Il Lampionaio

Cummins

Il Lampionaio

Firenze
Adriano Salani, Editore
Viale dei Mille.


PROPRIETÀ LETTERARIA. **
RISERVATI TUTTI I DIRITTI
Tip. Adriano Salani, 1920.


IL LAMPIONAIO

I.

Oh pensare ad un povero

Bimbo che giorni infantili non ha,

Che non ruzza e folleggia allegro, indomito,

Che Dio pregare e lodare non sa!

Landon.

In città era già quasi buio. Fuori, nell'aperta campagna, la luce doveva indugiare forse un'altra mezz'ora; ma nelle strette vie dove mi conduce la mia storia, l'ombra s'addensava.

Davanti all'uscio d'una casa bassa, nerastra, dall'aria malsana, una ragazzetta sedeva sullo scalino di legno della soglia, guardando lontano nella strada, con occhi intenti. L'uscio s'apriva accosto al marciapiede e la soglia era poco elevata, sicchè i suoi piedini scalzi posavano sul gelido ammattonato. In quella fredda sera di novembre, una lieve nevicata che faceva tutte candide, tutte nitide le piazze ampie ed allegre, circondate da case signorili, rendeva ancor più triste e più lurido l'aspetto delle stradette anguste, dei vicoli tetri, dove la bella neve, mescolandosi alla mota e alle immondizie sempre abbondanti nei luoghi in cui vive agglomerata la povera gente, aveva presto perduto la sua purezza.

Non uno fra i numerosi passanti diretti alle varie mète dei loro affari o dei loro piaceri, notava la ragazzetta lì seduta, perchè non c'era anima al mondo che si curasse di lei. Ell'era scarsamente vestita, e di cenci dei più miseri. Aveva i capelli lunghi ed assai folti, ma così scarmigliati che non le donavano punto. Invero pareva che nulla potesse donare a quel visetto di bimba esile e malaticcia, i cui lineamenti, affilato com'era, e d'un colorito scialbo, non offrivano la minima attrattiva a chi per caso l'osservasse.

Belli erano certo i suoi occhioni neri; ma a contrasto con una faccia tanto minuta e sparuta sembravano smisuratamente grandi, e ne facevano risaltare la singolarità senza conferirle bellezza. Se qualcuno le avesse voluto bene (non gliene voleva nessuno), se avesse avuto la mamma (ahimè, non l'aveva), un'affettuosa parzialità avrebbe forse trovato in lei qualche cosa da lodare. Così invece la povera piccina si sentiva ripetere dieci volte il giorno ch'ella era la più brutta creatura dell'universo; e, purtroppo, era la più maltrattata. Nessuno l'amava ed ella non amava nessuno, nessuno le diceva mai una buona parola, nessuno si dava pensiero di farla contenta e nemmeno di sapere se non fosse infelice. Toccava appena gli otto anni ed era sola sulla terra.

Non aveva che un divertimento, uno unico: le piaceva spiare l'arrivo del vecchio che accendeva il lampione davanti alla casa, veder la fiaccola lucente apparire in fondo alla strada, oscillando al vento, e poi l'uomo salire di corsa su per la sua scala portatile e con gesto rapido e sicuro far sgorgare dall'oscurità la vivida fiamma che diffondeva tutt'intorno la gaiezza del suo chiarore. Un barlume di gioia scendeva allora nel piccolo cuore desolato che ignorava la giocondità. Il vecchio lampionaio non le parlava, non mostrava neanche d'accorgersi della sua presenza, eppure spiando la sua venuta ella provava quasi il sentimento con cui avrebbe atteso un amico.

— Gertrude, — gridò dall'interno una voce aspra — sei andata per il latte? —

La bambina non rispose. Lesta lesta, scivolò dallo scalino, sgattaiolò correndo rasente il muro, e, svoltato il canto della casa, si mise fuor di veduta.

La donna che l'aveva chiamata s'affacciò all'uscio.

— O dove sia quella figliolaccia? —

Passava un ragazzo che aveva visto la fuga di Gertrude, un ragazzo che sull'esempio dell'intero vicinato ostentava di considerare la piccina come una specie di folletto o spirito maligno. Rise forte, additò il canto dietro a cui ella si nascondeva, e, curioso di ciò che sarebbe seguito, continuò il suo cammino con la testa voltata sulla spalla, esclamando:

— Ora sì che ne busca!... Annetta Grant la concia per il dì delle feste! —

In meno che non si dica, Gertrude fu tratta dal suo nascondiglio, gratificata con un ceffone per la sua bruttezza e un altro per la sua impertinenza, poichè prodigava ad Annetta Grant sberleffi a tutta possa, e spedita in un viale vicino col bricco del latte. Ella correva a perdifiato, temendo che il lampionaio potesse venire e andarsene durante la sua assenza. Con grande allegrezza, al ritorno lo scòrse davanti alla casa, appunto nell'atto che saliva sulla sua scala. Si piantò appiè di questa, e rimase così assorta nella contemplazione della fiamma risplendente, che quando l'uomo cominciò a scendere non se n'avvide. Ne seguì che trovandosi ella in dirittura del suo slancio, egli, nel balzare a terra venne ad urtarla e la mandò ruzzoloni.

— Ohe, bimba! — esclamò, chinandosi a rialzarla. — Com'è successo? —

Gertrude si rizzò in un baleno. Era avvezza alle picchiate sode, e non si sgomentava per qualche ammaccatura. Ma il latte?... Ah, il latte s'era versato fino all'ultima gocciola!

— Uhm! Cotesto è un guaio! — riprese egli. — Che dirà la mamma? —

La guardò in viso per la prima volta, e s'interruppe.

— Affemmia, strano tipo, questa figliuola! Sembra una piccola strega!... —

Poi, vedendola mirare con apprensione il latte sparso e volgere uno sguardo ansioso verso la casa, soggiunse amorevolmente:

— Via, non vorrà mica infuriarsi contro uno scricciolo come te! Su, coraggio, mimmina! Se ti sgrida un po', abbi pazienza... Domani ti porterò qualche cosa che ti piacerà, credo.... M'hai l'aria d'esser tanto sola, poverina.... E se la tua vecchia strepita, dille pure che sono stato io.... Ma non t'ho mica fatto male, eh?... O che ci stavi a fare sotto la mia scala, tu?

— Vi guardavo accendere il lampione, — rispose Gertrude. — No, male non me ne sono fatta punto, ma vorrei non aver versato il latte.... —

In quella, Annetta Grant apparve sulla soglia, vide ciò ch'era accaduto, e principiò dal cacciare in casa la bambina, a spintoni, con accompagnamento di bòtte, minacce ed imprecazioni brutali e sacrileghe. Il lampionaio tentò di placarla, ma ella gli sbattè l'uscio in faccia. Gertrude, caricata di rimproveri e di busse, privata del tozzo di pane che soleva esser la sua cena, fu rinchiusa per la notte nella buia soffitta ove dormiva.

Povera creatura! Sua madre era morta in quella casa, cinque anni addietro, e da allora essa era quivi tollerata, non tanto perchè Ben Grant imbarcandosi aveva ordinato alla moglie di custodirla fino al suo ritorno (egli era partito da sì lungo tempo che nessuno l'aspettava più), quanto per certe ragioni particolari della stessa Annetta, la quale, sebbene la considerasse come un peso rimastole sulle braccia, non desiderava provocare inchieste cercando di collocarla altrove.

Gertrude aveva orrore e terrore delle tenebre. Quando si trovò sola, senza lume, chiusa sotto chiave in quel nero stambugio, stette un momento immobile e muta: poi, d'un tratto, cominciò a strillare, a pestare i piedi, a menar colpi furiosi contro l'uscio sforzandosi d'aprirlo.

— Vi odio, Annetta Grant! — urlava. — Vecchia Annetta, vi odio! —

Ma non venne nessuno. Dopo un poco la sua ira sbollì. Ella andò a buttarsi sul suo misero lettuccio, si coprì il viso con le scarne manine, e pianse e singhiozzò che pareva le si dovesse spezzare il cuore. Alfine, esausta, dopo alcuni singhiozzi ancora, sempre più sommessi e interrotti da profondi sospiri, a grado a grado si chetò. Rimosse le mani dal viso, e, torcendole convulsamente, alzò gli occhi alla finestrella, a lato del letto, solo adito che la luce avesse nella stanza: una finestrella con una vetrata di tre piccoli vetri disuguali, connessi rozzamente da un contorno di stucco. Non c'era la luna, però guardando in alto Gertrude vedeva, attraverso la vetrata, splendere incontro a lei un'unica fulgidissima stella, che, ella pensava, vinceva in bellezza ogni cosa al mondo. Spesso ell'era stata fuori la sera sotto un cielo tutto stellato senza riceverne alcuna particolare impressione; ma quella stella solitaria, così grande e sfolgorante, e pur d'aspetto così mite, così soave, sembrava sorriderle, sembrava dirle: «Gertrude, Gertrude, povera Gertrudina!» Non forse somigliava un volto benigno da lei veduto o sognato in un tempo lontano? D'improvviso le balenò un'idea.

— Chi l'accese?... Qualcuno di certo.... qualcuno che dev'essere molto buono, m'immagino.... O come avrà fatto per salire fin lassù? —

E Gertrude s'addormentò volgendo in mente questo problema: «Chi aveva acceso la stella?»

Povera animetta oscurata dall'ignoranza! Chi t'illuminerà? Tu sei una creatura di Dio, bambina! Cristo morì per te. Non manderà Egli qualcuno, uomo od angelo, a dissipare le tenebre che t'avvolgono, ad accendere in te la luce che mai non s'estingue, la luce che risplende in eterno?

II.

Chi lenirà i tuoi dolori o «scossa dalla tempesta»?

Parole chi avrà di conforto, o «sconsolata» per te?

Emilia Taylor.

La mattina seguente Gertrude non fu svegliata da un gaio cinguettìo di fratellini e sorelline, o dal bacio della mamma, come i bimbi felici, i bimbi che mani amorose aiutano a vestirsi e che sanno che una buona colazione li aspetta. Ma un suono di voci rudi, giungendole dal piano di sotto, l'avvertì che gli uomini d'Annetta Grant, cioè suo figlio e due o tre dozzinanti, si mettevano a tavola per il pasto mattutino, del quale ella non poteva sperare una qualche parte se non trovandosi presente quando essi avevano finito, per prendere quella porzione d'avanzi che alla padrona piacesse di gettarle o spingerle davanti. Scese furtivamente, e si tenne nascosta, finchè non sentì l'odore delle pipe ed i passi degli uomini nel corridoio. Tosto che tutti se ne furono andati, schiamazzando, ella entrò quatta quatta nella stanza, volgendo in giro uno sguardo pieno di paura e di sospetto. Annetta Grant l'accolse male:

— Ah, sei qui?... Faresti meglio a non mostrarla, quella brutta faccia agra.... Se hai fame, mangia un boccone, e poi levati di tra i piedi. Bada bene di non venir a gironzare intorno al fuoco e a seccarmi mentre lavoro, se non vuoi toccarne di nuovo, e peggio di iersera.... —

Gertrude non s'aspettava un'accoglienza migliore, sicchè non ebbe a soffrire un disinganno. Contenta di trovare il meschino cibo lasciato sulla tavola per lei, lo trangugiò avidamente, e senza provocar una seconda intimazione di tenersi al largo, prese il suo vecchio cappuccetto, s'avvolse in uno scialle sbrindellato, già di sua madre, il quale da anni era l'unico indumento che servisse a ripararla dal freddo, e quantunque l'aria frizzante del mattino le gelasse le manine e i piedini nudi, scappò di corsa per la strada.

Dietro la casa dove abitava Annetta Grant c'era un cantiere di legname e carbone, e di là da questo uno scalo, e l'acqua densa e melmosa d'un bacino. In quei paraggi la piccola Gertrude avrebbe potuto trovare numerosi compagni per fare il chiasso. Qualche volta infatti si mescolava ai branchi di monelli dei due sessi, cenciosi come lei, che si trastullavano nel cantiere; ma di rado, perchè fra i ragazzi del vicinato c'era una lega contro la disgraziata creatura. Poveri essi pure, e, la maggior parte, tenuti male, la sapevano però più negletta ancora, e assai più maltrattata che qualunque di loro. Spesso avevano veduto menarle bòtte spietate, spesso avevano udito chiamarla brutta e maligna, e dirle ch'ella non apparteneva a nessuno, che nessuna casa era la sua. Bambini com'erano, sentivano nondimeno il proprio vantaggio, e disprezzavano la reietta. Forse non sarebbe stato così se Gertrude si fosse messa fra loro francamente e avesse cercato di farseli amici. Ma sua madre nel breve tempo ch'era vissuta in casa d'Annetta Grant aveva avuto cura di tenerla lontana da quella marmaglia; e, morta lei, la bimba resa schiava, forse un po' dall'abitudine ma più dalla sua stessa natura, continuava ad astenersi dal partecipare ai rozzi loro spassi, benchè nulla glielo impedisse. Non aveva dunque dimestichezza co' suoi coetanei. Nè essi s'arrischiavano a dimostrarle la loro ostilità se non a parole, perchè non uno avrebbe osato affrontare da solo la piccola Gertrude che, animosa, impulsiva, violenta, si faceva temere quanto odiare. Una volta, tutta una banda di maschi e femmine s'era accordata per darle noia e soverchiarla; ma appunto nell'atto che una delle ragazzette lanciava nel bacino le scarpe tratte a forza dai piedi della vittima, era sopraggiunta Annetta Grant, la quale aveva picchiato di santa ragione la monella e posto in fuga i suoi compagni. Da quel giorno Gertrude andava scalza; però, caso unico, doveva alla megera un benefizio: la ragazzaglia la lasciava in pace.

Era freddo ma splendeva il sole, quando la bambina, cacciata, corse a cercare un ricovero nel cantiere. In un angolo che dalle case vicine rimaneva quasi fuori della visuale, s'inalzava un'enorme catasta di legname da costruzione. Le assi, di lunghezze diverse ed irregolarmente collocate, offrivano da una parte una serie di scalini grazie ai quali riusciva agevole arrampicarsi fino su in cima, dove alcune delle più lunghe sporgevano in guisa da formare una specie di nicchia ben riparata, che dal lato aperto dominava il bacino.

Quel recesso era per Gertrude il porto di sicurezza, l'asilo di pace, il solo luogo donde non venisse mai espulsa. Là, durante le giornate estive la povera creatura solitaria sedeva meditando sulle sue afflizioni, le sue malefatte, la sua bruttezza, e talvolta piangendo ore ed ore. Quando, di tanto in tanto, accadeva che per alcuni giorni consecutivi avesse avuto la fortuna di non irritare nessuno, di non attirarsi gravi castighi come l'essere picchiata o rinchiusa al buio, l'animo suo in quella tregua si rasserenava alquanto, ed ella si divertiva a guardare gli uomini d'una goletta ancorata lì presso, mentre lavoravano a bordo, o vogavano di qua e di là, in una barchetta. La calda luce del sole infondeva nelle vene un tale benessere, le voci dei marinari erano tanto allegre, che la piccola derelitta obliava per un poco i suoi dolori.

Ma l'estate se n'era ita; la goletta col suo equipaggio che serviva a Gertrude di così piacevole compagnia, se n'era ita anch'essa. Era venuta la cattiva stagione, e ultimamente il tempo burrascoso aveva costretto la bimba a rimanersene tappata in casa. Non le pareva dunque vero quella mattina di poter tornare al suo caro nascondiglio. Con viva gioia trovò che il sole c'era arrivato prima di lei e aveva asciugato le travi per modo ch'ella se le sentiva tutte calde sotto i piedini nudi, il sole che splendeva sempre fulgido e gaio anche nel cielo di novembre e le faceva dimenticare Annetta Grant, e il freddo sofferto, e il terrore del lungo inverno!

I suoi pensieri vagarono un po' senza mèta, poi si raccolsero sullo sguardo benevolo e sulla voce del vecchio lampionaio; infine le si affacciò, per la prima volta, alla mente la promessa da lui fatta di portarle qualche cosa quando sarebbe venuto la sera prossima. Se ne ricorderebbe? Ella non credeva.... Eppure, forse sì, perchè quell'uomo aveva l'aria d'esser tanto buono, e tanto s'era rammaricato della sua caduta....

Che mai le porterebbe allora? Qualche cosa da mangiare? Oh, fosse piuttosto un paio di scarpe! Ma no, egli non poteva aver pensato a questo.... Forse non s'era nemmeno accorto che ella non ne aveva....

Gertrude risolse d'andare in ogni caso per il latte prima dell'ora d'accendere il lampione, al fine d'esser di ritorno in tempo, senza che nulla dovesse impedirle di vederlo.

La giornata le sembrò lunghissima; ma, quando Dio volle, la notte venne, e con la notte, True, o meglio, Trueman Flint: così si chiamava il lampionaio.

Ella si trovava sul posto ad aspettarlo, badando però di non dar nell'occhio ad Annetta Grant.

True era in ritardo quella sera, e aveva gran fretta. Potè appena dire alla bambina poche parole, nel suo linguaggio semplice e rozzo, ma erano parole che venivano dall'intimo del cuore più generoso ed onesto che mai palpitasse nel petto d'un uomo. Le ripetè, posandole sul capo con atto benevolo la mano grande e tutta nera di fumo, che gli dispiaceva assai ch'ella si fosse fatta male, poi soggiunse:

— E per soprassalto ne buscasti, poverina.... Vergognaccia! Gran danno, un po' di latte versato! Era una disgrazia, mica un delitto.... —

Levò la mano dal capo di Gertrude, per isprofondarla in una delle vastissime sue tasche.

— Ma eccoti — proseguì — la creaturina che ti promisi ieri. Abbine cura e non tormentarlo.... Scommetto che se è come la sua mamma che ho io a casa, ti piacerà, e presto presto gli vorrai bene. Addio, mimma! —

E presa in ispalla la sua scala portatile, se n'andò lasciando nelle mani della ragazzina un gattino bianco e grigio.

Ella fu così sbalordita nel trovarsi tra le braccia quella cosa viva, tanto diversa da tutte le cose da lei immaginate, che per un minuto rimase irresoluta, non sapendo che avesse a farne.

C'erano molti gatti, d'ogni grandezza e d'ogni colore, là nel vicinato, sia appartenenti ad inquilini delle case, sia rifugiati nel cantiere: povere bestie spaurite le quali, come Gertrude, solevano andare attorno a passi furtivi o scappando, a gambe levate, e spesso si nascondevano tra il legname e il carbone, quasi si sentissero al pari di lei malsicuri del diritto di stare in un qualche luogo. Ed ella aveva anche provato più volte una certa simpatia per loro, ma non le era mai venuta la voglia di pigliarne uno, portarselo a casa e addomesticarlo, perchè essendo il nutrimento e il ricovero tanto avaramente concessi a lei stessa, ben sapeva di non poterli ottenere per un suo beniamino a quattro zampe.

La sua prima idea fu pertanto di deporre il gattino a terra, e lasciarlo andare. Ma la bestiola si raccomandò in maniera tale, che ella non fu capace di resistere. Dalle braccia le salì fino al collo, vi si aggrappò, e spaventato com'era dall'imprigionamento e dal lungo viaggio nella tasca del lampionaio, prese a miagolare con una voce sommessa e flebile che sembrava implorare la compassione. L'eloquenza di quella vocina vinse la paura della collera d'Annetta Grant. E Gertrude; stringendosi al seno il micio, risolse, nel suo cuore di bimba, d'amarlo, di nutrirlo, e di tenerlo ben lontano dagli occhi della vecchia.

A qual punto giungesse in breve il suo amore per quell'animaletto le parole non potrebbero dire. La sua natura fiera, indomita, impetuosa, non aveva fino allora avuto occasione di manifestarsi che in accessi di risentimento appassionato, di torva ostinazione, d'odio perfino. Ma v'erano in quella piccola anima sorgenti di caldi affetti ancor chiuse, una profondità di tenerezza mai evocata, un ardore di devozione al quale non mancava che un oggetto su cui espandersi.

Ella prodigò quindi alla creaturina che dipendeva da lei per il suo sostentamento tutta la dovizia d'amore accumulata nel suo povero coricino desolato. E tanto più l'amava quanto più era obbligata a darsene pensiero, quanto più grandi, erano i disturbi e le ansie che le cagionava. Teneva la bestiola quasi sempre fuori, fra il legname del cantiere, nel suo rifugio favorito. Trovò un vecchio cappello nel quale mise il proprio cappuccetto, e fece così una cuccettina per il micio. Gli portava una parte, degli scarsi suoi pasti, osava per lui ciò che non avrebbe osato per sè medesima, procacciandogli la cena col sottrarre tutti i giorni dal bricco un po' del latte che Annetta Grant la mandava a prendere, ed esponendosi al rischio d'essere scoperta e punita: solo rischio, solo danno, di cui il furto e la frode potessero destare il timore nell'animo della misera bambina ignorante, perchè nessuno s'occupava di sviluppare le sue idee del bene e del male in senso astratto. Ella si divertiva ore intere a trastullarsi col suo gattino fra le cataste di legname, a parlargli, a dirgli quanto le fosse caro. Ma nelle giornate più rigide, non avendo modo di ripararsi dal freddo all'aperto, ed essendo assai pericoloso portare il suo protetto in casa, si trovava in un serio impiccio. Nondimeno, coraggiosamente nascondeva il micino in seno, e correva a rifugiarsi con lui nella soffittuccia ch'era la sua camera. Là, badando di tener l'uscio chiuso, riesciva a far sì che la presenza del suo compagno sfuggisse agli occhi ed agli orecchi della terribile Annetta. Due o tre volte invero, per sua momentanea distrazione, accadde che la vispa bestiola scappasse al piano di sotto, nel corridoio e nella cucina, anzi una volta la donna lo vide e lo cacciò con la granata; ma in quel popoloso quartiere dove i gatti vagabondi erano tutt'altro che rari, il caso non poteva parere così straordinario da provocare un'inchiesta.

Sembrerà strano che Gertrude fosse libera di star fuori a baloccarsi dalla mattina alla sera. I fanciulli delle classi povere sogliono imparare per tempo a rendersi utili. Sono numerose le creature di tenera età che, per le strade, davanti alle porte e nelle corti delle case, vediamo andar curve sotto il peso d'una voluminosa fascina, o d'un paniere di trucioli, o, più spesso, d'un grosso marmocchio al quale si deve badare e prestare ogni sorta di cure. E noi compiangiamo un'infanzia soggetta a cotali fatiche, e giudichiamo troppo dura la sua sorte. Eppure non è quella, alla perfine, la maggiore delle disgrazie: stava per tutti i conti assai peggio la piccola Gertrude, che non era costretta a far nulla, e ignorava la sodisfazione d'aiutare qualcuno. Annetta Grant non aveva marmocchi, e stimava poco i servigi dei ragazzi. Donna attivissima, non sentiva punto il bisogno d'impiegare l'orfanella in qualche faccenda domestica; al contrario, desiderava di levarsela d'attorno. Sicchè, tolta la corsa quotidiana per il latte, Gertrude era sempre in ozio: causa feconda d'infelicità e di scontento, se anche non avesse avuto a soffrire per alcun'altra.

Annetta, una scozzese non più giovane, aveva sortito da natura un cattivo temperamento, che, con gli anni, era divenuto pessimo. Conosceva la vita dal suo lato più rude, era gran lavoratora, e godeva la reputazione di femmina sveglia, ardita, e dominatrice. Ell'aveva reso al marito così disamena la casa coniugale, che egli, lasciando il suo mestiere di falegname, era andato piuttosto per mare. Faceva la lavandaia e teneva alcuni dozzinanti. I suoi proventi sarebbero bastati a sbarcare comodamente il lunario, se non fosse stata la sregolatezza del suo figliuolo, giovinastro turbolento, guastato da lei stessa nella prima età con le intemperanze e le ineguaglianze del suo carattere. Era un valente operaio quando aveva voglia di lavorare, ma scialacquava tutti i propri guadagni e buona parte di quelli della madre. Per certe sue ragioni particolari ella seguitava a tenersi seco la bambina: non erano però tanto gravi che non pensasse talvolta a liberarsi da quel peso.

III.

Misericordia e amor sul tuo cammino

T'hanno incontrata, o misera reietta.

Wordsworth.

Gertrude aveva il suo gattino da circa un mese, quando in conseguenza del rimanere esposta alle intemperie si buscò una fortissima infreddatura. Allora Annetta, per tema delle noie che una seria malattia della bambina avrebbe cagionato a lei, le ingiunse di non uscire all'aperto, e perfino di starsene nella stanza riscaldata dov'essa lavorava.

Certo, con quella tosse terribile, sarebbe stato buono sedere tutto il giorno accanto alla stufa, e tenersi calduccina, se non l'avesse tormentata il pensiero del micio, che innanzi ch'ella fosse in grado di ritornare nel cantiere a custodirlo poteva sperdersi, o perire d'inedia, o, pericolo non meno grave, dare una corsa nella casa in cerca della sua padrona.

Passò la giornata, senza che la bestiola si facesse vedere. Ma verso sera, proprio nel momento che gli uomini venivano a cena, capitò tra i piedi d'uno di essi, là, sulla soglia della stanza dove Gertrude si trovava con la vecchia Grant ed era preparato il grossolano loro pasto.

— Accidenti! — esclamò l'uomo che tutti chiamavano Iacopino. — È un gatto! O Annetta! Credevo che li odiaste i gatti, voi.

— Non è mica mio, — disse ella. — Cacciatelo fuori. —

Iacopino s'accinse a farlo. Il micio balzò indietro e, girando largo, andò a precipitarsi tra le braccia di Gertrude, la quale trepidante per il suo fato spiava con ansia gli eventi.

Annetta gli domandò:

— O cotesto gatto, di chi è?

— Mio, — rispose coraggiosamente la bambina.

— Tuo? E da quando tieni gatti? Come l'hai avuto? Parla! —

Gli uomini le guardavano. Gertrude aveva paura degli uomini. Essi qualche volta le facevano dispetti e sempre erano per lei una sorgente d'apprensioni. Ella non osava dire a chi dovesse quel regalo, ben sapendo di peggiorare le cose, perchè Annetta Grant non aveva mai perdonato al lampionaio le sue dure rimostranze contro la crudeltà di picchiare una bimba per aver avuto la disgrazia di versare un bricco di latte; nè la soccorreva in quel momento tanta prontezza d'animo da inventare qualche fandonia che spiegasse altrimenti la presenza del gattino. Del resto non avrebbe esitato punto a mentire. La sua deficiente educazione non le aveva inculcato l'amore e l'abitudine della verità a segno ch'ella potesse preferirla quando la menzogna le faceva più comodo o la salvava da un castigo. Tacque e ruppe in lacrime.

— Via, Annetta, — disse Iacopino — dateci la cena e lasciate stare cotesta mocciosa fino a poi. —

La donna accondiscese, non però senza brontolare minacciosamente.

La cena fu presto finita. In quella un sonatore d'organetto venne a fermarsi davanti alla casa e intonò un'aria popolare. I pigionali scendevano e gli si affollavano intorno, attratti dalla scimmietta che ballava in cadenza con la musica. Gli uomini andarono a raggiungerli. Gertrude impedita di uscire corse alla finestra. I grotteschi sgambetti dell'animale la divertivano un mondo; finchè sonatore e scimmia non si furono allontanati, ella stette a guardare intensamente assorta nello spettacolo, così intensamente da non accorgersi che non teneva più il micio, il quale, sfuggitole dalle braccia, era saltato sulla tavola e cominciava a divorare gli avanzi del pasto. Ella seguiva ancora con gli occhi l'uomo dall'organetto, quando vide apparire in fondo alla strada il vecchio lampionaio. Mentre si proponeva di trattenersi finch'egli avesse acceso il lampione, un urlo di rabbia la fece sobbalzare. Spaventata si volse giusto in tempo per vedere Annetta abbrancare il suo caro gattino. Si slanciò alla riscossa, balzò sopra una seggiola, afferrò un braccio della donna; ma costei la respinse vigorosamente con una mano e con l'altra scaraventò la bestiola attraverso la stanza. Gertrude udì un tonfo in un liquido, e un grido straziante. Annetta aveva gettato il povero micio in un gran catino pieno d'acqua calda a bollore pronta per qualche uso domestico. La piccola vittima si contorse un momento e morì in uno spasimo.

Tutto il furore di cui l'impetuosa natura della bambina era capace, divampò. Senza titubare, ella raccolse un pezzo di legno che giaceva lì presso, e lo scagliò contro la megera. Aveva mirato bene. La vecchia Grant era stata colpita alla testa e il sangue grondava dalla ferita; ma ella quasi non sentiva il colpo tanto era eccitata dall'ira dinanzi all'audacia di Gertrude. Fremente, s'avventò su lei, la pigliò per le spalle, aperse l'uscio di strada e la spinse sul marciapiede dicendo:

— Fuori, spirito maligno, e guai a te s'io veggo la tua ombra sulla soglia della mia casa! —

Poi rientrò a precipizio abbandonando l'orfanella sola in mezzo alla notte fredda e buia.

Quando Gertrude era adirata o afflitta piangeva forte, ma di rado singhiozzava come gli altri bambini; invece emetteva a brevi intervalli strilli acutissimi fino a rimanere qualche volta esausta di forze. Ella prese a strillare così, tosto che Annetta Grant l'ebbe lasciata là sulla strada; ma non già per la paura d'essere irremissibilmente espulsa dal suo unico ricovero e di doversene andare, sola sola e di notte, errando per la città, a rischio di cadere assiderata, innanzi l'alba, con quel gran freddo: no, non pensava affatto a sè stessa. L'orrore e il dolore della tragica morte inflitta all'unico essere ch'ella amasse al mondo empivano tutta la sua piccola anima. Ella s'accosciò contro il muro della casa, e si coperse la faccia con le mani, inconsapevole del chiasso che faceva, e del trionfo di quella monellaccia che le aveva un giorno tratto le scarpe dai piedi, e che ora stava spiandola dall'uscio dirimpetto. D'improvviso si sentì sollevare da terra, e si trovò seduta su una delle traverse della scala di True appoggiata ancora sotto il lampione. Il buon uomo che, reggendola saldamente, l'aveva collocata giusto tant'alto da trovarsi con lei a viso a viso, riconobbe la sua piccola amica, e con la stessa benevolenza dell'altra volta le domandò che le fosse successo.

Ma Gertrude, tutt'ansimante, potè rispondere soltanto:

— Oh, il mio gattino! Il mio gattino!

— Come? Il gattino ch'io ti diedi? L'hai smarrito?... Non piangere, via, non piangere.

— Oh no, non l'ho smarrito!... Ah, povero micino mio! —

E la bimba ruppe in un pianto più clamoroso che mai, tossendo nel medesimo tempo con tale violenza che il lampionaio ne fu spaventato. Egli si sforzò di calmarla, e riuscitovi in parte le disse:

— A star qui fuori tu t'infreddi a morte.... Bisogna rientrare in casa....

— Oh, non mi lascerà rientrare! — ella rispose. — E se anche volesse lei, non vorrei io....

— Chi non ti lascerà rientrare?... Tua madre?

— No.... Annetta Grant....

— Chi è Annetta Grant?

— Un'orrida, una perfida donna, che ha affogato il mio gattino nell'acqua bollente!

— Ma la tua mamma dov'è?

— Io non ce l'ho, la mamma.

— A chi appartieni tu, povera creatura?

— A nessuno, e nessuna casa è la mia.

— Con chi vivi dunque? Chi ha cura di te?

— Vivevo finora con Annetta Grant, ma è troppo cattiva, e io l'odio.... Le ho scagliato dianzi un pezzo di legno nella testa.... Magari l'avessi accoppata, l'avessi....

— Zitta, zitta! Non devi dire di coteste cose.... Ora vo a parlarle io.... —

True mosse verso l'uscio della casa cercando di tirarsi dietro Gertrude; ma questa resisteva così energicamente ch'egli la lasciò fuori. Andò difilato nella stanza dove Annetta stava fasciandosi la testa con un vecchio fazzoletto, e senza preamboli le disse che doveva richiamar dentro la bambina perchè lasciandola in istrada rischiava di farla morire assiderata.

— Non è mia, — rispose la donna — e qui c'è rimasta abbastanza. Non esiste al mondo una creatura malvagia come quella: mi maraviglio io stessa d'aver trovato la pazienza di tenerla tanto tempo. Spero che non mi venga mai più sotto gli occhi, o per meglio dire non voglio. M'ha rotto la testa.... meriterebbe d'essere impiccata, meriterebbe! Se mai qualcuno ha avuto in corpo uno spirito maligno è di certo lei!

— Ma che sarà della povera piccina? — insistette il buon True. — La notte è fredda, terribilmente.... Che vi sentireste in cuore se domattina la trovassero morta gelata sulla soglia della vostra casa?

— Che mi sentirei? È forse cosa che vi riguardi? Incaricatevi piuttosto di lei voi stesso. Tanto scalpore menate per quell'insettucciaccio? Portatevela a casa e provatela un po'.... È la seconda volta che venite a parlarmene, e basta.... non voglio ascoltare una parola di più. Ci pensi qualcun altro, oramai; io per me n'ho avuto più che la mia parte.... Quanto al rischiare che muoia gelata o non gelata, lo rischierò.... Eh, i bambini ch'entrano nel mondo di soppiatto sono i meno pronti ad uscirne! Quella lì appartiene al comune. Se ne occupi chi deve. E voi andatevene per i fatti vostri e non v'immischiate in quello che non vi concerne. —

True non se lo fece ripetere. Egli non era uso a trattare con donne, e nulla gli pareva più formidabile d'una femmina irata. Ora gli occhi fiammeggianti e il minaccioso atteggiamento d'Annetta erano forieri d'una tale tempesta che il buon uomo s'affrettò saviamente a ritirarsi prima che scoppiasse sul suo capo.

