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LA GUERRA
DEL
VESPRO SICILIANO
o
UN PERIODO DELLE ISTORIE SICILIANE DEL SECOLO XIII
PER MICHELE AMARI
SECONDA EDIZIONE ACCRESCIUTA E CORRETTA DALL'AUTORE E CORREDATA DI NUOVI DOCUMENTI
PARIGI BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA 3, QUAI MALAQUAIS, PRÈS LE PONT DES ARTS STASSIN ET XAVIER, 9, RUE DU COQ
1843
PREFAZIONE.
Questo libro si pubblicò in Palermo, non è ancora un anno, col titolo un po' lungo e indeterminato di «Un periodo delle istorie siciliane del secol XIII.» Non ebbe altro proemio che i due primi paragrafi del primo capitolo. Ma nella presente edizione, perchè avvi qualche cosa di nuovo, mi par bene intrattenerne il lettore per poche pagine.
E per cominciare da ciò che rileva meno, avverto che ho fatto alcune correzioni di stile; senza presumere di essere pervenuto con ciò alla forma, che a me stesso sembri la migliore. Anzi io, che pur troppo ne debbo saper la cagione, veggo quanto niun altro, in molti squarci e in due o tre capitoli interi, il dettato disuguale, febbrile, spezzato come la parola di chi è tra i tormenti, tale da non correggersi che scrivendo da capo: e così avrei fatto se avessi potuto o ritardar la presente edizione, o posporre altri studi ai quali m'incalza un ardente desiderio d'illustrar le memorie della Sicilia.
Ma col favor de' nuovi materiali, la più parte inediti, che ho rinvenuto a Parigi, e sommano a un centinaio tra diplomi e altre notizie, io ho potuto aggiungere o convalidare alcuni fatti di gran momento. Molte memorie dovean qui restare, attenenti a una dominazione che uscì dalla Francia; e che toccata quella fiera scossa della rivolta di Sicilia, ebbe ricorso nuovamente alla Francia; la trasse alla guerra di Spagna; e s'aiutò per venti anni della sua influenza politica e delle sue armi. Fattomi, con questa {ii} certezza, a cominciar le ricerche, le trovai facili pel favore de' molti egregi Francesi e Italiani che m'aprivan le braccia in questa ospitalissima Francia, usando meco non solamente con gentilezza, ma sì con benevolenza, con sollecitudine, con affetto; i nomi de' quali non ripeto, perchè quando si parla d'uomini sommi, anche la espressione della gratitudine può parer vanità. Mercè d'essi e degli ordini sì civili del paese, frugai gli archivi del reame di Francia, ove ognuno è culto e gentile; e ne ho tratto diplomi assai importanti. La fortuna mi portò alle mani due volumi di pregio non minore, quand'io volli affacciarmi nell'immensa miniera de' Mss. della Biblioteca reale. Altre carte ho cavato dalle opere degli spagnuoli Feliu, Capmany, e Quintana; poche più da altri libri.
Per tal modo nel cap. II, ho potuto far menzione d'un disegno assai grave, ancorchè non mandato ad effetto, cioè una partizione delle province del reame di Puglia, proposta da Urbano IV a Carlo d'Angiò, prima della nota concessione feudale. La notizia d'un'atroce prigione di stato che Carlo tenea in Napoli, e altri particolari della sua tirannide, aumentano la descrizione ch'io n'abbozzava nel cap. IV. Il cap. V. risguardante le relazioni politiche esteriori, e l'opinion del popolo è rimaneggiato e accresciuto molto. Perchè alcune notizie pubblicate recentemente intorno al Sordello della Divina Commedia, e la relazione Ms. ch'io trovai d'una ambasceria della corte di Francia per la crociata del 1270, ritraggon sempre meglio le sembianze niente amabili di Carlo d'Angiò. È determinata la patria dello ammiraglio Ruggier Loria: è ammesso a riputazione letteraria il nome di Giovanni di Procida, per un'opuscolo di filosofia morale, ch'ei tradusse dal greco o compilò. {iii} In fine ho avuto luogo a riferire il vespro, non solamente alla reazione degli oppressi contro gli oppressori, ma anche all'antagonismo della nazion latina, che s'era sviluppato contro i Francesi per tutta l'Italia. Il mostra assai chiaramente una epistola de' Siciliani, piena di poesia e di fuoco, dalla quale ho tolto, per accennare l'opinione pubblica del tempo, alcune frasi, di quelle vere e viventi che l'immaginazione de' posteri invano si sforza a ritrovare.
Il medesimo documento mi ha fornito un altro fatto nel cap. VII; ch'è accresciuto ancora dalla lettera di Carlo d'Angiò, che diè contezza dalla rivoluzione a Filippo l'Ardito, e gli domandò soccorso; senza accennare il menomo sospetto di Pietro d'Aragona o d'alcuna congiura, e senza punto ingannarsi su le difficoltà del racquisto della Sicilia. Non manca qualche notizia cavata dalle nuove carte nei cap. VIII, IX, X ed XI; come le negoziazioni di Filippo l'Ardito con Genova; di Pietro d'Aragona co' cittadini di Roma, e col re di Tunis; le preghiere che Carlo d'Angiò moribondo indirizzava al re di Francia, ec. È rimutato il principio del cap. XII per alcuni diplomi che svelan le pratiche della corte di Francia su la guerra d'Aragona. Un breve di Martino IV, tra gli altri, dà a vedere come il parlamento di Francia fosse l'arbitro di questa impresa; e con che audacia la contrastasse.
E scorrendo i cap. XIII e XIV si potrebbero osservare qua e là, altri particolari su le negoziazioni che portarono i re d'Aragona ad abbandonar la Sicilia; onde questa innalzò al trono Federigo II. Una poesia provenzale di Federigo, con la risposta d'un suo cavaliere, mi fecero aggiugnere alcuni righi nel cap. XV; come altri versi provenzali mi avean suggerito qualche parola ne' cap. V, XII e XIII, su Carlo d'Angiò, {iv} Pietro e Giacomo d'Aragona. Nello stesso cap. notansi altri documenti su l'ammiraglio Loria; nel XVII confermansi i particolari della battaglia della Falconarìa, con una lettera di Carlo II di Napoli a Filippo il Bello, piena di lusinghe e di preghiere, per ottener novelli soccorsi dalla corte di Francia. Infine molte notizie su l'ultimo sforzo che fu affidato a Carlo di Valois, aumentano il cap. XIX; tra le quali non è da tacersi un diploma di Carlo II, che prevedea la necessità della pace con la Sicilia, e un altro intorno i dritti ch'or chiameremmo d'albinaggio, che rinnegaronsi in teoria, e rinunziaronsi in fatto, su i beni de' Francesi dell'esercito del Valois, che venissero a morte nelle terre soggette al re di Napoli. Nuove autorità ho aggiunto alla appendice, destinata al minuto esame delle memorie storiche su la supposta congiura. Per tutto il corso dell'opera ho fatto menzione soltanto nelle note, di quei documenti, che nulla mutavano ne' fatti raccontati. E seguendo lo stesso metodo di pubblicare i documenti inediti più importanti, ne ho aggiunto tredici a que' della prima edizione: e sono numerati VI, VII, XIV, XXIV, XXXII e dal XXXVII al XLIV.
Tali son le differenze di questa sopra la prima edizione: ciò che non è mutato, nè mutabile io spero, è la coscienza che guidò il mio lavoro. L'intrapresi per fare un saggio di quelle istorie particolari, che sopra tutt'altre convengono a' tempi nostri. Scelsi il vespro siciliano come il più grande avvenimento della Sicilia del medio evo: il che se si chiamasse umor municipale, sarebbe mal detto; perchè la Sicilia parmi assai grande per una città; e l'amore del proprio paese, il rammarico de' suoi mali, e il desiderio della sua prosperità comunque possan portarla gli eventi, non si {v} dee confondere con l'egoismo di municipio che dilaniò un tempo l'Italia; passione funesta, dileguata per sempre, io lo spero, insieme con l'ambizione di tirannide d'ogni popolo italiano sopra l'altro. Guardando il vespro da vicino, lo trovai più grande; si dileguarono la congiura e il tradimento; l'eccidio si presentò come cominciamento e non fine d'una rivoluzione; trovai l'importanza nella riforma degli ordini dello stato; nelle forze morali e sociali che la rivoluzione creò; nei valenti uomini che spinse per vent'anni tra i combattimenti e i negozi politici: vidi estendersi in altri reami, e perpetuarsi in Sicilia, e fors'anche nel resto d'Italia, gli effetti del vespro. Donde potea bene accendersi in me il severo zelo della verità istorica; e poteva io difendermi dall'inganno delle mie passioni nell'esame de' fatti, ancorchè punto non mi sforzassi ad occultarle nelle parole.
Giovanni di Procida, per amor della patria e vendetta privata, si propone di toglier la Sicilia a Carlo d'Angiò; l'offre a Pietro re d'Aragona, che vantava su quella i dritti della moglie; cospira con Pietro, col papa, con l'imperatore di Costantinopoli, coi baroni siciliani: quando è in punto ogni cosa, i congiurati danno il segno; uccidono i Francesi; esaltan Pietro al trono di Sicilia. Tale è stata, poco più, poco meno, l'istoria del vespro siciliano: e sempre si è arrestata al caso del vespro, o tutto al più, alla mutazione di dinastia che ne seguiva. Per vero alcuni storici moderni, la più parte oltramontani, dubitarono d'una trama sì vasta, segreta, felice; ma non prendendo a investigare minutamente i fatti, perchè scorreano vastissimi tratti di storia, prevalse sempre quella credenza, ripetuta a gara da tutti gli altri storici, e da' Siciliani soprattutto; e si continuò a fabbricare su la congiura. {vi}
Io credo aver dimostrato che il vespro non nacque da alcuna congiura; ma fu un tumulto al quale diè occasione l'insolenza de' dominatori, e diè origine e forza la condizione sociale e politica d'un popolo nè avvezzo nè disposto a sopportare una dominazione tirannica e straniera. I novelli documenti che possono sparger luce su l'origine della rivoluzione, la lettera dello stesso Carlo, quella de' Siciliani, non poche altre bolle papali inedite, confermano certamente questa conchiusione. Al suo popolo, non ai potenti, la Sicilia dee quella rivoluzione che nel secol XIII la salvò dalla estrema vergogna e miseria, dalla corruzione servile, dall'annientamento. Al vespro di Sicilia dee il reame di Napoli una riforma di governo, che moderò per qualche tempo i suoi mali, ma non potè poi allignare. Il vespro risparmiò a tutta l'Italia molti fieri contrasti con la dominazione angioina, che potea conturbare la penisola, non mai ridarla sotto uno scettro: il vespro, per tristissimo compenso, aprì in Italia la strada alla dominazione spagnuola. Esso voltò il corso degli avvenimenti in Levante, disarmando l'ambizione di Carlo: esso per poco non mutò le sorti dell'Europa occidentale, dando occasione alla prima guerra di conquista tentata dalla Francia su la penisola spagnuola. Ma lasciando di considerare le conseguenze esteriori del movimento di questo popolo, che or somma a due milioni, e non n'era forse la metà nel secolo XIII, e restandoci agli effetti nella Sicilia stessa, importantissimi li vedremo; perchè la rivoluzione che mutò prima la forma del governo, poi la dinastia, indi la persona del principe, rimasta salda e vittoriosa al finir della guerra, tramandò alle età avvenire, in mezzo a tanti mali inevitabili, due fatti da non si dileguare sì tosto: una gran {vii} tradizione; e uno statuto politico che molto ristrinse l'autorità regia.
Quella tradizione, quelle franchige, ressero a un secolo d'anarchia feudale; a tre di governo spagnuolo; duraron tutto il secolo decimottavo, e gran tratto del decimonono. Nè alcuno troverà ch'io porti esempi, come or diciamo, liberali, quando parlo di Carlo V e di Filippo II; nè ch'io cerchi autorità sospette o leggiere, quando cito il professor tedesco Ranke, e le sue considerazioni su gli Osmanlis e la monarchia spagnuola ne' secoli XVI e XVII. E pure in quest'opera si dimostra la pertinace resistenza della nazion siciliana contro l'autorità regia ai tempi di que' principi sì dispotici e duri; e con che difficoltà il parlamento di Sicilia consentisse loro alcuno scarso sussidio, mentre il reame di Napoli, la Lombardia, i Paesi Bassi, la medesima Castiglia, tutta la monarchia infine, dall'Aragona in fuori, era oppressa dalle imposte, e dalla novella austerità del governo. Que' nostri ordini pubblici restarono sotto Carlo III, quando i due reami di Napoli e di Sicilia si divisero dalla Spagna; quegli ordini furono cangiati nella forma e non certo nella sostanza, pe' mutamenti del 1812: ed è bizzarra cosa a riflettere, che nel 1815 il congresso di Vienna, rimescolando tutte le masse minori, tarpando e scorciando, come in ogni altro stato d'Italia, le franchige della Sicilia, non seppe annullarle del tutto. Gli statuti degli 8 e 11 dicembre 1816, dettati, come pur furono in quanto alla Sicilia, dal solo potere esecutivo senza partecipazione del legislativo, unirono, egli è vero, i due reami di Napoli e di Sicilia più strettamente che ai tempi di Carlo III, dileguarono per via di fatto le forme costituzionali o rappresentative, ch'erano state in Sicilia senza {viii} interruzione infin dal secolo XI, ma par cucirono nelle nuove fogge, pochi stracci dell'antico manto di porpora; perchè non si potè fare a meno di mantener qualche ultima franchigia nell'ordine giudiziale e amministrativo della Sicilia: e franchigia è per certo, la promessa data chiaramente nello statuto dell'11 dicembre, che il re convocherebbe il parlamento di Sicilia, se dovesse accrescere i pesi pubblici oltre la somma decretata dall'ultimo parlamento.
Così veggonsi per cinque secoli e mezzo, non solamente nel dritto pubblico, ma fino nel fatto degli ordini pubblici di Sicilia, comechè sempre decrescenti, gli effetti di quel potente movimento popolare del secol XII. Se ne potrebbero al pari scerner le vestigie nell'indole del sicilian popolo d'oggi, se fosse agevole, come quella delle istituzioni, l'analisi delle cagioni naturali e sociali onde nascono i costumi d'un popolo. Ma in tale investigazione gli effetti del vespro andrebbero confusi con l'indole che produsse il vespro; della quale ognun può vedere i lineamenti nella generazione che vive. E forse perchè son nato in Sicilia e in Palermo, io ho potuto meglio comprendere la sollevazione del 1282 sì com'essa nacque, repentina, uniforme, irresistibile, desiderata ma non tramata, decisa e fatta al girar d'uno sguardo.
Parigi, aprile, 1843.
LA GUERRA DEL VESPRO SICILIANO.
CAPITOLO PRIMO.
Intendimento dell'opera. Viver civile del secolo XII. Potenza della
Chiesa e della corte di Roma. Condizioni d'Italia e dei reami di
Sicilia e di Puglia infino alla metà del secolo. Federigo II
imperatore, e papa Innocenzo IV.
La riputazione della forza, per la quale si tengon gli stati, mutabilissima è; donde avvien talvolta, che la cosa pubblica, quando più irreparabilmente sembra perduta, d'un tratto ristorasi, per virtù di principe, o impeto di popolo. Splendono allora egregi fatti in città e in oste, cresce a tanti doppi la potenza della nazione, e spezzansi ingiuriosi legami stranieri, si abbatte al di dentro una viziosa macchina, e in riforme salutari si assoda lo stato. Questa, al veder de' savi, è la gloria vera delle genti. Questa è degna che si riduca spesso alla memoria loro, per francheggiare gli abbattuti e vergognosi animi. Del rimanente, che portan gli annali de' popoli, se non disuguaglianza di leggi, o inefficacia e avarizia, atroci guerre, paci bugiarde, sedizioni, tirannidi, e sempre pochi che vogliono e fanno, moltissimi che si lagnan solo, e immolato, il ben comune da contraria tendenza delle cupidigie {2} private? E sarebbero argomenti da ammaestrar gli uomini sì, ma di tal dottrina, che li volge a disdegnosa accidia, anzi che prontarli a virtude.
Però mi son proposto, io Siciliano, di narrare la mutazion di dominio, che seguì nella mia patria al cader del secolo decimoterzo. E in vero, lasciati i tempi rimoti troppo, difformi per costumi, religione, linguaggio, e tutt'altra parte di civiltà, veggo dal milledugentoottantadue infino al trecentodue le glorie maggiori della Sicilia; e venti anni innanzi un tal eccesso di tirannide, che rade volte si è sopportato l'uguale: nè parmi che alcuno scrittore abbia tutto abbracciato questo memorevol periodo, nè dirittamente investigatolo, nè degnamente descritto. Ciò non presumo compier io, ma certo vi porrò ogni sforzo. Non asconderò nè l'amore, nè l'ira; perchè uomo invano promette spogliarsene ove narri i fatti degli uomini. Ben mi guarderò che quelle passioni non mi tirino a sfigurare la storia contro mia volontà; nè dico del falsarla, che sarebbe, secondo il fine, o fanciullaggine o malignità e colpa sempre, anche verso la patria, cui van ricordate con ugual candore le virtù, gli errori e i misfatti, i lieti e i tristi giorni delle generazioni che tennero un tempo questi nostri medesimi focolari. Io so, che scrivendo di età lontane, spesso viensi, come dice un felicissimo ingegno, a far l'indovino del passato. Ma mi studierò a dare alla immaginativa il men che si possa. E perchè i fatti, e là dov'essi manchino, le induzioni, abbiano saldo fondamento, non ritrarrò i primi altrimenti che da scrittori contemporanei o diplomi[1]. Delle {3} memorie repugnanti tra loro, seguirò quelle di maggior autorità, sia per sè medesime, sia perchè si accordino con le necessità degli uomini e de' tempi.
E su i tempi rivolgendo indietro lo sguardo, io non dirò, per esser cose a tutti notissime, nè gli ordini del governamento feudale che ingombrava l'Europa, nè i vizi di quello, nè i passi che moveansi alla riforma nel secolo decimoterzo. Quali nascer possono da poter civile, non già diviso ma senza misura fatto a brani e fluttuante, da estrema disuguaglianza ne' dritti e negli averi, e poco men che universale ignoranza, deturpata religione, leggi impotenti, e uso alla violenza, e necessità della frode; e tali erano i costumi: nè la riforma, dubbia e tarda, li moderava per anco. Necessaria è per natura, nei costumi de' popoli, una mescolanza di buono e di tristo, della quale per leggi ed esempi mutansi alquanto le proporzioni, e non si spegne pur mai nessuno degli elementi; ma in quella età forse al peggio si traboccava, sopra il biasimo de' tempi nostri. Certo egli è, che in tal mezza barbarie, sciolti gli uomini dalla menzogna delle infinite forme, che oggidì ne inceppano a ogni passo nel viver domestico e civile, le grandi passioni, o buone o triste, più rigogliose sorgeano, e più operavano.
Tra così fatti uomini, tra la divisione e debolezza degli stati, il sacerdozio giganteggiava; raccogliendo i frutti della mansueta pietà dei tempi apostolici, del fervore delle prime crociate, della ignoranza lunghissima dei popoli. Fu la religione di Cristo nei secoli di mezzo sola luce e {4} conforto ai buoni; seguita anco dai pravi, perchè feano a metà: calpestavanla nelle opere, la onoravano della fede e del culto, a quetar la cieca paura delle loro coscienze. I ministri perciò dello altare, crebbero di riputazione, crebbero di ricchezze; chè vantaggiavano inoltre i laici per lume di scienza, e adopravan destri ambo le chiavi, e non pochi la purità del Vangelo contaminavano con la superstizione, che ai barbari è più grata. A puntellarsi di loro autorità pasceanli i grandi; i popoli indifesi teneano a loro, credendo trovar sostegno, e in realtà ne davano: ma soprattutto fu la corte di Roma che consolidò la smisurata possanza. Perchè assicuratosi non disputato comando su le chiese d'Occidente, le medesime arti che adopravan quelle in minor campo, spiegò ardita e sapiente tra i reami; nel cui scompiglio tenne dritto il corso a' suoi disegni; trapassò dai dommi e dalla morale, ai civili negozi. Indi, fortificandosi a vicenda il papa e 'l clero, questo per tutta Europa imbaldanziva e prevaleasi, come milizia di possente dominazione; quegli, come capitano d'immense forze, sopra ogni altro principe si levò.
