MEMINI

MIA

ROMANZO

MILANO

GIUSEPPE GALLI, LIBRAJO-EDITORE
Galleria Vitt. Em. 17 e 80.

1884


Proprietà letteraria
Tip. L.F. Cogliati


I.

Di provincia, questo sì, ma una casa colossale e delle ricchezze degne della storica nobiltà del nome; una casa come ce ne son poche ormai, mercè la sacra e rovinosa giustizia, cui dobbiamo l'abolizione dei privilegi di primogenitura.

E (incredibile ma vero) l'attuale capo della casa, Sua Eccellenza il signor Principe d'Astianello, un bell'uomo sui quarantacinque anni, vedovo, con una sola bambina, non voleva saperne di rimaritarsi.

Non già che gli fossero mancati suggerimenti in proposito. Amici, parenti, chi aveva diritto a dar parere e chi non l'aveva, tutti battevan quella solfa. Gli parlavano continuamente di visetti adorabili, di doti cospicue, di educazioni finitissime, di alleanze sovrane. Egli non diceva di no, non sfuggiva la visuale dei visetti adorabili, non sprezzava le doti cospicue, lodava le finite educazioni, onorava le quintessenze di sangue bleu... ma, ecco qua: non sposava!

E però egli era severamente giudicato da un venerabile sinodo di nonne, di mamme e di zie, cui teneva bordone un coro, più timido ma non meno malcontento, d'interessanti vedovelle. Egli non parlava mai della defunta Duchessa; non pareva, nè era infelice. Era quasi sempre gioviale e di buon umore. Non era per nulla un santo padre del deserto, godeva largamente e pacificamente dell'esistenza. Non s'occupava di politica, ma se se ne fosse occupato sarebbe stato un conservatore feroce e un implacabile codino. Lo era bensì per conto proprio ed in casa sua, dove serbava gelosamente inalterate le costumanze e le tradizioni della famiglia.

In casa d'Astianello c'eran sempre state le razze di cavalli; orbene, egli continuava quell'abitudine, le razze ci sarebbero sempre, per l'appunto. L'estesa dei pascoli era immensa e colà nitrivano e sgambettavano i puledri delle cavalle ch'egli aveva ereditate puledre dal padre suo. Le razze di casa d'Astianello erano antiche e pregiate e costituivano una questione di dare ed avere non indifferente nonchè una delle più apprezzate vanaglorie della famiglia. Il Principe, a dirla qui fra noi, non se ne intendeva più che tanto, ma altri della casa se ne intendeva per lui e qualchevolta i suoi cavalli, buscavano il premio alle esposizioni ippiche. E allora che baldoria nella tenuta!

Il Principe amava parlare dei suoi cavalli. Specialmente quando qualche imprudente e zelante amico tentava intavolare, anche alla lontana, quel benedetto argomento del matrimonio. Allora sì che entrava in campo la scienza ippica. Il Principe prendeva a sfoderare le sue cognizioni in fatto d'allevamento. Apriti cielo.... S'intende piova, ma non tempesta. Ed era invece tempesta, ma così fatta, a chicchi così grossi, così innumerevoli che il povero interlocutore seccato a morte, stordito, assordato, non vedeva l'ora di battersela e alla prima interruzione, se la batteva senz'altro. Il Principe rideva e continuava... a non sposare.

Da qualche anno in qua il nerbo degli amici cospiratori aveva mutato sistema. Avevano detto: lasciamo fare al tempo. Ma il tempo passava senza recare sulle sue decrepite ali una seconda principessa d'Astianello.

Eppure il Principe aveva, a modo suo, amata moltissimo la sua povera moglie. E forse appunto per questo egli era ora così fedele alla memoria di lei e alla propria libertà.

Oltre a queste due sante cose, il Principe amava molto la sua bambina e il pensiero di darle una matrigna gli tornava odioso. Non già che vivesse molto con lei o che attendesse egli stesso alla sua educazione. Ma gli era caro veder bazzicare per l'ampio dei grandi saloni quel nonnulla di bambina, quella cosuccia bianca, delicata, soave, che non voleva saperne di crescere, che nello studio non faceva grandi progressi e non era nè impertinente nè spiritosa, ma che veniva su adagino, lentamente come uno dei fiorellini esotici della serra e che voleva tanto bene a lui. Gli era caro, quando saliva a cassetta per condurre il tiro a quattro, veder la ragazzina andare in estasi e contemplarlo rapita, come avrebbe contemplato un re, seduto in trono. Una sola cosa gli dispiaceva; che la sua Camilla (Milla per amore di brevità) fosse così timida e paurosa. E il bello è che essa non diceva mai: ho paura. Ma come diventava smorta quando cominciava il temporale come tremava quando suo padre parlava di metterla in sella; che sgomento nei suoi occhioni amorosi quando egli aveva la crudeltà di pretendere ch'ella assistesse in giardino ad un esercizio di tiro colla carabina Flaubert! Decisamente Camilla non aveva in sè la stoffa di un'amazzone. E il Principe, dopo essersene un po' stizzito, finiva collo scusarla, considerando che già.... veramente era un po' delicatina.

Ora anzi stava meglio di prima a furia di cure e d'aria d'Astianello, ma non era proprio il caso di tormentarla nè per l'ardire, nè per l'amore allo studio. Tutte cose che verrebbero poi a tempo debito. E se non verrebbero... nemmen più tardi... poco male!

Il Principe, un po' per gusto proprio, un po' per la bambina, passava buona parte dell'anno ad Astianello. Quella gran libertà della campagna, la sovranità assoluta ch'egli vi esercitava, si confacevano al suo carattere di feudatario benigno. Si sa; ogni tanto una scappatina o a Parigi o a Torino, o a Firenze per rifarsi un po' della solitudine. Bene spesso un'invasione d'amici alla villa; qualche grande caccia che vi riuniva delle gaie brigate, occasioni gradite d'esercitare una ospitalità larga, franca, veramente opulenta nella stessa sua semplicità. Nessun cerimoniale, s'intende, nessun sussiego, tutto schietto, alla mano, un po' all'antica, abbondanza eccessiva, una buona dose di sperperi e d'abusi, ma lieta anche questa, quasi consacrata dall'abitudine e dalla gratitudine. Una moltitudine di persone di servizio, per far poco o nulla, ma per scialare allegramente alle spalle del padrone che ignorava molto e tollerava assai, ed era oggetto, da parte di quanti se la godevano alle sue spese, d'una specie di culto, grossolano forse, ma se non altro sincero.

La villa era bellissima, vecchia, ma d'un'architettura già emancipata dallo stile greve e freddamente monumentale del più delle sue contemporanee. S'alzava in mezzo al giardino su un rialzo di terreno che componeva una vasta spianata tutta coltivata a fiori. Di fronte alla facciata principale, si stendeva un viale di antichi ipocastani che facevan capo ad un'ampia cancellata e all'entrata della villa. Il viale costeggiava a destra il vastissimo fabbricato delle scuderie, a sinistra il giardino.

I fabbricati rustici dipendenti dalla villa, rimanevan colati dietro un folto boschetto di cipressi e celavano alla lor volta l'immediata vicinanza delle prime case del villaggio. Ond'è che bene spesso, un contadino, di ritorno dai campi o che avesse premura, si metteva francamente pel viale e passava rasente alla villa senza che nessuno ne facesse caso. Il cancello d'entrata era sempre aperto durante il giorno. Il giardino era, come dissi, ricchissimo di fiori. Sulla spianata, a ridosso della facciata principale, una doppia gradinata, bipartendosi lateralmente da una fontanina, saliva, sino alla terrazzina del primo piano, mettendolo così in comunicazione diretta col giardino. Quelle due scalinate avevano una fisonomia gentilmente teatrale d'idillio, colle loro barocche ringhiere ammantate da fitte diramazioni di rosai, di serenelle, di caprifoglie; era come un'invasione di fiori, intenti a dar la scalata alla casa.

Peccato che la finestra del terrazzino fosse sempre chiusa!

Dietro c'era una bellissima stanza da letto, tutta parata in raso celeste. Quella era la camera matrimoniale del Principe e la Milla v'era nata ma egli non ci metteva mai piede, nè permetteva che alcuno l'abitasse.

Milla dimorava in un'altr'ala della casa. Aveva anch'essa uno stanzone grande e ricco e il suo piccolo lettuccio pareva ancor più piccolo in quella severa vastità d'ambiente. Ma, come a correggere l'esiguità di quel lettuccio di bimba, accanto a questo s'accampava maestoso l'ampio letto ove stendevansi pudicamente ogni sera, l'ossea carcassa e le forme allampanate della rispettabile Miss Rhoda Spring, la governante inglese della Principessina. A dire vero, Miss Spring non faceva grande onore al suo poetico nome. La primavera di quella degna signora era da più anni compiuta ed era difficile persino il ricordo delle mammolette e del ritorno delle rondini davanti a quella formidabile persona, così maestosamente, così intrepidamente brutta. Con tutto questo Miss Spring era un angiolo insulare di zitellona, buona, ingenua, candidissima; ma nel villagio e nella tenuta non godeva le simpatie dell'universale. Abituati a stimare altamente le razze di cavalli inglesi e a pregiare sovra ogni altra, le puledre venuto dall'Irlanda, quella brava gente non poteva capacitarsi come una compaesana, per esempio, di Lady Rowena (quella famosa morellona che aveva portato via il premio all'Esposizione di Roma) potesse essere così brutta, e avere dei piedi cosiffatti, e una faccia smorta, che pareva il muso d'una cavalletta. Il male era che, per l'appunto, il Principe aveva scritto a un suo amico a Dublino di mandargli una cavalla così e così. Infatti avevano viaggiato, si può dire, di conserva, ma, giungendo, non avevano incontrato per nulla lo stesso aggradimento. Il che non vuol dire però, che non avessero entrambe fatta, ciascuna a modo suo, eccellente riescita: Rowena era l'idolo della scuderia, e Miss Spring era l'idolo di Camilla.

A dirla schietta, non ci voleva poi gran che per diventare l'idolo della Milla. Il suo cuoricino di bimba aveva un grande bisogno di voler bene.

E in quella baraonda di casa, fra quell'andirivieni di gente, esclusivamente occupata di cavalli e dove l'elemento femminile non era rappresentato che dalle guardarobiere o dalle mogli dei fattori e dei palafrenieri, una donna che si occupasse della bambina, che le usasse certe cure, doveva, senza fallo, occupare un posto importante nell'animo suo. Milla poi aveva un benedetto carattere.... Si affezionava presto, con un grande ardore, che durava, nutrendosi del proprio elemento, esaltandosi, raffinandosi, facendosi sempre più scevro d'egoismo. Oh! come aveva amata quella zoticona della sua balia, rimastale vicino sino a che ella avesse raggiunto il settimo anno! Che pianti, che disperazione quando dovette lasciarla! E ora, ecco, il suo amore era Miss Spring!

Certo; Miss Spring era proprio una buona donna, e anch'essa s'era affezionata assai alla Milla.... Credeva in piena buona fede di far l'educazione di quella creatura.... darling Milla! Ma in realtà darling Milla si educava da sè sola, colla dolcezza infinita, soave del suo carattere, col suo ardente bisogno di voler bene. Non faceva immensi progressi nello studio, era molto timida, e non era punto furba; ma questo cosa importava?....

Il signor Principe aveva raccomandato di non seccarla troppo, povera piccina, con tutte le storie in ia...; non si curava affatto d'aver una bambina prodigio, e d'altronde era di parere che una donna ne sà sempre abbastanza. Ond'è che Milla passava sole poche ore del giorno nel salotto così detto di studio, e quando il tempo lo permetteva, lei e Miss Spring vivevano all'aria aperta, a passeggio o in giardino. Anche il medico aveva suggerito di far così; e realmente, nulla poteva tornar più giovevole alla salute della bambina. Miss Spring prediligeva l'ombra fitta e fresca degli ipocastani; a mezzo il viale, dal lato del giardino, il Principe aveva fatta fabbricare una specie di capanna rustica con dei banchi e qualche seggiola, e questo era il quartier generale della governante e dell'allieva. A destra, a capo al viale, la casa; a sinistra, in fondo al viale, il cancello sempre aperto; dietro il giardino; davanti, il muro basso, rossiccio, interminabile delle scuderie.

