NICCOLÒ DE’ LAPI.
PROTESTA DEGLI EDITORI
La presente edizione Originale, è posta sotto la tutela delle veglianti leggi e convenzioni dei Governi d’Italia che concorsero a garantire le proprietà letterarie, e si agirà rigorosamente contro quelli che ardissero eseguirne ristampe o introdurne edizioni estere nei rispettivi Stati ove sono in vigore le dette convenzioni.
Milano, luglio 1841.
NICCOLÒ DE’ LAPI
OVVERO
I PALLESCHI E I PIAGNONI
DI
MASSIMO D’AZEGLIO
Videbis filii mi, quam parva
sapientia regitur mundus.
Cancell. Oxenstiern.
MILANO
Coi tipi Borroni e Scotti successori a V. Ferrario.
A SPESE DEGLI EDITORI
1841.
A Tommaso Grossi.
Amico carissimo,
Alla tua amicizia, che è un tanto bene della mia vita, intitolo questo lavoro; e con che cuore, lo sai. Solo mi dolgo n on potere scrivere l’affetto che ci lega, sovra più degno e durevole monumento.
M.o Azeglio
Milano, 2 maggio 1841.
INDICE
| PAG. | |
| PREFAZIONE | [ix] |
| CAPITOLO PRIMO | [1] |
| CAPITOLO II. | [17] |
| CAPITOLO III. | [37] |
| CAPITOLO IV. | [58] |
| CAPITOLO V. | [71] |
| CAPITOLO VI. | [87] |
| CAPITOLO VII. | [105] |
| CAPITOLO VIII. | [127] |
| CAPITOLO IX. | [153] |
| CAPITOLO X. | [172] |
| CAPITOLO XI. | [190] |
| CAPITOLO XII. | [211] |
| CAPITOLO XIII. | [229] |
| CAPITOLO XIV. | [251] |
| CAPITOLO XV. | [279] |
| CAPITOLO XVI. | [301] |
| CAPITOLO XVII. | [324] |
| CAPITOLO XVIII. | [347] |
| CAPITOLO XIX. | [372] |
| CAPITOLO XX. | [398] |
| CAPITOLO XXI. | [427] |
| CAPITOLO XXII. | [448] |
| CAPITOLO XXIII. | [475] |
| CAPITOLO XXIV. | [507] |
| CAPITOLO XXV. | [530] |
| CAPITOLO XXVI. | [556] |
| CAPITOLO XXVII. | [580] |
| CAPITOLO XXVIII. | [605] |
| CAPITOLO XXIX. | [626] |
| CAPITOLO XXX. | [648] |
| CAPITOLO XXXI. | [671] |
| CAPITOLO XXXII. | [693] |
| CAPITOLO XXXIII. | [717] |
| CAPITOLO XXXIV. | [742] |
| CAPITOLO XXXV. | [766] |
| CAPITOLO XXXVI. | [790] |
| CAPITOLO XXXVII. | [807] |
| CAPITOLO XXXVIII. | [829] |
| CAPITOLO XXXIX. | [851] |
| CONCLUSIONE. | [877] |
| RETTIFICAZIONE ERRORI. | [905] |
PREFAZIONE
Questo racconto che presento al pubblico non senza il batticuore dell’amor proprio in pericolo, fu incominciato nel 1833, e tralasciato cento volte per cagioni ora funeste ora fastidiose. Se egli serba le tracce di codesti disturbi, se per mio difetto rimane di tanto inferiore al suo tema, non per questo potrei senza ingratitudine dubitare del favore o dell’indulgenza almeno degli Italiani. Debbo ricordarmi che in grazia appunto del tema essi amorevolmente accolsero un mio primo saggio. Questo secondo lavoro, che anch’esso si raggira su un fatto non meno onorevole al nome Italiano, promette dunque uguale indulgenza a chi s’è disposto, insin che gli durin le forze e la vita, non aver un affetto, non un pensiero, che non sia dedicato alla patria.
Quantunque abbia preso a trattare l’epoca luminosa e terribile per la città di Firenze, in cui la repubblica si difese sola contro le armi di Clemente VII e di Carlo V, non ebbi tuttavia per iscopo dipingere il quadro completo dell’Assedio del 1529-30, ed il titolo stesso di questo racconto basta forse a mostrare che più degli eventi, mi sono proposto descrivere le passioni che in allora agitavano il popolo Fiorentino.
La relazione intera, minuta e regolare dell’Assedio, l’ha scritta meglio d’ogni altro il Varchi. Contemporaneo, attore anch’esso della sua storia, mosso dagli affetti del tempo, chi potea far meglio di lui? Chi oserebbe rifare il suo lavoro?
Agli storici dunque la storia. Al Varchi quella dell’Assedio; chè malgrado i suoi lunghi ed intralciati periodi, malgrado l’oscura irregolarità che talvolta s’incontra nella sua costruzione, sarà pur sempre quella che trasporta il lettore al secolo XVI con maggior illusione, che trasfonde nel cuor de’ moderni, i pensieri, le passioni, la vita tutta del cinquecento.
Ma se il Varchi disse bene, disse egli tutto? Tutto quanto si vorrebbe sapere sul fatto di quegli antichi uomini, che negli amori, nell’ire, nella fede, ne’ sacrifici e persin ne’ delitti, mostrarono una ferrea natura tanto lontana dalla moderna fiacchezza?
Ignoro qual sia la risposta del lettore. La mia è negativa.
No, non conosco tutto quanto vorrei conoscere quando leggo gli onorati fatti di que’ cittadini animosi, le battaglie, i tumulti, le pratiche; quando li vedo in piazza magistrati, soldati, capi di parte; io ammiro in essi la virtù, la costanza, la fortezza, l’ardire; io mi maraviglio che la natura umana abbia prodotto individui di così potenti facoltà, ma domando invano allo storico quali fosser costoro che eran pur padri, mariti, figli, fratelli, quali fosser, dico, quando dopo una tempestosa giornata ritornavan la sera tra le pareti domestiche; quando, deposto l’arnese di guerra, e cercando un po’ di sosta alle cure, ai travagli che li stringevano al di fuori, riprendevano negli intimi colloqui della famiglia la forza di gettarsi a nuovi pericoli, a nuove fatiche.
Trovata muta, insufficiente la storia, mi volsi alle cronache, ai carteggi, ai prioristi del tempo, alle tradizioni del popolo, ai monumenti. Interrogai le torri, le mura di Firenze, i bastioni di s. Miniato ove l’edera cresce e si stende ugualmente sui macigni repubblicani tagliati dallo scalpello di Michelangelo, e sull’impresa Medicea delle sei palle; come un’istessa tomba raccolse un tempo le ceneri di Polinice e d’Eteocle. Interrogai il Palazzo Vecchio, antico ed immoto testimonio di tanti trionfi, di tante rovine; che vide sorgere e cadere tante fortune: che dall’alto de’ suoi merli guelfi vide oppresso il duca d’Atene, vincitori i Ciompi, arso Fra Girolamo, strascinato il cadavere di Jacopo de’ Pazzi, calpestata tre volte l’idra medicea, e tre volte risorta: che sopravvisse alla repubblica, la vide vendicata nelle impure e sanguinose vicende della razza di Cosimo spenta vilmente dopo dugent’anni; edificio che ancora erge i suoi fianchi, sostiene l’alta torre d’Arnolfo posata a sottosquadro sulla facciata, destinato forse a veder tanti secoli nel futuro quanti ne vide già nel tempo passato.
Visitai il Palazzo del bargello, ove in età più remote i priori della repubblica ebber il primo tetto, le prime sale che fosser loro proprie, per ragunarsi a consiglio: vidi quella scala del cortile tutta di marmo coperta d’una rozza tettoja come fosse la scala d’un contadino;[1] quelle massicce lastre del cortile che nel centro invece di fontana o di statua che l’adornasse, ebber tante volte il ceppo e la mannaja: che divenner vermiglie pel sangue di tanti cittadini, morti ora a dritto ora a torto, ma virilmente sempre: marmi che rimbombaron sotto i colpi onde furon tolti di vita il Boscoli, il Capponi, Bernardo del Nero, Francesco Carducci penultimo gonfaloniere della repubblica, e tant’altri, i quali tutti persero il capo al tremendo giuoco che tra la casa de’ Medici ed il popolo di Firenze durò più di cent’anni.
Io scorsi le antiche dimore de’ cittadini, quei palazzi, o piuttosto fortezze domestiche di sasso annerite, merlate, tutte a un dipresso simili al palazzo Ferroni al Ponte s. Trinita; scorsi i cortili, le scale, entrai per tutto tentando figurarmi qual viso, qual discorso, qual costume avessero i loro antichi abitatori: come talvolta vedendo un elmo antico tutto rugginoso, ed alzandone la visiera, la fantasia tenta dipingersi il maschio ed ardito volto che dovette un tempo riempierne il vano.
Colla fantasia dunque (e qual altra guida potevo io avere?) cercai per tutto ed in tutti i modi l’antico popolo di Firenze: quel popolo di tanto nerbo, di tanta vita che, dopo 300 anni di agitazioni, di guerre, di discordie, di furori, di proscrizioni, si trovò pure nel 1530 abbastanza vegeto e vigoroso da resister solo alla potenza di Carlo V, e cadde dopo lungo contrasto più tradito che vinto; popolo che prosperò quando pareva portasse in seno i germi della distruzione, che s’invilì, perdette ogni generosità, ogni spirito quand’ebbe lunga e stabile tranquillità sotto la dominazione de’ Medici.
Forse perchè principio dello stato antico era accendere il pensiero della patria, principio dello stato mediceo conculcarlo ed estinguerlo.
Ma le orme impresse sul suolo di Firenze dai suoi antichi abitatori, la civiltà moderna le ha cancellate quasi del tutto. Le hanno cancellate gli stranieri che ogn’anno scendono a godersi e vilipendere, quasi cortigiana, l’Italia.
Contristato e pensoso del terribil giudizio che pesa sul nostro popolo, sperai almeno trovarne le antiche orme in qualche angolo dimenticato, ove gli usi, la lingua, il corso delle tradizioni, fosse rimasto puro, e non turbato dal passo delle genti nuove. Corsi il contado, salii sui monti di Pistoja, e mi consolai il cuore e l’orecchio udendo poveri pastori e contadini parlarmi la lingua del Firenzuola: ascoltando ciò che mi sapean narrare di Castruccio, di Francesco Ferrucci, che non avean certo conosciuti nelle storie o ne’ libri, ma d’età in età gli uni dagli altri avean imparato, che il primo fu un prode, il secondo morì sui loro monti per la salvezza di Firenze. Io benedico quelle ore ch’io passai colà seduto ad un umile focolare prestando orecchio ai rozzi e pur nobilissimi racconti di uomini semplici, che assai sapevano di quelle antiche e gloriose età, e nulla della presente, quasi un intimo senso insegnasse loro quel che essa vale. Io riuscivo persino in que’ colloquj a dimenticare questa età nostra, e mi parea, per dir così, viver in quell’altre, e vedermi innanzi vivi e reali quegli uomini che m’eran noti soltanto per averli veduti ritratti dagli storici, dai comici e dai novellieri.
Io gli ho pur trovati! dissi tutto contento. Io ho trovato i modelli che ho in animo di dipingere! E m’ingegnai di studiarli; di ritrarre quanto potevo col vero prima, poi ajutandomi colle induzioni, e colla fantasia, la vita intima, le passioni, gli affetti dell’epoca che avevo scelta per collocarvi gli attori del mio racconto.
Frutto di cotali studj, parte reali, parte fantastici, è questo mio lavoro; col quale, imitando gli architetti, che per dimostrare l’ordine interno d’un edifizio lo suppongono ne’ loro disegni tagliato pel mezzo, volli rappresentare in ispaccato la casa d’un popolano fiorentino durante l’assedio.
Io feci per fare bene tutto quanto potevo. Se invece feci male, pensi il lettore che anche a far male costa fatica, e s’incontra difficoltà.
CAPITOLO PRIMO
I fatti che stiamo per narrare accaddero circa il tempo in cui Firenze era assediata dall’esercito di Carlo V, il quale per mandare ad effetto il trattato di Barcellona conchiuso con Clemente VII, voleva costringere i Fiorentini a sottomettersi al dominio de’ Medici.
Il popolo di Firenze negava di riceverli pure come privati e si difendeva, fatto animoso dalla memoria di que’ Medici stessi tanto facilmente cacciati nel 1527; dalle profezie di fra Girolamo Savonarola; dal desiderio del viver libero; dall’armi e dalle fortezze ond’era munito per cura della parte detta de’ Piagnoni, i quali s’avvedevano non esser l’Imperatore ed il Papa per contentarsi che i Medici tornati in patria cogli altri sbanditi Palleschi vi stessero quali privati cittadini, ma sotto tal modesta domanda aver in animo di farneli signori.
Era una mattina sul finir d’ottobre dell’anno 1529, e l’alba pareva penasse più del solito a comparire, penetrando a stento la densa nebbia che copriva Firenze. Cadeva una pioggia fitta, cheta e congelata, che quasi si poteva dir neve, e per le strade, tranne qualche soldato, e le compagnie degli uffiziali di notte che tornavano in Palagio intirizziti, serrati ne’ mantelli, co’ becchetti de’ cappucci avvolti intorno al viso, non s’incontrava anima viva.
Le porte e le finestre tutte chiuse, le imposte serrate, mostravano che la maggior parte de’ cittadini era ancora immersa nel sonno. S’andavano aprendo le chiese, ma non vi si trovava se non gli scaccini occupati a spazzare, e qualche sagrestano attendendo a preparar gli altari.
In S. Marco soltanto, de’ frati Domenicani, le campane che suonavano a morto da un’ora innanzi giorno avean già radunato un piccol numero di fedeli.
L’interno di questa chiesa non era ornato in quel tempo dalle colonne d’ordine composito, e dagli altari che v’eresse poi Gian Bologna, ma si conservava semplice e severo quale fu edificato per opera di Cosimo il vecchio.
Davanti all’altar maggiore, tra quattro grossi candellieri di ferro, era posata in terra una bara, nella quale giaceva il cadavere d’un giovane che mostrava non passare i venticinque anni: tra le sue mani giunte sul petto era acconcio un crocifisso, ed il suolo, come pure il cataletto sparsi, secondo il costume di Firenze, di foglie e di fiori di melarancio. Sul guanciale che gli reggeva il capo erano due candele benedette accese, colle quali i devoti usavano segnare il defunto.
Quantunque avesse indosso l’abito di S. Domenico, si poteva supporre che gli fosse stato posto per divozione soltanto dopo morto, ma che non l’avesse usato in vita: e ciò che lo faceva credere era una spada ed una rotella col giglio rosso in campo bianco (impresa del comune di Firenze) che erano appese a’ piedi del defunto.
Non essendo ancora uscita la messa, un solo candelliere ardeva. La sua luce rossiccia illuminando un gruppo di persone che erano state le prime a giungere, e pregavano in ginocchio raccolte intorno al cadavere, lumeggiava le figure più vicine (come soventi usò Rembrandt) con frizzi vibrati di luce, la quale cadendo sempre più debole sugli oggetti a misura che si trovavan più lontani, finiva perdendosi in fondo alla chiesa in una totale oscurità. In alto soltanto le tenebre venivano diradate dai gran finestroni della volta, i quali cominciavano a potersi discernere per la tinta pallida e cilestrina che veniva nascendo col giorno sulle invetriate.
Non passava minuto senza che a uno, a due, a tre per volta non entrassero uomini che ai passi gravi, al suonar delle stellette degli sproni, ad un luccicare ottenebrato di corsaletti e giachi si conoscevano per soldati. Venivano avanti e giungendo alle spalle di chi si trovava già in chiesa posavano a terra il calcio o della picca, o della ronca, o di un grosso archibugio, chè tutti avevano l’una o l’altra di queste armi, e rimanevano con viso mesto e contegno tutto raumiliato.
Poco stante comparve, accompagnato da venti uomini ben armati, il Gonfalone del Leon d’oro del quartiere di S. Giovanni. Era una bandiera quale usa la fanteria anche in oggi, con suvvi dipinto un leon d’ oro in campo bianco. L’uomo che la portava si fermò a metà della chiesa, e vi rimase, messo in mezzo da’ suoi.
Crebbe così a poco a poco la folla, serrandosi intorno al feretro ed al gruppo che vi stava dappresso, il quale mostrava essere composto de’ più stretti parenti del defunto.
A due passi da’ suoi piedi era un vecchio molto innanzi cogli anni. Aveva indosso il lucco, abito usato nella repubblica fiorentina, dalle persone gravi specialmente, che era una vesta di saja nera foderata di pelli, sparata dinanzi e dai lati dove si cavan fuori le braccia, ed increspata in alto ove s’affibbia alla gola: in capo il cappuccio, composto di un cerchio di borra coperto di panno, e si chiamava il mazzocchio: una parte dell’istesso drappo cadeva a guisa di pendone sull’orecchio sinistro ed era detta la foggia; il becchetto poi era una striscia che andava sino a terra, si ripiegava sulla spalla destra e spesso s’avvolgeva al collo.
L’aspetto di questo vecchio, largo di spalle, grande della persona, era valido e robusto. Gli stava ancor sulle guance quella tinta vegeta che nasce da un’ottima complessione, non mai logorata da vizj.
Nella barba, che era lunga e folta, e nei pochi capelli che uscivano di sotto il cappuccio, non era pelo che non fosse bianchissimo, le sopracciglia sole conservavano ancora in parte il color bruno: ed una frequente contrazione di muscoli che le avvicinava contribuiva a dare a’ suoi occhi neri una molto fiera guardatura.
Il nome di questo vecchio era Niccolò di ser Cione, di ser Lapo de’ Lapi, di famiglia popolana, uno de’ capitudini[2] dell’arte della seta, il quale poteva vantarsi d’essere giunto ad 89 anni, chè tanti ne aveva, sempre integro, sempre amante della patria e dello stato popolare, a pro del quale avea messo in molte occasioni la persona e l’avere. Ma il vantarsi di tal modo di vivere neppure gli sarebbe caduto in pensiero, tanto era nella natura sua, e pareva a lui il solo possibile.
Tra i primi ed i più devoti seguaci di Fra Girolamo Savonarola mentre viveva, lo piangeva morto, venerandolo come un martire; studiando di osservare in ogni sua azione ed in ogni tempo, senza aver rispetto a cosa del mondo, le severe massime del frate, le quali, dobbiam confessarlo, lo portavano talvolta a convertire la mansueta legge del vangelo in una legge tirannica ed impraticabile.
Ser Cione, padre di Niccolò, s’era trovato intinto nella congiura, che diretta da Rinaldo degli Albizzi, riuscì a cacciar per un anno, di Firenze, Cosimo, detto Padre della Patria, onde al ritorno di questi andò con molti altri banditi a finir la vita in esiglio.
Niccolò, nato in una terra di Puglia, ov’era il confino del padre, testimonio della sua miseria negli ultimi anni, e della morte oscura, circondata da tutti i travagli dell’esiglio, avea colle prime impressioni dell’infanzia concepito, quasi fatale necessità, un odio orrendo contro i Medici e le parte Pallesca.
Come poi mettesse d’accordo quell’odio col vangelo che professava, lo potrà intendere chi sa quale sia la logica degli uomini di parte.
Dopo molt’anni gli era venuto fatto di tornare a Firenze, Avea riaperto il fondaco del padre, e fattovi grossi guadagni, coi quali soccorse la città nel 1494, quando per la calata di Carlo VIII, e per la dappocaggine di Piero de’ Medici, lo stato di Firenze corse così grave pericolo. In quell’occasione s’era visto quanto il popolo minuto, i lavoratori di seta, e tutti gli operai in genere gli fossero divoti, chè nella notte antecedente al giorno in cui Pier Capponi stracciò i capitoli in faccia a Carlo, n’ebbe a sua posta più di seimila.
Quest’affetto della moltitudine, nato dalla riverenza che ispirava la sua virtù, dal saperlo amatore sincero e costante del ben pubblico, che in lui non era mai stato pretesto onde cercar l’utile privato, s’era sempre fatto maggiore, e quando i Medici tornarono nel 1512, il solo timore dell’opinion pubblica era bastato a salvarlo dalle persecuzioni. La sua fama sola bastò nell’istesso tempo a preservarlo dalle lusinghe e dalle seduzioni colle quali la parte Pallesca mai non cessava d’adescare i suoi avversarj; e dal 12 al 27, anno dell’ultima cacciata dei Medici, fu tenuto bensì in sospetto da questi, ma pur lasciato stare, e dagli amatori dello stato popolare considerato come uno de’ loro capi, nel quale, più che in ogni altro, ponevan speranza, ove nascesse occasione favorevole alla libertà.
L’amicizia poi che l’avea unito sì strettamente a Fra Girolamo, l’osservar con fedeltà sì scrupolosa le sue massime, e soprattutto la fede cieca che prestava alle sue profezie, facevano, per dir così, sopravvivere in suo favore tra il popolo quella specie di culto che avean professato pel celebre Domenicano. Gl’istessi frati di S. Marco l’aveano in gran concetto, lo tenevano come uno dei loro, ed avean per le sue parole quasi altrettanta deferenza, quanta ne aveano avuto già per quelle del Savonarola.
Due anni prima dell’epoca di quest’istoria, quando per la partenza del cardinal di Cortona, e d’Ippolito e d’Alessandro de’ Medici, Firenze tornò a reggersi a popolo, s’era adoperato con Niccolò Capponi e Filippo Strozzi onde salvar la città che ondeggiava travagliata da tanti umori, da tante parti diverse.
Era stato de’ signori, de’ Dieci di libertà e pace; ma più che sui magistrati la sua autorità si fondava sulla fiducia che metteva in lui la moltitudine.
Cominciò a bisbigliarsi dell’assedio, e Niccolò confidando nella famosa profezia di fra Girolamo
«Florentia flagellabitur, et post flagella renovabitur»[3]
tenne sempre per la parte che rifiutava ogni accordo co’ Medici, e pose in opera quant’era in poter suo per accendere il popolo alla difesa.
Comparì l’esercito condotto da Filiberto di Chalons, principe d’Orange, pose il campo sui colli che sono a mezzogiorno di Firenze il 24 ottobre 1529, e Niccolò, nei pochi giorni scorsi dacchè era cominciato l’assedio, aveva già assistito all’esequie d’uno de’ suoi figliuoli morto combattendo sotto le mura. Ora assisteva all’esequie del secondo, colla fronte alta, la faccia serena e la mente tutta assorta in Dio, al quale offeriva non solo la vita di questi due figli, che teneva per martiri, ma quella degli altri ancor vivi, e la sua, purchè salvasse Firenze.
Di madonna Fiore, sua moglie, morta pochi anni prima, avea avuto cinque maschi e due femmine; i tre superstiti erano con lui intorno alla bara: due di loro avevano indosso il giaco o il corsaletto, che in quel tempo, si può dire, la gioventù fiorentina non se lo cavava mai. Il minore aveva nome Bindo, ed era un bel giovanetto di quattordici anni, ma alla statura si poteva dargliene almeno diciotto, e non aveva indosso giaco, nè arme accanto come i suoi fratelli.
La bella struttura delle sue membra, in perfetta armonia tra loro, la tinta bruna e robusta della sua carnagione, gli occhi neri, mobili, vivacissimi, e che avean la fierezza di quelli del padre, temperata dalla grazia dell’adolescenza, facean pensare che gli sarebbe stato troppo bene una spada accanto ed una corazza sul petto: ma il gran core soprattutto ed il mirabile ardire che avea mostrato fin dall’infanzia, lo facean degno di portare ormai l’armi anch’esso in difesa della patria.
Niccolò si trovava riprodotto in questo suo figliuolo parte per parte nelle forme del corpo come nelle doti dell’animo, perciò, benchè non lo volesse mostrare nè concedere, l’amava con maggior tenerezza degli altri.
Questa tenerezza l’aveva impedito sin’ora di condiscendere alle istanze di Bindo, che si struggeva di combattere anch’esso cogli altri giovani fiorentini.
Niccolò gli diceva spesso—Saresti un bel soldato a quattordici anni!.... sei fanciullo, Bindo! lascia andar innanzi i più vecchi, verrà anche troppo il tuo tempo.—
Poi finalmente per racquetarlo gli avea promesso che, ove alcuno de’ suoi fratelli venisse ucciso, gli concederebbe di prender l’armi in vece sua. Il tempo d’attener la promessa era giunto, e Niccolò non era uomo che potesse mancarvi.
La mattina prima d’uscir di casa non avea potuto a meno, malgrado la sua natura austera, di far carezze al figliuolo; e tiratoselo in camera gli avea detto—Bindo mio, sin’ora fosti fanciullo, dacchè ti basta la vista d’esser uomo d’ora in poi, siilo al nome di Dio. Verraine con esso noi.....gli è bene che tu conosca tosto come vadan le cose di quaggiù. Prega Iddio che ti faccia un valentuomo... egli sia quello che t’ajuti, come io ti dò la mia benedizione.—
Il vecchio un po’ mutato negli occhi e nella voce baciò il figliuolo, e vennero in S. marco. Quel fremito interno, quel batter di polsi più rapido che nasce da una forte commozione d’animo, agitarono il petto di Bindo quando si trovò accanto alla bara ove giaceva il suo povero Baccio (così avea nome) che avea sempre veduto così vegeto, così vispo, col quale s’era trastullato per tant’anni, ora pallido, immobile, colla morte sul viso, ed all’età di Bindo, il morire par cosa tanto impossibile!
Vedeva sotto il cappuccio, in mezzo alla fronte, un buco tondo, largo come uno scudo, fatto dalla palla d’uno de’ grossi archibusi che s’usavan nel 1500. Avea sin a quel giorno parlato, ed udito parlar più volte di fatti d’arme, di ferite, di morti, s’era acceso in quei discorsi ed ardeva di trovarsi all’atto ancor esso, ma ora ne vedeva sotto gli occhi proprio veri e reali i terribili effetti, e non v’è piccol divario!
Due calde lagrime stavano per cadergli dalle palpebre, e si sentì il cuore scosso in un modo che gli riusciva nuovo affatto.
Sbigottì di se medesimo un momento, e si domandò—avrei io paura?—
Preghiamo il lettore a non voler rispondere affermativamente alla semplice interrogazione di Bindo poichè s’ingannerebbe.
Il senso che provava non era timore, era un misto di stupore, d’afflizione, di smania di gloria, di indegnazione; e non è maraviglia che alla sua età non fosse in grado di rendersene ragione.
Degli altri figliuoli di Niccolò, il maggiore, uomo sui quarant’anni, avea nome Averardo, il secondo Vieri.
Le due giovani inginocchiate, sedute sulle calcagna, s’eran poste a qualche distanza dai maschi.
La maggiore si chiamava Laldomine o Laudomia, la minore Lisa.
Intanto il frate sagrestano aveva accese quattro candele all’aitar maggiore. S’accostò alla bara tenendo la canna che aveva attorcigliato in cima un pezzo di stoppino, e dopo aver acceso i tre candellieri, trovandosi presso a Niccolò, gli disse sotto voce accennando il morto:
—Egli era de’ Lapi, messer Niccolò, e non ha tralignato punto! Pace all’anima sua.—
—Amen, rispose il vecchio, ed il frate con un sospiro s’avviò verso la sagrestia.
Un momento dopo uscì la messa. Il celebrante era fra Benedetto da Faenza superiore del convento, vecchio venerabile che mostrava sentir tutto il peso degli anni.
Il laico che serviva in rocchetto, aveva un viso che non si poteva lasciarvi cader su un’occhiata, e poi volger lo sguardo altrove senza più curarsene, come si fa colla maggior parte de’ visi che s’incontrano. Costui invece aveva una fisonomia, un portamento così nuovo, ed un non so che di dissonante e di disarmonico in tutta la persona, che, veduto una volta, pareva non fosse possibile perderlo d’occhio nè finir di considerarlo.
Mostrava una cinquantina d’anni, piuttosto alto e magro, ma nerboruto e diritto come un giovanotto. L’occhio ardito, ed in questo caso l’espressione dev’essere presa ad literam, poichè ne aveva un solo; la guancia destra segnata da una lunga cicatrice. Poi in ogni suo moto, in ogni atto, un fare disinvolto che riusciva curioso coll’abito che portava. Nell’istesso tempo era impossibile d’apporgli nulla di sconvenevole, o che sapesse d’irriverenza: anzi avea lo sguardo basso, il contegno raccolto, rispondeva a tempo con voce ragionevole senza mangiar le parole, come fanno per lo più i chierici nel servir la messa.
Tuttavia non andò molto, che si potè conoscere esser per lui in quel momento uno sforzo non indifferente il seguir la massima dell’Age quod agis.
Le artiglierie piantate dagl’imperiali a Giramonte fecero sentir qualche sparo. Ma non se ne faceva caso come di cosa giornaliera: però i colpi a poco a poco divenivan più numerosi e più frequenti, e molti de’ soldati che si trovavano in chiesa per assistere ai funerali del loro compagno, cominciarono a bisbigliare parlandosi all’orecchio, vergendo gli sguardi verso la porta con moto involontario e sicuramente inutile, poichè non vi trovavan certo la spiegazione d’un fatto che accadeva in tanta distanza. I loro discorsi erano di questo genere:
—Comincia a soffiar per tempo la chimera[4] questa mattina—Eh! saran fuochi d’allegrezza per qualche altro malanno che ci viene addosso.—Possiate morir quanti siete!—(s’udì uno scoppio più forte). Senti, senti! Dev’essere l’archibuso di Malatesta[5]—Senti che nespola!—Che mattinata senza liuto!—Oggi in guerra, doman sotterra—Malann’aggia chi rimane—Oh che vorrà dir questo! Vuol dir panicco pesto.... ec. ec.—
Queste parole ed altre simili che uscivano di mezzo alla turba che era in fondo alla chiesa, formavano un susurro che, unito agli spari, cagionava una gran distrazione al povero laico.
Non ardiva voltarsi del tutto, ma non si vedeva più star immobile all’ufizio suo come prima: tendeva l’orecchio, e talvolta gettava così sopra la spalla ed alla sfuggita un’occhiata verso la porta.
A Niccolò non piacque udir in chiesa un tal bisbiglio, e voltando appena il capo verso chi ne era cagione, disse con voce ferma e chiara quantunque sommessa:
—E’ pare che siamo in piazza!
Un maestro di scuola temuto che comandi il silenzio con voce burbera ad una trentina di fanciulli, non è obbedito più pienamente, ne più presto, di quel che lo fu Niccolò da quella turba, composta d’uomini che però non si sarebbero lasciati dar sulla voce da altri così facilmente. Il silenzio fu a un tratto generale e perfetto: cosicchè il prete che diceva le segrete all’altare appena a mezza bocca, si potè udire da un capo all’altro della chiesa. Ma questa quiete dovea durar poco.
Unitamente ad uno scoppio più forte delle artiglierie del campo, i vetri, i piombi ed il legname d’una delle maggiori finestre, infranti in minutissimi pezzi caddero in chiesa, sfracellandosi e rimbalzando pei cornicioni, per le mura e per tutti gli sporti che venivan trovando, con tanto calcinaccio e polverio e ragnateli che parve rovinasse la volta.
Per fortuna gran parte de’ rottami cadde su un altare chiuso da un balaustro, onde nessuno venne offeso.
V’era il costume in que’ tempi tra i soldati che campeggiavano una terra ogni volta che, venissero loro sborsate le paghe, o fosse la festa del Sovrano che li pagava, nelle occasioni infine, ove parea loro da mostrare allegrezza, di abbassar d’un palmo le culatte de’ pezzi d’artiglieria piantati per batter i bastioni, poi dar fuoco sparando all’impazzata senza torre la mira, onde le palle dando loro quest’arcata passavano al di sopra delle mura ed andavano a cadere in mezzo alla città ove storpiavano ed uccidevano Dio sa quanti, che ci avevano che fare quanto la persona che ci usa la cortesia di tener questo libro tra le mani. E questa bella allegria (tutto sta intendersi) si chiamava far gazzarra.
Il campo del principe d’Orange si trovava appunto in uno di questi tali impeti di buon umore, e facendo gazzarra quella mattina, una palla colse la chiesa di S. Marco, un’altra ferì in piazza S. Giovanni, uno de’ migliori soldati del capitano Sandrino Monaldi, ed in altre parti della città furon fatti molti inaspettati danni.
Questo caso non alterò gran fatto nè i soldati nè Niccolò nè i suoi figli. Le due giovani un poco si sbigottirono, ma visto non era altro, presto si dettero pace.
Quello che si mostrò meno ardito di tutti, e gli servan di scusa lo stato e l’età cadente, fu il padre che diceva messa.
Il senso del timore superò in lui in quel momento ogni altro rispetto, e per dir il vero tanto rovinìo e tanto fracasso a chi non se l’aspettava, dovea fare un certo senso: fe’ gobbe le spalle, abbassando il capo, e coprendosele colle mani disse—Dio mio, misericordia!—E se il robusto laico non l’avesse afferrato sotto l’ascella forse cadeva.
Fin qui però v’era poco male, ed il laico avea meritato bene anzi chè no dal suo superiore.
Il male fu, che nel reggerlo, vistolo tanto sgomentato per un accidente che a lui pareva assai leggiero, gli venne una tal voglia di ridere, che a malgrado de’ suoi sforzi per vincerla alla fine pur gli convenne lasciarsi andare, e scoppiò in una risata la più sonora e sgangherata del mondo, ed avendo le mani impedite nel sostenere il buon vecchio, che ancora tremava a verga a verga, non potè nè volgere il capo altrove, nè porsi una mano sulla bocca, nè soccorrer se stesso con que’ rimedi che s’adoprano in cotali casi.
CAPITOLO II.
Molti fra gli astanti avean posto mente allo sbigottimento del frate che diceva messa. Pel rispetto che gli si portava, era saputo male alla maggior parte che il laico fosse stato tanto ardito da ridergli in viso a quel modo, e se ne maravigliarono credendolo un laico da dozzina, un qualche villano che avesse lasciata la vanga per entrar in religione.
S’ingannavano: ed affinchè il lettore anch’esso non istupisca del suo fare, gli diremo chi egli fosse più brevemente che si potrà.
Gl’Italiani al giorno d’oggi sanno l’istoria della loro patria, onde se il nostro lettore è italiano, avrà a mente senza dubbio una disfida che venne combattuta presso Barletta dai nostri contro i francesi, ove gli ultimi rimasero perdenti.
Ove poi questo nostro libro venisse tra mano a qualche straniero lo pregheremmo a dar un’occhiata al Guicciardini, al Giovio, od al Muratori, anno 1503, e vi troverà narrata questa disfida, e, tra i guerrieri Italiani, mentovato un certo Tito da Lodi, soprannominato il Fanfulla, il quale al dir del Giovio specialmente, era uomo prode, ma di nuova e capricciosa natura.
Costui quando Consalvo ebbe conquistato interamente il regno di Napoli, ricevè come gli altri uomini della compagnia del signor Prospero Colonna alla quale apparteneva, la sua parte delle spoglie de’ vinti, e la convertì con grandissima fretta in due centinaja di bei ducati d’oro.
L’ultimo giorno del primo mese che passò in Napoli, dopo aver riscosso questa somma dovette dividersi dall’ultimo de’ suoi ducati, il quale andò nella borsa di coloro che giocavano al lanzichinecco (oggi zecchinetta) con miglior fortuna, o maggior astuzia di lui, a tener compagnia agli altri centonovantanove.
Egli avrebbe avuto, è vero, un buon cavallo ed un ottimo arnese da vendere, o da impegnare, e potuto così scialare un altro poco, ma ebbe pur senno bastante per capire che sarebbe stato lo stesso come per un cieco vender il violino che lo fa campare.
Si rassegnò, confortandosi col dire «Oramai mi son fatto tanto conoscere, che dove m’accosto trovo pane.»
Il signor Prospero non l’avea voluto più nella compagnia per non so che quistione avuta con certi compagni, nella quale avendo il torto, s’era fatta una ragione a suo modo a furia di busse.
Ciò non ostante quando si trovò al verde, l’andò a trovare al palazzo Gravina, sulla piazza ove oggi è la fontana di Montoliveto, senza curarsi di passar per un’anticamera piena di que’ suoi avversari, e quando gli si trovò davanti, disse che non veniva a richiederlo d’altro se non che d’un attestato in iscritto com’egli avesse combattuto nella disfida di Barletta, e poi gl’insegnasse per sua cortesia qual fosse il paese più vicino ove si menasser le mani.
Il signor Prospero, che pur gli voleva bene, conoscendolo un diavolo ardito, come se ne trovan pochi, gli fece una carta a modo di benservito, tutta in sua lode, poi l’avviò in campagna di Roma ove si messe colla parte colonnese durante i torbidi che tennero dietro alla morte d’Alessandro VI, che turbarono il breve pontificato di Pio III, ed il principio di quello di Giulio II.
Seguì questo fiero pontefice nelle sue imprese di Romagna, poscia, per non allungarla troppo, venne al suo solito mutando padroni sino al 1527, ed in quel frattempo non accadde in Italia fatto d’arme d’importanza ove egli non si trovasse.
Lasciò un occhio alla battaglia di Ravenna, due dita della mano manca a Marignano, rimase per morto sul campo alla giornata di Pavia, e quantunque dopo tante batoste si trovasse ridotto a camminare un po’ sciancato, a dolersi ne’ luoghi ov’era stato ferito, ogni volta che volea cambiar il tempo, quantunque i suoi baffi già così neri, apparissero ora come se vi fosse brinato, nulladimeno lo troviamo la mattina del sei di maggio del 1527 (e Dio sa se vorremmo poterlo tacere!) al piè delle mura di Roma tenendo colle due mani in equilibrio una lunga scala a piuoli in mezzo alla feccia de’ più sfrenati malandrini che prendessero in quel tempo il nome di soldati, i quali guidati da Borbone stavan per dar l’assalto alla capitale del mondo cristiano.
La scala di Fanfulla, detto fatto, si trovò appoggiata ai merli e piena dal fondo alla cima d’altrettanti di quei satanassi quanti aveva piuoli. Sul più alto, già s’intende, era Fanfulla, che i suoi compagni videro un momento dopo cacciarsi tra i merli e sparir tra il fumo delle archibugiate, e volendo seguirlo vennero ributtati, nè poterono superar le mura se non alcuni minuti dopo.
Per quanto possa un cervello umano esser fertile ad immaginar fatti i più strani, i più turpi, i più atroci onde formarne un tutto che gli rappresenti il sacco dato a Roma in quell’occasione dall’esercito di Borbone, rimarrà sempre addietro dagli orrori, de’ quali gli storici hanno a noi tramandata la memoria.
Passò un giorno, poi un altro ed un altro, e nacque tra soldati un bisbiglio.
—Fanfulla dov’è? Che è stato di Fanfulla?—tutti ne domandavano e Fanfulla non compariva.
Quelli che conoscono di qual pasta sia il buon cuore della gente d’arme, non dureranno fatica a credere che, a malgrado di questa premura, non trovar Fanfulla, domandar di lui, crederlo morto e sotterrato, e non pensarvi più, tutto accadde in un quarto d’ora.
Ma Fanfulla non era morto.
Stava zitto e contento nella cantina d’un canonico di S. Maria in Trastevere, ove s’era chiuso conducendovi il padrone e la fante acciò gl’insegnassero la botte migliore. Riposatosi molto a suo bell’agio, e fattovi un fianco da prelati, riscappò fuori dopo tre giorni.
Ma il povero canonico, o fosse lo spavento provato in tutto quel tempo di vedersi a discrezione d’un omaccio di quel taglio, che ad ogni momento gli pareva avesse a spiccargli il capo con un rovescio di quel suo maledetto spadone, o fosse il disagio sofferto, chè Fanfulla ubbriaco per far ora tra un pasto e l’altro, voleva per forza insegnargli a schermire, e quando non lavorava a suo modo le pugna fioccavano, il fatto sta che s’ammalò ed in pochi giorni se n’andò all’altro mondo.
Ora finalmente ci troviam presso a poter dir bene del nostro Lodigiano: pure ci rimane a narrare l’ultima sua pazzia, la quale pur troppo non fa parer bugiardo il proverbio volgare «che la più dura a rodere è sempre la coda».
Uscito dunque mezzo balordo e trasognato dalla cantina del povero canonico, trovò la città vinta e soggetta del tutto, e le chiese, i palagi, le case, gli sventurati cittadini, le loro robe, tutto insomma in balìa, non dirò dell’esercito, che questo nome suppone Capi che comandino, e soldati che obbediscano, ma di quella masnada d’assassini senza legge, senza fede, senza discrezione, e senza misericordia.
Clemente VII dall’alto di castel S. Angelo ove era chiuso poteva scorgere gl’incendj serpeggiare per la città, udir gli urli, i pianti, i lamenti di quelli che venivan tormentati onde scoprissero i tesori nascosti, le grida forsennate, le risa feroci, lo sgavazzare sfrenato dei vincitori.
Per le strade di Roma si trovava qua una casa che ardeva, là un’altra consumata di fresco dalle fiamme divenuta uno scheletro informe ed annerito. Sulle cime de’ muri rimasti in piedi vedevi star in bilico travi ancor fumanti, disordinate e sporgenti. Sotto monti di rottami, di calcinacci, di tavole e di masserizie infrante ed abbrustolite giacevan cadaveri schiacciati, de’ quali molti perduta ogni umana sembianza mostravan fuori delle rovine o braccio, o piede, o capo, tutto poi intriso di sangue, sozzo e contaminato d’ogni bruttura.
