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LA MARCHESA COLOMBI

TEMPESTA E BONACCIA
ROMANZO SENZA EROI

MILANO
LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA
Corso Vittorio Emanuele, 26

1877

Proprietà letteraria.

Tipografia Sociale—S. Radegonda 6.

TEMPESTA E BONACCIA

I

+—————————————————————-+ | | | | | | | | | AVV. MASSICO GUISCARDI | | | | | | | | Milano, Piazza del Duomo, N. 10. | | | | | +—————————————————————-+

II.

+—————————————————————-+ | | | | | | | | | I LETTORI | | | | | | | | In hac lacrymarum valle. | | | | | +—————————————————————-+

III.

Ed ora, signori lettori, che ci siamo reciprocamente presentati scambiandoci le carte da visita, come si usa tra le persone ammodo quando non hanno la fortuna di potersi vedere, tiro via colla mia storia.

Non vanto illustri avi, nè sono figlio di paltonieri. Appartengo all'umile classe dei borghesi. Non sono nè ricco nè povero. Ho trent'anni.

Quattro anni sono mi accesi d'una grande passione; feci le debite pazzie, e poichè le donne sogliono misurare e compensare l'amore a seconda delle pazzie che fa fare, fui, come di ragione, riamato. E per quella volta la donna mia non prese abbaglio, dacchè io l'amassi davvero con un trasporto che non avevo mai conosciuto prima.

Napoleone III o non so chi altri, pronunciò una parola meritamente celebre: «Quanto dura l'eternità in Francia?» Se il plagio non deprezzasse la mia trovata, sono certo che diverrei altrettanto famoso dicendo: «Quanto dura l'eternità in amore?»

Rinuncio alla celebrità ma non al motto: «Quanto dura l'eternità in amore?»

Ahimè! In tutta buona fede avrei accettato allora di passare la vita senza un'altra gioia, nè un altro affetto, nè un altro interesse, nè un'altra ambizione, fuorchè l'amore di quella donna. Non mi credevo suscettibile di altro sentimento. Al confronto di quell'attrazione potente, irresistibile, gli altri sentimenti mi sembravano meschine convenzioni sociali.

Alcuni amici s'avventurarono a dirmi:

—Massimo, non pensi che è sleale corteggiare la moglie d'un altro, e, peggio, d'un amico? La tua coscienza non ripugna dallo stringere sorridendo la mano d'un uomo che tradisci?

È la frase consacrata. Ed io meravigliavo tra me, come le menti di quegli amici miei mancassero di elevatezza per non potersi scindere da meschini pregiudizî sociali, ed innalzarsi con me nelle sublimi regioni della passione. Sì; la mia donna era vincolata ad un altro. Ad un egoista che si era permesso di farla sua, senza prevedere che io l'avrei amata. Ad un tiranno, che persisteva ad essere suo marito malgrado il nostro reciproco amore. Animo volgare, incapace di eroismo, che non aveva nemmanco la generosità di sopprimersi per la felicità d'un amico.

E nondimeno mi si accusava. Non si comprendeva che la mia colpa, se pur colpa è possibile in una grande passione, era crudelmente espiata dal pensiero che quell'uomo si permetteva di chiamar sua la donna mia, di darle del tu, d'amarla, e forse financo di aspirare al di lei amore. Oh, quell'uomo! Io l'odiavo per le ore di tortura che m'imponeva; per le notti che mi faceva vegliare tra gli spasimi della gelosia; per il sacrifizio cui mi assoggettavo ogni giorno di frequentare la sua casa, di parlargli amichevolmente, di simulare colla donna amata una freddezza che non avevo nel cuore, di tollerare. che egli le parlasse con una famigliarità oltraggiosa. Oh! quando stringevo sorridendo la mano d'Ernesto, nonchè sleale, mi sentivo grande e generoso: perchè l'odiavo, perchè avrei voluto ucciderlo; e me gli mostravo amico, e rispettavo la sua esistenza, per non compromettere la donna mia.

IV.

Così pensavo allora, ed ero in buona fede, lo giuro.

Su quell'incendio passarono tre anni; e passarono le scene di gelosia, sempre più rade da parte mia, sempre più frequenti da parte di lei; e passarono i rimproveri che mi spesseggiavano sopra per ogni nonnulla.

Dopo tre anni e qualche mese cominciai ad accorgermi che
l'osservazione de' miei amici non era punto volgare, nè ingiusta.
Infatti come non ne avevo compreso prima la moralità incontestabile?
Come avevo potuto stringere sorridendo la mano d'un uomo che tradivo?

Ma certo il mio cuore doveva aver ripugnato all'atto sleale. Certo doveva aver fatto pressione sulla mia coscienza per amore della donna mia; per farle il sacrificio de' miei principî… Deve essere un amore ben grande quello che giunge fino ad immolare le cose più sacre, fin l'onore. E dopo tutto ciò ella spingeva l'ingratitudine fino a farmi dei rimproveri… Oh! le donne! E codesto esclamavo inorridito da tanto egoismo.

V.

Stavo sotto l'incubo di quel legittimo orrore. Ed intanto la mia delicatezza cominciava a trovare ogni giorno più penosa l'idea di tradire un amico ne' suoi più cari affetti.

Una sera andai al teatro Carcano. Vi cantava una artista esordiente, giovane, simpatica.

La sera seguente il Carcano era chiuso. Il direttore dell'orchestra mi offerse di presentarmi a lei. Ero così triste, che proprio non desideravo far conoscenze; ma per compiacere il mio vecchio amico, andai con lui dall'artista all'Albergo Milano.

Trovai che la giovane signora conversava con un giornalista mio amico.
Era Giorgio Albani.

Il vecchio professore si ritirò alle nove. Io, giovane, non potevo ritirarmi così presto; sarebbe stato scortesia verso la signorina; era quanto dirle che la sua compagnia non mi tornava gradita.

Mentre io, sempre egualmente sollecito della salute del mio vecchio amico, lo accompagnavo—sino in capo alla scala,—la signorina disse a Giorgio:

—E quel signore che non ha preso il cappello e non m'ha salutata? Non se ne va?

—Perchè? Le dispiace? domandò Giorgio.

—Un poco; ha una cert'aria inquisitoria; quando mi guarda mi sembra di un'autopsia morale.

—Come s'inganna! È così sbadato, e così buono; quando lo conoscerà meglio, sono certo che le piacerà.

—Può darsi; ma intanto mi annoia; volevo fare una passeggiata, ma con quel signore non oso; mi dà soggezione.

—Massimo!? esclamò Giorgio ridendo.—Ma le giuro che egli non aspira punto a destare questo sentimento nelle signore…

In quella rientrai. Giorgio mi disse:

—Massimo, la signorina mi diceva che desidera fare una passeggiata; ma ha soggezione di te.

Egli diceva questo in aria di tanta ammirazione… si sarebbe detto che facesse un merito a sè stesso della timidezza di quella signora.

Giorgio sapeva ch'io non amo in generale le artiste. La libertà delle loro maniere mi dà uggia. Ed ora sembrava dirmi: Vedi che Fulvia non si emancipa; e, per essere artista, non cessa d'essere una signora?

Io contavo proprio quella sera di gettare colla mia presenza un raggio di felicità sull'esistenza della donna mia… Ma all'udire il desiderio dell'artista… esordiente, giovane, simpatica,—dovetti rassegnarmi, per delicatezza, a mettermi in terzo con lei e con Giorgio in quella passeggiata.—Ritirarmi sarebbe stato esternare il sospetto ch'essi stessero meglio soli… un uomo delicato non offende così gratuitamente una donna. Così, invece di tergere le lagrime della mia bella marchesa, mi rassegnai a sopportare il sorriso inesauribile di quella spensierata giovane. Ella scherzava su tutto. Pareva una cicala, nata solo per cantare.

Io, che avevo tanto amato i languidi sguardi, gli atteggiamenti melanconici della donna mia, sempre avvolta in una nube di tristezza, trovavo insoffribile il cinguettìo di quella nuova venuta.

Ciarlando un po' di tutto, ella venne a dire di essere stata raccomandata alla marchesa Vittoria Prandi; era la donna dei miei pensieri. E Vittoria, cortese e generosa, era corsa a vedere la giovane raccomandata nella sua camera dell'Albergo Milano.

