NEL MONDO DEI LIBRI


Matteo Cuomo

Nel mondo
dei libri

BIZZARRIE

MILANO
Dott. Riccardo Quintieri
Editore
Corso Vittorio Emanuele, 26


Proprietà Letteraria

Milano, TIPO-LITOGRAFIA RIPALTA — Via Pisacane, 36

— Ottobre 1912 —


a Guido Mazzoni
con animo devoto


Firenze, 8 ottobre 1911.

Chiarissimo Signore,

La ringrazio dell'onorevole offerta della dedica; ma quali titoli io abbia a questo onore Le confesso che non vedo. La simpatia, di cui Le son grato, gliela ricambio, letto il suo libro. Le sono intanto riconoscentissimo della offerta, da persona degna, e di cosa degna.

Il libro è pieno di buona cultura, e di osservazioni giuste, e di arguzie felici. Messomi a leggerlo nei capitoli da Lei indicatimi, ho proseguito oltre, e poi sono anche tornato a dietro, divertendomi da per tutto e sentendomi sospinto dalle riflessioni Sue a ripensare più e meglio su alcune quistioni.

Accetti i più vivi ringraziamenti e saluti dal

Dev.mo
Guido Mazzoni

Al Ch.mo Matteo Cuomo
EBOLI (Salerno)

INDICE

Il primo saluto [Pag. 1]
I libri di viaggio [8]
I libri che fanno dormire [17]
I libri di donne [27]
Gli umili e i superbi [45]
Il vocabolario [53]
I libri del popolo [86]
I libri nuovi [98]
Le antologie [109]
L'ospedale [118]
I libri fortunati [125]
I libri che si consultano [155]
I decaduti [161]
I libri con ritratti [166]
Bibliomani, biblioclasti, bibliofagi [181]
I libri scolastici [196]
La Bibbia [205]
I libri allegri [210]
I libri che si prestano [218]
La Storia [227]
I romanzi [244]
I Pedanti [273]
I libri che non si leggono [277]
Gli adulatori [305]
I libri educativi [309]
I microbi nei libri [320]
I pessimisti [333]
Il giornale [343]
I libri venturi [373]
L'ultimo saluto [386]

Il primo saluto.

Lettore, noi non ci conosciamo e forse non ci conosceremo mai. Tanto meglio; ci stimeremo di più, visto e considerato che gli uomini quanto più si avvicinano, meno si sopportano.

Vedete: appunto perchè non vi conosco, io vi credo una persona colta e vi dico subito: questo libro che avete comprato... che? non l'avete comprato? Va bene. Io non voglio, nè debbo sapere come vi è venuto tra le mani, dicevo: questo libro parla dei libri. Ma non temete, niente critica, niente polemica, niente ricerche; impressioni, semplicemente impressioni.

Forse lo troverete un po' frivolo, un po' vuoto, pazienza; oggi che la maggior parte dei libri riempono i vuoti, ho piacere che il mio invece di riempirlo lo apra: anche i vuoti sono necessarî, almeno così la pensano molti... cassieri!

Ma di quali libri parlerò io?

Sentite: il De Maistre compose un Viaggio intorno alla mia camera, libro originalissimo, che voi certamente avete letto.

Io, al contrario, v'invito a fare una capatina nel regno dei libri. Entrate nella camera da studio e date uno sguardo ai vostri scaffali. Neppure questo? avete ragione, voi siete molto occupato. Ebbene, lo sguardo lo darò io; voi avrete semplicemente la bontà di seguirmi. Seguirmi, finchè vi piace. Del resto non è mica un obbligo per notaio: se il mio sguardo non si incontra col vostro, chiudete il libro e buona notte.

***

Chiamatemi fanatico, ma io voglio che i libri siano ben distribuiti, ordinati, classificati. Quella confusione, quel caos che si vede in certe librerie mi dice che quel letterato non ama i suoi libri.

No, io voglio che gli storici abbiano un posto distinto e separato dagli altri scrittori, io voglio che il Villani quistioni col Guicciardini, che il Botta stringa la mano al Balbo, che il Cantù discuta col Thiers e col Carlyle.

I filosofi debbono stare uniti. Non sarebbe una grande irriverenza mettere Platone a fianco ad un romanziere? Aristotele in compagnia di viaggiatori? No, tutti qui, i filosofi, in questo scaffale a destra. Isolateli: essi amano il raccoglimento e la meditazione. Voi non ascoltate la loro voce, ma essi continuano nei secoli a discutere sull'origine e sul fine dell'uomo.

I poeti cantino insieme. Omero come nell'Olimpo dantesco, deve essere circondato dalla schiera gloriosa. Uniteli tutti, questi arcangeli, questi serafini, che toccano le note più soavi, che vi aprono un mondo di arcane bellezze. Sì, Omero, Dante, Shakespeare, Petrarca, Milton, Leopardi, Heine, metteteli al posto d'onore. In alto, in alto i poeti!

***

Ma la libreria è un piccolo mondo. Oltre le opere del genio, c'è tutta una moltitudine sterminata che si agita, che ride, che piange, che ciarla, che impreca, che sogghigna. Guardando quei libri con l'occhio scrutatore, vi vedete passare davanti, in una corsa vertiginosa, gl'ispirati, i prepotenti, i consolatori, i pessimisti, i decaduti, gli umili, i biricchini, i superbi, i pedanti, i burloni, i maligni, gli spensierati, i poliziotti, i misteriosi. Alcuni con una potenza diabolica tentano risvegliare in voi quegl'istinti che con tanti sforzi cercate reprimere e soggiogare; altri con soave linguaggio vi sollevano a più spirabil aere; altri infondono nel vostro animo un forte entusiasmo spingendovi a grandi cose, ma il riso beffardo di uno scettico, vi rende perplesso e dubbioso. Qui un filosofo delira e vi nega tutto, anche il mondo corporeo, là un mistico vi accenna il cielo come ultima meta.

Quanti screanzati, quanti buontemponi, quanti pedagoghi! O vedi, vedi là, all'angolo, a destra si ride a crepapelle; qui, innanzi a voi, due rivoluzionarî vorrebbero scalzare dalle fondamenta l'ordine sociale. Spesso accanto all'opera di un valoroso maestro si nasconde un libriccino di poche pagine. Non lo toccate: sotto quella veste umile e dimessa c'è un nemico; quel libriccino a guisa dei velenosi animaletti che respiriamo senza accorgerci, può da sè solo corrompervi il cuore.

Eppure noi li amiamo, li amiamo tutti.

Il libro fa parte della nostra vita intima, è il cibo quotidiano del nostro intelletto. Angelo o demone, ligato a noi da un vincolo invisibile è sempre al nostro fianco, sempre pronto alle nostre chiamate. Trascuratelo per un mese, per due, gettatelo con disprezzo, abbandonatelo sopra una sedia, chiamatelo noioso e peggio, il giorno in cui avrete bisogno di lui, vi apre subito le braccia: non una parola di rimprovero. Tenero come una madre, pronto come un militare, umile come uno schiavo si mette subito a vostra disposizione.

Ogni libro ricorda un momento della nostra vita, ogni libro ha avuto il suo giorno di trionfo e di disprezzo.

Quante vittorie e sconfitte su noi stessi non dobbiamo a quei libri! Essi che vivono sempre con noi sono i giudici più severi, i traditori più infami, gli amici più schietti.

Che, siete mesto? siete allegro? vi sentite stanco, sfiduciato? avete i nervi? una grande sventura vi ha colpiti? Per ogni stato di animo c'è un libro, una voce, che vi parla nel silenzio; una voce, che vi conforta senza ostentazione; che vi rimprovera senza avvilirvi; che vi ammaestra senza sussiego. E questa voce parla sempre, notte e giorno; non si ferma, non si stanca. Siete voi che vi fermate, siete voi che dite: basta; ma la voce ripiglia subito il suo corso, appena voi dite: avanti.

Vengono da ogni parte del mondo civile, ma nessuno è estraneo. Tolstoi non è russo. Cervantes non è spagnuolo. Whitman non è americano, tutti amici di casa, tutti compagni di studio e di lavoro.

La storia si ostina a dirci che il Goethe è morto, morto l'Hugo, morto l'Ibsen, morto il Carducci, morto il De Amicis, morto il Fogazzaro. Nossignore, qui non ci sono morti. Il Goethe viene con voi a passeggio sui monti, l'Hugo è il compagno nelle notti d'insonnia, il De Amicis è là, pronto a farvi passare il malumore, oh! con che dolcezza vi sorride il Fogazzaro!

***

Il santo vescovo d'Ippona, Agostino, diceva: timeo lectorem unius libri. Sì, bisogna temerlo, ma temerlo davvero quest'uomo che studia un sol libro. Un sol libro! un solo compagno, un solo amico! Quest'uomo forse sarà dotto, ma di una dottrina arida, sterile, che gli rovina il cervello e non gli solleva lo spirito. No, noi vogliamo molti libri. Parlino tutti: la loro voce misteriosa ci è guida, sprono, conforto.

Spesso, quando siete solo nella stanza da studio, alzando gli occhi su quei libri, vi vedete dinanzi mille volti che vi guardano, ascoltate mille voci che gridano a coro: sono scrosci di riso satirico, accenti di dolore, bestemmie, parole di odio. C'è il ruggito del leone, il canto della capinera, il sibilo del serpente. E questi suoni armonizzandosi stranamente producono una musica che ha del grandioso e che i profani dell'arte non sentiranno mai.

E noi parleremo di questa musica, noi entreremo in quella sancta sanctorum della nostra vita spirituale. Qui, dove si passano le più belle ore del giorno e spesso della notte a ricreare e a martoriare il nostro cervello; qui, dove abbiamo combattute tante battaglie, calmate tante tempeste, carezzate tante illusioni; qui c'è tutta l'opera grandiosa del pensiero umano.

Che cosa sarebbe l'umanità senza questi libri? Per essi voi siete uomo, per essi conoscete il passato, vivete nel presente, interpetrate il futuro. I grandi scrittori sono i veri condottieri dei popoli: essi guidano l'umanità, suscitano tanti avvenimenti, determinano tante diverse epoche.

Il germe di tutte le rivoluzioni, di tutte le riforme, di tutte le fasi del progresso e della civiltà è qui, sotto i vostri occhi.

Alessandro, Cesare, Napoleone non hanno lasciato che un nome; ma Omero, Dante, Shakespeare hanno lasciato l'anima loro e quest'anima è là, nella vostra libreria, quest'anima si chiama l'Iliade, la Divina Commedia, le Tragedie.

Entriamo dunque in questo piccolo mondo che tanta parte ci sottrae dalla nostra esistenza, entriamo in mezzo a questo popolo di pensatori, che venuti in casa nostra, fin dal primo giorno, da veri padroni, ci consigliano, ci sgridano, ci educano, ci rimproverano, ci deridono. Entriamo, ma senza pretenzione di volerla fare da critici o da moralisti.

Si è detto sempre che i libri sono i migliori amici. Ebbene, facciamo una visita a questi amici. Vi garentisco che passeremo un'ora in lieta compagnia.

