COLLEZIONE

DE’ MIGLIORI

AUTORI ITALIANI

ANTICHI E MODERNI
VOL. XL


LA GUERRA

DEL VESPRO SICILIANO

VOLUME SECONDO

DALLA STAMPERIA DI CRAPELET

9, RUE DE VAUGIRARD


LA GUERRA
DEL
VESPRO SICILIANO

O

UN PERIODO DELLE ISTORIE SICILIANE

DEL SECOLO XIII

PER

MICHELE AMARI

SECONDA EDIZIONE

ACCRESCIUTA E CORRETTA DALL’AUTORE

E CORREDATA DI NUOVI DOCUMENTI

PARIGI

BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA

3, QUAI MALAQUAIS, PRÈS LE PONT DES ARTS

STASSIN ET XAVIER, 9, RUE DU COQ

1843


LA GUERRA

DEL

VESPRO SICILIANO.


CAPITOLO XIII.

Naufragio dell’armata al ritorno in Sicilia. Giacomo coronato re. Capitoli del parlamento di Palermo; privilegi ai Catalani. Fazioni di guerra. Supplizio d’Alaimo di Lentini. Agosta occupata da’ nemici, e da’ nostri ripresa. Seconda vittoria navale nel golfo di Napoli. Trattato della liberazione di Carlo lo Zoppo. Passaggio di re Giacomo sopra il reame di Napoli. Tregua di Gaeta. Pratiche di pace generale e crociata, conchiuse a danno della Sicilia. Morte di Alfonso re d’Aragona, al quale succede Giacomo. Novembre 1285–giugno 1291.

Come la morte di re Pietro, annunziata ad Alfonso in Maiorca, si sparse per la siciliana flotta, divampovvi col pronto veder delle nostre plebi una brama di tornarsene in patria. E in vero, con Aragona altro legame non rimanea che d’amistà; ma era a temer che mancato quel valoroso principe, i nimici ritentassero la Sicilia: e chi può dir se le menti sì aguzze al sospetto non immaginaron disposti i Catalani a ritenersi l’armata? Pertanto scoppia tra le ciurme un grido: «In Sicilia! in Sicilia!» e perchè l’ammiraglio dubbioso rispondea, che a gran rischio navigherebbero in quel procelloso romper di verno, la moltitudine rincalzata da Federigo Falcone da Messina, vice ammiraglio[1], peggio ostinandosi, ammutinata ripigliava «In Sicilia! e muoia chi nol vuole.» Questa nè cieca nè volgare carità di patria, che i nostri istorici biasman dall’esito, e sol guardando al danno che ne incolse all’armata, non a quello che s’ovviò alla Sicilia, sforzava i capitani a far vela a ventitrè novembre, parendo bonaccia. Rincrudito il vento, cacciolli a Minorca. Ripartirono; ma soffiò sì atroce il tre dicembre, che la flotta tra Sardegna e le Baleari e su per lo golfo del Lione per tre dì orribilmente fortuneggiava. Comanda l’ammiraglio di prendere il largo, accender fanali alle navi per cansar gli urti, ristoppare gli struciti, del resto facendo prua a scirocco abbandonarsi alla fortuna. Ma con tutta l’arte e l’ardire, due galee messinesi, due d’Agosta, una di Catania, una di Sciacca, rompendo in acqua, miseramente naufragarono; e vi perì anco il Falcone. Le altre quaranta fean gitto del bottino francese; e dopo lungo travaglio, battute, sdrucite, sgomenate ad una ad una si ricolsero nel porto di Trapani. L’ammiraglio appena messo piè a terra, cavalcava a Palermo; ove giunto il dodici dicembre, recava primo alla regina il grave annunzio, e tramettealo a Giacomo in Messina. Destò quella morte per ogni luogo di Sicilia grandissimo compianto; e si notò delle donne che tutte vestiron gramaglia, fecer pubblico duolo, e quante entravano a corte, con insolita veracità d’affetto, come madri o figliuole confortavan la Costanza trafitta di profondo dolore[2].

Poi pensarono i notabili del reame alla solenne esaltazione di Giacomo, riconosciuto nel parlamento di Messina dell’ottantatrè, e promulgatosi re all’avviso della morte del padre, il quindici dicembre[3]. Onde convocati per tutta l’isola i prelati, i baroni, e’ sindichi di terre e città, il due febbraio milledugentottantasei ragunavansi a parlamento in Palermo. Giacomo vi si trovò con la regina e l’infante Federigo: il vescovo di Cefalù, l’archimandrita di Messina, e assai più prelati di Sicilia, coi vescovi sì di Nicastro e Squillaci, nel nome di Dio e della Vergine il coronavano. In quei dì, tra le feste che splendidissime rendea il lusso de’ molti possenti baroni, il re a sue spese armò cavalieri quattrocento nobili siciliani: e molti feudi de’ ricaduti al fisco dopo la cacciata de’ baroni francesi, molte grazie largheggiò; per letizia, e necessità di moltiplicar dentro i sostegni, poichè fuori dell’isola non vedea che deboli amici e irosi avversari. Perciò in questo parlamento medesimo a dì cinque febbraio promulgava, come allor s’addimandarono, le costituzioni e immunità, registrate nel corpo delle leggi del reame di Sicilia col titol di capitoli di Giacomo, e scritte con linguaggio di concessione, ma dettate forse da’ notabili, e certo dalla volontà della nazione. Perchè re Pietro nel parlamento di Catania avea più presto promesso che compiuto le riforme; in quel di Messina ordinò solo i ministri del regio potere; ma i capitoli del parlamento di Santo Martino, e que’ recentissimi di papa Onorio, gli uni e gli altri manifesto effetto della nostra rivoluzione, davano al reame di Puglia belle guarentigie e maggiori assai di quelle che avanzavano alla Sicilia per la virtù immediata del vespro: ond’ era forza calarvisi anco in Sicilia, e tor cagione allo scontento, già scoppiato in più modi[4]. Ritrasser molto delle onoriane, e le avanzarono in alcune parti, queste nostre riforme. Breve esordiron dal patto sociale che strigne insieme governati e governanti in ogni civiltà. Promettea poscia il re zelante protezione delle persone e facoltà appartenenti alla Chiesa, senza quella dismisura di privilegi che la romana corte comandò in Puglia. Quanto alle pubbliche entrate, rilevando studiosamente le gravezze durissime de’ tempi di Carlo, la colletta ristrigneasi a’ noti quattro casi, e la somma a quindicimila once d’oro in que’ di occupazione di nimici o ribellione e di prigionia del re; a cinquemila negli altri due. Tuttavolta una sola colletta, s’aggiunse, levar si possa in un anno: restò vietata l’alienazion degli stabili della corona, che torna a peso pubblico[5]; e confermata l’abolizione de’ dritti di marineria, già bandita da re Pietro. L’amministrazione della giustizia civile e criminale si ordinò a speditezza e benignità, purgandola di assai mal tolti del fisco; tra i quali la multa su i comuni per non scoperti autori degli omicidi: e si volle che tra due mesi s’ultimasse ogni lite, o si richiamasse alla magna curia; che s’ammettesser le malleverie: si pose freno agli accusatori: speciali guarentigie fermaronsi nelle cause civili contro il fisco; e maggiori nelle accuse di maestà[6]. Con ciò disdetti vari statuti crudeli, o abusi di pubblica amministrazione; come mutazion di moneta, sforzati imprestiti al governo, sforzato affitto degli ufici dell’azienda, trasporto del danaro pubblico, rapina degli avanzi de’ naufragi, bandite, custodia di prigioni, inquisizioni, divieto de’ matrimoni[7]: e si fe’ prova a cessar le baratterie e violenze degli uficiali, castellani, famigliari, e altri molesti sciami[8]. Ai feudatari fatto più certo e moderato il militar servigio; abrogato l’obbligo a fornir navi da guerra; dato che i fratelli e lor prole fino a terza generazione succedessero ne’ feudi; e accordati altri utili statuti[9]. Vietossi in lor pro che gli ascrittizi o altre maniere di servi passassero ai comuni, potendo bensì i tenuti al barone per sola ragion di beni, abbandonarglieli e andar via; iniqua legge, ma necessaria secondo il dritto dei tempi, la quale pur dà a vedere gli umori popolani sviluppatisi appresso il vespro nelle municipalità, che invitavano non solo, ma sforzavan anco i vassalli de’ baroni[10]. In ultimo rimetteansi ai possessori attuali le sostanze mobili di re Carlo o de’ suoi, occupate nella rivoluzione: s’aggiugnea che niun rendesse ragione di maneggio di cosa pubblica ne’ tempi angioini[11]. Queste ed altre leggi che men rilevano[12], bandironsi nel brio del coronamento. Mal si osservarono quelle che ponean freno a’ magistrati e oficiali; onde a’ richiami delle città, rinnovolle Giacomo poco appresso sotto altre sembianze, con sancir pena a’ trasgressori; e sono venzette capitoli più, dei quali ho fatto qui parola perchè non si sa appunto in che anno si promulgassero, nè monta troppo indagarlo[13].

L’altro consiglio del nuovo principato fu di strignersi d’amistà e di commerci con Aragona, ond’avea sola speranza di aiuto. Però fermavasi lega tra i due re con tutte lor forze a difesa o conquisto; che ne condusse per certo la pratica Ruggier Loria, e accettò i patti in Aragona per Giacomo innanti Corrado Lancia e altri nobili[14], in Sicilia per Alfonso; restandoci il diploma che dienne Giacomo in Palermo il dodici febbraio, soscritto con esso da più testimoni vescovi, conti, e altri notabili, tra i quali si leggono il Mastrangelo, Palmiere Abate, tornato di Catalogna, e l’istorico Bartolomeo de Neocastro, avvocato del fisco[15]. Pochi dì appresso, a tutti i Catalani accordavasi caricar grano nei porti di Sicilia con moderata gabella[16]; e a que’ che dimorasser nell’isola, eleggere un console con giuridizione civile soltanto, salvo l’appellazione al re, e ricuperare nei naufragi gli avanzi di lor beni[17]. Con queste franchige, che si dissero, ed erano, merito de’ servigi renduti, e incoraggiamento ad altri più, allettava i Catalani a mercatar nell’isola, com’avea usato re Manfredi co’ Genovesi[18]; il cui privilegio che scemava a terza parte i dritti di dogana accordò Giacomo due anni appresso, con altri di molto momento, ai cittadini di Barcellona[19]. Tentò infine ammollir l’animo del papa con messaggio d’obbedienza e devozione per Gilberto di Castelletto, cavalier catalano, e Bartolomeo de Neocastro; il quale narra la risposta di Onorio: bene e ornatamente parlare i Siciliani, e pessimi operare, e non potersi quindi assentir le loro inchieste: che fu la terza ripulsa di Roma alle nostre parole di pace[20].

Anzi Onorio svecchiò le scomuniche di papa Martino; pose nuovi termini a sottomettersi; e chiamò agramente a discolpa, pel fatto della coronazione, i vescovi di Cefalù e di Nicastro; i quali non ubbidirono più che gli altri Siciliani[21]. Le armi di costoro tagliavano intanto. Entrando l’ottantasei Taranto, Castrovillari, e Morano, voltavano sì a parte nimica per non poter più de’ rapaci almugaveri; ma con maggior audacia e disciplina altra banda di almugaveri spintasi in Principato, s’insignorì di castell’Abate presso Salerno. Non guari appresso, Guglielmo Calcerando inviato a reggere le Calabrie, riprese e riperdè Castrovillari e Morano[22], e tenne sì viva la guerra, che allo scorcio della state i governanti angioini chiamavan tutte le feudali forze ad osteggiarlo[23]. Ma s’ebbe meglio fare in su i mari. Mentre Loria, ito in Catalogna con due galee e toltene sei più catalane, correa depredando le costiere di Provenza, Giacomo allestì due armatette; l’una di dodici galee nel porto di Palermo, capitanata da Bernardo Sarriano cavalier siciliano[24], sulla quale montarono Palermitani e uomini di val di Mazzara; l’altra di venti galee nel porto di Messina, armata forse di Messinesi e abitatori delle coste orientali, e diella a Berengario Villaraut. E l’una a dì otto giugno fe’ vela dritto per lo golfo di Napoli; ove al primo espugnò Capri e Procida, con terror tanto di Napoli stessa, che il cardinal Ghepardo in fretta fea racconciar la catena e le altre difese del porto. Poi tutta la state nelle isolette stanziò Sarriano, a prendere quantunque legni mercatassero per lo golfo; e all’entrar di settembre spintosi infino alle spiagge romane, investiva il castel d’Astura, infame per la presura di Corradino. Accesi di vendetta montano i Siciliani all’assalto; trafiggon di lancia il signore, figliuolo di quel Frangipane che vendè Corradino a re Carlo; fan macello de’ suoi; nè s’appagano che non mettan fuoco alla terra. Diedero il guasto tornando, ai liti di Castellammare, Sorrento, Positano, Amalfi; e ridussonsi in Palermo. L’altra armatetta con eguale onore e guadagno rediva nello stesso tempo a svernare a Messina. Uscita n’era il ventidue giugno alla volta del capo delle Colonne; donde scorse per Cotrone, Taranto, Gallipoli, predando i legni nimici, senza toccar gli altri che con Venezia mercatavano. Indi presentò battaglia a Brindisi; e aspettate tre dì le nimiche galee, che per niuna provocazione non uscian dalla catena del porto, navigò sopra Corfù a trovare un avanzo de’ preparamenti di Carlo alla guerra di Grecia. Quivi smontate le nostre ciurme, affrontaronsi con una banda di mercenari francesi; e rottala, posero a sacco la terra; e di lì inaspettati ripiombavano sulle costiere di Puglia, pria di ricorsi a Messina. In tal modo dall’Adriatico, dal Tirreno le forze navali siciliane affliggeano il reame poco innanti conservo, i cui legni da battaglia s’ascondeano ne’ porti, ai mercatanteschi erano tronchi i commerci, ville e città sulla costiera piangeano gli stermini della guerra[25].