Non è che molti umori non sorgessero contro la romana corte nel secolo decimoterzo. Perciocchè un desiderio novello movea gl'ingegni; prendeansi a ricercar tutte le parti dell'umano sapere; si arricchiano i savi di antiche lettere e dottrine: i quali, ancorchè pochi dapprima, e più radi ove lo stato più discostavasi da libertà, per ogni luogo pure la scintilla del sacro fuoco accendeano. Sollevaronsi pertanto gl'intelletti più audaci a meditare sulla mistura delle due potestà, a contemplare i costumi del clero; nè fu lieve incitamento la gelosia de' reggitori degli stati, svegliata da tanti fatti. Quindi mostravano già il viso alla corte di Roma que' ch'erano più avvezzi a' suoi colpi; il gregge provocato, si voltava con aspri insulti contro il pastore; gli anatemi, per troppo usarsi, perdean forza; {5} pensavano gli uomini e parlavano arditamente di cose tenute in pria sacre come la fede istessa. Nascean così le idee, che Dante tuonò di tal forza; e a fatica si faceano strada tra le inerti masse, dove allignarono infine, e amari frutti portarono alla corte di Roma.
Ma queste opinioni ristrette a pochi, se urtavano talvolta la sua possanza, non la menomavano per anco nel tempo ond'io scrivo. Mentre le ambizioni de' chierici passavano ogni misura, mentre cupidigia, e simonia, e libidine lussureggiavano nella vigna del Signore, tremavan del clero i popoli, e il successor di Pietro stendea la mano su i reami e su i re. Che se tal fiata prevalse la brutal forza sulla morale, la prepotente opinione fece risorger tosto più gagliardo il pontefice. Sì il veggiamo oltremonti levare a sua posta il vessillo de' re o de' popoli, ed accender guerre, e cessarle, e trar tesori, e dove moderare le dominazioni, dove dare o strappar corone: quanto più lontano, più venerando e terribile. In Italia intanto, trasportato dai turbini delle contese civili, più fiero pugnava coll'oro di cristianità tutta; e chiamava straniere nazioni, e opponea l'una all'altra; t'innalzava oggi, diman ti spegnea.
Avvegnachè il bel paese già si disputava acerbamente tra la Chiesa e l'impero. Dietro la occupazion di Carlo Magno e degli Ottoni, la più parte d'Italia era rimasa sotto la signoria feudale degl'imperatori d'Occidente. Succedettero i dappoco a quei forti; i grandi feudatari laceraron l'impero; tosto divenne nulla o nominale di qua dalle Alpi la tedesca dominazione. E in questo, crescea la Chiesa, e confortava gl'Italiani alla riscossa, con lo scritturale spirito di uguaglianza e di libertà. In questo, la industria, il commercio, le scienze, le lettere rinasceano in Italia a mutare le sorti del mondo. Quegli esercizi, quelle discipline, trasser fuora dalla cieca moltitudine di plebi, vassalli, e nobili minori, un'ordine nuovo: il popolo, ch'è solo fondamento {6} ad uguaglianza e viver libero. Donde, volgendo prestamente la feudalità all'anarchia feudale, e questa nel nuovo ordine imbattendosi, sursero nel secolo undecimo repubbliche mercantesche; nel seguente e nel decimoterzo, la Lombardia e la Toscana fioriron di città industri e guerriere, che scosso ogni giogo, si governarono a comune: e i feudatari si fecero cittadini o condottieri, alla lor volta richiedendo il sostegno delle città divenute più forti. E quando il reggimento di pochi o di un solo occupava alcuna città, d'altra fatta esso rinasceva, e meno tendente a barbarie; perchè non più n'era fondamento la ignava necessità del vassallaggio, ma la divisione o l'inganno de' cittadini; i quali, se metteansi il giogo sul collo, non mutavano i modi del vivere, nè perdeano la virtù di affranchirsi. Rinnovellandosi in tal guisa gli ordini civili, fortificossi la virtù guerriera; si rianimarono le virtù cittadine; si apersero gl'ingegni agli alti concetti della filosofia e della politica; una forza ignota agli oltramontani solidamente feroci, scorse di nuovo per le vene dell'italian popolo, stato dianzi signore del mondo. Il perchè gagliardamente ributtaronsi gl'imperatori accaniti con loro masnade a ripigliare il dominio; ma non tolleraronsi gli ordini, che poteano scacciarli per sempre. E 'l rapido accrescimento dell'ordine popolare ne fu cagione. Perocchè in altre nazioni, generandosi lentamente, fu adulto assai secoli appresso, quando la monarchia, domi i baroni, avea consolidato e reso uno il reame; onde il popolo, riscotendosi, fu animato da virtù nazionale. Ma in Italia surse mentre province e città erano più stranamente divise dall'anarchia feudale; laonde, non veggendo altro che i propri confini, quei popoli presero umori e virtù municipali. Operose virtù, che prodigiosamente aumentarono la possanza di ogni città; ma tolsero al tutto che l'universale in reggimento durevole s'assestasse. Così se in alcuna provincia si feano accordi a comune {7} difesa, nè alle altre si estendeano, nè duravano oltre l'immediato bisogno. Difformi i reggimenti, e mutabili, e incerti; e qual città si ricattava, qual ricadea sotto immane tirannide. Brulicavano in Italia cento e cento piccoli stati, pieni di passioni, di vita, di sospetti, di nimistà; pronti a servir ciecamente ad ambizioni maggiori, che nel parteggiare trovavan campo, e più rinfocavano a parteggiare.
Ondechè la corte di Roma, conscia delle sue forze, agognò alla dominazione, or mettendo innanzi concessioni e diritti, or sotto specie di farsi scudo a libertà; e gl'imperatori tedeschi, com'e' poteano, al racquisto del bel giardino sforzavansi. Elettivo allora di Germania il re, che re de' Romani per vanità pur s'appellava, e imperatore, quando assentialo il papa, arrogantesi dar questo titolo e questa corona; ma disputata e mutila, sotto il gran nome de' Cesari, l'autorità. Tenean ogni possanza in Lamagna i grandi feudatari, e le città libere; indocili, gelosi, di lor franchige superbi. Donde nè gagliardi, nè continui gli sforzi degl'imperatori su l'Italia; imprese di venturieri, non guerre di poderosa nazione: e scorati e stanchi avrebbero forse i Tedeschi lasciato quest'ambizione, se l'Italia medesima non si fosse precipitata ad aiutarli con quella maladizion delle parti, i cui nomi a maggior vergogna si tolsero da due case tedesche. I Guelfi allo inerme pontefice, gli altri allo straniero lontano, davan fomite e forza; tra loro atrocemente dilaniavansi; e a questo eran paghi, di libertà, di servitù non curandosi. E quasi non bastassero a lor passioni insociali quelle divisioni, le tramutavano in altre di nomi e sembianze diverse; nelle repubbliche vi si mescolavano le usate parti di nobili e popolani: era per tutto una confusione, una rissa brutale. Così stoltamente sciupossi quel nerbo di valor politico ond'era rigogliosa l'Italia; l'Italia si preparò secoli, e chi sa quanti? di servitù senza quiete. {8}
La Sicilia, e la penisola di qua dal Garigliano poco diverse dagli altri popoli italiani per gente, linguaggio, tradizioni e costumi, reggeansi pure con altri ordini. Mentre nel rimanente d'Europa la progenie settentrionale, perdute le virtù de' barbari, ne ritenea solo i vizi, ebbe la Sicilia, al par che la Spagna, il dominio degli Arabi, culti se non civili, attivi e pronti come popolo testè rigenerato. La regione di terraferma, or invasa dai barbari, or dagli imperatori greci ripigliata, divideasi in vari stati, sotto reggimenti diversi, alcun dei quali pigliava la forma delle nascenti repubbliche italiane, quando una man di venturieri normanni venuta a difendere, si fe' occupatrice, e istituì gli ordini feudali. Altri di questa gente passando in Sicilia allo scorcio del secolo undecimo, e scacciando i Saraceni, nimicati dagli altri abitatori per la diversa religione e lo straniero dominio, fondaronvi un novello principato, e primi recaronvi la feudalità[2]. La quale, perchè in Europa già piegava a riforma, qui surse più civile e giusta; temperandola ancora la virtù e riputazione di Ruggiero duce de' vincitori, la influenza delle grosse città, e i molti poderi che s'ebber le chiese nelle prime caldezze della cristiana vittoria, le proprietà allodiali, le ricchezze, il numero de' Saracini venuti a patti più che spenti, e de' cristiani stessi di Sicilia. Così il conte Ruggiero, principe di liberi uomini, non capo di turbolento baronaggio, e vestito dell'autorità di legato pontificio, ch'è infino ai dì nostri egregio dritto della corona di Sicilia, fortemente e ordinatamente il nuovo stato reggea. Titolo gli diè poi {9} di reame un altro Ruggiero, figliuolo del conte, posciachè con le arti e con le armi tolse Puglia e Calabria agli altri principi normanni; e dai baroni quivi più possenti, e dal papa, e dallo imperatore, gagliardamente difesele con le siciliane forze. Quindi fu gridato dai parlamenti, e in fine, per amore o per forza, riconosciuto dal papa, re di Sicilia, duca di Puglia e di Calabria, principe di Capua. Costui ritirando ver la corona l'autorità dei magistrati, contenendo i baroni, assestò il reame con ordini civili, ravvivò le industrie, e vittoriosamente adoprò fuori le armi sue.
Due forze turbarono questa novella monarchia siciliana: che furono, il baronaggio non sì gagliardo da mettere al nulla l'autorità regia, ma baldanzoso abbastanza da provocarla; e la corte di Roma, la quale attirò i nostri principi nelle contese italiane, or chiamandoli in sostegno, or vantando dritti su lor province, e combattendoli apertamente. Pure la monarchia, per la virtù della sua prima fondazione, stette salda a que' colpi; si ristorò con migliori leggi sotto il secondo Guglielmo; e avrebbe potuto per avventura dopo lunga neutralità alzare un vero vessillo italiano, e messi giù lo imperatore e il papa, da sè occupare o proteggere tutto il paese infino alle Alpi: ma essa dal sangue normanno passò per nozze a casa sveva[3], che tenea di que' tempi lo impero. Indi la potenza di Sicilia e di Puglia prese le ingrate sembianze di ghibellina: e dopo il regno dello imperatore Arrigo, che per essere stato breve ed atroce, nulla operò, vidersi questi due reami avvolti nella gran lite d'Italia. Perchè dal cominciamento al mezzo del secolo decimoterzo regnovvi Federigo II imperatore, prò nelle armi, sagace e grande nei consigli, promotor delle lettere italiane, costante nemico di Roma. {10} Raffrenò Federigo i feudatari, che nella fanciullezza sua si eran prevalsi; chiamò nei parlamenti nostri i sindichi della città; represse nondimeno gli umori di repubblica; riordinò vigorosamente i magistrati, vietò, primo in Europa, i giudizi ch'empiamente chiamavan di Dio; dettò un corpo di leggi, ristorando o correggendo quelle dei Normanni; le entrate dello stato ingrossò, e troppo. Macchiano la sua gloria, severità e avarizia nel governo; e mal ne lo scolpa la necessità di tender fortissimo i nerbi del principato, per aiutarsene alla guerra di fuori.
Dondechè mentre i due potentati acerbamente si travagliavano con le astuzie, con le armi, con gli scritti, e, incontrando varia fortuna, or fean sembiante di venire agli accordi, or più feroci ripigliavan le offese, crebbero nei reami di Sicilia e di Puglia pericolosissimi umori; come avviene dal troppo tender l'arco che i governanti fanno, sperando che pur sempre si pieghi. Innocenzo IV, pontefice di altissimi spiriti, se ne accorse, e principiò a gridare il nome di libertà, non che alle cittadi dell'Italia di sopra, ma nei reami stessi di Federigo. E varcato già a mezzo il secolo decimoterzo, aspirava sì gagliardamente alla vittoria, che, convocato un concilio in Lione, denunziavagli la deposizione dallo impero; e tutte contro il magnanimo Svevo ritorcea le folgori sacerdotali.
NOTE
[1] Sconoscerei un dovere se non facessi qui menzione degli aiuti, che ho trovato a queste ricerche nella Biblioteca comunale di Palermo e nel regio archivio di Napoli. La biblioteca palermitana, dotata un dì largamente dal comune, arrichita di libri da molti cittadini, ristorata dal sommo Scinà, ed ora fiorente per lo amore e l'intendimento con cui la governano i presenti deputati, mi è stata schiusa come a chiunque; ma il valore de' bibliotecari ha agevolate le mie ricerche; e massime debbo renderne merito al sacerdote don Gaspare Rossi, lodatissimo per non comune perizia, erudizione, memoria.
Una permissione del ministero degli affari interni mi die' adito al regio archivio di Napoli: ove trovai molta cortesia in quanti reggono questo prezioso stabilimento, e in particolare nell'erudito professore signor Michele Baffi, capo dell'uficio al quale appartengono i diplomi svevi e angioini.
[2] Così scrivo non ignorando pure che alcuno abbia voluto veder concessioni feudali in tempi più rimoti; fantasie, come giudica il di Gregorio, non solidi ragionamenti. D'altronde è da distinguere feudalità da aristocrazia. Questa, dove più, dove meno, fu a un di presso in tutti gli stati. La feudalità nacque, come sa ognuno, dallo stabilimento de' barbari settentrionali, e fu un particolare modo di governo di ottimati misto di monarchia.
[3] Chiamerò così, secondo l'uso comune, la dinastia degli Hohenstauffen, duchi di Svevia.
CAPITOLO II.
Papa Innocenzo perseguita Corrado; e alla morte di lui occupa le province di terraferma, e turba la Sicilia. Repubblica in Sicilia. Manfredi ristora l'autorità regia; e l'usurpa. A spegner lui, la corte di Roma pratica con Inghilterra e con Francia. In fine concede i reami a Carlo conte di Angiò. Passata di Carlo in Italia. Manfredi è rotto, e morto a Benevento. Carlo prende il regno—Dall'anno 1251 al 1266.
Alla morte di Federigo, pronto il pontefice assurse a schiantar d'Italia l'emula casa sveva. E l'invidia dell'impero tenuto lungamente da quella; e 'l sospetto della possanza che traea di Sicilia e Puglia, valser tanto in Lamagna, rincalzati delle romane arti, che Corrado figliuol di Federigo, ancorchè eletto re de' Romani, fu escluso dall'imperial seggio. A torgli i domini meridionali, papa Innocenzo rifaceasi a gridare ai popoli libertà; suscitava i baroni; esortava i vescovi e 'l clero, bandiva la remissione delle peccata a chi si levasse in arme per la corte di Roma; per brevi, per legati, ad ogni ordine d'uomini promettea pace, e godimento di tutte lor franchige sotto la protezion della Chiesa: istigazioni tentate indarno sul fin del regno di Federigo. Pur lo zelo de' Ghibellini d'Italia, e la virtù di Manfredi, bastardo dell'imperatore[1] e non tralignante dal paterno animo, fecero che Corrado, spenti i nemici del suo nome, regnasse alfine dal Garigliano al Lilibeo. Poc'oltre due anni regnò, che da morte fu colto: lasciando di sè un sol bambino per nome Corrado, cui disser poscia Corradino, perchè uscito appena di fanciullo, brillò e fu morto. Raccomandavalo il padre, com'orfanello {12} e innocente, alla paternale carità del pontefice; e questi più furiosamente che prima riassaltava i reami suoi con seduzioni ed armi[2].
Prontissima tal foco trovò l'esca, per l'odio partorito agli Svevi, e al principato con essi, da quella lor dominazione avara e rigida, spesso anco crudele, e testè esacerbata nei contrasti all'avvenimento di Corrado. I baroni tendeano a scatenarsi, pe' vizi radicali della feudalità e i mali esempi di fuori. Increscea il freno alle maggiori città, aspiranti alle franchige di Toscana e di Lombardia, delle quali avean preso vaghezza per gli spessi commerci con l'Italia di sopra, e per sentirsi forti anch'esse di sostanze e di popolo, e ravvivate della virtù delle lettere e de' leggiadri esercizi, che fioriron sotto Federigo. Inoltre eran use al municipal reggimento, avanzo di più felici tempi, non dileguato dalla romana conquista, nè sotto l'impero, nè forse anco per la saracena dominazione; il qual reggimento provvedendo alla più parte de' bisogni pubblici, alla libertà politica non restava che un passo. E suol sempre all'autorità dello stato incerta o vacillante sottentrar la municipale, che più si avvicina alla semplicità de' naturali ordini del vivere in comunanza, e i popoli, come cosa {13} propria, l'odian manco. Però in tanto scompiglio ne crebbe la riputazione delle municipalità, e con essa la brama dello stato libero. La quale fors'era più viva in Sicilia che in terraferma, per lo numero delle città grosse, e i meglio raffrenati baroni[3]. {14}
Spiegò Innocenzo in tal punto il vessillo della Chiesa, correndo l'anno milledugentocinquantaquattro; occupò Napoli con l'esercito; mandò oratori e frati a sollevare i {15} popoli per ogni luogo: ed era il re in fasce in Lamagna; il reggente straniero e dappoco; Manfredi senza forze, nè dritto alla corona. Andaron sossopra dunque i reami: chi si trovò presso al potere li die' di piglio, dove a nome del re, del papa, del comune, e dove di niuno. Quindi a poco a poco surse Manfredi, praticò col papa, e pugnò; e morto a Napoli Innocenzo, e rifatto pontefice Alessandro IV, gioviale, dice una cronaca[4], rubicondo, corpulento, non uomo da sostenere i disegni del fiero antecessore, lo Svevo, savio e animoso, a ripigliar lo stato si condusse. Ma perchè l'anarchia avea preso in Sicilia le sembianze di repubblica, e fu questo lo esempio agli ordini che gridavansi poi nel riscatto del vespro, io narrerò questo avvenimento il più largamente che si possa su le scarse memorie de' tempi.
Sedea vicerè in Sicilia da molti anni, e governava sì le Calabrie, Pietro Rosso o Ruffo. L'imperator Federigo da vil famigliare l'avea levato a' sommi gradi, com'avviene in corte a' più temerari e procaccianti. Pensò Corrado che per opera di costui gli fosse rimasa in fede la Sicilia nei turbamenti desti alla morte di Federigo; onde il fe' conte di Catanzaro, gli prolungò il governo, e crebbegli la baldanza: chè superbamente ei reggeva, a nome del re, a comodo proprio; fattosi trapotente per dovizie e clientela, da osar disubbidire a faccia scoperta lo stesso monarca. Pertanto alla morte di Corrado, a' rivolgimenti che seguitarono, duravane i primi impeti il conte di Catanzaro, e una certa autorità mantenea, non ostante quell'universale pendio alla repubblica; non contrastandolo, ma temporeggiandosi, e procacciando in vista gl'interessi de' popoli. Anzi con la solita audacia, nel torbido aspirò a cose maggiori. Come papa Innocenzo caldamente i Siciliani istigava {16} a gridare il nome della Chiesa, e allettava Messina con le vecchie lusinghe di privilegi, il vicerè intrigossi con gl'inviati delle città di Sicilia a trattare col papa; proponea, rifiutava patti; e mandò al papa con gli ambasciadori di Messina, e col vescovo di Siracusa, un suo nipote; tramando sottomano farlo re di Sicilia, che dal pontefice la tenesse, e pagassegli il censo. Gonfio di questi pensieri, quando Manfredi risurto a Lucera chiamavalo all'antica obbedienza, non assentì il conte che ad una confederazione con reciproci patti. E fidavasi tra 'l principato, il pontefice, e 'l popolo traccheggiar sì maestro, che dell'un contro l'altro s'aiutasse a' propri disegni.