Ora dunque Fulvia desiderava passare la sua prossima sera di riposo al circolo della marchesa, per ringraziarla della sua cortesia. Pregò qualcuno di noi a volerla accompagnare. Con che gioia colsi quell'occasione di vedere la donna mia!

Anche Giorgio Albani si offerse di fare da cavaliere alla giovane artista; ma egli non frequentava la casa di Vittoria; la conosceva poco; io invece ero intimo della famiglia; lo persuasi che era più conveniente che Fulvia vi si presentasse con me, e con me solo.

Ella rimase indifferente a codesta discussione, ed interpellata rispose:

—Per me, purchè vi sia qualcuno che m'accompagni, sia l'uno sia l'altro, mi fa egualmente piacere.

Facemmo una lunga passeggiata. Fulvia fu allegra, gentile, spiritosa, ma serbò sempre un certo imbarazzo riguardo a me. Quando mi parlava, evitava di guardarmi, e non accompagnava il discorso col menomo gesto.

Si occupava ad abbottonarsi o sbottonarsi i guanti, a cogliere una foglia ed a ripiegarla in tutti i sensi, e seguiva cogli occhi l'atto della mano, quasi fosse più intenta a quello che a quanto diceva.

I tratti di spirito che intercalava al discorso, i frizzi con cui presentava in caricatura una persona o una cosa, detti così senza importanza e poco accentuati, acquistavano un carattere più umoristico e sorprendevano di più.

Quando l'avemmo ricondotta all'albergo, Giorgio mi ripetè quanto ella aveva detto a riguardo mio, mentre accompagnavo il mio vecchio amico sulle scale.

—Ebbene, dissi, domani a sera non verrò. Non voglio privarla del piacere d'esser sola con te.

Egli non rispose. Era delicatissimo, prudente, pieno d'onore. Forse gli dispiacque il sospetto sottinteso in quella mia risposta, e non volle nondimeno ribatterlo per non impegnare una discussione che poteva far torto ad una signora ch'egli stimava. Parlammo d'altro e parlammo poco.

Io amavo sinceramente Giorgio, che era un nobile cuore, un amico leale. Pensai a lungo a quella parola amara che gli avevo detta; ed a quando a quando ripensai alla antipatia della giovane artista per me.

Prima che giungesse la sera del giorno seguente, mi persuasi che, a rimediare all'offesa che le avevo fatta, ed al dispiacere che avevo dato a Giorgio, era necessario che passassi ancora quella sera con loro. Andai a vedere Fulvia nel suo camerino in teatro; Giorgio mi vi raggiunse, e tornammo all'Albergo Milano insieme.

Fulvia aveva cantato quella sera con tanta grazia e tanta passione, che il pubblico l'aveva accolta con entusiastici applausi. Nel camerino s'erano affollate le visite a complimentarla. Io l'avevo ascoltata da un palco di proscenio, ed amantissimo della musica, ero stato profondamente commosso dalla sua voce; dimenticai le parole poco lusinghiere per me che ella avea dette ad Albani e, nella sincerità dell'animo, le dissi porgendole la mano:

—Signora Fulvia, ella mi ha strappato le lagrime.

—Le ho vedute, mi rispose: e mi strinse la mano cordialmente, e da quel momento fummo amici.

VI.

Il domani Fulvia non cantava, ed io accompagnai la giovane artista in casa Prandi a passarvi la serata. La società era poco numerosa. Vittoria accolse la sua raccomandata colla solita affabilità, e mi parve che si riuscissero simpatiche a vicenda. Ciarlarono all'amichevole un po' di tutto; Fulvia saltando di palo in frasca, trattando le cose con frivolezza mista d'un zinzino di sarcasmo, ed esprimendo certe idee arrischiate che facevano restare gli ascoltanti a bocca aperta. La marchesa seria, melanconica, ragionevole.

Io certo preferivo il nobile buon senso della donna mia; ma così, da osservatore, notai che la conversazione di Fulvia riusciva più piacevole.

La marchesa mi guardava col suo occhio profondo pieno d'amore; i lunghi sguardi ch'ella mi volgeva tradivano la più viva passione.

Io ne ero certo lusingato e felice; ma non avrei voluto per nulla al mondo che Fulvia si accorgesse che io… cioè che la marchesa aveva il cuore preoccupato. E però le ricordai che quando volesse ritirarsi, ero a' suoi ordini.

Ella si trattenne sino alle dieci soltanto. Mentre uscivamo. Vittoria mi strinse la mano e mi susurrò:

—Tornate?

Io le risposi con un cenno affermativo; ma nella mia alta prudenza avevo già deciso che non tornerei. Fulvia poteva aver concepito qualche sospetto, ed io sentivo di doverla persuadere, pel decoro della donna mia, che il mio cuore… cioè che il cuore di Vittoria era completamente libero. E però, rientrato con Fulvia all'Albergo Milano, posai il cappello coll'aria tranquilla d'un uomo cui nulla fa premura, deciso a trattenermi.

Vittoria avrebbe dovuto essermi riconoscente di quel sacrifizio fatto al suo decoro.

La giovane mi guardò un momento con meraviglia, quasi aspettando che mi congedassi. Io sedetti accanto alla sua tavola, e mi posi a sfogliare un albo. Ella allora mi offerse un sigaro, e si pose a sedere dall'altro lato del tavolino.

Per verità, benchè non ci mettessi interessamento di sorta, il tempo mi passò veloce tenendo dietro alle matte scorribande di quel cervellino per le vie più torte della fantasia.

Quel poco che sapeva del mondo lo presentava in modo affatto nuovo; aveva il dono di sorprendere sempre. Quando la lasciai erano le undici, e dovetti confessare a me stesso che uno spirito elegante e sereno, per chi non avesse come me un'altra passione, può piacere non meno che un'immaginazione vaporosa e sentimentale.

Certo, Giorgio Albani, col suo cuore entusiasta correva pericolo di perdere la pace, frequentando quella giovane. Compresi che, a preservare l'amico mio da una passione che potrebbe costargli delle amarezze, era mio dovere condividere con lui la compagnia dell'artista; e, quando uno di noi dovesse rimanere solo con lei, era meglio che restassi io, che nel mio impegno con Vittoria aveva una salvaguardia.

Il giorno dopo cominciai, coll'eroismo dell'amicizia, a passare tutte le mìe ore di libertà presso Fulvia.

Giorgio era sempre con noi; veniva insieme e partivamo insieme. Egli le lanciava sguardi appassionati; la circondava d'ogni maniera di premure; e quando parlava con lei aveva persino un'altra voce; trovava delle note profonde di petto che non avevo mai conosciute nella sua scala vocale.

VII.

Un giorno, uscendo da pranzo con un amico, incontrai Fulvia tutta sola che camminava a passi accelerati in via del Monte Napoleone dirigendosi verso il Corso. Presentai l'amico a lei, lei all'amico, e dalla presentazione emerse, sempre nuovo come la Fenice della favola, il famoso complimento:

—Ho tanto piacere di fare la sua conoscenza, col rispettivo:—Il piacere è tutto mio.

Ma per verità, se vi fu momento in cui Fulvia non mi diede grande idea del suo spirito, fu quello; tanto più che, nel pronunciare quel supremo dei luoghi comuni, la vidi arrossire come una collegiale.

—Qui c'è del torbido, pensai; e quindi le chiesi dove fosse diretta.

—Dalla signora Melli, mi rispose, e continuava ad arrossire.

Io avevo tutta la stima di quella giovane, ma non ero tanto ottimista da attribuire quel rossore e quella subita paralisi del suo spirito alla soggezione che poteva inspirarle uno sconosciuto. E però, non per curiosità, nè per interesse mio proprio, ma per l'interesse di Giorgio che evidentemente l'amava, volli accertarmi se realmente andasse dalla signora Melli, o se vi fosse qualche mistero di mezzo.

Lasciai ch'ella voltasse l'angolo del Corso, e quindi congedatomi dall'amico le tenni dietro.

