Dallo Stelvio al mare
Il vecchio confine e il teatro della nostra offensiva dallo Stelvio al mare.
Massimo Bontempelli
Dallo STELVIO
al MARE
APPRESSAMENTO ALLA GUERRA • DALLO STELVIO ALL'APRICA • UN DUELLO DI ARTIGLIERIA • TERRA REDENTA • LA VIA DI TRENTO • GIULIETTA E LA GUERRA • TRE VALLI • CADORE • DUE CONCHE • OSPEDALE DI CAVALLI • SILENZI E FRAGORI • ANCORA ATTORNO AL FREIKOFEL • IL SILENZIO DI MALBORGHETTO • LA CITTÀ SENZA BANDIERE • ALTO ISONZO • MEDIO ISONZO • IL CARSO • DA GRADISCA AL MARE
Con 21 carte geografiche
“I LIBRI D'OGGI”
In FIRENZE presso
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PROPRIETÀ LETTERARIA
1915 — FIRENZE — Tipografia “L'Arte della Stampa”, Succ. Landi — Via S. Caterina, 14
INDICE
Appressamento alla guerra.
Brescia, 14 agosto.
ANDAR A VEDERE LA GUERRA.... È un'idea, anzi una frase, che mette i brividi.
È una frase, non un'idea. Una pura frase vuota di senso. La guerra non è una cosa che SI VA A VEDERE.
Ma appressarsi, accostarsi in qualche modo alla guerra, non per entrarvi nel mezzo per viverla per morirvi; così, per sentirne qualche riflesso men lontano; lasciarla distinta, così, là, in faccia a noi, nel panorama; e noi qua, più vicini ch'è possibile, ma non tanto, non dentro; noi ed essa; la cosa e la persona: la persona mette davanti alla cosa un suo specchio, e poi in quello specchio, in quel pezzo di specchio stinto, che le trema tra le mani, vi fa vedere la guerra, la sua la vostra guerra.... È una cosa che dà i brividi; ha del grottesco, del crudele, del puerile; è un mezzo sogno, piuttosto penoso e stridulo; mette in un disagio ineffabile la logica e la passione dei nostri poveri cervelli e dei nostri cuori anelanti di traboccare.
Andiamo a mettere uno specchio davanti alla guerra?... Forse non ne avremo mai un senso più preciso, improvviso e avvolgente, di quello che dà, nell'alba, usciti da poco dalle città e dalle campagne il cui dovere e il cui eroismo è continuare in apparente tranquillità la vita di prima, l'accorgersi che si entra nella zona sacra alla grande avventura, perchè gli ingressi delle libere strade son guardate dai primi uomini della guerra, e perchè procedendo tra due distese di mèssi e di lavoro pacifico si raggiungono lunghe file di carri militari, guidati da soldati silenziosi, che guardano con occhi strani e vaghi verso il settentrione e l'oriente.
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Lo troveremo forse, il senso dell'appressamento alla guerra, più preciso e concitato, entrando in un villaggio di fuoco e d'acciaio, dove ogni ora del giorno e della notte si fucinano le armi e i proiettili: la metallurgica della vittoria d'Italia.
Trent'anni sono erano tre piccole costruzioni isolate tra il silenzio dei campi: poi crebbe e prese l'aspetto di un grande stabilimento, irto di camini fumosi: oggi è un intero paese. L'ultima crescita fu prodigiosamente rapida. Un anno fa lo stabilimento copriva quattro chilometri quadrati, e vi lavoravano mille e settecento operai; oggi l'estensione è raddoppiata, e gli operai sono circa quattromila, e non bastano ancora. Ogni giorno aumenta il numero dei chilometri e degli uomini. Presto ai lavori più leggieri saranno adoperate anche le donne.
È una tradizione regionale. Ho percorsa in altri tempi una di queste valli minori: in ognuno dei paesetti che si specchiano nel torrente che la corre, si fabbricano armi, da secoli. Anche dove non hanno se non ordigni preistorici, date a quegli uomini un pezzo di ferro, ve ne faranno un magnifico pugnale.
Se dicessi la quantità della produzione giornaliera di armi automatiche e di proiettili di questo solo stabilimento sarebbero numeri da mettere spavento. Specialmente ai nemici....
Ma visitando una fabbrica d'armi come questa, non si pensa ai nemici. Non vien fatto di ricordare l'impiego di questa produzione, gli effetti di questa causa, tanto la vita del paese di fiamma e di ferro appare piena, organica, in sè compiuta e perfetta.
I sensi sono completamente afferrati, scossi e dominati dallo spettacolo nuovo e strano, e non lasciano luogo alla riflessione. Entrando nei primi cortili, tutto quel cumulo di rame e d'ottone, dischi verghe cilindri, tutto quel colore barbagliante, gialli di sole, rosei di pampini ancor pallidi del primissimo autunno, pare una festa: è un'inquietudine tutta sensuale; sono gli occhi soli, che s'ubriacano di colore vivo.
L'impressione si trasmuta di colpo, affacciandosi a uno degli immensi stanzoni bassi e quadrati dove si lavorano i bossoli. Nero a perdita d'occhio, rigidità di linee diritte e d'angoli retti, in una prospettiva di travature orizzontali e verticali. Con qualche esitazione si avventura il passo in quella foresta, con qualche lentezza l'occhio comincia a scorgere disegni vari nell'intrico uniforme, ad accorgersi che quella rigidità è piena di movimento, a scoprire la curva delle ruote, la morbidezza delle cinghie, e tutte le velocità le trasmutazioni gli avvivamenti di quel paesaggio strano, ch'era apparso da principio una morta fantasia cerebrale, che vediamo ora ne' suoi cicli perpetui di vita creante, mobile e intenso come la vita di una terra fertile osservata nel suo più profondo. Ma una natura maravigliosamente rapida nell'opera di creazione e di trasformazione senza posa. Una trave di metallo morto, inerte: ed ecco passa in un forno da cui escono vampe candide; qualche cosa la lancia fuori, a terra; una tenaglia l'afferra, la pone davanti a una sega meccanica: e noi seguiamo uno di quei pezzi, ancora rovente; non ha tempo di cominciare a imbrunire ed è già sotto una pressa idraulica che ne ha fatto un cilindro; e passa in un'altra macchina mostruosa che lo perfora, e in un'altra che ne regola il calibro, sempre sprizzando vampate rosse e scintille bianche, e intanto dietro quello altri di macchina in macchina già ne hanno inseguito il cammino, quasi più rapidi del nostro sguardo e del nostro passo; perchè abbiamo appena finito di attraversare la serie e già vediamo disposti a terra quei pezzi, che non sono più pezzi di ferro, sono bossoli di granate e di shrapnells. Stanno freddandosi.
Dall'ultimo al primo, mentre freddano, è una curiosa scala di colori in gradazione lentissima dal candido al vermiglio al rosso al paonazzo al violaceo al bruno. Shrapnells e granate di ogni calibro, pistole e fucili automatici, mitragliatrici, nascono in questo modo rapidissimamente e si compongono, fioriscono, sotto il lavoro preciso e continuo dei forni, dei torni, delle seghe, delle presse, delle trafile, delle pompe, dei trapani, delle fresatrici, delle limatrici. Se possiamo fermarci a esaminare partitamente qualcuna delle operazioni più sottili della lunga serie, la nostra maraviglia si rinnova di fronte alla finitezza di lavoro che l'ingegno umano ha saputo raggiungere per mezzo dell'automatismo apparentemente più bruto. Penso al tornio che incontro alla verga incandescente porge e spinge uno dopo l'altro, di fronte e di fianco, quattro cinque sei coltelli e scalpelli di taglio diverso, onde il pezzo n'esce complesso e rifinito come per il più paziente lavoro di una mano destra, vigilata continuamente da un pensiero attento e preciso.
Un'altra ragione di maraviglia è osservare come questo lavoro di produzione quotidiana ed enorme non abbia nulla di febbrile. È come la nostra storia di questi giorni, di quest'anno. I posteri li chiameranno giorni di ansia e di febbre, e non sono tali, perchè il fervore degli uomini forti e delle azioni grandi è stranamente calmo e misurato ne' suoi atti esteriori.
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Ma più maraviglioso ancora si è, che uscendo dal luogo ove abbiamo visto nascere i più formidabili strumenti di distruzione, ci accorgiamo di non aver mai avuto pur un momento sotto gli occhi l'immagine della distruzione e della morte. Neppure sporgendoci sopra le lunghe fosse ove si fa la prova delle mitragliatrici, ove si vedono vertiginosamente vuotarsi i caricatori crivellando le tavole del bersaglio, non abbiamo pensato agli uomini che saranno al luogo di quelle tavole.
Ho detto già come l'impressione di questo luogo e di questo lavoro sia quello d'un mondo e d'una natura, compiuti nel loro organismo e nella continuità della loro creazione. Il mondo produce vite, e poi altre vite e altre vite ancora, e il contemplarne l'opera ci appaga, e solo nei momenti della tarda riflessione l'uomo si domanda lo scopo di quelle vite nel perpetuo, e solo per una specie d'ozio vano tenta di pensare il creato come una causa. Nello stesso modo, solo ritornati nella strada silenziosa, allontanati dal paese di fuoco e di ferro, ricordiamo com'esso abbia uno scopo, e preciso e formidabilmente immediato e vitale.
Ma è un tardo atto di riflessione. Non è ancora un sentimento. La guerra è ancora lontana. Il viaggio nel paese delle armi non è ancora un appressamento alla guerra.
Dallo Stelvio all'Aprica
Aprica, 17 agosto.
Come una linea tortuosa, interrotta ne' suoi continui frastagliamenti; ma grado grado, a procedere, si fa sempre più grossa e più rossa, sino alla fine. Tale è la nostra guerra, dallo Stelvio al mare: dall'alta Valtellina ove gli avversari si sorvegliano fermi e saldi, alla mischia grossa che incendia la regione dell'Isonzo. Per questo il viaggio dallo Stelvio a Monfalcone in margine alla linea del fuoco, sarà un inoltrarsi graduale, sempre più addentro, nella sensazione della guerra: e per questo anche l'interesse del lettore, leggendo le note che al viaggiatore sarà stato possibile cogliere, dovrà gradatamente e naturalmente farsi sempre più vivo.
Ho detto che gli avversari, nella regione dello Stelvio, si guardano, fermi e saldi. Ciò va inteso con discrezione. Non azione definita, non complessità di movimenti, non vasti effetti raggiunti: ma stanno due nemici, uno in faccia all'altro, a sorvegliarsi e tenersi a freno. Fucilate, via, se ne tirano sempre: e se ne sono tirate anche qui fin dai primi giorni, e qualche cannonata anche, e s'è fatto qualche audace corpo a corpo. I due paesi avversi penetrano uno nell'altro strettamente per le frastagliature dell'artificioso confine: le cime e le depressioni continue su cui questo confine è tracciato, formano una bizzarra linea di posizioni d'offesa e di difesa. Una cima italiana guarda giù, in una valle austriaca; un costone nostro termina in una sella che la geografia politica assegna ai nemici. E così via. E tutta la linea del confine è marginata, di qua e di là, da due linee di avamposti, i nostri e i loro, e dagli uni e dagli altri partono continuamente pattuglie di sentinelle in ricognizione di avanscoperta; in più, i punti più importanti di quel frastaglio sono occupati o battuti da trinceramenti o da forti.
Ecco dunque uomini, gruppi di uomini, uomini nemici, uomini armati, i quali ogni tanto si vedono gli uni gli altri; là in faccia su quel pendìo, giù ai piedi in quel fondo di valle, sovra il capo su quella balza che si sporge. Sono fucilate e cannonate quotidiane, utili a mantenere vivo il rispetto nel nemico e indispensabili anche a tenere in regolare equilibrio il nostro ardore.
Dalla cresta della Forcola stanno silenziosi a vedere il duello i soldati svizzeri. Perchè al valico dello Stelvio, sotto il Dreisprachenspitz (o, come noi lo abbiamo ribattezzato, il Pizzo Garibaldi), passa il vertice della triplice frontiera italo-svizzera-austriaca.
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Ma non c'è da temere che nella inazione il nostro ardore s'addormenti: al contrario, si esaspererebbe. Non può credere, chi non li ha sentiti parlare, quanto i soldati e gli ufficiali posti qui a far da colonna o da perno nella regione ove non si deve avanzare, soffrano di non potersi gettare a capofitto contro il maggior pericolo.
Ognuno di essi legge i giornali e pensa alla Carnia e all'Isonzo con invincibile invidia, e ognuno d'essi (e sono tanti nella valle, che n'è tutta carica come un'arma pronta!) implora almeno come minimo di soddisfazione di far parte d'una pattuglia, di poter vedere, almeno una volta, l'austriaco. Quando lo vede, gli dà la caccia. Questa ci frutta ogni tanto anche qui, dove la guerra è ancora in attesa, qualche incerto di prigionieri nemici che i tranquilli paesi di montagna vedono passare con una gioia memore dei fasti valtellinesi del Risorgimento.
Ma alcuni fatti d'arme raggiunsero anche qui una notevole importanza: quelli in cui abbiamo provato la solidità della nostra difesa in occasione di tentate irruzioni del nemico, e quelli con i quali una avanzata, materialmente brevissima, ci ha dato il possesso di cime che dominano valli verso il cuore del Trentino, rovesciando in qualche punto la situazione strategica iniziale.