Ma perchè non è felice poi sempre l'inganno, costui non valse a raggirare a lungo le siciliane città: e porse egli stesso l'occasione a prorompere; perchè volendo coprirsi con le sembianze della legittimità, finchè non fosse matura l'usurpazione, battè moneta a nome di Corrado secondo; ch'era un disdir netto la repubblica. Spezzata allora con esso ogni pratica, le città gridaron repubblica sotto la protezion della Chiesa: prima a ciò Palermo; seconda Patti, mossa dal vescovo; ed altre terre seguitaronle. Il vicerè spacciava ambasciatori a Palermo, ed eran respinti; vedea le città dell'Etna levarsi tutte, e con esse Caltagirone, che pose a guasto e a sacco i vicini poderi della corona; non restava che a tentare la forza. Raccolto dunque di Messinesi, e di quanti rimaneangli in fede un grosso di genti, il vicerè assalisce Castrogiovanni, che tentennava; e, dubbiamente difesa, la espugna. Ma quel dì medesimo Nicosia sollevasi, e poco stante molte altre terre; fino i Messinesi dell'esercito levavano in capo: una stessa brama avea preso i Siciliani tutti, nè bastava a trattenerli il veleno delle divisioni municipali. In tal disposizione d'animi, un picciolo intoppo die' il tracollo al conte di Catanzaro. Appena ributtato da uno assalto ad Aidone, {17} le genti sue stesse il costrinsero a tornarsi a Messina; e trovò a Messina una congiura, per disperder la quale invano affrettossi a entrare in città, invano fe' sostenere in palagio Leonardo Aldighieri[5] e parecchi altri cittadini de' quali più temea. Infellonisce il popolo; ridomanda gl'imprigionati; e ottenutili non s'acqueta, ma reca Leonardo in trionfo; capitan del popolo il grida; «Viva il comune, fuori il vicerè!» con lui fermansi i patti, che dia alcune castella in sicurtà, e libero sen vada con l'avere e la famiglia. Così fu scacciata l'ultim'ombra della regia autorità. Partitosi il conte, il popolo saccheggiò le sue case; ed ei, non osservati gli accordi, attese in Calabria ad affortificarsi. Ma quivi lo inseguiano le armi di Messina; imbatteasi ancora in quelle di Manfredi: e, com'e' meritava, cacciato dalle une e dalle altre, vagando senza aiuto nè consiglio, rifuggiasi in fine vergognosamente alla corte del papa.
La Sicilia intanto senz'altri ostacoli alla bramata condizione si condusse. Messina affratellata nel comun brio, diessi tutta, come città rigogliosa, alle virtù e ai vizi delle italiane repubbliche. Volle un podestà straniero; al quale uficio primo chiamò Iacopo de Ponte, romano. Presa poi dalla sete delle conquiste, assalse e spianò Taormina, ricusante d'ubbidirle; in Calabria occupò molti luoghi, e tenne vivo il suo nome. E Palermo sospinta dagli stessi umori, occupava il castel di Cefalù, e certo anco alcun'altra terra di mezzo. Ma, quel che più rileva, intesa all'universale ordinamento, avea già mandato oratore al papa a Napoli un Iacopo Salla, ad annunziare il reggimento a comune sotto la protezion della Chiesa, assentito dall'isola {18} tutta. Incontanente il papa spacciò vicario Ruffin da Piacenza, de' frati minori: il quale era a grandissimo onore raccolto in Palermo, in Messina, e per ogni luogo, e onorato con feste popolaresche; al venir suo tripudianti gli si feano incontro cittadini, e sacerdoti, e vecchi, e fanciulli; di palme e di rami d'ulivo spargeangli il sentiero, come a liberator del paese; tutti si inebriavan di gioia e di speranza nel nuovo stato. Richiamaronsi allora un conte Guglielmo d'Amico, un Ruggiero Fimetta, ed altri Siciliani usciti fin da' tempi dell'imperator Federigo, per umori guelfi, o di libertà. Libertà gridavan tutti: le città, terre, e castella si strinsero con patti reciproci: e su questa confederazione il vicario pontificio comandava nel nome della Chiesa. Così intorno a due anni si visse in Sicilia, dal cinquantaquattro al cinquantasei. In Puglia e in Calabria, nel medesimo tempo, fu più contrastata la dominazione tra i principi, che bramata dai popoli la libertà; perchè men disposti v'erano che que' di Sicilia, e il papa, e Manfredi, ambo vicini, a vicenda sforzavanli a ubbidire.
E ciò sol si ritrae dagli storici de' tempi. Quali fossero gli ordini delle novelle repubbliche di Sicilia, se popolani, se misti d'oligarchia, ne è ignoto. Forse nessuno ben saldo se ne statuì; forse come i cittadini adunati a consiglio, deliberavano per l'addietro su i negozi municipali, come i maestrali per l'addietro li amministravano, fecesi allora in tutte le altre parti del governo. I vincoli scambievoli delle città, i limiti dell'autorità del papa e del legato, i consigli pubblici che a questo fosser compagni, non ricorda la istoria; se non che abbiam documenti di concessioni feudali in Sicilia, fatte dal papa a baroni parteggianti per esso; la qual cosa dimostrerebbe piuttosto la confusione o l'usurpazione dei poteri pubblici, che l'esercizio di quelli a buon dritto stabiliti. Nè alcuno scrittore ci ha tramandato {19} in che stato rimanessero i feudatari; ma li veggiamo quale appigliarsi di gran volontà a questa novazione, e quale ubbidirla tacito e torvo, aspettando tempo; talchè è manifesto, che gli umori guelfi e ghibellini divideano già il sicilian baronaggio. Mezz'anarchia fu quella, e imperfetta lega di feudatari forti e parteggianti, di città aduggiate dalle radici dell'aristocrazia e del principato; e debolmente il nome della Chiesa li rannodava. Potea il tempo consolidar quello stato, al par delle italiane repubbliche; ma il principato repente risorto lo spense. E dalle novazioni i popoli voglion frutto più prestamente che la natura non porta; e delusi gittansi allo estremo opposto; l'invidia morde i privati; la parte che ama gli ordini vecchi rimbaldanzisce. Questo in Sicilia seguì. Risorgea Manfredi in terraferma; la parte pontificia mancava; trionfava in fine la sveva. A ciò levaronsi i feudatari, che per costume, interesse e orgoglio teneano, la più parte, pel re; i repubblicani si sgomenarono; e sì rapido fu il precipizio, che pochi anni appresso, repubblica di vanità l'appellava Bartolomeo di Neocastro.
Ondechè mentre Federigo Lancia riducea le Calabrie con un esercito per parte sveva, un altro se n'accozzò di feudatari in Sicilia. Arrigo Abate con esso entrò in Palermo; e imprigionò il legato del papa, e quanti parteggiavano per lo stato libero. Corse per l'isola poi vittorioso; ruppe a Lentini Ruggiero Fimetta, principal sostenitore della repubblica, o de' feudi che per tal riputazione gli avea largamente dato papa Alessandro: ma a Taormina trovò Arrigo assai duro il riscontro; e si bilanciavan le sorti, se non era per la rotta che toccarono i Messinesi in Calabria. Perocchè l'esercito loro, grosso di cavalli e di fanti, osteggiando in quelle province i manfrediani, fu colto con improvvisa fazione da Lancia, quando saccheggiata Seminara sbadatamente movea per lo pian di Corona; e attenagliato {20} tra due schiere, e con grande uccisione fu sbaragliato. Federigo Lancia a questa vittoria insignoritosi al tutto della Calabria, minacciava Messina, e con sue pratiche fomentava per Sicilia tutta la parte regia. Prevalendo questa dunque in Messina, nè restando armi alla difesa, il podestà, per dappocaggine o necessità, si fuggia; rinnalzavasi il vessillo svevo; arrendeasi a Lancia la città. Pugnaron ultime per la libertà Piazza, Aidone, e Castrogiovanni, e furono soggiogate[6]. Così Manfredi tutti ridusse i popoli e di {21} terraferma, e dell'isola; e breve tratto per Corradino regnò. Poi lo scettro ripigliato col valor suo, render nol seppe a un fanciullo; diè voce che questi fosse morto in Lamagna; e creduto o non creduto, com'erede solo di Federigo, incoronossi in Palermo a dì undici agosto milledugentocinquantotto.
E fortemente regnò Manfredi; e placar non potendo a niun patto la corte di Roma, disperatamente la combattea. Si fe' capo dei Ghibellini: rinnalzolli in Lombardia; fomentolli in Toscana; in Roma stessa ebbe seguito, la quale non sottomessa per anco ai pontefici, e reggendosi per un senatore, avea chiamato nuovamente a questo uficio Brancaleone, uomo di alto animo, che si era, per comunanza di nimistà, col ghibellino re collegato. Per le quali cose, non bastando ormai la romana corte alla tenzone, affrettossi a compiere un antico disegno. Già fin dalla morte del secondo Federigo, papa Innocenzo, perchè non sentia nel sacerdotale braccio tanto vigore da regger Sicilia e Puglia, nè troppo affidavasi in su quegli umori repubblicani, avea cercato in ponente chi conquistasse con armi proprie lo stato, e con nome di re dalla Chiesa tenesselo in feudo, e pagassele censo, e servigio militare le prestasse. Così innalzato avrebbe in Italia un possente capo di parte guelfa, {22} e campion della Chiesa. Donde, mentr'ei qui chiamava i popoli a libertà, mercatavali come gregge, prima con Riccardo conte di Cornovaglia, fratel del terzo Arrigo d'Inghilterra; poi con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratel di Lodovico IX di Francia; e in fine col fanciullo Edmondo, figliuolo del medesimo Arrigo. Autentiche ne restano le bolle d'Innocenzo e dei successori suoi, le epistole dei re, che queste pratiche rivelan tutte, dalla romana corte per sedici anni condotte a cauto passo, quand'ira o terrore non la stimolavano. E indefessa con brevi o legati a sollecitare i principi, tirare a sè i cortigiani, promettere di ogni maniera indulgenze, sparnazzare le decime ecclesiastiche di cristianità tutta alla occupazione di Sicilia e Puglia, a questo bandir la croce, a questo commutare i voti presi da re e da popoli per la sacra guerra di Palestina. Spesso tra coteste pratiche, la corte di Roma per bisogno di moneta, e necessità di difendersi o voglia d'occupare alcuna provincia di Puglia, accattava danari con sicurtà su i beni delle chiese d'oltremonti; e que' prelati sforzava a soddisfarli; ai riluttanti mostrava la folgore delle censure. Alcuna volta prendeva a permutar la bolla d'investitura con somme assai grosse di danaro: poi la brama più forte di abbatter Manfredi, rimaner la facea da cotesti guadagni. A lungo tuttavia si differì l'impresa, come superiore alle forze di cui la trattava, e disperata quasi per la potenza e virtù di Manfredi.
Di gran volontà s'era accinto a questa guerra di ventura Arrigo, cupido dell'altrui, ma dappoco, e alla Gran Carta spergiuro, perciò contrariato e travagliato da quegli indomiti propugnatori delle libertà inglesi. Arrigo fermò i patti col papa, e la investitura s'ebbe per Edmondo suo, e le armi faceasi a preparare; ma a tanti atti ne venne arbitrari e stolti, e tanto increbbero in Inghilterra le esazioni di Roma, che il parlamento pria trattenne il re dall'impresa; {23} poi richiamandosi di questi e di mille altri torti, lo spogliò del governo, lo calpestò: e in aspre guerre civili s'avvolse il reame. Spezzavasi la pratica con Francia per niente simil cagione: chè quivi obbedienti i popoli, mite e non debole il re, d'alto animo, ristorator delle leggi, savio moderator del governo, e di pietà sì rara, che alla morte sua fu canonizzato tra' santi. L'occupazione straniera menomava la Francia in ponente; la usurpazione de' grandi feudatari dagli altri lati; insanguinata riposava appena da una crociata infelicissima; pur quello che più forte la distolse dalla siciliana impresa, fu l'animo del re, abborrente dal guerreggiar con cristiani, e dar di piglio nell'altrui. Però pertinacemente ricusava quel giusto: a lungo la romana corte si dondolava tra lui e l'Inglese, da forza rattenuto, non da coscienza. Ma quando vide costui prostrato, e sè stessa condotta agli estremi dai Ghibellini e da Manfredi, la romana corte, come disperata, adoprò tutt'arti a sforzar Lodovico. Drizzavasi a Carlo d'Angiò, e alla donna sua, che, sorella a tre regine, avrebbe dato la vita per cingersi un istante a fianco ad esse il diadema dei re[7]: e mostrava a quegli ambiziosi animi spianato ogni ostacolo, fuorchè l'ostinazione di Lodovico. Il papa indettò con vari accorgimenti tutt'uomo che più valesse a corte di Francia. Strinse il re dal lato più fiacco. Ammonivalo con lettere sopra lettere: non indurasse il suo cuore; esser ormai irriverente e {24} presuntuosa la ripulsa, e ch'ei laico dubbiasse a entrare in un'impresa chiarita onesta e giusta dal successore degli apostoli, e da' cardinali suoi. Pennelleggiava la Chiesa schiantata d'Italia per Manfredi, mezzo saracino, dissoluto tiranno; l'eresia pullulante; profanati i sacri tempî; manomessi vescovi e sacerdoti; spregiati gli anatemi; chiusa la via di Terrasanta finchè la Sicilia stesse ribelle al pontefice[8]. Così svolsero {25} all'impresa il re di Francia. Si trattavano insieme i patti della concessione, tra i quali il papa pretendeva il dominio non solo di Benevento e Pontecorvo co' loro contadi, ma quasi di tutta la regione ch'oggi comprendesi ne' distretti di Napoli, Pozzuoli, Caserta, Nola, Sora, Gaeta, e inoltre qua {26} e là per lo reame altre città e terre[9]: ma infine moderandosi da Roma il prezzo, Carlo comprò; e fu fermato il negozio con lo stesso Urbano IV; e per la sua morte, decretato solennemente da Clemente IV, francese, appena ei salì al pontificato. Urbano e Clemente seguivano entrambi l'antico studio della romana corte a mutare per lo meno in signoria feudale quell'uso di consiglio e di protezione negli affari temporali, ch'era divenuto quasi comando in vari reami cristiani; la qual signoria tentò prima in Inghilterra, poscia in Aragona, e più assiduamente su le italiane province a mezzogiorno del Garigliano. Clemente promulgò a venticinque febbraio milledugentosessantacinque la bolla, per la quale «il reame di Sicilia, e la terra che si stende tra lo stretto di Messina e i confini degli stati della Chiesa, eccetto Benevento,» furono conceduti a Carlo, in feudo dalla Chiesa, per censo di ottomila once di oro all'anno, e servigio militare al bisogno. Cento patti sottilissimi dettò il papa a vietare l'ingrandimento del re: che nè allo impero aspirasse, nè ad altra signoria in Italia, a sicurtà della {27} romana corte, la quale il volea possente sì, ma non da soverchiare lei stessa. Con ciò mutilati i dritti del principe nelle elezioni ai vescovadi e agli altri beneficî ecclesiastici; toltigli i frutti delle sedi vacanti; tolta ogni partecipazione nelle cause ecclesiastiche, e riserbatene le appellazioni a Roma; fermata la franchigia de' chierici dalle ordinarie giurisdizioni e dai tributi; e altre condizioni men rilevanti. Tra quegli squisiti accorgimenti di regno, si risovenne pur Clemente degli uomini del paese non suo che vendea: stipulò per loro i privilegi goduti già sotto Guglielmo II, il re più mite e giusto, e temperante dallo aver dei sudditi, che nelle siciliane istorie si registrasse[10].
A furia allor si misero in punto le armi, e gli armati per la guerra a Manfredi. Corsi erano ormai diciassette anni dalla sconfitta dell'esercito crociato: ridondava la Francia {28} di baroni, e cavalieri, e uomini d'arme, fastiditi del viver civile sotto le leggi, bramosi di operare, e di acquistar gloria e sustanze. Veniano di Fiandra per la cagione stessa altri guerrieri di ventura. Venian di Provenza, la quale appartenne negli antichi tempi al reame di Francia; spiccossene dietro la morte di Carlo Magno nel secol nono; fu feudo dello impero; poi, rompendo il debil freno, si resse {29} per suoi conti sovrani; ed or da Beatrice, ultima di quel sangue, era stata recata in dote a Carlo d'Angiò. Quell'acerba signoria, onde la Puglia poi pianse e la Sicilia insanguinossi, spaziavasi già in Provenza: fraude e forza aveano spogliato di lor franchige repubblicane Marsiglia, Arles, Avignone: tra cupida dell'altrui avere, e tremante del suo tiranno, correa Provenza alle armi per aggrandirlo. Smugneanla di danari Carlo e Beatrice; costei fino i suoi gioielli impegnò; altra moneta fornì re Lodovico; altra ne tolse in presto il conte d'Angiò da Arrigo di Castiglia, e da mercatanti e baroni. Così raggranellando di che provvedere ai preparamenti, si raccolsono i guerrieri, ai quali il bando della croce era pretesto, scopo l'acquisto: e venivano sotto la insegna di ventura dell'Angioino, chi condotto per soldo, chi conducendo del suo un picciol drappello, quasi messa di gioco o di commercio, per guadagnar poderi nell'assaltato reame. Sommavano a trentamila, tra cavalli e fanti: e però esercito lo appellano le istorie, non masnada di ladroni, congregati di là dei monti a riversarsi in Italia, a scannar per rubare, e comandar poi, e ribellione chiamar la difesa.
Per arrisicato viaggio di mare, schivando l'armata fortissima di Manfredi, Carlo con un pugno d'uomini venne in Italia: di giugno milledugentosessantacinque prese l'uficio di senator di Roma, assentitogli temporaneamente dal papa: d'autunno le sue genti, valicate le Alpi, non trovarono {30} riscontro nei Ghibellini d'Italia; dei quali chi fu compro, e chi tremò. E così la fortuna, che annulla d'un soffio gli umani consigli, volgea le spalle a Manfredi. Le divisioni d'Italia a lui nocquero fieramente, risorgendo i Guelfi a quelle novità; nocquegli la possanza della Chiesa; ma il voltabile animo de' suoi baroni fu che disertollo; e la mala contentezza dei popoli, causata dalle spesse e gravi collette, dal piover degli anatemi, dai mali tanti che la lotta con Roma avea partorito. Sdegno e necessità di assicurarsi, aveano cacciato innanzi Manfredi in tutto il tempo del suo regno; nè avea ascoltato i richiami de' popoli, che lunghi anni si sprezzano, ma suona un'ora alfine che morte ne scoppia e sterminio.