Più lungi cadeva con fragore svelto da’ gangheri un portone d’un palazzo: la folla dei predatori si scagliava nell’interno urlando: in un momento dalle cantine alle soffitte tutto s’empieva di que’ ladroni; dalle finestre sconficcate, piovevano in istrada gettati alla rinfusa, cofani, sedie, tavole, quadri, vasi, bronzi, coltri di seta, suppellettili d’ogni genere: fra quelli che aspettavano il bottino nella via fu visto taluno rimanere storpiato, o malconcio da qualche pezzo di mobile che all’impensata gli rovinava addosso, altri contender furibondi la medesima preda, sguainar le spade, ferirsi, poi sopraggiunger una nuova frotta che la strappava loro di mano e fuggiva con essa. Drappi, vesti di gran valore si fermavano appiccate ai cornicioni, alle inferriate; parte vi rimanevan neglette per l’abbondanza della preda, parte si facevan cadere colle punte delle partigiane e delle picche. Ad ora ad ora scoppiava un urlo generale più forte; tutti i visi si volgevano, tutte le bocche s’aprivano.—Dov’è. Che è.—Guarda là, là, lassù...—tutti guardavano in alto: ad una finestra v’era o ritta, o ginocchioni, o spenzolata mezza fuori qualche vecchia, qualche matrona, pallida, abbandonata come uno straccio, o domandava pietà o cacciava strida: la turba la voleva tosto—Giù, giù... a noi—venga. Le si dava l’andare, veniva a terra tra le risa e gli evviva, e rimaneva fracassata sul lastrico, o fermata in aria sulla punta delle ronche. Quando tutto era devastato s’appiccava il fuoco, onde se v’eran padroni nascosti dovessero sbucar fuori.
Trovati alle volte senza un tal mezzo nei nascondigli, su pei cammini, nelle cantine, nelle fogne, pe’ cessi, strappati di là a forza, percossi, bistrattati, rivedevano la luce del sole, e stavano come insensati e immelensiti all’aspetto di que’ visi infocati dal furore, dall’ubriachezza, dalla gioia di potere sgozzare, distruggere, stuprare; alla vista di quei pugnali che splendevano loro ad ogni tratto sugli occhi, delle corde, de’ ferri roventi preparati per istraziarli, delle fanciulle oltraggiate, poi derise, delle donne, o vecchie o brutte che fossero, fatte tombolar per le scale o morire sotto il bastone, dei giovanetti ridotti a tali vituperii che gli sventurati parenti si dolevano di vederli vivi.
Nelle chiese le immagini de’ santi rovesciate od infrante; le pitture, le tavole degli altari lacerate od imbrattate; fatti in pezzi i vasi e gli arredi sacri onde partirli più facilmente. Finito il devastare, nè essendovi da far altro danno, divenivano stanza de’ soldati, che vi alloggiavano co’ muli e co’ cavalli, pe’ quali gli altari servivan di mangiatoia.
I banchi ed i confessionari fatti in pezzi ardevano in un angolo sotto pajuoli e spiedi pieni di carni: in un altro gozzovigliavan giorno e notte a tavole sempre imbandite, soldati, meretrici ebbre avvolte ne’ paramenti sacerdotali, e tra mezzo monache, matrone, fanciulle onorate che lo spavento, le percosse, gli strapazzi, avean fatte uscir di senno, senza saper più nè dove fosser, nè che facessero, stavano a tutte le voglie di quella gente perduta, che intronava loro gli orecchi di schiamazzi, di motteggi, d’orrende bestemmie e di canti osceni.
S. Giovanni de’ fiorentini, tra l’altre chiese, era nel modo appunto che abbiamo descritto, ridotto un rancio da soldati, una stalla, un postribolo, quando sul far della notte v’entrò Fanfulla uscito allora dalla sua cantina.
Egli aveva indosso la sola corazza. L’elmo, i bracciali, gli stinieri, i cosciali, legati colle loro corregge in un fascio gli pendevano sulla schiena annodati alla spada che portava in ispalla reggendola colla mano manca. In capo la berretta del canonico: e sotto questa usciva quel suo viso spiritato, tra giulivo e sonnolento pel gran bere che aveva fatto.
Si fermò sulla porta fischiando e cominciò a guardare lo strano parapiglia che era là entro.
Sui capi di molti barili rizzati in piedi stavan posate imposte di finestre, assi, battenti di porte, e formavano una tavola lunga quanto la navata della chiesa. La tovaglia mancava all’imbandigione, ma questa povertà era compensata abbondantemente. Calici, pissidi, piatti e vasi d’argento lavorati sottilmente a cesello sul gusto delle opere di Benvenuto Cellini, ampolle, boccali che aveano ornate le mense di cardinali e di prelati, splendevan’ ora tralle mani ruvide ed abbronzate de’ soldati.
I candellieri degli altari servivano ad illuminare quest’orgia, e perchè forse parean pochi, eran incastrati qua e là ne’ fessi delle tavole pezzi di torcie e candele, quali lunghe, quali corte, alcune rotte e rovesciate in modo che la punta accesa cadendo sulla tavola a poco a poco l’accendeva senza che alcuno se ne curasse. All’uno de’ capi era posto un orcio pieno d’olio a guisa di lucerna, ed una tovaglia d’altare attorcigliata, ardeva per lucignolo, all’altro era un mezzo barile sfondato, ed in esso un mazzo di forse cinquanta candele, le cui fiamme attraendosi a vicenda s’univano e formavano una fiamma sola e grandissima.
Dall’una e dall’altra parte del desco, seduti sulle panche della chiesa, chi mangiava senza guardare attorno, chi dormiva appoggiate le braccia alla tavola, ed il capo sovr’esse. A quattro, a sei giocavano a dadi o al lanzichinetto, o a germini; e ad ogni poco senza dir che ci è dato, era un gridare, un dirsi ogni villania, un rizzarsi, un prendersi pe’ capelli, un guizzar di pugnali; poi chi era caduto sotto la tavola o ferito o morto vi rimaneva con altri che già v’eran da prima sepolti o nel vino o nel sonno: i compagni seguitavano a giocare. Un pezzo d’omaccio grande e grosso s’era sdraiato boccone per dormire, sulla tavola stessa, quant’era lungo, tutto imbrodolato dal vino uscito da’ vasi che avea rovesciati, cogli stivali pieni di fango sui piatti d’argento, e russava senza darsi per inteso del diavoleto che si faceva intorno a lui.
Le più sozze cortigiane s’aggiravano in quel disordine, come i vermi sguazzano nell’acqua corrotta. Correvano qua e là cogli occhi ardenti, le guancie infocate, quali tutte scinte, quali seminude; accolte ora con turpi carezze, ora con villane parole, con percosse, o con urtoni, senza che paresser curar più le une che gli altri.
Un soldato salito a cavalcioni su una botte vuota sonava un piffero, e cacciava fischi che s’udivano a malgrado delle voci, delle grida, de’ canti e dello schiamazzar generale: un altro con una briglia da muli piena di sonagli, batteva a gran sferzate sulla botte per far la battuta; un terzo picchiava con un turibolo sovr’un paiuolo rovesciato, e questa musica diabolica serviva a far ballare chi poteva ancora reggersi in piedi.
Fanfulla si fermò un momento sulla soglia ammorbato dal tanfo del vino, di sudiciume, di rifritto che esalava di là entro; poi venne avanti e scaricò sulla tavola la ferraglia che avea in collo senza guardare nè a stoviglie nè a bicchieri, e ne fracassò tanti quanti ne colse.
Lo strepito che fecero l’arme cadendo, e rompendo piatti e boccali fe’ volgere uno de’ seduti a tavola che lo guardò, e ravvisatolo gridava:
—Oh Fanfulla!—
E poi un altro, e un altro, e un altro, poi tutti si dettero ad urlare battendo le mani, o percuotendo co’ pugni sulla tavola.
—Fanfulla! e tornato Fanfulla, è risuscitato il guercio (che così avea nome dacchè gli mancava un occhio).—Evviva il guercio cane!—Ti credevamo all’inferno da tre giorni!—Dove sei stato sin ora brutto anticristo?—Vien qua, bevi,... che non ti possa uscire di corpo!—Ohe! ohe! Qua vino, carne, capponi, saette per Fanfulla, che è tornato!—Sia ammazzato chi ne dice bene! Evviva Fanfulla!—Evviva il guercio!...—
E quest’ultimo evviva fu uno scoppio tale di tutte le voci unite che riuscì sino a coprire il fischio del piffero, fece soprastare quello che battea colla briglia, e l’altro dal turibolo, fermar chi ballava, e svegliarsi colui disteso sulla tavola, il quale alzò un visaccio strano, contraffatto dal sonno, si guardò attorno con male umore, disse «che siate morti a ghiado» e ricacciato il capo tra le braccia ricominciò presto a russare.
Quegli che riceveva dalla brigata segni così lusinghieri di benevolenza (il lettore non guardi troppo a minuto al modo d’esprimersi, chè tutto sta intendersi, come abbiamo detto nel capitolo antecedente), il nostro Fanfulla stava ritto, colle braccia intrecciate sul petto, sogghignando per la compiacenza di vedersi tanto innanzi nella stima e nell’affetto di quest’uomini dabbene.
Venne una cuoca tutta sudicia, stracciata, e coll’untume fin sulla punta de’ capelli, recando le vivande che erano state domandate; ma Fanfulla con un pugno a sottomano, mandò per aria i piatti e ciò che v’era.
—Che mangiare? M’avete preso per morto di fame?....—
La fante si ritrasse sbigottita, ed egli togliendosi la berretta del canonico la piantò in capo a quello che si trovò più vicino dicendogli:
—Da bere!—
—Prima hai da dire dove sei stato questi tre giorni.
—Sono stato coi trentamila paia di diavoli che vi portino quanti siete... Da bere!—
Per non attediar troppo il lettore con queste ciance, diremo che dopo aver bevuto (e Dio sa se piovve sul bagnato) raccontò alla meglio che potette colla lingua grossa, e la pronuncia mal sicura, i suoi casi col canonico. Alla fine però d’ogni periodo della sua storia, ove lo scrittore metterebbe un punto fermo, il narratore metteva un bicchier di vino, ed i periodi, contro l’usanza dei cinquecentisti, furon brevi e furon molti.
Poco stante comparì in chiesa strascinato da una ventina di que’ malandrini, un povero sventurato vecchio, che aveano, si può dir, dissotterrato, traendolo dal fondo d’una cantina ove s’era appiattato. Mostrava l’età di settant’anni all’incirca, tremante, curvo, in sola camicia, che gli giungeva al ginocchio, e lasciava vedere le coscie scarne, le ossa protuberanti alle giunture, le gambe consunte, enfiate sui malleoli per la vecchiaja. Aveva ancora una calza vermiglia lacera e cadente, solo avanzo della porpora. Quest’uomo così indegnamente trattato era un cardinale; caritatevole, senza superbia, di costume angelico, in fine un sant’uomo.
Quando si trovò scoperto, abbandonò ai soldati quel poco che avea potuto salvare, riponendolo in un nascondiglio in fretta in fretta, mentre già correva la voce per Roma che le mura eran vinte. Il tesoro era piccolo, poichè dava tutto per elemosina: onde i soldati non potendo credere vi potesse essere un cardinale povero, tennero per fermo ch’egli non volesse palesare il tesoro maggiore, e che l’avarizia fosse in lui più potente dell’amor della vita. Provarono dapprima a spaventarlo, poi dalle parole presto passarono alle percosse, gli strapparono di dosso i panni, lo pestarono coi pomi delle spade e de’ pugnali: visto che tutto era inutile lo spinsero in S. Giovanni de’ Fiorentini per vedere quale strazio fosse da farne.
Gli urli e il fracasso crebbero, se era possibile, all’apparire di questa nuova masnada, che si fermò avanti alla botte sulla quale era l’uomo dal piffero. Questi cominciò a farla da giudice, e ad interrogare il povero vecchio, il quale viste le tante e così abbominevoli profanazioni, scordava il proprio pericolo, e coprendosi gli occhi colle mani dava in un pianto dirotto.
Ma le parole duraron poco, e si stava per venire ai fatti. Già un soldato luterano, di quelli calati in Italia con Giorgio di Fransperg, recava un ferro rovente per incominciare il tormento, quando afferrato al polso del braccio destro, da una mano che parve una tanaglia, si dovette fermare, ed il ferro gli cadde a piedi.
Era la mano di Fanfulla. L’ubriachezza avea per costui due periodi: il primo gaio, vispo, manesco, pieno di risa e di pazzie fin che il vino non era in troppa abbondanza; se poi seguitava a bere cadeva nel secondo, ed allora diventava malinconico, tutto tenero, tutto svenevole, abbracciava, baciava chi gli capitava innanzi, che pareva proprio se ne struggesse.
In quel critico momento egli si trovava appunto in questo stato per fortuna del vecchio prigione.
Respinse il soldato con tanta forza che quasi lo mandò a gambe all’aria, e poi cominciò a gridare:
—E’ non si la così co’ galantuomini.... e’ non si strapazza a quel modo la carne de’ cristiani!.... razzaccia di can rinnegati!... sì... cani... cani... mille volte cani!.... Credete voi che abbia paura perchè siete in tanti?.... Vi avevo in.... dieci anni prima che foste nati! (avverta il lettore che ci manca l’ortografia per esprimere le strane trasformazioni che subivano le parole pronunciate dalla lingua annodata di Fanfulla, perciò la sua fantasia supplisca a questo difetto). Guarda come me l’hanno conciato!.... E non si vergognano mica i ladroni!.... Povero vecchio.... Ma non aver paura..... (ed intanto gli si abbandonava addosso con tutta la persona baciandolo ed abbracciandolo) Non aver paura.... C’è qui Fanfulletta tuo!.... vedrai come te li suona.... son gentaccia senza fede.... luterani.... scomunicati, fanno il peggio che sanno..... che vuoi sperare?....—
—E tu che speri, pezzo d’asino, gridò uno di que’ forsennati, cavar danari da un cardinale senza la corda e ’l fuoco?—
—Pel carattere di vescovo che ho in dosso, disse il vecchio cardinale stendendo le mani scarne e tremanti verso i suoi persecutori, vi giuro che non ho altro:....nè oro: nè argento—nulla, nulla... avete preso tutto.—
—Dallo ad intendere a ’sto par di stivali, disse uno di quelli che l’avean condotto: e buttando in mezzo un fardello che si sciolse n’uscirono alcuni arredi sacri, un boccale col suo bacino d’argento, due breviarj ed altre cosarelle di poco valore.
—Ecco qui il tesoro, seguiva,... e non ha altro il cardinale!... Guardate un po’ se il fanciullino ha tutti i denti in bocca!.... Porta qua quel ferro che al corpo... al sangue... gli ho da friggere il core!—
Fanfulla anche questa volta entrò in mezzo, ed impedì l’esecuzione della minaccia.
—Senti zi’ cardinale,.... mi cominci a puzzar d’ammazzato.... che vuoi? son villani..... gente bassa.... senza creanza... le parole fan poco frutto, voglion esser ducati, fiorini, e se no ti fanno la festa.... mortuus est in camiciola.... per loro ammazzar un cristiano, è lo stesso che cacciarsi una mosca dal viso. Senza il pagamini, senza il mammona iniquitatis, come dite voi altri preti, ti mettono allo spiedo ad uso starna.... Animo... spirito... fuoco al pezzo.... una parola è presto detta.... qua a Fanfulletta vostro in un orecchio.... Dov’è sotterrato il morto?—
—Ma io già v’ho detto che non ho tesoro, lo sa Iddio che ci vede, son un povero prete:... vi par forse che a questi termini vorrei star a badare a qualche sacchetto di fiorini?—
Fanfulla si scontorse, scosse il capo masticando e tirandosi colle dita prima un baffo e poi l’altro.
—Io la credo a mio modo, e tu la dirai al tuo.—E chinandosi all’orecchio del cardinale al quale teneva una mano sull’omero e glielo ghermiva sempre più sodo a misura che andava avanti col discorso, disse:
—Avete capito che si tratta della pelle? Come vi s’ha da dire?... in tedesco?... Seguita, seguita a far l’indiano e te n’accorgerai?... E non s’intende già di dar tutto (seguì abbassando la voce onde gli altri non udissero) un migliaretto di scudi.... di zecchini... sarà meglio.... gran cosa! Son ubbriachi fradici dal primo fin all’ultimo, vedete, questo branco di porci..... ci vuol giudizio..... io son solo.... e tra tanti uno solo che stia in cervello non basta..... non ti far strapazzare prete mio benedetto!....—
Il dialogo andò innanzi un altro poco su questo fare e finì come dovea finire. Il vecchio asserì sempre che non avea altro, ed era la verità; i soldati furon sempre più convinti ch’egli avesse, e la conseguenza di questa persuasione fu di volerlo obbligare a palesare i tesori nascosti a forza di tormenti.
Il buon volere di Fanfulla diveniva impotente contro il numero. Quando conobbe affatto disperata la causa del suo cliente saltò di nuovo in mezzo facendosi far largo ed urlando come uno spiritato.
—Zitti giovanotti, fermi tutti, e sentite se vi va a pelo questa. Mattiamolo in una bara e facciamogli il mortorio attorno per Roma co’ ceri; chi sa trovandosi a questi termini, e vedendo che bel gusto sia stare all’altro mondo gli potrebbe uscire il ruzzo dal capo.—
S’udì uno scoppio di voci discordi, che tutte insieme approvarono, schernirono, rifiutarono il partito. Alla fine però la maggior parte sperando trovar materia di ridere in questa mascherata, e sedotti dalla stravaganza del pensiero stabilirono s’eseguisse.
In un momento furon trovati i ceri, la bara, i paramenti neri, le cappe dai battuti, e fu messa insieme a furore questa pazza compagnia, che tosto uscì di chiesa col povero vecchio stesso nel cataletto e s’avviò per Banchi.
Vedevi uno colla pianeta alla rovescia, un altro col piviale, e la spada cinta di sotto glielo teneva, colla punta, alto da terra tre palmi: Fanfulla con una granata che intingeva in una secchia piena di vino, e che adoperava a uso d’asperges su quanti incontrava, precedeva il corpo: facce, poi, che Dio ve ne scampi sempre: femmine tra mezzo d’aspetto diabolico, peggiori degli uomini. Udivi un cantar lungo più ululato, che canto, col quale voleano imitare quello de’ preti: poi chi rideva, chi urlava, chi faceva il verso di qualche bestia, chi cacciava fischi, chi dava fiato ad un fiasco vuoto, chi percuoteva insieme padelle e rami da cucina, chi cantava canzonaccie da postribolo e tutto in una volta un ferir di voci divenute rauche a forza di bere e d’urlare, un miscuglio di parole tedesche, italiane e spagnuole, e d’altre lingue, chè in quella turba v’era d’ogni gente, d’ogni generazione d’uomini.
Questa canaglia girò così molte ore per Roma facendo baccano, ed a notte avanzata tornò in S. Giovanni.
Deposta la bara, dissero al cardinale:
—Su, messere, alzati e discorriamola.—
Ma non era più in loro mano il poterlo tormentare. Il vecchio non avea retto a tanto disagio, ed era spirato per istrada.
Fanfulla alcuni giorni dopo nel passar presso al portone di S. Spirito per andar a mutar le guardie venne ferito nel capo da certi rottami che le artiglierie di Castello aveano staccati dalle mura vicine. Giunse in termine di morte, e guarì a stento molto tempo dopo che l’esercito per l’accordo fatto da papa Clemente era uscito di Roma carico delle sue spoglie.
La cura che ebbe di lui un povero prete, giovò egualmente all’anima ed al corpo del buon Fanfulla, e finalmente possiamo presentarlo al nostro lettore come un uomo nuovo, affatto diverso da quel di prima, ed è lo stesso che dire come un galantuomo.
S’avvide che n’avea fatte di grosse assai e che bisognava pensare a far un po’ di penitenza in questo mondo, onde non gli toccasse farla tutta nell’altro. Stette infra due, o di farsi frate o di tor moglie (la nostra lettrice non se l’abbia per male, e si ricordi che quantunque buono, era però sempre Fanfulla) alla fine si attenne al primo partito.
Uscì di Roma una mattina sul suo buon cavallo coll’armi indosso ed accanto, portava infilzate all’elsa della spada, una corona, e al manico del pugnale una disciplina, arnesi che adoperava ogni sera all’albergo. Per Viterbo, Radicofani e Siena finalmente giunse a Firenze. Senza scavalcare si condusse alla porteria del convento di S. Marco, e picchiò col calcio della lancia. Uscì fuori il portinaio e gli domandò che voleva.
—Che m’insegniate la stalla per rimetter questo cavallo, che mi vo’ far frate.—
Sulle prime il portinaio credette che fosse pazzo od ubbriaco, pure dopo molte domande e molte difficoltà, dopo un diluvio di ma, di come, di perchè, s’indusse a lasciarlo entrare, ed a presentarlo a Fra Benedetto da Faenza il quale, udita la voglia dello strano postulante, considerandone l’abito, il taglio, e la faccia fiera non sapeva definire se dicesse da senno o da burla.
Senza dar precisa risposta prese tempo alcuni giorni, durante i quali avendo avuto campo di far esaminare la sua vocazione, alla fine credette bene non dar ascolto a qualche dubbio, che pure gli rimaneva, e si risolse riceverlo per laico.
Fanfulla depose tutta la ferraglia che portava addosso, vestì l’abito di S. Domenico, e si pose nome Fra Giorgio da Lodi. In pochi giorni imparò tanto del suo nuovo mestiere, da poter far discreta figura in coro ed in refettorio; ed il cavallo, che incominciava ad aver i denti lunghi ed il sopracciglio infossato, imparò anch’esso presto a portar sacchi al mulino ed a girar il bindolo dell’orto. Al punto in cui abbiamo trovato il suo antico padrone servendo messa, era già circa due anni dacchè ambedue aveano mutata la vita del campo con quella del chiostro, trovandosi contenti del loro nuovo stato, colla sola differenza, che non è probabile tornassero in mente al cavallo i tempi in cui correva la lancia, mentre all’opposto si rappresentavano ancora molto vivi talvolta alla memoria del cavaliere.
CAPITOLO III.
La messa da requie era terminata senz’altro disturbo. Il celebrante spogliatasi la pianeta, prese il piviale per far l’ultime esequie al cadavere, e scese dall’altare con tre chierici innanzi: l’uno portava la croce, gli altri due i candellieri. Fra Giorgio seguiva colla secchiolina dell’acqua benedetta.
La folla si ritrasse dal feretro attorno al quale rimasero soltanto Niccolò ed i suoi figliuoli. Si recitaron le orazioni, si compierono le cerimonie e le aspersioni prescritte, e quando i preti furon tornati in sagrestia, Niccolò fattosi accostar Bindo spiccò la rotella e la spada di Baccio e reggendole colla manca, pose la destra in capo al figliuolo, al quale disse:
—Bindo! Questa spada e questa rotella ch’io dò a te, ell’erano di Baccio che vedi qui morto per aver fatto il dovere di buon cittadino. Ora, guardami gli occhi: ti par egli ch’io pianga?—
Il fanciullo tutto attonito accennò col capo di no.
—E s’io non piango sappi che non è per poco amore ch’io portassi a codesto mio carissimo figliuolo e tuo fratello, ma perchè conoscendo essere ogni uomo obbligato in primo luogo al nostro Signore Iddio, ed alla sua santa fede, in secondo luogo alla patria, e dover porre in loro servigio le forze e la vita, ed essendo certo serbarsi a coloro che così fanno, onorata memoria in questo mondo, ed eterno premio nell’altro, io stimo la morte sua essere stata bellissima ed invidiabilissima. S’io piangessi dunque perchè egli lasciando noi tra la miseria di questa vita se n’è ito a godere l’infinite dolcezze dell’altra, mi parrebbe mostrarmi ingrato alla divina bontà, ed invidioso del ricco guiderdone che s’è comprato colle virtù sue.—Ora to’ quest’armi col nome di Dio: fa di mostrarti valente qual era Baccio, e con esse in mano o tu vinci o tu mori: e per quanto temi la maledizione d’un padre, l’ira di Dio, ed il vituperio tra gli uomini, abbi sempre innanzi gli occhi con qual viso e con qual core hai veduto me stare accanto alla bara d’un figliuolo morto virtuosamente; sappi ch’io vedrei te al luogo suo coll’istesso viso... Dio me ne darebbe la forza....—Ma sappi ancora (qui levò alta in atto fiero e terribile la mano che avea tenuta sin allora in capo a Bindo) che se tu, che Dio non voglia.... ti mostrassi.... no, non mi vo’ lordar la bocca con queste parole..... nè immaginar pure tanta bruttura nel sangue mio.....—Basta, chè tu m’hai inteso!.... Allora, se pur pur stimassi ancora la vita, fa che questi miei occhi non t’abbiano a veder mai più.—
Al fine di queste parole, che dette da un uomo di tanta autorità, in occasione, e con modo così grave produssero gran senso su Bindo e sugli astanti, volle cingerli la spada. Il fanciullo alzando le braccia lo lasciava fare. Ma la cintura che stava bene alla vita di Baccio era troppo larga per quella del fratello. Disse Niccolò:
—Troppo sei scarzo, povero Bindo mio!—E portando la fibbia addietro tre o quattro punti soggiunse:
—Così starà bene....—
Ma pensò nell’istesso tempo alla dura necessità che costringeva un fanciullo così tenero ad esporsi a tanti pericoli, pensò alla rovina che stava per cadere su Firenze, ed a chi n’era cagione; si fece più scuro nel volto e non potè rattenere un sospiro, mentre gli affibbiava la cintura.
Ciò fatto si volse a Messer Giovan Gondi, capitano del Lion d’oro, il quale si teneva presso il suo Gonfalone, coperto fino a mezze cosce d’una bellissima camicia di maglia.
—Messer Giovanni, gli disse con voce e con volto sicuro, s’io ho perduto un figliuolo, voi non avete perduto un soldato. Eccovi questo invece di Baccio; e confido in Dio che non sarà per mostrarsi da meno di lui.—
—E voi valorosi cittadini, non isdegnate averlo per compagno perch’egli sia così fanciullo, David era fanciullo anch’esso quando vinse Golia.
Il bisbiglio e le parole interrotte che sorsero fra soldati mostraron ammirazione e rispetto per Niccolò, stima ed amore pel giovanetto.
—Egli è d’una razza che non falla!—Questo vecchione egli è di ferro stietto!—Ve’ se gli esce nemmeno una lagrima! E il figliuolo! Ti so dir che non canzona.—Dagli tempo un pajo d’anni!—Un pajo d’anni? Va, va alla torre in Mercato Nuovo, dove insegna a schermire il figlio del Grechetto, vavvi la mattina, lo vedrai come gioca di spada e pugnale. E’ si provò jer l’altro col Morticino, sai pur che diavoletto egli è!.... Be’ glien’ha dato un carpiccio, de’ buoni... e per poco non facean quistione daddovero!...—
Si fece innanzi un soldato col libro sul quale stavano scritti gli uomini del Gonfalone, l’aprì, e lo resse avanti al Gondi, il quale, scrittovi alcune linee, le presentò a Niccolò.
Questi lesse ad alta voce le seguenti parole:
—Addì 17. ottobre 1529. Bindo di messer Niccolò, di messer Cione de’ Lapi, del Popolo di S. Giovanni.... Sta bene.... Ascoltami, Bindo! Sappi che d’or in poi questi (additando il capitano) è tuo padre. Questa (additando la bandiera) è la casa tua. Costoro (additando i soldati) i tuoi fratelli.... Ora inginocchiati (Bindo ubbidì: il padre gl’impose le mani, e levati gli occhi al cielo disse ad alta voce) Bindo, ti dò la mia benedizione.—
Il lettore conosce oramai abbastanza la natura ed i pensieri degli attori di questa scena, per formarsi un’idea de’ varj affetti che provarono in un tal momento. Per alcuni minuti nessuno parlò, nessuno si mosse: soltanto Bindo, alzandosi, cinse colla destra (la manca era impedita dalla rotella) il busto del padre sotto l’ascella, gli appoggiò la fronte sul petto e rimase immobile. Le mani del vecchio, che pure alfine furon viste tremanti, s’immersero nella folta capigliatura del figlio, e quando questi alzò il capo sciogliendosi da quell’abbraccio alcune stille caddero strisciando lungo la saja del lucco.
Molti de’ soldati ch’erano stati più stretti amici di Baccio s’accostarono allora alla bara e l’uno dopo l’altro lo segnarono colle candele benedette. Il moto de’ baffi dava a vedere che recitavan sotto voce preghiere in suffragio dell’anima sua. Fra Benedetto che era venuto con alcuni de’ suoi frati per porgere a Niccolò qualche parola di conforto, e fargli onore all’uscir di chiesa prima che se n’andasse, gli facea motto sommessamente.
—Fra Benedetto, disse il vecchio, mentre si movea per partire, vi raccomando nelle vostre orazioni vi ricordiate di Lamberto; onde Iddio ce lo renda sano e salvo. E’ m’ha scritto, che a giorni sarà in Firenze.... ma i cavalli del marchese del Vasso si son veduti sulla via di Bologna..... Dio non voglia che.... Lisa, sta di buon animo (seguitava volto alla figlia che udendo quelle parole s’era scossa) Lamberto non è pazzo e sa quel che convien fare, e non passeranno molti giorni che coll’ajuto di Dio sarà in parte dove le capre non lo cozzeranno.
Lisa stringendosi alla sorella nascose il viso in modo che non fu possibile conoscere con qual animo accogliesse il discorso del padre. Quelli tra gli astanti che sapevano essere stabilito il parentado fra Lamberto e la Lisa, giudicarono quel nascondersi venisse dalla peritanza che soglion mostrar le fanciulle in tali occorrenze.
Niccolò intanto, attorniato dalla sua famiglia e seguito da quanti erano in chiesa uscì, e non rimase in S. Marco altri che il sagrestano, il quale dopo aver tirato un lembo di lenzuolo sul viso al defunto e spenti i lumi, se n’uscì anch’esso per la porta della sagrestia.
Fra Giorgio, finita la messa, se n’era venuto alla sua cella, e vi s’era chiuso. La risata sfuggitagli in chiesa lo martellava; conosceva d’aver mal fatto, e provava quella amarezza, quella stizza contro se medesimo, che nasce nel cuor degli uomini, quando debbono contrastare di continuo ad abiti inveterati.
Non s’era punto freddata in lui la volontà di cancellare coll’austerità della vita claustrale gli errori della passata, ed in questi primi due anni le cose gli erano andate assai quietamente. Se talvolta la fantasia gli correva a rammentar fatti d’arme, pensava, ammonito così da’ suoi superiori, esser questa tentazione del demonio, e tanto faceva che riusciva a cacciarla. Gli era pur riuscito di sottometter quasi pel tutto la sua natura bizzarra, intollerante di freno, facile ad accendersi, ed a passar tosto dalle parole ai fatti. Gli altri frati, considerando chi egli era stato, gli sapean grado della fatica che durava per istare in cervello, e quantunque forse in cuore poco l’amassero, perchè Fra Giorgio avea quel certo fare che agli uomini quieti suol dar fastidio (quantunque tra loro usassero chiamarlo per soprannome Fra Bombarda) tuttavia parlando di lui conchiudevano dicendo «Talvolta e’ crede di star ancora colla lancia alla coscia, e non vuol esser stuzzicato, ma poi a ogni modo e’ non è cattivo il poveraccio.»
Ma allor quando fu avviato l’assedio, che per Firenze non si vedevano se non cavalli, e fanti, ed uomini d’arme, e s’udiva giorno e notte uno scarichìo incessante d’archibusi e d’artiglierie, e batter tamburi, a sonar pifferi, e trombe; nè v’eran altri discorsi che sui modi d’offendere e difendersi, e sui casi di guerra che venivano accadendo alla giornata, allora l’abito di S. Domenico, principiò a parere a Fra Giorgio più grave di quattro armature.
La notte nella quiete del dormitorio mentre intorno a lui il silenzio non era interrotto che dal russare lento e profondo de’ frati che dormivan nelle celle vicine, il povero laico sonnecchiava appena un poco, riscosso a ogni tratto da cento immagini di battaglia che tosto gli si presentavano in sogno purchè velasse l’occhio un momento. Costretto a vegliare si volgeva all’orazioni; ove non bastassero a metterlo in pensieri santi, arraffava con istizza una disciplina, che stava sempre appiccata al muro sopra il capezzale, cominciava a sonar a distesa sulle spalle, col capo basso, gli occhi chiusi ed arruotando i denti, ed in questo duello contro sè medesimo, si portava senza misericordia come s’era portato in molti con altri.
Molte volte la tentazione nasceva da cause reali e presenti. Udiva sorger lontano lo scalpitar d’una truppa di cavalli, tendeva l’orecchio, rattenendo l’anelito; lo strepito cresceva, cresceva. Sboccavano sulla piazza S. Marco, quand’erano a passar sotto la sua finestra il rimbombo facea vibrar le invetriate, s’allontanavano, lo strepito diminuiva, al voltar d’un canto appena più si poteva udire, poi cessava del tutto. Allora soltanto rimetteva l’anelito; e per lunga pratica avea potuto discernere in mezzo a quel frastuono confuso tutti i diversi strepiti e le cause che li producevano. Aveva potuto dirsi: questo è stato uno scudo percosso, questo un puntale di spada che ha urtato in uno stiniere, questo un cavallo punto dallo sprone al quale è sdrucciolato un piede sul lastrico, questo un tronco di lancia che ha dato in un elmetto ec., ec.
Una simil vita di smania continua gli aveva alla fine tolto il sonno del tutto, e gli parea d’impazzare. Il giorno si mostrava insofferente cogli eguali, cupo co’ superiori, ed ogni volta che uno sparo d’artiglieria gli veniva all’orecchio diceva tra denti «Così non ho io a stare!»
Quand’era entrato in religione si trovava la salute e la complessione indebolite e stanche dai tanti strapazzi, e forse senza fargli torto, questa depressione delle forze fisiche aveva in parte determinata la sua vocazione, ma la vita riposata e metodica l’avea ristorato, e sentendosi ora di nuovo forte e sano come una volta, badava a dire: «Così non ho io a stare!»
Queste benedette parole gli erano di nuovo uscite di bocca, quando udì i passi d’un uomo che s’accostava all’uscio. Giuntovi, battè due colpi colle nocche delle dita dicendo «Deo gratias.»
—Sempre Deo gratias, avanti—rispose frate Giorgio, ma il mal’umore col quale pronunziò queste parole, era poco d’accordo col loro senso. Aprì ed entrò un laico, che gli disse:
—Fra Benedetto vi vuole.—
Fra Giorgio immaginò tosto di che cosa si trattasse, e disse «questa tocca a me» tuttavia s’avviò francamente, e per istrada risolse, poichè gli s’offeriva l’occasione, di voler a ogni modo uscire di quel travaglio.
Trovò il suo superiore allo scrittojo: aveva gli occhiali sul naso, e stava leggendo un S. Agostino in foglio. Fra Benedetto alzò il naso all’aria per porre sull’istessa linea le sue pupille, le lenti degli occhiali ed il viso del laico; lo guardò un momento, come se la sua fisonomia dovesse servirgli a regolar la dose nella predica che stava per fargli.
La faccia di Fra Giorgio era compunta e modesta, ma sul suo viso la modestia e la compunzione in quel momento mettevan paura.
Pure il buon vecchio facendosi animo, e vincendo la ripugnanza che provava ad entrar in materia così strettamente con un tal uomo, si tolse gli occhiali, li depose sul libro, e disse:
—Fra Giorgio, da un pezzo in qua mi vo avvedendo di certe cose che poco mi piacciono. Forse avrei dovuto farvi motto prima d’ora: ma dubitando di non mi apporre quando pensavo male del fatto vostro, ed anco aspettando a ogni modo che voi vi dovessi mutare, sono stato cheto. Ma ora egli è pur forza ch’io faccia il debito. Che novità son queste figlio benedetto? Io non vi trovo più sollecito com’una volta all’ufficio vostro. Una volta voi eri sempre in chiesa, e non v’era modo a spiccarvi dalle predelle. Una volta voi ascoltavi le riprensioni con faccia serena e tutto volenteroso di far bene. Ora vi veggo sempre scuro in viso, se vi si parla, e’ pare che l’abbiate per male; i frati non hanno altro che dire «Fra Giorgio è tutt’un altro.... non ci si può più combattere.» Ricordatevi, figliuol mio, la miglior parte della vita l’avete data al demonio, il Signore potea lasciarvi nella via dell’inferno, v’ha usata misericordia, non ripigliate ciò che gli avete donato, ora che avete consacrato a lui l’altra parte, gli anni che vi rimangon di vita; non tornate addietro, figliuolo.... Sta mattina poi in tempo di messa!..... vi par egli? un disordine, uno scandalo a quel modo?
E’ mi duole d’avervi a riprendere d’un fatto nel quale mi ci trovo di mezzo io.... non vorrei (già noi siamo tutti miserabili a un modo!)... c’entrasse punto di ruggine con voi, perchè avete riso di me.... del mio sgomento. Ho errato anch’io figliuolo, lo confesso, se fossi stato col pensiero in Dio, com’era dovere, non ne sarei stato distolto da così poca cosa! Dunque che ci resta a fare? Umiliarci tutti a due, riconoscere che siamo fragili, che senza la grazia possiamo cadere ad ogni passo, e perciò non mancare di far quanto è in noi colle orazioni e colle penitenze per ottenerla.—
Fra Giorgio che una riprensione acerba avrebbe forse irritato, si sentì commovere dalla mansuetudine, e dall’umiltà candida del suo superiore.
—Voi siete un Santo, gli disse, ed ho avuto mille torti... ma....—
—No figliuolo, non sono santo, son peccatore più di voi, e pur troppo lo so io come sto! Ma questo ora non ci ha che fare. Ho caro vedere che conosciate il vostro errore; tanto volevo. I mal abiti son come la gramigna, la sradichi da una parte, rigermoglia dall’altra: vi compatisco,... aver per tanti anni vissuto ne’ campi tra soldati, in mezzo ad uomini sfrenati, si fa l’uso a quel vivere sciolto, pieno di fortune diverse, se poi l’uomo si vuole assestare... è dura fatica... vi compatisco. Ma (seguiva sorridendo affinchè un’ombra di scherzo addolcisse ancor più la riprensione) anche qui si tratta di guerreggiare, e si vuol distruggere i nemici vecchi; in questa guerra tocca a tutti ad armarsi, ed a noi più degli altri, s’ha a star sempre all’erta, a combatter sempre... violenti rapiunt illud.—
Prima di riferire la risposta di Fra Giorgio preghiamo il lettore a pensare se gli accade mai nel trattare con alcuno a quattr’occhi di cosa che molto gli prema, udir verbigrazia una parola che assorbe interamente la sua attenzione: l’altro va innanzi col discorso, ed egli ruminando su quella parola, non l’ode: ritorna poi in se, vuol riprendere il filo del ragionamento, ma non avendo ascoltato tutto, nascon equivoci e per intendersi bisogna ricominciar da capo? Se questa situazione non riesce nuova al nostro lettore sarà forse peggio per i suoi affari, ma è meglio senza dubbio per l’intelligenza di quest’istoria, poichè a Fra Giorgio accadde di trovarsi appunto in questo caso.
Avendo ritratto dalle prime parole del suo superiore che era in bonis più che non s’aspettava, invece d’ascoltarlo con attenzione sino al fine, si pose a studiare in qual modo avesse a dire per fargli conoscere che non ne voleva saper altro di far il frate; onde tutta la predica di Fra Benedetto se giunse all’orecchio del laico non penetrò certo più innanzi; soltanto a quest’ultime frasi «anche qui si tratta di guerreggiare... in questa guerra tocca a tutti ad armarsi... ecc. ecc.» si riscosse, ed il suo cervello balzano, che difficilmente poteva capir più d’un’idea per volta, la interpretò nel senso che più faceva per lui.
Si sentì consolar tutto, ed in cuore disse: «Avrà capito anche lui che se non ci ajutiamo tutti contro quest’Imperiali, e se i frati essi pure non danno una mano, la vuol finir male... Tutto il male non vien per nuocer! La nespola di stamattina l’ha persuaso, che l’affare si mette al serio.»
Questi pensieri però che hanno voluto da noi più d’una pagina di spiegazione, passarono come un baleno per la mente di Fra Giorgio, il quale tenendo superata ogni difficoltà, disse coll’effusione di chi vede aprirsi inaspettatamente una porta ai proprj desiderj:
Fra Benedetto, io non ho altro desiderio al mondo... e se io stavo tanto di mala voglia da un pezzo in qua, sappiatelo, e’ non è stato altro che per questo: ch’io mi tengo coll’ajuto di Dio pur anco buono da qual cosa, e mi pareva portarmi troppo rimessamente in questa guerra (al contrario dell’altra ove mi son travagliato per tanti anni, e pur troppo quasi sempre a mal fine) io son certo che il combattere mi sarà merito innanzi Iddio, ed ho in animo di farlo,.... e farò il meglio ch’io saprò e voglia così Iddio farmi degno della sua gloria, e fosse oggi piuttosto che domani.