È dei primi quello del 9 agosto. L'iniziativa fu dei nemici, che avevano tentato di attaccare il gruppo di montagne ghiacciate Ortler-Cevedale. Insieme con l'Adamello, esse costituiscono le porte, porte ben ferrate dalla natura, di questo confine. Dall'altissima Val d'Adda si stacca verso oriente la Valfurva, percorsa dal Frodolfo, e determina una specie di saliente molto smussato del nostro territorio entro la regione nordoccidentale del Trentino. Tutta una corona di ghiacciai protegge ivi il confine, ghiacciai che si stringono intorno all'Ortler (alto oltre 3400 metri) e al Cevedale (oltre 3700 metri). Il gruppo conta ben sessanta ghiacciai, dei quali il più ampio è il ghiacciaio del Forno. Dal passo del Cevedale, più su, e dal ghiacciaio del Forno, più giù, gli austriaci tentarono dunque l'impeto contro le nostre difese. Salirono al primo da Val di Sulden, all'altro dalla valle del Noce. Già i nostri avevano respinto le pattuglie venute innanzi a riconoscere il passo. I nemici tornarono la notte, penetrarono per il colle di Vioz passando sulla neve congelata, calarono giù per il ghiacciaio del Forno, presero contatto coi nostri all'albergo del medesimo nome, e contrattaccati fuggirono. Il simile avveniva degli altri che contemporaneamente eran calati verso la capanna che conchiude a nord la vallata del Cedeh, affluente del Frodolfo.
Un ufficiale austriaco che guidava il passaggio per Vioz, restò ucciso. Gli trovarono indosso una lettera dove annunziava, non si sa a chi, che egli si sarebbe spinto contro i nostri perchè gli italiani hanno paura, e altre siffatte affermazioni da comunicato ufficiale austriaco. Prima di esser colpito a morte deve aver avuto il tempo di ricredersi, chè vide i suoi uomini controinvestiti dagli italiani, in numero molto minore, e parecchi colpiti e gli altri messi in fuga, mentre dei nostri nessuno fu ucciso.
Contro il terzo monte del formidabile gruppo, cioè l'Adamello, già i nemici avevano tentato vanamente due assalti, uno il 15 e uno il 30 di luglio, valicando i passi di Venerocolo e di Brizio sul costone occidentale del gruppo dell'Adamello, e attaccando le nostre posizioni presso il refugio Garibaldi.
Meno ardua della via dello Stelvio appare, a nord dell'Adamello, la via del Tonale, e intorno al Tonale si combatte fin dal principio della guerra un duello d'artiglierie cui i comunicati ufficiali hanno accennato spessissimo, e la cui sorte pende ancora. A servizio della lotta per il Tonale si prese, fin dal primo giorno della guerra, la forcella di Montozzo (a 2625 metri) a nord del passo del monte, mentre gli austriaci sono fortificati a sud, sul Monticello (a 2550 metri). Così la lotta si trasportò sul ghiaccio (in cui sono scavate le trincee) sul quale sono trasportate, a tremila metri, le batterie. Lotta che da nessuna delle due parti vuol essere per ora di avanzata, ma soltanto di preparazione. La guerra di montagna è guerra per la conquista delle cime: chi è più in alto ha la ragione.
E noi in parecchi punti siamo riusciti a essere i più alti. Nella zona del Tonale, a sud dell'alto Noce, il 7 di agosto “i nostri reparti alpini — cito dal comunicato ufficiale — arditamente avanzando lungo la cresta rocciosa che si erge da mezzodì su valle del Monte, sorpresero e dispersero truppe nemiche trincerate a sud-est di Punta Ercavallo”. Intanto le artiglierie cacciavano altri reparti nemici da una posizione a nord-est della stessa punta. Le nostre artiglierie erano sulle rocce di Ercavallo, a più di tremila metri. L'operazione ci dette una posizione eccellente, in quanto da questa si può batter d'infilata la valle del Noce. Fu un nuovo passaggio apertoci nel Trentino.[1]
I soldati (molti di essi erano volontari di Valtellina e Valcamonica) che raccontavano, in un paese della Valfurva, qualche particolare sull'episodio del Vioz, mi dettero l'impressione che delle più caratteristiche di queste azioni sporadiche si venga nutrendo straordinariamente il fervore che la disciplina dell'attesa lunga non basta a contenere. Nutrono l'attesa e dei soldati e degli stessi montanari e valligiani del luogo.
Ebbi da questi ultimi la narrazione orgogliosa, come d'un'impresa loro, della distruzione compiuta dai nostri di un celebre albergo austriaco da cui emanò sempre un odore piuttosto militare che turistico.
Ma poichè i bollettini non ne hanno mai fatto cenno, forse perchè è apparso che l'episodio, sebbene lusinghiero per noi, non avesse grande portata strategica, non mi ci soffermo di più.
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Volendo e potendo soffermarsi sugli episodi, ce ne sarebbero in quantità; ma creda il lettore — se mai dall'odierno avvicinamento della stampa alla guerra combattuta si aspettasse una fresca mèsse di aneddoti eroici — creda il lettore che l'aneddoto singolo, l'episodietto staccato e ben conchiuso, se contribuirono da principio a darci un'idea chiara del valore e dell'energia personale — straordinarissima — dei nostri soldati, nulla valgono all'intelligenza della guerra nel suo complesso e nel suo svolgimento, nel suo organismo e nella sua dinamica: anzi distraggono, smembrano, frammentano. La guerra, la nostra guerra presente sopra tutte, non è un accumulamento, un sèguito, una somma di episodi, così appunto come un corpo vivo non è una somma di membra; e una guerra è un organismo vivo, e come ogni cosa che vive è un'idea che si attua, un pensiero che s'incarna nell'azione. E l'idea è unica, l'azione è unica: anzi idea e azione non sono scindibili se non per uno sforzo di astrazione che è necessario ma non corrisponde alla verità, costituiscono pur esse un indivisibile unico, anche se si raccontano a giornate, a momenti, secondo limitazioni di tempo e di spazio necessarie alle limitazioni delle facoltà umane. L'anatomia si fa sui cadaveri. Invece lo sforzo dell'uomo dev'essere appunto di superare al possibile la limitazione delle proprie facoltà fisiche, di costringersi a vedere nella storia non il fatto il momento la materia, ma la linea la vita l'anima; e noi nel caso nostro particolare dobbiamo sforzarci a contemplare e penetrare la nostra guerra presente sotto la specie della storia, che non muore. Non vogliamo abbandonarci alla curiosità della contingenza, sia pure eroica: tentiamo di accostarci all'anima immortale della guerra che è tutta la vita nostra dell'oggi e del domani.
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Come certe congiunture suscitano rapidamente gli affetti! Salutiamo i soldati dello Stelvio e di Valfurva, ove abbiamo passato poche ore, con la malinconia con cui si salutano amici assai cari, separandoci per vie diverse che probabilmente non s'incontreranno mai più.
Abbandono l'alta valle che s'immalinconisce delle prime piogge e dei primi freddi montani: i miei amici che restano non si accorgono ancora del freddo, tale è la fonte di calore che arde nei loro petti. Forse se ne avvedranno solo quand'esso li costringerà a una inazione anche maggiore.
Perchè presto, a superare i brevi duelli delle pattuglie che si sorvegliano dai picchi dalle conche e dai pendii, calerà ironica silenziosa e crudele la neve.
Ridiscendendo a valle, il chiarore mal certo del primo crepuscolo ci permette di cogliere tra la pioggia rada i colori e le forme in cui si snoda la strada e in cui s'inquadrano i piccoli villaggi solidi e grigi.
Vorrei percorrerla sempre di notte, questa strada silenziosa, per non vedere sulle case esterne dei paesi, sui muri di cinta e persino sulle rocce più in vista, le maledette scritte in tedesco che indicavano fino a poco tempo fa il migliore albergo o il più famoso luogo di villeggiatura o di cura agli insospettati nemici della nostra e di tutte le genti civili.
Le scritte mi perseguitano con un fastidio crescente. Qualcuna è stata cancellata, le più sono rimaste, e non perchè qui non si odii abbastanza il tedesco, e molto meno perchè si creda ch'egli un giorno possa ritornare, ospite ingombrante mal pagante e corruttore, in questo paese che non ebbe mai bisogno di lui. Tutt'altro. Ma si lasciano per una certa indifferenza alle manifestazioni esteriori, che ho riscontrato in tutti i paesi che si trovano assai vicini alla guerra.
È naturalissimo. Questi paesi combattono anche nella loro vita civile la guerra, assai più sensibilmente delle città lontane. Qui ognuno ha, a ogni giorno, a ogni ora, l'opportunità di prestar mano a un'opera di preparazione militare, di aiutare un soldato, di sacrificare materialmente un poco di sè e delle cose proprie. Che importa se un nome tedesco nereggia sopra una roccia dura e bruta come il nome e come chi lo portava?
L'impassibile montanaro passa oltre. Se glielo fate osservare fa un mesto sorriso e una spallata. Ma se insistendo gli domandate:
— E se i tedeschi torneranno qui?
— I mazzum tucc! (li ammazziamo tutti!) — vi risponde.
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La frase, risentita ieri, m'ha fatto ricordare l'impressione di ostinata e laconica solidità che i valtellinesi m'avevan dato circa tre mesi sono, quand'ero venuto qui a principio della guerra. Si aspettava da un giorno all'altro la mobilitazione. Avevo lasciato a Sondrio l'ultima dimostrazione patriottica. Poi, venendo su per Tirano a Bormio, spingendomi in qualche punta verso l'Aprica e verso Livigno, tendendo l'occhio e l'orecchio al Tonale e allo Stelvio, correndo quanto mi è stato possibile in qua e in là questa Valtellina, bellissima di verde e di rocce, immagine magnifica della forza concentrata, silenziosa e incrollabile, avevo provato sulle prime un senso di maraviglia, quasi di isolamento. Apparivano sui muri dei paesi i manifesti della mobilitazione; e a me, reduce dalle dimostrazioni espansive della pianura, pareva di sentire l'eco degli applausi enormi con cui la penisola li ha salutati; ma una eco appunto, confusa e lontana come il suono indistinto che si sente dal sommo delle montagne, che par giungere di là da una zona di silenzio, pare fatto d'infinità e di lontananza, di un altro mondo, di un'altra vita. Così a me passando allora per questi paesi, e vedendo i contadini quando si fermavano a leggere i manifesti, senza gridi, senza commenti, senza affollamento. Quasi me n'ero sgomentato.
Mi bastò parlare con qualcuno di quei contadini silenziosi — con qualche vecchio, con qualche donna — per capirli.
Io credo che in tutta questa valle non ci sia un solo uomo, una sola madre, una sola fidanzata, un solo vecchio, che abbia paura della guerra, nè per sè, nè per i suoi che vanno a combatterla. (Tranne coloro, s'intende, che per ragioni ovvie furono subito invitati a sgombrare, e non furono pochi). La seguono tutti, la guerra, uno per uno, con un fervore contenuto e saldo, e senza impazienza. Noi cittadini siamo abituati a vedere nella impazienza il segno e l'espressione dell'ardore. Stando qui poche ore, ci accorgiamo che il nostro scalpitare continuo di cavalli imbrigliati è un'inferiorità.
Qui hanno un'affermazione sola: “mazzà i tudesch”: ammazzare i tedeschi. E la dicono con calma, come un bisogno e un proposito ben maturi e ben saldi nelle loro anime incrollabili. Un bisogno e un proposito quasi personali. Non hanno bisogno di riferirsi all'esercito quando parlano della guerra imminente. Si sentono tutt'una cosa con i soldati: parlano in prima persona. Nessuna popolazione come questa mi ha dato il senso dell'unità perfetta tra la patria e i suoi difensori.
E per giungere a questo non hanno avuto bisogno di propaganda, di letture, di persuasione di sorta. C'erano arrivati subito, allo scoppio della guerra europea. A mezzo agosto alcuni contadini s'erano presentati al deputato del luogo annunciandogli il loro desiderio di costituire un corpo di volontari per la guerra all'Austria. Si erano già raccolti circa in settanta. A mezzo agosto 1914, notate; quando appena il nostro governo aveva dichiarata la neutralità, e noi si cominciava a disputare se dovesse essere assoluta o relativa, vigile o addormentata, risoluta o brachicalante, ecc. ecc. Quei valtellinesi ne avevano immediatamente intuìto il valore. Li guidava un vecchio di settant'anni, cui l'onorevole domandò... se si sentisse atto alle armi. Il vecchio rispose: “de mazzà un tudesch so' amò bon”: di ammazzare un tedesco sono ancora capace.
E ne sono capaci davvero, tutti. Se in Valtellina non ci fossero i soldati, credo che i valtellinesi saprebbero difendere fino all'ultimo la loro terra, come difesero il passo dello Stelvio nel '48. Ma quanti ce ne sono, di soldati, per tutta la profonda retrovia di val d'Adda, fino all'Aprica! Ho avuto accoglienza ospitale tra gli ufficiali di un battaglione di alpini, in un paesino roccioso, in una stanza foderata d'abete; sotto le finestre la banda musicale degli alpini sonava fanfare gioiose, per la strada sfilavano le salmerie. Ho parlato con i soldati. Nello sguardo di questi la saldezza fredda dell'alpigiano s'accende a tratti di lampi d'entusiasmo, nei quali mi s'illumina con sicurezza profetica la vittoria del domani. Specialmente quando un ufficiale rivolge loro una parola densa di promesse e di affetto, un: “Ragazzi, ci siamo!” per esempio. Molti conoscono il fuoco: hanno fatto la campagna libica. Ci sono dei valtellinesi, dei bergamaschi delle alte valli, degli alpini del distretto di Aquila: una composizione sapiente, varia, solida: un'immagine concentrata della forza molteplice e una d'Italia. Parlano del fuoco e della morte con una semplicità che strappa le lacrime. Adorano gli ufficiali. A una cosa sola si mostrano restii: a essere impiegati nei servizi di rifornimento. Vorrebbero essere mandati avanti, tutti, subito.
