MATILDE SERAO
PICCOLE ANIME
MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA e F. GUINDANI
Lipsia e Vienna, F. A. Brockhaus — Berlino, A. Asher e C.
Parigi, Veuve Boyveau — Napoli, Ernesto Anfossi.
Londra, David Nutt, Strand 270.
1890
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Proprietà letteraria.
MILANO — TIP. LOMBARDI VIA FIORI OSCURI 7
[pg!007]
INDICE
- [A UN POETA]
- [UNA FIORAIA]
- [GIUOCHI]
- [CANITUCCIA]
- [PROFILI]
- [ALLA SCUOLA]
- [NEBULOSE]
- [MODA]
- [PERDIZIONE]
- [GLI SPOSTATI]
- [SALVAZIONE]
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[pg!009]
[A UN POETA]
[pg!010]
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a un poeta.
Una volta, io scrissi di un bambino biondo e reale. Mi faceva pensare la stranezza della vita precoce, in cui le care ingenue puerilità erano sacrificate ai doveri inflessibili di un’alta educazione, in cui i soavi sensi infantili erano in urto con la rigidezza del cerimoniale: piccola anima gaia e noncurante che doveva informarsi, troppo presto, a grandi e severi sentimenti.
Tale l’intenzione d’arte, vivificata da un sentimento tutto femminile di simpatia. Da coloro cui l’astrazione dell’ideale politico intorbida la serenità del giudizio, fu intesa male o non fu voluta intendere: fu detta adulazione, cortigianeria, servilismo, e furono usate altre parole consimili, a cui la volgarità del corso ha tolto ogni valore. Invano io volli chiarire la mia intenzione, invano io volli stabilire una divisione fra la politica e l’arte, fra le teorie umanitarie e l’arte. Come in tutte le polemiche d’idee, senza fatti, ognuno rimase del proprio parere.
Allora scrissi: sempre un bimbo mi sorprende e mi fa pensare. Questa impressione è viva ancora oggi, agita anche adesso la mia coscienza. I bimbi sono naturalmente buoni e misteriosamente cattivi: singolari, interessanti, attraenti piccoli tipi, in cui l’umanità assume le sue forme più leggiadre e più bizzarre. Pei loro sorrisi che sono tutta una luce e per i morsi che dànno a una sorellina più grande; per la strana scienza che appare nelle loro profonde risposte e per l’istinto di distruzione che li domina; per la carezza dei loro occhi sereni e per la convulsione paurosa delle loro collere infantili; per l’elemosina che fanno e per l’uccellino che spennacchiano; per il bacio che ci dànno, spontaneo, affettuoso, e per lo sgarbo con cui ci ringraziano del dono di un giocattolo; per le loro simpatie istintive e per i loro odii irragionevoli: per tutta questa contraddizione i bimbi valgono — per l’arte — quanto l’uomo nel pieno rigoglio della sua virilità, quanto la donna nel pieno fiore della sua bellezza.
E poi questo bimbo moderno, nato da gente inquieta e convulsa, cresciuto spesso in un ambiente di nervosità irritante o di languida malinconia, che vede troppe cose, che assiste troppo alle piccole catastrofi familiari, che impara troppe cose, questo bimbo ha ora acquistato una sensibilità precoce, una intuizione troppo rapida. Talvolta — e sempre senz’averne coscienza — un bimbo è così sottilmente scettico che ci sgomenta, noi che avemmo un’infanzia molto più grossolana, molto più animalesca, ma molto più allegra. Il bimbo moderno legge troppi libri illustrati ed ha per mano troppi giornali. Quando suo padre parla tranquillamente di suicidio, quando suo zio si burla della religione, egli tende l’orecchio. Così il bimbo è più facilmente infelice. Infelice pel sangue povero che le razze deboli mettono nelle vene delle loro creature; per la tisi, per il rachitismo, per la follia che si ereditano; infelice per l’abbandono e la povertà, uniti insieme; infelice per l’abbandono e la ricchezza, uniti insieme; infelice per l’ambiente di disonestà plebea in cui deve vivere; infelice per l’ambiente di disonestà aristocratica in cui deve crescere; infelice pel padre artista ed egoista; per la madre gran dama e disamorata: per molte colpe nostre, infelice. Il bimbo impara a soffrire, ad amare, a fingere come noi. Ed è talmente unito alla nostra vita, parte di noi più sorridente e più sensitiva, che spesso egli ci salva — e spesso egli ci perde.
Questo piccolo libro, scritto pei grandi, parla sempre di bimbi, nelle sue storielle. Sono bimbi veri: non li ho sognati, mi apparvero nella loro realtà. Vissero meco un anno, un minuto, un giorno, un’ora, faccine smunte o guance colorite, corpicciuoli scarni o pienotti, vestitini di raso o straccetti per cui si vedeva la pelle — ed erano creature volta a volta ingenue e pensierose, fantastiche e brutali, dolci e acri.
Voi, o poeta, che foste il più mite fra i miei avversari, avete un figlioletto gentile e pallido, dai grandi occhioni bruni, pieni di visioni malinconiche, un bambino che avete chiamato Tristano, per cui avete scritto versi tristi e audaci, a cui forse avrete letto questi versi, turbandone la piccola anima, dandole la nostalgia della nobile e pericolosa regione della poesia. Ebbene, a questo bambino che non mi conosce, io voglio dedicare questo piccolo libro.
Matilde Serao.
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[UNA FIORAIA]
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Date lilia.......
La bimba camminava lentamente, rasentando il muro, per la via stretta e tortuosa dei Mercanti. Ella non guardava nelle botteghe, non alzava gli occhi a quella lunga striscia di cielo che appariva fra le alte case, non guardava neppure dinnanzi a sè. Guardava le pietre, come se le contasse. Camminava, senza curarsi del fango del selciato, degli urtoni che le davano, di qualche rara carrozza che passava. Quando arrivò alla chiesetta del Cerriglio, dirimpetto alla statua dell’Eccehomo vestito di rosso, coronato di spine, con gli occhi pieni di lagrime [pg!020] immobili, la fronte e il petto macchiati di sangue coagulato, la bimba gli dette uno sguardo indifferente e tornò indietro, con la stessa andatura rigida.
Era una mendica. Aveva fame, aveva freddo, aveva sete. Aveva le gambe nude, i piedini scalzi che si deformavano nella mota. In quel gelido giorno di febbraio, ella non portava che una camicia e un sottanino lacero e sfrangiato, mantenuto su, alla cinta, da uno spago. Aggrovigliato al collo, un brandello di ciarpa all’uncinetto. Niente altro. La bimba era molto magra, quasi stecchita: dagli strappi della camicia e del sottanino si vedeva una carnagione esangue, cinerea; sotto la ciarpa si vedevano le due ossa clavicolari sporgenti, come se volessero bucare la pelle; s’indovinava la meschinità malaticcia di quei busto legnoso di bambina. Le spalle erano aguzze, curve, come quelle di chi si raggricchia sempre per freddo o per chetare lo spasimo dello stomaco. Un volto serio e grave, con la medesima tinta [pg!021] plumbea del corpo; rugata la fronte breve; corrugate le sottili sopracciglia, troppo grandi gli occhi dalla palpebra bigia, sottolineati di bistro, incavernati, profondi; duro, rigido il profilo, già formato come quello di una donna; la bocca stretta, chiusa, le labbra pallide, senza fremiti, con due rughe agli angoli. Ella aveva sette anni.
Un giorno aveva avuto una madre scarna, mendica anche lei. Vagavano ambedue per le vie di Porto, cercando l’elemosina. Mangiavano spesso del pane e dormivano in un sottoscala, sulla paglia, la figlia col capo in grembo alla madre. Poi la madre era morta, di tifo: la bambina era rimasta sola, sul lastrico. Non pianse, non gridò, usci per cercare l’elemosina, non ebbe nulla: quel giorno non mangiò e dormì all’aria aperta, sullo scalino della chiesa di Portanova, arrotondata come un cane.
Per tre anni la vita della bambina non aveva avuto varianti. Ella non sapeva nulla, non ricordava nulla, altro che un lunghissimo giorno [pg!022] in cui aveva avuto sempre fame. Dalla mattina cominciava le sue peregrinazioni. La strada dei Mercanti, lungo budello contorto, era la sua casa, ed ella ne conosceva tutte le viuzze, i vicoli ciechi, gli angiporti paurosi, le botteghe nere, i ruscelli fetidi, i portoncini angusti e bruni, illuminati di una luce fioca e grigia, le scalette smussate. Andava e veniva, senza posa, dalla piazzetta di Portanova, donde era il suo punto di partenza, sino alla cappella del Cerriglio, dove era il suo punto di arrivo. Si fermava a piazzetta di Porto, faceva un mezzo giro e riesciva all’antico Sedile, dava uno sguardo al simulacro del dio Orione attaccato alla muraglia che il popolo chiama Pesce Niccolò, poi saliva per Mezzocannone, bagnandosi i piedi nelle acque azzurre, rosse, violette dei tintori che lavoravano in certi antri lugubri, intorno a caldaie nere, agitandovi un miscuglio misterioso. Arrivata su, non osava andare più oltre e ridiscendeva ai Mercanti; non dava neppure un’occhiata alla taverna aperta sotto un [pg!023] porticato dove si friggevano pesci e pastelle, dove si espandevano le vivezze rosse del soffritto e gli acuti odori delle pastinache in aceto. Voltava a destra per la scaletta lurida di santa Barbara, s’inerpicava fino al famoso biscottaio, ma i biscotti le facevano troppo gola e scappava via: al ridiscendere, si fermava innanzi alla porta dello stabilimento di bagni, guardando una vasca di macigno artificiale, dove non ci era acqua, ma dove si ergeva una musa dalle larghe foglie verdi: continuava la sua via sino al Cerriglio e tornava indietro, sempre col suo passo guardingo, sfiorando i muri, scivolando tra le gambe dei viandanti.