La signora Melli abitava una delle case del corso Venezia, tra la via Monte Napoleone e la chiesa di San Carlo. Appostandomi nel caffè dell'Europa, che è in faccia alla chiesa, avrei potuto vedere uscire Fulvia dopo la sua visita, se realmente era diretta dove aveva asserito.

Ma mentre passavo dinanzi alla casa in questione per dirigermi al caffè, ecco Fulvia che usciva dalla porta.

Ella mise la più lusinghiera delle esclamazioni al vedermi.

Quella rapida uscita non era entrata per nulla nelle mie previsioni; vidi che era lieta d'incontrarmi ancora.

—La civettuola!—cominciai a recriminare internamente—gioisce di trovarmi qui. Si figura che la stia aspettando pei suoi begli occhi. Come sono vane le donne!

La signora Melli non era in casa. Proposi a Fulvia di fare una passeggiata. Ella accettò, e risalendo il Corso ci dirigemmo verso Porta Venezia.

VIII.

Non so come avvenisse, che, durante quella passeggiata, ci trovammo a parlare d'amore, a teorizzarvi intorno, a fare della metafisica sentimentale. Certo fu lei a mettere il discorso su tale argomento. Le donne non sanno parlar d'altro.

Per pura cortesia io dovetti secondarla, ed in breve c'ingolfammo in uno di quei laberinti di ragionamenti da cui non c'è filo d'Arianna che ci tragga.

Mi sarebbe impossibile dire da che punto partimmo, e dove ci condusse la discussione, sebbene ne abbia in mente molte parole e persino il suono della voce di Fulvia nell'atto che le pronunciava; ma l'ordine mi sfuggì; forse perchè il discorso non ne aveva.

Si parlava d'incostanza. Fulvia mi disse:

—Convenga che noi abbiamo creato questa parola, e l'abbiamo schierata tra le colpe nel codice dell'amore, mentre non è che un fatto naturale. Forse l'amore è un episodio tempestoso; non altro. Due persone s'incontrano; dopo un tempo più o meno lungo s'accorgono d'amarsi; se lo dicono; sono felici di quel sentimento: ma quello stato d'esaltazione non dura, e, cessata l'esaltazione, è cessato l'amore. La costanza, che si traduce in quell'affetto lemme lemme, da cui sono avvinti gli sposi, è un portato della civiltà, e ne abbiamo bisogno per la tutela della prole. Ma in natura non esiste. Ed infatti vediamo che tutti gli animali si amano per un dato periodo di tempo poi diventano stranieri gli uni agli altri.

Disse tutto ciò con molta serietà; ma quando io volli rispondere per combattere codeste idee, esclamò:

—Mio Dio, come siamo ridicoli a voler ragionare sul sentimento, e definirlo! Ognuno lo prova in un modo speciale ed agisce in conseguenza.

E rise del suo discorso, e sopratutto non poteva perdonarsi d'aver detto tutela della prole, e d'aver paragonato l'amore degli uomini, che per lei era tutto idealismo, a quello degli animali inferiori.

—Come tutto questo è volgare e brutale! diceva. Subordinare la passione al calcolo preventivo dei bisogni della società! Profanazione! dov'è il Cristo che scacci i mercanti dal tempio? Il sentimento è l'essenza divina che il soffio di Dio ha infuso nell'uomo. Accettiamolo com'è.

—Tutto questo mi prova, le risposi con un'enfasi di cui allora non mi rendevo ragione, che per ora lei non è innamorata. L'amore ha leggi fatali che tutti siamo costretti a subire. Ammetto che possa finire, anzi in tesi generale è certo che finisce. Ma nessun innamorato ha il coraggio di dirlo e neppur di pensarlo. Mai, sempre, sono parole che si legano inevitabilmente all'amore. L'idea che quegli sguardi che c'inondano di dolcezza non si rivolgeranno più sopra di noi, che quella mano tanto eloquente pel nostro cuore non stringerà più la nostra mano, che fra noi e quell'essere, che è parte di noi, che è anzi tutta la nostra vita, debbano frapporsi il tempo e lo spazio, ci mette spavento; sentiamo di preferire la morte; e nel giorno dell'amore nessuno comprende la vita fuori e dopo di esso.

Io parlavo coll'eloquenza della convinzione, che è pure la chiave del successo. E nondimeno ella si aggrappava sempre più alla sua strana teoria, ed io non potei rimovernela d'un punto.

L'entusiasmo con cui dipingeva il suo episodio tempestoso, mi faceva sentire sempre più, non per me, ma per l'amico mio, che certo amava Fulvia, il bisogno che quell'amore fosse durevole.

Fulvia mostrava troppa potenza d'amore e di sacrifizio, perchè quelle idee fossero inerenti al suo carattere. L'amore in lei doveva, una volta nato, assorbire tutto il suo essere, sovrapporsi ad ogni interesse, ad ogni considerazione, non colla sfrontatezza che calpesta le leggi, ma colla nobile abnegazione che persiste, e vince.

Credetti comprendere che circostanze speciali non le permettessero la speranza d'un amore più completo, ed ella si adoperasse ad idealizzare quel poco che le veniva concesso, tanto per rapire la sua fugace scintilla al fuoco celeste.

Ma quali fossero queste circostanze, non mi riesciva d'immaginarlo.

Un'artista giovane, libera, corteggiata, perchè non potrebbe amare? perchè non potrebbe vagheggiare di unirsi per sempre all'uomo amato? Forse un punto nero nel suo passato non le permetteva di abusare della fede d'un uomo d'onore!

Ma tutto in lei si opponeva a questo sospetto.

Da tutti i suoi atti, da tutte le parole traspariva la confidente lealtà della donna onesta.

Tuttavia, per l'interessamento che m'inspirava l'amico mio, sentivo il bisogno di scrutare più profondamente l'animo di Fulvia.

—Giorgio è innamorato di lei, nevvero? le domandai senza altri preamboli.

—Non mi ha mai detto questo.

—Non l'ha detto, ma l'ha fatto comprendere.

—Non so. Io non mi occupo d'indovinare sciarade.

—Sia sincera, Fulvia, mi dica la verità. Crede che Giorgio l'ami?

—Non posso dirle ch'io lo creda propriamente; ma certo se non mi amasse, sarebbe un gran commediante.

—Dimostra di amarla molto dunque?

—Prende tutte le apparenze d'un sentimento profondo e represso.

—Represso?

—Certo. Represso.

—Non le disse mai una parola d'amore?

—Mai.

—Non le piace Giorgio?

—Sì; mi era simpatico, e la sua voce mi risuonava possentemente in cuore.

—E poi?

—Cosa vuole! io ho una iettatura. Mi piacciono gli amori da romanzo. Vorrei che l'amore fosse così anche nella realtà. Ed invece è tutt'altro. E quando mi pare di scontrarmi in una passione come quelle che si leggono, è come una goccia di mercurio; mi sfugge mentre sto per afferrarla.

—Io non sono forte nello stile figurato, e forse non la comprendo, osservai. Ma è certo che Giorgio non mi sembra punto inclinato a fare con lei la goccia di mercurio.

—Eppure, prima che il sogno si facesse realtà, è passato un soffio di vento, ed ha rovesciato l'idolo dal piedestallo.

—Così, domandai con involontaria acrimonia, lei ha avuto per Giorgio il quarto d'ora di idolatria?

—Con che tuono lo dice?

—Con che tuono? Non sono le sue parole? Non ha detto che si crea un idolo? E che quell'idolo cade ben presto dal suo piedestallo?

—Sì, ho detto codesto, ed è vero. Ma ebbi torto di dirglielo. Io le apro schiettamente il mio animo, come se fossimo vecchi amici. Le spiego un fenomeno che accade a me, che nasce forse da una eccessiva delicatezza di sentimento, e che ad ogni modo apporta conseguenze penose, per me, come per altri; e lei mi risponde con un'ironia che sente il rimprovero. Ci ho colpa io se sono fatta così?

Ella mi volse quell'apostrofe con una voce in cui strisciava l'accento allentato del disinganno che sembra volgersi indietro, e staccarsi con pena da una credenza passata; il suo cuore aveva sofferto della mia ironia, e nelle sue parole mi pareva di sentire gocciolare le lagrime che respingeva dagli occhi.