Giacomo bruttò questi allori con un esempio di crudele paura. Vedea serpeggiar anco qua e là umori di scontento; seppe Alaimo di Lentini presso a ottener da re Alfonso la libertà sua e de’ nipoti; e a spegnerlo s’affrettò. Manda a questo in Catalogna Bertrando de Cannellis catalano, che in Maiorca avvennesi con Adenolfo di Mineo, sciolto poc’anzi dal carcere. Perch’Alaimo, con profferta d’once diecimila d’oro, s’era chiarito innocente appo Alfonso; onde allargati furono egli e l’un de’ nipoti, lasciato l’altro ch’andasse in Sicilia a tor la moneta. Ma Bertrando guastò il mercato, riportando Adinolfo in catene a corte di Aragona, e conficcando il re con rimostrare gagliardamente: alla ragion d’impero del re di Sicilia doversi quei tre sudditi macchinatori di tradigione in Sicilia; uomini d’alto affare, da rivoltare a un pie’ sospinto il reame, e perdervi Giacomo e i fratelli e la madre d’ambo i re e ogni uom di favella catalana. S’ostinò dapprima Alfonso; ma l’ambasciatore, incalzando, e quasi chiamando il re d’Aragona complice dei traditori, vinse alla fine. Rassegnatigli dunque i prigioni, li imbarca sotto gelosa guardia; fa loro confessar le peccata a un frate minore, pria che affrontasser, diceva, i rischi di tanto mare, pien di pirati e nimici. Sciolsero di Catalogna il sedici maggio milledugentottantasette. Il due giugno, venuti a cinquanta miglia da Marettimo, lieta la ciurma salutò la Sicilia; Bertrando fe’ chiamar sulla tolda i prigioni.

E volto ad Alaimo, diceagli che saziasse gli occhi suoi nella dolce vista della patria; a che il glorioso vecchio: «O Sicilia, sclamò, o patria! molto ti sospirai; e pur me beato se dopo i miei primi vagiti non t’avessi più vista!» Esitò pochi istanti il Catalano, forse per pietà, a queste parole, e ripigliò: «L’animo mio fin qui ti parlava, o signore; or quello del re intender è forza, e obbedire», e spiegava uno scritto. Adinolfo il leggea. Era mandato del principe, che dicea costar all’eccellenza di lui, com’Alaimo di Lentini, Adinolfo di Mineo, e Giovanni di Mazarino tramaron già iniqua e ineffabile cospirazione contro i reali e l’isola di Sicilia, ed eran rei sì d’altri misfatti; ondechè giudicandosi il viver loro in prigione, pericol sommo dello stato, la cui pace vuolsi con severissima giustizia serbare; commettea il re a Bertrando di ripigliarli di Catalogna, e mazzerarli al primo scoprir la Sicilia.

Non maravigliò Alaimo, nè tremò della morte; nè con vane parole toccò il passato, o si querelò; se non che risentiva l’acume di crudeltà che volle comandare tal supplizio a tal vista, e negargli sepoltura sulla terra degli avi. Del resto nella rassegnazione del vangelo, pregava salute al re, a’ carnefici stessi, e: «Una vita, dicea, di miserie e di pianto trassi infino a vecchiezza, e inonorata or chiudo. A me stesso non mai, ad altrui sol vissi; per altrui muoio. Peggio ch’uomo non creda (e pensava forse alla esaltazion di Pietro e allo spento Gualtiero), peggio ch’uomo non creda io misfeci, e merito più cruda morte che questa. Essa almen sia pace alla patria, e fine ai sospetti.» Indi ei stesso chiede la banda di tela, preparata per istromento al supplizio e coltrice insieme e bara dell’eroe di Messina; vel fasciano e serrano i manigoldi; e il traboccano in mare. Così anco i due giovani periano. Approdò a Trapani la scellerata nave; e per tutta Sicilia si disse con orrore della fine d’Alaimo. Ricordavano la nobiltà del sangue, il grand’animo nelle cose della guerra e dello stato, la possanza a cui salì, il pazzo orgoglio di Macalda che il perdè; e tremavan gli amici, susurravano i guardigni gran cagione doverne avere per certo il re. Questi romori in intricato linguaggio riferisce il Neocastro, e riporta con simpatia di dolore tutto il supplizio e i memorabili detti d’Alaimo, forse il miglior cittadino, certo l’uom più famoso che la Sicilia vantava nella rivoluzione del vespro[26].

Nel medesimo tempo sulla costa orientale si combattea co’ nemici. Alla morte di Pietro e alla primavera d’appresso, pensarono di venir sopra l’isola[27]; ma assaliti dalla nostra flotta da entrambi i mari, appena sè medesimi difendeano. Però vollero al nuovo anno prender primi le mosse al doppio assalto, per guerreggiar se non altro in casa altrui; sapendo inoltre lungi il nostro ammiraglio, e disarmate le navi. Stigaronli vieppiù quei frati Perrone e del Monte, presi due anni innanzi cospirando a Messina, e da Giacomo sciolti, per clemenza non già ma debolezza: ond’ora gliene rendean merto i frati, sollecitando di terraferma novelli garbugli, con vantar le radici lasciate in Sicilia e male sbarbate dal re, sopra tutto ad Agosta, Lentini, Catania, e altri luoghi di quelle regioni; e che con un po’ di forza da rannodare i partigiani e far testa a’ primi urti, darebber vinta l’impresa. Così disser dapprima a papa Onorio, che non li ascoltò; donde volsersi al cardinal Gherardo e ad Artois, e furono graditi[28]. I due reggenti dunque chiaman le milizie; assoldan altri Italiani e Francesi; procaccian moneta per collette e doni, o così diceansi, delle città[29]. A Brindisi messero in punto, con tener segretissimo il perchè, quaranta galee, cinquecento cavalli, cinquemila fanti, capitanati da Rinaldo d’Avella, cavalier napolitano tenuto assai prode. Seguian l’oste per la santa sede, legato il vescovo di Martorano, capitano Riccardo Morrone, col bando della croce e le bandiere della Chiesa; non potendo Onorio queste dimostrazioni negare quand’altri apprestava le forze. E nello stesso tempo, quarantasei tra galee e teride e più grosso esercito, s’adunavano a Sorrento con tutti i primi feudatari del reame, per tentare altra impresa e tenere in dubbio il nimico.

Salpò l’armata di Brindisi il quindici aprile; fe’ uno sbarco a Malta[30]; e improvvisa gittossi in Agosta il primo di maggio, colto il tempo che il popolo traendo alla fiera di Lentini, lasciato avea vota la città, e mal guardavasi il castello. Perciò senza trar colpo sbarcarono. Ma facendosi ad amichevol parlare tra quelle mura vent’anni pria contaminate da lor gente con empio macello, gl’invalidi cittadini rimasi in Agosta con alto sentimento risposero: non li sperassero men che nimici giammai, nè da altra siciliana città s’aspettassero se non guerra. E replicando gli stranieri che veniano di voler del pontefice, un vecchio infermo, Paccio per nome, «Tenghiam noi, rispose, madre la Chiesa, nimico chi adesso la regge, poichè armi ed armati invia a combatterne. Al legato or chiedete s’Iddio mai comandò di sparger sangue cristiano per asservire cristiani! E s’ei diravvi che il comandò, miscrede al vangelo; e da noi apprenda che la fede cristiana dà sole armi alla Chiesa, l’umiltà, la croce, e la soave parola.» Così in que’ tempi pensava la Sicilia! Occupata da’ nimici terra e castello, non tornavano i cittadini in Agosta. E spargendosi l’allarme tutto all’intorno, si sgombravan gli armenti, si abbandonavano i campi, si riducean gli abitatori a’ luoghi più forti, con proponimento d’ostinata difesa[31].

Giacomo n’ebbe avviso in Messina, ove sedea per l’opportunità della guerra, ma in ozio, o ingannato da’ rapportatori che davan queto al tutto il nimico. Bella ammenda ne fece. Chiama incontanente alle armi i feudatari e le città de’ contorni; comanda per tutta l’isola di metter in mare le galee; a ciò parlamenta egli stesso i Messinesi, appellandoli popol suo, suo, ripigliava, sol per cittadinanza e amistà; e a Loria come figliuolo al padre si accomandò. Il quale, tornato poc’anzi di corseggiare coi Catalani sulle costiere di Francia e far ossequio ad Alfonso nel suo coronamento a Saragozza, ridivenuto grande nei pericoli, correa a Messina ad armare le navi, con tutto il popolo generoso, che a gara aiutando fervea nell’opra; senza prender, altrove che nell’arsenale, scarso cibo e riposo; infiammato dall’ammiraglio con lodi, carezze, ed esempio di stender ei stesso la mano a’ lavori. E in questi sudava Ruggiero una notte, affumicato, sbracciato, in farsetto, quando alcun famigliare di corte gli susurrò, che stando il re coi suoi più fidati a trattare i disegni della guerra, suggerito avesser costoro dar lo scambio all’ammiraglio, pien di tanta iattanza, ma rattiepidito, fors’anco mal fido. Onde Ruggiero, così com’era, montato in palagio, dinanzi al re proruppe a rimbrottar gli avversari, poltroneggianti nelle sale della reggia mentr’ei correva i mari, affrontava nimici e tempeste, assicurava i lor ozi con tante vittorie: e voltosi a Giacomo, rassegnò il comando. Confitti al brusco piglio, abbassaron la fronte i cortigiani; e il re, che lui assente avea difeso con assai calde parole, il pregò di ciò ch’ei stesso bramava, di ritenere il comando. Indi l’ammiraglio tornò con doppio ardore ad apprestar l’armata, che fu pronta in sei dì. Giacomo, lasciata la madre nella rocca di Matagrifone, e munita e leale Messina, movea a dì quattro maggio per Taormina, con dieci soli compagni. Il dì sei fu ad Aci e a Catania; ove accozzaronsi da mille cavalli e molte migliaia di fanti, tra milizie feudali, cittadinesche, e mercenarie.