Quelle viuzze nere, quella strettezza, quella miseria, quelle case stillanti umidità, quei cattivi odori, quei portoni sospetti, quelle tinte cupe, quell’assenza di sole, quelle facce usuraie dei commercianti, quelle facce losche dei loro mediatori, quelle facce ebeti di male femmine, quella merce gretta, impolverata, avariata, erano tutto il suo mondo. Sentiva vagamente che di [pg!024] sopra santa Barbara, di sopra Mezzocannone, di sopra il Cerriglio, alla fine di via Principessa Margherita, vi era un altro mondo, ma ella temeva di arrischiarvisi, ne aveva una paura selvaggia. Anche giù nei Mercanti, ella aveva paura delle altre mendicanti che la picchiavano, dei cani che volevano morderla, delle guardie che potevano arrestarla: ma ella era furba a schermirsi da questi pericoli. Lassù, il pericolo era ignoto. Quando arrivava a quei limiti, dava uno sguardo sospettoso in su, poi fuggiva, nascondendosi il capo ricciuto nel braccio, come se la perseguitassero.
Chiedeva l’elemosina, ma non gliela davano spesso. Tutta quella gente affaccendata a guadagnare una dura giornata, bottegai accaniti a imbrogliare i compratori contadini, facchini curvi sotto le balle, serve luride e straccione, non badavano a lei. Qualche galantuomo la prendeva per una piccola ladra e si tastava le tasche, dicendole una parolaccia; qualcuno, anche vestito decentemente, era povero, la guardava [pg!025] e si stringeva nelle spalle. A qualcuno faceva disgusto, e la scacciava con un gesto di noia. Ella chiedeva prima a voce alta, quasi imperiosa, un soldo per mangiare, non avendo mangiato il giorno prima, nella tortura dello stomaco che si ribellava: poi la voce si abbassava, diventava supplichevole, ansante, lamentosa, poche e gelide lagrime le scendevano per le guance. Essa continuava ad andare e venire, come per istinto, balbettando parole indistinte, sino a che la voce le si seccava nella gola riarsa: allora chiedeva l’elemosina con la intensità dello sguardo. Verso la fine della giornata, quando non le avevano dato nulla, era presa da una grande stanchezza, il capogiro la faceva vacillare, ella si trascinava sino ai gradini della chiesa di Portanova e vi rimaneva, immobile, accoccolata, come un batuffolo di stracci, donde sfuggiva un sordo lamento. Si rialzava, per girare ancora, fra i lumi che si accendevano, gli operai che ritornavano dal lavoro e l’odore di mangiare che usciva [pg!026] dalle botteghe socchiuse. Allora arrivava a raccogliere due centesimi o una fetta di pane o un osso di costoletta o uno scampoletto di trippa, e scappava a divorarlo, provando un bruciore insopportabile allo stomaco. Ma venivano spesso i giorni in cui non aveva nulla e si addormiva in un torpore malaticcio, senza aver mangiato altro che le bucce di aranci fradici, o masticato i baccelli dei piselli. Il sabato era il migliore suo giorno: al sabato una femmina giovane, col fazzoletto di seta rosso attorno al collo, la gonna corta e legata sullo stomaco, la pianella col tacco alto e il fiocco verde, la pettinessa d’argento nell’alto cocuzzolo dei capelli impomatati, le guance cariche di carminio, le dava un soldo. La giovane femmina stava per lo più accantonata a un portoncino, le mani nelle taschette del grembiule, lo sguardo vagante, la fisonomia stupida, canticchiando dalla mattina alla sera una canzoncina lenta:
Spina de pesce,
Sta vita desperata quanno fenesce?
[pg!027] Ogni giorno, molte volte, la bimba le passava daccanto. Ma solo il sabato l’altra le dava un soldo: questo per cinque o sei mesi. Poi la donna scomparve. L’avevano buttata o s’era buttata nel pozzo.
In quella giornata di domenica, la bimba si sentiva morire. Ogni tanto le mancavano le forze e si sedeva per terra. Le botteghe erano chiuse, i viandanti frettolosi non le davano retta, dirigendosi tutti alle strade superiori, scomparendo lassù: ella li seguiva macchinalmente, con lo sguardo. Entrò nella chiesa di Portanova. La chiesa era vuota, le parve immensa e paurosa; ebbe una sensazione di freddo, co’ suoi piedini nudi sul marmo; il sagrestano l’acchiappò e la mise fuori. Ella riprese la sua corsa nelle strade spopolate: si vide sola, disperata. Tutti erano andati lassù.
Allora, dimenticando la sua paura, spinta dalla fame, dall’istinto, superò la frontiera, e oltrepassato il larghetto di Rua Catalana, salì gli scalini di san Giuseppe. Fu stupefatta: vedeva [pg!028] quello che non aveva mai visto, la strada larga, i magazzini puliti, i palazzi bianchi, i giardini, il cielo. Dimenticava la sua fame davanti a così mirabile spettacolo: non vi pensò più dinnanzi a un negozio di giocattoli. Lassù tutto era bello: ed ella seguì la folla che si avviava per Fontana Medina, fermandosi ogni momento, eccitata, curiosa, scordandosi di chiedere l’elemosina. Solo le carrozze la spaventavano col continuo loro incrociarsi; ma seguiva il marciapiede. A piazza Municipio, vinta di nuovo dalla stanchezza, sedette sopra un banco, presso il giardino; ma dopo un poco saltò giù e corse anche lei verso san Carlo: là si perdette, piccina come era, nella folla che la trascinò verso san Ferdinando. Non vedeva niente, annullata fra la gente; aveva caldo, stava bene. Ogni tanto vedeva passare nell’aria un mazzetto di fiori, poi un altro, poi una pioggia di fiori: ogni tanto la folla si gettava da parte, per lasciar passare un equipaggio, dentro una signora bellissima, seduta in mezzo alle stoffe [pg!029] e ai fiori: visioni rapide, fuggevoli, fulgide, che quasi sgomentavano la bambina. Passò il tempo, così. Imbruniva: i fiori cadevano più lenti, il clamore era più basso, la folla si diradava. Accanto alla bimba passò una leggiadra apparizione di donna, dall’abito nero, succinto e ricco, dal volto bianco e sorridente, dagli enormi brillanti alle orecchie delicate: portava in mano un cestino di fiori, a mazzetti e disciolti. Era una fioraia meravigliosa, che accumulava denari nel fondo del cestino.
— Signora, signora — mormorò una voce infantile — dammi un fiore.
E la fioraia, con un moto gentile e svelto, lasciò cadere nelle mani della bimba un manipoletto di garofani. La bimba sorrise, ficcò un garofano in un bucherello della sua camicia e volle anch’essa vendere i fiori, poiché ne aveva tanti. Ma da lei la gente non ne comprava. Uno studente le disse: quando sarai più grande, potrai vender fiori. Un grasso signore si pose a declamare contro l’accattonaggio e contro [pg!030] l’inerzia della questura. La bimba non comprese il senso, ma inteso che la maltrattavano. Neppure lassù erano buoni con lei. Ella era lacera, scalza, brutta: i suoi grandi occhi spalancati mettevano paura, la sua testolina arruffata e selvaggia faceva paura. Ora la fame riappariva feroce, mettendole un fuoco nel petto, straziandola. Si trovava presso la Boulangerie française, donde usciva un odore di pane e di pasticcini che la faceva svenire. Offriva i suoi fiori macchinalmente, senza poter più parlare, con un singhiozzo lento che le sollevava il petto. Un soldato passò e comprò un garofano: dette un soldo. La bimba entrò nella panetteria e comprò un panino da un soldo. Le bastava. Voleva andar via. Ricominciava ad aver paura. Quelle carrozze la stordivano, lei che voleva passare dall’altra parte. Prese la rincorsa, abbassando il capo... Nella carrozza una signora gittò un grido e svenne.
Ma sulla via, presso il marciapiede, agonizzava una innocente creatura, con la gambina [pg!031] sfracellata. Agonizzava, giacente fra i garofani che le si erano sparsi d’attorno, stringendone uno sul petto, tenendo il panino nell’altra mano, con la faccia bianca e seria, la bocca socchiusa, coi grandi occhi meravigliati e dolorosi che guardavano il cielo.