Il vecchio seguitando ad intenderla a modo suo, parte si maravigliò vedendo tanto fervore nel laico, chè tutt’altro aspettava, e disse fra se «Oh tò!... gli ha ripreso per questo verso ora!» Pure contentissimo di trovarlo in così buone disposizioni, soggiunse:
—Che siate benedetto figliuol mio! benedetto mille volte.... Già e’ non si sbaglia (e gli batteva sorridendo sul braccio) questi bravacci se fanno tanto di volgersi al bene, lo fanno poi senza risparmio;... tutto sta a saperli indirizzare... Orsù dunque quel gran core che avete mostrato nelle guerre che dicevate testè per fini mondani, è tempo d’adoprarlo ora in questa per fini santi: il contrasto sarà lungo e grave, il nemico possente ed astuto... leo rugiens...... ma Iddio sarà con voi...... non vi spaventi....—
—Spaventarmi? rispose Fra Giorgio maravigliato, e sorridendo; non ho mai saputo di che colore ella fosse la paura.—
E, soggiunse sottovoce.—L’hai proprio trovato chi si spaventa.—
—Lo so, lo so, non siete pauroso, ma badiamo veh! anche il confidar troppo nelle nostre forze, è male, e male grave, ma non vo’ aggiunger altro per ora.... non mettiamo troppa carne a bollire. Andate, ed il Signore v’ajuti e vi dia forza.
Fra Giorgio si mosse per partire. Giunto all’uscio gli sorse un pensiero in mente, e tornato addietro, riprese:
—Fra Benedetto, io v’ho a domandare una grazia.
—Dite.... purch’io possa.—
—Oh quando sia per questo, basta che voi vogliate.... Ma capisco ancor io.... e’ non istà bene... chi dà e poi ripiglia.... dice il proverbio.... all’inferno si scapiglia.... ma non trovo altro modo.... non ve l’avrete per male....—
—Be’ dite su.... parlate francamente.—
—Ecco vedete.... io non son uso così a piede... son della scuola vecchia, intendete!.... Chè soltanto da un vent’anni in qua, si vede (lasciamo star gli Svizzeri) buona gente mettersi nelle fanterie.... e si può dire anzi che il primo a metterle in riputazione è stato il sig. Gonzalo Hernandez.... via, il Gran Capitano.... l’avrete inteso nominare.... e per dir il vero e’ gli venne fatto molto bene; che alla giornata della Cerignola gli uomini d’arme francesi.... se gli aveste veduti caricar una battaglia di que’ fanti spagnuoli pareva n’avesser a far tonnina: ma loro fermi colle picche spianate parevan inchiodati alla terra.... e quei terremoti di francesi addosso come fulmini... Saint Denis!... Saint Denis! non ci è Saint Denis che tenga, era come percuotere in un bastione.—
Immagini il lettore se Fra Benedetto udendo questo discorso spalancava gli occhi, e credea che a Fra Giorgio desse di volta del tutto. Ma non era finito.
—Basta: lasciamo star le fanterie... So bene, anche tra loro sono di valentuomini.... ma ognuno ha da far l’arte sua: ed io mi trovo ormai troppo innanzi cogli anni per impararne una nuova, e se voi volete ch’io possa far cosa buona mi dovete concedere... conosco ch’è un grand’ardire il mio... voi vi maraviglierete.... ma ai termini ov’è ridotta la città non mi riuscirebbe, cred’io, neppur con dugento ducati.... chi l’ha l’adopera per se.... e poi già chi me li darebbe questi danari; insomma, per non allungarla di più, se voi non mi date licenza ch’io mi possa valere del mio cavallo, io mi troverò impacciato.—
A metà di questo discorso Fra Benedetto s’era di nuovo posti gli occhiali, ed appoggiando ambe le mani sui bracciuoli del seggiolone si faceva innanzi colla persona alzando il capo verso il laico, e guardandolo fiso, fiso. Quando finì di parlare il vecchio tacque per mezzo minuto pur seguitando a guardarlo, poi con voce che sonava somma maraviglia, disse due o tre volte:—
—Cavallo? Cavallo? Oh che Domin c’entra il cavallo? Ma a che modo l’intendete? V’ho io detto forse che andassi a giostrare?—
—Ma Fra Benedetto mio, e’ non è mal di giostra; chè qui si fa da maladetto senno... e, com’io v’ho detto, e’ mi basta la vista ancora di far il mestiero a cavallo... ma a piede!—
—E chi v’ha detto di far il mestiero? e di farlo a cavallo o a piede?... col ben che Dio vi dia! Che pazzie son queste? Vi dico di far l’ufficio di buon religioso, d’attendere all’anima, alle cose di Dio... e vo’ m’uscite fuori col cavallo, colle picche e colle fanterie! E’ mi par che vogliate la baja del fatto mio! Andate, andate che vo’ m’avete chiarito... ed io che gli davo retta! Oh Signore, Signore, dammi pazienza con costui!—
—Fra Benedetto.... non v’adirate, disse Fra Giorgio accortosi dallo sbaglio, e tutto doloroso di trovarsi da capo quando già credeva d’aver aggiustate le cose sue. E’ non c’è mal nessuno..... vo’ l’intendete a un modo, io l’intendevo a un altro.—
Visto poi che il superiore taceva e soffiava con certi scrollamenti di capo che non presagivano nulla di bene, si risolse in tutto, dacchè si trovava avere scoperto l’animo suo, di volerla vincer egli; e venendo un tratto a mezza spada, disse col fare di chi non è più per tornare addietro:
—Orsù Fra Benedetto, ascoltatemi. Se voi non mandavi per me sarei venuto di mio, ch’io mi trovo in troppo travaglio per poterla durare. Io vi confesso che stamattina ho fatto errore in tempo di messa, e vi prego a perdonarmi come spero mi vorrà perdonare il mio Signore Iddio. Io vi confesso che gli altri frati hanno mille ragioni di dolersi di me, che i miei portamenti non sono quelli d’un buon religioso. Io sono un omaccio, un pezzo di carne cattiva.... ma forse ci ho che far io s’i’ mi sento struggere, s’i’ perdo il sonno, s’i’ mi rodo giorno e notte di non trovarmi in sulle mura quando vi si fa all’archibusate!.... Ci ho che far io se ho una natura tanto nuova, tanto pazza.... dite pure tanto perversa, che io non ho bene se non quando mi trovo in mezzo alle picche, agli archibusi, alle busse e a mille malanni?.... Io non ho mancato di far il dovere, come m’avete insegnato, per ispegnere codeste fantasie: io digiuni, io orazioni, io discipline.... E sono stati scherzi! Ora io vi protesto che il mio cuore non s’è discostato un dito dal glorioso barone S. Domenico, nè dalla sua santa regola, e ch’io voglio vivere e morire in quella. Io mi ricordo de’ miei peccati, e so che ho da farne la penitenza... e la vo’ fare. A questa guerra io non ci vo’ nè per avvantaggiarmi, nè per salire in grado, nè per altri fini mondani. Io ci vo’ perchè a questo modo io non ci posso stare, ch’io impazzerei; ci vo’ per difendere questo stato popolare, come volle il nostro Beato Fra Girolamo.... e quanto alla penitenza voi la farete in convento, io su per le mura alla neve, e al freddo; voi digiunerete ed io digiunerò; voi farete le discipline e io troverò ronche e spiedi che mi conceranno Dio sa come!
Io non sono in sacris.... sapete voi s’io ho lettere latine!... Ma lo fossi anco... la buona memoria del cardinale Sanseverino l’ho veduto con questo pajo d’occhi (chè allora ce gli aveva tutt’a due) alla giornata di Ravenna su un bel bajo turco, tanto bene a cavallo, tanto ardito e ben armato che io ne disgrado il sig. Giovanni,[6] e Napoleone Orsino, l’Abatino di Farfa, non corr’egli Casentino co’ suoi cavalleggieri? e poi tant’altri.... E se v’è caso in cui anche voi altri preti dobbiate ajutar la difesa, è questo senza dubbio; e volete che ve la canti chiara? Quest’esercito non è per far da motteggio, e vedo di gran nugoli serrarsi addosso Firenze, e se ognuno di noi non val per tre, e’ può venire il punto che ce n’abbiamo a pentire.... Li conosco questi Bisogni[7], questi Lanzi gli ho veduti al sacco di Roma.... dove pur troppo.... anch’io.... basta, Iddio mel perdoni.... e se riescono a rovinar in città un giorno o l’altro addio Parigi... e’ non vi sarà nè chiesa nè convento che tenga. Ora voi m’avete inteso, conoscete l’animo mio; datemi dunque buona licenza, e coll’ajuto di Dio non ve n’avrete a pentire.—
Il buon vecchio udendo quel parlare cotanto risoluto, rimase senza parola. Egli non era sprovveduto di quel coraggio che sostiene l’uomo virtuoso quando si tratta d’adempiere al proprio dovere, ma come s’è veduto, l’ardire proprio de’ soldati non era il fatto suo, e si può credere che avrebbe amato meglio trovarsi un po’ più lontano da quelle benedette artiglierie: onde il vedere ora un uomo sui confini della vecchiaja che mostrava non poter più vivere se non andava a cacciarsi in mezzo alle schioppettate, gli parve cosa tanto pazza che credette il povero laico presso ad uscir di senno.
Perciò si guardò bene dallo sgridarlo, ed anzi considerando la cosa così in fretta in fretta disse tra se «E’ non sarà male con buona maniera levarselo dinanzi prima che ne faccia qualcuna delle sue e mandi a soqquadro la casa» e senza mostrarsi alterato gli rispose:
—Certo non mi sarei mai aspettato.... ma se avete tanto desiderio... che per me non so intendere... basta, se così vi piace... non essendo voi in sacris vi si potrà concedere. Ma riflettete bene a quanti pericoli andate incontro; pazienza quelli del corpo. Ma per l’anima come andrà? Voi tornate nella via vecchia, tornate in mezzo alle male compagnie, tra ribaldi che vi porranno innanzi mille occasioni di mal fare!—
—Quanto a questo voi dite il vero; ma Iddio conosce i miei fini, egli m’ajuterà.—
—Poi ricordatevi; la difesa è lecita; ma debb’essere fatta col minor danno possibile: cum moderamine inculpatæ tutelæ, ferir le parti meno vitali, mai il capo, nè il busto.—
Il laico non si potè tenere di non sorridere un poco udendo questi precetti che mostravano quanto il superiore conoscesse i modi che si tengono nel combattere; ma pure ascoltò fino alla fine cogli occhi bassi (e non gli parve fatica, tant’era l’allegrezza che provava di sentirsi ridiventar soldato) un’ultima ammonizione di Fra Benedetto piena di consigli e di precetti sulla carità, sulla prudenza, sui buoni e cattivi esempi, e che per essere stata un po’ lunghetta pensiamo di non riferirla parola per parola. Quando fu finita, disse Fra Giorgio:
—Dunque siete contento ch’io mi valga del cavallo.—
—Sì, sì... che ad ogni modo le noci son macinate, e per l’olive serve il ciuco... Che Dio vi benedica.—
Fra Giorgio se n’andò contento. L’altro guardandogli dietro giunse le mani, strinse le labbra, ed alzò gli occhi al cielo.
CAPITOLO IV.
—Il cavallo è trovato... e’ ti pare aver fatto tutto!... resta a vedere se ti potrà portare, che non s’ha a far i conti senza l’oste.—
Così diceva Fra Giorgio avviandosi verso la stalla. Andava pensoso, col cuore piccino piccino, come chi trovandosi costretto a far una spesa e non avendo numerati da un pezzo i quattrini che ha in borsa, si dispone a contarli, ma il cuore gli dice che non arriveranno.
Ne’ primi tempi dopo che era entrato in convento, ogni tanto andava a trovare il suo cavallo e sempre s’ingegnava di razzolar qualche cosa per supplire alla scarsità e cattiva natura della pietanza che gli somministrava l’ortolano. Per una bestia avvezza a farsi il fianco tondo ogni giorno con paglia, orzo, e biada ci voleva altro che star ai pasti del ciuco e di due vacche smunte che erano i suoi compagni di stalla e di lavoro.
Malgrado le cure di Fra Giorgio, dopo il primo mese, l’ossa dell’anche cominciarono a sorgere, indi a numerarsi le costole: il collo, la schiena e la groppa s’avvezzarono a star abitualmente sull’istessa linea, l’orecchie anch’esse non potendo più opporsi alla legge di gravità si chinarono sulle tempie, l’occhio divenne malinconico, ed il povero Grifone (così gli avea posto nome il Fanfulla d’altre volte) acquistò la seria ed afflitta immobilità del ciuco suo vicino.
Fra Giorgio, non reggendogli il cuore di veder questa brutta metamorfosi fino al fine, l’abbandonò per disperato e da più d’un anno non avea messo piede in istalla. V’entrò adesso preparato al peggio.
Al di sopra delle vacche e dell’asino vide sorgere il dorso del suo sventurato Grifone: ma pareva un di quegli animalacci rari che si conservano ne’ musei, o per dir meglio la loro pelle retta su quattro stili, e pochi regoli in traverso, ed imbottita qua e là di paglia e di borra.
Fra Giorgio si messe le mani ai capegli e fu per voltarsi a fuggire com’avesse veduta la versiera. Pure si rattenne. Fin che v’era filo di speranza non volle rinunciarvi. Considerò le spalle e le zampe, e non gli parve di trovarvi gran male: fece di metter insieme uno stajo tra orzo e biada, e dopo averlo abbeverato, glielo pose innanzi.
«A corpo pieno ci riparleremo» disse, e per allora lo lasciò stare.
Pensò di dare intanto un’occhiata alle sue armi dicendo: «Anche qui vi saran de’ guai.» S’avviò ad una camera terrena specie di guardaroba, ove le avea lasciate per vestir l’abito. Era uno stanzone posto in un angolo del chiostro, e vi giaceva buttato alla rinfusa un monte di mobile vecchio, di suppellettili di sagrestia; v’erano scale, legnami a stagionare, orci, stuoje vecchie, mele a maturar sulla paglia, agli e cipolle appiccate alle chiavi della volta, ed in mezzo a questa confusione trovò, parte pendenti dal muro, parte caduti in terra, tutti i pezzi che componevano il suo arnese, colla sella, la briglia e gli altri guernimenti del cavallo. I ferri erano pieni di ruggine; le cuoja screpolate coperte d’un velluto di muffa verde e turchina.
De’ ragnateli poi e della polvere non se ne parla.
Raccozzò ogni cosa alla meglio e portò il tutto nella sua cella: aiutandosi con olio e con un pezzo di legno dolce si diede a giocar di schiena finchè dopo un’ora buona di lavoro ebbe scoperto che la ruggine non avea tanto danneggiate quell’armi da renderle inservibili.
Tornato alla stalla ove il cavallo s’era un poco ristorato dallo stento, lo sciolse dalla mangiatoja, e lo trasse in una piccol’aja che era tra la casa e l’orto. Dopo avergli infilata la briglia, con un salto si trovò su, e così a bardosso cominciò a provare a farlo muovere in volta. La povera bestia trovandosi satolla, e non le era accaduto da un pezzo, avea ripreso spirito, e si maneggiava ancora meglio che il cavaliere non avrebbe pensato.
Questi saltò a terra molto contento e confortandosi che un migliore scotto per qualche giorno l’avrebbe finita di risuscitare, ritornò nella sua cella.
Per non perder tempo (chè ad ogni minuto si sentiva crescer la smania) dispose d’uscir tosto per cercare ove potesse venir adoperato. Si rassettò i capelli e la barba, scosse la tonaca, e tiratosi in sugli occhi il cappuccio, si trovò presto sulla piazza S. Marco avviato verso il Renajo de’ Serristori (passato il ponte Rubaconte, ora detto alle Grazie) ove abitava il signor Malatesta Baglioni capitan generale de’ Fiorentini.
Il tempo ch’egli impiegherà per istrada non crediamo inutile (prima d’entrare in altro) impiegarlo a por sottocchio al lettore a qual termine si trovasse allora Firenze, ed a ricordargli le congiunture politiche, che ve l’avevan condotta.
Dai primi anni del secolo XVI l’Europa si trovava sconvolta.
Tre uomini ai quali era dato trarsi dietro la moltitudine coll’autorità del grado, colla potenza dell’armi, o con quella dell’ingegno, Carlo V, Francesco I e Martino Lutero, parve in quel tempo facessero a chi di loro poteva metter più sottosopra l’umanità.
I due primi divenuti nemici, dacchè cessarono di essere rivali nelle loro pretensioni alla corona Imperiale ottenuta da Carlo, mossero l’un contro l’altro, e durarono finchè vissero in un’alternativa continua di guerre lunghe, atroci, macchiate di frode e di crudeltà, e di brevi paci accordate vilmente, ed oltraggiosamente turbate.
Il terzo, povero frate Agostiniano armato di dottrina, d’ingegno, d’audacia ad ogni prova, potente de’ mali umori che gli abusi della giurisdizione ecclesiastica avean generati tra popoli della Germania destò quell’incendio, che dovea consumare il cattolicismo nella metà dell’Europa.
L’ambizione, l’amore di gloria vana e avventurosa, ed il fanatismo di religione, che erano le passioni dominanti di questi tre uomini, divennero le passioni di tutti nel secolo XVI, al principiar del quale l’umana società entrò per una strada nuova, che dovea battere senza guardarsi indietro sino a tutto il XVIII.
I re che fin allora avean condotte a stento guerre brevi e locali coll’ajuto di vassalli mal domi obbligati a seguirli soltanto per un tempo limitato, trovarono danari aumentando le gravezze, per pagar soldati i quali non lasciavan mai le bandiere e stavano a posta del principe dove e quanto pareva a lui. Furono allora posti i fondamenti di quel sistema d’eserciti numerosi e stanziali, e di tasse sempre maggiori; sistema che uscito d’ogni termine ragionevole, partorì all’età nostra gravissime difficoltà.
La politica per tener dietro a questo nuovo stato, dove pel passato era quasi interamente circoscritta entro i limiti d’ogni nazione, si dilatò, e concepì il disegno di stabilire l’equilibrio Europeo, pel quale i governi venuti a potenza maggiore e più compatta si sostennero a vicenda sodando in certo modo gli uni per gli altri.
La religione fondata sin allora sull’autorità, fu scossa dalla dottrina dell’esame individuale, e la fede rovinando si sminuzzò, se ci si concede l’espressione, in altrettante quanti erano i seguaci della riforma. Le forze di questa intromettendosi tra i monarchi rivali ora ne turbarono ora ne ajutarono i disegni, rendendo più complicate le loro gare cui dovettero prender parte più o meno tutti gli stati minori.
Narrare le tante vicende che ne seguirono, non fa per la nostra storia. Basterà toccare rapidamente quelle che ebbero più diretta influenza sui destini de’ Fiorentini.
Dopo il trattato di Madrid col quale Francesco I ricuperò la libertà, si conobbe tosto che le sventure ed i poco generosi trattamenti di Carlo V aveano spenta nel monarca francese quella lealtà cavalleresca che lo avea tante volte indotto a spinger la fiducia sino alla credulità, e la generosità sino all’imprudenza.
Non solo trovò il modo di coonestare il rifiuto di cedere la Borgogna secondo l’accordo, ma si fece capo d’una lega contro Carlo V, detta la lega Santa, cui s’accostarono i principali stati d’Italia che la smisurata potenza dell’Imperatore metteva in sospetto.
S’unirono il Duca Sforza, Clemente VII, ed i Fiorentini, i quali dovettero servire ai disegni d’un Papa di casa Medici padrona allora della città. Ma da una parte il Duca d’Urbino capitano dell’esercito della lega, ricordando le ingiurie sofferte da quella famiglia[8] non v’andò mai di buone gambe, dall’altra il re Francesco, mirando solo ad ottener la libertà de’ suoi figli rimasti in Ispagna per istatichi, si valeva degli sforzi degl’Italiani per avvalorare le sue continue istanze presso la corte di Madrid, rovesciando su di essi tutto il peso della guerra.
I collegati s’avvidero presto della sua dubbia fede, e raffreddandosi pensarono ciascuno ai proprj interessi.
Il Papa cui i Colonnesi intesi con D. Ugo di Moncada vicerè di Napoli, avevano assaltato e costretto a rifuggirsi in Castel S. Angelo, conchiuse un accordo pel quale dovette essere il primo a staccarsi dalla lega, e richiamare le sue genti di Lombardia. Queste cose accadevano nel 1526.
Intanto Carlo V ingrossava in Italia. Le soldatesche calatevi con Giorgio di Fransperg s’erano unite a Borbone, e si movevano alla volta di Roma, il Papa preso allo zimbello d’una tregua conchiusa col vicerè credette poter esser sicuro, e licenziò il suo esercito. Ma i soldati di Borbone senza curarsi della tregua o d’altro, presero Roma e le dettero quel sacco memorando che narrammo nel II capitolo.
I Fiorentini allora tenendo Clemente VII per ispacciato, levarono il rumore e dopo aver cacciati, quasi sotto gli occhi dell’esercito della lega, il Cardinale di Cortona, ed Ippolito ed Alessandro de’ Medici, riformarono la città, e ripresero a reggersi a popolo.
Ma il nuovo stato avea poco saldi fondamenti.
Non faceva per Carlo V che i Fiorentini, costanti da così lungo tempo nell’amicizia di Francia, rimanessero in libertà. Il papa voleva ad ogni costo veder prima di morire la sua famiglia stabilita nella Signoria di Firenze; ed i Veneziani, per quella politica creduta sottile dagli Stati italiani, finchè l’ebber poi vista partorire alla spicciolata la rovina di tutti, desideravano, e forse erano per ajutare copertamente lo strazio de’ Fiorentini. Il solo re Francesco avrebbe potuto e dovuto difenderli, ma presto s’avvidero (e molti se ne sono avveduti in appresso) che i Francesi sapeano mirabilmente trarre altri in impaccio per utile proprio, e lasciar poi che n’uscissero come potevano.
L’Imperatore volendo passar in Italia, e riordinarla a suo modo prima di pensar alle cose della Germania, conobbe aver bisogno che qualche principe italiano tenesse dalla sua. Il papa che da molto tempo faceva istanze per ottener pace venne scelto per alleato da Carlo, il quale desiderava cancellar gli oltraggi fatti soffrire dalle sue soldatesche al capo della chiesa.
Mentre si stavano lentamente discutendo i capitoli della pace generale fra Carlo, Francesco ed i loro alleati, l’Europa udì con sorpresa che il trattato di Barcellona avea terminate le differenze tra il papa e l’imperatore, il quale fra gli altri impegni aveva assunto quello di stabilire in Firenze il dominio de’ Medici[9].
Quest’infelice città vide addensarsi il nembo sospeso sul suo capo; e quando il re Francesco ebbe poco dopo firmata anch’esso la pace di Cambrai abbandonando, ad eterna sua vergogna, tutti i suoi alleati[10]; conobbero i Fiorentini che non dovean porre oramai speranza di salute che in Dio, nella giustizia della loro causa, ed in loro stessi.
Ma per potere usar le proprie forze avrebber dovuto esser tra loro d’un volere medesimo.
Invece, le parti de’ Piagnoni e de’ Palleschi[11] inconciliabili per odj vecchi, e per fresche ingiurie tenean divisa la città.
Quelli tra cittadini che eran saliti in riputazione, ed arricchitisi all’ombra della casa Medici, uomini la più parte di buon tempo, amanti de’ piaceri e dello sfarzo; ed anco molti tra i popolani e gli operai cui il largo spendere di quella famiglia facea far grossi guadagni, ne avean veduta con dolore la cacciata, eran presti ad afferrar l’occasione per farla ritornare, e la loro parte, nominandosi dallo stemma Mediceo (sei palle rosse in campo d’oro) era detta Pallesca. Costoro non si curavano della libertà ed amavano meglio il viver lieto, e la licenza di costumi di che godevano sotto il reggimento de’ Medici.
I loro avversarj allievi, per dir così, di fra Girolamo Savonarola, e seguaci della sua stretta dottrina, professavano somma austerità di vita, orrore per gli spassi e pei divertimenti ancorchè leciti, e favorivano la democrazia nel senso più esteso. L’abito d’aver sempre alla bocca massime di morale e precetti d’austerità, e di deplorare continuamente le sfrenatezze del vivere mondano, fu cagione che venisser detti Piagnoni.
Se poi questo zelo per la religione e la libertà fosse sincero in ognuno, o se a molti servisse per mascherare disegni violenti ed ambiziosi, non assumeremo deciderlo. Poichè in ogni tempo i capi di parte hanno scritto sulla loro bandiera «Noi vogliamo religione, libertà, giustizia per tutti» e così hanno trovato chi li seguisse: che invece ad avervi scritto ciò che spesso era vero «Noi vogliamo religione che serva a noi, libertà a noi soli, e giustizia a modo nostro» non avrebber trovato; e quantunque una tal riflessione paja ovvia, gran parte de’ guai del mondo e accaduta appunto dal non averla avvertita.
Il contrasto tra queste due parti era però tutt’altro che palese. I Piagnoni tenevano la città, ed ai Palleschi pareva far molto a potervi stare nascondendo con ogni studio i loro pensieri: ed ottenevano a forza d’ipocrisia di non esser taglieggiati, posti al tormento per ogni piccolo sospetto, e mandati al bargello, o al patibolo.
Ma per questa oppressione, crescendo in loro l’odio contro la parte nemica, supplirono alla forza coll’astuzia; e le pratiche segrete onde rimettere i Medici si mantennero sempre, e partorirono alla fine la rovina della repubblica.
Tra queste due opposte parti, come accade sempre ne’ tempi di rivoluzione, ve n’era poi una terza detta de’ Neutrali che avea desiderj più moderati. Quantunque anch’essa volesse il viver libero, avrebbe però inclinato a cercar accordo col papa, e veder se, ammettendo che i Medici tornassero come privati cittadini, si fosse potuto fuggir la guerra ed al tempo stesso salvar lo stato. Di questa setta detta anco degli Ottimati, perchè ad essa aderivano molti di costoro più ricchi e perciò più paurosi, era capo Niccolò Capponi. Essa, come vedremo, fu alla fine cagione della perdita della libertà.
Si sparse frattanto per tutta Italia la nuova essere Carlo V sbarcato a Genova con grande apparecchio: e se tutti ne rimasero commossi, i Fiorentini se ne sbigottirono più degli altri; ma ripreso animo a poco a poco pei conforti del gonfaloniere Carducci e di più altri cittadini della setta de’ Piagnoni tra quali erano principali Niccolò Guicciardini, Giovanni Battista Cei, Bernardo da Castiglione, Jacopo Gherardi e Luigi Soderini; risolsero far quelle provvisioni che potevan maggiori, ed infine voler morire piuttosto che perder la libertà.
La parte de’ Neutrali riuscì però a vincere il partito che fossero mandati ambasciatori a Cesare: vennero scelti Tommaso Soderini, Matteo Strozzi, Raffaello Girolami, Niccolò Capponi, i quali prestamente corsero a Genova.
La risposta dell’Imperatore, quantunque porta assai ammorevolmente, fu breve ed assoluta; poichè egli era fermo di voler soddisfare in tutto a Clemente VII. Le parole furono «Che si rendesse l’onore al Papa» la sostanza «Che Firenze divenisse roba di casa Medici.»
Il gran cancelliere poi usò cogli oratori modi e parole più rigide. Cavò fuori le solite pretensioni; Firenze esser feudo dell’imperio, ed i Fiorentini entrando in lega col re Francesco aver perduto e dritti e privilegi e libertà; esser ora grande umanità dell’Imperatore l’indursi a perdonar la loro perfidia ed ingratitudine al solo patto che rimettessero i Medici.
Gli ambasciatori risposero quattro parole a modo: «Firenze essere stata sempre libera e di sua ragione» e rotta la pratica partirono.
Lo svanire dell’ultime speranze d’evitar la guerra, invece d’abbatter l’animo de’ Fiorentini, lo sollevò. Con una generosità ed un ardore de’ quali ha pochi esempi la storia, e che meritavano miglior fortuna, risolsero difendersi fino agli estremi senza curarsi nè de’ tradimenti di Francia, nè dello sdegno di Clemente, nè dell’immane temerità di voler soli stare contro tutta la potenza di Carlo V.
È cosa che stringe il cuore, veder tanta moltitudine di cittadini, insieme colle donne e persin co’ fanciulli, risolver tutti con tanto ardire di volger il viso alla fortuna, affrontar con tanta prontezza d’animo i rischi d’una lotta cotanto impari, i disagi, la fame, le ferite, la morte, piuttosto che soffrire un’ingiustizia, e pensar poi a qual fine doveva riuscir tanta virtù.
Non sappiamo resistere al desiderio di far conoscere minutamente al lettore i modi che tennero per mandare ad effetto il generoso proposito, e ci teniamo sicuri ch’egli non ce ne sappia il malgrado.
CAPITOLO V.
Primieramente per partito vinto fu condotta divotamente in Firenze la Vergine Maria dell’Impruneta e la tavola di S. Maria Primerana di Fiesole che collocarono in S. Maria del Fiore nella cappella di S. Zanobi.
Poi soldarono molti capitani nuovi, massimamente di quelli delle bande nere[12], accrescendo le compagnie, onde fatta una rassegna generale si trovarono soltanto in Firenze, senza contare il contado, meglio di ottomila fanti pagati sotto sei colonnelli, e circa ottanta capitani, de’ quali ve n’erano diciassette Fiorentini.
In oltre i quattro quartieri ne’ quali si divideva Firenze, cioè S. Spirito, S. Croce, S. Giovanni e S. Maria Novella avean ciascuno quattro gonfaloni, sotto i quali era scritta la gioventù in modo che veniva a formare sedici bande di quattrocento in circa per banda, ognuna delle quali eleggeva colle più fave nere capitano, luogotenente, banderajo, sergente, e capi squadra. Queste bande armate di picche, corsaletti ed archibusi, ben ordinate ed ottimamente in arnese, eran composte d’uomini tutti dai diciassette ai 40 anni. Dovean ragunarsi una volta al mese ognuna su una piazza del proprio quartiere, ove facevano evoluzioni, e tiravano al bersaglio cogli archibusi, ed esercitandosi così in tutti gli uffici della milizia giunsero ben presto a potere stare a paragone delle fanterie pagate. Di più, era istituito che ogni anno quattro di quei giovani facessero in una delle principali chiese un’orazione ciascheduno, che trattasse della libertà[13]. Non piacque a Dio che quest’istituzione avesse lunga vita.
Oltre questi, che eran tutti soldati a piede, Amico d’Arsoli e Jacopo Bichi sanese stavano a servigi del Comune co’ loro cavalli che in tutto non sommavano a quattrocento.
A D. Ercole d’Este primogenito del duca di Ferrara era destinato il comando della milizia pagata, come capitan generale de’ Fiorentini. I Dieci gli fecero significare dovesse mettersi in ordine per cavalcare, e gli furon al tempo stesso sborsati tremila cinquecento ducati, quali eran tenuti somministrargli a’ termini della condotta per soldar mille fanti di guardia alla sua persona. Ma il duca Alfonso malgrado la fede data, o dubitando del papa o temendo inimicarsi l’Imperatore, trovò pretesti, e non volle nè mandare il figliuolo, nè restituire i danari.
Per questo tradimento dovettero i Fiorentini commettere il comando generale al sig. Malatesta Baglioni, figlio di Gio. Paolo, soldato della repubblica: gli mandarono a Perugia Bernardo da Verazzano oratore, che lo vezzeggiasse con tutte le maniere di carezze e d’onori, per mantenerlo in fede, onde non si lasciasse corrompere dal papa che era intento a ciò continuamente.
Malatesta accettò ed assunse il comando per disgrazia de’ Fiorentini.
Viene in mente alla prima il domandare perchè questi si fidassero tanto d’un uomo che per molti motivi dovevano aver in sospetto? Prima il tempo stringeva, e non era facile così subito trovar un altro che nelle cose della guerra valesse quanto Malatesta. Poi gli ordini della milizia in quel secolo eran talmente instabili, e la disciplina così corrotta, che i diversi capi delle bande che costituivan l’esercito non si sarebbero piegati mai ad ubbidire ad un loro eguale innalzato dalle sue virtù al comando supremo, e comportavano appena di star soggetti a chi poteva dirsi principe indipendente.
Acciocchè non mancassero i danari per pagare queste genti, vennero eletti sedici ufficiali detti di Banco, i quali tra tutti avessero a servire il Comune d’ottantamila fiorini. Fissandosi per loro utile a ragione di dodici per cento. Si creò un magistrato di quattro cittadini il quale dovesse porre un accatto che non s’avesse a rendere; e nel tempo stesso fu ordinato che si restituissero i residui delle imposizioni passate. Si vendettero all’incanto tutti i beni di ciascuna delle ventun’arti, e quelli delle fraternità e compagnie così della città come del contado. Clemente VII, con suo breve aveva conceduto che questi beni ecclesiastici si potessero vendere quando in Firenze erano ancora i Medici, onde il danaro che se ne ricavasse fosse adoperato da questi per mantenersi nello stato. Non s’era fatto uso in allora di questa licenza, che fu messa ora a profitto in difesa della libertà.
Prima del 1526 le mura erano difese da innumerabili torri, che i Medici fecero abbattere per consiglio di Pietro Navarro. Ora Michelangelo Bonarroti, che avea bensì mostrato tentennare scostandosi da Firenze quand’era minacciata, ma poi tosto tornato in se vi s’era condotto per far il dovere di buon cittadino, diede opera di fortificare d’ogni parte le mura. Chiuse nel loro circuito il colle che sta fra Porta S. Niccolò e S. Miniato, circondandolo con un bastione, e mettendo in fortezza il convento, la chiesa, ed il campanile di S. Miniato. Condusse molti altri bastioni dove gli parean bisognare, coi loro fianchi e fosse, e bombardiere secondo insegnava l’arte in quel tempo.
La corteccia di fuori di tali bastioni era di mattoni crudi fatti di terra pesta mescolata col capecchio trito: di dentro era di terra e stipa molto bene stretta e pigiata.
Nel consiglio degli ottanta fu vinta una provvigione «che i borghi della città si dovessero incontanente tutti rovinare dai fondamenti, e tutti gli edificj d’intorno a un miglio, o piccoli o grandi, così sacri, come profani, che potessero recare o comodità alcuna a quei di fuori, o scomodità a quei di dentro si spianassero e mandassono a terra ecc.»
I padroni però furono scritti come creditori del valore riconosciuto secondo la stima.
I borghi erano in quel tempo quasi altrettante città, il contado pieno per tutto di case, di ville, di palazzi, con orti e giardini, più ricco e meglio ornato che paese del mondo. Non è possibile immaginare il danno che risultò sì al pubblico che ai privati da questa distruzione nella quale vi ebbero famiglie peggiorate più che di ventimila fiorini.
Ma i cittadini non guardando nè a danari nè a possessioni accolsero animosamente la provvisione ed uscendo a frotta giovani, vecchi, ricchi e poveri ed i padroni istessi andavano a questa o a quella villa, e non solo rovinavan le case, ma guastavan gli orti ed i giardini, le fontane, i vivaj ed abbattendo colle scuri gli alberi fruttiferi, o di bellezza, sbarbando viti, ulivi, cedri, melaranci, tornavano a Firenze con muli ed asini carichi di fascine che si adoperavano poi nell’innalzare i bastioni.
Gli edificj di maggior solidità si rovinavano con un istrumento fatto a guisa d’ariete: era una trave che retta orizzontalmente in bilico colle funi veniva dimenata e spinta con grandissima forza da molti uomini, i quali battendo con essa a furore, inanimando l’un l’altro colle voci e colle grida mandavano a terra lunghi tratti di muro.
Il volgo dava a quest’ordigno un nome che non ci è lecito porre sott’occhio al lettore; in altro modo era detto Battitojo.
Accadde nel corso di queste devastazioni un fatto che mostra, quanto dagli uomini di quel secolo fossero tenute in pregio le arti.
Una turba di cittadini, soldati e contadini, avean gettato a terra con una di quelle macchine buona parte della chiesa e del convento di S. Salvi. Giunti colla rovina in luogo d’onde si scoperse loro il refettorio nel quale era dipinto il Cenacolo, opera di Andrea del Sarto, ad un tratto tutti quanti si fermarono quasi fossero loro cadute le braccia: nè bastando l’animo ad alcuno di metter le mani su quell’opera maravigliosa lasciarono in piedi quel pezzo di muro e la pittura rimase intera.
Il palazzo di Jacopo Salviati, la villa di Careggi di casa Medici vennero arsi da una brigata di giovani guidati da Dante e Lorenzo Da Castiglione, de’ più fieri nemici che avesse questa famiglia. A Castello ed a Poggio a Cajano per poco non toccava la stessa sorte.
Queste arsioni però non essendo fatte in servigio della città ma soltanto per isfogar l’odio contro i nemici, vennero biasimate dagli uomini gravi, ed il gonfaloniere Carduccio diede commissione onde ne fossero castigati gli autori. Ma il tempo non comportava troppa severità contro tali insolenze, e la commissione non ebbe effetto.
Il principe d’Orange vicerè di Napoli aveva frattanto ricevuto l’ordine dall’Imperatore di mettere insieme le genti e muoverle contro lo stato fiorentino ad ogni richiesta del papa. Giunse il vicerè a Roma agli ultimi di luglio con cento cavalli e mille archibusieri, e s’alloggiò in Borgo nel palazzo Salviati.
Venuto a parlamento con S. S. vi fu molto che fare prima che si mettessero d’accordo.
Al papa, di natura stretto e sospettoso, parea fatica lo spendere e l’anticipar sussidj; il principe vicerè, persona altiera, non potea patire che si procedesse con tanta miseria in un’impresa così importante. Convennero finalmente nelle somme da sborsarsi dalla Camera Apostolica, ed il principe andò all’Aquila ove era rimasto l’esercito guidato da Gian d’Urbino, per farlo muovere verso Fuligno ove si dovea far la massa.
In questo tempo Roma commossa dagli apparecchi d’una tal guerra s’andava empiendo di genti d’arme. Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani, soldati di ventura, s’arruolavano a torme tratti dalla cupidigia di saccheggiar Firenze. Si tenevano tanto sicuri del fatto (e seguitiamo a lodare il buon tempo antico!) che v’ebbe di quelli i quali essendo citati in giudizio, e dubitando per questo ritardo di non giungere in tempo, protestarono agli avversarj loro pei danni ed interessi del non trovarsi al sacco di Firenze.
Il papa sentendosi offeso perchè la repubblica avea mandati ambasciatori all’Imperatore e non a lui, si mostrava tanto infiammato a volersi vendicare che non v’era chi ardisse tentar di placarlo. Due soli cittadini fiorentini, Jacopo Salviati e Roberto Pucci, gli parlarono a viso aperto, facendogli considerare a quanto rischio mettesse la sua patria, ed a quanta infamia esponesse se stesso.
Ma Clemente s’era fatto a credere che i Fiorentini fossero per piegarsi, prima d’esser ridotti agli estremi, nè si distolse punto dal suo proposito.
Per cura del principe d’Orange l’esercito si trovò presto riunito nelle pianure intorno a Fuligno, in numero di trentacinquemila fanti, e circa milledugento cavalli. Tra questi si trovavano i tedeschi condotti in Italia da Giorgio di Frondsberg, o per dir meglio quelli avanzati alla guerra, alla peste di Roma, ed alla fame di Napoli, soldati veterani, valentissimi.
I primi signori e condottieri d’Italia guidavano queste genti. Tra principali capitani si contavano D. Ferrante Gonzaga fratello del marchese di Mantova, Pier Luigi Farnese, Giovanni Battista Savello Marzio, Piero, Sciarra Colonna, il conte Pier Maria Rossi di S. Secondo di Parma, Alessandro Vitelli da Città di Castello, Braccio e Sforza Baglioni: più tardi sopravvenne il marchese del Vasto monsignor Ascalino Astigiano, e Giovanni da Sassatello, il quale avendo preso soldo da’ Fiorentini pensò bene senza render loro i danari di condurre i suoi tremila soldati al campo d’Orange.
Fabrizio Maramaldo di nazione sardo senza esser nè condotto, nè chiamato a servir l’Imperatore, predava intanto e taglieggiava sul Sanese, e su quel di Volterra con tremila più malandrini che soldati.
Questo era il bell’ordine di guerreggiare che s’usava in quel tempo.
Perugia, Cortona, Arezzo caddero presto in mano degl’Imperiali che per il Val d’Arno di sopra scendevano senza grandi ostacoli verso Firenze.
I progressi del nemico avevano alquanto commosso gli animi di molti cittadini, e la parte de’ moderati riuscì a persuadere che si mandassero oratori al papa. Si condussero a lui con gran difficoltà essendo rotte le strade, chiusi i passi, e corso il contado da saccomanni.
La risposta di Clemente fu che «trattandosi dell’onor suo voleva che i Fiorentini si rimettessero in lui liberamente, e poi mostrerebbe a tutto il mondo, ch’egli era fiorentino anch’egli, ed amava la patria sua.»
Tosto che l’esito di questa legazione fu noto in Firenze, gli animi di tutti, deposto ogni pensiero d’accordo, si volsero a crescer le munizioni ed a rinforzar le difese.