Avean quello stesso dì tentato Catania i nimici, fidandosi nelle macchinazioni de’ due frati, che s’eran tirati dietro molti giovani vogliolosi di novità; i quali messero occultamente in città e nascosero in un abituro dodici uomini d’arme francesi, che a notte schiudessero la porta della marina; e dovea entrarvi un grosso stuolo, che spiccato d’Agosta si pose in agguato a due miglia da Catania, mentre una punta della flotta si mostrava in que’ mari. Ma il popol che levossi in arme scoprendo le navi, fe’ stare i traditori al di dentro, i nimici al di fuori; poi venuto il re con le genti, riseppe i primi e vegliolli senza farne sembiante, si ritrasser la notte i nimici. Con aspra scaramuccia ferironli allora sol dieci cavalli e cinquanta balestrieri catanesi, sortiti senza saputa del re, con Martino Lopez Catalano e messer Forte Tedeschi da Catania, che Giacomo in premio fe’ governadore di Aci; i quali nell’oscurità della notte ruppero il retroguardo che ripassava il Simeto, e tronche le funi della zattera, molti Francesi fecero prigioni, molti uccisero, i più periron nel fiume. In que’ dì Catania offriva lietissimo spettacolo ad animo siciliano. Approdarono pria con l’ammiraglio venzette galee, poi tredici: adunavansi grosse bande di milizie feudali: e mentre il re pensava chiamar parlamento per chiedergli moneta, nel fornirono i cittadini di Catania largamente; tra i quali una vedova, Agata Seminara per nome, presentavagli dugento once d’oro, e tutti i suoi gioielli per la difesa della patria. Notavansi tra i primi dell’oste Guglielmo Calcerando catalano, e’ nostri Riccardo Passaneto da Lentini, Riccardo di Santa Sofia, Ramondo Alamanno maresciallo del re, Corrado Lancia, Matteo di Termini, Antonio Papè da Piazza; tra la forte gioventù delle galee di Catania ricordasi un Niccolò la Currula, che lottava co’ tori e abbatteali. Queste armi drizzaronsi incontanente sopra Agosta. La notte innanti il tredici maggio fe’ vela l’armata; allo schiarire del dì mosse il re con le genti, dodici giorni dopo l’occupazione nemica: nel qual tempo s’eran armate quaranta galee, ben oltre mille cavalli, e più migliaia di pedoni[32]. Tanto vigore ebbe Giacomo, prontezza il popolo, e virtù il patto che strignea re e popolo! Leggiamo in vero che dubbiosi palpitavan tutti in quel tempo, accrescendosi pel caso d’Agosta i sospetti d’umori volti a novità. Ma debol coda eran questi dello scontento nazionale, riparato da Giacomo con le riforme, e di qualche rancore privato contro gli atti severi di lui; la qual macchia non togliea che in questo incontro gl’interessi della nazione e del re fossero un solo.

Primo in Agosta arrivò Loria con la flotta; e non trovando l’inimica, senz’altro, sbarcò e assalì. Donde nelle strade della deserta città ingaggiavasi aspra zuffa tra le nostre ciurme e’ cavalli nemici, ch’ebber l’avvantaggio dapprima; ma quando Ruggiero, per mettere le genti in necessità della vittoria, fe’ levar le scale delle galee, rattestandosi i nostri e asserragliando le strade con botti e altro legname, tanto ferivan co’ tiri, che rincacciate entro il castello le genti di Rinaldo, s’insignoriron essi della città. Scandol molto diedero in questo scontro, portati dalla infernale rabbia de’ lor consorti Perrone e del Monte, i frati predicatori, saliti in su i tetti del chiostro a provocare i nostri che pugnavano co’ nemici; onde altri ne fur morti, altri si chiuser co’ nemici in fortezza, due caddero in man dell’ammiraglio. Un di costoro, capuano, svelò l’appresto delle nuove forze in Sorrento contro val di Mazzara, e che la armata partita d’Agosta, navigava già sopra Marsala con Arrigo de’ Mari, cittadino di quella terra, partigian de’ Francesi. Giacomo, sopravvenendo lo stesso dì con l’oste, vide lo stendardo di Sicilia sui muri d’Agosta. Onde ormai tutte le genti da tramontana, ponente, e mezzodì posero il campo al castello, fortissimo ancorchè in piano, ma scarso d’acqua e mal vittovagliato da Rinaldo, che sognando conquisti, non s’aspettava sì pronto addosso il nemico[33].

E il re pria che strignesse la rocca, fatto accorto da’ detti del frate, commette il comando di Marsala a Berardo di Ferro, privato nimico al de’ Mari; provvedendo che ingrossino il presidio Bonifazio e Oberto di Camerana da Corleone, d’origine lombardi[34], con gli uomini di quella terra, sì feroci nel primo scoppio della rivoluzione: che inoltre i condottieri e soldati di maggior nome dei monti, scendano a rinforzar le città di marina: che vi si riparin muri e bastioni: e pattuglie battan d’ogni dove le spiagge, per far la scoperta dell’armata nimica. Presso Marsala questa approdò; tentò uno stormo contro la città; e funne respinta. Accozzatovisi Arrigo de’ Mari con dodici galee più, sbarcaron di nuovo; e ributtati nella seconda prova con maggior sangue, senza infestar l’isola altrimenti, fean vela per Napoli[35].

Ma all’assedio del castel d’Agosta, poichè il re invano intimava la resa più volte per Corrado Lancia, adoprossi ogni ingegno di guerra de’ tempi. Leggiamo che con una specie di parallela fean gli approcci, tirando un muro a protegger gli artefici; che i fabbri della flotta costruivan terricciuole mobili a ruote, e cicogne, e un gatto da percuoter le mura, bruciato poi dagli assedianti in una sortita; che con mangani e altre macchine fean piover sassi nella fortezza, più micidiali perchè aggiustati a prender il balzo; e afferma il Neocastro come un Castiglione, ingegnere dell’armata, sì fino giocava il mangano da imberciare a ogni colpo il pozzo unico del castello. Però, ancorchè stesser saldi agli assalti, per essere in sito avvantaggioso e grossi di numero, il numero accrescea la strage, perdendosi pochi colpi degli assedianti: e più travagliavali il fetor dei cadaveri, l’acqua scarsa e corrotta, la fame che li portò a cibarsi de’ cavalli e suggerne il sangue. Ai trentaquattro dì, svanita una speranza di pioggia, nè apparendone alcuna d’aiuti, i Pugliesi del presidio abbottinaronsi sotto Giovanni Boccatorsola, giovane cavato napolitano, che assai vivo parlò al legato: ma furono ad inganno, ei preso e dicollato, messi fuor del castello gli ammutinati inermi; su i quali i Francesi buttan da’ merli il tronco di Giovanni, e con tiri di pietre li scacciano. Vennero alle linee de’ nostri, e furonne ributtati per timor di fraude: tre dì la misera plebe, tra due nimici, arrabbiando di fame e sete, disperata gridava pietà. L’ebbe da Giacomo, salve solo le vite. Agli stessi patti si arrese a dì ventitrè giugno milledugentottantasette, dopo quaranta d’assedio, Rinaldo d’Avella, col legato e le reliquie del presidio: e in quell’istante frate Perron d’Aidone, autor primo di tanto miserando strazio d’umani, per fuggir supplizio, o non sostenere il rammarico dell’impresa fallita, diè rabbiosamente del capo sulla muraglia, e finì suicida quel tempestoso suo vivere[36].

Lo stesso dì la bandiera siciliana ebbe una splendida vittoria nel golfo di Napoli. Messe in punto le macchine all’assedio d’Agosta, navigò l’ammiraglio a Marsala; ove non trovando i nimici, tornossi al re, e deliberavano di combatter senza indugio l’altro armamento apparecchiato sul Tirreno. Perilchè, rinforzato d’altre cinque galee di Palermo, delle quali fu capitano Palmiero Abate, e promesso alle genti, dice Speciale, un donativo, o piuttosto che fosse buon acquisto a’ privati ogni preda di quest’impresa, come porta il Montaner che meglio se n’intendea e a quest’uso attribuisce i maravigliosi fatti di quelle guerre, l’ammiraglio poggiò a Sorrento. Seppevi il sedici giugno pressochè pronta l’armata a Castellamare; andò a riconoscerla egli stesso; e risoluto ad affrettar la battaglia, scrisse una sfida all’ammiraglio nimico, il nobil Narzone. Avea questi, tra teride e galee, ottantaquattro legni grossi; su i quali montò il forte dell’oste, con assai nobili e cavalieri, e quei primi feudatari poco minori del principe stesso, i conti, di Monteforte, di Ioinville, di Fiandra, di Brienne, d’Aquila, di Monopoli, il primogenito di quel d’Avellino: onde questa poi si nomò la battaglia de’ conti. In mezzo alle schierate navi stette l’ammiraglio angioino, armando di fortissima gioventù la sua galea, circondata di otto più, a fronte, a tergo ed ai fianchi; e su due vaste teride alzò i due stendardi della Chiesa e de’ reali angioini. Spiegavano all’incontro le aquile siciliane quaranta galee, schierate da Loria, in qual ordine non sappiamo, ma sol ch’ei spartì gli ufici della gente, quali a ferir con tiri di balestre o di sassi, quali ad aggrappar le navi nimiche e arrembarle. Allo schiarire del giorno, il ventitrè giugno, un acuto fischio uscì dalla nostra capitana, e l’armata si preparò. Esortata con lieto piglio da Ruggiero, gridò i santi nomi di Cristo e di Nostra Donna delle Scale; e vogò contro le bandiere papali.

Guglielmo Trara primo urtava la fila nimica, dalla quale quattro galee spiccansi a circondarlo, e altre seguivanle; ma volano alla riscossa le galee di Milazzo, Lipari, e Trapani, poi di Siracusa, Catania, Agosta, Taormina e infine di Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca; talchè svilupparon Trara, e universale ingaggiarono la battaglia: un contro due i nostri, ma più pratichi del mare, si fidavan di vincere, incoraggiati sì dall’ammiraglio, che a veggente di tutti, dall’alta poppa della galea in fulgida armatura comandava. Sanguinosa indi e lunga la giornata si travagliò, finchè spossati i nimici, e standosi inoperose dal canto loro le galee genovesi, avventavansi i Siciliani sulle altre all’abbordo; e cominciò la fuga alla volta di Napoli. Questo chiarì la vittoria. La quarta che i nostri guadagnavano in questa guerra per giusta giornata navale; la più nobil tra tutte per disavvantaggio di forze, ostinazione al conflitto, e numero di navi prese: e rimutò le sorti della guerra al par della prima battaglia del golfo di Napoli tre anni innanti, e di quella dell’ottantacinque al capo di San Sebastiano; ma ebbero queste maggior grido, l’una per la presura del principe Carlo, l’altra per la Catalogna liberata dalle armi di Francia. Più migliaia tra di nemici e nostri caddero in questa giornata. Accrebbero lo splendor della vittoria quarantaquattro galee prese, con le bandiere, l’ammiraglio nimico, tutti i conti, trentadue nobili, e quattro o cinque mila più uomini. Mandolli Ruggiero sotto scorta di dieci galee siciliane a Messina; fe’ atroce rappresaglia d’una enormezza del nemico, o seguì gli atroci esempi di quelle guerre e di quella età, accecando parecchi prigioni; e con le altre trenta galee, spedito difilossi al porto di Napoli[37].

Dove il popolo, come si suole, appiccava ai governanti questa sconfitta; e scompigliavasi, e sarebbesi ribellato, se l’ammiraglio avesse incalzato per poco, e Gherardo ed Artois, sopraccorsi a tempo, con loro riputazione non l’avessero contenuto. Ruggiero usò la vittoria vendendo a’ reggenti per grossa somma di danaro, tregua per due anni su i mari; senza mandato del re, senza pro della Sicilia, con dar comodo al nemico a rifarsi, e troncar il corso della fortuna. Però nei consigli di Giacomo gli emuli dell’ammiraglio ribadivan le accuse, e dicean tra’ denti fellonia; ma Giovanni di Procida, ch’era innanzi a tutti nell’animo del re, perdonar fece tal colpa alla gloria; parendogli non doversi provocare un tant’uomo, o volendolo in corte privato sostegno a sè medesimo.

Pertanto quando Loria tornò con la flotta a Messina, non fu conturbato, non fu troppo gioioso il trionfo. È degno di memoria, che alla dedizione d’Agosta, Giacomo vietò per questa vittoria sulle bandiere della Chiesa ogni pubblica allegrezza, fuorchè gl’inni al Signore. Ben attese a ristorar il castello d’Agosta, a rafforzar con un muro di cinta castello e città; e questa, diserta dalla strage del sessantotto e dal nuovo assedio, ripopolò con bandire, che tutti i Siciliani e Catalani che vi prendesser soggiorno, avrebbero stabili e franchige. De’ prigioni, Rinaldo d’Avella e il vescovo di Martorano si permutarono col castel d’Ischia (tanto fur leali ad essi i reggenti di Napoli); ma se l’ebbero a vergogna que’ cittadini, perchè per dodici anni, tenendo i nostri le bocche del golfo, riscotean tributo d’un fiorin d’oro all’uscita d’ogni botte di vino, e doppio sull’olio, e sì sulle altre merci. Per moneta si ricattaron gli altri nobili e’ conti; fuorchè Guido di Monteforte, quel che non temè d’assassinare nel tempio del Signore l’innocente Arrigo d’Inghilterra, e or nelle prigioni di Messina morì di malattia, dicono alcuni scrittori, per serbare castità e coniugal fede[38].