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[GIUOCHI]
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Era una grande casa di provincia, con un portone sempre chiuso, quello nobile, pei signori, che vi davano un forte picchio col battente — e un portone sempre spalancato, quello dove passavano i carri di grano, di vino, di carbone, di pasta. Sopra, gli stanzoni vasti, alti di soffitto, con le travi foderate di carta fiorata, coi muri dipinti di giallo chiaro o di lilla pallido. Alle finestre grandi e profonde, invece delle portiere di merletto, quelle strette tendine di mussola bianca, attaccate ai vetri. Mobili antichi e anneriti: scrivanie larghe, coperte di [pg!036] incerata nera, dai cassetti profondi; divani lunghi, angolosi, foderati di lana verde e come imbottiti di spini; armadii larghi quanto una parete, che si serravano con un piccolo catenaccio. Nelle cornici nere e tarlate certi quadri sanguinolenti: la battaglia di Solferino, Mazeppa, Marco Botzari — e certe incisioni sbiadite che rappresentavano il Tempio di Serapide a Pozzuoli, la Via dei Sepolcri a Pompei. Per ornamento, sui cassettoni, sotto le campane di cristallo, certi santi vecchi, vestiti da frati cappuccini. Il salone aveva le imposte sbarrate, immerso nella oscurità, proibito ai bambini; del resto, chiuso a chiave, aperto solo quando veniva una visita ufficiale.
Dalle otto del mattino alle due del pomeriggio, la casa era tranquilla e silenziosa, perchè i bimbi erano a scuola. A tavola il pispiglio era dominato da un appetito formidabile, appetito di bambini sani, grassi, forti: dopo, a dormire sino alle quattro, siesta obbligatoria di provincia. Dalle quattro alle cinque studiavamo [pg!037] quelle poche lezioni per il domani: alle cinque....
Alle cinque era la rottura delle file, la libertà, lo scoppio, la rivoluzione, i diavoli scatenati per la casa. Erano inutili le ammonizioni, le minacce, gli schiaffi: l’uno piangeva e gli altri ridevano, dopo un momento rideva anche lo schiaffeggiato. Le mamme, le nonne, le zie si disperavano, si chiudevano in cucina, si rifugiavano nella cappella. Agli otto bambini di casa — da sei a dodici — se ne univano altri sette od otto, piccoli parenti e piccoli amici, che arrivavano condotti dalle serve. Diventavamo un piccolo popolo di creature bionde o brune, insolenti di salute, dalle gambe grassotte, e nude, dalle guance dure e colorite, dai polmoni fortissimi. Piccolo popolo turbolento, sfrenato, che si allargava attraverso la casa e ne prendeva possesso in tutti gli angoli, in tutti i recessi. Avevamo allora per noi i cameroni vuoti dove si stendeva il bucato nei giorni di pioggia; le larghe terrazze sotto il sole, a cui [pg!038] arrivavamo, arrampicandoci per le ripide scalette di legno; la grande loggia del primo piano, piena di maggiorana e di basilico; avevamo la dispensa del cortile dove si conservavano i salami e i formaggi; avevamo i granai, festa della nostra infanzia, dove rotolavamo giù dalle montagne di grano, dove affondavamo nelle montagne di granone, dove mangiavamo l’uva secca e le mele acerbe. Era una corsa attraverso le stanze, un precipizio per le scale e le scalette, un galoppo di puledri sull’asfalto, una tromba rumoreggiante, squillante, ridente, attraverso la malinconia della casa.
Il preferito fra i giuochi, come dappertutto, eri a capinnascondere. Con molta gravità ci mettevamo in cerchio nella stanza da pranzo e tiravamo a sorte, quello che doveva star sotto. Se capitava a una bambina, faceva il muso e se ne andava borbottando a mettersi in un angolo, col viso rivolto al muro, con gli occhi chiusi per non vedere; se era un maschio, faceva il disinvolto e il sicuro di sè. Dopo [pg!039] esserci assicurati che quello sotto non poteva vederci, partivamo in punta di piedi, in gruppi di due, di tre, per nasconderci: ed era una ricerca muta e nervosa, inquieta e taciturna, di un nascondiglio impossibile. Bisognava trovare presto e bene: avere astuzia e audacia; avere fantasia e attività. Vi era il giuocatore egoista, che trovato un nascondiglio per sè, ne cacciava gli altri, col pretesto che facevano rumore e che lo scoprivano; vi era il giuocatore immaginoso, che si ficcava negli armadi, fra le materasse, senza respirare, sorridendo in quella soffocazione; vi era il giuocatore incerto, che girava tutta la casa, senza trovare un cantuccio soddisfacente; vi era quello audace che si metteva semplicemente dietro una porta, dietro una poltrona, a due passi da quello celato, con la magnifica certezza di non essere scoperto, per le troppe probabilità di essere preso; e vi era finalmente quello sciocco, che si ficcava stupidamente sotto un letto. Quando tutti erano nascosti, si sentiva un griduccio lontano, stridulo, prolungato:
[pg!040] — Vieni.....i!
Allora quello sotto si moveva con precauzione, non allontanandosi molto dal suo posto, guardando a dritta, a sinistra, camminando a piccoli passi. Palpitavano i piccoli cuori nei nascondigli; dove erano nascosti due l’uno diceva all’altro:
— Non ci trova, no; è troppo scemo.
Finalmente quello sotto si risolveva a lasciare il posto e la stanza da pranzo: allora si schiudevano le porte, gli armadi, si scostavano le sedie, le scrivanie, e i nascosti fuggivano, al posto, strillando la loro vittoria. Mentre quello sotto ne perseguitava uno, invano, gli altri sbucavano da tutte le parti, gridando, felici di non essere stati presi, correndo al posto. Allora quello sotto se ne andava tranquillamente a guardare sotto i letti e trovava il bimbo sciocco, accovacciato, che non aveva osato fuggire e che si faceva prendere come un sorcio in trappola, chinando il capo e allungando il muso; noi gli dicevamo, ridendo:
[pg!041] — Stupido, perchè ti sei messo sotto il letto? E non potevi scappare, quando lui è passato?
— Sapevo questo, io, che lui mi trovava — borbottava lo scemo, andandosi a metter sotto.
Ma le partite più interessanti erano quando colui che stava sotto era molto furbo — Michele, per esempio, che poi è diventato medico. Allora noi ci riscaldavamo, facevamo un complotto nell’anticamera, per trovare un nascondiglio assurdo. Michele, dalla sala da pranzo, diceva con voce canzonatoria:
— Posso venire?
E noi, in coro, impazientiti:
— Non ancora, non ancora!
Infine decidevamo di ficcarci due o tre nel gallinaio, spaventando le galline; un altro paio dentro l’arca, dove s’impastava il pane, tenendone un po’ sollevato il coperchio per respirare; e qualcun altro saliva sopra gli armadii, a rischio di rompersi il collo: la più piccola, Adelina, si andava maliziosamente a ficcare [pg!042] dietro Mariagrazia, la serva che filava e non si moveva più per non scoprire Adelina. Allora quel furbo di Michele stava un poco a pensare, poi direttamente, come se qualcuno glielo avesse detto, andava al gallinaio e ne prendeva due pel collo, apriva l’arca e ne prendeva un altro paio, diceva a quelli sull’armadio di scendere: e noi restavamo mortificati, chiedendogli:
— Come ci hai trovati? chi te lo ha detto? Quella birbona di Concetta, la cameriera?
— Ho capito — diceva lui, modestamente glorioso.
— Ma me, non m’hai chiappato — gridava Adelina, spuntando di dietro a Mariagrazia.
— T’avevo vista, ma non t’ho voluta prendere — diceva lui, sdegnoso e trionfante.
Sino a che un giorno, a questo malizioso e dispettoso Michele, pensammo di giocargli un tiro. In un granaio pieno di quadri vecchi e di mensole del primo Impero, vi era un canestrone rotondo, alto tre metri, come due botti di vimini, una sovrapposta all’altra. Ci si metteva [pg!043] la biancheria sporca. Per entrarvi dentro lo facemmo traboccare per terra, e vi entrammo, in sei, come nella bocca di un forno: poi premendo sul fondo, lo facemmo rialzare e restammo immobili, in fondo a questo pozzo rotondo. Ridevamo fra noi, perchè certo Michele non ci avrebbe mai trovati. Stavamo allo stretto, uno addosso all’altro, ma felici di aver burlato Michele. Appena Adelina si lamentava che le doleva un piede, qualcuno le mormorava:
— Zitto, bestia! ci farai scoprire.
Passava il tempo. Michele non veniva.
— Non ci trova, non ci trova — dicevamo sottovoce, ridendo.
Poi, cominciammo a seccarci. Poichè Michele non ci trovava, era meglio uscire di là e andargli a dire che era uno scemo, uno scemone, che gliel’avevamo fatta. Ma che! Noi premevamo sul fondo e il canestrone rimaneva ritto, con le sue pareti alte come quelle di una torre: non sapevamo rovesciarlo più, per uscirne. Le pareti contro cui battevamo per farlo voltare, [pg!044] scricchiolavano, ma noi pesavamo troppo sulla base. Prima ci guardammo tutti spaventati: poi Adelina pianse e strillò: poi piangemmo e strillammo tutti. Dopo un quarto d’ora di questa desolazione in fondo al canestro, vennero a liberarci Mariagrazia e Concetta, le serve, che rovesciarono il canestro e ci trassero fuori, esse ridendo, noi piangendo. Ma il più terribile dell’avventura fu questo: che quell’infame di Michele era venuto piano piano nel granaio, aveva capito che noi eravamo nel canestro e se n’era andato placidamente, prevedendo la nostra impossibilità di uscirne, a far merenda con un pezzo di pane e una fetta di prosciutto. Egli pel primo e poi tutti i parenti si burlavano di noi, anche lo zio cancelliere che era così serio, anche zio Gabriele che era paralitico. Fu una sconfitta famosa.