I libri di viaggio.

Fate largo: passano i viaggiatori.

Voi raramente uscite dal vostro paese nativo, e se qualche volta ve ne allontanate vi sembra aver indugiato già troppo. La vita di città vi infastidisce. Quell'andare, venire, correre di qua e di là, mangiarsi un boccone in fretta e furia vi dà sui nervi.

È vero: di tanto in tanto come per rompere la monotonia si fa una scappatina in città. Col pretesto degli affari si passano una ventina di giorni a Napoli, a Roma, a Firenze, a Venezia. Ma che! pare che qualcuno vi spinga di dietro a ritornare subito. Il pensiero della famiglia, gli affari, gl'impegni, vi chiamano in paese: subito alla stazione. Il treno è pronto e si parte. Dopo un paio di giorni eccovi a casa. Ma che stanchezza! Bisogna stare una settimana per orientarsi! Eppure si tratta di un viaggio di piacere. E se doveste intraprendere un viaggio lungo e disastroso? se doveste andarvene d'inverno nella Groenlandia o nelle isole dell'Oceania? Per l'amor di Dio! a solo pensarlo vengono i brividi del freddo e della... paura. Andar ramingo in mezzo alle nevi, passare notti intere sotto una capanna o a piè di un burrone, col pericolo di essere divorato dalle belve o massacrato dai barbari? Pazzia, pazzia!

Ma ognuno ha il suo bernoccolo, diceva il De Musset; ognuno è vittima di una febbre che lo spinge verso un ideale. A voi piace starvene rintanato nel vostro paese nativo, altri invece amano girare in lungo e in largo i luoghi più nascosti dell'Asia, i boschi più folti dell'Africa, le eterne ghiacciaie del polo. Per voi sarebbe la morte, per essi la vita.

E questi uomini di ferro, — che sotto gl'infocati raggi del sole africano, fra le nevi boreali, tra i deserti più sterminati camminano a piedi, sui muli, sui cammelli, sulle slitte; questi uomini, che vengono a tu per tu con i leoni, con le iene, con le tigri, con i leopardi; questi uomini che non dormono, non mangiano pur di arrampicarsi sulle cime di monti inaccessibili, — hanno scritto i loro libri: libri curiosi che vi dicono tante cose piacevoli, che vengono a parlarvi di tanti luoghi sconosciuti, di tanti costumi bizzarri.

Questi libri sono di ogni specie: piccoli, grandi, vecchi, nuovi, illustrati. Li compraste a dispense quando eravate giovanotto, amante di avventure e racconti maravigliosi; li aveste per pochi soldi da qualche libraio ambulante; vi furono donati dal babbo nel giorno del vostro onomastico ed ora sono tutti qui in questo scaffale e rappresentano i libri più piacevoli e più simpatici!

Se siete un asceta, il Lamartine e la Serao vi conducono nel Paese di Gesù; se amate conoscere la vita intima dell'Oriente, così varia, così misteriosa, così strana per noi Europei, affidatevi al Tompson e al Thontze: essi vi accompagnano da buoni amici nella Cina, facendovi penetrare finanche nella reggia dell'Imperatore, inaccessibile ad ogni sguardo; se le recenti vittorie giapponesi hanno destato in voi grande simpatia per questo popolo giovane e valoroso, parlatene al De Riseis e questi vi farà conoscere la vita familiare, i costumi, la cultura dei piccoli figli del sole; se amate i fatti di sangue, racconti strani e raccapriccianti rivolgetevi al Salgari, al Maine Reyd.

Ma i libri di viaggio che avete sempre letto con entusiasmo, sono quelli di Giulio Verne, di questo gran mago, che resterà unico nella letteratura di tutto il mondo. Si scrivono e si scriveranno libri di viaggio, ma Verne sarà sempre Verne, sempre il papà di questo genere letterario, che diverte ed istruisce. Che ore deliziose trascorse a girare il mondo in ottanta giorni, a discendere venti mila leghe sotto il mare, a gettarvi a capo fitto nel centro della terra! Verne era il gran tentatore. Si rubavano le ore allo studio, alla scuola per seguire il capitano Grand. Quanti rimproveri, quanti castighi! Spesso mentre il professore spiegava un teorema di geometria, voi di nascosto a fuggirvene con l'iperbolico proiettile nella luna.

E nelle sere d'inverno! Che voluttà a leggere a letto Le avventure del polo Nord! Neve, neve, orsi bianchi, balene, deserti sterminati di ghiaccio e voi ve ne stavate al caldo. Dopo un paio d'ore si smorzava il lume e giù con la testa sotto le coperte a sognare. Che sogni, che sogni! Quante volte non vi sembrò di trovarvi solo, inerte, in mezzo a una banda di selvaggi? Quante volte non sognaste (brutta tentazione!) di essere imperatore, di sedere in trono sopra una sedia d'avorio, venerato come un Dio? Quante volte non foste inseguito da orsi, da elefanti, da ippopotami e da tanti animali feroci?

***

Oggi non siete più un giovanotto, ma i libri di viaggio ancora vi dilettano. Talvolta nelle giornate uggiose d'inverno, in cui pel cattivo tempo vi tocca starvene rintanato in casa, ci sarebbe da dare l'anima al diavolo. I bimbi piangono, la vostra signora sgrida la domestica, il cagnolino guaisce e voi, mandando un accidente a tutti, ve ne andate Con una principessa attraverso l'Africa!

E nelle convalescenze? Siete stato venti, trenta giorni a letto, sospeso tra il cielo e la terra, con una febbre gastrica, ostinata, ostinatissima a mandarvi all'altro mondo. Ma, grazie a Dio, a furia di dieta e di iniezioni, il pericolo è passato. Col buono e con la forza la febbre è andata via. Voi siete libero, ma non guarito. Comincia la noiosa ed eterna convalescenza. Siete debole e non avete neppure la forza di dare un passo. Piano con i cibi. Un po' di brodo, un po' di semolino e riposo, riposo assoluto. Guai ad uscir di casa! Una ricaduta sarebbe fatale.

Ma intanto come si fa ad ammazzare il tempo? come si fa a passare quei giorni lunghi, sterminati? Le visite degli amici? Disgraziatamente quando si è infermi si ricevono visite sempre dalle persone più noiose e antipatiche, le quali vogliono sapere tutte le fasi della vostra malattia; e voi spesso in una sola giornata dovete ripetere due, cinque, dieci volte la medesima canzone, secondo il numero degl'importuni.

E dunque? leggere il giornale? Ma il giornale si scorre in mezz'ora. Leggere un romanzo, un volume di poesie? Che amore e amore! Ne avete le tasche piene e poi, specie ne' giorni di convalescenza, si è proprio disposto a parlare di amore! Solo i libri di viaggio possono dilettarvi. Il medico vi consiglia il riposo, e voi alla sua barba ve ne andate col Salgari Tra i pescatori di Balene o Nella città del re lebbroso. Un giorno a Londra col De Amicis, due in Egitto col Venosta, tre fra i ghiacci col Verne, cinque al Tibet coll'ardito Hedin; e correte per quelle coste sterili, per quelle foreste vergini, di giorno, di notte, al vento, alla pioggia... Avanti, avanti, oggi in Sicilia, domani in Siberia, domenica in Cina, dall'Imperatrice! I giorni passano, voi siete guarito e il medico vi concede finalmente di uscir di casa. Uscir di casa? Se siete stati sempre fuori! Ma prima di lasciare la stanza da studio, date uno sguardo a quei libri di viaggio, che sono ancora sulla sedia. Avete il dovere di ringraziarli per l'opera benefica e pietosa che vi hanno prestato, durante la vostra convalescenza.

Sentite un mio consiglio. Conservate con ogni cura questi libri; non li prestate, non li donate, anzi cercate di comprarne altri.

Che! vi siete dimenticati che un giorno sarete vecchi? Il tramonto è bello, poetico in natura, non nella vita.

La vecchiaia difficilmente si presenta sola. Se sarete condannati a starvene in casa con la gotta o altro ben di Dio, quei libri potranno rendervi meno doloroso il finale dell'opera!

Ma via, non facciamo da uccelli di cattivo augurio. Grazie a Dio, i capelli sono appena brizzolati: abbiamo a disposizione ancora un buon quarto di secolo e in un quarto di secolo possono succedere tante cose. Chi sa, si potrebbe anche abolire la vecchiaia!

***

Ho detto che non amiamo i viaggi. Bugìa. Noi vorremmo correre sempre, girare il mondo punto per punto, vedere tutto, esaminare tutto.

Quando un amico vi dice: “Parto per New-York„, sentite un po' d'invidia per questo fortunato. Vorreste rispondere: “Aspetta, ti accompagno„. Ma intanto lui parte e voi restate. Pazienza, avete i libri di viaggi. Essi sono più divertenti del viaggio stesso. È il viaggio senza rischi, senza incomodi, senza malanni e quel ch'è più senza spese. Quando si esce di casa, bisogna stare sempre col portafogli in mano e andar seminando biglietti di banca. Qui invece basta una lira, una sola lira per girare col Fogg l'intero mondo. E poi, dopo aver consumato quattrini, tempo e salute, che vi resta del viaggio fatto? impressioni superficiali. Qui invece avete il viaggio commentato, spiegato. Tutto ciò che nella fretta vi sarebbe sfuggito, ve lo dice l'autore. Eh! non è mica necessario mettervi in balìa del mare per sapere che si fa in Cina, come vestono nell'Oceania, come pregano gl'Indiani. In questi trenta o quaranta volumi voi avete tutto il mondo con i suoi costumi bizzarri, ridicoli; con le sue leggi savie, sciocche, brutali: con le sue religioni, con i suoi fanatismi, con i suoi capricci, con i suoi pregiudizi.

Che strana contraddizione! Voi non credete più ai maghi, alle fate, alle streghe, ma altri popoli vi credono; voi piangete quando la morte vi strappa una persona cara, altri popoli ridono: voi salutate cavandovi il cappello, altri salutano toccandosi il naso, facendo una strizzatina di denti; voi pagate il medico quando siete infermi, altri lo pagano quando stanno bene; a voi fanno ribrezzo i vermi, i ragni, altri li mangiano con gran voluttà. Sono tutti i popoli che vi passano dinanzi, dall'astuto Cinese al sanguinario Abissino; vi passano dinanzi come in una mostra di gala, e chi vi fa una smorfia, chi vi sorride, chi vi minaccia, chi vi insulta, chi piega i ginocchî, chi si nasconde, chi si avventa per divorarvi!