Valida per queste vittorie e per prosperità al di dentro, posò la Sicilia intorno a due anni, non curante delle invettive che lanciavale papa Niccolò IV, non guari dopo la sua esaltazione, il giovedì santo dell’ottantotto[39]: e, durando la tregua, trattavasi anco la pace, ma da oltramontani, e perciò male per noi. Perchè stando gl’Inglesi con Francia in pace sospettosa e mal ferma, Eduardo, veggente assai nelle cose di stato, temea non s’aggrandisse quel reame con l’impresa d’Aragona; e, a torne cagione, procacciava in sembianze amichevoli la liberazione di Carlo lo Zoppo e la pace. A ciò mosse le raccontate pratiche al tempo di re Pietro[40]. A ciò, dicendo muoversi ai preghi de’ figliuoli di Carlo e degli ottimati di Provenza, divisava un congresso a Bordeaux con gli oratori di Aragona, Francia, Castiglia, Maiorca, e i legati di Roma[41]: e ito a Parigi a dì venticinque luglio dell’ottantasei, fermò tra Francia e Aragona una tregua[42], non potendo la pace; perch’era durissimo a sciorre tal nodo. Giacomo, afforzandosi ne’ preliminari assentitigli in Cefalù dallo stesso Carlo, chiedeva, oltre il parentado con lui, la Sicilia, la diocesi di Reggio, e il tributo di Tunisi: la corte di Roma, pugnando pe’ reali d’Angiò più ostinatamente ch’essi medesimi non bramavano, rivolea la Sicilia a ogni modo: Alfonso per interessi di famiglia e di nazione tenea al fratello: induravano il re di Francia la romana corte e il Valois. Eduardo dunque, poichè non seppe spuntar di suoi propositi il pontefice che nulla temea, si volse ad Alfonso, imbrigliato assai strettamente dalle corti d’Aragona e di Catalogna, ch’erano impazienti di tal cumulo di danni per interesse non proprio, e le turbava il novello romoreggiar delle armi francesi in Rossiglione. Alfonso tentennò: poi a poco a poco, tirato da Eduardo, cominciò ad abbandonare il fratello, in un accordo fermato ad Oleron in Bearn. Parve poco questo trattato alla corte di Roma, che il disdisse; e perciò i pazienti principi l’anno appresso rifecerlo, il venzette ottobre milledugentottantotto, a Campofranco; ove, menomate in fatto le guarentige d’Oleron, e lasciato dubbio là dove non poteasi far l’accordo, Alfonso liberò il prigione, senza fermar patti espressi per Giacomo, nè per la Sicilia, posponendo al suo proprio comodo il manifesto dritto della Sicilia, le cui armi, non quelle d’Aragona, avean cattivato il principe nel golfo di Napoli. Indi Carlo II, lasciati per lui in carcere tre figliuoli, e pagati ad Alfonso trentamila marchi d’argento, libero n’andò all’entrar di novembre milledugentottantotto. Giurò che renderebbesi alla prigione, s’entro un anno non procacciasse la pace ad Aragona. Ma di tal sacramento il papa lo sciolse, insieme con Eduardo e co’ baroni mallevadori; stracciò come disorbitante e nullo il trattato di Campofranco, scritto da un officiale della romana corte; e continuò a conceder decime ecclesiastiche al re di Francia, e a mostrar di favorire gagliardamente l’impresa di Valois, per allontanar sempre Alfonso dal fratello, e ottener senz’altri compensi la liberazione de’ figli di Carlo lo Zoppo, com’avea conseguito quella del padre. L’anno appresso questo principe, ancorchè uomo onesto e intero, fu piegato da simili ragioni a compier la favola, appresentandosi con un grosso stuolo d’armati al colle di Paniças, come se pronto a rientrare in prigione: e promulgò non aver trovato chi ’l raccettasse; aver soddisfatto dal suo canto a ogni cosa; e ridomandò infine gli statichi e la moneta.

Tal fu il primo esito delle negoziazioni tra gli oltramontani principi pe’ fatti della rivoluzione nostra del vespro. Piegavano, com’anzi dissi, a nostro danno, per la potenza della corte di Roma, e perchè gl’interessi della Sicilia restarono in balìa del re d’Aragona, ch’era costretto ad abbandonarli se volea restare sul trono. Indi Giacomo ripigliò incontanente le armi, fidando nella nazione siciliana, che avrebbe avuto a combattere per le vite, per la libertà e per la corona del re. E Carlo II intanto, passato di Provenza in Italia, fe’ omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta parte guelfa d’Italia, che si vedea reso il suo principe. Cavalcò questi immantinenti alla volta del regno, che i Siciliani già laceravano con aspra guerra[43].

Perchè Giacomo di primavera dell’ottantanove risoluto l’assaltava, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio il quindici aprile con quaranta tra teride e galee, quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti: il quindici maggio muove a risalir lungo la costiera occidentale di Calabria; avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta; l’uno a veggente dell’altro, perchè operassero insieme. Occupavan Sinopoli, Santa Cristina, Bubalino, Seminara, e per duri assalti anco Monteleone, sbarcatevi le ciurme; e Rocca, Castel Mainardo, Maida, Ferolito, Aiello. Volle Artois fronteggiarli, e s’ebbe a ritirare in fretta alle province di sopra; dapprima campando appena da un agguato; poi non fidatosi a investire il siciliano campo; e infine confuso dall’ardir di Calcerando e de’ fratelli Sarriano, che con picciolo stuolo, percotendo di mezzo al suo campo sotto Squillaci, entrarono a rafforzar la terra e mantenerla nella fede di Giacomo. Arrendeansi indi a’ nostri Amantea, Fiume Freddo, Castel di Paola, Fuscaldo; resistean le rocche di Castel Belvedere e San Gineto, tenute entrambe da Ruggiero San Gineto, assecurandole il forte sito e la virtù del signore, e anco della moglie, la quale con virile animo fu vista sugli spaldi di San Gineto inanimire il presidio, e di sua mano piombar sassi sulle teste de’ nostri, che con l’audacia di tante vittorie stormeggiavano il castello. Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza, impaziente di seguire il corso delle sue vittorie, e adirato contro Ruggiero, che caduto già una volta prigione dei nostri nel frequente scaramucciar di Calabria, avea promesso di risegnare il castello, dando statichi due figliuoli, ed or negava i patti e si difendea con tanto valore[44].

Quivi un miserando caso attristò que’ medesimi animi infelloniti nelle ostinate lotte dell’assalto e della difesa. Era il castello presso ad arrendersi per diffalta d’acqua, quando una inaspettata speranza di pioggia tanto il rinfrancò, che tornando alle offese, fu tolta di mira coi mangani la tenda stessa di Giacomo. L’ammiraglio a questo, rompendo ai soliti trapassi d’ira cieca e spietata, fa drizzare co’ remi un palco dinanzi la tenda; fa legarvi i due figliuoli, avvertito e veggente Ruggiero. Il seppe la madre, e con dolor disperato, corse alle mura, pregò i suoi, pregò i nemici, scongiurò ora il re di Sicilia, ora il feroce consorte: e i combattenti arrestavan la mano da’ colpi, lacrimosi guardando tutti Ruggier San Gineto. Qui altri dice ch’ei fe’ star la macchina, altri che con atroce virtù comandava di trar sempre. In questa tragica tensione d’umani affetti, s’era chiuso d’oscuri nugoli il cielo; disserravasi un turbine; il fremito de’ venti, il polverio confondeano ogni cosa; quando tra le ondate della caligine si vide il palco andare giù in un fascio, non si sa bene se per tiro del castello o folata di vento. Al maggior de’ giovanetti entrò nella tempia un palo aguzzo che l’uccise. Giacomo rendea ai miseri genitori il cadavere con onor di pompa funerale, rendea libero l’altro figliuolo, e scioglieva anco l’assedio. Perchè vedendo per quella medesima tempesta rifornito d’acqua il castello, e la propria sua flotta campata appena da grave rischio su quelle costiere; e tardandogli di mandare ad effetto una pratica con cittadini di Gaeta, rientrò in mare con tutte le sue forze per seguire i disegni della guerra[45].

Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida che per lui si teneano; soprastette in Ischia; e smontò l’ultimo di giugno a Gaeta, agevolmente messo in fuga il conte d’Avellino, che in quello incontro ricordossi troppo vivamente la passata sua prigionia in Sicilia. Mala fazione che avea chiamato Giacomo, presumendo assai delle proprie forze[46], sparatissima si trovò in quel tempo, in cui re Carlo II con tutti gli aiuti di Roma, rientrato nei regno per Solmone e Venafro, avviavasi a Napoli[47]. Largivagli il papa le decime ecclestastiche per tre anni[48]; bandiva per tutta Italia la croce, seguita in frotte da Guelfi di Lombardia e di Toscana, da Abbruzzesi, Campani e altri regnicoli, oltre le milizie feudali chiamate al servigio. Sotto il vessillo della croce e i comandi del legato pontificio, veniano i Saraceni di Lucera. Vide con gli occhi propri il Neocastro, donne portar armi tra quelle masnade, menarsi a guinzaglio grassi mastini per isfamarli di scomunicata siciliana carne. Questo esercito smisurato, sì diverso e bizzarro, capitanava il conte d’Artois[49], in cambio del non guerriero monarca, inteso in Napoli a chiamar parlamento[50], e con arti più miti tentare i Siciliani, promettendo perdono, e riforme, e che Francesi non manderebbe a governare la Sicilia, ma un legato del papa[51].

La fama dunque di tai forze, precorrendole a Gaeta, voltò tutti gli animi a parte angioina; tantochè gl’indettati con Giacomo furono i primi a gridare contr’esso. Però di ripari e provvedigioni si munì bene la terra; il re, tentate indarno le pratiche, dopo alquanti dì si pose a sforzarla: accampatosi sur un poggio egli coi cavalli e il fior delle genti; e gli altri pedoni attendò al piano, trinceati ambo i campi, antiveggendosi il pericolo. Con assalti forte dati e forte respinti, e scambievole trar delle macchine gran pezza passò quest’assedio: occuparono e poser a sacco i nostri Mola di Gaeta; poi infino al Garigliano da un lato, a Fondi dall’altro, corser guastando e saccheggiando i contadi di Nola, Maranola, e Tragetto; ma Gaeta si danneggiava aspramente e non espugnavasi. Indi a poco sopravvenendo l’oste crociata, corse in frotte a stormeggiare i siciliani alloggiamenti; da’ quali ributtata con molto sangue, anch’essa a picciol tratto si accampò. Gaeta dunque tra la flotta e le genti nostre, queste tra la città e il nimico alloggiamento assediati stavano, percotendosi coi tiri a vicenda. S’ebbe maggior travaglio alla campagna, scaramucciando i nostri ogni dì or coi Saraceni, or coi Toscani crociati, or co’ Francesi; e spesso i mastini lasciati contro i nostri, sfamaronsi delle membra di chi li avea portato ausiliari alla guerra. Leucio, sì glorioso ne’ fatti dell’ottantadue, e Bonfiglio, messinesi, segnalavansi in questi affronti. Matteo di Termini in più grossa battaglia cominciata un dì, sfracellò coi tiri delle macchine la falange serrata de’ nimici. Non parea vero che diecimila uomini tenesser sì saldo tra una città e uno esercito fortissimi. All’oste siciliana si volgeano per la sua virtù le menti, i cuori, fin de’ nemici; piena di maraviglia e di perplessità, tutta l’Italia aspettava ormai la catastrofe[52]. Ma intanto la violazione de’ patti d’Oleron e di Campofranco, comandata, com’aperto vedeasi, da Roma, incresceva a Eduardo; e a confonder Niccolò venner anco di levante lagrimevolissimi avvisi: scacciati di Soria i cristiani; presa Tripoli dal Soldano con orribili atti di crudeltà; strette d’assedio in Acri le reliquie de’ fedeli che imploravan soccorso. Però Eduardo, non più sopportando che si spiegasse la croce contro cristiani mentre i maumettisti la calpestavano in Asia, mandò al papa per Odone di Grandisson una ambasciata acerba: che cessasse tanto scandalo; o alfin si aspettasse l’ira di tutti i principi cristiani. Umiliossi Niccolò a tal forza di verità. Spacciò, insieme con l’inglese, un messaggio a re Carlo, portatosi il diciotto agosto al campo a Gaeta; il quale non era uom da ricusare la tante volte promessa cessazione dalle armi. Aggiunte tai pratiche alla difficoltà, che vedeasi d’ambo i lati durissima, a ben finir questa fazione, fecer tosto fermare la tregua.

