. Tremavo da un momento all'altro di non sapermi frenare, di saltarle al collo e di coprirla di baci, senz'altro preavviso a costo di farmi scacciare come un malcreato. Non potevo più vivere così. Bisognava che ella mi amasse, o che me ne andassi per non vederla mai più.

— Una sera stavo seduto accanto a lei che lavorava. Frenai i miei impeti entusiastici, e cercai di fare la mia dichiarazione un po' indirettamente ed accartocciata, come si usa fra persone ammodo.

«Lei non ha altra affezione al mondo che per sua sorella, signora Clelia? le domandai.

«Perchè me lo domanda?

— Ella mi diede questa risposta continuando a lavorare, tranquilla, senza il menomo imbarazzo. Mi parve molto fredda. Provai nel cuore un senso di delusione penoso, e tra l'amore e lo sdegno, tutti i miei propositi di convenienza sfumarono; me le accostai all'orecchio fin quasi a toccarlo colle labbra, e con tutta la passione che mi sentivo nel cuore, le dissi:

«Perchè vi amo, Clelia. Vi amo!

— M'aspettavo un'esplosione di sdegno. Ero spaventato dalle mie stesse parole. Ma ella si voltò lentamente, e guardandomi in volto coi suoi grandi occhi limpidi, mi rispose:

«Lo so bene che mi amate, Gustavo.

— Rimasi istupidito. Era la schiettezza dell'innocenza, o era un artificio di civetteria? Quella pace, quella sicurezza, volevano dire che mi amava, o che si prendeva gioco di me? Volli saperlo, e col cuore tremante le domandai:

«Lo sapete, e non ne siete offesa?

— Ella depose il lavoro, e senza precipitazione, colla calma d'una vera beatitudine mi guardò a lungo e mi disse:

«Non posso esserne offesa, perchè anch'io vi amo.

«Voi mi amate, Clelia? Oh non avrei mai osato crederlo!

«Osatelo, Gustavo. Osatelo perchè siete un bravo giovine.

— E mi prese il capo colle sue mani bianche, e senza agitarsi, senza arrossire, mi baciò sulla fronte. Ricevetti quel bacio in ginocchio, a capo chino, senza ricambiarlo, in un religioso raccoglimento, come si riceve una benedizione.

— Vivemmo otto mesi così. Otto mesi di incantevole ebbrezza, amandoci con tutto l'ardore dei mortali, con tutta la purezza degli angeli.

— Clelia aveva in casa una serva che l'aveva veduta nascere; una di quelle donne che invecchiano nella famiglia del primo padrone, ci si affezionano come se fosse la famiglia loro e ne dividono eroicamente quando occorra, le disgrazie, i sacrifici, le privazioni, senza immaginarsi nemmeno per ombra il proprio eroismo.

— Da quel giorno ogni volta ch'io sonavo alla porta di Clelia, la vecchia Rosa, dopo avermi introdotto, sedeva anch'essa nel salotto, a qualche distanza da noi, e lavorando in silenzio, assisteva a tutte le mie lunghe visite. Era un po' sorda, e le nostre parole le sfuggivano; ma non eravamo soli.

— Ci eravamo fidanzati tra noi, da cuore a cuore; ed io lavoravo assiduamente ad un quadro che dovevo mettere all'Esposizione di Firenze, e col quale speravo di farmi conoscere per guadagnarmi una situazione da dividere con Clelia. Quando le dissi questi particolari che non mi permettevano di sposarla subito, mi rispose senza vergognarsi:

«Io pure sono povera, Gustavo. Non vi porterò altra dote che il mio amore.

— Del resto non seppi mai nulla riguardo ai suoi interessi. Evitava di parlarne; credo che soffrisse delle privazioni, ma non me le disse mai. Cercai più volte di farmi raccontare di quella sorella lontana, ma ella mi rispose vagamente, e finì col dirmi:

«Perchè cercate di indagare i miei interessi di famiglia? Dubitate di me, Gustavo? Mia sorella è maritata, ed è onestissima.

— Io non dubitavo di lei, e non domandai più nulla, e non pensai che ad esser felice.