Gertrude, la quale aveva intanto cessato di piangere, gli alzò gli occhi in faccia con curiosità ansiosa.

— Ebbene, — egli disse — non vuol riprenderti.

— Oh, che piacere! — ella esclamò ingenuamente.

— Sì, ma dove andrai?

— Non so.... Forse con voi, a veder accendere i lampioni.

— E dove dormirai stanotte?

— Non so.... Io, non ho casa. Bisognerà che dorma fuori, ma così avrò il lume delle stelle. Non posso soffrire l'oscurità, io.... Sarà freddò però, non è vero?

— Corbezzoli! Freddo da morirne, bambina....

— E allora che succederà di me?

— Dio soltanto potrebbe dirlo! —

Il lampionaio guardò Gertrude, tutto perplesso ed angustiato. Egli, punto pratico di bambini, stupiva della sua semplicità. Lasciarla lì, esposta, al rigore di quella gelida notte, non poteva; e dall'altro canto non sapeva come se la sarebbe cavata se l'avesse portata a casa sua, perchè viveva solo ed era povero. Ma un altro violento insulto di tosse da cui fu còlta lo fece risolvere a un tratto di dividere con lei il suo ricovero, il suo fuoco e il suo pane, per una notte almeno. La prese per mano e disse:

— Vieni con me. —

Gertrude si mise a correre al suo fianco, fiduciosa, senza domandare dove la conducesse.

True doveva accendere ancora una dozzina di lampioni prima di giungere all'estremità della strada dove il suo giro finiva. La bambina stette a contemplare l'accensione di ciascuna fiammella con un piacere altrettanto vivo e schietto che se si fosse trovata in compagnia del lampionaio unicamente per questo. Appena quando, svoltato il canto, ebbero camminato un pezzo senza fermarsi, domandò:

— E ora dove si va?

— A casa, — rispose True.

— A casa vostra? Anch'io?

— Sicuro. Eccoci arrivati. —

Egli aperse una porticina che metteva in una stretta corticella estesa per tutta la lunghezza d'una decente casa di due piani, dove abitava nella parte posteriore. Attraversarono la corte, passarono davanti a parecchie finestre e all'ingresso principale, ed entrarono da un piccolo uscio sul di dietro. Gertrude tremava dal freddo. Aveva i piedini tutti azzurrognoli a forza di camminare scalza sul lastrico diaccio. V'era una stufa, nella camera in cui erano entrati, ma senza fuoco. La camera era spaziosa e abbastanza ben fornita, ma tenuta male. Il lampionaio s'affrettò a deporre in uno sgabuzzino adiacente la scala portatile, l'accenditoio e il resto, poi tornò con un fastelletto di legna ed accese la stufa. In pochi minuti un'allegra fiammata brillando e scoppiettando diffuse intorno un gradevole tepore. Egli trasse accanto al fuoco un antico seggiolone di legno, vi stese sopra il suo grosso e peloso gabbano che lo trasformò in una comoda poltrona, e sollevata delicatamente la bimba ve la pose a sedere. Dopo di che, allestì la cena. True era un vecchio scapolo uso a farsi ogni cosa da solo. Preparò il tè, poi mesciutolo per Gertrude in una gran ciotola, con zucchero a profusione e tutti i suoi venticinque centesimi di latte, prese da una credenzina una pagnotta, ne tagliò una bella fetta, e invitò la sua piccola ospite a mangiare e bere quanto più potesse, giudicando dal suo aspetto ch'ella non doveva essere stata sempre ben nutrita. E nel vederla assaporare con sì evidente godimento la miglior cenetta che mai le fosse toccata, la sua sodisfazione fu tale, da farlo rimanere a contemplarla intenerito dimenticandosi di prendere la propria parte.

L'infallibile istinto dell'infanzia aveva guidato Gertrude quand'ella, osservando l'uomo che accendeva il lampione, s'era sentita indotta, già assai prima ch'egli le parlasse, a considerarlo come un buon amico di tutti, perfino della più derelitta bambina di questo mondo!

Trueman Flint, nato e cresciuto nel Nuovo Hampshire, essendo rimasto orfano quindicenne appena, era venuto a Boston dove per molti anni s'era guadagnato la vita esercitando qualsiasi mestiere in cui potesse trovar lavoro; così aveva fatto a vicenda il giornalaio, il facchino, il fiaccheraio, lo spaccalegna, insomma di tutto un po'! In alcuni de' suoi impieghi era anche durato a lungo perchè s'acquistava sempre stima e benevolenza tanto si mostrava onesto, capace e di buona indole. Prima di diventare lampionaio aveva servito qualche tempo come facchino nei vasti magazzini d'un negoziante ricco e generoso. Un giorno, mentre rimoveva certi pesanti barili, uno di questi, per disgrazia, venne a cadergli sul petto lasciandolo gravemente malconcio. Il suo stato dapprima quasi escludeva ogni speranza di salvezza; e quando alfine egli cominciò a migliorare, la guarigione fu lenta a segno, che dovette starsene disoccupato un anno intero. La malattia esaurì tutti i suoi risparmi, ma il negoziante al cui servizio gli era accaduto quell'infortunio, volle che nessun comodo gli mancasse, lo fece curare da un medico valentissimo, e gli assicurò una buona assistenza.

Nondimeno da allora True non fu più quello. Quando si levò dal letto la sua costituzione fisica era invecchiata di dieci anni, sicchè l'indebolimento delle forze lo rendeva inabile oramai a lavori faticosi. Il suo antico padrone e benefico amico s'adoperò quindi a trovargliene uno relativamente leggero, ed ottenne per lui l'impiego di lampionaio, al quale egli di frequente aggiungeva altri discreti proventi segando legna o spalando la neve.

Era adesso tra i cinquanta e i sessanta. Alto e membruto, aveva fattezze delle più rozzamente modellate da madre natura, ma esprimenti una grande bontà d'animo. Viveva molto appartato, essendo per temperamento taciturno e ritroso; pochissime persone lo conoscevano, e l'unica ch'egli frequentasse era un suo vecchio compare, sagrestano d'una chiesa vicina: uomo d'età assai avanzata e in voce d'essere oltremodo bisbetico e salvatico.

Ritorniamo a Gertrude. Ella ha terminato la sua cenetta, e ora dorme profondamente, adagiata nell'ampio seggiolone, tutta ravvolta in una calda coperta di lana, con la testa sorretta da un guanciale. True siede accanto a lei, e una delle scarne manine posa sulla sua larga palma. Ogni poco, quand'ella si muove, le riaccomoda intorno la coperta. Ma ecco che il respiro della bambina diviene affannoso: ella dà un sobbalzo, poi parla con rapidità. Che mai turba i suoi sogni? Egli ascolta, attento. Prima, è una supplicazione ardente:

— Oh, no, no! Non lo affogate il mio micino! —

Poi un grido di terrore:

— Ah, la viene a ripigliarmi!... Ohimè, mi ripiglia! —

Infine, con accento commovente di flebile e tenera preghiera, ella si raccomanda:

— O buon vecchio, caro, caro, lasciatemi rimanere con voi! Per pietà, lasciatemi rimanere! —

Grosse lacrime luccicano negli occhi di Trueman Flint, e scorrono nei solchi delle sue ruvide gote. Egli posa il capo sul guanciale, accosta la faccina di Gertrude alla sua faccia e, lisciandole i lunghi capelli scarmigliati, pensa anch'egli ad alta voce.... E che dice?

— Ripigliarti?... No, mai, sta' pur tranquilla.... Vuoi rimanere con me? Ci rimani, sì, te lo prometto, povera mimmina mia!... Sola in questo immenso mondo, come son io! Se piace al Signore, noi due si starà bene insieme.... —

IV.

Per il vegliardo e per il bimbo l'unica

Speranza è nell'altrui tenera cura.

Con questa all'uom prima lezione ed ultima

Insegnar la pietà volle Natura.

Young.

La piccola Gertrude aveva trovato un amico e un protettore; ed era tempo, perchè le privazioni che soffriva e l'abbandono in cui veniva lasciata stavano per troncare la triste sua vita, ponendo fine così alle sue pene.

La mattina dopo che True Flint l'ebbe raccolta, ella si destò con febbre alta, dolori al capo e alle membra, insomma tutti i sintomi d'una malattia grave. Guardò intorno e si vide sola; ma nella stufa ardeva un bel fuoco, e la tavola era apparecchiata per la colazione. Rimase un momento stupita ed incerta, domandando a sè stessa dove si trovasse, e che le fosse accaduto; non riconosceva su quel subito la camera, vedendola per la prima volta alla luce del giorno. Ma il suo visino sparuto brillò di gioia quando gli avvenimenti della sera innanzi le si riaffacciarono alla memoria, ed ella pensò al vecchio lampionaio, tanto buono, ed alla nuova casa che sarebbe stata la sua, dove sarebbe vissuta con lui. Si levò e andò alla finestra per guardare fuori, sebbene le girasse stranamente la testa e le vacillassero le gambe a segno che appena poteva camminare! Il suolo era tutto bianco di neve, e il tempo ancora burrascoso. Sembrò a Gertrude che il candore di quella neve l'abbarbagliasse. D'improvviso la vista le mancò, una vertigine la travolse. Barcollò e cadde.

Trueman, rientrato di lì a due minuti, fu spaventatissimo trovandola lunga distesa sul pavimento; ma tosto comprese che doveva essere svenuta nel tentare di dar qualche passo per la camera, e non se ne maravigliò punto, poichè durante la notte s'era avveduto che la bambina stava assai male. Portatala sul suo letto, riuscì presto a farle ricuperare i sensi; passarono però tre settimane prima ch'ella potesse levarsi, salvo quando True la prendeva in collo. True si mostrava ruvido e goffo nel maggior numero dei casi, ma non già quando assisteva la sua piccola protetta. Egli sapeva molte cose nel fatto di malattie: era un po' infermiere, un po' medico, alla sua semplice maniera, e quantunque di bambini avesse poca esperienza, il suo cuore affettuoso gli suggeriva tutte le cure necessarie a Gertrude, e lo rendeva prodigo d'una bontà, d'una tenerezza, di cui nessuno aveva mai dato alla poveretta neppure una pallida idea.

Ella, dal canto suo, era molto paziente. Spesso le sofferenze e l'estrema stanchezza del giacere da tanto tempo allettata, la tenevano sveglia la notte intera senza ch'ella mandasse un gemito o facesse il minimo rumore, perchè temeva di destare il buon vecchio il quale dormiva per terra, accanto al suo letto, quando la grande ansietà per lei non gl'impediva di pigliar sonno. A volte, essendo la bimba più fieramente travagliata dal male, egli la reggeva sulle braccia ore ed ore, ed anche allora ella si sforzava d'apparir sollevata, benchè in realtà non fosse, o fingeva perfino d'addormentarsi per indurlo a ricoricarla e prendere anch'egli un po' di riposo. Il suo coricino riboccava d'amore e di gratitudine. Un pensiero l'occupava quasi unicamente: che avrebbe ella potuto fare per il suo caro benefattore quando sarebbe guarita? ma era poi capace d'imparar a fare qualche cosa di utile?

True era tuttavia costretto a lasciarla per attendere al suo lavoro. Durante la prima settimana della malattia Gertrude restò dunque parecchio sola. Egli nell'andarsene le raccomandava con calore di stare ben tranquilla sotto le coperte fino al suo ritorno; e intanto ogni oggetto di cui ella potesse mai aver bisogno si trovava preparato a portata della sua mano. Ma venne il momento che, aumentando la febbre, fu presa da delirio, e per alcuni giorni non seppe più come nè da chi fosse assistita. Alfine un pomeriggio si destò da un sonno lungo e calmo, in pieno possesso del senso e della coscienza, e vide seduta al suo capezzale una donna che cuciva.

Ella si rizzò nel letto per guardare la sconosciuta, la quale non l'aveva vista aprire gli occhi. Ma, sentitala muoversi, questa dette un sobbalzo, e subito esclamò:

— O bambina mia, rimettiti a giacere! —

Così dicendo le pose dolcemente una mano sulla spalla per corroborare la sua ingiunzione.

— Non vi conosco, — fece Gertrude. — Dov'è lo zio True? —

Con questo nome il lampionaio le aveva detto di chiamarlo.

— È uscito, cara, ma tornerà presto. Come ti senti? Meglio?

— Oh sì! Molto meglio! Ho dormito un pezzo?

— A sufficienza. Suvvia, sta' giù. Ora ti porto una scodella di semolino. Ti farà bene.

— Sa lo zio True che siete qui?

— Sicuro. Sono venuta a tenerti compagnia mentre lui è fuori.

— O di dove siete venuta?

— Dalla mia camera. Io abito nell'altra parte di questa casa.

— Mi pare che siate buona, voi. Davvero, mi piacete. Ma mi fa maraviglia di non avervi veduta entrare....

— Non ci hai badato perchè stavi troppo male, poverina.... Basta, adesso spero che non tarderai a guarire. —

La donna preparò il semolino, e quando Gertrude l'ebbe preso, si rimise al suo lavoro. Coricata con la faccia rivolta verso la sua nuova amica, la bambina fissava su lei i suoi occhioni. Stette così a guardarla cucire finchè quella a sua volta la guardò, e disse:

— Che pensi tu ch'io stia facendo?

— Non so, io.... — ella rispose. — Che cos'è? —

L'altra alzò la roba che cuciva, di maniera che Gertrude potè vedere ch'era una vestina di cotone scuro, per una ragazzetta.

— O che bella veste! — esclamò. — Per chi la fate? Per la vostra figliuola?

— No, io non ho figliuole. Ho un figliuolo invece, uno unico: il mio Guglielmo.

— Guglielmo? Che bel nome! E lui è un buon ragazzo?

— Buono? Il migliore che ci sia al mondo, ed il più bello! —

Nel proferir queste parole la donna ergeva il capo, e il suo pallido viso estenuato raggiava tutto d'orgoglio materno.

Gertrude torse lo sguardo con un'espressione triste, così strana in una creatura di quell'età, ch'ella temette che la stanchezza cominciasse ad opprimerla, e stimò necessario farla stare in assoluta quiete. Glielo disse e le impose di chiudere gli occhi e dormire. La bambina li chiuse. Mentre giaceva tranquilla come se avesse obbedito anche alla seconda ingiunzione, l'uscio s'aperse e qualcuno entrò pian piano. Era True.

— Oh signora Sullivan, — egli fece — siete ancora qui! Vi ringrazio tanto d'esservi trattenuta.... Avevo contato di tornare più presto.... E della bimba che vi sembra?

— Sta meglio, signor Flint, molto meglio. È in sè, ragiona.... Io credo che, pur d'avere certi riguardi, oramai tutto andrà bene.... To', è desta! —

True s'accostò alla piccola malata, le posò una mano sulla fronte mandando indietro i capelli, che erano adesso tagliati corti e accuratamente pettinati, poi le toccò il polso, e manifestò con un cenno del capo la sua sodisfazione. Gertrude gli afferrò la mano e la tenne stretta tra le sue. Egli sedette accanto al letto, gettando un'occhiata sul lavoro della signora Sullivan:

— Non mi maraviglierei, signora mia, se ci fosse bisogno de' suoi vestiti nuovi prima che non si credesse.... Tra alcuni giorni, secondo me, sarà in piedi....

— Lo credo anch'io, ma non siate troppo impaziente. La sua malattia è stata grave, e la non può guarire d'un tratto. Avete veduto oggi la signorina Graham?

— Sì, l'ho veduta, pover'anima. Che il Signore benedica la sua cara faccia! M'ha fatto un visibilio di domande su Gertrudina, e m'ha dato questo pacchetto d'ararutte.... mi pare almeno che lo chiamasse così. Dice ch'è una minestrina eccellente per ammalati. Se voi la conoscete, signora Sullivan, siate tanto buona, mostratemi come si fa, perch'io confesso non me lo rammento, quantunque la signorina si sia data la briga di spiegarmelo....

— Sì, volentieri. È facilissimo. Ve ne preparerò una porzione quando ritorno, tra poco. Per ora Gertrude non ne ha bisogno, ha preso dianzi un semolino. Ma il babbo è già in casa, e devo apparecchiare il nostro tè. Arrivederci a stasera, signor Flint.

— Grazie, signora.... avete un cuore d'oro voi! —

Durante alcuni giorni la signora Sullivan venne ancora ripetute volte a prestar le sue cure alla piccola convalescente ed a tenerle compagnia. Ell'era una donna dimessa per indole, gentile d'animo e di modi, il cui placido viso riconfortava la povera creatura ch'era vissuta nel terrore e aveva sofferto ogni sorta di maltrattamenti. Sempre portava con sè il suo lavoro di cucito: solitamente qualche indumento da ragazzina.

Una sera Gertrude, già quasi guarita della sua ostinata febbre, sedeva in grembo a Trueman Flint, vicino alla stufa, ben bene ravvolta in una coperta di lana, e parlava della sua nuova amica. A un tratto alzò gli occhi in faccia al buon uomo e uscì a dire:

— Zio True, conoscete voi la bambina per la quale fa un vestitino?

— È una bambina che ha bisogno di vestitini e di molte altre cose, perchè ch'io sappia, non ha panni da indossare, tranne pochi cenci.... E tu, Gertrude, non ne conosci nessuna che sia in questo caso?

— Direi di sì, — rispose ella piegando un po' la testa da un lato, e strizzando un occhio.

— Bene, chi è?

— Non vi sta seduta in grembo?

— Che? Tu stessa? Eh via, credi forse che la signora Sullivan voglia impiegare il suo tempo a cucire vestiti per te? —

Gertrude chinò il capo.

— Veramente, io non l'avrei creduto.... ma voi diceste....

— Sentiamo, che cosa dissi io?

— Qualche cosa di vestiti nuovi.... per me....

— Sì, cara, per te! — esclamò egli stringendola in un abbraccio rustico ma cordiale. — E sono due mute complete, con calze e scarpe per soprammercato! —

Ella spalancò i suoi occhioni, in atto di stupore, rise, battè le mani. True rise anche lui. Parevano tutti e due molto felici.

— E l'ha comperata lei cotesta roba? È dunque ricca? — domandò ella.

— La signora Sullivan?... Ahimè, punto!... La roba la comperò la signorina Graham, e pagherà alla signora Sullivan la fattura.

— Chi è la signorina Graham?

— È una signorina troppo buona per questo mondo.... si può affermarlo! Ti parlerò di lei un'altra volta,... Oggi no, perch'è tardi. Dovresti già essere a letto e dormire. —

Un sabato Gertrude, che oramai stava benino, era rimasta alzata tutto il giorno. Verso sera però si sentì stanca, e si coricò avanti buio. Destatasi dopo aver dormito profondamente due o tre ore, vide che True aveva compagnia. Accanto alla stufa, un altro vecchio, d'età molto più inoltrata della sua, sedeva di faccia a lui, fumando la pipa. Egli indossava un abito di foggia antiquata e di tessuto ordinario, ma assai lindo; le due sole ciocche di lunghi e candidissimi capelli che ancora gli crescevano, proprio dietro le orecchie, erano pettinate con cura all'insù, e annodate sul vertice del cranio calvo e lucido. Le sue fattezze avevano linee dure e taglienti, e Gertrude pensava che tali dovevano essere tutte le parole uscite dalla sua bocca, tanto le pareva inverosimile ch'egli potesse mai dire qualche cosa di gentile o di piacevole. Il sarcasmo ch'esprimevano gli angoli delle labbra, l'amaro scontento che traspariva da tutta la faccia, colpivano la bambina senza ch'ella sapesse definirli, e le facevano trarre le sue conclusioni sul carattere di quell'uomo. Ben s'apponeva figurandosi ch'egli fosse il signor Cooper, padre della signora Sullivan; e nell'opinione fattasi di lui alla prima occhiata non si scostava notevolmente dalla maggior parte di coloro che lo conoscevano.

Ma l'opinione pubblica e la sua propria faccia calunniavano un poco il vecchio sagrestano. Certo egli non era di un naturale allegro nè amabile. Sventure domestiche e lo sfavore della volubile fortuna lo avevano reso pessimista e portato a non considerare che i dolori della vita, a mostrarsi arcigno dinanzi alla gaiezza e alle baldanzose speranze dei giovani, i quali, soleva egli sentenziare scrollando il capo con un'aria misteriosa, ignorano che sia il mondo. Egli non l'ignorava, e diveniva tanto più severo per le sue follie ed inesorabile per le sue colpe, quanto più la vecchiezza lo allontanava da esso. Anche l'ufficio ch'esercitava da anni in qua, era dei meno atti a combattere una disposizione alla malinconia, tenendolo il suo servizio in chiesa quasi sempre solitario. Eppure in fondo al cuore quel misantropo nascondeva riserve di bontà e di benevolenza, e True Flint, che lo sapeva, si divertiva a trarle alla luce. Egli amava il vecchio per la sua onestà scrupolosa e il suo animo sincero. Da lungo tempo i due amici usavano sedere insieme il sabato sera, nel canto del fuoco, discutendo di politica, di istituzioni nazionali, di diritti individuali; questioni che ogni buon Americano si sente chiamato a sottoporre ai propri speciali criteri. Discorrevano inoltre dei loro sentimenti ed interessi privati. Ma qual si fosse il soggetto del discorso e per quanto la discussione s'accalorasse, mai la loro amicizia non ne aveva sofferto danni o pericoli: caso singolarmente notevole, essendo Trueman Flint, nel temperamento e nel carattere, la vera antitesi di Paolo Cooper. Animoso, fidente, egli era sempre disposto a pigliar le cose dal lato buono, e anche nelle peggiori avversità non si scoraggiava, non disperava, si teneva sicuro che alla fine tutto s'accomoderebbe.

Quella sera avevano conversato su parecchi dei soliti argomenti, ma nel momento che Gertrude si destò parlavano di lei, e s'intende che il loro dialogo attrasse vivamente la sua attenzione.

— Dove mi diceste d'averla raccattata? — domandava appunto il sagrestano.

— Da Annetta Grant, — rispose True. — Ve la rammentate? È quella donna contro il cui figliuolo foste citato come testimonio d'accusa, quando furono rotte le vetrate della chiesa la sera innanzi il quattro giugno. Eh, no, non potete averla scordata, Cooper.... sembrava una furia, al dibattimento, si vendicava non risparmiando nemmeno Suo Onore, il giudice! Bene, era inviperita a quel modo e maltrattava la povera creatura la prima volta ch'io la vidi: la seconda l'aveva cacciata di casa....

— Ah sì, me la rammento!... Un'orca!... Quella lì, m'immagino, non è mai stata amorosa neppure coi figliuoli propri, figuriamoci poi con gli altrui! Ma voi che ne farete della trovatella?

— Che ne farò?... La terrò meco, caspiteretta, e ne avrò cura. —

Cooper fece una risatina piuttosto sarcastica.

— Sì, capisco, caro vicino, voi giudicate avventata questa risoluzione d'adottare una bimba, all'età mia: e forse è. Ma ora vi spiego com'è stato. La notte di cui vi raccontai, la piccina sarebbe morta se io non l'avessi raccolta; e anche dopo ricoverata qui, fu sul punto di morire, più volte; soltanto la grande assistenza che le prestai con l'aiuto di vostra figlia, potè salvarla. Ebbene, quella prima notte, parlando nel sonno, gridò a me tutto il suo dolore, si raccomandò a me come all'unico amico che mai avesse avuto (e credo infatti che sia così), supplicandomi di lasciarla rimanere.... Allora deliberai in cuor mio di far che rimanesse, ad ogni costo di tenermela come una figliuola e dividere con lei il mio ultimo tozzo, avvenga che può.... Il Signore è stato misericordioso meco, signor Cooper, molto misericordioso.... Mi mandò buoni amici nella mia profonda infelicità. Seppi anch'io da ragazzo quanto sia triste l'essere solo al mondo, senza babbo nè mamma; e quando vidi i patimenti di quella disgraziata creaturina, sentii che appunto perchè non era di nessuno apparteneva più particolarmente al Signore, e ch'io non potevo fare di più per servirlo nè dovevo far meno, che spartire con la poveretta il bene ch'Egli m'ha dato.... Ah, voi guardate intorno come per dirmi che qui c'è poco da spartire con chicchessia, e, davvero, molto non c'è.... ma, una cosa sì.... e una gran cosa per chi non l'ha mai avuta: una casa. Io ho ancora le mie brave braccia, e cuore gagliardo, e buona volontà. Con l'aiuto di Dio sarò un padre per quell'orfanella, e forse verrà il tempo ch'ella sarà per me una benedizione incarnata.... —

Il signor Cooper scrollò il capo con aria di dubbio, e borbottò che i figliuoli, anche i veri, sogliono essere tutt'altro che benedizioni.

Ma non ebbe il potere di scuotere la ferma fede di True nella saviezza e nella bontà della propria risoluzione. Questi, trasportato dall'ardore con cui parlava, era sorto in piedi e camminava su e giù per la stanza, a passi rapidi, eccitatissimo. Ritornò a sedere, e riprese:

— D'altronde, caro Cooper, se anche non mi fossi determinato a tenere qui Gertrude la notte stessa che ce la portai, non l'avrei mandata via il giorno dopo perchè, io credo, il Signore mi parlò per bocca d'uno de' suoi santi angeli, e m'impose di perseverare nel mio proposito.

«Voi conoscete la signorina Graham: frequenta regolarmente la vostra chiesa con suo padre, un vecchio signore di bell'aspetto.... Tre settimane fa, dopo quel tempaccio, io mi trovavo da loro, a spalare la neve nel cortile, ed essa mi fece chiamare in cucina.... Ah, sia benedetta la sua angelica faccia! Povera creatura! Il mondo è buio per lei, ma essa lo rischiara per gli altri.... Non vede lo splendore del cielo con gli occhi, come noi, ma lo vede meglio, perchè lo ha dentro l'anima sua, e quando sorride le raggia tutto dal viso, e sembra l'arco celeste del buon Dio che appare tra le nubi... Quante cortesie m'ha usate da che, or saranno cinque anni, mi toccò quella disgrazia nel magazzino del padrone! Anche il giorno della neve, dunque, mi mandò a chiamare per domandar notizie della mia salute e sentire se avessi bisogno di qualche cosa che potesse chiedere al suo babbo per me. Io allora le raccontai il caso di Gertrude, e ve l'assicuro, non avevo ancora finito di dire, che si piangeva tutt'e due. Mi pose in mano una certa somma di denaro, e m'incaricò di far fare dalla signora Sullivan il necessario per vestire la bambina; ma fece ben più: promise di venirmi in aiuto se mai mi trovassi in qualche difficoltà a cagione dell'impegno assunto; poi quando la salutai mi disse: «Non c'è dubbio, True, avete fatto bene: il Signore vi benedirà e vi ricompenserà della vostra buona azione.» —

Egli era così commosso, così infervorato nel suo discorso, da non essersi avveduto di ciò che il sagrestano, per non interromperlo, aveva osservato in silenzio. Gertrude, uscita pian piano dal letto, gli stava accanto, e lo ascoltava con gli occhi fissi nel suo volto, e il respiro mozzo dall'intensa attenzione. Ella gli toccò una spalla; egli si volse, la vide, e le aperse le braccia.

Con la faccetta nascosta nel suo seno, la piccina mormorò ansando, in uno scoppio di lacrime che eran lacrime di gioia:

— Starò dunque con voi.... sempre?

— Sì, finchè Dio mi dà vita, — egli rispose — tu sarai la mia figliuola! —

V.

Sollecita movea con piè leggero

Per la piccola casa la massaia,

Nè mai nell'alveare ape fu tanto

Alacre e lieta all'opra....

Mitford.

Era una serata di vento. Gertrude, vestita decentemente, coi capelli lisci, con la faccia e le mani pulite, aspettava alla finestra il ritorno del lampionaio che finiva il suo giro. Stava benissimo adesso, meglio che non fosse stata, da anni, prima della sua malattia. Le cure e l'affetto avevano operato prodigi per lei. Ell'era sempre la bambina esile e palliduccia, dagli occhi e dalla bocca troppo grandi nel visetto minuto; ma la dolorosa espressione di sofferenza che le era consueta, aveva dato luogo a quella, piuttosto grave tuttavia, di un'intima felicità.

Di fronte a Gertrude sedeva sull'ampio davanzale una grossa e veneranda gatta, madre del suo perduto tesoro e quindi a lei molto cara. Amorosamente ella le andava passando la mano sul dorso, carezza gradita alla matrona, che dimostrava la sua sodisfazione facendo le fusa.

D'improvviso s'udirono rimbombare nel muro suoni tumultuosi. La casa era vecchia ed offriva un comodo soggiorno ai topi, i quali a giudicarne dalla strepitosa allegria cui s'abbandonavano ne avevano approfittato quella sera per dare un ballo. Pareva quasi che un camino rovinasse mattone per mattone. Gertrude non si spaventò punto. S'era tanto assuefatta ai muri abitati da quel genere d'inquilini quando dormiva nella soffitta d'Annetta Grant, che non faceva più caso di tali rumori. Non così però la veterana felina che subito rizzò le orecchie e manifestò con chiari segni la sua brama di correre a battaglia. Mai cavallo guerriero fu eccitato dagli squilli delle trombe come la brava micia dalle galoppate dell'orda nemica attraverso il solaio.

— Ferma, micina, — ammonì Gertrude — ferma, intendi! Non è tempo di dare la caccia ai topi, ora.... Devi sedere qui e star buona finchè tu non vegga arrivare lo zio True, per sentire che dirà della camera e di me! —

Ella si volse e girò gli occhi intorno con immenso compiacimento; poi, arrampicatasi sul davanzale ch'era larghissimo, all'uso antico, e di dove, rispondendo la finestra nella corte, poteva veder entrare il lampionaio, prese la gatta in collo, si spianò le pieghe del vestitino, gettò uno sguardo d'ammirazione e d'orgoglio sulla sua calzatura, ed assunse un atteggiamento composto col deliberato proposito d'esser paziente. Ma era inutile, non ci riesciva; le sembrava ch'egli non avesse mai tardato tanto; cominciava anzi a credere che non sarebbe venuto più, quando alfine lo vide svoltare entro il cancello. Benchè fosse già quasi buio ella notò che qualcuno lo accompagnava. Non le pareva il signor Cooper nè alla statura, meno alta, nè al passo; pure finì col concludere che doveva esser lui, perchè proseguì fino all'uscio suo ed entrò.

Per quanto avesse atteso Trueman con viva impazienza, Gertrude non gli corse incontro come di consueto. Stette in ascolto, e non appena lo sentì venire dallo stambugio dove soleva fermarsi per appendervi al muro la scala e l'accenditoio, e deporre il camiciotto macchiato e i larghi calzoni che portava sopra i vestiti durante il lavoro, lesta lesta si nascose dietro l'uscio donde egli doveva passare nella camera. Senza dubbio ella gli aveva preparato una grande improvvisata e intendeva di goderne pienamente l'effetto. Ma la gatta, che non era tanto compresa dell'importanza della cosa, non dimenticò le buone creanze; e andò secondo il suo costume a dargli il benvenuto strofinando il capo alle sue gambe.

— Ohe, mustacchiona! — fece True. — Dov'è la mia mimma? —

Così dicendo chiuse l'uscio dietro a sè, e scoperse Gertrude. Ella d'un balzo venne a piantarglisi di fronte, rise; guardò i propri vestiti, poi guardò lui, bene in faccia, per vedere che impressione gli facesse il suo aspetto.

— Corbezzoli, fa mai una figurona spanta la signorina! — esclamò egli sollevandola tra le braccia e portandola più presso al lume. — Tutta vestita di nuovo: abito, grembiule, scarpe! E chi t'ha pettinata? In verità, non dico che tu sia una bellezza, no, ma per carina sei carina!

— La signora Sullivan m'ha vestita da capo a piedi, e m'ha spazzolato i capelli.... Ma ha fatto anche più.... o non vedete che altro ha fatto? —

True seguì gli occhi di Gertrude, in giro per la camera. Lo stupore che il buon uomo andava manifestando era tale da corrispondere all'aspettazione della bimba quantunque grandissima: e si capiva. Uscito la mattina, trovava la sera la sua casa trasformata. Evidentemente mani di donna ci avevano lavorato, facendovi pulizia e mettendo ogni cosa in ordine.

Prima che Gertrude venisse ad abitare con lui egli s'era dispensato da qualsiasi ingerenza femminile nelle sue faccende domestiche. Viveva solo, visite non ne riceveva quasi punte; sicchè gli bastava fare il proprio comodo senza riguardo alle apparenze. Nel suo modesto quartierino la granata veniva adoperata di rado, l'acqua mai. Le due ampie finestre guardanti la corte erano trattate con grande ingiustizia, avendo i cristalli così appannati dalla polvere e dal fumo, che la gaia luce a cui davano adito nella stanza n'era mezzo offuscata. Festoni di ragnatele pendevano agli angoli del soffitto; intorno all'alta e vasta cappa del camino s'accumulava un curioso miscuglio d'oggetti utili e inutili; un visibilio di ciarpame stava raccolto sotto la stufa. I mobili, alcuni dei quali assai buoni, erano collocati a casaccio, in modo da ingombrare lo spazio invece di trarne partito. Durante la malattia della bambina poi, un letto preparato sul pavimento per uso di True, e tutte le diverse cose, necessarie all'assistenza della malata, avevano accresciuto la confusione a segno tale, che quasi ci sarebbe voluto un pilota per condurre i visitatori a salvamento attraverso la camera.