Confesso che non mi ero mai conosciuto prima d'allora tanta equità di sentimento e tanta facoltà di compunzione. Neppure nelle rimembranze azzurre della mia prima confessione, trovavo nulla di simile al sincero pentimento, al profondo dolore che mi strinse il cuore al pensiero di aver offeso il mio prossimo nella persona di Fulvia.

Curvai come una parentesi la mia lunga persona per mettere la mia testa al livello di quella di lei, e le dissi, con intima convinzione:

—Oh! perdoni, signora Fulvia, lo giuro sull'anima mia che non ho voluto offenderla; dica, mi perdona?

Ella mi stese la mano senza parlare, e volle sorridermi per supplire alla parola; ma le sue labbra tremavano in quel momento, ed i suoi occhi mi apparvero natanti in uno strato cristallino… Povero cuore di donna, tenero, generoso! Fulvia era commossa; ed io! Ah, non sapevo che desse tanto rimorso l'offendere il prossimo. Ripregai quel prossimo gentile di perdonarmi: e che me lo dimostrasse continuando quel discorso interrotto: ero così felice di quelle confidenze e così dolente di averle demeritate: ma no, non le avevo demeritate; ella non lo credeva. No? Ebbene, perchè non proseguiva? Perchè non voleva dirmi come era svanito in lei quel nascente amore per Giorgio?…

Un sorriso, una stretta di mano… ed il prossimo clemente continuava così:

—Si ricorda la festa da ballo di martedì? Io, senza esser punto innamorata di Giorgio, avevo avuto la debolezza di farmi bella per lui. Mi pareva che mi amasse come vorrei essere amata io, per una leggerezza di cui mi vergogno, desideravo di sentirmelo dire colla sua voce appassionata. Giorgio m'invitò a danzare, e mi fece danzare davvero. Ma quando mi strinse al suo cuore, e forse la parola d'amore stava per sfuggirgli dal labbro, quell'abbraccio mi lasciò fredda. Egli lo sentì, e tacque.

—Ma perchè? Cosa le aveva fatto?

—Nulla: si ricorda che lei mi aveva chiesto il primo ballo per star seduti vicini, a veder le tolette? Allora Giorgio andò ad invitare un'altra signora, e volle spiegare ai miei occhi tutte le sue grazie. Mio Dio! Non l'avesse mai fatto! Non ha mai osservato come è ridicolo un uomo serio nella danza? E per colmo di sciagura, ballava bene! Che orrore! Era così volgare, così volgare… mi fece un'impressione terribile… Mi fece ridere.

—Ma è una follia. Potrà cancellarsi quell'impressione. Giorgio non ballerà più, e sarà tutto dimenticato.

—No. Da quel giorno quel principio di simpatia svanì. Giorgio ha sentito il contraccolpo della mia freddezza. Egli è cortese sempre, ma è tutto mutato per me. Però siamo sempre buoni amici.

—Ah! lei è una fanciulla terribile, Fulvia. Povero Giorgio! Povero
Giorgio! Egli che va superbo di ballar così bene!

Mi accorsi che accompagnavo quest'esclamazione col più giocondo riso. Ne rimasi atterrito. E pensai: Amerei forse questa pazza giovane che respinge da sè un nobile cuore, come un cencio, perchè l'uomo che glielo consacra balla troppo bene?

Quando stavamo per entrare in città, le dissi:

—Lei è una donna molto simpatica, ma molto strana.

Ella non mi rispose. Rientrati in casa, ci sedemmo come la sera innanzi, ai due lati del tavolino.

Riepilogavamo in brevi frasi interrotte i discorsi fatti. Mi ricordo di averle detto:

—Io compiango quel povero giovane che s'innamorerà di una donnina tanto capricciosa.

—Non lo compianga—mi rispose Fulvia con una profonda nota di petto che non aveva mai fatto vibrare fin allora, neppure in teatro.—Non lo compianga, perchè io credo di saper amare come poche donne sanno.

In quel momento Fulvia era bella d'entusiasmo e di passione.

—Per otto giorni? le dissi; e veramente anche la mia voce non aveva più il suono di prima.

Oh! gioventù, gioventù!

Prima che Fulvia avesse tempo a rispondere, l'uscio si aperse, ed entrò Giorgio con alcuni amici.

Giorgio era pallidissimo; aveva l'occhio spento; una nube di tristezza pareva velargli la fronte; i suoi atti erano lenti, la sua voce fioca. Disse: «Buona sera, Fulvia» come avrebbe detto «Requiescat in pace.» Lo trovai molto ridicolo. Gli gridai alla mia volta «Buona sera, Giorgio!» come avrei gridato «Viva l'Italia!»

E traversata la sala andai a piantarmi dinanzi allo specchio con un sorriso di soddisfazione. Non ero un uomo serio, ed avevo la convinzione di ballare orribilmente male. Per la prima volta compresi la portata di codeste mie grazie.

Quando mi ritirai nella mia camera e mi coricai, invocai invano il sonno ed il riposo. Il bernoccolo della morale aveva preso in me uno sviluppo straordinario. Ero profondamente pentito d'aver potuto oltraggiare Ernesto ne' suoi affetti coniugali; un momento di delirio mi aveva trascinato, mio malgrado, a tradire l'amicizia; quel momento era durato quattro anni… Sono fenomeni strani, ma che pure accadono. Giosuè non ha fermato il sole? Ma veramente io sentivo repugnanza a quella vita di inganni; provavo il bisogno di rientrare nella legalità. La profonda riconoscenza che serbavo a Vittoria pel suo amore (non si trattava già più del mio) non m'impediva di osservare la tranquillità con cui ella mentiva al marito alla mia presenza. Certo ella si prestava ad un'odiosa commedia; certo ne soffriva; ma tuttavia con che arte vi si prestava! E come sapeva nascondere le sue ripugnanze! Oh! una donna che mente dinanzi all'uomo che ama, non può farlo che a danno di quello stesso amore per cui si avvilisce fino alla menzogna. Io ero stato ben generoso a superare il disgusto che m'inspirava quell'ipocrisia sorridente; avevo spinto la clemenza fino a non avvedermene affatto; ma ormai mi era caduta la benda. Il mio onore, il decoro e la pace di Vittoria, l'amicizia di Ernesto m'imponevano di rompere quella relazione colpevole. Ed a coronare tutto codesto capitolo di morale rivoltato in tutti i sensi, veniva sempre come un ritornello la riflessione: «Fulvia è una cara ed onesta giovane, ed io ballo assai male.»

Verso le quattro del mattino, stanco di avvoltolarmi nel letto, e stanco di quelle idee sempre le stesse, che cominciavano a diventar noiose, mi alzai, e mi posi a scrivere alla marchesa quelle mie riflessioni, ed a persuaderla ch'era necessario separarci per sempre.

Per quanto io stesso riconosca i miei torti, e sappia punirmene col sarcasmo, posso dirlo a fronte alta, io non sono cattivo. Avevo amata Vittoria con tutta l'anima; la passione mi aveva trascinato per un pendìo fatale e colpevole.

Le gelosie, gli ostacoli, l'acre sapore del frutto proibito e, più che tutto, il bisogno d'amare del mio cuore giovane ed ardente, avevano prolungato per quattro anni quell'accecamento passionato, che in una natura più fredda, in una mente più calcolatrice, e però più egoista, sarebbe cessato dopo pochi giorni. Quando conobbi Fulvia, un nuovo amore, ed un amore puro, legittimo, pieno di speranze e di sorrisi, che poteva fare la felicità di due cuori, senza frangere altri cuori, senza ledere nè l'onore nè l'amicizia, senza dare rimorsi nè a me nè ad altri, aveva cominciato a balenare alla mia mente come cosa che riguardasse Giorgio. Così lo avevo compreso, apprezzato. A poco a poco, senza ch'io stesso me ne rendessi conto, quella luce pura aveva albeggiato sul mio proprio orizzonte, mi aveva presentato la vita passata e la futura sotto un nuovo aspetto. Allora vidi l'errore che la passione mi aveva celato. Considerai me stesso e gli altri, sperai di potermi togliere a quella falsa posizione attingendo in un amore innocente la forza di strapparmi a' vincoli, a cui tuttavia mi legavano le memorie, le abitudini, la riconoscenza. Se avessi preso quella risoluzione senza l'aiuto ed il conforto d'un nuovo affetto, sarei stato più eroico. Io non fui che un uomo d'onore; accettai la forza piovutami in cuore senza demandarle da qual parte venisse; avevo trent'anni, ed avevo sostenute per quattro anni con fede e costanza le tempeste d'un amore clandestino; chi potrebbe farmi una colpa d'aver accolto nel mio pensiero la speranza d'un amore giovane ed ardente come il mio cuore?