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Sono giunto di notte ad Aprica, dove dalla Valtellina si passa in Valcamonica: ivi ho veduto il primo duello di artiglieria.
Un duello di artiglieria
Edolo, 18 agosto.
Un inferno di fumo, di scoppi, di rombi; nugoli spessi spaccati da lame di fiamma e squarciati di grida; lacerti di terra ferita che balzano al cielo e si mescolano alle urla degli uomini; e soprattutto granate che esplodono; granate senza fine, che piovono e scoppiano un po' dappertutto, sul suolo, a mezz'aria, nel cielo: e cielo e terra ingombri di spasimi, di fragore infernale che assorda e acceca e sbigottisce i paesi e la campagna per molte e molte miglia all'intorno....
Il buon lettore può darsi che immagini così, presso a poco, una battaglia di artiglieria.
Io n'ero a pochi chilometri. L'impressione che me n'è rimasta non è affatto infernale. È di silenzio, di solennità, di calma.
Una lunga ed erta salita su per una strada interminabile scavata miracolosamente dai soldati in una terra durissima, attraverso il pendio della più tortuosa e accidentata costa di monte che possa immaginarsi, mi porta a una specie di altopiano erboso, dal cui ciglione si domina un incrocio di vallate.
In fondo l'orizzonte s'ingombra di alte montagne brune, macchiate di bianco nelle conche ove la neve non sgela: tra quei monti neri in faccia a noi si scavano e s'internano, più nere ancora, le valli che li dividono, e alle loro radici scherza il sole sugli ultimi prati; le cime si sfanno in nubi e pennelleggiano il cielo di grigio fosco. Tutto questo fasciato di brezze e di silenzio.
— È molto bello.... —
Poi, timidamente:
— Scusi, dove è la guerra? —
Il militare, con un sorriso:
— Lo ha sentito il cannone? —
Il borghese, stupefatto:
— No.
— Stia attento. —
Tendo l'orecchio in mezzo al silenzio profondo che a me pare debba durare in quel luogo da secoli innumerevoli, tendo l'orecchio come se volessi cogliere la voce dell'erba che spunta o il ronzio di un insettino in fondo alla valle.
— Sente? —
Ho sentito. Un suono lungo, lento e grave: comincia come un ululo, e si fa rombo, e muore in una eco. È lungo, lento e grave, pieno di dignità: quando n'è finita l'eco nell'aria rimane l'eco nell'anima, che si trova d'un tratto come abbassata di tono, come premuta sotto un'onda di malinconia.
— È questo? —
E aspetto. E dopo un tempo, che mi sembra eterno, un altro rombo più intenso mi arriva di là, dall'oriente cumulato di monti e di nubi, e un altro ancora, più di lontano.
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Ora che ho imparato a sentire, voglio imparare a vedere. Risalgo lentamente con lo sguardo da quei prati bassi dove il sole continua più vivaci i giuochi gialli sulle erbe, via per le coste che si imbrullano. Tento di fendere l'incavo che si apre nei monti, nello sfondo; giungo al breve spazio tra le due cime più alte e più forti. Lassù, le nuvole che sfioccavano dalle rocce si vanno rimescolando, diradando, levandosi in fumi chiari e sperdendosi nell'aria. Ora la cima di sinistra appare più libera e quasi nuda, di un turchino nerissimo: e in quella riesco a isolare un blocco più buio, ed ecco da quel blocco balzano fuori irresistibilmente uno sbuffo chiaro e una vampa gialla che se ne stacca e lancia via da sè, più avanti, una vampa più piccola, più rossa....
— La granata che scoppia.... —
E parecchi secondi più tardi m'arriva l'ululo che si fa rombo e muore in eco solennemente, e su tutta la scena tornano a distendersi lo stupore nostalgico e il silenzio infinito dei monti.
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Rombi e vampe da una parte e dall'altra, a cinque o sei minuti di pausa: tale è un duello di artiglieria visto a dodici chilometri di distanza.
Ai quali l'occhio si abitua in breve, e già s'accorge che quel gregge giallo, là in margine al costone più basso, è un attendamento; e da quello vedo chiaramente salire per l'erta la forma nera e rapida delle formiche umane: ma solo ora, mentre vengo ricordando gli aspetti e le forme che di quella scena semplice mi sono rimaste negli occhi, mi assale improvvisa la coscienza che quelle formiche creavano i rombi e le vampe e salivano ove ognuno di quei fenomeni gravi e solenni si traduce in morte e strazio di membra umane e in dolore e ardore e torture eroiche del corpo e dell'animo. Solo ora me n'avvedo; e quasi ne dubito, perchè non so ripensare a quel luogo, a quegli istanti, a quello spettacolo, senza riprovare la sensazione di solennità e di gravità triste che vinceva e assorbiva in me ogni altra sensazione, ogni riflessione, ogni coscienza.
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Un'ora di quello spettacolo, spettacolo novissimo, tanto semplice che comincia col sembrare insignificante e finisce con l'essere strano, fa perdere il senso della realtà e il ricordo della vita.
Me ne scuote un'ondata di gelo che mi ha invaso per tutte le membra. Chi si era accorto che il cielo era venuto abbuiandosi, che lo sforzo degli occhi aveva dovuto esasperarsi per continuare a distinguere le due vampe tra le due nubi ridiscese, che era cominciato a piovere?
Ma non importa la pioggia. Moviamoci per sgombrare il corpo dal gelo e l'anima dallo stupore malinconico. Pure, ci sa male ritirarci di qua, ora che abbiamo trovato un'immagine reale della guerra. Camminando nel pianoro, ineguale sotto la pioggia già diradata, arriviamo a un'altra parte del ciglione, ove una serie di leggieri rialzi verdi ci sembra un buon posto per osservare un altro versante della vallata.
Ed ecco, accostandoci, ci sorprende scorgere nella parte interna d'uno di quei rialzi un foro, come fosse la buca di una grotta: e da più presso ancora è una grotta davvero, imboccata da un breve spiano in declivio. Vi scendo: c'è dentro un pezzo di artiglieria da montagna, pronto! L'accompagnatore sorride della mia maraviglia e fa togliere il pezzo di là. È l'opera d'un batter di ciglio: il pezzo sale la breve china, fa una mezza volta, è già sulla spianata esteriore del ciglione, con la bocca alla vallata, pronto alla difesa e alla minaccia.
E alla radice della spianata, al principio, una profonda trincea. Percorrendola veniamo a un'altra grotta come la prima: di là da quella la trincea continua; e un'altra, e un'altra ancora.
Tutto il bel ciglione verde, ingenuo, rugiadoso, è un magnifico appostamento di artiglieria che in pochi minuti può marginare tutta la posizione di un orlo di vampe e di rombi, può portare laggiù, se il nemico ci si presentasse, il tumulto infernale e lo strazio che non abbiamo ancora incontrati nel nostro placido viaggio.
Perchè, sebbene abbiamo assistito a un duello di artiglieria e i monti che lampeggiavano fossero il Tonale e il Monticello, noi abbiamo camminato ancora molto in margine alla guerra, molto in qua dal suo cuore di fuoco e di sangue.
Terra redenta
Lodrone, 21 Agosto.
Per la prima volta poniamo il piede sull'antico confine. Ho viaggiato per un giorno in terra redenta.
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Su dal lago d'Idro si rivolge verso nord val Giudicaria, in cui scorre il Chiese, parallelamente alla valle dell'Adige, o Lagarina: le due grandi vie di comunicazione, cioè di possibile invasione, che il possesso del Trentino offriva all'Austria verso l'Italia. Val Giudicaria continua verso nordovest con val Daone che la ricollega alla regione dell'Adamello, verso est con val di Ledro che conduce al Garda.
Costeggiando il lago d'Idro, passiamo sotto la vecchia e teatrale fortezza d'Anfo; finito il lago, ove il Chiese vi sbocca, attraversiamo l'antico confine.
L'antico confine qui è un ponte sopra un torrefaccio. Di qua era regno d'Italia, di là era impero d'Austria. Ora di qua e di là è tutta Italia. È semplice. Parve semplice anche a Cadorna, quando un giorno, che era il secondo della guerra, disse alla nazione: “Le nostre truppe occuparono i seguenti punti: Forcella di Montozzo, Tonale, Ponte Caffaro in Val Giudicaria....” e così via una sfilata di otto o nove nomi, senza una parola di più. A noi cercare sulle carte quei nomi, cercare nella nostra immaginazione il valore attivo di quel fatto semplice: — le nostre truppe occuparono....
Non per questo luogo abbiamo cercato dei nomi sulle carte. Sono i nomi più famosi e più dolorosi della storia popolare d'Italia, la storia garibaldina. In questi luoghi la nostra impresa d'oggi si riallaccia più sensibilmente all'opera interrotta or è mezzo secolo. Poco prima di raggiungere il ponte, abbiamo salutato con un tremore indicibile un piccolo ossario che da una rientratura del monte s'affaccia come un monito e domina, da sinistra, la strada: l'ossario di Monte Suello.
E non qui l'immaginazione ha bisogno di sforzi per figurarsi l'azione: o meglio, ogni sforzo è inutile, perchè un'avanzata fatta di discese precipitose giù per queste chine, di ascensioni asprissime su per queste cime, di penetrazione temeraria dentro il fogliame fitto che protegge ogni agguato alle radici dei monti, un'avanzata di questo genere appare tanto più prodigiosa e inimaginabile quando vediamo con gli occhi quale suolo corrisponda alle impassibili designazioni dei comunicati di cui ci siamo nutriti fino ad oggi.
Mentre gli alpini precipitavano, ascendevano, penetravano, i bersaglieri prendevano d'impeto il ponte e avanti divoravano la strada e riconquistavano i paesi attoniti. Sul primo di quei paesi, Lodrone, c'è una grande, accurata iscrizione grafita sul muro: Regno d'Italia; e intorno intorno un bel fregio ancora pieno della soddisfazione con cui un soldato deve averlo disegnato due mesi sono. Poco più là, dall'altra parte, un'altra iscrizione, più vecchia, è rimasta intatta, memoria dell'antico regime. Suppongo che i conquistatori ve l'abbiano lasciata con un'intenzione ironica, perchè la scritta ammonisce:
Multa di cinquanta corone ai veicoli che avanzano troppo rapidamente.
L'esercito italiano è in multa.
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I comunicati del Comando supremo accennarono ancora, il 27 di maggio, a questi luoghi, annunciando estesa l'occupazione del terreno verso nord e nel tratto tra l'Idro e il Garda; il 30 specificarono l'occupazione di Cima Spessa, che domina la vai d'Ampola, comunicante con valle di Ledro; finalmente, il 2 giugno, annunziaron l'occupazione di Storo e di Condino e il collegamento di queste truppe, su per valle Daone, con i reparti alpini scesi sul Chiese dall'Adamello. Ma non basta avanzare. La conquista, arrivata direttamente ad un punto, si ferma ivi per qualche tempo, ma durante questo si allarga, si consolida tutt'all'intorno. Una prima avanzata per un tratto del fronte è fatta come di punte che si spingono avanti penetrando saldamente nella carne viva del paese di conquista. Poi a poco a poco gli archi che collegavano quelle punte si stendono, si appianano, vengono a stringere più da presso e rafforzare ai fianchi quelle sentinelle; e così rendono possibile a queste un altro lancio in avanti. Intanto occorrono azioni parziali di difesa, difficili come conquiste generali. Il 27 di giugno con un'audace spedizione un piccolissimo reparto di alpini riuscì a spingersi nel Ponale e interrompervi l'impianto idroelettrico che serviva i grandi proiettori elettrici con cui gli austriaci potevano vigilare i nostri movimenti notturni. Tutto il luglio fu impiegato nel respingere i tentativi nemici frequentissimi contro Val Daone, che avrebbe aperto loro la strada al Tonale e alla Valcamonica, e interrotta la stretta unità da noi faticosamente ottenuta tra le truppe operanti dallo Stelvio all'Adamello, e quelle operanti in Val Giudicaria: si snidarono quelle contro Passo di Campo, Cima Boazzola, Malga Leno. Importantissima su tutte, l'occupazione di monte Lavanech e di Cima Pissola ci dava, il 26 di luglio, il completo possesso delle alture del versante destro di Val Daone.[2]
Anche nella valle oltre l'Idro dunque, e nelle valli laterali verso il Garda, continua un'azione lenta di consolidamento, d'arrotondamento; sono costoni, cime, passaggi, che di giorno in giorno, a pezzi, vengono strappati al nemico: sono opere d'offesa che si spostano, è la prima linea che tende a diventar retrovia. Ed è, anche, dietro questa, il paese di confine che ricompone la propria fisionomia a paese d'interno, la città dominata che impara a respirare da città libera, il villaggio desolato e vuotato dalla guerra che viene ripopolandosi e riprendendo la propria vita di lavoro.