— Una sola cosa mi tormentava durante quegli otto mesi così belli: la salute di Clelia. Non era precisamente inferma, ma era tanto gracile e delicatina, che un nulla la faceva ammalare. Parecchie volte al giorno prendeva un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, ed aveva sempre la tosse. Ma io pensavo: «Non è più tanto giovine, la tisi è la malattia delle giovinette.» E scacciavo le idee tristi guardando la serenità dei suoi begli occhi.

— Sul principio della nostra relazione, uscendo di casa, una sera incontrai alcuni amici, che m'invitarono ad una cena. Dopo la cena, si fece un po' di chiasso, e rimasi fuori tutta la notte.

— La mattina, quando andai da Clelia, fui spaventato al vedere quanto male le aveva fatto quella mia scappata. Era pallida, abbattuta, cogli occhi gonfi di pianto; sembrava che uscisse da una malattia. Non mi fece alcun rimprovero. Ma la sua sofferenza mi fu un rimprovero crudele. D'allora rientrai più presto la sera, la circondai di affettuose assiduità, ma per parecchi giorni le durò una febbricciatola che mi rodeva la coscienza.

— Ogni volta che nasceva tra noi una di quelle piccole questioni da innamorati, che sono tanto belle per la pace che le segue poi, Clelia ne aveva la febbre.

— Più volte, solo nella mia stanza, piangevo di rabbia pensando a quel che potrebbe accadere. Avrei voluto parlarne alla vecchia Rosa; ma non mi aveva più perdonato quella notte passata fuori, che aveva fatto soffrir tanto la sua padrona; e non mi badava più. E poi col suo udito, non era possibile discorrere in segreto con lei.

— Un giorno condussi a casa un amico medico, pregandolo di osservare attentamente la mia fidanzata, senza farsi scorgere. Glielo presentai e lo feci rimanere tutta la serata con noi.

— Quando uscii ad accompagnarlo mi disse che non osava dare un giudizio senza avere visitata l'ammalata, ma aveva tutta la veste della tisi. Forse potrebbe ancora vivere a lungo; ma la menoma scossa, la menoma sofferenza fisica o morale potrebbe esserle fatale...

— Ebbi alcuni giorni di profondo sconforto. Ma Clelia era così serena, cosí felice; mi parlava sempre del nostro avvenire, ci credeva tanto, che tornai a crederci anch'io.

— Infine quel medico non l'aveva oscultata. Chi sa? Forse s'era ingannato sulla natura del male. Appena Clelia sarebbe mia, la condurrei a Napoli, a Madera, la farei vivere in una pineta, dove i polmoni delicati si riconfortano; ne avrei tanta cura, la renderei tanto felice, che non soffrirebbe più...

— Intanto il mio quadro era finito ed era tempo d'andarlo ad esporre. Dovevo separarmi per poco da Clelia. Ci scambiammo le solite promesse e raccomandazioni.

«Scrivimi, sai, mi diceva, non tenermi in pena, non darmi crucci, te ne prego. Io sono come quelle povere pianticine esotiche che si conservano belle e profumate, finchè sono tenute in un dato ambiente, con quelle date cure; ma un soffio d'aria, una goccia d'acqua più o meno, bastano a farle morire.

— Io promisi, di cuore, di gran cuore, perchè l'amavo più della mia vita, e tremavo per la sua. E partii.

III.

— Avevo venticinque anni. Mi sentivo pieno di vita e di speranza. Partivo lasciandomi dietro la dolcezza dell'amore, per andare incontro alla dolcezza della gloria.

— Clelia sembrava rinverdita colla primavera; da qualche tempo stava bene, ed era evidente che quel medico s'era ingannato.

— Ero contento di me, del mondo, di tutti. Quegli otto mesi di amore virtuoso, di vita casalinga, mi avevano ritemprata la salute. Il sangue mi scorreva caldo e robusto nelle vene. La natura mi rifulgeva intorno splendida e giovine come nel giorno della creazione. Ed io pure ero giovine e felice come Adamo. Ma per me pure c'era un frutto proibito; ed io pure trovai l'Eva che me lo porse.