Ora, la signora Sullivan era la nettezza in persona. La sua casa poteva gareggiare con una casa olandese. I suoi vestiti, di un'estrema semplicità ma esenti da ogni più lieve frittella, da ogni più piccola macchia, la facevano sembrare una quacchera; in quelli, anche da lavoro, del suo vecchio padre e del suo figliuolo giovanetto si scorgeva alla prima occhiata la cura d'una figlia, d'una madre, attenta e diligente. A fine d'assistere Gertrude ell'aveva per la prima volta posto piede in una stanza che era a quel punto il contrario della sua: e non sarebbe agevole comprendere quanto meritoria fosse la sua opera di carità, senza considerare che il contrasto era per lei sommamente penoso, e che ella ci pativa a passare qualche volta l'intero pomeriggio in una casa dove, come soleva poi dire quando rientrava nella sua, avrebbe con piacere fatto un po' di pulizia e messo un po' d'ordine solo per vedere che figura farebbe e se qualcuno saprebbe riconoscerla. Ell'era un minuzzolo di donna mingherlina, piccolina, ma aveva più capacità ed energia che non si sarebbe potuto trovarne in una qualsiasi tra venti altre grandi e grosse il doppio di lei. Ella sentiva una sincera compassione della gente che vive in un caos domestico; era sicura che non può esser gente felice. E però non appena Gertrude fu ristabilita risolse in cuor suo d'adoperarsi con tutte le sue forze per la causa dell'ordine e della nettezza che a' suoi occhi era la causa della virtù e della felicità, perchè ella immedesimava la purità e la lindura con la pace dell'anima. Se non che, sensibilissima com'era su questo punto, s'immaginava che True dovesse provare qualche cosa di simile, ed essendo la piccola donnina altrettanto tenera di cuore quanto linda e accurata, non avrebbe voluto per nulla al mondo mortificarlo; perciò andava studiando come entrargli in materia e persuaderlo a una riforma del suo metodo di tenere la casa, quando Gertrude stessa le suggerì il modo d'attuare il suo disegno.

Il giorno innanzi quello del gran ripulimento, la signora Sullivan vide nel corridoio la bambina che stava timidamente presso l'uscio del suo quartierino guardando dentro con viva curiosità.

— Vieni, vieni Gertrude, — disse la donnina benevola — fammi una visita! — E notando ch'ella si peritava d'intrudersi così in casa d'altri, la incoraggiò: — Mettiti a sedere qui accanto alla tavola e guarda che cosa stiro. Gli è proprio il tuo vestitino! Stirato questo, i tuoi panni sono bell'e pronti. Sei contenta di rivestirti un po', non è vero?

— Oh, tanto contenta, signora! — rispose Gertrude. — Potrò portarmeli via, e tenerli tutti da me?

— Sicuro.

— Non so veramente dove riporli.... non c'è posto nella nostra camera.... almeno non un posticino a modo.... — E così dicendo la bambina gettava un'occhiata ammirativa alla cassetta aperta del cassettone dove la signora Sullivan riponeva il vestitino che aveva finito di stirare, sopra una pila d'altri indumenti accuratamente piegati.

— Ma una parte, s'intende, ne indosserai, e per il resto bisognerà trovare un luogo adatto.

— Voi, sì, avete dove metterla la vostra roba, — riprese Gertrude girando gli occhi intorno. — Che bella stanza, questa!

— Non c'è mica molta differenza da quella del signor Flint. È circa della stessa grandezza e ha due finestre come la sua. Soltanto la mia dispensa è più comoda. La vostra non ha che tre angoli; ma quest'è tutto il vantaggio.

— Oh, non c'è paragone, per altro! Voi qui non avete letti, e le seggiole sono tutte in fila e la tavola è lustra che sembra uno specchio, e il pavimento è ben pulito, e la stufa è nuova, e dalle finestre c'entra un sole splendido che consola! Ah, magari fosse così la nostra camera! Avrei proprio scommesso che è anche più piccola della metà.... Figuratevi, lo zio True stamani ha inciampato nelle molle, e diceva che non c'è tanto spazio da far dondolare un gatto!

— Dov'erano le molle? — domandò la signora Sullivan.

— Per terra, signora, proprio nel mezzo....

— Vedi, io non tengo la roba per terra. E credo che se la vostra stanza fosse ripulita e ogni cosa ci avesse il suo posto, farebbe quasi la stessa figura della mia.

— Vorrei pure vederla messa tutta bene in ordine! — disse Gertrude. — Ma come fare coi letti?

— Appunto ci pensavo. C'è quella dispensina che doveva essere uno stanzino da bagno quando la casa era nuova e abitata da signori; è grande abbastanza da collocarvi un lettino e due seggiole; potrebb'essere una comoda cameretta per te. Ora non c'è dentro che ciarpame da buttar via: se mai ci si trovasse qualche cosa di servibile, si riporrebbe nello stambugio.

— Che bella idea! — esclamò la bambina. — Così lo zio True riavrebbe il suo letto.... Io dormirei là, sul pavimento.

— Ma no, non è punto necessario che tu dorma sul pavimento. Io ho una buona piccola branda dove dormiva il mio Guglielmo quando abitava con noi. Te la presterò se mi prometti d'averne cura, e non di quella soltanto, ma di tutto ciò che sarà messo nella tua camera.:

— Oh sì! — rispose Gertrude. — Ma — soggiunse esitando — credete che ne sarò capace? Non so far nulla io....

— Perchè nessuno t'ha mai insegnato nulla, povera figliuola: una ragazzetta d'otto anni può fare molte cose se ha pazienza e volontà d'imparare. Io te ne potrei insegnare parecchie che sarebbero utili e ti farebbero essere di grande aiuto allo zio True.

— Dite, dite, che cosa posso fare?

— Spazzar la camera tutti giorni, rifare i letti, dandoti qualcuno una mano per voltare le materasse, apparecchiare la tavola, tostare il pane, rigovernare. Forse da principio non ci riesciresti proprio bene bene, ma con la pratica t'andresti perfezionando, e a poco a poco finiresti col diventare una brava piccola massaia.

— Desidero tanto di poter fare qualche cosa per lo zio True! Ma di dove incominciare?

— Prima di tutto bisogna che la casa sia ripulita e messa in ordine da qualcuno. Se sapessi che il signor Flint ne sarebbe contento, chiamerei un giorno la Caterina McCarty ad aiutarci, e non dubito che egli poi si troverebbe assai meglio nella sua abitazione.

— Io sono sicura che sarebbe contentissimo! Si farebbe una cosa grande! Posso aiutare anch'io?

— Sì, farai quello che potrai; ma ci vuole Caterina. Quella è robusta e bravissima per la pulizia.

— E chi è Caterina?

— È la figliuola della signora McCarty che abita nella casa qui accanto. Il signor Flint rende loro vari servigi, come segar le legna e altri. Loro gli lavano la biancheria, ma non sono certo in grado di ripagarlo di tutto il bene che egli fece a quella famiglia. Caterina è una ragazza assai capace, e attiva. Verrà con molto piacere a lavorare per lui, quando che sia. Glielo chiederò.

— Verrà domani?

— Forse sì.

— Domani lo zio True starà fuori tutta la giornata. Va a portare il carbone dal signor Eustachio. Non vi pare che sarebbe il momento buono?

— A maraviglia! Procurerò che Caterina venga domani. —

Caterina venne. La stanza fu ripulita in ogni sua parte, vi fu messo ogni cosa in perfetto ordine. Gertrude ricevette in consegna i suoi vestiti nuovi. Una muta ne indossò, l'altra fu riposta in un armadino trovato nella dispensa che pareva proprio fatto per il suo piccolo corredo.

Quando Trueman ritornò dal lavoro rimase attonito dinanzi al risultato ottenuto col triplice concorso della Signora Sullivan, di Caterina e di Gertrude, per la quale il vivo piacere manifestato dal buon uomo rese memorabile quel giorno: un giorno ch'ella doveva ricordare per tutta la vita come il primo in cui aveva gustato la suprema forse tra le felicità terrene, quella d'essere datori di gioia ad altrui. Non già che la bambina avesse prestato un valido aiuto: le due vicine avrebbero sbrigato la faccenda altrettanto bene, e anzi meglio, s'ella fosse andata dove la mandava sempre Annetta Grant.... fuori dei piedi. Ma lei questo non lo vedeva; era una delle collaboratrici; aveva partecipato al lavoro con tutto il cuore, con tutta l'anima; dovunque le era stato permesso di metter mano s'era adoperata con tutte le sue forze. Poteva dire a buon dritto: «Lo abbiamo fatto noi: la signora Sullivan, Caterina ed io

Una donna che non fosse stata di cuor gentile ed affettuoso come la signora Sullivan non avrebbe compreso nè considerato con simpatia il sentimento che rendeva Gertrude così bramosa d'aiutarla. Ma ella sì: perciò le aveva assegnato parecchi piccoli servizi, e la bimba s'era applicata a disimpegnarsene, con un giubilo che nessun favore, nessun dono largitole avrebbe potuto farle provare.

Ella condusse True in giro per la camera, mostrandogli come la brava signora avesse giudiziosamente e ingegnosamente approfittato dello spazio nella disposizione dei mobili. Il letto, posto entro una nicchia del muro abbastanza larga e fonda da contenerlo, lasciava libera l'intera area quadrata della quale, dichiarò egli, era stato fatto un vero salotto. Stentava a credere che metà delle sue masserizie non fosse svanita in aria, così incomprensibile era per lui che si potesse avvantaggiarsi di tanto posto e tante comodità con un po' di sistema e d'ordine.

Ma il suo stupore e il gaudio di Gertrude salirono all'apice quando ella lo fece entrare nell'antico stanzino del ciarpame trasformato in una buona e bella cameretta.

— Affemmia! Affemmia!... —

Il vecchio True non trovava altre parole. Andò a sedere accanto alla stufa, lustra che pareva nuova come quella della signora Sullivan, affermava Gertrude, si stropicciò le mani, ghiacce dall'essere state lungamente esposte al gelo di quella sera invernale, le tese verso il fuoco, e abbracciò in un solo sguardo la sua casa rinnovellata e la sua piccola massaia, la quale, seguendo le accurate indicazioni datele dall'amorevole vicina, si preparava ad apparecchiare la tavola e arrostire il pane per la cena. Ritta sopra una seggiola prendeva le tazze e i piattini di fra le file regolari dei piatti rilucenti nella credenza a tre angoli, dopo aver deposto sul palchetto inferiore, a cui poteva arrivare dal suolo, il vassoio contenente le fette di pane fini e lisce che la signora Sullivan aveva avuto la previdenza di tagliare per lei.

Egli seguì con gli occhi le sue mosse, per due o tre minuti, poi s'abbandonò a un breve soliloquio:

— La signora Sullivan è una gran brava donna, quest'è certo, e la mia casa è adesso una vera casa, e Gertrude va diventando la pupilla de' miei occhi, e io sono felice come.... —

VI.

Sogna talun che quando la tempesta

Della passione irrompa, egli a sua voglia

Sedarla possa, e dir: Pace! T'acqueta!

Cowper.

Ma a questo punto Trueman fu interrotto. D'improvviso qualcuno, annunziato da un suono di passi rapidi e rumorosi, aveva aperto l'uscio, senza cerimonie.

— Zio True, — disse il nuovo venuto — eccovi il vostro pacco. Voi ve n'eravate dimenticato, ci scommetto, e non me ne sono rammentato neppur io se non quando la mamma l'ha veduto sulla tavola dove l'avevo posato. Che volete, ero tutto preso dal mio ritorno a casa....

— Sicuro, sicuro!... — rispose il lampionaio. — Ti ringrazio, Guglielmo, d'esserti dato la briga di portarlo tu.... È roba fragile, e probabilmente io l'avrei fatto andare in frantumi prima d'arrivar in porto.

— O che cos'è? Non ho potuto indovinare.

— È un gingillo che voglio regalare alla Gertrudina, qui....

— Guglielmo, Guglielmo! — chiamò la signora Sullivan dall'uscio dirimpetto. — Hai avuto il tè, caro?

— Veramente no, mamma. E voi?

— Noi, sì. Ma te ne preparo subito dell'altro.

— No, no! — fece Trueman. — Resta, e prendi il tè con noi.... resta, ragazzo mio, prendilo con noi, stasera! La mia piccola Gertrude sta appunto arrostendo il pane.... Sentirai che famosi crostini! Io intanto metto il tè....

— Resto, e con grande piacere! — disse Guglielmo. — Mamma, non occorre che mi prepariate nulla da cena: prendo il tè con lo zio True.... Bene, vediamo che c'è di bello nell'involto.... Ma no, prima voglio vedere cotesta Gertrudina. La mamma mi ha tanto parlato di lei. Dov'è? Sta bene, ora? È stata molto malata, non è vero?

— Sì, sta proprio benone. Gertrude, vieni qui! Gertrude!... O dove s'è cacciata?

— Là, sotto la panca! — rispose il ragazzo ridendo. — Possibile che abbia paura di me?

— Non mi figuravo che fosse salvatica a questo segno! — esclamò True. — Suvvia, scioccherella, — soggiunse andando verso di lei — esci di lì e guarda Guglielmo. Questo è Guglielmo Sullivan.

— Io non ho nessuna voglia di vederlo, — mormorò Gertrude.

— Non hai voglia di vedere Guglielmo? — replicò il buon uomo. — Tu non sai quel che tu ti dica! Guglielmo è il più bravo figliuolo che mai ci fu al mondo, e m'immagino che tra poco sarete amiconi.

— Io non gli piacerò, — disse la bambina. — So che non posso piacergli.

— O perchè non dovresti piacermi? — domandò il ragazzo avvicinandosi all'angolo dov'ella se ne stava nascosta con la faccia tra le palme, com'era suo costume quando qualche cosa l'angosciava. — Scommetto invece che mi piacerai moltissimo appena t'avrò veduta! —

Così dicendo si chinò, le scoperse la faccia prendendole le mani e tenendole strette tra le sue, le piantò gli occhi addosso, e salutando con uno scherzoso cenno del capo disse piacevolmente:

— Come va, cuginetta Gertrude, come va?

— Io non sono tua cugina, — ella rispose.

— Ma sì, sei.... — affermò egli. — Lo zio True è zio tuo e mio, sicchè siamo cugini.... non è chiaro? E desidero che facciamo conoscenza.... —

Gertrude non seppe resistere alla cordialità di Guglielmo. Si lasciò tirar fuori dal suo nascondiglio e condurre verso la parte meglio rischiarata della stanza. Ma quando fu presso al lume tentò di liberar le mani per coprirsi di nuovo il viso. Egli non glielo permise; e attraendo la sua attenzione sul pacchetto non ancora aperto, eccitando la sua curiosità circa l'oggetto che poteva contenere, riuscì a distrarre il suo pensiero da lei stessa, di guisa ch'ella non tardò a rinfrancarsi.

— Lo zio True dice ch'è per te.... Io non ho idea di ciò che possa essere.... e tu? Tasta, gli è qualche cosa molto duro.... —

Gertrude tastò, e guardò il lampionaio maravigliata e curiosa.

— Guglielmo, aprilo, — disse questi.

Guglielmo cavò di tasca un coltellino, tagliò lo spago, tolse il foglio di carta, e scoperse una di quelle figurine di gesso, tanto comuni, rappresentanti il piccolo Samuele in orazione.

— Oh, che bellezza! — esclamò Gertrude brillando di gioia.

— O come non ho indovinato? — disse il ragazzo. — Avrei pur dovuto riconoscerlo al tasto!

— Ah, tu l'avevi già veduto? — domandò ella.

— Non questo medesimo, ma tanti altri simili.

— Davvero? Io non ne vidi mai. Non c'è al mondo, credo, una più bella cosa. Zio True, dite, è proprio per me? Dove l'avete trovato?

— L'ho avuto grazie a un caso singolare. Minuti prima d'incontrarti, Guglielmo, ero fermo all'angolo della strada per accendere il mio lampione, quand'ecco vedo venire uno di quei ragazzi forestieri che vendono le figurine. Ne aveva dimolte come questa, e anche qualcuna nera, tutte messe in bella mostra sopra una tavola, e camminava con quella roba in capo. Mentre io lo guardavo pensando come mai facesse a reggerle ritte, gli succede d'urtar la tavola nella colonna del lampione, e, patatrac, le figurine precipitano di sotto. Fortunatamente per lui c'era accosto al marciapiede un bel monte di neve morbida, dove sono andate a cascare, la maggior parte senza danno. Solo alcune scappate sui mattoni si sono ridotte in briciole. Mi faceva compassione, poveretto; era tardi, e sicuro doveva averne vendute pochine se gliene restavano tante sulle braccia....

— Sulla testa, volete dire, — osservò Guglielmo.

— Bene, sulla testa, o sulla neve, o dove più vi garba, signorino, — fece il lampionaio.

— Ed io so che cosa avete fatto voi, zio True, come se fossi stato presente. Avete posato la scala e l'accenditoio, e vi siete messo all'opera aiutandolo a raccattarle.... Conosco il vostro costume. Spero che se mai aveste a trovarvi in qualche difficoltà voi stesso, qualcuno di coloro che aiutaste sarà pronto a contraccambiarvi.

— Quello lì, Guglielmo, non ha aspettato ch'io mi trovassi in qualche difficoltà: m'ha contraccambiato subito. Ha strisciato una riverenza, toccandosi il cappello, come se io fossi il primo signore del paese, e con un discorso nel suo gergo, del quale non capivo una saetta, ha insistito perchè accettassi una delle sue figurine. Io stavo per dirgli che non la volevo, ma poi ho pensato che forse piacerebbe alla mia piccola Gertrude....

— Oh sì, mi piace! — disse la bambina. — L'avrò più caro.... no, non più, ma quasi altrettanto caro che il mio gattino; non proprio altrettanto, perchè quello era vivo.... insomma, quasi. Non ha un'aria di ragazzino bravo, dite? —

True vedendo Gertrude tutta rapita dalla sua figurina, andò a preparare il tè lasciando che i due ragazzi s'intrattenessero tra loro.

— Devi aver cura di non romperla, — disse Guglielmo. — Avevamo una volta in bottega un Samuele proprio eguale a questo; io sbadatamente lo lasciai cadere sul banco e lo ruppi in mille pezzi.

— Come lo chiami?

— Un Samuele: sono tutti Samueli.

— E che è un Samuele?

— È il nome del fanciullo che la figura rappresenta.

— O chi sa perchè sta così sulle ginocchia? —

Guglielmo rise.

— Che? Tu non lo sai?

— No. Perchè?

— Prega.

— E ha per questo anche gli occhi vòlti in alto?

— S'intende: pregando volge gli occhi al cielo.

— Dove?

— Al cielo. —

Gertrude guardò il soffitto seguendo la direzione degli occhi di Samuele,, e poi di nuovo la figura. Pareva stupita e insodisfatta.

— Via, non credo che tu non sappia che cosa sia la preghiera, — disse Guglielmo.

— Io no. Spiegamelo.

— Tu dunque non preghi mai? Non preghi Dio?

— No. Che cos'è Dio? Dov'è Dio? —

L'ignoranza della bambina scandalizzò Guglielmo profondamente. Egli rispose con reverenza:

— Dio è in cielo, Gertrude.

— Ma io non so che luogo sia, cotesto.... Non so nulla delle cose che tu dici.

— Infatti, mi pare.... Io credo che Dio sia lassù di là dal cielo che noi vediamo, ma il mio maestro della scuola domenicale dice che «Dio è dappertutto dov'è la bontà».... o alcun che di simile....

— Le stelle sono in cielo anch'esse, dunque?

— Così sembra. Sono nel firmamento oltre il quale io mi figuro che sia il paradiso, il cielo vero.

— Mi piacerebbe andarci, in paradiso.

— Forse, se tu sarai buona, un giorno ci andrai.

— E quelli che non sono buoni non ci possono andare?

— No.

— Sicchè io non ci vo di certo, — disse Gertrude, accorata.

— Perchè mai? Non sei buona tu?

— Oh no! Sono molto cattiva.

— Che strana creatura! — esclamò Guglielmo. — O per qual ragione t'immagini d'essere tanto cattiva?

— Per la ragione che una cattiva come me non c'è mai stata, — ella rispose con accento d'amara tristezza. — Io sono la peggiore bambina del mondo, lo so.

— Ma chi lo dice?

— Tutti. Annetta Grant me lo ripeteva sempre e giurava che tutti lo dicono. E poi lo so io stessa.

— Annetta Grant è quella vecchia perversa con la quale tu vivevi?

— Sì. Come sai ch'è perversa?

— La mamma mi ha raccontato tutto. Ebbene, dimmi un po', non ti mandava a scuola, non t'insegnava almeno qualche cosa? —

Gertrude scrollò il capo.

— Ah, quanto ti rimane da imparare! Che facevi quando stavi con lei?

— Niente.

— Non facevi niente, e non imparavi niente? Misericordia!

— Ma adesso una cosa l'ho imparata: so arrostire il pane. Me l'ha insegnato la tua mamma. Ne ho arrostito una fetta, sul suo fuoco.... —

Così dicendo si rammentò a un tratto che trascurava di arrostire quello per il tè. Subito mosse verso la stufa, ma era troppo tardi; i crostini erano bell'e pronti, e Trueman aveva già messo in tavola.

— Oh zio True! — ella fece. — Volevo prepararlo io, il tè, sapete....

— Lo so, lo so; — diss'egli — ma non importa, lo preparerai domani. —

Gli occhi della bambina s'empirono di lacrime. Pareva molto mortificata, ma non disse nulla. Sedettero a cena. Guglielmo collocò il Samuele nel centro della tavola, come ornamento, e raccontò tante lepide storielle, disse tante piacevoli facezie, che Gertrude finì col ridere di cuore e dimenticò di non aver arrostito lei il pane, dimenticò la sua tristezza, la sua ritrosia, e perfino la sua disgrazia d'esser brutta e cattiva. Per la prima volta fu una bimba allegra. Dopo il tè sedette accanto a Guglielmo nel gran seggiolone, e alla sua maniera tutta speciale, con molte espressioni e osservazioni bizzarre, prese a descrivere la sua vita in casa d'Annetta Grant, e concluse narrando in termini commoventi la tragica morte del gattino.

I due ragazzi sembravano bene incamminati a diventare amiconi secondo il desiderio dello zio True. Questi sedeva di faccia a loro, dall'altro lato della stufa, con la pipa tra le labbra e i gomiti sulle ginocchia, guardandoli amorosamente, bevendosi le loro parole. La sua presenza non li metteva punto in soggezione. Il buon uomo così semplice e tenero di cuore, così facile a contentarsi, a divertirsi, e lento a biasimare, a disapprovare, non era certo fatto per reprimere la gaiezza e la libertà dei giovanetti baldi, dei fanciulli spensierati. Egli rideva quando Gertrude e Guglielmo ridevano; pipava a gran boccate, con aria di tranquilla sodisfazione, quando parlavano posatamente; smetteva di fumare e deponeva la pipa in grembo per asciugarsi di nascosto una lacrima quando la bambina narrava le sue dure sofferenze. Aveva pianto nell'udire la prima volta quella storia, e per quanto spesso la riudisse, non era mai senza piangere.

Gertrude, finito ch'ebbe il suo doloroso racconto, interrotto da Guglielmo con frequenti esclamazioni di pietà e di sdegno, stette un poco in silenzio; poi, avendo il ricordo dei torti patiti eccitato la sua natura indomita e impulsiva, proruppe nelle più acerbe invettive contro Annetta Grant, parlando adesso in un tono tutt'altro che patetico, servendosi di parecchi termini rozzi e triviali usati dalla gente priva d'educazione fra cui era vissuta. Il linguaggio della piccina palesava un odio implacato e perfino una speranza di futura vendetta. True pareva urtato e turbato nel sentirla parlare così irosamente. Mai da che l'aveva presa seco non gli era accaduto d'assistere a un simile sfogo del suo temperamento; e però, nella propria tenerezza per lei, s'era creduto sicuro ch'ella sarebbe sempre docile e gentile come durante la sua malattia e le poche settimane seguenti. Placido, affettuoso, indulgente com'egli era, non poteva immaginarsi che una creatura umana, specie a quell'età, fosse capace d'alimentare sentimenti d'ira e di rancore. Gertrude aveva mostrato tanta dolcezza, tanta pazienza da quando stava con lui, era stata sempre tanto sottomessa a' suoi voleri, ansiosa anzi di prevenirli, che mai il timore d'incontrare qualche difficoltà nel governo della bambina non aveva attraversato il suo spirito. Ma osservando quegli occhi fiammeggianti, notando il piccolo pugno chiuso nell'atto ch'ella minacciava da lontano la vecchia Grant del suo inestinguibile furore, egli vagamente presentì che sarebbe stata un'ardua impresa disciplinare la sua figliuola adottiva, e un senso quasi di sgomento l'assalse all'idea d'aver forse assunto un obbligo al quale non era in grado di sodisfare. Ella d'un tratto cessava d'essere per lui il cucco, il trastullo in cui s'era compiaciuto fino allora. Vedeva in lei qualche cosa che necessitava un freno, ed egli si sentiva inetto ad applicarlo.

Nulla di più naturale: True era veramente inetto a tener fronte a un carattere come quello di Gertrude. Certo, il grande affetto ch'ella gli portava gli conferiva un potente influsso su lei. La sua docilità, la sua pazienza durante la malattia, l'ardore della sua gratitudine per le cure amorevoli da lui prodigatele, l'ansioso desiderio di contraccambiarlo in qualche modo, derivavano unicamente da quell'amore per il suo primo amico: amore profondo che, sempre saldo, sempre più forte, doveva con gli anni divenire una nobile sorgente d'attività, un prezioso incentivo di virtù. Illuminato e invigorito da una luce superiore venuta a tempo a santificarlo, esso le diede, mentre non era ancora che una tenera giovanetta, il coraggio, la fortezza d'animo, l'abnegazione d'una vera donna; e confortò gli ultimi anni del vecchio, circonfuse di serena letizia il suo letto di morte.

Ma per il presente non bastava. La riconoscenza aveva addolcito il cuore di Gertrude per i suoi benefattori; nondimeno gli effetti d'otto anni di mal governo, di cattivi trattamenti, di mancanza d'ogni giudiziosa disciplina, non potevano esser distrutti tanto presto. Era impossibile domare di colpo quella natura selvaggia, nè sviluppare le sue facoltà migliori se non educandole.

La pianta che crescendo in un terreno sterile, priva di sole e di buon nutrimento, vien su torta, stenta, infeconda, non può riaversi a un tratto da sì crudele strapazzo. Trapiantata in un suolo diverso, bisogna raddrizzarla e nutrirla con cura, bisogna ravvivarla alla calda luce del cielo innanzi che ripari i danni della negligenza di cui sofferse nella prima età, e giunga ad espandere i suoi fiori, a maturare i suoi frutti.

Così con la piccola Gertrude: era necessario dare una nuova direzione alle sue idee, un nuovo alimento alla sua mente, una nuova luce alla sua anima, perchè i più alti fini per cui ell'era creata fossero conseguiti.

True lo sentiva, in confuso, e n'era turbato. Non cercò tuttavia di reprimere l'irruenza della bambina. Non sapeva che fare, e però non fece nulla.

Guglielmo tentò, due o tre volte, d'arrestare quella fiumana di parole oltraggiose, ma visto ch'ella non gli dava retta, finì col lasciarla dire. Egli non poteva rattenersi dal sorridere del suo puerile furore, nè dal parteciparvi in una certa misura: quasi quasi avrebbe voluto trovarsi un momento di fronte ad Annetta Grant per manifestarle la propria opinione sul suo carattere con quattro solenni pugni. Ma egli era un ragazzo bene educato da una madre d'animo mite e gentile, e l'escandescenza di Gertrude cominciava a fargli comprendere perchè tutti la credessero tanto cattiva.

Dopo aver durato un pezzo a vuotare il sacco, ella si chetò da sè, quantunque le rimanesse sul volto un'espressione spiacevole: espressione consueta un tempo e che purtroppo la collera faceva ricomparire. Svanì presto, però, e quando, più tardi nella serata, apparve sull'uscio la signora Sullivan, ella le mosse incontro tutta lieta e ridente e ascoltò col più vivo compiacimento i caldi ringraziamenti di True per la prodigiosa trasformazione della sua casa. E nel dare la buona notte a Guglielmo quand'egli se n'andò con la sua mamma, lo pregò di ritornare a farle così gradevole compagnia. I suoi occhioni brillavano mentre ritta sulla soglia con la mano nella mano del lampionaio salutava i visitatori.

— Curiosa quella bimba! — disse Guglielmo alla madre appena si furono allontanati abbastanza da non essere uditi. — Ma a me piace. —

VII.

La preghiera è sospir che allevia il cuore,

È lacrima cadente

Dagli occhi vòlti al ciel quando il Signore

Solo è presente.

Montgomery.

Sarebbe stato difficile trovare due fanciulli appartenenti entrambi alla classe povera le cui condizioni nella vita presentassero un maggior contrasto che, fino allora, quelle di Gertrude e di Guglielmo. Alla negletta orfanella erano mancate le cure e più ancora l'affetto di cui l'altro aveva sempre goduto. Il marito della signora Sullivan, un intelligente pastore di villaggio, venuto a morire mentre il loro figlioletto era ancora in tenerissima età, non aveva lasciato sostanze che bastassero al mantenimento della piccola famiglia: perciò la vedova era ritornata alla casa paterna col bambino. Il vecchio Cooper dal canto suo aveva bisogno della figliuola, perchè, da quando ell'era andata sposa, la morte aveva fatto strage sotto il suo tetto ed egli era restato solo.

Da quel momento i tre vivevano insieme, in un'umile agiatezza assicurata dal lavoro e dalla frugalità anche ai poveri.

Guglielmo era l'orgoglio della madre, la sua speranza, il suo costante pensiero. Ella non risparmiava a sè stessa nè fatiche nè pene per procurargli il benessere fisico e la felicità morale, per fare che egli progredisse nel sapere e nella virtù.

E come non doveva ella essere superba di quel ragazzo che con la bellezza non comune, i modi attraenti, le precoci manifestazioni d'una nobile e virile natura si faceva amare perfino dagli estranei? Egli era stato un bel bambino; ma ora che toccava i tredici anni, ciò che colpiva nel suo aspetto non era già l'ordinaria bellezza degli adolescenti consistente solo in una chioma ricciuta, occhi vivaci, gote rosate; era qualche cosa d'assai più notevole: l'ampiezza della fronte che denotava un'aperta intelligenza, la calma e la serenità dei larghi occhi grigi, l'espressione risoluta eppur tanto dolce della bocca, lo sviluppo della ben formata persona, il vigore del colorito indizio d'una perfetta salute che prometteva forza e gagliardia nell'uomo futuro. Nessuno poteva passare mezz'ora in compagnia di Guglielmo senza esser tratto ad amarlo e ammirarlo. Era per indole cordialissimo e affettuoso, e la tenerezza materna, la benignità del mondo per lui tutto sorriso, favorivano questa sua naturale inclinazione; aveva una somma esuberanza di spiriti vitali, ma la temperava il deferente rispetto verso i maggiori d'età e i superiori; partecipava con sincera simpatia alle gioie e ai dolori altrui; insomma era una di quelle creature geniali che si cattivano tutti i cuori senza saper come. Amava lo studio, e fino ai dodici anni aveva regolarmente frequentato la scuola. Nelle nostre grandi città i figli dei poveri godono in materia d'istruzione quasi tutti i vantaggi che può dare la ricchezza. E poichè il fanciullo era capacissimo e la madre costantemente lo esortava a trarre il maggior profitto possibile dalle opportunità offertegli, i suoi progressi furono straordinari.

Dodicenne appena, gli si presentò la buona occasione d'entrare al servizio d'un farmacista nella cui bottega c'era molto spaccio e occorreva un ragazzo per aiuto. Il signor Bray gli assegnava un salario piuttosto modico, ma lasciava sperare un aumento; in ogni caso la sua proposta non era disprezzabile date le condizioni di Guglielmo. Quantunque fosse attaccato a' suoi libri, egli desiderava ardentemente d'impiegarsi al fine di contribuire a sostenere il peso della famiglia. E pertanto, ottenuto il consenso della madre e del nonno, accettò.

I giorni di lavoro dormiva nella farmacia, e non aveva quasi mai agio di fare una scappatina a casa dove la sua assenza era dolorosamente sentita. Soltanto il sabato sera ci veniva per trattenersi a passare co' suoi la domenica. Quella era la serata di festa della signora Sullivan, e il giorno del Signore le pareva doppiamente benedetto.