Quanta gente ci viveva su quel lusso delle scuderie! L'allevamento era una fonte continua di prosperità e di guadagni per la popolazione di Astianello, e quasi tutte le braccia valide vi trovavano sicuro impiego. E come andavano superbi di appartenere alla tenuta del signor Principe! I cavallanti, poi, in ispecie formavano quasi una corporazione privilegiata, dove la successione si trasmetteva di padre in figlio. Avevano la riputazione d'essere esperti, arditissimi, anche un po' temerari, se si vuole. Li chiamavano i diavoli d'Astianello, ed essi erano lusingatissimi della loro denominazione e si sforzavano di farle onore, cavalcando sempre di carriera, portando il berretto in un modo speciale e usando un certo linguaggio, pittoresco all'estremo, che strappava degl'innumeri shocking! dalle labbra smorte di Miss Spring. Ma i cavallanti, forse perchè non capivano il pudico valore di quella parola, non ristavano dall'infiorare i loro discorsi di quelle energiche locuzioni. Era un'abitudine, un vezzo come un altro; probabilmente essi eran persuasi che ciò contribuisse assai al chic della professione. I più giovani naturalmente esageravano questa pretesa; tra i ragazzi poi, i cavallantini in erba, era una cosa terribile. Bisognava sentir Drollino, per esempio! Era per l'appunto il ragazzo più taciturno della tenuta; ma le poche parole che diceva eran tutte moccoli.... proprio tutte!

Che tipo curioso quel Drollino! Veramente si chiamava Pietro, ed era figlio d'uno dei più bravi cavallanti della tenuta. Le consuetudini del dialetto della provincia avevano alterato il suo nome, allungandolo: ne avevan fatto, Pedrolo. Senonchè, per distinguerlo dai molti altri Pedroli e dal padre stesso, che si chiamava pur egli così, il nostro Pedrolo diventò Pedrollino; poi, per abbreviare, si disse Drollino. Egli portava bene quel nome spiccio. Era un ragazzeto sui dieci anni, magrissimo, con una faccia fina, piccola, espressiva, abbronzata dal sole ardente dei pascoli. Sua madre era morta nel darlo alla luce, ed egli, che non amava la matrigna, non voleva saperne di stare in casa... era sempre a zonzo pei pascoli, col padre suo o solo. A scuola non ci voleva andare; veniva su alla libera, ignorante come un ciuco, di tutto ciò che non fosse cavalli. Con questi, si sa, pane e cacio; ed egli preferiva assai trovarsi in mezzo ai puledri che coi compagni suoi. Cavalcava già, con destrezza mirabile. Il male era che s'affezionava tenacemente agl'individui della razza, e, se accadeva la vendita di qualche pariglia o di qualche allievo del quale egli si fosse personalmente occupato, considerava quella misura quasi come un insulto personale, digrignava i denti, bestemmiando come un Turco e per più giorni batteva la pianura come un zingaro. Poi l'amore pei cavalli lo vinceva e la pecorella tornava all'ovile.

Ragazzo com'era aveva già una salda esperienza del suo mestiere; ne sapeva quasi tutte le malizie; ciò che piace ai cavalli e ciò che dà loro ai nervi. Era un po' prepotente e quando imbizzarriva, tirava calci e mordeva.—Mi spiace a dirlo, ma temo che Drollino non avesse sulle parole tuo e mio delle nozioni d'una precisione matematica. Il frutteto riceveva spesso qualche sua visita notturna e il giardiniere trovava sempre mancanti all'appello certi limoni acerbi ch'egli contava spesso con una cura piena di speranze. E Drollino amava molto i limoni acerbi... Ma non si lasciava mai cogliere sul fatto. Con tutto ciò era un ragazzo simpatico... aveva certe qualità indicatissime pel suo mestiere. Oltre ai cavalli adorava il suo padrone. Gli rubava i limoni è vero, ma per lui si sarebbe fatto ammazzare, quando occorresse. Per Drollino il possessore di tutti quei cavalli, di quella tenuta immensa non poteva essere un uomo come gli altri. Era maestà infinita, senza pari. E quando pensava che, se il padrone non si rimaritava, tutta la tenuta, la villa, lo spazio immenso delle campagne apparterrebbero un giorno a quella creaturina vestita di bianco che giocava nel viale, la bambina assumeva ai suoi occhi un aspetto fantastico; diventava un essere straordinario anche lei, come una specie di deità, destinata a uno splendore incomparabile di avvenire. In quello, al povero Pedrolo, il padre di Drollino, accadde un brutto caso. Un puledro mal domo, ch'egli stava governando, gli sferrò un calcio terribile nella coscia. Il poveretto ebbe a restare coricato per quaranta giorni e quando s'alzò s'avvide con immenso dolore d'essere ormai irrimediabilmente sciancato! Si trattava dunque di rinunziare ai cavalli. Che colpo per il povero cavallante.... non poteva crederci, non sapeva rassegnarsi! Ma il Principe impietosito seppe assicurargli un posto che, da un lato almeno, tornava consono alla vocazione del ferito e alle sue attuali condizioni di salute. Lo fece portinaio delle scuderie coll'alloggio accanto a queste. Pedrolo non governava più i cavalli liberi, ma vedeva gli altri, li udiva, poteva passeggiar tutto il giorno arrancando colla sua gamba storpia nei pressi della scuderia. Drollino naturalmente aveva seguito il padre nella sua nuova dimora.

Ma con quanto dispiacere! Scappava laggiù ai pascoli tutte le volte che poteva; ma pure ogni tanto gli toccava star in casa! Almeno se avesse potuto lavorare in scuderia! Ma i palafrenieri e i cocchieri non eran punto teneri pei cavallanti; ed i mozzi erano in continua lite con quel ragazzotto insolente, facevano apposta a non lasciarlo giungere sino ai cavalli, lo canzonavano quando egli pretendeva dar pareri.

Drollino si rodeva (forte dei suoi bricioli di esperienza), del suo acuto istinto d'osservazione. Pensava a fuggire definitivamente. Aveva un certo progettino; voleva, un giorno o l'altro, rubare un cavallo e poi scappare, andarsene nella pianura illimitata. Capiterebbe Dio sa dove, ma intanto avrebbe un cavallo suo, proprio suo, tutto suo! Cristo!... che cosa!.... avere un cavallo suo!

Quando Drollino non ardiva allontanarsi soverchiamente dalla casa nuova gironzava pel giardino e bene spesso scavalcando un muricciuolo, capitava nel viale. E così fu che s'imbattè varie volte colla Milla occupata ad ammonticchiare le castagne d'India, cadute dagli alti piantoni. Dapprima, sgomentato, fuggiva come se vedesse la versiera; poi s'era fermato a guardare, poi un sorriso della Milla gli aveva dato il coraggio di fare un passo avanti, poi avevano scambiata qualche parola e avevano finito col mettersi a giocare assieme. Miss Spring sulle prime aveva mossa qualche obiezione; poi, vedendo che il ragazzo si conduceva bene e che le sue letture riescivano meno interrotte dacchè Milla aveva un compagno, finì per permettere che il fiery boy giocasse colla padroncina. Essa lo chiamava così: «ragazzo ardito»; e in fondo non le dispiaceva. D'altronde, come il più delle sue connazionali, aveva nel sangue un po' di manìa di proselitismo e le era balenato nell'animo che in quel ragazzo indomito ci fosse qualche cosa di convertibile. E se Milla, come quell'angelica Evelina della Capanna dello zio Tom, fosse destinata a ricondurre sulla buona strada il fiery boy e farne per lo meno un tetotaller?... I tetotaller.... erano il sogno di Miss Spring. Essa aveva molta fede, molta immaginazione e i moccoli di Drollino nascevano così fitti, così smozzicati fra i denti, che la credula governante, udendoli, non li capiva e sorrideva benevolmente osservando quanto i nostri differenziano dai dialetti della sua nativa natura e verde Erinni.

Certo è che i moccoli di Drollino erano d'una specie affatto particolare. Li pronunciava a mezza voce, con un tono secco, stridente, come se masticasse dei bottoni di porcellana. La Milla però li capiva e se Miss Spring non era vicina lo sgridava.—Ah! Drollino! non sta bene!—diceva con un'aria patetica di rimprovero.

E Drollino a furia di sentire quella vocina dire che i moccoli non stanno bene cominciò ad arrossire ogni volta che, per caso, gliene sfuggiva detto uno. Non già che non fosse stato mosso qualche appunto al suo linguaggio, anche prima; ma chi gli faceva queste osservazioni gliele faceva a suon di ceffoni e di tirate d'orecchio ed egli trovava più comprensibile il linguaggio di Milla.

Erano bimbi affatto e giocavano di gran cuore. Egli le usava certe attenzioni, delle quali nessuno l'avrebbe creduto capace. Le compose un'altalena, e le rimproverò la sua dappocaggine e la sua paura dei cavalli. Le portava degli uccellini semivivi, dei gatti d'una magrezza incredibile; una volta le portò persino una marmotta, ancor mezzo addormentata. Essa serbava spesso per lui qualche dolce del desinare. Allora Drollino, che era fiero e non voleva mangiare i dolci a ufo, le recava delle pesche stupende rubate per lei con somma maestria e non lieve pericolo, dal frutteto stesso della villa. La bambina, complice innocente, mangiava con piacere le frutta proibite! Invertita, ma pur sempre la scena eterna di Adamo ed Eva!

Il Principe aveva visto più volte sul viale i due piccoli compagni di gioco, ma la cosa non gli fece la minima impressione. Trovò anzi che era naturalissimo. E lo era infatti, col sistema e le abitudini quel tempo in cui egli pure era stato bambino!

Drollino giocava molto e parlava poco. Ma ora che era proprio in confidenza colla Milla gli veniva fatto ogni tanto di accennare alla sua grande, indomabile passione, i cavalli. Oh come rimpiangeva l'epoca anteriore alla disgrazia di suo padre!—Oh se sapessi, Milla.... cos'è!...—S'animava narrando le gioie della vita libera, le voluttà delle corse sfrenate in groppa ai puledri vellosi! Oh! se l'avesse lui.... un cavallo! Ma lo avrebbe voluto piccolo, appena nato, per poterlo domare, educare.... Suo! suo! suo!... gli occhi gli scintillavano d'entusiasmo.

Un giorno capitò sul viale come un uragano.

—Oh Milla! se sapessi! è nata or ora.... lì in scuderia.... da Rowena.

—Chi?...—chiese innocentemente la bambina.

—Una puledrina!... Se la vedessi! dicono che sarà una meraviglia. È grande così, guarda, come Lupo, il mastino di guardia! Se fosse mia, ah Cris....

Si fermò perchè Milla faceva un visino scandalizzato.... Alzò le spalle, con un atto sprezzante poi, di volo, ritornò verso la scuderia.

Ci stette tardi, sin che potè.... sinchè il mozzo di guardia non lo mandò via minacciandolo d'una pedata. Implorò di poter passare la notte, lì sulla paglia, accanto alla neonata. Ma invano. In scuderia, passate le dieci, non potevano rimanere se non le persone addette al servizio notturno.

Uscì agitatissimo, con un desiderio febbrile di tornare là dentro. Non poteva spiccarsi dai pressi della scuderia. Ronzava continuamente attorno all'uscio serrato, correva di qua e di là, assorto nel pensiero che tutto lo dominava; aspettando impazientemente l'alba che gli avrebbe agevolata l'occasione di tornare in quel paradiso perduto e di cacciarsi in un cantuccio. Oh! non importa dove, pur che fosse là, vicino al box, dove Rowena collo sguardo stanco memore del male sofferto e fatta ancor più intelligente dalla recente maternità, fissava la piccola bestiolina pelosa che ancora non sapeva reggersi in piedi.

Così venne la mezzanotte.