La mosca cieca veniva dopo. Tutto lo studio era di stringere bene il fazzoletto sugli occhi a quello che stava sotto e poi domandargli:
— Ci vedi?
[pg!045] — No.
— Di’: quanto voglio bene a mammà, non ci vedo.
Ed egli giurava, e cominciava a brancolare, mentre noi scappavamo, facendo scambietti, capriole, accovacciandoci, sfuggendo come anguille: fra le risa convulse scoppiava il grido:
— Ci vede, ci vede! il giuoco non vale!
Poi, egli ne acchiappava una che si dibatteva, tenendola stretta:
— Chi è? Chi è?
— È Clelia.
— Bravo, Peppino, bravo! è Clelia!
Clelia andava sotto. Ma alla semplice mosca cieca noi ne preferivamo una più complicata, quella con la spazzola. I bimbi e le bimbe si prendevano per la mano e facevano un circolo attorno a Clelia, ritta in mezzo, bendata, con la spazzola in mano. Dopo aver fatto due o tre giri in modo da confondere le idee di Clelia, ci fermavamo, tenendoci sempre per mano. Allora ella si accostava a una e cominciava a [pg!046] passarle delicatamente la spazzola sul viso, sul collo, sui vestiti. La spazzolata si inchinava avanti, si piegava indietro, si inginocchiava per non farsi riconoscere e fremeva di non poter ridere, per non fare sentire la sua voce, e si contorceva tutta, mentre gli altri erano convulsi di risate taciturne. Dopo avere molto spazzolato, Clelia pensava un poco e diceva:
— Ha il nastro nei capelli: è Cristina. E tutti scoppiando:
— Ma che Cristina, che Cristina! Giro, giro, giro!
La ronda ricominciava, si arrestava di nuovo, Clelia faceva passeggiare la sua spazzola sopra un altro viso, lungamente, producendogli il solletico. Si moriva dal ridere, allogandosi per non farsi udire. Finalmente Clelia, trionfante, esclamava:
— Ha il grembiule di mussola: è Matilde. Ma stanchi di questi giuochi, ne inventavamo una quantità, parodiando i grandi. Giocando alle visite si udivano questi dialoghi:
[pg!047] — Come sta il vostro bambino?
— Benissimo, ma ha sette anni e vuole succhiare ancora. E vostro marito, Carluccio, come sta?
— È troppo impertinente: lo metterò in collegio.
Si giocava all’ammalato. Adelina si stendeva sopra due sedie, Manuelita faceva la mamma disperata, Cesarino, con un paio d’occhiali fatti di buccia d’arancio e con voce burbera, diceva:
— Questa bambina sta male, ha mangiato troppe ciliege e troppa crema. Le darete due once di olio di ricino...
— Io non lo voglio! — strillava Adelina.
— E allora tu muori. Poi un poco di brodo, poi un pollo arrosto, poi un merluzzo allesso, poi un biscottino....
— Ne voglio cinque! — strillava Adelina.
— Figlia mia, figlia mia, mi fai disperare — diceva Manuelita.
Si giocava alla chiesa, facendo l’altare con un tovagliolo sopra una panca, il ciborio con [pg!048] un organino ritto sulle pieghe. Ferdinando si metteva un berretto di carta e una pianeta tagliata da un giornale: poi usciva, con Carluccio dietro, per dire la messa. Noi eravamo le divote, inginocchiate, leggendo in certi libretti nostri, battendoci il petto. Spesso due divote chiacchieravano fra loro:
— Io ho piacere della messa di don Ferdinando, perchè è breve.
— E si capisce tutto. Sta dicendo il rosario?
— No, mi racomando alla Madonna Addolorata.
— Pregate per me!
— Indegnamente.
Dopo, seduto dentro un quadrato formato da quattro sedie, Ferdinando faceva il confessore nel confessionale: la penitente veniva tutta compunta:
— Padre, ho detto molte bugie.
— Hai fatto male, figlia: quante ne avrai dette? ventimila?
[pg!049] — Più assai.
— Un milione?
— Oh padre! Ho anche rubato certi pezzettini di zucchero, dalla zuccheriera.
— Ora lo dico a mammà — esclamava Ferdinando, levandosi in piedi.
All’imbrunire, quando ci era venuta la stanchezza e la malinconia, ci riunivamo intorno a Mariagrazia.
— Mariagrazia, dicci un conto! Un conto. Mariagrazia, vogliamo il conto!
E Mariagrazia, prendendosi Adelina e Peppino sulle ginocchia, lentamente, senza guardarci, con noi che la guardavamo negli occhi, ci raccontava la fiaba del Re serpe o quella del Re porco o quella della Schiava Saracina o il vero fatto accaduto di Fra Giovanni.
[pg!050]
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[CANITUCCIA]
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[pg!053]
Nella penombra, seduta sulla panca di legno, sotto la cappa nera ed ampia del focolare, Pasqualina, con le mani sotto il grembiule, recitava il rosario. Non si udiva che il pissi pissi delle labbra sibilanti le preghiere. La cucina tutta affumicata, con la larga tavola di legno verde — bruno, con la madia oscura, con le sedie a spalliera dipinta, senza un punto luminoso, s’immergeva nella notte. Il fuoco, semispento, covava sotto la cenere.
Un zoccolo di legno urtò contro la portella chiusa. Pasqualina si alzò ed aprì. Teresa, detta [pg!054] la capa de pezza perchè aveva servito le monache in un monastero di Sessa, entrò con la secchia dell’acqua sulla testa: si curvò un poco, perchè era alta, magra ed ossuta. Pasqualina l’aiutò a deporre la secchia per terra, e Teresa rimase un momento immobile, ma senza ansare, malgrado il peso enorme che aveva portato sul capo. Poi disciolse io strofinaccio che le era servito da cercine e lo stese sopra una sedia, perchè era bagnato fradicio. Ed era bagnato il fazzoletto di cotone che portava annodato sul capo e bagnati i cernecchi arruffati dei capelli grigi.
Intanto Pasqualina aveva acceso una di quelle lucerne di ottone a tre becchi, col lucignolo di bambagia che bagna nell’olio, tenendo in alto, sospesi con catenine di ottone, lo spegnitoio, le forbici da smoccolare e l’attizzatoio. Poi aveva aperto la madia, tagliato un lungo e grosso pezzo di pane bruno raffermo, ci aveva aggiunto un pezzetto di cacio forte e aveva dato a Teresa la cena.
[pg!055] — E Canituccia? — chiese.
— Non l’ho vista.
— È tardi e quella malandrina non torna.
— Mo’ verrà.
— Terè, ricòrdati che domani, a tredici ore, devi andare a Carinola a portare quel sacco di granone.
— Gnorsì.
Senza mangiare, Teresa mise il pane e il cacio nella tasca profonda del grembiule. Rimase ancora un poco, con la bocca semi — aperta, tutto il volto inebetito, senza nessuna espressione, neppure quella della stanchezza.
— Me ne vado. Felice notte a signorìa.
— Felice notte.
E se ne andò lentamente verso la via della Croce, dove in una stanzuccia l’aspettavano quattro marmocchi con cui dovea pranzare.
Pasqualina restò sulla soglia e chiamò:
— Canituccia!
Nessuno rispose. La sera di una giornata di febbraio era discesa. Pasqualina si arrovellava [pg!056] a guardare nella oscurità. Chiamò di nuovo a distesa:
— Canituccia, Canituccia!
Allora, borbottando improperi, scese per la viottola che dalla porta di casa, tagliando in due parti l’orto, conduceva al portone. Lì guardò verso la via di Carinola, verso la traversa della Madonna della Libera, verso la unica via che taglia in due parti il piccolo villaggio di Ventaroli. Canituccia non si distingueva.
— Sarà morta ammazzata, quella tignosa — mormorò.
Un gemitìo sommesso le rispose. Canituccia era seduta sullo scalino del portone; accovacciata, col capo quasi tra le ginocchia e le mani nei capelli, lamentandosi.
— Ah, stai qua? E non rispondi, che tu possa essere impiccata? Dì? perchè piangi? T’hanno bastonata? E Ciccotto dove sta?
Canituccia, una bambina di sette anni, non rispose e si lamentò più forte.
— Perchè sei venuta così tardi? E Ciccotto?
[pg!057] Dì la verità, hai perduto Ciccotto? — e la voce rabbiosa di quella vecchia zitella contadina divenne tremenda.
Canituccia si gettò per terra bocconi, con le braccia aperte, singhiozzando. Aveva perduto Ciccotto.
— Ah, scellerata, assassina della casa mia, figlia di mala femmina, che non sei altro! Hai perduto Ciccotto? E tieni. Hai perduto Ciccotto? E piglia. Hai perduto Ciccotto? E afferra.