Tuttavia non fu senza lagrime che tracciai quella lettera che doveva frapporsi, barriera eterna, fra me e Vittoria.

Il mio cuore è buono; sentii il suo dolore, ne presi la mia parte. Dinanzi alla crisi tremenda della separazione, tutti i trasporti si ridestarono in me. La bella figura piangente di Vittoria grandeggiò ai miei occhi di tutta la nobiltà della sventura; tutti gl'istinti generosi dell'anima mia mi riportarono verso di lei; dimenticai la lieta artista che non aveva avuto ancora per me nè un palpito nè una lagrima.

Se la donna mia fosse stata libera, quel salutare ritorno su me stesso mi avrebbe ricondotto a lei per sempre; ed a lei, a lei sola, avrei domandato ed offerto, nella serena dolcezza d'un amore senza colpa, l'obblio dei nostri torti, dei nostri rimorsi. Un istante gettai la penna e volli correre a lei, ma l'incanto omai era sciolto; e non mi era più possibile di calpestare l'onore e l'amicizia che si frapponevano fra noi. Se prima, cieco ed impetuoso, meritavo perdono, ora ipocrita e consciamente colpevole, avrei meritato disprezzo.

Ripresi la lettera incominciata, ed ebbi il coraggio crudele di compierla; e quando l'ebbi fatta consegnare a Vittoria, mi sentii migliore. Ella mi rispose un biglietto rassegnato e melanconico in cui mi domandava di continuare a frequentare la sua casa per salvare le apparenze, per evitare i commenti. Nella gioia come nel dolore gli amori colpevoli impongono la finzione ed il calcolo.

IX.

Per tutto quel giorno non vidi Fulvia. Omai non era più possibile l'illusione. Non per convenienza, non per vegliare alla felicità di Giorgio, ma per me, per la mia propria felicità io mi sentivo attratto verso quella strana giovane; il suo sguardo, la sua voce, la lealtà del suo cuore avevano gettato nel mio i germi dell'amore. Lo sentivo nascere in me, ed un terrore inconscio mi avvertiva di fuggirla. Tuttavia questa risoluzione non era ben determinata, e mentre andavo vagando dalla Galleria al caffè Martini, e di là ai Giardini pubblici, trovando le ore lunghe ed il giorno eterno, non volendo più tornare all'Albergo Milano, dicevo fra me:

«Che mi dirà quando la rivedrò? Si lagnerà della mia assenza?»

E continuavo a ripetere queste parole:

«Quanto tempo che non vi vedo, Max!» e studiavo in esse l'intonazione della sua voce. Dove e quando mi avrebbe salutato così, dacchè non dovevo più vederla?

Non ne sapevo nulla, ma udivo quelle parole, e mi scendevano al cuore; e le ripetevo con tale insistenza che ne ero sbalordito, ed il capo mi pesava come dopo un'emicrania.

Il giorno seguente, alle undici del mattino, stavo in piedi al caffè Martini dalla parte di via Manzoni. Il mio famoso: «Quanto tempo che non vi vedo, Max!» cominciava a farsi scolorito, e, malgrado tutti gli sforzi della mia immaginazione, non mi riesciva più di riprodurre, nel pronunciare quella frase, l'impressione di dolcezza che mi aveva fatta provare il giorno innanzi. Avevo vegliato tutta notte su quel pensiero. Lo avevo completamente esaurito, e con esso la mia energia, l'immaginazione, e la potenza d'amare. Ero annoiato; mi trovavo puerile d'aver fantasticato come uno scolaro dietro un sogno d'amore; i miei scrupoli a proposito di Vittoria mi sembravano ridicoli; insomma l'uomo raffazzonato dalle abitudini sociali si sostituiva in me all'uomo della natura, in quell'atmosfera del caffè Martini. Guardavo giù giù in via S. Giuseppe l'andirivieni di belle signore in toletta da mattina, di bei giovanotti che le adocchiavano; e sbadigliavo ad intervalli misurati, quando udii una vocina graziosa esclamare:

—Oh! il signor Guiscardi!

Era Fulvia accompagnata da Giorgio che andava alla prova dell'opera.

Io mi affrettai a salutarla, ed ella mi disse:

—Come va che ieri non l'ho veduto tutto il giorno?

Nulla dell'intonazione misteriosa e melanconica della frase ch'io sognavo. Ed infatti, perchè mi avrebbe detto Max? Non me l'aveva mai detto. E dove aveva preso io l'idea ch'ella mi amasse tanto da esclamare quanto tempo! dopo un giorno? È vero ch'io non aveva stabilito l'epoca del nostro incontro; ma è altresì vero che mi giungeva già in ritardo.

Fulvia mi rivedeva con evidente piacere; ma era lieta e serena come all'usato.

—Credevo che mi amasse, ma non è vero, pensai. E questa contrarietà mi ridonò tutto l'ardore giovanile del giorno innanzi; e quella frase scolorita riprese tutte le sue attrattive; ed avrei dato l'anima mia per sentirmi dire da Fulvia:

—Quanto tempo che non vi vedo, Max!

Il mio proponimento di fuggire la giovane artista fu completamente dimenticato. Era evidente che non l'avevo preso se non per provare quanto le rincrescerebbe la mia lontananza. Ma poichè non produceva nessun effetto, era necessario ch'io mi facessi amare abbastanza, perchè un'altra volta avesse a desiderarmi. Questa argomentazione naturalmente non la formulai nè colle parole, nè col pensiero; ma mi sentii irresistibilmente trascinato a ravvicinarmi a Fulvia, e da quel giorno le consacrai tutte le ore, tutt'i momenti che la mia professione mi lasciava liberi.

E rivissero in me i poetici entusiasmi della prima giovinezza, e le timide peritanze e gl'impeti inconsiderati ed i terrori puerili, e l'eterno dubbio e l'eterna speranza.

Con lei sciolsi il riso romoroso della fanciullezza; e mi abbandonai alle vergini emozioni dei primi affetti. Tutto il mondo era rinverdito intorno a me, ed io col mondo.

Nè mai parola esplicita d'amore era corsa tra noi, nè mai ci eravamo trovati a lungo da soli dopo quella sera. Altri amici erano sempre con noi e tutti la corteggiavano, e parecchi nutrivano evidentemente per lei vero affetto, e speravano. Ed io li trovavo sommamente impertinenti, ed era offeso che Fulvia non se ne mostrasse oltraggiata. Ed io pure l'amavo, e speravo, e non mi credevo impertinente, nè avrei trovato ragionevole che Fulvia considerasse codesto un oltraggio.

Tutti insieme facevamo lunghe scorribande per le nostre prosaiche campagne lombarde; e talora la mesta Vittoria era con noi; e Fulvia le cingeva la vita, e lungo i campi monotoni passeggiavano abbracciate e parevano la statua del dolore stretta a quella della gioia, il compendio della vita umana.

In tali giorni io non corteggiavo Fulvia, per non offrire alla marchesa uno spettacolo doloroso; e di codesta abnegazione mi sentivo eroico.

Ma allora i miei amici le stavano intorno e le dicevano mille cose galanti, e le davano margheritine a sfogliare per vedere chi di noi l'amasse più; ed io mi sentiva molto infelice.

X.

Un giorno ella si fermò ritta in un prato con un fascio di codesti fiori e li diede a reggere ad un bel giovane che le stava al fianco. Poi andò man mano prendendo le margherite, e ad ognuna dava il nome d'uno di noi, poi la sfogliava dicendo: «mi ama, poco, molto, di cuore, alla follìa, mi burla

E codesto fece per gli uomini come per le donne ch'erano con noi, e ad ogni oracolo erano esclamazioni e risa e commenti.

