Piccola collezione «Margherita»
MATILDE SERAO
Donna Paola
Disegni di A. Terzi
Incisioni del prof. Orlando
ROMA
Enrico Voghera, Editore
Via Nazionale, 201
—
1897
La presente opera
è messa sotto la tutela
delle vigenti leggi e trattati
di proprietà
letteraria ed artistica.
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INDICE
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Donna Paola.
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I.
Fulvio s'inchinò, prese dalla mano di Paola il gelato che ella, sorridendo dolcissimamente, gli porgeva, e le disse, guardandola negli occhi:
— Vi amo.
— Non dovete amarmi — mormorò lei senza scomporsi, seguitando a sorridere.
— E perchè?
[pg!16] — Perchè ho marito — ribattè ella, ma placidamente.
E gli occhi di Fulvio, di un tetro azzurro, lampeggiarono di passione. Ella restava innanzi a lui, senza mostrare alcun turbamento, sorridendo ancora, tutta rossa, con le belle braccia bianche e prosciolte sotto il merletto nero delle maniche. Sul merletto nero e sulle bianche braccia scintillavano i braccialetti gemmati: erano ricaduti sui polsi, ella si occupò a risollevarli verso il gomito, con molta cura, giocherellando con le catenine d'oro, coi cerchiolini sottilissimi. Irritato, Fulvio batteva col cucchiaino sul piattello del gelato:
[pg!17] — Andatevene — mormorò a un tratto, soffocando di collera — siete una donna odiosa, io vi detesto.
Paola crollò lievemente il capo, come si fa per un malato incurabile, e si allontanò da Fulvio. La brigata si aggruppava attorno al pianoforte, dove un maestro giovane, pallido, con un grosso ciuffo di capelli neri sulla fronte, accompagnava il canto di una fanciulla gracile, biancovestita, con un filo di voce simpatica, che cantava una romanza di Bizet. La romanza era di carattere orientale, una nenia bizzarra, a volte piena di strilli allegri, a volte piena di lunghi singulti: e due o [pg!18] tre signore s'illanguidivano, lasciavano liquefare il gelato nel piattello, prese dal delicato lamento della fanciulla orientale: il marito di Paola si dondolava in una poltrona, fumando, tranquillo, guardando con occhio distratto la svelta figura di sua moglie, tutta vestita di nero, tutta scintillante di perline nere. La freschissima brezza marina entrava dalle quattro finestre di quel lungo salone: appoggiato alla finestra, Fulvio guardava il mare, come assorbito. Ora Paola offriva le sigarette ai giovinotti e alle signore che osavano fumare. E la mano che porgeva il porta-sigarette era così [pg!19] bianca, così pura di linee, che Fulvio sentì distruggersi di tenerezza.
— Perdonatemi — fece lui levandole in faccia gli occhi supplichevoli.
— Amico, non ho nulla da perdonarvi — disse Paola, soavemente.
— Sono un brutale: voi siete buona.
— No, no — e fece per ritirarsi.
— Non restate mai un momento accanto a me — mormorò lui con voce di pianto.
— Non posso, amico; questi signori hanno bisogno di fumare. Ecco là mio marito senza sigarette.
[pg!20] S'involò, leggiadra, offrì le sigarette a suo marito, sorridendogli. Il marito la guardava quietamente, con un'aria soddisfatta di uomo dalla felicità imperturbabile e sceglieva la sigaretta, a lungo scherzando con le dita della moglie. Pareva che si dicessero tante cose, marito e moglie, tante cose d'amore: ed erano così giovani, così belli, così ben accoppiati, che i loro amici li consideravano con compiacenza, come si guardano due fidanzati. Tutto solo appoggiato alla finestra, Fulvio fissava la scena e impallidiva: fece due o tre passi avanti. Ma, ecco, ella veniva di nuovo a lui, snella, leggiera.
[pg!21] — La sigaretta è spenta, volete del fuoco?
— Non temete voi — fece lui, a denti stretti, ma col più amabile fra i sorrisi — non temete voi che io uccida vostro marito?
— La spagnoletta è spenta... guardate...
— Vedrete che lo uccido, signora.
Senza più dirgli nulla, fattasi un po' seria nella faccia, Paola si allontanò da lui, a rilento, come se l'avesse colpita una parola dolorosa. Ora tutti complimentavano la signorina Sofia che aveva cantato così bene les adieux de l'hôtesse arabe: e la gracile fanciulla, tutta malinconica, sorrideva mestamente.
[pg!22] — Vi piace Bizet? — chiese Sofia a Fulvio, che si era accostato al resto della brigata.
— Bizet? — fece lui come trasognato.
— Sì: vi domandavo se vi piace.
— Assai — mormorò lui distratto.
La fanciulla gracile e mesta lo guardò e ripetette, come fra sè, le prime parole della romanza francese:
— Puisque rien ne t'arrête...
Ma egli non udì, concentrato nei suoi pensieri.
— ... adieu bel étranger — finì Sofia pianissimamente.
Attorno al pianoforte, ora si rideva. Il maestro giovanetto, pallido, col grosso [pg!23] ciuffo di capelli neri sulla fronte, arrivato da poco da Londra, raccontava a quei suoi amici napoletani l'ostinazione delle misses e delle mistresses inglesi a voler imparare le patetiche romanze italiane; ne rifaceva le smorfie e le contorsioni, vivacemente, col brio del napoletano che si vendica della lunga stagione di nebbia sopportata a malincuore. Tutti ridevano, specialmente il marito di Paola: Paola, ritta in piedi, si sventolava col grande ventaglio di raso nero, dove un pittore fantastico aveva dipinto un paesaggio lunare. E Fulvio, non potendo parlare, guardava Paola: la guardava con [pg!24] tanta intensità, con una fissità così ardente, che a lei le palpebre batterono, due o tre volte, quasi per fastidio. Ma lui non si scosse, avvinto, ipnotizzato, bevendo dagli occhi di lei che non lo guardavano, il fascino invincibile: ed ella, naturalmente, come se la luce soverchia la infastidisse, levò l'ampio ventaglio di raso nero e si nascose il volto. Ora Fulvio non vedeva che il busto scintillante di perline nere e la mano sottile levata, premente le stecche nere del ventaglio: una vela di raso nero gli celava la faccia di Paola: tutti ridevano per le caricature del maestro di musica. Fulvio [pg!25] aveva gli occhi pieni di lacrime. Sofia lo guardava, con un lievissimo, malinconico sorriso.