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Com'è triste un villaggio vuotato dalla guerra! Non al primo aspetto, che anzi è lietissimo. Le case più grandi sono piene di soldati: e qui non è il soldato impaziente che abbiamo visto nelle retrovie di Valtellina, immalinconito dall'attesa del fuoco. Qui i soldati sono quasi nel vivo della guerra; l'azione maggiore può attenderli da un momento all'altro, e intanto le azioni minori sono frequenti e le mani non stanno mai troppi giorni inoperose. Perciò questi soldati sono allegrissimi, e il loro moto per la piazza e nella via maggiore del paese e su e giù per le scale delle case ridotte a caserma, è rumoroso e pieno di canti e di ragazzate gioconde.
Ma nelle strade minori stringe l'animo un gelo di morte. Quasi tutte le case sono aperte, le imposte e le porte a metà divelte. Su per le scale sudice son rimaste le miserabili tracce della fuga precipitosa. Nelle stanze qualche resto di masserizia, qualche vestito cencioso, qualche suppellettile, si trascinano penosamente lungo i muri brulicanti di ragni stupefatti.
A monte di Condino è un vecchio convento, nelle stesse condizioni, ma grande, arioso, aperto a panorami accidentati e verdissimi. Anche qui la stessa desolazione, e in più molta paglia, un po' dappertutto, chè i soldati austriaci dovettero rimanervi acquartierati qualche tempo prima di ritirarsi. Ma non c'è il senso della vita familiare messa in fuga, e le madie zoppe e le sedie spagliate su cui si mescolano in orgia pezzi di bottiglie, gabbie per canarini e manuali di Filotea, fanno piuttosto ridere che piangere. Il sentimento è forse colpevole, ma me ne confesso candidamente. Salito per scale a pioli al solaio del convento, scopro un cimelio prezioso: una vecchia giubba azzurra di soldato austriaco. La prendo con molta cautela servendomi di un bastone, m'affaccio alla finestra di un abbaino, e di lassù la butto a un bersagliere che dalla strada sta a guardarmi, un po' scandalizzato dalla mia invadente curiosità: ma l'accoglie in gran gioia, e corre via a mostrarla ai compagni.
E mentre m'indugio un po' ancora, affacciato lassù a scrutare l'accavallamento dei monti, a cercar di capire, con le mie incerte cognizioni topografiche, quali di quelli sono ancora dell'Austria, ecco dall'ala destra mi giunge un suono ancora non noto e attraversa l'aria sopra il mio capo. È una specie di breve miagolio, e si tramuta subito in uno stridìo acuto e rabbioso, circolare, come un trapano che succhielli rapidissimo l'aria; poi un rombo, il rombo ormai familiare del cannone; poi un piccolo scoppio. Scruto attorno il cielo, le cime, la valle. Ma non mi accorgo di nulla. Vedo i soldati correre agli sbocchi del paese. Scendo e corro anch'io. Intanto s'è udito un altro miagolio, un altro rombo, un altro scoppio. Giù c'è un ufficiale che s'affanna a raccomandare ai soldati che non si facciano vedere.
— È il trecentocinque del forte Por che s'è accorto che laggiù (indica un ripiano a mezza costa), il nostro genio lavora, e cerca di disturbarlo. Ma non fatevi vedere. Dall'osservatorio vi possono vedere benissimo, e allora vi tirano una granata. A che scopo?
— Per vedere come scoppia — risponde un soldato. E gli altri ridono.
Intanto una terza granata trivella l'aria col suo miagolio rabbioso, poi una quarta; e di questa finalmente vedo l'effetto sulla costa indicata. Non si scorge cader nulla, ma tutt'a un tratto uno sbruffo di terra e di sassi rompe dal suolo, come per una mina: qualche arbusto sterpato ricade con la terra, e niente più. I lavori del genio sono alquanto lontani di là, e i soldati al primo miagolio si ritirano dietro un riparo, ch'è il primo rapido lavoro che si prepara sempre avanti di accingersi a qualunque opera di quella specie.
I soldati del paese sono un po' delusi e per consolarsi mi fanno vedere, nel piazzale davanti alla chiesa, un buco tondo e largo lasciato da una granata, sorella di quelle d'oggi, un mese fa. Non l'hanno ricoperto, perchè è un ricordo e un'imagine che rinvigorisce il loro fervore. E l'episodio recente li rimanda al lavoro più alacri di prima: quei miagolii hanno la virtù eccitante che aveva nelle battaglie antiche il classico odor della polvere.
Uscendo dal paese ci fanno camminare in fila indiana, stretti a una siepe, assicurandoci che l'austriaco vedendo di lassù dei borghesi sarebbe molto contento di salutarli con uno shrapnell. Questo soddisfa molto la nostra vanità.
Così giungiamo ove si apre un grande campo. Il campo è seminato di soldati che, senza giubba, chini verso terra con le zappe, sembrano contadini. E tutt'attorno a loro c'è come una vasta piantagione bassa a filari....
Ci accorgiamo subito dell'errore. Sono linee di reticolati: aggrovigliati, aspri, puntuti, impervii: e lungo il margine del prato le bocche di lupo, ove l'uomo cadendo trova la punta ferrea che lo strazia; e i lacci giapponesi, ove l'uomo preso in trappola per il piede come una bestia, stramazza; e i mostruosi trabiccoli dei cavalli di Frisia: il filo di ferro duro, irsuto di punte mordenti, in tutte le sue applicazioni, per impedire, rallentare, deviare, mordere a sangue in tutti i modi il cammino di chi vuole avanzare. Contemplando spaurito tutta quella stesa di stratagemmi, più imagine di caccia che non di guerra, non penso agli austriaci che incapperanno qua dentro, perchè questi sono preparativi di pura precauzione e gli austriaci di qua non ripasseranno mai nei secoli, ma mi vien fatto di pensare che qualche cosa di simile è di là, dove i nostri avanzano; che qualcosa di simile era qua, dove i nostri hanno avanzato: e che pure hanno superato tutto questo, senza esitazione, rapidamente, con pochissime perdite, a forza d'impeto, di abilità e di audacia. È un pensiero di raccapriccio, che subito si trasmuta in una ammirazione profonda e in una fede sicura ed enorme nel domani.
Dietro le file dei reticolati, quelle delle trincee: trincee in cemento armato, lunghi corridoi, larghi, comodi, nitidi: hanno qualche cosa di conventuale nella linea e nel colore, e insieme di casalingo. Ad ognuna si entra per parecchi usci di legno bianco, dalle imposte ben commesse. Su qualcuno degli usci un soldato ha scritto il proprio nome. Non ci manca che il campanello e la buca per le lettere.
Leggo su di un uscio, in un bel neretto tipografico:
Prima di entrare si pregano gli austriaci di farsi annunziare.
Un altro soldato vi ha aggiunto sotto, col carbone, un avvertimento, così:
(Visite brevi).
Arrampicandomi dal basso su per la costa e penetrando nel monte oltre Storo, su per val d'Ampola e valle di Ledro, verso Bezzecca, passo dalla visione modernissima delle trincee murate a quella tradizionale dell'attendamento. Vaste distese di tende coniche sul declivio dolce degli incavi del monte; ranci che stanno cocendo nelle pentole nere, sui fuochi enormi, al riparo di rocce annerite dal fumo; un rigagnolo largo e chiaro margina l'accampamento e i soldati vi scendono a lavar le stoviglie; sfondo di rupi dense di cespugli, file di salici lungo il rigagnolo. Potrebb'essere nell'“Orlando Furioso”.
Tutt'a un tratto tra i soldati che formicolano in mezzo alle tende, si vede un gran movimento: si raggruppano a sciami, corrono tutti verso il rigagnolo, lo attraversano, ne risalgono il margine, s'arrampicano fino alla strada... per veder passare il Re d'Italia.
Perchè il Re d'Italia è passato di qui stamattina. Si ha l'impressione che passi ogni mattina, dappertutto. Chiunque per qualsiasi ragione è stato anche un giorno solo ad un punto qualunque del fronte, specialmente se avanzato ed esposto, ha incontrato il Re, che passava. Non passava soltanto: si tratteneva a vedere minutamente ogni opera, ogni posizione: si spingeva nei luoghi più scoperti, per rendersi conto dei pericoli e delle difese; si prodigava ai soldati. Nessuno, di tante e tante migliaia di soldati, va al fuoco senza aver visto il Re, senz'aver sentito la sua parola.
Il Re passa. Un sorriso di saluto illumina i suoi occhi penetranti e tutto il suo volto brunito dalla guerra, dimagrato dal fervore. E il soldato italiano, anima eterna di ribelle sol perchè teme la disuguaglianza e l'orgogliosa superbia, il soldato italiano, poi che ha visto un istante il Re esporsi al suo fianco e sorridergli, va volentieri incontro alla morte, e al disagio che è più terribile della morte.
Per questo si vincono i reticolati più irti, le trincee più solide e le montagne più impervie.
La via di Trento
Ala, 23 agosto.
Ognuna delle grandi e fonde retrovie che stiamo visitando, lunghi e complessi meandri di avvallamenti e di alture, ha un suo carattere e un suo colore e una sua voce specialissimi, quali sono imposti ad essa dalla natura dei luoghi e dal modo di guerra che fino a oggi l'ha fronteggiata. In Valtellina e in Valcamonica i silenzi vasti dell'alta montagna non paion vinti neppure dal calpestìo infinito delle file di salmerie che rigano ogni viottolo, e le sfilate dei soldati mantengono quel carattere di malinconia taciturna e intimamente inquieta che è caratteristica degli abitatori dei monti. Invece nelle valli del Trentino meridionale, specialmente in Val Giudicaria, c'è più sole: suona di vetta in vetta più frequente il cannone, mentre tuttavia la curiosità del viandante è attratta specialmente al suolo su cui fioriscono e s'intricano continui gli agguati della difesa. Ivi il soldato e l'ufficiale paiono più giocondi e la loro fede nel domani si colora di un entusiasmo più rumoroso. Sentite ancora lo slancio del balzo improvviso onde qui si son portati più innanzi che sugli altri punti del confine. Nelle valli laterali del Veronese l'attenzione si porta specialmente verso l'alto, ai formidabili rafforzamenti delle cime. Guardano alle cime sempre i soldati di là, anche dal fondo delle trincee più in basso. Ripensato poi nel suo assieme l'aspetto militare delle tre vaste retrovie è di sicurezza, di permanenza, di incrollabilità.
Non mi è possibile giustificare con particolari di fatto, che la illustrerebbero perfettamente, una mia chiarissima impressione: ed è questa, che di mano in mano che la linea avanza essa si fa confine destinato a non arretrar più, nemmeno per transitoria sventura di guerra, perchè immediatamente alle sue spalle qualche cosa viene di continuo solidificandosi, cristallizzandosi, integrandosi subito con la natura gigantesca e rude del suolo.
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Qualche cosa di tutti questi caratteri insieme, e in più un aspetto suo particolarissimo, ha la linea centrale e fondamentale per cui si penetra nel cuore del Trentino, fino a Trento stessa, cioè la Val d'Adige, scavata profondamente tra pareti diritte e altissime di pietra nelle tragiche Chiuse, poi mano mano aperta su scenari più larghi, di linee più sobrie, solenne sempre anche dove è più verde.
È curioso e insieme ben naturale l'interesse e l'animo specialissimo con cui ci si accosta ai luoghi ch'ebbero maggior risalto nei bollettini ufficiali, sovrapponendo un'immagine viva sui nomi che — è pur da confessare — riuscivano nuovi e rimanevano vaghi alla comune ignoranza italiana della geografia nostra di questa regione.
Ma in questo tratto ne troviamo invece i nomi più noti, quelli che al nostro lungo desiderio sonaron sempre più significativi; e quando il quarto comunicato di guerra ci disse presa Ala, ci orientammo immediatamente, ci sentimmo uscire dalla strategia, ebbimo subito il senso geografico dell'avanzata nazionale. L'Adige era il fiume irredento per eccellenza. Rovereto e Trento: due nomi che riassunsero sempre alla nostra mente tutta la regione, in quanto essa doveva avere di più profondamente italiano. Anche ora e anche correndo le altre valli, le più meridionali, o le laterali della regione, in qualunque punto siamo, i soldati hanno da indicarci una cima o un costone a destra o a sinistra o di faccia, o almeno almeno una nuvola che in quel momento si sia alzata dall'orizzonte verso noi, e ci dicono con una specie di malizia: — sotto quello, vede? di là, un po' più in qua, c'è Trento. — Oppure si riferiscono a Rovereto. Anche senza conoscere il nome di Rosmini, Rovereto ha per loro un grande valore d'italianità.
È come un anticipo di Trento. Ci sono ancora nelle strade maestre tornate nostre le indicazioni chilometriche poste dal vecchio regime, e si riferiscono tutte a Rovereto e ciò le fa eloquentissime: a Rovereto km.... I puntolini rappresentano un numero piccolissimo. E molti di quei soldati, creo, a Rovereto si sono avvicinati molto, alla spicciolata, in pochi, per ordini o per iniziative individuali, per ragioni militari o per invincibile curiosità.
Ora, come Rovereto per Trento, così è un poco Ala per Rovereto: Ala che fu subito nostra, ma nostra del tutto solidamente per sempre, in quel primissimo slancio che ci creò di colpo un confine nuovo e sicuro, tale da permetterci di cominciare di là la guerra lente e precisa, di penetrazione immediatamente seguìta da rafforzamenti, che è il capolavoro quotidiano del nostro esercito e del nostro comando.