— La incontrai nel breve tragitto di mare tra Genova e Livorno, quella Eva francese col viso dipinto di bianco o di roseo, e gli occhi dipinti di nero, e le labbra dipinte di rosso. Ho sempre avuto un profondo disprezzo per le donne imbellettate. Ma pur troppo vi sono delle ore maledette nella vita, in cui la materia vince l'anima, ed allora si accoglie volentieri una donna che si disprezza, perchè i suoi favori si ottengono facilmente. Quella straniera bionda fece due terzi della strada per avvicinarsi a me. Nelle disposizioni in cui mi trovavo, lo spirito è pronto, ma la carne è debole: ed io non mi feci pregare per fare l'altro terzo.

— Avevo promesso a Clelia di scriverle da Livorno la prima lettera. Ma quando presi la penna per scrivere a lei che stimavo tanto, alla mia sposa, in una camera profanata dalla presenza di quell'avventuriera, sentii una profonda vergogna di me, e per non mentire non scrissi nulla. L'amavo con tutta l'anima ma le ero infedele; cosa avrei potuto dirle in quell'ora che non ripugnasse alla mia coscienza?

— Pensai che quella relazione avventurosa sarebbe presto troncata; che quella donna se ne sarebbe andata, e quando mi fossi sentito ancora degno dell'amore di Clelia, le avrei scritto.

— Il mio quadro piacque, e fu comperato da un signore americano che lo pagò bene. Questa circostanza aumentò visibilmente la tenerezza della signora francese per me, ma diminuí d'altrettanto la mia.

— Alle emozioni nobili dell'arte, era strettamente legata ogni memoria del mio cuore. Mi svegliai da quella specie di delirio, che mi aveva tenuto unito per tre settimane ad una creatura indegna di occupare un'ora della vita d'un galantuomo.

— Pensai con angoscia a Clelia. Povera gioia! Erano tre lunghe settimane che l'avevo lasciata, e non le avevo scritto una parola. Mi rammentai con indicibile spavento la sua estrema sensibilità, la sua salute delicata. «Se l'avessi fatta ammalare? Mio Dio!»

— Forse m'aveva scritto?

— Corsi alla posta. Vi trovai infatti due lettere ferme in posta, perchè non le avevo mandato il mio indirizzo. Una aveva la data di pochi giorni dopo la mia partenza. Clelia era già inquietissima del mio silenzio; mi pregava di scriverle; era tormentata da presentimenti dolorosi e strani. Quelle fibre tanto delicate e nervose, presentono vagamente il male che noi facciamo loro, mentre noi, nature meno squisite, lo comprendiamo appena quando ne vediamo le conseguenze irreparabili.

— L'altra lettera era scritta soltanto da quattro giorni. Erano poche parole. Clelia era ammalata; l'agitazione, l'incertezza in cui l'avevo lasciata, avevano abbattute le sue poche forze. Le era tornata la febbre, e si sentiva debolissima. Ma aveva sempre fede in me. E mi pregava di tornare, di tornar subito, se non volevo che morisse di cruccio.

— Lacrime di vero cordoglio, di rimorso, di vergogna, mi bagnarono gli occhi, mi gonfiarono il cuore.

— La sera stessa lasciai quella donna malaugurata, e partii.

— Ma quella lettera era giunta da quattro giorni. Erano cinque giorni che Clelia l'aveva scritta, ed io giunsi a Milano dopo due altri giorni. Mio Dio! Cosa poteva essere accaduto in quel tempo?

— Quando sonai alla porta di Clelia il cuore mi batteva da spezzarmi il petto. La serva mi disse con amarezza:

«Ben presto l'avrà uccisa del tutto, sarà contento.

— Sentii che meritavo quel rimprovero, e la seguii senza risponderle a capo chino, cogli occhi gonfi di lacrime.

— Quando stavo per entrare nella camera di Clelia, Rosa mi disse ancora:

«Ed ora vorrebbe comparirle dinanzi così, come una bomba, per farla morire sul colpo? Il medico ha raccomandato di non darle emozioni.