Ma un delicato suono di mandolino entrò dalle finestre che davano sul mare: le risa tacquero, tutti tesero gli orecchi. Il suono si avvicinava: e la brigata, come attratta, si affollò alla porta che dava sul terrazzo. Nero era il mare, nella notte nera: altissime, tremolavano le stelle sul cielo nero. Attraverso l'oscurità del mare una barchetta passava, portando a prora una fiaccola sanguigna che si rifletteva nell'acqua e vi metteva una vampa; sulla barchetta qualcuno suonava [pg!26] il mandolino, ma non si distingueva chi fosse; qualche cosa biancheggiava, come il vestito d'una donna. E la facella sanguigna rifletteva la sua luce sul mare, e il mandolino invisibile si lamentava, e l'ombra bianca era immobile, e la barchetta filava; un silenzio aveva colto la lieta brigata.
— È una romanza in azione — disse il maestro di musica rompendo il silenzio.
— Duetto d'amore — strillò un giovanotto.
— Non li disturbiamo — disse soavemente Paola.
— Ehi, della barca! — urlò il marito di Paola, come per contraddire sua moglie — buonasera, [pg!27] buonasera, divertitevi!
Tutta la brigata ripetette:
— Buonasera, buonasera, divertitevi!
Subito, immergendosi nell'acqua marina, la fiaccola sanguigna si spense, il mandolino tacque, la barchetta vogò nella tenebra e nel silenzio.
— Troppa superbia, o innamorati! — strillò il marito di Paola.
— Beati loro! — disse Fulvio.
— Perchè li invidii? — chiese il maestro di musica. — Napoli ha le sue spiaggie piene di barchette e le sue case piene di vestiti bianchi.
[pg!28] — Nè vi è scarsezza di mandolini — aggiunse il marito di Paola.
— Che m'importa della barchetta e della musica e del vestito bianco! quelli si amano: io li invidio.
— Oh il sentimentale, il sentimentale! — esclamarono due o tre.
— L'amore è una bellissima cosa — disse Fulvio, con una convinzione profonda.
— Che scoperta, perdio! — gridò il marito di Paola.
— Bisogna ammogliarsi — disse il maestro di musica. — Fulvio, guardò la signora Paola e suo marito: bisogna ammogliarsi.
[pg!29] — Bisogna ammogliarsi — ripetette soavemente Paola.
— Bisogna morire — mormorò Fulvio.
Ma gli amici e le amiche rientravano nel salone: si combinava per la sera seguente, una gita per mare, con due barchette, con musica. Non era meglio aspettare che venisse la luna? Ma no, le gite con la luna sono volgari, non si ha paura di nulla, ci si vede troppo chiaro: è meglio andare nella notte, come la barchetta degli amanti. Questo dicevano le signore; i signori proponevano di portare la cena. Sulla soglia della porta, verso il terrazzo, Paola disse a Fulvio, da lontano:
[pg!30] — Siete anche voi della gita?
— No, no, sentite... — disse lui con voce soffocata.
Ma ella non uscì sul terrazzo. Qualche signora parlava di andar via: ma per trattenere gli invitati ancora un poco, Sofia si mise a cantare il valtzer dell'Ombra nella Dinorah. La gente, in piedi, ascoltava; ma la breve voce simpatica della fanciulla non arrivava a eseguire quei trilli complicati, quelle risposte dell'eco. Sibbene ella cantava quel valtzer come se piangesse, e invero quella musica, che è il pianto di una illusione, pareva un singulto di dolcissima follia.
[pg!31] — Datemi il mio ventaglio — disse Paola dolcemente a Fulvio, che se ne stava solo solo sul terrazzo.
— No, se non mi sentite — disse lui, tenendosi il ventaglio stretto alle labbra.
— Datemi il mio ventaglio — ripetette ella con fermezza e con dolcezza.
— Sentitemi, sentitemi, ve ne scongiuro, è una cosa gravissima...
Paola non gli diede più retta, rientrò nel salone; ora il cameriere portava attorno dei bicchieri pieni di malaga dove un pezzo di ghiaccio galleggiava, ed ella girava premurosa, sorridente, serena. [pg!32] Quando ebbe compiuto il suo giro, naturalmente si rammentò dell'altro suo ospite che stava solo, nell'ombra, sul terrazzo, fra la nerezza del cielo e quella del mare.
— Datemi il ventaglio, amico.
— Sentitemi... — disse lui, ancora.
E la voce era così piena di dolore, che ella si arrestò.
Nella sala, adesso, con la nova allegria del vino, cantavano un coro napoletano. Ella ascoltava le parole di Fulvio.
— Sentite. Io debbo parlarvi. Debbo dirvi delle cose gravissime. Non m'interrompete, [pg!33] Paola, ve ne prego. Ascoltate: ho da dirvi, da dirvi tante cose. Ma le dico presto, non dubitate. Ora non posso dirle. Vi è gente di là, gente felice; io sono infelicissimo, Paola, se voi non ascoltate quello che ho a dirvi. Siate paziente, ve ne prego. Io soffro assai. Voi non soffrite, lo so; ma siete assai compassionevole. Ho da parlarvi, dunque. Dobbiamo esser soli. Sentite. Io non lascio questo terrazzo. Chiudete la porta, crederanno che io sia andato via. Ve ne prego, chiudetela. Vostro marito andrà a letto..... e io voglio parlarvi. Aspetterò qui fuori, quanto vorrete. Quando egli dorme, venite.