Ricordate:
Il 24 maggio le nostre truppe prendendo ovunque l'offensiva occuparono i seguenti punti: Forcella di Montozzo, Tonale, Ponte Caffaro in Val Giudicaria, terreno a nord di Ferrara di Monte Baldo, Monte Corno, Monte Foppiano sul versante nord dei Lessini, Monte Pasubio, Monte Baffelan, alle testate delle valli Agno e Leogra, alti passi nella Val Brenta.
Era come una mano che avesse afferrata intera, intorno intorno, la preda viva e cominciasse a stringerla. Il giorno dopo:
Fu occupato anche il monte Altissimo di Monte Baldo.
Dall'Altissimo scendemmo subito giù verso Val d'Adige, e risalimmo il fondo della valle sino ad Ala. Infatti, due giorni dopo:
27 maggio — Truppe di fanteria rinforzate da guardie di finanza e da artiglieria, da Peri per le due rive dell'Adige avanzarono verso Ala. Espugnato il villaggio di Pilcante, coperto da più ordini di trincee, si impossessarono solidamente di Ala. Il combattimento durò da mezzogiorno a sera.
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Ventisette maggio. E il nostro animo esulta quando, entrati in Ala, vediamo il nome di 27 maggio su di una delle vie principali. E un'altra si chiama via Umberto I, e un'altra via Vittorio Emanuele III. Ma la nostra commozione si fa dolorosa scorgendo, sulla piazza in cui quelle vie convergono, il nome: Piazza Antonio Cantore.
Ala è occupata solidamente. Quei quattro nomi sono la miglior garanzia della solidità della nostra occupazione.
Procedendo a ritroso dell'Adige su, verso Rovereto, vedremo prove più positive di questa solidità. Per ora abbandoniamoci al senso indefinibile di agio che ci avvolge entrando in Ala, rimanendovi, come ho voluto fare, un giorno e una notte, per sentirmi attorno un po' strettamente la vita della città.
Senso di agio, ho detto. Forse qualcuno si aspetterebbe piuttosto quello dell'entusiasmo. Non è così. Anzi, sulle prime, discorrendo con quegli italiani tornati alla patria, vi sorprende qualcosa che può sapere di indifferenza. Venuti dalle città lontane, dove si sbandiera a ogni occasione, supponete che ogni trentino redento non debba far altro che parlarvi del grande avvenimento, vi aspettate da tutti il racconto del gran giorno — 27 maggio — e sfoghi contro l'antico regime ed effusioni di beatitudine per il nuovo, con valanghe di episodii.... Nulla di tutto questo. Bisogna interrogarli, per sentirsi dire le poche cose semplici e ormai ben note che vi possono dire intorno agli anni che precedettero e ai giorni che seguirono il 27 maggio del 1915. Poche parole, semplici, sintetiche, asciutte e timide insieme. Andate invano, qui, a caccia dell'aneddoto episodio: se ci tenete dovete immaginarlo da voi. Questo sulle prime, come dicevo, sorprende e disorienta. Possibile che sia indifferenza? In tutti tutti? Non è indifferenza. Non so spiegare con una parola sola che cosa sia. Intanto è un poco di pudore del parlare d'una cosa molto sacra, che è stata loro a cuore per molti anni, che hanno raggiunto quando quasi ne disperavano. È difficile che l'uomo ami parlarvi e lasciarvi parlare di un grande e arduo amore che abbia finalmente raggiunto il suo sogno. Solo gli amanti delusi si sfogano lungamente.
Pudore, dunque. Ed è ancora pudore quello che impedisce ai rinati di soffermarsi a ricordare un tempo che u per essi — ve ne accorgerete subito — di umiliazione più ancora che di sofferenza materiale.
E poi c'è anche qualche cosa di più. Un sentimento molto onesto e spontaneo, che è piacevole e consolante riconoscere. Ed è, che ciò che è avvenuto par loro naturalissimo. Sono sempre stati e si sono sempre sentiti italiani così intensamente, così ingenuamente, che il suggello politico alla loro italianità non ha per essi nulla di maraviglioso: è appunto quell'elemento che solo mancava al compiuto equilibrio delle loro condizioni esteriori di nazionalità, ma nell'intimo, nell'animo, l'equilibrio era già raggiunto da un pezzo, non era stato scosso mai. E sono i turbamenti dell'animo quelli che lasciano più dura traccia e più lunga memoria e maggior desiderio di rinfrescare e rivangare continuamente il passato anche dopo che è stato superato da un pezzo. Per queste ragioni — o per altre forse più sottili — Ala è tranquilla. Non è indifferente. Ama i soldati numerosissimi che la occupano e l'avvivano, accoglie con piacere i visitatori che vengono dalle città più lontane e più antiche del regno. Questa tranquillità del resto non impedisce le manifestazioni simpatiche, che si rinnovano per esempio ogni sera quando in piazza Antonio Cantore suona la banda militare, eseguendo specialmente marce guerresche e inni patriottici. Degli inni patriottici il più popolare è anche qui quello di Mameli.
Questa stessa tranquillità serena v'impedisce di accorgervi subito del disagio che la condizione di Ala ha necessariamente lasciato tra gli abitanti. Per esempio, non vi avvedete subito dell'assenza di uomini. Tranne qualche giovane che combattendo in Galizia fu ferito, ed era qui a curarsi quando l'occupazione italiana lo raggiunse e lo liberò dall'obbligo doloroso, non ci sono qui, di maschi, che pochi vecchi e molti fanciulli. Ma in compenso ci sono tanti soldati e noi abbiamo talmente fatta l'abitudine in altre città — basterebbe Verona per citarne una — alla preponderanza dei militari, che non ci rendiamo conto dell'assenza di uomini del paese. Mi pare che anche le donne di Ala abbiano la stessa impressione.... Non sono tutte straordinariamente belle le donne di Ala. Ma hanno, specialmente le fanciulle, una grazia morbida di sguardi e di voce che mi ricordò subito con dolce sorpresa le loro sorelle di Zara. Sia la somiglianza di buon augurio per le zaratine e per la loro terra. Quando avrò aggiunto che ad Ala non ho trovato nessun segno superstite del regime austriaco, e segni ce ne dovevano essere ben pochi — forse soltanto le buche delle lettere e le insegne dei tabaccai che furono subito rinverniciate —, e che nella casa che mi ospitò la notte (gli alberghi son pieni) il mio sonno era vigilato dai ritratti di Carducci, di Garibaldi, di Cavallotti e di De Amicis — credo che il lettore potrà lasciarmi uscire da Ala, e che vorrebbe accompagnarmi fuori, più in là, più su a ritroso dell'Adige, il più vicino possibile a Rovereto.
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Perchè Ala servì da punto di partenza per estendere l'occupazione alla zona orientale della valle. Salimmo di qua, il 31 di maggio, la cima del Coni Zugna, che per Zugna Torta scende verso Nord su Rovereto, e che per il suo versante orientale domina la Vallarsa che a Rovereto si congiunge con la Val d'Adige. Intanto nella via centrale della valle ci estendemmo e fortificammo fino oltre Serravalle, su entrambe le rive, a fronteggiare le fortificazioni straordinarie che il nemico s'è preparate sul Biaena.
Ma il lettore non è munito di salvacondotto e tutte queste zone sono straordinariamente vigilate. Per questa ragione non m'è possibile lasciarmi accompagnare troppo in là, nè riferirgli quello che ho visto. Immagini le opere di difesa più complete, complesse e sottili che quella specie di tecnica di brigantaggio che è sempre la guerra di montagna, congiunta alla necessità di ripieghi sempre più astuti portata dai mezzi offensivi moderni, possa aver suggerito all'esercito più geniale del mondo — il nostro —; e avrà forse un'idea delle opere di trinceramento e di appostamento che fiancheggiano l'Adige, sempre più in là, sempre più su, fino a un punto elevato donde, incuranti dell'osservatorio austriaco d'artiglieria che ci stava proprio di faccia vicinissimo, abbiamo potuto scorgere uno svolto di valle e lo scorcia di un'altura battuti dal sole come da un indice di speranza. Dietro quelli, immediatamente dietro, quasi visibile nelle sue prime case, sta Rovereto ed aspetta.
Giulietta e la guerra INTERMEZZO SENTIMENTALE
Verona, 25 agosto.
Quante Giuliette a Verona!
Hanno la frangetta sulla fronte, e quattordici anni, e un farsettino nero senza maniche sopra il giubbetto bianco. Così camminano per le vie di Teodorico e di Cangrande, zona di guerra.
Ma Giulietta non sa che è zona di guerra. Crede che tutti questi soldati siano venuti qua per veder lei. E anche quelli che son venuti per vedere i soldati. Non sa che è zona di guerra. Incontra Romeo, nelle strade di Teodorico e di Cangrande, e lo fa salire al suo balcone prima che la lodola canti fuori di tono e scambi gli occhi col rospo. Non sa che c'è la guerra. I reggimenti via via sono chiamati sul fronte. Ma Giulietta incontra ancora Romeo, e lo fa salire al balcone a sentir l'usignolo che canta del melograno.
Di giorno cammina, coi passetti brevi e le calzine rade e la vestina corta. Guarda i soldati, e quelli che son venuti a vedere i soldati, senza bisogno di alzare i grandi occhi bruni; li guarda attraverso le ciglia, che sono due frange morbide e nere, lunghe come la frangetta dei capelli sulla fronte. E guardando così, chiama Romeo. La notte le scolte di sulle torri non sorvegliano già l'arrivo degli aereoplani dalle montagne del nord, ma vigilano l'amore di Giulietta, che s'è tolta il farsettino nero, e anche la camiciola bianca.
Giulietta prende il gelato sotto i portici.
Giulietta non legge i comunicati di Cadorna.
Giulietta non ha visto che nei foderi bruniti c'è la sciabola arrotata.
Giulietta non sa che Verona è zona di guerra.
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Giulietta voleva che la portassi a Milano, e poi anche a Roma.
Ho trovato un pretesto; le ho detto:
— A Milano c'è la guerra. E anche a Roma. —
Ha sollevato la frangia lunga e morbida delle ciglia, e i suoi occhi hanno balenato ne' miei un nero sguardo di maraviglia.
— C'è la guerra?!
— A Milano c'è la guerra. Anche a Roma. In quelle città, Giulietta, le bande suonano delle marce militari. E anche le orchestrine dei caffè suonano tante marce militari e tanti inni patriottici. Allora la gente si leva in piedi, e applaude, e grida: “Viva la guerra!” Passa per la strada un soldato ferito e tutti gli corrono dietro per acclamarlo: il cameriere ti versa il gelato sulla sottana nuova per correre in fretta anche lui a gridare: “Viva l'esercito!” E quando torni a casa, che è sera, per aspettare Romeo, tutti per la strada ti urtano perchè stanno leggendo il giornale uscito allora con il comunicato di Cadorna. E se al teatro o al caffè non ti alzi in piedi al suono della Marcia Reale, ti insultano e ti gridano “spia”. Perchè tutti hanno negli occhi la guerra e non vedono che hai le ciglia lunghe e il gonnellino corto, le calze tanto bianche e gli occhi tanto neri, Giulietta. A Milano e a Roma c'è la guerra; non è il paese per te, Giulietta.
— Hai ragione. Ci andremo tra qualche giorno, quando la guerra sarà finita. Ora è meglio restare a Verona, dove non c'è la guerra. —
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Allora le ho additato l'Arena, roggia nel sole, merlata al sommo di soldati che camminavano lenti sul ciglio facendo la scolta. E a Giulietta piacquero molto i soldati visti così camminare radi e lenti al sommo dell'anfiteatro rosso, nello sfondo sfolgorante del cielo. Li trovò più carini di quelli che camminavano in piazza.
L'ho condotta a visitare la tomba della Giulietta di Romeo Montecchio.
Per arrivarvi, dovemmo accettare la compagnia d'un soldato d'artiglieria che era di guardia all'entrata della Fiera dei cavalli. Egli ci fece attraversare immensi cortili tutti pieni di cavalli da guerra, di paglia, di soldati; intorno intorno gli edifici sono diventati una grande caserma, in un tetto c'è una toppa chiara di tegole fresche dove una bomba era caduta dal cielo a far guasto. In un angolo di tutto quell'apparato di guerra, si rannicchia la tomba di Giulietta antica.
Ora Giulietta nuova passò indifferente in mezzo ai cavalli, alla paglia, ai soldati, allo strame e al fragore di caserma; ma quando fu dentro, nell'angolo grigio e verde, così fuori del mondo, ov'è l'arca pudica degli amanti, pianse tutte le sue poche lacrime. Poi le ciglia nere ribevvero le lacrime di perla: Giulietta alzò il piccolo capo e lo scosse per ricomporre i capelli; corse alla parete a leggere i nomi che v'erano scritti; tuffò le piccole mani brune nell'arca scompigliando gli strati dei biglietti di visita anneriti e accartocciati, accumulati là dentro dall'ingenuità provinciale dei visitatori stranieri: compose in bell'ordine sopra lo strato i mazzolini e le ghirlande di fiori appassiti che s'erano mescolati ai biglietti; colse una foglia d'edera e se l'appuntò al petto: poi si fece raccontare la storia della Capuleta e del Montecchio.