I lavori delle mura che erano già molto innanzi si proseguirono con maggior alacrità, massimamente quelli intorno al bastione di S. Miniato, ed il gonfaloniere in persona li sollecitava con incredibile diligenza.
Quando il sole era tramontato si continuava l’opera tutta la notte al lume de’ torchi.
Agli operai ed a marrajuoli s’univano i soldati, i giovani, le donne, i vecchi, i fanciulli, ingegnandosi ognuno d’ajutare fin dove giungevan le forze trasportando terra, sassi, fascine, mettendosi a gara ai servigi più vili e più faticosi con quella fiera allegrezza che si desta all’avvicinarsi di grandissimi pericoli, in chi sa d’incontrarli per la giustizia.
In breve le fortificazioni si trovarono condotte a termine d’essere inespugnabili per un esercito di quei tempi.
A misura che il pericolo s’avvicinava la parte de’ Piagnoni diveniva più rigida contro i Palleschi. Molti di questi delle prime case di Firenze s’erano fuggiti spaventati dai pericoli dell’assedio, o dalle persecuzioni de’ loro avversarj, i quali li accusavano ai magistrati, gli oltraggiavano per le piazze e per le vie, e spesso avean tentato di manometterli.
Dante da Castiglione, giovane feroce, ardentissimo, il Sorrignone, Cardinale Rucellai, Pietro Poldo dei Pazzi, Domenico Boni ed altri della setta nemica ai Medici, avean piena la città di queste loro insolenze e dicendo pugnare per la libertà, erano i primi a distruggerla.
Gli uomini savii che pur conoscevano quanto simili modi fosser contrarj al viver libero, ciò non ostante li comportavano per non parer freddi, e venivan così strascinati da questi più furibondi, a prender partiti violenti ed estremi.
A questo punto, per impedire che altri fuggisse dalla città, e far sì che i fuggiti ritornassero, tutti coloro che si trovavan fuori vennero citati per pubblico editto a doversi presentare al magistrato entro un tempo determinato. Quelli che non ubbidirono ebbero bando di ribelli, e vennero loro confiscati i beni. Alcuni però tornarono.
A Baccio Valori, commissario pel papa al campo d’Orange, come a traditore della patria, venne inoltre posta una taglia di mille fiorini a chi lo desse vivo, a chi lo desse morto di cinquecento. Di più, secondo un’antica legge contro i traditori della patria, venne sfregiata e sdrucita una lista della sua casa da capo a piede.
Al papa intanto venivano giungendo le nuove del campo d’ora in ora: udendo guastarsi tutto il contado con arsioni, ruberie e mille mali, forse glien increbbe, e fisso nella sua opinione che i Fiorentini fossero per diventar più manosi, ora che l’esercito si trovava nel cuore del loro stato, risolse innanzi che fosse diserto del tutto, mandare in Toscana l’arcivescovo di Capua. Gl’impose passasse per Firenze, che ancora si trovava aperta, sotto colore di portarsi presso il principe d’Orange, e vedesse così di suo se vi fosse modo che senza spinger le cose più oltre i Fiorentini si volessero piegare.
Venne l’arcivescovo, alloggiò presso Agnolo della Casa, ma tosto si levò un rumore tra il popolo, ch’egli venisse per corrompere i capi della città.
Furon mandati dalla Signoria quattro cittadini per intendere il motivo della sua venuta: rispose che andando al campo era passato di Firenze per sua comodità. S’offeriva nell’istesso tempo d’intromettersi tra i cittadini e Sua Santità.
Quest’offerta non venne accettata, come s’era immaginato Clemente, e l’arcivescovo fu fatto accompagnare fuori della Porta S. Niccolò, sino alle prime scolte del campo.
S’accrebbero i sospetti contro i Palleschi nel governo e nell’universale per la venuta di costui, onde furono creati sei uomini i quali insieme col gonfaloniere dovessero dichiarare quelli tra i cittadini che tenessero per fautori de’ Medici, o per sospetti alla libertà dello stato.
Per questa legge molti vennero presi e sostenuti in palazzo, ove rimasero serrati a buona guardia quasi fino alla fine dell’assedio.
Tutti gli Spagnuoli che per cagione di mercanzia si trovavano in Firenze furono rinchiusi in una casa, ordinando chi li guardasse, e che provvedendo amorevolmente ai loro bisogni non li lasciasse però favellare con alcuno, nè scrivere se non quello che s’appartenesse alle loro faccende private.
A queste severità, cui servivan di scusa i casi della città, se ne aggiunsero altre più crudeli e fuori d’ogni ragione.
Carlo Cocchi ebbe mozzo il capo per non altro che per essergli sfuggito di bocca «Firenze essere de’ Medici, e perciò essere dovere l’accettarli per signori senza aspettar la guerra.»
Altri sul dubbio che ordissero trame col papa furon posti al tormento; e pur troppo è assai verosimile che in questi casi restassero vittime molti od innocenti, od almeno meritevoli di minori pene; chè pur troppo un’ingiustizia suol generarne cento: ma questi modi ingiusti e violenti usati dai due partiti ogni volta che si trovavan giunti al potere, modi ch’essi pazzamente credevan mezzo sicuro onde mantenervisi, furono invece la vera cagione per la quale nessuno di essi non potè fermarvisi mai stabilmente, finchè la sorte di Firenze non venne irrevocabilmente fissata dall’armi straniere.
Comparve finalmente l’esercito, ed ai quattordici d’ottobre alloggiò nel piano di Ripoli intorno al monastero del Paradiso. Si narra, che i soldati spagnuoli quando giunsero all’Apparita, scoprendosi loro ad un tratto tutta la città di Firenze, gridarono con indicibile allegrezza brandendo le picche: «Senora Florencia apareja los brocados, que’ venimos a comprarlos a medida de picas!»[14].
Ai diciassette fu cominciata una trincea a Giramonte, ai ventiquattro il principe fermò il campo sui colli che sorgono al mezzogiorno di Firenze dalla porta di S. Niccolò a quella di S. Friano, e la mattina dopo Malatesta Baglioni, per ordine dei Dieci di libertà e pace, si presentò a levata di sole sui bastioni di S. Miniato accompagnato dai capitani e dagli uffiziali dell’esercito, e seguito da tutti i suonatori della città, e dopo lunghe trombettate, battendo continuamente i tamburi, fece scaricare tutte le artiglierie grosse e minute, che erano un numero infinito, quasi salutasse i nemici, o li sfidasse a battaglia.
Il fragore di questo scoppio scosse la città e le mura, rimbombando ne’ poggi e nelle valli di Fiesole. I bastioni rimasero nascosti dal fumo per qualche minuto, ed i Fiorentini conobbero che quell’assedio tanto temuto era finalmente incominciato.
Questa dimostrazione fatta per seguire il costume militare del tempo, non produsse però effetto veruno.
Ne’ giorni seguenti le prime operazioni degli assediati si volsero contro il campanile di S. Miniato, su cui era un famoso bombardiere detto Gio. d’Antonio, e per soprannome Lupo, il quale con due sagri facea grandissimo danno al campo nemico. Il principe fe’ piantare quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte, i quali durarono a battere il campanile tre giorni continui.
Questi pezzi scaricarono due volte in un’ora, ed agli artiglieri del secolo XVI, pareva d’essere svelti. Le loro palle poi andavano ora a destra ora a sinistra, or alte or basse, e se talvolta davano nel campanile lo danneggiavan poco per la troppa distanza e per essere solidissimo, e non facevano altro che scalcinarlo.
Nondimeno que’ di dentro affinchè (come s’esprime il Varchi) chi era venuto con tanta baldanza per prender tutto Firenze non prendesse nemmeno una delle sue torri, lo fecero armare con grosse balle di lana dalla parte che guarda i nemici. La cosa essendo venuta in gara, e volendosi da ognuno vincer la prova, una notte i Fiorentini bastionarono il campanile con un gran monte di terra, perchè gli imperiali dovettero restar dall’impresa.
Piantarono invece una colubrina e preser di mira il palazzo de’ Signori. Ma nello sparare, il pezzo si aperse e la palla cadde nella casa del manigoldo, onde messer Silvestro Aldobrandini ne prese occasione di far due sonetti, in ischerno del papa i quali incominciavano.
«Povero campanile sventurato»
e
«Vanne Baccio Valor dal Padre Santo»
In quei primi giorni di novembre si venne alle mani in molte piccole scaramuccie, che non partorirono effetto d’importanza. I giovani della città uscivano a fronte ogni giorno, per provarsi co’ nemici contro i quali avean concepito nuovo sdegno, per una cagione che dipinge al vivo i costumi di que’ tempi.
L’esercizio della milizia si considerava allora come un mestiere del quale non avea diritto d’impacciarsi chi non fosse scritto tra i soldati, ed arruolato secondo le regole. Questi si consideravano tra loro quasi membri d’un’istessa confraternitàa, tra i quali, benchè nemici, era patto d’osservar leggi e riguardi reciproci.
La conseguenza di questa usanza fu, che i soldati imperiali la più parte invecchiati nelle guerre, e matricolati, per dir così, nell’arte che professavano, guardavano con disprezzo i Fiorentini che usurpavano (così dicevan essi) il diritto di impugnar l’armi in difesa della loro patria, nè vollero acconsentir mai di far con loro a buona guerra, come cogli altri soldati, dicendo ch’essi non eran tali, ma erano gentiluomini.
Tra le pazzie della superbia umana, questa non sarà delle meno curiose.
La gioventù se l’ebbe tanto per male che trascorse a macchiarsi di molti atti crudeli: tra gli altri Vincenzo Aldobrandini, ed il Morticino degli Antinori avendo fatto prigioni due spagnuoli, in cambio di porre loro la taglia, li scannarono.
Le cose di Firenze si trovavano in questo stato il giorno in cui Fra Giorgio uscito dal convento di S. Marco camminava verso la casa di Malatesta Baglioni.
CAPITOLO VI.
Il popolo di Firenze si trovava ottimamente ordinato per la difesa. Forti le mura, numerosa e ben instrutta la milizia, ben fornito il tesoro, abbondanti le vettovaglie, accesi gli animi d’amor di patria e d’ardire: ma egli s’allevava un serpe in seno, e questo serpe era Malatesta Baglioni.
I suoi maggiori erano stati capi de’ nobili e de’ ghibellini di Perugia, ove Gian Paolo suo padre s’era fatto signore verso la fine del secolo XV, e benchè due volte ne fosse stato cacciato, l’una da Cesare Borgia, l’altra da Giulio II, pure gli era di nuovo riuscito di stabilirvisi. Finalmente Leon X, volendo riunire Perugia agli stati della Chiesa, adescatolo con larghe promesse e con un salvocondotto, l’indusse a portarsi a Roma, ove in iscambio dell’accoglienza che gli si prometteva, fu preso, posto al tormento e decapitato.
L’odio che gli si portava dall’universale pe’ suoi delitti, fece che la voce pubblica assolvesse Leone della tradita fede.
I principj di Malatesta furono simili a quelli del padre.
Condottiere a’ servigi de’ Veneziani da prima, poi signore di Perugia, infine, come vedemmo, capitano de’ Fiorentini. Uomo di mente fredda, sagace, astutissimo; d’instancabile pertinacia ne’ suoi propositi, superbo, avaro, tenace nelle vendette, e sopra ogni altra cosa maestro di frodi e dell’arte di nasconderle e colorirle, persino allorquando avessero partorito l’effetto; prode ed ardito della persona, ed assai esperto capitano. Tipo insomma di que’ signorotti tirannelli che per secoli sorsero, caddero e ricomparvero in pressochè tutte le città italiane: ora principi ora condottieri a servigi di altri principi, o di repubbliche più potenti di loro, spesso capi di parte, di fuorusciti, o di masnadieri. Esperti d’ogni fortuna, ed in tutte animosi, insaziabili, irrequieti. Uomini che allevati tra domestiche infamie e risse cittadinesche, vissuti in vicenda continua di violenze e d’astuzie, finivano le più volte oppressi o traditi da nemici potenti e palesi, ovvero sotto il coltello de’ sicarj, o de’ loro più stretti congiunti. Onde in quell’età più che in ogni altra apparve vera la sentenza di Giovenale:
Ad generum Cereris sine cæde et vulnere pauci
Descendunt reges et sicca morte tyranni.
Non parrebbe che in cotesti ribaldi dovesse esser idea veruna di religione o di fede. Eppure, a loro modo, essi avean l’una e l’altra; tanto è vero che Diogene nel definir l’uomo un bipede implume, avrebbe dovuto aggiungere «ed inconseguente.» Essi edificavan chiese, nutrivan frati, arricchivan santuarj; credevan in Dio, nel vangelo, nel papa, ed, avanti sempre coll’istessa logica, nelle streghe, nell’alchimia e nell’astrologia.
Malatesta anch’esso prestava cieca fede ad un astrologo ebreo detto maestro Barlaam, nativo d’Ungheria, il quale all’arte divinatoria univa molto sapere nella medicina, e molta pratica nel modo d’esercitarla.
Viveva costui a discrezione in casa il Baglioni, lo seguiva in tutte le sue imprese, e s’andava facendo ricco de’ suoi danari.
Non si può dir però che fossero tutti egualmente rubati, e ne guadagnava meritamente una parte colle cure continue che richiedevano le gravi infermità del suo padrone.
Quella malattia tremenda, colla quale l’America s’è così pienamente vendicata dell’Europa, e che nel secolo XVI raro o non mai si guariva, andava consumando lentamente Malatesta. Egli aveva sortita dalla natura una complessione robusta colla quale potè sostener le fatiche e i disagi della milizia, finchè le conseguenze della dissolutezza non ebber distrutta in lui la salute e le forze. Dapprima egli era largo di spalle e di petto, di volto vegeto e brunetto, con barba e capelli neri, corti e ricciuti; insomma era il vigore in persona.
In quale stato l’avessero ora ridotto i suoi malanni, lo vedremo tra poco.
Il palazzo Serristori, ov’egli alloggiava, era, com’è al presente (benchè al tutto mutato) in fondo alla piazza presso il Ponte alle Grazie. La parte di dietro guardava sul canale delle mulina e sull’Arno.
L’istessa mattina dalla quale ha preso le mosse la nostra storia, un’ora innanzi l’alba tutto il palazzo era cheto, il portone chiuso ed il solo sportello rabbattuto, al quale era di guardia un soldato, coperto di ferro le braccia, il capo e ’l busto, coi larghissimi calzoni del cinquecento, a striscie rosse e nere, e colle calze a liste de’ colori medesimi.
Teneva in ispalla una lunga partigiana, e passeggiava sollecito sotto l’androne dell’entrata battendo i piedi per riscaldarsi.
Gli uomini di guardia, avvolti ne’ mantelli, russavano in un angolo sdrajati sulla paglia presso un mucchio di cenere e di carboni spenti, avanzo del fuoco che s’era fatto durante la notte.
Al primo piano tutti parimenti dormivano. Il solo Malatesta era già desto da un pezzo. Stava a sedere su un letto in forma di rettangolo, di legno nero lavorato di tarsia; le facce divise in compartimenti, e su ognuno di questi era rappresentata una storia di mitologia in basso rilievo. Le cornici che chiudevano queste istorie, presentavano un curioso e complicato intreccio di fogliami, di figure d’animali, di mascherine e d’ogni qualità d’arabeschi. Il letto sorgeva su una predella che correva intorno alta un palmo dal pavimento.
Accanto al letto sopra una tavoletta tonda retta da una figura d’atlante tutta curva e scontorta, ardeva una lucerna d’argento: attorno a quella erano gettati in disordine un bellissimo pugnale co’ suoi cordoni a fiocchi per appiccarlo, anelli e collane, un reliquiario ed un giojello di forma così strana, che riusciva difficile indovinarne l’uso. Era una gemma tonda e schiacciata come una moneta del color del balascio legata in un filetto d’acciajo. Per una punta parimenti d’acciajo innestata nella legatura rimaneva sospesa per virtù d’attrazione ad un ago calamitato, che stava fisso nella parte superiore d’un cerchio entro il quale rimaneva in bilico la gemma. Il cerchio stava fisso su un piccolo piedestallo di legno nero: il tutto poi segnato di lettere e di segni cabalistici.
La camera era parata di cuojo rosso rabescato in oro: quadri alle pareti, seggioloni a bracciuoli all’intorno pure di cuojo, pieni di borchie e di frangie. Due grossi mastini russavano accovacciati in un angolo.
L’aspetto di Malatesta era quello d’un morto dissotterrato. Cavi gli occhi e le guance: la pelle d’un livido piombino: la barba e i capelli così folti un tempo, radi adesso e malfermi che per nulla si schiantavano e cadevano. Aveva infilato sulla camicia un giubbone di sciamito rosato, che rimaneva aperto d’avanti, e lasciava vedere un petto scarno, ove si sarebber potute numerare le costole. Eran queste coperte dalla sola pelle, che tra l’una e l’altra s’avvallava in solchi profondi. Umori densi e viziati fermandosi alle giunture vi s’erano rappresi ed induriti in modo che ne imprigionavan i moti, e rendevano le braccia in ispecie pressochè attratte.
Stava sorbendo lentamente un gran bicchiere di decotto che avea tolto dalla tavola vicina, e guardava con un ghigno sardonico un Frate che gli sedeva dirimpetto a due passi dal letto.
Questi vestiva l’abito di S. Francesco. Il cappuccio gli nascondeva il viso e gli occhi in modo che non appariva altro se non un po’ di naso, e due guance vermiglie e ben nutrite. La barba che era bianca e grandissima copriva bocca e mento, e veniva terminando diradata al cordiglio.
Stava a capo basso, tenendosi con una mano il mento, gonfio il petto di sospiri, ed al vedere, tutto assorto in pensieri che lo turbavano fieramente.
Mormorava sotto voce:
—Sarebbe troppo una vil cosa! non sarebbe mai possibile... non me la sento...—e seguitava a tener gli occhi a terra, chè se gli avesse alzati in viso a Malatesta, ed avesse veduto quel riso diabolico credo si sarebbe cacciato a fuggire. Buon per lui se così avesse fatto.
Disse alla fine il Baglioni con un fare di scherno, e tutto pace al tempo stesso:
—Non se ne parli più.... Non mancherà ai signori Medici chi voglia far loro questo poco di servigio senza tanti lezj e tante fanciullaggini.... Lo sai, eh? che vi son fanciulli di dieci, di venti.... di cinquanta.... insino di settant’anni?—Messer Baccio Valori che fa sì gran capitale di te pare che non lo sappia però.... Va, va, non mancherà chi voglia corre la palla al balzo, se tu non vuoi. E quando sul portone di palagio staranno le palle vi sarà qualcuno che sguazzerà in casa i Medici, ed attenderà a darsi buon tempo, e verrà portato a cielo, e non gli mancheranno nè cavalli (Malatesta parlava adagio pronunciando spiccata ognuna di queste parole) nè cani.... nè cornacchie..... nè vesti.... nè oro.... nè balli.... nè commedie... e se punto punto, alcuno gli darà noja, e’ si potrà cavare di strane voglie: e tu lo vedrai e dirai Ov’è costui potevo esser io.... Ti so dire che ti parrà un bel diletto.—
Il Frate soffiava, il petto gli s’alzava pe’ sospiri, ma pur taceva.
—Vero è, proseguiva Malatesta, che queste cose e’ sarà pel tuo migliore il non vederle e metterti Firenze dietro le spalle. Ai signori Medici non dovrebbe andar troppo a sangue che un uomo il quale ne ha saputo tanto de’ fatti loro, e non gli ha voluti servire, abbia a sentire ancora il sapor del pane.—
In questo punto l’oriuolo della torre di Palagio suonò le dieci ore[15].
—Tra un’ora è giorno. Vatti con Dio. Ma tieni a mente, se il diavolo ti tentasse, d’impacciarti più di cose di Stato, che e’ conviene esser uomo e non fanciullo a mettersi a codesta bisogna; e ricordati poi sempre che questa (si toccò la lingua colla punta dell’indice) talvolta fa cadere il capo.... e se trapelasse nulla di ciò che è stato detto tra noi... que’ due mastini so che non avran parlato, onde saprò con chi me l’avrò a pigliare....—
—Un tradimento a quel modo!—diceva il Frate parlando con se stesso.
—Un tradimento! ripetè due volte Malatesta col suo solito riso, sta a vedere che converrà andar dagli Otto e dir loro Sappiate che vi vogliamo torre lo Stato per darlo a’ Medici, onde fate buona guardia... E’ mi pare che abbi il cervello sopra la berretta!...
—Ma quello sventurato vecchio.... la figlia, la famiglia!....—
—Oh? son eglino de’ Bardi, degli Strozzi, dei Frescobaldi?.... E’ pare che sia qualche gran casa, che s’abbiano ad aver tanti rispetti! Pajonti questi, pensieri di gentiluomo par tuo? quando si tratta di sì grandi cose, che principi e signori vi metton la vita, e tu mi stai a mercantare un lavoratore di seta, come se fosse de’ reali di Francia?—
Il Frate s’alzò ad un tratto come se una molla l’avesse spinto su dal seggiolone. S’accostò al letto, prese la mano a Malatesta, gliela strinse, e disse con voce rabbiosa:
—Farò tutto... che sia maladetta l’ora in cui nacqui al mondo!—
Malatesta rise di quella furia: e ritratta a se la mano, con un certo chè di sprezzo soggiunse:
—Oh! oh! Hai mutato pensiero? Gli scrupoli son passati?... Quanti minuti durerà questa risoluzione?—
—Durerà anche troppo pel mio malanno. E se romperò il collo in questa impresa, e’ mi starà molto bene.—
—Ora ascoltami, disse Malatesta mutando voce e modi ad un tratto. Quanto a questo chi non vuol porsi a rischio nessuno, ha a rimanere nel carruccio del babbo. Ma chi vuol uscirne e diventar uomo da qualcosa e non consumar la vita sua vilmente a innaspar lana, o a cimar panni, e’ convien commettersi alla fortuna. Credi tu che i Medici ti vorranno far grande e ricco, perchè quand’era tempo d’operare tu invece stavi a grattarti il corpo? A te sta la scelta. Ben sai che codesta casa ha sempre rimeritato i servigi da quella casa ch’ella è, come ha fatto le vendette a misura di carbone. E se i suoi vecchi non avessero avuto altr’animo di quello che tu hai, l’impresa delle Palle starebbe ora appiccata sulla porta d’un fondaco, e non su pei palagi e per le fortezze... Il mondo è di chi se lo piglia e non di chi si ravvolge tra tanti scrupoli e tante paure.—
—Orsù, sarà fatto... Se pure si presenterà l’occasione... chè così alla prima non vedo strada.—
—Oh pensa se Niccolò non avrà caro di veder la Lisa maritata ad un par tuo.—
—Niccolò? Ma lo sapete voi chi è Niccolò? La scannerebbe colle sue mani proprie prima di darla ad altri che a un Popolano... A me poi?... a uno di parte Pallesca? Si vede bene che la Vostra Magnificenza non lo conosce.... Se Niccolò sapesse come sta la cosa.... chi sa.... ma chi sarebbe tanto ardito di dirgliene?—
—Io t’ho inteso, rispose Malatesta, bisogna pensarci: ma intanto vatti con Dio, chè non vorrei ti si facesse giorno per istrada. Dirai a messer Baccio ch’io me gli raccomando.—
Il Frate, aperta una porticella che era nascosta sotto un panno d’arazzo, se n’andò.
—Anche questa la s’avvia bene—disse Malatesta quando si trovò solo: e si stropicciò insieme le mani come soleva fare quand’era contento. Ma quel moto gli fe’ provare certe trafitture di dolore che lo costrinsero a fermarsi: gli sfuggì un ahi! si morse il labbro inferiore, e bestemmiò i suoi malanni.
Chiamò ad alta voce due volte:
—Barlaam!—
Comparì un vecchietto impresciuttito, col viso pieno di tante grinze che pareva formato di matasse di spago: naso profilato ed adunco, due occhietti come grani di pepe, ed una bocca sempre ridente; ma di quel riso che non essendo accompagnato da alcuna letizia nel resto del volto, pare piuttosto uno stiramento convulso delle labbra.
—Io credo, disse Malatesta, che la metà di tutto il maladetto legno[16] che m’hai fatto ingozzare da un mese in qua, e’ sarebbe bastato a bruciarti vivo.... e sa Iddio s’io ne sarei stato peggio!—
—La V. M., rispose il vecchio senza turbarsi punto, avrebbe ora un buono e fedel servidore di meno.—
—Ma non lo sai, nemico di Dio, che non ho un’ora di bene in tutta la notte? Che mi pare mi buchin cogli aghi le midolle dell’ossa? Ci vuol tanto a trovar un’erba, una polvere, un diavolo che mi faccia dormire un’ora? Alla fediddio, ch’io non darò sempre le spese a chi mi strazia.—
—Io troverò questa state il celidonio, pietra che nasce nel ventre della rondine, e la V. M. legherà questa pietra in un pannolino, e la cucirà alla camicia sotto la poppa manca, che tocchi la pelle..... oppure s’io potessi andare insino in Dalmalzia, v’è un monte....—
—E’ sarebbe meglio andassi insino all’inferno... ho paura che vi sarei prima di te.... Io t’ho inteso... Orsù, levamiti d’innanzi, e chiama messer Benedetto, e fa presto.—
Il vecchio uscì.
Messer Benedetto de’ Nobili, dottor di legge, grande amico de’ Medici, si trovava spesso con Malatesta onde conferire degl’interessi della parte Pallesca. Veniva a lui di notte ponendo ogni cura affinchè quelle visite non si risapessero in palagio ove in quel tempo non si scherzava.
Era messer Benedetto un vecchione di bella e grave presenza, uomo del resto di natura vile e malefica: ingordo, simulatore, ingegnoso in trovar cavilli e grandissimo ipocrita. Egli solo tra Palleschi aveva comunicazione col Baglioni; e questo riguardo era necessario affinchè il capitan generale non venisse in sospetto al popolo, la qual cosa avrebbe rovinato affatto le speranze del partito mediceo.
Mentre il Frate e Malatesta tenevano insieme i discorsi che abbiam riferiti, messer Benedetto stava aspettando in una camera poco lontana. Dirà taluno: Non poteva egli trovarsi presente al trattato ed ajutarlo?
Malatesta avea per costume, le cose che si posson dire a quattr’occhi non dirle a sei. Entrò messer Benedetto: avea indosso il lucco, in capo il cappuccio. S’adagiò sul seggiolone ov’era stato il Frate, e disse:
—E così?—
—E così le cose camminan bene, rispose il Baglioni; ecco qua una lettera di messer Baccio.—
Cavò di sotto il capezzale una letterina che il Frate avea portata cucita in un lembo dell’abito. Era in cifra.
—Una ne fa, cento ne pensa costui,—disse Malatesta ghignando.
Aprì il foglio, e lette le prime linee con quel mormorìo inintelligibile che serve per trapassare le cose inutili e giungere alle importanti, seguì:
«Jer mattina parlando con Troilo degli Ardinghelli, delle belle donne di Firenze, mi venne a raccontare d’una certa fanciulla ch’egli aveva vagheggiata e sposata segretamente (il modo ve lo dirà egli) figlia di Niccolò de’ Lapi. Io tosto feci disegno sopra Troilo, che è il meglio costumato, il più sollazzevole ed ingegnoso giovane di Firenze, e credetti bene di mandarvelo. Se gli vien fatto di mettersi in casa di Niccolò, e farsi accettar per genero, e mostrarsi de’ loro, egli sa così ben fare, che potrà saper ogni cosa, servirci maravigliosamente durante l’assedio, e dopo, far che questi Piagnoni abbiano a pianger daddovero. Io non mi sono voluto aprire interamente al giovane, perocchè avendogli dato qualche cenno così alla lontana, mi parve e’ nicchiasse. Ma egli è povero gentiluomo, ed ama lo spendere e vivere da principe; egli è uso in corte tra signori, e non può patire d’aversi tutto dì a ’nzaccherar gli usatti nel fango di questo campo. Non sarà cosa ch’egli non voglia fare per venire in grado a’ signori Medici, ed essere adoperato da loro. Io ho detto alla V. M. più che non bisogna, ed essendo la medesima di quell’autorità e di quella prudenza ch’ella è, potrà molto facilmente voltarlo ec. ec. ec.»
—E’ non l’ha pensata male il ribaldone. Eh?—
—Anzi ottimamente. Tutto sta che riesca... Oh lo conosco bene questo giovane, di veduta però, e sono di S. Gimignano gli antichi suoi... Me lo ricordo quando giocavano alla Chintana, innanzi il portone del palazzo Medici... (avea un cavallo turco che andava come un razzo)... e poneva nel saracino con tanta bella grazia che mai più. Bello come un sole poi. Oh! suo padre era tutto cosa del Magn: Giuliano, onde il figlio se non traligna ha ad esser Pallesco insino al cuore...... Ma come domin gli è venuto fatto cacciarsi in casa di quel serpentaccio di Niccolò?—
—Ora ve lo dico, messer Benedetto, e non l’andiamo allungando tanto che si faccia dì chiaro, e v’abbiano a veder uscir di qua.... Troilo dunque vide questa figliuola di Niccolò, che ha nome Lisa, ad una festa delle potenze, prima che i Medici se n’andassero—Scoprì chi ell’era, rintracciò la casa, e tanto seppe fare e dire, che la fanciulla s’innamorò di lui. Ma in Firenze non ci fu mai conclusione di trovarsi insieme—Niccolò andò colla famiglia ad un podere ch’egli ha presso il Poggio a Cajano. Troilo, che era al Poggio coi signori Alessandro ed Ippolito, non potendo per nulla voltar la Lisa alla sua volontà—chè la fanciulla avea messo il piede al muro di voler essere sposata—Troilo, dico, fece motto a’ sig. Medici, dolendosi d’esser uccellato, e, come accade tra giovani, posta la cosa in riso, e venuti in gara di vincer questa prova, si disposero di far alla figlia ed a Niccolò insieme la più nuova, la più piacevol beffa che voi udissi mai. Troilo diede a credere alla Lisa com’era contento torla per donna, ma, sotto colore di temer che Niccolò non fosse mai per acconsentire ad un tal parentado, se non isforzato dalla necessità, disse conveniva far la cosa segretamente. La Lisa benchè a malincuore pur vi si piegò.—Ordinarono ch’ella dovesse trovarsi una mattina per tempo ad una pieve discosta un miglio dal Poggio,—fecero in modo che il pievano non fosse in casa—Colà un tal Michele, palafreniere di Troilo, si vestì coll’abito del prete, in rocchetto e stola....
A Malatesta crescevan le risa a mano a mano che veniva narrando questo vituperoso fatto, parendogli la più gentil burla del mondo....
—E fece lo sposalizio, con tutte le cerimonie che gli erano state insegnate... He’, he’, he’,... che pazzi! che pazzi!... E’ sarà stato un bel fare.... chi sapeva la cosa... non iscoppiare! he’, he’, he’.... La Lisa fu contenta e gabbata... ed i signori Medici ne fecero maravigliosa festa, e n’ebbero a ridere per più dì... He’, he’, he’....—
Messer Benedetto, malvagio per natura, nemico poi di Niccolò per motivi che vedremo in appresso, rideva anch’esso d’un riso a scosse che gli faceva saltellare il ventre, come fosse andato a cavallo di trotto. Però quando udì che in quest’inganno entravano cose di chiesa, s’andava scontorcendo, diceva di no colla testa, ma pur veniva facendo qualche sogghigno sotto i baffi.
Qui non avrebbe avuto bisogno di far l’ipocrita, ma chi n’ha contratto l’abito finisce col farlo senza accorgersene.
—Oh.... oh... disse finalmente con un certo suo viso malinconico, questa poi... è un po’ grossa!... Una profanazione!... In taverna co’ furfanti, dice il proverbio, ma lascia stare i santi.—
Malatesta volse l’occhio in giro per la camera com’avesse cercato scoprire se v’era nessuno: poi volto al dottore disse:
Messer Benedetto, qui siamo soli sapete! Dunque non mi venite a far il Piagnone... Con me è fiato sprecato. Ci conosciamo. Se il diavolo n’avesse a portar uno di noi e’ si troverebbe impacciato a conoscere il più tristo. Quando sarete in piazza fate del Fra Girolamo quanto volete, ma qui, carte in tavola.—
Messer Benedetto sentendosi trafiggere disse in cuore «Mi sta bene» ma tacque.
—Insomma, proseguì Malatesta, Niccolò non seppe mai nulla di questo matrimonio. Dopo non so che tempo la Lisa partorì un figliuolo e coll’ajuto d’una sua sorella, che venne posta a parte del segreto, quando all’altra cominciò a crescer il corpo, la cosa succedette tanto copertamente che nessuno della casa se n’avvide.—Troilo in tanto per la guerra che s’aspettava, se n’era ito onde unirsi a’ Palleschi: e non ha pensato più nè alla Lisa nè a Niccolò, nè a cotali sollazzi. Il fanciullo, dic’egli, debb’esser in qualche casa di Firenze, ma non sa dove. Ora e’ bisogna trovarlo e far che Niccolò sappia tutto. Piagnone, o non Piagnone, e’ converrà bene che sia contento d’aver Troilo per genero, anzichè veder vituperata la figliuola.—
—E Troilo è egli disposto di mettersi in questo gineprajo?—
—E’ non voleva, e mi faceva il fanciullo, ma io l’ho svilito molto, e gli ho fatto intendere che queste coscenze e queste fedi son cose da morir di fame.... Eh! vi so dir io che si farà un valentuomo. I gattini al dì d’oggi, aprono gli occhi per tempo.—Ora dunque sono da fare due cose.... e voi come fiorentino, pratico della terra, potrete di leggieri.... onde tocca a voi.... Ecco: La prima sapere chi tiene il fanciullo ed in qual casa egli stia. La seconda far che Niccolò sappia ogni cosa.... oppure.... che so io?.... si potrebb’anco far che gli portassero il fanciullo in casa, all’impensata,... insomma pensatevi voi. O egli vorrà coprir la cosa ed avrà di grazia accettar Troilo; o nasceranno scandali, farà un diavoleto del trentamila, dirà una villania da cani alla figlia, le darà, la caccerà di casa, ed allora la Lisa dovrà volgersi a Troilo, e quando al vecchio si sia freddato il primo furore, l’avrà a mangiare a modo nostro s’egli crepasse.—
—Bene, bene, tutte cose non molto difficili; lasciatene la cura a me.—
—Ora andatevene per amor di Dio, che a momenti dovrebbero sonar dodici ore (le 7). Animo, e prudenza. Dio v’ajuti.—
I due ribaldi si separarono.
Il dottore per certi bugigattoli riuscì in istrada. Malatesta rimase co’ suoi dolori, e forse col piacere d’averne preparati di peggio a tanti sventurati.
CAPITOLO VII.
La sala ove Malatesta avea costume di tener consiglio, ed accogliere chi veniva a visitarlo, che noi diremmo sala di ricevimento, era un gran stanzone verso strada, ornato di pitture a fresco del Francia e di Pietro Perugino: riceveva la luce da sei finestre, e sotto il parapetto d’ognuna sorgean di qua e di là due sedili di mattoni coperti d’una lastra di marmo; nel mezzo della parete in fondo era una specie di zoccolo, o basamento di legno nel quale stava fitta la bandiera di Malatesta, di qua e di là v’eran disposte a guisa di trofei molte sue armature, mirabili soprattutto per la tempra, e per la leggerezza, qualità necessaria onde le potesse indossare un uomo cotanto indebolito dalle infermità.
Era l’uso che ogni mattina a levata di sole i capitani di guardia alle porte della città mandassero a Malatesta uno de’ loro ufficiali, a riferirgli se vi fosse stato nulla di nuovo durante la notte, e ad intender gli ordini per la giornata. A quest’ora si trovavan costoro già tutti radunati nell’anticamera, e come appunto in quel frattempo eran cominciati gli spari dell’artiglieria del campo, s’eran affacciati alle finestre che guardano verso Ponte alle Grazie ragionando tra loro di questi rumori.
Non dubitando che, se vi fosse nulla di grave dovesse tosto giungere un qualche messo a darne l’avviso, badavano attenti ora dalla parte di S. Niccolò, ora dal Ponte se ne comparisse alcuno. Ma in tutta la piazza per quanto potea correr l’occhio, non v’era anima viva: pioveva, e fra il tempo, la solitudine, il gusto di far anticamera, e quel brontolamento cupo e lontano delle artiglierie era di quelle mezz’ore che mettono l’uggia addosso ad ognuno.
A un tratto ecco sboccare dal Ponte alle Grazie un frate di S. Marco che a vedere come menava la gamba per la melletta, si dovea dire che la tonaca poco gli desse impaccio.
I soldati di tutti i tempi e di tutte le nazioni (almeno così crediamo) hanno avuto sempre una decisa vocazione per dar la baja e farsi beffe del prossimo. Tra loro un frizzo costa alle volte una buona stoccata, perciò prima di parlare ci pensano; ma se incappano in uno che non sappia e non voglia rispondere agli scherzi cogli stocchi, allora lascia far a loro.... Tanto poco è vero che l’uomo sia per natura animale generoso.
Visto adunque appena quel benedetto Frate, tutti a ridere e schiamazzare.
—Ecco la nuova!—Ecco il corriere. Ecco il corriere della scomunica!—E il Frate avanti. Quando poi fu sotto alle finestre e che invece d’andar al suo viaggio infilò il portone, crebber le risa e l’allegrezza, e di più pensarono, per far ora intanto che Malatesta ci fa aspettare, e per passar la seccaggine, ci sollazzeremo a dar la baja a questo frate. Ma il frate poteva star alla barba a tutti loro poichè egli era il nostro amico Fanfulla.
Entrato in cortile, e veduto ragazzi di stalla che strigliavan cavalli sotto il portico, soldati di qua, archibusi e picche di là, e respirando quell’atmosfera soldatesca s’era sentito come ad allargare il cuore. Qualche risata alle sue spalle s’era bensì potuta notare, e qualche piacevolezza sulla sua tonaca gli era pur giunta all’orecchio: ma in quel momento, contento com’era e pieno del suo disegno, non si sarebbe volto se gli fosse scoppiata una mina alle spalle. S’aggiunga poi che, strada facendo, non aveva perduto il tempo, ed era venuto combinando un pezzo d’eloquenza, col quale potesse farsi onore, e degnamente esporre la sua domanda al capitano de’ Fiorentini; e questo lavorìo gli teneva troppo occupata la mente perchè potesse curarsi d’altro.
Giacchè siamo su questo discorso, faremo sapere al lettore che Fanfulla era sottoposto anch’esso a quella fatalità che sembra portar tutti gli uomini da qualcosa a pretender poco nell’arte che sanno e molto in quella che non sanno. Ed egli appunto che era buon soldato, pretendeva invece d’esser bel parlatore, soltanto perchè durante la vita fratesca a furia d’udir sermoni, di leggere libri d’ogni materia, conversar coi frati, e con quanti capitavano in convento, s’era mobiliata la memoria di qualche centinajo di frasi, di sentenze, di periodi bell’e fatti; ma mobiliata, s’intende, come può esserlo una bottega d’uno stipettajo o d’un rigattiere.
Salì le scale, entrò nell’anticamera salutando la brigata ed accostandosi all’usciere gli disse:
—In grazia, quando si possa, vorrei dire due parole a S. Mag.—
—Il vostro nome?—
—Fra Giorgio da Lodi di S. Marco.—
—Aspettate. Ma vi so dir che ci sarà tempo... vedete quanta gente è in anticamera.—
Fanfulla senza risponder altro si mise a sedere accanto ad una tavola, e v’appoggiò un braccio, distese le gambe, e dimenando piano piano la punta de’ piedi col mento all’aria, senza guardar in faccia a nessuno, rimase tutto assorto nel pensiero della sua arringa. Non era malcontento tutt’insieme del modo col quale l’aveva combinata, ma avrebbe ancora voluto farvi entrare qualche parte di filosofia, come scrive di aver fatto il Cellini, quando parlava con Paolo III, del modo di tingere un diamante: ognuno s’avvede quanto in ambedue i casi la filosofia venisse a proposito; e tanto più quella di Fanfulla che consisteva in qualche idea di fisica, vera o falsa non importa, ed in qualche sogno d’astrologia.
Mentre egli durava questa fatica, gli ufficiali che eran prima affacciati, avevan volte le reni alle finestre, squadrato ben bene il Frate, e trovandolo d’altra faccia e d’altri modi che non s’aspettavano, si guardavano in viso l’un l’altro.
—Che te ne pare? diceva uno, di quella faccia di servo di Dio? non istarebbe male sul collo d’un birro.—
—Diavolo! diceva un’altro, senz’un’occhio!... un taglio in faccia! bisogna dire che quand’hanno a creare il priore, si dilettino a far volar le scodelle, questi reverendi.—
—E’ si sarà azzuffatto colla gatta in refettorio....—-
—O sarà cascato per la scala di cantina.—
—O avrà creduto che qualche marito volesse chiudere un occhio, ed il marito invece l’avrà fatto serrare a lui.—
E nel dir codeste pazzie, con molto sghignazzare, tutti avean gli occhi addosso a Fanfulla.