[pg!34] — Non verrò — disse lei, soavemente.
— Sentite, Paola, io sono come in punto di morte. Di là cantano e ridono; qui vi è un agonizzante.
— Io non verrò — ripetette lei, senza turbarsi.
— Sentite ancora. Ve ne scongiuro, in nome della vostra coscienza di donna onesta, per la vostra virtù di fanciulla e di sposa, per la vostra dolcezza e per la vostra pietà, non mi negate quest'ultimo favore.....
— Non verrò.
— Se non venite, io mi ammazzo, Paola.
Ella lo guardò un minuto secondo.
[pg!35] — Io mi ammazzo, Paola, se non venite. Siete una cristiana. Non lascerete morire un uomo così.
— Verrò — disse lei.
[pg!36]
II.
E venne. La notte era alta, oramai, sul golfo napoletano e lontanissime, scintillavano le tremolanti stelle; sulla deserta strada di Posillipo, che sovrastava alla terrazza della villa, una fila di lumi correva sino a Napoli; alta la solitudine, alto il silenzio. Le imposte del balcone che davano sul terrazzo si schiusero pianissimamente e un'ombra bianca, lieve lieve, scivolò sino a Fulvio che aspettava da tre ore.
[pg!37] — Grazie — disse lui, cercando di vedere il volto di Paola all'oscuro.
— Noi siamo in fiero pericolo di morte — rispose lei con molta dolcezza.
— Lo so — e chinò il capo.
Egli non parlava. Invece, nel momento che aveva strappato a Paola la fatale promessa, la sua passione era in uno stato di esaltamento. Nella prima ora di aspettativa egli non aveva fatto altro che ripetere a sè stesso, affannosamente, turbinosamente, quello che voleva dire a Paola; e certe parole, certe frasi, mormorate sottovoce a sè stesso, lo avevano affogato [pg!38] di emozione. Ella non veniva ancora. Sentiva che andavano e venivano, per casa, i servi, riordinando le stanze, chiudendo le finestre; sentiva le voci tranquille di Paola e di suo marito, che discorrevano; ma non poteva udire le parole. Poi tutto fu chiuso, si spensero i lumi, un grande silenzio regnò. Egli cominciò a tremare d'impazienza, non osando muoversi, raggricchiato al suo posto, coi nervi che vibravano, ripetendo confusamente, a brani, quello che voleva dire a Paola, come un bimbo disperato cerca invano di raccapezzarsi nella lezione imparata a mente. Paola non veniva. Egli aveva contato [pg!39] cento volte i lampioni a gas sulla via di Posillipo; erano trentatre, gli altri si perdevano in una fila di luce. Per ingannare il tempo pensò di contare le stelle; ma ci si perdette. Quante ore erano passate? Quella notte era dunque eterna? E una disperazione rassegnata lo colse, lo abbattè; forse Paola non sarebbe mai venuta. A lui non restava che buttarsi di sotto, nel mare; giammai si sarebbe fatto cogliere dal giorno, dal sole, su quella terrazza. E tale idea, tale soluzione lo quietò. Un accasciamento profondo lo cinse e non seppe più nulla del tempo e del luogo. Tanto che lo schiudersi del balcone [pg!40] e l'ombra di Paola lo fecero appena trasalire. Ora, non trovava più nulla da dirle. Tutto era finito, egli poteva buttarsi di sotto, nel mare nero.
— Che avete a dirmi, amico?
— Che vi amo.
— Me lo avete già detto. Null'altro? — e fece atto per andarsene.
— Vi amo, vi amo, vi amo.
— Amico, mio marito è di là che dorme. Se una zanzara gli fa udire la sua canzoncina, se un mobile scricchiola, se la vostra voce o la mia si levano un poco, egli si sveglia. Egli verrà qui e noi moriremo.
[pg!41] — Questo cerco — mormorò con voce cupa.
— Morirei per voi, se vi amassi. Ma non vi amo.
— E perchè vi esponete alla morte?
— Per pietà.
— Non sentite altro, per me?
— Amicizia e pietà.
— Voi altre donne siete infami.
— Povero Fulvio! — fece ella con dolcezza.
— Vi proibisco di compatirmi. Dovete amarmi, capite? Questo sono venuto a dirvi.
— Non posso amarvi.
— Dovete. Ho il diritto di essere amato! Ah voi credete che sia nulla la esistenza [pg!42] di un uomo? Credete che sia nulla passare accanto a un uomo e togliergli tutto? Credete che sia nulla farlo agghiacciare di freddo e farlo avvampare, dandogli una febbre che mai non si placa? Credete voi che una donna possa impunemente guardare con dolcezza, sorridere con dolcezza, parlare con dolcezza, come voi guardate, sorridete, parlate? O maledetta dolcezza, maledetta dolcezza!
Malgrado che le fosse molto vicino e quasi intuisse l'espressione del volto di Paola, egli non vide le lagrime che salivano agli occhi.
— Perchè, infine, io ero una creatura felice. Io godevo [pg!45] la giovinezza e il sole e la lietezza del mio paese e la giocondità dei miei amici! Io avevo la serena indifferenza, la più grande felicità umana, io ero egoista, ma tranquillo; io mi lasciavo amare, e non cercavo che mi amassero. Sereno, sereno come Giove!
— Dio vi possa ridare la serenità — sussurrò lei, con dolcezza.
— Dio... io non lo prego!
— Lo prego io, sempre, perchè vi dia la pace.