Quest'ora già rapiva Manfredi: e sentiala il grande, ma volle mostrare il volto alla fortuna. Tedeschi e Italiani accozzava, e quanti Pugliesi credea fedeli, e i Saraceni siciliani trapiantati in terraferma, che odiosi a tutti teneano a lui solo: e attendeva a ingrossare l'esercito, e temporeggiarsi col nemico, cui l'indugio era ruina. Correa rigidissimo il verno. Carlo d'Angiò con la regina, s'era incoronato già in Vaticano a dì sei gennaio del sessantasei: stringealo la diffalta di danari a vincer tosto, o sciogliere l'esercito. Ondechè difilato e precipitoso veniane, con un legato del papa, con aiuti de' Guelfi: e a Ceperano pria si mostrò; dove tradimento o codardia sgombravagli il passo del Garigliano[11], e per lieve avvisaglia schiudeagli {31} San Germano et Rocc'Arce; e valicar gli facea senza trar colpo il Volturno. Solo a Benevento si pugnò, a dì ventisei di febbraio, perchè v'era Manfredi, nè Carlo udir volle di pace. Pugnaron, dico, i Tedeschi, e i Saraceni di Sicilia; fuggiron gli altri; vinse con grande strage l'impeto francese. Allor Manfredi avventossi tra' nemici a cercar morte; e se l'ebbe. Tra mille cadaveri trovato il suo, gli alzarono i soldati nemici una mora di sassi; e poi pur quell'umile sepoltura gli negò l'odio del legato pontificio: e le ultime esequie dello eroe svevo, fur di gettarlo a' cani sulle sponde del Verde.
E Napoli fe' plauso al conquistatore: la ribellione, la rotta dello esercito, il fato del re, fecer piegare il resto di Puglia e di Calabria, e la Sicilia arrendersi; sol tenendo fermo que' Saraceni fortissimi in Lucera. Alla grossa partironsi i tesori del vinto, tra Carlo, Beatrice, e lor cavalieri: s'ebbono quei soldati di ventura, dignità e terre. E i popoli, che per mutar di signori rado mutano al meglio lor sorti, ne avean pure l'usata speranza; parendo che nella pace s'allevierebbero i tributi, ordinati a sostenere quella pertinacissima guerra contro la corte di Roma.
NOTE
[1] Manfredi nacque di Federigo, e di una nobile donna della famiglia de' Lancia, che poi vicina al morire fu sposata dall'imperatore, divenuto già vedovo. Con questo alcuni pretendeano legittimare Manfredi.
[2] Scorrendo rapidamente i preliminari, e toccando punti istorici notissimi, io lascerò indietro le citazioni infino al cominciamento della dominazione angioina. Le noterò solo in alcun luogo più importante. Così è questo delle pratiche di papa Innocenzo a fomentare gli umori repubblicani in Puglia e in Sicilia. Esse ritraggonsi non solo dagli storici contemporanei, ma sì da' brevi del papa, dati a 24 aprile 1246—23 gennaio e 13 dicembre 1251—18 ottobre e 2 novembre 1254, recati da Raynald, Ann. eccl., negli anni rispettivi, §§. 11—2, 3, 4—63, 64. Quod vobis sicut gentibus coeteris aliqua provenirent solatia libertatis:—universitas vestra in libertatis et quietis gaudio reflorescat:—habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac illam iustissimam et delectabilem libertatem qua coeteri speciales Ecclesiæ filii feliciter et firmiter sunt muniti—queste e somiglianti son le frasi del papa.
[3] Il numero delle città grosse era considerevole in Sicilia, molto più che nel regno di Napoli, come io farò osservare in piè del Docum. II.
È da avvertire che il di Gregorio (Considerazioni su la storia di Sicilia, lib.2, cap. 7; lib. 3, cap. 5, e lib. 4, cap. 3) non sembra molto esatto nelle sue idee su l'importanza de' comuni siciliani, nei secoli duodecimo e decimoterzo. Forse i tempi sospettosi in cui scrisse questo valente uomo, l'indole morbida, i timori, le speranze, i riguardi di lui, ch'era istoriografo regio e prelato, lo portarono a presentare in tal guisa l'elemento democratico, se così può chiamarsi, dell'antica nostra costituzione. Sforzato dai molti documenti, egli accetta che alcune città avessero proprietà comunali, che le adunanze popolari deliberassero sopra alcuni negozi municipali, ed eleggessero alcuni officiali pubblici; accetta la tendenza, com'ei dice, pericolosissima delle nostre città alle forme repubblicane, e il sospetto che n'avea preso l'imperator Federigo, e le caute concessioni alle quali si mosse; e con tutto ciò, credendo commesso ad officiali regî il maneggio di faccende che piuttosto poteano appartenere a' magistrati municipali, conchiude assai frettolosamente, che infino a' tempi di Federigo imperatore non v'ebbero in Sicilia forme municipali propriamente dette; che quegli ne creò un'ombra; e che i comuni non presero stabilità e forza che ai tempi aragonesi. Io credo che ben altro risulterebbe da una ricerca de' documenti, da una investigazione delle tradizioni storiche, da una istoria infine delle municipalità siciliane, che con tempo, spesa, fatica, si potrebbe compilare. E pur mancando questo lavoro, parmi poter giudicare l'importanza di quelle municipalità nel secolo decimoterzo: in primo luogo dalla loro tendenza repubblicana, evidente ancorchè immatura; e in secondo dall'esistenza delle adunanze popolari, le quali son certamente l'elemento più forte di governo municipale, e poco importano del resto i nomi e gli ufici dei sindichi, giurati, borgomastri o somiglianti magistrati esecutivi. S'aggiunga a questo, che il di Gregorio cita i maestri de' borghesi ne' tempi normanni, e poi non ne fa più caso; e che il suo argomento, fondato su poche carte, potrebbe valere forse pei tempi nostri in cui la legge municipale è uniforme e universale, ma non per que' secoli in cui non v'erano che privilegi speciali, difformi l'un dall'altro, dati in tempi e in circostanze diverse. E ricordinsi infine le parole di Ugone Falcando egregio istorico del secol XII, che narrando la ripugnanza de' borghesi siciliani a soffrire i dritti pretesi da qualche novello barone francese, li chiama cives oppidanos, cives liberos; e nota espressamente ch'essi godeano libertà e franchige, non juxta Galliæ consuetudinem. Il vocabolo cives liberos, usato con tal significazione, ci rende certi della esistenza delle corporazioni municipali.
Perciò io tengo per fermo, che le nostre municipalità, avanzo de' tempi greci, romani, bizantini, e forse non distrutte da' Saraceni, i quali non aveano la smania di vestir tutto il mondo alla lor foggia, furono parte dell'ordine dello stato nei tempi normanni: che anzi, crescendo gli umori municipali in Sicilia sì come nella terraferma italiana l'imperator Federigo pensò ripararvi dall'una parte con le minacce, dall'altra con le concessioni: che, falliti i disegni repubblicani del 1254, le municipalità sotto Manfredi e Carlo d'Angiò continuarono ad essere un utile strumento di governo, massime nella riscossione delle entrate pubbliche, nell'armamento delle navi, de' fanti, e simili bisogni pubblici: che nella rivoluzione del vespro senza dubbio si levarono a maggior potenza, senza mutare perciò i loro ordini semplici e gagliardi: e che sotto gli Aragonesi la esclusione de' nobili dagli ordini municipali, e la istituzione dei giurati, furono senza dubbio grandi passi, ma non costituirono l'importanza del governo comunale, che stava nelle adunanze popolari. I giurati furono dapprima un tribunato, o un pubblico ministero, che vegliava alla retta amministrazione della giustizia nel proprio comune, e alla condotta degli uficiali regi; nè amministravano in quella prima istituzione le cose del municipio, ch'è stato per lo più un uficio insignificante, e, come dicono gl'Inglesi, «servente il tempo,» e stromento docilissimo del potere assoluto.
Oltre a ciò è noto, che nelle monarchie feudali le nazioni furon piuttosto aggregati di vari piccioli corpi politici, che comunanza di uomini regolata dall'azione diretta del governo. Il poter sovrano in molte parti dell'ordinamento civile non operava su gl'individui, ma su i loro rappresentanti: volgeasi a ciascun corpo di vassalli feudali per mezzo del barone, a ciascun corpo di borghesi per mezzo della municipalità. Ondechè, se in tutt'altra monarchia feudale de' secoli XII e XIII era ormai necessaria la esistenza delle municipalità, sembrerà impossibile che mancassero in Sicilia, ove la feudalità nacque sì moderata; ov'erano molte proprietà allodiali, grosse e superbe città, e perciò una vasta massa di popolazione su la quale il governo non avrebbe saputo agire senza il mezzo de' corpi municipali, massime in ciò che risguardasse la contribuzione ai bisogni, pubblici, sia con servigio personale, sia con moneta.
[4] Chron. Mon. S. Bertini, presso Martene e Durand, Thes. nov. Anec. tom. III, pag. 732.
[5] Questo è il medesimo cognome di Dante, che si scrivea Aldigherius nel secolo XIV, come veggiamo nel comento di Benvenuto da Imola. Ma non v'ha alcuna memoria del comun lignaggio tra Leonardo Aldighieri e 'l poeta fiorentino.
[6] La narrazione di questa repubblica in Sicilia è cavata da:
Bart. de Neocastro, Hist. sic., cap. 2, 4, 5, 47, 87.
Saba Malaspina, in Caruso, Bibl. sic., v. 1, pag. 726 a 736, e 753, e in Muratori, R. I. S. tom. VIII.
Nic. di Jamsilla, in Muratori, R. I. S. tom. VIII.
Cronaca di Fra Corrado, in Caruso, Bibl. sic., v. 1, anni 1254 e 1255.
Appendice al Malaterra, in Muratori, R. I. S. tom. V, pag. 605.
Raynald, Ann. eccl., 1254, §§. 63 e 64, e 1256, §§. 30, 31, 32.
Breve di papa Alessandro IV ai Palermitani, dato a 21 gennaio 1255, tra' Mss. della Biblioteca comunale di Palermo Q. q. G. 2; pubblicato dal Pirri, Sic. sacra t. II, p. 806, dove si legge: ut per convenciones et pacciones inter civitates et castra et alia loca tocius loci Siciliæ inhitas, nec non et per privilegia super iis eis concessa, vobis in Ecclesiæ romanæ devocione persistentibus et civitati vestræ nihilum in posterum præjudicium generetur. Un altro breve di Alessandro al podestà, consiglio, e comune di Palermo, dato di Laterano l'8 gennaio an. 2º, li ammonisce alla restituzione del castello, rocca, e altri beni occupati da loro al vescovo di Cefalù. Ne' Mss. della Biblioteca com. di Palermo Q. q. G. 12; e citato dal Pirri, Sic. sacra, tom. II, pag. 806.
Breve dato di Napoli a 29 gennaio 1255, indirizzato a frate Ruffino de' minori, cappellano e penitenziere del papa, vicario generale in Sicilia e Calabria del cardinale Ottaviano legato.
Bolla data di Anagni a 21 agosto 1255, al medesimo frate Ruffino, che comincia così: Eximia dilecti filii nobilis viri Roglerii Finectae fidelis nostri merita sic preeminent et prefulgent, etc. Il papa, non sapendo abbastanza premiar questo Ruggiero Fimetta, gli concedeva in feudo Vizzini, Modica, Scicli, e Palazzolo, castelli che rendeano, dice la bolla, a un di presso dugento once all'anno.
Bolla del 27 agosto del medesimo anno al medesimo frate Ruffino.
Concedesi in feudo a Niccolò di Sanducia, fratel cognato di
Ruggier Fimetta e testè tornato in fede della Chiesa, il casale
Scordiæ Suitan situm in territorio Lentini.
Questi tre diplomi, cavati da' registri Vaticani, Epistole n. 574
e 121, leggonsi in Luca Wadding, Ann. minorum, Roma, 1732, tom.
III, pag. 387, 537 e 539.
Breve di Urbano IV, cavato da' diplomi della Chiesa di Girgenti, e
pubblicato dal Pirri, Sic. sacra, tom. I, p. 704, nel quale si fa
parola dell'imprigionamento del vicario frate Ruffino.
Di costui in fine dà notizia un altro breve del 13 novembre 1254,
recato dal Pirri nello stesso luogo; nel quale diploma è notevole,
che il papa concedea al vescovo di Girgenti alcuni dritti del
regio fisco.
Il guasto dei poderi della corona in Caltagirone, si scorge da un
privilegio in favore di quella città, dato da Manfredi, balio di
Corradino; il quale è citato dal P. Aprile, Cronologia della
Sicilia, cap. 27.
[7] Si narra che in una festa a corte di Francia, Beatrice, contessa di Provenza, fu cacciata dal gradino ove sedeano le due sorelle minori, regine, l'una di Francia, l'altra d'Inghilterra (la terza, ch'era assente, fu moglie di Riccardo d'Inghilterra, re de' Romani); ond'ella si tornò dispettosa e piangendo alle sue stanze; e Carlo, saputa la cagione di questo femminile cordoglio, baciandola in bocca, le dicea: «Contessa datti pace, che io ti farò tosto maggiore reina di loro:» e ciò lo stigava oltremodo all'impresa di Sicilia.
Gio. Villani, lib. 6. cap. 90. ed di Firenze 1323.
Ramondo Montaner, cap. 32.
Cron. di Morea, lib. 2, pag. 39, ed. Buchon 1840.
[8] Raynald, Ann. eccl., an. 1253 e seg.
Si vegga altresì Hume, Storia d'Inghilterra—Arrigo III, cap. 12, dov'è citato Matteo Paris.
Duchesne Hist Franc. Script. tom. V, pag. 869 a 873.
I documenti delle pratiche de' papi per la concessione del reame
ad alcuno de' principi nominati, leggonsi presso:
Lünig, Codice diplomatico d'Italia—Napoli e Sicilia—tom. II, n.
30 a 42.
Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, ed. Londra, 1739, tom. I, pag.
477 e seg. ove son citati questi documenti:
3 agosto 1252.—Innocenzo IV, a re Arrigo III, tom. I, pag. 477.
28 gennaio 1253.—Diploma d'Arrigo III, pag. 893.
14 maggio 1254.—Innocenzo IV all'arcivescovo di Canterbury, etc., pag. 511.
Questo è il primo documento ove si parli della concessione al principe Edmondo. Il papa comanda si accatti danaro per la impresa, con sicurtà su i beni delle chiese d'Inghilterra.
14 maggio 1254.—Altri quattro brevi d'Innocenzo IV, pag. 512 e 513, dall'ultimo de' quali si vede che re Arrigo era stato dubbioso a muovere contro un principe congiunto suo, e che il papa il confortava.
22 maggio 1254.—Innocenzo IV ad Arrigo III. Che non ispenda danaro in cose profane, nè sacre, e tutto serbi alla impresa di Sicilia, p. 515. Allo stesso effetto ci è una epistola alla regina, una a Pietro di Savoia.
23 maggio 1254.—Innocenzo IV ad Arrigo III.
31 detto.—Innocenzo IV ad Arrigo III.
9 giugno 1254.—Innocenzo IV ad Arrigo III.
14 ottobre 1254.—Arrigo III, come tutore di Eduardo re di Sicilia a' prelati, conti, baroni, militi e liberi nomini di questo reame, p. 530.
17 novemb. 1254.—Innocenzo IV ad Arrigo III.
…… 1255.—Alessandro IV. È uno scritto delle condizioni alle quali si concede il reame di Sicilia e Puglia a Edmondo, p. 893.
21 aprile 1255.—Alessandro IV ad Arrigo III. Perchè paghi una somma di danaro, spesa dalla corte di Roma per l'occupazione di Puglia, pag. 547.
3 maggio 1255.—Alessandro IV commuta nella impresa di Sicilia il voto preso da re Arrigo per Terrasanta, pag. 547.
7 detto.—Altra bolla sullo stesso soggetto, p. 548.
11 detto.—Alessandro IV scrive aver commutato alla impresa stessa il voto del re di Norvegia e de' suoi, pag. 549.
12 detto.—Altra bolla allo effetto stesso.
13 detto.—Alessandro IV ad Arrigo III, p. 550.
15 detto.—Bolla dello stesso perchè si riscuotessero da Arrigo per la impresa siciliana que' denari in cui erano stati mutati i voti presi da molte persone per guerreggiare in Terrasanta; e si richiedessero anche dagli eredi, p. 551.
16 detto.—Bolla dello stesso pel voto del re Arrigo III, pag. 552.
21 detto.—Per lo giuramento di Edmondo alla corte di Roma. Pag. 553
30 novembre 1255.—Per lo giuramento di Edmondo alla corte di Roma. pag. 573
5 febbraio 1256.—Alessandro IV al vescovo di Hereford, perchè sulle decime d'Inghilterra si pagassero i debiti contratti dal papa per l'impresa di Sicilia, pag. 581.
27 marzo 1256.—Arrigo III al papa. Scrive non potere, per le turbazioni del regno suo, mandar forze in Italia, nè fare al papa il pagamento, ch'ei volea prima di ogni altro, per le spese sostenute da Roma negli assalti del regno. Era di 135,541 marchi; e dice Arrigo: Non enim credimus quod hodie princeps aliquis regnet in terris, qui ita subito tantam pecuniam possit habere ad manus.
Altre lettere simili a vari cardinali leggonsi a pag. 587.
…. 1256.—Eduardo primogenito di Arrigo III, dà un giuramento per questo negozio di Sicilia, pag. 586.
11 giugno 1256.—Alessandro IV a re Arrigo III, pag. 593.
27 settembre 1256.—Bolla che proroga il termine dato ad Arrigo per l'impresa di Sicilia, pag. 608.
…. detto.—Bolla che obbliga i prelati di Scozia a pagare il danaro tolto in presto dal papa per la guerra di Sicilia, pag. 608.
6 ottobre.—Alessandro ad Arrigo III, pag. 611.
9 novembre.—….. pag. 612.
10 maggio 1257.—Arrigo III al papa. Scrive avere con l'arcivescovo di Morreale, legato del papa, ordinato l'impresa, e scelto il capitano, pag. 620.
.. Maggio 1257.—Arrigo al papa. A questo effetto ha fermato pace col re di Francia.
3 giugno 1257.—Alessandro IV al suo nunzio in Inghilterra. Riscuota il danaro tolto in presto sulle decime, non ostante il divieto del re, che già si noiava della spesa.
E moltissime altre, che sarebbe lungo e non utile a noverare.
Leggonsi anche questi ed altri documenti negli Ann. eccl. di Raynald, tom. II et III. Nè li ho citato, parendomi inutile replicare le autorità per fatti sì certi.
[9] Le trattative leggonsi in una bolla d'Urbano IV, data d'Orvieto il 26 giugno 1263, che contiene a un di presso le condizioni della bolla di concessione di Clemente IV; se non che il papa domandava o quelle ricche province col censo di due mila once d'oro, o, per tutto il regno, il censo di dieci mila; riserbandosi sempre Benevento. Si contentò poi di dare tutto il regno per once otto mila all'anno. Questa bolla sarà in breve pubblicata dall'erudito sig. Alessandro Teulet, che l'ha cavato dagli Archivi del reame di Francia, e me l'ha gentilmente comunicato.
[10] Lünig, loc. cit. n. 43.
Ecco il sommario di questa bolla, data di Perugia il quarto dì anzi le calende di marzo dell'anno primo di Clemente IV.
Discorso a lungo della concessione precedente a Edmondo d'Inghilterra, la quale si replica esser nulla, per le non adempiute condizioni, e per la mancanza di un atto in buona forma; il regno di Sicilia, con tutta la terra tra lo stretto e i confini dello stato della Chiesa, è dato a Carlo d'Angiò, che prima della festa prossima di san Pietro, vada a Roma per l'investitura, mentre il cardinale delegato a questo negozio in Francia gli darebbe un sussidio sulla decima delle chiese, e predicherebbe la croce contro Manfredi.
Le condizioni della concessione sono:
1. Resti Benevento alla Chiesa.
2. Carlo, e i suoi, e gli eredi non possano avere proprietà, nè autorità in alcuna terra appartenente alla Chiesa di Roma.
3. Diansi alcuni privilegi a Benevento.
4. Ordine della successione, con la ricadenza alla Chiesa, in difetto di eredi legittimi e del sangue.
5. Censo di ottomila once di oro alla Chiesa, in ogni anno; e
scomuniche e caducità dal regno se non si paghi.