— Mi fermai, ed essa entrò. Ma un minuto dopo udii una voce piena di dolore, d'amore, di pianto, esclamare:

«Gustavo! Oh vieni Gustavo!

— Mi precipitai nella camera, caddi in ginocchio accanto alla poltrona di Clelia, mi premetti sul volto le mani che ella mi stendeva in segno di perdono, e piansi, singhiozzai come un disperato. Ed essa, povera gioia, mi copriva il capo di baci e di lacrime, senza un rimprovero, senza un lamento.

— Quando cercai di accusarmi, di domandarle perdono, mi chiuse la bocca colla mano e mi disse:

«Stai zitto, Gustavo. Non parlar del passato. È stato un brutto sogno; dimentichiamolo. Ti perdono tutto, sai. Ora non pensiamo che ad amarci, ed esser felici. Forse potremo esserlo per poco.

— Io piangevo, piangevo, e dal fondo del cuore offrivo a Dio la mia vita in cambio della sua.

— Tuttavia mi sembrava che Clelia si esagerasse il suo male. Era magrissima è vero; ed aveva la voce debole. Ma non era a letto, ed il suo volto animato della gioia non aveva l'aspetto d'un volto di persona gravemente ammalata. Ed io pensavo ancora che l'avrei fatta guarire a forza di cure e d'amore; che l'avrei resa felice, che l'avrei sposata subito, anche il domani, e l'avrei portata a Viareggio, e l'avrei condotta ogni giorno nella pineta. Oh Dio! Si può forse morire quando si ama e si è amati così?

— Passai il resto della giornata accanto a lei. Ogni tanto tossiva, tossiva a lungo da rimanerne quasi soffocata. Ed io soffrivo, avrei dati dei pugni contro il cielo. Ma poi quell'accesso passava; Clelia riprendeva a discorrere del nostro avvenire; era serena, felice. Ed io pensavo che la tosse della tisi è breve, asciutta. Che quella tosse violenta non poteva essere che un'infreddatura. Non conoscevo quella malattia inesorabile se non dai romanzi, e mi facevo illusione.

— La sera quando Clelia mi congedò per coricarsi, la pregai di lasciarmi rientrare più tardi, per vegliarla durante la notte. Ella me lo permise.

— Quando fu a letto, tornai infatti nella sua camera.

«È quasi inutile che tu stia alzato, mi disse. Mi sento bene. Il tuo ritorno mi ha guarita. Ti lascio star qui perchè abbiamo tante cose da dirci, e poi Rosa ha bisogno di dormire, ha tanto vegliato le notti scorse.

— Rosa se ne andò; la udimmo chiudere gli usci, e ritirarsi nella sua stanza. Io rimasi solo accanto al letto di Clelia, più bella, più serena, più amante che mai.

— Io pure non avevo mai sentito d'amarla tanto come quella sera. Comprendevo tutti i miei torti, avevo tanto da farmi perdonare! Ed ella, povero angelo, aveva tanto sofferto, aveva tanto bisogno di conforto...

— Cercammo il perdono, l'obblìo, il conforto nel nostro amore. Quella notte fummo sposi davanti a Dio. Ma la mattina quando mi risvegliai accanto a Clelia, ella non aveva più che un soffio di vita. Il mio disgraziato amore l'aveva uccisa.

................

A questo punto del suo racconto Gustavo aveva la voce commossa, strozzata dal pianto. Agitava furiosamente i sassolini, li prendeva in mano e li respingeva con rabbia, mentre le lacrime gli gonfiavano gli occhi e cadevano sulla tavola di sasso.

Io non cercai di consolarlo. Rispettai il suo dolore, e rimanemmo entrambi in silenzio. Finalmente scosse il capo, si asciugò coraggiosamente le lacrime, come per dire:

«Non me ne vergogno,» e riprese il suo racconto.

IV.

— Due giorni dopo Clelia era morta. Fuggii da quella casa colla disperazione nell'anima. Presi alloggio in una delle contrade più deserte di Milano, e vissi là due mesi come un condannato, senza veder nessuno, lavorando e piangendo.