Questi libri vi convincono che sul nostro pianeta, su questa trottola capricciosa, che gira senza mai riposarsi, sono rappresentate tutte le epoche, dalla selvaggia età della pietra al fanatico medioevo. Ciò che per noi è passato, per altri popoli è presente. Oggi, alcune tribù dell'Australia bevono, come Alboino, nel cranio dei congiunti e sposano, come gli antichi patriarchi, dieci moglie. Da noi ferrovie, tramways elettrici, telegrafi; nel centro dell'Africa silenzio e tenebre. Tutto ignorano, tutto. Adorano il sole e la luna, si cibano di carne umana, vanno ignudi. Guidati o trascinati dall'istinto, sanno solo che debbono conservare la propria esistenza. Ma sono uomini costoro? hanno la stessa natura nostra? Vorreste rispondere: no; ma la coscienza vi dice: sì. Qualunque sia il colore del volto, la forma del cranio o del vestito, l'uomo è uno. Furbo, vorace, fanatico, ignorante, selvaggio: è uomo. Sempre uguale e sempre diverso, ha un'anima miserabile o sublime, abbietta o nobile come la nostra.

Ma non sarà sempre così. Oggi interi popoli sono ignoranti, antropofagi, domani saranno civili. Il progresso si avanza, il progresso trionfa. Ma quel giorno, in cui in ogni angolo della terra vi saranno ferrovie, scuole, tribunali, teatri, tutto sarà uniforme e monotono. Londra, Pechino, Calcutta, Gerusalemme, Gibuti, Cristianìa, ecc. si rassomiglieranno come gocce d'acqua.

Nel duemila i libri di viaggio non saranno più interessanti!

I libri che fanno dormire.

Se soffrite un po' d'insonnia non correte subito dal medico. Questi incomincia a prescrivervi delle specialità che disgraziatamente potrebbero farvi dormire per sempre. Ricorrete piuttosto ai libri. Eh! ci sono dei libri così buoni da conciliarvi finanche il sonno. Prendete, ad esempio, uno di quei trenta volumi del Padre Bartoli e vedrete che sonnifero potente!

Il Marietti ebbe la felice idea di pubblicare tutto quel bagaglio come per dire: dormite. Il Giordani solennemente sentenzia che in quei volumi “c'è oro macinato e perle strutte„, ma credo che ci sia anche un po' di oppio. Quegli incisi, che si ficcano a frotta nel periodo, quei raffronti, quelle citazioni, quelle fila sterminate di nomi cinesi, arabi, quelle lunghe descrizioni stancano l'occhio; un dolce torpore vi assale; voi chinate la testa, voi dormite saporitamente e il grosso volume vi resta aperto dinanzi.

La Manna dell'anima del P. Segneri faceva dormire il Pallavicino nel carcere e credo che faccia santamente dormire ogni buon cristiano.

Sentite un mio consiglio: chiudete in una gran cassa tutte le opere del Bartoli, del Cesari, del Bentivoglio, del Giambullari e compagni, e scrivete sopra a grossi caratteri: qui si dorme.

Questi libri, pieni di lambiccature retoriche, di antitesi, di metafore, di periodi contorti e arrotonditi, meritano il primo posto tra i sonniferi. Le notizie più curiose, i racconti più commoventi si scolorano sotto quelle parole di piombo, e voi ad ogni pagina pensate al D'Azeglio, il quale voleva che al Decalogo si aggiungesse, come undicesimo comandamento: non seccare.

Nè sono libriccini di poche pagine, ma grossi volumi di prosa fredda, compassata, vuota di ogni calore ed affetto. Qualche volta per necessità dovete leggerli; vi tocca tenerli in mano parecchi giorni per sgranarli alla meglio e quando siete all'ultima pagina, quando vedete la parola fine esclamate trionfante come Diogene: “Finalmente veggo terra!„

Ma spesso, malgrado tutta la buona volontà, non si arriva a veder terra. Dopo una decina di pagine la fronte si corruga, le labbra naturalmente eseguono quella brutta smorfia che precede la nausea: si sbadiglia, e gli occhi non funzionano bene. Voi resistete ancora: ma è inutile. Gli occhi vi mettono davanti questo dilemma: o chiudi il libro o ci chiudiamo noi.

L'Imbriani, a proposito delle poesie dell'Aleardi, confessa: “Presi il libro, tagliai con la stecca i fogli dissi a me stesso, — coraggio, avanti, marche! — e lessi tutto, tutto„.

Voi alle volte fate lo stesso proponimento, ma che! dopo trenta, quaranta pagine, non si può andare nè avanti, nè indietro; vi piglia il sonno e buona notte!

***

Sono molti questi libri che fanno dormire? Molti? ci sarebbe da compilarne un catalogo sterminato. Ma sia per non perdere tempo, sia per non far dormire il lettore, li raggrupperemo in categorie.

Innanzi tutto mettiamo fuori concorso i libri degli autori viventi, non solo perchè il numero è purtroppo considerevole, ma anche per non venire a polemiche disgustose. Sono così attaccabriga i nostri letterati!

Prima categoria. Chi vuol dormire placidamente ricorra ai trecentisti e ai secentisti minori. Tutte quelle novelle, novellette, canzoni, canzonette, pastorali, madrigali vi fanno addormentare nel bacio degli angeli. C'è troppo zucchero in quei libri e il troppo zucchero stomaca e fa dormire.

Il Cavalca, il Passavanti si rinchiudono in argomenti religiosi e giù miracoli, leggende, visioni, parabole, ammaestramenti, precetti; voi sognate di stare in chiesa e di ascoltare una di quelle prediche, noiose e stucchevoli del vostro vecchio pievano, buon'anima.

I tre Guidi, il Gianni, il Guinicelli, Cino da Pistoia, parlano invece di amore, ma sembrano dei bambini che piagnucolano, dei malati che si lamentano. Non è un amore sentito; regolato da certe forme o da certi sentimenti di convenzione, si stempera in frasi comuni e sciupa venti versi per un'idea. In tutte queste poesie trovate lo stesso meccanismo, la stessa posa: trecce d'oro, guance di rose, denti di perle, occhi di sole. È una continua ninna nanna, patetica, melata. Le personificazioni, le allegorie, i bisticci, le rime — che si affollano in mezzo e in fine del verso — vi ballano davanti e voi dormite.

Seconda categoria. Chi vuol sognare cavalieri, dragoni, maghi, fate, castelli incantati, ricorra ai nostri poemi cavallereschi. Fortunatamente essi accennano a scomparire e nessun editore ha la pazza idea di far risorgere il Malmantile, l'Italia liberata, il Girone, l'Aquileia distrutta, l'Amadigi e tutte quelle centinaia di poemi che ammorbarono la nostra letteratura. Se togli i due Orlandi e il Morgante Maggiore, tutti gli altri, che vollero trattare con serietà della cavalleria, riescono pesanti e artificiosi. Lasciateli dormire nella libreria; se li svegliate, faranno dormire voi.

Nessuno nega che il Trissino, il Lippi, il Tursini, il Tasso (padre) tengano un posticino discreto nella letteratura; anzi voi fate di cappello a questi signori; ma con i poemi, alla larga. Ne assaggiate un pezzetto nelle antologie, nei manuali di letteratura ed è già troppo. Leggerli da capo a piedi? Per l'amor di Dio, non lo consiglio neppure ai miei nemici! Quelle ottave sembrano mattonelle: la stessa struttura, la stessa posa, la stessa chiusa. Dopo un paio di canti vi sentite come una stanchezza negli occhi, la testa vi duole e se non smettete, c'è pericolo di un'emicrania.

Si potrebbe dire; come va? questi libri formavano il diletto dei nostri padri; si leggevano nelle accademie, nelle corti dei Mecenati, nelle veglie dei popolani e non c'era mai caso che il lettore o gli uditori si addormentassero. Verissimo. Ma non sapete? I nostri maggiori, beati loro, erano tutti Paladini di Francia a tempo perduto. Non andavano in guerra contro Turchi e Saraceni, non erravano per le foreste in cerca di Dulcinee, ma in casa e a comodo facevano un po' di cavalleria con questi poemi.

Oggi non è più il tempo di cicli e di cavalieri erranti. Erranti siamo un po' tutti, ma non in cerca di avventure, bensì di quattrini, che spesso, come a farlo apposta, si rendono irreperibili e ci fanno proprio quei brutti tiri che Angelica faceva ai suoi spasimanti. Una bricciola di cavalleria è restata nel duello a uso e consumo di quei fanatici, i quali per far sapere al mondo che hanno ragione, finiscono spesso col ricevere una sciabolata sul volto e una manata di torto: il torto è sempre del vinto.

Ma volete sapere perchè i nostri riveriti padri non dormivano nel leggere quei poemi? Ve lo dico subito: non dormivano, perchè non avevano sonno. La sera andavano a letto per tempo, la mattina si levavano col sole, il dopo pranzo facevano il pisolino, che spesso diventava un pisolone. Data questa grande provvista, potevano sopportare qualsiasi lettura: il sonno non veniva. Noi no, noi si dorme poco. Il giorno e gran parte della notte si passa in moto. Di qua, di là, di sotto, di sopra: non c'è un momento di requie. Chi più e chi meno siamo tutti dei commessi viaggiatori. Che succede? Il sonno, vedendosi trascurato, come un impertinente creditore, sta sempre alla vedetta e quando trova l'occasione propizia si fa avanti.

Terza categoria. Ogni scrittore da Dante al Manzoni, ci ha lasciato qualche cosa per farci dormire.

Confessiamolo francamente: quante volte non ci siamo addormentati con il Convito di Dante, con il Mondo creato del Tasso, con l'America libera dell'Alfieri, con la Colonna infame del Manzoni, con le Tragedie del Foscolo, con le Cantiche del Pellico, con i Panegirici del Giordani? E per citare un esempio più fresco il lavoro drammatico del D'Annunzio Più che l'amore non fa dormire? Il pubblico che va a teatro per divertirsi, lo fischia maledettamente. L'autore abituato ai trionfi, è andato in furia, ha detto corna del pubblico, ha scomunicato tutti, dichiarando modestamente che il suo dramma è un capolavoro. Ma che volete? Più che l'amore è noioso. Provatevi a leggere senza sbadigliare quel lungo dialogo fra Corrado Brando e il suo fedele Rendu; vi piglia il sonno ad ogni pagina.

Questi libri vi indispongono di più, perchè di buona o mala voglia bisogna leggerli, tanto richiede la vostra professione di letterato. Ogni cittadino che non ha la disgrazia di essere chiamato o creduto uomo di lettere, può leggere ciò che vuole, scegliere i libri che più gli aggradano, farsene il chilo con il poeta che più gli va a genio. E quando dopo cinque o sei pagine o anche prima si accorge che quel romanzo annoia, quel dramma è monotono, quella commedia è scipita, quei sonetti sono fiori appassiti, getta via il volume e buona notte. Se glie ne domandate, non fa misteri: confessa candidamente che quei libri lo seccano. Ma voi potreste dire in pubblico: Non leggo il Fuoco, perchè mi fa dormire. Zitto, quel romanzo è un capolavoro. È stato tradotto in tutte le lingue, è arrivato al cinquantesimo migliaio in Italia, al ventesimo in Francia, al decimo in America ecc. Dunque silenzio e buon sonno.