La caricava di pugni, di calci e di schiaffi. Canituccia si dibatteva, si avvoltolava, strillava, ma senza piangere. Quando Pasqualina si fu stancata, le dette uno spintone e disse con voce arrantolata:
— Senti, malandrina, io ti tengo in casa per carità: se mo’ non ti parti e non vai cercando Ciccotto per la campagna, se non lo riporti a casa, ricordati che ti faccio morire crepata sulla via, come una figlia di cagna che sei.
E Canituccia, strillando ancora per le busse avute, coi piedi scalzi, rialzando il suo cencio [pg!058] di panno rosso, si avviò verso la strada della Libera. Camminava guardando a destra ed a sinistra, nelle siepi, nei campi coltivati, chiamando Ciccotto a bassa voce. Lo aveva perduto, tornando a casa: non si era accorta che Ciccotto non la seguiva più. Ma nella notte non distingueva nulla. Camminava macchinalmente: fermandosi ogni tanto a guardare, senza vedere. I suoi piedi nudi, diventati color di polmone pel freddo di una intiera invernata, non sentivano più il terreno che si faceva glaciale, nè le pietre dove inciampava. Non aveva paura della notte, della campagna solitaria: non voleva che ritrovare Ciccotto. Udiva solo le parole di Pasqualina, che le dicevano non avrebbe mangiato se non riportava Ciccotto. Aveva una fame acerba e intensa che le torceva lo stomaco. Se riportava Ciccotto, avrebbe mangiato. Questo solo pensava, questo solo. E chiamava, chiamava, camminando rapidamente fra le alte siepi, punto minuscolo che si agitava in quella calma notturna:
[pg!059] — Ciccotto bello, Ciccotto mio, Ciccotto di Canituccia tua, dove stai? Ciccotto, Ciccotto, Ciccotto, vieni da Canituccia! Se non ti porto a casa, mamma Pasqualina non mi dà da mangiare. O Ciccotto, o Ciccotto!
Era uscita sulla via maestra che mena a Cascano, a Sessa, a Sparanisi. Nella oscurità la via biancheggiava, e la piccola ombra di quella bambina desolata prendeva contorcimenti strani sulla terra. La voce le si affannava. Correva all’impazzata, ora, chiamando Ciccotto con tutte le forze. Due volte, disfatta, disperata, sedette per terra: due volte riprese la corsa. Finalmente, nel campo di Antonio Jannotta, udì come un piccolo grugnito, poi un piccolo galoppo, e Ciccotto venne a lambirle i piedi col grugno.
Ciccotto era un porcellino bianco — roseo, con una macchia grigia sulla schiena, grassottello e rotondetto. Canituccia gridò dalla gioia, prese nelle braccia Ciccotto e se ne tornò indietro, con l’ultimo sforzo delle sue gambe di bambina [pg!060] Rideva, parlava, si stringeva al petto Ciccotto per non farlo scappare, e Ciccotto, con le corte gambe pendenti, grugniva tranquillamente. Canituccia correva di nuovo, pensando che avrebbe mangiato. Di lontano vide la figura di Pasqualina sul portone e a tiro di voce le gridò:
— Ho trovato Ciccotto, ho trovato Ciccotto bello!
Ben presto raggiunse Pasqualina e le consegnò trionfalmente il porcellino. Pasqualina, all’oscuro, sorrideva. Rientrarono in casa e Ciccotto fu portato nel suo stabbiolo, dove mangiò e si addormì immediatamente. Canituccia, ansante, aveva seguito tutte quelle operazioni. Aveva fame anche lei come Ciccotto. Seguì Pasqualina in cucina, guardandola coi suoi grandi occhi selvaggi che non sapevano chiedere. Poi sedette sullo scalino del focolare, senza dir nulla. La contadina si era seduta sulla panca ed aveva ricominciato il suo rosario. Pregava monotonamente[1] e senza fervore. La [pg!061] bambina, curva per non sentire lo spasimo dello stomaco, seguiva con gli occhi quella preghiera. Non pensava neppure più: aveva semplicemente e unicamente fame. Solo dopo mezz’ora, quando la Salve Regina fu recitata, Pasqualina si alzò, aprì la madia, tagliò un pezzo di pane, raccolse in un piattello certi fagiuoli freddi e dette il pranzo a Canituccia. Costei, seduta sempre sullo scalino del focolare, mangiò avidamente. Aveva una testa piccola, con una faccia minuta e bianca, tutta macchiata di lentiggini, con certi capelli ispidi, un po’ rossi, un po’ giallastri, un po’ castagno sporco: una testa troppo piccola sopra un corpo molto magro. Portava una camicia di cotone bianco tutta toppe, un corpetto di teletta marrone e per gonnella un panno rosso, tenuto su alla cinta da una cordicella. Si vedevano le gambe stecchite: si vedeva il collo nudo e magro, dove i tendini parevano corde tese. Mangiava con un cucchiaio di legno nero. Dopo andò a bere alla secchia.
[pg!062] — Vattene a dormire — disse Pasqualina, che aveva preso la conocchia e filava.
Canituccia aprì la porticina della dispensola, dove si conservavano le mele, buttò via il panno rosso, si sdraiò sopra un paglioncino gramo, si tirò un cencio di coperta gialla sui piedi e si addormentò. Pasqualina filava e pensava con una certa diffidenza a Canituccia. Questa servetta era la figlia bastarda di Maria la rossa: Maria, dai capelli ardenti e dalle labbra di garofano, aveva peccato prima con Giambattista, il calzolaio; Giambattista era andato a fare il soldato e Maria era divenuta l’amante di Gasparre Rossi, un signore. Poi anche Gasparre aveva abbandonata Maria, malgrado si dicesse che Candida, detta per diminutivo Canituccia, fosse figlia di lui. È certo che quella Maria, dopo essere stata un mese a Sessa, aveva lasciato Canituccia e se n’era andata, chi diceva a Capua, chi diceva a Napoli, a far vita disonesta. Gasparre non si era voluto curare della bambina abbandonata, la quale venne su in [pg!063] casa Zampa, Pasqualina e Crescenzo Zampa, fratello e sorella. Ma il volto bianco macchiato di lentiggini ricordava sempre la sua mamma, la rossa, e Pasqualina, zitella, casta, magra, dalle mani nodose e rosse, dai denti gialli, dagli occhi neri di carbone, che non si era maritata perchè Crescenzo le aveva negato la dote, fremeva di terrore isterico, pensando alle follie amorose di Maria la rossa, e diffidava della piccola bastarda[2].
Così, il giorno seguente, temendo che Canituccia non perdesse di nuovo Ciccotto, con una funicella legò da un capo il piede di Ciccotto, dall’altro legò la vita di Canituccia, perchè non avessero a separarsi. Il porcellino sgambettava dietro la bambina per andare al pascolo. Passavano la giornata insieme, nei campi, cercando le prime erbe. Molte volte Canituccia attirava Ciccotto verso un posto dove aveva visto l’erba che poteva piacergli: qualche volta Ciccotto trascinava Canituccia verso un campo verde. A mezzogiorno la bambina mangiava un [pg!064] pezzo di pane. Erravano insieme nel pomeriggio di primavera, sino all’imbrunire. Non si lasciavano che alla casa, quando Ciccotto andava a dormire, e Canituccia, dopo avere ingoiato una minestra di cicoria fredda, o pochi ceci, o un po’ di cotenna col pane, andava anch’essa a dormire. Certo Pasqualina non era più avara e più feroce di altre contadine, ma ella stessa non era agiata e non mangiava un pezzetto di carne che la domenica. Batteva qualche volta Canituccia, ma non più che le altre contadine battessero le proprie creature.
Più tardi, nell’estate, Canituccia e Ciccotto stavano più lungamente insieme. Se ne andavano all’alba a cercare granone, fichi e mele primaticce cadute dagli alberi, poichè Ciccotto era diventato forte, grande e grosso, mentre Canituccia rimaneva magra e debole. Talvolta Ciccotto correva troppo per la bambina e questa si sentiva trascinare, spossata sotto il sollione bruciante, sulla terra secca e screpolata.
[pg!065] — Aspetta, Ciccotto, aspetta, bello mio — diceva, sfinita.
Poi Ciccotto si metteva a dormire e la bambina si stendeva per terra, lungo i solchi del grano mietuto, con gli occhi chiusi, sentendo sotto le palpebre la vampa bruciante del sole. Si rialzava stordita, con le guance rosse e la lingua gonfia. Ora non ci era più bisogno della funicella, perchè Ciccotto si era fatto ubbidiente: solo che Canituccia si era provveduta di un lungo ramoscello per regolare il cammino di Ciccotto e non farlo andare sotto le ruote dei carri che passavano per la via maestra. Ritornavano alle ventiquattro. Ciccotto lentamente, Canituccia un po’ più innanzi spinta dalla insaziabile fame che le mordeva lo stomaco. Una volta aveva provato a rubare certe sorbe acerbe nel campo di Nicola Passaretti, ma le sorbe erano amarissime e Nicola l’aveva picchiata come una piccola ladra. Anzi Nicola ne aveva detto a Pasqualina Zampa, che aveva anch’essa battuta Canituccia. La bambina se n’era andata [pg!066] pei campi con Ciccotto, piangendo e dicendogli:
— Pasqualina m’ha battuto perchè sono una ladra.