Quando, il sabato che fece la conoscenza di Gertrude, Guglielmo ritornò nella camera di sua madre, sedette a discorrere con lei e col signor Cooper. La conversazione si prolungò per un'ora buona. Egli riferiva gli avvenimenti della settimana, raccontava molti piccoli aneddoti; aveva sempre da dire tante cose intorno alla farmacia, agli avventori, al farmacista suo padrone, alla famiglia di lui, con la quale prendeva i suoi pasti. Per la signora Sullivan tutto ciò che interessava Guglielmo era attraente, ed un osservatore avrebbe notato che anche il vecchio nonno si divertiva a udire il ragazzo più che non volesse lasciar scorgere. Infatti, benchè se ne stesse lì zitto, con gli occhi a terra, come se non ascoltasse, gli accadeva poi d'alludere al soggetto di questo o quel discorso, in modo da provare che lo aveva seguìto attentamente. Di rado rivolgeva al nipotino qualche domanda: ma invero non ce n'era bisogno, perchè la mamma lo interrogava per due. Più di rado ancora faceva commenti; usciva però talvolta in espressioni sdegnose e sprezzanti sia contro singole persone sia contro il mondo in generale, manifestanti quella disistima della natura umana, quella mancanza di fiducia nell'onestà e nella virtù degli uomini, ch'erano un tratto rilevante del suo carattere.

Guglielmo, lì per lì, ne rimaneva un po' avvilito: egli amava tutti, aveva fede in tutti, e le parole del vecchio, il tono con cui le proferiva, erano come un gelido soffio sull'ardore della sua anima giovanile; ma con l'elasticità e il cuor gaio di quell'età felice, si riaveva subito, ritornava qual'era per sua natura.

Egli non temeva il nonno, il quale non aveva mai usato severità con lui, essendosi astenuto da ogni ingerenza nell'educazione che gli dava la madre, ma a volte si sentiva agghiacciare, senza comprenderne il perchè, dal disaccordo tra la propria calda cordialità e la sua misantropia.

Quella sera, venuti a ragionare di Trueman Flint e della sua figlioletta adottiva, Cooper s'era mostrato più amaramente satirico che mai, e, prendendo il suo lume per andare a coricarsi, aveva concluso che, secondo lui, Gertrude non poteva essere per il buon uomo se non una cagione d'impicci e dispiaceri, e ch'era stata una vera pazzia non mandarla addirittura all'ospizio.

Uscito il vecchio, madre e figlio rimasero un poco in silenzio. Poi Guglielmo domandò:

— Mamma, perchè il nonno odia così la gente?

— Ma no, caro, non odia nessuno.

— Non intendevo dir proprio odiare in senso assoluto; questo non lo penso neppure io. Ma infine parla come se non ci fosse persona al mondo di cui abbia stima. O non vi pare?

— Sì.... almeno non ne dimostra. Ma di te, ne ha moltissima, e farebbe qualunque sacrifizio per risparmiarmi un dolore, e ha molta amicizia per il signor Flint, e....

— Sicuro, sicuro.... lo so. Tuttavia non crede che il cuore umano sia capace di gran bontà, e gli sembra impossibile che qualcuno si volga al bene....

— Capisco, ti fa specie quello che ha detto circa la piccola Gertrude.

— Oh, non è la sola di cui voglio parlare! Quello che ha detto di lei m'ha dato occasione d'entrarvi su questa cosa; ma io l'avevo già notata parecchie volte, segnatamente da che non sono più a casa che un giorno della settimana. Per esempio, voi sapete che uomo sia il signor Bray, e in qual considerazione io lo tenga; ebbene, mentre raccontavo dianzi quanto buono e benefico è stato verso la povera signora Morris che ha la figliuola malata, il nonno aveva l'aria di non crederlo, o di non farne alcun conto.

— Ti dirò, Guglielmo, non devi troppo maravigliarti ch'egli sia così: ha sofferto tanti disinganni! Riponeva, come sai, molte speranze nello zio Riccardo, e invece ebbe per cagion sua affanni e guai senza fine; poi, ci fu il marito della zia Sara.... Ah, sembrava un uomo tanto ammodo quando Sarina lo sposò, e finì col truffare il babbo terribilmente, sicchè fu costretto a ipotecare la sua casa di Via Alta, e da ultimo a cederla!... Basta, lo sciagurato è morto, e non voglio inveire contro di lui; ma egli deluse la nostra aspettazione, e Sarina, credo, ne morì di crepacuore. Fu una prova oltremodo dolorosa per il povero babbo, perchè ell'era la minore, e la sua prediletta. E subito dopo, la mamma fu colpita dalla malattia a cui soccombette, secondo lui non senza colpa d'un ciarlatano di medico il quale le prescrisse una cura più dannosa che altro. Una tal somma di disgrazie spiega com'egli veda tutto nero adesso nella vita.... Ma tu non devi badarci, Guglielmo, devi pensare piuttosto a mantenere le buone promesse che dài di te, e vedrai ch'egli ne sarà consolato e superbo. Nulla gli fa tanto piacere quanto il sentirti lodare, e aspetta grandi cose dal suo nipote! —

Qui la conversazione ebbe termine; ma non senza che il ragazzo aggiungesse un nuovo proponimento ai molti già fatti: quello di provare al nonno, se Dio gli conservava la salute e il vigore, che le speranze non sono sempre ingannevoli nè i timori sempre fondati.

Beato il giovanetto che ha ognora dinanzi a sè l'alta mèta d'un sentimento nobile e generoso! Quale stimolo all'attività, alla perseveranza, all'abnegazione! Quale impulso a sforzi di più in più strenui! Timori che spegnerebbero ogni ardore, scoraggiamenti che farebbero perdere ogni baldanza, fatiche che opprimerebbero, ostacoli di fronte a cui cadrebbe l'animo, opposizioni che stremerebbero le forze, tentazioni che sarebbero irresistibili, tutto tutto è superato, abbattuto, domato da colui che con un fine sincero e degno combatte per la vittoria!

Perciò gli uomini venuti al mondo in mezzo agli onori e alle ricchezze, allevati nel lusso, di rado compiono grandi cose. Non sono nati per la fatica, e senza fatica nulla che abbia un reale valore può essere ottenuto. Oh, perchè non si propongono essi, come movente supremo delle loro azioni, come unica mèta della loro vita, di trionfare d'una condizione così svantaggiosa, d'acquistare dottrina, saviezza, virtù, nonostante quelle ricchezze perniciose, quei vani onori, quel lusso snervante che agli occhi chiaroveggenti dei savi e degli angeli sono la più mortale delle insidie? Guglielmo aveva un incitamento al bene fin dai suoi teneri anni. Il suo nonno era di grave età, la sua mamma di debole complessione. Egli doveva divenire il sostegno della loro vecchiaia, doveva lavorare per mettersi in grado di provvedere al loro sostentamento e al loro benessere; doveva fare ancor più: essi speravano da lui cose egregie, e bisognava che le loro speranze non fossero deluse. Non dimenticava però il presente, mentre s'armava per il futuro conflitto col mondo. Si mise a tavolino e imparò le sue lezioni per la scuola domenicale. Poi, secondo il costume, lesse ad alta voce qualche passo della Bibbia. Infine la signora Sullivan, ponendo la mano sul capo del suo figliuolo, offerse per lui al Signore una semplice e fervida preghiera: una di quelle preghiere materne che il fanciullo ascolta con reverenza ed amore, e l'uomo maturo ricorda; preghiere che ci tengono lontani dalle tentazioni e ci liberano dal male.

Quella sera la piccola Gertrude, quando, partito Guglielmo, restò sola con True, sedette su un panchettino basso, accanto a lui, e rimase un pezzo senza parlare, fissando tutta intenta la bianca figurina di gesso che si teneva in grembo. Ma certo, la sua mente infantile lavorava, perchè l'espressione del pensiero le appariva manifesta nel viso. True, il quale di rado era il primo a rompere il silenzio, vedendola così insolitamente cheta, le alzò il mento e la guardò con aria interrogativa.

— Ebbene, — disse poi — non ti pare che Guglielmo Sullivan sia un gran bravo ragazzo?

— Sì, — rispose Gertrude, ma come se, assorta in un'altra idea, non sapesse bene che diceva.

— Ti piace, dunque? — domandò egli.

— Moltissimo, — fece lei, sempre distratta.

Egli aspettava ch'ella cominciasse a discorrere della sua nuova conoscenza; ma per un minuto o due la bambina seguitò a tacere, poi, alzando gli occhi, uscì a dire:

— Zio True?

— Che vuoi, cara?

— Perchè prega Dio, Samuele? —

True inarcò le ciglia.

— Samuele?... Prega?... In verità, non so di che tu voglia parlare....

— Ecco, — riprese Gertrude sollevando la figurina — Guglielmo dice che questo ragazzino si chiama Samuele, e che sta in ginocchio, e tiene le mani giunte, così, e guarda in alto, perchè prega Dio che abita lassù, in cielo. Io non capisco che cosa sia quel cielo che intende lui.... E voi? —

Il buon uomo presa la statuina la osservò attentamente, si dimenò sulla seggiola, si grattò il capo: alfine disse:

— Eh sì, credo ch'egli abbia ragione.... Questo bambino prega, non c'è dubbio; io non ci avevo badato. Ma non so proprio perchè lo chiami un Samuele. Glielo domanderemo uno di questi giorni.

— Bene. E perchè Samuele preghi Dio, lo sapete?

— Lo prega perchè lo faccia buono. Le persone che pregano Dio diventano buone.

— Può Dio far buona la gente?

— Sicuro. Dio è grande. Egli può tutto.

— E come arriva a udire chi prega?

— Dio ode e vede ogni cosa, nel mondo.

— E vive su in cielo? Dove sono le stelle?

— Sì, nell'alto del cielo. —

Gertrude fece molte altre domande: domande strane alle quali il povero True non sapeva rispondere, domande ch'egli si maravigliava di non aver mai rivolte a nessuno. Egli aveva un cuore umile e amoroso ed una fede infantile; se non era fornito che d'una scarsa istruzione religiosa, si sforzava però di mettere a buon profitto i lumi che possedeva. E forse nella sua pratica fedele delle virtù cristiane, specie nell'obbedienza alla gran legge della carità, egli s'avvicinava allo spirito del Divino Maestro, più di molti che grazie a lunghi studi e quotidiane letture si sono resi familiari con le sacre dottrine. Ma non aveva mai scrutato le sorgenti profonde di quelle credenze sulle quali non cadeva dubbio nell'animo suo, e non si trovava affatto preparato a risolvere le questioni che la piccola Gertrude gli andava proponendo in quel subito svegliarsi della sua mente acuta e indagatrice. Le rispondeva tuttavia come poteva meglio, e quando non ci arrivava, non esitava punto a rimandarla a Guglielmo, che, diceva egli, frequentando la scuola domenicale doveva sapere un visibilio di cose in tale materia. Tutto ciò ch'ella giunse a ricavarne si ridusse alla cognizione di questi tre fatti: Dio è in cielo, il suo potere è grande, la preghiera rende gli uomini migliori.

Il suo cervellino in effervescenza era così pieno delle nuove idee, che, venuta l'ora di coricarsi, neppure il piacere d'andar a dormire per la prima volta nella sua cameretta potè distrarnela. E quando fu nel suo lettino, e True ebbe portato via il lume, non s'addormentò. Aveva giusto di faccia la finestra, come nella soffitta d'Annetta Grant; però una finestra molto più grande, che offriva a' suoi occhi una più ampia veduta. Il cielo era tutto sfavillante di stelle, e quello spettacolo ravvivò in lei la maraviglia e la curiosità che un'altra volta le aveva destato. «Chi accendeva quei lumi così fulgidi e così lontani?» Ma adesso, contemplandoli, un subito pensiero le attraversò la mente come un baleno di luce:

— Li accende Dio! Oh, Egli dev'esser pur grande e potente! Ma anche un bambino può pregarlo! —

Balzò dal letto, andò davanti alla finestra, e s'inginocchiò giungendo le mani e alzando lo sguardo al cielo, nell'atteggiamento stesso del piccolo Samuele. Le sue labbra non proferivano parole, ma gli occhi le splendevano irrorati dalla rugiada di due lacrime. Non era forse ciascuna lacrima una preghiera? Ella non chiedeva alcuna grazia, ma ardeva tutta del desiderio di Dio e della virtù. Non era forse quel desiderio una preghiera? Il suo piccolo cuore levato in alto palpitava con veemenza. Non era forse ogni palpito una preghiera? E Dio, senza il cui volere non cade foglia dal ramo, non udiva, non gradiva forse, quel primo omaggio d'una povera creaturina ignorante, non scendeva forse su quel capo innocente la Sua benedizione?

Molte grazie chiese a Dio Gertrude negli anni che seguirono; spesso ella ricorse a Lui per aiuto; in più di un'ora d'amaro dolore attinse conforto alla medesima inesauribile sorgente: quando la forza le falliva quando il cuore le mancava, Egli diveniva la forza del suo cuore. Ma ella non s'appressò mai al Suo trono con un'offerta più pura, con un sacrifizio più degno, che la notte in cui nella prima sua profonda penitenza, nel primo suo atto di ferma fede, nel primo ardore della sua speranza, s'inginocchiò con le mani giunte e gli occhi al cielo, come il piccolo Samuele, e il suo cuore espresse, benchè le sue labbra non le proferissero, le parole del profeta fanciullo: «Eccomi, o Signore!»

VIII.

Dolce nel primo gusto è la vendetta

Ma in breve amara torna....

Milton.

Il giorno seguente era una domenica. True aveva per costume di trattenersi buona parte della domenica in chiesa con la famiglia del sagrestano; ma Gertrude non avendo cappello non poteva andarci, ed egli non volle lasciarla sola. Ella dunque s'appuntò in capo il suo vecchio scialletto, e passarono la mattinata insieme passeggiando lungo le banchine e guardando i bastimenti. Nel pomeriggio True dormì accanto alla stufa, e la bambina si trastullò con la gatta. Guglielmo venne la sera, però soltanto per accomiatarsi prima di ritornare dal signor Bray. Aveva gran fretta, non poteva nemmeno sedere un momentino: in casa del suo principale si faceva vita assai morigerata, e la porta era chiusa di buon'ora, specie le domeniche. Il vecchio Cooper fece la consueta sua visita. Quand'egli se n'andò, il lampionaio trovò Gertrude immersa in un sonno beato, e pensando ch'era peccato destarla, la mise a letto così come stava.

Ed ella non si destò, infatti, fino al mattino. Grande fu allora la sua maraviglia vedendosi bell'e vestita. Esilarata da questo caso bizzarro saltò su e corse a domandare a Trueman come fosse successo. Egli stava accendendo il fuoco, e Gertrude, avute sodisfacenti risposte alle sue numerose interrogazioni, s'applicò ad aiutarlo del suo meglio preparando la colazione e assettando la stanza. Ella seguiva appuntino gl'insegnamenti della signora Sullivan, rammentandoli tutti, e dimostrava notevole capacità in ogni cosa che intraprendeva. Nel corso di poche settimane, a forza di perseveranza era giunta a rendersi utile in mille maniere. Prometteva davvero di far onore alla profezia della sua maestra, diventando un'ottima piccola massaia. Certo i suoi servizi erano lievi; ma quei piedini agili e pronti risparmiavano molti passi al vecchio True, e segnatamente ella prestava un aiuto essenziale nella pulizia delle camere, sua particolare ambizione. Adesso che la polvere e i ragnateli non c'erano più, la signora Sullivan s'aspettava da lei che non s'accumulassero daccapo. Ella lo sentiva. E bisognava vederla quando, la mattina, mentre il lampionaio era fuori a nettare e riempire i suoi lampioni, accudiva alle faccende munita d'una vecchia granata il cui manico era stato accorciato a fine d'agevolargliene l'uso! Con che zelo, con che diligenza l'adoprava! Spesso la buona vicina dava una capata nel quartierino per lodarla ed assisterla. Nulla rendeva più felice la piccola Gertrude che l'imparare qualche cosa di nuovo. Beninteso, dovette anche lei pagare il noviziato. Vi furono due o tre casi di completa carbonizzazione dei crostini; e, peggio ancora, ell'ebbe a versare copiose lacrime sui frantumi di una tazza da tè dipinta, sgusciatale di mano. Ma lo zio True non la rimproverava mai; sicchè ella scordava presto queste disgrazie che d'altronde l'esperienza le insegnava ad evitare.

Caterina Mc Carty, la quale l'aveva in concetto della più svegliata e destra bambina del mondo, veniva di tanto in tanto a lavare i pavimenti e far altri lavori troppo gravi o difficili per lei.

Animata dal desiderio di rispondere all'aspettazione della signora Sullivan, e soprattutto di essere utile al suo benefattore, di manifestare nel miglior modo il grande affetto che gli portava, Gertrude era di solito buona, paziente, compiacente, quanto solerte. Invero l'indulgenza di True verso la piccina era tale, che di rado egli le imponeva la sua volontà. Ella rimaneva dunque libera di seguire il proprio talento; ma per indisciplinata che fosse, obbediva volentieri ad uno che mai la contrariava, e però non le accadeva di mostrare dinanzi a lui la violenza della sua natura che una volta eccitata non conosceva più freno. Tuttavia, se nella vita tranquilla di cui godeva adesso tra le pareti domestiche, mancava ogni causa d'irritazione, si diedero talora occasioni nelle quali fu palese che covava sempre il fuoco sotto la cenere.

Una domenica Gertrude, che ora possedeva un bel cappuccetto comperatole dallo zio True, aveva assistito con questi al servizio divino della sera, e ritornavano a casa accompagnati dal signor Cooper e da Guglielmo. I due vecchi erano ingolfati in una delle loro consuete discussioni, e i fanciulli, rimasti un po' indietro, discorrevano vivamente della chiesa, del ministro, dell'uditorio, della musica, che per la bambina erano tutte cose nuove ed avevano destato in lei gran maraviglia.

Cominciava a farsi buio nelle strade. Guglielmo l'osservò, e chinando lo sguardo verso la sua piccola compagna che teneva per mano, soggiunse:

— Di', Gertrude, vai qualche volta con lo zio True a vederlo accendere i lampioni?

— Non ci sono andata mai, dopo la notte che mi portò a casa sua, — ella rispose. — Io ne avevo una voglia matta, ma era sempre tanto freddo che lui non me lo permise: diceva che mi sarei buscata di nuovo la febbre.

— Oggi non è punto freddo; sarà una bellissima notte: se lo zio True è contento, si va tutt'e due con lui. Io ci andai più volte.... Ci si diverte un mondo a guardare dentro dalle finestre nei salotti dove i signori stanno a prendere il tè o a conversare in circolo, davanti al fuoco....

— E io godo di veder accendere quei grandi lumi che fanno tutt'intorno una luce così bella, così allegra! Spero che dirà di sì.... Lo pregheremo.... Vieni, — proseguì tirandosi dietro Guglielmo — raggiungiamolo, diciamoglielo subito....

— No, aspetta, ora sta ragionando col nonno.... Glielo diremo poi, quando saremo a casa. Già poco ci manca. —

A stento però il ragazzo poteva contenere l'impazienza di Gertrude. Non appena furono giunti al cancello della corte ella si strappò da lui, si precipitò verso Trueman, fece la sua richiesta che fu benevolmente accolta. E i tre partirono per il loro giro.

Da principio l'attenzione della piccina si concentrò tutta nelle fiammelle che via via s'accendevano. Non aveva occhi per altro. Ma svoltato il canto della strada si trovò di faccia alla vetrina d'una grande farmacia che la fece rimanere incantata. I vivi colori dei liquidi brillanti nei vasi di cristallo che per la prima volta vedeva di sera, così illuminati, cattivarono la sua fantasia. Ed avendole Guglielmo detto che la bottega del suo principale era simile a quella, pensò che doveva essere una delizia passar la vita in un luogo tanto bello. Si maravigliò poi che fosse aperta la domenica mentre tutti gli altri negozi erano chiusi. Egli si fermò per spiegargliene la ragione e appagare la sua curiosità su varie coserelle; sicchè quando si mossero s'avvide che True li precedeva d'un buon tratto. Sollecitò allora Gertrude dicendole che si trovavano adesso nella più signorile delle vie per cui dovevano passare, e che bisognava far presto se volevano vedere a loro agio la casa che più gli premeva di mostrarle. Infatti il lampionaio nel momento che lo raggiunsero già appoggiava le sua scala a un lampione di fronte a un'isola di bei fabbricati. Molte delle finestre avevano le tende chiuse, dimodochè i fanciulli non potevano guardar dentro; ma in alcune le tende non c'erano, o non erano ancora tirate. In un salotto si vedeva un bel fuoco di ceppi e davanti al caminetto signori e signore che conversavano: Gertrude non si sarebbe più staccata di là. In un altro era accesa una splendida lumiera, e sebbene non ci fosse nessuno, la sontuosità del mobilio, l'appariscenza di tutto l'insieme la rapirono. Ella battè le mani dall'allegrezza, e non s'indusse a seguire Guglielmo se non dopo ch'egli l'ebbe assicurata che un po' più oltre c'era una casa non meno stupenda, dove forse avrebbe anche veduto certi bellissimi bambini.

— O come sai che ci saranno? — domandò ella mentre s'incamminavano.

— Io non lo so positivamente, ma credo. C'erano sempre alla finestra quando andavo con lo zio True, l'inverno passato.

— Quanti?

— Tre, mi pare. Ricordo una bellezza di bimba coi ricci biondi e un visino dolce eppure furbetto. Sembrava una bambola di cera, ma molto molto più carina.

— Oh, spero che la vedremo! — esclamò Gertrude ballando sulle punte de' piedi, tanto era eccitata dal piacere.

— Eccoli! — disse Guglielmo. — Ci sono tutti e tre, come allora!

— Dove? dove?

— Là, dirimpetto, in quella grande casa di pietra. Su, attraversiamo la strada.... Ma c'è una mota!... Aspetta, ti porto. —

Prese la ragazzetta in collo e la portò fino al marciapiede opposto. True doveva ancora arrivare. I bambini aspettavano lui, alla finestra. Gertrude non era la sola che si divertisse a veder accendere i lampioni.

Oramai faceva notte, e le persone che si trovavano nelle stanze illuminate non potevano distinguere quelle ch'erano fuori; ma così Guglielmo e la sua compagna avevano maggior opportunità di guardare nell'interno della casa. Una bella casa davvero: senza dubbio v'abitava gente assai ricca. Il salotto era gaiamente rischiarato dalla viva luce d'un gran lume sospeso e dal riverbero del fulgido fuoco di carbone che ardeva nel caminetto. I sontuosi tappeti, le tende di stoffe smaglianti, i quadri in cornice dorata, i grandi specchi che riflettevano l'insieme da ogni lato, diedero a Gertrude la sua prima idea del lusso. E le comodità che si combinavano con quell'eleganza conferendole un'aria di piacevole intimità la rendevano ancor più affascinante per la povera creatura cresciuta nella miseria. Una tavola era squisitamente apparecchiata per il tè; la tovaglia damascata, candidissima, la lucida argenteria, e soprattutto la teiera di famiglia col suo placido ronzio, avevano un aspetto seducentissimo. Un signore in pantofole ricamate stava adagiato in un'ampia poltrona accanto al fuoco; una signora con una cuffietta riccamente guarnita invigilava la cameriera che finiva d'apparecchiare; i bambini, tutti sorridenti come sono i bambini felici, s'erano radunati davanti alla finestra e, ritti sopra un panchetto, guardavano in istrada.

Guglielmo li aveva descritti bene. Erano tre belle e graziose creature, specie una ragazzina, la maggiore, che toccava circa l'età di Gertrude. I capelli biondi scendenti in folti ricci lungo il collo d'una bianchezza nivea, gli occhi azzurri, le guance pienotte e rosee, i lineamenti gentili, la facevano somigliare a un cherubino. Gertrude non trovava modo d'esprimere la sua ardente ammirazione che con grida di gioia, e risa, e salti, o indicando a Guglielmo or questa cosa or quella, in confuso.

— Di', non è un amore di bimba?... Guarda che splendido fuoco!... E la signora com'è bella!... O le scarpe del signore, le hai vedute?... Che sarà quella roba sulla tavola? Qualche cosa di buono, sicuro.... C'è uno specchio sterminato.... Ah Guglielmo, che cari bambini! Vere bellezze!... —

E sempre cominciava e finiva con le lodi dei bambini. Guglielmo era sodisfatto. La sua piccola amica si divertiva quanto egli s'era ripromesso.

Ma True arrivava, e il lume della sua torcia scorreva lungo il marciapiede. Allora essi furono alla lor volta osservati e divennero il soggetto di un'animata conversazione. La ricciutella li vide e li additò agli altri due. Sebbene Gertrude non potesse indovinare che dicessero, l'idea d'essere sottoposta all'esame e ai commenti di qualcuno le dispiaceva forte. Lesta lesta si nascose dietro la colonna del lampione, e non volle più muoversi nè alzar gli occhi alla finestra, per quanto Guglielmo la canzonasse e le dicesse che ora toccava a lei d'essere guardata.

Quando il lampionaio ripigliò la sua scala e proseguì il cammino, ella si slanciò dietro a lui di corsa per isfuggire agli sguardi curiosi; ma tosto che il ragazzo la richiamò dicendole che i bambini s'erano ritirati, non seppe resistere alla tentazione di gettare ancora un'occhiata nel bel salotto e fece giusto a tempo per vederli prender posto alla tavola del tè. Un momento dopo la cameriera venne a tirar giù le tende, Gertrude prese la mano di Guglielmo e affrettarono il passo per raggiungere True.

— Non ti piacerebbe vivere in una casa come quella? — domandò egli.

— Oh sì! — rispose lei. — Non è una magnificenza?

— Io ne vorrei una così. E l'avrò un giorno o l'altro. —

Questa presunzione sbalordì Gertrude.

— L'avrai? E in che maniera?

— Lavorerò, diverrò ricco, e me la comprerò.

— Impossibile. Ci vuole un monte di quattrini.

— Lo so. Ma io ne guadagnerò dimolti. Il signore che abita in quel magnifico appartamento era un ragazzo povero quando arrivò a Boston: o perchè non ho da potere anch'io arricchire al pari di lui? E ne ho la ferma intenzione.

— Come avrà fatto a guadagnare tanto?

— Come abbia fatto lui non so. Ci sono parecchi modi. Certuni dicono che tutto dipende dalla fortuna.... ma secondo me la bravura non è meno necessaria.

— Sei bravo, tu? —

Egli rise.

— Non ti pare? Bene, se non verrà il giorno che mi vedrai ricco potrai dire di no.

— Io lo so che farei se fossi ricca.

— Che faresti?

— Prima di tutto comprerei una bella poltrona grande per lo zio True, con dentro cuscini e sopra splendidi fiori, come quella dove sedeva quel signore; e poi per me una gran lumiera, con tanti tanti lumi tutti in un mazzo, da far nella stanza una luce.... la luce più chiara che ci possa essere.

— Mi sembra che tu vada pazza per la luce, Gertrudina.

— Io sì! Odio le case vecchie, nere, buie.... A me piacciono le stelle, il sole, e i fuochi, e la torcia dello zio True....

— E a me gli occhi fulgenti. I tuoi appunto brillano come due stelle, stasera. Non ci divertiamo, di'?

— Oh, molto! —

Gertrude non faceva che saltare e ballare lungo il marciapiede, e Guglielmo partecipava al suo giubilo, tutto lieto e superbo d'aver a proteggere la strana e fiera bambina nel tempo stesso che le procurava un tale godimento. Cammin facendo seguitarono a intrattenersi sull'uso delle ricchezze che con balda speranza l'uno e l'altra contavano di possedere prima o poi: giacchè la fidente audacia del giovanetto s'era comunicata alla sua piccola compagna, e anch'ella si proponeva di lavorare e diventare facoltosa. Egli le descriveva gli agi ed il lusso di cui avrebbe circondato la sua mamma, il suo nonno, e perfino lo zio True e lei. Era quanto di più sontuoso egli avesse mai veduto o sognato. Tra altro, la mamma doveva portare una cuffietta guarnita come quella della signora che avevano veduta dalla finestra. Gertrude ruppe in una franca risata. Il buon gusto è innato, ed ella, che ne aveva, sentiva che la modesta vedovetta dall'aspetto placido e grave sarebbe stata ridicola con in capo un'acconciatura di fiori gai. Qualunque eleganza meno sobria della semplice lindezza non poteva che snaturare la signora Sullivan. Quanto a sè medesimo, il generoso figliuolo non ci pensava affatto. Nessuna sodisfazione di desiderî egoistici entrava ne' suoi disegni. Egli intendeva di lavorare per i suoi cari, e in loro e da loro aspettava la sua ricompensa.

Beati i fanciulli! Beati come essi soli possono essere! Che bisogno hanno della ricchezza? Che bisogno di qualsiasi bene più materiale e tangibile dei beni che posseggono? Questi valgono assai più dell'oro o della fama. Sono la candida fede, la speranza ingenua dell'infanzia. Con tutta la potenza immaginativa d'una fantasia non frenata da disinganni e delusioni, ogni fanciullo fabbrica gli stessi castelli in aria che milioni e milioni d'altri hanno fabbricato o fabbricheranno fino alla fine dei secoli. Veggono splendere in lontananza vaghe figure, e non sanno che sono fantasmi. Le veggono adergersi e rifulgere, e i loro occhi affascinati si fissano in quelle, sorvolando sugli spazi tenebrosi che si frappongono, senza scorgere i perigli dell'aspra via, senza sospetto dei precipizi e delle insidie in cui molti dovranno cadere. Fiduciosi di guadagnare la gloriosa mèta, imprendono l'arduo cammino esultando. Sia benedetta l'illusione infantile, se pure è illusione! Non togliete d'inganno quei credenti, o uomini savi! Non soffocate quella buona speranza che è un dono di Dio, e che forse nel suo aereo volo li porterà a salvamento sopra qualche passo scabroso, qualche abisso della vita. Ahimè, già dura poco, e una volta spenta, la via si fa più dura!

Certo la gioia che faceva brillare il cuore a Guglielmo e Gertrude derivava in gran parte dalla generosità del sentimento che li commoveva. Nei loro sogni ambiziosi essi vagheggiavano solo la consolazione d'allietare i vecchi giorni di coloro che amavano. Era un nobile spirito di carità filiale, di tenera gratitudine quello che li animava: naturale in entrambi, ma in lui tanto alimentato dalla pia educazione ricevuta da aver assunto il carattere d'un principio, in lei mèro impulso. E guai alla misera natura umana quando è governata unicamente dalle sue passioni! La povera bambina aveva altri impulsi meno felici (chi non ne ha?), e se il primo meritava d'essere incoraggiato e fortificato, era necessario sradicare e distruggere i secondi.

True, acceso l'ultimo lampione di quella strada, svoltò in un'altra seguito dai due fanciulli. Ma dopo una dozzina di passi Gertrude si fermò di botto, risoluta a non proseguire, e tirando Guglielmo per la mano, tentò di farlo tornare indietro.

— Che hai, Gertrudina? — domandò egli. — Sei stanca?

— Oh no! Ma non posso andar più oltre.

— Perchè mai?

— Perchè.... perchè.... — e abbassando la voce la piccina accostò le labbra all'orecchio del suo compagno — qui ci sta Annetta Grant. Vedo la casa.... M'ero dimenticata che lo zio True deve andarci.... E io ho paura.

— Oho! — fece Guglielmo rizzandosi con aria dignitosa. — Vorrei un po' sapere di che hai paura quando io sono con te! Si provi, mo', a toccarti, se n'ha il coraggio. Te, o lo zio True! Riderei. —

E con parole affettuose e piacevoli prese a persuaderla, dicendole che secondo ogni probabilità Annetta Grant non li avrebbe veduti, ma che forse loro avrebbero veduto lei; il che appunto egli vivamente desiderava. I timori di Gertrude furono presto vinti. Ella non era timida, per natura. L'improvvisa scossa provata rivedendo l'antica sua casa, aveva ridestato in lei il suo orrore, il suo terrore della vecchia Annetta; ma non ci vollero gran ragionamenti per dissipare quello sgomento dimostrandole che oramai ella era al sicuro; e bentosto vi succedette il desiderio di far conoscere a Guglielmo la sua persecutrice d'un tempo. Sicchè quando giunsero davanti alla casa aborrita ella sperava anzichè temere di vederla. E per vederla l'occasione non poteva essere migliore. Annetta era affacciata alla finestra e leticava furiosamente con una vicina. Il suo volto esprimeva tutta la violenza della collera che le bolliva dentro, e, brutto com'era sempre, offriva in quel momento una così chiara impronta del suo carattere, che nessuno le avrebbe potuto contrastare il diritto al titolo di megera, virago, dragone, o altro di simile significato.

— Quale delle due? — domandò Guglielmo. — Quella alta che gesticola con una caffettiera in mano? Scommetto che or ora, se non ci bada, rompe il manico....

— Sì, quella.

— O che fa?

— Letica con la signorina Birch. Sempre ce l'ha con qualcuno. Non ci vede mica, noi, non è vero?

— No, è troppo occupata. Vieni, non ci fermiamo qui. È brutta quanto me la figuravo. Io per me l'ho veduta abbastanza, e tu pure, credo. Tira via. —

Ma Gertrude indugiava. Resa coraggiosa dalla certezza che la nemica non s'accorgeva della sua presenza, la fissava intentamente, e i suoi occhi scintillavano animati non più dall'eccitazione d'una sana e innocente allegrezza come poco prima, ma dal fuoco dell'ira e dell'odio, un fuoco che Annetta Grant le aveva acceso nel cuore da anni e che non ancora estinto ridivampava in tutta la sua forza alla vista di lei.