6. Dopo l'acquisto del reame, in tutto o in parte, Carlo paghi alla Chiesa 50,000 marchi per le spese sostenute da lei.
7. Presenti al papa un palafreno bianco ogni tre anni.
8. Ne' bisogni della Chiesa mandi 300 uomini d'arme (cioè da 900, a 1,200 cavalli) per tre mesi in ciascun anno; il qual servigio si possa rendere in vece con navi armate.
9. I re di Sicilia e Puglia prestin omaggio ad ogni papa.
10. Non dividano il territorio. Qui è la formola del giuramento ligio che debban rendere a Roma.
11. Non possano essere imperatori, nè re de' Romani, o di
Teutonia, nè signori in Lombardia, o Toscana.
12. Gli eredi loro, se eletti ad alcuna di queste signorie,
lasciala.
13. Le eredi del regno non si maritino a principi di quelle
regioni.
14. Stabilito un giuramento per le condizioni dell'art. 12.
15. Se il re sia eletto imperatore, emancipi il figlio, e gli lasci questo reame.
16. Simile condizione per le donne eredi del trono.
17. La donna erede del trono non si mariti senza piacimento del papa.
18. Esclusi i bastardi dalla successione.
19. Il regno non si unisca mai ad altro d'Italia, nè all'impero.
20. Caducità e scomunica, se il re occupi terre della Chiesa.
21. Restituiscansi, sotto gli occhi di commissari del papa, i beni mobili e immobili tolti alle Chiese.
22. Libertà delle elezioni ecclesiastiche, salvo il padronato
regio. Facciansi in Roma le cause ecclesiastiche.
23. Rivocazione degli statuti svevi contro le immunità ecclesiastiche.
24. Immunità degli ecclesiastici da' giudizi ordinari.
25. E dalle gravezze.
26. Restino alla Chiesa i frutti delle sedi vacanti.
27. I feudatari e i sudditi abbiano le immunità e i privilegi goduti sotto Guglielmo II.
28. Rientrino gli esuli a piacer della Chiesa.
29. Divieto di ogni lega contro la Chiesa.
30. Liberazion de' prigioni sudditi del papa. Restituzione dello stato al duca di Sora. Rivocazione delle concessioni di feudi o altri beni per Federigo, Corrado, e Manfredi.
31. Carlo venga all'impresa, con esercito non minore di 1,000 uomini di arme (contando 4 cavalli per ogni uomo di arme), 300 balestrieri, ec, ec.
32. Venga in tre mesi dopo la concessione.
33. Le condizioni scritte di sopra valgano pei successori di lui.
34. E compiuta che sia l'impresa, abbia il privilegio di concessione con la bolla di oro.
35. Non tenga per tutta la sua vita l'uficio di senator di Roma.
36. Lascilo anzi nel termine di anni tre; e intanto lo eserciti a favor della Chiesa, e disponga per lei i Romani.
[11] Tutti questi casi della conquista di Carlo ritraggonsi da:
Saba Malaspina, lib. 3, cap. 1.
Ricordano Malespini, cap. 179, ambo, presso Muratori R. I. S., tom. VIII, e da molti altri contemporanei.
Del resto ved. Muratori, Annali d'Italia, 1266.
E ricordisi in Dante:
A Ceperan, là dove fu bugiardo
Ciascun Pugliese. Inf., c. 28.
L'ossa del corpo mio sarieno ancora
In co' del ponte, presso a Benevento,
Sotto la guardia della grave mora:
Or le bagna la pioggia, e muove 'l vento
Di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
Ove le trasmutò a lume spento. Purg., c. 3.
CAPITOLO III.
La vittoria di Carlo innalza parte guelfa in Italia. Risorgon pure i Ghibellini, e chiaman Corradino all'impresa del regno. Sollevasi per lui la Sicilia. È sconfitto a Tagliacozzo, e dicollato a Napoli. Carlo spegne la rivoluzione in terraferma con rigore, in Sicilia con immanità. Eccidio d'Agosta. 1266-1268.
S'eran riscossi i Guelfi alla passata di Carlo, aiutato l'aveano all'impresa, ed ora partecipando della vittoria, tutta Italia ingombravano, rafforzati dalla riputazione e dalle armi del re. E vacando tuttavia l'imperial seggio, papa Clemente, che alcuna autorità non n'avea, dette al re il titolo di vicario dell'impero in Toscana, per aprirgli la strada a più larga ambizione. Così mutossi per parte guelfa lo stato di tutte le province italiane; al nome ghibellino non restando che Siena e Pisa: gli altri uomini di questa parte, attoniti più che spenti, cedeano il campo, chi esule, chi acquattato in patria; e tutti covavan rancori. Ond'e' guardarono in Lamagna a Corradino, entrato già nell'adolescenza, e verace signore di Sicilia e di Puglia; i quali stati, com'or feano piegar le bilance pe' Guelfi, l'avrebber mandato giù, se renduti a casa sveva. Con loro s'intendeano gli usciti di que' reami, e i partigiani che s'eran sottomessi a Carlo; i quali non avean saputo difender Manfredi, ed or pensavano a rifar guerra. Rincoravali la mala contentezza di questi popoli, che sotto Carlo non sentiano scemare i tributi, crescer anzi la molestia de' ministri e degli officiali infiniti del re, ingordi, inquisitivi, superbi, più insopportabili come stranieri, e in Sicilia peggio, perchè ai non domi con le armi peggio puzza un'insolente dominio. Amaramente piangean Manfredi, da loro lasciato correre alla morte come quei che togliea parte {33} di lor sostanze, per trovar ora chi tutte rapiale, e per ammenda le persone manomettea.
Entro un anno dunque dal subito conquisto, risvegliansi, congiurano e Ghibellini, e usciti del regno, e baroni sottomessi a Carlo, e stranieri principi. Adunan moneta i Ghibellini; volenteroso entra Corradino nell'impresa; il duca d'Austria il segue, giovanetto e congiunto suo; seguonlo per amor di parte o d'acquisto molti baroni e uomini d'arme di Lamagna. Fin d'Affrica sursero per lui due perduti uomini del sangue regio di Castiglia, Arrigo e Federigo; che di lor patria fuggiti, combatteano a' soldi del re di Tunisi; e infastiditi, o a lui venuti in sospetto, rituffaronsi nelle brighe de' battezzati: ma Arrigo ancora cocea privato rancore contro Carlo, perchè avendogli dato in presto, quand'ei si preparava alla impresa, una grossa somma di danari raccolta da lui in Affrica e serbata a Genova, Carlo, preso il regno, nè dette feudi o stati ad Arrigo, nè rendea la moneta, ma menzogne di cortesia; e stucco de' richiami dello Spagnuolo, gli parlò leonino[1]. Perciò Arrigo cercava vendetta. Ad annodar que' fili giravan di qua, di là i più vivi partigiani; Corrado Capece corse e ricorse tra Lamagna e Tunisi. E fur sì destri, che l'anno stesso sessantasette Corradino, con quattro migliaia di cavalli tedeschi e parecchie di soldati a piè, calava in Verona: Roma tumultuando chiamava senatore don Arrigo di Castiglia: si levavano da per tutto i Ghibellini: tumultuava la Sicilia contro re Carlo.
Perchè don Federigo e Capece non prima sepper la passata di Corradino, che mosser d'Affrica, sì come s'era ordinato, a rizzare in quest'isola l'insegna sveva. Con una ventina di cavalli, e poche centinaia di fanti raunaticci, spagnuoli, toscani, tedeschi, saraceni, posero sulle spiagge meridionali {34} a Sciacca. Capece si promulga vicario del re; spaccia messaggi ai già disposti e consapevoli; bandisce la proclamazione di Corradino, esortante i popoli a sorger nella santa causa di lui: fanciullo, l'avevan tradito il fratel del padre suo, il pastor supremo della Chiesa; or adulto, e in sull'armi, e affidato nella lealtà dei sudditi, veniva a scacciare l'oppressor loro, l'usurpatore del regno. Rapida corse dell'arrisicato sbarco la fama, gratissima ai nostri, poco formidabile dapprima a' Francesi, che fecer sembiante di spregiarla; e Fulcone di Puy-Richard, reggitor dell'isola per Carlo, tutto sdegnoso mosse con forte oste de' suoi e di milizie feudali siciliane a schiacciare gli assalitori. I quali come videro il nimico vicino, fidati nelle lor pratiche, escon tosto al combattimento: e al primo scontro i feudatari siciliani s'infingon di fuggire; poi s'arrestano, straccian le bandiere d'Angiò, spiegan le sveve, e minacciosi stringonsi a schiera. Fulcone allora, lasciato il campo, più che di passo si rifuggì in Messina. E questa, con Palermo e Siracusa, restaron sole in fede; nel rimanente della Sicilia divampò un subito incendio, gridando tutti il nome di Corradino: nè a lui però ubbidirono, nè a Carlo, ma a posta sua ciascun disordinatamente si prevalse. Sbigottite e poche le armi provenzali; poche e disordinate quelle di don Federigo e di Capece; il malo studio delle parti, entrato già in questa terra, non crescea forza ad alcuno de' contenditori, ma sfogavasi in particolari vendette. Perocchè alla venuta di re Carlo, un talento servile, o una speranza di guadagno e autorità, molti precipitò a prostrarsi alla nuova dominazione, lor viltà onestando sotto specie di parteggiare per quella; molti più profondamente l'abborrirono. Ferracani i primi, Fetenti s'appellarono gli altri: nomi d'ignota origine, che nelle nostre istorie son oscuri, e mertanlo; perocchè s'udian solo in questa rivoluzione, l'uno e l'altro per villani misfatti. Il mal governo poi di re Carlo fu {35} amara ma certa medicina a dileguar queste fazioni in un ferocissim'odio comune. E così nel vespro appena si vide un'ombra di parte; ma restò solo per detto di contumelia e villania il nome di Ferracano; che traditor della Sicilia suonava, e partigiano de' tiranni stranieri.
Nè a particolareggiare i casi atroci di quest'anarchia del sessantasette, vo' dilungarmi or io dal bello argomento propostomi. Dirò solo quali odî seminassersi allora, che render doveano il vespro più sanguinoso e più grande; perocchè spesso nasce il bene dai mali estremi; e convien sia colma la misura a far che gli uomini tra lor mense, e amori, e guadagni, e ambizionucce, ed ozi onesti, ed ozi vituperevoli, ricordinsi d'esser cittadini, talchè, arrischiando per poco questa vita sì breve e amara, nella causa pubblica risorgano. La quale altra è che lo sciogliersi a misfare senza modo nè grande intento, come allora in Sicilia avveniva. Baroni, borghesi, vassalli con rapine e omicidî e violenze d'ogni maniera laceravansi tra loro: i deboli, al solito oppressi da' nemici e dagli amici, non sapeano cui ubbidire: era piena la Sicilia di sangue: di fame e di pestilenza perivano i campati alla rabbia degli uomini. Invano qui venne per Corradino il conte Federigo Lancia con una armatetta di galee pisane. Invano per Carlo il prior Filippo d'Egly, degli Spedalieri, frati combattenti, i quali in queste nostre risse mescolavansi più volentieri che nelle sacre guerre di Palestina. Avversi ai carlisti i popoli; i tre capi corradiniani disputavansi l'autorità suprema; e loro forze dividendo, disertaron sè stessi e la causa del principe. Queste parti dunque, delle quali niuna potea vigorosamente ordinarsi e metter giù l'avversa, dilaniarono senza pro la misera Sicilia; finchè, spento Corradino, venner da Napoli a risanarla i carnefici[2]. {36}
Non uso a questi subiti italiani movimenti, sbigottì Carlo a veder mezza la penisola in romore per Corradino; la Sicilia perduta; la Puglia piena d'umori di ribellione; e Corradino, che per diffalta di danari era sostato dapprima a Verona, vincer sull'Arno, accrescersi in Roma pe' favori d'Arrigo di Castiglia, e, non curando scomuniche, minaccioso venire alla volta del regno con dieci migliaia di cavalli, e più numero di fanti, tra tedeschi, spagnuoli, italiani, e usciti di Puglia. Nè tanta moltitudine avea Carlo in sull'armi; ma eran Francesi i più, e in migliore disciplina, e con altri capitani: ond'ei come animoso, fè testa ai confini. Presso a Tagliacozzo si pugnò, nel pian di San Valentino, a ventitrè agosto del sessantotto: ed era di Corradino la giornata, quando la terza schiera francese instrutta dal vecchio Alardo di Valery e da Guglielmo principe di Morea, diè dentro; e ruppe e mietè i disordinati per fidanza della vittoria. Presi i maggiori dell'esercito; scannata a frotte la plebe; nella quale trovando parecchi Romani, Carlo {37} non fu contento della lor sola morte, in vendetta del toltogli uficio di senatore della città. Comandava nel primo boglimento di rabbia, che fosser mozzi i piè a quei prigioni; ma per timore che portassero miserando spettacolo, da rinfocare contro di lui gli animi in Roma, l'ordine rivocò, e chiuder li fece entro una casa, e vivi brugiare. Quest'era il campion della Chiesa! Corradino fuggendo fu conosciuto ad Astura, e preso a tradimento. I partigiani ch'eran tuttavia grossi di numero, perdetter l'animo a quella rotta; si sbrancarono; pensò ciascuno a salvar sè solo; e tutti furon perduti[3]. Quel d'Angiò, come avea preso tanto stato, così il mantenne, per una sola battaglia. Ma per che modo sì assicurava e vendicava, m'è duro a narrarlo.
E comincio da Corradino, comechè pria del suo sangue scorresse già quel de' sudditi a fiumi. Altri appone a Clemente il mal consiglio, altri lo scolpa; io penso che il papa e il re d'un animo volesser la morte del giovanetto, stimolati entrambi da rabbia d'aver tremato, e sospetto dell'avvenire. Nè sicari in carcere, ma rappresentanti della nazione in faccia alla nazione e a Dio, bruttavansi del comandato assassinio. Convocò re Carlo un parlamento di baroni, e sindichi, e buoni uomini delle città di Puglia; a scherno osservar fece tutte del giudizio le forme: talchè par vedere altri tempi a leggere con che sillogismi quella straordinaria corte dannava a morte Corradino e i seguaci suoi, come in tali casi è costume. Ed ebbe animo ad opporsi un Guidone da Suzara, famoso professor di dritto civile, che non era suddito di re Carlo nè si curava della sua grazia; e lor coscienze rimordean gli altri; e piangeano in cuore i buoni; i Francesi stessi esecravano il crudele atto del re: ma il re volea, e tremavano i giudici, onde ogni schermo fu vano. Un fanciullo di sedici anni, ultimo erede di tanti imperatori {38} e re, dritto signore egli stesso di Sicilia e di Puglia, il dì ventinove ottobre del sessantotto, tratto era al patibolo in piazza di mercato a Napoli; seguendolo una funata di vittime, perchè più largamente si vendicassero gli sturbati ozi della tirannide. A paro a paro con esso veniva il duca d'Austria, statogli compagno amantissimo dall'infanzia: biondi ambo e gentili, impavidi nel sembiante, a fermo passo andavano al palco. Di porpora era coperto il palco, quasi a regia pompa; con torvi armati all'intorno; foltissimo il popolo in piazza; dall'alto d'una torre guardava quella tigre di Carlo. Salì Corradino, mostrossi, e lettagli in volto la sentenza che il chiamava sacrilego traditore, ne protestò nobilmente al popolo e a Dio. A queste parole susurrava la moltitudine un istante; e poi ghiacciata di paura tacque; stupida e scolorata affisò Corradino. Il quale nell'abbassar lo sguardo su quell'onda di spaventati volti infiniti, ghignò di amaro disprezzo, poi gli occhi alzò al cielo, e ogni terren pensiero depose. Lo scosse un colpo: vide il capo del duca d'Austria già tronco sul palco; ond'avidamente il raccolse Corradino, se lo strinse al petto, il baciò cento volte, baciò gli astanti, baciò il carnefice, pose il capo sul ceppo; e la scure piombò. Narran che prima gittasse il guanto a significar la investitura de' reami a Pier d'Aragona, genero di Manfredi; narran che il conte di Fiandra, marito d'una figliuola di re Carlo, non reggendo all'empio sagrifizio, di sua mano uccidesse Roberto di Bari fabbro e dicitore della sentenza. Ben i bizzarri costumi dell'età aggiugnerebber fede a cotesti fatti; ma più certi e atroci prendo io a narrarne, affrettandomi a uscir di tanti orrori[4]. {39}
In terraferma quanti eran rimasi fedeli a Carlo, o, dubbiosi finchè fu dubbia la vittoria, or voleansi purgar dal sospetto, fecersi giudici insieme e carnefici degli scoperti ribelli. Il parlamento avea offerto regie vittime al re; gli uomini delle province immolavangli i partigiani, e guadagnavan possessioni in premio della fedeltà o de' misfatti[5]. Presero i beni, rapirono, uccisero, accecarono, straziarono: fu tanto, che Carlo trattenne al fin lo immane zelo che facea del regno un deserto, perdonò al fine[6]. Ma ai Siciliani nulla mercè[7]. A farne macello manda i suoi baroni francesi: e Guglielmo l'Estendard era il primo; uom {40} di guerra e di strage, che la pietà avea a scherno, più crudele d'ogni crudeltà, dice Saba Malaspina, e di sangue ebbro, e tanto più sitibondo quanto più ne versasse. Costui valicò lo stretto con un drappello di Provenzali fortissimi, e di forti Siciliani l'accrebbe a vergogna nostra; abbattè senza ostacolo la parte di Corradino, cui speranza non restava alcuna. Ma in Agosta mille cittadini in sull'armi, con dugento cavalli toscani, fieramente difendeansi, aiutati dal sito inespugnabile; onde Guglielmo, postovi il campo, gran pezza indarno affaticossi: e a tanti doppi ne crescea quella sua natural ferità. Sfogolla alfine senza battaglia, perchè sei traditori, schiusa di notte una postierla della città, indifeso diergli in preda quel valente presidio: ed ei nè valore rispettò, nè innocenza, nè ragione d'uomini alcuna. Ivano i suoi per la città, contaminando ogni luogo con uccisioni, stupri, saccheggi; cercavano lor vittime per fin entro le cisterne e le fosse del grano. Ma dopo la prima strage, quando fu satollo il furor de' soldati, non si spense nel crudo animo del ministro del re. Chiama al macello un manigoldo d'estrema forza: al quale adduconsi legati gli Agostani; e quegli li spaccia con un largo brando; e quand'è spossato gli si porgon colmi nappi di vino, che tracanna insieme col sudore e sangue di che gronda tutto; e con fresche forze ripiglia l'opera scellerata. Alzò sulla marina una catasta di capi e di tronchi; dove tra le misere vittime loro andavano a monte i sei figliuoli di Giuda, ben premiati così da Guglielmo. Non rimase persona viva in Agosta. Molti fuggendo al mare, sì precipitosamente accalcaronsi sopra un legnetto, che diè alla banda e si sommerse. Gavazzavano intanto i Francesi nella insanguinata città, che deserta e squallida fu poi per lunghissimi anni[8]. Nè queste immani stragi, nè questi immani tripudi ricordavano {41} i più degli storici narrando con tanto studio la strage del vespro, che misura fu per misura! A quella carnificina tenner dietro negli altri luoghi i supplizi. Corrado Capece s'affortificò in Centorbi: ma visto balenare i suoi, uscì solo a darsi nelle mani di Guglielmo; e quegli il fe' accecare, e trarre a Catania, e per la gola impiccare. Marino e Giacomo fratelli di lui periano anco sulle forche a Napoli; per altri casi gli altri principali partigiani: sol campò Federigo di Castiglia, che si difese in Girgenti, ma Guglielmo come congiunto di re Carlo gli diè di partirsi con una nave. Sulle misere città di Sicilia, o state ribelli, o state fedeli, piombò intanto la rapace man d'Estendard, con imprestiti e altri mal dissimulati ladronecci[9]. Lucera di Puglia, ove i Saraceni siciliani fatto avean sì bella difesa, s'arrendè poco appresso per gli strazi d'orribilissima fame: trionfò Carlo da per tutto senz'alcun freno. Così crescon per doma ribellione e peggiorano i principi, stimolati da sdegno e sospetto, nè mansuefatti da timore alcuno de' sudditi; i quali per diffidar l'un dell'altro e spossamento comune, forz'è che lungo tempo servano, e stiansi.