— L'arte mi era divenuta più cara; era l'unica passione che avessi avuta comune con lei. Ed ormai i miei quadri si vendevano; andavo guadagnando nome ed agiatezza, ora che non avevo più quella cara per cui avevo desiderato l'uno e l'altra; ed in quell'isolamento il mio dolore si andava facendo ogni giorno più intenso.

— Poi vennero i soliti amici premurosi della salute di chi non sa più che farne, e mi costrinsero a lasciar Milano, a viaggiare, a divagarmi.

«Al passato non c'era rimedio; quella poveretta era etica, già condannata quando l'avevo conosciuta; cosa volevo fare sempre solo così! Ero giovine, avevo un avvenire dinanzi a me, avevo altri doveri che di piangere, ecc.»

— Più per togliermi la noia, che non persuaso da quei discorsi, lasciai Milano e viaggiai sei mesi, senza cercare tuttavia altra distrazione nè altro conforto che il lavoro, al quale dava grande argomento la varietà dei luoghi.

— Tuttavia non potevo viaggiar sempre. Mi fermai a Torino, dove per un anno feci la stessa vita solitaria che avevo fatta in viaggio.

— Ma a poco a poco lo smercio de' miei quadri, le esposizioni, i critici d'arte che parlavano di me nei giornali, mi obbligarono a rivedere qualcuno. Finii per riprendere in una certa misura i rapporti colla società.

— O Carlo, arrossisco nel dirlo; ma anch'io parlavo, anch'io ridevo; ridevo come gli altri. Quando pensavo a Clelia risentivo nel cuore tutto il mio dolore, ma c'erano delle ore e delle ore in cui non ci pensavo. Si dice tanto che la gioia è fugace. Ma e il dolore non lo è forse altrettanto? Noi siamo deboli. Non sappiamo soffrire a lungo; siamo incostanti in tutto. La costanza è una virtù superiore alla nostra natura imperfetta.

— Un giorno passando in via Nuova, vidi uscire da un negozio di guanti una signora alta e bruna, vestita con eleganza.

— Dopo la morte di Clelia non avevo più provata la menoma simpatia per nessuna donna. Mi erano tutte indifferenti, e le sfuggivo. Ma la vista di quella signora mi fece un'impressione strana. Mi parve che avesse in sè qualche cosa della mia povera sposa; mi parve che quegli occhi scintillanti mi parlassero di lei. Non le somigliava punto, eppure me la ricordava. Mi pareva che quella signora ed io fossimo amici da un pezzo, e che ella conoscesse tutti i miei dolori; e senza quasi volerlo, la seguii.

— Giunta in piazza Castello ella prese l'omnibus della via Po. Stavo per salire io pure nell'omnibus, ma mi fermai. Mi pareva di commettere un'infedeltà alla memoria di Clelia. E rimasi; e l'omnibus partì colla bella signora.

— Mi sentii contento di me, come quando si è fatta una buona azione o si è vinta una mala tendenza.

— Ma quando la fatalità ci si mette, tutti i nostri sforzi per combatterla non riescono a nulla.

— Pochi giorni dopo andai per sentire Cause ed effetti al teatro Gerbino. Era la beneficiata della prima attrice Vittoria***. Quando uscì, riconobbi la bella signora che avevo incontrata in via Nuova.

— Mi dissero che quell'artista era molto ricca, molto spiritosa, molto corteggiata, e molto onesta. Quella riputazione di onestà, che i disillusi trovavano incredibile, e su cui facevano i più assurdi commenti e le più rancide facezie, mi fece molto piacere. Non avrei voluto che quella donna, che nel mio pensiero si associava all'immagine di Clelia, fosse stata una delle solite donne da teatro; mi sarebbe sembrata una profanazione. Almeno, allora attribuii a questa ragione soltanto la soddisfazione che provai a sentirne parlare con rispetto.

— Dopo la commedia un amico mi propose di presentarmi alla signora Vittoria***. Non seppi resistere a quella tentazione: accettai. Mi pareva che avvicinandomi a quella donna mi ravvicinassi alla povera Clelia; e, cosa strana, il volto gioviale dell'artista, i suoi movimenti rapidi, il suo sguardo ardito, mi rammentavano il volto mesto, il gesto lento, lo sguardo malinconico della mia fidanzata.