Era un tempaccio tempestoso: una luna color di sangue acceso battagliava con una irosa schiera di nuvoloni plumbei, che la volevano affogare. Lontano lontano, in un denso nereggiamento dell'orizzonte, si susseguivano, con un brontolìo cupo e prolungato, tre o quattro voci di tuoni, intesi a soperchiarsi l'un l'altro. A un tratto, in mezzo a una folata di vento che passava, soffocata rasente al suolo, Drollino sentì poco lungi un certo fischio sommesso, che col vento non aveva nulla a che fare.

—Cosa sarà?—disse il ragazzo insospettito ma senza paura. Era già nell'ombra; vi rimase, anzi s'ingolfò meglio nel buio, passando dietro una gran macchia di ortensie e coll'acutissimo sguardo prese a indagare, per quanto gli riesciva, il vasto sfondo del viale. Non andò guari che un secondo fischio, ma stavolta appena percettibile all'udito, gli giunse da quella direzione. Poi vide confusamente un gruppo di due o tre persone camminare lente, con somma cautela, verso il fianco settentrionale della villa.... dove per l'appunto si trovavano le dispense e i tinelli della servitù. Drollino indovinò che quella silenziosa comitiva erano ladri.

Non si sgomentò, non smarrì nessuna delle sue facoltà. Senti un'acre gioia di averli veduti, di potere sventar i loro progetti.—Ah! birbanti!—pensò con trasporto....—or ora vi servo io!...

Svoltò l'angolo della villa, si mise pel fossatello, e, scivolando come una serpe per l'erba agitata dal vento, fu in un lampo alla corte rustica. Svegliò il fattore, un vecchio animoso, che alla sua volta destò e fece armare frettolosamente cinque o sei dei più arditi famigli. Guidata da Drollino, la piccola comitiva avviata a sorprendere i malviventi si recò nel luogo accennato dal fanciullo. Allorchè vi giunse, i ladri, che non si erano ancor avveduti di nulla, erano già intenti a smovere l'inferriata d'una delle finestre a terreno, in faccia ad un corritoio che metteva capo al tinello, dove alla sera si rinserrava l'argenteria.

Drollino capitanò la schiera dei famigli sino al riparo d'una vicina macchia d'oleandri; poi si spinse solo, strisciando come un rettile, finchè giunse quasi accanto ai ladri. Allora si voltò, accennando ai suoi di farsi avanti. Ma in quel momento volle fatalità che la luna, liberandosi inaspettatamente dalle nubi, piovesse sul mistero muto di quella scena una viva striscia di luce mercè la quale il viso da zingaro di Drollino e la sua mano alzata a far cenno, riusciron visibili ai ladri.

Questi, lasciata sul momento l'inferriata, si diedero a fuggire precipitosamente. Allora, nel silenzio della notte, si sentì, acuta, stridula, rapida come lo scoppio d'un razzo, la voce di Drollino che mandava il grido d'allarme «Ai ladri!» E gridando, s'era lanciato su quello dei malfattori che gli stava più vicino e gli si era appeso ad un braccio facendosi, nella fuga precipitosa di colui, trascinare come un peso morto. Il cane di guardia abbaiava a squarciagola, i contadini inseguivano correndo; s'era alzato un baccano incredibile.

A un tratto si vide un lampo, s'udì uno sparo, cui tenne dietro un grido acutissimo. I fuggitivi erano incalzati da vicino, ma due di questi riescirono a porsi in salvo; il terzo, quello a cui s'era avvinghiato Drollino, e che per isbarazzarsene gli aveva sparato addosso un colpo di pistola, fu preso. Ma il fanciullo giaceva inerte sul terreno.

Non morto però, nè moribondo. La palla s'era acquartierata in un polpaccio rispettando le ossa. Gli venne estratta la notte stessa ed egli rimase l'eroe incontrastato dell'avventura.

Il Principe venne a trovarlo nello stanzino del portinaio; s'accostò al letto, disse un sonoro «bravo», e cacciò la mano sotto il lenzuolo per sentire il parere del polso. C'era un po' di febbre, naturalmente, ma nulla di grave.

L'eroe era debole assai, ma grato, superbo di aver meritato tanti onori e sopratutto una visita del Principe. Al padre che gli chiedeva più tardi se nel momento terribile non avesse avuto paura, rispose coscienziosamente di no.—Cioè—corresse un momento dopo—ho avuto paura di due cose: che mettessero fuoco alle scuderie e che destassero la signorina Milla!

Rimase a letto per una ventina di giorni. Il Principe non s'era accontentato dell'elogio fattogli in quella notte memorabile. Mandava ogni giorno a prender sue notizie e volle che fosse per tutto il tempo della malattia nutrito a spese della casa. Poi un bel mattino, quando seppe che era proprio guarito, lo mandò a chiamare.

Drollino venne subito accompagnato da suo padre. Era ancora assai debole; il sangue perso e quei venti giorni di letto l'avevano infiacchito assai; era magrissimo e aveva le labbra smorte. Il cuore gli batteva forte e le gambe gli tremavano un poco mentre attraversava la lunga infilata delle sale a terreno. Il Principe stava ad aspettarli nel salotto chinese e vicino a lui c'era Milla vestita di bianco come al solito, coi begli occhioni azzurri spalancati, per contemplar meglio l'eroe di quella misteriosa nottata.

A dir vero, siccome essa dormiva placidamente quand'era accaduto tutto quel tramestìo, non sapeva bene cosa fosse stato; ma dai discorsi di Miss Spring, entusiasta del fiery boy, s'era capacitata che Drollino aveva fatto qualche cosa di straordinario. E perciò lo guardava ammirata, un po' impaurita forse da quella magrezza e da quel pallore eccessivo.

Il ragazzo non era punto vanaglorioso in quel momento; tremava e avrebbe voluto essere altrove; il Principe gli faceva animo parlando in tono scherzoso del fatto; chiedendo particolari. Ogni, tanto il padre metteva bocca anche lui e Milla guardava, guardava.

—Milla—disse a un tratto il Principe, con una serietà affettata,—e tu non dici nulla a questo tuo compagno che è stato così coraggioso? Orsù, fagli i tuoi mirallegro.

Pare che i mirallegro non fossero il forte della bambina; stava lì attenta, immobile, senza parlare. Poi, a un tratto, stese timidamente una manina, che Drollino non accennava per nulla di prendere.

—Ho capito—disse il Principe, ridendo.—Tu, Drollino, vieni qua e tu, Milla, falla finita e dagli un bacio.

Drollino, il coraggioso! non era più pallido; era rosso rosso, e non si moveva. Fu dessa a moversi, ad andargli incontro sorridendo, cercando, colle labbruzze strette, riunite all'insù, le labbra pallide del fanciullo, che, vergognandosi, si schermiva. Le trine del candido abitino di mussola si gualcivano al contatto della rude fustagnina di Drollino.

Miss Spring, presente a quella scena, stava perplessa fra uno shocking e un darling; ma il Principe rideva di gran cuore. E il bacio, un po' per amore, un po' per forza, fu ricambiato.

—Oh!—disse il Principe—così va bene. Ma ora è giusto che abbi, oltre a questo, un compenso più duraturo. E voglio lasciarne la scelta a te. Dì su, ragazzo, cosa vuoi?

Sulle prime Drollino parve non capire. Poi, quand'ebbe afferrato il senso della frase, quando capì che forse potrebbe ardire, ardire assai, si fece di bragia, gli occhi gli scintillarono in fronte, sulla sua mobile fisonomia si dipinse l'ansia d'un supremo desiderio.

Ma non seppe parlare.

Non gli riesciva.... l'idea della sua ambizione lo atterriva.... No, no.... era impossibile.... era impossibile.... era troppo.

Il padre, cogli sguardi, col gesto, gli faceva animo; ma egli non guardava suo padre e respirava a stento.

—Orsù, disse il Principe impazientito—hai capito di parlare? vuoi farmi star qui tutta la mattina?

Drollino non aveva certo una così perversa intenzione; si sforzava, poveretto, a parlare; ma la parola strozzata dall'inquietudine, gli moriva in gola.

—Papà—disse timida, ma pronta, la bambina, tirando la manica della giacchetta indossata dal padre—vuoi che te lo dica io... cosa desidera Drollino?

Il Principe si mise a ridere.

—Tu?... ma cosa vuoi sapere tu, pettegolina che sei?

Essa non si offese. Insistette, armeggiando in siffatto modo colle manine che il Principe dovette chinarsi e ascoltare le sue sommesse parole.

—Vuole la puledrina di Rowena, quella che era appena nata quando successe la storia....

—Oh!—rispose forte il Principe, alzandosi e squadrando Drollino con un fare canzonatorio...—Vuole la puledrina di Rowena, eh! questo monello!

Drollino tremava come una foglia. Ecco che l'avevan tradito! E ora.... lo caccerebbero di casa, naturalmente, per punirlo di aver osato tanto.

Ma il Principe non parlò di scacciarlo. Trovava quell'ambizione un po' audace, ma giusta. Non si adirò per nulla, e, dopo essersi divertito un momento delle visibili angoscie del ragazzo, le troncò d'improvviso, dicendo che avrebbe dati lui stesso gli ordini necessari perchè la puledrina gli fosse consegnata.

—Ma—soggiunse—ci hai pensato bene? Non vorrei poi che nelle tue mani quella povera bestia....

Non finì; s'avvide che ogni raccomandazione era superflua. La faccia di Drollino sfolgorava. Egli non seppe ringraziare nè il padrone, nè la Milla; ma da questa a quello scoccò rapidamente uno sguardo impetuoso, esaltato. Volle bensì parlare, ma proprio non gli venne fatto. E il Principe rimase contento, e disse a Milla ch'era una cara pettegolina, e che, giacchè sapeva indovinar così bene, più tardi sarebbe riuscita a condurre suo marito pel naso.

La Milla non capiva bene la profondità di questa frase, ma non ardì chiedere altro. Rimase contenta anch'essa, benchè le toccasse d'avvedersi, fra non molto, di non averci punto guadagnato personalmente, colla sua intercessione fortunata. Drollino, dacchè aveva la puledra, trascurava Milla indegnamente, era sempre in scuderia, e non scappava più a giocare sul viale, all'ombra degli ipocastani.

—Che bestia!—disse, la sera dopo, un vecchio stalliere ad un camerata.—Chiedere una puledra, mentre avrebbe potuto farsi una sorte! Ma già, è sempre stato un disperato colui! E ora, cosa fa?

—Oh!—rispose l'altro, mutando quartiere alla sua cicca—è in scuderia, da ier sera. Non è uscito neppur pel desinare, e seguita a ripetere: «È mia, è mia!»

—Dovrebbe chiamarla Mia!—disse burlando lo stalliere.—Domani glielo dico.

—Perchè no?—rispose fieramente Drollino, quando udì quella proposta, fatta in tono di scherno.—È mia! sapete?

—È matto,—dissero ridendo i mozzi e gli stallieri.—Ma la puledrina aveva un nome ormai.

E, prima per chiasso, poi sul serio, venne chiamata così.

La neve cominciò presto quell'anno, e Astianello prese un'aria malinconica, nella campagna, fatta brulla dal verno. Le caccie eran finite, le brigate disperse; i cavalli dovevano esser ferrati a ghiaccio, il casone non era guari riparato dal freddo, e il Principe si annoiava.

Ma, benchè si annoiasse seriamente, non gli passò neppur pel capo di prender moglie. Bensì gli venne in mente d'andare a passar l'inverno a Parigi.

D'altra parte, era ormai tempo di mettere la Milla in collegio. E il collegio c'era, bell'e pronto. Un austero convento, celebre come educandato, e dove delle monache aristocratiche insegnavano un monte di belle cose a una falange non meno aristocratica di signorine. Il convento era a Torino, e quella santa regina di Maria Adelaide, quand'era viva, ci andava di frequente. La superiora era una cugina in secondo grado del Principe. Milla non poteva esser meglio raccomandata, nè completare, sotto auspici più favorevoli, l'educazione iniziata dalla povera Miss Spring. Affrettiamoci a dire che Miss Spring aveva in vista, per consolarsi del dolore di quella separazione, l'immediato avvicinarsi d'una: sacra alleanza con un coraggioso, ma non estetico, ministro della chiesa anglicana. L'intrepido brittanno, a 65 anni, sposava Miss Spring. Ma la Milla, che non era provveduta di siffatte prospettive consolanti, non si poteva dar pace di dover lasciare il padre, Astianello e il suo amore irlandese. Di tutto le rincresceva, persino di Drollino. Era proprio sconsolata, quando ci pensava. E ci pensava spesso... così bambina com'era....