NOTE
[1] Questa ragione della nimistà d'Arrigo di Castiglia è riferita da Bernardo D'Esclot, Istoria di Catalogna, cap. 60, ed. Buchon, 1840.
[2] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 3 e seg.
Bart. de Neocastro, cap. 8 e 9.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 20 al 23.
Raynald, Ann. eccl. 1267, §§. 2, 12 e seg., 1268, §§. 2 a 29.
Nic. di Jamsilla, in Murat. R. I. S. tom. VIII, pag. 614 e seg.
Veggansi anche i seguenti diplomi del r. archivio di Napoli:
Diploma di Carlo I, dato di Viterbo 11 aprile undecima Ind. (1268)
al segreto di Sicilia, per le spese di fra Filippo d'Egly dello
Spedale di S. Giov. di Gerusalemme. Reg. di Carlo I, segnato 1268,
O fog. 18.
Altro dato dal campo sotto Lucera il 2 giugno undecima Ind. (1268)
a Falcone di Puy-Richard vicario di Sicilia, perchè munisse con
estrema cura Messina, tamquam portum et portam Sicilie.
Ibid. fog. 18.
Altro dato di Capua a 10 dicembre duodecima Ind. (1268) pel castel
di Licata, che avea sostenuto assai guasti da' ribelli. Ibid. fog.
22.
Conti resi da Bartolomeo di Porta giustiziere della Sicilia di là dal Salso, per l'amministrazione dal 14 ottobre 1268, a tutto novembre 1269. Ibid. fog. 75.
Da una partita di questo conto si scorge, che il giustiziere mandava al re, Nicolò di Marchisano a chiarirgli falsa la voce dello sbarco del re di Tunisi in favor de' ribelli; e che avea pagato un'oncia a Lorenzo di Trapani, il quale con la sua barca portò questo corriere da Palermo in Principato, ov'era il re.
[3] Gio. Villani, lib. 7, cap. 24 al 27.
Bart. de Neocastro, cap. 9.
Saba Malaspina, lib. 4, cap. 13.
[4] Bart. de Neocastro, cap. 9 e 10.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 28 e 29.
Saba Malaspina, lib. 4.
Frate Francesco Pipino, lib. 3, cap. 9.
Ricobaldo Ferrarese, Hist. imp. an. 1268, etc.
Un verso di Dante, se bene o mal interpretato non importa, diè luogo ai primi comentatori poco discosti dal secol XIII a narrare un aneddoto intorno la morte di Corradino. Nella loro età dicessi, che Carlo I d'Angiò, per superstizione mezzo pagana venuta di Grecia, avesse fatto cuocere una zuppa, e mangiatola su i cadaveri di Corradino e degli altri guastati con esso; il quale rito s'avea per fermo che purgasse il peccato dell'omicidio, o troncasse il corso alla vendetta. Il verso è questo:
…. Ma chi n'ha colpa creda,
Che vendetta di Dio non teme suppe. Purg., c. 33.
Io non rido di tal comento come fa il Biagioli, perchè tutte le memorie degli uomini portano superstizioni, empie e ridicole almen quanto il mangiare una zuppa sul cadavere dell'ucciso. Nè Carlo I d'Angiò fu spirito forte, come diremmo in oggi. Ma non trovando questo fatto in alcuno degli scrittori contemporanei di parte contraria a lui, conchiudo che, o la favola nacque dopo la loro età, o ch'essi come favola manifesta la tacquero. Perciò ho lasciato indietro questo, che pur sarebbe un forte tratto di pennello sul carattere di Carlo, su i tempi, e sulla natura della condannagione di Corradino. Su le opere di Guidone da Suzara, veg. Tiraboschi, Storia letteraria d'Italia, tom. IV. Suzara è città nel distretto di Mantova.
[5] Veggansi le molte concessioni di feudi e altri beni fatte da re Carlo in questo tempo, che leggonsi nel r. archivio di Napoli, reg. di Carlo I, segnato 1269, D, fog. 1 ed 8. Tra gli altri si trova a fog. 6, a t. e duplicato al 114, a t. un diploma del 15 genn. tredicesima Ind. (1269) pel quale furon date all'arcivescovo di Palermo le case che possedeva in Napoli Matteo de Termulis, fellone.
[6] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 17.
Capitoli del regno di Napoli, pag. 14. Misericordiam, etc.
[7] Capitoli del regno di Napoli, pag. 16. Nel preambolo si legge essere stati i ribelli di Sicilia, conculcati, et gladio ultori perempti.
[8] Saba Malaspina, lib. 4, cap. 17.
[9] Conto reso da Bartolomeo de Porta giustiziere della Sicilia di là dal Salso. Nel archivio r. di Napoli, reg. di Carlo I (1268), O, fog. 75.
Da questo si veggono gl'imprestiti sforzati fatti per ordinamento di Guglielmo Estendard, maresciallo e vicario generale in Sicilia, di Guglielmo di Beaumont, ammiraglio, e di Fulcone di Puy-Richard. Un altro argomento di estorsione, come si ricava da' medesimi conti, fu l'assedio di Sciacca, non so bene se quel del primo sbarco di Federigo di Castiglia, o un secondo quando trionfò la parte angioina. Richiedeansi le città di mandar forze a quest'assedio, e invece d'uomini si prendea da esse denaro. Sul cumulo di queste composizioni furono assegnate all'ammiraglio per ordine del re once 621.
Da' medesimi conti ricavasi, che in questo tempo il prezzo del grano montò a venti tarì a salma.
CAPITOLO IV.
Re Carlo continua e trapassa gli abusi della dominazione sveva. Immunità ecclesiastiche. Novello baronaggio. Gravezze, e modi del riscuoterle. Demani, e bandite. Servigi, e soprusi che nascon da quelli. Amministrazione della giustizia, crimenlese, matrimoni, violenze alle donne. Violazione dei dritti politici. Riscontro delle condizioni di Sicilia e di Puglia. 1266-1282.
Temperavansi a vicenda nell'antica siciliana costituzione il principato e 'l baronaggio; nè illimitati dritti avea questo sulle persone, nè gravissimi sulle facoltà: i villani men servi che altrove; non eran servi i rustici; i borghesi e cittadini, fin delle terre feudali, sentivano lor libertà, lor immunità sosteneano[1]. Il poter giudiziale dipendendo direttamente dal principe, non serviva a tutte voglie della feudalità. Comportabili le gabelle; miti i servigi; rarissimi gli universali tributi: e i parlamenti soli accordavan questi; i parlamenti conoscean solennemente le leggi dal re dettate. In questi termini, dopo ondeggiar molto del potere tra i baroni e 'l principe, il buon Guglielmo ristorò gli ordini politici: la feudalità di nuovo turbolli: Federigo imperatore più monarchicamente li assestò, come nel capitolo {43} primo s'è detto. Molti statuti e savi ei dettò, fiaccando i baroni: bandì, or col voto dei parlamenti ed or senza, le universali contribuzioni, ch'erano per ordine fondamentale limitate ai noti quattro casi feudali[2], ed ei per violenza le rese più frequenti: moltiplicò le gabelle sulle derrate: di alcune merci riserbossi esclusivo lo spaccio; accrescendo così senza modo le entrate regie. Pentito in ultimo, o infigendosi, per testamento abrogò queste violazioni alla costituzione: disdisserle anco i suoi figliuoli; e le praticaron pure, sospinti dai bisogni della guerra[3]. Esse dettero a Manfredi il crollo; esse a Carlo d'Angiò preparavanlo. Giurato avea Carlo tra le condizioni della pontificia investitura, di cessar gli abusi, di ridurre il governo ai termini del Buon Guglielmo; e i tempi del Malo ricondusse, e fe' peggio, non sapendo astenersi da tanto comando, da tanta moneta. Sottilmente anzi investigando tutti i mal'usi, che dritti si dicean del fisco, accrebbe peso e molestia: poi dalla ribellione per Corradino trasse pretesto a scioglier sè e' suoi ad ogni misfare. Le leggi e i registri che ne restan di lui; quelle che dopo il nostro vespro a moderar la pessima signoria promulgaronsi in Puglia dagli angioini, da que' di Aragona in Sicilia; e le rimostranze de' Siciliani al papa; i brevi pontificî; gli attestati degli storici contemporanei, fosser nostri o avversi, tutte ne mostrano scolpitamente le calamità della Sicilia in quei tempi. Fremendo io le scrivo; ma ne racconterò la vendetta[4].
E prima dirò della slealtà con la Chiesa. Avea Clemente {44} conceduto il regno a patto che gli ecclesiastici godessero tutte lor pretese franchezze, dagli Svevi negate; e che si rendessero i beni occupati dagli Svevi a chiese o usciti. Giurollo Carlo, e da re nol dovea: preso il regno poi, avarizia il vinse a romper la fede; non già negando apertamente, {45} ma peggio, con cavillare in parole, e persister nei fatti. Perciò, lagnandosi invano papa Clemente, le comuni gravezze ei riscosse dai chierici, e da lor case; nè sazio a questo, ai beni ecclesiastici diè di piglio; i dritti dei porti di Cefalù, Patti, e Catania occupati dagli Svevi nella guerra con Roma, nella pace ei ritenne[5]. E non potè contendere che un legato, inquisitore, o esecutore (così intitolavasi) della Santa Sede nel reame di Sicilia sopra la restituzione de' beni ad esuli, chierici, e chiese, il quale fu dapprima Rodolfo vescovo d'Albania, rendesse ragione d'autorità del papa; non seppe nè anco ricusare i rescritti che dessero virtù esecutiva a quelle sentenze; ma lascionne la più parte senza effetto, come avvenne per lo casal di Calatabiano, che Vassallo d'Amelina a nome del re prese violentemente alla chiesa di Messina, e per un altro casale e un podere della medesima, che il fisco tenea, nè per decisione del legato, nè per ammonizion dei papi, e in particolare di Gregorio X, si disserravano a renderli le avare mani di Carlo[6]. Gli Spedalieri, e i Templari che nei {46} suoi reami veniano, taglieggiò senza rispetto; alla corte stessa di Roma non n'ebbe, quando giunse a vietar che i suoi sudditi con gli stati di quella mercatassero[7]. Così adoperava coi papi. La siciliana repubblica dell'ottantadue, incontanente redintegrò la chiesa di Messina nel possesso di quei beni[8]: e la corte di Roma fieramente malediva la siciliana repubblica, perchè si ristorasse la prepotenza di Carlo[9]!
Di gran momento sembrami in cotesto nuovo principato la novazione del baronaggio. Perchè il picciol signore d'Angiò e di Provenza, armando per tanta macchina di guerra, avea tolto in presto molto danaro, molte schiere condotto di speranza più che di stipendio; onde gli era forza soddisfare a' conquistatori e sostegni del suo trono; e appena messovi il piè, al gran lotto diede opera[10]. E nulla erano gli ufici pubblici lucrativi, ancorchè a' soli suoi li serbasse; nulla i benefici ecclesiastici, che conferiva a quei soli; di terreni, di feudi facea d'uopo. Entrò Carlo dunque in una inchiesta strettissima dei demanî, de' baronaggi tutti, delle sostanze di Manfredi e de' suoi; non a cercare, ma a trovare vero o supposto vizio nel possedimento. A ciò {47} i veltri del fisco, affamati, sagaci, invidiosi, ivano in traccia, svolgean vecchie carte, su dritti e usanze cavillavano, vinceano in diligenza lo stesso re. A vetustà di possesso, a prescrizione non s'attende; richieggonsi i titoli de' feudi tutti; minacciano spogliamento gl'ingordi ministri, e per danaro acquetansi. L'hanno, e all'inchiesta, all'espilazione dopo breve tratto ritornano: feudo non fu, nè baronia che due o tre volte non si fosse ricattato in tal guisa[11]. Con severità maggiore si ricercò de' regi demanî: orribili furono le confiscazioni per crimenlese, come innanzi dirassi. Perilchè occupando terre, e castella, e poderi innumerevoli, largheggiavane re Carlo co' suoi per feudale concessione[12]; e tanti diplomi ce ne rimangon ora, che alcuno, senza badare al rapace acquisto, nè alla sforzata liberalità coi maggiori dell'esercito, magnifico ne dice il re. I novelli baroni poi a lor uomini gratificavano con subalterne concessioni: così i condottieri, i soldati d'oltremonti prendeano stanza nelle nostre terre; sospettosi, odiosi, pronti a ripigliare le armi; e ritraente dalla primitiva occupazione de' barbari, una feudalità novella sorgeva {48} appo noi. Essa fu incentivo grandissimo ai turbamenti dell'ottantadue, perchè e l'insolenza portava della vittoria, e 'l dispetto di signoria forastiera, e l'uso a dritti o angherie, radicati in Francia, ignoti in Sicilia[13]. Però insopportabili qui rendeansi i novelli feudatari. Con insolite esazioni aggravavano le industrie; rapiano apertamente; taglieggiavano vassalli, e viandanti; tenean private carceri pei colpevoli e più per gl'innocenti; intrigavansi di forza ne' negozi de' comuni; ad ogni eccesso le violente mani stendeano[14]. Del che più largamente diremo, divisando i soprusi de' famigliari e degli altri officiali del re; ch'essi e' feudatari eran di una genía tutti, senza ragione nè patria, tutti accozzati di varie genti, Francesi, Provenzali, Fiamminghi, e trapiantati nell'inimico paese, presero come venturiera masnada una sembianza propria e nuova, un'indole rapace, crudele, pessima; nè Francesi li direi, se non fossero stati i più, e l'uso delle tradizioni e istorie nostre non mi sforzasse. Rimessi se ne stavano intanto i baroni siciliani, dal re bersagliati e dai feroci compagni, ed usi a vivere negli antichi termini co' vassalli. Quanto del baronaggio dico io dunque, s'intenda del nuovo. Nè maravigli alcuno a vederlo sì sfrenato sotto sì dispotico principe; avvegnachè, riguardo all'autorità regia, tenealo egli a segno; i dritti sovrani geloso {49} riserbavasi nelle concessioni[15], ed esercitavali, non perdonando a tributo, nè a servigio; infino a sancir la morte contro gli usurpatori de' demani, e a dichiarare, e per questo soltanto, che regnicoli e Provenzali e Francesi senza distinzione ubbidissero[16]. Abbandonava nel resto il freno, perchè diverso dagli altri principi dell'età sua Carlo regnava. Quelli con la riputazione delle municipalità, sforzavansi a raffrenare i baroni; ei condottiero ancora del suo baronaggio, da quello era mantenuto sul trono[17]. Nimici {50} ambo de' popoli, ambo s'affaticavano insieme a tenerli sotto il giogo, e 'l sangue sugger loro e i midolli, come vivamente dice, e famigliar del papa era e guelfo, l'istorico Saba Malaspina[18].
E meglio stan queste amare parole ove si risguardi alla amministrazione delle pubbliche entrate, levate non per bisogni pubblici, ma da istinto d'avarizia e disegni d'ambizione; la quale rapacità copriano i partigiani di Carlo con dir ch'era uopo dimagrar que' contumaci sudditi, affinchè contro il principe non alzasser la cresta[19]. Era nei tempi feudali, altrimenti che ai nostri, ordinata l'azienda degli stati; e più discrete apparian le gravezze a cagion de' minori bisogni, e degli usi sotto i quali esse ascondeansi. Perchè i demani[20] somministravano la più parte delle spese della corte; a quelle del pubblico suppliano i popoli, non pur con danaro, ma sovente col servigio delle persone, e delle cose loro. Così gli eserciti, le navi, dai feudatari forniansi e dalle città; così era debito albergar le corti del principe e de' maestrali; così ai lavori pubblici andavan tenuti gli uomini di minor taglia, ai trasporti, e a somiglianti disagi. Servigi s'appellavan questi; e collette le contribuzioni dirette e generali; gabelle poi le tasse sulle derrate, che per privativa nella vendita sovente si riscuoteano. Delle quali parti l'entrata dello stato componeasi in Sicilia ancora; ma la moderata costituzione tutti i pesi rattemprava. Turbaron gli Svevi quella bilancia, sì come io notai: Carlo le diè il tracollo, arso, dice dolorando il suo istorico, arso d'idropica sete di danaro[21]; e ne venne quasi all'aperta rapina. {51}
Ne restan di Clemente quarto, a lui indirizzate nei primi principî del regno, due epistole, che son modello di politica prudenza e umanità; ma Carlo sen rise, come fanno i despoti ad ogni buon consiglio. Toccatisi in quelle tutti gli ordini dell'amministrazion dello stato; e sulle tasse illegalmente levate: «consigliamti, o figliuolo, scrivea il papa, che, chiamati i baroni, i prelati, e i maggiori uomini delle città, i tuoi bisogni lor esponga, e l'utilità del difendersi, e con l'assentimento di essi stabilisca il sussidio a te dovuto. Di quello poi, e de' tuoi dritti sia tu contento; lascia tu liberi i sudditi… Ordina col parlamento in quali casi richieder possa la colletta ai vassalli tuoi o de' baroni»[22]. E il pio re, nè parlamenti adunando, nè misura osservando alcuna, nè per bisogno pubblico, bandiva l'un sull'altro, più fiate entro un anno, quegli universali tributi; or aggravando e spesseggiando i consueti; ora speculandone nuovi e insoliti, come fu quello de' legnami e marinai: e talvolta tumido e frettoloso lasciava ai ministri suoi che a lor talento ordinasserli[23]. Si promulgan {52} così gli editti; saltan fuora i riscotitori; non bastando i {53} sudori della industria[24] alla gravezza diretta, spessa, immite, fuggono i miseri dai lor focolari[25]; e se non ne han cuore, strappansi il pan dalla bocca, pagano una parte, e veggonsi pure rapir le suppellettili, e gli animali, e gli strumenti della agricoltura[26], e fin diroccare le case, le persone trarre in carcere. Ivi son incatenati con manette di ferro; lor negasi il cibo e il bere; popolani e nobili, {54} vecchi, fanciulli, adulti, donzelle serransi alla rinfusa come un sol gregge; occasione, o pretesto a violenze maggiori[27]. «Mille nuove arti (sclama, trasportandosi a' tempi del servaggio, una rimostranza de' Siciliani ammoniti dopo il vespro a tornarvi), mille nuove arti insegnava a costoro l'inestinguibil sete, il furore dell'avarizia. Sulle liste dei riscuotitori gli uomini son cresciuti; ma ben le liste di proscrizione li scemano. Nostri non sono i beni; per costoro ariamo il suolo. Oh si lasciasse ai coltivatori un tozzo di pane! Oh mangiassero, ma non divorassero! Ma no; le persone non difendono i beni; nè i beni salvano le persone. Tutto bevono, tutto succhiano questi vermi insaziabili. Appena ci è concesso disputare ai corvi i brani delle carogne[28].»