Questi dapprincipio non badava loro nè punto nè poco, come colui che aveva un pensiero importante pel capo che l’occupava, e che non essendo mai stato uso a sentirsi uccellare, non s’immaginava vi potesse essere chi si prendesse tanta sicurtà con esso lui. Pure alla fine messosi in sospetto e dato retta un momento conobbe che l’avean proprio colla persona sua: girando l’occhio vide non esservi altro frate in anticamera; sentì quel certo moto del pericardio che si prova quando salta la stizza; ma fresco ancora del sermone di Fra Benedetto, e dei propositi formali di non tornare alle usanze antiche, disse in cuor suo, soffiando pure un poco, e raccogliendo le gambe sotto la tonaca:
—Animo, Fanfulla, non ricominciar da capo colle tue!....—
Ed abbassati gli occhi s’ingegnò di prender un’aria modesta, che stava bene a quel suo viso, come starebbero bene due baffi da granatiere sul volto d’una Madonna di Raffaele.
Ma la beffa, il ridere, e le parole di scherno seguitavano: in tutta la persona di Fanfulla non appariva altra dimostrazione di ciò che provava nel suo interno, fuorchè un dimenar frequente delle ginocchia che andavano in su e in giù col moto di un asinello che trotti: ma dentro il sangue gli faceva come l’acqua d’una pentola che stia per levare il bollore.
Sul suo capo stava fisso nel muro alto cinque braccia da terra un di quegli oriuoli che si fanno movere coi contrappesi, e questi penzolavano appunto a quattro dita dal naso di Fanfulla, che li vagheggiava, come uno scolare vagheggia un grappolo d’uva al quale non può aggiungere, e diceva tra i denti:
—Guardate se non pare che mi vengano sotto mano per dispetto, e per uccellarmi anch’essi, ora che sanno che fo il santo e non li posso adoperare! Fosse dieci anni fa! Cari i miei piacevoli, vedreste come ve ne manderei un pajo sul groppone ad insegnarvi la creanza.—
E mentre con un sospiro dava a conoscere quanto a quel punto, l’impegno di far il santo gli riuscisse malagevole, la sua mano quasi da se si sollevava verso que’ bei cilindri di piombo, che avrebbero potuto servir così mirabilmente di projettili in quella circostanza, e gli accarezzava facendoli girar tra le dita. Che tentazione tremenda!.... ma il lettore non si sgomenti, Fanfulla n’uscì vincitore.
I suoi avversarj intanto fatti più sicuri dal suo silenzio seguitavano: la cosa cominciava a puzzar d’indiscrezione. Un soldatello giovanetto smilzo e sbarbato volle anch’esso dir la sua sull’occhio del Frate; che sentendosi pungere da un pazzarellino di quel taglio non la potè mandar giù. Balzò in piedi, ridivenuto a un tratto il Fanfulla di una volta, e movendosi lentamente verso il gruppo degli ufficiali, disse col modo di chi proprio n’ha piene le tasche:
—E’ vi dovrebbe ricordare, cari miei signori, di quel bel proverbio, che ogni bel giuoco dura poco; e questo se non isbaglio principia a durare assai..... E voi bel zittello (volto al giovanetto che avea parlato l’ultimo) ingegnatevi di campare e di mettervi in corpo un po’ di ben di Dio, che a voler far il soldato con quelle spalle d’attaccapanni, vi vedo e non vi vedo, tanto mi parete tisicuzzo, e tristanzuolo.... e del resto poi sappiate che quest’occhio me l’ha fatto schizzare la punta d’una picca spagnuola alla battaglia di Ravenna; quando a voi la balia tirava su le brache...., che questa tacca che porto nella memoria, la toccai per voler difendere quel valoroso signore del re Francesco alla giornata di Pavia, quando la balia dava a voi la pappa e le sculacciate.... che queste due dita sono state seminate a Marignano per opera d’uno spadone a due mani d’uno Svizzero d’Undervald, quando a voi la balia.... Ma l’ultima impresa di questa benedetta balia se la disse Fanfulla, noi la lasceremo nella penna, per brevità.
—Ora, seguiva, per non tenervi a disagio, vi dirò tondo come la bocca d’un pozzo, che se non fossi frate, ed avessi ancora la mia pelle d’una volta, già v’avrei chiamati qui fuor dell’uscio per dirvi una parolina come s’usa tra soldati: ma trovandomi con questa tonaca indosso, almen per ora, vi pregherò di farmi tanta finezza di lasciarmi pe’ fatti miei, che non son uso ad essere il trastullo delle brigate, e la pazienza[17] l’ho soltanto sopra la tonaca.
A quest’intemerata costoro (ed il giovanetto più degli altri) rimasero goffi ed isconfitti, come accade sempre a chi cerchi di sonare, e invece sia sonato. Presero il partito che deve prender sempre in simil caso chi ha un filo di giudizio, si diedero il torto, scusandosi il meglio che poterono, ed il solo di tutti loro che non avea mai aperto bocca sin allora, ed era uomo già innanzi cogli anni, disse ridendo:
—Quando stavo cogli spagnuoli ho imparato il proverbio che tal va.... o tal cree tosar, y vuelve trasquilado[18].
Con questa barzelletta la cosa si volse in riso. Ma lo sbaglio preso destò in tutti gran curiosità di saperne più in là sul fatto d’un uomo così strano. Lo pregarono però umanamente a voler palesare chi egli fosse, ed alcuni, che s’eran trovati ai fatti d’arme accennati da lui, instavano più degli altri attorniandolo.
Fanfulla, come tutti gli uomini attempati e che n’hanno passate di molte alla vita loro, amava narrare e parlar di sè: onde senza farsi pregare disse di dove egli era, nominò i suoi parenti, e quando finalmente, dopo aver detto il suo nome aggiunse:
—Però tra soldati fui sempre chiamato Fanfulla...—
Scoppiò un Oh! generale di maraviglia e d’allegrezza; chè in quel tempo insino i fanciulli sapevano della famosa disfida vinta dagl’Italiani ventisei anni innanzi, e conoscevano i nomi degli uomini d’arme che avevano combattuto in essa, i quali tra soldati erano tenuti in grandissimo onore.
Fra i caporali che si trovavan costì ve n’era uno che avea militato nell’esercito spagnuolo sotto Consalvo: era stato spettatore del combattimento a Barletta, ed avea nome Boscherino. Aperse le braccia, le gittò al collo di Fanfulla, dicendo:
—E chi diavolo t’avrebbe riconosciuto con questo fodero bianco e nero.... Fanfulla frate! Oh! oh! oh! Prima di morire posso sperar di vedere il Soldano cardinale! Ma abbi pazienza, lasciatelo dire, stavi meglio colla daga sulle reni... E così non mi riconosci?... Si vede bene che se non ho mutato pelle ho però mutato pelo. Boscherino?.... ci siamo invecchiati, ma ancora le gambe ci portano.—
—Ci portano anche troppo, almeno parlo per me, rispose Fanfulla raffigurando l’antico camerata e facendogli festa, se non mi portassero tanto me ne sarei stato zitto e quieto in convento; e quando c’entrai, fanno due anni, mi pensavo che mi fossero usciti per sempre i ruzzi dal capo, chè con tanti malanni, e quell’ultima nespola del sacco di Roma soprammercato, mi sentivo crocchiare come un tronco di lancia fesso... Che vuoi? con due anni di quiete e ogni giorno tavola imbandita, son tornato polledro.—
E qui cominciò tra i due amici un dialogo tanto pieno di ti ricordi di questo, ti ricordi di quest’altro, che non la finivano più. Disse alfine Boscherino dopo aver rammentati molti antichi compagni:
—E quel povero Ettore! Ti ricordi? Quel pazzo malinconico, si pensava esser al tempo di Tristano e della regina Isotta!... far quella fine! Ma se l’è proprio cercata col lanternino... Non voleva bere, figurati! Io glielo dicevo, quando lo vedevo con quella faccia d’ammazzato.... Ettore, andiamo da... da... come diavolo avea nome quell’oste del Sole? Ah! mi ricordo, Arsenico. Andiamo da Arsenico, gli dicevo: aveva un trebbian di Dio, di quello che ci si schioppa la frusta.... che vuoi, era come dirgli vola.... E tu non bere, dicevo io, e te n’avvedrai.... e difatti non dubitare che non mi ha voluto far bugiardo. E poi, a chi dich’io? tu eri con lui nella compagnia, lo sai...—
—Lo so anche troppo, interruppe Fanfulla riprendendo la faccia modesta e compunta, non me ne parlare. Io, pazzo da catena, fui allora causa di tutto il male.... io indussi in errore quella povera donna....—
—Come? come?—domandò con premura Boscherino.
—Oh quanto poi al come, rispose l’altro, già t’ho detto che di tutto questo fatto non ne voglio discorrere. Già son cose vecchie, ed al fatto non c’è rimedio.—
—Sia per non detto, rispose sorridendo con un po’ di stizza Boscherino. E di quella Saracina se ne può discorrere? Come avea nome quella bella moretta, con que’ panni attorcigliati in capo?—
—Zoraide, rispose Fanfulla. Quanto a questa te ne dirò tanto che sarai contento: ti ricordi al principio del pontificato di Giulio II quando il Valentino era sostenuto in castello?.... Bene, allora....—Ma qui l’usciere fatto un cenno a Fanfulla, che tutto infervorato in sul raccontare non gli dava retta, se gli accostò, e tiratolo per la manica gli disse, alzandogli un panno d’arazzo che pendeva avanti alla porta della sala di Malatesta:
—Entrate Fra Giorgio.—
Con ciò fece due mali: Boscherino e i suoi compagni rimasero, come qualcun altro, colla voglia in corpo di sentir che cos’era stato di Zoraide; ed il buon Fanfulla, al quale per la quistione avuta con que’ caporali, e pe’ discorsi fatti in appresso era uscita di mente la sua parlata, non ebbe tempo a riordinare le idee e prepararle a mostrarsi con un po’ di grazia. Messo all’improvviso alla presenza del capitano generale gli accadde all’incirca come accadrebbe ad un cocchiere che, guidando quattro polledri bizzarri, avesse, o per sonno o per sbadataggine, lasciato loro le redini sul collo; se a qualche improvvisa cagione quelli si cacciano di carriera, gli tocca a dipanar mezz’ora prima di giungere a far giocare i freni; e nella confusione, credendo tirar a destra, tira a manca, e se una gran fortuna non l’ajuta è certo di rompere il collo.
Ma Fanfulla fece esperienza che le gran fortune capitan di rado. Sentendo che la sua arringa gli era andata in fondo alle calcagna, si fece avanti col cuore d’un uomo che dovesse andare a combattere disarmato. Pure, fatta di necessità virtù, e senza perdersi d’animo interamente, salutò Malatesta con modo ossequioso ma disinvolto, e disse, tossendo così un poco ogni tanto per acquistar tempo:
—Magnifico capitano, s’io ho preso il disagio di venirvi.... dirò meglio, s’io son venuto a tenervi a disagio, n’è cagione un desiderio che vi parrà forse disforme da questi panni ch’io vesto; ma s’egli è vero ciò che affermano gli astrologi, non poter l’uomo sottrarsi a quell’influsso col quale le stelle, o vogliam dire i pianeti, dan norma sin dal suo nascere, e conducono con immutabil legge gli atti e le operazioni della vita sua.... ovvero, come insegnano i filosofi ed i fisici, non potersi cavar buon frutto dal legare a un giogo le tigri cogli agnelli, chè ogni animale ha a fare il verso suo, e non è se non stoltezza grandissima il voler ch’egli vada contro la sua natura, e chi l’intende altrimenti, come dicon gli uomini volgari, dà a guardar la lattuga al papero.... e per questo, com’io dicevo,.... son venuto.... perchè conoscendomi ancora molto atto, per amore della robusta complessione mia, ad esercitare quest’arte per la quale sola m’hanno inclinato i cieli, e visto il bisogno che in queste strettezze può avere questa città, d’uomini che conoscano la nostra professione,.... che di detta professione se ne troverà talvolta di più esperti che non son io, ma non mai chi l’abbia esercitata con maggior fede.... e forse s’io non temessi di darvi noja potrei anche mostrarvi che quanto all’esperienza.... e vi potrei narrare....—
Malatesta dava retta a Fanfulla, e l’avea fatto passare prima di molt’altri, in grazia dell’abito di S. Marco che avea indosso, chè allora in Firenze bisognava aver molti rispetti a questo convento; ma vistolo poi con quel viso che a dir il vero aveva un po’ del pazzo, ed accorgendosi da quella sua strana filastrocca ch’egli doveva averne qualche ramo, non ebbe tanta pazienza che lo lasciasse venir alla conclusione, e, per levarselo dinanzi, gli tagliò la parola dicendogli, con voce nella quale era minor cortesia di quel che fosse nelle espressioni:
—Per esser voi di S. Marco, ed anche per la persona vostra, farò molto volentieri ove possa.... quando però sappia quello che volete.... qual è questa vostr’arte? che ancora me l’avete a dire.... forse siete il padre cerusico del convento, e volete adoprarvi pe’ nostri feriti?.... Ve ne saprò il buon grado....—
Fanfulla mezzo in collera disse tra denti:
—Oggi è il giorno che nessuno m’ha ad intendere.—
Poi ad alta voce:
—Io vi servirò molto bene, se voi volete, a darne delle ferite, e non a medicarle... e, per finirla in una parola, sappia la V. Magnif: ch’io son Fra Giorgio da Lodi adesso, ma una volta ero Fanfulla da Lodi, e son per ridiventarlo quando che sia, basta che la medesima si voglia servir di me, e spero di farle vedere, che due anni di convento non m’hanno tanto mutato ch’io non sia ancor buono da qualcosa.... ed ecco qui (traendosi di petto un foglio) ecco l’attestato del sig. Prospero Colonna.... e poi credo che la V. Magnificenza non mi senta mentovare per la prima volta.—
Esclamò ridendo Malatesta:
—Oh impiccato, chè nol dicesti al primo tratto senza avvilupparmi la Spagna con tante novellate di fisici e d’astrologi, che mi parevi un predicatore. Oh quand’è così, e che l’animo tuo sia riprender la lancia, io molto volentieri t’accetto, e t’adoprerò... e, a pensarla bene, credo abbi ragione, chè dovrai, da quel che ho udito, riuscir meglio per uomo d’arme che per predicatore.—
Letto poi il benservito di Prospero Colonna, disse restituendoglielo:
—E’ non bisogna... chè senza questo già mi sapevo che sei un valentuomo.—
Malatesta mosso dalla novità del caso, volle però conoscere per quali accidenti un così rinomato soldato fosse andato a finir frate, e Fanfulla molto volentieri gli soddisfece. Udito ch’egli ebbe il tutto, si volse ad Amico d’Arsoli capo d’una delle bande di cavalli ch’erano a servigi de’ Fiorentini, e che si trovava costì con altri ufiziali, dicendogli:
—In mio servigio, sarete contento torre costui nella compagnia.... Ma a proposito, dico io.... Fanfulla, come si sta ad arnese ed a cavallo soprattutto? che non vorrai cominciar ora a far il mestiere a piede, suppongo.—
—In arme, rispose Fanfulla, sto bene.... quanto poi al cavallo, a dir il vero è un po’ sulle spalle, ma se piacerà a Dio potrà accadere, vedendoci in viso con uno di questi tedeschi di fuori, ch’io me ne procacci uno migliore, e glielo paghi col ferro della lancia.—
—Al nome di Dio, rispose Malatesta. A ogni modo avrai una paga subito, se mai t’occorresse pe’ tuoi bisogni: ora va, prendi le tue armi, e torna, che presto darò da fare a ciascuno.—
Fanfulla uscì che non capiva nella pelle per l’allegrezza, ed in un lampo fu in convento.
Colà era già sparza la voce che Fra Bombarda, come lo chiamavano, se n’andava, e sapendone tutti anche la cagione, molti frati, e laici eran pel chiostro curiosi di vederlo partire trasformato in uomo d’arme. Esso appena giunto avea sellato e condotto in cortile il suo cavallo: salito poscia in cella, s’era messe indosso ed accanto le sue armi, e sulla corazza a guisa di sopravvesta, la pazienza di saja nera dell’ordine di S. Domenico che la cintura della spada gli teneva ristretta alla vita. Per conservar del frate quanto potesse, tolse inoltre la corona, e l’appese ad un suo grandissimo pugnale che portava dal destro lato, ed in quest’ordine s’avviò alla cella di Fra Benedetto, chè non gli parve onesto partirsi senza toglier commiato. Udite modestamente le sue ultime ammonizioni, e baciatagli la mano scese in cortile ove trovò i frati che l’aspettavano per dargli la ben andata. Dopo aver salutato gli uni, abbracciato gli altri e stretta la mano a parecchi (questi non furono i più fortunati; tra ch’egli era gagliardo, e tra ch’egli aveva il guanto di ferro, fu lo stesso diletto che sentirsi prender le dita da una tanaglia) si dispose a salire in sella.
Ma s’egli avea sperato che anche al cavallo fossero tornati gli spiriti marziali, dovette presto accorgersi che avea fatto torto alla sua costanza.
Anticamente, non c’era verso di tenerlo fermo alla staffa, ed appena sentiva l’uomo in sella, partiva come uno strale. Ora in vece lasciò che il suo signore salisse molto a suo bell’agio, senza far altro moto che piegarsi tutto sul lato manco ove sentiva il peso. Vi volle un pajo di discrete spronate per farlo muovere, e ve ne vollero delle più gagliarde, affinchè s’avviasse al portone che mette in Piazza, invece di avviarsi alla stalla, come procurava ostinatamente di fare malgrado la briglia che gli torceva il capo alla parte opposta. Pure, come a Dio piacque, dagli, ridagli, tira, alla fine infilò l’androne ed andò al suo cammino, mentre Fanfulla, non restando di punzecchiare, s’andava volgendo salutato, e salutando, finchè potè vedere ed esser veduto.
Pochi giorni dopo, circa alle 6 ore di notte, egli girava per Firenze alla testa di sei alabardieri, cercando e ricercando tutte le strade e tutti i chiassi del quartiere di s. Giovanni, e facendo ciò che ora si direbbe la pattuglia o la ronda, e che allora veniva detta la scolta. Era un tempaccio rotto, come spesso ne porta il novembre a Firenze; freddo, vento, ed acqua a catinelle. Fanfulla non se ne curava; e, per intrattenere la sua brigata, che era di soldati giovani di nuova leva, (anche pensando d’esser egli cagione che facessero un po’ di bene) faceva dir loro la corona così strada facendo. Egli innanzi il primo, e gli altri dietro alla sfilata muro muro per bagnarsi meno.
Non creda però il lettore che i soldati d’allora fossero altrettanti cappuccini, poichè nemmeno i compagni di Fanfulla non pregavano se non pel timore del manico d’un gran partigianone ch’egli aveva in ispalla col quale avea già fatto l’atto di voler spolverare le spalle d’uno di loro che s’era immaginato di far l’ésprit fort.
Persuasi dunque da quest’argomento che, se le regole della versificazione l’avessero permesso, si poteva benissimo includere cogli altri in quel bel verso de’ trattati di logica
Barbara, celarent, dario, ferio, baralipton
camminavano già da un’ora con quel diletto che conosce chi ha dovuto talvolta portar il nome in una brutta nottata d’inverno a sette o otto corpi di guardia.
Alla fine voltando la cantonata d’Or S. Michele per andar in porta Rossa, videro, al lume di un torchio che avean con loro, come un viluppo di panni in terra vicino al muro; perchè accostatisi e considerato attentamente s’accorsero che era una donna accovacciata: per difendersi dall’acqua s’era tirati i panni in capo, e a veder com’era tutta inzuppata e lorda di fango si capiva che doveva essere costì da un pezzo. Se fosse stata a giacere si sarebbe potuto sospettarla vittima di qualche violenza, ma era seduta.
—Che diavolo.... che domin sarà—disse Fanfulla fermatosi co’ suoi uomini a considerarla.
—Qualche pazza fuggita—disse uno.
—Pare una figura dell’inferno di Dante—disse un altro che voleva far il letterato.
—Fosse la notte di S. Giovanni, soggiunse un terzo, si potrebbe credere fosse... avesse a essere...—
—Sì proprio! una strega! rispose sorridendo con disprezzo l’ésprit fort della compagnia, non vedi che non ha il piede di capra!...... ignorante che tu se’!—
—Vediamo insomma—disse Fanfulla, e fattosele dappresso le diceva:
—Quella giovane!... Ohe, quella giovane, quella donna! dico a voi! Ohe.—
Ma l’altra non si movea. Ripetè ancora due o tre volte la sua chiamata, poi, sollevando i panni che la nascondevano, la prese pel braccio, la scosse, ed essa alzando allora lentamente il capo mostrò un viso che si capiva dover essere stato bello; ma in quel momento appariva affilato e livido come quello d’un cadavere. Gli occhi spalancati, ma stravolti e spenti, s’affissavano sugli astanti senza mostrar di vedere. In grembo aveva un bambino di poco tempo tutto ravviluppato in una coperta di lana; dormiva riposato, con certe gote tonde tonde tutte latte e sangue, perchè la madre facendogli tetto colle braccia e col capo, era riuscita a difenderlo dall’acqua e dal freddo.
Tutto a un tratto la meschina, come svegliandosi e riscotendosi da quel torpore, si scosse, ed il primo moto fu stringersi al petto il bambino, ricoprendolo colle mani e co’ panni, mentre Fanfulla le diceva:
—Oh! che domin fate voi qui a quest’ora, a codesto modo? Animo, su, alzatevi.... che è stato? che v’è succeduto?.... diteci dove state di casa, vi ci meneremo....—
—Dove sto di casa? soggiunse la giovane dando in uno scoppio di pianto, io non ho più casa.... eccola, casa mia è questo fango.... questo è il mio tetto... la culla di questo povero figlio mio sventurato.—E così dicendo stampava sulla bocca al fanciullo certi baci disperati che lo destarono; e svegliarsi e cacciarsi a piangere fu tutt’uno.
—Bel gusto di svegliare e far piangere quel povero innocente, che non ci ha che far niente, disse Fanfulla, che alla fine aveva poi buon cuore, come l’hanno in genere tutti gli uomini valorosi, ed un po’ latini di mano, per un curioso capriccio della umana natura.
—Ma non avete parenti, marito, padre... madre almeno?.... male che vada, madre se non altro l’abbiamo tutti.—
E la donna piangeva sempre più forte senza dar altra risposta.
—Oh insomma, disse Fanfulla, qui ci vuol altro che piangere e disperarsi; è notte, piove, e fa freddo, e questo fanciullo non sarebbe mai vivo domattina, onde levatevi di qui; al coperto intenderemo il fatto.... andiamo.—
E con amorevoli parole, usando così pure un poco di forza, sollevò di terra la donna, e s’avviò con essa a lento passo non restando di reggerla e confortarla, e portandole alla fine anche il bambino, che faceva un bel vedere in collo a Fanfulla, finchè l’ebbe condotta al palazzo de’ Signori nelle camere terrene, occupate dalla guardia del portone, ove almeno non piovea, e v’era anche acceso un buon fuoco.
Colà appoco appoco, rasciutta e ristorata alquanto, cominciò la donna a parlare. Sul primo stava come in sospetto, vedendosi attorno molti soldati che la consideravano senza cerimonie, nè tralasciando pur anche ognuno di dir ciò che gli veniva bene sul fatto di essa: ma Fanfulla, accortosi che quell’investigazione e que’ discorsi l’offendevano, li fece ritrarre in una stanza vicina, parte con buone parole, parte mostrando di adirarsi, e di voler usare quel tal argomento, accennato di sopra, che i maestri di logica hanno scordato di mentovare.
Non sapeva perchè, ma sentiva premura per quella sconosciuta, e non è cosa che non avesse fatto per farle piacere: la donna anch’essa, rassicurata un poco e rincorata dal buon cuore che traspariva dai modi un po’ ruvidi, è vero, ma pure amorevoli del vecchio soldato, si lasciò persuadere ad aprirsi a lui, e raccontargli le sue vicende. Ma considerando che questo racconto riuscirebbe per avventura interrotto e mal connesso, quale si dovrebbe aspettare da una persona posta in tanta agitazione d’animo, e confusione di pensieri, crediamo bene di tralasciarlo: essendo però necessario che il lettore sappia chi era costei, e conosca i suoi casi, ci giova per questo riprender le cose indietro un po’ alla lontana, e riferir molti particolari appartenenti alla famiglia di Niccolò, ai quali non abbiam fin ora saputo trovar luogo nel nostro racconto.
CAPITOLO VIII.
In faccia alla porticciuola di fianco di S. Maria Maggiore si vede ora una casa dell’architettura insipida e senza carattere del secolo XVIII, che dopo essere stata la locanda dell’Aquila nera, vien detta in oggi la nuova York. In quest’area medesima, occupata prima dal Seminario, ed in parte, più anticamente, dalla casa de’ Cerretani, era, all’epoca di cui scriviamo, la casa di Niccolò, fabbricata dal tre al quattrocento, e simile ad alcune di quel tempo che ancora rimangono in Firenze. Dio voglia conservarla un pezzo, o liberarla da un padron di casa di que’ tali che, per aumentar le pigioni, d’una camera ne fanno quattro, apron finestre, danno il bianco alle facciate.... ma lasciamo questo discorso, che è un brutto combattere e parlar di gusto, di memorie, d’architettura, con chi risponde quattrini.
La casa ove abitava la famiglia de’ Lapi (divisa da’ Carnesecchi dalla via de’ Conti) era quadra, soda, massiccia, a tre piani, con un bugnato sino al primo di pietre scarpellate ed annerite dal tempo; le mura al disopra tutte piene di rabeschi a graffito, ed in cima affatto una loggia retta da colonnette sottili. Il tetto sporgeva innanzi di molte braccia, e le travi dell’incavallatura che lo reggevano, prolungandosi fuori del muro, mostravano a guisa di gran mensoloni ornati alla grossa di qualche intaglio. Le finestre del pian terreno, forse un po’ troppo a portata di chi era in istrada, eran munite da grosse ferriate, sott’esse una panca di sasso quant’era larga la facciata, ed in questa, all’altezza di dieci braccia, eran commesse tra le bugne spranghe di ferro lunghe tre palmi, ripiegate all’insù, con un bocchino in cima ove si piantavan, in occasione di feste, torchj o stendardi, e dalle quali pendeva un grandissimo anello: sull’angolo poi del palazzo era, all’altezza medesima, uno di que’ lampioni pure di ferro, quali ancora si vedono sugli angoli del palazzo Strozzi, opera del Caparra. Al portone posto nel mezzo, si picchiava con due campanelle di bronzo grandissime che pendevan dalla bocca di due maschere di leoni: ed a veder come le imposte eran per tutto afforzate di chiodi e di lastre, nasceva l’idea, che per i ladri una visita in quella casa non sarebbe stato tempo perduto.
Entrando si trovava un androne la cui volta era a scompartimenti a buon fresco, e che metteva in un cortile quadrato, intorno al quale, sotto un atrio arioso e ben disposto, si vedean molte storie pure a fresco, dell’epoca e della scuola di Masaccio. A metà dell’androne sopraddetto, due porte davano adito al terreno. Quella a mano manca conduceva a quattro sale ove Niccolò avea il fondaco, lo scrittojo, e v’attendeva co’ suoi giovani alle faccende mercantili: l’altra a destra serviva d’ingresso al suo quartiere, che avea prescelto dacchè la vecchiaja, benchè verde, gli avea però reso grave il disagio di far le scale. Il primo piano era occupato dai figli: l’ultimo dalle figliuole e dalle donne, che venivano così ad esser in luogo più guardato, e divise affatto dal resto della casa.
La camera del vecchio (e dagliela con le descrizioni! dirà il lettore.... ma come si fa a dipingere un gruppo di figure se non si fa loro un po’ di campo?) la sua camera dunque era in tutto appropriata a chi l’abitava, cioè di stile grave e severo. Tesa d’un panno d’arazzo di Fiandra, che rappresentava varj fatti della Bibbia, con un soffitto di legno oscuro, a larghi cassettoni; non conteneva che questo poco mobile; un letto di noce lucido, la cui camerella quadra di sciamito pavonazzo, era portata da quattro colonnette piantate su un soppidiano che a guisa di zoccolo o basamento circondava il letto e serviva a salirvi: due cassoni di legno tutti intagliati a mezzo rilievo (la moglie di Niccolò gli aveva recati in casa quando v’era venuta sposa, e secondo l’uso d’allora, contenevano il corredo,) infine molti seggioloni a bracciuoli di cuojo pavonazzo, fermato con borchie d’ottone.
Accanto al letto era una nicchia nel muro alta quattro braccia dal pavimento, nella quale stava appiccata una tonaca da domenicano; sott’essa un’urna d’argento a modo d’un cofanetto, ed una lampada appesa con una catena al soffitto le ardeva davanti. La tonaca era l’ultima che avea portata fra Girolamo Savonarola (il cui ritratto si vedeva attaccato alla parete vicina, chiuso in una cornice d’ebano) ed era quella che gli avean tratto di dosso all’atto del suo supplizio: l’urna conteneva le ceneri del rogo sul quale era stato arso, e queste cose che Niccolò teneva quali reliquie d’un martire, e come memorie d’un maestro e d’un amico, erano da lui guardate con tenera ed altissima venerazione.
Pochi giorni dopo l’esequie di Baccio, egli era seduto dopo cena, ove solea porsi sull’imbrunire, sotto la cappa d’un gran cammino, nel quale ardeva un buon fuoco: avea intorno tutti i suoi di casa, ed alcuni degli uomini che allora più potevano in Firenze, i quali spesso si trovavan quivi insieme a veglia; non che Niccolò fosse allora d’alcun magistrato, ma soltanto per l’affetto che gli portavano, pel molto conto in che tenevano la sua pratica nelle cose di stato, e per la sua autorità nella parte de’ Piagnoni della quale potea dirsi l’anima ed il capo.
V’era Bernardo da Castiglione, padre di Dante, odiatore ferocissimo del nome Pallesco, ed uno dei più riputati della sua parte, quella de’ popolani, che volevano la più estesa democrazia, avversi perciò alla setta degli Ottimati, della quale, come dicemmo, era stato capo il gonfaloniere Niccolò Capponi.
V’eran due frati Domenicani, Fra Benedetto da Faenza, che abbiamo trovato superiore di S. Marco, grandissimo uomo dabbene, e di assai vaste cognizioni, sia nelle materie teologiche, sia nelle lettere latine e greche; ma di natura troppo mite per quei tempi d’arditi e tremendi consigli: e Fra Zaccaria da Fivizzano di S. Maria Novella, predicatore facondo ed agitatore bollente del popolo, che era da lui infiammato alla libertà coll’eloquenza incalzante e fatidica del Savonarola.
V’era Francesco Ferruccio di mercante divenuto soldato, uomo che si potea dir di ferro schietto anima e corpo; di que’ tali che si uccidono, ma non si vincono, nè si piegan giammai: di quelli che bastan talvolta essi soli a ritardar la rovina degli stati; intrepido soldato, capitano avveduto, fortunato nelle fazioni, rigido per la disciplina ed inflessibile co’ soldati, che ciò non ostante l’amavano, perchè lo conoscevano al tempo stesso giusto e liberale. Caldo ammiratore de’ modi e della scuola di Giovanni de’ Medici, capo delle bande Nere, ch’egli studiava d’imitare, onde si diceva tra suoi ch’egli volesse far troppo del sig. Giovanni; macchiò, dobbiam dirlo, tante virtù, con qualche atto crudele; ma pensiamo ch’egli viveva nel secolo XVI, che amava la sua patria, e che dovette vederne l’agonia lunga e dolorosa, e prevederne l’inevitabil rovina!
Bernardo seduto accanto a Niccolò parlava seco sommésso, e pareva aver appiccato ragionamento d’importanza. Fra Benedetto soprappensieri, voltando al fuoco ora la palma ora il dosso della mano, veniva appresso, ed alla sua destra, seguendo il semicerchio intorno al cammino, era Fra Zaccaria, che fissando in alto due occhi neri tagliati come quelli del Giove Olimpico di Fidia, si teneva la barba folta e lunga colla mossa fiera ed ispirata del Mosè di Michelangelo. Francesco Ferruccio, ritto nel mezzo, voltava la schiena al fuoco, e la sua ombra vacillante a seconda della fiamma era portata sulla parete dirimpetto, ove disegnava in dimensioni gigantesche l’alta e robusta sua figura.
Intorno, per la camera buttati sui seggioloni, e stanchi delle fatiche del giorno, stavano Averardo e Vieri, figli di Niccolò, armati di loro corsaletti. Bindo stava ritto accanto ad un desco ove Lisa e Laudomia attendevano a preparare sfili e cucir fascie pei feriti: egli teneva fra le mani un suo elmetto che aveva finito di forbire, e pur guardando sott’occhio se il padre gli badasse, pregava sommesso Laudomia gli trovasse un pajo di penne per farsene un cimiero. La giovane scrollando il capo con un mesto sorriso gli accennava di tacere. Forse la vista della buona spada di Baccio, al fianco del fanciullo, le rammentava il fratello ucciso: forse l’occupavano pensieri ancor più angosciosi e pungenti della mal consigliata ed infelice sorella.
Lisa era minore d’un anno, ne avea diciotto, ambedue potean dirsi belle; ma all’aspetto ognuno avrebbe tenuto Laudomia per la più giovane. Sul suo viso onesto e malinconico, nel muover tardo e soave delle sue pupille azzurre, e fin nella voce e nell’atteggiarsi, splendeva quel non so che virgineo ed illibato, che ogni occhio discerne, ogni cuor sente, ed è pur impossibile definire: che senza esser proprio d’un’età più che d’un’altra, senza appartenere esclusivamente a nessuno stato, orna sovente il volto d’una madre di molti figli, e si desidera indarno su quello d’una fanciulla: quel non so che (se ardissi dirlo) che pare la beltà dell’anima trasparente sotto il velo corporeo; che essendo cosa affatto distinta dalla bellezza, però sempre o la rende irresistibile e divina, o la compensa con usura: quello finalmente, che vendica persino gli oltraggi della fortuna, facendo onorata ed augusta la povertà umile ed oscura.
Quest’aureola d’un’anima non mai contaminata da un pensiero di colpa, facea del volto di Laudomia un volto d’angiolo; nè la sua vita era stata punto difforme da ciò che mostrava il suo aspetto. Rimasta a quindici anni orfana della madre, avea con prematuro giudicio conosciuto, che a lei stava farne le veci colla sorella, e n’aveva assunto, e mantenuto già molti anni l’impegno. Pel resto della famiglia era si può dire il perno sul quale s’aggirava la somma delle cure domestiche. Se poi v’era in casa qualche parola dispiacevole, Laudomia con un motto detto accortamente, e a tempo, l’acchetava o la volgeva in riso; chi aveva un affanno lo confidava a lei, che con que’ suoi modi amorosi pareva tosto lo facesse suo, dolendosi coll’afflitto, ma trovandogli però sempre qualche ripiego o qualche consolazione. Se v’era nulla da risolvere d’importante Niccolò sentiva lei più d’ogn’altro, ed essa con parlar timido e diffidente di se, ma con giudicio sicuro, quasi sempre s’apponeva nell’indicare il partito migliore. Insomma e tra suoi, e fuori tra gli amici ed i vicini non era detta altrimenti che l’Angelo de’ Lapi.
Circa un pajo d’anni prima d’ora avea notato spesse volte un giovane vestito alla foggia de’ gentiluomini, che passava quasi ogni giorno sotto le finestre di casa ora solo ora con suoi amici, spesso ancora su un suo bel giannetto col quale si maneggiava mirabilmente, e le era venuto detto colla Lisa che le sedeva accanto lavorando, Che bel giovane, ma senza pensar più in là e come avrebbe detto che bel fiore; ed ogni qualvolta veniva a passare, lo guardava con piacere e senza sospetto come avrebbe guardata una giovane di consimili bellezze. Un giorno i Magnifici Alessandro ed Ippolito de’ Medici cavalcando per la città capitarono sotto casa i Lapi, e le due sorelle videro con qualche maraviglia quel giovane andare a paro con loro. Tutti e tre a un punto alzarono il capo affissandole; poi quando furon passati, or l’uno or l’altro si volgeva e ridevan tra loro.
Laudomia che s’era affacciata si ritrasse indietro e per la prima volta arrossì: le parve quelle risa l’offendessero, e provava quasi un senso d’umiliazione e di rimorso senza saper perchè. In ogni modo, docile a quella interna misteriosa voce che per le giovani è pur guida saggia e sicura quanto l’esperienza, e vien detta il Pudore, d’allora in poi, quando venivano a passar cavalli, non s’affacciò e non guardò più in istrada.
Ma la povera Lisa benchè ammonita dalla sorella a far lo stesso, testina com’era, fece pur troppo altrimenti. La prima volta aveva come Laudomia guardato il bel giovane; in appresso, senza volerle dar retta, quando sentiva nascer lontano lo strepito del cavallo sul lastrico abbassava il capo, arrossiva, e fattasi alla finestra pareva guardasse tutt’altro, lasciando però cader l’occhio tratto tratto sul cavaliere che passava.
La buona Laudomia non penò un pezzo ad avvedersi di ciò che v’era sotto: ne toccò leggermente con poche parole la sorella, che se l’ebbe quasi per male negando risolutamente: ma il suo viso era divenuto come una vampa di fuoco. Laudomia conobbe come stava la cosa e tacque.
Ben sapeva che aveva un capo da non guidarsi con un fil di seta.
Difatti il cuor della Lisa era buono, l’animo generoso e leale, ma la madre, che la teneva un portento e si struggeva di qualunque cosa le venisse fatta o detta, non avea conosciuto, o troppo tardi, quanto funesto sia quell’amore, che per risparmiare qualche lagrimetta ad una fanciulla, trascura d’avvezzarla a non creder che ogni cosa ed ognuno debba sempre piegarsi alle sue voglie. Usa a volere fin da piccina, non potea patire che non le si andasse a versi: usa alle lodi, (e potean dirsi adulazioni) della madre, ogni minima correzione che altri s’attentasse a farle, stimava nascesse da malevolenza; e dove una direzione saggia ed autorevole avrebbe potuto renderla donna d’alto pensare, e d’animo costante, lasciata in balìa di se stessa s’era fatta piuttosto altera ed ostinata.
Intanto da quelle prime parole in poi dette da Laudomia alla sorella sul fatto del giovane, mai più erano entrate su questo proposito. E siccome fra due persone che sogliono dirsi scambievolmente ogni loro pensiero, nulla tanto genera freddezza, quanto l’avere una corda che da ambedue si sa non doversi toccare, così era nata tra loro, non dirò ruggine precisamente, ma insomma ognuna non vedeva più l’altra coll’occhio di prima.
Laudomia sapeva troppo che parlare alla sorella del suo amore (quantunque inesperta s’avvedeva bene che amore doveva chiamarlo) e non mostrarsele favorevole, era andar a rischio senz’altro frutto, d’allontanarsela affatto. Parlar contro coscienza e lusingarla, non era capace d’averne neppure il pensiero; onde taceva e badava a pregar Iddio la salvasse da tanto pericolo.
Ma ogni giorno più s’andava avvedendo che le sue preghiere non eran esaudite, e che il cuor della Lisa diveniva sempre più infermo. La vedeva a mano a mano venirsi cambiando ne’ modi e nell’aspetto, e trascurare ciò che sin allora le era piaciuto: certi bei fiori che teneva sul terrazzo dell’ultimo piano e de’ quali, coltivandoli di sua mano, avea preso sempre grandissimo piacere, appassivano per non venir annaffiati. Un piccolo uccellino che era il suo caro ebbe quasi a morire, che per due giorni era rimasto senza panico. E ciò, che più di tutto rammaricava la Laudomia, la vedeva trascurare gli atti della religione, o andar molto rimessa nel modo d’adempierli. Ognuna di queste osservazioni era una puntura al cuore dell’ottima Laudomia.
Venne intanto il giorno di Calendi-maggio, festa che si celebrava in Firenze dalle Potenze e dalle giovani specialmente con balli ed altri spassi; e vestite de’ migliori panni, incoronate di fiori, concorrevano a veder giostrare, correre la chintana, o far al calcio. Lisa e Laudomia andarono a veder la festa con una loro parente, e trovandosi in piazza S. Croce, in una gran folla, che è, che non è, la Lisa non si vide più; nè per quanto la cercassero venne lor fatto di rintracciarla.
Tornò però a casa poco dopo di loro, e se Niccolò e gli altri non ne fecero gran caso come d’accidente assai ordinario in quelle confusioni, Laudomia, ancorchè non lo dicesse, l’intendeva altrimenti, e le si avvolgevano per la mente mille sospetti. Ma essa ne sapeva più degli altri. Per tutta quella sera la Lisa, ancorchè facesse ogn’opera per parere come al solito, non potè però nascondere all’occhio indagatore della sorella un certo sbigottimento, un non so chè di nuovo nella guardatura ed in tutta la persona.