Ma Ciccotto aveva scosso il capo e si era messo a pascolare. Pure, ogni tanto, quando nella mente chiusa di Canituccia sorgeva una idea, lei ne parlava a Ciccotto. Quando se ne tornavano a casa, gli teneva questo discorso:
— Mo’, andiamo alla casa e Ciccotto se ne va alla stalla e mamma Pasqualina gli dà la cena e poi mamma Pasqualina dà la minestra a Canituccia, che se la mangia tutta tutta.
E la mattina:
— Se Ciccotto non corre, se se ne sta sempre vicino a Canituccia, Canituccia lo porta alla Montagna Spaccata, all’arbusto di don Ottaviano il parroco e gli fa mangiare tante tante mele, mentre Canituccia si mangia il pane.
Quando venne l’autunno, Ciccotto si era fatto molto grasso e un po’ pesante. Una volta, con un colpo di testa, buttò a terra la bambina che si rialzò, si allontanò e gli scagliò una [pg!067] sassata. Ma fu l’unica loro lite. Canituccia mangiava sempre meno e Pasqualina era sempre più aspra con la figlia della rossa, poichè la raccolta era stata cattiva e la casta zitella aveva un terribile sospetto, che suo fratello Crescenzo avesse preso una relazione amorosa con Rosella di Nocelleto: erano spariti dalla dispensa due caciocavalli e un prosciutto: poi Crescenzo aveva comperato al mercato di Sessa, per tre lire, un anello d’oro. Nella casa, Pasqualina diventava sempre più rabbiosa e avara. Se la prendeva con Teresa la serva, con Giacomo l’ortolano, con Canituccia, con tutti. L’ultima domenica, don Ottaviano non aveva voluto darle la comunione per i tanti peccati di pensiero.
Poi pioveva sempre e ogni giorno Ciccotto e Canituccia ritornavano a casa bagnati fradici. Canituccia si metteva il panno rosso sul capo, ma rimaneva con la sola camicia attorno alle gambe, camminava nelle pozze d’acqua e fango, sferzata dalla pioggia, dicendo a Ciccotto:
Corriamo, Ciccotto bello di Canituccia, [pg!068] corriamo, perchè piove e ho tutto il corpetto bagnato, Corriamo, perchè a casa ci sta il fuoco e ci scalderemo.
Ma spesso il fuoco era spento e Canituccia andava a dormire, ancora inzuppata dalla pioggia. In quel mese di novembre, dissero in Ventaroli che Maria la rossa era morta a Capua di una tifoidea, e il parroco, dopo la messa, aveva portato l’esempio nella predica, facendo arrossire Concetta di Raffaele Palmese e Nicoletta di Peppino Morra che avevano qualche rimorso sulla coscienza. Dissero a Canituccia che la madre era morta, ma lei non capì nulla e stette ad ascoltare come una stupida.
In quel mese, però, Ciccotto era diventato così grasso e grosso, che non si poteva più menarlo a pascolare molto lontano: passeggiava gravemente. Invano Canituccia lo chiamava: esso non aveva più forza. La prima volta che lo lasciò per andare alla montagna a far legna, Canituccia nel bosco gli raccolse una quantità di ghiande e gliele portò in uno strofinaccio. [pg!069] Prima di uscire per correre alla fontana, per portare il mangiare a Crescenzo nei campi o per altro incarico, essa andava a dare un’occhiata a Ciccotto. Ritornando, prima di entrare in cucina, andava di nuovo a salutarlo. Si sgomentava un poco a vederlo così grosso, tanto più di lei, che era sottile come un manico di scopa.
Una sera, nel dicembre, venendo dalla fontana, trovò don Ottaviano il parroco, Nicola Passaretti e Crescenzo che discutevano vivamente: questi tre andarono poscia a visitare Ciccotto e parlarono di nuovo. Lei non comprese. Ma la sera del giorno seguente venne da Carinola Sabatino il macellaio e a Teresa si aggiunse Rosaria, la serva di Gasparre Rossi. Vi era una grande agitazione nel cortile e nella cucina: sul focolare una grande caldaia sopra un fuoco vivissimo: tutt’i grandi piatti, tutte le catinelle, tutt’i secchi disposti: in un angolo la stadera: sulla tavola coltelli, coltellacci, imbuti: Pasqualina, Teresa, Rosaria con le gonne succinte e i grembiuli bianchi. Sabatino andava e [pg!070] veniva con un’aria d’importanza. Canituccia guardava tutto e non capiva. Poi chiese sottovoce a Teresa:
— Che facciamo stanotte?
— È venuto Natale, Canitù. Ammazziamo Ciccotto.
Allora, traballando un poco, Canituccia andò ad accovacciarsi in un angolo del cortile per vedere ammazzare Ciccotto. Vide al vagante lume che lo trascinavano in cortile, che Nicola Passaretti e Crescenzo lo tenevano. Udì i grugniti disperati di Ciccotto che non voleva morire, vide il coltello di Sabatino che lo ferì nella gola. Vide che gli tagliavano la testa, in tondo in tondo, al collo, e che la deponevano sopra un piatto con un sostrato di lauro fresco. Poi vide squartarne il corpo in due parti e pesarle sulla stadera; udì le esclamazioni di gioia al risultato: un cantaio e sessanta rotoli. Ella rimase all’oscuro, nel cortile, nell’angolo. Passò il tempo, in quella notte di dicembre gelata. La chiamarono in cucina. Rosaria e Teresa, [pg!071] coi piccoli imbuti, ficcavano nei budelli la carne della salsiccia. Sabatino e Crescenzo badavano ai prosciutti e ai pezzi di lardo, mentre Nicola sorvegliava nel caldaione i lardelli bianchi che si squagliavano, diventando strutto e siccioli. Pasqualina, sopra un angolo del focolare, faceva friggere del sangue nel tegame. Tutti parlottavano vivamente, allegramente, presi dalla gioia di quella carne, di quel grasso, di quella prosperità, infiammati dal fuoco e dal lavoro. Canituccia restava sulla soglia, guardando, senza entrare. Allora Pasqualina, pensando che la bambina non mangiava da un giorno e che era momento di festa, prese un pezzo di pane nero, vi mise su un pezzetto di sangue fritto e disse a Canituccia:
— Mangia questo.
Ma Canituccia che moriva di fame, disse di no, semplicemente, col capo.
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[PROFILI]
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Ella porta quel poetico e soave nome che Leopardi ha amato: Nerina. E in tutta la persona di questa fanciulletta alta e sottile è diffuso un mite riflesso di poesia. La mollezza dei capelli castagni, abbandonata in lunghe anella sulle spalle, lascia libera una fronte larga, bianca e spirituale: fronte pensierosa, come i grandi occhi bruni, egiziani; occhi limpidi e profondi, pieni di calma, a cui un principio di miopia dà, talvolta, una incertezza come di sogno, o una finezza elegante di sguardo. Il profilo è corretto, delicato, già femminile: mentre la boccuccia [pg!076] rimane ancora infantile, labbrucce fresche e rosate, tutte ingenue, senza sapienza di sorriso, che si gonfiano ancora per una stizza, per fare il broncio, per piangere. La voce fiorisce lenta ed espressiva con qualche intonazione bassa di malinconia: una voce che pensa, parlando. Più volentieri ella ascolta, con la testolina reclinata, gli occhi intenti e ombreggiati dalle ricche ciglia castane, la bocca schiusa. Si lascia andare, stancamente affettuosa, con la testa appoggiata sul petto della madre o del padre, le mani pendenti lungo lo strano abito tonaca dell’adolescenza che ha qualche cosa di misticamente bizantino, nelle sue linee diritte. Ella ama tutte le cose di pensiero e d’immaginazione: le lunghe letture in un cantuccio di salotto l’attraggono irresistibilmente, una conversazione letteraria l’assorbisce, la contemplazione di un quadro se la prende tutta. Una sera la fantasmagoria del ballo Excelsior la inebriò; un giorno, a Venezia, sulla piazzetta di S. Marco, ella si mise a supplicare suo padre, con le lagrime [pg!077] agli occhi, perchè non la portasse mai più via da quel paese così bello. Ella ha una intelligenza squisita e gentile, che impara presto le cose dove l’intuizione vale più del ragionamento e dove il gusto predomina sulla dimostrazione: e spesso questa gentilezza è attraversata da una corrente d’ingenuità, quell’impensato meraviglioso dell’infanzia. Infine ella è una creatura semplice, un po’ timida, raccolta in sè, serena, tutta spirituale.