— Vittoria era ancora commossa della parte appassionata e straziante che aveva sostenuta egregiamente nel dramma di Ferrari. Mi accolse con una cordialità che aveva qualche cosa di intimo; come se ci conoscessimo. Mi aveva forse già notato quel giorno in via Nuova? O quella sera durante la rappresentazione? Ad ogni modo era contenta di vedermi, e m'invitò a tornare.

— Ed io tornai dopo una settimana, poi tornai dopo tre giorni, poi dopo due, poi il giorno seguente, e l'altro, e l'altro; tornai, tornai sempre.

— Anche questa volta l'amore non mi colse per sorpresa. Lo sentivo venire, lo vedevo. Ed anche questa volta non fuggii. Ma non lo accolsi sorridendo come avevo fatto accanto alla povera Clelia. Lo accettai per forza. Non avevo il coraggio di combatterlo. Era destino.

— Un mese dopo dissi a Vittoria che l'amavo, e la domandai in moglie. Così la stimavo.

— Fin allora non l'avevo veduta che nel camerino del teatro.

«Venga domani a casa mia, mi rispose stringendomi forte la mano. Le risponderò domani.

— Era una donna schietta, passionale, ardita; un carattere indipendente, un po' maschio; si riscaldava facilmente, pronta a secondare il primo impulso del cuore che credeva il migliore. Si esaltava per l'arte, si entusiasmava d'un autore, d'un attore, anche d'una attrice; voleva conoscerli, ed aveva delle parole e dei modi per esprimere la sua ammirazione che rivelavano tutto l'ardore della sua anima d'artista. Io sentivo il bisogno di riscaldare il mio povero cuore assiderato ad un cuore di quella tempra; il pensiero di essere amato così m'inebriava.

— Quando andai a casa sua il domani, mi accolse come un vecchio amico. Mi prese tutte due le mani, mi fece sedere accanto a sè, e dandomi del voi per la prima, mi disse:

«Sentite, Gustavo: l'avete compreso, nevvero, che vi voglio bene?

«Ma proprio di quel bene che intendo io? le domandai guardandola negli occhi.

«Sì, di quello.

«Mi amate?

«Sì, vi amo. Ma ho una storia. Oh Dio! Le artiste hanno tutte una storia! Soltanto la mia è vera. Volete che ve la dica?

«Ditela, Vittoria: ma ditemi prima che non c'è nulla che v'impedisca di accettare la mia proposta.

Ella sorrise, e senza tener conto di quella preghiera, mi raccontò la sua storia.

«Avevo diciotto anni, quando mio padre, che era notaio, morì lasciando mia madre con due figliole, di cui ero la maggiore, senz'altro avere che il suo studio. Questo si dovette vendere, e dopo molte noie di conti, di minutari, di dare, d'avere e che so io, si trovò che ci restava appena appena da vivere malamente. Io avevo recitato parecchio da dilettante, in campagna, nelle serate di beneficenza, e mi pareva di fare benino. Ad ogni modo ci avevo passione, e dissi alla mamma che mi lasciasse far carriera da attrice per aiutare un poco la nostra povera famigliola.

«Ma sì. Andate a dir codesto ad una signora di principii evangelici come la mamma! Lei ci vedeva il diavolo con tutti i sette peccati capitali a braccetto, dietro le quinte. E mi fece invece la sua brava proposta tutta morale di fare gli studi magistrali, prendere il diploma, e colla raccomandazione del sindaco e dello speziale, cercar di ottenere il posto di maestra comunale a Desio, presso Monza, dove il babbo aveva un villino, che noi si era venduto col resto.

«Pensate, Gustavo, se io ero donna da insegnare l'alfabeto e le quattro operazioni aritmetiche ad una quarantina di marmocchi tutti i santi giorni dell'anno per guadagnare trecento trentatre lire e trentatre centesimi.