— Dunque a Verona, allora, c'era la guerra? —
E siamo saliti in una carrozza, che molto lentamente cominciò a camminare sobbalzando sui ciottoli, a girare al largo intorno alla città; io additava, passando, a Giulietta le opere militari, i bastioni, i forti, i carrozzoni guidati da soldati, i camions carichi di munizioni, i grandi cavalli di forza che parevano esprimere guerra da ognuno dei muscoli tesi; e Giulietta si stringeva al mio braccio, e sentivo che il suo braccio pensava a quello di Giulietta antica prima di uscire sul balcone a mostrare a Romeo le strisce invidiose dell'aurora rosseggianti all'oriente.
Così arrivammo a San Zeno, ch'era il tramonto, e i marmi della facciata parevano fusi d'oro antico e d'avorio e di miele. Ma Giulietta, calando sugli occhi neri la cortina fitta delle ciglia, mi susurrò:
— Entriamo. Là non ci vedrà nessuno, e non mi parlerai di non so che guerra. —
Invece ci vide subito il custode della chiesa, e si mise ai nostri fianchi e cominciò a parlarci d'arte.
— Questi capitelli sono d'ordine corinzio. Il fonte battesimale, in un solo blocco di marmo, è dell'undicesimo secolo. Invece gli affreschi di destra sono del dodicesimo.
— E quelle di che secolo sono? — domandò Giulietta.
E additava due maravigliose chiazze gialle e purpuree che il sole occidente penetrando dritto dalle vetrate aveva scagliato sul marmo in cima all'altare di fondo. Il custode guardò Giulietta, e s'interruppe costernato.
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Sul ponte di Castello Vecchio la salutai, lasciandole un ammonimento:
— Ricordati, amorosa Giulietta, che lassù, nei paesi del nord, Margherita fa le calze di lana per i soldati che faranno la guerra d'inverno. —
Giulietta rabbrividì, e rispose:
— Come dev'essere noioso un paese dove si fa la guerra, e anche d'inverno! —
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Per sentire la guerra bisogna starne lontani, o andarvi molto da presso. Un giorno di dimora in Verona acquartierata mi ha fatto quasi dimenticare la guerra. Forse tra due giorni, in Vallarsa o in Val Sugana, la ritroveremo.
Tre valli
Fiera di Primiero, 30 agosto.
Immaginate un'altura, che raggiunga circa i milleduecento metri, granitica, dal cocuzzolo tondeggiante in arco lentissimo, di modo che la vetta n'è quasi un largo ripiano circolare; e tutta di durissima roccia, con le pareti lisce a picco; e tutta calva e minacciosa. I punti scoscesi sono sostenuti da murature. Nel pianoro della sua vetta sono scavate ridotte per le polveri, profonde quaranta metri. E vi sono piattaforme magnifiche di cemento armato. La più moderna preparazione che possa desiderarsi per un forte di sbarramento.
Lo stavano preparando gli austriaci, ma prendendo il Pozzacchio di sorpresa li costringemmo a fuggire lasciando a mezzo la preparazione e tra le nostre mani una quantità di materiale utilissimo: quello che non poterono abbattere, rovinare, bruciare nel momento precipitoso della fuga. Bruciarono le caserme annesse al forte, ch'erano munite di termosifoni, di bagni, di condutture per l'acqua calda, di latrine igieniche: ora non se ne vedono che gli alti camini superstiti, roggi e bruciacchiati, miserevoli e soli contro l'orizzonte che s'allontana verso il nord. Distorsero una quantità enorme di travi, tubi, ordigni metallici d'ogni genere, perforatrici per la roccia, frantumatrici per il calcestruzzo, impastatrici, dinamo. Non poterono far saltare trecento quintali di gelatina esplosiva ch'erano nascosti nelle caverne, e che scoprimmo per un fortunatissimo caso: un soldato che inciampò in un filo elettrico che vi conduceva. E non poterono bruciare nè spezzare i pezzi ancora smontati delle cupole d'acciaio, che ora si pompeggiano ironiche nel loro scintillìo grigio sulla spianata ove i nostri soldati fanno la guardia alla valle.
È la Vallarsa: l'ho risalita su da Schio (che il Pasubio aveva illuminato provocante con grandi riflettori, ma fu preso subito al primo giorno di guerra) per Valle dei Signori, attraversando l'antico confine al Piano delle Fugazze. Così mi sono accostato da questa parte a Rovereto all'incirca di quanto me gli ero accostato da sudovest per val Lagarina. Giriamo attorno a Rovereto come un amante intorno a una donna desiderata. La donna è tutta cinta di un campo trincerato, che da questa parte comincia appunto allo sbocco di Vallarsa in val Lagarina.
Val Giudicaria, Val Lagarina, Vallarsa: convergono a Rovereto come tre frecce a un bersaglio. In tutte queste valli abbiamo avanzato enormemente: fino oltre Cimego nella Giudicaria, fino oltre Serravalle e Fortini lungo l'Adige, e qui in Vallarsa fino ad Albaredo. Tre soglie di Rovereto. Qui ci siamo fermati. Quando avremo preso il massiccio del Bondone, che domina Rovereto da nord, anche la città sarà nostra.
Occupando la Vallarsa, vi trovammo la fame, e vi portammo subito qualche agio. I primi giorni le cucine militari divisero il rancio con gli abitanti; poi il commissariato provvide, in una località centrale della valle, un magazzino di tutti i generi alimentari, e procurò lavoro a una quantità di disoccupati occupandoli in preparativi di guerra.
La resistenza non era stata grande. Più che contro i soldati austriaci dovemmo lottare contro i rinnegati, spie locali organizzate dall'antico dominatore. È noto l'episodio del telefono scoperto sotto l'altare della chiesa parrocchiale di Pozzacchio. La congiura si stringeva attorno al parroco. Parecchi dei paesi del territorio furono allora sgombrati, e la Vallarsa fu nostra. N'era appunto il tempo. Oltre che il forte di Pozzacchio, ho visto a Valmorbia una chiara prova della preparazione offensiva che l'Austria stava facendo contro di noi: un sedicente asilo, fondato per donazione dell'imperatore, era un magnifico modernissimo ospedale di primo soccorso. Ce ne impadronimmo, e serve a noi, come il forte.
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Da Albaredo giù per Pozzacchio declinando verso est, la nostra linea presente disegna un breve cuneo che scende fino a Col Santo, e di qui risale a raggiungere Valle del Terragnolo, di là dalla quale tuonano gli altipiani di Folgaria,[3] di Lavarone, d'Asiago.
Essi, di là dalla Vallarsa e dai Sette Comuni, difendono i passaggi da Val d'Adige a Valsugana (la valle del Brenta, via austriaca d'invasione dal Trentino verso est), che si ricongiunge con quella a Trento. I passi tra Val d'Adige e Valsugana erano sbarrati da forti modernissimi: Luserna, Spitz Verle, Busa Verle, Belvedere. Ma occupato il Lavarone subito ai primi giorni di guerra, di là battemmo il Luserna, che il 31 di maggio tacque e alzò bandiera bianca. Allora il Belvedere, situato più indietro, subito lo bombardò per punirlo della resa. Poi lo stesso forte di Belvedere cominciò ad affievolire. Il 3 di giugno anche lo Spitz Verle taceva e il fuoco del Belvedere e del Busa Verle erano diventati debolissimi. E fin dal 29 avevamo demolito un'opera moderna sulla cima di Vézena (a est delle sorgenti del Brenta) e occupati la cima stessa e il villaggio sottostante, sulla strada del monte Cost'Alta.
Di tutta la Valsugana avemmo ragione abbastanza facilmente. Scalato di sorpresa, il giorno 24, il Salubio, le difese della valle, che si concentravano a Telve sopra Borgo, furono immediatamente eliminate. Preso similmente il Civaron potemmo fare un primo spostamento in avanti di tutta la linea verso Borgo, appoggiando la sinistra al Civaron stesso e la destra ai monti Cima e Cimon Rava già precedentemente occupati dalle truppe che fin dai primi giorni avevano occupato Pieve di Tesino e Castel Tesino. Così si giunse alla linea del torrente Maso, affluente di sinistra del Brenta. Un secondo spostamento avvenne il 25 agosto portandoci su di una nuova linea, che, appoggiata a monte Armentera e a monte Salubio, descriveva un arco, concavo verso ovest, intorno a Borgo. Da ultimo, appunto ier l'altro, espugnando Cima Cista, a dominio del Salubio, liberammo le nostre truppe che occupano questo monte dalle molestie del nemico; inoltre la nuova occupazione ci permetterà d'intensificare l'azione contro le posizioni che attorniano Borgo. Borgo per ora è rimasta città neutra, visitata tratto tratto da italiani e da austriaci, e non sempre alternatamente. Contro gli austriaci la possono difendere il Salubio e il Civaron, ma in faccia la bombarda il Panarotta, formidabile barriera, munita di forti corazzati con cinque cannoni in cupola da 152.[4] Fa parte dei migliori preparativi anti-italiani dell'Austria, come la maravigliosa, arditissima strada militare che da Strigno, seguendo una linea parallela a quella dell'antico confine, va a raggiungere la Valle del Cismon e Fiera di Primiero, congiungendo così due delle più ridenti regioni di villeggiatura che la guerra abbia disturbato in quella specie di grande albergo tra turistico e militare che l'Austria aveva fatto di tutto questo settore.
Raggiungendo appunto, da Valsugana, Val Cismon, a Pieve di Tesino ho avuto il piacere di stringere la mano all'ingegnere Demetrio Avanzo, già presidente della sezione locale della Lega Nazionale. Per merito suo la famigerata Volksbund non era riuscita a stabilire a Pieve una sezione, mentre v'era riuscita a Castel Tesino. Anche il parroco di Pieve, don Picoroaz, collaborò arditamente a impedire l'insediarsi della Volksbund nella sua cura. Poi sono passato per l'albergo del Broccon, uno dei più caratteristici luoghi per chi volesse studiare quell'arte dello sfruttamento militare del turismo, o meglio del mascheramento turistico della preparazione offensiva, che è l'unica autentica invenzione della maledetta razza tedesca. A questo albergo, sovvenzionato dal governo austriaco, sopra un importante nodo stradale a mezza via tra Castel Tesino e Canale San Bovo, in mezzo a importanti posizioni già austriache, venivano ogni anno gli allievi della scuola di guerra a prepararsi all'invasione della nazione alleata.
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Così siamo a Fiera di Primiero, il centro ridente della ridentissima valle del Cismon, che si sviluppa verso nord e congiunge le regioni del fianco orientale del Trentino con quelle del Cadore.
A Fiera di Primiero prima dell'agosto del '14 c'erano quattrocento uomini e una sezione di mitragliatrici. Ma dopo lo scoppio della guerra europea v'era rimasto solo un capitano galiziano, Edoardo Velker, con duecento soldati di nuovo richiamo, quasi tutti di qui, anziani, più alcuni finanzieri e gendarmi.
Il giovedì avanti la nostra dichiarazione di guerra avevan fatto saltare il ponte di San Silvestro e due altri a Tonadico e avevan dato fuoco alle segherie di Tonadico. Il ponte non era caduto del tutto: mandarono lo chauffeur del capitano Velker a vederne lo stato: egli ritornò con la notizia che s'avanzava un reggimento di Alpini. Allora il capitano telefonò a Predazzo (ov'era il comando di divisione della colonna Concini) con l'ordine di partire immediatamente. Verso le 7 pomeridiane del 23 tutti erano in chiesa, quando venne il telegramma annunziante la dichiarazione di guerra. Pioveva a torrenti. Velker parte in automobile e lascia la truppa in balia dei gendarmi e dei finanzieri. Arrivato a San Martino di Castrozza scende dall'automobile, vi appicca il fuoco, e parte per la via dei boschi.
La truppa partì a sua volta verso le 10: il paese, sotto la pioggia dirotta, era una confusione enorme. A San Martino i soldati austriaci dettero fuoco agli alberghi ch'eran vuoti: ce n'era per circa quindici milioni di solo valore degli stabili. Fiera di Primiero è rimasta sgombra totalmente di truppe.
Il 25 verso le tre pomeridiane arrivarono tre bersaglieri, ai quali il sindaco consegnò le chiavi della gendarmeria. Delle autorità civili non rimasero che quattro impiegati. Verso sera giunse un'altra ventina di bersaglieri e un alpino, i quali tutti ripartirono la sera stessa. Verso le due e mezzo del pomeriggio seguente viene da San Martino un gendarme austriaco con un militare; era la seconda festa di Pentecoste. La popolazione aveva levato dal paese tutte le aquile austriache e le insegne tedesche. Il gendarme, visto ciò, voleva trarre in arresto e portare a Tonadico il sindaco, ma questi rifiutò di muoversi. Allora il gendarme, tanto per far qualche cosa, portò a Tonadico un tenente della guardia civile che nel frattempo era tornato (e che più tardi, rilasciato da quelli, fu da noi internato). Intanto un cittadino era andato a chiamare i bersaglieri ch'erano nei dintorni: ne accorsero tre o quattro e in un'osteria di Tonadico arrestarono il gendarme e il militare e li portarono a Cereda, ov'era il comando. Il 27 da Cereda giunsero a Fiera di Primiero altre truppe, anch'esse in maggioranza di bersaglieri: la popolazione, come già aveva fatto dei primi, li accolse con mal dissimulato spavento perchè era persuasa che dietro essi dovessero arrivare ascari a stuprare le donne. Mi piace nominar qui a titolo di onore la signora Sirmion e la signorina Mengoni, di Rovereto, che si trovavano a Fiera e andarono subito incontro ai primi bersaglieri sventolando un tricolore.