Vanno dall’un campo all’altro oratori a parlamentar di pace; nel quale incontro scrive il Neocastro, che i cavalieri francesi entrati nelle tende del sicilian re, vedendole sfolgorar di spade, lance e tutti ornamenti d’arme, e per ogni luogo le ben acconce macchine, e gli alloggiamenti trinceati con sapienza di guerra, ricordasser con rammarico le stanze del secondo lor Carlo, come cella di chierico, piene di libri profetici, musaici, dalmatiche in luogo di corazze. Quanto all’importanza del trattato, battendo gli angioini oratori su lor fola della cessione dell’isola, Loria al cospetto di re Giacomo rispondea brusco: non lascerebbe la Sicilia, se tutto il mondo venisse crociato sovr’essa. Indi del mese d’agosto milledugentottantanove si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infino al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posasser le armi sì in mare e sì in terra, fuorchè nelle Calabrie e presso il Castell’Abate e in qualche altro luogo: che potesse Giacomo per mare vittovagliare e munire tutte le terre occupate da esso; non portar l’armata innanzi a quelle ch’ubbidivano a Carlo: che nelle infrazioni della tregua, si provasse il danno dinanzi a’ magistrati della parte offesa, o a Giovanni di Monforte per re Carlo, a Ruggier Loria per Giacomo; e tra dì quaranta il principe dell’offensore ne facesse risarcimento. Notevol è tra questi articoli, e mostra con quali indisciplinate masnade la Sicilia riportava tante vittorie, il patto che restasser fuori della tregua gli almugaveri, de’ quali Giacomo non si facea mallevadore; ma ben promettea non favorirli in loro fazioni, e non mandarvi uficiali, nè mercenari suoi. Di tal tregua presero grandissimo sdegno i baroni di re Carlo, che sentendosi dieci contr’uno, speravan rifarsi una volta delle sconfitte toccate nella siciliana guerra. Secondo i patti, primo levò il campo re Carlo, tre dì appresso Giacomo; il quale imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a capo Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo, alcuno scrittore di quel reame, poi sentenziava che seguitando le offese, sarebbe stata senza dubbio inghiottita la picciol’oste di Sicilia; ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso, men vantatore de’ suoi, di lì a pochi mesi non gloriavasi d’altro che dell’aver Giacomo tentato senza pro la espugnazione di Gaeta. Lo stesso può argomentarsi dalla fermezza de’ capitani di Sicilia nel trattare; dall’essere rimaso Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e là per altre province; e dagli altri onorevoli patti che fermaronsi per, termine di questa certo audacissima impresa sulla estremità opposta del territorio nemico[53].

Nei due anni appresso, sostando la grossa guerra con Napoli, male si osservò la tregua; com’eran gli uomini sempre con le armi alle mani, e avvezzi ad offendersi e rubacchiarsi a vicenda; talchè or per cupidigia, ora per rappresaglia, ora per non potersi raffrenare gli almugaveri, continuarono scambievolmente le prede in mare, gli assalti in terra[54], a quanto pare con maggiore avvantaggio dalla parte dei nostri, che fean bottega de’ prigioni[55], e per mare talvolta minacciarono[56], talvolta consumarono importanti fazioni[57]; alle quali l’ammiraglio preparossi il pretesto, lagnandosi una fiata d’infrazione a’ patti, e aggiugnendo: non parlare per ambagi; ciò che avea in cuore nol mentiva col labbro; sapessero ch’egli osserverebbe la tregua al modo stesso che feano i nemici[58]. In questo tempo le armi siciliane mostraronsi ancora con gloria in levante. Andò Loria con la flotta a riportare il Margano principe d’Arabi, che in Sicilia promettea riscatto; e appena sbarcato in terra maomettana, cavalcando con uno stuol de’ nostri a Tolomitta, l’avviluppò d’insidie; ma essi con incredibili prove strigatisi da’ barbari, e sforzato il re a noverar la moneta, si tornavano con quella a Messina. Nel medesimo tempo venuto a Messina Giovanni di Greilly, quel siniscalco di Eduardo che adoprò sì leale con re Pietro a Bordeaux, ed or s’era partito d’Acri per sollecitar aiuti della Chiesa, Giacomo, raccoltolo con assai onore, gli die’ sette galee siciliane che in que’ luoghi combattessero per la fede[59]. Più notevoli furono in questo tempo le pratiche della pace.

Perchè vennero da chi solo potea portarle a compimento; parendo papa Niccolò divenuto a un tratto più mite, per paura delle armi del Soldano. Il Neocastro non la dà a cagione sì piana. Narra, che non guari dopo bandita la tregua, un Geronimo, decrepito romito dell’Etna, si traesse dinanzi al sommo pontefice, a rivelare ammonimenti del Cielo a pro di Sicilia; sì che il piegò con la forza delle apostoliche parole, che gravissime spiccano su le pagine del siciliano istorico. Niccolò, qual che si fosse il perchè, mandava al re di Sicilia un frate catalano, Ramondo per nome, a fargli sperar propizia la santa sede s’ei menasse la siciliana flotta al soccorso d’Acri: e Giacomo rispondeagli, che, riconosciuto re di Sicilia, con tregua per cinque anni e aiuto di danari, passerebbe in Terrasanta con trecento cavalli, diecimila pedoni e trenta galee; promettendo Loria ch’a sue spese aggiugnerebbevi (sì alto era salito!) dieci galee, cento cavalli, duemila fanti. Ma in altro modo questa novella benignità del papa fu interpetrata in Sicilia. Pandolfo di Falcone e altri Siciliani pratichi delle cose di stato, sursero a distogliere il re; tornandogli a mente che simil laccio tese papa Innocenzo all’imperator Federigo; e che s’ei portasse le siciliane armi in levante, darebbe inerme l’isola in man dei nimici. Così fatto accorto Giacomo, inviò al papa Giovanni di Procida, uom da stare a petto a que’ di Roma: il quale dando oneste cagioni del mutato proponimento, conchiuse, che si differisse l’impresa di Terrasanta infino alla ferma pace tra la Chiesa e Giacomo; ma il papa volle rimettere il negozio alla pace generale da trattarsi in Provenza, tra Aragona, Francia, Chiesa, Napoli, Maiorca, e Carlo di Valois, mediante l’inglese Eduardo[60]; procacciandola con estrema attività, per ottener la liberazione de’ figliuoli, Carlo lo Zoppo, che fermata ch’ebbe la tregua in Gaeta, lasciò l’insultato reame, per compier con le negoziazioni ciò che non avea saputo con la spada[61], e dimorò lungo tempo in Francia come un infelice importuno, mercanteggiando con Carlo di Valois, pregando Filippo il Bello, e spesso domandandogli danari in prestito[62].

E per tal modo tutte le speranze si dileguarono; sendo finita questa generai pace d’oltremonti là dove avean accennato i trattati di Oleron e di Campofranco. Perchè la corte dì Roma, o non potendo beffarsi di Giacomo, o tornando a pensare alle cose d’Italia più che della Soria, non die’ ascolto al ripiego di Giacomo, offrente pagarle tributo per la Sicilia[63]: e rinnovò gli appresti di guerra contro Aragona[64]: ove le corti, mal soffrendo sempre il pericol proprio per l’utile altrui, di settembre dell’ottantanove avean mandato ambasciadori in Sicilia, che praticasser anco con Procida, Loria, Alamanno e Calcerando, a’ cui consigli Giacomo si reggea, e chiedesser venti galee siciliane in Catalogna, poichè per ragion della Sicilia si dovea quel reame rituffare ne’ mali della guerra[65]. A’ nuovi romori dunque, nacquero in Aragona discordie civili tra le corti e ’l re; le corti, inibita ad Alfonso ogni pratica dassè solo intorno la pace, voller che la si trattasse per dodici commissari della nazione[66]: e vinto Alfonso da necessità e stanchezza, ruppesi il debil filo al quale teneano gì’interessi di Giacomo. Bandito un congresso[67] in Provenza, al quale al papa mandava i due cardinali Gherardo da Parma e Benedetto Gaetani[68], perchè tra la riputazione della porpora e la capacità degli uomini, ogni cosa andasse a posta loro, alla prima si disse a Giacomo ch’inviasse suoi oratori, o si fece sperare d’ammetterli; ma quand’ei spacciò di giugno milledugentonovanta Gilberto di Castelletto e Bertrando de Cannelli, il re d’Aragona rispondea: si stessero; non gli sturbasser la pace sua; ferma quella, più agevol sarebbe a Giacomo[69]. Intanto i cardinali legati a diciannove agosto del novanta avean fermato un patto con Carlo II e Filippo il Bello, che fatta la pace con Aragona, ma persistendo la Sicilia, il re di Francia si godesse sempre la decima accordatagli per tre anni, e l’avesse per altri anni due con pagare al papa per le spese della guerra di Sicilia quattrocento mila lire tornesi, che si ridurrebbero a trecento mila racquistandosi l’isola entro un anno e due mesi. Non conchiusa la pace con Alfonso, il re di Francia darebbe dugento mila lire solamente; sarebbe aiutato dal papa contro l’Aragona, e anco da Carlo II, se questi riavesse la Sicilia nella quale dovea principiarsi la guerra[70]. E’ manifesto così qual pace serbassero a Giacomo: nè allora l’ignorava alcuno. Andò al congresso re Carlo co’ dodici commissari di re Alfonso e delle corti d’Aragona, presenti i due legati del papa, e quattro d’Inghilterra. Adunaronsi in Tarascon; e segnarono il trattato a Brignolles, il diciannove febbraio milledugentonovantuno.

Nel quale umiliossi Alfonso a promettere di chieder perdono al papa, dapprima per legati, indi entro dieci mesi anco in persona; di guerreggiar in Terrasanta; di rendere a Carlo gli statichi, la moneta, i prigioni di guerra; di richiamar tutti i sudditi suoi di Sicilia, e togliere a Giacomo ogni aiuto. S’ingaggiò Carlo in cambio a procacciar l’assentimento di Filippo il Bello e del Valois: vedrebbe la Chiesa di rivocar la concessione del reame a costui, e ribenedir l’Aragona. Lasciossi luogo ad entrar tosto nella pace al re di Maiorca, e a quel di Castiglia, se si potesse[71]. Il dì appresso i due cardinali intimavan questo trattato a Francia e alla corte di Roma[72]. Tanto si legge ne’ diplomi. Il Neocastro a queste condizioni aggiugne: riconosciuta l’alta signoria d’Alfonso su Maiorca; fermato censo annuo di trenta once d’oro, che pagasse Aragona alla corte di Roma; stabilito con quali forze dovesse andar Alfonso in Roma e indi in Terrasanta, e in Sicilia a procacciar anche con le armi la sommissione di Giacomo. Fu tolto allora ogni ostacolo al matrimonio d’Alfonso con la figliuola d’Eduardo d’Inghilterra: e un altro poco appresso ne strinse re Carlo per ottener la rinunzia del Valois, dando a Costui in isposa la sua figliuola Margherita, con le contee d’Angiò e Maine[73].

Non ebbe tempo Alfonso a raccoglier di questa pace altro che il biasimo. Accrebbelo con fornir munizioni navali a Genova, per l’armamento di sessanta galee agli stipendi di re Carlo; che ripigliato animo alla impresa di Sicilia, di marzo andò in Genova, co’ due cardinali legati, a invitarvi que’ mercatanti guerrieri[74]. Ma quando più lieto si dipingea l’avvenire ad Alfonso, robusto e sano a ventisette anni, assicuratosi il reame, vicine le nozze con la bella figliuola d’Eduardo, una malattia di tre giorni l’uccise, il diciotto giugno del medesimo anno, pria che si fosse mandata ad effetto alcuna parte del trattato. Per non essere di lui figliuoli, ricadea la corona a Giacomo re di Sicilia. Talchè a un tratto dissipò la fortuna le meditazioni di chi avean intrecciato sì sottilmente la pace; e arrise alla Sicilia, per apparecchiarle più torbidi tempi, e poi maggior gloria. Giacomo, al primo avviso, convocato in fretta un parlamento a Messina, con molto affetto parlò; e, come suolsi sempre partendo, giurò eterno l’affetto, accomiatandosi da’ popoli in Messina, Palermo e Trapani; donde entrò in nave il dodici luglio. Lasciò luogotenente il fratel suo Federigo; una forte armata; assai acquisti in Calabria; e chiara fama di sè. Perchè negli otto anni che resse di presenza lo stato, dapprima vicario, poi re, s’ei fu in qualche incontro ingannatore e crudele, ne fece ammenda con la benignità nell’universale, i larghi ordini delle leggi, la virtù di guerra, le avventurate imprese contro i nimici della Sicilia. Oltre a ciò, sotto il suo governo ristoravasi la nazione a floridità e ricchezza; alleviata dalle tasse, e dalla tirannide che tutto soffoca in disperato letargo; francheggiata da sicurezza di buone leggi, e dalla virtù della rivoluzione che animava ogni parte del viver civile. Per le quali cagioni, accompagnavano amorosamente i Siciliani coi lor voti quel principe, che pochi anni appresso dovea meritare le più disperate maledizioni[75].