«Scrissi di mia testa al direttore d'una compagnia drammatica, il quale mi aveva udita recitare più volte e mi aveva incoraggiata molto, e senza dirgli dell'opposizione della mamma, gli narrai le nostre circostanze finanziarie, la morte del babbo, e gli proposi di prendermi nella sua compagnia.

«Egli mi fece delle condizioni modeste ma accettabili, e certo migliori assai di quelle che si fanno alle maestre. Ma era inutile sperare che la mamma mi desse il suo consenso, ed io ne feci senza. Un bel giorno invece di andare alla scuola magistrale andai allo scalo, presi il mio bravo biglietto di seconda classe, perchè non avevo quattrini da sciupare, e via!

«Avevo lasciata una lettera alla mamma dicendole dove andavo e tutto, e pregandola di perdonarmi e di non farmi tornare. Ed infatti non mi fece tornare, ma mi rispose imponendomi di non portare mai più il nome della sua famiglia; di non pensare ch'ella potesse accettar mai il soccorso che io potrei offrirle coi miei guadagni, e di non andare mai più a Milano, dove il nome del babbo era conosciuto e rispettato, ed una figliola commediante gli avrebbe fatto disonore.

«Mia sorella, che mi voleva bene, mi scriveva segretamente, ma non le riescì mai di farmi perdonare, neppure quando la povera mamma stava per morire.

«Ero fidanzata da due anni ad un mio cugino che studiava legge, e dovevamo sposarci quando avesse presa la laurea.

«Appena uscirono nei giornali alcuni articoli che parlavano del mio successo da artista, io glieli mandai superba di offrire a lui quel primo trionfo. Egli me li rimandò con una carta da visita in cui mi pregava di non tenermi vincolata dalle promesse scambiate con lui, perchè egli aveva creduto di fidanzarsi con una giovine onesta e non con una commediante. Oh il pregiudizio!

«Disillusa di tutto, m'innamorai sempre più dell'arte, ed in essa almeno trovai un compenso. Mi feci quel po' di riputazione che ho, e la feci presto.

«Ora viene la storia dello spasimante ricco e nobile. Ce n'è sempre almeno uno nella storia delle donne di teatro, ed è sempre stato respinto. Soltanto, il mio, che era più ostinato degli altri, quando vide che non poteva giungere a me per le vie storte, prese quella retta del municipio, e mi domandò in moglie, a condizione che lascerei il teatro sposandolo. Risposi che lo sposerei a condizione di non lasciare il teatro. Egli si offese; se ne andò infuriato; non voleva più vedermi. Ma dopo una settimana tornò pentito, accettò le mie condizioni, e mi rinnovò la proposta. Gli domandai un giuramento che non mi farebbe lasciare il teatro, e giurò sul suo onore. Ci sposammo a Firenze.»

A questo punto del racconto mi si strinse il cuore.

— Siete maritata? esclamai dolorosamente rizzandomi in piedi.

— Abbiate un po' di pazienza, rispose Vittoria prendendomi la mano ed obbligandomi a sedere di nuovo. State a sentire.

«Dopo la cerimonia mi disse che aveva combinato tutto in segreto pel viaggio di nozze, perchè contava di farmene una sorpresa. Mi conduceva a Parigi ed a Londra. Non s'era mai parlato di quel viaggio.

«Io non posso; debbo recitare doman l'altro, gli dissi. C'è una commedia nuova.

«Ma che! Ormai ero una signora, ero entrata in una famiglia nobile; non era più decoroso che io continuassi a recitare. Sì, egli aveva giurato per farmi piacere; ma quello era un capriccio da fanciulla. I suoi parenti non potrebbero tollerarlo... Egli voleva bastar solo alla mia felicità...

«Ed invece no, non mi bastava. Amavo l'arte con passione, e poi mi offendeva il vedermi ingannata così.

— Ebbene, gli dissi, partiamo subito.

«E partimmo. Entrai in un vagone in cui c'erano parecchie persone, ed il mio sposo dovette seguirmi malgrado il suo biglietto di coupé. Partimmo da Firenze alle sei del mattino ed alle otto di sera giungemmo a Torino senz'essere stati soli un momento.