Laudomia notando questi sintoni d’un amore sempre crescente che la tenean ravvolta tra mille oscuri e dolorosi sospetti avea giusti motivi di provarne amarissima afflizione. Vedeva troppo bene che non era da sperarne virtuoso fine. Il giovane era di parte Pallesca: di quella parte, che aveva recato al padre ed a tutta la sua casa infiniti mali, che s’era sempre mostrata nemica delle antiche leggi, e dell’antica libertà di Firenze. Era pur da supporre che Niccolò volesse aver per genero uno di quella setta? Aggiungi a tutto ciò, che la giovane domandando destramente e senza far parer di nulla ai fratelli o agli amici di casa qual fosse costui, aveva udito sul fatto suo cose che molto le dispiacevano. Ch’egli era un Messer Troilo degli Ardinghelli, cagnotto de’ Medici, uomo cortigiano e di rotta vita.
A questi motivi che riguardavano gl’interessi della famiglia e della parte, un altro se n’aggiungeva intimo e domestico.
Nel fondaco di Niccolò lavorava un giovanetto di prima barba che sin da piccolo fanciullo s’era allevato in casa ed avea nome Lamberto. Costui era nato molto umilmente. Suo padre, lavorante dell’arte di Por S. Maria[19], per la sua fede e per esser di buonissimo ingegno era venuto in grado a Niccolò, che di povero operajo, l’aveva tirato su fino a costituirlo capo d’ogni sua faccenda. Quest’uom’ dabbene pagò col sangue gli obblighi ch’egli aveva al suo benefattore.
Quando, addì 6 di aprile del 1498, i nemici di Fra Girolamo assaltarono il convento e la chiesa di S. Marco, moltissimi Piagnoni, e fra essi Niccolò, con Pietro padre di Lamberto, concorsero, e vi si rinchiusero per difenderlo. Durò la battaglia molte ore della notte, essendo quei di fuori in gran numero, e combattendo con armi d’ogni sorta, con archibusi e sassi, e facendo quei di dentro grandissima resistenza, non altrimenti che s’usa nell’espugnazione d’una rocca. Il padre co’ suoi frati, dopo esser andato processionalmente per tutto il convento, si ridusse in chiesa e, preso nel tabernacolo il Sacramento lo pose sull’altare, e messisi quivi in orazione cantavano tutti insieme «Salvum fac populum tuum domine et benedic haereditati tuae» aspettando di punto in punto il martirio. Benchè il padre non volesse consentire che s’usassero l’armi per difenderlo, Fra Domenico da Pescia, e molti nobili cittadini, fra quali erano Francesco Valori, Battista Ridolfi e T. Davanzati, si strinsero intorno e deliberarono ribatter coll’armi i loro avversarj, i quali consumata col fuoco la porta della chiesa, alla fine v’entrarono in folla attaccando battaglia di mano, furiosissima co’ Piagnoni e co’ frati, la quale durò molte ore. Un novizio chiamato Herico, tedesco, salito sul pergamo con un archibuso ammazzò di molti nemici, ed ogni volta che dava fuoco diceva anch’esso «Salvum fac Populum tuum domine ecc.» Ed un frate de’ Biliotti con un crocifisso di ottone cavò un occhio a Jacopo di Tanai de’ Nerli, e ciò sia detto per dar idea quali fossero codesti tempi.
Niccolò, che aveva allora 58 anni, combatteva in mezzo alla chiesa rimpetto l’altare della Madonna, ed aveva allato il suo fedel Pietro (così aveva nome il padre di Lamberto) il quale avvistosi d’un tale cui Niccolò non poneva mente, che con un partigianone gli menava un gran colpo che l’avrebbe passato banda a banda, non trovando altro modo a ripararlo si gettò frammezzo, e ricevette nel petto il ferro che gli uscì per la schiena, ed il suo sangue innondò da capo a piedi Niccolò.
Corsero alcuni frati, come usavano con chi cadeva, e raccolto il ferito lo portarono presso l’altare ove, presa con grandissima letizia la comunione, e ringraziato Iddio di quella morte, volse a Niccolò, che gli reggeva il capo non senza lagrime, gli occhi moribondi, e gli disse: «Io lascio la Nunziata ne’ setti mesi.... vi sia raccomandato il mio figliuolo, o figliuola che sia....» e senza poter dir altro rese l’anima a Dio.
Da quel punto, come ognuno può immaginare, egli tenne cura grandissima della Nunziata, e Lamberto nato due mesi dopo, trattò poi sempre come se gli fosse stato figliuolo: e trovato che facilmente apprendeva, lo fece ammaestrare tanto che fatto esperto in sulle scritture gli diede a tener i suoi libri con buona provvisione, pensando giorno e notte qual modo avesse a tenere per fargli uno stato e rimeritar per cotal via il grand’obbligo che aveva col padre. Niccolò era ricco mercatante, perciò avrebbe potuto dire a Lamberto, togli questo tanto in danari e fa i fatti tuoi. Ma gli pareva prima di tutto che obblighi di quella fatta mal si potessero compensare colla sola moneta; poi trovandosi molta famiglia gli pareva fosse anche ingiusto sminuire l’avere de’ suoi figli per una cagione che a lui solo si riferiva.
Gli era nato il pensiero di dare a Lamberto una delle sue figlie con tal dote che stesse bene, così veniva a salvare tutti i rispetti. Ma quantunque il giovane, che era già oltre i vent’anni, fosse tale da non temere un rifiuto da nessuna fanciulla, Niccolò aveva però troppo senno e troppa giustizia per voler ordinar tal parentado senza conoscer prima ben bene il cuore e la volontà di chi lo doveva contrarre. Muovere i primi passi e proporlo egli stesso non gli pareva ci stesse dell’onor suo, onde dato tempo al tempo aspettava che una qualche occasione favorisse l’adempimento di questo suo disegno.
Che Niccolò avesse in animo di far Lamberto suo genero, senza curarsi ch’ei venisse di sì povero stato, non poteva recar maraviglia a chi li conosceva ambedue. Il vecchio non era di que’ tali che sono avversi all’aristocrazia de’ nobili perchè l’invidiano, e che la vogliono spenta per occuparne il luogo. Egli teneva ogni uomo figlio delle proprie opere, lo stimava a norma delle sue virtù, e perciò giudicava sempre pericolose ad una città quelle sette o vuoi di grandi, o vuoi di popolani, o mercanti, o di qualunque altra generazione esse siano, che ristringendosi insieme, e separandosi dagli altri cittadini, schifando imparentarsi con chi non sia de’ loro, usando atti violenti e portamenti superbi, cercano ottener autorità, ricchezze ed onori, non per veruna particolar virtù che sia in loro, ma pel solo accidente d’esser nati in codesta loro setta, o d’appartenerle in qualunque modo.
Ma quanto sono rari gli uomini che, simili a Niccolò, detestino gli abusi per solo amor dell’equo e dell’onesto, e non pel timore di riceverne danno o pel dispetto di non potersene valere ad opprimere altri!
Lamberto poi dal canto suo avrebbe meritato di esser posto tra le eccezioni anche da un padre che stimasse i natali e le ricchezze più che non facea Niccolò.
Se il lettore desidera figurarsi il ritratto di Lamberto, immagini un giovane alto di statura, ed atto per l’ottima proporzione delle membra a tutto quanto può imprender l’uomo, che richiegga forza e destrezza. E ciò basti circa il fisico. Nella parte morale, la natura l’aveva favorito con quel dono che riserba a suoi più cari, a quelli che senza distinzione di stato o di fortuna ella destina alle maggiori imprese; dono che può nominarsi l’amore, anzi la smania della perfezione, seme fecondo delle belle azioni e delle grandi virtù, e di tutto quanto è di sublime nell’umano operare. Giudice severo, che dice all’orecchio dell’uomo applaudito Tu potevi far più, sprone che punge sempre chi è nato per sentirlo, perchè in ogni cosa, in ogni atto vede quanto è più lunga la strada da farsi per giungere alla perfezione di quella già fatta; tormento dell’anima ed insieme la sua vita, il fonte di tante dolcezze, Sarebb’egli forse l’impressione rimasta nell’uomo da quel soffio divino col quale Iddio l’ha chiamato dal nulla?
Questa nobil passione, che in Lamberto andava divenendo più fervida col crescer degli anni, l’aveva eccitato a profittare con ogni studio della ventura di venir allevato in una casa dove eran a sua portata tutti i mezzi di educarsi a quelle discipline che procurano il perfetto sviluppo delle qualità fisiche e morali. Presago forse che la sua vita non avrebbe avuto a consumarsi tutta in un fondaco, s’era ingegnato rendersi pari ad una più splendida fortuna, raffermandosi la sanità e le forze con ogni sorta d’esercizj cavaliereschi, ne’ quali era riuscito mirabile sopra ogni altro; e maturandosi il senno colla lettura degli storici principalmente, ai quali unendo i ragionamenti che udiva farsi in casa da Niccolò e da quelli uomini di stato che vi concorrevano, era venuto a formarsi un capitale di sode e variate cognizioni, per le quali e per l’abito fatto fin dall’infanzia di non far atto, non accettar opinione senz’avervi prima molto pensato, venne a trovarsi uomo in quell’età in cui molti altri sono poco più che fanciulli.
È vero altresì, per non tacere de’ suoi difetti, che appunto per quel suo amore del bello e del perfetto, egli facilmente e con incredibil veemenza s’infiammava di quelle cose e di quelle persone, ch’egli si immaginava avessero alcun che di grande, e colla calda fantasia se le dipingeva d’una perfezione molto maggiore che non era in effetto: conoscendo poi (come suole accadere sempre) d’essersi o in parte o totalmente ingannato, passava dall’immoderata ammirazione ad un immoderato dispregio.
Nè sarà forse fuor di proposito l’osservare, che se i giovani di mente fervida e di cuor generoso come Lamberto si potessero premunire contro questa smania di giudizj avventati ed eccessivi, eviterebbero molti errori, non avrebbero a rimproverarsi molte ingiustizie, ed i mali che ne sono la conseguenza; ed il disappunto delle illusioni svanite non farebbe loro concepire contro l’umanità quell’odio cieco ed orgoglioso, che ha forse prodotte molte belle declamazioni poetiche, ma non ha mai reso gli uomini nè più virtuosi nè più felici.
Si potrebbe anzi dimostrare che invece li ha fatti più duri per gli altri e più amanti di sè, togliendo loro il conoscere una verità trivialissima e palese ad ogni cervello riposato, che se al mondo sono molti bricconi, son pure molti galantuomini, e gli uni e gli altri, compresivi anche questi feroci odiatori della nostra specie, fanno promiscuamente delle cose buone e delle corbellerie, onde alla fine tutto poi si riduce ad aver la santa flemma di segregare le une dalle altre, lodar il bene, biasimare il male; compianger gli uomini che per loro natura debbono ondeggiar sempre in tra due; e finalmente ammonirli ed ajutarli se si può, invece di strapazzarli e di maledirli inutilmente.
Queste riflessioni sarebbero però state affatto inutili per Lamberto. Egli aveva incontrato pochi guai, e trovato invece nella famiglia del suo protettore infinite carezze, il suo carattere non avea perciò avuto motivi d’inasprirsi, e non ostante il difetto che gli abbiamo apposto, la sua aggiustatezza, i suoi modi affettuosi ed onesti, e la tenera gratitudine che mostrava a Niccolò, gli avevan compro l’amore del vecchio, de’ figli e di tutti quanti lo conoscevano. V’era però in casa tal persona che l’amava senza esserne forse neppure avveduta, in modo diverso dall’altre, ed era Laudomia.
Per verità, se mai due cuori dovevano incontrarsi, i loro erano quelli. Ma Lamberto quantunque si sentisse portato verso di lei dalla simpatia che nasce dalla somiglianza de’ caratteri, era però rattenuto da quello splendore puro e verginale che appariva in essa, pel quale veniva a giudicarsi troppo inferiore a cosa tanto alta e divina.
Rade volte la vedeva, e più rado le parlava, e gli parea persino Laudomia l’avesse in poco conto, e lo sfuggisse. Il timido ed onesto giovane pensava «merito forse un suo sguardo?» Ma la figlia di Niccolò era lungi dall’averlo in dispregio, e lo sfuggiva per quell’intimo senso di pudore che era sua guida.
Lisa invece teneva con Lamberto altri modi. Lo trattava con quella sicurtà confidente, di chi è certo non gli si trovi a ridire. L’anima amorosa e candida di Lamberto era in quella stagione ove tanto facilmente s’apre all’amore, come all’aura d’una nuova vita: ove il potere di questo si fa sentire prima d’aver trovato l’oggetto su cui fermarsi. Tempo pieno di perigli, d’angosce, di dolcezze e di trepidazioni, ove l’uomo è quasi sempre colto al primo laccio ed allettato dalla più agevol’esca. Tutto sta a non capitar male!...
Il cuor del giovane che non avea osato innalzar i suoi voti sino a Laudomia, si volse a Lisa appoco appoco senza quasi avvedersene e volerlo, e finalmente se le diede vinto, ponendo in essa sola ogni suo bene ed ogni suo pensiero.
Quel senso avveduto e sottile che la natura ha posto in ogni donna, e che precede l’esperienza, mostrava a Lisa benchè giovanetta qual fosse per lei il cuor di Lamberto. Essa godeva di sapersi amata. E qual cuore umano non ne gode, sia pure illibato ed innocente? Ma questa compiacenza era forse per essa più di amor proprio che di cuore. Sentendo molto altamente di se, aveva caro codesto amore come una prova di più di quanto valesse: se si vuole avea caro anche Lamberto; l’avrebbe fors’anco amato perdutamente, ma non poteva capirle in mente l’idea di divenir moglie di chi passava la vita sua col braccio in mano a misurar broccato.
Lamberto poi, che per natura e per sapersi persona cotanto umile già dubitava di sè, parte immaginando i pensieri della giovine, talvolta usciva di speranza affatto, talvolta vedendosi tanto accarezzato da Niccolò e trattato come un figliuolo, un poco si riconfortava, ed il vecchio, che pure per quanto glielo concedevano i suoi molti pensieri, s’ingegnava scoprire qual fosse il cuor della figlia pel suo Lamberto, fatto quasi certo che tra esso e la Lisa qualche cosa ci fosse, procurava senza troppo aperte dimostrazioni di lasciar però conoscere ch’egli non avrebbe posto ostacolo alla loro unione.
Alla fine, un giorno ch’egli era solo in camera con ambedue, essa a caso uscì, e Lamberto non pensando di venir osservato le tenne dietro col guardo: con un guardo che assai diceva. Niccolò sorridendo, e postagli una mano sul capo gli disse: «Lamberto, io ti voglio quanto bene io ho, perch’io ti conosco intero uomo dabbene, e sappi che per dar marito alla Lisa io non guarderò che sia ricco nè che sia di gran casato; ma che sia un giovin dabbene e che le piaccia» e soprastato così un momento, guardando amorevolmente il giovane che avea il viso come una brace, ripetè ancora «che le piaccia, tu m’hai inteso.» Niccolò era già uscito di camera, che Lamberto aveva ancora a batter palpebra, ed a muoversi, tanto gli parea di sognare. Alla fine riscossosi, e pazzo per l’allegrezza disse «ora s’io non saprò guadagnarmela avrò a dolermi di me.» Ma ad avvelenar questa gioja gli sovvenne ad un tratto, ciò che gli era parso indovinare, che la Lisa fosse troppo altera per porre l’amor suo in basso luogo, e per la prima volta in vita sua si sentì offeso dell’oscura povertà de’ suoi natali: per la prima volta pensò sospirando «Oh fossi nato un signore!» Ma tosto quasi facendo vergogna a sè stesso di questi inutili rammarichi, diceva scuotendo il capo: «Non son io forse un uomo come un altro?» e colla fervida fantasia vedeva quasi schierarglisi innanzi quanti in Italia per le loro virtù eran di povero stato, saliti in grado ed in autorità. Rammentava quanto aveva letto di Castruccio, d’Uguccione della Faggiuola, e di Sforza, e del Carmagnola, e di tant’altri, e prendendo per se quel passo del Purgatorio di Dante, esclamava Son io pure «di quel paese
....ove un Marcel diventa
Ogni villan che parteggiando viene.»
Passando poi da un’idea all’altra vieppiù si confermava in questi pensieri così ragionando: «Niccolò, è vero, mi darebbe la Lisa, perchè son figlio di chi ha dato il sangue per lui, ma non per questo tralascerà di conoscere che io son nato d’un povero operajo, e che potrebbe, purchè volesse, dar la Lisa al primo uomo di Firenze, e gliene saprebbe il buon grado.»
L’animo di Lamberto nobilmente altero si sdegnava all’idea che il suo benefattore, che la Lisa, non avrebbero però mai cagione di andar superbi di lui, e riscaldandosi in quest’immaginazione gli pareva già veder Laudomia sposa d’un qualche grande, e che il cognato si vergognasse del povero Setajolo, che gli amici e le brigate lo lasciassero da canto, che la sua Lisa (secondo il solito se la dipingeva una perfezione) offesa da questi sprezzi lo volesse difendere, avesse a farglisi sostegno, quasi a proteggerlo!.... quest’idea lo trafisse a un tratto così amaramente, e passar la vita a quel modo gli parve cosa tanto dolorosa e vigliacca, che con subita risoluzione fermò in cuor suo di voler ad ogni costo prepararsi quella che si sentiva poter meritare. Pieno d’ardire e di speranza si vide a un tratto apparire innanzi agli occhi come una scena nuova tutta piena e risplendente di fatti d’arme, di vicende e di gloria; in fondo alla quale vedeva se stesso chiaro nella milizia, signore di castella, onorato e potente, e la Lisa tenuta in conto di gran signora, ed invidiata dalle compagne e dalle amiche; ebbro di queste seducenti immagini, conoscendosi saldo d’animo e di corpo, atto d’ogni difficil cosa, esclamava, quasi sdegnato di non aver avuto prima cotali pensieri:
«Pur beato ch’io m’accorsi alla fine d’aver cuore e braccio al pari d’ogni uomo!» e soggiungeva: «Se Iddio m’ajuta come m’ajuterò da me, Niccolò non avrà ad arrossire di suo genero, nè la Lisa ad invidiare altra donna.»
Il disegno di Lamberto di darsi al mestier dell’armi non era in quel secolo privo d’una certa probabilità che venisse a riuscire ad una splendida fortuna; ben inteso che chi vi si metteva avesse ad un grado eminente le doti che rendono atto a tale ufizio, e che una palla d’archibuso non gl’impedisse troppo presto di farle valere. Durava ancora per la milizia il costume de’ condottieri, ed era libero a ciascuno di divenirlo, purchè salisse in tal riputazione tra la gente d’arme che molti si contentassero d’averlo per capo. Ogni soldato, facendo il mestiere per propria scelta, e come un modo d’arricchire e salir in grado, concorrevano in maggior numero a quel condottiere col qual si ripromettevano miglior fortuna. Esso poteva, accettando e rifiutando a sua posta, farsi una compagnia scelta; e questo modo di formar l’esercito avea di buono, che nessuno senza esser valente della sua persona, e senza grand’esperienza nelle cose di guerra non giungeva al comando.
Ma al momento di mandar ad effetto le sue risoluzioni, un pensiero gli si parò d’innanzi, se non come ostacolo insuperabile, almeno come una difficoltà, che sempre è più grave, quanto più è virtuoso l’uomo che l’incontra. Lamberto aveva ancor sua madre. Essa era, prima di prender marito, una buona contadina di quel di Lucca, e venuta a Firenze con Piero, era stata seco molt’anni prima che le nascesse Lamberto. Si sarebbe potuto applicarle l’elogio racchiuso in quelle quattro parole che serviron d’epitaffio ad un’antica dama Romana:
Domum mansit=Lanam fecit[20].
Ma mi pare di sentire qualcuna delle mie leggitrici, se avrò la fortuna di trovarne, dire sorridendo «già noi povere donne non abbiamo ad esser buone ad altro che a star a casa a filare!»
Ah care le mie donne! (già suppongo che siamo d’accordo sul non prender letteralmente le parole dell’epitaffio) se sapeste quanto vi rende grandi, nobili, importanti ai miei occhi, l’incarico a voi commesso dalla provvidenza nel mondo!
Se il vero bello, il vero grande, l’importante finalmente ha a misurarsi dall’utile e dalla virtù, chi potrà credersi più importante d’una buona moglie, d’una buona madre? Chi regge i primi passi, chi consola i primi affanni di questi uomini superbi, che cresciuti poi si tengono dappiù di voi, ed a voi pure debbon ricorrere se voglion trovare sollievo alle miserie della vita? Chi al par di voi è capace viver vita di sagrifici, immolarsi del tutto al bene, alla felicità della persona cui donaste il vostro amore? Gli atti d’eroismo presso gli uomini sono sempre sostenuti dagli applausi e dalle lodi: per voi invece quanto può operar d’arduo e di grande la virtù in un cuore umano, resta il più delle volte ascoso ed obbliato tra le pareti domestiche. E se ciò non ostante siete virtuose ed utili, qual gloria, qual merito maggiore!
Se sapeste quanto stia in vostra mano il bene dell’umana società, che tutto è posto alla fine nel bene delle famiglie! Se sapeste quanto da voi dipenda far gli uomini generosi, arditi, amanti della patria, farli umani, operosi, sapienti, fargli gentili e costumati, non invidiereste al nostro sesso i tristi privilegi d’ammazzar uomini in battaglia, o coll’ampolle e le ricette, che sono i due modi approvati per mandarli all’altro mondo; di tormentarli, o rovinarli coi codici, le cause e mille malanni; di torcer loro il giudicio, e gabbarli coi libri.... e Dio voglia che la gentil leggitrice non aggiunga del suo «e di farli sbadigliare con dei racconti simili a questo!» Ma non voglio supporla ingrata: che se le donne non son dalla mia questa volta, non c’è più speranza. Ora torniamo alla madre di Lamberto.
CAPITOLO IX.
Essa era stata sempre non solo moglie fedele ed illibata, che se ciò basta ad un marito quanto all’onore, non basta quanto alla felicità, ma avea saputo, nei limiti angusti d’una povera casa, esser massaja senza miseria, provvedendo che il marito ed una fanticella non patisser di nulla, e potessero anche mostrarsi onorevolmente vestiti secondo lo stato loro. Ciò non ostante ad ogni fin d’anno trovava il modo di riporre qualche danaro pei casi impensati. Dove non giungeva la provvisione che veniva pagata a Piero da Niccolò, cercava supplire col lavoro dell’aspo, che facea girare tutto il giorno e parte della notte talvolta; tantochè le vicine, quando sgridavano i loro bambini perchè eran frugoli, che non istavan mai fermi, dicevan loro «Tu sembri l’aspo della Nunziata.»
È vero che la buona donna conscia dell’ottimo ordine col quale governava la casa, si lasciava andare a brontolar un poco quando tra i suoi sudditi appariva qualche segni di ribellione. Ma siccome e sudditi e governo, eran d’accordo in sostanza, e contenti per l’essenziale gli uni dell’altro, accadeva nella famiglia di Piero, come in Inghilterra, che se talvolta sorgon contese, nessun però vuol mai spinger la cosa al punto di capovolgere del tutto lo stato. Se il paragone è un po’ troppo disuguale per le dimensioni, l’importanza relativa è all’incirca la stessa, perciò preghiamo il lettore ad ammetterlo.
Finchè era vissuto Piero le cose erano andate così. Dopo la sua morte Niccolò s’era a suo tempo tirato in casa il picciol Lamberto, ed accomodata la Nunziata d’una casetta ch’egli aveva poco lontana dietro S. Lorenzo, ove la buona donna, quando le furori cresciuti gli anni e sopraggiunti gli acciacchi della vecchiaja, potè rallentare un poco il lavorìo dell’aspo, stante gli ajuti di Niccolò, de’ quali si può dire vivea quasi interamente. La sua casa consisteva soltanto in una camera ed una cucinetta: ma siccome sempre la Nunziata s’era dilettata dell’ordine e della pulizia, la teneva rassettata e netta come uno specchio.
Sul letto, sempre rifatto che non faceva una piega, era sparso qualche fiore come s’usava allora in Firenze: appiccate al muro, sopra il capezzale, molte cosarelle di divozione; il ramo d’ulivo, il palmizio, il cero pasquale, e madonnine e santini. Nell’altro lato della camera uno scaffale con suvvi disposte in ordine stoviglie di terra e di stagno che splendeva come fosse argento, e tra mezzo molte fronde d’alloro: un desco, qualche sedia, l’aspo, compagno indivisibile di tutta la vita, ecco qual era la camera della Nunziata. La sua persona piccola ed asciutta come colei che avea durata troppa fatica alla vita sua per poter ingrassare: i panni ruvidi ma ben composti senza una macchia.
La buona vecchierella viveva felice in quella casetta senz’altra compagnia che d’un gatto nero, il quale poteva dirsi più compagno che soggetto, a veder quali modi teneva in tempo di pranzo e di cena. Essa si cucinava e si serviva da se, soltanto le vicine, ora l’una ora l’altra, vedendola vecchia ed inferma, attingevano l’acqua che le bisognava, per loro amorevolezza non per mercede: giacchè generalmente i poveri tra loro (aprite gli orecchi, ricchi e signori!) quando non possono ajutarsi coll’avere, s’ajutano colle braccia.
Nella sua solitudine raramente interrotta, la buona vecchia aveva però un pensiero vivo, incessante, che l’occupava tutta: quello del figlio. Cominciando dall’allevarlo col proprio latte, e su via via per gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della gioventù, s’era ingegnata con tutti quei modi che le suggeriva il suo amore, di dargli tale avviamento ch’egli avesse per prima cosa a riuscire un uom dabbene, e potesse poi godere di tutta quella felicità che era compatibile colla sua povera fortuna. Al modo che lo vedeva stabilito in casa i Lapi le pareva che tante cure e tanti pensieri avessero pur servito a qualche cosa: ed ora faceva di tutto onde Lamberto coi suoi portamenti venisse ogni dì più avantaggiando i fatti suoi. Quando un bel giorno ecco che egli le confida il suo amore per la Lisa e le speranze che nutriva: la buona donna, che non sapeva immaginare al mondo altro di grande, di ricco, di potente che la casa Lapi: cui pareva già toccar il ciel col dito vedendovi il figlio costituito in ufficio poco più che di servo, conoscendo di giunta che testina avesse la Lisa, si sbigottì tutta tremando che con quest’amore il figlio non venisse a far isdegnar Niccolò, e guastar in tutto i fatti suoi, onde prese a mostrargli quanto pericolo fosse in simil cosa, e molto lo pregò a volersene togliere, e sospirando, diceva: «Se almeno avessi posto in Laudomia l’amor tuo: Cotesta, figliuolo, farebbe per te, ma non è tua pari, neppur essa. Pensaci Lamberto!»
Nunziata, come tutte le donne avanzate in età, che standosene sole tutto giorno, se hanno cosa alcuna che le tenga in sospetto, a furia di fissarvi sopra il pensiero, si scaldano il cervello, e se la dipingono mille volte più terribile e pericolosa che non è in effetto, viveva in grandissima sollecitudine pel figlio; e quando questi veniva a passar qualche ora con lei, s’ingegnava con quelle ragioni, e quelle carezze che sa trovar una madre amorosa, di fargli entrare quei consigli ch’ella stimava fossero pel suo migliore.
Le cose erano a questo termine quando il discorso di Niccolò cambiò in certezza la speranza di Lamberto e lo spinse a quelle risoluzioni che abbiamo accennate.
Ma come annunciarle alla madre? Come separarsi da lei, e forse per sempre? Come dire a lei, vecchia inferma, amorosa sopra tutte le madri «Vi lascio e vado in guerra?» Lamberto, quantunque in molto travaglio per queste idee, non si smarrì.
Sapea che la madre, come tutte le donne del secolo XVI, era assuefatta all’idea che è cosa virtuosa e virile talvolta il prender l’armi, e che lo sconsigliarne i mariti ed i figli, ove abbiano onesta cagione d’impugnarle, è atto vile e dappoco. Di fatto la Nunziata cresciuta in tempi torbidi e travagliati, aveva, e per le cose vedute e pei discorsi uditi continuamente, avvezzato l’animo alla lunga a pensieri forti ed arditi; onde quando Lamberto, dopo averle replicate le parole di Niccolò, le aprì il cuore interamente dicendole quanto avea fermato d’eseguire, con tutte le ragioni ed i rispetti, che aveva lungamente pesati in cuor suo, bensì sulle prime parea non sapesse risolversi a tanto sagrificio, ma poi a poco a poco si diede se non contenta almeno rassegnata alle ragioni del figlio. Essa era povera, non avea lettere, ma era capace di que’ pensieri generosi che germogliano in una bell’anima anche senza l’ajuto de’ libri. Passato quel primo sgomento, e considerando più pacatamente la cosa, le piacque l’idea di Lamberto di non accettare una tanta ventura prima d’essersene reso degno.
Sentì un nobile orgoglio pensando che il figlio diverrebbe genero d’uno de’ primi cittadini di Firenze, senz’esserne obbligato soltanto alla sua umanità: che a quell’uomo dal quale s’eran ricevuti continui beneficj senza mai poterli menomamente ricambiare, si potrebbe pur alla fine render merito in qualche modo, o mostrare almeno d’avervi posto ogni studio, onde se v’era difetto s’attribuisse alla fortuna e non a viltà di pensieri. Insomma la partenza di Lamberto venne risoluta d’accordo.
Mentre segretamente si metteva in ordine di panni, d’arme e dell’altre cose che gli bisognavano, parte spendendo de’ suoi danari, parte di quelli della madre, che in questo suo bisogno gli volle donare tutt’i risparmi fatti in tanti anni; una parola uscita di bocca alla Lisa lo confermò sempre più nelle sue risoluzioni, e ne affrettò l’esecuzione. L’udì un giorno, parlando co’ fratelli d’un giovane loro parente che attendeva allo studio delle leggi, dire: «Quanto a me non mi pare uomo chi non vedo a cavallo colla corazza sul petto.» Queste parole suonarono all’orecchio di Lamberto come gli avesse detto «Ora se vuoi avermi tu sai quel che hai a fare».
Due giorni dopo sulla prim’alba il giovane coperto di tutte arme picchiava all’uscio della Nunziata, per abbracciarla e domandarle la benedizione. Il lettore potrà facilmente immaginare gli atti e le parole d’ambedue senza che prendiamo a descriverli minutamente. Al momento di dividersi, la povera vecchia preso tra le mani scarne e tremanti il capo del figlio, che avea posto in terra le ginocchia, lo baciò in fronte, lo benedisse, e ponendogli al collo un crocifisso d’ottone gli disse «Questo non lo lasciar mai, figlio mio, ti porterà ventura» e Lamberto partì.
Ma prima d’avviarsi alla porta S. Gallo ov’era il suo cammino, volse il cavallo e lo fermò al portone di casa i Lapi. Mai gli era bastato l’animo di parlar proprio schietto ed aperto alla Lisa; ma ora il momento del distacco, la risoluzione presa, lo facevano animoso; quell’arme stesse che lo coprivano, già gli pareva sentire l’avessero mutato in tutt’altro uomo, e forse (era così giovane!) godeva mostrarsi alla Lisa tutto lucente di ferro, e pensava: quando sarò lontano e si ricorderà di me, mi vedrà colla spada e la rotella, e non con quel maladetto braccio e quei maladetti broccati.
Smontò da cavallo, e su per le scale risolutamente giunse alla loggia dell’ultimo piano. Lisa alzatasi pur allora era uscita con un infrescatojo ad annaffiare i suoi fiori prima che levasse il sole.
Le parole furon pronte e brevi.
—S’io ritorno, disse Lamberto tenendosi a due passi dalla giovane, e colle mani giunte in atto di preghiera, s’io ritorno sarò degno di voi, s’io non ritorno... vorrà dire che Lamberto vostro avrà perduta la vita per meritarvi. Ove ciò sia, avrete memoria di me? Se Iddio mi serba a miglior fortuna, sarete contenta aspettarmi?—
Lisa s’era appoggiata al muricciuolo della loggia, chè quella comparsa improvvisa, quell’arme, le parole del giovane gravi e tenere al tempo stesso, le aveano messo in cuore siffatto turbamento, che le ginocchia le tremavano.
Sentì velarsi la vista da una nube dì lagrime, e rispose sotto voce volgendo il capo in altra parte:
—Sì, povero Lamberto!—
Stesa poi la mano ad un vaso di rose tutto in fiore, ne colse una, la diede a Lamberto, e fuggì nelle sue camere.
Lamberto in un momento fu in istrada: il moto del salire a cavallo sfrondò la rosa, ed un po’ di vento che soffiava ne disperse le foglie.
Lamberto tutto sbigottito le guardava volare tremolanti e spandersi all’intorno.
Si pose in seno, sospirando, il gambo e le fronde verdi che rimanevano, e spronò al suo viaggio col cuore stretto ed il pensiero a quella rosa che tanto poco era potuta durare intera.
Non lo deridiamo, povero giovane! quando il cuore si trova a questi passi, un’inezia basta ad affliggerlo come a consolarlo.
La Lisa intanto aveva narrato il successo alla sorella, e presto Niccolò ed i fratelli seppero anch’essi la partita di Lamberto. Saliti nella sua camera trovaron, lasciata sulla tavola, una lettera per Niccolò: in essa il giovane dopo avergli rese le grazie ch’eran dovute al tanto bene che avea avuto da lui, dopo avergli chiesto perdono s’egli partiva senza toglier commiato, e senza aver da Niccolò, come da padre, la benedizione, gli si apriva interamente, dichiarandogli che nonostante il grande amore nutriva per la Lisa, non ostante le benigne parole del padre, egli non era però tanto cieco da non conoscere quanto la persona sua fosse inferiore alla ventura che gli si voleva far sperare: che gli sarebbe parsa gran villania, e troppa indegna riconoscenza dei tanti beneficj, il valersi sul momento della generosa profferta che Niccolò gli faceva per effetto di sua buona natura: che andava a porre in opera tutte le virtù dell’animo e le forze del corpo per mostrare almeno al mondo che s’egli era persona umile e povera avea però spiriti e pensieri meritevoli di miglior fortuna. Pregava poi la Lisa ad aver qualche memoria di chi tanto fedelmente l’amava, e ad aspettarlo un pajo d’anni, sperando potere, prima che fosser trascorsi, farle udir tali novelle che avesse a dire: Lamberto è divenuto un uomo.
E ciò lo scrisse con un frego di sotto, volendo riferirsi alle parole della Lisa.
Niccolò per la sua fiera natura amante de’ caratteri forti, rimase ammirato del partito preso da Lamberto; e quantunque molto glien’increscesse non si sapeva saziare di lodarne l’alta cortesia. E la Lisa considerando che il giovane soltanto per amor suo andava incontro a tante fatiche e a tanti pericoli, colta nel lato debole del cuore, crebbe agli occhi suoi proprj, e sentì che potea andar superba d’un tale amante.
Per ogni donna che sia del carattere della Lisa, è ben raro che l’amor proprio appagato non ischiuda la porta all’amore: ed in quei primi momenti udendolo desiderare e lodare da tutti le parve amarlo e forse l’amava realmente. Interrogata da Niccolò in quel primo calore, rispose ch’era contenta aspettarlo, e nella sua inesperta semplicità, già le pareva vederlo tornare signore d’un reame.
Ora vuoi sapere, o lettore, chi aveva posto in animo a Niccolò il dire ciò che disse a Lamberto? Era stata la buona Laudomia, che accortasi del suo amore, e stimandolo gran ventura per la sorella, avea con quella sua celeste bontà, cancellato tosto, o rinserrato almeno nel più profondo del cuore, ogni pensiero di se stessa, per occuparsi soltanto del bene della Lisa e di Lamberto, che da quel punto amò sempre come gli fosse stato fratello.
Tanto è vero che a questo mondo, vivon talvolta nascoste in qualche angolo ignoto, anime di eroi, a petto alle quali Alessandro, Cesare, e tanti altri simili a questi, son pure la povera e la meschina razza! e la differenza è presto capita. I secondi tormentaron gli altri per giovare a sè. I primi tormentan se stessi per giovare agli altri.
Faceva l’anno dacchè Lamberto era partito, nè, da una prima lettera in poi ove diceva essere agli stipendj del sig. Filippino D’Oria e militare sulle sue galee, s’era potuto saper altro sul fatto suo. Si cominciava a dubitare non fosse capitato male, e nel cuor della Lisa la sua immagine s’andava cancellando per la lontananza, per l’incertezza dell’evento, e più di tutto perchè l’immagine di Troilo veniva occupandone il luogo. Si può pensare se alla buona Laudomia, recasse dolore veder quel Lamberto che il suo cuore avea saputo così bene conoscere e pregare, cui avea però rinunciato con tanta virtù per farne felice la sorella; quel Lamberto che avea lasciato patria, parenti, agi ed amici, ed avea mostrata tanta altezza di pensieri per amor di essa, vederlo, dico, posto in obblìo così presto per un pazzarello, per un cortigiano scannapane, per uno di quella parte dalla quale erano venute addosso a Firenze, e sulla sua casa cotante sventure. Laudomia era gelosa dell’onor di Lamberto, e non potea patire di vedergli fare un così gran torto; questa era la più potente cagione per la quale tanto l’offendevano i portamenti della sorella.
Nè potendo più reggere alla passione e tacere, una sera sull’imbrunire, in quell’ora che più di tutte può dirsi l’ora della confidenza, trovandosi sola con essa in camera, le prese le mani e le disse quasi piangendo—Oh Lisa! ed il povero Lamberto!.... la sua fede!.... il suo amore!.... l’hai proprio dimenticato del tutto?.... Alle quali parole Lisa ne rispose poche e brevi, ma amare e superbe. Laudomia tacque, uscì di camera, e trovatasi sola pianse dirottamente, come si piange quando, sulla virtù, sui pregi di persona che s’ami si è costretti a dire: «Io m’era ingannato!»
Ma venne ben presto il tempo in cui quella freddezza che sentiva per essa scomparve e si cangiò in compassione, in premura più calda, più tenera che mai. Verso il finir di maggio Niccolò si condusse colla famiglia ad un podere ch’egli aveva presso il Poggio a Cajano, villa de’ signori Medici. Egli ed i figli venivano di continuo a Firenze per loro faccende, onde spesso le due sorelle rimanevan sole con una vecchia fante detta Mona Fede, buona, ma credula e di corto ingegno che non si potea trovar peggio.
Una mattina Laudomia che soleva dormire colla sorella, svegliatasi a levata di sole, non se la trovò più allato. Pensando fosse scesa in giardino per goder l’ore fresche, v’andò; ma non v’era, e neppure la fante, tantochè non sapea che pensare. Dopo un pezzo comparvero ambedue, ma come sbigottite e scompigliate, e pareva parlassero e rispondessero a sproposito. Laudomia cominciò a tremare, e condottasi in camera la sorella, le domandò affannata che cosa l’avesse così per tempo condotta fuor di casa, e che volesse dir quel suo sbigottimento.
Diede, l’incauta giovane, in uno scoppio di pianto, e buttandosele al collo disse: «Sono sua moglie!».... Laudomia all’udir quelle terribili parole che suonarono al suo orecchio come la profezia d’interminabili sventure, rimase senza respiro: e coprendosi il viso colle mani potè dir solo «Ah sciagurata, che cosa hai fatto!» Visto poi che in quel momento non avrebbe potuto ricavar altro dalla sorella, corse, per chiarirsi, alla fante, e con parole affannose ora pregando, ora sgridandola, pur alfine fece parlare quella povera vecchia, che maravigliandosi molto di veder tanto turbata la Laudomia per questo fatto, non restava di dire che Troilo era un gran gentiluomo, e molto onorato partito per la Lisa, e che se avea voluto far le cose così in segreto, co’ signori non bisognava guardarla tanto pel sottile, avendo anch’essi le loro fantasie, e che Niccolò alla fine si sarebbe poi trovato contento, ed altre simili sciocchezze.
Insemina, per dirla in una parola, la cosa era fatta, ed il turpe modo, il lettore lo conosce: ma nessuna di quelle povere donne lo conosceva, anzi la fante per vieppiù rassicurare la Laudomia, narrava particolarmente la cerimonia esaltando la cortesia dello sposo ed affermando essersi eseguito il tutto colle debite regole in chiesa col prete, i testimonj ec., tantochè l’animosa giovane conosciuta niuna cosa esser più vana ed inutile, che disperarsi quando il male non ha rimedio, prese il savio partito di volger tutte le cure a prevenirne le tristi conseguenze. Il suo primo pensiero, ed il consiglio che diede alla Lisa fu gettarsi tosto a’ piedi di Niccolò e confessargli il tutto, ma non le bastò l’animo di seguirlo. Rade volte chi ha bisogno di un tal consiglio è capace di mandarlo ad effetto. Si spera coprire colla simulazione un primo fallo, ma quel male che conosciuto tosto amine Merebbe rimedj, ignoto si fa incurabile. Se Lisa avesse dato retta alla sorella, avrebbe avuta ad incontrare senza dubbio la prima furia di Niccolò, ma poi volendo questi aver in mano le prove della validità del matrimonio si sarebbe scoperta la vile ribalderia che v’era sotto; diveniva facile, ed in tempo il rimedio, e la misera Lisa non sarebbe finita.... Ma narriamo le cose per ordine.