CAPITOLO XIV.

Primordi del regno di Giacomo in Aragona. Raffermata amistà tra Sicilia e Genova. Per quali ragioni allenava la guerra. Fazioni di Ruggiero Loria nel reame di Puglia e in Grecia. Giacomo si volge alla pace. Opinione pubblica in Sicilia; patriotti, Federigo d’Aragona, fazione servile; primi oratori al re. Primo trattato di Giacomo con re Carlo. Celestino V ratifica la pace. Più vigorosamente la procaccia Bonifazio VIII. Pratiche delle corti di Roma e d’Aragona con l’infante Federigo. Nuovi oratori a re Giacomo. Federigo chiamato al regno di Sicilia. Vana prova di papa Bonifazio a impedirlo. Settembre 1291—– gennaio 1296.

Volle re Pietro disgiunti i due reami d’Aragona e Sicilia, che per la distanza di tanto mare, e più per la libertà degli spiriti ed ordini pubblici, mal si potean reggere insieme, nè l’uno avria sofferto la dominazione dell’altro. Però chiamava a succedergli in Aragona Alfonso; Giacomo in Sicilia; quegli per testamento a Port Fangos pria dell’occupazione dell’isola; questi nel parlamento di Messina[76]: e venendo poi a morte, per fuggir viluppo novello di scomuniche, non fe’ altro lascio delle due corone combattutegli sì acerbamente dal papa; ma probabil è che desse in voce alcun solenne ricordo a tenerle divise per sempre[77]. Perchè a dieci marzo dell’ottantasei, Alfonso, giovane e ne’ principi d’un regno, piuttosto per compier tale ordinamento politico del padre, che per pensiero ch’aver potesse della morte, istituiva erede Giacomo, sì veramente che lasciasse la Sicilia a Federigo; e dava a Federigo la seconda aspettativa del reame d’Aragona, se Giacomo avesse più a grado la corona dell’isola, o si morisse senza figliuoli; nel qual caso poneva a Federigo ugual legge di risegnar la Sicilia a Pietro, lor ultimo fratello[78]. Ma Giacomo, che in fatto di principato mai non guardò misura, dapprima rimettea al caso della sua morte senza prole il partaggio delle due corone[79]; e allontanato di Sicilia, più aperto dinegava quei termini, che non eran legge scritta del padre, nè Alfonso li potea comandare. Non ceduta l’isola dunque; nel coronarsi a Saragozza il ventiquattro settembre del novantuno, protestò ascender quel trono per ragion del suo sangue, non per lascito di Alfonso[80]. Fortificovvisi con assentir quante più larghe franchezze e guarentige sepper chiedere le corti; con fidanzarsi a una fanciulla di nove anni, figliuola di Sancio re di Castiglia; e fermar di novembre del medesimo anno la pace con questo vicino, stigator delle civili turbolenze d’Aragona[81]. Raffrenò anco le guerre private; spense i ladroni che infestavano il paese[82]; spinse suoi maneggi fino a chieder aiuto di danari al soldano d’Egitto, al quale mandò Romeo di Maramondo e Ramondo Alamanno a vantar le sue vittorie e la sua possanza su tutte le corti cristiane della Spagna[83]: e fin qui rideasi della corte di Roma, fattasi a vietargli, con parole più che fermi colpi, il possedimento dell’Aragona[84].

Tornaron vane del pari le pratiche di suscitar Genova a gagliardi aiuti contro la Sicilia, tentate come dicemmo fin dai primi principi di quella guerra, e ripigliate da Carlo lo Zoppo dopo la pace con Alfonso, e or incalzate con maggior calore anche dal papa[85]. Ma Genova in quel tempo non curava nelle cose temporali l’autorità della cotte di Roma; e quanto alla corte di Francia, se volea tenersela amica per comodo de’ commerci, il medesimo interesse la tirava a restare in pace con Aragona e Sicilia, nè amava una briga con le loro forze navali congiunte e vittoriose, mentre avea a lottare con le rivali repubbliche marittime d’Italia. I guelfi di Genova per vero posponendo, come fanno i faziosi, l’interesse pubblico alle passioni di parte, s’erano indettati con l’Angioino; e privati corsali, in sembianza di far prede su i Pisani, stendean la mano contro i Catalani che con essi navigavano[86]; e la interruzione de’ commerci tra Genova e Sicilia, avvenuta in questo tempo, mostrava i pericoli della guerra, che l’acume mercantile conosce sì da lungi. Ma come dopo que’ sospetti giunse a Messian un vago romore d’armata allestita in Genova, galee già uscite in corso, prese fatte ne mari di Lilibeo; tutta la Sicilia sen commosse: e rammaricava l’assenza dell’Ammiraglio, inebbriato in Catalogna presso il re[87] a comparir primo a corte, cavalcare con grande stuol di clienti, abbattere ne’ tornei le più forti lance di Spagna[88]. E Federigo, o quegli esperti consiglieri rimasi con esso alla siciliana corte, seppero antivenir questa guerra. Mandano a Genova un oratore, affidato in pubblico a salde ragioni, in segreto alla riputazion dei Doria e Spinola e di tutta parte ghibellina. Il quale nei consigli del comune tornò a mente l’antica amistà con Aragona, con Sicilia; le enormezze della ambizione e avarizia di casa d’Angiò contro Genova: or, mutando gli amici co’ nemici, non credesser pure soggiogar l’isola a un tratto, nè provocar questa guerra senta rovina de’ loro commerci; e pensasser alle avverse bandiere di Venezia e Pisa, che potrebber trovare nuovi compagni. Soverchiata da cotesti evidenti interessi della repubblica ogni briga papale, e venuti allo stasso effetto altri legati del re d’Aragona, si vinse il partito, che rafferma la amistà con Giacomo, si restasse il comune da ogni atto ostile a Sicilia; non fosse lecito a privati armarsi contr’essa sotto quantunque colore[89]. Per lealtà, e riguardo all’ammiraglio di Sicilia, sì pronto alle vendette, l’anno appresso gli fu resa incontanente una nave carica di grano per Pisa, predata da mercatanti genovesi, con quel pretesto della cerca di merci pisane: e aggiungevi il comune, indennità di lire duemiladugento, ambasciadori a Federigo, che lui e Ruggiero sincerasser della fede genovese. Mantenuta fu questa poi contro la seduzion di larghe promesse, e la riputazione d’un’ambasciata di molti cavalieri di re Carlo, col conte d’Artois e legati della corte di Roma, allo scorcio del medesimo anno novantadue. Perchè i cittadini, sebbene divisi e parteggianti, sì che due anni appresso vennero al sangue, d’accordo rifiutaron ora la lega col re di Napoli, promettendo solo rigorosissima neutralità; tantochè dispettosi, senz’alcun frutto partironsi gli ambasciadori[90].

Intanto volgean le cose d’Oriente ad estrema rovina: Acri in primavera del novantuno cadde sotto le armi d’Egitto: e le stragi dei battezzati, gli atroci trionfi degli infedeli[91], davano argomento per tutta cristianità a lamentazioni piene di rabbia; correndo le lingue alla corte di Roma, e a’ tesori e al sangue sparsi contro Sicilia nel nome santo della croce. Però fu necessitata la romana corte a gridar addosso a’ maumettisti, tacendo alquanto di noi[92]. Rattenea ancora il papa un suo segreto pendìo a parte ghibellina, e l’amino tutto posto al vicino intento d’aggrandire i Colonnesi più che alla rimota ristorazione di Sicilia o di Terrasanta. Ed era molto abbassata parte guelfa in Italia, per quelle vittorie di Giacomo e de’ Siciliani[93]: il reame di Napoli scemo di danari, e di fortuna, e di territorio per le occupate Calabrie, governato da principe non guerriero, e stracco di tanti sforzi, male aiutavasi alla guerra[94]. La Sicilia non la rincalzava per non averne cagione; ella sicura al di dentro, nè vogliosa d’estender più in terraferma il dominio del suo re. Pertanto in questi due anni, ancorchè fossero corsi i termini della tregua di Gaeta, poco si travagliò con le armi. Turbolente passioni di feudatari, faceano in Calabria or perdere una terra, or un’altra acquistare. Blasco Alagona, capitano per Giacomo, il quale occupata Montalto, e sconfitto e preso Guidon da Primerano, guerriero di nome, già meditava più importanti fatti, per accusa di frode all’erario, tornò subito in Catalogna[95]. E lo stesso ammiraglio, rivenuto in questo tempo in Sicilia, e uscito a far giusta guerra, la governò debolmente.

Allestite in Messina trenta galee, e sapendo da’ suoi rapportatori nessun armamento farsi ne’ porti di Napoli e di Brindisi, navigò di giugno milledugentonovantadue ver Cotrone, donde Guglielmo Estendard con parecchie centinaia di cavalli era per muover contro i nostri acquisti di Calabria. Il quale, scoperta la flotta, correa co’ cavalli a por l’agguato alle Castella, sotto il capo Rizzuto; e l’ammiraglio addandosene, tolta con seco picciola man di cavalli, spiccò per altra via il grosso delle genti: e sì da due bande assaltarono alla sprovvista l’agguato francese. Estendard, cupidamente cercato a morte da’ nostri, ebbe tre ferite, e il veloce cavallo il campò. Abbattutosi il suo all’ammiraglio mentre incalzava al passaggio d’un ponte, preser tanto fiato i nemici da poter lasciare il campo con minore strage; ma ne cadder molti prigioni; tra i quali un Riccardo da Santa Sofia, che posto a guardia di Cotrone da re Giacomo, l’avea dato agli Angioini, ond’or incontrò il sommo supplizio.