Quando disse il mio nome, io che me ne stavo a due passi con Vittoria, tesi l'orecchio, e sentii battermi il cuore ed accelerarsi il respiro, come se si agitasse una quistione vitale. Sull'ultima fogliolina, cadde la parola «mi burla

—Oh mi burla! esclamò, è una impertinenza! Perchè potesse burlarmi bisognerebbe ch'io l'amassi.

Quelle parole gettate al vento, con un lieto riso, mi suonarono al cuore come una sentenza di morte—Bisognerebbe ch'io l'amassi. Dunque non mi amava? Sperava ch'ella si volgesse a riferirmi la crudele risposta del fiore per combatterne la calunnia; ma l'allegra signora passò tosto ad un altro nome, e da quello ad un altro, senza pensarvi più che tanto; ed io odiai e maledissi tutti quelli di cui il fiore asseriva che amavano Fulvia molto, di cuore, alla follìa.

Che mi disse Vittoria in quel frattempo? Che le risposi? Si avvide della mia agitazione? Mi trovò crudele? O ridicolo? Non ne so nulla; non vi pensai punto. Dimenticai lei ed il mondo; rimasi solo col mio amore. Oh gioventù, gioventù!

Ed i giorni correvano veloci, ed io correva con loro a capo fitto in quella vertiginosa tempesta del cuore; dramma palpitante che si agita nell'intimo del nostro essere, celato al di fuori dalle frivolezze e dai sorrisi.

Fulvia teneva sulla tavola un albo, ed io vi avevo già scritto e riscritto il mio amore in versi ed in prosa. E tuttavia nè io credevo averglielo rivelato, nè ella averlo compreso. Perchè prima e dopo della mia parola che partiva dall'anima, erano altre parole che sa Iddio d'onde venissero. Tutti scrivevano su quell'albo, ed io lo presi in orrore.

Una sera vidi sulla sua tavola tra i fogli di musica, gli albums, i mazzolini di fiori, i libri, i lavori all'uncinetto, che l'ingombravano, un pezzettino di carta su cui, non so chi, aveva scritto parecchie volte Fulvia Zorra. Per tutto il tempo che rimasi tenni quel pezzetto di carta tra le mani, lo piegai in quadrato, in triangolo, ne feci una barchetta, un cappello da carabiniere, un imbuto, e tante altre cose sciocche; e di volta in volta prima di ripiegarlo guardavo Fulvia, poi leggevo il suo nome, poi tornavo a guardarla, e mi pareva di esprimere qualche cosa che ella dovesse comprendere. Quando si fece tardi, e stavamo per congedarci, io e tutti gli altri che eravamo a far la corte a Fulvia, ridistesi accuratamente quel cencetto di carta, e sotto il nome della giovane scrissi in caratteri microscopici Massimo Guiscardi. Poi le misi dinanzi quel documento e le dissi con un'aria da oracolo: «Guardi.»

—Ebbene, non vedo nulla! mi rispose.

—Qui, legga; e le accennavo quei due nomi vicini vicini, coll'aria che doveva avere la sfinge nel proporre i suoi problemi.

Ella guardò bene e poi disse:

—Io non vedo che il suo nome.

E le pareva nulla! E non era commossa! Il mio nome sotto il suo; un idillio, un romanzo, un poema un avvenire, una vita… Ella non comprendeva la poesia di quel ravvicinamento. La trovai stupida, e spingendo la carta sulla tavola con disprezzo le dissi:

—Non capisce mai nulla lei!

Allora ella capì il senso ch'io dava a quel gioco di parole. Si fece rossa come una vampa, e l'occhio le brillò di gioia, e guardò quella carta coll'angosciosa passione con cui si guarda addietro un'occasione che fugge… Ma non disse una parola di più. Comprese che l'aggrapparsi così ad una dichiarazione mancata sarebbe goffo, ed il suo spirito elegante preferì un rimprovero ed una grande abnegazione, all'essere un momento solo ridicola a' miei occhi. Io vidi e compresi tutto ciò, e l'amai doppiamente per quella finezza di tatto.

XI.

Sovente uscendo dal teatro dopo lo spettacolo giungevo in tempo ad offrire il braccio a Fulvia prima de' miei amici.—Ed allora la tenevo stretta stretta come cosa mia, e camminavo a fronte alta come un conquistatore, e meravigliavo che i passeggeri non mi facessero tutti di cappello, e leggevo l'ammirazione mista d'un po' d'invidia su tutti i volti. È ben vero che a tarda sera poco si distinguono i volti, e meno le passioni che esprimono: ma che non vede un occhio innamorato?

V'erano momenti in cui tenendola serrata così, e combinandosi i nostri passi come un solo passo, e tacendo entrambi quasi per muto accordo, mi pareva che pensassimo e sentissimo insieme, ed ella si fondesse in me, ed io in lei, e facessimo un solo essere.—E me la immedesimavo per modo, che finivo per dubitare della sua presenza reale, e credermi solo sognando di lei. Allora provavo il bisogno di accertarmi della sua esistenza. Nè volevo parlare per non rompere l'incanto: e mi passavo la sinistra mano dietro il dorso, e colla punta delle dita sfiorava il gomito del suo braccio che posava sul mio. Se aveva le maniche serrate ai polsi, le mie dita non incontravano che la stoffa dell'abito, ed ella non s'avvedeva di nulla. Ma più spesso aveva maniche svolazzanti, ed allora sentivo un gomito fresco e liscio, e non sapevo staccarmene, e mi prendevano vertigini pel dispetto di non poterci arrivare che colla punta delle dita. Ed allora Fulvia spaventata si voltava, poi alla sua volta portava dietro la mano destra per accertarsi che non aveva una bestia sul gomito. Sono certo che pensava ad una bestia, ed aveva paura.

Io lasciava che si tranquillasse, poi ripetevo il gioco, e la poverina diveniva pensosa ed inquieta.

Una volta ebbe come un'idea, un sospetto del vero, perchè la vidi cercare collo sguardo la mia mano sinistra. Ma questa era tornata già a carezzarmi il mento, ed ella tornò daccapo ad impensierirsi.

E codesto perchè, malgrado tanta tempesta di giovanile amore che si agitava in me, io la corteggiavo evidentemente meno de' miei amici; e per una certa convinzione che avevo d'inspirare le stesse inquietudini, gli stessi trasporti che provavo, non assumevo nessun'aria sentimentale; ero sempre allegro, e questo mi faceva sembrare indifferente.

Come dunque Fulvia avrebbe potuto credere che un giovane che non la corteggiava, nè faceva l'innamorato, cadesse in simili ragazzate? Io però ero spesso indispettito di quella sua mancanza di penetrazione, e pensavo: «Com'è sciocca! non sa indovinarmi.» Ma altre volte il suo imbarazzo e le sue tacite paure mi divertivano assai.

XII.

Un uomo costretto a sciupare man mano il suo patrimonio, prevede che giunto in fondo rimarrà denudato e povero, e la vita gli sarà penosa. E però va vendendo alla spicciolata i piccoli capitali, e le cedolette, e le gioie di famiglia, e lascia per ultimo il fondo più vasto che forma la base delle sue sostanze; e su quello mette ipoteche sopra ipoteche, prima di decidersi a venderlo, perchè pensa che dopo quello non avrà più nulla….

Così è di me, lettori. Sto liquidando l'aureo capitale delle memorie, e mi appiglio ai piccoli fatti, ai particolari, alle sensazioni mute; e tremo di por mano al grande avvenimento che forma la base del mio romanzo, delle mie gioie, perchè sento che con quello avrò esaurito il tesoro delle dolci ricordanze; mi resterà il dolore, la prosa…. poi l'isolamento, la miseria del cuore.

Ma anch'io ho tanto preso a prestito sul quel mio capitale, che omai i lettori potrebbero rapirmene il segreto mettendone insieme le bricciole sparse. Tanto vale adunque ch'io prenda il mio coraggio a due mani e dia dentro a grandi colpi di penna a distruggere quei poveri e cari avanzi della mia fortuna passata.

XIII.

Era la sera d'una domenica. Fulvia non doveva cantare, ed era rimasta in casa. Giorgio, un altro amico ed io passavamo la sera con lei. La via Manzoni brulicava di folla elegante. «Usciamo sul terrazzo a vedere le signore che tornano dal Corso» disse Fulvia. Ed uscì. Io me le posi a destra, l'altro signore a sinistra. Il resto del terrazzo era ingombro di fiori. Giorgio rimase dietro a lei.