— O femmina ipocrita! non vi burlate anche del Signore, come vi burlate di me. Sentite. Voi dovete amarmi, per forza. Vi amo troppo, per non essere amato. Sarebbe [pg!46] una enorme ingiustizia. Non vi sono queste ingiustizie, nel mondo. Il mondo è equilibrato, tutto si pareggia. La mia fiamma è troppo viva, perchè non v'infiammi. Dovete amarmi. Lascerete vostro marito, vostra madre, la vostra casa, i vostri servi, tutto quello che avete amato, tutto quello che avete adorato: e verrete con me. Andremo lontano. Saremo assai felici, assai felici, vedrete. Saremo anche infelici, lo so; ma non importa, così è la vita. La passione è più forte di noi. Io vi adoro, Paola, andiamo via!
— Voi siete pazzo, amico — disse lei, appoggiando il [pg!47] gomito sul parapetto e guardando il mare, sotto.
— No, o se vi piace, sono pazzo. Questo non importa. Sta che non posso vivere senza voi. Sta che ho bisogno di voi. Sta che vi voglio. Nessuno vi vuole come me; ora nulla resiste al magnetismo della volontà, essa liquefarebbe il diamante e spezzerebbe il ferro. Siete una donna, avete viscere umane, sentite, amate, odiate, sentirete il magnetismo dell'anima mia che vi vuole. Vostro marito vi ha, ma non vi vuole; è una bestia. Io l'odio ferocemente. Volevo ucciderlo stasera; lo ucciderò domani, se non venite via con me. Ma voi verrete. [pg!48] Siete venuta sul terrazzo, verrete via con me. Andiamo.
E le prese la mano, risolutamente, per portarla via.
— No — disse lei.
— Venite via.
— No.
— Perchè?
— Perchè non vi amo.
— O Paola, o Paola, non parlate così — proruppe Fulvio, con voce di pianto.
— Come volete che io parli?
— Tacete piuttosto. Il suono della vostra voce, così dolce e così fredda mi fa disperare. Tacete ve ne prego.
Ella tacque. Fulvio si era buttato con le braccia e col capo sul parapetto, soffocando [pg!49] i singhiozzi. Ella aveva chinato la testa sul petto, come se pensasse profondamente. Una carrozza passò sulla via di Posillipo, al trotto, un suono di risa squillanti arrivò. Paola levò il capo.
— Non piangete, Fulvio.
— Non piango — disse lui, disperatamente.
— Siate forte.
— Sono assai forte.
— Sentite, sentite quello che vi dice l'amica. Voi guarirete facilmente.
— No, mai.
— Guarirete. Siete onesto, voi?
— Sono onesto.
— Ebbene, guarirete. La passione è una cosa disonesta. [pg!50] Io ho marito, vedete. Questa sembra una risposta volgare; è onesta, invece. Quando siamo giovanette, la madre ci dice; l'uomo che sposate dovete amarlo. Se non potete amarlo dovete almeno rispettarlo, dovete essergli fedeli e obbedienti, conservargli il vostro corpo e la vostra anima, anche a costo di morire di dolore. E queste parole non solo le dice la madre, ma ce ne dà l'esempio quotidiano. Questo dovere di onestà, questa tradizione di fedeltà, questa eredità di virtù, ci si trasmette nel sangue di madre in figlia. Non vi è nulla di sublime, vedete; è un dovere, si compie.
[pg!51] — E si muore, Paola.
— Non si muore. La passione, cieca, insulta il marito, il buon marito che dorme di là, calmo, fidente, senza un sospetto. Questa è la grande ingiustizia. Perchè, infine, l'uomo che si sposa, anche quando fa un matrimonio di interesse o di ambizione, fa un sacrificio grave. Egli ci affida il suo nome e il suo cuore; egli ci dà la sua fede e la sua libertà; egli si lega a un vincolo indissolubile; egli si mette a lavorare per noi e per i nostri figli, umilmente e gloriosamente. Noi siamo la sua consolazione e la sua gloria; noi rappresentiamo per lui le più dolci e più sicure soddisfazioni: [pg!52] la sua giornata passa nel desiderio di ritrovarci, di vederci; le sue ore più care sono nella casa, nelle nostre braccia. O che tesoro di piccoli e grandi sacrifici è l'amore di un marito! Voi li ignorate. La passione ignora tutto; non conosce neppure sè stessa.
— I mariti tradiscono le mogli — mormorò lui, come trasognato.
— Le tradiscono, ma le amano. Nulla vale a vincere quel legame profondo, intimo, fatto di parole e fatto di lacrime, fatto di baci e fatto di sospiri; nulla vale a spezzare questo vincolo penetrato nel cuore e nei sensi. Ma, [pg!53] ecco la passione; vuol vincere il sacro legame, vuole spezzare il sacro vincolo. Chi siete voi? Un giovanotto, un uomo, un essere qualunque, della infinita umanità; lontano da me, estraneo a me. Passate per la mia strada: io, forse, passo per la vostra. E subito mi amate. Che avete fatto per me? Nulla. Che potete fare? Nulla. Cioè molto. Ho un nome, volete togliermelo; ho un onore, voi volete che lo butti via, come un cencio; ho la stima degli amici, debbo disdegnarla; ho la fede del mio sposo, debbo tradirla; ho la pace della mia coscienza, debbo perderla, per sempre. Perchè? Perchè voi [pg!54] mi amate? Anche colui che dorme di là, così tranquillo, mi ama.
— Non è vero!
— Che ne sapete voi? Noi sole donne conosciamo chi ci ama. Parlate di diritti, voi? O povero uomo che dormi, va, adora una donna sino a sposarla; dà a costei la miglior parte della tua vita, riponi in costei tutta la tua speranza, siile fratello, padre, marito, amante, amico, consigliere, infermiere; soffri per lei, nel corpo e nell'anima! Ecco che un estraneo, un bell'egoista avvampante di capriccio, un uomo che non ha fatto nulla, che offre alla tua donna una vita di disonore, [pg!55] ecco che costui, per forza di violenza, vuol toglierti tutto! Parlate d'ingiustizia voi? Che fate qua? Perchè mi degno di ascoltarvi, di difendervi, di darvi delle spiegazioni? Non so chi siate, non vi conosco. Levatevi dalla mia strada. Andatevene.