Guglielmo, pensando ch'era tardi e vedendo la torcia del lampionaio già in fondo alla strada, usò, per indurre la bambina a seguirlo, l'espediente di lasciarla e andarsene dicendole:

— Se tu non vieni, Gertrude, io non posso aspettare. —

Ella si volse, attese ch'egli s'allontanasse alquanto, poi, ratta come il baleno, si chinò, raccattò un ciottolo sul marciapiede, e lo scagliò contro la finestra. S'udì un fracasso di vetri rotti e un'esclamazione della nota voce d'Annetta Grant; ma Gertrude non stette ad osservare il risultato della sua prodezza. Quel fracasso, quella voce, ridestarono i suoi terrori; perdutamente, se la dette a gambe, oltrepassò Guglielmo, nè si fermò finchè non si sentì sicura a fianco di Trueman. Guglielmo non li raggiunse che vicino a casa.

— Gertrude, — egli gridò correndo verso di lei tutto ansante — sai che cos'hai fatto? Hai rotto la vetrata della finestra! —

La bambina lo evitò voltando le spalle, fece il grugno, e dichiarò che questa era stata appunto la sua intenzione.

Il lampionaio domandò di che finestra parlassero. Ella confessò tutto, senz'ambagi, e soggiunse che l'aveva fatto apposta. True e Guglielmo tacquero, scandalizzati. Gertrude anch'essa non aperse bocca durante il resto del percorso. Aveva il visetto rannuvolato e un senso d'infelicità nel piccolo cuore. Ella non comprendeva sè stessa nè le proprie sensazioni. Ma l'espressione di quel visetto palesava che quando il male prevaleva violentemente sull'anima sua, la pace e la giocondità ne fuggivano. Povera creatura! Hai pur bisogno che ti sia insegnata la verità! Piaccia a Dio che la luce interiore ti divenga un giorno cara come t'è oggi la luce esteriore.

Guglielmo s'accomiatò da True e da lei sulla soglia della casa, e, secondo il solito, non lo rividero per tutta la settimana.

IX.

Ma silenzio. Contendere di un'alta

Legge non debbo col voler che forse

Ha reconditi fini a cui non giunge

Il mio intelletto....

Milton.

— Babbo, — disse la signora Sullivan al vecchio Cooper, il quale, pronto per uscire, raccoglieva i vari oggetti che gli occorrevano in chiesa il sabato sera — perchè non fate venire con voi Gertrude? Vi porterebbe una parte di quella roba che non potete pigliare tutta in una volta, e le farebbe tanto piacere.

— Non mi sarebbe che d'impaccio, — rispose egli. — Io posso benissimo portare ogni cosa da me. —

Ma quando ebbe una lanterna e un secchietto da carbone in una mano, una piccola accetta e un paniere di trucioli nell'altra, e una scaletta a piuoli in ispalla, dovette riconoscere che non trovava modo di prendere anche il martello e l'involto dei chiodi.

La signora Sullivan dunque chiamò Gertrude e le domandò se voleva andare in chiesa col signor Cooper e aiutarlo a portare i suoi arnesi.

La bambina fu lietissima della proposta, e presi i chiodi e il martello s'incamminò allegramente.

Giunti alla chiesa, il vecchio sagrestano la lasciò libera dicendole che poteva baloccarsi a suo talento purchè non facesse chiasso e non sciupasse nulla; e passò nella sagrestia dove principiò il suo lavoro di spazzatura e spolveratura e preparò i fuochi. Gertrude intanto, rimasta sola, si divertì qualche tempo a girellare per le navate deserte e tra le panche, osservando da vicino tutto quello che fino allora non aveva veduto che da un angolo della galleria; poi salì nel pulpito e s'immaginò di tenere un bel sermone a un numeroso uditorio. Tuttavia cominciava ad annoiarsi, quando l'organista, entrato senza che ella se n'avvedesse, si mise a sonare una musica sommessa e dolce; allora scese, sedette sugli scalini, e ascoltò con attenzione e piacere vivissimo. Ma di lì a poco la porta in fondo alla navata maggiore si aperse, e una coppia di visitatori venne a distrarre Gertrude attirando tutta la sua curiosità. L'uno era un uomo anziano vestito come un ecclesiastico, piccolo, smilzo, con capelli grigi e radi, fronte alta, lineamenti piuttosto aguzzi, ma quantunque di poca appariscenza, notevole per l'espressione serena e benigna della sua fisonomia; l'altra una giovane signora sui venticinque anni, la quale s'appoggiava al suo braccio. Ella indossava un abito semplicissimo, di colore bruno scuro come il cappellino chiuso nel quale spiccava soltanto, intorno al viso, una guarnizione di nastro celeste. L'unica parte del suo vestiario che fosse ricca ed elegante era un boa di zibellino fermato sotto la gola da un prezioso anello d'oro smaltato. Di statura alquanto inferiore alla media, aveva però un personalino grazioso e ben tornito; i lineamenti erano fini e regolari, la carnagione fresca sebbene un poco pallida, i capelli d'un castagno chiaro e acconciati con gusto. Ella non alzava mai gli occhi mentre veniva lentamente avanzandosi nella navata, e le lunghe ciglia quasi le toccavano le gote. I due passarono davanti al pulpito senza notar la bambina seduta sugli scalini.

— Sono lieto che l'organo vi piaccia, — disse il signore. — Io non posso chiamarmi giudice competente in fatto di musica; ma dicono che lo strumento è di rara eccellenza e che Hermann lo suona con somma perizia.

— Neppure l'opinione mia è di molto valore, — rispose la signora. — La musica è per me un gran diletto senza ch'io ne abbia cognizioni profonde. Ma questa sinfonia è davvero deliziosa: da lungo tempo non avevo sentito melodie che mi commovessero così il cuore. Forse è anche perchè le voci dell'organo risuonano tanto dolcemente nella quiete solenne della chiesa. Io amo la solitudine delle grandi chiese nei giorni feriali. Vi ringrazio d'esser venuto a prendermi stasera. Come mai ci avete pensato?

— M'immaginavo che vi farebbe piacere. Sapevo che Hermann sonerebbe a quest'ora; e poi, vedendovi così pallidina, m'è parso che un po' di moto vi dovesse giovare.

— Infatti. Non mi sentivo bene, e l'aria aperta e frizzante era proprio quello che mi ci voleva. Desideravo perciò fare una passeggiata, ma la signora Ellis era occupatissima, e io non posso uscire sola.

— Credevo di trovar qui il sagrestano.... Ho da parlargli circa la luce; i giorni sono corti ora, e fa buio presto; bisogna che lo preghi d'aprire un po' più le gelosie, altrimenti domani non ci veggo a leggere il mio sermone. Forse è nella sagrestia.... C'è sempre in qualche parte della chiesa, il sabato. Sarà meglio ch'io vada a cercarlo.... —

In quella entrò appunto il signor Cooper, il quale, visto il pastore, venne a lui, e dopo ricevuti i suoi ordini, gli parlò piano chiedendogli senza dubbio d'accompagnarlo in un luogo, perchè questi esitò, guardò la signora e disse:

— Già, sarebbe opportuno ch'io ci andassi oggi, tanto più che ci siete anche voi. Peccato perder l'occasione.... Ma.... non so.... —

Poi, rivolgendosi alla giovane, soggiunse:

— Emilia, il signor Cooper vorrebbe ch'io mi recassi con lui dalla signora Glass, e, certo, dovrei rimaner fuori qualche tempo. Vi dispiacerebbe aspettarmi qui fino al mio ritorno? È vero che abita nella via attigua, ma può darsi ch'io debba trattenermi un poco, perchè si tratta di quei volumi della biblioteca così maliziosamente sfregiati; io ho gran paura che il suo figliuolo maggiore c'entri per molto in questa birbonata. Sarebbe necessario chiarire la cosa prima di domani; e difficilmente io potrei stasera ritornare così lontano. Altrimenti non avrei pensato a lasciarvi.

— Andate, signor Arnold, — rispose Emilia — e quanto a me siate pur tranquillo. Starmene seduta qui in chiesa e ascoltare la musica dell'organo non sarà che un piacere. Il signor Hermann suona ch'è un incanto; il tempo non mi parrà lungo, ve l'assicuro. Dunque non abbiate fretta per causa mia, ve ne prego. —

Il signor Arnold, acquetati i suoi scrupoli, risolse d'andare. Condusse la signora a sedere accanto al pulpito, e uscì col vecchio sagrestano.

Durante tutto questo tempo Gertrude, ritiratasi quatta quatta sull'ultimo scalino in alto, e mezzo nascosta dalla cattedra, era rimasta inosservata. Ma non appena udì la porta chiudersi con un colpo fragoroso dietro i due uomini, si rizzò e cominciò a scendere. Al primo suo passo la giovane diede un sobbalzo ed esclamò piuttosto bruscamente:

— Chi c'è? —

Gertrude si fermò e non rispose. Cosa strana, la signora non aveva guardato in su quantunque dovesse pur avere percepito che il rumore veniva di sopra il suo capo. Seguì un momento di silenzio. Poi la bambina continuò a scendere, correndo. Questa volta l'altra balzò in piedi, e stendendo un braccio dinanzi a sè, ripetette vivamente la domanda:

— Chi c'è?

— Sono io, — disse Gertrude guardandola in viso — io sola.

— Volete fermarvi un poco e parlare con me? —

Gertrude attratta dalla voce più soave che mai avesse udita, venne a fermarsi proprio accosto ad Emilia, la quale le pose una mano sul capo e la trasse a sè chiedendole:

— Chi sei tu, bambina?

— Gertrude.

— E poi?

— Niente.

— O l'altro tuo nome l'hai dimenticato?

— Io non ho nessun altro nome.

— Con chi sei venuta in chiesa?

— Ci sono venuta col signor Cooper. L'ho aiutato a portare i suoi arnesi.

— E t'ha lasciata qui ad aspettarlo come sono stata lasciata io. Dunque dobbiamo tenerci compagnia, non ti pare? —

La bambina rise.

— Dov'eri? Sulla scaletta del pulpito?

— Sì.

— Bene, siedi su questo scalino basso, vicino alla mia seggiola, e discorriamo un poco. Voglio vedere se mi riesce di trovare il tuo secondo nome. Con chi abiti?

— Con lo zio True.

— True?

— Sì: il signor True Flint. Adesso abito con lui perchè mi portò a casa sua la notte che Annetta Grant mi cacciò fuori, sul marciapiede.

— Che? Sei tu quella? Ho dunque già inteso parlare di te! Il signor Flint mi raccontò tutta la tua storia.

— Voi conoscete mio zio True?

— Sì, moltissimo.

— E come vi chiamate, voi?

— Emilia Graham.

— Oh, — esclamò la bambina rizzandosi con un salto e battendo le mani — so, so chi siete! Voi gli avete raccomandato di tenermi seco, lo disse lui, ed io lo sentii.... Voi m'avete dato i miei vestiti.... E siete buona, e siete bella, ed io vi voglio bene.... tanto, tanto bene! —

Mentre Gertrude proferiva queste parole con voce commossa, un'espressione strana, di viva ed inquieta curiosità appariva nel volto della signorina Graham come se i toni di quella voce facessero vibrare una corda della sua memoria. Ella non parlò, ma passando un braccio intorno alla vita della piccina se la trasse ancor più accosto. Il suo aspetto riprese la serena compostezza abituale. Gertrude la guardava con l'aria di maraviglia che aveva da quando era incominciato il loro colloquio; e ad un tratto uscì a dire:

— Avete sonno?

— Punto. Perchè?

— Perchè tenete gli occhi chiusi.

— Sono chiusi sempre, bimba mia.

— Sempre! O per qual ragione?

— Io sono cieca. Non posso veder nulla.

— Non potete vedere! Proprio nulla nulla? Sicchè, me non mi vedete?

— No.

— Ah! — proruppe Gertrude facendo un respirone. — Quanto ne sono contenta!

Contenta! — esclamò la cieca con l'accento più doloroso che mai fosse udito.

— Oh sì, sono contenta che non mi vediate, perchè così forse mi amerete! — disse la bambina.

— E non t'amerei se ti vedessi? — domandò Emilia strisciandole lievemente la mano sul viso.

— No di certo! — ella rispose. — Sono tanto brutta! E però mi fa piacere che non possiate saper come io sia.

— Ma pensa, Gertrude, — riprese la signorina Graham con immensa tristezza — che proveresti se tu non potessi vedere la luce, nè le cose, nè le persone?

— Ma voi dunque non vedete neppure il sole, le stelle, il cielo?... Siete nel buio?

— Nel buio, sempre, notte e giorno. —

Gertrude dette in un violento scoppio di pianto.

— Oh! — fece quando potè ritrovare un fil di voce tra i singhiozzi. — L'è troppo dura! Troppo, troppo, troppo! —

La sua disperazione fu contagiosa. Per la prima volta la giovane cieca versò amare lacrime sulla propria sventura.

Ma fu un breve momento. Si dominò subito e cercò di calmare la piccina.

— Chetati! Non piangere! Non dire ch'è troppo dura la mia sorte.... Io, sai, la sopporto benissimo.... Essendo avvezza così, sono felice lo stesso.

— Io invece nel buio sarei infelicissima. Lo odio. Non sono contenta, no, che siate cieca.... Me ne dispiace anzi assai.... Vorrei che vedeste ogni cosa, e me pure.... O non ci sarebbe un qualche modo d'aprirveli, gli occhi?

— No, non c'è. Ma non parliamo più di questo; parliamo di te, piuttosto. Dimmi perchè ti figuri d'essere tanto brutta.

— Perchè la gente lo dice. E i bambini brutti nessuno li ama.

— Sì, anche i bambini brutti sono amati, purchè siano buoni.

— Ma io non sono buona. Al contrario. Cattivissima.

Puoi diventar buona, però, e allora t'ameranno tutti.

— Credete ch'io possa?

— Se ti ci sforzi, sì.

— Mi ci sforzerò.

— Lo spero. Il signor Flint aspetta grandi consolazioni dalla sua bimba, e tu devi fare tutto il possibile per dargliele. —

Emilia le rivolse poi molte domande sulla sua vita in casa d'Annetta Grant. E il racconto che l'orfanella le fece de' suoi molteplici patimenti, le prese l'animo a segno ch'ella non avvertì la fuga del tempo nè la partenza dell'organista il quale, cessato di sonare, aveva chiuso il suo strumento e se n'era andato.

Gertrude era molto comunicativa. Benchè di primo acchito si mostrasse ritrosa con gli estranei, bastava qualche buona parola per guadagnarne la confidenza; e nel caso presente la voce dolcissima d'Emilia, il suo tono di simpatia, le andavano diritto al cuore. Cosa singolare, ella, vissuta sempre fra gente d'umile condizione, anzi, fino a poco addietro, dell'infima plebe, non sentiva punto quel timore, quell'impaccio, che sarebbero parsi naturali in lei nel parlare per la prima volta a una vera signora, nata in mezzo all'opulenza, educata con tutte le raffinatezze del lusso, cólta, di modi eletti. Ella invece si stringeva affettuosamente alla giovane e accarezzava il suo boa con altrettanta libertà che se fosse anch'essa venuta al mondo in un palazzo e le pellicce di zibellino l'avessero avvolta fin nella culla. Non si peritò neppure di prendere ripetutamente la fine mano inguantata della signorina Graham e tenerla tra le sue, premendola forte: sua maniera favorita d'esprimere una calda gratitudine, un'ammirazione entusiastica. Ma non meno profondi erano i sentimenti destati dall'eccitabile e strana creatura nel cuore d'Emilia. Questa ben vedeva a qual segno la povera bambina fosse stata negletta, comprendeva quanto dovessero essere perniciosi gli effetti dei mali trattamenti sofferti nell'infanzia su quella natura capace di virtù ma impetuosa, e quanto importasse combatterli con un'accurata educazione affinchè non ne distruggessero in germe le felici disposizioni. Le due novelle amiche s'intrattenevano così, senza pensare all'ora già tarda, quando il signor Arnold entrò a passi accelerati, un po' trafelato, chiamando Emilia fin dal fondo della navata.

— Cara, temo che abbiate pensato ch'io vi dimenticassi.... Mi son dovuto indugiare assai più che non credevo. Non vi ritrovo stanca e scoraggiata?

— Proprio tanto, siete stato? A me non sembra! — ella rispose. — Gli è che, come vedete, ho una compagnia.

— Una bimba? O di dove è sbucato cotesto topolino? — fece il pastore, gioviale e bonario.

— È venuta in chiesa col signor Cooper. Non è ritornato ancora a prenderla?

— Cooper? No, è andato direttamente a casa, dopo che ci siamo lasciati. Sicuro, non se ne ricordava per nulla.... E ora che si fa?

— Non possiamo ricondurla a casa noi? È lontano?

— Ci sono da qui due o tre lunghe vie, tutte fuori della nostra direzione. Voi non dovete camminar tanto.

— Oh, sono già rimessa in forze! Non mi stancherò. E dovessi anche stancarmi un poco, sarebbe meno male per me che non sapere questa piccina a casa sua sana e salva. —

Se Emilia avesse potuto vedere in quel momento il viso di Gertrude, la viva gratitudine che ne spirava l'avrebbe compensata di qualsiasi fatica.

Il signor Arnold e la signorina Graham accompagnarono dunque Gertrude a casa, e sulla soglia la signorina la baciò, ed ella fu quella notte una bimba felice.

X.

Col voler che lo spirito governa

Con ogni fiero torto perdonato

Con quanto svelle il cuore del peccato

La donna acquista la salute eterna.

N. P. Willis.

La fanciulla cieca non dimenticò la piccola Gertrude. Nè mai Emilia Graham dimenticava le pene e i bisogni altrui. Ella non poteva vedere il mondo esteriore, ma aveva in sè un mondo d'amore e di compassione che si manifestava in sentimenti e in atti di generosa benevolenza e di carità. Ella viveva una vita d'amore. Amava Dio con tutta l'anima e il prossimo come sè stessa. La sventura sua propria, la sua propria miseria, non avevano rimedio, ed ella le sopportava senza lamenti; ma le sventure e le miserie degli altri erano divenute la sua cura, e l'alleviarle la sua gioia. Nel fare il bene era instancabile. Numerose benedizioni venivano implorate sul suo capo da giovani e vecchi, per benefizi ottenuti; numerose preghiere le venivano rivolte per ottenerne. A tutti ella era pietosa. Ma nessuna storia di dolore l'aveva mai così profondamente commossa come quella di Gertrude. Pronta sempre ad ascoltare chi le narrava i propri guai, ella sapeva che molte creature nascono in povertà, crescono nell'indigenza; sapeva che non pochi sono i fanciulli maltrattati, negletti, abbandonati. Fin qui non era una storia nuova per lei. Ma qualche cosa nella bambina stessa l'attirava, l'appassionava in modo straordinario. I toni della sua voce, l'accento patetico e il calore con cui parlava, il suo tenero e confidente abbandono quand'ella l'aveva tratta a sè, quell'afferrarle e stringerle la mano con atto così spontaneo, e soprattutto la veemenza del suo cordoglio nel comprendere alfine tutta l'immensità della sciagura onde ella era colpita, non le uscivano più di mente. Sognò Gertrude la notte, pensò a lei durante il giorno. Ella non si rendeva ragione del sentimento che la spingeva verso quella piccola estranea, ma era un impulso irresistibile; tanto che mandò a chiamare True Flint struggendosi d'essere più minutamente ragguagliata sul conto suo.

Egli venne, e parlarono a lungo dell'orfanella. Il buon uomo giubilava ascoltando la signorina Graham. Era una grande consolazione per lui che la sua figlioletta adottiva si fosse cattivata la benevolenza d'una persona ch'egli rispettava ed ammirava in sommo grado. Anche Gertrude gli aveva raccontato il loro incontro in chiesa, e parlato con ardore della cara signora ch'era stata così amorosa con lei, e che l'aveva accompagnata a casa, mentre il vecchio Cooper s'era addirittura dimenticato d'averla lasciata lì: ma egli non s'immaginava che quel subito attaccamento fosse reciproco.

Emilia gli domandò se non intendesse di mandare la ragazzina a scuola.

— Veramente, non so.... — rispose True. — È piccina ancora, e poco avvezza a stare con altri bambini. E poi mi dispiacerebbe privarmi della sua compagnia: io godo di vedermela dattorno. —

Ella osservò ch'era tempo che Gertrude imparasse a leggere e a scrivere, e che quanto più presto avrebbe cominciato a stare co' suoi coetanei, tanto più agevolmente ci si sarebbe avvezzata.

— Sicuro, sicuro, — fece egli — è giustissimo. Se dunque credete per il suo meglio che vada a scuola, gliene parlerò. Sentiremo che dice.

— Ma sì. Io credo che ci piglierebbe gusto e farebbe grandi progressi. Circa i vestiti, se qualche cosa le manca, io...

— Oh no, no, signorina Emilia, non occorre nulla! È ben rimpannucciata per ora, grazie alla bontà vostra....

— Basta, ricordatevi che in caso di bisogno dovete ricorrere a me. L'abbiamo adottata insieme quella figliuola, e io mi sono assunta l'impegno di fare per lei tutto ciò che posso. Quindi, se mai, non esitate. Sarò lieta di potervi esser utile, credetelo. Mio padre si sente sempre obbligatissimo verso di voi, signor Flint, per i vostri fedeli servigi che hanno finito col costarvi tanto caro.

— Oh, signorina Emilia, il signor Graham è stato per me il migliore degli amici, e quanto all'infortunio che mi toccò lavorando ne' suoi magazzini nessuno n'ebbe colpa fuori di me; la sbadataggine mia fu la sola causa di tutto il male!...

— So, so che voi lo dite, ma il nostro rincrescimento non è minore per questo. Ve lo ripeto, non dimenticate ch'io mi stimerò felice di poter venire in aiuto alla piccola Gertrude. Mi piacerebbe d'averla qui un giorno, se voi permettete, e se essa è contenta di venire....

— Figuratevi se sarà contenta! Grazie, grazie di cuore.... —

Alcuni giorni dopo Gertrude andò con True a casa Graham per visitare la signorina; ma la governante che incontrarono nell'atrio disse loro ch'ella era malata e non riceveva nessuno; sicchè tornarono indietro pieni di rammarico.

Seppero poi che Emilia si era buscata una forte infreddatura la sera che troppo a lungo era rimasta a sedere in chiesa, e che appunto quel giorno si trovava molto incomodata; nondimeno avrebbe di buon grado fatto passare in camera sua Gertrude di cui desiderava la visita, e assai si dolse con la signora Ellis per averli ella di proprio arbitrio rimandati così bruscamente.

True aspettò il sabato a fine di comunicare alla piccina, in presenza di Guglielmo, il divisamento di mandarla a scuola. Gertrude su quel subito recalcitrò; ma Guglielmo approvava l'idea calorosamente, e quando lo zio True ebbe soggiunto che gliel'aveva suggerita la signorina Graham, ella acconsentì, sebbene non senza riluttanza, a cominciare la settimana ventura, per prova. Quindi il lunedì seguente egli la condusse a una scuola elementare. Vi fu ammessa, e la sua educazione incominciò. Il sabato dopo, il ragazzo, non appena venuto a casa, secondo il solito, entrò come una folata di vento nella camera del vicino, tanto lo pungeva la curiosità di sapere che impressione avesse fatto la scuola a Gertrudina. La trovò seduta alla tavola con davanti il suo abbecedario aperto.

— O Guglielmo, o Guglielmo! — gridò ella vedendolo apparire. — Vieni a sentirmi leggere! —

«Leggere» era forse dir troppo. Le sue cognizioni non s'estendevano oltre l'alfabeto e qualche sillaba compitata. Ma Guglielmo non le fu parco d'elogi, ben meritati del resto, perchè era stata veramente diligentissima. Egli rimase stupito udendola dichiarare che le piaceva la scuola, le piaceva la maestra, le piacevano le condiscepole. S'aspettava invece che tutta la baracca le dispiacesse tanto da farla «andar nei nuvoli»; espressione da lui usata per indicare i suoi accessi di collera. S'era ingannato. Finora almeno, le cose procedevano a maraviglia. Gertrude non gli era mai sembrata così allegra, così felice come quella sera. Egli le promise d'assisterla ne' suoi studi; e i programmi letterari dei due fanciulli salirono tanto alto, che pareva di sentir discorrere un poeta laureato e un filosofo.

Durante alcune settimane tutto infatti andò per la piana. Gertrude frequentava la scuola regolarmente e seguitava a fare rapidi progressi. Guglielmo veniva tutti i sabati a sentirla leggere, e l'aiutava, l'incoraggiava con le sue lodi. Il perspicace ragazzo però ebbe presto il sospetto che ella avesse già avuto qualche attrito con certune delle scolare più grandi contro le quali cominciava a manifestare sintomi d'avversione. Insomma, qual si fosse l'origine dell'ostilità latente, la crisi non tardò a scoppiare.

Un giorno, mentre le bambine erano radunate nel cortile della scuola per la ricreazione, venne a passare di là, lungo il marciapiede, Trueman in abito da lavoro, con la scala portatile e il vaso dell'olio. Gertrude lo vide, e saltando, ridendo, chiamandolo forte, corse in istrada, lo raggiunse. Trattenutasi due o tre minuti, rientrò di galoppo, trafelata ed allegra, eccitatissima dalla gioia di quell'incontro insperato. La truppa delle «grandi» che da un pezzo le si mostravano poco benevole, l'aveva osservata, e tosto ch'ella fu di ritorno una di loro le domandò:

— O chi è quell'uomo?

— È mio zio True.

— Tuo.... che cosa?

— Mio zio, il signor Flint. Io sto con lui.

— Sicchè tu appartieni al lampionaio? — fece la ragazza con tono insolente. — Ah, ah, ah!

— Che c'è da ridere? — disse fieramente Gertrude.

— Uh! Io con lui non ci starei davvero, sudicio affumicato com'è.... Vecchio Negrone! —

L'epiteto ebbe fortuna, e in un baleno circolò da un angolo all'altro del cortile, fra matte risa.

Gertrude era furibonda. Con gli occhi scintillanti e i pugni stretti, si slanciò senza esitare contro la folla, sfidandola a battaglia. Ma sopraffatta dal numero delle avversarie, ed accecata dalla propria collera, ebbe naturalmente la peggio e fu cacciata fuori.

Ella si diresse a tutta corsa verso casa, piangendo e urlando con quanto n'aveva in canna. Nella sua fuga precipitosa dette di cozzo, sul marciapiede, in una signora alta e massiccia, dal portamento piuttosto rigido, la quale camminava lentamente nella direzione medesima, con un'altra d'assai minore statura, appoggiata al suo braccio.

— Misericordia! — esclamò il donnone che tra la violenza dell'urto improvviso e il suo spavento aveva quasi perduto l'equilibrio. — Orrida monella! —

E così dicendo scoteva Gertrude ch'ella era giunta ad afferrare per una spalla. Quest'incidente non servì che a raddoppiare il furore della piccina, e insieme la sua velocità. In pochi minuti ella fu nella camera di Trueman, acquattata in un cantuccio dietro il letto, con la faccia contro il muro e coperta dalle mani, secondo il suo costume nei momenti critici. Là si trovò libera di strillare quanto voleva, perchè la signora Sullivan era uscita e nessun altro l'udiva; favorevole circostanza di cui approfittò largamente.

Non a lungo però. A un tratto sentì chiudere il cancello della corte con un colpo secco, e passi che al suono le parvero d'estranei attirarono la sua attenzione, avvicinandosi all'entrata del quartierino. Ella fece uno sforzo per dominarsi, e dopo due ultimi singhiozzi spasmodici riescì a tacere. Fu picchiato all'uscio. Non rispose nè si mosse dal suo nascondiglio. Senza ripicchiare, qualcuno alzò il saliscendi, ed entrò.

— Non dev'esserci nessuno, — disse una voce femminile. — Peccato!

— No? Me ne dispiace, — disse un'altra i cui dolci toni musicali rivelarono subito a Gertrude la presenza d'Emilia Graham.

— Lo sapevo io che avreste fatto meglio a non venire qui voi stessa! — riprese la prima, ch'era quella della signora Ellis: il donnone a cui Gertrude aveva fatto pigliare quel grosso spavento.

— Oh, non mi dolgo d'esser venuta! — rispose la signorina. — Potete benissimo lasciarmi qui e andare da vostra sorella. Intanto, o il signor Flint o la bimba, probabilmente ritornerà a casa.

— Non è convenienza, signorina Emilia, che voi siate portata in giro come un pacco che si depone qua o là e si viene a riprendere. L'altro giorno aspettando il pastore in chiesa vi buscaste una terribile infreddatura di cui siete a mala pena guarita.... Il signor Graham finirà con l'inquietarsi....

— Oh, non vi mettete in pensiero, signora Ellis! Qui si sta veramente bene. La chiesa è un po' umida io credo. Via, mettetemi nel seggiolone del signor Flint; io son contenta così.

— E sia, allora. Ma per ogni conto, farò un buon fuoco in quella stufa prima d'andarmene. —

L'energica governante afferrò l'attizzatoio, accozzò i carboni, usò senza risparmio le fascine di True, e dopo aver aspettato di veder alzarsi la fiamma e sentirla scoppiettare, mise da parte il boa ed il cappellino d'Emilia, e uscì col suo passo grave e sonoro, il quale, quando erano venute, aveva reso così impercettibile quello leggerissimo della giovane, da far credere a Gertrude che una sola persona attraversasse la corte. Tosto che il rumore del cancello avvertì che la signora Ellis era davvero partita, la bambina cessò il suo sforzo, trasse un profondo sospiro, e si sfogò, ansimando:

— Ohimè! Ohimè!

— Come! — esclamò Emilia. — Tu sei qui, Gertrude?

— Sì, — rispose ella tra i singhiozzi.

— Vieni accanto a me, figliuola. —

Gertrude non se lo fece dire due volte. Balzò in piedi, corse a lei, e gettatasi per terra nascose il capo nel suo grembo, ricominciando a pianger forte con tal violenza, che tutto il suo corpicino ne tremava.

— Ebbene, che t'è successo? — le domandò la cieca.

Ma ella non era in istato di rispondere. Quella lo comprese, e senza più interrogarla se la pigliò sulle ginocchia, le fece posar la testa sulla sua spalla, e asciugò con la propria pezzuola le lacrime che le inondavano la faccia.

Le sue tenere parole, le sue carezze, calmarono la piccina; e quando si fu chetata, invece d'insistere subito per conoscere la causa di quella disperazione, ella molto giudiziosamente le diresse altre domande; infine però le chiese se andasse a scuola.

Ci sono andata, — rispose Gertrude sollevando la testa. — Ma non ci vo mai più, mai!

— Che dici? E perchè no?

— Perchè odio quelle ragazzacce, — proruppe la bimba, irosamente. — Sì le odio! Brutte! Maligne!

— Gertrude, Gertrude, — ammonì Emilia — non parlare così. Tu non devi odiare nessuno.

— Perchè non devo?

— Perchè è un gran peccato.

— No che non è un peccato! Io vi dico di no! E le odio quelle maligne, e odio Annetta Grant, e l'odierò sempre!... Voi non odiate dunque nessuno?

— Io no.

— Ma nessuno mai affogò il vostro gattino? Nessuno mai chiamò vostro padre Vecchio Negrone sudicio affumicato? Se ve n'avessero fatte di questa posta, odiereste voi pure come me!

— Gertrude, — disse la giovane cieca, solennemente — tu mi dicesti l'altro giorno che sei una bimba cattiva, ma che desideri diventar buona e ti sforzerai di riescirvi. Vero? Ebbene, se vuoi diventar buona e farti perdonare, bisogna che tu perdoni agli altri. —

Gertrude tacque.

— Non brami che Dio ti conceda il suo perdono ed il suo amore?

— Dio che sta lassù in cielo e ha fatto le stelle?

— Sì.

— Credete che mi amerà e permetterà che vada in cielo anch'io una volta o l'altra?

— Sì, se tu sarai buona e amerai tutti quanti. —

Dopo avere riflettuto un poco la bambina concluse:

— Signorina Emilia, proprio non posso. Sicchè non ci andrò mai, lo veggo. —

In quella sentì cadere una lacrima sulla sua fronte. Alzò gli occhi, e fissò nel volto della cieca uno sguardo pensoso.

— Cara signorina Emilia, voi ci andrete?

— Procuro di meritarlo.

— Mi piacerebbe andarci con voi, — disse Gertrude scotendo la testa.

E s'immerse in una profonda meditazione. Emilia stimò di non doverla interrompere.

— Sentite, — riprese alfine la bambina con voce così sommessa ch'era appena un mormorio — vorrei provarmici ma temo di non potere.

— Dio ti benedica e t'aiuti, figliuola mia, — disse la cieca ponendole la destra sul capo.

Nessuna delle due parlò più. Passò così un buon quarto d'ora. Emilia, la quale teneva sempre Gertrude in grembo, s'era accorta, notando la regolarità del suo respiro, che, esausta dalla febbrile agitazione a cui era stata in preda, aveva finito col cadere in un placido sonno. Quando la governante fu di ritorno, ella, mostrandole la piccina addormentata, la pregò di portarla sul letto. La signora Ellis la compiacque, con un'aria di stupore, poi si volse a lei esclamando:

— Affemmia, signorina Emilia, quest'è la medesima spiritata creatura urlante che per poco non è stata dianzi causa della nostra morte! —

La giovane sorrise all'idea d'una bambinetta di otto anni che atterrava e annientava una donna delle dimensioni della signora Ellis, ma non disse nulla.

Perchè pianse Emilia quella notte, ricordando la scena della mattinata? Perchè, china, in ginocchio, lottò aspramente contro un fiero dolore? Perchè con sì fervida istanza chiese a Dio di darle nuova forza e nuovo coraggio, e implorò la Sua benedizione sul capo della fanciulletta? Perchè in lunghi anni di tenebre desolate, in molte ore di lotta terribile, di disperata angoscia, ella aveva sentito che un carattere come quello manifestato da Gertrude poteva, in un momento di suo tremendo predominio, funestare tutta una vita, bandirne per sempre ogni felicità terrena.