Egli era sempre melanconico anche quando scherzava, e scherzava molto per nascondere la sua pena. Si dissero amenità, si fece sfoggio di spirito a spese dei signori e delle dame eleganti che passavano nella via, si rise molto. Ed intanto si fece buio buio e la folla s'andò diradando. E colla folla e colla luce scomparve la vivacità del nostro spirito. La mia voce aveva ripresa quella nota profonda che aveva avuta già l'ultima volta che m'ero trovato solo con Fulvia; ed ella pure parlava con quell'altra nota di petto che, fin da quel giorno, aveva fatto riscontro alla mia.

Per appoggiarsi al terrazzo ella aveva conserte le braccia, e la sua mano sinistra rimaneva pendente sotto il gomito destro, e la destra sotto il sinistro. Io aveva preso la stessa posizione, sicchè la mia mano destra e la sua sinistra erano vicine, e la mia carezzava senza posa la sua, che non si ritirava punto, e riceveva passiva le mie carezze.

Ad un tratto, dopo averlo lasciato sino allora in piedi dietro a noi,
Fulvia fu presa da un'improvvisa pietà per Giorgio.

—Ed il povero Albani, esclamò, che se ne sta dietro tutto solo! Facciamogli un po' di posto. E così dicendo si strinse, non presso il suo vicino a sinistra, ma presso me, e, certo per fare che le braccia occupassero meno spazio, passò il suo nel mio e mi si serrò daccanto.

In quel momento il mio cuore prese a battere con tal violenza, che me ne echeggiavano i sussulti alla gola ed alle tempia. Premevo il braccio di Fulvia con sì vivo trasporto, che certo ella dovette sentire i miei palpiti. E la mia mano continuava a premere la sua.

Oh! tutta la mia vita per un'ora come quella! Le nostre persone aderivano, e le mani erano congiunte, e la mia testa sovrastava alla sua, ed il mio alito cadeva sui suoi capelli. Ella non mi guardava ed io non guardavo lei. Tutti e due avevamo gli occhi intenti giù nella via, dove non vedevamo nulla. Dicevamo cose insensate cogli altri amici, e si faceva un gran ridere.

Ma Fulvia ed io ridevamo non di allegria, di gioia; perchè omai una fase nuova era cominciata per noi; perchè sentivamo d'amarci e d'esserci rivelato a vicenda il nostro amore. Le nostre mani si stringevano con passione, si isolavano dalla conversazione, parlavano tra loro, si davano del tu. Quella di Fulvia diceva:

—Non più misteri fra noi, nè peritanze; io so che mi ami, e ti amo.

E la mia rispondeva:

—Sì, cara; ti amo con tutta l'anima, e sono felice.

Ed oasi inebrianti mi balenavano allo sguardo, e mi pareva ad ogni istante che gli altri due dovessero scomparire, e noi rimanere soli; soli in faccia l'uno all'altra; e guardarci finalmente, e cercarci negli occhi e sulle labbra tutto quanto ci eravamo detti colle strette delle nostre mani, e dirci: È vero.

Poi m'indispettivo che i miei amici si frapponessero tra me e lei; tra noi ed il nostro amore. Eravamo sempre appoggiati al balcone. Un momento pensai:

—Se l'inferriata del balcone cadesse, e li trascinasse con sè!

E, traendo meco la giovane che mi dava il braccio, mi rizzai per lasciarli cader soli. Oh, l'egoismo dell'amore!

Ma il terrazzo non cadde, nè i miei buoni amici con esso. Il tempo passava, ed io non pensava punto punto a spiccarmi di là. Ivi era la felicità; non avrei osato fare un movimento per timore di metterla in fuga. Fulvia mi strinse la mano ancora una volta, poi sciolse il suo braccio dal mio, e rientrò nella camera; i miei amici la seguirono.

Io rimasi immobile; e mi parve ch'ella fosse già troppo fredda, per aver saputo strapparsi spontaneamente a quella suprema gioia.

Un momento prima sentiva che quella donna mi amava; l'avrei giurato pel cielo e per la terra. Ed ora, a due passi di distanza, rinascevano tutte le mie dubbiezze. E pensavo:

—Forse quello ch'io credetti lo slancio irresistibile della passione, non fu che un atto di civetteria. Forse l'avrebbe fatto con un altro come lo fece con me. Infine una stretta di mano non può avere che un valore relativo. Ogni giorno ella stringe la mano a tutti i suoi conoscenti… Fui uno sciocco a lusingarmi per una stretta di mano… Oh! una stretta di mano! Furono molte strette, e furtive! È ben altra cosa. No; senza un grande e prepotente amore, una donna non può far violenza al proprio ritegno fino a stringere furtivamente la mano d'un giovane, che non sa ancora se l'ami. È bensì vero ch'ella doveva saperlo. E tuttavia ecco che se ne va via con indifferenza, e parla e scherza con Giorgio; forse in questo momento stringe la mano a lui come l'ha stretta a me… Oh, le artiste! Chi può mai dire se un'artista è una donna come un'altra? Chi sa? Forse è un'avventuriera; forse ha già avuto dieci amanti… Ed io me ne stavo innamorando! Eh via! Fu un'aberrazione, uno scherzo; ne riderò per un pezzo. E rientrai perchè la commozione mi serrava la gola; se fossi rimasto solo avrei pianto.

XIV.

I miei amici stavano congedandosi da Fulvia.

—Domani, ella diceva, non riceverò nessuno sino alle quattro; perchè voglio studiare, e loro mi fanno perdere tutto il mio tempo.

—Dunque verremo alle quattro, disse Giorgio.

Io pure le porsi la mano in atto di saluto, e, trattenendo la sua, domandai:

—Ed io, a che ora debbo venire?

Comprese ella l'impertinenza di quella domanda, che rilevava a tutti che io mi credeva in diritto di aspirare ad una preferenza? Comprese ella, che agivo con lei, artista, come non avrei mai agito con nessun'altra signora? Comprese che, stupido e vile, la insultavo senza ragione?

Forse lo comprese, e lo perdonò al mio amore, inasprito dalla presenza altrui, che mi strozzava in gola la suprema parola; o forse il suo animo eletto non sospettò neppure la viltà del mio pensiero, e, sentendosi superiore ad ogni insulto, non pensò che altri l'insultasse. E non interpretò nella mia domanda, che il desiderio di vederla più presto, e la speranza d'essere distinto dagli altri. Ella rispose:

—Venga alle quattro.

Ma le sue parole soltanto dicevano così; e la sua voce invece, e la sua mano che premeva la mia, rispondeva:

—Vedi bene che non posso dirti, presente altri, di venir prima; ma vieni presto, perchè ti amo.

Fulvia, cara donna del mio cuore, hai tu udita dalla tua stanza solitaria la mia voce commossa mandarti un canto? Era il canto del pentimento, era una preghiera di perdono ch'io volgeva alla lealtà dell'anima tua. E tu mi perdonasti; ed io stesso mi perdonai, perchè, se il primo pensiero avvezzo a prendere norma ne' suoi giudizi dalle convenzioni sociali ha potuto insultarti, il mio cuore ti amava, Fulvia; ti amava col caldo trasporto d'una passione che poteva guardare senza spavento e senza rimorsi il domani e l'avvenire; ti amava di quell'amore impetuoso e vero, e che a tutto sovrasta e tutto purifica.

Per lunghe ore m'aggirai nelle contrade buie e silenziose adiacenti all'Albergo Milano, mandando alla notte ed a lei canti d'amore.

Il mio cuore nuotava in un'onda di dolcezze, aspirava soavemente la delizia di sentirsi amato. Ma il mio pensiero irrequieto precorreva con impazienza il domani; preparava il primo incontro ed il correr muto delle nostre braccia a stringerci l'uno all'altra, e l'irrompere delle ferventi parole, per tanta ora frenate in quella sera.

Passai una notte agitatissima, tormentato da ardenti fantasie. Mi pareva che all'alba volerei da Fulvia.—Ma colla luce venne la ragione, e vidi l'assurdità di comparire alle sei del mattino in casa di una signora, senza averne l'ombra di un diritto.