— Voi non mi amate, Paola, ecco tutto.
— Questa è la verità, non vi amo.
Ma una fuggevolissima luce, venuta dalla stanza del marito li colpì entrambi. Un lampo brevissimo; poi l'ombra di nuovo. Fulvio e Paola si guardarono, s'intesero. E quietamente, dolcemente, come se fosse sul punto di morire, ella disse:
[pg!56] — Madonna benedetta, vi raccomando l'anima mia.
Sottovoce, orò. Fulvio taceva, aspettando. Ma nessun rumore si fece udire, nessuna luce comparve, nessuno venne. Era stato un inganno. Restarono così, per del tempo. Egli non osava interrompere quel silenzio, non osava dire l'ultima parola. Tutto gli sembrava crollato, intorno, nella notte nera; e non poteva camminare fra le rovine. Pure, levando gli occhi, sentì che gli occhi di lei lo interrogavano desiderosi della fine.
— Che debbo fare? — egli domandò glacialmente.
— Andarvene — fece lei, con dolcezza imperturbabile.
[pg!57] — Andar dove?
— Dove volete; non qui, insomma.
— Assai lontano?
— Assai lontano.
— Posso ritornare?
— No.
— Fra qualche anno?
— No, mai.
— Che farete, voi, qui?
— Passeranno gli anni; poi, morirò.
— Non vi vedrò mai più, Paola.
— Mai più.
— È la morte, questa, per me.
Ella aprì le braccia, come se nulla avesse ad aggiungere.
— Addio, dunque.
— Addio.
[pg!58] Non si diedero la mano. Egli voltò le spalle, rientrò nel salone oscuro, camminando come un sonnambulo. Ella tendeva l'orecchio, come a sentirne il passo attraverso la casa; e restava immobile, bianca. Poi lo vide, dalla terrazza, camminare solo, sulla via di Posillipo, perdersi solo nella notte, nell'ombra, come un morto. Allora solo Paola si volse. Una voce alle spalle le aveva detto:
— Paola tu ami Fulvio.
Ella rispose al marito:
— Sì.
E le due disperazioni si guardarono in faccia.
[pg!59]
Molti anni dopo.
[pg!60]
[pg!61]
Francesco II aveva dato la costituzione e quindi l'amnistia; gli emigrati napoletani, a cui l'esilio era duplice dolore, ritornavano, dopo dodici anni, in patria, vinti da una irresistibile nostalgia. Il quindici di agosto, giorno dell'Assunzione, era tornato in Napoli un emigrato di Terra di Lavoro, partito studente, nel '48 e da paesi assai [pg!62] lontani portava seco la moglie giovane, straniera, e una figliuolina di quattro anni. Ora, a Napoli, egli prevedeva rivolgimenti, tumulti e sangue; e pensò a mettere in sicuro la moglie e la bambina. Così le condusse in Terra di Lavoro, a Ventaroli, nella casa paterna, le raccomandò ai suoi parenti e ripartì per Napoli.
Nè voi troverete Ventaroli sulla carta geografica. Ventaroli è anche meno di un villaggio, è un piccoletto borgo sulla collina, più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecento cinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca e un [pg!63] cimitero tutto verde: vi erano allora un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia, nella campagna: il nome del paese era inciso grossolanamente sopra una pietra: i protettori sono i SS. Filippo e Giacomo, la cui festa ricorre il primo di maggio; la protettrice è la Madonna della Libera, che sta nella cappelluccia dell'eremita. A Ventaroli ci si alza alle sei del mattino, si mangia a mezzogiorno, si dorme, si passeggia, si cena alle sette e si ridorme alle otto. Alla mattina vi è la messa; alla sera il vespro e il rosario. Verso l'imbrunire è un gran grugnito di maialetti che ritornano [pg!64] dal pascolo; e un mormorio di voci umane, strilli di donna e pianti di fanciulletti. Il parroco, don Ottaviano, uomo bruno e segaligno, era propriamente cugino dell'emigrato e capo della prima famiglia del paese.
[pg!65]
***
Ora, dopo tre giorni, la fortezza di Capua si chiuse e le comunicazioni fra Napoli e la Terra di Lavoro furono interrotte. L'emigrato non seppe più nulla della sua famiglia; e la moglie e la figliuolina restarono nel villaggio, straniere, parlanti male l'italiano, tra parenti non malevoli, ma rustici. A Ventaroli arrivarono notizie vaghe, paurose: si avanzavano i Garibaldini, si avanzavano i Piemontesi, ma le truppe borboniche [pg!66] tenevano tutta la campagna. Il parroco, che era anche consigliere comunale, cominciò ad intimidirsi: la moglie dell'emigrato, sua cognata, la dama straniera, Cariclea, dovette dargli coraggio, ogni sera nelle conversazioni dopo cena; ma ogni mattina ricominciavano i terrori di don Ottaviano. Nè aveva torto: verso i venti di settembre s'intese nella valle un gran rumore di trombe, di cavalli, di soldati, e un distaccamento di Svizzeri venne ad accamparsi in Ventaroli. Nel cortile dell'unico palazzo, quello di don Ottaviano accamparono duecento fra soldati e ufficiali.