E in paese, che dispiacere per tutti... I padroni andavano via... davvero?... Il Principe sarebbe tornato a primavera, ma la bimba no; andava in un convento lontano, e non sarebbe tornata che dopo varii anni. La fattora lagrimava, la giardiniera anche lei, la guardarobiera aveva gli occhi rossi... tutti dicevano: «Va via la nostra signorina,» con un'aria triste, sinceramente triste....

Bisognava vedere quanta gente s'era riunita in corte, sotto il portico, appiè dello scalone, la mattina della partenza, mentre in scuderia si rivestivano dei finimenti i cavalli che stavan per essere attaccati al landau. E la piccina, avvolta nel suo mantellone foderato di pelliccia, col visino mezzo smarrito nella felpa bianca della cappottina da viaggio, coll'aria confusa, cogli occhi rossi, riceveva con affettuosa gratitudine quei saluti, quegli omaggi, e andava ripetendo: «Addio, arrivederci, grazie,» colla voce proprio commossa. A un tratto le si fece davanti il suo compagno di gioco, Drollino!

Anch'egli aveva la faccia malinconica. Sulle prime pareva che volesse dir tante cose; ma poi si morse le labbra, e disse solamente: «Buon viaggio.»

—Addio,—disse affettuosamente la Milla. E togliendo dal guantino una manina, microscopica nel suo guanto di flanella bianca, gliela porse. Egli non la baciò; la prese un momento fra le sue; poi non si ricordò neppure che avrebbe potuto stringerla, e la lasciò andare.

I due bambini si guardarono un momento in silenzio, con una certa voglia di piangere; soli, avrebbero pianto... forse...

—Ricordati!—disse subitamente Milla.

Egli si fece rosso, e scosse energicamente il capo. No, non le avrebbe dette più quelle brutte parole.

Si compresero, e sorrisero.

—Salutami Mia...—continuò gravemente la bimba.

—Vieni Milla,—chiamò il Principe.—È attaccato.

Drollino si mise a correre disperatamente lungo il viale. Giunse al cancello, trafelato, ma in tempo per vedere a passar la carrozza... per gettare nell'interno di questa uno sguardo profondo. Dietro il cristallo alzato, si vide per un secondo una manina bianca che salutava. L'agente, che era anch'esso venuto sin lì, prese per sè quel saluto, e scappellò profondamente. Era molto lusingato, e Drollino, accanto a lui, teneva dietro collo sguardo alla carrozza, che si faceva già piccina piccina sulla neve della strada.

Stavolta gli onori e i rimpianti della partenza erano stati tutti quanti per Milla, che non sarebbe tornata più per tanti anni. Il Principe aveva detto gaiamente: «Arrivederci questa primavera,» e nessuno s'era creduto in obbligo di commuoversi per lui. Pure l'assenza sua doveva essere ben più lunga di quella di Milla, doveva prolungarsi sinchè i mesi diventassero anni, gli anni secoli, e i secoli eternità. I suoi agenti, i suoi cocchieri, i suoi cavallanti l'avevano veduto per l'ultima volta. Morì a Parigi, sul finire dell'inverno, d'un malore acutissimo, mentre la Milla, nel suo grandioso e signorile convento, cominciava ad abituarsi a quella vita di reclusa, a farsi adorare dalle sue compagne, e a innamorarsi perdutamente della superiora, di sette suore, di due converse e di quattordici compagne, e parlava di farsi monaca per star sempre con loro.

E così avvenne che, per otto anni seguiti, la grandiosa villa rimase chiusa. Invano, nel giardino ridente, i fiori olezzarono instancabili; invano nella serra maturarono gli ananassi; invano l'allevamento equino diede lietissimi risultati. Nessuno venne ad abitare quelle camere, sempre chiuse, coll'atmosfera greve d'un odore di muffa e di tarlo. Gli agenti soltanto andavano e venivano per conto dell'attuale proprietaria di tutte quelle immense ricchezze; e questa era un'educanda umile ed affettuosa, che non sapeva nulla del mondo e della vita, e aveva un cuore grande grande, grande, e una statura piccina, piccina, piccina....


II.

—Ouff!—disse il Duca Giuliano, uscendo dal boudoir di velluto color pesca a garofani di raso granata—ouff!... La signora di Rèmusat, nelle sue agro-dolci Memorie del primo Impero, ci narra come Napoleone si divertisse un giorno a mistificare crudelmente alcuni dei suoi più intimi cortigiani, chiedendo loro cosa direbbe il mondo s'egli, l'Imperatore, avesse a scomparire d'un tratto. E nell'imbarazzo generale che susseguì a quella domanda, la risposta suonò repentina, dalla bocca stessa che aveva posata la questione:—Sapete cosa direbbe il mondo?... direbbe: ouff!...

Ora, date le debite proporzioni fra l'impero di un Bonaparte e quello di una brillante Baronessa, può essere che l'ouff di Giuliano rappresentasse del pari un sospirone di sollievo. Può essere che egli avesse preventivamente desiderato di lanciarlo così ai quattro venti; può essere che, entrando schiavo in quel tepido gabinetto, egli avesse in animo d'uscirne libero; può essere che la perifrasi gentile, destinata a velare l'odiosità d'un «basta,» fosse stata detta da lui e non da lei... A malgrado però di tutte queste supposizioni, è cosa positiva che il duca Giuliano si fermò un momento nell'andito-serra, e rimase immobile accanto a un grande arum. Si fermò coll'orecchio teso, coll'occhio attento, come aspettando. Un minuto completo, non la parte di un minuto. Ma non udì nulla. Non voce angosciosa che chiamasse, non rumore sommesso di singhiozzi, non strepito di seggiole smosse, non tonfo di caduta... Nemmeno una scampanellata... per chiamar la cameriera col flacon del sale volatile. Si voltò anche a guardare la porta ch'egli aveva testè serrata, ma, dietro ai vetri, non passò la più lieve ombra.

Allora Giuliano diede un'energica crollata di spalle, si mise con passo risoluto per la lunga infilata delle sale, raggiunse l'anticamera, e scese allegro la scala di marmo, salutando beffardamente il paffuto angiolo di stucco bianco che, recando sempre fra le mani il tulipano di vetro del lume a gas, s'era tante e tante volte veduto passare davanti quel bellissimo giovane.

La novella, la grande novella del giorno, fu pronta a percorrere tutta Torino. In capo a qualche ora, nessuno dell'high life cittadina ignorava che il Duca Giuliano Lantieri aveva riacquistata la sua libertà.

Allo spettacolo del Regio, quella sera, ci fu nei palchetti e nelle poltrone un po' d'irrequietezza. Molti cannocchiali erano appuntati, non già verso il palco scenico, dove Mignon chiedeva dolcemente in italiano, col pensiero di Goethe e colla musica di Thomas: Kennst du das Land?; ma bensì verso un palco in seconda fila, occupato da una splendida figura di donna non più giovanissima, ma di quelle che hanno il privilegio di percorrere nella vita due o tre giovinezze consecutive. La Baronessa Olga, benchè russa, era bruna di capelli. Era vigorosa, non molto grande, con delle forme splendide, e una fisonomia affatto straniera, non bella forse, ma ricca d'un certo fascino irritante. Aveva il naso piccolo, un po' camuso, una bocca quasi da mora, grande, sana, ridente, con dei denti che parevano quasi fulgidi nella loro bianchezza di smalto e all'ombra di quelle labbra tumide, violenti di forma, di colorito, d'espressione.

Dirimpetto a lei, al posto spesso occupato da Giuliano, brillava l'insipida figura d'un Viscontino francese. Furono osservate varie cose: primo, che la Baronessa Olga era più bella che mai; secondo, che aveva una toilette nuova; terzo, che serbava quella tal aria serena, di buon umore, che la rendeva adorabile; quarto, che aveva precisamente i modi, la maniera di guardare delle altre sere; quinto, che il suo palco fu affollatissimo. Giuliano, quella sera, venne in teatro, s'adagiò nella sua poltrona, andò a far visite nei palchi delle signore di sua conoscenza. Non andò nel palco della Baronessa, ecco tutto.

Ma al Fiorio, dopo il teatro, quante se ne dissero!... Tutti sapevano il perchè di quella rottura... era un motivo frivolo, dietro il quale si celava forse un reciproco senso di stanchezza. Generalmente, si approvava Giuliano e la sua ribellione. La Baronessa aveva qualche anno più di lui, e, a dir vero, viaggiava troppo. Un signore, autorità vecchia, ma incontestata, di quel formidabile palazzo di giustizia, fu il solo a sostenere che Giuliano aveva fatto uno sproposito, enorme. Gli altri insistevano: diavolo! si sapeva positivamente che la Baronessa aveva 6 o 7 anni più di Giuliano. Ma il vecchio si ostinava. Ne avesse dieci o quindici di più! era pur sempre la sola donna che Giuliano potesse amare.

—Perchè, perchè?—chiesero tutti a una voce.

—Ah!—rispose il vecchio con uno di quei sorrisi brevi, che alla lunga dovrebbero corrodere le labbra che li recano, tanto sono acri, incisivi, mordaci.

—Povero Giuliano!—disse qualcuno—cosa farà ora?

E fu la fine.

Giuliano non fece nulla di straordinario per celebrare l'era della sua riacquistata indipendenza. Si vide più festeggiato, più accolto, più ben voluto che mai. Passò un carnevale delizioso, si divertì, fu amabile, evitò ogni laccio, si congratulò molto con sè stesso, e accompagnò a teatro due o tre volte la sua vecchia mamma. Un giorno, un'idea bizzarra gli passò per la mente: «Se prendessi moglie?»

Ma la scacciò subito subito, come una tentazione.

Ora aveva la sua libertà e voleva goderla.

Goderla, ma come? Se avesse avuta una gran fortuna, ecco, sarebbe andato a Parigi! E invece suo padre gli aveva lasciato un patrimonio discreto, ma nulla più, e lui stesso, sicuro, un po' aveva speso... si sa. Divini quei tre anni nei lacci della baronessa Olga! ma era proprio una cosa curiosa il vedere quanto alla Baronessa Olga piacessero i dolci, le statuine di Saxe, le tazze di vieux Vienne, le rose durante l'inverno, le camelie in estate, i viaggi in primavera e in autunno, e le gite in tutte le stagioni. Eh! non c'era che dire, in quel patrimonio s'era fatto una gran buca! Come colmarla? E qui l'idea della dote tornò in campo; odiosa, a dir vero, nella sua arcigna fisionomia d'espediente. Il Duca la mandò via risoluto; ma quella passò soltanto l'uscio, e si celò dietro un battente, aspettando.

La libertà... celeste cosa! Ma, un giorno, Giuliano andò sulle furie con sè stesso, perchè uscendo alla sera, senz'avvedersene s'era messo per la via che conduceva alla dimora della Baronessa. Provò un gran dispetto, imbizzì colla forza cieca dell'abitudine. No.... diavolo, no.... E in quel giorno fu del parere del marchese Colombi, che le accademie si fanno o non si fanno.

Ma, passata la prima gioia della sua liberazione, questa cominciò a parergli uno strano arnese, come una foggia troppo attillata d'abito o di cappello, in cui egli si sentisse un po' a disagio.