E così senza volerlo siamo entrati in un altro campo... molto fiorito. Quanti libri degli scrittori moderni fanno dormire? Non parliamo dei tanti volumi di poesie barbare o paesane, dei tanti romanzi, delle tantissime novelle, che vengon su alla giornata; questi libri non fanno dormire, perchè non si leggono. Intendiamo parlare degli astri maggiori, di quelli che occupano i primi posti nel moderno sistema planetario della letteratura.

Ma chi ha il coraggio di dirlo? Quando un poeta, un romanziere è messo sugli altari è un santo; a lui incenso, a lui onore e gloria nel più alto dei cieli. Si vocifera, si dice a qualche amico che certe poesie del Pascoli fanno sognare, che in qualche libro del Fogazzaro c'è molto oppio, ma nessuno ardisce metterlo in piazza. Avreste il coraggio di dire ad alta voce che la Nave del D'Annunzio fa dormire? Fa dormire! Ma siete pazzo! Giornali ne leggete sì o no?

Eppure vi posso assicurare che la Nave fa dormire. Il pubblico è vero, non dormì, perchè fu stordito dalle grida dei Catacumeni e dei Nàumachi; non dormì, perchè assistette al varo e credè trovarsi a Castellammare di Stabia o a Spezia. Ma tutti quelli che applaudirono, che entusiasti chiamarono fuori l'autore, metteteli a tu per tu con il volume; fate che essi invece di essere spettatori, siano lettori. Sentite a me, dormiranno alla grossa!

Alla fine dei conti anche il sonno è buono e dormire un'oretta con un libro in mano non è un gran danno. Vergogna? Ma che vergogna! se siete solo. Chi viene a casa vostra a spiarvi se dormite a letto o a tavolino? E poi, parliamoci chiaro, volete dormir voi! Quando vi siete assicurato che un libro contiene molto oppio, chiudetelo. Non dovete dar conto a nessuno. L'autore, anche vivente, non potrà offendersi, per la semplicissima ragione che è lontano.

***

Ma nelle conferenze? Già, il guaio è nelle conferenze. L'autore è presente, l'autore vi guarda. Voi avete la santa intenzione di comportarvi sempre da galantuomo, di non fare scortesie ad alcuno, ma come resistere a certe conferenze noiose, noiosissime che non dicono nulla di nuovo e di interessante, se pure non vi ripetono ciò che in una forma migliore avete letto in qualche libro? E fossero almeno brevi queste cicalate! Passa un quarto d'ora, due, tre, vorreste gridare — basta, basta, mi hai rotto... i timpani —; ma non si sta mica in teatro! Vi scuotete, tossite, adagiate sulla palma della mano uno sbadiglio, un altro, ma gli occhi non vogliono affatto saperne. Che martirio!

E dire che questo martirio è continuato. Non passa una settimana che un amico non v'inviti ad una conferenza. E sempre conferenze, conferenze! È una manìa. Noi ci lamentiamo che oggi si stampa molto, ma non abbiamo mai pensato quanto si parla. Non tutti sono disposti a comporre un libro: anche a scriverlo male occorre tempo. Poi vengono le spese di stampa. Non è così facile trovare oggi un editore che gli faccia da padre putativo: bisogna sborsare un mezzo migliaio di lire, col pericolo che il libro se ne resti eternamente nelle vetrine dei librai, per mancanza di lettori.

Ma la conferenza, che bellezza! Si scrive in due o tre giorni e non si spende un centesimo: la sala gratis, gli uditori gratis, gratis gli applausi. Si ha così la grande soddisfazione di far conoscere ad amici e a nemici che qualche cosa si sa, che non si è perfettamente digiuni di scienze e di lettere.

Ma è da gentiluomo invitare due, trecento poveri diavoli che hanno tante noie per la testa, inchiodarli per un paio di ore sopra una sedia e dir loro: Non vi movete, non fiatate? I poveretti ubbidiscono, ma spesso, non potendo far altro, dormono, salvo a svegliarsi ad opera finita, per applaudire e stringere la mano al bravo conferenziere!

Evviva la sincerità!

I libri di donne.

Di donne? Sì, di donne. O non vi siete ancora convinto che la donna fa davvero?

Date uno sguardo ai vostri scaffali. Vedete: tra i romanzieri trovate donne, tra i poeti donne, tra gli storici donne, tra i filosofi donne, tra gli scienziati donne. Insomma ce n'è una rappresentanza dovunque.

E poi qual maraviglia? scorrendo le nostre storie troviamo che la donna ha messo lo zampino in tutti i rami dello scibile e n'è uscita sempre con onore.

L'Agnesi a sedici anni parlava già molte lingue ed era dottissima nelle discipline filosofiche e matematiche; l'Ardighelli a quattordici anni teneva un forbito discorso sulla forza dell'elettricità; l'Amoretti, molto encomiata dal Parini, a quindici anni sosteneva per due giorni una lunga disputa filosofica con un fanatico accademico e una brutta figura non la fece; la Cicci a dieci anni, quando voi sgranate a stento un libriccino di quarta elementare, sapeva a memoria la Divina Commedia! Orologi caricati! Si fa presto a dirlo. Il fatto si è che la donna sa fare qualche cosa.

Se avessi tempo vorrei scrivere un libro su queste donne, che si sono distinte nelle scienze e nelle lettere, che hanno dato il loro contributo, forse minimo, ma sempre efficace, finanche in quei tempi di schiavitù, in cui la donna, condannata a restarsene in casa, come umile ancella, dava occasione a far discutere se avesse perfino... un'anima.

Questo libro dovrebbe essere dettato senza quell'aria di superiorità che siamo soliti prendere noialtri uomini, quando parliamo delle donne; ma giacchè non posso scrivere il libro, non ho diritto di dare consigli a chi forse un giorno lo scriverà e a modo. Anzi metto da parte le donne scienziate. Non ho letto i loro libri, non li ho neppure visti. Dovrei ricorrere alle grandi biblioteche e starmene un paio di mesi a divorare diversi volumi, che, quantunque dettati da amabili signorine e da rispettabili dame, potrebbero farmi un gran male. Di scienze son quasi digiuno e credete che bastino due e quattro mesi per assaporarne un pochino? Ingoiando così alla diavola tutta quella roba, correrei il rischio di una indigestione a onore e gloria del sesso gentile. Dunque lasciamo stare. Delle donne scienziate ne parlino con competenza gli scienziati. Ognuno faccia il suo mestiere. La coscienza mi va ripetendo di aver già detti molti spropositi in questo libro e non voglio di proposito aggiungerne altri. Solo Pilato poteva permettersi di dire quod scripsi scripsi. Noialtri dobbiamo pensarci bene; in caso contrario ci tocca rimangiare ciò che abbiamo scritto.

Dunque saluto rispettosamente queste donne scienziate, e parlo di quelle non meno rispettabili, che si dettero a coltivare le lettere.

La storia letteraria ci dà un elenco sterminato di poetesse, che in tutti i secoli hanno cantato più o meno melodiosamente. Sempre così! La scienza è la sancta sanctorum, dove pochi sono ammessi, è la ricca, ma severa matrona, che prima di concedere le sue grazie impone un lungo noviziato. Ma la letteratura — che democratica! — accoglie tutti. Potrebbe meritare, se non fosse profanazione, quella coppia di versi che Dante scriveva per la misericordia di Dio:

. . . . . ha sì gran braccia

Che prende ciò che si rivolve a lei.

Un povero diavolo, che vuol ottenere il nome di scienziato, deve logorarsi per una ventina d'anni nei gabinetti fisici, nei gabinetti di anatomia, negli orti botanici, negli osservatori meteorologici. Ma la letteratura, sia sempre benedetta, non impone tutti questi sacrifici. Basta che sappiate leggere un po' da cristiani e mettere insieme un periodo che non zoppichi; avanti! la letteratura vi apre le braccia: potete scrivere, pubblicare sonetti e canzoni. Nessuno avrà che dirvi, nessuno potrà domandarvi “come sei entrato?„

Quindi non fa maraviglia se le scienziate sono poche e le... poetesse, una legione. Le donne più degli uomini sono nate col bernoccolo della cicala. O allora perchè la cicala è di genere femminile?

Ma lasciamo stare lo scherzo. Volevo dire che in ogni secolo ci sono state delle poetesse, le quali hanno meritato congratulazioni e applausi dai letterati del tempo. Per lo più le principesse, le baronesse, le dame di corte, le mogli e le figlie di artisti, passavano la vita in mezzo ai poeti. Ogni sera sentivano declamar poesie; senti oggi, senti domani, finivano coll'imparare il mestiere, e prima timidamente, poi con disinvoltura, dettavano poesiette, per lo più amorose, tanto per far sapere che un po' di gusto l'avevano anch'esse. E i signori poeti, un po' per cortesia cavalleresca, un po' per rispetto alle padroncine, un po'... voi m'intendete, si davano subito a battere le mani, a chiamarle Saffo novelle!

Ma oggi chi ricorda più quelle poetesse, encomiate dall'Ariosto, dal Tasso (padre e figlio), dal Bembo, dal Poliziano, dal Varchi, dal Caro, dal Firenzuola, dal Berni e compagni? Una certa Giulia Rigolini ebbe vaghezza di comporre una dozzina di novelle sul metro del Decamerone, e i sopracciò della letteratura sentenziarono che tali composizioni insigni argumento, artificio mirabili, eventu vario, esitu inaspectato, stavano alla pari col modello, anzi erano un tantino clariores!

Tarquinia Molza, figlia del poeta Francesco, fu sollevata tanto in alto che forse perciò noi oggi non la vediamo più, neppure con forti telescopî. Venne chiamata la più dotta fra tutte le più illustri matrone che sono, che fûro e che saranno in avvenire. E questa corona di superlativi non le fu intrecciata da un poeta, il quale si lascia facilmente prendere la mano, ma da un filosofo, da Francesco Patrizi, che doveva essere poco tirato all'entusiasmo. Il Tasso fece di più, volle eternarla nei suoi dialoghi. Ma questa volta sia il filosofo, sia il poeta non riuscirono che ad imbalsamare un cadavere. La Molza è morta e seppellita.

***

Il Sonzogno ha raccolto in un modesto volume della Biblioteca Classica le poesie di Vittoria Colonna, di Gaspara Stampa e di Veronica Gambara, come per dire: “Solo queste tre donne meritano di essere chiamate poeti. Fino all'ottocento non c'è altro.„

Ha torto il Sonzogno? Non credo. Del resto così la pensano tutti i compilatori di antologie. Aprite le nostre migliori antologie e non trovate che un paio di canzoni della Colonna, qualche sonetto della Stampa e una dozzina di strofe della Gambara. E delle altre poetesse? Silenzio.

Solo il Torraca nel suo Manuale di letteratura, fa un'eccezione per la Torelli e ne riporta un sonetto. Ma che volete! quel sonetto sembra bellissimo al Carducci e il Torraca per mostrarsi ossequente al dittatore ha dato uno strappo alla consuetudine.