Soddisfatto con questa scaramuccia all’onor dell’armamento, che la Sicilia forniva contro i nimici, Loria voltollo all’Arcipelago, sotto specie di combattere i feudatari francesi della Morea e le armi che teneanvi gli Angioini di Napoli, ma in effetto per saziarsi nelle solite scorrerie[96], segnando la strada agli avventurieri che, finita la siciliana guerra dovean flagellare la Grecia con pari valore e avarizia. Corfù, Candia, Malvasia, Scio depredò o messe a taglia, sotto specie che avesser porto aiuto a’ Francesi: tolse a Scio gran copia di mastice; a Malvasia, oltre il bottino, l’arcivescovo, del quale poi ebbe grosso riscatto: e, radendo la Morea, fu a Corone, a Chiarenza; e prima a Modone virtuosamente combattè contro i Greci che gli tesero insidie. Tornatosi a Messina con più riccchezze che schietta gloria, seppe che i corsali di Positano ed Amalfi infestasser le nostre navi mercantesche; ond’ei divisava già con l’infante Federigo, alla nuova stagione portar su quelle spiagge quaranta galee e duemila fanti leggieri, arder barche e ville, e trinceratosi in un monta, dar il guasto a tutta la provincia; se non che trapelò in Napoli il disegno, e del tutto il dileguaro le pratiche della pace[97]. Perchè Giacomo trovossi in Aragopa nelle necessità medesime d’Alfonso; e alla Sicilia toccò nuovamente ber l’amaro delle dominazioni straniere. Dieci anni d’infelicissima guerra avean provato a’ nimici, che se la Sicilia vincer si potea, si potea soltanto in Ispagna. Ripigliaron dunque i trattati, tronchi dalla morte d’Alfonso; ai quali il re d Aragona tuttavia sforzavano il privilegio dal Valois, l’armi di Francia, le arti di Roma; e vi s’aggiunsero i brogli di Sancio re di Castiglia, che, per fuggir di trovarsi in mezzo a Francia e Aragona guerreggianti, sollecitava gli accordi in palese, a anco nascosamente pe’ partigiani suoi in quell’ultimo reame. Allor Giacomo, fatto accorto dall’espresso voler delle corti e della nazione tutta[98], ch’ei tener non potrebbe ambo i regni, pensò lasciar la Sicilia, cagion di tanti travagli, che non rendeagli d’altronde più che l’Aragona nè obbedienza nè danari, pei limiti messi al potere regio, le misurate gravezze, la fatica e spendio della difesa. La morte di papa Niccolò d’aprile del novantadue, la guerra che scoppiò l’anno appresso tra Francia e Inghilterra, la lunga vacanza del pontificato, differirono mi non dileguarono la pace, comandata da interior forza nello stato aragonese. Calovvisi Giacomo più volentieri per profertagli terra e moneta, e soprattutto per isperanza di restar signore dei conquisti sopra Giacomo suo zio, re di Maiorca. Maneggiò il trattato, com’era sua indole, chiuso, ambidestro, dissimulante; sì che ad altri parve che beffasse gli Angioini, lasciando cader la corona di Sicilia dal suo capo su quel di Federigo; ma forse fu il contrario; e certo che avvolgendosi tra le torte vie, n’uscì com’avvien sovente, con infamia e poco guadagno[99]. La frode ebbe a lottar questa volta con la virtù d’una nazione, che per libertà novella era fatta rigogliosa, non intralciata e discorde; onde fu vinta la frode. La Sicilia, dopo quel felice ardimento, conoscea le sue forze; era piena d’alti spiriti per le guadagnate franchige civili, la nuova prosperità materiale, la provata virtù nelle armi, i molti ingegni esercitati nelle cose di stato quando divenner cose pubbliche. I quali elementi di vigor politico, stavano più nelle città che ne’ baroni; per la riputazion de’ partiti presi da quelle nell’ottantadue, delle grosse forze mandate, per dieci anni interi in oste e in armata, dell’attività e capacità de’ consigli municipali. E per vero le città primeggiarono nella mutazion di stato ch’or maturavasi; ad esse si accostò la più parte dei baroni, non per anco sviata dalla causa siciliana per timori e vizi d’ordine. La generalità dunque della nazione, tenendo alle libertà conquistate nel vespro, e abborrendo dalla dominazione di casa d’Angiò e della corte di Roma, presentava durissimo ostacolo a Giacomo; e tale anco gli era il proprio fratello, l’infante Federigo.

Venne Federigo in Sicilia appena fuor di fanciullo; quivi prestantissimo divenne, non meno all’armeggiare e in ogni esercizio di guerra, che negli studi delle lettere, allora in molto onore appo noi, de’ quali ebbe tal vaghezza, che poetava ei medesimo in lingua romanza, e amico fu dell’Alighieri, pria che lo sdegnoso spirito ghibellino lo sfatasse come dappoco. Ma brioso di gioventù, bello e gagliardo della persona, pronto d’ingegno, di piacevol tratto, a tutti grato ed umano, e fratello di re, caldamente l’amava il popolo, ch’ha femminil andare di passioni; e poteva anco da maturo consiglio augurarsen bene, al vederlo con moderazione e giustizia tener le supreme veci, e con ogni studio procacciare la prosperità del paese, che s’ebbe pace e abbondanza sotto il suo vicariato[100]. Necessità politica, spesso sentita come da istinto innanzi che netta si divisasse alle menti, fe’ coltivar a Federigo con maggiore studio quelle virtù, e ’l rese più caro al popolo; portandoli entrambi a sperar l’uno nell’altro; e spingendoli a tali termini, che forse niuno si proponeva dapprima. Così la parte patriottica in Sicilia rannodavasi intorno a Federigo, sperando mantenere gl’intenti della rivoluzione del vespro, senza metter giù la monarchia nè la dinastia aragonese; e ne diveniva più solida e più forte.

Contro tal volere della massa della nazione, Giacomo potea trovar sostegno in una sola fazione. Accese le guerre del vespro, gli usciti di terraferma adunaronsi sotto le nostre insegne, massime dopo la esaltazion di re Pietro; cercando fortuna, e sfogo all’odio contro casa d’Angiò, e termine, se si potesse, al doloroso lor bando. Molto con lor pratiche operaron costoro nelle guerre di Calabria; molto stigarono i Siciliani stessi, come nell’eccidio de’ prigioni a Messina nell’ottantaquattro, temendo sempre non allenasse la rivoluzione. Ma più che alla Sicilia, teneano al re, che speravano s’insignorisse della lor patria; e intanto li gratificava di feudi e ufici. In più numero ebbero simile stato in Sicilia uomini catalani e aragonesi, creature della corte, e però, al par degli usciti di Puglia, esosi a’ Siciliani, per gelosia dei premi che gli uni e gli altri usurpavano. A costoro s’univa, perchè non mancano i rinnegati giammai, qualche Siciliano. E con tal fazione servile pensò Giacomo di mercatare la tradigione della Sicilia; a chi profferendo di redintegrarle ne’ beni lasciati in Puglia, senza perdita de’ nuovi acquisti in Sicilia; a chi minacciando lo spogliamente di sue sostante in Ispagna; tutti adescando con promesse, carezze, e inique speranze sotto sante parole. Chi ha appreso il nome di Giovanni di Procida su le novelle istoriche che il danno autor del vespro, maraviglierà a vederlo primeggiare in questa fazione e tener pratiche con lo stesso re di Napoli, s’ignora se di voler di Giacomo, o senza. Ma oltre le parole de’ nostri istorici, ond’ei si scorge pochi anni appresso scopertamente sorto contro i patriotti siciliani e Federigo, e oltre i documenti della restituzion de’ suoi beni nel reame di Napoli, pattuita espressamente tra Giacomo e Carlo II[101], avvi, monumento di vergogna al suo nome, uno spaccio di Carlo al siniscalco di Provenza, dato il venti marzo milledugentonovantatrè, perchè libero mandasse a corte di Napoli il siciliano Pietro di Salerno, inviato a Carlo dal Procida, e fatto prigione in Marsiglia[102]. Cimentato quel gran nome con le forze che ha in oggi l’istoria, sen dileguano i vanti della prima congiura: gli resta la sola feccia di questa seconda contro la Sicilia.

Entrando il novantadue, re Carlo e ’l papa mandarono oratore a Giacomo, Bonifacio di Calamandrano, maestro degli Spedalieri gerosolimitani di qua dal mare[103], famoso in arme e assai destro ne’ maneggi di stato. Col quale il figliuol di re Pietro, discepolo di Procida, temporeggiò[104] per la sopravvenuta morte del papa; rispondendo, che per essergli i Siciliani compagni nei dritti politici, non soggetti impotenti, ad essi ne riferirebbe: e in vero pensò che, non assentito da loro, rimarrebbe in carte ogni accordo. Inviava dunque a tentar gli animi Gilberto Cruyllas, cavalier catalano, che approdato in Messina il due aprile del novantatrè, conturbò d’ansietà dolorosa tutti i Siciliani. Vagamente spargeasi, divisato pace con Francia e re Carlo, e di riaver la grazia della Chiesa; ma spiegavan queste scure e compilate parole la disarmata flotta, i mercenari licenziati senza pure sgravar le collette, sopra ogni altro, gli stormi di frati stranieri che, chiudendo gli occhi i governanti, svolazzavan sinistri per tutta l’isola, a spiare, novellare, cercare i penetrali delle coscienze, ingerirsi appo nobili e cittadini. Ondechè adunato al venir di Gilberto un parlamento, apparve manifesto il voler della nazione. Pochi vollero assentire; negaron la pace i migliori, com’evidente magagna: e si deliberò che ambasciadori s’inviassero a intender espresso l’animo del re. Furon trascelti a nome di tutto il sicilian popolo, tre Messinesi, Federigo Rosso e Pandolfo di Falcone cavalieri, e Ruggiero Geremia giurisperito, e tre Palermitani, Giovanni di Caltagirone e Ugone Talach cavalieri, e Tommaso Guglielmo. In Barcellona appresentaronsi a Giacomo.

Il quale fe’ loro lieta e famigliare accoglienza, condottili nelle più segrete sue stanze: e parlava, esser cresciuto tra i Siciliani; da loro aver tolto pensieri, costumi, usanze; pensassero s’altro potea bramare che il ben del paese; ed ecco che non da principe, ma come un altro cittadino, con essi triterebbe il negozio, divisato a onore ed util comune. E gli ambasciadori, non presi alle blandizie del re, si guardavan l’un l’altro. Ma il Falcone, accorto e bel parlatore, venne alle prese. Giustizia, dissegli, e verità che l’è compagna, voglionsi nel trattar le sorti de’ popoli: e dolce è ad ogni uomo la parola di pace; ma grossolana favola assai questa, che Roma e casa d’Angiò, dopo dodici anni d’oltraggi, di paure, di sangue, or lasciasser di queto la Sicilia. I sospetti poi toccò di que’ provvedimenti del governo regio in Sicilia; l’aperta frode del profferire all’infante Federigo l’uficio di senator di Roma, per trarlo dall’isola. Nè sperasse il re ferma pace in Aragona, in prezzo de consegnar legato mani e pie’ un generoso popolo; nè sperasse cansar da infamia il suo nome. Se pure, ei ripigliò, il gravava questo combattuto regno, perchè non lasciarlo provveder a sè da sè stesso, dando la corona a Federigo, non per dritto di successione, ma per elezion del popolo, lietissimo auspicio a chi unquemai la Sicilia reggesse? E se tremassero Giacomo e Federigo e tutti i reali d’Aragona, chiamerebbero i Siciliani un altro Federigo, rampollo della casa di Svevia; troverebbero i più disperati partiti, pria che abbassar le aquile dianzi agli abborriti gigli[105]: e se Iddio non benedicesse le armi loro, affranti alfine e debellati, vibrerebbero gli ultimi colpi ne’ petti de’ propri figliuoli e delle donne; sè stessi con quelle care vittime scaglierebbero nelle fiamme delle città. Ma Giacomo non se ne mosse. Lodò i legati di zelo; lodò i suoi propri maggiori di fede ai popoli: ei, nato di quel sangue, non che non abbandonar la Sicilia, combatterebbe per lei finchè gli restasse spirito di vita[106]. Con questo focoso parlare accomiatolli: e non andò guari che di novembre, abboccatosi tra Junquera e Paniças con re Carlo, fermò i patti, a sè più avvantaggiosi, verso la Sicilia più rei, che que’ d’Alfonso, maladetti da lui medesimo, tre anni prima. Tennersi in segreto grandissimo; aspettando a ultimarli in buona forma, che fosse rifatto il papa, e raggirato, col popol di Sicilia, anco l’infante Federigo[107], cresciuto di potenza, perchè come i nostri videro più da presso la minaccia del giogo angioino, la perfida morbidezza di Giacomo, prendendone sempre in maggiore abborrimento la dominazione straniera, che sotto Carlo li avea calpestato sì orrendamente, sotto il re d’Aragona macchinava tal tradigione, vennerne al fermo proposito di rifarsi indipendenti; e più s’accostaron gli animi a Federigo.

Allor sopravvenne la elezione del nuovo pontefice, tardata oltre due anni per Discordia de’ cardinali, precipitata come per caso, a dì cinque luglio del novantaquattro, col tristo spediente di chiamare un uom dappoco; ma sotto ogni pochezza nelle cose mondane fu Pietro da Morrone, romito abbruzzese, che per vita povera, e straziata d’austerità, avea già riputazione di santo[108]. La quale esaltazione come fu nota a corte d’Aragona, Giacomo affrettavasi a ultimare il trattato. Inviò in Sicilia a diciotto di luglio Raimondo Vlllaragut, che ritentasse di trarre al suo intento Federigo, e la madre, e gli nomini di maggior seguito. Volle tor dal fianco di Federigo, Corrado Lancia e Blascoq Alagona, intrinsechi del giovane; ai quali il re comandava che di presente venissero in Catalogna. A Corrado surrogò un uom suo, Ramondo Alamanno, sì nell’uficio di gran giustiziere e sì nel comando del castel di San Giuliano[109]. E intanto la guerra, condotta fin qui assai debolmente come finita nell’animo de’ governanti, posava del tutto in una tregua[110]. Carlo II, per pratiche, racquistava Cotrone in Calabria[111]; e a darsi riputazion di munificenza, largiva immunità a questa e quell’altra terra, travagliata per l’addietro da’ nimici[112].

