RICORDANZE
RICORDANZE
VERSI
DI
MARIO RAPISARDI
PISA
TIPOGRAFIA FRATELLI NISTRI
—
1872.
DEDICA
Pallidi fiori e ciocche di capelli
Stretti in corone e in lievi nastri avvolti,
Cari ricordi dei miei dì più belli,
Io vo' guardarvi, io vo' baciarvi ancor!
Dai chiusi fogli ove voi siete accolti
Un'eterea fragranza si diffonde,
Ed ogni ciocca a un palpito risponde,
E un affetto gentil chiude ogni fior.
Ahi! di tanti sospir, d'ebbrezze tante
Che fûr de l'alma mia parte sì viva,
Di tante fibre del mio core infrante,
Fuor di questi ricordi altro io non ho?
Cari pegni d'amor, se avvien ch'io scriva,
Ch'io pensi o canti, ch'io sorrida o gema,
Sento che nel mio cor qualcosa trema,
Arde qualcosa che morir non può.
Siccome onda di rio querulo e lasso,
Sento ch'io corro, e dove corra, ignoro;
Ma sovra al capo mio, mentre ch'io passo.
Qualche foglia di fior gitta l'april.
Gitta april qualche foglia, o mirto o alloro,
O rosa o giglio al capo mio d'intorno,
E a sognar tosto e a vaneggiar ritorno,
E un caro ad invocar nome gentil.
PARTE PRIMA. (1863-69.)
Brevi vivens tempore.
PARTENZA.
Tu parti, ed io vorrei
Essere un'aura lieve
Ed alïarti intorno.
Quanti profumi ha il rinascente giorno
A te, dolce fanciulla, io recherei;
Quanti tepori ha il maggio
De la materna sponda
Ti recherei su l'onda
A far più mite il verno al tuo vïaggio.
Allor che attinto il disïato lare,
Ti ridurrai ne la gelosa stanza
A rïandar le care
Tue gioie di fanciulla
E la dorata culla
E gli amplessi materni e la speranza
Che fida il cor t'inonda,
Rondine vagabonda
Io diventar vorrei,
E sotto a la tua gronda
Il nido appenderei.
Quando ne le tacenti
Rigide notti un timoroso affetto,
Come a trepida lampa aura che fugge,
Ad agitar ti vien l'anima in petto,
E tutta päurosa
Ne le custodi coltrici ti stringi,
E al vigile pensier schermo non trovi,
Io sonno esser vorrei:
Come farfalla in giglio
Io l'ala poserei
Sovra il tuo roseo ciglio.
Auretta vagabonda,
Potrei baciarti almen la chioma bionda;
Rondine, al primo albore
Sul tuo balcon pispiglierei d'amore;
Sonno, te almen potrei
Stringer co' lacci miei.
A TE SOLA.
Te, se fra gli splendori
Del circo e il molle plauso
Degli armonici cori
Volgi, o fra le vertigini
De l'incitata danza
E le dolci vigilie
E il tepor de le feste e l'esultanza.
Te fra l'elette e belle,
Che i tuoi fianchi incoronano
Gareggianti donzelle,
Come sugli astri il tremulo
Espro o su' fior la rosa,
Te di tutte vaghissima
Lieta la mia saluta arpa amorosa.
Ed esaltar vorrìa
Il lieve fronte e il mobile
Guardo e la melodia
D'ogni movenza e l'ebano
De le flüenti anella
E il sorriso ineffabile
E la mestizia che ti fa più bella.
Ma dentro al cor s'intrica
La nota, e a l'alma estatica
Non corrisponde amica;
Chè fra' procaci e indocili
Labbri e l'insano ardore
Dei guardi altrui le armoniche
Fila son mute, e sta confuso amore.
Ma se a l'ostel fiorito
Riedi e al natio silenzio
Del tuo balcon romito,
Come da pinto calice
Volano olezzi a mille,
Varie da l'alma scoppiano
Irrequïete armoniche faville.
E tu allor mi consenti
Un tuo sorriso a' timidi
Del cor veleggiamenti;
Dammi un tuo guardo, un'aura
De l'amor tuo mi dona,
Dammi un sol raggio etereo,
Dammi un sol fiore de la tua corona.
Ch'io men vo' fare un serto.
Io men vo' fare un'òasi
Che allieti il mio deserto;
Men vo' tesser lievissimo
D'auree fantasme un velo,
E un avvenire e un gaudio
E un altro mondo che si perda in cielo.
IL MANDORLO.
E tu mettesti i fiori,
mandorlo precoce,
E tutta intorno la campagna odori.
Qual giovinetto che ascolti la voce
Di fanciulla che l'ami,
Così, fido a' richiami
De l'amica stagion che s'avvicina,
Tu di candidi fior vesti i tuoi rami.
Sott'esso a la pruìna
Lenta, vedova ancor geme la valle,
Nè sorride, per quanto occhio si stende
Sotto al raggio del sol, fronda nè fiore.
Tu sol, tu primo il calle
De le deserte mie montagne allieti;
Come a core dolente,
A cui sorrida breve tratto amore,
Così per lo squallore
Dei circostanti campi,
Al profumo innocente
Che tu commetti a l'aura disïosa.
Una dolcezza ascosa
Del passegger ne l'anima discende.