Dunque se alcuno desidera conoscere come le nostre donne maneggiassero il verso nei tempi andati, deve ricorrere a quel volume del Sonzogno, che costa appena una lira. Una lira, venti soldi tutta la produzione poetica del sesso gentile!

Ci dispiace però che queste tre gentildonne sono presentate dallo Stecchetti con una prefazione critico-biografica. Che bel cavaliere! È vero che qui lo Stecchetti prende il vero nome di battesimo — Olindo Guerrini — e non ricorda affatto l'autore di Postuma. Corretto, correttissimo: non una parola equivoca, non una frase men che onesta. O credete che lo Stecchetti sia davvero uno screanzato! Io non credo niente, dico semplicemente: il Sonzogno avrebbe fatto meglio a dare un altro maggiordomo a quelle tre poetesse. Lo Stecchetti è indicato per una prefazione alle Novelle del Casti o alle Poesie del Marini, — si troverebbe nel suo mondo. Per quelle distinte signore ci voleva o il Pascoli, o il Fogazzaro, o il Panzacchi!

Ma ritorniamo al nostro argomento. Queste tre poetesse — che si sono salvate dall'oblío, che hanno vinto il gran concorso bandito dal tempo — sono tre infelici amanti, e le loro poesie sono quasi sempre un pianto, un pianto monotono, reso più monotono dalle continue figure retoriche. Non manca il sentimento, specie nella Stampa, ma quel sentimento spesso si raffredda a traverso i contrasti, le metafore, le similitudini artificiosamente ricercate.

Vittoria Colonna erra di convento in convento, di ritiro in ritiro e non sa parlare d'altri che del povero marito morto; ne canta la bellezza, ne enumera i pregi, ne immortala le imprese. Che eroe, che eroe! Se fosse vissuto al tempo di Roma, Virgilio l'avrebbe preferito ad Enea!

Spesso ha momenti di vera disperazione:

. . . mi sforza la nemica sorte

Le tenebre cercar, fuggir la luce,

Odiar la vita e desiar la morte.

Poi ricorre alla religione, pensa ai dolori della Vergine, medita sulla caducità della vita umana: ma che! sul più bello, il pensiero dello sposo ritorna: siamo daccapo, l'elegia incomincia:

Or vedi come

m'ha cangiato il dolor fiero ed atroce,

Che a fatica la voce,

Può dar di sè la conoscenza vera.

La seconda, la Stampa, molto più infelice, va dietro al Conte Collatino, il quale, dopo averla amata, non vuol saperne più e si tedia di quei piagnistei. La innamorata fanciulla non sa rassegnarsi a questo abbandono e come per richiamarlo all'ovile gl'indirizza una sequela sterminata di sonetti, di canzoni, di capitoli. Lo bamboleggia, lo carezza, lo chiama con i nomi più dolci, lo paragona al cielo, al sole, al Parnaso. O il Conte! il Conte! io voglio seguirlo dovunque.

Ponmi ove il mare irato geme e frange,

... ove il sol più arde e più sfavilla;

Ponmi al Tanai gelato, al freddo Gange,

ove per l'aria empio velen scintilla:

io sono sempre lieta,

Purchè le fide sue due stelle vere

Non rivolgan da me la luce usata.

Difatti, finchè questo benedetto Conte (poeta anche lui!) le fa buon viso, la fanciulla è contenta più degli angeli che se ne stanno presso il trono di Dio.

Io non vi invidio punto, angeli santi,

Mentre ho davanti i lumi almi e sereni,

Di cui convien che sempre scriva e canti.

Ma quando il Conte l'abbandona, la poveretta è disperata: piange, piange da commuovere le pietre.

Piangerò, arderò, canterò sempre.

Finchè morte e fortuna il tempo stempre.

All'ingegno, occhi e cor, fuoco e pianto.

Fortunatamente la morte, più pietosa del Collatino, venne e la povera Stampa cessò di piangere e di cantare.

In ultimo si presenta la Gambara, la quale in mezzo alle noie del suo piccolo stato, spesso tocca la lira. È una donna di animo virile, che canta in una forma piuttosto classica, ispirandosi all'arte greca e latina, di cui è amantissima.

Appena le muore il consorte riveste di nero gli appartamenti, i cocchi, i cavalli e anche... la lira; ma non si avvilisce, non si dispera: chi si dispera, si danna e lei vuol andare invece in paradiso per rivedere lo sposo:

La tema di non andar ove il bel viso

risplende sopra ogni lucente stella,

mitigato ha il dolor

sperando in paradiso

l'alma veder oltre le belle bella.

Brava la Gambara che pensava all'eternità! Oggi è certamente felice, perchè ha ritrovato il consorte!

Ma abbiamo pianto abbastanza con queste tre gentildonne; è tempo di presentare i nostri ossequi ad altre poetesse, che non ebbero la disgrazia di restare vedove.

Ecco: in mezzo alle opere del Foscolo, del Giusti, trovo le poesie della Guacci. È un volume del 1847, resosi oramai raro, perchè i nostri editori non credono opportuno farne una ristampa; nè il Croce, che raccoglie, cura, commenta i lavori del De Sanctis, dell'Imbriani, dello Spaventa, ha finora pensato alla Guacci.

Eppure questa nobile e cara poetessa meriterebbe di entrare nella moderna letteratura. Mi sembra vederla, quando ancora giovinetta declamava le sue poesie alla presenza del Puoti, del Poerio, del Dabbono, del Leopardi e del Giusti.

Il suo genere preferito è la lirica, lirica forte che ricorda quella del Foscolo e del Prati. Il Settembrini, sempre un po' eccessivo nei suoi giudizî, presenta il volume della Guacci come “uno scrignetto di gioielli, diamanti di acqua purissima, di lavoro perfettissimo„. Questa volta il Settembrini merita venia: una fanciulla che canta con tanta grazia e leggiadrìa innamora.

Ma, checchè si dica, queste poesie hanno un valore indiscutibile. La Guacci non piagnucola per amore, non si rinchiude in argomenti sacri, per terminare il suo canto con un sospiro alla petrarchesca o con una giaculatoria: nessun frastuono, nessun rimbombo; la forma classica, naturalmente castigata e densa di pensiero, rivela un animo virile, più di certi poeti moderni, che trattano la poesia come un gingillo.

Qui debbo fermarmi e prendere fiato.

Sono giunto a metà del cammino e quel che è peggio sto per entrare in un campo molto vasto. Mi tocca parlar delle letterate moderne. Dio mio, che esercito! Se fossi poeta ricorrerei alle Muse per essere illuminato e sorretto; ma non posso invocarle in un modesto lavoro di prosa. Le nove verginelle se ne stanno in Elicona a solo uso e consumo dei vati! Mi tocca dunque entrar solo nell'agone.

Innanzi tutto metto fuori le letterate straniere. Ognuno decanti le sue eroine. E poi come parlare della Sand, la quale cambiandosi il nome e vestendosi spesso da uomo, quasi rinnegò il proprio sesso? come parlare di Madama De Staël, di questa amazzone che scrisse di politica, di storia, di sociologia e che ebbe l'audacia di voler insegnare ai filosofi come va intesa la vita, ai re, come si governa?

Unica eccezione dovremmo farla per Carmen Sylva, che di tanto in tanto, fa sentire la sua voce melodiosa: ma le regine debbono essere giudicate dalle regine! Noi siamo monarchici e rispetto ne abbiamo per le signore coronate, specie quando sono colte, amabili, caritatevoli.

Sentite: se l'Alighieri, il Petrarca ecc. potessero ritornare in vita, resterebbero molto maravigliati nel vedere che le nostre donne somigliano poco alle Beatrici e alle Laure. Oggi le donne scrivono romanzi, novelle, studî critici, storici; sono ascritte a circoli di cultura, dirigono riviste e periodici, danno brillanti conferenze, facendo restare con un palmo di naso noialtri uomini.

Un tempo una donna che si presentava in pubblico era accolta con una certa indulgenza; tutti la guardavano con benevole superiorità, come per dire: poverina, è una donna! Ma oggi, eh! oggi dinanzi a una donna colta siete voi che vi sentite piccino!

Un secolo fa la Guacci, timida, aveva quasi vergogna di far sapere che scriveva versi e solo per le continue insistenze di parenti e di amici dette alle stampe le liriche; Ada Negri invece, confinata a Motta Visconti ad insegnare l'abbecedario, sente una voce interna che le dice: Tu non devi consumare così la tua vita:

Vedi laggiù nel mondo

Quanta luce di sole e quante rose!

Senti pel ciel giocondo

I trilli delle allodole festose

Che sfolgorío di fedi e d'ideali

Quanto fremito d'ali!

No, non può restare in quel paesello, ella vuole la sua parte di sole e di gloria. E quanto la Bisi la presenta all'Italia, l'umile maestrina lascia i quaranta scolaretti stizzosi e poltroni e si consacra all'arte. Non si nasconde sotto un pseudonimo. Nascondersi! e perchè? Mi chiamo Ada: sono una donna, come tua sorella, come la tua sposa. Che! non ho anch'io un cuore che palpita?

E non solo la Negri coltiva con successo le lettere.

Guardate: quello scaffale a destra è pieno di libri di donne.

Ecco le poesie della Fusinati e della Brunamonti, le due care poetesse che accordano in bell'armonia i santi affetti domestici col sacro amor di patria. Sono due mamme, due buone mamme; l'una un po' austera per la sua forma classica e, quasi direi, aristocratica; l'altra più dolce anche quando tocca la molla potente dell'amor di patria. Qui gli Amanti e l'albero della Cuccagna di Matilde Serao, di questa instancabile lavoratrice, vero ritratto della vita napoletana; là gli Innamorati della Contessa Lara. Povera Evelina! vittima delle proprie passioni, avventuriera per natura, trascorse una vita infelice. Leggete i suoi versi: sotto quell'ardore sensuale, sotto quella sete di voluttà peccaminosa si sente una voce di tristezza languida. È rimorso? è disgusto? Lasciamola in pace nella sua tomba insanguinata, ricordando per lei quella massima del Vangelo, tanto sublime e tanto modernamente giusta: molto le va perdonato, perchè molto ha amato.

Qui due nitidi volumi della Deledda. Come è simpatica questa giovane sarda! Le popolane della sua isola, ignoranti e superstiziose, gridano allo scandalo, vedendo che una fanciulla si è data a scrivere libri. Ella intanto, rinchiusa nella sua romita Nuoro studia, studia indefessamente e senza essere ascritta ad alcuna conventicola letteraria, senza la comoda reclame di amici, arriva a farsi un buon nome nell'arte, rievocando con i suoi romanzi il passato glorioso della sua isola. Noi abbiamo sempre creduto che la Sardegna fosse un covo di briganti, una terra semi selvaggia. La Deledda ci dice: no, vi siete ingannati, i sardi non sono briganti, sono uomini forti, uomini di cuore.

Qui un numero della Moda del giorno fa pensare a Donna Paola, questa brillante e bizzarra scrittrice. Sentite: se il feminismo va avanti, nel 2000 le signore e le signorine saranno tutte sul tipo di lei. Poveri uomini! avrete che fare con delle donne spregiudicate e originalissime.