Certe ore gli parevano lente assai. Il disordine sistematico lo seccava alla lunga, e non si trovava abbastanza ricco per organizzare attorno a sè un lusso di vizio quale l'avrebbe inteso, in omaggio ai suoi gusti raffinati e dispendiosi. Ricominciare ancora, tornare nella stessa direzione, mettendosi per altro sentiero?... Chè.... non valeva la spesa; allora, tanto valeva continuare a quell'altro modo. Tornar da capo è noioso, e non tutte le belle signore hanno un marito dotato di un carattere buono e conciliante, quale la Provvidenza l'aveva impartito al barone Dornelli. E quel benedetto tirocinio.... che cosa seccante! Prendersi un'altra volta la briga d'innamorarsi! Già, egli non si sentiva fatto per le difficili fasi d'una grande passione; per lui ci voleva proprio l'amore d'oggigiorno, piano, senza complicazioni, ben educato. Era tanto pigro, tanto indolente quel Giuliano! Anzi, era uno dei suoi pregi, dei suoi mezzi di seduzione quella sua indolenza languida, dolce, gentile, che si tradiva nei suoi modi, nella sua voce, fin nei suoi sguardi, che dava alla sua sana bellezza bionda un carattere speciale. La Baronessa lo chiamava creolo..., e quella disinvoltura che aveva l'arte di ridurre tutto a un'espressione placida, facile, elementare, schiva-fatica, armonizzava, forse per forza di contrasto, colla tempra insolentemente energica di quella donna. Però l'aveva voluto e serbato schiavo sino al momento in cui gli aveva concesso di ribellarsi. Le era parso che qualcun altro l'avrebbe meglio, o solo altrimenti, divertita. E ora, egli non ci voleva tornare laggiù in quel gabinetto color pesca a fiori di granata, non ci voleva tornare. E non ci tornò.

Siccome era creolo, così accadeva qualche volta che la sua stupenda vesta da camera orientale avvolgesse tuttora le sue forme da Apollo impinguato, in quell'ora privilegiata durante la quale la gente per bene esce di casa e popola i Portici, via di Po e il Corso. Allora accendeva un chibouk e sfogliazzava un romanzo. Ma tant'è eran lunghette quelle ore.

Il suo salotto era un mezzo museo, e la povera mamma gli aveva dati i suoi due cachemires turchi, perch'egli ne facesse delle portiere; ma dalla finestra di fianco si vedeva l'angolo d'un'ala del palazzo, molto deteriorata, molto...; e Giuliano si ricordava che anche lo scalone era in cattivissimo stato, e che il portinaio aveva un abito bleu, sdruscito in un modo orribile. E la vecchia duchessa s'era adattata a star lassù, al terzo piano.... per poter affittare i quartieri migliori.... Bisognava trottare a piedi ora...; nelle scuderie c'era un pigionante falegname; invece del nitrito, dello scalpitìo dei cavalli, si sentiva continuamente lo stridere della sega, lo scorrere della pialla, il rantolo quasi catarroso del torno.

Parve a Giuliano che allora soltanto tutto ciò si rivelasse a lui con un aspetto e un accento insopportabilmente nuovi. E mentre, disgustato, annoiato, pensava quanto il destino gli fosse avverso, malevolo, l'idea ch'egli aveva così sgarbatamente messa alla porta alcuni giorni prima, si riaffacciava adagino adagino, insinuandosi silenziosamente, strisciando lungo le pareti, giungendo mezzo inavvertita, sino a lui; s'insinuava nei suoi pensieri, si confondeva nel profumo orientale delle volute di fumo che, attorcigliandosi in alto, allungandosi, assottigliandosi, parevano quasi assumere una femminilità indecisa di contorni, disegnare nell'aria una mossa pudica di fanciulla, una semplicità fresca e schietta, di gesto e di sguardo.

—Puh!—osservò il Duca, socchiudendo i suoi begli occhi azzurri, d'un azzurro carico di porcellana, come si fanno alle bambole.—Dopo tutto.... Sì, veramente.... dopo tutto....

Si addormentò un momento, come se quel pensiero gli avesse cantato la ninna nanna, scotendo ritmicamente la lunga poltrona americana sulla quale egli giaceva.

Si svegliò di botto, spaventato. L'idea della scelta torturava già la sua pigrizia. Simile a quel sibarita che sudava vedendo uno schiavo occupato a spaccar legna, egli si asciugava la fronte pensando alle venture perplessità del suo spirito quando si tratterebbe di decidersi. Già, prima di tutto, egli non aveva mai potuto soffrire le signorine, quelle modeste cifre incognite, quegli insipidi indovinelli ammantati di bianco, di celeste, di rosa, presso alle quali bisognava stare attenti alle proprie parole e agli occhi formidabili delle mamme. Ah! che cosa opprimente!

Un momento pensò a una vedova. Ma poi scosse la sua bella zazzera bionda.

Ah! no, una vedova! Ci sarebbe da lottare col.... fu.... poveretto. E poi.... sciocchezze, se vogliamo, ma per lui ci voleva il dominio completo, assoluto, primo. Ragazza, dunque, molto giovane, s'intende, appunto per poterla avvezzare a modo suo; denari molti, cosa indispensabile. Ma dove trovarla.... dove?

Ci pensò un poco.—Che seccatura—conchiuse sbadigliando—ne parlerò a mia madre.

E la sua mente riposò in quest'idea.

Avevano finito di desinare, e la vecchia signora guardava di sottecchi Giuliano, il quale teneva fra le sua belle dita paffute una sigaretta di Salonicco, senza decidersi ad accenderla.

La Duchessa Lantieri non era stata bella. Attualmente era molto santa, d'una santità sagace e che vedeva abbastanza lontano. La vecchia dama stava bene, comodamente, in quell'atmosfera d'una devozione che armonizzava colla sua fine e provata scienza del mondo. Senza avere molto spirito, la Duchessa aveva quello della sua età; adorava suo figlio, non lo seccava mai; viveva in una stretta, ma decorosa economia. Era modesta, umile, semplice assai nei modi, di quella semplicità queta e in fondo orgogliosissima, del più delle dame piemontesi.

Giorno e notte pensava al maggior bene di Giuliano. Aveva avuto un immenso dispiacere, ed era quello di vederlo avvinto nei lacci di quella sirena del Nord. S'era consolata un pochino, però, pensando che quella sconsigliata, priva del divino aiuto, era una Zorodoff, figlia d'un ciambellano alla Corte imperiale di Russia, e aveva sposato un barone Dornelli di S. Maurizio. Giacchè, pur troppo.... si sa.... la gioventù eh!...—qui la Duchessa metteva un gran sospiro.—Meglio così, insomma, che peggio ancora, ecco.

E Dio l'avrebbe esaudita certamente un giorno o l'altro, facendo cessare quella triste cosa, e ispirando a Giuliano il pensiero di prender moglie. E pregava di cuore; il che non le impediva di darsi d'attorno perchè, nel caso d'un pronto esaudimento, non si sa mai, la buona volontà di Giuliano non avesse a cogliere lei sprovveduta.

Giuliano era sopra pensiero. Le cose non andavano a modo suo, e l'intendente di casa gli aveva presentato un certo quadro, il cui ricordo non lo ricreava punto. Era stato al corso, e aveva veduta la Baronessa in un landau nuovo, stupendo, con una toilette splendida, e un mezzo sorriso amabile, che gli aveva fatto un certo effetto molto stizzoso. Egli era bensì andato a fare una lunga sosta alla portiera della contessa Zeta, ma la contessa Zeta l'aveva annoiato un pochino, e a fianco del landau della Baronessa, aveva veduto il Viscontino a cavallo.... Poi, come se non bastasse, lì nel salottino c'era un odore di baccalà, che lo irritava al sommo.

—Che profumo!—disse languidamente a sua madre, recandosi alle nari il fazzoletto coll'orlo ricamato a colori vivaci.

—È venerdì!—osservò umilmente la contessa.

Il male era che la cucina in quel quartierino ristretto si trovava a due passi dalla sala. E in corte, nello scuderie vuote, profanate, la sega andava in su o in giù stridendo allegramente.

Giuliano contemplò a lungo la pietra del suo anello, un occhio di gatto cinto da nitidissimi brillantini.

La Duchessa pareva contare i punti del suo lavoro in lana, ma il cuore, presago, le batteva, e le sue labbra fino sussurravano qualche cosa all'indirizzo di Nossgnôr!

Giuliano accese la sigaretta e disse placidamente:

—Dov'è?...

La Duchessa attonita alzò gli occhi.—Cosa?—E poi, siccome un animo l'avvertiva, soggiunse sorridendo:—Chi?

—Chi? (che orrore di sigaretta!) Dico; questa sposina, quando capita?

La Duchessa sentì un gran rimescolìo. Ma frenò la sua gioia. Sapeva che Giuliano non amava nè le scene, nè le spiegazioni. Con voce un po' tremante, con un pensiero d'accesa gratitudine verso Dio, rispose soltanto;

—C'è....

—Uhm!—borbottò Giuliano. E siccome era un magnanimo gentiluomo, chiese anzitutto:

—Bella?

La Duchessa ebbe un sorriso contento, e chinò il capo.

—Ricca?

La Duchessa alzò il capo.

—Tre milioni—susurrò poi con dolcezza infinita, assaporando lentamente la frase.

Giuliano guardò sua madre sul serio. L'aveva sempre stimata, ma ora una specie di languida venerazione sorgeva nel suo animo.

—Ah! ho capito. La figlia d'un banchiere ebreo.

Diceva così per celia, sapendo a che punto sua madre fosse inesorabile per tutto ciò che avrebbe potuto urtare le loro tradizioni, l'alterigia calma e serena che un lungo ordine di antenati aveva loro trasmessa. La Duchessa ebbe una frase laconica:

—Corona chiusa!

Giuliano si gingillò un poco, curiosando nella scatola da lavoro.

—Mia cara mamma, tu possiedi dello forbici impossibili.... Quanti anni abbiamo?

—Diciotto; ed è tuttora in convento.

—Un'educazione da farsi, nevvero? Ingenua molto? A meno che.... qualche volta sono sveglie, sai, queste educande, sveglie davvero. Mi ricordo, anni fa, in un convento di monachine....

—Oh! Giuliano,—interruppe la vecchia,—che discorsi! Invece di ringraziar Dio!

—Sì.... proprio!... credi che sia un gran divertimento il prender moglie, rinunziare alla propria libertà per sposare una sciocchina qualunque, che non ha mai visto niente in vita sua e alla quale bisogna far da precettore.... mentre.... è così facile....

—Trovar qualcuno che insegni a noi.... nevvero, Giuliano?

La Duchessa aveva qualche volta, colla sua aria umile, di queste e simili sortite. Giudiano ebbe per un momento l'idea di montar sulle furie.... ma così, dopo desinare, non andava fatto. Sorrise soltanto, e senza guardar sua madre:

—Già.... continuò.... quasi quasi...: è più facile e più piacevole.... Dunque?

La Duchessa si sgomentò e bruciò le sue navi.

—Quando la vuoi vedere?

—Chi?

—Lei.

—La mia maestra?

—Giuliano!—mormorò angosciosamente la Duchessa, colla voce piena di lagrime.

Egli si mise a ridere.... dondolandosi sulla seggiola.... E la Duchessa cominciò a ragionare.... a pregare.... a spiegare.

—Sarei così contenta.... chiuderei gli occhi in pace!—La povera donna era quasi eloquente. E l'odor di baccalà intanto penetrava, intollerabile, nel salotto.

«Il primo piano per lei,» pensava pacatamente Giuliano; «la mia garçonnière, al secondo.... la mamma avrebbe per sè sola questo appartamento.»

—Oh Giuliano—continuava la madre....—credimi, fuori dell'ordine morale non esiste vera felicità.... Ed è orfana, per cui, capisci.... il capitale subito, e una gran tenuta in Lombardia. Un carattere adorabile, ti assicuro. Ci sono anche i brillanti di casa. E pensa un poco, figlio mio, quando sarai vecchio, che consolazione aver la tua famiglia!

—Già, un monte di biricchini che non vogliono studiare, o di ragazzacci che fanno debiti.

Era veramente perplesso. Gli seccava di prendersi la briga di decidere.

Abbasso in corte, la sega canzonava, col suo aspro gemito irritante. La sala diventava buia nel tramonto primaverile. La pendola suonò le otto con una voce strana uggiosa, colla voce di una pendola che non è più di moda. L'ultimo raggio del sole entrava di sbieco dalla finestra, e cadeva sul velluto scolorito, ammaccato d'una poltrona zoppa.

Giuliano mise un sospiro lungo lungo, il sospiro d'un uomo che fa una fatica enorme.

—Per farti piacere....—disse poi dolcemente a sua madre.—Ma sai che amo le cose spiccie.