[pg!67] Furono ospiti terribili. Gli ufficiali svizzeri erano buoni e cortesi, assuefatti oramai alla dolcezza della vita napoletana, avendo lasciato a Napoli casa, famiglia, figliuoli, amici: addolorati di quella guerra che sentivano inutile, addolorati per quella causa che sentivano perduta: ma i soldati non tolleravano più freno di disciplina, erano diventati ribelli a ogni ordine, si abbandonavano alla ubbriachezza, al gioco. Dopo tre giorni avean consumato tutto il vino, tutto l'olio, tutta la farina di don Ottaviano: e chiedevano ancora, insolentemente, bastonando i contadini, sgozzando le galline. [pg!68] Le vecchie zie, le donne antiche di casa, stavano chiuse nello stanzone di famiglia; tacevano, non osando neppure filare, pregando mentalmente. Le serve erano in cucina, intorno a certi caldaioni dove cuocevano i maccheroni che non bastavano mai. Tutta la notte era un cantare, un urlare, un litigare: don Ottaviano, chiuso nella stanzetta, leggeva ad alta voce i salmi penitenziali, per quietarsi o per stordirsi, ma non poteva dormire, il poveretto. Ma la più forte, sebbene la più minacciata, era la signora Cariclea, la moglie dell'emigrato. Lo sapevano bene, i soldati, che era la moglie di un cospiratore, [pg!69] di un nemico, di uno che aveva tolta Napoli a Francesco II: e ogni volta che ella compariva sulla terrazza o attraversava il cortile, vi era un mormorio crescente di ostilità. Ella passava, quieta, serena, come se niente fosse, e pareva non udisse che la chiamavano moglie di brigante, moglie di assassino. Se ne lagnava, ella, con qualche ufficiale, specialmente con un maggiore, alto, biondo, robusto, un colosso.
— Signora mia — le diceva costui in inglese — io non so che farvi. Badate alla vostra vita, io non posso garantirvela. Non garantisco neppure la mia.
[pg!70] Ella non temeva per sè, temeva per la sua creaturina. La bimba aveva un cappellino rotondo, chiamato allora alla Garibaldi, con un pompon tricolore: e la bimba voleva portarlo sempre, quel pericoloso cappellino. Quando i soldati la vedevano passare, tutta fiera di quel pomo di seta tricolore, era come una rivolta:
— Tagliamo loro la testa, a questa razza di briganti, tagliamo la testa di questa creatura, così imparerà a portare il pomo tricolore!
La madre tirava un poco a sè la bambina e fingeva di sorridere, e quando era sola, in camera sua, soltanto allora, [pg!71] abbracciava la bimba, con una stretta frenetica. Don Ottaviano urlava:
— Ci farete ammazzare tutti, con quel vostro pomo tricolore!
Ma la bimba non voleva lasciarlo, gridava, gridava, glielo aveva dato il suo papà, quel cappellino col pomo tricolore. Infine, i viveri cominciando a mancare, i soldati diventarono più rabbiosi e chiesero quattrini: il maggiore portò la imbasciata a don Ottaviano. Costui un giorno dette ai soldati trenta ducati messi da parte per le feste di Natale: ma di notte, aiutato dalla cognata donna Cariclea, dalla zia Rachele [pg!72] e dalla serva Ottavia, seppellì in un angolo dell'orto, il tesoro della Madonna, collane di oro, anelli, orecchini, ex-voto di argento, pissidi, calici, candelabri, altri arredi sacri. L'altare famigliare, che era nel grande salone di famiglia, dedicato alla Vergine, restò spoglio di ogni ornamento. Il seppellimento fu fatto misteriosamente:
— Benedetto, benedetto! — diceva don Ottaviano, baciando piamente ogni arnese sacro, prima di sotterrarlo.
E singhiozzava, il povero prete.
Poi dette ai soldati altri venti ducati, che erano una dote da estrarsi, il primo di [pg!73] novembre, per far maritare una zitella del paese: ma non bastarono. Donna Cariclea dette loro venti marenghi che il marito le aveva lasciati; ma non bastarono. Zia Rachele dette a questi svizzeri furiosi quindici ducati di economie fatte, in molti anni, a grano a grano; ma non bastarono. Ottavia, la serva, aveva diciotto carlini: li dette. In breve, nel palazzo non ci fu più un soldo, nè un pizzico di farina, nè una goccia di vino. Gli ufficiali svizzeri si vergognavano: specialmente il maggiore, che era una persona assai gentile, chinava il capo, offeso nel suo orgoglio di [pg!74] militare. Ora i soldati volevano il tesoro della Madonna: lo volevano giuocare a carte.
— La Madonna non ha tesoro — diceva don Ottaviano: — ditelo voi, donna Cariclea.
— La Madonna non ha tesoro — ripeteva la coraggiosa signora.
Il maggiore andava e veniva, parlamentando fra i soldati e la famiglia.
— Se non ci danno il tesoro ammazziamo la bimba — mandavano a dire i soldati.
— Raccomandiamoci alla Vergine, cognata mia — mormorava il prete.
Così, prevedendo imminente la morte, tutta la famiglia [pg!75] si raccolse nello stanzone, innanzi all'altare denudato, e si mise a pregare. Don Ottaviano aveva vestito i paramenti sacri e stava inginocchiato sui gradini dell'altare. Era una settimana, dieci giorni di accampamento: nessuna notizia, nessun soccorso. Ora l'umore degli svizzeri era cambiato. Chiedevano un banchetto: volevano che nel cortile s'imbandisse una grande mensa, volevano i gnocchi, se no, mettevano fuoco alla casa. Il parroco giurava di non aver nulla, nulla da dare, neppure un tozzo di pane, il maggiore con le lacrime agli occhi lo scongiurava, che cercasse, [pg!76] che mandasse, per pietà della vita di tutte quelle donne, vecchie e giovani. Furono spediti corrieri a Carinoia, a Casale, a Cascano, per trovar farina. Ma intanto i soldati andarono nella legnaia, ne cavaron fuori tutte le fascine e le disposero attorno alle mura del palazzo. I corrieri che erano andati per farina tardarono assai: forse erano stati arrestati, forse erano morti. Un mormorio crescente saliva dal grande cortile. Nel salone le donne dicevano le litanie, salmodiando. L'ora passava lenta.
— Se fra dieci minuti non arriva il corriere con la farina, i soldati danno fuoco — venne a dire il maggiore.
[pg!77] — Non potete fare più nulla per noi? — chiese donna Cariclea.
— Più nulla, signora.
— Portar via questa piccolina? Io non mi dolgo di morire; vorrei salvare la bimba.
— Mi ucciderebbero con lei, signora.