Tra la moltitudine de' poveri straziata a tal modo, i ricchi non compravano almeno la sicurezza delle persone col sacrifizio de' beni. Pagavan le tasse, e non bastava; ricusandosi dagli officiali la scritta del ricevuto, finchè non avessero una grossa mancia[29]. Il re dal suo canto vuol da loro tutta la colletta del paese, immantinenti, in moneta; pensin essi a riscuoter dagli altri. Chi ricusa, in prigione, in catene, finchè non prenda l'uficio; nè esce poi per questo, senza pagar nuova taglia per riscatto dalla prigione. Uno n'esce; un altro sen trova, ch'è pelato con lo stesso argomento fiscale: strano ed esorbitante peso in quei tempi, in cui sì alto montavan le usure del danaro. Frequentissimi {55} inoltre i violenti comandi a giustizieri, a portulani, a segreti per anticipazioni delle tasse da riscuotersi; e non meno eran gli imprestiti, che da privati, da comuni richiedea il re, e a sua voglia faceane i patti, e pagava a sua voglia[30].
Peggiore, e universal danno recò l'alterazion delle monete, {56} tanto o quanto ben governate dagli Svevi, mentre nella più parte degli stati d'Europa il fisco ne traea grossa entrata; che è a dir le magagnava grossamente[31]. E Carlo, imitatore degli Svevi nel mal solo, seguì in questo gli esempi di fuori, e andò oltre com'ei solea. Fa coniare in Napoli, in luogo degli antichi agostali, carlini e mezzi carlini d'oro, con vocabolo preso dal suo nome e pervenuto infino a questi presenti tempi, del medesimo valore degli agostali, com'affermava, e di metallo purissimo; e nello editto stesso smentiasi, affidando il corso di questo suo conio al terror de' supplizi; perchè comandava con la solita immanità, che dando o ricevendo carlini di oro per valor minore dello edittale, gli officiali suoi ne avessero pena la pubblicazion de' beni e 'l taglio della mano; i privati fosser marchiati in faccia con la propria moneta arroventata su i carboni ardenti[32]. Ogni anno poi, e talvolta entro un anno più volte, stampava a Messina ed a Brindisi la bassa moneta, d'una trista lega di molto rame con pochissimi grani d'argento, di quella specie chiamata un tempo erosa, ed or biglione; il qual conio addimandavasi danari, e perchè altrimenti non si potea mettere in circolazione, si dispensava per forza agli abitanti di ciascuna terra o città, che dovean torselo al disorbitante valor edittale, e pagarne tanta buona moneta d'oro o d'argento. Guadagnavaci il fisco l'ottanta per cento e più; perdeanci i privati strabocchevolmente, {57} perchè nè comando nè supplizio mai die' valore a ciò che non n'ha; onde a capo a quattro o cinque giorni cinquanta danari valean sei, passata la settimana calavano ad uno[33]. I sinistri effetti di tali alterazioni credea menomare, ma li aggravava il re, con un divieto all'uscita degli schietti metalli, e di tutt'altra moneta che la sua[34]. Taglia questa non era, nè balzello, ma pretta rapina {58} di falsario; e per giunta soffocava e struggeva i commerci: non pur pensando l'avarizia cieca a quell'avvenire non lontano, in cui invan farebbe prova a smugnere i sudditi, condotti alle ultime stretture di povertà.
E quanto al commercio, nè era questo il sol danno, nè avea per misura i soli errori economici della età, l'ingordigia con la quale re Carlo mercatava egli stesso di molte derrate, e il traffico delle altre in mille guise forzava. Riserbata al principe o da balzelli oppressa la uscita del sale, de' grani, e di tutta vivanda: infinite le esazioni de' porti, le visite, le investigazioni, i riti molestissimi, i ladronecci de' doganieri, il terror degli officiali maggiori, che co' beni e col capo doveano rendere ragione al re della osservanza di tutti quegli ordinamenti[35]. E mentre così il fisco tiene {59} i traffichi esterni, e li interdice agli altri, gl'interiori travaglia e soffoca con quei, che nuovi statuti chiamò l'imperator Federigo, e nuovi balzelli eran per vero su varie derrate, e privativi dritti del vender sale, acciaio, seta, e altre merci[36]. Nei traffichi allora addentrandosi re Carlo con quella guida delle angherie baronali, qui fabbrica mulini, e comanda non possa alcuno macinar altrove i frumenti; qui spianando pane, se ne fa ei solo venditore ai sudditi l'amorevole monarca[37]. Forni, e mulini, e antiche gabelle, balzelli nuovi, terratichi, multe, esazioni dell'amministrazione della giustizia, ei dà in fitto ove il possa; ondechè l'ingordigia dei pubblicani con la sua si mesce a travaglio de' popoli[38]. Ma, se pubblicani non trova, adocchia i più ricchi uomini; sforzali a toglier quegli ufici, come allor diceano, in credenza; cioè, che riscuotano per loro, paghino al re quel tanto ch'ei ferma a suo arbitrio, ragionando in tempi sì mutati e calamitosi il {60} ritratto sull'ultim'anno del regno di Manfredi, nel quale al doppio e al triplo dell'odierno sommava[39].
Nè mancò infine l'arte delle spugne di Tiberio. Da molti documenti ritraesi che gli officiali, convinti di mal tolto nel dare i lor conti, componeansi per danaro col re; il quale in tal guisa non solamente rifaceasi del frodato a lui, ma anco partecipava de' ladronecci su i popoli; e spesso fingea il mal tolto contro un ricco uficiale per aver, come pareagli, onesta cagione a pelarlo[40].
Possedea vasti demani re Carlo. E i cortigiani[41] anelanti a precorre il principe ne' suoi vizi, pieni di zelo con lui borbottavano: dilapidarsi da' coloni que' suoi poderi; niun frutto ritrarsene; essere i sudditi ricchi troppo; a questi addossasse il maneggio de' beni, con patti accorti: non era egli il signore di lor vita e sostanze? Società d'industria agraria delibera dunque il re: agli agricoltori vicini dà in soccio a forza, tenute, e armenti, e greggi, e scrofe, e polli, e gli sciami fin delle api. La quantità delle produzioni o de' parti che a lui si debba, stabilisce egli a sua posta: sia sterile poi l'anno o fecondo, mortifera o generativa la stagione, {61} riscuote quel tanto, nè a mercè piegasi mai. Di questi non dubbi guadagni anzi invogliato sempre più, non è nei poderi suoi vil cosa cui non attenda; mette a entrata fine il letame delle greggi[42], manda gli armenti a satollarsi nelle altrui terre, entro i pascoli non pure, ma nei seminati più belli: e tristo chi si lagni di sofferto dannaggio[43]!
Volgeasi per le campagne il guardo, e da per tutto era bandita del re; non a sollazzo suo, a dispetto de' popoli. Occupansi a capriccio i côlti de' privati; tramutansi in foreste; proclamasi il fatal bando della caccia; ed è uom perduto chi non pure un cervo uccida o un camoscio, ma solamente in que' luoghi soggiorni o passi, e a' boscaiuoli regi non aggradi. Incessanti perquisizioni fan quelli, per fame e selvatichezza più intristiti: alla insolenza aggiugnendo l'insidia, spesso ripongon di furto ne' tuguri alcuna pelle o altro avanzo di cacciagione; e frugan poi; s'infingon trovarlo, e la misera famigliuola inabbissano. Lor parchi allargavan anco i baroni ad esempio del re; con pari giustizia acquistandoli, con pari umanità guardandoli. Infinita la molestia dunque: e ben era ragione che per procacciar {62} un'ora di diporto a quegli eletti, lagrimasse e affamasse lunghi anni la vile bordaglia[44].
Il gran Federigo, aggravando le tasse, disusato avea i servigi almeno; ineguali maniere di contribuzione, ai sudditi molestissime, disdicevoli al governo, e male accordantisi con quel sì ordinato dispotismo, ch'avea egli in mente. Or la nuova avarizia assottigliata in ogni parte, i servigi richiese, senza tor le gravezze poste in luogo di quelli. Onde non solo volle il militare servigio, e l'armamento delle navi, non mai discontinuati per l'addietro, ma solo talvolta ricattati con la contribuzione ch'adoa appellavasi o adoamento; ma cento altri ne ricercò de' più riposti e strani. Scrivonsi a servir sulle regie navi marinai e non marinai: chi s'asconde o fugge, è perseguitato senza mercede: i genitori, i fratelli, le sorelle imprigionansi, affinchè il contumace per amor loro si dia volontariamente nelle rabide mani de' commissari[45]. Intanto costretti i comuni a mandar il danaro delle collette in ogni luogo ove al re piaccia[46]: costretti i cittadini a portarlo tra i rischi e i disagi, fabbricati dal mal governo medesimo. Se attende uom quetamente a sua industria, il mandan corriero con lettere e spacci, o a custodir prigioni; e sol per danaro trar si può di briga[47]. Alle vetture, alle barche dan piglio gli officiali, i famigliari del re, de' magistrati, dell'azienda pubblica, de' castellani, dei feudatari: e servigio gridan del {63} re, servigio del barone; traggon giù i padroni; sforzanli a remigare o a far da guida; e dan percosse in mercede, e a lor agio s'accomodan essi[48]. Così senza prezzo la vivanda tolgono in mercato, ch'è mestieri, dicono, al fisco; i vini suggellan così, toccando al re, a' suoi tutti la scelta, agli abbietti proprietari il rifiuto: ma per danaro si mitigan poi[49]. In mille così vilissimi aggravî, per le piazze, per le osterie, nel lezzo delle taverne la cupidigia degli infimi famigliari si spazia, rivaleggiando con quella dei potenti. Grandi ed infimi, che in tante bisogne della uggiosa signoria svolazzavan per Sicilia tutta a stormi, s'intrudeano nelle case de' cittadini, abusando quel già gravoso dritto d'albergo. Entrano a dritto o a torto; scaccian la famiglia; sciupan letti, masserizie, vestimenta, quanto trovano; poi, se lor talenta, il portan via, se no, il buttano in faccia agli ospiti, e vanno[50]. L'ingiuria de' servigi personali passò ogni costumanza, ogni limite della stessa ingiuria sociale della feudalità, e venne all'eccesso del capriccio, del più strano e brutale dispetto. Vidersi nobili e onorandi uomini costretti vilmente a recar su le spalle vivande e vini alle mense degli stranieri; vidersi nobili giovanetti tenuti in lor cucine a girar lo spiedo come guatteri o schiavi[51]! {64}
Ma se di ragione alcun parla, se d'aggravio si lagna, se di presente non ubbidisce, alzan lo staffile i protervi, snudano il ferro; di ferro cinti essi sempre, inermi i nostri per feroce divieto: e percuotono, uccidono; o peggio del ferire, traggono in prigione gli oltraggiati cittadini che osin parlare; e alla violenza privata allor sottentra la violenza pubblica, e se non si ripara con danaro, il magistrato invocando la legge e Dio condanna a morte, a prigione, ad esiglio[52]. Di qui dunque ci avvieremo ad esaminar l'amministrazione della giustizia.
Illustre fu dator di leggi l'imperator Federigo: le forme d'applicarle ei dettò con senno e dottrina; se non che mescolovvi l'ingordigia fiscale. Così gli ordini giudiziali al governo angioino pervennero; nel quale essendo avarizia maggiore, e non altezza alcuna di consiglio, il buono ei contaminò di quegli ordini, il tristo ne accrebbe; e i tempî d'Astrea fe' bordelli. A magistrati affidolli, di que' che ben allignano sotto la tirannide; e più venali allor erano, perchè a' giudici annuali delle terre, anzichè darsi stipendio, richiedeasi un dritto per la loro elezione[53]. Strani decreti {65} Carlo dettò secondo i parziali bisogni; ogni misura passò; ogni dritto confuse. E già dissi come a' satelliti suoi la giustizia fosse strumento e non freno: onde suonano ipocrisia brutta quanti statuti ne restano, che fan sembiante di protegger persone e proprietà, da quelli manomesse a man salva[54]. Leggiamo così, nè per volger di secoli ne inganna re Carlo, i severi gastighi da uno statuto suo minacciati agli occupatori dei beni altrui per frode o forza[55]. Così ne rivelano gli effetti del mal reggimento, e non la cura o efficacia di quello, le promulgate leggi contro i rubatori di strada: che prove qualunque bastassero a condannarli: che le città o terre ristorassero de' furti avvenuti in contado: che non armandosi gli abitanti a scacciare i masnadieri, il comune si componesse per danaro col fisco: le ville, le case rustiche arderebbersi ove que' trovassero asilo, o a denunziarli non si corresse. Verghe, marchio, e bando pei furti infino al valor di uno augustale[56]; infino a un'oncia taglio della mano; oltre un'oncia la morte[57]. Applicavasi al fisco la terza parte de' furti ricuperati[58]. {66} Una grossa multa in ragion della popolazione si riscuotea sulle terre, ove, seguito un omicidio, il reo non si scoprisse: per la occultazione studiata, gastighi maggiori[59]. E avvenia che il magistrato (giustiziere chiamavasi, e girava per tutta la provincia) intendendo il misfatto, correa, minacciava, investigava; addottogli l'accusato, negava di rilasciarlo sotto malleveria, ch'era beneficio della legge[60]; ma strettosel tra le ugne e pelatolo, l'assolvea spesso poi per moneta; e il re godeane, riscuotendo la multa sul comune, come per non trovato delinquente[61]. Le prigioni di tal giustizia penale ognuno le immagini, e condanni d'esagerazione poi la rimostranza de' Siciliani che citammo di sopra! «Altri, essa dice, è inghiottito dall'abisso di perpetuo carcere; carcere non quale costruì la giustizia, o la severità stessa delle leggi, a custodia, non a gastigo de' malfattori. È vinta la umana immaginativa dagli orrori ch'io vidi. Giace a Napoli sotto il pendio d'immensa rupe una spelonca, fatta carcere da questi stranieri, tetra e negra oltre natura, flagellata sempre dal mare che la circonda, scrollata e minacciata dalle tempeste. Orrida è di torture, di supplizi: che mostrano a' prigioni qual termine s'apparecchi a lor guai: un acerbo dolore ti trafigge all'udirvi gemiti, stridi, sospiri, aneliti de' languenti in catene. Questo fu tanti anni il covile de' miseri abitanti del regno; il sollazzo de' tiranni. Lo costruì il furor della spada: or passiamo alla fame dell'oro,» dice lo scritto, e continua le {67} maledizioni[62], meritate dal governo in cui la trasgressione delle leggi s'ammendava con la crudeltà; l'avarizia del fisco, la corruzione de' magistrati, la rapacità de' lor famigliari moltiplicando senza limite que' disordini, rendean prima sorgente di mali l'amministrazione della giustizia, che del viver civile esser dee legame e comodo primo[63].
E la detta fin qui parrebbe mansuetudine e clemenza, al paragone de' procedimenti contro i delitti di maestà. Vinto Corradino, il dicemmo, orribilmente vendicavasi il re; ma al superbo animo non bastava. Comandò che per volger di tempo non si lasciasse giammai la caccia de' ribelli: presi, s'impiccassero tosto per la gola: alle forche con loro chi pietoso li ricettasse: chi veggendoli non facesse la spia, ad arbitrio del re sarebbe punito[64]. Generali intanto e parziali inquisizioni criminali, sitibonde, infaticabili, inaccesse a pietà, sovr'ambo i reami si stendono[65]; fanno a gara con le inquisizioni dell'azienda; alle persone miran dapprima, ai beni poi de' sospetti; registrano sottilmente tutte le entrate; rintracciano le decorse; ai mobili dan di piglio[66]. Tutto confisca il re: divide la preda co' suoi; e {68} loro assicura il mal dato con una prescrizione brevissima alle ragioni dei terzi su que' beni[67]. E i signori in questo mezzo, trucidati cadeano, o trafugavansi in esiglio; scacciate dalle avite case le lor famiglie, nobili già e opulente, accattavan per Dio, o, dolor più acerbo, invan supplici al re per alcuno scarso sussidio[68]; e il re il ricusava spesso; e spogliò d'ogni cosa una moglie che delle proprie sostanze l'esule sposo avea sovvenuto[69]. Questa rabbia infine confondendo ogni principio, portò Carlo a una legge: che i figliuoli de' rei di stato non potessero maritarsi senza espressa licenza del re, quasi razza d'animali feroci da non lasciarsi riprodurre senza pericolo[70]. Pari divieto, guidate dalla feudal ragione, stabiliron già le nostre leggi normanne per le eredi de' feudi; usollo Federigo severamente; e a suo costume abusaval re Carlo. Ma congiunti or quei due statuti, davano all'autorità pubblica l'assentir o vietare la più parte de' matrimoni. Qui perchè i feudi ricadano al fisco, re Carlo condanna a celibato perpetuo le eredi. Qui, trapassandosi da abuso ad abuso, le più ricche o leggiadre donzelle sono sforzate a nozze con gli odiosi stranieri, coi partigiani loro vilissimi, o se talvolta si concede il matrimonio con uomo italiano, si tolgono i beni[71]. Natura, società, {69} religione, i più santi legami violava quella insensata tirannide!
Nè d'un solo essa era; del principe era, de' baroni, de' seguaci, dei partigiani suoi tutti. Supplivansi i vizi a vicenda, chè non ne mancasse un solo a strazio de' popoli: onde se tra que' di Carlo non si noverava la libidine, l'ammendavano i suoi con usura; per un principe non licenzioso, dissoluti manigoldi a migliaia. Di seduzione, di violenza ogni mezzo è in lor mano. Le ospitalità forzate, l'esercizio e la riputazion del comando, e 'l vietar nozze o assentirle, e le perquisizioni, gl'imprigionamenti per casi di stato, per leve marittime, per debiti delle collette, per mille torte cagioni, e l'esser tra gli spolpati popoli sol essi ricchi, schiudon loro e case disoneste e case oneste; agli ingiuriosi amoreggiamenti dan via. Qui alle arti di seduzione la violenza è sviluppo; rapiscon qui senza maschera alcuna; insultan le donne al cospetto de' mariti; non riguardano a candor di donzella, a castità di vedova; minacciano, o feriscono i parenti, o col braccio dell'autorità pubblica li allontanano: ridonsi de' pianti; della virtù si fan gabbo; menano al paro le ingannate, le dubbiose, le riluttanti vittime; a quegli abbominevoli amori ritegno alcuno non è[72]. {70}
E il principe sì religioso e austero si fa sordo a' richiami; e fieramente ributta chi si lagni di villania, di rapina, di mortal ferita: dolenti vanno a lui i sudditi e dolentissimi sen tornano, quando in pena della temerità non li chiude il carcere, non li punisce il bastone, o non li calpestano i cavalli degli uomini d'arme, mentre essi si sforzano a giugnere sino ai piè del tiranno. Così la rimostranza già citata. Carlo sorride ai focosi suoi sgherri: giovanili trapassi que' loro, o giuste vendette; le querele e' richiami son calunnie di gente ribelle[73]. Invano Clemente parlò, scrisse, mandò legati a Carlo più volte[74], fin pregò re Ludovico che il moderasse: Gregorio X invano nel ripigliò in Toscana, e l'ira del cielo minacciogli, e 'l flagello d'inaspettato tiranno che piomberebbe su lui. «Che suoni tiranno, rispondea Carlo, io lo ignoro; ma so che il sommo Iddio mi ha guidato, e così ho fidanza che mi regga sempre.» E raddoppiò i balzelli su i Templari e gli Spedalieri; e si rise delle rimostranze che Marino arcivescovo di Capua fea tuonar poco appresso nel concilio di Lione; e dell'orrore desto tra quei prelati al suo dire; de' legati che il concilio deputava a correggerlo; e delle epistole del papa a re Filippo di Francia[75].