*
* *
La malìa di quel piccolo Ruggero sta negli occhi. Sono occhi di un nero carico, intenso, vellutato, dall’iride larga e carezzevole, dalla cornea azzurrina, dalle ciglia lunghe e quasi femminili; bizzarri occhi che scintillano di malizia; fieri occhi pensierosi, il cui sguardo che si solleva lento lento, pare che arrivi da lunghe contemplazioni misteriose; languidi occhi seduttori [pg!078] che si socchiudono, come in una stanchezza. Questo piccoletto ha la pelle bruna, di un bruno caldo e fiorente, i capelli piantati rudemente sulla fronte, le sopracciglia nere e sottili, la bocca rossa e viva come un garofano: bruno il collo libero nel colletto alla marinara, brune le gambe nude e nervose. Ma il viso delicatamente ovale è divorato da quegli occhioni singolari che vi turbano, tanto sono dotati di fascino. E dietro la singolarità di questi occhi, che a volte sembrano quelli di una andalusa vivace, a volte quelli di un arabo ravvolto nel burnous, vi è un bizzarro temperamento di fanciullo. Egli non vuole essere baciato: non bacia mai. Se gli parlate come a un bambino, egli vi guarda serio serio, volta le spalle e se ne va. Di giocattoli non ne vuole. Bisogna fargli un bel ragionamento, logico, tranquillo, parlandogli come a un grande: allora vi risponde, quetamente, certe cose profonde che egli pensa. Non provate a raccontargli delle storie, delle fiabe: è lui che ve ne racconta, che le [pg!079] inventa, forse. Si pianta ritto innanzi a voi, concentrato, guardandosi la punta delle scarpe, coll’indice appuntato all’angolo delle labbra, e vi dice sottovoce, come se parlasse a se stesso, la fiaba, la leggenda. Ogni tanto si degna benignamente di spiegarvi qualche particolare—perchè l’orco, alle volte, è buono—perchè quella era proprio una buona ragazza—e continua, allargando i confini del racconto, inventando, fantasticando, come se creasse. Se lo interrompete, si turba, vi dà un’occhiata fra il diffidente e il severo: ricomincia, senza badare a quello che gli avete chiesto. Quello che abbonda in lui è una immaginazione quasi orientale, piena di sogni: è una virilità di volontà inflessibile. Egli vi dice: imparerò a nuotare l’anno venturo, quando sarò proprio un uomo. È il più piccolo fra i due fratellini: ma il più grande, Paolo, è un bambinone biondo e grassoccio, bianco, roseo e liscio come una mela, dagli occhi azzurri e timidi, che parla poco, sorride spesso e se ne sta, placido, placido, [pg!080] lasciandosi proteggere da Ruggero che è il più piccolo. Ruggero dà la mano a Paolo per condurlo a scuola, lo scansa dalle carrozze, lo difende contro il maestro che vuol metterlo in castigo e se lo abbraccia stretto stretto, dicendogli di non piangere.
*
* *
Sono due cuginette, non si rassomigliano, ma sembrano una persona sola. Laura ha i capelli di un biondo dorato, in due trecce giù per le spalle: Beatrice li ha d’un biondo cenere, molto dolci alla vista, molto fini al tatto, riuniti in un nodo sulla nuca. Laura ha gli occhi di un azzurrino vivo, un po’ severi, un po’ socchiusi: Beatrice li ha d’un azzurro latteo, soave, molto aperti e molto sorpresi. Laura ha il viso ovale, una bocca di donna, dalle sinuosità di sfinge che tace e non sorride: Beatrice ha le guancie rotonde e come la bocca [pg!081] ride o sorride sempre, tutta gaiezza, le si formano due fossette. Laura ha un piede piccolo, una gamba elegante, la scarpetta con la fibbia e la calza di seta. Beatrice ha il piede lungo e arcuato nello stivalino alto da bambina. Non si rassomigliano: ma l’una non può andare senza l’altra, e chi vede Beatrice desidera di vedere Laura. Vestono di rosa — pallido, di azzurro smorto, sempre eguali: Laura ha un cerchiolino d’argento al braccio, Beatrice un anelluccio, un rubino al dito. Laura è più seria, più malinconica, risponde brevemente, con prontezza, con acutezza di donna: Beatrice è più allegra, più fanciullona, più improvvisamente infantile nelle domande. Laura ama la musica e l’ascolta quetamente: Beatrice si entusiasma della poesia. Laura ha più gusto: Beatrice ha più calore. Quando stanno insieme, si tengono per mano, o vanno a braccetto, le spalle che si sfiorano, le testoline bionde che si avvicinano. E hanno fra loro motti speciali, intonazioni di voce, sorrisi arguti, sguardi fuggevoli, [pg!082] parolette sussurrate, per cui s’intendono a volo. S’intendono e si completano: e sembrano una fanciulla sola, bella, buona, intelligente, una sola anima poetica che abbia preso due forme: Laura — Beatrice.
[pg!083]
[ALLA SCUOLA]
[pg!084]
[pg!085]
Aspettavamo i giorni di tirocinio con una ansietà segreta. I giorni di lezione erano monotoni, spesso tristi. Noi studiavamo senza voglia, malamente, con programmi incerti, con professori troppo severi o assolutamente inetti. Eravamo già maestre e l’essere trattate da scolarette ci umiliava, ci stizziva. A casa, qualcuna di noi aveva la povertà, quasi tutte una miseria decente—e chi un fratello ebete, chi un padre paralizzato, chi una matrigna tormentatrice, qualche piaga celata con cura, qualche vergogna nascosta con una nobile pietà, qualche [pg!086] infelicità, qualche ingiustizia del destino, a cui la rassegnazione era completa. Non erano allegri i nostri diciotto anni, e le aride lezioni di aritmetica, di pedagogia, di geografia, finivano col ravvolgerci in un ambiente di malinconia.
Ma il tirocinio ci salvava dalla tetraggine, rompendo la monotonia, dandoci un giorno di pausa. Eravamo trenta e ne scendevano tre al giorno al pianterreno, nelle scuole elementari: così il turno capitava ogni dieci giorni. In questo benedetto decimo giorno, le tirocinanti indossavano l’abito nuovo se lo avevano, e se non lo avevano, mettevano un colletto pulito, un fiocco di nastro per cravatta: si pettinavano meglio, qualcuna si faceva i ricciolini. Entravano in classe alle otto, dicevano la preghiera, segnavano la presenza sul registro, e stavano lì, distratte, con gli occhi trasognati, aspettando le nove per andar giù, mentre le amiche mormoravano:
— Beate voi che andate al tirocinio!
Risalivano alle due, molto riscaldate in volto, [pg!087] coi capelli un po’ arruffati, con gli occhi lucenti, stanche, ma felici, felici di quelle ore passate fra le bimbe, felici di quel primo contatto, di quelle prime lezioni date timidamente, contente di quella nuova dignità conquistata. E narravano alle altre quello che avevano spiegato alle piccine, l’addizione sul pallottoliere, i dittonghi e la maglia di calza: dicevano che le piccine erano tanto carine, tanto intelligenti, alcune tranquille, alcune insolenti, che la maestra titolare lasciava fare tutto alla tirocinante, che insegnare era un po’ duro, ma che infine diventava un piacere. Poi venivano i caratteri delle piccole descritti minutamente: Orefice è buona, ma è stupida e si succhia il mignolo: bisogna tenerla sempre d’occhio — Abbamonte è bellina, ma è zoppa, poveretta, non può fare la ginnastica — Chiarizia è insolente, risponde male e brontola, ma è figlia di un segretario municipale, non si può sgridarla molto. — Tutte quelle che avevano fatto il tirocinio prima di me, mi avevano detto:
[pg!088] — Quando andrai giù, Aloe ti farà dannare.
— Aloe ha un diavolo per capello.
— Se non ci fosse Aloe, la classe sarebbe tranquilla.
— Dovrebbero cacciarla, Aloe: è un demonio di malignità.
— Aloe è terribile.
*
* *
Finalmente andai io: traversai il giardinetto della ginnastica e mi fermai innanzi alla porta vetrata della classe, con una certa trepidazione. Sullo scalino una bimba era accoccolata, col capo chinato; ma non piangeva.
— Che fai qui? — le chiesi, dandomi un tono d’autorità.
— Sono arrivata tardi — rispose a bassa voce, senza guardarmi in volto — e la maestra non ha voluto farmi entrare.
— Perchè non te ne vai a casa?
— Perchè mamma non ci sta, a casa, adesso.
[pg!089] — E dove sta mamma?
— Alla fabbrica del tabacco.
— Come si chiama mamma?
— Si chiama mamma — disse lei, semplicemente, un po’ meravigliata.
— Entra con me in classe; ti farò perdonare dalla maestra il ritardo.
Appena entrai vi fu un movimento precipitoso: tutte quelle piccine — sessanta forse — si alzarono, strillando su tutti i toni:
— Buon giorno, maestra! Buon giorno, maestra!
Credo di essere diventata rossa dall’orgoglio; mi tremava la voce, dicendo alla maestra titolare:
— Buon giorno, signorina. Fate sedere le piccole: vi prego, lasciate che questa qui rientri in classe.
La maestra fece una smorfietta:
— Questa qui è Aloe. Vi divertirete bene — disse.
E volte le spalle, se ne andò a far colazione. [pg!090] Aloe le cavò la lingua, tanto per cominciare. Era una bambina di dieci anni, molto brutta, molto magra, coi pomelli sporgenti, una bocca larga e avvizzita di donna, due occhi grigi e vivi, maliziosi, una criniera nera di ricciolini ruvidi, troppo folti, che pareva le lasciassero il volto esangue. Portava un vestitino di lanetta stinto, le calze di cotone azzurro tutte rattoppate col filo bianco e aveva le scarpe rotte.