Ora tra le rovine bruciacchiate di San Martino di Castrozza vagolano ancora ogni notte, come corvi o jene, i vandali austriaci che hanno voluto sacrificarne le ricchezze. Fiera di Primiero invece ha raddolcito il suo aspetto già così ridente.
Gli archi acuti della Chiesa Parrocchiale quattrocentesca, gotico rasserenato dall'aria italiana che vi spira attorno dalle Dolomiti, l'ardito campanile ghibellino a dominio di tutta la valle, il piccolo palazzo tirolese sede già del Capitano distrettuale ora del nostro Commissariato, non hanno l'aria un po' spaurita e diffidente degli abitanti, forse non convinti ancora che ciò che è avvenuto non è un sogno: tutte le cose intorno a noi, per le vie e per la valle, sorridono. Sgombra d'ospiti estivi, la valle ha un aspetto più dolce, più primaverile, anche in questo morir dell'estate sulle rocce fantasiose del Sass Maor magnifico dai mille colori.
Cadore
Venadoro, 4 settembre.
Una lunga fila di muli sale su per una strada rocciosa tra gli abeti. Un anno fa questa strada era un sentiero praticabile alle capre e ai cacciatori di montagna: oggi è una comoda mulattiera, su per la quale anche il più timoroso borghese della città può avventurarsi sicuro, a cavallo di uno dei muli capuani cui la guerra ha dato convegno in questa valle. Similmente erano un anno fa strette mulattiere alcune delle strade che ieri abbiamo potuto percorrere in automobile. La guerra, oltre il resto, lascerà dietro sè un inestimabile beneficio a tutti questi luoghi, sotto forma di strade, di comunicazioni, di riallacciamenti, di ricoveri, di utili impianti di ogni sorta, destinati a rimanere stabili.
Sale la lunga fila dei muli. Se un osservatorio austriaco potesse scorgerla, si maraviglierebbe di non riconoscere in essa nè una colonna di munizioni, nè un trasporto di pezzi o di rifornimenti, nè altra sorte di salmeria. Tutti quei muli sono inforcati da uomini, che non vestono la divisa. I primi due sono ufficiali dello stato maggiore; ma tutti gli altri — e la fila è lunga — sono borghesi.
È la stampa, che dà la scalata alla guerra.
Giunta a un alto ripiano circondato di rialzi rocciosi, la stampa scende. Poi a piccoli gruppi — perchè cominciano sentieri esposti in parte all'osservazione dei nemici — si arrampica, come può, verso le cime più alte. Com'è igienico vedere tutte le lotte elettorali d'ieri affratellate in questa comune fatica e in questa concorde avidità d'immergersi nel grande fatto nazionale che le ha improvvisamente scompigliate e sommerse!
Ora non c'è più traccia di politica intorno a noi. E nemmeno d'alberi o di prati. Siamo avvolti in un giallore di rocce, abbagliati da un biancore di nevi che rifulgono al sole. Il cielo è limpidissimo e sgombro. Il silenzio della montagna è sottolineato dalla voce intermittente di cannoni, lontani e vicini, nostri e altrui, profondi e acuti: e tutte quelle voci insistono in echeggiamenti lunghi, smorzati, varii: alcuni sembrano fendere l'aria come lame aguzze, altri pare che rotolino attorno attorno remoti come sul cerchio d'un orizzonte lontano e invisibile nascosto ai nostri sguardi dalle rocce vicine, che s'addensano sempre più strette intorno a noi e alla nostra ansia di arrivare più su, “dove si vede....”
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Si vede.
Ma prima di guardare con noi, si compiaccia il lettore di riepilogare dai bollettini e dalle notizie la cronaca della nostra avanzata in questo settore, cioè nella regione orientale del Cadore. (In realtà i geografi chiamano Cadore soltanto la regione a est del Boite: ma accetto la toponomastica dei bollettini, che chiamano Cadore anche questa parte del Bellunese).
Il 24 di maggio, occupazione di tutti i passi di confine. Il 26 liberiamo la Forcella di Lavaredo. Il 29 il passo Tre Croci, e Cortina d'Ampezzo con la sua conca. Il 30 monte Belvedere, che segna il limite occidentale del Cadore, e da cui si domina, verso il Trentino, Val Cismon e Fiera di Primiero.
Poi i comunicati tacciono fino al 9 giugno, giorno del “vittorioso combattimento” intorno al Sompauses, e dell'avviamento verso il Passo Falzarego. Il 14 le nostre artiglierie danneggiano gravemente la forte opera austriaca dei Tre Sassi, il 16 occupiamo l'Albergo di Falzarego e il Sasso di Stria. Le tre settimane che seguono sono impiegate in lavori di rafforzamento delle posizioni occupate e delle relative retrovie: il 10 di luglio riprendiamo l'avanzata, aprendo il fuoco verso il forte Corte nell'alto Cordevole, la più importante delle posizioni fortificate austriache, in quanto impacciava la nostra occupazione di quel Col di Lana, che è in questo momento uno dei centri della lenta azione quotidiana d'artiglieria in cui si riassume per ora la guerra nel Cadore.
Un altro di tali centri è la Tofana, la cui insellatura è presa il 9 di luglio con un'ardita scalata degli alpini; cinque giorni dopo (seguo sempre i comunicati) “un reparto di fanteria, inerpicatosi per un canalone ritenuto inaccessibile, riusciva a occupare di sorpresa la cima di Falzarego”, e l'azione vittoriosa continua per altri due giorni con la conquista di tutta la linea occidentale che da essa cima giunge alle pendici del Col di Lana. Il 23 si completa l'occupazione del forcellone della Tofana. Il 28 si prende il costone di Agai, che dal Col di Lana scende su Pieve di Livinallongo; il 25 di agosto si parla ancora di un rafforzamento della nostra avanzata su Col di Lana all'estrema sinistra e il 9 si annunzia il nostro sicuro possesso di Cima Undici all'estrema destra della linea che da nord-est a sud-ovest segna l'andamento del nostro fronte in questo settore: tra la valle del Cismon cioè, e la valle del Boite che si continua nella strada che scende a Toblacco e alla Drava.
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È possibile che il lettore trovi oltremodo aridi e muti gli spogli che vengo facendo dai bollettini del Comando Supremo: nomi quasi tutti poco noti o addirittura ignoti fino a poco tempo fa, e date.[5]
Ma io presumo, scrivendo, di dirigermi a lettori che nelle notizie d'una guerra così nostra, così di ognuno di noi tutti, cerchi qualcosa di più che qualche macchia di colore, qualche brivido, qualche diletto sentimentale di episodii. Presumo che delle notizie ufficiali della guerra ogni buon italiano abbia fatto, da tre mesi in qua, la sua più intenta lettura quotidiana, e ch'egli sappia oramai destreggiarsi tra le centinaia di cartine particolareggiate con le quali gli è stata facilitata l'intelligenza di quest'intrico di valli e di monti, e delle operazioni militari che vi si compiono.
Quei nomi allora non saranno per lui muti; ed egli potrà seguirmi mentre, lasciata ogni rotabile e ogni mulattiera, lo guido su tra il giallore delle rocce e il biancore delle nevi, e varcato il Nuvolau, lo faccio sdraiare presso di me su di una falda del monte Averau, a 2648 metri d'altezza: sdraiare, chè se stesse ritto parecchi osservatori austriaci, un po' da tutte le parti, lo scorgerebbero subito e tirerebbero su di lui come su di un camoscio.
Di là scorgiamo magnificamente tutta la posizione nostra ed altrui, e possiamo immediatamente mettere un profilo, un colore, una fisionomia, su quei nomi aridi e muti.
Ecco, là in faccia, a ingombrare tutto il centro dello sfondo, la Tofana; violacea, striata di giallo, sfumata di grigio. Si presenta, da destra a sinistra, come una scala di tre gradini: ma tre gradini scoscesi, aguzzi come denti di fiera. E noi ci stiamo aggrappando là sopra. Davanti ad essa corre la valle Costeana, o di Andraz, o strada delle Dolomiti: va da Cortina d'Ampezzo, di cui scorgiamo a destra le prime case, ad arco lento verso ovest, passando sotto cime nostre e sotto cime ancora vive di fuoco contro di noi. In basso, in quella che di qui può chiamarsi una valle, ma è un furioso attorcigliamento di rocce scabre e asciutte a più di duemila metri d'altezza, cinque di queste rocce hanno un aspetto valterscottianamente romanzesco di torri dirute, ancor diritta la più alta, abbattute o pendenti verso terra le altre: ed è quello Cinque Torri. A sinistra della Tofana, ad arco, nel lontano, si profilano vagamente posizioni ancora austriache, come il Settsass, il Cherz, Col di Lana, e posizioni già fatte nostre, come il Sasso di Stria. Un arco più vicino continua la Tofana col Castello ove i nemici hanno collocato tra i crepacci tiratori scelti che mirano verso noi, all'uomo, quasi infallibilmente, e col Col di Bois, già tutto nostro, di cui scorgiamo gli attendamenti. In fondo a destra domina il monte Cristallo, poderoso, striato obliquamente da rughe di neve; più là, più svelto, il Cristallino.
E tutto ciò è territorio di conquista, già preso o da prendere, coi cannoni e coi fucili, con le mani e coi denti. Il nostro e il loro si mescolano, s'incuneano. La nostra occupazione è un lento addentellarsi continuo di queste due linee frastagliatissime: un addentellarsi, che porta insensibilmente e irresistibilmente più in là la nostra linea. Dietro le spalle ci protegge il Porè poderosamente.
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La conquista del Porè fu l'opera eroica di una sola notte, la prima di guerra; fa parte di quell'occupazione che il secondo comunicato del comando annunciava con la rapida menzione: “In Cadore vennero occupati tutti i passi di confine”. Non si potrebbe essere più semplici, nudi e modesti. Invece l'occupazione del Porè fu uno degli episodi più arditi di tutta la nostra guerra. Fu una sorpresa del primo giorno, delle prime ore. Al momento della dichiarazione di guerra il nemico poteva credere che i paesi più bassi, di qua dal nostro confine d'allora, fossero quasi sguarniti di soldati, perchè questi erano stati trattenuti tutti silenziosamente nelle retrovie. Ma appena scoccata la mezzanotte della guerra, furono lanciati. E rapidi e cauti avanzarono, cominciarono a salire su per le pendici del Porè, intorno intorno, raggiunsero le prime trincee e le conquistarono di colpo, poi si sfrenarono coll'impeto vertiginoso con cui avrebbero in pianura potuto eseguire una carica di cavalleria. Di mano in mano che il monte austriaco si veniva svegliando tutt'attorno verso la cima, si vedeva addosso gl'italiani, se ne sentiva schiacciare, li vedeva procedere avanti, in su. Quando l'alba spuntava, anche la cima del monte si svegliava; tutto il monte era desto, ma tutto era già nostro. E segnava di colpo un nostro confine mille volte più vantaggioso di quello di poche ore innanzi. Dal Porè l'avanzata potè cominciare e irradiarsi attorno in modo più regolare, gli attacchi diretti poterono essere preparati dalle azioni dell'artiglieria.
In modo più regolare. Ma, naturalmente, meno rapido, e anche più pericoloso. Ho detto già che alture nostre e alture austriache si mescolano e si stringono da presso, in tutta la regione, in modo raccapricciante. Ebbene, le cime che son nostre dovettero essere prese tutte così, come il Porè, con un'ascensione alpina per i picchi, come lo stringersi di un nodo scorsoio d'uomini armati, nodo che mentre si stringe scivola in su, fino alla vetta, e quivi si lega in un groppo indissolubile. E la mescolanza e il contatto stretto non è solo tra cima e cima, è anche in uno stesso monte, tra questa e quella parte, tra il basso e l'alto, tra un costone e un crepaccio, tra un valico e un picco. Immaginate un monte che a metà un burrone divida profondamente in due parti: — ficcati entro quel burrone sono italiani, che con artiglierie mobili battono la cima; inerpicati alla cima sono austriaci, che fanno rotolare granate entro quel burrone. Così alla Tofana. E immaginate un altro monte che fino a metà sia coperto dagli ultimi boschi, e da ivi in su nudo e scabro: tutti quei boschi sono appostamenti d'italiani, tutto quello scabro sono file di trincee austriache. E l'Italia grado grado esce dal bosco e procede nello scabro, prende le trincee una dopo l'altra, le volta per offendere all'insù, le afforza. Così al Col di Lana.
Le trincee avverse sono a cento, a ottanta, a cinquanta metri una dall'altra. E italiani ed austriaci hanno, intorno intorno, cime loro, occupate da batterie loro: e ognuna batte con precisione verso quel colle, contro l'ultima e la prima trincea: cinquanta metri più su battono le nostre, cinquanta metri più sotto battono le loro, e là, sulla costa infernale, ogni trincea mentre combatte è continuamente disturbata, scompigliata, guasta dalle granate e dagli shrapnells che piovono di lontano, d'ogni parte, imprevedibili, come se il cielo e l'aria stessa si facessero posti d'offesa contro il nostro eroismo. Ma l'eroismo è infaticabile, fanatico, fatale. Al Fedaia una batteria si mantenne per due mesi in una conca del raggio di cento metri, sempre sotto la pioggia rovente ed esplodente. Sul Col di Lana una batteria uscendo dal bosco di Salesei giunse, di notte, trascinandosi dietro i pezzi, a cinquanta metri dalla cima. Furono scorti all'alba: cominciò il duello terribile, che non poteva essere che a morte; e quelli della nostra batteria, sempre sparando, morirono tutti, uno per uno; l'ultimo rimasto era un sergente che anche accortosi di essere solo non dette segno di resa, ma continuò, ferito, spossato, sanguinante, a sparare, finchè morì, come gli altri, abbracciato al suo pezzo. Ma intanto, sotto, i soldati che occupavano il bosco avevano potuto avanzare e conquistare un largo tratto di trincee, da cui nessuno ci smosse più.