La Duchessa trattenne un grido di trionfo, e s'alzò.—Oh! Giuliano, Giuliano.—Non voleva piangere, ma si mise a piangere, ciò non ostante.

Le vecchie hanno facile il pianto e la Duchessa evitava con ogni possa di tradire sè stessa in quel modo, davanti a Giuliano, che in questi casi soleva prendere con aria grave il suo cappello e si ritirava un tantino più frettolosamente del solito. Ma stavolta.... ah stavolta non seppe proprio trattenersi. Ecco, era la Madonna della Consolata, lei per l'appunto. Certo, un cuor d'oro.... lo comanderebbe subito.... a Canavero.

Giuliano non se ne andò. Ora che aveva fatto quell'immane sforzo, era contento. Sì! era contento di fare una fine; e poi era contento anche di sè stesso per aver data quella consolazione alla sua povera mamma. Oh! per lei lo faceva volentieri quel sagrifizio, e per la vecchia casa, che aveva tanto bisogno di esser riattata. La Baronessa forse non se l'aspettava così subito; era una cosa divertente il pensare che probabilmente, anzi inevitabilmente, un certo dispetto l'avrebbe provato. Questo le insegnerebbe a inaugurare dei Viscontini francesi, il giorno dopo la rottura con lui. Certo, il matrimonio doveva farsi presto.... Egli sperava che sua moglie avesse delle belle mani.... era una cosa alla quale teneva assolutamente. E se non sapeva vestirsi, un inverno a Parigi avrebbe rimediato.

Si sentì virtuoso; eminentemente morale. Gli spuntò nell'anima una bizzarra e affettuosa stima per sè stesso. Egli, così bello, così signore, così gentiluomo, si adattava a prender moglie prima dell'êra della parrucca, dell'obesità, dei denti finti, delle cambiali al 50 per cento. Sorrise placidamente, sorrise al futuro, e complimentò sua madre.

—Brava mamma! e me l'hai tenuta in conserva per tutto questo tempo, a malgrado....

Le vizze gote della Duchessa assunsero una tinta quasi giovanile.

—Aspettavo—disse semplicemente.—Ora, sì, che sarai felice!

—Credi? Ebbene, tanto meglio. Già, una fine bisognava farla, un giorno o l'altro.

La sega taceva, e l'odore del baccalà veniva meno nella brezza vespertina ch'era entrata da una finestra apertasi adagino adagino, senza che nessuno se n'avvedesse.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Alla signora Rhoda Lawson Spring—Lawson's cottage S.... shire

«Mi scuserà se questa volta non le scrivo in inglese; ma ho da dirle tante cose, cose serie e importanti e di confidenza, che bisogna proprio che gliele dica a modo mio. Non creda però che trascuri i miei esercizi o i miei temi...; cioè, adesso veramente.... ma però in avvenire.... Ohimè, vede come m'ingarbuglio?... Insomma, le prometto di non trascurare l'inglese, perchè è tanto bello, e perchè so che lei desidera ch'io non dimentichi ciò ch'ella ha avuto la bontà d'insegnarmi. E la prego di non far attenzione se questa lettera non è scritta bene, neppure in italiano, perchè la scrivo di nascosto, e senz'avere il tempo di pensare alla sintassi ed a quelle altre birberie così difficili della grammatica. Oh, cara signora Rhoda! se sapesse quante cose sono accadute da che le scrissi l'ultima volta, e che novità ci sono per la sua Milla!

«Certi momenti, mi par di sognare, e ho paura di svegliarmi; e certi altri momenti, non so da che parola cominciare per ringraziar il Signore. Mi accade, specialmente quando chiudo gli occhi, di figurarmi che l'aria, dove sono, sia diventata azzurra, come nel cielo che è in alto; è una stranissima cosa, che farà, ne son certa, meravigliare anche lei. Con tutto ciò, non creda che faccia delle follie; anzi, sono molto quieta, perchè vedo che il Signore ha voluto aprire davanti a me una bella strada verde, con tanto sole e dei fiori a bizzeffe. Insomma, mi proverò a dirle tutto quanto; e non so proprio perchè, essendo così felice e contenta, provo come una specie di timore nel dirle tutte queste cose.... guardi che sciocchezza!

«Si ricorda, quando le scrissi che volevo farmi monaca?... Per fortuna che la mia cara Madre Superiora mi consigliò di aspettare per provarmi la vocazione! Ora m'avvedo che avrei fatto un grande sbaglio! Ma allora m'era venuta quest'idea perchè avevo visto a morire la mia povera compagna Giulia Ferranito (ah! che dolore fu quello per me), e la mia cara amica Teresa Reccadei era uscita di collegio, e avevamo avuta in convento la vestizione di Maria San Fermo; cerimonia che mi aveva fatto un grandissimo effetto. A dir vero, avevo anche un altro motivo, ma quello non l'ho mai detto. M'era venuta una gran malinconia, perchè al giovedì tutte le altre allieve eran chiamate in parlatorio, e per me non veniva mai nessuno, mai nessuno! In quel giorno non facevo altro che piangere, e quando le mie compagne tornavano dalla grata e venivano, allegre, contente, a raccontarmi certe novità, io mi sforzavo a parere d'esser contenta anch'io, per non far loro dispiacere. Le monache erano, e son sempre state, buonissime per me; ma quel tal dolore della mamma che non c'è, è inutile, non si rimedia! Dunque (pensavo fra me) cosa andrei a fare io sola in quel mondo terribile, pieno di pericoli, di pene e di dolori, se non ho nessuno che si prenda cura di me e mi voglia bene, e m'insegni le cose che vanno fatte?... E per questo avevo in animo di farmi monaca, e di restar sempre qui con queste buone suore. Ma adesso.... oh Dio.... è tutto cambiato.... il mio destino, il mondo, tutto quanto!

«Lei saprà senza dubbio.... già glielo scrissi tante volte.... come la nostra Madre Superiora, madre Maria della Croce, sia una santa donna, che tutti venerano e onorano.

«Siccome prima di farsi monaca era Contessa di Ronano, così ha serbato ancora nel mondo molte amiche, che vengono spesso a vederla per tener con lei delle conversazioni edificanti e chiederle dei buoni consigli. Una di queste sue amiche è una Duchessa Lantieri, una signora grande, magra, che ispirerebbe molta soggezione, se non avesse una voce dolce e delle maniere che, invece, fanno innamorare. Un giorno, la Superiora mi disse di accompagnarla alla grata. Può immaginare che caso per me. Tremavo come una foglia, ma poi mi rassicurai, quando, alla grata, vidi una signora che mi fece un mondo di feste, e mi disse che un suo nipote era cugino del cognato d'una grande amica della mia povera mamma! Si figuri!... sentirmi a parlare della mia povera mamma.... mi vennero le lagrime agli occhi!... La Duchessa (era lei) mi consolò.... mi disse tante belle cose, e promise che sarebbe tornata a trovarmi. Infatti, quasi tutte le settimane anch'io andavo in parlatorio, e la buona Duchessa mi portava quasi sempre dei regalini, delle immagini sacre, belle, che non avevo mai viste le uguali, e dei libri devoti che formavano la mia felicità e l'ammirazione delle compagne. Poi mi chiedeva dei miei studii, mi domandava cento particolari sulla nostra vita di convento; insomma io mi intenerivo pensando alla sua bontà per me, e non vedevo l'ora che tornasse il giovedì per parlare ancora colla zia del cugino del cognato dell'amica di mia madre!

«Ecco che un bel giorno, eravamo soltanto al martedì, la Superiora mi manda a chiamare, mi accomoda la mantellina, mi fa mettere i guanti, perchè avevo ancora un poco di geloni, e mi conduce lei stessa in parlatorio. E lì, dietro alla grata, vedo subito la mia cara Duchessa, accompagnata da un signore giovane, grande, biondo. Può immaginare come rimasi...; credo che non seppi neppur salutare.... Ma la Duchessa non se l'ebbe per male; mi fece ancora più festa del solito; disse che quel signore era suo figlio, il quale era tornato da un viaggio a Roma e veniva a portare alla reverendissima Madre Superiora un rosario montato in argento, che il Santo Padre aveva benedetto per lei. Io ero molto edificata, e ascoltavo quel signore, il quale diceva tante belle cose con una voce che pareva una musica, e ogni tanto si rivolgeva anche a me; ma io ero così intimidita che non trovavo il coraggio di dire una parola. Quando furono per andar via, egli mi fece un saluto cortesissimo, e disse che si raccomandava alle mie orazioni. Infatti, io pregai proprio di cuore, pensando a quella visita che non mi sarei mai aspettata, e all'ingiunzione fattami dalla Superiora di non parlarne alle mie compagne, mulinando con una grande curiosità se la signora tornerebbe il giovedì venturo, e se sarebbe tornata sola.

«Ma, quella sera stessa, madre Maria della Croce mi mandò a chiamare, e mi domandò cosa mi pareva di quel signore. Io dissi che mi pareva buono come la sua mamma. Allora la Superiora mi fece un gran discorso sulla volontà del Signore, e poi mi disse che il Duca Lantieri, sapendo che avevo ricevuta una così buona educazione in quel convento, mi chiedeva in isposa.

«Può immaginare, signora Rhoda, come rimasi. Mi pareva come se m'avessero data una gran botta al cuore.... non sapevo più in che mondo mi fossi! Ma la Superiora mi fece animo, dicendomi che non dovevo turbarmi, ma invece ringraziare il Signore che aveva voluto evitarmi i pericoli che una giovane trova infallibilmente nel mondo, facendomi subito trovare una così fortunata occasione di abbracciare uno stato che, per quanto imperfetto, per quanto inferiore allo stato religioso, era pure quello che la Provvidenza aveva destinato al più delle ragazze. Mi fece l'elogio del Duca, della nobiltà della sua casa, e mi dimostrò quanto dovevo essergli grato d'aver pensato a un'umile educanda, mentre avrebbe potuto fare una scelta molto più brillante. Dopo di che, mi disse che ci pensassi per tre giorni, facendo una retraite e implorando l'aiuto speciale del Signore, della Madonna e di tutti i Santi, perchè illuminassero la mia mente e mi rivelassero la volontà della divina Provvidenza.

«Allora fui subito più quieta, e a furia d'interrogare il Signore, la Madonna e i Santi, mi parve proprio che rispondessero di sì, e che facevo bene ad accettare. Anche il mio confessore fu dello stesso parere, e io in capo ai tre giorni dissi alla Superiora che accettavo. La Duchessa venne subito, mi chiamò la sua cara figliuola, e mi colmò di regali stupendi, che fanno andare in estasi le mie compagne. Il mio fidanzato tornò pure parecchie volte, e io adesso non capisco più come ci sia scritto nella dottrina che la moglie ha l'obbligo di amare suo marito! Bell'obbligo, bell'impresa!

«Io, per dire vero, capisco di parere una stupida, perchè non so mai trovare il coraggio di parlare, e sono anzi più contenta di star lì quieta, dietro alla grata, a sentirlo parlare con una voce dolce come, oh no, molto più dolce di quella della sua mamma, e a vederlo al di là della grata appoggiare sulle sbarre la fronte bianca e la sua barba bionda che par d'oro. Mi sono accorta che ha gli occhi celesti. Poi ha delle mani bianche bianche, con un anello che getta certi lampi! Mi dice delle cose.... delle cose.... Per esempio, si figuri, che aveva sentito tanto a parlar di me, e che mi voleva bene anche prima di conoscermi. Si vede proprio ch'è il dito di Dio che ci ha fatti incontrare. Dice che farà di tutto per rendermi contenta, che esaudirà i miei più piccoli desideri; anzi, per farmi piacere, è stato fissato che, subito dopo il matrimonio, partiremo per Astianello. Ah, pensi, il mio povero Astianello, che non rivedo da dieci anni! Sarà certo un gran dolore lasciare il convento, e queste buone suore, e le mie compagne, ma pure, benchè senta tanto dispiacere (sarà forse una cattiveria?), sono contenta lo stesso, e mi pare, come le ho detto, di essere in un altro mondo. Le mie amiche ammirano la mia felicità, le suore sono contentissime, benchè ogni tanto parlino delle croci del matrimonio; ma io credo che un pochino dicano così perchè non sanno bene come sia. A me pare che non mi farei proprio monaca per tutto l'oro del mondo, e che il Signore è stato troppo buono per me.