Curioso! tra le Tempeste della Negri e i Momenti lirici dalla cara e sventurata Aganoor, ecco le poesie erotiche e scarmigliate di Annie Vivanti, la quale con un forte spintone del Carducci fu messa in prima fila e brillò come un pianeta. Ma oggi che il dittatore è morto, la poverina si trova a disagio e ha pensato bene a ritirarsi e a non aprir più bocca: scrive romanzi, sì, ma non canta più.

Là, in fondo Le liriche di Luisa Anzoletti, di questa simpatica trentina, che educata allo studio profondo dei classici, riveste di eletta forma le dolci aspirazioni del suo cuore. Cattolica per convinzione, canta la carità, l'amore per tutti, e dedica i suoi versi alle

genti meste

Che lagrimar non vidi indarno mai!

E la Baccini, la Bisi, la marchesa Colombi, la Vertua Gentile? Queste buone signore entrano nelle scuole primarie e con i loro libriccini dànno dei buoni consigli, dei sani ammaestramenti ai nostri bimbi. Sono le mamme di tutti, le quali pare che dicono come Cristo: lasciate che i fanciulli vengano a me!

E noi fidenti li mettiamo tra le vostre braccia i bimbi. Parlate loro di Dio e della patria, spargete i semi di quella sana morale, di cui la donna dovrebbe essere la banditrice e la gelosa custode!

Ma chi può parlare di tutte queste poetesse, romanzieri, educatrici? Voi ve le vedete davanti, come in una grande fotografia, con quel fascino, con quella dolcezza, con quella soavità che incanta e conquide.

Sono madri, sono spose, sono figliuole, che pur non tralasciando i sacri doveri domestici, coltivano l'arte con vero intelletto d'amore.

Oh! siate benedette! Voi affermate in modo solenne che la donna può, e deve sollevarsi dall'abbiezione, in cui il pregiudizio e l'ignoranza l'avevano trascinata.

***

Ma appena staccate l'occhio da questi libri vi assale un grande sconforto.

— Perchè — vi domandate — mentre nell'Italia settentrionale e centrale fioriscono tanti eletti ingegni, la maggior parte delle nostre donne meridionali sono ancora ignoranti e superstiziose? È inutile andare arzigogolando pretesti; la colpa è nostra che siamo ancora attaccati agli antichi sistemi educativi. Com'è mai possibile che la donna possa sollevarsi dall'abbiezione in cui si trova, se appena ha terminate le classi elementari, le dite imperiosamente: basta! — I giovani debbono ad ogni costo continuare gli studî ed anche se svogliati, poltroni, deficienti, frequentar licei ed università; alle fanciulle si dice invece: basta. Basta e perchè? perchè condannarle a consumare i migliori anni sui merletti, nelle trine, su tanti altri puerili ornamenti, i quali non fanno che svegliare quel basso sentimento di vanità, cui la donna, per un principio atavico, è naturalmente tirata?

Confessiamolo: i doni, i ricordi, che le nostre fanciulle ricevono dai genitori, dai parenti, dai fidanzati sono sempre oggetti di lusso — cappellini, guanti, sciarpe, ecc. — giammai un libro educativo, che parli al cuore, che arricchisca la mente di utili cognizioni.

Se vi permettete di dire a qualche padre. “Sa', la sua figliuola ha una bella disposizione allo studio; perchè non le fa frequentare il ginnasio?„ vi sentite rispondere: “Non ci mancherebbe altro!„

Qual maraviglia dunque se le nostre figliuole vengono su piene di pregiudizi e passano il loro tempo ad ornarsi, ad imbellettarsi, per apparire un po' più leggiadrette e vezzose? Inaridite le facoltà intellettive, non resta che darsi ai gingilli e alle moine. Così si presentano all'altare, così si preparano ad essere madri.

Quante signore conosco, signore rispettabili per censo e per nobiltà di natali, che leggiucchiano appena la cronaca del giornale e il libriccino della messa! Quando vi trovate in conversazione con queste poverette vi tocca discorrere di faccende domestiche, trattare argomenti frivoli; più in là non si può andare: quelle nobili matrone non avrebbero la forza di seguirvi.

Si dice in una forma più o meno enfatica che la donna deve essere la vestale domestica, destinata da Dio ad alimentare la fiamma dell'amore, della carità, del sacrificio; si dice che la donna ha il dominio intero della casa; si dicono tante cose sulla donna. Ma di grazia, che potrà mai compiere una vestale superstiziosa, una regina semi ignorante?

Oggi l'uomo sente il bisogno di trovare nella sua compagna non solo la buona massaia, la semplice madre dei figli, la muta e involontaria ispiratrice, ma una creatura intelligente e colta, che lo consigli, lo sorregga nelle aspre lotte della vita moderna. Intanto si vede a fianco una donna piena di pregiudizii, che crede ancora alle fate, che non sa decidersi a viaggiare di venerdì, che chiama opera diabolica il cinematografo, che ignora in breve tutto quello che l'umano ingegno ha prodotto in questo secolo.

Non sono un femminista, nè credo vantaggioso per la società che la donna entri nella vita pubblica, sieda al banco del governo, si covra della toga del magistrato, declami dalla cattedra universitaria. Ciò che vorrebbero alcuni fanatici innovatori è un'utopia! La differenza fra l'uomo e la donna ci dev'essere. L'uomo assennato per logica, la donna per sentimento, l'uomo giudica per riflessione, la donna per istinto.

Ma rendete ragione quell'istinto, e la donna, pur restando donna, pur restando l'amabile e fedele compagna, non sarà più ciarliera, superstiziosa, ciecamente impulsiva. Istruitela, fatele comprendere che ha un'anima, che ha un'intelligenza e la donna, conoscendo così la propria dignità, potrà compiere intera quella santa missione cui la Provvidenza la destinava.

Gli umili e i superbi.

Un tempo i libri si pagavano un occhio.

Nel secolo XIII una Bibbia, ad esempio, costava la bella somma di 60 fiorini d'oro. Nel 1392 una baronessa di Germania dette alla propria figliuola per dote, e parve dote grandissima, pochi libri usati; un vescovo lasciò un breviario per comprare delle terre; il Poggio, con la vendita di un Tito Livio acquistò un villa; Luigi XI di Francia per leggere non so qual libro dovè dare in pegno tutte le sue argenterie; un certo Goffredo di Saint Leger nel 1332 confessa “avanti notaro aver venduto, ceduto, trasferito sotto ipoteca di tutti i singuli suoi beni e garenzia del corpo stesso al Signor Gerardo di Montagu lo Speculum Historiale.„ La moglie di un altro Goffredo, Conte di Augou — a quanto dicono gli annali Benedettini — comprò da un vescovo una raccolta di omelie, pagando “ducento pecore, un moggio di frumento, uno di segale, uno di miglio e finalmente cento pelli di martora„. Pochi libri sacri e qualche classico greco e latino costarono al Cardinale Bessarione la bellezza di trentamila zecchini.

Nè ciò dovrà far maraviglia. Si scriveva sopra le foglie di palme o sulle fibre del papiro, e fortunato chi possedeva un libro.

E quando il papiro d'Egitto venne a mancare per la dominazione degli Arabi, si raschiavano le scritture per sovrapporvi delle altre e la Repubblica di Cicerone, il codice di Teodosio dovè cedere il posto a qualche antifonario o trattato di confessione.

I poveri letterati mancavano di libri. Bisognava ricorrere alla Corte o al Santo Padre, perchè solo re e papi si potevano permettere il lusso di una discreta biblioteca. E noi sappiamo di molti scrittori che non potendo possedere un esemplare dell'Iliade o dell'Odissea si accontentavano di un compendio, di un estratto, come se si trattasse di un'opera filosofica o scientifica.

Il Petrarca dovè copiarsi di sua mano le opere di Cicerone e si lamentava sempre dei copisti.

"Chi recherà — egli esclamava — efficace rimedio alla loro ignoranza e viltà? Non parlo dell'ortografia già da lungo tempo smarrita. Costoro confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono cosa affatto diversa, sicchè tu stesso più non riconosci quanto avevi dettato.

Se Cicerone, Livio, Plinio Secondo risuscitassero, credi tu che intenderebbero i propri libri? Non v'ha freno, nè legge alcuna per tali copisti, senza esami, senza prova alcuna prescelti: pari libertà non si dà per i fabbri, per gli agricoltori, per i tesserandoli, per gli altri artigiani.„

Questo lamento non era solo del Petrarca, ma di tutti gli studiosi. Quei benedetti amanuensi si servivano spesso di abbreviature, di ghirìgori, di tratti verticali più o meno inclinati da rendere la scrittura bizarra e indecifrabile. Un salterio latino, trovato a Stramburgo dal Tritennio, si credeva scritto in lingua armena. Alle volte nello stesso manoscritto si trovavano brani di opere disparate, parole sconnesse; “c'era sempre da dubitare — dice il Petrarca — se era opera di scrittore o di barbaro.„ Qualche buon copista o calligrafo non mancava. Il Petrarca negli Scrittori Parmensi parla di sedici calligrafi valenti; nella Storia di Parma ne ricorda altri otto. Sappiamo pure di un certo Jacopo Fiorentino, frate camaldolese, il quale, con una pazienza tutta monastica, copiava con caratteri nitidi opere latine e greche. Fu molto stimato in vita e in morte: basti dire che la sua mano destra fu conservata in un tabernacolo come una reliquia di santo. Ma fatta eccezione di questo Jacopo e di altri pochi, i copisti erano una ciurma di speculatori e d'ignoranti che guastavano o sconvolgevano ogni cosa con grave danno delle lettere.

Evviva Giovanni Guttemberg che dette il bando alle tavolette incerate, ai papiri, alle pergamene, ai palinsesti! La stampa, la stampa!

I sonnacchiosi copisti strillarono contro questo nuovo ritrovato e chiamarono la stampa col nome di magìa.

Sì, quale scoperta è stata più magica della stampa? Neppure il Guttemberg poteva mai immaginare che i suoi modesti caratteri mobili, perfezionati attraverso i secoli, avrebbero apportata così straordinaria innovazione nel campo del sapere. Oggi i libri non sono più il patrimonio di pochi privilegiati, nè c'è bisogno di zecchini per avere l'Iliade o l'Eneide. Con una lira avete fino a casa la vostra brava Divina Commedia; l'Iliade tradotta, annotata, commentata, preceduta da cenni biografici sull'autore, una lira; Le storie di Erodoto, una lira; le Tragedie di Sofocle o di Euripide una lira. Abbiamo biblioteche classiche, biblioteche romantiche, biblioteche amene, biblioteche scientifiche ad una lira al pezzo. Ed ogni pezzo è costituito da un volume più o meno tarchiato, ma sempre pregevole.