Il cuore umano è talmente impastato dell’amore di se stesso, che le anime più nobili anch’esse, in parte almeno gli vanno soggette. Laudomia udito il caso della sorella non potè non pensar subito «Dunque Lamberto è libero!» Ma fu tanto dolente di aver avuto un tal pensiero quasi per primo, le parve cosa tanto abbominevole e vile aver potuto trovar bene a se stessa nella colpa della sorella, che nell’innocente sua semplicità già si teneva per una perversa, e piangeva amaramente. Raddoppiò le premure per Lisa, e le pareva quest’aumento di tenerezza le alleggerisse il cuore, stimandolo quasi un risarcimento del torto che credea averle fatto. Colla speranza che il tempo offerisse poi una qualche occasione favorevole di dare miglior piega alle cose, scelse per partito migliore (dacchè a ogni modo era pur moglie di Troilo) ajutarla a tener quest’unione celata ed agevolarle i modi onde talvolta segretamente potesse trovarsi con suo marito.
La cosa andò così innanzi più mesi con poca soddisfazione però della povera Lisa che potea vederlo ben rare volte per la soggezione in cui vivea: costretta poi a premere i suoi dispiaceri e vivere in continuo sospetto, s’era dimagrata, avea perduto il fiore giovanile, e non pareva più quella di prima.
L’appassire della sua bellezza le era di tanto maggior dolore, quanto le era parso avvedersi d’un certo raffreddamento per parte di Troilo, ch’essa amava invece ogni giorno più ciecamente. Prima, quando non gli riusciva accostarsele, si mostrava però a lei in istrada, in chiesa, ovunque potesse: poi le era sembrato che piano piano andasse rimettendo di queste premure. La povera giovane si sentiva, com’ è naturale, pungere da’ sospetti; pensieri di gelosia tanto più tormentosi quanto meno era in grado di saperne il vero, le pullulavano in cuore; tutt’insieme menava vita meschina e malcontenta, e coglieva pur troppo presto gli amari frutti dell’errore commesso.
Ma l’infelice era appena in principio de’ suoi guai. S’accorse in modo da non poterne dubitare che presto non sarebbe più sola a portar la pena del suo fallire.
Quel momento aspettato bensì, ma pure pieno di tanto nuova allegrezza, di tanta trepida sollecitudine per le spose novelle, fu per la povera Lisa come l’annunzio d’una sventura. E qui nuovi motivi e nuove difficoltà per celarsi; aumento di patimenti pel presente, aumento di timori per l’avvenire.
È inutile distendersi nel minuto racconto dei modi tenuti da ambedue le sorelle per celare in quegli ultimi giorni d’angoscia e di dolore prima la madre, poi il bambino. L’esperienza ha più volte mostrato poter passar segreti ed inosservati fatti simili a questo anche in famiglie nelle quali vegli l’occhio materno: in casa i Lapi poi fu cosa agevole celarsi a Niccolò, lontano le mille miglia da cotali sospetti, tutto avvolto ne’ pensieri della città e della mercanzia, spesso fuor di casa, e, quando vi era, sempre racchiuso nelle sue stanze terrene.
Ma questo segreto custodito con tanto studio, e per tanto tempo, per poco non si venne a scoprire per cagione della Lisa medesima. Per quanto Laudomia e la fante la scongiurassero, non vi fu verso a persuaderla si separasse dal suo bambino per confidarlo ad una balia. In un carattere più docile codesto amore, quantunque bello e virtuoso, si sarebbe però piegato sotto la quasi assoluta necessità, ma essa volle: e trovata opposizione volle con tal impeto, con tali smanie, che facendo dubitare della sua vita in quei momenti di sfinimento, bisognò pure arrendersi e contentarla. Ma allora fu indispensabile aprirsi ad altra donna. Sotto colore che pel governo de’ panni bisognasse una fante di più, fu presa in casa una giovane d’un sesto assai lontano, la quale venutavi col bambino della Lisa ne fu creduta madre e si teneva l’allattasse.
Per non esser in casa altro che uomini i quali avean il capo a tutt’altro, anche questa andò bene.
Bensì, Niccolò e taluno de’ figli udendo talvolta su in alto i vagiti del bambino dicevano alle giovani «Che domin siete andate cercando di metterci in casa questa tristizia! Mancan eglino donne in Firenze?» Ma la cosa tosto si quietava.
Gli uomini la dicevano, e le donne la facevano a modo loro: come accade per lo più nelle famiglie quando tra uomini e donne si discute circa le cose domestiche.
Troilo intanto malgrado la cacciata de’ Medici, e l’abbassamento della parte Pallesca, era rimasto in Firenze con buon numero de’ suoi consorti, e vi s’andava mantenendo per trovarsi a portata, ove gli venisse fatto, di giovare ai suoi signori ed alla parte.
Quando poi i capitani di Carlo V rupper guerra a’ Fiorentini apertamente, cresciuti i sospetti nel governo pei quali si mostrava ognora più rigido verso i fautori della famiglia sbandita, parve a molti di questi tempo oramai di fuggirsi. Il seduttore della Lisa partito anch’esso segretamente, si condusse al campo degl’imperiali, che facean la massa a Fuligno: non potè, o non volle far motto alla figlia di Niccolò, prima di lasciar Firenze: le scrisse però in modo di consolarla e racquetarla alquanto. Non essere, scriveva, atto di leale, e d’onorato gentiluomo romper fede a’ suoi signori, ed abbandonarli nella mala fortuna; stesse di buon animo, avesse cura di se, del loro piccolo Arriguccio; sperasse tempi migliori; poi proteste di amore, giuramenti di non esser giammai per mancarle ecc....
Quanto fosser sincere queste espressioni è difficile giudicarlo, poichè non sempre anche gli effetti contrarj, sono sufficiente argomento per asserire sieno state usate con animo di mancarvi.
Il fatto stà però, che da quella lettera in poi o Troilo non volesse farsi sospetto ai suoi con mostrare di tener pratiche in Firenze, o realmente fosse già spenta del tutto nel suo cuore ogni idea di virtù, d’onore, di compassione per la sua vittima, essa non ebbe più nè lettera nè riscontro veruno che le desse nuova de’ fatti suoi: e se ne vivesse malcontenta e sconsolata vel potete immaginare. Soltanto dopo parecchi mesi, quando già i nemici erano a campo sotto Firenze, venne a sapere pel canale di certi prigioni, che Troilo era in campo, e militava fra i gentiluomini del principe d’Orange.
Allora cominciò la meschina ad aprire gli occhi ed a tener per certo che Troilo fosse a lei traditore come lo era alla patria. «Esser così vicino, pensava, e non farmi aver una linea di scritto, non farmi dir una parola? Ah fossi io dov’è egli! fossi ne’ suoi panni! saprei ben io trovare i modi!»
Laudomia che aveva concepiti gli stessi sospetti anche prima della sorella si sforzava però di nasconderli, e di scusare il creduto cognato; e talvolta trasportata dal desiderio non si potea risolvere a crederlo ribaldo e sciagurato a quel segno.
Quantunque s’ingannasse, poichè è impossibile immaginare più vile ribalderia di quella colla quale avea tradita la Lisa, pure non era forse nato per esser uno scellerato, ed avrebbe per avventura avuti i semi di molte virtù se non gli avesse soffocati un vizio più di tutti pericolosissimo, la vanagloria. Questa passione la più credula ed al tempo stesso la più fallace conduce l’uomo direttamente al fine opposto di quello che gli promette, soprattutto s’appiglia ai cervelli leggieri. Troilo per sua disgrazia se l’era dato vinto fin da fanciullo: e trovandosi presto in compagnia d’uomini tra i quali il vizio fruttava onore, la virtù dispregio, si diede a quello non tanto per propria inclinazione quanto per vanagloria.
Il tradimento fatto alla Lisa venne da lui ordito e condotto a fine per potersi vantare d’aver vinta una prova. Vero è ch’egli in principio l’amava, o piuttosto (per non profanare una tal parola) gli era piaciuta la sua bellezza: forse lasciato ai propri pensieri, non si sarebbe mai condotto a farle cotale inganno: ma uccellato da compagni, che lo deridevano avesse tanti rispetti ad una popolana, figlia d’un Piagnone sagrificò barbaramente ad una meschina vanità l’onore di quell’infelice, e la pace d’una famiglia onesta e dabbene.
Ora che il lettore ne conosce le tristi vicende, torniamo ove Niccolò sedeva fra suoi nella forma descritta al principio del capitolo antecedente.
CAPITOLO X.
Posto fine al ragionamento ch’egli avea tenuto sotto voce col Castiglione, il conversare divenne generale, e si ravvolgeva sugli affari del Governo, e sui partiti da prendersi, che quivi sotto l’influenza de’ Frati di S. Marco, e di Niccolò, quasi in anticipazione delle pubbliche discussioni, si concertavano.
Come accennammo al capitolo V, era stato mozzo il capo al Cocchi per inconsiderate parole a pro de’ Medici. Messer Ficino Ficini, caduto nello stesso errore, fu preso, posto al tormento, e condannato alla medesima pena. La sentenza doveva eseguirsi appunto in quell’ora, nel cortile del bargello, a lume di torchj, ed il discorso tenuto da messer Bernardo con Niccolò s’era aggirato sul caso di costui. Poco stante un tavolaccino della Signoria bussò alla porta di casa i Lapi; fu introdotto, entrato, si volse a Niccolò e disse:
—Il magnifico gonfaloniere vi fa sapere che in questo momento è stato mozzo il capo a messer Ficino; è morto molto da buon cristiano.—
—Stà bene, rispose il vecchio senza scomporsi, ed il tavolaccino uscì. Ma gli astanti, e le donne più di tutti, si scossero a quest’annuncio, e premurosamente tutt’insieme domandarono per qual causa si fosse fatta cotal uccisione.
—Un nemico di meno a questa città, rispose Niccolò; egli fu tanto ardito di dire pubblicamente che Firenze era stata meglio sotto le palle che a popolo: chi si mostra traditore colle parole sarà da aspettare venga ai fatti?
Tutti abbassato il viso e lo sguardo, tacquero. Fra Benedetto alzò gli occhi al cielo con un sospiro raffrenato. Le due giovani colle due mani abbandonate sul lavoro guardavan sgomentate or gli uni or gli altri. Il Ferruccio scostandosi dal cammino e buttandosi su una sedia diceva:
—Così avessimo stiacciato il capo al serpe, come ora si cerca di stiacciargli la coda, e la città non sarebbe a questi termini,... ma gli uomini pagano spesso i loro errori colla vita, ed i popoli colla libertà. Se alla calata di re Carlo nel 94, Piero e’ suoi consorti, e tre anni sono Ippolito ed Alessandro si fossero non cacciati ma spenti, si risparmiava il sangue di molti con quello di pochi.... I Pisani ci dicon ciechi per via delle colonne di S. Giovanni! Han ben altre e più potenti cagioni di chiamarci tali!.... Non abbiam saputo vedere che per i Medici il più sicuro confino e in S. Lorenzo!....[21].
Alle rigide parole del Ferruccio, che pur troppo avevano in se una parte di vero, tutti rimasero pensosi e muti per qualche minuto. Era venuta intanto l’ora in cui per costume della famiglia si faceva in comune la preghiera della sera. Alzossi Niccolò, si volse a Bindo, il quale inteso il cenno uscì e poco dopo introdusse una brigata di operai e di fattorini del fondaco di Niccolò che avean costume ritrovarsi a queste preghiere, e che s’inginocchiarono taciti e riverenti in sull’uscio. Il vecchio trasse d’un forziere un libro di preci, e porgendolo a Fra Zaccaria gli disse:
—Più d’una volta in tempi men tristi il nostro glorioso Fra Girolamo fece l’uffizio che state per far voi;.... quanto sovente qui in questa camera ci diceva: «figliuolo, verranno i flagelli, converrà patire, combattere, ma poi Florentia renovabitur»!.... La prima parte della profezia è avverata, preghiamolo ora c’impetri da Dio l’adempimento della seconda; ottenga pace e libertà questo popolo, e chi combatte per esso incontri gloriosa vittoria, od onorata morte.
—Amen, rispose Fra Zaccaria. Prese il libro, e postosi ginocchione sotto la nicchia ov’eran le ceneri del Savonarola, gli altri si inginocchiarono intorno per la camera. Dopo le solite orazioni pregò per le anime di coloro che già avean lasciata la vita nell’assedio, e più particolarmente per quella di Baccio. Niccolò, al nome del figliuolo, fu visto congiunger le mani in atto di fervida preghiera, ed alzar gli occhi al cielo pieni d’una serena rassegnazione.
Fra Zaccaria intanto per le parole dette poco prima dal vecchio, e per la vista della tonaca di Fra Girolamo, nella quale fissava gli sguardi, si sentiva ribollire in cuore più fervidi i pensieri di Dio e della patria. Per l’uso continuo avea facile il dire all’improvviso, chè niuno ebbe allora più di lui dalla natura l’eloquenza ardita e concitata del tempo, e l’animo inclinato ad usarla. Nel finir la preghiera il suono della sua voce si veniva facendo più alto; finita che l’ebbe, senza volgersi nè interrompersi proseguiva dicendo:
—No, non saranno disperse dai venti le tue parole, o glorioso Fra Girolamo, ed i nemici di chi confida in Dio diverranno polvere e cenere. Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus! Ecco già s’adempion le tue profezie! La mano di Dio già s’aggrava sulla sventurata Firenze. Ora è tempo d’esclamare al Signore, di spargersi di cenere, di correre a penitenza. Ora è tempo d’armarsi di costanza e fortezza, onde impetrare che s’avveri la misericordia, come s’è avverato il flagello. Volgiamci all’unico re nostro, e nostro Signore Gesù Cristo.... Ricordati, esclamiamo, che questo popolo t’ha scelto per solo suo re[22] Vedi che i tuoi nemici già vengono per toglierti il regno, per porsi sul tuo glorioso trono, fatti scudo a questo popolo che non vuol esser d’altri che tuo. Non sei tu quel Dio forte e geloso che s’adirò contro Israele quando chiedeva un re? Non sei tu quello stesso che al profeta Samuele diceva Non enim te abjecerunt sed me, ne regnem super eos! Non sei tu quel Dio che volendo usare agli ingrati ebrei un’ultima misericordia, dicesti loro per mezzo del Profeta:
Et constituet sibi tribunos et centuriones, et aratores agrorum suorum, et messores segetum, et fabros annorum et curruum suorum.
Filias quoque vestras faciet sibi unguentarius, etc.
Son pur queste, seguiva, le tue minacce contro chi si volea sottrarre al tuo imperio: Sii tu dunque giudice, o sommo Iddio, fra te ed il tuo popolo, e s’egli combatte per obbedire a te solo, per non piegare il ginocchio a Dagon ed a Belial, combatti dunque con noi, salvaci dalla spada degli Amorrei e degli Amaleciti, Exurge, exurge Domine, e sian dispersi i tuoi ed i nostri nemici.—
Queste parole dette in modo quasi profetico, potenti perchè profferite da chi li credeva, destarono fra gli astanti un fremito d’approvazione. Niccolò, che si sentiva ancor nelle vene il calor de’ trent’anni ove si trattasse di patria e di Palleschi, afferrò pel braccio il Ferruccio e diceva fremendo:
—No, perdio, non c’entreranno in Firenze que’ maladetti; e finchè vivrete voi, fortissimi giovani, finch’io sarò vivo, le Palle non cacceranno il Giglio. Co’ nemici di fuori la spada, con quei di dentro la mannaja. Ben c’insegnava il nostro Fra Girolamo nella congiura di Bernardo del Nero, come si tolgon di mezzo i traditori. Vollero guerra a morte, e se l’abbiano, ed il loro scellerato sangue ricada sovr’essi!....
—Guerra a morte, ripeteva ferocemente il Ferruccio, odio e maledizione eterna a tutti i Palleschi! Così potessi con questa (e batteva sull’elsa) spaccare il cuore di quanti sono dentro e fuori le mura!—
Niccolò, i suoi figli ed il Castiglione risposero a queste parole di sangue con un riso sinistro. Fra Benedetto pensò sospirando:—In che tristi tempi mi tocca a vivere!—Fra Zaccaria ebbe appena con un primo moto del volto mostrato d’approvare il Ferruccio, che tosto mutato viso abbassò le ciglia e tacque.
Ma chi sentì poi adatto darsi come una coltellata nel cuore fu la povera Lisa, e serrando le ciglia malamente verso il Ferruccio stava per dirgli—«Si può esser buon cittadino senza aver animo e parole di beccajo» Ma la divina Laudomia che avea letto nel suo cuore, conoscendo quanto dovessero offenderla cotali discorsi, e quanto fosse facile che nell’opporvisi cadesse in qualche imprudenza, si fece coraggio, le tagliò la parola, e con quel suo modo tutto dolcezza disse:
—Messer Ferruccio, anch’io amo la patria e mi tengo buona cittadina; anch’io spero che le vostre spade ajutate dal favore che Iddio promette alla giustizia salveranno la nostra città dalle mani de’ Medici e d’ogni altro tiranno, ma se credo lecita ad un cristiano la brama di venir liberato da chi cerca d’opprimerlo; se credo permesso, anzi opera santa, ributtar colle ferite e le morti gl’inimici della patria, non trovo che il nostro divin Redentore ci abbia permesso d’odiarli, di godere ne’ loro strazj, di rallegrarci della loro morte per piacer di vendetta. Non dite voi il Pater noster, messer Ferruccio?—
Il Ferruccio e gli altri rimasero senza saper che rispondere a queste mansuete parole, e per verità oppor loro una buona ragione non era cosa facile; Fra Zaccaria poi, che aveva bensì un’anima tutta fuoco per le sue opinioni politiche, ma era al tempo stesso uomo leale, severo e virtuoso, cui eran sorti in cuore i medesimi pensieri di Laudomia senz’essersi attentato a palesarli, disse volgendosi a Fra Benedetto:
—Quello che dovevamo dir noi ministri dell’evangelio, l’ha detto la Laudomia. Iddio parla spesso per bocca dell’innocenza; egli sia quello che ti benedica buona fanciulla.—
Laudomia arrossì, e tacque, e la Lisa di, nascosto le prese una mano, se l’accostò alle labbra ringraziandola così alla mutola d’aver tanto appuntino indovinato il suo cuore.
Niccolò, era rimasto come assorto in un profondo pensiero, in quel momento le passioni di parte, l’odio contro i Palleschi nutrito per tanti anni durava fatica a reggersi contro la sublime mansuetudine che suonava nei detti della figlia, le si accostò, le pose una mano sul capo, e le disse:
—Che tu sii benedetta, cara, buona Landomia.
Persino il feroce Ferruccio (tanto è grande ed invincibile la forza della virtù) fattosi dappresso alla giovane la stette guardando un momento in atto di rispetto e di maraviglia, ma poi brontolando le diceva:
—Voi parlate bene Laudomia, ma al modo in cui si vive oggi giorno, con tutti questi perdoni ci farebbe poco frutto, se un nemico è in piedi, ponilo a giacere se puoi, e quando è caduto non t’impacciar di levarlo da terra, che chi spicca l’impiccato, l’impiccato impicca lui. Del resto poi io son soldato e non chierico, amo la mia patria, sono nemico de’ suoi nemici. S’io potessi ammazzarli tutti non lascerei di farlo, e del resto non m’intrometto in altro.—
—Non nego che si possa, che si debba ammazzarli talvolta, rispose Laudomia alzando timidamente i suoi occhi azzurri e sereni sul volto duro e torbido del feroce repubblicano, ma non si può forse al tempo stesso piangere sulla dolorosa necessità che ci porta a versar tanto sangue? Non si può forse sentir per loro pietà invece d’odiarli? Non si può almeno pregar per loro, che morendo lasciano pur mogli e madri sconsolate? Che hanno pur un’anima immortale da salvare o perdere eternamente? Voi, Fra Zaccaria, diceste che ora è tempo di meritar misericordia e perdono dal nostro Signore Iddio. Non vi par egli che, invece di godersi nell’odio de’ Palleschi, nell’immagine delle loro membra palpitanti, sarebbe miglior via a meritar questa misericordia il pregar per essi, il chiedere a Dio la forza di ributtarli bensì e difendersi da loro, ma, nel mostrarsi buoni cittadini, di non iscordarsi d’esser cristiani?—
A coteste parole quasi costretti da una forza invincibile, Fra Zaccaria, il primo, e poi tutti gli altri, e perfin Ferruccio, caddero ginocchioni. Alzò la voce il frate non più tremenda e sonora come prima ma dolce e raumiliata.
—Dio di bontà, disse: ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem; una fanciulla ha dato gloria al tuo nome più di noi che pur siam tuoi ministri.—
—Ora accogli questa nostra nuova preghiera, salva il tuo popolo dalle violente mani de’ malvagi; ma sovvienti che que’ malvagi sono più miseri di noi, poichè si chiariscono tuoi nemici e rinnegano il tuo santo nome, rammenta che sono nostri fratelli, che tutti siamo tuoi figli, rammenta che tutti a un modo ti costiam prezzo di sangue, infondi adunque in loro sensi di giustizia, in noi di mansuetudine, concedi ad essi il perdono, a noi la forza di accordarlo, e di chiedertelo per loro.—
—Ti raccomandiamo, o Signore, più degli altri l’imperator Carlo V, poichè egli è il nostro più fiero nemico! Ti raccomandiamo papa Clemente. Ti raccomandiamo tutta la casa de’ Medici....—
(Queste parole parvero tanto nuove, tanto enormi, che fecero riscuotere ognuno).
—Ti raccomandiamo tutti i nostri nemici, i Palleschi....—
La povera Lisa, che stava ginocchioni col viso nascosto nelle palme sentiva a questa preghiera due rivi di pianto scenderle per le mani e le braccia.
—Ti raccomandiamo finalmente tutti coloro che ci hanno fatto o vogliono farci ingiuria. Salga, o Iddio, questa nostra preghiera sino al piè del tuo trono, ed a norma delle tue promesse c’impetri quella misericordia e quel perdono che non abbiamo negato ai nostri fratelli.—
Finita questa orazione tutti s’alzarono con viso sereno e contento, che tale è il primo frutto d’una vittoria riportata dalla carità sulle passioni dell’odio e del furore di parte.
—Ecco la Trojana che suona, disse messer Bernardo[23], è tempo di andarci con Dio.—
Voltosi poi alla Laudomia le disse sorridendo;
—Non anderò agli Otto a dir loro quali preghiere ci avete fatto fare stasera, chè non vorrei credessimo tutti dormire a letto, ed avessimo a dormire al bargello....—
Salutato poi Niccolò, uscirono tutti. I frati s’avviarono al convento, egli a casa sua, ed il Ferruccio disse voler arrivar insin in palagio per non so che faccende egli avea col gonfaloniere.
Le cose accadute in questa serata aveano versato un po’ di balsamo nel cuor della Lisa. Avvezza a non udir parlar de’ Palleschi che nel modo con che si parlerebbe di fiere, pieni sempre gli orecchi di parole di sangue contro di loro, s’era sentita ricrear il cuore dal suono di quella preghiera, come da una celeste rugiada; senza saper essa stessa ben definire quali speranze potesse accogliere, le pareva però di veder come un primo albore d’un men tristo avvenire. Salì in camera colla Laudomia, vi si chiuse, e quando fu ben sicura di non esser sovrappresa, corse nella stanza vicina alla culla del suo bambino; e lo trovò che dormiva riposatamente. Nel voltolarsi come soglion fare i fanciulletti di poco tempo avea disordinato il lettuccio. Una picciola gambetta tonda e bianca con un piedino color di rosa, usciva fuori dalie coperte; le braccia stavan buttate uno in qua l’altro in là con certe manine piccine e grassotte, ed il petto colmo e tondo, splendeva così candido e pulito che pareva un raso, e proprio rubava i baci.
La povera madre s’abbandonò tutta sulla culla, guardando però di non lo svegliare, ed aprendo la porta a mille affetti che aveva dovuto tutta la sera tener racchiusi nel cuore, cominciò a piangere dirottamente. Racquetatasi poi a poco a poco, diceva al fanciullo, che s’era pur risentito, aveva aperti gli occhi, e colle manine s’andava ora prendendo un piedino, ora accarezzava il mento della Lisa.
—Povero Arriguccio, passerino mio, amore della madre.... sai.... hanno pregato anche per te finalmente, hanno pregato anche pel babbo. Poi volgendosi a Laudomia le diceva:
—Sai che sono stata per isvelare ogni cosa? Quando Fra Zaccaria ha detto preghiamo pei nostri nemici Palleschi, c’è mancato un pelo che non abbia detto:—Preghiamo dunque per mio marito.—
—Davvero non so che mi ti dire, rispose Laudomia, in certi momenti anch’io quasi quasi penserei che fosse il nostro meglio.... ma pure, misura sette, e taglia uno....—
—Più ci penso e più mi pento di non averlo fatto.... vedi che vita di sospetto viviamo; sempre così non è possibile di durarla, senzachè ben sai per la natura mia quel finger continuo, quel coprire, quel dissimulare è cosa troppo dura ed insopportabile.... sono stata una dappoca a non saper cogliere quel momento che si trovavan avere il cuore un po’ men duro del solito. S’io avessi parlato, allora per forza conveniva che il rumore fosse men grande se non volevano smentire le loro parole e le loro orazioni.—
Laudomia non partecipava che sino a un certo punto a questa speranza; il suo chiaro discernimento le mostrava che era un mal fidarsi di un momento di commozione, e che non bisognava creder per questo che cuori indurati nell’odio e nella vendetta si potessero così tosto ed interamente cambiare; perciò disse alla sorella:
—Lisa mia, quanto a questo lo sa Iddio che cosa sarebbe accaduto, e per me, siccome non mi son mai attentata a darti un consiglio (fuorchè quel primo), così neppur ora non mi vi attento; quel che ti posso dire si è, che qualunque cosa risolva, mi avrai sempre pronta per ajutarti, reggerti, consolarti, per quanto mi durino le forze e la vita. Lo sai pure ch’io vivo del bene che mi vuoi, del bene che mi vogliono i miei di casa, che non conosco, non comprendo altra gioja fuori di quella d’essere amata, e di pensare a procurar il bene, la contentezza, la pace di chi mi ama.—
La povera Laudomia pensava forse nel secreto del suo cuore a Lamberto nel dir codeste parole, ma non osando fermare troppo il pensiero in lui, riportava sulla Lisa e sulla sua famiglia quegli affetti che pur volevano un oggetto sul quale fermarsi.
Lisa intenerita le si gettò al collo dicendo:
—Io credo che gli angioli non abbiano il cuore fatto altrimenti dal tuo. Così ti avessi dato retta quella mattina sul tornar di chiesa.... ma dopo mi pareva ogni giorno più difficile: che vorrà dire che stasera invece mi sento spinta con tanta forza a confessare, a svelare ogni cosa?—-
—Iddio talvolta, rispose Laudomia, ci pone in cuore ciò che farebbe per noi.—
—Orsù, disse Lisa risolutamente, vo’ fare ciò ch’Egli m’ispira. Domattina non saranno uscite ancora di mente al babbo le parole dicesti, le preghiere di Fra Zaccaria; basterà ch’egli mi punisca d’avergli avuto sì poco rispetto, d’essermi maritata senza sua saputa, ma non vorrà rinnegar quel perdono che ha poche ore prima implorato pe’ suoi nemici, non vorrà rinnegarmi per figlia, cacciarmi soltanto perchè un Pallesco è divenuto suo genero. E poi ci butteremo a’ suoi piedi con Arriguccio, lo pregheremo come si prega Iddio; Iddio non nega il perdono, potrà egli negarlo? La speranza è un male che facilmente s’appicca; se pure si può dire un male anche quando è fallace. Laudomia si persuase alla fine anch’essa che dopo un primo impeto di sdegno le cose si sarebbero pur potuto assestare. Lisa sedutasi accanto alla culla si recò in grembo il fanciullino e scopertosi il seno glielo porse, dicendo:
—Prendi angioletto, e voglia Dio che quando sarai fatto grande, siano spente queste maladette parti.—
Il bambino suggendo avidamente il latte, la Lisa gli dicea sorridendo:
—Avrei pur bisogno mi lasciasti un po’ di forza per domani.... ma Iddio me la darà.—-
Appoco appoco il fanciullino veniva chiudendo gli occhi, e la madre dondolando colla sedia, canterellava sottovoce una canzoncina, onde s’addormentasse del tutto. Laudomia, ritta dietro la sorella, gli veniva intanto ravviando i capelli, e finalmente glieli serrava in una reticella per la notte.
Mona Fede strascinando certe sue pianelle si dava da fare per ammannire i letti delle due giovani, porre la culla d’Arriguccio accanto a quella di Lisa.
—Aveva ascoltata attentamente la discussione tra le due sorelle, ma la conclusione ultima poco le andava a sangue: ricordando la parte avuta nel caso della Lisa, già le pareva aver addosso Niccolò con tutta la casa; onde, quando tacquero, con molti sospiri e molti scrollamenti di capo, pur seguitando ad ammannire l’occorrente per la notte cominciò a brontolare:
—Hum! Dio faccia che la vada bene!.... è presto detto raccontare ogni cosa!.... e poi? Se riesce a rovescio? Se succede qualche diavoleto peggio?.. così almeno con un po’ di riguardo si vive, stiamo in puntelli è vero, ma insomma finora non è andata malaccio, e un giorno o l’altro in qualche modo s’ha da trovar la via d’uscir da questo gineprajo.,.. ma almeno, per amor di Dio, non gli stessi a dire, che v’ho tenuto mano, che sono stata io.... lo sapete anche voi, io non ci ho che far niente!....—
—No, no, non gli dirò nulla, rispose la Lisa sorridendo della paura della povera vecchia.
—Già vi dico il vero, avrete un gran coraggio se vi basterà la vista di dire a messer Niccolò «Son moglie di....» Uh vergine Santissima!... solamente a pensarci.... è un grand’uomo dabbene, non c’è che dire, è un santo, ma quando s’entra su certi particolari, e’ diventa troppo pessima bestia.... è un pezzo che sono in questa casa, e come l’ho veduto io in certe occasioni, non l’avete veduto voi altre, avrebbe fatto tremare il sig. Giovanni. Quando poi ci si mette di mezzo quella diavoleria del Giglio e delle Palle.... allora salvatevi.... che io poi non so capire che domin si vogliano Intendere: quel che so io è, che quando era vivo il sig. Lorenzo, e i Fiorentini gridavano Palle, il grano non istava a sette lire lo stajo, nè il vino a otto e nove fiorini d’oro il barile, come oggi giorno. Del resto, i ricchi e i signori hanno le loro fantasie, ed io in questo non c’entro.... ma volevo dire a proposito di messer Niccolò, e di quando va in furia..... Alla venuta de’ Francesi nel novantaquattro.... voi altre eravate ancora in mente Dei.... que’ caporali dell’esercito, com’è usanza di cotesta nazione, vagheggiavano le belle donne di Firenze: un certo capitano de’ Guasconi, proprio il nemico lo tentò di mettersi a spesseggiare qui sotto i balconi per M. Fiore vostra madre. Un giorno il padrone torna a casa e qui, proprio sul portone, se lo trovò tra’ piedi. Vi so dir che con due parole ed un certo viso che gli fece, il capitano pensò bene provvedersi d’altro alloggiamento. Insomma, badate al fatto vostro.—-
—Fede, lasciami stare, già sono risoluta, e sai che non mi muto.—
—Eh lo so, lo so anche troppo.... Basta, Dio faccia che se ne indovini una: ma da quel giorno che i leoni[24] s’azzuffarono, e fu morta la leonessa, una che è una non ci è più andata bene nè per Firenze, nè qui per la casa. Già l’ho sempre inteso dire a’ vecchi, che per questa città non è il più pessimo augurio.... e jer notte a aria cheta si sentiva sin di qua il ruggito di quel leone grande che venne colla giraffa, quando il soldano mandò a presentare il sig. Lorenzo nell’88... quel povero animale lo saprà ben egli perchè grida a quel modo.—
—Ed anch’io lo so, rispose la Lisa, e te lo dico subito, e’ grida perch’egli ha fame: ora che la carne d’asino vale un carlino la libbra gli toccherà far magro scotto.—
—Sentite, sentite, s’è vero che non finisce mai d’urlare!....—
Le tre donne cessaron in un subito di cicalare; la Lisa fermò la sedia, la Fede rattenne perfin l’anelito, tendendo ognuna gli orecchi. Per l’ora tarda, tutta la città quieta, il lungo della casa alto, e non troppo discosto dal palagio de’ Signori, dietro il quale era il serraglio de’ leoni, s’udiva giunger tratto tratto il cupo e rauco ruggire di quelle fiere, che in quel disagio dell’assedio (la Lisa aveva indovinato) pativan la fame.
Ma mentre le povere donne stavan tutte orecchie ad udir quel ruggito lontano, un suono scoppiò terribile e vicino, la voce di Niccolò, che battendo all’uscio colpi furiosi, gridava:
—Apri, mala femmina!....—
CAPITOLO XI
Tra le molte leggi ed i molti ordini coi quali si reggeva la repubblica Fiorentina ve n’era uno il quale, non ostante fosse stabilito a tutela del viver libero, era non di rado pregiudicevole a quello, e partoriva tutto di pessimi effetti. Questo si chiamava la tamburagione.
Affinchè ogni cittadino potesse avere una via secreta, sicura, e sempre aperta per accusare ai magistrati chi macchinasse contro lo stato, e per togliere al tempo stesso ogni sospetto quando l’accusato fosse possente e temuto, erano ordinate in varj luoghi della città alcune casette chiamate tamburi, sul coperchio delle quali era un fesso d’onde si poteva far passare lettere o carte, e la chiave di tali tamburi era presso i rettori.
Chi voleva far pervenire in mano di questi un’accusa contro un cittadino la buttava in un tamburo (e ciò si nominava tamburare), e rompendo in due pezzi un grosso d’argento ne serbava una metà, l’altra la chiudeva nella lettera onde se in seguito gli fosse venuto bene di farsi riconoscere ne avesse il modo.
Queste tamburagioni produssero mai sempre poco vantaggio, se pure ne produssero alcuno, e spesso furono istrumento alla malignità, all’odio ed alle vendette d’uomini codardi e vigliacchi.
Messer Benedetto de’ Nobili tra gli altri il quale, se il lettore se ne ricorda, avea concertato con Malatesta quanto fosse da farsi per costringere Niccolò ad accettar Troilo per suo genero, s’era tanto maneggiato, che gli venne fatto scoprire ove fosse il bambino della Lisa. Conobbe poter ottenere l’intento molto facilmente per vie della tamburagione.
Scritta perciò una lettera accomodata a questo suo disegno, la gettò nel tamburo posto nel muro del palazzo de’ Signori dalla parte della Dogana, e venne in mano al gonfaloniere Carduccio la sera stessa ove accadder le cose accennate nel precedente capitolo.
La lettera diceva così:
Magnifice Domine
«Avvegnachè sia pervenuta a notizia d’alcuni cittadini amanti della patria e di questo stato popolare esservi chi desidera e procura far novità, e tiene pratiche segrete coi nemici del nome e della libertà Fiorentina, si tengon essi obbligati darne avviso a chi può correre al riparo d’un tanto male.
Sappia adunque la vostra Magnificenza, che si dubita assai da molti sul fatto di messer Niccolò de’ Lapi, e si crede quella sua rigidità contro la parte Pallesca non sia che una vana ostentazione per colorire disegni pregiudizievoli a questo reggimento. La cagione di cotali sospetti sta nel sapersi che molte volte prima che cominciasse l’assedio era messo segretamente in casa sua, di notte tempo e per una loggia che mira sulla via dei Conti, Troilo degli Ardinghelli, rubello, al quale Niccolò ha maritata la Lisa; e per tener nascosto il parentado, dubitando forse non generi sospetto nel popolo, tiene ora un fanciullo nato di questo matrimonio, molto ben guardato in certe camere appartate su in alto della sua casa.
Vi è chi dice d’aver veduto Troilo entrargli di notte in casa anche a questi giorni che il campo è sotto le mura, benchè si sappia esser il sopraddetto Troilo ai servigi del principe d’Orange, e militare coi nemici di Firenze (ciò era al tutto falso, e messer Benedetto lo sapeva meglio d’ogni altro). Ora potrà la V. Magnificenza chiarirsi della verità dei fatti, e giudicar cosa si debba inferire da queste pratiche condotte con tanto segreto, e se faccian ritratto di buono e leale cittadino. A ogni modo non s’è voluto mancare di non l’avvertire a quella quae bene valeat.»
Il Carduccio rimase senza fiato leggendo quell’accusa. Niccolò, il suo amico, l’uomo sul quale non era mai caduto un sospetto, crederlo un traditore, crederlo soltanto capace di dissimulare, non ci si sapeva indurre. Dall’altro lato la lettera citava fatti così positivi che si potevano così presto verificare!... Stette un momento sopra di se, ma tosto nel suo cuore riuscì vittoriosa la buona opinione che aveva del vecchio popolano, e deliberò mostrargli questa volta quanto largamente si rimettesse nella sua fede.
Si trovava appunto il Ferruccio alla presenza; fatto un piego, ove pose la lettera, e suggellato, lo pregò volesse in suo servigio portarlo tosto a Niccolò, dicendogli queste parole «Il gonfaloniere vi manda questo scritto onde veggiate in qual conto vi tiene.»
Pensò servirsi del Ferruccio e non d’un fante, affinchè qualunque alterazione apparisse sul volto di Niccolò nel leggere una sì enorme accusa, non fosse veduta se non da persona amica e prudente, e così non andasse per le bocche d’ognuno.
Giunse il Ferruccio a casa i Lapi, ed intromesso, non senza qualche maraviglia di Niccolò di vederlo così tosto ricomparire, gli pose in mano la lettera, dicendogli le proprie parole del Carduccio.
Niccolò l’aperse; la lesse, e rimase un momento senza dir parola o far moto nessuno. Poi alzatosi in piedi, e fattosi più presso al lume, colla mano si strofinò gli occhi e la fronte, guardò fisso in viso il Ferruccio come per accertarsi ch’era desso, e ricominciò a leggere il foglio dal principio.
Finita questa seconda lettura, e fatto certo che tutto ciò non era sogno, pensò al primo che non fosse se non una filza di menzogne trovate da’ suoi nemici per iscreditarlo, e fu sua buona ventura, che se avesse pensato ciò poter esser vero, è probabile, colto così all’improvviso, fosse caduto morto. Due o tre volte incominciò a parlare, ma gli s’annodava la lingua in bocca e taceva, finalmente, facendo ogni prova onde non apparisse agli occhi del Ferruccio la tempesta si sentiva nel cuore, lo pregò ringraziasse il Carduccio della sua cortese opinione, ed usando tronche ma amorevoli parole gli diede commiato.
Volto allora a’ suoi figliuoli, che soli erano rimasti, con un’occhiata che li fece tremare, disse con quella voce alla quale alcuno in casa non osava replicare:
—Niuno sia tanto ardito d’uscir di questa camera finch’io non torno; presto saprò se anche sotto questo tetto vivano traditori.—
I tre giovani, attoniti e conturbati, si guardarono in viso l’un l’altro senza profferir parola; Niccolò, preso un lume colla manca, s’avviò per uscire, e passando vicino a Vieri gli strappò d’accanto la daga; varcò la soglia, chiuse la porta, e cominciò a salire la scala. Fatto il primo capo, si fermò un momento a pensare, poi scagliò lontano da sè il pugnale, che venne sdrucciolando per gli scalini insino in fondo.
Giunse alla porta della camera ove dormivan le figlie, si fermò di nuovo un momento origliando, pose l’occhio al buco della chiave, ed il povero sventurato vecchio fu certo alfine della sua vergogna. La Lisa allattava il bambino.
A quella vista smarrito affatto il lume degli occhi percosse due volte col pugno chiuso sì fattamente la porta che quasi la staccò dalle bandelle, e con voce che pareva piuttosto ruggito d’una fiera mandò quel grido che abbiam poco sopra narrato.
—Apri!.... mala femmina.—
Passarono due o tre secondi, e nessuno apriva. Niccolò con una valida spinta sforza l’uscio già scassinato, entra, e si ferma in mezzo alla camera. Le due giovani s’eran fatte a un tratto diacciate e bianche come due statue di marmo, ed il vecchio rimasto muto, ed assalito da un tremito convulso, figgeva nella Lisa due occhi di fiamma che sembravano consumarla come fosse di cera.
—È dunque vero! gridò alla fine dando un muglio che i figli udirono dal pianterreno, e trasportato dalla furia di quel primo impeto si scagliò contro la figlia colle più orrende e vituperose parole che siano mai state dette a femmina perduta, a tale che Laudomia tutta tremante cadde bocconi piangendo dirottamente, e prese pel lembo il lucco del padre: ma questi voltosele come un serpe cui venga pesta la coda, glielo strappò dalle mani, e la sbigottita giovane ricadde colle braccia e colla fronte sul pavimento.