«Mi scusi quest'orrore di lettera. Si figuri poi se avessi scritto in inglese con quell'impiccio di should e would! Le scriverò per dirle quando si farà il matrimonio. Chi sa che non ci possiamo trovare ancora ad Astianello! Pensi! Ad Astianello, in primavera, con lui.... volevo dire con mio marito. Che parola curiosa, nevvero? Non dimentichi il nome: Giuliano.... Duca Giuliano Lantieri.... Io però l'ho sempre chiamato signor Duca sino ad ora, e lui mi dice signorina. Chissà come farà per dire Milla!...

«Ieri ho pianto tanto pensando alla mia povera mamma, che non ho mai conosciuta, e al mio papà, che ho perduto così presto! Oh! come saranno contenti lassù in Paradiso!....

«Ecco che mi tornano le lagrime agli occhi. Mi scusi questa lettera, chissà quanti errori ci sono! Mi scriva presto, e mi creda la sua beata, felicissima allieva.

«Torino, convento dell....

«MILLA D'ASTIANELLO.

«PS. Non si scordi il nome.... Giuliano.»


III.

Ad Astianello la notizia giunse improvvisa, in una lunga lettera d'affari, scritta dal tutore all'agente. Il matrimonio sarebbe celebrato a Torino, il giorno tal dei tali, e, dopo un viaggio di sei ore, gli sposi giungerebbero alla stazione ferroviaria di ***, dove troverebbero le carrozze di casa per recarsi alla villa. I viali inghiaiati, dar aria all'appartemento celeste, quello della stanza da letto che dava sul terrazzino, e prepararlo per gli sposi. Il desinare per due, alle sette.

Fu una gran cosa, quell'annunzio inaspettato, quel vento di padrone nuovo, che si era levato così repentino nell'atmosfera. Chi era? com'era lo sposo della signorina?... questo essere privilegiato che aveva incontrata una fortuna di quella sorte?...

Le informazioni giunsero poche e alla spicciolata, ma qualche cosa si seppe di questo benedetto sposo. Era un Duca... un nobilone anche lui, che sino ad allora aveva fatta la bella vita... e di quattrini non glie n'eran rimasti molti. Si diceva però ch'era bellissimo, e la signorina si era innamorata di lui in convento... anche perchè una mamma avveduta aveva saputo metter le mani in pasta. Siccome il loro quartiere non era pronto, venivano ad Astianello.

La curiosità era grande fra quella buona gente, e l'incertezza pure. Come l'andrebbe con questo padrone nuovo? Chi comanderebbe, lui o lei? E le razze? Se ne intendeva colui? Avrebbe saputo mantenerle bene?... Nei pascoli non si parlava d'altro. E, a misura che s'avvicinava il giorno dell'arrivo, una trepidazione più affettuosa, meno egoista, teneva agitati i dipendenti della tenuta, e questo era il pensiero del marito della signorina.

Finalmente il gran giorno spuntò. Un bel giorno degli ultimi d'aprile, tiepido, sereno; un vero giorno di nozze.

L'agente diede ordini precisi. Alla stazione, alle 4 pom., il landau, con quattro cavalli, e un cacciatore a cavallo per seguire la carrozza: Drollino per l'appunto, ch'era il cavalcatore più destro e più appariscente che ci fosse in tutta la tenuta.

Veramente, nello spazio di questi otto anni, Drollino s'era fatto bellissimo. Era cresciuto rapidamente; snello e gagliardo come un antico discobulo. L'indole sua non aveva subito grandi mutazioni; egli aveva serbato una grande indipendenza di carattere, non era nè allegro, nè socievole, e non bazzicava coi suoi compagni più di quanto lo comportassero le esigenze del comune mestiere. Stava sempre in mezzo ai cavalli, in scuderia e ai pascoli, errava continuamente per tutta la vasta zona dell'allevamento. Ora non bestemmiava quasi più, ma continuava nel suo sistema di parlar poco. Era ormai presso ai venti anni, e, se avesse voluto, avrebbe potuto destare grandi passioni fra le ragazze del paese; ma era così poco gentile con loro, se ne occupava così poco, che le simpatie, scoraggiate, si smorzavano presto. In complesso, ispirava più soggezione che simpatia. Ma nella tenuta si faceva molto calcolo di Drollino.

Intollerante d'ogni lezione, aveva imparato solo, a furia di volontà tenace, le più ardite prodezze del suo mestiere. Era il primo domatore che vantasse casa d'Astianello. Ahimè! non più d'Astianello... Lantieri! Aveva un metodo tutto suo per venire a capo delle bestie più ribelli, un metodo ch'egli non insegnava ad altri, che aveva appreso, si diceva, da un certo mandriano di tori, mezzo stregone, mezzo zingaro, un pochino contrabbandiere. Può essere che non fosse tutta arte naturale. Si dubitava d'un segreto; d'una specie di malìa. Egli, per non essere seccato, lasciava che questa diceria si perpetuasse nella tenuta; forse lui stesso ignorava come gli venisse fatto di dominare a quel modo, con una specie di forza magnetica, i cavalli più indocili. Voleva! ecco tutto.

Era sempre serio, benchè non si potesse accusarlo di tetraggine o di malumore. E meglio che coi compagni, meglio che colle rusticane beltà della tenuta, egli pareva trovarsi contento nelle solitudini grandiose del piano, dove la sua compagna, quasi inseparabile, era Mia!

Mia era diventata una stupenda giumenta, celebre per la bellezza eccezionale delle sue forme, e per le qualità dell'indole propria. Quando Drollino attraversava i pascoli, cavalcando Mia anche a dorso nudo, i palafrenieri ed i cavallanti interrompevano le loro faccende, per fermarsi ad ammirare quel gruppo magnifico. La riputazione di Mia aveva oltrepassati i limiti della tenuta e vistosissime offerte di compra erano giunte sino a Drollino, ma il giovane rispondeva con un no così brusco e reciso che ormai nessuno più s'attentava a intavolar trattative. Mia era l'orgoglio, la passione di Drollino. Non aveva mai permesso a nessuno di cavalcarla nè di governarla ed era istancabile nell'usarle infinite e delicatissime cure.

Qualche volta le andava mormorando all'orecchio qualche parola, come se ella potesse intenderlo... dargli retta. Si faceva ubbidire senza mai batterla, l'aveva avvezzata ad una straordinaria sensibilità di bocca... Il suo sogno di bambino era esaudito; quella cavalla, era sua, sempre, veramente sua.... No! non sempre.

Un caso esisteva, solo, ma esisteva, in cui la voce di Drollino perdeva ogni prestigio per l'orecchio di Mia. In quel caso, Mia si ribellava. Nulla poteva vincere quella ribellione, non cure, non richiami, non castighi violenti nè scudisciate crudeli. Mia aveva paura dello sparo di un'arme da fuoco.

Una paura insana, delirante, che determinava in lei come l'accesso d'un pazzo orgasmo. Appena udito lo sparo essa partiva a gran carriera, colle nari al vento, con un acuto nitrito di dolore. E per non esser balzati di sella o dal legnetto leggero a cui Drollino soleva talvolta attaccare la sua cavalla, bisognava proprio esser lui, coi suoi garretti ed i suoi polsi d'acciaio. Drollino aveva fatto il fattibile per guarire la povera bestia da quella suscettibilità nervosa dell'udito; ma non era venuto a capo di nulla e Mia in quei momenti, diventava anche per lui una cavalla pericolosa.

Nella tenuta si sapeva di quest'unico difetto di Mia; ma nessuno ardiva tenerne parola a Drollino, da poi che un mozzo malaccorto, per avergli rimproverata con scherno quella codardia della cavalla, s'era buscata... Dio! che tempesta di pugni s'era buscata colui!


Davanti alla piccola stazione pochi contadini attoniti e sbalorditi guardano lo splendido landeau che un cocchiere imponente, guidando quattro massicci cavalli meklemburghesi, fa passeggiare al passo sulla spianata.

Un po' in disparte, un palafreniere in gran livrea frena a stento lo scalpicciare inquieto di una superba giumenta, Mia.

Ogni tanto Drollino la lascia sbizzarrire un po', osservando con occhio malizioso il prudente dietro front del sig. Damelli, agente della casa, ch'è venuto anch'egli ad ossequiare gli sposi e che non pare troppo smanioso di proseguire la sua passeggiata in vicinanza della cavalla. Ma udendo il treno rumoreggiare in lontananza Drollino si mette in guardia e raccoglie le briglie. Il landeau si ferma proprio dirimpetto alla stazione, la locomotiva è visibile e le teste si protendono, curiose.

Un nereggiamento rumoroso s'avvicina velocissimo, traendosi dietro un gran pennacchio di fumo bianco. Si sente una scampanellata, si vede sventolare una bandiera rossa. Mia s'inquieta, sbuffa, accenna ad impennarsi, ma il suo cavaliere le stringe i fianchi come in una morsa di acciaio, mentre colla mano guantata in pelle di daino, accarezza il collo della cavalla, battendo leggermente sulla criniera. Mia si rassegna ed aspetta, ma colle orecchie tese, coi garretti frementi.

Un lungo fischio risuona oltre i cancelli, il treno si ferma e riparte un minuto dopo, ed in mezzo ad un po' di ressa, emerge dalla porta della stazione avanzandosi verso il landeau, una giovane e bellissima coppia.

Son dessi!... Gli sposi di otto ore prima.

Drollino la vede subito, la guarda, come trasognato!

Si, è lei... la signorina. Ingrandita, di certo, ma non tanto e sempre quel visino dolcissimo. Com'è pallida!... Ma ora, con quel sorriso sulle labbra, par tal e quale la Milla di otto anni fa!

Porta un gran cappellone, tutto velluto nero e piume nere, un abito inglese, attillato e scuro. Gira attorno uno sguardo, ch'è a un tempo commosso, sgomentato e felice. L'intendente si fa innanzi ad ossequiarla. Essa s'intenerisce.—Ah! signor Damelli, nevvero!... il mio povero Papà...—Sulle palpebre castane spunta una lagrima. Poi la sposa si scuote, sorride, arrossisce, e presenta il signor Damelli a Giuliano... il duca... mio marito. È la prima volta che dice così: «mio marito.» Il qual marito è senza dubbio un bellissimo giovane, non molto grande, grassotto, con una barba d'oro alla nazzarena. I tratti signorili all'estremo, tondi, tendenti al floscio. È amabilissimo col signor Damelli, d'una amabilità languida, che, se si avesse il tempo di studiarla, parrebbe un pochino sprezzante. Ha un non so che di seccato che consola; nel suo sorriso fisso, nell'azzurro acceso dei suoi occhi, si legge una premura insolente d'essere a casa.

Drollino, immobile, snello sulla sua bella cavallona, lo guarda attentamente, scrutando quella nuova faccia di padrone, che non lo soddisfa. Però, con una riflessione degna del suo senno pratico, pensa che per giudicare infallibilmente d'un uomo bisogna prima averlo veduto in sella.

Mentre si caricano i bauli, Milla si guarda attorno per ritrovare quel noto paesaggio. E in questo paesaggio vede la macchietta immobile di un palafreniere a cavallo. Guarda, le pare, non le pare, vede due occhi scintillanti, una faccia bruna:

—Oh!—dice sorridendo, commossa.—Drollino!

Drollino s'inchina profondamente, mentre una fiamma impetuosa arrossa la tinta bruna del suo viso. Milla avvicinandosi, gli dice:

—Oh, Drollino! come ti sei fatto grande!

Poi si ricorda di Mia, e gli chiede di Mia.

—Eccola—dice Drollino, accennando la sua cavalcatura.

Milla stende la mano come per accarezzar Mia, ed entrambi, palafreniere e Duchessa, sorridendo, si ricordano.