Fino a pochi anni fa quel capo ameno del Perino vi mandava per cinquanta centesimi i Promessi Sposi, le Poesie del Giusti o del Leopardi, la Gerusalemme Liberata o l'Orlando Furioso. È vero; i caratteri sono un po' minuti, di tanto in tanto sfugge qualche errore di stampa; ma paragonate questi volumi con i manoscritti antichi e c'è da ringraziare la Provvidenza.

Con cinque soldi il Sonzogno vi offre un volume della Biblioteca universale antica e moderna, in cui trovate i migliori lavori letterarî, storici, scientifici, filosofici, politici di tutti i tempi e di tutti i paesi. Come sono preziosi questi volumetti che vi fanno gustare le più belle creazioni dell'arte! Non avete familiarità col greco? con cinque soldi potete leggere nella vostra bella lingua italiana le Odi di Anacreonte, le Rane di Aristofane, il Manuale di Epitteto, le Storie scelte di Erodoto, le Odi di Pindaro, i Detti memorabili di Socrate. Balbettate appena l'inglese? vi sa duro il tedesco? leggiucchiate lo spagnuolo? Questa benemerita biblioteca vi offre tradotti i più bei lavori del Cervantes, del Moro, del Calderon, del Goethe, dell'Heine, del Klopstock, dell'Ibsen, del Wal Wsitman: vi traduce finanche dal Cinese lo Scic-mai-ghan, e per cinque soldi vi dà un Dente di Budda.

Quel benemerito editore va ancora più in là: tre soldi una bella Vita di Dante o del Petrarca o del Manzoni; una piccola grammatica francese, o inglese, o spagnuola; una modesta antologia di prose italiane; brevi racconti morali, un manualetto dei sinonimi più comuni, un compendio di storia.

Evviva il progresso! evviva il buon mercato! Con un centinaio di lire potete acquistare un discreto numero di libri, e metter su una piccola biblioteca a modo.

Romanzi però non ne comprate nè a una lira, nè a cinquanta centesimi. O non sapete che quest'anno un editore di Firenze, il Quattrini, ha avuto un'idea genialissima? Ha detto o pure ha pensato così: “Il romanzo non è un poema, una storia, un saggio critico o filosofico che va letto, riletto, studiato e postillato. Il romanzo si legge e basta. Dunque perchè dargli la forma di un libro e farlo pagare col pepe? Facciamolo comparire sotto gli abiti di un giornale.„ E il signor Quattrini pubblica ogni giovedì un giornale-romanzo, che costa tre miserabili soldi e che contiene un intero romanzo. E che romanzi! Il Padrone delle Ferriere, il Quo vadis?, l'Olmo e l'Edera, La signora dalle Camelie, La vita Militare, Un giorno a Madera, La torpediniera N. 39, Una sonata a Kreutzer.

Insomma per farla breve con sette lire, cinquantadue romanzi completi. E dategli un po' di tempo a questo Sig. Quattrini. Egli promette la serie B, per i romanzi di avventure, la serie C, per i poemi. Insomma fra dieci anni tutti i libri diventeranno giornali.

***

Ma anche oggi ci sono i libri superbi.

Gli scrittori moderni somigliano alle donne: alzano un po' troppo la cresta, quando si vedono corteggiati.

La Divina Commedia, cinquanta centesimi; il Canzoniere, cinquanta centesimi; i Promessi Sposi, cinquanta centesimi; ma l'Idioma Gentile, quattro lire; Maternità, quattro lire; il Santo, quattro lire; la Cena delle Beffe, quattro lire; Leila, cinque; la Nave, sei; Fedra, sette.

E poi questi signori si lamentano che i loro libri non sono popolari. Che pretenzione! popolari a quattro lire? Con i tempi che corrono, pochi possono metter mano al borsellino e sacrificare quattro lire per un romanzo, per un dramma, per una dozzina di novelle o un centinaio di sonetti.

Lo so, altro è un libro che si ristampa, altro è un libro nuovo, ma da cinquanta centesimi a quattro lire ci corre.

Sentite a me: come si fa in teatro? C'è posto per tutti. Il principe, il conte, il barone, l'onorevole, l'alto magistrato si pavoneggia nel suo palco; l'agiato borghese si sprofonda nella poltrona; il povero operaio se ne sta là impalato sul loggione. Si tratta di maggiore o minore comodità, di sedere sul damasco o sulla nuda panca, ma la musica e il canto arriva all'orecchio di tutti con egual dolcezza.

Fate anche voi così. Di ogni opera due edizioni: una economica e un'altra di lusso. Date le illustrazioni, gli acquerelli, i tagli in oro, le legature rosee a chi le vuole; noi studiosi, noi modesti insegnanti, vogliamo sapere semplicemente che cosa avete scritto.

Alcuni l'hanno capito. Lo Zanichelli, ad esempio, raduna tutte le opere poetiche del Carducci: le Odi barbare, le nuove Odi barbare, le Terze Odi barbare, le Rime nuove, Iuvenilia, Levia Gravia, Giambi, Epodi, Intermezzi ecc. e dice: Andiamo, tutta questa roba per dieci lire! E questa roba, com'è da immaginarsi, è andata a ruba.

Imitate lo Zanichelli; sarete più popolari e... farete quattrini!

Il vocabolario.

Prima che lo diciate voi, lo dico io: il De Amicis ha parlato del vocabolario e ne ha parlato da par suo. Questo simpatico scrittore somiglia un po' a Victor Hugo: vuol far amare tutto ciò che egli ama. Seguendo le orme del Manzoni, che ebbe la pazienza di “spogliare e rispogliare il vocabolario„, volle anche lui mettersi all'opera e leggerlo da capo a piedi.

“Che bellezza! Che incanto! Il vocabolario diletta più di un romanzo.„ E per due pagine il De Amicis tesse il panegirico di questo librone, che nessuno, a quanto mi sappia, aveva pensato di mettere sugli altari con tanto entusiasmo.

Però dopo averlo letto e postillato a dovere esclama: Italiani, noi siamo poveri di lingua, noi siamo anemici. Ognuno di noi non conosce che poche centinaia di parole e di modi, e stiracchiando, ricorrendo a perifrasi, cerca di esprimere alla meglio ciò che vuole. Perchè questo sforzo? perchè questa miseria? La nostra lingua è ricca, straricca. Aprite il vocabolario. Voi, ad esempio, dite: — Ho mangiato qualche cosa prima del pranzo, ho preso un piccolo pasto dopo il pranzo, quel piatto era così squisito che n'ho mangiato un'altra porzione. — Che sciupìo di parole inutili, che noiosa ripetizione del verbo mangiare! Colpa vostra, signori miei. Se aveste un po' più di familiarità col vocabolario, direste semplicemente ho fatto uno spuntino o un ritocchino o un contentino.

E il De Amicis da bravo medico prescrive una cura ricostituente per questa anemìa. “Prendete il Fanfani, ultima edizione, mille e settecento pagine, otto volumi di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, cinquanta pagine al giorno. Un anno„.

Benissimo. Un anno di cura, un anno per imparare la lingua, un anno per scrivere davvero con arte!

Molti — piccoli e grandi — vollero far tesoro di quella ricetta e subito si misero all'opera. Ogni mattina, a stomaco vuoto, cinquanta pagine di vocabolario.

Ma che! chi dopo una settimana, chi dopo un mese, chi dopo due, tutti incominciarono a sentirsi male; quelle pillole erano indigeste: ognuno interruppe la cura e non volle più sapere di vocabolario.

Era da immaginarsi. Con questi chiari di luna chi volete che consumi un anno sul vocabolario? Oh! il De Amicis non sa che nel nostro secolo c'è una fretta indiavolata in tutte le cose? Oggi i libri un po' voluminosi si presentano sotto forma di dizionarî o almeno offrono un indice alfabetico analitico, per comodità dei lettori, che non hanno tempo da perdere!

I nostri padri — beati loro! — si leggevano da capo a fondo un grosso volume e spesso ritornavano volentieri a leggerlo; ma oggi, oggi no: i libri che pesano più di duecento grammi ci danno noia e si lasciano dormire nello scaffale.

Proprio in questi giorni, scorrendo un catalogo di opere sacre, ho letto che un certo prof. Sestili ha pubblicato un Dizionario Tomistico ad uso degli studiosi di Teologia e Filosofia. Un tempo gli studiosi postillavano, commentavano la Somma dell'Aquinate, oggi si contentano di leggerla tagliuzzata in un dizionario. Che volete? quella Somma ai giorni nostri è diventata Soma e per conseguenza molto pesante.

Dunque, se i libri si riducono a vocabolarî, è mai possibile che un vocabolario possa diventare un libro e leggersi per disteso come una storia, o un trattato, o un romanzo, tenerlo sul tavolino da notte e portarlo, a fascicoli, nelle passeggiate in campagna? No.

Ma non credete che quel libro abbia perduto il suo dominio! Non volete seguire l'esempio del De Amicis? peggio per voi. Di buona o mala voglia, dovete ricorrere sempre a quel grosso libro. Disprezzatelo, guardatelo con occhio bieco, ma dovete convincervi una buona volta che il vocabolario è il solo, il vero libro indispensabile a tutti. Potete fare a meno della Divina Commedia e della Bibbia (e molti ne fanno a meno); del vocabolario, no.

Prima di tutto bisogna comprarlo. Avreste il coraggio di dire ad un amico “Mandami un po' il vocabolario Italiano?„ Vi sentireste rispondere: “Non hai il vocabolario? compralo.„

Nè basta comprarlo. La maggior parte dei libri si fanno rilegare per lusso: il vocabolario per necessità. Quel librone, a differenza di tutti gli altri, lavora, lavora molto: occorre quindi che sia rilegato in pelle e pelle fortissima. Di più, tutti i libri, piccoli e grandi, belli e brutti, utili e inutili, se ne stanno negli scaffali. Appena comprati, restano pochi giorni sul tavolino; alcuni si leggono, altri si sfogliano; ma tutti, letti o non letti, raggiungono la loro residenza stabile. Il vocabolario invece, dal primo giorno che è entrato in casa, se ne sta sempre sul tavolino. Accanto al calamaio, alla penna, alla cartella, il vocabolario. Spesso per i vostri studi avete bisogno di consultare molti libri; ne prendete uno, poi un altro. Dopo una settimana il tavolino n'è pieno: quei libri si accavallano maledettamente. Che disordine! Che oppressione! Bisogna far piazza pulita, bisogna che ognuno ritorni al suo posto. Ma il vocabolario non si muove: il suo posto è là, sul banco del lavoro.

Sentite: se entrando in una stanza da studio, non trovate sul tavolo il vocabolario, dite subito: “Qui non si legge, nè si scrive„! Infatti è mai possibile leggere o scrivere, senza ricorrere a lui, consigliere, maestro, despota del nostro patrio linguaggio?

La legge ha il Codice, la Chiesa il Concilio di Trento, la lingua il vocabolario. Potete rasentare il codice, ignorare il Concilio di Trento, ma il vocabolario, no. Dal giorno che avete incominciato a scrivere due parole siete suo suddito.