— Che Dio ci assista, dunque — mormorò donna Cariclea.
E Dio li assistette. Un corriere da Cascano ritornò. Portava farina: poca, insufficiente, ma ne portava. Così le serve lasciarono di pregare e scesero in cucina, a fare i gnocchi, per i soldati.
Ma i soldati non vollero [pg!78] togliere le fascine: e la morte parve solo ritardata di qualche ora; si capiva che dopo il banchetto i soldati sarebbero diventati più feroci; non avrebbero conosciuto più ragione. Essi, nel cortile, tumultuavano; le povere serve, in cucina, manipolavano la pasta, instupidite; su, nello stanzone, il parroco aveva confessato e dato l'assoluzione a tutti i suoi parenti. La piccolina di donna Cariclea spalancava gli occhi, spaventata: ma non piangeva.
A un tratto il pesante martello del portone risuonò, tre volte sonoramente. Un silenzio profondo. Ma nessuno [pg!79] aprì. Tre altri colpi: e il battito del piede ferrato di un cavallo risuonò innanzi al portone.
— Chi va là? — chiese la sentinella, senz'aprire.
— Viva Francesco II! — gridò una voce affannosa.
— Viva, viva! — urlarono i soldati.
Era una staffetta: un soldato pallido e grondante sudore. Chiese del colonnello, del maggiore, di un capo; non aveva che due parole da dirgli. Il maggiore alto e biondo, il colosso affettuoso e fiero accorse; la staffetta si rizzò, gli parlò all'orecchio. Il maggiore restò imperterrito, assentì col capo; la staffetta [pg!80] ripartì, precipitosamente. Il maggiore salì sul terrazzino interno che dava sul cortile, fece suonare la tromba, due volte.
— Soldati — disse con voce tonante — abbiamo innanzi a noi Garibaldi, alle spalle arriva Vittorio Emanuele. Facciamo il nostro dovere. Viva Francesco II!
— Viva! — disse qualche voce.
E lentamente si misero in tenuta di partire. Andavano fiacchi, lenti, molli, attaccandosi la giberna, visitando i fucili: e il maggior loro dolore, per quei mercenari brutali, era di non poter banchettare, di non poter mangiare [pg!81] i gnocchi che le povere serve facevano in cucina. Gli ufficiali andavano, venivano, gridavano; ma inutilmente.
— Consolatevi, signora — disse il maggiore a donna Cariclea, entrando nel salone — ora vengono i Garibaldini.
Ella non osò consolarsi. Stringeva la piccolina sul petto e non parlava. Il parroco non levava la testa.
— Addio, Signora, non ci vedremo più — disse il maggiore. — Noi andiamo alla morte.
E non tremava la sua voce. Uscì, si pose alla testa dei soldati, marziale, bellissimo a cavallo, camminando [pg!82] serenamente alla battaglia; dietro di lui i soldati svizzeri andavano, come pecore, stretti stretti, taciturni, torvi. Nessuno osò levare la voce, nel palazzo deserto, devastato; per un'ora tutti tacquero, innanzi all'altare, subendo ancora l'incubo di quell'assedio.
— Ora vengono i Garibaldini — disse, a un tratto, la bambina.
E vennero. Portavano la camicia rossa, ma erano coperti di polvere, con le scarpe rotte, stanchi, sfiniti; volevano bere, volevano mangiare, non ne potevano più.
— Che daremo loro? — diceva don Ottaviano, disperandosi.
[pg!83] I Garibaldini non credevano che non ci fosse nulla. Erano una quarantina, estenuati; avevano trovato la devastazione dappertutto. Dappertutto i Borbonici avevano mangiato tutto, bevuto tutto, non vi era più nulla; come potevano dunque battersi? Un ufficiale, buonissimo, parlamentava con donna Cariclea e col parroco; era inutile, non vi era nulla, nulla. Ma un clamore venne dal cortile; i Garibaldini avevano scoperto la cucina e il caldaione dei gnocchi.
— Ah, Borbonici, canaglia! Avevate da mangiare e ce lo negavate! Borbonici della malora, che vi porti via il diavolo!
[pg!84] Ma fra quelle voci irritate, furiose, una vocina sorse:
— Viva Garibaldi!
La piccolina, in mezzo ai Garibaldini, agitava il suo cappelluccio col pomo di seta tricolore. Mentre la baciavano, levandola su in trionfo, ella strillava sempre. La madre piangeva.
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***
Il cannoneggiamento cominciò alle tre del pomeriggio. Ventaroli è sulla collina, l'eco dei cannoni vi si ripercuoteva fortemente. Donna Cariclea era salita sopra una torricella, donde si vedeva tutta la valle; ma nulla si scorgeva. Dove si battevano? Con che esito? Era impossibile saper nulla. I quaranta Garibaldini erano andati via allegramente, dopo aver pranzato, coi loro scarponi rotti, coi loro vecchi fucili; e tutte [pg!88] le case di Ventaroli si erano chiuse, i portoni erano sbarrati. Quando cominciò il cannone, Pasqualina Cresce, che aveva paura dei tuoni, aveva cacciato il capo sotto i cuscini; il vecchio Nicola Borrelli, che aveva fatto il soldato, tendeva l'orecchio per sentire donde venisse; e la sorella dell'emigrato, Rosina, una fiera donna, era venuta nello stanzone e aveva accese due altre candele alla Vergine, per conto suo, perchè vincessero i Garibaldini. Donna Cariclea fremeva: invano aguzzava gli occhi, sulla torricella, ma non un'anima passava nella valle, non un carro, non un contadino; un [pg!89] deserto, un paese morto. Il cannone si arrestava, talvolta, per cinque minuti, ma dopo riprendeva con più vigore. Stette tre ore lassù, sino all'imbrunire. E sempre il cannone: talvolta allegro, talvolta lungo e lugubre. Poi tacque. Era notte. Nessuna notizia. Era perduta o salvata la patria?