Un dì avrebbe forse il sicilian parlamento chiesto riparazione a tanti torti; e '1 voto solenne de' rappresentanti della nazione, avria fatto impallidire quel Carlo[76]; ma il {71} parlamento più non era, ch'ei non l'adunò in Sicilia mai, come sopra si è detto. E più: se i re normanni furon tutti coronati ed unti in Palermo; se qui soggiornarono, coi grandi uficiali della corona, con la maestà tutta del regno; e se gli Svevi non mutavan punto di quegli augusti ordini, ancorchè secondo i casi delle guerre lungi dalla metropoli vagassero; or Carlo presa la corona dell'usurpazione oltre il Garigliano, continuò bene a chiamar Palermo capo e sede del regno, a far protestazioni menzognere del grande amor che le portasse[77], ma insieme trapiantava primo la regia sede in Napoli, non per legge, di fatto; perchè a Francia, a Provenza, alla corte del papa, alla agognata Italia di sopra, più vicin fosse, nè chiuso dai mari. Perciò non solamente offendea la dignità e 'l dritto della Sicilia, ma anco i materiali interessi. Spegnea le industrie, fondate in sul lusso della corte e de' baroni; quanti per gli ordini antichi viveano d'un modo o d'un altro, dannava a squallida povertà; le ricchezze traea fuori senza scambio; il danaro delle tasse sperdea, da non lasciarne ricader nè una gocciola sola a refrigerio de' contribuenti. E con ciò la pestilenza de' reggitori subalterni; la disuguale amministrazione della giustizia; l'izza del governo, che odiato odiava, tra i sospetti ognor travagliandosi. Pertanto più acerbi assai della Sicilia i mali, che delle province di terraferma, ancorchè le stesse mani governasserle, straniere e crudeli. Ma in terraferma il novello acquisto della sede {72} del governo rattemperava que' danni; e quanto la Sicilia perdea, la Puglia acquistava. Fioria Napoli per lo soggiorno della corte, per l'affluenza di tante faccende: ristorò Carlo la sua università degli studi, la ornò di splendidi edifizi, di feste e di spettacoli la fe' lieta. Lagrime, e terrore nell'isola intanto. Manomessa la nazione, manomessi i privati; non magistrato che rendesse ragione; non principe che riparasse i torti; nè un domestico asilo rimanea dove l'abbominato accento straniero non penetrasse a ricordare più scolpitamente la servitù. Delle facoltà loro non eran padroni; vilipesi nelle persone; ingiuriati nelle donne; della vita in sospetto sempre e in periglio. A tanto la Sicilia venne per le violate leggi, e 'l dominio straniero! Tal era nel secolo decimoterzo una tirannide!
NOTE
[1] Non proverò con citazioni questi ordini notissimi del nostro dritto pubblico. Quanto a' doveri de' vassalli verso i feudatari, è bene ricordare ciò che scrive Ugone Falcando al proposito delle pretensioni d'alcuni novelli baroni francesi in tempo de' Guglielmi, cioè nel secol XII, e delle risposte de' vassalli siciliani. At illi libertatem civium oppidanorum Siciliæ prætendentes, nullos se reditus aiebant, nullas exactiones debere, sed aliquoties dominis suis, urgente qualibet necessitate, quantum vellent sponte et libera voluntate servire: e appresso: multorum civium et oppidanorum odia suscitarent, dicentes: id eum proponere ut universi populi Siciliæ reditus annuos et exactiones solvere cogerentur juxta Galliæ consuetudinem, quæ cives liberos non haberet. In Caruso, Bibl. sic. tom. I, pag. 475. Gli abusi feudali per altro furon seguiti in Francia dalla famosa rivoluzione comunale del secolo XII.
[2] Erano, come ognun sa: 1º. invasione o grave ribellione nel regno: 2º. prigionia del re: 3º. armamento a cavaliere di lui, o del figliuolo: 4º. nozze della figliuola, o sorella del re.
[3] Capitoli di re Corrado I, dati in Foggia di febbraio 1251.
[4] Non credo che in questo quadro generale si debba far parola delle leggi suntuarie della città di Messina, confermate da Carlo per diploma del 16 giugno 1272, sulla domanda che ne fe' il comune per ambasciadori apposta: Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 102; e Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2.
Tralascio ancora, come di niuna importanza, un frivolo privilegio di re Carlo I al comune di Palermo, al quale, per la sua dignità, e lealtà nelle recenti turbazioni di Corradino, lasciò la elezione dei maestri di piazza, catapani, e altri uficiali minori. Diploma dato di Napoli a 24 ottobre 1270, tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2. Nello stesso volume si trova un altro diploma dei 28 settembre 1275 dato di Venosa, in cui re Carlo mezzo confermava e mezzo no un privilegio dell'imperator Federigo ai Palermitani, per le inquisizioni dei giustizieri nei delitti pubblici e privati.
Nè si farà menzione de' nomi dei vicari che ressero la Sicilia per Carlo, oscuri ministri di un pessimo principe, non segnalatisi nè anco per iniquità che passasse la volgare. Furono, se alcuno pur ama saperli, Fulcone di Puy-Richard, Guglielmo di Beaumont, Adamo Morhier, Erberto d'Orléans. Caruso, Storia di Sicilia, parte 1ª, tom. II.
Il Sismondi nella Istoria delle repubbliche italiane, tom. II, cap. 7, afferma, che sotto la dominazione di Carlo I, i baroni siciliani malcontenti furono spogliati e oppressi, ma nè tutti presi, nè tutti cacciati dall'isola; e che i Francesi facean soggiorno nelle città e su le costiere, ma osavan di raro addentrarsi nelle montagne interiori, ove i signori al par de' contadini serbavan tutta la loro indipendenza. A provar questi due fatti sì gravi non allega alcun documento; nè per vero ne potea; nè percorrendo le memorie del tempo sapremmo apporci quale abbia potuto dar luogo al Sismondi a credere limitata e contrastata la dominazione dei Francesi in Sicilia. Per lo contrario tutti gli avvenimenti, le leggi, gli atti di questo governo mostrano, che dal 1268 al 1281 senza la menoma eccezione o resistenza, levò per tutta la Sicilia quanti danari volle, fè concessioni feudali ai baroni francesi nei luoghi più riposti dell'isola, e per ogni luogo comandò, vessò, ingiuriò. Se dunque il Sismondi non parla de' baroni che malediceano e obbedivano, come tutti gli altri Siciliani, senza dubbio la inesatta narrazione del Villani intorno la congiura di Giovanni di Procida, e la ignoranza di molti particolari di Alaimo di Lentini, furon quelli che il portarono a conchiudere frettolosamente, che restassero nell'isola, dopo i tempi di Corradino, baroni in istato d'aperta ribellione. L'altro supposto, ch'è di molto più fallace, forse fu suggerito dalle parole di Saba Malaspina su gli abitatori «de' monti de' Lombardi» e la prontezza della colonia lombarda di Corleone a seguir il tumulto palermitano. Ma Saba Malaspina in quel luogo narra largamente gli aggravi sofferti da' Corleonesi al par d'ogni altro Siciliano, o peggio. E ciò mostra piuttosto quanto poco si godesse in quelle contrade la indipendenza che ci vede il Sismondi.
[5] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 2.
Per la chiesa di Cefalù Carlo ritenne i dritti del porto, a quella tolti dagli Svevi, come si legge in un diploma del 14 luglio 1266, tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 12, pubblicato dal Pirro, Sic. sacra, tom. II, pag. 806. Lo stesso ritraesi per Catania, da un diploma del 10 settembre 1266. Pirro, Sic. sacra, tom. I, pag. 535.
[6] Diplomi de' 24 marzo e 24 settembre 1267. Breve del 13 dicembre 1274. Nei Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. H. 4, fog. 83, 85, 91.
Il diploma in cui fu resa esecutiva e trascritta la sentenza del legato sopra la restituzione di vari beni alle chiese di Messina, Catania, ec. si trova nel r. archivio di Napoli, registro di Carlo I, segnato 1268, O fog. 19, a t. e fog. 6, che per mal accurata legatura del volume è la continuazione del detto foglio 19. La data del diploma è del 9 agosto undecima Ind. (1268).
[7] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 3.
Nic. Speciale, lib. 1. cap. 11.
[8] Diploma del …. 1282 ne' citati Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. H. 4, fog. 117.
[9] La rimostranza de' Siciliani, ch'io pubblico al doc. VII s'intrattiene lungamente su i torti fatti dal governo angioino agli ecclesiastici.
[10] Parecchi diplomi spargon luce su questo punto. Uno dato di Napoli a 20 febbraio tredicesima Ind. (1299), accetta che Elia di Gesualdo milite si fosse esposto a gravi pericoli per Carlo I nella guerra con Manfredi, e gli avesse fornito in prestito una grossa somma di danaro, senza la quale Carlo non avrebbe potuto compiere la impresa; ond'ei gli diè in merito la baronia di Gesualdo, confermata poi da Carlo II col presente diploma. Nel r. archivio di Napoli, reg. di Carlo II, segnato 1299-1300, C. fog. 54, a t.
Si vegga ancora ciò che dicemmo a pag. 33 per lo imprestito di
Arrigo di Castiglia, riferito dal d'Esclot.
[11] Saba Malaspina, lib. 6.
Capitoli del regno di Sicilia, cap. 23 di re Giacomo.
Epistole di Clemente IV a Carlo, in Raynald, Ann. ecc. 1267 §. 4 e
1268 §. 36.
Diploma del 14 luglio 1266, dall'archivio della chiesa di Cefalù,
tra i Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 12.
Diploma di Carlo I dato il 13 giugno 1270, nel quale si comanda una inquisizione per le concessioni di Federigo dopo la sua deposizione, di Corrado, e di Manfredi. Dal r. archivio di Napoli, Papon, Hist. gen. de Provence, tom. III, Docum. 8.
[12] Gio. Villani, lib. 7, cap. 30.
Veggansi ancora i vari diplomi ricordati da monsignor Scotto nel catalogo delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 50 e 179, e que' che abbiamo tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2, tutti cavati da' registri del r. archivio di Napoli, e dati di Taormina 12 gennaio 1271, di Messina 23 gennaio 1271, di Monforte 23 settembre 1272. Moltissimi altri se ne trovano ne' registri del detto archivio di Napoli.
[13] Veggasi la nota in principio del presente capitolo sulla esorbitanza de' dritti feudali di Francia al paragon de' nostri in que' tempi; e Vivenzio, Storia del regno di Napoli, tom. II, pag. 12 e 13.
È da notare che que' medesimi atti dei quali si lagnano gl'istorici nostri e del continente d'Italia, come d'oppressioni insopportabili de' Francesi in Sicilia, riferisconsi dagli istorici del dritto pubblico francese, come leggi, dure sì ed ingiuste, ma ricevute universalmente in Francia ne' secoli di mezzo. E questa è un'altra prova del divario grandissimo tra la feudalità francese e la siciliana, di gran lunga men barbara, del secolo XIII.
[14] Capitoli del regno di Napoli, pag. 39 e 40, capitoli dati il 10 giugno 1282.
[15] Vo' notare, perchè mostri le condizioni di tutte le altre, una concessione fatta da Carlo I, a dì 8 luglio 1278 (o 1266), che leggiamo tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 4.
Il re dà in feudo nobile a Ponzio di Blancfort, milite e famigliare suo, il castel di san Pietro sopra Patti, che si tenesse in capite dalla corona, per lo servizio di due militi e mezzo, ragionati a 20 once d'oro annuali per ciascuno, secondo gli usi del regno di Sicilia. Eccettuansi dalla signoria coloro che tenessero direttamente dal re feudi o altro in que' luoghi; e le saline, gli armenti regi, i demani, le spiagge fino al gitto della balista: riserbasi ancora il re il dritto al giuramento ligio; i giudizi criminali di morte, taglione, o esilio; e la imposizione delle collette o monete generali.
[16] Capitoli del regno di Napoli, an. 1272, pag. 8. Questa differenza che Carlo mettea tra sudditi francesi e italiani, senza saviezza politica, e certo senza giustizia, si scorge sempre, anche in fatti di minore importanza. Così nel chiamare i baroni al servigio feudale, distinguea gli uni dagli altri; e abbiamo da vari diplomi che una volta ai Latini ingiunse di recarsi a quest'effetto a san Germano il 26 dicembre 1275, a' Francesi il 14 gennaio 1276. Da' registri del r. archivio di Napoli, reg. segnato 1260 O fog. 68 a t. e 69.
[17] Carlo non solamente volle una feudalità di gente francese nel reame di Puglia, che mirò ancora a stabilirvi intere popolazioni. Così a ripopolar Lucera, dopo aver domato que' fieri Saraceni, invitò con promessa di proprietà e immunità larghissime gli abitanti della Provenza, raccomandando portasser seco loro le armi. Diploma del 20 ottobre 1273 dal r. archivio di Napoli, in Papon, Hist. gén. de Provence, tom. III, Doc. 12. Veggasi ancora quant'altro scrive il Papon nello stesso tom. III, pag. 58.
Questo fatto è provato inoltre da' privilegi di colonia provenzale, che Carlo II nel 1300 concedette ai Catalani dell'armata. Diplomi del 3 gennaio tredicesima Ind. nel reg. del r. archivio di Napoli, segnato 1299-1300, C fog. 50 a t.
[18] Presso il Caruso, Bibl. sic., tom. II, pag. 780.
[19] Saba Malaspina, continuazione presso di Gregorio, Bibl. arag.
tom. II, pag. 332.
[20] Così furon chiamati ne' mezzi tempi, per corruzione della voce
dominio, le terre appartenenti propriamente alla corona.
[21] Saba Malaspina, lib. 6.
[22] Raynald, Ann. ecc. 1267, §. 4. La prima è senza data; l'altra di Viterbo, il 6 febbraio 1267.
[23] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 1 di re Giacomo.
Capitoli del regno di Napoli, pag. 26.
Bart. de Neocastro, cap. 12.
I diplomi del r. archivio di Napoli ci forniscono più minuti ragguagli, dei quali accennerò qui alcuno.
1º. Le collette o sovvenzioni eran bandite per varie cagioni, e spesso se ne richiedean molte in un medesimo anno; come sovvenzioni generali: per gli stipendi de' soldati mercenari: per l'armamento delle galee: pei legnami e marinai, diversa dalla precedente: per la festa d'armar cavaliere il figliuolo del re; e simili bisogni reali o immaginari. Notisi che in un reame in cui il servigio militare era a carico dei feudatari, si levava un'altra imposta per le truppe mercenarie.
2º. La somma era esorbitante. Per esempio, nel 1276 la sovvenzione generale per gli stanziali montò ad once 60,170. 11. 11.
Questa somma scompartissi per le province nel seguente modo:
Abbruzzo 6573 13 16
Terra di Lavoro e Contado di Molise 8080 » »
Principato e terra Beneventana 5566 12 17
Capitanata 3300 24 1
Basilicata 4286 29 1
Terra di Bari 5446 21 »
Terra d'Otranto 3547 14 8
Val di Crati e terra Giordana 5725 27 16
Calabria 2631 28 12
Sicilia di qua dal Salso (Sicilia orientale) 7600 » »
Sicilia di là del Salso (Sicilia occidentale) 7500 » »
Totale 60,170 11 11
come si legge in un diploma del 13 febbraio quarta Ind. (1276) nel registro di Carlo II segnato A, 1201, fog. 90. Lo stesso dì fu bandita in alcune province di terraferma un'altra imposta per le galee, come si vede da un altro diploma del 20 febbraio quarta Ind. (1276), ibidem. Altre once 1,674 per soldi della gente delle galee di guardia intorno la Sicilia, si veggon pagate, la più parte dalla città di Palermo, in tre diplomi del 24 e 25 gennaio e 2 febbraio quinta Ind. (1277) reg. 1268 O fog. 47.
Abbiamo oltre a ciò le scritte del danaro che appare ricevuto dai due giustizieri di Sicilia nei mesi di maggio e giugno 1277 per sovvenzioni generali, nella somma di once 10,801, che certo non appartiene all'imposta de' soldati; e perciò il danaro pagato dalla Sicilia in quell'anno passò di molto le 30,000 once. Non è dubbio che quelle partite appartengano a un medesimo anno, cioè alla quinta Ind. 1276-77, perchè gli editti si mandavan fuori prima del cominciamento della indizione, e il danaro s'incassava nel corso della medesima. Queste scritte trovansi nel registro 1268 A fog. 40, 41, 42, 43. Da quella data il 29 maggio, fog. 41 a t., si scorge che la sovvenzione pei soldi della gente delle galee nel giustizierato di qua dal Salso era da 800 a 900 once all'anno.
3º. La proporzione della colletta tra il reame dell'isola e quel di terraferma, era come di uno a quattro; il che fa argomentare che a un di presso la popolazione stava nella stessa ragione, che è anche quella d'oggidì.
4º. I magistrati preposti a riscuoter le collette o sovvenzioni erano i giustizieri.
Su quali elementi l'amministrazione angioina prendesse a scompartir la somma tra le varie terre, s'ignora. Forse avea qualche abbozzo di censimento, non sappiam se di beni o di popolazione; ma è certo che dalla corte veniva la distribuzione; e ciò veggiamo per la distribuzione della moneta nuova nel diploma del 12 agosto 1279, che si pubblica Docum. III. La somma poi gravata sopra ogni terra, si contribuiva dagli abitanti su i ruoli che stendeano gli oficiali, chiamati giudici nelle terre demaniali, e maestri giurati nelle feudali, che erano eletti a questo scopo di comun voto degli abitanti. Tra molti altri documenti, il prova il diploma del 13 agosto 1278, pubblicato Docum. II, e l'altro del 12 settembre 1277, registro citato, 1268 O fog. 1, nel quale si legge…. precipias ex parte nostra universitatibus terrarum et locorum tam demanii quam ecclesiarum comitum et baronum jurisdictionis tue, sub pena unciarum auri decem per te a contumacibus exigendis, ut universitates terrarum demanii judices sufficientes, ydoneos et juris peritos si poterint inveniri in numero consueto, et universitates ecclesiarum comitum et baronum magistros juratos bonos, sufficientes, ydoneos et fideles, quilibet in dicta universitate….. unum in magistros juratos de comuni voto omnium eligant….. Questa era una lettera circolare a tutti i giustizieri delle province di terraferma e al vicario in Sicilia ne' due giustizierati dell'isola. Onde si scorge ancora che la cancelleria di Carlo I, ora scrivea direttamente ai due giustizieri di Sicilia, come a quei di terraferma, ed or facealo per mezzo del vicario, sedente allora a Messina. Il diploma del 13 febbraio 1276, citato di sopra, accenna la medesima forma di distribuzione della tassa, per sindichi eletti dalle università, ossiano comuni.
Da un diploma che leggesi in Vivenzio, Storia del regno di Napoli, tom. II, pag. 351, si ricava, che in Principato la proporzione ordinaria della sovvenzione generale era di un agostale a focolare, ossia famiglia.
[24] Nic. Speciale, lib. 1 cap. 2.
Bart. de Neocastro, cap. 12 e 13.
[25] Diploma dato di Melfi a 16 settembre 1269, dove si confessa, che gli abitanti di alcuni casali di Calabria appartenenti al monastero del Salvadore di Messina: de necessitate coguntur proprium deserere incolatum, dum nullatenus possint tam gravia onera sustinere. Dal r. archivio di Napoli, si legge nei Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2.
[26] Capitoli del regno di Napoli, anno 1272, pag. 4.
[27] Lettera de' Siciliani al papa Martino IV, nello Anonymi chronicon siculum, cap. 40, presso di Gregorio, Bibl. arag. tom. II, pag. 154.
D'Esclot, cap. 88. Questi assicura che si levavano infino a quattro collette in un anno, ed aggiugne un'altra crudeltà, non rapportata dai nostri, e perciò men da credersi; cioè che marchiavano in fronte cui non pagasse le collette, e che i riscuotitori portavano due collari colle catene appesi all'arcion della sella, e vi attaccavano pel collo i debitori.
[28] Docum. VII.
[29] Capitoli del regno di Napoli, pag. 26.
[30] Saba Malaspina, cont. loc. cit., pag. 333.