«Dovevamo passare la notte a Torino e ripartire la mattina seguente per Modane. Ma, appena giunti all'albergo, gli dissi che avevo sofferto tutta la strada d'un atroce dolore ad un dente.

«Mi ci voleva il chirurgo-dentista. Il dottor Camusso mi aveva curata altre volte. Era necessario che mio marito andasse subito a cercare il dottor Camusso. No; un cameriere non ci metterebbe quella premura. Doveva andarci lui. Fui inesorabile. Gli diedi l'indirizzo: via S. Tommaso, n. 3. E se ne andò.

«Appena egli fu uscito, uscii alla mia volta; andai in piazza Castello, entrai in un omnibus che mi conducesse fin in Borgo Nuovo. Di là mi recai a piedi in via Vanchiglia da una cameriera che m'aveva servita qualche tempo, poi si era maritata a Torino con un operaio. La pregai di tenermi in casa sua per alcune settimane senza farne parola a nessuno. E vi rimasi più d'un mese.

«Intanto la mia compagnia lasciò Firenze e si recò a Napoli. Io scrissi al direttore che lo raggiungerei. Ed infatti dopo quaranta giorni ricomparvi in iscena ai Fiorentini di Napoli, in una prima rappresentazione che ebbe un gran successo, ed io ne ebbi la mia parte.

«Il domani il mio sposo lesse quella notizia sul Fanfulla nella corrispondenza di Picche. Anch'egli, come il fidanzato di Milano, mi scrisse di non considerarmi più come sua moglie.

«L'avviso era superfluo. Pensavo tanto a lui come all'imperatore della Cina. L'avevo sposato unicamente nell'idea fissa di mostrare alla gente che mi aveva disprezzata, che si può essere una attrice, ed essere onesta come un'altra fanciulla, e fare un bel matrimonio, e rimanere una buona artista diventando una gran dama, ed una buona moglie. Era stata un'illusione. Dovetti rassegnarmi a vivere divisa dal marito.

«L'anno scorso seppi, non dalla sua famiglia, ma per mezzo d'un giornale, che mio marito era morto di tifo.

«Nel contratto nuziale mi aveva fatto un assegno dotale abbastanza generoso, per assicurarmi un'esistenza agiata; e, malgrado il mio abbandono, non aveva presa nessuna disposizione per annullare quella donazione. Ma quando la reclamai, i suoi parenti ed eredi mi mossero lite.

«Io sono certa di vincerla; ma per mille riguardi non è conveniente che mi rimariti prima che sia terminata questa noiosa causa. Volete aspettare alcuni mesi, e continuare a volermi bene ed a farmi la corte?

— Potete domandarmelo, Vittoria? le risposi. Farò tutto quello che vorrete; vi lascierò continuare la vostra carriera.

— No, Gustavo, m'è passata la manìa di guarire il mondo da' suoi pregiudizi. Ho capito che una vita a tesi è troppo difficile. E poi non ho più fede nella mia tesi. Siete voi che me l'avete fatta perdere. Finchè non si ama davvero si crede di poter sempre serbare una parte del nostro cuore per l'arte; ma voi m'avete fatto sentire che c'è un amore per cui basta appena tutto il cuore, tutta la vita; che non lascia più posto per nessun'altra passione.»

Quelle parole mi resero pazzo di gioia. La presi nelle mie braccia, la colmai di carezze e di baci. Tornai a gustare l'ebbrezza d'essere amato, fui ancora felice.

Quando fummo per separarci, Vittoria mi disse:

— Credete in Dio, Gustavo?

— Sì, le risposi. Quando si ama e si è felici si prova il bisogno di credere, come nei grandi dolori.

— Ebbene venite. Voglio che mi giuriate davanti a Dio che mi amerete sempre. E mi trasse nella sua camera, dinanzi ad un inginocchiatoio a' piedi del letto.

— Giurate, riprese, che mi amerete sempre come ora; che mi aprirete sempre tutto il vostro cuore, che avrete fede in me, che mi renderete felice e mi rispetterete come questa sera.

E mi aveva spinto in ginocchio, ed inginocchiata anch'essa accanto a me mi stringeva le mani e mi guardava negli occhi con infinito amore.