E però quella notte ella inalzò al Cielo un'ardente preghiera per impetrare la grazia di rimaner ferma nel suo proposito, di poter con l'aiuto divino conseguire il suo fine immortale curando quella piccola anima della cecità che l'affliggeva.

XI.

Un influsso da lei spira che il cuore

Dell'afflitto, alla vita, alla speranza,

Richiama dagli abissi del dolore.

Hemans.

Il pomeriggio della domenica seguente trovò Gertrude seduta su un panchetto davanti a un piacevole focherello di legna, nella camera d'Emilia. I suoi grandi occhi erano fissi nel volto della fanciulla cieca che sembrava esercitare su lei un vero fascino, tale era l'attenzione con cui ella seguiva tutte le più fugaci espressioni di quei lineamenti. — Molte altre persone maggiori d'anni e di senno ne avevano, come Gertrude, sentito il dolce incanto senza poterlo definire. Non era la bellezza: almeno non una bellezza appariscente, perchè Emilia non l'aveva mai posseduta, neppure al tempo che due begli occhi color nocciuola illuminavano il suo viso; nè era quella potente attrattiva che danno ad alcune donne la voce e le maniere; la voce sua, benchè armoniosa, era così piana, e le sue maniere così semplici, che non conquistavano la fantasia d'assalto. Non era, infine, la compassione per la sua cecità. Quest'immensa sventura, certo, destava intorno a lei sentimenti di calda simpatia; ma i suoi amici dimenticavano spesso ch'ella non vedeva. Prima di tutto non erano costretti a rammentarsene, posto che Emilia non si lamentava mai, mai non intratteneva egoisticamente gli altri sulla propria infermità; e poi non c'era nulla di penoso nell'aspetto delle sue palpebre chiuse, ombreggiate da lunghissime ciglia. Accadeva quindi che, conversando con lei, qualcuno le parlasse di cose evidenti soltanto per il senso della vista, o perfino richiamasse la sua attenzione su questo o quell'oggetto: ed ella non rimproverava lo smemorato nemmeno con un sospiro, nè mostrava di non curarsi del mondo visibile da cui era esclusa; ma, paga in apparenza delle descrizioni che le venivano fatte e delle immagini che si formava nella mente, discorreva con piacevolezza su qualsiasi argomento preferito da' suoi interlocutori. Alcuni dicevano che Emilia Graham aveva una bocca graziosissima, e ne amavano le variabili espressioni; secondo altri nulla era più seducente in lei che la pozzetta nella sua guancia destra; parecchie ragazze desiderose di piacere confessavano che se avessero sperato di riescir a ondulare i loro capelli come quelli d'Emilia, li avrebbero intrecciati ogni sera: donava tanto! Ma i pochi eletti che grazie alla propria spiritualità erano capaci di comprendere e apprezzare il carattere della giovane cieca, i pochissimi suoi intimi che avevano saputo le sue lotte e veduto i suoi trionfi, se si fossero studiati di spiegarsi donde ella derivasse il potere di rapire i cuori e guadagnar l'amore e l'ammirazione di tutti, giovani e vecchi, avrebbero detto come Gertrude quella domenica che sedeva ai suoi piedi, fissandola intensamente: «Signorina Emilia, voi siete stata con Dio!»

Gertrude, certo, era una strana bambina. Per quanto ignorante, sentiva la superiorità d'Emilia Graham su ogni persona da lei finora conosciuta; e nella sua fede ch'ella appartenesse a un ordine di creature sovrumane, credeva implicitamente alla verità delle sue parole, si lasciava di buon grado guidare ove ella voleva, sicura che non cercava se non di giovarle perchè l'amava.

Con la sua voce soave Emilia impartiva alla piccola uditrice seduta dinanzi a lei sul panchettino, la prima lezione per insegnarle a distinguere il bene dal male. Ella non vedeva il visetto pensoso levato verso il suo viso; ma la profonda attenzione di Gertrude, che non fiatava, non si moveva, e più la stretta delle manine che avevano preso una sua mano e la tenevano, le provavano che di già un gran punto era vinto.

Gertrude non era più ritornata a scuola dopo il suo conflitto con le «grandi». A tutte le esortazioni di True ella aveva opposto un'ostinazione invincibile. Ma la signorina Graham, la quale comprendeva meglio di lui la natura della bambina, fece valere ragioni ben più forti di quelle che aveva potuto adoperare egli, e riuscì nell'intento che a lui era fallito. Ciò che eccitava così fieramente l'indignazione di Gertrude era l'insulto recato al suo vecchio amico; ma ella le presentò la cosa sotto un diverso aspetto, e la persuase che se amava davvero lo zio True, glielo avrebbe dimostrato in assai miglior modo obbedendo a' suoi desiderî che non ostinandosi in una pazza collera. Ottenuta così da lei la promessa che la mattina seguente sarebbe andata a scuola, le diede savi consigli circa il contegno da osservare verso le condiscepole che avevano provocato la sua avversione contro di loro, e la tranquillò dicendole che il signor Flint l'avrebbe certo accompagnata e fatto alla maestra le debite scuse per la sua assenza, nel qual caso ella non aveva più da temere difficoltà nè dispiaceri.

True, infatti, lietissimo della sua resipiscenza, andò alla scuola con lei, chiese della maestra, e nella sua maniera un po' rozza, ma schietta, le espose il caso e le affidò la bambina.

La signorina Browne era una giovane di buon senso e buoni sentimenti. Vide le cose nella vera luce. E chiamate in disparte le ragazze che con la loro malevola petulanza avevano eccitato la collera della piccola, parlò in guisa che si vergognarono della loro condotta e s'astennero in seguito dal molestare Gertrude. Questa poi strinse amicizia con due scolarette dell'età sua, ch'erano tra le più tranquille; nelle ore di ricreazione si divertiva con loro, e non ci furono altri guai.

Passò l'inverno. Ritornarono le tiepide giornate di primavera, liete di sole, in cui Gertrude poteva sedere davanti alla finestra aperta o sulla soglia dell'uscio, quando gli uccelli cantavano, la mattina, tra i rami d'una vecchia acacia piantata nella stretta corte, o il tramonto raggiava la sua luce d'oro nella vasta camera di True e ci si vedeva a leggere fin quasi all'ora di coricarsi.

Ella aveva frequentato la scuola durante tutto l'inverno scorso, e fatto rapidi progressi, come sogliono i fanciulli intelligenti cui non s'è offerta l'opportunità d'istruirsi che ad un'età nella quale la mente già stimolata dall'ambizione è più pronta ad apprendere e più capace di buon profitto. Era fiorente di salute, e sempre linda, perchè Emilia la provvedeva generosamente di vestiti e biancheria, e la signora Sullivan prendeva cura della sua guardaroba. Ed era felice ed allegra, e saltellava per la casa, così vispa, così leggera, che True diceva che il suo uccellino non toccava mai la terra col tallone ma svolazzava attorno sulle punte dei piedini.

Il vecchio non avrebbe potuto amare con maggior tenerezza la sua figlioletta adottiva, se ne fosse stato il vero padre. Quando egli sedeva al suo fianco sulla grande panca che venuta la bella stagione era stata portata fuori, nella corte, e ascoltava, paziente ed attento le storie ch'ella gli leggeva ad alta voce, storie di bambine che non dicevano mai bugie, di ragazzini che obbedivano sempre i genitori, e specie di fanciulli che sapevano dominare il loro temperamento focoso, sembravano proprio fatti l'uno per l'altra, com'erano realmente. Il piacere che il buon uomo trovava in quei libri, donati da Emilia e letti e riletti da Gertrude, era così vivo e costante come se fosse stato un ragazzo anch'egli. Coi gomiti sulle ginocchia e il mento sulle palme, True stava a sentire gl'ingenui raccontini ridendo quando ella rideva, commovendosi non meno cordialmente di lei alle peripezie delle piccole eroine, e godendo del finale trionfo della verità, dell'obbedienza, della pazienza.

Emilia sapeva quale profonda impressione spesso facciano queste prime letture sull'animo dei bambini, e sceglieva i libri per la sua protetta con molta cura e molto criterio. La vita di Gertrude era adesso prospera e tranquilla quanto in passato misera e tormentata. Sei mesi innanzi si sentiva sola al mondo, negletta, non amata da nessuno. Adesso aveva parecchi amici e sapeva che vuol dire essere oggetto di cure affettuose, provveduta del necessario, accarezzata. Tutti i giorni della settimana avevano le loro gioie, ma il sabato e la domenica erano, come per la signora Sullivan, giorni beati, perchè Guglielmo veniva a udirla recitare le sue lezioni, a condurla a spasso, a ridere, a fare il chiasso con lei. Egli aveva sempre tante cose amene da raccontarle, era tanto pieno di vita, di brio, tanto pronto a partecipare a tutti i suoi disegni, a divertirla in mille maniere, ch'ella già dal lunedì mattina cominciava a contare i giorni fino al sabato venturo. E poi, allora, se c'era qualche piccolo guaio, se per esempio il vecchio orologio a pendolo s'era fermato, o s'era rotto un balocco, o peggio ancora le lezioni erano troppo difficili, Guglielmo rimediava a tutto, la traeva da ogni difficoltà, la consolava d'ogni suo puerile dispiacere. La madre stessa non lo attendeva con più ansiosa impazienza di Gertrude.

Ma il pomeriggio della domenica ella lo passava sempre con Emilia, nella camera di lei, ascoltando la sua voce soave, imbevendosi del dolce suo spirito. Emilia non le faceva prediche, non la stancava con esortazioni e precetti. La bambina neppur si sognava d'esser là per imparare qualche cosa. E intanto la giovane cieca diffondeva a grado a grado la luce in quell'anima oscura. Gl'insegnamenti divini, le verità generatrici di virtù, vi s'impiantavano per opera sua, con forza, ma in modo così naturale che Gertrude non s'accorgeva dell'azione esercitata su di lei. In progresso di tempo, però, quando la bontà fu appieno fortificata nell'intimo del suo essere, e le prime sue deboli resistenze al male, le prime sue infantili risoluzioni di perseveranza nel bene si furono maturate in principî saldamente radicati, e confermate nella pratica, ella riandando il passato comprese che là, in quelle domeniche benedette, mentre ascoltava Emilia sedendo su un panchetto a' suoi ginocchi, aveva ricevuto nel cuore i primi raggi della luce immortale che mai non s'estingue.

Così la sua tacita preghiera a Dio era stata esaudita. Egli aveva mandato alla fanciulletta ignara un suo messaggero terrestre, perchè la guidasse verso la pace sempiterna; un messaggero a' cui occhi suggellati erano invisibili i sentieri del mondo, ma che per lunga esperienza conosceva la via del cielo. E chi poteva guidarla meglio di colei che aveva così pazientemente appreso il cammino? Chi poteva esser atto a dissipare le tenebre di un'altra anima, più di colei alla quale Dio aveva dato una fiaccola divina per rischiarare la notte ond'era avvolta la sua vita?

Fu per Gertrude un gran dolore l'apprendere che la sua protettrice sarebbe tra poco andata in campagna per passarvi l'estate. Il signor Graham possedeva una villa amenissima a circa sei miglia da Boston, dove tutti gli anni si recava immancabilmente appena giunto il tempo delle piantagioni. Attivissimo uomo d'affari durante l'inverno, quando cominciava la stagione calda evadeva dal suo scrittoio, abbandonava il libro maestro e la corrispondenza commerciale, per dedicarsi tutto alle salubri fatiche e alle delizie del giardinaggio. Emilia promise alla bambina che un giorno di bel tempo l'avrebbe fatta venire alla villa, e sarebbero state insieme dalla mattina alla sera. Di questa visita Gertrude godette tre mesi avanti, nell'immaginazione, e più di tre mesi dopo, nella memoria.

La compensò alquanto dell'assenza d'Emilia il piacere di veder più spesso Guglielmo, il quale grazie alla lunghezza delle giornate trovava ora modo di fare qualche scappatina a casa, la sera. E Guglielmo sapeva confortarla qualunque fosse la causa del suo dolore.

XII.

Ogni minuto scoccando

T'apporti di saper nova ricchezza,

Ogni minuto volando

Canti la tua bontà, la tua saggezza.

Cotton.

Una bella sera, sul finir dell'aprile, Gertrude, che era stata a salutare la signorina Graham prima della sua partenza per la campagna, sedeva in fondo alla corte, piangendo amaramente. Ella teneva in mano un libro e una lavagna nuova; i doni che Emilia le aveva fatto nell'accomiatarsi. Ma il libro era sempre involtato in un foglio, e la lavagna cosparsa di lacrime. Assorta nel dolore di quel distacco (il primo per lei dei tanti da cui la vita è contristata) non udì i passi che s'avvicinavano, nè s'avvide che qualcuno le stava dappresso, finchè non sentì due mani posarsi sulle sue spalle. Si voltò e si trovò tra le braccia di Guglielmo, con la faccia lacrimosa contro la sua faccia ridente.

— Olà, Gertrude! — esclamò egli. — Cotesta accoglienza tu mi fai quand'io vengo a casa una sera entro la settimana per passarla con voialtri? La mamma e il nonno sono fuori, cerco di te, e ti trovo immersa in un mare di lacrime che non mi lascia nemmeno vederti in viso. Via, via, smetti di piangere! Se tu ti figurassi come sei orribile così!

— O Guglielmo! — ella balbettò tra i singhiozzi. — Non sai che la signorina Emilia se n'è ita?

— Ita, dove?

— Lontano, a sei miglia da Boston, per rimanerci tutta l'estate. —

Ma Guglielmo dette in una risata.

— Sei miglia! Una distanza enorme, affemmia!

— Io però non posso più vederla.

— La vedrai l'inverno venturo.

— Ohimè, l'è lunga!

— Perchè le vuoi tanto bene?

— Perchè lei ne vuole tanto a me. Non mi vede, poverina, eppure mi ama, quanto, eccettuato lo zio True, nessuno al mondo.

— Io non lo credo.... no, non credo che t'ami quanto t'amo io. Anzi ne sono certo. E come potrebbe amarti del pari, lei che non t'ha mai veduta, mentre io ti vedo, e tu sei la persona che ho più cara dopo la mamma?

Davvero, Guglielmo?

— Sì, davvero. Quando m'incammino verso casa, penso sempre: «Or ora vedrò la Gertrudina.» Quando durante la settimana succede qualche cosa di nuovo dico in cuor mio; «Questo lo racconterò alla Gertrudina.»

— Io invece m'ero immaginata che non potevo piacerti.

— O perchè no?

— Perchè tu sei molto bello, e io punto. Sentii l'altro giorno Elena Chase dire a Lucrezia Davis, che Gertrude Flint è la più brutta della classe.

— Si vergogni! Scommetto ch'è brutta lei, piuttosto. A me sarebbe sicuro antipatica; non potrei soffrire nessuna ragazza che avesse detto questo.

— Oh, ma è la verità, Guglielmo, la pura verità! — esclamò Gertrude vivamente.

— No, che non è! — protestò egli. — Certo, tu non hai lunghi ricci biondi, e un visino tondo, e occhi celesti, come Bella Clinton, e nessuno pretenderebbe che tu sia una bellezza. Ma quando corri un po' e le tue guance diventano color di rosa, e i tuoi occhioni neri brillano, quando ridi così di cuore per qualche cosa di buffo, tu mi sembri piacente più di tutte le ragazzine che ho mai vedute in vita mia: e posto che piaci a me, l'opinione degli altri non ha peso. Se tu piangi, se tu soffri, io me ne affliggo come d'una pena mia e peggio. Ieri Giorgio Bray picchiò sua sorella Maria perchè aveva strappato il suo cervo volante: avrei voluto rendergliele di santa ragione.... Oh, Gertrudina, io non ti picchierei neanche se tu facessi a pezzi tutti i miei balocchi! —

Guglielmo faceva spesso di queste affettuose dichiarazioni, e Gertrude vi rispondeva con egual calore. Nè erano mère parole. I due fanciulli s'amavano teneramente. I loro caratteri differivano assai: egli era serio, perseverante, paziente e calmo, di temperamento equilibrato; ella eccitabilissima, impetuosa, irrequieta, era pronta alla collera, d'umore variabile, oltremodo sensitiva in tutta la sua natura. Per lui, amato sempre, amato da tutti, farsi amare era un'abitudine. Gertrude, priva d'affetti nella sua infanzia derelitta, non cercava l'altrui simpatia, nè invero la destava se non nei pochi che avevano occasione di conoscerla a fondo, e in circostanze favorevoli. Eppure si volevano un gran bene; su ciò non poteva esserci dubbio. E il legame che li univa, si stringeva ogni giorno più: già forte nella primavera, nell'autunno era divenuto fortissimo, perchè Guglielmo durante l'assenza d'Emilia aveva fatto anche la parte di questa, oltre che la propria, e sebbene Gertrude non dimenticasse la sua amica lontana, l'estate trascorse per lei molto piacevolmente. A scuola continuava a progredire in modo tale che la signorina Graham ne rimase maravigliata quando, in ottobre, ritornò dalla campagna.

L'inverno seguente non fu meno felice. Il tenero sentimento della giovane cieca verso la sua piccola protetta, anzichè diminuito, sembrava aumentato dal tempo e dalla lontananza. Le visite di Gertrude si fecero più frequenti che mai, e più che mai profittevoli; ma non a lei sola. Emilia, la quale l'inverno passato soleva farla leggere di tanto in tanto per giudicare de' suoi progressi, trovò, alla prima prova, che la scolaretta era giunta, nell'arte della lettura, a un grado d'eccellenza non comune tra le persone adulte. Ella non solo leggeva con molta intelligenza, ma aveva intonazioni ed accenti ammirabili. La cieca gustava nell'udirla un sì raro piacere, che ella, conciliando la propria sodisfazione con un benefizio per la bambina, le propose di venire a prestarle ufficio di lettrice un'ora ogni giorno.

Gertrude non capiva in sè dalla gioia all'idea di esser utile alla sua cara signorina; giacchè ella le aveva presentato la sua proposta come la richiesta d'un favore, dicendole che così i suoi occhi servirebbero a tutt'e due. Fu dunque convenuto che Trueman, quando usciva per il suo giro di lampionaio, l'avrebbe condotta in casa Graham, e sarebbe venuto a riprenderla al suo ritorno; accomodamento che permetteva alla piccola lettrice d'essere puntualissima. Soltanto chi ne ha fatto l'esperienza può sapere quanta roba s'arrivi a leggere nel corso di sei mesi dedicando costantemente a quest'occupazione un'ora quotidiana. Emilia non restringeva la scelta dei libri a quelli che non oltrepassano le ordinarie capacità dei fanciulli, stimando non a torto che una ragazzetta dotata di così vivace intelligenza, non avrebbe sofferto per lo sforzo d'intuire cose superiori alla sua comprensione, in cui le poteva accadere d'imbattersi, ma che al contrario il suo ingegno ne sarebbe acuito e accresciuto il suo desiderio di sapere. Opere di storia, biografie, descrizioni di viaggi, furono scorse da Gertrude a un'età in cui generalmente i lettori non si compiacciono che nelle fiabe e nelle figure. E la bambina pareva anzi preferire queste letture serie. Con l'aiuto delle pazienti spiegazioni d'Emilia, ella andava accumulando nel suo piccolo cervello molti fatti importanti, molte nozioni utili. In quegli anni la memoria è forte, e grazie alla potenza della ritenitiva le cose impresse allora nella mente si ricordano quasi sempre meglio di quelle apprese più tardi quando i pensieri sono più disturbati e divisi.

Il suo libro favorito era un trattatello d'astronomia che la confondeva co' suoi enigmi, ma tanto maggiormente l'attraeva, perchè chiarendole alcuni punti, lasciava per lei tutto il resto in un mistero affascinante: mistero ch'ella si riprometteva d'esplorare un giorno, in tutta la sua profondità. Quest'ambizione d'imparare sempre più, di comprendere sempre meglio, era in fin dei fini il preziosissimo tra i benefizi derivatile da' suoi studi. Destate una tale ambizione in un fanciullo, ispirategli l'amore della lettura, e otterrete risultati migliori che da anni di sgobbo sulle panche della scuola dove il cuore non lavora insieme con la testa.

Gertrude frequentò la scuola pubblica fino ai dodici anni compiuti, passando rapidamente di promozione in promozione; ma ciò che aveva imparato con la signorina Graham e con Guglielmo rappresentava una parte considerevole delle sue cognizioni. Guglielmo, amantissimo dello studio, era lieto dell'ardore con cui la sua piccola amica lo secondava.

E realmente la loro collaborazione, il mutuo incoraggiamento che trovavano nella comunanza dei loro gusti intellettuali, erano di grande vantaggio ad entrambi. Due anni dopo che avevano stretto amicizia egli già non poteva più esser detto un fanciullo: passava i quindici, e cominciava ad avere un aspetto virile. Ma la diligenza e il fervore di Gertrude esercitavano su di lui un influsso ancor più vivo: perchè se la bambina di dieci anni, nel suo desiderio d'istruirsi, stava volonterosamente a tavolino fin oltre le nove di sera, il giovanetto quindicenne non doveva stropicciarsi gli occhi e addurre la scusa della stanchezza.

Fu appunto in su quel tempo che principiarono a studiare il francese. L'antico maestro di Guglielmo conservava una gran benevolenza verso l'alunno che era stato sempre il migliore della classe, e che avrebbe certo riportato i primi premi se un dovere imperioso non lo avesse costretto ad interrompere il corso degli studi avanti gli esami finali, per darsi a più umili occupazioni. Ogni qualvolta lo imbatteva, sia in istrada, sia altrove, gli domandava che facesse, e se continuasse a coltivare il suo bell'ingegno. Saputo ch'egli aveva parecchie ore di libertà, caldamente lo consigliò d'imparare la lingua francese la cui cognizione gli sarebbe senza dubbio tornata utilissima, qualunque fosse la carriera che avesse intrapresa; e s'offerse di prestargli tutti i libri necessari.

Guglielmo non mancò d'approfittare del consiglio e dell'offerta, e ci si mise di buzzo buono. Quando era a casa la sera, veniva a studiare nella camera di True, parte per amore della quiete che vi godeva (True era il più quieto uomo del mondo e rispettava troppo la scienza perchè osasse disturbare gli studenti con domande oziose), parte per amore di Gertrude, la quale a quell'ora faceva di solito i suoi compiti. Come era da aspettarsi, inteso che Guglielmo imparava il francese, questa s'invogliò forte d'impararlo anche lei. Egli acconsentì a farla provare, però senza gran fiducia ch'ella avrebbe perseverato nell'intento. Con sua maraviglia, Gertrude invece manifestò non solo una perseveranza mirabile, ma una grande disposizione allo studio delle lingue; e avendola Emilia fornita degli stessi libri che aveva egli, ella progredì di pari passo con lui. E spesso, in capo alla settimana, era riuscita a tradurre più esercizi che non avesse trovato tempo di fare Guglielmo. Il sabato era la loro gran serata; True sedeva nel suo vecchio seggiolone accanto al fuoco, e contemplava i due ragazzi seduti fianco a fianco davanti alla tavola, intenti e chini su una pagina che a lui faceva l'effetto d'un labirinto oltremodo complicato. Gertrude cercava le parole: aveva un'abilità particolare a questo lavoro; i suoi occhi sfavillanti colpivano sempre giusto nel cuore del dizionario, infilzando i vocaboli voluti. A Guglielmo toccava «fare il senso». La prima volta che True colse a volo quest'espressione fu la sola che si fece lecito d'interromperli con un'ingenua facezia.

— Fai «il senso» Guglielmo?... Il «buon senso» mi raccomando.... Ce n'è tanto bisogno in questo mondo! —

Era ben naturale che nelle condizioni propizie di cui fruiva Gertrude, guidata e consigliata da Emilia, assistita e incoraggiata da Guglielmo, il suo intelletto dovesse rapidamente svilupparsi e irrobustirsi. Ma che n'era del piccolo suo cuore che ad un tempo teneramente affettuoso ed impulsivo, sensitivo ed appassionato, ora palpitava d'amore e di gratitudine, ora bruciava nel fuoco divorante che il sentimento d'un torto ricevuto, la coscienza di un'offesa, recata a lei o ad uno dei suoi amici, v'accendeva d'improvviso? Nei suoi due anni d'infanzia felice, aveva ella imparato a padroneggiarsi? Era giunta a distinguere chiaramente il bene dal male, il vero dal falso? In una parola, era Emilia stata fedele alla missione impostasi di sua spontanea volontà, al suo nobile proposito d'addolcire il cuore, d'illuminare l'anima della creatura ignorante? Aveva Gertrude appreso la religione, trovato Dio, cominciato a seguire pazientemente il sentiero ch'è rischiarato da una luce santa e conduce alla pace eterna?

Sì, aveva cominciato, e sebbene spesso le fallisse il piede, sebbene talvolta la pazienza le venisse meno nell'angusta via, ed ella ne uscisse per rallentare il freno al suo irascibile temperamento, bambina qual'era ancora, si poteva fondare una ragionevole speranza sulla sincerità delle sue buone intenzioni, sulla profondità della sua contrizione quando accadeva che il male riprendesse l'antico predominio. Emilia non si risparmiava alcuna pena per insegnarle dove ella dovesse riporre la sua intera fiducia, e già la piccola Gertrude aveva imparato a invocare un soccorso più alto del suo, ad appoggiarsi a un braccio più forte.

La signorina Graham s'era messa a un'ardua impresa assumendosi d'educare il cuore e la mente di una fanciulletta lasciata crescere nell'assoluta ignoranza d'ogni virtù. Su alcuni punti, tuttavia, e dei più importanti, ella non trovò le difficoltà che s'aspettava. Per esempio, dopo avere spiegato una volta la differenza tra l'onestà e la disonestà, la verità e la menzogna, non ebbe occasione alcuna di far rimostranze a Gertrude che, leale per sua natura, non aveva mai commesso la bassezza di mentire se non indottavi da un estremo terrore. Infatti i caratteri fieri ed impetuosi come quello, ch'era in lei il maggior difetto, appunto perchè tali, sono generalmente altrettanto franchi e sinceri. Anche innanzi d'esser divenuta virtuosa, l'orgoglio quasi sempre la ratteneva dal dissimulare la verità. Pochi mesi dopo averla conosciuta, Emilia era ben sicura di poter fidare nella sua parola. E questa certezza che la verità, radice d'ogni cosa santa, aveva così presto preso dimora in quell'anima infantile, era stata il maggiore incoraggiamento a perdurare nei suoi sforzi. Ma l'alterezza e la sensitività di Gertrude sembravano innate; la tirannia, i cattivi trattamenti non avevano potuto soffocarle, anzi s'erano vigorosamente sviluppate in mezzo alle circostanze più sfavorevoli. La bontà, la benevolenza ottenevano tutto da lei, la persuadevano, la soggiogavano; ma ella non sarebbe stata capace di tollerare un freno imposto severamente, per opportuno, per necessario che fosse. Emilia sapeva che spesso l'autorità stessa dei genitori non basta a governare questi spiriti indocili. Ella non conosceva che un potere tanto forte da vincere l'orgoglio umano, da spegnere le passioni terrene: quello dell'umiltà cristiana, innestata nel cuore: umiltà di principio, umiltà di coscienza. L'unico potere a cui l'orgoglio ingenito presti omaggio, e la passione ceda.

Invero ella sapeva pure che un ordine, di qualsiasi natura, dato a Gertrude da lei o dallo zio True sarebbe prontamente obbedito, perchè la bambina, conscia che l'amore lo dettava, per amore vi si sarebbe sottomessa; ma a fine di provvedere ad ogni contingenza, di fare che il cuore fosse retto come la vita, occorreva ch'ella mirasse a un fine più sublime che quello di compiacere le persone a lei care; e insegnandole la dottrina del suo Divino Maestro, Emilia le infondeva la forza di fare e di patire, di sopportare e di perdonare, per quando, indipendente, non avrebbe più avuto altra guida che sè medesima.

Qual profitto Gertrude avesse tratto dalle cure e dall'istruzione ricevute in questi due anni, mostrò il seguito della sua storia. Passò per molte prove, sostenne molte lotte, ebbe sconfitte e vittorie.

La signorina Graham era sodisfatta e piena di speranza, True superbo ed esultante, la signora Sullivan e perfino il vecchio Cooper dicevano che il suo contegno e il suo aspetto s'erano maravigliosamente mutati in meglio, e ch'ella aveva maniere assai garbate per una bambina della sua condizione.

XIII.

Non fantasia capricciosa

Nè d'ora oziosa influsso passeggero,

Nè clamore di folla, nè aura popolare

Potrà mai farlo errare fuor del retto sentiero.

W. G. Simms.

Era il terzo inverno da che Gertrude stava con True. Un sabato sera Guglielmo entrò, al solito, con la grammatica francese e il dizionario sotto il braccio, ed esclamò, gettando i libri sulla tavola:

— Oh, Gertrude, prima di metterci a studiare bisogna ch'io racconti a te e allo zio True la comica avventura che m'è capitata quest'oggi! Ne ho tanto riso dianzi con la mamma!

— Sì, vi sentivo ridere, — disse Gertrude. — Se non avessi avuto troppo da fare sarei anzi venuta a vedere che c'era di così straordinariamente buffo. Suvvia, racconta.

— Non pensate che sia uno scherzo.... Non sarei esilarato a questo segno se la non fosse stata la più bizzarra vecchietta ch'io abbia mai visto in vita mia.

— Che vecchietta?... Non ci hai detto nulla di vecchie nè di giovani, finora!

— Bene, incomincio.... ecco!... Avete visto come ogni cosa era coperta di ghiaccio stamani? Che splendore! Quando il sole è arrivato al grande olmo di fronte all'ingresso della farmacia, e lo ha fatto brillare tutto, ho pensato che non poteva esserci al mondo nulla di più bello.... Ma questo non ha che vedere con la mia vecchietta.... salvo che i marciapiedi erano abbaglianti come tutto il resto....

— Eh, lo so! — interruppe Gertrude. — Nell'andare a scuola sono sdrucciolata....

— Davvero? — disse Guglielmo. — Non ti sei mica fatta male?

— No, punto. Ma prosegui. Sono impaziente di sapere della vecchietta.

— Verso le undici stavo sull'uscio, guardando fuori, quand'ecco, vedo venire avanti la più strana persona che uno si possa immaginare. Devo descrivervi la sua abbigliatura. Aveva una specie di veste nera, non so se di seta o di raso, stretta stretta e con tutt'in giro una guarnizione di trina d'un bruno incerto: probabilmente una volta era nera anche quella, ma adesso non più. Sulla veste portava un mantello di seta bigia che pareva uscito dall'arca di Noè, e sul mantello una baverina di colore diverso, la quale data, io credo, da una generazione anteriore. Non tento di darvi un'esatta idea del suo cappello: vi dirò soltanto ch'era grande il doppio dei più grandi che sfoggino le altre donne, e che ne scendeva, fin quasi ai piedi, un velo trinato, a disegni vistosi, gettato da una parte. Ma il colmo della stravaganza erano i suoi occhiali, con due lenti enormi, come non se ne sono mai viste; qualche cosa d'orrendo. Un sacchetto da lavoro, fatto di seta nera con cucitevi sopra a zig-zag numerose listerelle di stoffe di tutti i colori dell'arcobaleno, era appeso al suo braccio sinistro, e al sacchetto stavano appuntati, mediante spilli d'ottone, la pezzuola, un immenso ventaglio di penne (te lo figuri, con questo fresco?), un fazzoletto da involtare roba, un giornale.... Misericordia! Non mi rammento neanche la metà degli oggetti che ne penzolavano, tutti in un mazzo, raccomandati alla resistenza del cordone! Eppure il suo vestiario non poteva dirsi la maggiore stranezza in lei. Ciò che la rendeva singolarmente ridicola era la sua andatura: camminava come una vecchia male in gambe, durando fatica a muovere il passo sul ghiaccio, ma con un sorrisetto lezioso sulle labbra e una cert'aria d'importanza! Oh, Gertrude, fortuna che tu non l'hai veduta! Non avresti ancora cessato di ridere....

— Qualche povera pazza, non è vero? — domandò True.