— Andate al posto — le dissi — e state quieta.
Ella andò lentamente al banco e stette cinque minuti tranquilla. Ma mentre si diceva l’Avemaria, diede un pizzicotto nel braccio a Cavalieri, che si mise a piangere. Cavalieri era una grassottella, bianca e pienotta, coi capelli castagni, la boccuccia rotonda e schiusa; le fossette nelle guance, al mento, nelle manine; una piega nel grasso del collo, una piega nel grasso dei polsi. Era vestita di flanella rossa, calda calda, con un grembiule bianco ricamato, [pg!091] con le calzette di lana rossa: aveva un panierino elegante per la colazione. Passava il tempo a guardarsi le braccia, a guardarsi le mani, a guardarsi i piedi, a guardarsi le pieghe del grembiule, sorridente e rotondetta, gonfiando il bocchino, non capendo nulla, attirando i baci per quell’aspetto di pallottolina bianca, rossa e pulituccia.
— Aloe, perchè avete dato il pizzicotto a Cavalieri?
— Signora maestra, perchè è troppo grassa — mi rispose, levandomi in volto i suoi occhi di donnina malata e cattiva.
— Cercatele scusa, subito.
— No — rispose, duramente, battendo un piede sul tavolato.
— Andiamo, Aloe, siate buona: le avete fatto male a Cavalieri, Cavalieri piange, chiedetele scusa.
Allora, senza guardare nè me, nè la piccola vicina, mormorò a bassa voce:
— Chiedo scusa.
[pg!092] Cavalieri, rabbonita, lo buttò al collo le braccia grassocce e la baciò sulla guancia. E Aloe si diede a piangere, tremando tutta, singhiozzando, inconsolabile.
*
* *
Per quanto cercassi d’essere imperiosa, non ci riescivo. Quelle creature non ci credevano alla mia durezza, alle mie occhiate burbere, alla voce secca e breve, alle minacce di castighi. Mi sogguardavano, sorridendo; oppure mi chiedevano perdono con certi sguardi supplici — io mi voltava verso la lavagna, per non perdere la gravità. Non era possibile di farle stare tranquille: ogni momento nasceva un nuovo incidente. In quanto a Parascandolo, una bimba sottile, con certi occhi lionati e un nasino dalle nari dilatate, ella mangiava sempre. Prima aveva mangiato il pane della sua colazione, poi aveva cavato di sotto al banco una [pg!093] arancia e l’aveva mangiata; poi si era messa a rosicchiare certe nocciuole che aveva in tasca.
— Parascandolo, voi mangiate ancora?
— Maestra, è un confetto che aveva nel panierino.
Più tardi:
— Parascandolo, finitela di mangiare.
— Maestra, è una noce, me l’ha data Amarante.
E dopo:
— Parascandolo, dite la lezione.
Ella inghiottiva di traverso, diventava rossa, le venivano le lagrime agli occhi, non si raccapezzava, si tastava le tasche del grembiule, a sentire se vi erano certe sementi infornate che aveva comperate. Invece Edwige Santelia sapeva tutte le lezioni, addizionava a tre cifre, faceva le aste bene inclinate, teneva la penna leggermente, senza sporcarsi le dita d’inchiostro. Stava zitta zitta, senza voltarsi alle piccole compagne, guardandomi fissamente in volto con certi occhi timidi, come se volesse interpretare [pg!094] la mia volontà. Feci una quantità di tentativi per confonderla, per coglierla in fallo, leggermente irritata di quella bonomia monotona. Mi rispondeva sempre bene, con una lentezza e una umiltà, senza turbarsi mai. Così fu che mi vinse: e in un momento in cui Aloe aveva cavata fuori la spugna del calamaio, impiastricciandosi orribilmente d’inchiostro, le gridai:
— Aloe, ma non potete star ferma un minuto? Vedete Santelia!
— Ah! quella è Santelia — mi rispose, con un accento profondo.
Lei Aloe non sapeva nulla, non aveva il sillabario, non aveva la penna, non aveva l’abbaco, non aveva il quaderno per le aste. Stava ritta innanzi al cartellone delle sillabe, guardandolo con le mani penzoloni, senza aprire bocca. Una viva espressione di sofferenza le si traduceva sulla faccia smorta.
— Leggete dunque.
— Non so — mormorava — non so.
[pg!095] — Andate a sedere all’ultimo banco e fatevi prestare il sillabario da Tecchia: essa leggerà in quello di Buongarzone.
Perchè Tecchia e Buongarzone, una brunettina pallida e una biondina dagli occhi azzurri, stavano sempre accanto, leggevano nello stesso libro, intingevano la penna nello stesso calamaio, avevano una sola cartella. Capitavano alla scuola, tenendosi per mano, serie serie. Quando Tecchia non sapeva la lezione, neppure Buongarzone la sapeva: quando Buongarzone andava in castigo, Tecchia piangeva sommessamente, sino a che non si mandasse in castigo anche lei. Alla ricreazione passeggiavano a braccetto, senza parlarsi. Facevano colazione insieme, senza far rumore, in un angolo di banco, rosicchiando come due sorcetti. Quando Tecchia andava al pallottoliere, Buongarzone restava fremente al banco, cercando di suggerire, di aiutare l’amica:
— Tecchia — settantatre e otto?
E Buongarzone soffiava, chinando gli occhi, per non farsi scorgere:
[pg!096] — Ottantuno.... ottantuno.
Si capivano fra loro, senza dirsi nulla. Ogni tanto scoppiavano a ridere, di accordo, non si sa perchè, pigliandosi per mano. Poi, si scambiavano le loro riflessioni:
— L’abbaco è scucito.
— Ci vuole il filo bianco.
— Bisogna domandarlo alla bidella.
— Non ci sta.
E si guardavano, l’una nell’ammirazione dell’altra, come se le altre bimbe non esistessero, aspettando l’ora dell’uscita, per andarsene pian piano, tenendosi per mano, dicendo di queste cose:
— Oggi ci stanno i maccheroni.
— Mammella ha fatto la cicoria.
*
* *
Ma l’ora lunga e difficile fu quella dei lavori donneschi. Poche sapevano fare la calza, qualcuna sapeva far l’orlo: e di queste, poche avevano [pg!097] il filo e i ferri e l’ago e il ditale e qualche cosa da orlare. Santelia cuciva già una camicia. Cavalieri si bucò un ditino, ne sprizzò il sangue, lo succhiò e non volle più cucire. Tecchia e Buongarzone avevano la calza e lavoravano, urtandosi coi gomiti, dure dure, come se contassero le maglie. Le altre che non cucivano e non facevano la calza, non potevano star ferme, non potevano tacere. Dovetti andare molto in collera per ottenere un po’ di silenzio. Dopo cinque minuti, una vocina timida mi chiese:
— Maestra, fateci un favore.
— Che favore?
— Dite prima, che ce lo fate.
— Se non so che cosa è....
— Maestra, ce lo potete fare.
— Dite dunque.
— Maestra, vogliamo sapere come vi chiamate.
Dissi in fretta il mio nome e subito un coro di esclamazioni:
— Oh che bel nome che avete, maestra! Beata voi che avete questo nome.
[pg!098] Ma in questa ora, quella scarna di Aloe, dagli occhi febbrili, fece quante impertinenze possono frullare in una testolina stravagante: stracciò un quaderno, tolse una scarpa a Parascandolo, si ficcò uno spillo tra due denti che non si poteva più cavare, sventrò il cuscinetto di un banco, ruppe un vetro e si ferì una mano. Niente ci poteva: si rideva delle sgridate, si rideva del castigo, andava in un angolo, ballava la tarantella e faceva le castagnette con le dita, si buttava per terra, faceva le capriole. Frenarla non era possibile. In certi momenti mi veniva da schiaffeggiarla: in certi altri mi salivano le lagrime agi occhi. Ella era indomabile.
— Aloe, se non state un po’ tranquilla, chiamo la direttrice e me ne vado su — le dissi placidamente.
Ella mi guardò, di sottecchi.
— Se vi fate dare un bacio, mi sto quieta — mi disse.
— Che! siete troppo impertinente.
[pg!099] — Voglio darvi un bacio — ripetè, ostinata.
Infine dovetti farmi baciare. Allora lei si sedette, stette immobile, con le mani in croce, presa da una tristezza grande. Quando me ne andai, quelle piccine mi circondarono, strillando:
— Maestra, tornate presto! Maestra, non lo dite sopra che siamo cattive!
Aloe se ne andò senza parlarmi.
*
* *
Nelle vacanze, vicino alla bottega di uno stagnino, vidi Santelia seduta, che cuciva. Mi riconobbe e si alzò, guardandomi con lo stesso sguardo timido:
— È papà vostro, lo stagnino?
— Sì, signora maestra.
— Voi siete passata all’altra classe?
— Sì, signora maestra: ho avuto la medaglia.
— E le altre?
— Ce ne sono restate venti, signora maestra.
— Anche Aloe, nevvero?
[pg!100] — No, signora maestra: Aloe è morta.
— Quando è morta?
— Nel mese di agosto.