E tutto questo è il poema che il comunicato del 29 luglio riassume con le parole: “le nostre truppe occupano il costone che dal Col di Lana scende sulla borgata di Pieve di Livinallongo”.
A questi miracoli d'ardore e di eroico disprezzo della vita, gli austriaci resistono, bisogna riconoscerlo, con tenacia e con abilità; ma a lungo andare ogni loro resistenza finisce col cedere, un po' dappertutto. E allora si ritirano. Alcuni si ritirano restringendosi sempre più verso i culmini, ove li aspetta la morte o la prigionìa; altri fuggono, per la via delle Dolomiti, verso l'ovest. Fuggiti, quando vedono che la loro fuga anche da questa parte è immediatamente seguìta dall'occupazione e dal rafforzamento degli italiani, cannoneggiano, al di sopra e dietro di questi, i paesi che s'accorgono d'aver perduto per sempre: li cannoneggiano con granate incendiarie, che lasciano tutta la strada della loro fuga e del nostro procedere segnata dagli scheletri fumanti di quelli che furono villaggi e cittadine ridenti già molto curate e frequentate da loro come luoghi di villeggiatura e di preparazione militare. Tali erano Salesei, Franza, Pieve di Livinallongo e il castello di Buckenstein: tutti paesi ai piedi del Col di Lana, e rispondenti ai costoni che dalla cima di esso scendono a valle: tutti campi, oggi, di lotta e di martirio. Buckenstein fu ritrovo favorito di caccia per i principi austriaci; andandovi passavano per Pieve, si trattenevano qualche notte nel Grand Hôtel di Pieve. Ora il castello, e l'Hôtel, e i paesi interi, sono mozziconi di case nere. Un piccolo particolare curioso. Partendo da Pieve gli austriaci ebbero cura di bere prima tutte le bottiglie che erano nell'albergo: operazione che dovè essere eseguita in gran fretta, perchè i vetri vuoti furono trovati tutti gettati alla rinfusa e ancora avvolti nelle loro custodie di paglia. Inoltre, temendo forse che il campanile di Pieve potesse servirci da osservatorio, ne sbarrarono tutte le finestre con lastre di metallo, e poi di lontano ogni tanto lo cannoneggiarono, fin che si decisero a incendiarlo.
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Li abbiamo veduti, i paesi incendiati, da un osservatorio di artiglieria che abbiamo raggiunto mediante un altro faticoso viaggio, in parte a mulo e in parte a piedi, in un'altra mattinata di sole e di cielo limpidissimo.
In materia di osservatorii, la natura complicata e intricatissima di queste rocce ci favorisce maravigliosamente. I picchi e i costoni apparentemente più lisci offrono spesso meandri invisibili nei quali con poche tavole e poche zolle si stabilisce il più sicuro e il più comodo rifugio d'osservazione, aperto a vedute amplissime delle situazioni nemiche, impossibile a individuarsi. Abbiamo avuto la fortuna di poter raggiungere e penetrare il principale di essi, donde si comanda tutto il settore.
In un luogo come questo ci si sente veramente nel centro vivo della guerra. Due picchi sono collegati uno all'altro mediante un passaggio coperto, del quale non ci si avvede fin che non vi siamo entrati. La voce del soldato che col megafono domanda notizie ad alcuni osservatori avanzati, quella dell'ufficiale che da un centralino telefonico, appollaiato nell'incavo di una rupe, riceve informazioni e trasmette ordini, le indicazioni del colonnello, precise, recise, che in poche parole matematiche distribuiscono l'azione a tutto il settore, il fragore lungo che dalle batterie invisibili traduce rapidamente nell'atto quegli ordini, — tutto ciò sgombra dall'animo ogni orrore della guerra, e lo riempie come di uno stupore religioso; ci sembra di assistere, al di fuori della vita, a non so qual vasto e solenne fenomeno naturale, ultraumano. Ogni senso dell'individuo scompare: e dell'individuo nostro, intendo, di noi che osserviamo, e di quello di tutti coloro cui questo fenomeno porta la morte. La morte, la vita, il valore d'ogni sensazione e d'ogni passione umana sfumano come per un incantesimo dal petto di chi si trova improvvisamente avvolto da questa atmosfera, che non è più neppure eroica, da questi atti, che hanno qualche cosa di elementare, di secolare, di divino.
Mi scuote la parola del colonnello, una maschia figura di soldato semplice e rude, pieno di gentilezza rapida e profonda, entusiasta de' suoi soldati e del suo compito, innamorato de' suoi cannoni e dei pochi fiori di roccia che spuntano qui attorno e che i soldati ogni mattino gareggiano a raccogliere per offrirglieli.
M'invita a salire alla parte più alta della galleria, ad affacciarmi alla fenditura da cui si dominano le posizioni avversarie.
Essendo salito di dietro le rupi, non immaginavo che quelle fossero così vicine. È una maraviglia, per il profano, abituarsi subito, aiutato da un potente cannocchiale, a distinguere così bene quello che importa della vita di un sistema di trincee e di un accampamento nemico. E dei nostri e dei loro, vedo trincee, accampamenti e moti. Ma ora tutta l'intensità della mia attenzione si concentra nel contemplare sul vivo l'effetto degli ordini matematici che il colonnello ha diramati pochi minuti prima. I rombi del cannone, che avevano accompagnato la mia salita in una confusione inestricabile d'echi e di prolungamenti, ora mi pare che si delineino, si profilino quasi visibilmente nello spazio luminoso che mi si apre dinanzi, e che sgorgando dalle gole di questi monti, nostri da ieri, convergano là, sui monti che saranno nostri domani.
Infatti, dopo un rombo lungo, che sembra eterno, ecco là, al punto estremo d'una trincea segnata da una ruga più chiara nella roccia, come uno sputo di fumo nero uscire dal suolo, e uno scoppio. Un altro rombo, un altro sputo nero, ma all'estremità opposta della stessa trincea, e via via, rombi, e scoppii, ed esplodere della terra nera lungo tutto il percorso della trincea; e colpi che cadono, uno dopo l'altro, nello stesso identico punto, a uguale distanza di tempo, con la esattezza di uno strumento di precisione. Poi da un'altra batteria cominciano i tiri a tempo, che vanno a esplodere nell'aria, proprio al di sopra del bersaglio, in blocchi di fumo bianco, che s'allargano sfioccandosi di grigio, che imbrunano dissolvendosi: e le esplosioni nere nella roccia e le esplosioni bianche nell'aria si susseguono, si moltiplicano, si confondono in una sola nuvola vasta che a poco a poco avvolge tutto il cocuzzolo del monte e par fumigare da quello nel cielo.
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L'uomo, anche in tempo di guerra, è un animale curioso. Mentre me ne ritornavo dall'aver provato una delle più intense e religiose impressioni di cui l'animo umano è capace, mi sorprese d'un tratto una curiosità, molto naturale del resto. Ho visto come si mandano le cannonate, che si allontanano. Ma non le ho viste arrivare, verso me, quando si avvicinano.
Il caso mi ha favorito anche in questo. Scendevamo, a dorso di mulo, giù per certi prati ripidi che scivolano fino al paese dove si riprende la strada rotabile. E dietro noi, dietro le rocce che ci lasciavamo alle spalle, il confuso rumore delle cannonate che ormai accompagna tutto il nostro viaggio fu attraversato d'un tratto da un sibilo noto, arrotato, strisciante, e da uno scoppio vicino. Ci voltiamo a tempo per scorgere, sulla cima del monte da cui siamo scesi allora, dissolversi la nuvola bianca d'uno shrapnell. Non tutta bianca, questa: ha il margine inferiore come impregnato d'un rosso vivo. Dissolvendosi, diventa un fumo nero che disegna per un momento l'immagine d'un abete in vetta al monte, e scompare.
Forse cominciano a rispondere alle cannonate che abbiamo visto tirare di lassù?
Aspettiamo. L'attesa è breve: un altro sibilo, e un altro fiorire di nuvoletta bianca e rosa sul monte. Poi un terzo. Ed ecco dal sommo dei prati che attraversiamo sbucano da ogni parte soldati, trascinando muli e munizioni, dietro i ripari preparati per l'occorrenza. Tanto i muli quanto i soldati sono allegrissimi.
I sibili e gli spennacchi bianchi e rosa continuano, regolari, discreti. Continuando, si accostano sempre più, seguendo la cresta, al nostro prato e al sentiero che la fiancheggia. Le ultime le vediamo scoppiare nella rupe, da cui si staccano schegge e piovono sulla strada. Aspettiamo ancora un poco, ma lo spettacolo non ricomincia.
E noi ci rendiamo perfettamente conto, e per l'impressione nostra e per il viso lieto e i motti faceti dei soldati che commentano ogni arrivo, che l'arrivo degli shrapnells, finchè non colgono in pieno, è per l'appunto nulla più che uno spettacolo, e che la paura è una leggenda.
Ci allontaniamo di là a malincuore, nel silenzio sopravvenuto. Cominciano le ipotesi su quel cannoneggiamento. Qualcuno crede che gli austriaci abbiano individuata la batteria di lassù, altri preferiscono supporre che abbiano avvistata la nostra colonna, e la salutino così. È una supposizione un po' vanitosa.
In realtà, qualche volta essi tirano un po' a caso, in mezzo a questo groviglio di alture, di strade, di coste e di villaggi.
Passando per un paesino, che non ha nessuna importanza nè militare nè civile, vedemmo i segni di un bombardamento avvenuto la sera prima: qualche vetro rotto, una buca in un prato.
E un ferito, uno solo. Una capretta giovane, nera, ha la testa fasciata. Pascolava in quel prato, e una scheggia l'ha colpita alla fronte, le ha quasi asportato uno dei corni appena spuntati. Mi guarda con occhi malinconici, pieni di interrogazioni angosciose. Non ha capito niente della guerra.
Due conche
Pieve di Cadore, 8 settembre.
Il tempo ha voluto variare e completare la nostra rapida esperienza della guerra, dandoci un saggio delle operazioni militari in montagna con la pioggia.
Tra l'acqua che scendeva fitta e la nebbia che ci stringeva intorno, abbiamo risalito la valle dell'Ansiei fino alla conca di Misurina; ma quale pioggia e quale nebbia! La pioggia è fatta come se l'aria diventasse irta di mille pungoli; la nebbia turbina come fa la neve; e la strada, una mulattiera allargata, è tutta una patina viscida e lubrica, cosparsa di pietrisco aguzzo. Ogni tanto una folata di nebbia s'incava, e ci accorgiamo di procedere in mezzo a un'abetaia, animata d'uomini e d'attendamenti. Ogni tanto uno squarcio tra i nuvoli ci fa apparire bizzarri frammenti di montagna grigia sul nostro capo: già il Corno del Doge li fende fino al cielo. Poi, salendo, la pioggia dirada, la nebbia s'interna tra gli abeti, scivola dietro i tronchi, apre misteriosi sfondi di buio nel verde, riappare tra i rami più alti, fumiga via verso il cielo che si è andato plagando d'azzurro: e le masse enormi delle montagne si compiono, raggiungono il sommo, si crestano in frastagli gialli da cui dilagano rovesci bianchi di neve giù per i costoni. Così raggiungiamo la malinconica conca di Misurina.
Per tutta la strada, nell'accompagnamento sordo della pioggia sugli alberi, ci ha seguìto preceduto attraversato, il canto ruvido e sobbalzante di camions appena visibili tra la nebbia come masse mostruose, la musica delle larghe rote piatte che stritolano i sassi nel fango; e un apparire e scomparir vago di profili d'affusti e di cassoni, e carriaggi che si tirano dietro uno sbatacchiare d'assi d'abete. È il movimento delle retrovie, che vediamo ogni giorno farsi più intenso. È pur questo un annuncio dell'inverno, cui la guerra si prepara. Anche nelle vallate che abbiamo percorso in giorni più miti oggi questo movimento cresce, sotto qualunque cielo, di giorno in giorno. Tra due mesi molta parte dell'Italia armata si troverà isolata su cime, sulle quali dovrà vivere e guerreggiare per otto mesi, senza comunicazioni verso il piano. È necessario che quanto occorre, per la guerra e per la vita, sia pronto e trasportato lassù tutto, per tempo.
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La Conca di Misurina, serrata a destra e a sinistra dalle Cadine e dalle Pale, diritte muraglie, guardata alle spalle dal Sorapis sveltissimo, s'apre a nord verso una cortina che in poche settimane ha vissuto una sua storia gloriosa. Quel triplice ammasso, composto e sicuro, là in fondo a destra, sono le tre cime di Lavaredo; ivi, salendo dal Ponte della Marogna, passava l'ingiusto confine, segnato da una fila di sassi dalla forcella alla cima, e a quella forcella il 26 maggio due reparti di alpini misero in fuga due compagnie e conquistarono la posizione; certo salutarono il Leone di San Marco che v'è scolpito in una roccia. Di là sentiamo ora il rombo del nostro cannone affievolire verso il nord. In faccia, uno dietro l'altro, Montepiana e Montepiano.