— Oibò! — fece Guglielmo. — Stravagante, certo, ma pazza no.... almeno non pare. Proprio nel momento che passava davanti all'uscio della bottega le è scivolato un piede, ed eccotela bocconi per terra, lunga distesa.... Io accorro spaventato, pensando che quella meschina creatura poteva essere rimasta uccisa da una tale caduta.... Il signor Bray e un altro signore ch'egli stava servendo, mi seguono. Era tutta stordita, ma portata in farmacia è rinvenuta subito. Mi domandate se è pazza? Nemmen per ombra, zio True. Lucida come un dollaro! Il suo primo pensiero, non appena riaperti gli occhi e tornata in sè, è stato d'assicurarsi che teneva sempre il suo sacchetto con le relative appendici; poi le ha contate ad una ad una e, trovato il numero completo, ha scosso il capo in segno di sodisfazione. E ora viene il bello. Il signor Bray mesce un bicchierino di cordiale e glielo offre. Essa, che aveva già riacquistato la sua prosopopea e le sue graziette, retrocede con una riverenza alla moda antica, e protende le mani per esprimere il suo orrore all'idea di bere quella roba. Il signore che era presente alla scena sorride e l'esorta a vuotare il bicchierino senza paura. La vecchietta si volta verso di lui, fa un'altra riverenza, e dice con una vocettina fessa: «Potete affermarmi sulla vostra parola di leale e cortese gentiluomo che non è un liquore inebriante?». Il signore, rattenendo a stento una risata, le ripete che non le avrebbe fatto alcun male. «Allora» dice lei «m'arrischierò a sorseggiare il beveraggio.... Ha una fragranza molto aromatica.» Sembra che non le riescisse meno gradito al palato che all'odorato, perchè, assaggiatolo, ha finito col tracannarlo fino all'ultima gocciola. Posato il bicchiere sul banco, s'è rivolta a me con questo discorsetto: «Giovanottino, senza l'esplicita dichiarazione di cotesto signore circa l'innocuità del liquido, non l'avrei bevuto in vostra presenza non foss'altro per l'esempio: io non ho formalmente assunto l'obbligo della temperanza, ma sono astemia perchè si conviene a una signora: per me gli è affar d'elezione, affar di gusto

«Pareva che oramai si fosse riavuta. Infatti si disponeva a rimettersi in cammino, ma l'avventurarsi di nuovo sola sul ghiaccio era una vera imprudenza, e il signor Bray doveva pensarlo, giacchè le ha domandato dove andasse. Con le circonlocuzioni del suo fiorito linguaggio ella ha risposto che andava a passar la giornata dalla signora tale, dimorante nei pressi dei Prati. Io allora tocco una manica al principale e gli dico piano che se non ha bisogno di me, vo ad accompagnarla. Il signor Bray mi dà licenza, per un'ora. Io offro il braccio alla vecchietta dicendole che sarebbe un piacere per me il servirla. Ah, miei cari, bisognava vedere! Se io fossi stato un giovane adulto e lei una ragazza, non avrebbe fatto più vezzosamente la ritrosa, con mossettine del capo e mezzi sorrisetti.... Ma infine prende il mio braccio e partiamo. Sapevo che il signor Bray e l'avventore ridevano alle nostre spalle, ma non me ne importava;. la vecchia signora mi faceva compassione, e non volevo che cascasse una seconda volta.

«I passanti si voltavano a guardarci, e non c'è da maravigliarsene, perchè eravamo senza dubbio una coppia dimolto buffa. Non soltanto essa aveva accettato l'appoggio offerto, ma vi s'aggrappava di peso, con tutte e due le mani, arrotondando le braccia come due anse. Qui però non dovrei ridere di quella poveretta, perchè aveva gran necessità che qualcuno l'aiutasse e la sostenesse per non sdrucciolare sul ghiaccio, e non pesava già tanto da stancarmi. Sarei curioso di sapere chi siano i suoi. È strano che la lascino uscire sola, specie quando le strade sono nello stato d'oggi....

— Come si chiama? — domandò Gertrude. — Non te l'ha detto?

— No, non ha voluto. Io gliel'ho chiesto, ma mi ha risposto semplicemente, con la sua vocettina fessa — e Guglielmo ricominciava a sbellicarsi dalle risa — che ella era la dama incognita, e ch'è l'impegno d'un vero e galante cavaliere scoprire il nome della sua bella. In fede mia, un'avventura impagabile! Non ho sentito mai nessuno parlare in modo così ridicolo. Le ho domandato la sua età.... La mamma dice che ho commesso un'inciviltà madornale, ma in compenso è l'unica.... La vecchia signora lo attesterebbe se fosse qui.

— Ebbene, quanti anni ha?

— Sedici.

— Eh via, Guglielmo! Mi burli?

— No, è l'età che m'ha detto lei. E un vero e galante cavaliere è in obbligo di credere ciecamente alla sua bella dama.

— Povera creatura! — esclamò Trueman. — È rimbambita!

— Non mica, zio True. A momenti parrebbe, quando sballa certe sciocchezze, ma poi subito si mette a parlare sensatamente quanto voi e me. M'ha ringraziato protestandosi gratissima e lodando il raro «spirito di cortesia» che dimostravo col pigliarmi tanta pena d'una vecchia signora come lei. Nello svoltare in via Beacon ci siamo incontrati in un intero collegio di ragazze, tutte bellezze fiorenti, «bellezze da ammazzare un uomo» diceva la mia vecchietta. Appena vedutele apparire da lontano doveva aver tenuto sicuro ch'io cercherei di liberarmi per correre dietro a qualcuna di loro, tanto furiosamente s'attaccava al mio braccio. Sorte ch'io non avessi punto la prava intenzione d'abbandonarla, perchè mi sarebbe stato impossibile. Alcune delle ragazze si fermavano un momento a guardarci con curiosità; io, s'intende, non ne facevo caso, ma la mia dama sembrava credere che ne fossi terribilmente mortificato, e, passate alfine tutte quante, ha rilodato il mio «spirito di cortesia»: sua espressione favorita. —

Guglielmo tacque, sfiatato. True gli pose una mano sulla spalla:

— Sei un bravo e buon ragazzo! — disse; — Tu onori i vecchi, e fai bene, quantunque il tuo nonno pretenda che non sia più di moda.

— Non so di mode, io, zio True, ma stimerei tristo e di basso animo un ragazzo che vedesse una vecchia sdrucciolare sul ghiaccio, e non l'accompagnasse a casa per risparmiarle una nuova caduta.

— Guglielmo è sempre stato buono con tutti, — osservò Gertrude.

— O Guglielmo è un eroe, — disse il giovanetto — o ha due cari amici che lo giudicano con troppa benevolenza, com'è più verosimile. Ma vieni, Gertrude, Carlo XII ci aspetta, e dobbiamo studiare molto oggi, perchè può darsi che non ci capiti tanto presto un'altra occasione. Il signor Bray non istava bene stasera; pare che lo minacci la febbre. Gli ho promesso di ritornar a bottega domani, dopo desinato. Se, Dio guardi, s'ammala, sarò occupatissimo, e non potrò affatto venire a casa.

— Oh, speriamo che non s'ammali! — esclamarono Trueman e Gertrude, a una voce.

— È un così brav'uomo! — soggiunse il vecchio.

— E tratta Guglielmo con tanta bontà! — aggiunse la bambina.

Anche Guglielmo sperava, ma le sue speranze si mutarono in ansiosi timori quando il giorno seguente seppe che il suo ottimo padrone non si trovava in grado di lasciare il letto, e che il medico era impensierito dai sintomi riscontrati.

Si manifestò una febbre tifoidea che in pochi giorni condusse il farmacista alla tomba.

La sua morte fu per Guglielmo un colpo tanto improvviso e terribile, che su quel subito egli non comprese le importanti conseguenze che da questo evento derivavano a lui stesso, nel suo avvenire. La farmacia venne chiusa, essendosi la vedova risolta a vendere i fondi per ritirarsi a vivere in campagna; sicchè rimase privo a un tempo dell'impiego e del prezioso appoggio che aveva nel signor Bray.

Nell'ultimo anno i guadagni del giovanetto erano stati considerevoli, e avevano migliorato le condizioni de' suoi cari, permettendo loro di diminuire le proprie quotidiane fatiche. Il pensiero d'essere a carico della mamma e del nonno anche per un solo giorno era intollerabile al suo spirito indipendente ed energico. E però si mise sollecitamente alla ricerca d'un nuovo posto. Incominciò dal rivolgersi ai farmacisti della città: a nessuno di essi occorreva un ragazzo dell'età sua, e la giornata fu spesa in gite inutili.

Ritornò a casa la sera, disilluso, ma punto scoraggiato. Se non trovava da impiegarsi in una farmacia, avrebbe fatto qualche altra cosa.

Ma che cosa? Questo era il nodo. Dibattè a lungo la questione con sua madre. Ella sentiva che l'ingegno e l'educazione del suo figliuolo gli davano diritto a un posto almeno pari a quello che aveva occupato fino allora, e non poteva sopportare l'idea ch'egli scendesse a servigi più bassi. Guglielmo stesso, senz'essere presuntuoso, non pensava diversamente. Egli ben si sapeva capace di tenere uffici richiedenti assai maggior coltura e attitudine agli affari che non le incombenze affidategli dal signor Bray. Ma se per ora non era possibile conseguire ciò che desiderava, avrebbe preso ciò che si sarebbe offerto. E cercò da tutte le parti. Il guaio era che non aveva nessuno da far dire una buona parola in suo favore, e certo non si può pretendere che la gente abbia fiducia in un ragazzo sconosciuto e senza raccomandazioni.

Tutti i suoi passi riuscivano dunque infruttuosi, e un giorno dopo l'altro se ne tornava a casa silenzioso e depresso, temendo la vista del nonno e della mamma. Quando questa volgeva verso di lui piena di speranza il pallido viso che portava l'impronta di tante cure, di tante fatiche, era uno strazio per il suo cuore doverla rattristare con nuovi disinganni; e non meno lo tormentava il pessimismo del vecchio, il quale addirittura non credeva alla possibilità ch'egli trovasse un'altra occupazione, nè si sarebbe persuaso del contrario finchè non glielo provasse un fatto di cui non si vedeva ancora speranza. In capo a due settimane la signora Sullivan finì con l'astenersi dall'interrogarlo sui risultati delle pratiche fatte, avendo il suo vigile occhio materno scorto tutta la pena che gli cagionavano quelle domande. Aspettava pazientemente che egli le comunicasse le sue notizie, se ne aveva.

Spesso così avveniva che non fosse scambiata tra loro una parola sul modo in cui Guglielmo aveva impiegato la giornata. E molte trepide istanze egli fece per ottenere lavoro, molte mortificanti repulse ebbe a soffrire, di cui sua madre nulla mai seppe.

XIV.

Se peso egual di tema e di speranza

Tiene in forse l'evento, io, per natura

Sempre a sperar più che a temere inclino.

Comus.

Era questa una prova non conosciuta fino allora da Guglielmo, e la più dura per lui a sostenersi. Eppure la sostenne, e strenuamente: nascose le più aspre sue lotte alla madre ansiosa, al nonno scorato, e con virile risoluzione sperò contro la speranza, Gertrude era adesso il suo maggior conforto. A lei confidava le sue pene, e quantunque non fosse che una fanciulletta, ella sapeva essere una mirabile consolatrice. Presentandogli sempre le cose nella luce più favorevole, predicendo un domani più fortunato, faceva molto per ravvivare la sua fiducia, per fortificare il suo proposito. Dotata d'uno spirito pronto, sagace, osservatore, ella vedeva, assai meglio che non sogliano i fanciulli, le diverse vie per cui poteva esser condotta a termine una faccenda; e spesso dava a Guglielmo utili consigli di cui egli volentieri approfittava. Un giorno gli domandò se non avesse mai pensato a ricorrere ad una agenzia d'informazioni. Egli infatti non ci aveva pensato, e se ne maravigliò seco stesso. Lo fece senza indugio. Gli furono date lusinghiere speranze che per qualche tempo lo rianimarono, ma riuscirono fallaci. E oramai cominciava a disperare, quando gli cadde sott'occhio un annunzio in un giornale che parve offrirgli una probabilità di buon successo. Lo mostrò a Gertrude. Era proprio il fatto suo. Non aveva che da presentarsi. Si chiedeva appunto un ragazzo come lui: quindici anni, svegliato, capace, fidatissimo, disposto ad entrare come socio nella ditta, dopo acquistata la necessaria pratica degli affari. Ella era sicura che nessuno poteva meglio di Guglielmo convenire al richiedente.

Tanto n'era sicura, che la mattina appresso Guglielmo si presentò al recapito indicato, franco e fiducioso come mai per l'innanzi. Il principale, che aveva l'aria d'un uomo assai fine e scaltro, lo fissò con uno sguardo penetrante, lo tempestò di domande, lo sconcertò manifestando qualche dubbio sulla sua capacità e la sua onestà; e dopo averlo fatto discorrere un pezzo, concluse col dichiarargli che anche nel migliore dei casi e con le più valide raccomandazioni, egli non poteva accettare se non un giovanetto la cui famiglia acconsentisse a interessarlo negli affari della Casa investendovi per conto suo una piccola somma.

Questa condizione chiudeva a Guglielmo l'adito a quel posto, quando pure l'uomo gli fosse piaciuto: ma non gli piaceva punto, perchè sentiva in cuor suo ch'era un furfante o giù di lì.

Finora egli non s'era mai perduto d'animo; ma quest'ultimo disinganno l'avvilì per modo che, ritornato a casa, gli mancò il coraggio di trovarsi faccia a faccia con sua madre. Entrò dunque direttamente nella camera di True.

Era la vigilia di Natale. Dagli sportelli aperti della stufa il riverbero d'un bel fuoco di carbone veniva a confondersi coi riflessi del tramonto in una luce purpurea che rischiarava fievolmente la stanza.

Guglielmo trovò Gertrude sola ed occupata a preparare una certa focaccia per il tè, la quale era uno dei pochi prodotti dell'arte culinaria in cui fosse giunta a farsi onore. Ella giusto usciva dalla dispensa con in mano un ramaiuolo colmo di farina, quando lo vide entrare. Egli gettò il suo berretto sulla panca e sedette alla tavola nascondendo il volto tra le palme, con un atto di sconforto che le fece subito indovinare la nuova disfatta patita dal povero ragazzo nella sua lotta contro l'avversa fortuna. Era tanto contrario all'indole di Guglielmo l'entrare così senza dir parola, tanto strano vedere quella radiosa testa giovanile curvarsi sotto il peso del dolore, quel corpo agile e gagliardo accasciarsi, come fosse d'un tratto invecchiato, ch'ella comprese che il valoroso suo cuore cadeva infine vinto.

Posò il ramaiuolo, e pian piano venne a lui, gli toccò un braccio, alzandogli in faccia i grandi occhi ansiosi. La compassione ch'egli sentì nella timida carezza, nello sguardo amoroso, gli diede l'ultimo crollo. Chinò la faccia sulla tavola, e un momento dopo Gertrude udì uno scoppio d'angosciosi singhiozzi che si ripercotevano ad uno ad uno nel più profondo dell'anima sua. Ella piangeva spesso e le pareva una cosa naturale: ma Guglielmo, il gaio, l'animoso Guglielmo, non l'aveva veduto pianger mai: credeva ch'egli non sapesse piangere. Si arrampicò sulla seggiola del giovanetto e cingendogli il collo con le braccia mormorò:

— Io non mi rammaricherei di non averlo ottenuto quel posto: credo che non sia un posto buono.

— Neppur io lo credo; — disse egli sollevando la testa — ma come fare? Non ne trovo nessuno, e non posso star qui senza far nulla.

— Noi siamo ben contenti d'averti a casa.

— Oh, essere a casa è una gran bella cosa.... Godevo di venirci quando stavo col signor Bray, e guadagnavo un po' di quattrini, e sentivo che tutti mi vedevano con piacere....

— Ma anche adesso tutti ti vedono con piacere.

— Non però come allora, — replicò Guglielmo alquanto impazientito. — La mamma mi guarda sempre come se s'aspettasse l'annunzio che finalmente ho trovato un'occupazione; il nonno ha l'aria di pensare ch'io non sarò mai buono a nulla.... Ah, proprio nel momento che cominciavo a guadagnare e ad aiutarli, mi tocca la disgrazia ti perdere il mio impiego!

— Non è colpa tua se il signor Bray è morto; tu non potevi mica guarirlo. Mi sembra impossibile che il signor Cooper ti biasimi perchè ora sei disoccupato....

— Non mi biasima, no.... Ma se tu fossi ne' miei panni proveresti quello che provo io nel vederlo là, seduto nella sua poltrona, tutta la sera, gemendo e borbottando, e guardandomi come se volesse dire: «A cagion tua mi dispero».... Egli pensa che il mondo è tristo, che lui non ci ha mai avuto sorte, e che così non nè avrò io....

— Tu ne avrai.... Sono sicura che sarai ricco un giorno. Allora sì che il nonno rimarrà stupito!

— Gertrude, tu sei una cara bambina.... Hai fede in me.... Se mai divento ricco, ti prometto di farti partecipare alla mia fortuna. Ahimè, — soggiunse, scorato — non è tanto facile! Io m'immaginavo che quando sarei grande, guadagnerei subito dimolto denaro.... Invece veggo che ce ne vuole per arrivarci! —

Chinò di nuovo il capo, volle nascondersi la faccia tra le mani; ma Gertrude gliele afferrò e non gli permise d'abbandonarsi alla malinconia.

— Via, Guglielmo, — ella disse — non fissarti più in questo pensiero. Non c'è chi non abbia i suoi dispiaceri, ma tutti li superano, infine. Forse la settimana ventura ti troverai in una bottega anche meglio che quella del signor Bray, e sarai più contento di prima. Sai, — fece, per mutare discorso, tattica che i fanciulli sanno usare quanto gli adulti — oggi compiono due anni da che sono venuta qui.

— Davvero? Lo zio True ti portò a casa sua la vigilia di Natale?

— Precisamente.

— Vale a dire che Santo Claus portò te verso le buone cose, invece di portartele, non è vero? —

Gertrude non sapeva nulla di Santo Claus, il grande amico dei bambini; e Guglielmo, il quale aveva ultimamente letto la leggenda del buon vecchio che la vigilia di Natale distribuisce balocchi a piene mani, prese a raccontargliela, per esteso.

Quand'ella vide che, infervorato nella sua storia, egli si distraeva senza volerlo, ritornò alla focaccia, pur non cessando d'ascoltarlo con attenzione mentre lavorava la pasta. Giusto nell'atto che stava infornandola, Guglielmo fece punto. Inginocchiata davanti alla stufa, aprendo e chiudendo macchinalmente lo sportello del forno, ella rimaneva pensosa, con un sì vivo sfavillìo negli occhi, che egli le domandò:

— Gertrudina, perchè hai cotest'aria maliziosetta?

— Pensavo — ella rispose — che Santo Claus potrebbe forse venire per te, stanotte; giacchè viene per chi ha bisogno di qualche cosa e porta ai bravi figliuoli ciò che desiderano, spero che ti porti un buon posto dove tu abbia occasione di farti ricco.

— Sicuro! — disse Guglielmo. — Mi ficcherà nel suo sacco, e mi strascinerà fino a un palazzo per offrirmi come dono natalizio a un vecchio Creso, il quale mi regalerà un patrimonio, in contraccambio.... Ci fo assegnamento, perchè se non mi capita una fortuna prima di capo d'anno, devo darmi per disperato. —

In quella i due ragazzi furono interrotti da Trueman che entrò portando trionfalmente un magnifico tacchino, regalo del signor Graham, e un libro per Gertrude, regalo d'Emilia.

— Oh, non è curioso? — esclamò la bambina. — Guglielmo diceva appunto che voi, zio True, siete il mio Santo Claus.... Pare anche a me, davvero! —

Così parlando apriva il libro. E nel frontespizio le si presentò il ritratto del leggendario personaggio. Ella proruppe, giubilante:

— O, guarda, guarda, Guglielmo, come gli somiglia! È tutto lui! C'è il berretto di pelliccia, e la pipa, e il buon viso ridente proprio come il suo.... Ah, zio True, se soltanto aveste invece del tacchino e della lanterna un sacco di balocchi in ispalla, sareste un Santo Claus perfetto!... A proposito, per Guglielmo non avete nulla?

— Sì, una cosuccia... Ma temo che non gliene importerà molto. Non è che un bigliettino.

— Un biglietto per me? — domandò il ragazzo. — Di chi può essere?

— Questo non so dirtelo, — rispose il lampionaio frugando nelle capaci sue tasche. — Svoltavo il canto quando un uomo m'ha fermato domandandomi dove abita la signora Sullivan. Io gli indico la casa. Allora, veduto che ci abito anch'io, mi consegna questo pezzetto di carta, e mi prega di rimetterlo al signorino Guglielmo Sullivan, che, m'immagino, siete voi. —

Guglielmo prese con una mano il biglietto e con l'altra l'accenditoio di True, e sollevando il foglio all'altezza del lume, lesse forte:

«R. H. Clinton desidera vedere Guglielmo Sullivan giovedì mattina, tra le dieci e le undici, al numero 13. Panchina....»

Egli era sbalordito.

— Che vorrà mai? — disse. — Io non conosco nessuno di questo nome.

— So io chi è, — fece True. — È il signore che abita nella grande casa di pietra, in via ***; un riccone. Il recapito dato nel biglietto è proprio il suo banco....

— Che? Il babbo di quei bellissimi bambini che vedevamo spesso alla finestra?

— Precisamente.

— O che cosa può desiderare da me?

— Probabilmente ha bisogno de' tuoi servizi, — disse il vecchio.

— Ma dunque è un posto! — gridò Gertrude. — E un posto buono! Santo Claus è venuto e te l'ha portato.... Lo dicevo io! Oh, come sono contenta! —

Guglielmo tuttavia non sapeva se dovesse rallegrarsi o no. Gli sembrava assai strano quel messaggio da parte d'un signore che non lo conosceva affatto. Certo sarebbe stato naturale sperare con la sua piccola amica e con lo zio True che fosse l'alba d'una nuova fortuna; ma egli aveva ragioni particolari, da loro ignorate, per credere che di questa fortuna, se pur gli si offriva, non avrebbe potuto approfittare. E però si fece promettere da entrambi di non far cenno della cosa nè a sua madre, nè al signor Cooper.

Il giovedì, ch'era il giorno dopo il Natale, egli si presentò puntualmente nel luogo indicatogli. Il signor Clinton, uomo di maniere finissime e d'aspetto benevolo, l'accolse con molta gentilezza, gli diresse poche domande, non chiese nemmeno se avesse raccomandazioni, o attestati del suo antico principale, ma senz'altro gli disse che aveva bisogno d'un giovanetto per le mansioni di secondo commesso nel suo banco, e gli offerse il posto. Guglielmo esitò, perchè quantunque l'offerta fosse molto vantaggiosa per il suo avvenire, non era accettabile per il presente, se, come pareva, il signor Clinton non gli assegnava uno stipendio. Questi, vedendolo titubante, gli domandò:

— Forse la mia proposta non vi conviene, o avete già qualche impegno?

— No, — rispose egli prontamente. — Mi dimostrate una gran bontà onorando me, estraneo, di tanta fiducia da essere disposto ad ammettermi nella vostra Casa, e la proposta mi giunge gradita quanto inaspettata; ma io, finora, avevo servito in un negozio di spaccio al minuto, dove percepivo un regolare salario sul quale mia madre e mio nonno facevano conto.... Certo, preferirei di gran lunga un banco quale il vostro, e credo, signore, che imparerei presto a rendermi utile: se non che, lo so, molti giovanetti di famiglie ricche si stimerebbero fortunatissimi d'essere impiegati da voi senza alcuna rimunerazione, e quindi io non potrei sperare uno stipendio, almeno per i primi anni. Comprendo bene che in capo a un certo tempo mi troverei compensato ad usura dalle cognizioni acquistate nella pratica degli affari mercantili: disgraziatamente non sono in istato di procurarmi questo vantaggio, più che di proseguire gli studi. —

Il signor Clinton sorrise.

— Come mai, giovanotto, siete così informato di queste cose?

— Ho inteso dire da parecchi ragazzi miei condiscepoli, ora commessi in case commerciali, che non ricevono paga, e ho sempre giudicato equo cotesto trattamento; ma per tale ragione appunto mi sono sentito in obbligo di contentarmi del posto che occupavo in una farmacia, perchè sebbene non fosse di mio gusto, mi dava modo di bastare a me stesso e di venire in aiuto a mia madre ch'è vedova, e a mio nonno ch'è vecchio e povero.

— Il vostro nonno, chi è?...

— Il signor Cooper, sagrestano nella chiesa del signor Arnold.

— Ah sì, lo conosco! — disse il signor Clinton; e dopo una pausa soggiunse: — Quello che avete detto, Guglielmo, è esattissimo: non è nostro costume assegnare un qualsiasi stipendio ai nostri giovani commessi, e ciò nonostante siamo tempestati di profferte; ma ho avuto ottime informazioni sul conto vostro, ragazzo mio (non vi dirò da qual fonte per quanto io vegga la vostra curiosità), e inoltre voi mi piacete: credo che mi servirete fedelmente. Ditemi dunque che cosa avevate dal signor Bray: io vi darò altrettanto il primo anno, e in seguito andrò aumentando la vostra paga, se lo meriterete. Siete contento? Allora potete entrare nel mio banco al principio del gennaio prossimo. —

Guglielmo lo ringraziò il più concisamente possibile, e s'affrettò ad accomiatarsi.

Il commesso principale, chino su' suoi registri, ascoltava il dialogo, e pensò che il ragazzo avrebbe dovuto esprimere maggiore riconoscenza dinanzi a una così insolita generosità. Ma il negoziante, osservando Guglielmo mentre gli parlava, ben aveva scorto nei mutamenti del suo viso il succedersi della maraviglia allo scoramento, e della speranza, della gioia alla maraviglia; una gioia piena di gratitudine sincera e così profonda che, egli lo comprendeva, non trovava parole per manifestarsi. E s'era ricordato del tempo in cui, giovanetto e figlio unico di una povera vedova, egli era venuto solo nella grande città, in cerca d'un impiego, e trovatolo dopo lunghi stenti, aveva subito scritto alla mamma per dirle che sperava di poter presto guadagnare abbastanza da provvedere a sè ed a lei.

Da vent'anni cresceva l'erba sulla tomba ove ella dormiva l'eterno sonno, laggiù nella lontana campagna natia, e la faccia del negoziante era solcata dalle rughe che vi avevano impresse i pensieri e le cure; ma quando, ritornato a sedere, egli tracciò quasi inconsciamente su un foglio bianco, con la penna asciutta, le parole: «Cara mamma», ella rivisse per lui e rivisse egli stesso nella propria giovinezza. Quelle parole invisibili incominciavano la lettera che le recava la buona novella.

No, Guglielmo non era ingrato, altrimenti non avrebbe destato nel signor Clinton i ricordi del tempo in cui il suo cuore provava le stesse commozioni.

E tutte le madri che hanno pianto e pregato e ringraziato Dio ricevendo simili notizie da figliuoli teneramente amati, possono intendere qual fosse la felicità della buona piccola signora Sullivan quando Guglielmo le annunziò l'insperata fortuna. Il signor Cooper e Gertrude hanno pure i loro prototipi in tanti vecchi ne' cui occhi smorti e stanchi si riaccende il bagliore della speranza, che sebbene sia stata fallace per essi, vagheggiano ancora per i nipotini; in tante sorelline superbe e liete di vedere il nobile fratello apprezzato alfine dagli altri come fu sempre da loro. Nè in tali occasioni deve mancare l'amico cordiale che, come il bravo True, entra d'improvviso e battendo una spalla al ragazzo esclama:

— Avevo ragione, io? Non c'era bisogno che si rammaricassero tanto, i tuoi.... Glielo dicevo sempre al nonno che le cose si sarebbero accomodate, e bene! —

Ma un punto rimaneva misterioso. Da chi il signor Clinton aveva udito parlare di Guglielmo? La signora Sullivan passò in rivista le sue non numerose conoscenze, e fece mille supposizioni, una più inverosimile dell'altra. E però, visto che il congetturare non serviva a nulla, finirono con l'attribuire, come Gertrude, tutto il merito a Santo Claus.

XV.

Rinnovi in cielo il dì l'usato corso

O avvolta d'ombra la notte silente

Vigili sulla terra, ella paziente

E fida attende all'opera pietosa

Di lenire la pena sua angosciosa

E nel bisogno porgergli soccorso.

Blacklock.

— Sarei curiosa di sapere, — diceva la signorina Peekout appoggiando le mani al davanzale per sporgersi meglio, e guardando su e giù per la strada, occupazione a cui soleva dedicare dieci minuti dopo rigovernato gli utensili della colazione e prima di preparar la sua «lampada solare» — sarei curiosa di sapere chi sia quella ragazzina snella che passa di qui tutte le mattine conducendo a braccetto quel vecchio cadente. Li vedo sempre a quest'ora quando il tempo è buono e si cammina bene. È una cara creatura, senza dubbio, e dev'essere molto affezionata al pover'uomo.... probabilmente suo nonno. Ho osservato che ha cura di lasciargli la miglior parte del marciapiede, e vigila ogni suo passo; cosa necessaria, del resto, perchè lui vacilla ch'è una passione. Poverina, è pallida, e tutt'ansiosa.... Chi sa se assiste il vecchio lei sola?... Sarei curiosa.... —

Ma la coppia è già fuori della sua veduta ed ella va a vedere se la lampada solare ha bisogno d'una calza nuova.

— Sarei curiosa di sapere, — diceva la signora Grumble, seduta a una finestra d'una casa un po' più in là nella stessa via — se nel caso ch'io fossi un giorno vecchia ed inferma — (la signora Grumble passava i settanta ma non soffriva finora d'altra infermità che il suo temperamento irascibile) — qualcuno m'assisterebbe e si prenderebbe cura di me come quella figliuola lì del suo nonno! Mai e poi mai, ci scommetto! Che pazienza, per una bambina! Chi può essere?

— Guarda, Bella! — diceva una fanciulla ad un'altra con la quale si recava a scuola passando per quella strada, dove si tenevano dalla parte dell'ombra. — Ecco là il vecchio e la ragazzina che incontriamo ogni giorno.... Come puoi dire che non è carina? Io l'ammiro!

— Oh, tu, Rina, hai la particolarità d'ammirare ciò che a tutti gli altri pare orribile!

— Orribile!. — esclamò Rina indignata. — Tutt'altro! Osserva ora quando l'incontriamo, quanto è dolce l'espressione del suo viso nell'atto di guardare il vecchio e di parlargli! Sarei curiosa di sapere che cos'ha quel disgraziato.... Vedi come gli trema il braccio? Quello che appoggia sul braccio di lei.... —

Le due coppie s'incontrano, quasi sfiorandosi, passano, in silenzio.

— Ebbene, non è forse simpaticissima? — domanda Rina, vivamente, non appena sicura di non essere udita.

— Ha begli occhi, — risponde Bella — ma non c'è in lei nient'altro di notevole. Sarei curiosa di sapere come sopporta la noia di passeggiare con quel vecchio che si trascina a stento, pesandole sul braccio e tremando per modo che appena si regge.... E incontro al sole che la ferisce proprio in faccia.... Ah, io non lo farei per nulla al mondo!

— Oh, Bella! Come hai cuore di parlare così? Io lo compiango il poveretto, immensamente!

— Dio buono, a che giova il compianto? Se tu ti metti a compiangere tutti, non avrai da far altro dalla mattina alla sera. — Bella s'interruppe e urtò il gomito alla compagna: — Guarda lì, Guglielmo Sullivan, il commesso del babbo.... O non è una bellezza? Aspetta, voglio fermarlo. —

Ma innanzi ch'ella giungesse a rivolgergli la parola, Guglielmo, il quale camminava prestissimo, l'oltrepassò salutandola con un inchino e un garbato: «Buon giorno, signorina Isabella!» e s'allontanò rapidamente.

Quando la vezzosa Isabella si fu riavuta dallo stupore e dal dispetto che l'avevano ammutolita, non era più il caso di richiamarlo.

— Gentilissimo! — ella mormorò.

— Vedi, vedi, — fece Rina che s'era voltata a guardare indietro — ha raggiunto il vecchio e la simpatica bambina. Oh, prende l'altro braccio dell'infermo.... e proseguono tutti e tre insieme.... Non è una singolare coincidenza?

— Io non ci veggo nulla di singolare, — disse Bella, un po' seccata. — Suvvia, allunghiamo il passo, o arriveremo a scuola in ritardo! —

Lettore! Sei anche tu «curioso di sapere» chi siano quel vecchio e quella ragazzina? O hai già ravvisato True Flint e Gertrude? Il povero True non è più il forte e coraggioso protettore della debole creatura derelitta. Le parti sono invertite. Egli è stato colpito da paralisi. Il suo vigore se n'è ito, non gliene resta nemmeno tanto da camminar solo. Sta tutto il giorno a sedere nel suo seggiolone o sulla vecchia panca, salvo quando esce a passeggiare con la sua figliuola adottiva. Il colpo fu improvviso, e atterrò l'uomo robusto, lo lasciò debole come un fanciullo. E la piccola estranea, l'orfanella che, malata, abbandonata, priva del necessario, aveva trovato in lui un babbo e una mamma, ora per lui è tutto: il suo sostegno, la sua speranza, il suo conforto. Durante i quattro o cinque anni che egli ha amorosamente coltivato quella gracile pianticella, ella ha acquistato forza per il tempo in cui doveva esser egli a sua volta bisognoso d'appoggio e trovarlo in lei. Quel tempo è venuto, ahimè, troppo presto; ella era pronta e ha risposto all'appello. Con la semplicità e l'ardore d'una bambina, ma con la fermezza, la perseveranza, la capacità d'una donna, la piccola Gertrude presta da mane a sera, infaticabile, la sua opera d'infermiera fedele, di diligente massaia in servigio del suo primo, del suo più caro amico. Sempre al suo fianco, sempre attenta ad ogni suo bisogno, ella tuttavia riesce miracolosamente a fare molte cose, senza ch'egli pur se n'avvegga. Come l'ottimo uomo aveva predetto, ella è davvero ne' suoi vecchi giorni la benedizione di Dio incarnata che gl'illumina e fiorisce di gioie soavi fino il sentiero della tomba.