Ma don Ottaviano, le vecchie zie, le giovani spose, le serve erano stanche di quella tremenda giornata; e, malgrado il terrore dell'indomani, malgrado la suprema incertezza, che era anche un supremo pericolo, andarono a dormire. Donna Cariclea si ritirò nella sua stanzuccia, [pg!90] che era proprio sopra l'arco del portone. Aveva appena appena congiunte le mani della piccolina per la preghiera della sera, quando, nel silenzio profondo del villaggio, si udì un galoppo di cavallo; veniva verso la casa. E subito dopo un fievole colpo di martello risuonò. Donna Cariclea trasalì. Che doveva fare? Si affacciò senza far rumore alla finestra: nell'ombra si vedeva un cavallo e un cavaliere, ma non si distingueva altro. Erano immobili, aspettavano. Ma passò qualche minuto; il cavaliere non picchiò di nuovo, aspettando, pazientemente.
— Chi sarà mai? — pensava [pg!91] donna Cariclea, tutta trepidante.
E richiuse la finestra, senza far rumore. Ma quel cavaliere, là innanzi al portone, nella notte, le dava tormento. Riaprì, domandò sottovoce:
— Chi è?
— Sono io — disse una nota voce.
— Voi, maggiore?
— Aprite, signora, per carità!
Ella prese un lume, attraversò due o tre stanze, scese per le scale, andò a tirare i grossi catenacci. Silenziosamente il maggiore era disceso da cavallo e se lo trasse dietro, nel cortile; lo legò a un anello di ferro. La signora [pg!92] andava innanzi e il maggiore dietro; quando furono nella stanzetta, il maggiore le fece cenno di chiudere la porta, a chiave. La bimba, già in letto, guardava tutto questo con un par d'occhioni spaventati.
— Signora — disse il maggiore — io sono nelle vostre mani.
Ella lo guardò, sgomenta. L'ufficiale svizzero era in uniforme, tutto gallonato, tutto scintillante di oro: ma teneva il capo abbassato sul petto.
— Che avete fatto? — chiese ella duramente.
— Sono scappato, signora. Fuggo da tre ore; due ore siamo stati nascosti in una macchia, il mio cavallo e io.
[pg!93] — Non avete preso parte alla battaglia?
— No, signora, vi dico che sono scappato.
— E perchè? — chiese ella a quel colosso.
— Perchè avevo paura — disse lui, semplicemente.
— Oh! — fece soltanto lei, celandosi il volto per ribrezzo.
— Avete ragione — disse lui, umilmente. — Ma la paura non si vince: sono fuggito.
— Non vi vergognate, non vi vergognate? — chiese ella, tremando di emozione.
Egli non rispose. Si vergognava, forse. Stava buttato sulla sedia, grande corpo accasciato dalla viltà.
[pg!94] — E i vostri soldati?
— Chissà! — disse il maggiore, levando le spalle.
— Chi ha vinto, dunque?
— Non lo so. Avranno vinto gli Italiani.
— E siete fuggito?
— Già. Vi ripeto, avevo paura. Che m'importa della battaglia? Voi dovete salvarmi signora.
— Io?
— Sì. Dovete farmi fuggire. Voglio ritornare a Napoli, in sicurezza. Ho famiglia io: ho figli io: che me ne importa di Francesco II? Salvatemi, signora, ve ne scongiuro.
— E perchè dovrei farlo?
— Perchè siete donna, [pg!95] perchè siete buona, perchè anche voi avete una figlia... e capite...
— Siete un nemico, voi.
— V'ingannate, sono un disertore.
— Ebbene?
— Significa che io temo egualmente i Borbonici, come i Garibaldini. Se mi trovano i vostri, sono un nemico e mi fucilano; se mi trovano i Borbonici, sono un disertore e mi fucilano. Ecco perchè vi chieggo di salvarmi.
— Se rientrate a Napoli vi fucileranno.
— Garibaldi è buono — disse umilmente il maggiore svizzero.
— È una vergogna — ripetette lei duramente.
[pg!96] — Lo so; ma che posso farci? Salvatemi voi.
— Stamane avreste lasciato morire la mia bambina.
— Che potevo fare?
— Eppure il re contava su voialtri! Che uomini siete dunque?
— O signora mia, per carità, non ne parliamo; se avete viscere di madre, trovatemi un mezzo per fuggire.
— Io non ne ho.
— Lasciatemi stare qua, in questa stanza.
— Se vi ci trovano, siamo perduti tutti.
— È vero — disse lui, dolorosamente.
La bambina aveva ascoltato [pg!97] tutto il discorso, guardando ora sua madre, ora il maggiore. Adesso, ambedue tacevano. Egli era immerso nel più profondo avvilimento; ella era combattuta da tanti sentimenti diversi.
— Ho anch'io un bimbo di questa età — mormorò il maggiore. — Non lo vedrò più, forse.
— Aspettatemi qui — disse donna Cariclea, decidendosi.
E uscì. Il maggiore si era inginocchiato vicino al letto e aveva baciata la piccolina. Donna Cariclea tardava. Alla fine, muta, lieve come un'ombra, ritornò. Portava un involto di panni:
— Smorzerò il lume — [pg!98] disse, con voce breve, superando ogni ritrosia di donna — toglietevi l'uniforme e mettete questi abiti.
Così fece. Dopo pochi momenti ella riaccese il lume; il maggiore era vestito da contadino e l'uniforme giaceva per terra. Egli se ne stava tutto umile, tutto contrito.
— Bisogna nascondere quest'uniforme e questa spada — disse lui, — trovandosi, sareste perduta.
— È vero — disse lei. — Spezzate dunque la spada.
Senza esitare, egli tentò di spezzare la spada sul ginocchio. Ma la buona lama resisteva. Alla fine, con la tensione [pg!99] dei suoi muscoli robusti, la spezzò.
— Scucite i galloni dall'uniforme — ordinò donna Cariclea.