Quand'io movo pensoso
Sotto il peso dei miei lunghi dolori
A ricercar nei fiori
Questa mia giovinezza che mi fugge,
E l'anima si strugge
A ripensar le inquiete e senza arrivo
Agonie de la mia bruna giornata,
E la mente affannata
Nel sereno del ciel cerca riposo
E nel sorriso di natura Iddio,
Se la mite fragranza ed il festivo
Biancheggiar di tue cime a te mi volge,
O mandorlo innocente,
Solitario e piangente
Al tuo piede m'assido,
E a quella solitudine fedele,
Ov'è Dio che m'ascolta, il pianto affido.
Ah! tu i fiori rimetti,
O mandorlo precoce,
E primavera affretti!
Io come te solea,
Impazïente de la tarda bruma
Accender l'amoroso estro veloce,
E i canti precorrea
Degli augelli felici, e di speranza
Vestivo il core giovinetto e il fronte,
Pria che di fiori si vestisse il monte.
Or mi ritorna invano
Primavera, e su me vano s'accende
Questo sole d'amore e questo cielo;
Chè derelitto a stento
Porto di questo ingombro egro il fardello,
Cui nullo in terra a sostener m'ajuta,
E desolato il lento
Fianco trascino e di soffrir son stanco.
Deh! chi l'ardor mi rende
Dei miei vent'anni e la speranza e i sogni?
Dio mio, Dio mio, più mai
Dunque per me non tornerà l'aprile?
Dunque di questa giovinezza al fiore
Più rugiade dal ciel non manderai,
Nè più bella e gioconda
Verrà salute a rifiorirmi il core?
Dio mio, tu che ridoni
La fronda ai campi ed agli uccelli il canto,
A questo inverno mio
Altro conforto non darai che il pianto?
Ahi! se così pur sempre
Contar dovrò ne l'amarezza i giorni,
Donami almen, mio Dio,
Virtù, che su quest'onda
Tempestosa che io corro,
Mai la tua luce al guardo mio s'asconda!
A MARIA (Nel mandarle alcuni versi.)
Se ancor ti suona cara
La rimembranza de l'età fuggita,
Se ancor dolce ti suona il nome mio,
O fanciulla romita,
Un pensieroso fior pongo su l'ara
Di quella illusïon prima che fugge:
Me lo porgeva Iddio!
E tu solinga e muta,
Ne l'ora del crepuscolo fuggente,
Deh! vi posa lo sguardo e pensa e prega.
Pensierosa fanciulla,
La mia vita è deserta, e i sogni miei
Spariscono nel nulla!
Nè v'è pallido fiore,
Che m'odori la via,
Dove come fantasima trapasso
Con le memorie e con la croce mia,
Nè su l'aride arene un'orma lasso.
Tu pensa e prega! Più tu non udrai
Del vespro ne la muta ora pensosa,
O de la luna a' rai,
Lontano per l'azzurro aere, gemente
La mia nota solinga, ultimo e solo
Conforto di mia vita!
O fanciulla romita,
Tu pensa e prega; quel conforto ancora
M'è tolto, e su l'aurora!
Tu pensa e prega! Oh! se ne' lievi aprili
De la tua vita il pallido ricordo
Di quell'ora innocente,
Con cui tutte vanîr le mie speranze,
Qual solitario fiore
Al cor ti manderà le sue fragranze,
O fanciulla pensosa,
Non negarmi, sollievo ultimo a' mesti,
Non negarmi, il tuo pianto!
Chè se de' miei sospiri
Uno avrà l'ala da levarsi a Dio,
Io pregherò che di perpetue aurore
Ridan le plaghe che il tuo cor vïaggia,
Io pregherò che un'iri
Di speranze incoroni il tuo sentiero,
Io pregherò che d'ogni stilla amara
Che versa il ciglio mio,
Spunti una rosa che t'adombri il vero!
A GENTILE OPERAIA.
Al sottil refe intenta,
Passi, ingegnosa giovinetta, i giorni
De la tua nova vita,
Nè april coi fior t'invita,
Nè il brumoso dicembre ti sgomenta;
Pari ad industre formichetta, a cui
Da l'ardente stagion non vien paura,
E provvida e contenta
De l'avvenir si cura.
Assisa al limitare
Del polito tugurio, a cui giammai
Non volse aurea fortuna i passi infidi,
Canti, lavori e ridi,
E tua bellezza e il mondo e altrui non sai.
Io, quando al tuo pudico
Sguardo, lo sguardo mio pensoso intendo,
A te mi volgo e dico:
Tienti, fanciulla, i giorni
Di tua contenta poverezza onesta,
Tienti l'ago veloce e il fil sottile,
Tienti il povero sajo e la modesta
Casa, ov'han pace ed innocenza albergo!
Chè ben provvide il ciel, s'altro tesoro,
Fuor che di gemme e d'oro,
Non diede a cui felici il volgo appella,
E la soave e bella
Serenità del cor diede al lavoro.
A me, più che le folte
D'eletta gioventù sale festanti,
Ove sacre al piacere ardon le danze,
Cara è la pace del tuo tetto umìle;
Più che tazze spumanti
Di splendidi banchetti
M'è dolce il pan che su povero desco
Divide in sulla sera
Il pio lavoratore ai figlioletti;
Più che beltade altera
Di cocchi aurati e d'opulente vesti,
M'è sacra al cor l'intera
Laborïosa tua vita gentile;
Più che gemma orgogliosa
Amo l'ingenua rosa.
Al par di te son'io
Operaio, o fanciulla; a me le fila
De l'inconcussa cetra,
Come a te l'ago e il fil, permise Iddio.
Sovr'essa io l'ingegnosa
Tela distendo degli affetti miei,
E il sottile dei carmi arduo lavoro
A le sue corde affido.
Ma come l'onda che si rompe al lido,
S'agita nel mio cor l'anima inquieta,