Lisa col capo tra le ginocchia (che al primo picchiar di Niccolò avea posto il fanciullo nella culla) non s’era mai mossa; dopo quella prima sfuriata il vecchio tacque un momento come per riprender l’anelito, ma tosto proseguiva:
—Dimmi, femmina d’inferno, vergogna mia, vergogna della tua casa, non potevi prima ammazzarmi, e poi far quel che tu hai fatto? Non vi eran più coltelli in Firenze? Ci voleva tanto a spegner l’ultimo fiato di vita d’un vecchio di novant’anni? Non bastava levartelo dinanzi, e poi se volevi, darti anima e corpo al nemico? Togliermi la vita? che mi toglievi? ma l’onore salvato per tanti anni puro, intatto insin ad oggi!...... quando ho già un piè nella fossa, tu, perversa, mi butti il fango in capo? Su questi canuti, che dovean essere la gloria de’ miei figliuoli, l’onore di te, sozza scellerata!.... E se non eri da tanto di saper tener in mano un pugnale, chè nol dicesti a quel tuo sgherro ribaldo.... era impresa di gentiluomo, di Pallesco, di cortigiano fradicio de’ Medici scannar un vecchio da tergo..... ma sapeva il traditore che potea farmi peggio.... Ma, alla croce d’Iddio, anch’io gli saprò far conoscere l’error suo d’aver lasciato vivo Niccolò, e se n’avrà a pentire che non sarà più tempo.... Averardo.... Vieri....—
I giovani, che stavano in orecchi, corsero alle grida di Niccolò, che data loro a leggere la lettera mandatagli dal Carduccio esclamava:
—Chi di noi sarà tanto ardito d’or innanzi di alzar gli occhi in viso a Lamberto, a quel giovane onorato e dabbene, ed altrettanto disavventurato....—
E qui fermatosi un momento come colto da un nuovo pensiero:
—Disavventurato? seguiva, son pur pazzo.... avrà invece a ringraziar Dio, e botarsi, d’averlo salvato d’impacciarsi con questa trista, con questa sfacciata, che ha potuto tradire un par suo per darsi ad un ribaldo traditore, traditor mille volte!....
—Fuori di questa casa, gridava con furore e voce sempre crescente, fuori ora proprio, tu e questo fanciullo, e va, portaglielo a suo padre, e digli che ringrazii Iddio ch’io non son nè Pallesco, nè gentiluomo, ne cortigiano, che s’io fossi tale!.... che avete fatto assai ad uscirmi vivi dalle mani... Ma è stato Iddio che non ha permesso ch’io venissi sin qui con quella daga....—
Mentre Niccolò profferiva queste parole, la Laudomia in terra non cessava di singhiozzare tentando d’abbracciare le ginocchia del padre, che mai nol sofferse, e sempre la respingeva; i fratelli, vedendolo venuto in tanto furore, non ardivano appressarsegli.
La Lisa, che senza muoversi, e senza aprir bocca aveva ascoltato sino al fine quella gran villania finch’era contro essa sola, si scosse udendo chiamar traditore il marito, e ritrovò forza nella sua ardita natura, che a guisa d’una molla più era compressa, e più valida risorgeva. Alzò la fronte pallida, ed affissato il padre con occhio languido ma sicuro si pose ginocchioni così un po’ distante com’era, poi disse:
—Mi fate voi degna dirvi quattro parole prima ch’io esca di questa casa?—
Niccolò rispose—Di’, e fa presto.—
—Se voi m’avessi ammazzata, lo meritavo bene.... non posso negarlo. Conosco d’aver fatto errore grande, scostandomi da quell’obbedienza che v’era dovuta, e conosco ch’io dovevo almeno, poichè il male era fatto, confessarvi ogni cosa.... Laudomia ch’è costì e che non seppe mai nulla finchè tutto non fu condotto a fine, me lo consigliava; sono stata io che non ho voluto. Dunque tutta la colpa è mia, ed è ragionevole ch’io ne porti la pena, e tutto quanto m’avete detto, o mi direte, e qualunque sia il castigo che mi preparate, tutto riceverò benedicendovi le mani e dirò d’averlo molto ben meritato; ma se siete signore e padrone di me, non lo siete dell’onore e del nome di Troilo, che mai fu traditore a persona....—
—Io voglio aver tanta pazienza ch’io ti ascolti insino in fine....—
Disse Niccolò con riso amaro.
—E, riprendeva Lisa, di questo ne starà a paragone con tutto il mondo. S’egli è della parte Pallesca, egli è quali furono gli antichi suoi, e ciò non vuol dir altro se non che egli l’intende a un altro modo, che non l’intende il popolo di questa città.... e sarebbe cosa troppo enorme voler dire, che quanti cittadini son fuori di questa mura tutti sono traditori....—
—E tu vile ribalda sei tanto ardita di bestemmiar la tua patria a questo modo, in casa di Niccolò, e credi pazza che tel comporti?.... e quando dovresti nasconderti sotterra, e morir per la vergogna, e ringraziar Dio e me che ancora vedi lume, invece ti rimane pur tanta faccia di parlare, e per poco la non dice che la buona, la virtuosa è stata essa.... e l’uomo dabbene egli è ’l suo drudo, e non è traditore chi viene armata mano contro la sua patria?.... Ah, che conosco finalmente che vipera mi tenevo in seno, che sia maladetta l’ora che tua madre s’incinse di te pel mio malanno.... Animo, a chi dich’io? Ch’io ho troppo sofferto.... Animo, fuor di questa casa....—
Finir queste parole, avventarsi alla Lisa, afferrarla per le trecce e strascinarla carpone sin presso la porta, malgrado i pianti e le grida di Laudomia, fu tutt’uno.
I figli allora, commossi a pietà per la misera sorella, s’interposero e gliela levaron di mano.
—Via, disse Vieri, il più giovane de’ tre, ch’era bonaccio e di que’ caratteri che non possono sentir discorrere di guai, via, d’ogni cosa alla fine si vuol far pace, e basta bene che la se ne vadi se voi non la volete in casa....—
—Oh padre mio! interrompeva Laudomia, è vero, abbiam fatto error grande, ma Iddio perdona pure a chi si pente, e domanda pietà... Se quel che più v’offende è l’aver essa sposato un pallesco, ma non avete voi pregato per essi non son tre ore... e se non perdonate, come volete che Iddio, scusate babbo s’io son tanto ardita.... come volete che Iddio perdoni a voi?—
Gridò Niccolò:
—Non mi star a far la saccente, ch’io non ho mestieri d’imparar da te, sciocca, ciò che convenga di fare.... Sta a vedere ora che bisognerà lasciarsi vituperare le figliuole da’ Palleschi, per dar retta alle tue baje.... bada a te, e a’ fatti tuoi, tu.... e tu (volgendosi a Lisa) prendi quel fanciullo e levamiti dinanzi, e vattene col malanno, che Dio ti dia....—
La povera giovane, ch’era sino allora rimasa in terra buttata come uno straccio, coi capelli che le cadevan per le spalle e pel volto, mandando tratto tratto dal petto un singhiozzo convulso si venne alzando con gran fatica.
—Iddio è giusto, diceva interrottamente, oh Iddio è giusto.... egli e non voi m’avrà a giudicare.... e vedrà.... se meritavo.... d’esser trattata... a questo modo. Per la disubbidienza.... quanto a questo, ero colpevole.... è vero..... ma è mio marito.... non è mio drudo, come dite.... non ho peccato.... Per quanto all’esser Pallesco.... oh questo poi!.... Iddio non parteggia, io mi confido ch’egli non è nè Pallesco, nè Piagnone.... egli maledice.... oh sì, maledice queste sette.... quest’odj.... questi furori....—
—Egli maledice i figliuoli empj, gridò Niccolò, i figliuoli che disubbidiscono, e vituperano chi diè loro la vita, e n’attristano la vecchiaja, e li cacciano disperati nella fossa, e tu, sciagurata, te n’ avvedrai....—
A questo punto Laudomia atterrita, e quasi smarriti i sensi e l’intelletto per la terribil scena di cui era spettatrice, e per l’orrenda maledizione scagliata dal vecchio sul capo della misera sorella, non trovava più forza per formar parole, ma coi gemiti, colle lagrime, coll’abbracciare le ginocchia e baciar i piedi del padre, divenuta come ebbra e forsennata, coll’avvinghiarsegli appigliandosi alle sue vesti tentava ancora d’impietosirlo. Ma lo sventurato vecchio era (non per modo di dire, ma realmente) fuor di sè, e smarrito ogni lume, ogni senso di ragione, ributtò Laudomia con un urto così valido che la misera si dovette arrovesciare sul suolo: provò dapprima un gran dolore al capo; a poco a poco non sentì più nulla e svenne.
I figli di Niccolò, visto l’atto crudele e furibondo del vecchio, che sconvolto nel viso, irti i capelli sulla fronte livida, mostrava col pallore, col tremito delle membra, coll’errar delle pupille, star presso a perder i sensi, come già dava segno di aver smarrito l’intelletto, gli si posero attorno con sommesse ed umili parole, ma pur usando misuratamente le forze, e l’avviarono fuor della camera dietro la sventurata sua figlia.
Questa, col fanciullo in collo che piangeva, scese, e senza più volgersi uscì in istrada. Al padre s’era intanto dissipata la nube che l’aveva per un momento come tratto di senno, si sciolse dalle braccia de’ figli, e chiuso con impeto il portone, fe’ correre il chiavistello, e senza profferir più parola entrò nelle sue stanze e voltò la chiave dell’uscio.
Eran circa le sei ore, che in quella stagione corrispondono a un dipresso alla mezzanotte; la tramontana spingeva di traverso una pioggia fitta e diacciata, e la povera Lisa camminava a caso nelle tenebre, ora inciampando, ora entrando fino a mezza gamba nelle pozze d’acqua e di mota di che era piena la via, ma non avendo altra cura, altro pensiero che di tenersi ben serrato al petto il suo bambino ed addoppiargli i panni in capo ed indosso, onde salvarlo dall’acqua e dal freddo.
Procurando andar rasente il muro; e per dirigersi (avendo le mani impedite brancolar non poteva) alzava gli occhi tratto tratto, e seguiva la linea de’ tetti, che in quell’oscurità generale erano più scuri del cielo, appena tanto da poterli distinguere. Andò così un buon pezzo vagando, ed a poco a poco l’idea dello stato presente, del pericolo, del patire del figlio, cacciò o distrusse ogni altro pensiero. L’idea che s’ella fosse venuta meno, il povero Arriguccio sarebbe spirato nel fango di freddo e di disagio, forse in pochi minuti, valse a ritornarle quella forza che già sentiva mancare: pregò Dio col cuore, e riflettendo a qual partito dovesse appigliarsi, si risolvette andar da una parente che le s’era sempre mostrata amorevole.... ma stava fino in porta S. Friano. Pure non conosceva altro rifugio, s’avviò. Poco pratica delle strade, così allo scuro, ed in tanto travaglio d’animo presto, come suol dirsi, perdè la tramontana, nè seppe più in quale strada si trovasse. Si fermò un momento per riprender gli spiriti e raccoglier le idee, e calcolando la strada fatta le fu avviso trovarsi in faccia al Duomo, di dove pel corso degli Adimari potea dirigersi verso l’Arno. Ma scostandosi da un muro che aveva alle spalle e procedendo avanti credendosi in piazza, dopo otto passi diede invece nel muro infaccia d’una via stretta, poichè senza accorgersene avea voltato dietro l’arcivescovado, e per Calimala era venuta verso porta Rossa.
Allora, perduta adatto ogn’idea del luogo ove fosse, sentì, insieme colla speranza, mancarsi l’animo e le forze, e si mise a piangere dirottamente, pur alzando tra i singhiozzi la debol voce a chieder ajuto per amor di Dio. Ma nessuna finestra s’aprì, nessuna luce comparve.
—Oh Dio mio! Dio mio, disse la misera stringendosi al seno il figlio, ch’egli abbia a morir a questo modo in mezzo a Firenze!—-
Ed alzò più forte la voce, che finì in istrido disperato. Tutto inutile. Le corsero allora alla mente le cagioni della sua presente sventura: ripensò rapidamente gli odj di parte, le preghiere fatte quella sera stessa, i furori de’ Piagnoni, li maledisse, maledisse la patria!... ma il suo dolore s’era mutato in follia. Merita compassione. Crebbe allora l’affanno del respiro, un sudor freddo le usciva da tutti i pori, e le parea sentirsi agghiacciar l’alito nelle fauci. Le ginocchia le mancarono affatto, dovette accosciarsi rasente il muro; un torpore mortale le invase le membra pel quale a poco a poco anche la mente le si venne oscurando: non era sonno, non era svenimento, ma un misto d’ambedue.
Rimase in questo stato brev’ora, sopraggiunse per sua ventura la scolta guidata da Fanfulla, dal quale venne raccolta, e confortata nel modo narrato al capitolo VII. S’egli avea sentito premura per lei al primo vederla, tanto maggiore la provò quand’ebbe udito i suoi casi. Le si profferse in tutto quanto era in poter suo, interrogandola al tempo stesso, che cosa pensasse di fare. Ma neppur essa lo sapeva. Andar da quella parente come avea divisato quando si trovava sola, abbandonata da tutti, ora non ci si sapea risolvere: era una casa di Piagnoni arrabbiati, come tutti i congiunti e gli amici de’ Lapi, ed oltre che aveva in uggia più che mai in quel momento cotesti furori, era di più molto incerta se, saputo il suo matrimonio con un Pallesco, avrebbe trovato carezze ed accoglienze, od invece rimproveri e male grazie.
Quantunque caduta sì basso, il suo animo ripugnava a porsi in casa altrui in figura di colpevole e di supplicante. Rispose dunque a Fanfulla, che se Iddio, ed egli non l’ajutavano, non sapeva quanto a lei che cosa divenire.
—Vi sarebbe un mezzo, soggiungeva, ed il migliore di tormi d’affanni, condurmi al campo a trovar mio marito!
—Eh figliuola, al campo! giusto; la via dell’orto! Prima, per bando del sig. Malatesta, nessuno può uscir di Firenze se non comandato, e per combattere; poi, un affare di poco! condurre una donnetta del vostro taglio col bambino, che se gli salta di cacciarsi a urlare, felice notte.... no, no, questa lasciamola per l’ultima.—
Alla povera Lisa si gonfiaron gli occhi di lacrime vedendosi tagliar la via di condursi a quello che era pur sempre signore del suo cuore. Sospirava e taceva, Fanfulla soprastato così un poco a pensare, scrollò il capo in atto di risolversi e disse:
—Orsù, per qualche tempo.... finchè arriverà... ci penso io.... Venite meco.—
Presosi il bambino in collo e coll’altra mano reggendo la Lisa uscì dalle camere della guardia, che potea star poco ad albeggiare, e dopo alcuni minuti si fermò all’uscio d’una casetta in via Larga. Dopo otto o dieci bussate l’uscio s’aprì.
—Aspettatemi qui un momento, disse Fanfulla entrando. Ricomparso dopo alcuni minuti mise dentro la Lisa, che in una povera cameruccia trovò una vecchia consumata dallo stento ma di benigno viso, la quale l’accolse con mostra di buon volere e di compassione. Si può imaginare se la povera giovane avesse bisogno di conforti d’ogni qualità! Pochi ne potè trovare, ma porti con amorevolezza, in quell’estremo bastarono pure ad ajutarla, e fatta porre su un lettuccio col suo bambino, benedisse Iddio di trovarsi ancor tanto latte da poterlo addormentare: quando lo vide dormire, la stanchezza vincendo a poco a poco il senso della sua sventura l’immerse in un sonno placido e profondo.
Fanfulla intanto, visto appena che le cose si avviavan bene, se n’era uscito, promettendole che si sarebbe lasciato rivedere. Quando fu in istrada camminava a capo basso, colle mani dietro le reni, scrollando il capo e soffiando: poi un tratto si cacciò a ridere, e disse:
—Ora che il capitan Fanfulla ha creduto bene di farsi cavaliero di questa dama, e che le ha detto ci penso io.... al fornajo, ben inteso, vediamo un po’ se non se l’ha per male; con che quattrini le farà le spese? E non si scordi che la terra è assediata, e se la fame non cresce, che più di così e impossibile, cresce almeno ogni giorno il prezzo del grano!.... A te, rispondi.—
La risposta del buon Fanfulla fu cacciarsi a ridere un’altra volta dicendo:
—Proprio tutte a me mi capitano!.... Uh, fosse il tempo del sacco di Roma!... ma tosto dandosi colla mano sulla bocca si ricordò che dal sacco in poi aveva fatto di gran discipline appunto per iscontare il mal guadagno d’allora. Si recò in mano le poche monete si trovava indosso, avanzo della paga ricevuta a conto dal signor Malatesta. Il poveraccio n’avea donato la maggior parte all’ospite della Lisa pel suo mantenimento, salvandone appena un terzo per sè, ma la provvisione, tanto per l’uno che per l’altra, potea servire una settimana malvolentieri. Pensando e ripensando, alla fine gli venne un’idea, ma dovette esser tremenda per lui, poichè gli trasse un gemito dal petto, come v’avesse materialmente sofferto la trafittura d’un ferro.
Si contorse, combattè, respinse l’idea, la discacciò, e raddoppiava il passo sperando lasciarsela dietro le spalle. Ma quella maladetta idea gli ronzava nel capo, lo molestava, cacciata di qua ricompariva di là, e quantunque non lasciasse di pungerlo, aveva però in se una potenza attrattiva d’un genere così irresistibile, che alla fine rimase essa padrona, ed il povero Fanfulla dovette proprio fare a suo modo.
Sapete che cos’era quest’idea? Rinunziare, niente meno, a far com’egli diceva il mestiere a cavallo, non esser più uomo d’arme, mettersi nelle fanterie e vendere il suo vecchio Grifone.
Un cuore come Fanfulla non v’è più in questo nostro secolo d’ egoisti!
Era tanta la pietà del caso della Lisa, ed il punto d’onore di non mancare alla promessa, che dovette, non trovando altro modo, attenersi a questo, benchè sopra tutti enorme e doloroso. Proseguì il suo cammino colla fronte bassa ed avvilita, come colui che già si sentiva caduto di grado, e nel solco della cicatrice che gli divideva la guancia scese lento, lento, un certo umido che in tutt’altri si sarebbe chiamato una lacrima. Ma Fanfulla, chi diamine vorrebbe dir che piangesse!
Si condusse alla stalla ove teneva il cavallo e nel guardarlo pensava:
—Chi vuoi tu che compri questo povero animale? Torse lo sguardo ed il capo dal suo antico compagno al quale gli parea quasi farsi traditore, ed andò difilato ove alloggiavano gli uomini della compagnia del sig. Amico d’Arsoli. Nelle scaramucce che si facevano alla giornata sempre qualcuno ne rimaneva a piede. Fanfulla profferse il suo cavallo ad uno di costoro, e quantunque risoluto in tutto all’enorme sacrificio, gli rimaneva però nel cuore un resto di speranza, di non trovare chi volesse far il negozio per esser la bestia troppo sfinita. Ma in quel tempo non bisognava cercar cinque piè al montone, ed uno di que’ caporali, fu contento pagarlo trenta ducati. Il nostro povero amico prese i danari e presto se li mise in tasca. Levatane la chiave della stalla la diede al compratore, insegnandogli il luogo dov’era, tutto ciò senza guardarlo in viso, e si tolse di quivi sospirando e dicendo—È fatto—
Questa somma, che in tempi ordinarj avrebbe dato le spese alla Lisa per più mesi, col caro, cagionato dall’assedio, non potea servire pel quarto del tempo.
Una circostanza s’aggiunse, che la fece struggere anche più in fretta. La Lisa s’ammalò. Tante agitazioni, tanti patimenti le infiammarono il sangue; le saltò una febbre gagliarda che per due settimane non la lasciò mai, e quando per le assidue cure della vecchia, di un medico dabbene, e più d’ogni altro del buon Fanfulla, fu rimessa in piedi, si trovò con poche forze e con meno danari. La vecchia non n’avea per sè, onde non potea darne. Fanfulla, senz’altra provvisione che la paga d’un fante, facea quel poco che poteva, ma se ciò bastava a non morire, non era abbastanza per poter campare. E la povera Lisa, conoscendo ch’egli viveva in disagio per cagion sua, gli nascondeva il proprio patire, il bisogno di cibo migliore e più abbondante, che per l’abito, la gioventù e le rinascenti forze, provava urgentissimo; in somma, la figlia di Niccolò nata e vissuta negli agi e nell’abbondanza d’ogni bene, imparava ora per la prima volta le terribili angosce della fame.
La vecchia che l’aveva raccolta in casa, detta la Niccolosa (l’arte sua era lavar pannilini, cucire e rimendare) era stata conosciuta da Fanfulla quando egli stava in S. Marco, chè spesso, per esser costei in tanta vicinanza del convento, le portava tovaglie d’altare ed altre biancherie. Tenendola per donna dabbene e d’amorevole natura, le avea messa in casa la Lisa, che accettata volentieri, fu del pari ben trattata finchè durarono i danari. Ma finiti questi, la povera vecchia venne a tali strette, che il suo proprio patire le toglieva di potere aver pietà dell’altrui. Salita un giorno nella cameruccia d’ella Lisa, con viso afflitto, ma con buoni modi, le dovette pur dire, che quanto alla casa sua ell’era contenta vi stesse, nè intendeva metterla in mezzo alla strada; ma quanto al vitto, pensasse a provvedersene.
—E come provvedermene? Pensò sospirando la Lisa, che da molti giorni viveva di poco pane ov’era più crusca che farina, e vedeva presso a finire la piccola provvisione che se n’era fatta. Panni di qualche valore, anella da vendere non ne aveva, chè era uscita di casa si può dire in sola camicia. Ed in tante miserie fosse almeno stata sola a soffrire, ma essa avea un figlio che dovea vivere del suo latte!
Il povero Arriguccio, che dipingemmo così bello, così colorito e pienotto, avea pur fatta in poche settimane la gran mutazione. Le membra tonde e sode s’eran, per dir così, liquefatte ed avvizzite. La pelle lucida e tesa un tempo pendeva ora floscia ed arrendevole a tutti i moti del fanciullo.
Ogni giorno la povera madre nel vestirlo o nello spogliarlo, lo guardava, lo veniva ricercando per tutta la persona cogli occhi umidi di pianto; ed ogni giorno le pareva si fosse consumato la metà; ogni giorno credeva trovare qualche ossicino più protuberante, e meno coperto del giorno innanzi. E sebbene questo decadimento non fosse tanto rapido quanto la materna sollecitudine l’immaginava, era però vero e continuo.
Per la nuova magrezza, e l’impossibilità di mutarlo spesso, chè la poverina non avea panni, la tenera e sottil pelle del bambino in molti luoghi ov’era più frequente l’attrito, s’era fatta rossa, e pareva presso a lacerarsi.
CAPITOLO XII.
La sventurata madre seguiva ansiosa e tremante il progresso di questi mali, struggendosi in pianto, ed in baci che imprimeva a migliaja sul misero corpicciuolo, quasi dovessero aver virtù di ritornargli la forma e lo splendore di prima. Ma questa virtù che era un tempo nel suo seno, il dolore, gli stenti, la fame, l’aveano esausta quasi del tutto.
Gli orrori della sua cacciata dalla casa paterna, il rimescolo, il freddo di quella prima notte, le avean subitaneamente scemato il latte; nè il suo modo di vivere era atto a ristituirglielo ora. Il fanciullo non mai sazio, piangeva di continuo: la poverina priva d’ogni ajuto, d’ogni modo onde acchetarlo se lo teneva tutto giorno attaccato al petto, ma neppur questo valeva: che il bambino trovandolo vôto, si sfiniva suggendo inutilmente e presto staccatosi dava in un pianto fioco e sconsolato.
Il giorno stesso in cui la Niccolosa era venuta a dirle quelle dolorose parole, la povera giovane verso sera rimasta sola in casa si sentiva più debole, più inferma del solito. Quel tenersi continuo il fanciullo al seno l’avea sfinita. Un dolore profondo alle ossa del petto le impediva di mettere intero l’anelito, e tratto tratto si sentiva soffocare.
Seduta a canto alla finestra col figlio steso sulle ginocchia, che languido ed abbandonato, dormiva, o piuttosto era in quel sopore che sopravviene al mancare delle forze, ella vedeva scemare la luce del crepuscolo pensando con terrore alle imminenti tenebre d’una lunga notte d’inverno.
Non avendo lume era costretta, quand’annottava, di andarsene a letto; e quell’ore eterne passate nell’oscurità senza poter chiuder occhio, e col disperato travaglio di non trovar via ad acchetare il pianto del figlio, le mettevano, al sol pensarvi, un brivido di spavento, ed eran forse il più duro tormento del suo stato presente.
Ora alzava gli occhi guardando il ciel bigio, che di momento in momento s’andava facendo più nero, ora li lasciava cadere afflitti e spenti sul volto affilato del bambino, misurandone il respiro, che le parve a poco a poco farsi più frequente e affannoso. Le parve scorgere che il candido pallore della pelle s’andasse come annebbiando di livido, specialmente attorno alle labbra, s’alzò sbigottita, e sperando codeste apparenze fossero effetto della poca luce, preso il fanciullo, lo pose col volto contro la finestra, e vide che il lividore non era illusione, vide le labbruccia farsi scure e turchine, gli occhi semichiusi aprirsi un tratto, e la pupilla errare un momento, poi sparire sotto la palpebra. Gettò un grido la misera madre, che credette giunta l’ultima ora del figliuolo, lo portò sollecita sul letto, lo sciolse in un baleno dalle fasce, e tremando per l’ansia, per la fretta, per l’incertezza, cominciò a strofinarlo, e colle palme, col fiato, e, senz’avvedersene, colle lagrime che gli piovevano dagli occhi le pareva pure dover riuscire a ridestare in esso il calor vitale.
Poscia avvisando nuovi modi s’abbandonava colla bocca su quella del fanciullo, coprendolo e riscaldandolo, poi gli faceva cader tra le labbra qualche stilla di latte, che a stento riusciva a spremersi dal seno, ma la dolcezza di vederlo inghiottire, che avrebbe comprata colla vita, non l’ebbe; rizzatasi allora smaniosa, disfacendosi in lagrime, giungendo le mani convulse, o cacciandosele ne’ capelli:
—Oh figlio mio! diceva, oh amore della povera madre! oh non l’abbandonare!..... No, no, no!.... Oh se mi guardasse almeno! oh Dio! che non ho altro al mondo che il povero angioletto mio;.... e anche questo mi vuol abbandonare! Oh! Arriguccio mio,.... guarda la povera madre.... oh ridi!.... Oh! veder ridere una volta ancora quella boccuccia cara e poi morire! Oh! Dio! Dio! prendimi tutto..... sì, tutto e tutti..... ma il figlio, l’amor mio, le mie viscere,.... oh no, non è possibile.... oh non lo potresti volere!....—
Ma il fanciullo immobile, respirando appena, non dava segno atto a destare ombra di speranza. L’infelice Lisa rasciutte le lagrime, invetrito lo sguardo, ristette fissandolo un pezzo, immobile e muta; ma intanto ciò che gli sforzi, le cure, il pianto della madre non avean potuto, lo potè la natura e la convulsione che aveva assalito il bambino si venne a poco a poco calmando.
Se n’avvide ai primi indizj la donna. Scorse il colore ritornar naturale, gli occhi sereni; ricomporsi i lineamenti; tacita, tremante, teneva dietro a questa mutazione con un ansare sempre più rapido, ma quando vide le labbra del suo fanciullino aprirsi ad un sorriso, fu un tale scoppio d’allegrezza, di piangere e ridere ad un tempo, fu tale l’ebbrezza, la commozione interna, che mal reggendosi in piedi cadde ginocchioni accanto al letto, e coprendo di baci le ginocchia ed i piedi del figlio, diceva:
—Oh Dio, lo sapeva!... oh! non era possibile... sarebbe stato troppo ad una povera madre, ad un’infelice.... infelice? Chi dice che sono infelice? Che sono povera?.... M’è tornato l’amor mio! mi guarda e ride, l’ho visto ridere.... son felice, son ricca, io son troppo avventurata, io non chiedo altro, io non ho cuore per altro bene, per altro amore.... oh Arriguccio! tu avevi morta la povera madre.... oh cattivo!.... no, no cattivo.... angiolo, angliolo del paradiso, chè ora m’hai ridonata la vita.—
Nè bastando quelle parole a dare sfogo ad affetti tanto indomiti e bollenti, le finiva in un fiume di lagrime ed in mille baci e mille carezze.
Intanto era fatta notte del tutto. Quando nel cuor della Lisa fu acchetata la tempesta di tanti affetti, cominciò a riflettere al suo stato, al pericolo che, durando così le cose, quella sventura che era stata ora soltanto minacciata, s’avverasse: l’amor materno vinse il terrore ch’ella provava al solo pensiero pel padre, e si risolse andare a lui senza por tempo in mezzo, impetrarne la vita del figlio, ottenerla o morire a’ suoi piedi.
Arriguccio dormiva. Fe’ sopra lui il segno della croce, l’assettò in modo che se veniva a muoversi non corresse pericolo di cadere, lo baciò, e scese brancolando nella cameruccia al pian terreno ov’era la Niccolosa.
—Per l’amor di Dio, le disse, state attenta se mai Arriguccio piangesse.... or ora torno.—
La vecchia la sgridava di voler uscire sola la sera; ma inutilmente, chè la Lisa già avviata più non l’udiva. La notte era scura, le strade deserte, appena qualche bottega a sportello, ed il debol chiarore dei lumi di dentro pur serviva a non ismarrir la via. La Lisa camminava muro muro, con passo veloce; in pochi minuti fu al portone de’ Lapi, che rivedeva per la prima volta. A quella vista pianse. Ma rasciutte quelle lagrime, ferma col piede sul primo de’ due scalini pe’ quali si saliva al limitare, le veniva meno il coraggio, nè poteva stender la mano alla campanella che serviva a picchiare.
Vide lume alle finestre delle camere terrene di Niccolò, e salita sulla panca di marmo che s’estendeva quant’era larga la facciata, riuscì, attenendosi all’inferriata, a poter alzarsi tanto da vederne l’interno.
Nella camera non era altri che Niccolò e Laudomia, egli sul suo seggiolone sotto il cammino, ella alla tavola del lavoro, ambedue immobili e muti; ambedue mostrando sul volto tracce tali che potevano, da chi ignorasse i loro casi, esser attribuite egualmente, ad una calamità sofferta, o ad una fresca malattia. Lisa, che la prima conosceva, dubitò della seconda, e non s’ingannava.
Dicemmo come al fine della terribile scena, mentre Lisa era cacciata di casa, Laudomia rimanesse in terra svenuta; soccorsa dalla fante, si riebbe tanto da poter a stento, ed ajutata, giungere al suo letto, ma presa già dalla febbre, da vacillazione di mente, stette in forse della vita per molti giorni, ed altri moltissimi in letto, e quella sera stessa era scesa per la prima volta nella camera di Niccolò.
Ad esso era accaduto poco meno. Ma d’animo e di complessione più ferma, non aveva mai voluto nè stare in letto, nè sentir medici, nè veder anima viva; i figli, che s’eran lasciata sfuggir qualche parola a pro della Lisa, gli avea discacciati, ed alla sola Laudomia l’avea comportato, ma col patto espresso, che mai più non entrasse su questo discorso: vietato poi a tutti, pena la sua disgrazia, d’aver che spartire in verun modo cosa alcuna colla moglie, com’egli diceva, di quel traditore Pallesco.
Laudomia però, riavutasi appena tanto da poter connetter le idee, conosciuto che bisognava operare di nascosto del vecchio, avea combinato coi fratelli di ritrovar la povera Lisa, n’andasse il mondo. E per dir il vero avean messo sossopra Firenze, ma senza frutto nessuno, e la Laudomia più di tutti ne vivea disperata.
Lisa guardava intenta ora il padre, ora la sorella: il pallore, la mestizia d’ambedue, quell’immobilità, quel silenzio erano altrettante punte che le laceravano il cuore. «Ecco di che fosti cagione! diceva a se stessa.... ecco in che termini hai ridotto tuo padre, un povero vecchio.... tua sorella quell’angiolo senza macchia.... e speri che Iddio non faccia a te altrettanto? Speri ch’egli voglia lasciarti la consolazione del figlio?....» E qui sorpresa dal pensiero che la vendetta divina stesse forse per colpirla appunto nella vita del suo bambino, non si potè più frenare, e scoppiò in un singhiozzare così alto che Laudomia e Niccolò l’udirono.
—Chi piange costì? disse il vecchio alzandosi; e andato alla finestra l’aperse. Lisa, vedendo che il padre si moveva, sopraffatta dal terrore, era scesa, e prostrata sul lastrico della via diceva:
—Ah babbo! per me non chiedo nulla.... non merito nulla.... ma il mio bambino sventurato! che colpa ha egli se sua madre è una sciagurata?.... Se suo.... (la povera Lisa ebbe ancor tanto senno da non nominare Troilo in quel momento). Oh babbo! il mio povero bambino infelice vive del mio latte:... ed io non ne ho più.... non ho più forza, non ho più fiato, più vita!... la fame, babbo!... la fame.... oh Dio, se provaste la fame!.... e vedere un bambino che muore di fame!....—
Lisa nel finir queste parole alzò il capo tremante, pensando, esser impossibile che Niccolò fosse tanto crudele da non muoversi a compassione; già si figurava veder alla finestra il padre in atto benigno.... invece la finestra era chiusa, sparito il lume. L’infelice stette in due di spaccarsi la fronte sui sassi, tanto fu il dolore disperato che l’invase.
Niccolò, accortosi appena della figlia, s’era tosto tirato indietro, non perdendo però una delle sue parole. Laudomia, senza profferir sillaba, gli s’era accostata, e piangendo cheta gli abbracciava le ginocchia. Ma il vecchio fattola alzar di forza, e coll’indice teso mostrando la porta, disse, con voce ch’egli voleva far minacciosa e severa senza potervi però interamente riuscire:
—Laudomia, io non mi muto: esci, sali in camera; lo voglio, te lo comando.—
Visto che non era prontamente ubbidito, ripetè l’ordine, e questa volta con quella voce alla quale nessuno di casa s’attentava a resistere. La povera Laudomia uscì coprendosi il viso colle mani. Il vecchio, soprastato così un poco origliando, quando udì perdersi lo strepito de’ passi di Laudomia che lentamente saliva, andò prestamente nella camera ove era la dispensa, pose in una tovaglia quanto pane vi potè capire, e venuto al portone l’aperse, lasciò sul limitare la provvisione, e richiuse col chiavistello. La povera Lisa, udendo aprire, s’era alzata tosto dal luogo ove giaceva con tutta la fretta che le concedevano le sue poche forze, tutta l’ansia che si può immaginare, e s’era mossa, sperando venire accolta in casa: ma giunse appunto quando il chiavistello veniva ricacciato negli anelli, e vide a terra la tovaglia col pane. Tante umiliazioni, tanti mali l’avean prostrata; non ebbe più forza nè di piangere nè di dolersi. Sedè sulla soglia, prese un pane e cominciò (chè si sentiva mancar dalla fame) a mangiarlo con avidità. Spento, o sospeso almeno ogni senso de’ suoi mali morali, pensò, sospirando pel desiderio:
—Che ristoro, che bene mi avrebbe fatto un buon fuoco ed un po’ di vino, così intirizzita, così debole come sono!—
Laudomia intanto, salita appena, era di nuovo scesa senza lume, scalza, per non far rumore, sperando ingannar la vigilanza del padre, e poter giungere alla Lisa: facendo capolino dall’alto vide l’atto di Niccolò, lo vide fermarsi dopo chiuso il portone e rimanere colla fronte bassa alcuni minuti, che le parvero mille secoli, poi asciugarsi gli occhi col dosso della mano, ed alla fine rientrare nelle sue camere. Laudomia si lanciò al chiavistello, l’aperse adagio, adagio, uscì in istrada: era scura e deserta; fece alcuni passi chiamando a voce bassa, ma quanto potè distinta, «Lisa mia! Lisa mia! Nessuno rispose: eppure, pensava, non può esser ancora tanto lungi che non m’oda: oh, sapessi per qual parte ha preso! Averla forse qui presso e non poterla trovare! E s’io non uso quest’occasione, forse mai più!.... Griderò più forte; accada che vuole.» E la buona Laudomia con voce acuta chiamò due volte la sorella.
Una voce, non femminile, ma forte, maschia e vicina, le rispose dicendo:
—Chi può chiamar la Lisa per la via a quest’ora?—
E tosto le fu sopra un uomo d’arme a cavallo che rattenne la briglia mentre la giovane sbigottita rifuggiva all’uscio di casa. Entrò, ma non lo chiuse, e si volse incerta, chè passato il primo sgomento le era parso quella voce non le giungesse nuova.
Il cavaliere fattosi avanti, smontò e le disse:
—Laudomia, voi cercate di Lisa in istrada, a quest’ora?—
—Oh Lamberto!....—
Ma non potè dir altro, chè questa comparsa così improvvisa le fu come un colpo di fulmine. L’avea pur tanto sospirata, anche dopo il caso della sorella, poichè conoscendo bensì quanto sarebbe stato doloroso il narrarglielo, pur l’idea di Lamberto vicino la rassicurava, le sembrava avrebbe una guida, un appoggio: che egli saprebbe trovar rimedi ove nessun ne trovava; consigli, mentre venivan meno ad ognuno. Figurandosi il suo arrivo, se lo era immaginato in modo che non le mancasse tempo a preparar le parole; colta ora così improvviso, non potè per brev’ora nè parlar nè rispondere.
Ma tornata tosto al pensiero della Lisa che intanto sempre più s’allontanava, e preso risolutamente partito, diceva con parlar celere e pieno d’istanza:
—Lamberto! Iddio, vi ci ha mandato.... La Lisa era qui ora.... sarà poco lontana.... cerchiamola, non vi posso dir altro.... chè se si perde un momento.... oh Lamberto! andiamo.... saprete il motivo.... ma andiam presto.—
Lamberto, lontano mille miglia dal vero, sentì però darsi da queste strane parole una botta al cuore; ben conobbe che qualche gran cosa v’era sotto; ma come forte e discreto, cacciato ogni altro pensiero, senza domandar più oltre seguì la giovine, che fatta sicura per tal compagnia, mise in cuore di cercar tanto finchè trovasse la sorella. Tiravano verso il Duomo, e ad ogni passo la chiamavano a nome.
Ma prima di narrar l’esito di quest’inchiesta, sarà bene dir due parole dei casi di Lamberto dal giorno ch’egli uscì di casa Lapi.
Ardeva in quel tempo la guerra tra Carlo V e Francesco I. Il popolo di Firenze, che per antico uso seguiva la fortuna di Francia, aveva nel campo francese un suo cittadino, il più riputato e valente soldato che fosse allora in Italia, Giovanni de’ Medici, capitano di quelle bande famose, che dopo la sua morte furon dette bande nere. Lamberto propose mettersi nella sua scuola, e da un cittadino amico de’ Lapi, ebbe una lettera che molto lo raccomandava al capitano fiorentino. Saputo ch’egli era in Lombardia, ove già romoreggiavano le genti tedesche, che condotte da Giorgio Fronsperg per la valle dell’Adige calavano in Italia, prese il suo cammino per Bologna, Parma e Piacenza, ed a piacevoli giornate, per non trovarsi, giungendo, troppo male a cavallo, dopo non molti giorni si trovò a Milano.
La terra ed il ducato si tenevan per l’imperatore, ed era tutto pieno d’armi tedesche e spagnuole sino alle rive dell’Adda. Di là dal fiume, l’esercito di Francia, s’alloggiava pei borghi e per le terre della Ghiara d’Adda; e Giovanni colle sue bande era in quel momento a Rivolta con parte delle genti; il resto l’aveva sparso da Vailà sino a Casirate. Siede Rivolta non lungi dalla riva sinistra dell’Adda tre miglia al disotto di Cassano, pel di cui ponte avrebbe dovuto passar Lamberto; ma v’era a guardia un grosso d’imperiali, i quali, vedendo un uomo d’arme avviarsi al campo nemico, l’avrebbero senza dubbio fermato. Bisognava dunque provvedersi d’altro tragitto.
Il più spedito, ed insieme il più pericoloso, era guadar l’Adda rimpetto a Rivolta; a questo s’appigliò Lamberto pensando «Più che la lettera mi gioverebbe appo il sig. Giovanni s’io potessi giungere al campo dando segno alcuno della mia virtù sotto gli occhi suoi proprj.» Così deliberato, partì una mattina nel finir di giugno, allegro e contento da Milano, sul suo buon cavallo che avea ristorato dal viaggio, ed ottimamente in arnese di tutte armi; e passando libero tra molte truppe di soldati, che lo credevan di parte imperiale, poco dopo mezzogiorno si trovò là dove le campagne cessando d’esser coltivate s’imboscano, ed il terreno divenendo ghiajoso mostra non lontana la corrente del fiume.
Seguì la strada che s’avvolgeva entrando fra certi macchioni, ora sassosa ora affondata nella sabbia, e giunto ov’era un poco di rialzo scorse, in mezzo ad un largo letto di ghiaje aride e bianchissime, scender veloce e limpida l’onda dell’Adda. Al di là, sul campanile di Rivolta, vide sventolare la bandiera del sig. Giovanni, le Palle de’ Medici. Quella vista non potea non offendere chi era nato del popolo di Firenze, e Lamberto stringendo i denti, e dando di sprone al cavallo, pensava «Peccato ch’io pur debba combattere sotto quella impresa!» ma gli sovvenne tosto, che il ramo mediceo, dal quale usciva il valoroso capitano, era capital nemico di quello che tanto avea pesato su Firenze, e cacciati que’ molesti pensieri passò innanzi.