Ma i bauli sono caricati, e il Duca s'è sbarazzato del signor Damelli.—Milla! chiama con impazienza. Essa dimentica Drollino, dimentica Mia, li lascia sui due piedi senza salutare, e si avvicina a sua marito, che le offre il braccio, per aiutarla a entrare in carrozza.—Avanti,—ordina il Duca; e sulla strada polverosa, stretta, fiancheggiata dai vasti campi del grano ancor verde, i quattro cavalli trottano rapidi e pomposi. Drollino è rimasto dietro la carrozza, aspettando che una maggior larghezza della via gli permetta di oltrepassar l'attacco. Il landeau è aperto; ed egli vede il cappellone di piume nero e l'elegante berretto scozzese da viaggio farsi vicini uno all'altro, chinandosi, come se volessero intavolare loro la conversazione..., vede delle larghe spalle irrequiete e delle spalluccie fine che tremano un poco.... vedo dei profili in moto, delle labbra che parlano e sorridono. Ma, ad un tratto, il cappellone nero, come se avvertise un pericolo, si tira in là... bruscamente.

Allora il Duca, con un movimento d'impazienza quasi brutale, si volta.—Passa avanti,—dice ruvidamente a Drollino.

Mia si sente a figgere gli sproni nei fiacchi, si sente spinta in un passaggio strettissimo, che corre fra la carrozza ed i campi, a sinistra della via. Passa rapida come un lampo, e Drollino non vede la mano del Duca correre sotto l'ala del cappellone nero e posarsi, imperiosamente morbida, sulla spalla della Duchessa.

Il personale della tenuta era quasi tutto riunito al cancello del viale d'ipocastani. La balia di Milla e la fattoressa piagnucolavano, affettuosamente, parlando della loro piccina che tornava, ed era sposa! Era un sussurrìo continuo di osservazioni, di ricordi, di pronostici.... e il coro non faceva sosta se non quando s'udiva da lungi sulla via il rumore d'un veicolo. Allora le parole si facevano tronche... sommesse... Ora viene... è lei... a momenti... è qui. Ma non era mai lei, e intanto annottava.

Finalmente s'udì un galoppo continuo, concitato... Sono loro di certo. E tutti ritti in punta di piedi, per veder meglio e prima. Ma no... era Drollino.

Lui a briglia sciolta, coi capelli al vento, pareva un indemoniato. Mia era tutta bianca di schiuma. Con due sbalzi, cavalla e cavaliere oltrepassarono il cancello fra le due ali di folla che davanti a quell'arrivo precipitoso s'erano ritirate gridando. Drollino non si fermò a dar spiegazioni, corse via sempre di carriera, e scomparve quasi subito nella direzione dei pascoli.

La carrozza coi quattro cavalli non giunse che venti minuti dopo.


IV.

Alla torre bruna del campanile, l'orologio, serio e grave, annunziava le dieci e mezzo. Il desinare degli sposi era finito da non molto, ed il Duca, parlando languidamente della stanchezza dei viaggio, aveva subito condotto Milla di sopra, della loro stanza.... E la camere illuminate e silenziose, la fuga delle sale a terreno avevano veduto passare quella coppia, taciturna ormai.... sui passi del domestico, che spalancava gli usci. Poi gli usci s'erano chiusi, e non si sentiva rumore di sorta. Il chiasso e l'allegria s'eran concentrati nel tinello della servitù.... dove e vino e motti festosi correvano senza posa in mezzo alle libere risate e alle libere frasi. Ma quella gazzarra schietta e grossolana moriva lì, tra le pareti crudamente bianche di quel locale.

La casa era immersa in un silenzio religioso, come addormentata, nella serenità luminosa della notte. Biancheggiava alta, chiusa, signorile, nel vivo chiaro di luna che, piovendo senza riparo sulla facciata, pareva rivestirla d'un'immensa frescura d'argento. L'ombra della villa spiccava di fianco nerissima, sul verde umido del giardino. In quella luce dolce, senza bagliori, tutto pareva acquistare un forte risalto di contorni, ed il fogliame scuro del viale pareva staccarsi, cesellato, sullo sfondo dell'aria serena, tinta d'un cupo azzurro grigiastro.

Una pace infinita. Attorno al laghetto, nel canneto, qualche breve sussurro di giunchi dondolati da una subita bava di vento notturno; dalla parte del viale, qualche nota smarrita di rosignuolo.... L'aria era pregna d'un odore forte e grato di serenella.... e ve n'era infatti una gran macchia, tutta in fiore, poco discosto....

In mezzo a quella pace e a quel silenzio, una ombra mascolina or s'allungava, or si faceva più corta sulla ghiaia del giardino, a seconda della direzione del corpo che la proiettava. Era l'ombra di Drollino.

Il giovane palafreniere s'era trovato lì senza sapere come, nè perchè.... Quel fracasso infernale del tinello l'aveva stordito; era uscito per respirare un po' d'aria fresca, e camminava in su e in giù sulla grande spianata. Si fermò un momento dietro alla macchia delle serenelle, guardando come trasognato la doppia scalinata che sale sulla facciata della villa e fa capo alla terrazzina del primo piano. Sapeva esser quello l'appartamento destinato agli sposi.

La brezza notturna si mette improvvisamente in moto. Allora tutto quell'arruffio di piante arrampicanti, avvinghiate alla balaustra, s'agita, freme, i fiori oscillano, rizzano le pendule teste sui rami curvati ad arco. Anche loro vogliono vedere: come lui.... Perchè?... Cosa importa ai fiori delle fatali ore umane? E cosa importa a lui, a quel giovane ineducato, mezzo zingaro, mezzo selvaggio, che se la dice e sta coi cavalli più volentieri che coi pari suoi?

La finestra s'aprì impetuosamente. Milla apparve.... lassù sul terrazzino. Non aveva più il suo elegante vestito da viaggio; la sua personcina, minuta, snella, era avvolta in un'ampia douillette di casimirra bianca. E subito, alle spalle di Milla, ecco il Duca.... Milla voltò il visino smarrito verso la luna.... quella vecchia amica di tutte le gioventù! Ma egli no, non lo guardò neppure quel disco pallido e muto.

Parlava, e il vento portava le sue parole, brevi, tronche, come soffocate:

—Ma che idea! vieni, amor mio.... vieni.

Essa rideva, appoggiata, stretta alla balaustra, come una rondine che, in tempo di bufera, si stringe alla gronda.

—Vieni, vieni!—ripeteva il Duca, null'altro che: «vieni.» Ma quella parola vibrava.... ardente.... nell'aria fresca.

Milla lo pregava d'aspettare un momento.

—Oh! Giuliano.... no.... aspetta un momento.... ti prego.... guarda.... com'è bello!

Era smarrita, ansante; guardava quella gran pace di luce smorta, quella divina poesia notturna, che nell'ora suprema della sua esistenza metteva un minuto di suprema poesia d'amore.

Ma il Duca, in quel momento, non aveva nessuna voglia di contemplare la luna, la trovava anzi molto inutile...; non disse più: «vieni,» ma, avanzandosi rapidamente verso Milla, la recinse con un braccio alla vita. Essa non lottò, lasciò andare il capo all'indietro, sinchè lo sentì appoggiato sul petto di lui, ed alzò gli occhi a guardar Giuliano. Allora egli chinò il volto, e le baciò la bocca dando un passo addietro. E così, adagino adagino, con quel metodo, camminando a ritroso, a furia di baci, di sconnesse parole, la ricondusse sulla soglia. Poi sciogliendosi per un momento si voltò repentino a serrar le gelosie, i vetri, le imposte e quanto diavolo c'era.

Di fuori, rimase il lume di luna, così perentoriamente messo alla porta.

E nel lume di luna, la faccia turbata, quasi stravolta di Drollino!

Sua! mormorò il giovane.... E digrignò i denti....

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Si guardò attorno. Era precisamente in quel lato del giardino dove, otto anni prima, aveva avvertito l'avvicinarsi dei malfattori. Rivide, colla memoria, quelle tre faccie sinistre sbucanti cautamente dall'oscurità del viale!...

Ma ora, la pace era completa. La facciata della villa taceva nella molle bianchezza che l'illuminava.

Un subito pensiero scosse Drollino. Provò un impulso.... quello di destare ancora, tutti con un grido d'allarme: al ladro.

Ma si trattenne, con uno sforzo violento che gli fece provare come un senso di stringimento alle fauci.... Ah Cris....

Ma non potè finir quella parola... neppur quella...

Allora, come se lo avesse colpito un subito spavento, fuggì rapidamente pel viale e scomparve nell'ombra, sforacchiata dai cerchiolini argentei che piovevano a terra, sotto il traforo del fogliame.


Pochi giorni dopo, il Duca e la Duchessa vennero, in carrozza s'intende, a visitare i pascoli. Le puledrine erravano, sgambettando attorno alle madri, che posatamente pascevano, alzando ogni tanto le teste per guardare, con quei loro occhi calmi e profondi, l'orizzonte sereno del piano. Qualche gaio nitrito echeggiava qua e là nelle mandrie e le grandi biche del fieno maggengo profumavano l'atmosfera, accanto ai casolari.

Drollino, osservava con piena soddisfazione l'equipaggio, una leggiadra vittoria attaccata a due nervosi cavalli ungaresi. Stava un po' in disparte, di fianco alla carrozza. Che cosa curiosa era mai quella Duchessa! La sua piccola persona scompariva quasi nell'ampiezza della vittoria e nell'intricata vicenda di trine bianche e thibel grigio tenero della sua stupenda toilette di primavera, ma la bianchezza dell'incarnato, la delicatezza squisita dell'ovale e la grazia soave della fisonomia componevano nello sfondo roseo dell'ombrellino aperto, un quadretto supremamente gentile. Essa non aveva più l'aria sgomentata; era un po' pallida, ma su quel passeggiero abbattimento dei tratti, che dolcezza infinita di contento, che luce ridente, quanto raggio di gioia, d'un orgoglio nuovo, appassionato! Un sorriso lievemente estatico le posava sulle labbra ed ella riusciva a gran stento a strappare ogni tanto dal volto del Duca il suo sguardo, invincibilmente affascinato.

Il Duca, quieto, ilare e molto bello, nel suo elegante tout de même inglese, rispondeva ad intervalli alla involontaria fissità degli sguardi di lei, con certe rapide e molli carezze dell'occhio. E con una compiacenza, non meno paga e sincera, guardava pure i cavalli che il capo di scuderia gli andava accennando e che i mozzi della tenuta facevano passeggiare avanti e indietro a fianco della vittoria.

Egli li esaminava, socchiudendo per vederci meglio, uno dei suoi splendidi occhi azzurri.

Faceva il possibile onde persuadere gli astanti d'essere al fatto di quanto costituisce la difficile arte dell'allevamento equino, ma le sue cognizioni in proposito, limitate al dispendioso sì, ma ristretto dilettantismo dei più dei giovanotti eleganti, non impedivano che ogni tanto gli scappassero detti certi maestosi strafalcioni, che la Duchessa aveva per vangelo, ma che sortivano un ben altro effetto presso gli altri. Qualche sorrisetto spuntava qua e là sui volti abbronzati; mozzi e palafrenieri scambiavano certi sguardi, ch'erano vere salve di canzonatura. Il Duca non se ne accorse, e incoraggiato da un intimo sentimento della propria disinvoltura, volle scendere, per scegliere un cavallo da sella, ch'egli destinerebbe al suo uso particolare.

Ne provò parecchi e dei migliori, ma su tutti trovò a ridire. Questo aveva la bocca dura, quello il trotto ineguale.... quell'altro l'andatura sgarbata.... Alla lunga, s'impazientì. A lui non piacevano.... ecco!... era abituato a ben altri soggetti.... Già; con queste benedette razze italiane, è inutile, ci sarebbero sempre degli inconvenienti! E anche le mandre, i riparti, i pascoli lasciavano molto a desiderare.... Penserebbe, provvederebbe lui; ci voleva un altro impianto; ecco cosa ci voleva!

A un tratto gli venne veduta, un po' in lontananza una cavalla alta, di stupende forme, con una testa fina, delle gambe sottili e nervose, un collo elegantissimo, sul quale i turgidi meandri delle vene spiccavano in nitido risalto. La cavalla stava immobile, in una posa felicissima e atta a far valere la classica bellezza delle sue linee.

—To! pensò il Duca! ecco il caso mio.