Che dittatore, che autocrate! Non discute, decreta; non consiglia, comanda. Il giudice per formulare e rafforzare la sua sentenza richiama articoli e testi unici; il vocabolario non ha bisogno di altre autorità: è lui la Legge, lui la Cassazione, lui l'Alta Corte.

Come è modesto nella sua grandezza, come è superbo nella sua pedanteria! Sempre pronto alle vostre chiamate, sembra un servitore, ed è un padrone!

Non è botanico e vi parla di piante; non è medico e vi fa conoscere le malattie, cui andate soggetto; non è un Santo Padre e vi descrive il Paradiso. Entra nei postriboli e nelle chiese, vi porta in mare e in cielo! Che verista! Ciò che voi non avete il coraggio di dire neppure con gli amici più intimi, egli lo dice, senza sottintesi, a tutti: lo dice ai vecchi, agli adulti, ai ragazzi, alle fanciulle. Non ha scrupoli, nè reticenze, non professa nessun sistema, non appartiene a nessuna scuola, non impone nessuna morale. Dite quello che volete; predicate in chiesa o nella camera del lavoro; calunniate o incensate; pregate o bestemmiate; educate o corrompete; incitate alla guerra o consigliate la pace: il vocabolario vi seconda sempre.

Cattolici, protestanti, ebrei, panteisti, razionalisti, modernisti, massoni, atei: aprite il vocabolario; per formulare a dovere il vostro credo, avete bisogno di lui!

Monarchici, repubblicani, socialisti, anarchici, terroristi, nichilisti, il vocabolario! Per predicare il vostro verbo, dovete ricorrere a lui.

Che gran complice! Eppure chi glie ne fa una colpa? chi lo chiama responsabile delle utopie, delle stranezze, dei paradossi, delle abberrazioni che si pensano e si scrivono?

Il vocabolario, pure essendo di tutti i colori, di tutte le tendenze, resta sempre il grande areligioso, apolitico, amorale. È l'unico libro, che mentre fornisce a tutti il materiale, può, in ogni quistione, in ogni polemica, esclamare come Pilato: — Io me ne lavo le mani! —

Questo furbo non fa che definirvi le parole, registrarvi le frasi, i motti, i proverbi. Non tenta, non solletica, non seduce; siete libero di scegliere ciò che volete: ne ha per tutti i gusti.

Agli innamorati presta il dolciume, al pessimista le parole di colore nero, al rivoluzionario le mitraglie, all'asceta le vaghe aspirazioni, all'umorista le arguzie, al maligno i sarcasmi, all'invidioso gli scherni.

Dovete scrivere in prosa? Il vocabolario vi offre parole piane, facili, casalinghe. Amate scrivere in versi? Il vocabolario vi presta parole dolci, diafane, armoniose. Che? dovete preparare un discorso che faccia rumore? ricorrete a lui: ha un centinaio di parole rimbombanti che fanno al caso vostro.

Ah! se aveste la pazienza di cercare, frugare, rovistare quel librone, potreste esprimere una vostra idea in venti, trenta modi differenti e produrre venti, trenta effetti diversi.

***

Eppure questo libro che vi favorisce in tutto, che è sempre pronto a servirvi, non è amato, no; è sopportato, lo si considera come un grande importuno; che vuol ficcare il naso in tutte le cose.

Domandate ai vostri ragazzi che ne pensano del vocabolario. Dio mio, è il libro più antipatico! Almeno quegli elementi di storia hanno dei fatterelli piacevoli, il libro di lettura attira con qualche raccontino; ma il vocabolario? pesa un mondo e annoia per dieci.

Ogni giorno bisogna portarlo a scuola, ogni giorno bisogna riscontrare, trascrivere e mandare a memoria dieci vocaboli. Il maestro spesso grida: — Come, roba con due b! perchè non l'hai trovato nel vocabolario? — E così i vostri poveri ragazzi, per non avere rimproveri a scuola e castighi a casa, ricorrono al vocabolario. È un libro che li perseguita sempre e da cui non possono liberarsi. Scrivono il componimento italiano? Dopo aver consumato due ore a mettere insieme dieci periodi, vocabolario per i benedetti errori di ortografia. Mandano a memoria una poesietta, un brano di prosa? vocabolario per assicurarsi del significato di tre o quattro parole.

Hanno torto i ragazzi a considerarlo come un libro noioso? Non credo.

Hanno torto invece gli scienziati, i quali vorrebbero fare a meno del vocabolario. Essi dicono: “Il vocabolario a noi? Ma non sapete che la scienza ha un linguaggio proprio, ha parole tecniche, che non sono italiane, nè francesi, nè tedesche, ma scien-ti-fi-che! La scienza è universale, e quindi è libera di servirsi dove vuole e come vuole!„

E così i medici, ricorrono direttamente al greco antico e, per intimorirci di più, battezzano le malattie con parole lunghe un metro; i naturalisti si servono del latino; gl'ingegneri rubano un po' da per tutto. E la lingua italiana? Si lascia ai letterati di professione. Finchè si frequentano le scuole secondarie, si studia un po' di lingua; ma dopo il liceo, si manda a quel paese. Ognuno prende la sua strada. Chi entra nelle cliniche, chi si cristallizza coll'algebra e con la trigonometria, chi si dà anima e corpo all'elettricità, chi si rinchiude in un osservatorio per studiare, la luna, il sole, e le stelle fisse o erranti, chi si ostina e restarsene, giorno e notte, in un sotterraneo per darvi la lieta novella che all'ora B, al punto C, c'è stata una forte scossa di terremoto, e chi va ramingo per piani e per valli, in cerca di piante rare. E così ognuno vive nel suo mondo, ognuno legge i libri del proprio mestiere.

La letteratura? Che letteratura! Ricordano come un sogno di aver un tempo letto l'Iliade, il Furioso, i Promessi Sposi. Oggi hanno altro per il capo.

Eh! signori miei, fate male; potete dare il ben servito a tutti i libri, ma al vocabolario, no. Prima di essere medici, astronomi, naturalisti, ingegneri, siete italiani ed avete il sacrosanto dovere di parlare e scrivere in lingua italiana. E poi... non vi siete accorti che il vocabolario si vendica degli apostati? Voi consumate i migliori anni nello studio, vi affaticate, incanutite innanzi tempo, ma la scienza resta sempre il patrimonio di pochi. Perchè? Perchè i vostri libri sono scritti in una forma arida, stucchevole, saracinesca. Ricorrete al vocabolario, fatevi guidare da lui. La scienza sarà popolare e un po' di popolarità l'avrete anche voi.

***

Faccio una proposta: presentatevi a un uomo di Governo, a un'Eccellenza, a una sotto-eccellenza e parlate di lingua! Sareste accolto con un sorriso canzonatorio! Questi signori del Ministero, che hanno in mano i destini della patria, non possono pensare alla lingua.

L'alta politica assorbe, l'alta politica è come l'amore: fa perdere tutti i sensi. Appena un giurista, uno scienziato, un cultore di lettere ha la fortuna o la disgrazia di afferrare un portafogli o mezzo portafogli, addio professione, addio studî! Non è più medico, avvocato o letterato, è un uomo politico.

Valga per tutti l'esempio dell'on. Sacchi. Chiamato per la prima volta da Sonnino a guardare i sigilli reali, corre a Torino, licenza clienti e scrivani e chiude bottega. Che avvocato e avvocato! Il ministro è ministro! Roma, la potente incantatrice, lo chiama a sè, e lo trasforma in un matematico; gli presenta dieci, dodici problemi — problema economico, problema finanziario, problema del mezzogiorno (siamo diventati un problema, noi del Sud!) e gli dice: “risolvi„.

Eppure questi uomini, che volontariamente, per la salute... della patria, si espongono alla terribile prova, e diventano vittime del quarto potere, che li spia, li sorveglia, li censura; oltre a doversi parare i colpi mortali delle estreme destre e sinistre, — oggi veramente non più: gli estremi si son toccati e l'opposizione la fanno i liberali del centro —; oltre al pericolo di trovarsi domani dinanzi all'Alta Corte di giustizia per il redde rationem, questi uomini debbono pensare, — guardate un po'! — alla lingua e consultare il vocabolario. Specie il Ministro della Pubblica istruzione, questo Pontefice Massimo dei nostri studi, deve maneggiar bene il patrio linguaggio. Nè lo dico per celia: il ministro Baccelli si permetteva di dire in pubblica Camera, che il Bonghi guardava il letto. Subito l'Imbriani a rimbeccarlo: “Guarda il letto! Ma non sa il signor ministro della Pubblica Istruzione che guardare il letto è francesismo?„

Il Baccelli tacque: aveva torto.

Ricordate lo scandalo di quattro anni fa? Dalla Minerva vennero fuori certi temi d'italiano! I professori si guardarono in faccia e a bassa voce si andavano susurrando, non senza compiacimento: — hanno perduto la testa quei signori! — Ma il ministro non aveva perduto la testa, no; aveva solo dimenticato di consultare il vocabolario. E questa dimenticanza continua. Spesso dopo aver letto una circolare vi viene la tentazione di scrivervi sotto a grossi caratteri — vocabolario — e spedirla raccomandata “a Sua Eccellenza il Ministro della Pubblica Istruzione„.

Al ministro? Ma è lui che scrive le circolari? Quel poveretto non ha neppure il tempo di grattarsi il capo: firma, non scrive. Questa, però, non è una buona ragione: chi firma, ne assume la paternità. Anche la cambiale si firma, e noi, disgraziatamente, sappiamo a prova quali danni morali e finanziari può regalarci quel pezzetto di carta, a cui appiccichiamo la nostra riverita firma.

Il Ministro è occupatissimo. Ne convengo. Ma, Dio benedetto! invece di mandar fuori in un anno, centinaia e centinaia di circolari, di normali, di ministeriali, che lasciano il tempo che trovano, se pure non si contraddicono e non ingarbugliano di più la matassa, ne scriva una dozzina, una al mese, avrà così il tempo di studiarle meglio e di presentarle, con l'aiuto del vocabolario, in bella forma italiana.

***

Dunque vi siete convinti che il vocabolario è indispensabile a tutti! Chiamatelo pedante, importuno, seccatore, ma dovete tenerlo sempre sul tavolo, anzi... Qui mi fermo, voglio prima raccontare un aneddoto.

Siamo in un caffè. Un signore dall'aspetto aristocratico, sorseggiando una bella tazza di moka, dice al cameriere:

“Di grazia, potrebbe favorirmi una cartolina postale?„.

— Presto servito. —

In un attimo il cameriere ritorna con penna, calamaio e cartolina. Il signore lo ringrazia con un sorriso, dà l'ultimo sorso al moka, inforca gli occhiali e si mette a scrivere. Scrive, scrive; ad un tratto si ferma. Dà uno sguardo all'intorno, resta un po' sopra pensiero, carezza i suoi enormi scopettoni, riprende la penna, la immerge nel calamaio e resta così. Poi di botto, con la sinistra preme il campanello elettrico.

Si ripresenta il cameriere.

— Il signore desidera? —

“Scusi, sa', mi favorisca il vocabolario italiano.„