Il sonno mi opprimeva, ed il mio capo, affaticato da quella veglia affannosa, aveva bisogno di riposo. Nascosi il volto nel guanciale, e, dopo una breve lotta co' laboriosi pensieri che mi si agitavano, sebbene affievoliti, nella mente, il sonno la vinse.

Mi risvegliai alle dieci, cogli occhi riposati e la mente tranquilla. Tuttavia ero ancora un po' assonnato, e dinanzi a quella prepotente esigenza fisica tacque l'impazienza del desiderio morale, e sonnecchiai fino alle dieci e mezzo.

Ma tra il sonno e la veglia, l'immagine della donna amata mi tornò al pensiero, e si fece a grado a grado più viva, sicchè l'ansia di rivederla e di sentir dal suo labbro che mi amava, e di dirglielo, mi si riaccese ardentissima in cuore. Mi levai, ed alle undici mi fermavo alla sua porta, anelante pel battito accelerato del cuore.—Giungevo trionfante e sicuro come un conquistatore; ma all'atto d'entrare fui imbarazzato del mio contegno; compresi che tutte le scene che mi ero figurate nella notte erano assurde; che in realtà non avevo nessuna ragione seria di credermi amato; che sotto pena di ridicolo, non potevo presentarmi che precisamente come mi ero presentato tutti gli altri giorni.

Pensai anche una scusa per giustificare quella visita mattutina; e so d'averla trovata; ma non me ne valsi, e la dimenticai completamente.

Fulvia stava studiando, e faceva sul pianoforte una scala cromatica. La porto profondamente scolpita nella memoria, e mi è impossibile di ripensare a quel giorno senza che quella scala cromatica mi risuoni all'orecchio.

Bussai alla porta, ed il suono cessò.—La voce di Fulvia disse: «Avanti!» Non era punto commossa. Certo credeva che fosse un cameriere dell'albergo.

Ella, naturalmente, non soleva alzarsi da sedere quando entravano uomini; ma quella mattina si alzò, e mi venne incontro.—Non so se quella notte avesse fatto come me progetti appassionati; ma certo a quell'ora aveva pensato al par di me che dovevamo incontrarci coi modi semplici e contegnosi degli altri giorni. Oh, la tirannia delle convenienze!

—Come va, caro signor Guiscardi?—mi disse stringendomi la mano. Mi guardai intorno per vedere chi fosse il signor Guiscardi. A forza di pensare che dovesse chiamarmi Max, avevo dimenticato il mio cognome. Quel saluto mi suonò gelido, e ne fui sbalordito.

—Buon giorno! buon giorno, Fulvia; le risposi con aria affaccendata guardando il soffitto.

Fulvia m'invitò a sedere accanto a sè; mi fece varie interrogazioni che non compresi, e certo vi risposi a sproposito. Ella voleva sembrare calma, ma era evidentemente turbata. Quell'alzarsi, per venirmi incontro, aveva tradito il suo imbarazzo. Il suo sguardo sfuggiva il mio, e le sue domande si succedevano con assurda rapidità senza aspettare le risposte. Si sarebbe detto che non volesse lasciarmi tempo a dire qualche cosa che temeva di udire.

Alzandosi dal pianoforte aveva preso in mano gli esercizi di Kramer che stavano sul leggìo, e continuava a sfogliarli, ed a protendere il capo per leggere a quando a quando una nota in una pagina socchiusa, come se quella fosse l'argomento dei nostri discorsi.

E tutto ciò faceva per non guardarmi in viso; ma io era felice, perchè sentivo che, al primo incontrarsi dei nostri sguardi, quella momentanea commedia sarebbe diventata impossibile; ci saremmo trovati in faccia alla realtà;—e la realtà era il nostro amore.

Ed intanto parlavamo molto. Ci prendevamo la parola l'un l'altro, e parlavamo tutti e due ad un tempo.

In un momento ch'ella aveva posato il suo fascicolo chiuso sulla tavola, e vi teneva sopra la bella mano, io posai sovr'essa la mia, timidamente. Ma a quel contatto il battito del mio cuore perdette ogni misura, chinai il volto su quella mano, e vi impressi un bacio. E tutti e due eravamo ammutoliti.

Giammai avevo provato una simile dolcezza.—Le andavo ripetendo senza posa:—Mi amate, Fulvia? Mi amate?

—Oh, lo vedete bene! mi rispose evitando i miei occhi che cercavano i suoi.

—Oh, ditelo, Fulvia; ditelo voi!

—Ebbene…. sì, mi disse con un filo di voce agitata e commossa.

—Dammi del tu, Fulvia, chiamami Max; dimmi ancora che mi ami.

Un istante ella alzò gli occhi, che rifulsero un lampo d'amore; e riabbassandoli tosto, mormorò:

—Sì, Max, ti amo!

Oh, quel tu, e quel nome pronunciati da lei, mi inebriarono. Perdetti ogni facoltà di ragionare, e prendendole il capo fra le mani, posai le labbra sulla sua fronte.

In quel momento il mio sguardo doveva esprimere tutto il trasporto che avevo in cuore.

La povera giovane ne ebbe paura, e con voce tremante mi disse:

—Se è vero che mi amate, sappiate rispettarmi, Massimo.—Pensate che sono sola.

Questa parola mi richiamò in me stesso, e ad un tempo mi atterrì. Mi staccai precipitosamente da lei, e la guardai per leggere sul suo volto quanto vi fosse di verità in quella preghiera.

Avevo completamente dimenticato che Fulvia era un'onesta giovane; e la mia immaginazione fantasticava già un amore senza ostacoli e senza freno. Quella voce mi ricordò la realtà; ebbi paura di me.

In quel momento provai un grande imbarazzo. Avevo trent'anni ed avevo molto amato. Pure era la prima volta che mi trovavo in faccia ad un amore puro. Un istante pensai.

Essere amato da un'artista, che viaggia sola,—e rispettarla; e filare il sentimento come un collegiale.—Sarebbe ridicolo!

E tradussi codesto pensiero mefistofelico in uno sguardo pieno d'ironia.—Ma i miei occhi si scontrarono con quelli di Fulvia che, attonita del mio silenzio, mi interrogava collo sguardo. Quegli occhi erano pieni di lagrime, ed il suo volto era arrossito come non può arrossire che una donna onesta.

Il mio sguardo ed il mio cuore ridivennero buoni; la vidi e la credetti pura, ed ebbi fede in lei. Le presi la mano, e con sincerità profonda le dissi:

—Come farò a rispettarvi, Fulvia? Ora che so che mi amate!

—Amandomi molto e davvero, mi rispose.

—Ma io non so amare per metà.

—Io v'insegnerò; non ad amarmi per metà, ma a resistere al vostro stesso amore; e quando voi sarete debole, io sarò forte per tutti e due.

M'inginocchiai accanto a lei. Il mio cuore era profondamente commosso, ed il mio pensiero vagava in un'onda di contento indeterminato.

Continuavo a baciare con trasporto le sue mani, e le domandavo ancora, ed ancora:

—Mi amate, Fulvia?

—Pur troppo, vi amo—mi rispose con voce soffocata.

A quelle parole, dolorose per me, la guardai negli occhi;—erano gonfi di pianto.

—Perchè dite pur troppo? Perchè piangete? Vi dispiace di amarmi?

—Sì, mi rispose piangendo.

—Ma perchè? Cosa v'ho fatto, Fulvia? Siete scontenta di me?

—Non di voi, Massimo; di me sono scontenta. Avrei dovuto combattere codesto amore; nasconderlo; fuggirvi. Sono stata troppo debole; e voi troppo appassionato: fui troppo facile a svelarlo.

—Oh, non lo dite! esclamai. È tanto tempo che io vi amo; che ve lo faccio comprendere.—E le schierai una quantità di soavi ricordate? rammentandole ad una ad una le mie mute dichiarazioni, i miei trasporti, le mie speranze, le mie smanie, le mie gelosie…

Ella mi ascoltava senza cessare di sospirare e di piangere. Erano le lagrime che si danno ad un cadavere da cui si è sul punto di separarsi per sempre.