Se l'infermità privava Trueman dell'uso delle membra, aveva per fortuna risparmiato la sua mente, ch'era lucida e serena come sempre: e il pio cuore si riposava, con umile fiducia, in quel Dio di cui egli riconosceva l'amore e la presenza, in cui sperava così fermamente, che nell'amarezza di quella prova poteva sottomettersi appieno e ripetere: «Sia fatta la tua volontà e non la mia!»

Coloro che tutti i giorni notavano l'invalido e la sua piccola custode, e si maravigliavano della devozione, dell'abnegazione di quella fanciulletta, erano lungi dal comprendere i sentimenti d'affetto e di gratitudine ond'era animata Gertrude, dall'immaginarsi qual contentezza fosse la sua nel sostenere, nell'aiutare l'amato suo benefattore. Meno ancora la superbiosa che si sarebbe vergognata di passeggiare col vecchio paralitico, intuiva qual fosse il suo orgoglio. Come poteva ella credere che la ragazzina che avrebbe compianta, se avesse trovato tempo di compiangere qualcuno, si sentiva colmare il cuore della più viva, della più nobile sodisfazione provata in vita sua, quando porgeva l'appoggio del suo braccio al vecchio tremulo, ed era per lei una gloria portare quella croce?

Il mondo esteriore le era indifferente. Non si curava dei commenti della gente oziosa, curiosa, vana. Non viveva ora che per True; per meglio dire viveva in lui, tanto esclusivamente pensava a consolarlo, a prolungare e allietare i suoi giorni.

Da due mesi soltanto egli versava in così affliggenti condizioni. Già prima la sua salute aveva cominciato a declinare, ma era sempre in grado d'attendere al suo lavoro quotidiano, finchè una mattina di giugno Gertrude, entrando nella sua camera, vide con maraviglia che non s'era levato quantunque fosse molto più tardi dell'ora consueta. Accostatasi al suo letto domandandogliene il perchè, s'accòrse ch'egli aveva un aspetto strano e non poteva risponderle. Sbalordita e spaventata, chiamò la signora Sullivan. Fu mandato per un medico. Questi dichiarò ch'era un attacco di paralisi, molto grave. Parve infatti per qualche giorno che True dovesse soccombervi: ma poi andò migliorando. Ricuperò la favella, e in capo a due settimane fu in istato di camminare con l'aiuto di Gertrude.

Il dottore aveva raccomandato quanto più moto fosse possibile senza stancarlo, e però tutte le mattine, innanzi le ore calde, se il tempo era buono, ella si presentava vestita di tutto punto e in cappellino, per condurlo a fare quella passeggiata con cui attiravano inconsapevolmente tanta attenzione.

La piccola massaia, approfittando di questa opportunità faceva la spesa, a fine di non dover poi uscire un'altra volta e lasciare l'infermo solo, cosa che evitava se non v'era costretta. Così la mattina che Guglielmo li aveva raggiunti a gran dispetto di Bella, si diressero accompagnati da lui alla bottega di commestibili dove solevano provvedersi delle cose necessarie. Il giovanotto fece sedere comodamente True, e proseguì verso la panchina ***, mentre Gertrude andava al banco a contrattar gli acquisti per il desinare. Comprò un pezzo di vitello da fare un buon brodo, gettò uno sguardo di desiderio su certi panieri di legumi scelti, e si voltò in là, con un sospiro. Ella aveva in mano la borsa contenente tutto il loro denaro; la teneva lei da alcune settimane, e la sentiva ogni giorno più leggera: sicché sapeva bene che alle primizie non bisognava pensarci, e sospirava ricordando con quale piacere lo zio True mangiava i pisellini novelli, l'anno scorso....

— Quant'è la carne? — ella domandò al rubicondo macellaro che la stava involtando in un foglio.

Egli disse quanto. Era poco, tanto poco che a Gertrude sembrò che quell'uomo avesse veduto dentro la sua borsa, e anche dentro il suo pensiero, e sapesse come sarebbe contenta che non costasse di più. Mentre le dava il resto, egli si chinò sul banco, e le chiese sottovoce che genere di cibi convenisse al signor Flint.

— Qualunque cibo sano, dice il medico, — ella rispose.

— Credete dunque che mangerebbe un po' di pisellini? Ne ho di prima qualità, arrivati freschi freschi dalla campagna, e se gli piacciono, ve ne manderò volentieri. Il mio garzone deve portarne in giro mezzo staio.... Metterò nello stesso paniere anche la carne.

— Oh, grazie, — fece Gertrude — gli piacciono moltissimo!

— Benone, benone. Vedrete che bellezza! —

Ed egli si volse a un'altra avventora così prontamente da lasciar credere a Gertrude che non si fosse potuto avvedere del rossore che le saliva alle gote, delle lacrime che le spuntavano negli occhi. Ma egli se n'era avveduto, e appunto per questo aveva avuto tanta fretta di servire l'altra.... Era un gran brav'uomo quel rubicondo macellaro!

True conservava un ottimo appetito. Egli gustò e lodò assai il desinaretto, e dopo aver mangiato abbondantemente, s'addormentò nel suo seggiolone.

Nell'atto che si destava, Gertrude balzò al suo fianco, gridando:

— Zio True, c'è la signorina Emilia!... La buona signorina Emilia che viene a farvi una visita!

— Iddio vi benedica, mia cara signorina! — disse il vecchio tentando di rizzarsi per muoverle incontro.

— Non vi rizzate, no, ve ne prego! — esclamò la giovane cieca il cui raffinato orecchio aveva percepito la sua mossa. — A quanto mi dice Gertrude temo che vi sia penoso.... Figliuola, portami una seggiola accanto allo zio True.... —

Ella s'accostò al paralitico, gli prese la mano, e parve oltremodo turbata nel sentirla tremare così.

— Ah, signorina Emilia, — egli disse — non sono più l'uomo che ero quando vi parlai ultimamente.... Il Signore mi ha mandato un avviso, e devo dispormi a partirmene dà questo mondo!

— Mi duole assai di non aver saputo nulla della vostra malattia, — disse la visitatrice. — Sarei venuta prima a trovarvi.... Ma ho avuto la notizia soltanto oggi.... Stamani Giorgio, il servitore di mio padre, vi ha visto in una bottega con Gertrude, e me l'ha detto non appena ritornato di città. Cotesta bambina doveva pur scrivermi un rigo.... —

Gertrude stava ritta presso il vecchio accarezzando con le dita sottili le sue ciocche grige. Egli, all'udire Emilia menzionarla, si voltò verso di lei e la guardò.... Ah, quale sguardo d'amore! Mai Gertrude potè scordarlo.

— Cara signorina, — rispose True — non era necessario disturbare nessuno. Dio stesso ha provveduto. Tutti insieme i dottori e tutte le infermiere del paese, non avrebbero fatto per me la metà di quello che ha saputo fare questa mia piccina. Cinque anni sono, quando me la portai a casa, povera scricciola, scalza e livida dal freddo, quando, in questa medesima stanza, me la reggevo sulle braccia, notte e giorno, malata, quasi morente, non mi sarei immaginato che verrebbe così presto la sua volta. No, signorina Emilia, non mi sarei immaginato che il Signore mi abbatterebbe così profondamente, che quei piedini correrebbero tanto di qua e di là per servirmi, che quelle manine verrebbero nelle tristi notti ad accomodare i miei guanciali, che il giorno camminerei appoggiato al suo debole braccio.... Davvero le vie di Dio non sono le nostre vie, nè i suoi pensieri come i nostri pensieri.

— Oh, zio True, — disse Gertrude — io non fo molto per voi! Vorrei fare assai più, vorrei ridarvi la vostra forza.

— Per questo mondo non è più possibile.... Ma tu mi dài ben altra forza che quella del corpo.... Ah, signorina Emilia, — proseguì rivolto alla fanciulla cieca — a voi dobbiamo ogni nostro bene! Io amavo il mio uccellino, ma ero uno sciocco e non sarei riescito che a viziarlo. Invece voi sapevate quello che ci voleva per il suo meglio e per il mio. Voi avete fatto di lei ciò ch'è adesso: uno degli agnelli di Cristo, un'ancella del Signore. Se qualcuno m'avesse detto sei mesi addietro ch'io sarei divenuto un povero invalido, inchiodato in una poltrona, senza sapere chi provvederebbe al necessario per me e per il mio uccellino caro, avrei risposto che non è possibile sopportare con pazienza una tal sorte, e il cuore mi sarebbe venuto meno. Ma ho imparato una gran lezione da questa bambina! Dopo l'attacco, appena ebbi ricuperato la parola, e potei esprimere le idee che mi venivano alla mente, turbato com'ero pensando al mio caso e alle condizioni di Gertrude che non aveva più chi lavorasse per lei, tanto turbato da sentirmi peggio, dissi gemendo: «E che faremo ora?... Che faremo?» Ed essa mi sussurrò nell'orecchio: «Dio avrà cura di noi, zio True.» E quando, dimenticata quella sua risposta, domandai un'altra volta: «Chi ci nutrirà ora, chi ci vestirà?» essa di nuovo disse: «Provvederà il Signore!» Una notte, nel più profondo della mia angoscia, crucciandomi per la mia piccina, esclamai: «Se io muoio, chi s'occuperà di Gertrude?» E la cara creatura ch'io credevo a letto, bene addormentata, posò la testa accanto alla mia, e rispose: «Zio True, la sera ch'io fui messa fuori nella strada buia, ed abbandonata là, sola, senza più casa, senza un amico al mondo, il nostro Padre Celeste vi mandò in mio soccorso; così se mai volesse chiamarvi a Sè e non prendere me pure, mi manderà qualcun altro per sostenermi durante il tempo ch'io devo restare ancora quaggiù.» Da quel momento, signorina Emilia, ho cessato di disperarmi. Le sue parole e i santi insegnamenti della Bibbia ch'ella mi legge tutti i giorni, hanno penetrato il mio cuore, e sono in pace.

«Io pensavo sempre che se fossi vissuto e rimasto sano e forte, Gertrude avrebbe potuto frequentare la scuola e istruirsi, giacchè ha una grande inclinazione allo studio, e impara con molta facilità. È una bambina piuttosto gracile; e poi, non pare proprio fatta per i lavori grossolani e faticosi, perciò mi dispiaceva troppo l'idea che avesse a guadagnarsi la vita duramente. Speravo di vederla diventare maestra di scuola come la signorina Browne, o qualche cosa di simile.... Ma adesso non mi tormento più. Sono persuaso che, come dice lei, tutto avviene per il nostro meglio, perchè altrimenti non avverrebbe. —

Gertrude che, mentre egli parlava, aveva tenuto la faccia nascosta contro la sua spalla, alzò la testa e disse, risolutamente:

— Zio True, io mi sento capace di fare qualsiasi lavoro materiale, o quasi. Per esempio, la signora Sullivan dice ch'io cucio molto bene; potrei far la sarta o la modista. Questi non sono mestieri faticosi.

— Signor Flint, — domandò Emilia — affidereste volentieri a me la vostra bambina? Se Dio vi separasse da lei, la credereste sicura sotto la mia custodia?

— Oh, signorina Emilia! — esclamò l'infermo. — Come non la crederei sicura sotto la custodia d'un angelo? E voi....

— No, non dite questo, — interruppe ella — o mi periterò d'assumere un impegno così solenne. So purtroppo che la mia cecità, la mia debole salute, la mia inesperienza, mi rendono poco atta ad incaricarmi d'una bambina come Gertrude. Ma poichè voi approvate l'istruzione che le ho dato finora, e, per bontà vostra, mi tenete in miglior concetto ch'io non meriti, almeno sarete certo del mio sincero desiderio d'esserle utile. E s'è un conforto per voi il sapere che in caso di vostra morte io sarò lieta di prenderla meco, d'aver cura della sua educazione, e di provvedere a lei finchè io viva, abbiatevi la mia formale promessa — e così dicendo pose la sua destra su quella di True — che questo sarà fatto e che m'adoprerò con tutte le mie forze perchè ella sia felice. —

Il primo impulso di Gertrude fu di slanciarsi verso Emilia e gettarle le braccia al collo, ma la rattenne nell'atto la vista di True che piangeva come un fanciullo. Ella fece posare la testa del vecchio sul suo seno e asciugò con la mano le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi: lacrime di gioia però, della gioia che lo soverchiava in quel suo stato di debolezza, di prostrazione.

La proposta della signorina Graham gli giungeva così inopinata e di tanto superava le sue aspettazioni, da sembrargli una speranza troppo bella perchè osasse affidarvisi: e ad un tratto un dubbio gli balenò, ed accrebbe la sua trepidanza:

— Ma vostro padre! — disse esitando. — Il signor Graham! Egli ha le sue idee particolari, le sue consuetudini, e non è più giovane.... Ho gran paura che non gli garberà avere in casa una bambina....

— Mio padre è molto indulgente con me, — rispose Emilia. — Certo non vorrà opporsi a un disegno che mi sta a cuore. Io mi sono affezionata a Gertrude; la sua presenza mi sarebbe utile e vi troverei un conforto. Mi confido, signor Flint, che voi riacquisterete, almeno in parte, la salute e le forze, e rimarrete con lei ancora molti anni: ma affinchè non siate in ansia per la sua sorte, colgo quest'occasione d'assicurarvi che s'io vi sopravvivo la mia casa sarà la sua.

— Ah, signorina Emilia! — esclamò il vecchio — il mio tempo quaggiù è finito, lo sento; e giacchè volete incaricarvi di questa creatura, sarete presto chiamata a compiere la vostra opera di carità. Ricordo com'ero turbato il giorno dopo ch'io me l'ebbi portata qui, pensando che forse non ero capace d'educarla, e non avevo la possibilità di tenerla ammodo. E voi, cara signorina, ricordate che mi diceste per incoraggiarmi? «Avete fatto bene,» mi diceste, «e il Signore vi benedice e vi ricompenserà.» Quante volte da allora ho ripetuto in cuor mio che le vostre parole erano state una vera profezia, che il Signore stesso ve le aveva ispirate! Ed ora che voi vi proponete di prendere il mio posto perchè Egli mi chiama a Sè, e ch'io vedo più chiaramente che mai le sue vie, vi dico a mia volta, signorina Emilia: «Fate bene!» E se Dio vi ricompensa come ha ricompensato me, verrà il giorno che l'amore e la gratitudine di questa orfanella vi ripagheranno di ciò che avrete fatto per lei.... Gertrude?

— Non è qui, — disse la cieca — l'ho udita correre nella sua camera.

— Povero uccellino! — fece True. — Non le piace sentirmi parlare del momento che dovrò lasciarla. Mi rattrista il pensiero della sua desolazione. Mi par di vederla struggersi il cuore in lacrime dietro il suo vecchio zio. Basta, non importa. Io volevo raccomandarle d'essere una buona figliuola per voi, ma credo che non ci sia bisogno di raccomandazioni.... Le dirò quando torna quel che ho da dirle. Addio, cara signorina, — egli soggiunse, poichè Emilia s'era rizzata e Giorgio, il servitore, l'aspettava sulla soglia — se non vi rivedo più, sappiate che voi avete reso un povero vecchio tanto felice, da non lasciargli nulla da desiderare sulla terra, e che portate con voi la benedizione d'un morente. Vi conceda Iddio di finire i vostri giorni in perfetta pace come io finisco i miei! —

Quella sera, quando Trueman si fu coricato, e che Gertrude ebbe finito di leggergli secondo il consueto qualche pagina della sua piccola Bibbia, egli, chiamatala al suo capezzale, la pregò, come spesso faceva ultimamente, di ripetere la preghiera per i malati, da lui prediletta.

Ella s'inginocchiò, e con solenne e commovente ardore sodisfece alla sua richiesta.

— E adesso, tesoro, la preghiera per i moribondi.... Ce n'è una, non è vero, nel tuo libriccino? —

Gertrude tremò. Sì, c'era, e bellissima. La pensosa fanciulla, cui l'idea della morte era familiare, la sapeva a memoria. Ma come avrebbe potuto proferirne ad alta voce le parole senza tradire la commozione che la scoteva tutta? Eppure doveva provarvisi. Lo zio True desiderava udirla, e sarebbe stato un conforto per lui. Concentrando tutta la propria energia, dominandosi con uno sforzo, ella incominciò, e guadagnando vigore man mano che proseguiva, arrivò fino in fondo. Due o tre volte la voce le fallì, soffocata nel nodo che le serrava la gola, ma subito, per un nuovo sforzo della volontà, risonò tanto limpida e calma, che la divozione dell'infermo non fu disturbata dal dolore della sua bimba diletta. Fortunatamente egli non poteva sentire i palpiti del piccolo cuore spasimante che minacciavano di spezzarlo.

Recitata la preghiera, ella rimase in ginocchio, accanto al letto, con la faccia nascosta nelle coperte. Non era in grado di rizzarsi. Per qualche minuto un silenzio solenne regnò nella stanza. Poi il vecchio le posò una mano sul capo.

Ella alzò gli occhi verso di lui, ed egli disse:

— Tu ami la signorina Emilia, non è vero, uccellino mio?

— Oh, sì, molto!

— Mi prometti d'essere una buona figliuola per lei quando io me ne sarò andato? —

Gertrude ruppe in singhiozzi.

— O zio True, non mi lasciate! Caro, caro zio True, io non posso vivere senza di voi!

— Dio vuole ch'io vada a Lui, Gertrude. Egli è stato sempre buono con noi, e non dobbiamo ora dubitare della Sua bontà. La signorina Emilia può fare per te più ch'io non potessi. Tu con lei sarai felice.

— No, no! Mai più non sarò felice in questo mondo! Non fui mai felice prima d'esser venuta a stare con voi! E se voi morite, desidero di morire anch'io....

— Tu non devi desiderare questo, mio tesoro: sei giovane, e il tuo dovere è di compiere sulla terra il tempo che t'è assegnato procurando di fare il bene. Io sono vecchio, e oramai non altro che un peso inutile....

— Non lo dite, zio True, non lo dite! Voi non siete, non potete essere di peso a nessuno. Vorrei io piuttosto non aver cagionato tanto incomodo a voi....

— Al contrario, uccellino, Dio sa che tu sei stata tutti questi anni la gioia del mio cuore. Ciò che mi affligge è il vederti adesso sempre sacrificata qui in casa a sfaticare invece d'andar a scuola. Ma quaggiù, noi dipendiamo gli uni dagli altri.... in primo luogo da Dio.... e poi gli uni dagli altri.... E questo mi rammenta le cose che ho da dirti. Io sento che il Signore mi chiamerà presto, assai più presto che tu non creda. E tu allora piangerai e sarai oltremodo afflitta, senza dubbio.... Ma la signorina Emilia ti prenderà seco, e ti dirà parole sante che ti conforteranno, ti dirà come ci rivedremo e saremo felici in un mondo migliore; dove non ci separeremo più.... Anche Guglielmo farà tutto il suo possibile per consolarti nel tuo dolore.... E, col tempo, sorriderai di nuovo.... Da principio, ed a lungo forse, tu sarai a carico della signorina Emilia che avrà da pensare a tutto per te: scuola, vestiario, e via dicendo. Ebbene, questo ti voglio dire: lo zio True s'aspetta che tu ti comporti con lei da buona figliuola, e l'obbedisca sempre. E quando sarai più grande forse potrai fare a tua volta qualche cosa per provarle la tua gratitudine. Ella è cieca, e i tuoi occhi dovranno essere i suoi: non è robusta, e tu dovrai essere il suo sostegno come sei stata il mio. Se tu sarai buona e paziente, Gertrude, Dio ti darà la pace e la serenità dell'anima per aver fatto quanto potevano le tue forze, in pro degli altri. E quando avrai qualche dispiacere (nessuno ne va esente) ricordati dello zio True che ti diceva in questi casi: «Su, allegri, uccellino, perchè a parer mio tutto finirà bene!» Andiamo, non addolorarti ora: va' a letto, cara.... E domani faremo una bella passeggiatina; sai che Guglielmo verrà con noi.... —

Gertrude si fece cuore per amor suo, e andò a coricarsi. Stette qualche ora vegliando, ma alfine cadde in un sonno profondo e non si destò fino a giorno.

Sognò ch'era già il mattino e che lei, lo zio True e Guglielmo facevano una passeggiata deliziosa; lo zio True aveva ricuperato la salute e le forze, camminava con passo fermo, gli occhi gli brillavano; Guglielmo e lei erano felici e ridenti.

E mentre ella sognava il suo bel sogno, ed era tanto lontana dal pensare che mai più non avrebbe calcato a fianco del suo primo amico le vie terrestri, il messaggero venne, un dolce e tacito messaggero, e nella quiete della notte avvolgente il mondo sopito, prese l'anima del buon True e la portò a Dio!

XVI.

Le stelle son magioni edificate

Da natura, ove forse la celeste

Lor dimora hanno l'anime beate

Nella luce immortal che le riveste.

Wordsworth.

Sono trascorsi due mesi dalla morte di True, e da otto giorni Gertrude è stabilita in casa del signor Graham.

Emilia aveva saputo per mezzo d'un giornale la notizia della perdita che così improvvisamente colpiva la bambina. Senz'indugio comunicò allora a suo padre il suo desiderio e i suoi propositi rispetto all'orfanella, ed egli non vi si oppose. Le fece però notare gl'inconvenienti che avrebbe cagionato in quel momento la venuta di questa alla villa, posto che erano in procinto di partire per una visita a parenti dimoranti in un paese lontano, e non sarebbero ritornati che quasi al tempo di rientrare in città per l'inverno. Emilia comprese la giustezza dell'obiezione. Invero la signora Ellis restava a custodia della casa, ma ella ben sapeva che quand'anche avesse acconsentito ad occuparsi di Gertrude durante la loro assenza, era la persona meno atta a consolarla nella sua afflizione.

Questo pensiero la turbava considerandosi ella oramai come l'unica tutela di quell'orfana, e si doleva in cuor suo d'essere così inopportunamente costretta a un insolito viaggio. Ma non c'era rimedio: il signor Graham aveva divisato di farlo, ed ella doveva guardarsi dal contrariare la sua intenzione perchè la presenza della piccola Gertrude non riuscisse, proprio da bel principio, importuna e sgradita, E la mattina dopo il suo colloquio col padre, si recò in città, assai perplessa circa il modo di regolarsi in quelle imprevedute circostanze.

Era una domenica, ma Emilia aveva uno scopo di carità e d'amore, che non ammetteva dilazioni. Un'ora innanzi l'uffizio del mattino, la signora Sullivan, affacciata alla finestra che dava sulla strada, vide fermarsi alla porta di casa la carrozza del signor Graham. Ella corse incontro alla giovane cieca, e con la gentilezza e la bontà in lei naturali la condusse nel suo modesto ma pulitissimo salotto, la fece sedere in una comoda poltrona, le mise in mano un ventaglio, (era una giornata caldissima) poi le disse quanto lieta, grata, fosse della sua visita, e quanto le dispiacesse che appunto Gertrude non si trovasse in casa.

— E dov'è? — domandò Emilia, maravigliata.

— È uscita a passeggiare col mio Guglielmo, — rispose la signora Sullivan.

Molte altre domande seguirono a quella, da parte della visitatrice, e la buona donnina raccontò tutta la lunga e commovente storia del disperato dolore di Gertrude, dolore inconsolabile, e tanto profondo da farle temere ch'ella ne morisse.

— Io non potevo nulla, con lei. Durante la settimana scorsa passò le giornate seduta sul suo panchetto davanti alla poltrona dello zio True, con la testa sul cuscino, e non c'era caso d'indurla a levarsi di lì e a mangiare qualche cosa. Quando le parlavo sembrava che non udisse: s'io tentavo di smuoverla a forza non si dibatteva, (era sempre tranquilla), ma mi si abbandonava tra le braccia come un corpo morto; e non osavo costringerla a venire nel mio quartierino benchè sapessi che il mutar luogo le avrebbe giovato. Se non ci fosse stato Guglielmo, io non so davvero come avrei fatto con quella povera creatura; era una gran pena! Ma lui sa maneggiarla molto meglio di me. Nelle ore che è in casa, adesso va benino. Figuratevi, se la piglia in collo, perchè è forte quel ragazzo, e lei è leggera come una piuma, la porta in un'altra stanza o fuori nella corte, e trova sempre la maniera di rasserenarla, ch'è una maraviglia. La persuade a mangiare, la conduce a far una lunga passeggiata tutte le sere, quando ritorna dal magazzino. Ieri andarono fin oltre il ponte di Chelsea, dove si gode l'aria buona e il fresco, e pare che fosse riuscito a distrarla, a divertirla perfino, perchè me la riportò più colorita e più animata che non l'avessi ancora veduta. Era tanto stanca, che si lasciò mettere a letto nella mia camera, e dormì saporitamente tutta la notte. Tant'è vero che oggi è la Gertrude di prima. Sono usciti insieme stamani; essendo domenica Guglielmo sta tutto il giorno con noi, e non dubito che finirà di consolarla, se è umanamente possibile.

— Guglielmo dimostra molto criterio cercando di distrarla, conducendola fuori di casa, — disse Emilia. — Sono lieta ch'ella abbia amici tanto benevoli. Io promisi al signor Flint che se la sua figliuola adottiva avesse la sventura di perderlo, la prenderei meco, e la mia casa sarebbe la sua. Non ho avuto notizia della morte di quel brav'uomo se non ieri; e considero come un gran favore usato a me non meno che a Gertrude, l'avere intanto preso così amorosamente cura di lei. Ma io ero certa della vostra bontà: altrimenti non mi sarei data pace di non aver saputo subito che il povero True già era venuto a mancare.

— Oh, signorina Emilia, — disse la signora Sullivan — Gertrude ci è tanto cara, e soffrivamo talmente anche noi vedendola soffrire, ch'era bontà verso noi stessi fare tutto il possibile per confortarla. Io credo che Guglielmo e lei non s'amerebbero con maggior tenerezza se fossero fratello e sorella. Il mio figliuolo e lo zio True erano grandi amici. Ah sentiamo tutti vivamente la perdita del nostro buon casigliano, credetelo. Il mio vecchio padre non ne parla molto, ma io vedo bene com'è addolorato e depresso. —

Nel corso della conversazione che si prolungò ancora, la vedova disse che una sua cugina moglie d'un fittaiuolo, la quale viveva nei dintorni di Boston alla distanza di circa venti miglia dalla città, l'aveva invitata, insieme co' suoi, a passare una quindicina di giorni alla fattoria; e che coincidendo l'invito con l'usata vacanza estiva di Guglielmo, si proponevano d'accettarlo.

Ella parlò di Gertrude come se fosse inteso che li accompagnerebbe, e s'estese sul vantaggio che le avrebbe procurato il respirare l'aria di campagna e scorrazzare per campi e boschi, dopo le fatiche sostenute e la lunga reclusione.

Emilia, visto che la ragazzina sarebbe un'ospite attesa e bene accolta, approvò di cuore questa visita, e convenne inoltre con la signora Sullivan che ella rimarrebbe affidata a lei, fino al ritorno del signor Graham a Boston per la stagione invernale. Poi dovette accomiatarsi, senz'aspettare Gertrude; ma lasciò alla vedova un affettuoso messaggio per la loro protetta, e una somma sufficiente ai bisogni di questa durante il tempo stabilito.

Così Gertrude andò in campagna, dove la novità d'ogni cosa intorno a lei, l'abbondanza di cibo sostanzioso, la salubrità del moto all'aria aperta tra il verde, la cordialità e la simpatia delle persone con cui si trovava, fecero rifiorire le rose sulle sue guance e ridonarono al suo cuore la calma e la serenità se non la gioia.

Poco dopo ritornati i Sullivan dalla loro villeggiatura, si trasferirono in città anche i Graham, e l'orfanella passò nella sua nuova casa.

— Sei ancora alla finestra, Gertrude? Che ci stai a fare, cara?

— Aspetto di vedere accendersi i lumi, signorina Emilia.

— Ma non li accendono stasera. Alle otto si leva la luna che rischiarerà le strade a sufficienza per tutta la notte.

— Non intendevo parlare dei lampioni.

— E di che, dunque? — domandò Emilia avvicinandosi alla finestra e posando le mani sulle spalle della fanciulla.

— Delle stelle, cara signorina. Ah, vorrei pure che poteste vederle anche voi!

— Brillano e scintillano, non è vero?

— Oh, sono belle, belle! E tante! Il cielo n'è gremito....

— Come ricordo il tempo ch'io solevo stare a questa medesima finestra, guardando le stelle che tu guardi ora! Mi sembra di vederle con gli occhi tanto le ho presenti nella memoria!

— Io le amo tutte quante, ma la mia più d'ogni altra!

— E qual'è la tua stella?

— È quella fulgidissima, là, sul campanile della chiesa. Ogni notte splende di contro alla mia camera e mi guarda fisso nel viso.... Signorina Emilia, — e la voce di Gertrude si fece sommessa — provo un sentimento come se quella stella splendesse apposta per me, e mi figuro che l'accenda lo zio True, e ch'egli nella sua luce mi sorrida e mi dica: «Vedi, Gertrudina, ho acceso la tua lampada!» Caro zio True! Credete, signorina, che egli mi ami sempre?

— Sì, lo credo fermamente; e credo pure che se tu seguirai il suo esempio e procurerai d'esser buona e paziente al pari di lui, egli sarà in effetto il lume che guiderà i tuoi passi brillando sul tuo cammino di luce altrettanto viva che se la sua faccia ti sorridesse nel fulgore della stella.

— Io ero paziente, e buona quando vivevo con lui.... quasi sempre almeno.... e sono buona quando sono con voi; ma la signora Ellis mi urta. Si direbbe che cerchi di tormentarmi, di provocarmi, e allora io vo in collera; e non so più quel che dico e quel che faccio. Non intendevo d'essere impertinente con lei, oggi, e mi rincresce d'avere sbattuto l'uscio; ma come non perdere la pazienza, signorina Emilia, nel sentirla sostenere davanti al signor Graham che avevo strappato io il Journal di ieri, mentre non era vero? Quello in cui mi vide involtare le vostre pantofole era un altro vecchio foglio, e sono sicura che ella stessa, invece, deve aver acceso il fuoco nella biblioteca col Journal scomparso; ma il signor Graham crederà sempre che sono stata io.

— Non dubito, Gertrude, che tu avevi qualche ragione di sentirti sdegnata, e che, come affermi, quel giornale non è andato perduto per colpa tua. Ma devi ricordarti, mia cara, che non c'è nessun merito a esser buoni e pazienti quando nulla ci irrita. Io desidero che tu impari a sopportare anche le ingiustizie senza perdere la padronanza di te. Sai che la signora Ellis è qui da molti anni; finora ha sempre fatto a modo suo, e non è avvezza coi ragazzi. S'immagina che la tua presenza in questa casa le porterà nuove faccende, la disturberà nelle sue consuetudini; e pero non è da maravigliarsi che, a volte, se qualche cosa va di traverso se la pigli teco. È una donna fidatissima, buona e premurosa per me e per il mio babbo che la tiene in gran conto. Sarei infelice se dovessi temere che tu e lei non potrete vivere insieme amichevolmente.

— Io non voglio farvi infelice! Non voglio disturbare nessuno! — disse Gertrude, eccitata. — Andrò via piuttosto, dovunque, lontano, e non sentirete più parlare di me!

— Gertrude! — esclamò Emilia con tono grave e triste.

Ella teneva sempre le mani sulle spalle della ragazzina, e, parlando, la fece voltare di faccia a lei.

— Gertrude, desideri dunque d'abbandonare la tua amica cieca? Non mi vuoi punto bene? —

Il volto in cui s'incontrò lo sguardo della piccola sdegnosa aveva un'espressione di dolore così commovente, che il suo orgoglio e la sua ira caddero di colpo.

— No, no, cara signorina Emilia! — ella proruppe gettando le braccia al collo della giovane. — Non vorrei lasciarvi per nulla al mondo. Farò tutto quello che voi desiderate! Non andrò più in collera con la signora Ellis, per amor vostro!

— Non per amor mio, Gertrude, — replicò Emilia — per amor di te stessa, per amor del tuo dovere e di Dio! Qualche anno fa non avrei aspettato da te un contegno remissivo e benevolo verso una persona da cui tu fossi stata trattata con ingiustizia; ma adesso che sai distinguere il bene dal male, adesso che t'è familiare la vita del divino Maestro, il quale perdonava le ingiurie, adesso che hai imparato a compiere fedelmente tanti alti doveri, speravo che tu sapessi anche sostenere con pazienza e indulgenza ogni più duro cimento. Ma s'io t'ammonisco quando hai errato, non dispero già che tu divenga un giorno come ti bramo. Poichè tu ti trovi sottoposta ora a una novella prova, t'è necessario raccogliere novelle forze per sopportarla; e ho tanta fiducia in te da credere che, conoscendo i miei desiderî, procurerai di condurti convenevolmente verso la signora Ellis, in qualsiasi occasione.

— Lo farò, cara signorina, lo farò. Non le risponderò mai quando sarà cattiva con me, dovessi mordermi le labbra per tenerle chiuse.

— Oh le cose non arriveranno a questo punto! — disse Emilia sorridendo. — Le sue maniere sono un po' ruvide, ma ti ci assuefarai col tempo. —

Proprio in quel momento s'udì una voce nell'anticamera:

— Vedere la signorina Flint! Davvero? Ebbene, la signorina Flint è nella camera della signorina Graham. O che si mette a ricever visite, ora? —

Gertrude avvampò in viso, fino alle tempie. La voce era quella della signora Ellis e parlava in tono di derisione.

Emilia andò all'uscio e l'aperse.

— Signora Ellis!

— Che volete, Emilia?

— C'è qualcuno da basso?