Celestino V, tal nome prese Pier da Morrone, volle tra’ suoi Abbruzzi in Aquila consagrarsi: entratovi per umiltà sur un asino; ma l’addestravano due re, Carlo II di Napoli, e Carlo Martello d’Ungheria, fattisi, tra per pietà e ambito, a corteggiarlo assai strettamente. Preso alle quali arti, non ostante che vi ripugnasse forte il sacro collegio, Celestino fissò la sede in Napoli; creò molti cardinali di nazione o parte francese; e fuor da’ consigli e dagli usi della romana corte tanto uscì di via, che religiosi scrittori del tempo, scherzando sulle formole, il proverbiavano: da pienezza di semplicità, non di potestà, decretar Celestino[113]. Ma portato dalla corte di Napoli, ben per la Sicilia fe’il papa.

Con lo stracco pretesto di Gerusalemme, e di volere far pianta di quella guerra la nostra isola, ratificò a primo d’ottobre milledugentonovantaquattro il trattato di Junquera. Nel quale Carlo promettea d’impetrare per Giacomo e il suo reame, piena assoluzione dalle scomuniche, piena remission d’ogni offesa che i reali di Aragona e que’ popoli e i popoli di Sicilia recato avessero a casa d’Angiò e alla santa sede, e la restituzione del reame d’Aragona, in que’ dritti e termini medesimi in che il tenea re Pietro pria delle sue scomuniche; al qual effetto re Carlo procacciasse la rinunzia del re di Francia, e di Carlo di Valois. Restituiva Giacomo a Carlo tutti gli statichi; restituiva le Calabrie, e le isole adiacenti a Napoli. Stipulava rimetterebbe la Sicilia con Malta e le altre isole adiacenti, in poter della Chiesa nel termine di tre anni dal primo novembre del novantaquattro, a patto che la Chiesa tenessela un anno, nè la cedesse ad alcuno senza saputa di Giacomo. E vergognosa conseguenza ne fu l’altro patto, che resistendo i Siciliani, ei s’adoprerebbe con la forza a domarli[114]. Assentiti questi accordi, largheggiò Celestino a re Carlo per la difesa del suo reame e ’l racquisto dell’isola, le decime ecclesiastiche delle province francesi per quattro anni, e per un anno quelle d’Inghilterra e d’altre regioni di là dai mari. Poco stante chiamò Giacomo stesso ad Ischia: scissegli apponendo a grave peccato, per cagion di parentela, il matrimonio con la Isabella di Castiglia; e mandavagli che fuggisse quelle nozze per menar una figliuolia di re Carlo, a lui congiunta ancora di sangue[115]. A tai scandali ne venne il pio Celestino; nè pur fu destro a servirsene, perchè prese termine sì lungo all’affare di Sicilia, e non assicurò punto la sommissione de’ popoli, non compose del tutto le differente tra Francia e Aragona[116]; onde il trattato a nulla tornava.

Questo inchinò Carlo alle ambizioni di Benedetto Gaetani da Anagni, salito in riputazione da avvocato nella curia papale, fatto indi notaio del papa, e cardinale; uom procacciante, superbo, capacissimo nelle civili faccende il quale poc’anzi a Perugia era venuto ad aspre parole col re, ed or guadagnosselo con dirgli preciso; che Celestino avea voluto e non saputo aiutar casa d’Angiò; ei vorrebbe, e potrebbe, e saprebbe. E a Celestino gravava il papato, per coscienza e per sentirne mormorare ogni dì i cardinali; onde il tranellarono al rifiuto; e perfin si legge che ’l gaetani grossolanamente fingesse al semplice romito chiuso nella sua stanza, voce del Cielo che gl’imperava spogliarsi il gran manto. Ond’ei lasciollo, non ostanti le preghiere, veraci del popolo di Napoli, infinte della corte. Per la possanza di lei, indi a pochi dì, la vigilia del Natale del novantaquattro, in Napoli fu rifatto pontefice il Gaetani; quel famoso Bonifacio VIII, che salì da volpe, da lione regnò, e da cane morì, secondo la sentenza profetica, foggiata da poi e data a Celestino, come se a lui medesimo la dicesse nella prigione, ove per comando di Bonifacio fu chiuso, e finì in poco tempo, non senza sospetti di morte violenta. Ed or congiunto, scrive Speciale, il potere all’astuzia, si die’ tutto Bonifacio a scior quell’inviluppato nodo della siciliana lite[117]. Oltremonti gli ambasciadori di Giacomo e di Francia, con la riputazion del novello papa, ristringeansi un’altra volta a spianar gli ostacoli rimasi tra loro[118]; Bonifazio serbò il più grave a sè stesso, quasi per provarvi il suo ingegno. Avuti o richiesti, poco appresso la esaltazion sua, legati di Federigo, che furono Manfredi Lancia e Ruggiero Geremia, raccolseli umanamente il papa, li rimandò con grandi promesse, e l’importanza della cosa maneggiar volle da sè con Federigo; cui, non potendolo trar di Sicilia con forza, avean mostrato per l’addietro la dignità di senatore di Roma o altra debol’esca; ma Bonifazio pensò abbagliarlo profferendo una bella sposa e un impero. Mandogli un suo cappellano con breve dato il venzette febbraio del novantacinque, richiedendolo che venisse a corte di Roma con Giovanni di Procida, Ruggier Loria, e i primi d’ogni siciliana città, muniti di pien mandato de’ popoli. Portava i salvocondotti il medesimo nunzio. Federigo, proponendosi obbedire, immantinenti alle città nostre ne scrisse.

Il che è prova non dubbia della importanza che ritenea o ripigliava in tal frangente l’elemento municipale e popolare, ristorato dalla rivoluzione; il valor del quale d’altronde risplende assai nobilmente nell’epistola, che il comune di Palermo drizzò a Federigo, e rincalzò con la viva voce di tre inviati, Niccolò di Maida cavaliere, Pier di Filippo, e Filippo di Carastone giudici. Ricordavasi all’infante per queste lettere la romana corte qual fosse: il sommo Iddio aver giudiccato tra lei e la Sicilia, con quella serie di strepitose vittorie de’ pochi contro gli assai; tranquillasse gli agitati animi de’ cittadini; non desse in questo laccio dell’andata al papa, onde null’altro che danno incor gliene potrebbe[119]. Ma Federigo, com’è timida l’ambizione di chi siede sull’alto, e ama piuttosto lasciarsi raggirar dai potenti che fondare in su i popoli combattuta ma grande fortuna, ostinossi all’andare. Montato sulla flotta con Procida che il tirava alla via più ignobile, e con Loria, e molti altri rinomati nella guerra o nei civili consigli, approdava negli stati della Chiesa sotto il monte Circeo, poc’oltre il dì assegnato dal papa; e non trovando Bonifazio, a lui andava a Velletri.

Atteggiossi allor Bonifazio a paternal carità. Inginocchiatosi dinanzi a lui Federigo, il rialza, prendegli il capo con ambo le mani, il bacia affettuosamente; e veggendolo balioso e svelto portar l’armatura, prese a lusingarlo: «Gentil garzone, ben par che da fanciullo reggevi quel duro peso.» Poi volto a Loria, senz’ira il domandò, s’ei fosse quel nimico della Chiesa, noto per tante sanguinose battaglie; e Loria a lui: «Padre, i papi il vollero!» Da queste accoglienze si passava ai consigli. In pregio d’abbandonar la Sicilia, promesse il papa a Federigo la giovane Caterina di Courtenay, figliuola di Filippo, in titolo imperador d’Oriente; e con lei i dritti a quella dominazione, e, per l’impresa del racquisto, aiuti di gente, e in quattro anni centotrentamila once d’oro. E in ver sembra che Bonifazio s’appose; e che il giovane allettato da grandi parole, e da beltà da lui non vista con gli occhi, si piegava a lasciar in balìa de’ nemici quel popolo, con cui era già entrato in legami più stretti che di vicario del principe. Ma da cauto, volle termin breve all’adempimento de’ patti, che fu il settembre vegnente[120]. Pien d’allegrezza tornò in Sicilia; abboccatosi pria ad Ischia con Gilberto Cruyllas e Guglielmo Durford, inviati di Giacomo[121]. A corte di Roma lasciò, o rimandò a praticare per esso, Manfredi Lancia e Giovanni di Procida[122].

In questo modo parendo a Bonifazio avere in pugno Federigo e la Sicilia, ultimava gli accordi. Tra i principi che v’ebber parte le due forze venate a patti eran l’Aragona e la Francia. L’una di queste corti possedea la Sicilia; l’altra il dritto su l’Aragona, com’or si confessò aperto, messo da canto il nome del Valois[123]; e per questo la Francia avea sparso tanto danaro e tanto sangue, sovvenuto a’ bisogni di Giacomo re di Maiorca[124], ed or era tenuta a negoziare per lui. Acquistava il papa una maggiore autorità; Carlo II, la Sicilia; Giacomo d’Aragona, la pace e la vergogna; Giacomo di Maiorca, l’impunità alla ribellione contro il fratello; Carlo di Valois, il baratto d’un vano titolo con un picciol patrimonio[125]; e niente la Francia, fuorchè l’onore di ristorar casa d’Angiò a tutta la dominazione ch’avea avuto una volta. Convenuti diansi al papa in Anagni gli ambasciatori d’Aragona, Napoli e Francia, a dì cinque giugno del novantacinque rinnovavano i patti ratificati da Celestino; mutando sì i termini della dedizione di Sicilia e Malta alla Chiesa, che fosse pronta; e che a domar i popoli, essendone uopo, facesse Giacomo ogni piacimento del papa. In cambio di ciò, s’era già fatta in mano del pontefice, la rinuncia del Valois e del re di Francia a ogni dritto sopra Aragona. Guadagnonne ancor Giacomo, che non fosse tenuto a rendere i trentamila marchi d’argento, dati da Carlo ad Alfonso con le altre sicurtà al tempo della sua liberazione; che Carlo, con la sua figliuola Bianca, dessegli in dote centomila marchi. Guadagnonne per capitol segreto la investitura di Corsica e di Sardegna, liberalmente donategli da Bonifazio che non aveaci alcun dritto. Al perdono largheggiato pei fatti della rivoluzione o della guerra siciliana, s’aggiunse quel degli usciti da’ tempi di Carlo I, e che si godessero quantunque or possedeano in Sicilia. Per un altro capitol segreto, Giacomo s’obbligò a fornire forze navali agli stipendi di Francia contro Inghilterra. La redintegrazione dello stato preso al re di Maiorca, instando gli ambasciatori di Francia e non avendo gli Aragonesi autorità a stipulare, differissi alquanto; ma poi si ultimò, come anco una lite di confini tra Francia e Catalogna[126].

Ratificava Bonifazio a dì ventuno giugno; dispensava alla consanguineità per le nozze tra Giacomo e Bianca; riconcedeva a re Carlo le decime ecclesiastiche per lo racquisto dell’isola; e il dì di san Giovanni, tra i riti del divin sagrifizio, promulgava in un con la pace, scomunica a chi contrastassela. Per novelli sospetti ribadì con più forti pene questi anatemi il dì ventisette giugno, poichè furon ripartiti alla volta di Sicilia Lancia e Procida. Accomandò loro un frate de’ predicatori, inviato a raffermar negl’intenti del papa la regina Costanza; indirizzò a Federigo il novello arcivescovo di Messina, con autorità di ribenedir l’isola e ultimare ogni cosa. Ei medesimo scrive intanto a Caterina di Courtenay, aver promesso con re Carlo la sua mano al valente Federigo; disponga, dicea il papa, la mente e l’animo a queste nozze; ascolti i consigli dell’abate di san Germano e d’un altro prelato, apposta a lei spacciati dalla paterna cura del pontefice; e tosto si metta in viaggio per venirne in Italia alle braccia dello sposo. Sollecitò anco Filippo il Bello a farsen mezzano. E di tutte queste pratiche ragguagliava minutamente Federigo, perchè sempre più inchinasse l’animo alla obbedienza e alla pace[127].

Volle infine indettare nel nuovo ordin di cose l’ammiraglio; il quale, fatto ricchissimo e tra potente per concessioni de’ re aragonesi in Sicilia e in Valenza, e propri acquisti di prede, riscatti, baratterie, commerci, e per la gloria nelle armi, e per lo terrore di quell’animo impetuoso, era forse il primo tra’ grandi che salvar poteano o inabbissar la Sicilia in questo frangente[128]. Con costui dunque trattando, prima in persona, poi per Bonifazio di Calamandrano, il papa concedettegli in feudo della Chiesa l’isola delle Gerbe, ch’egli acquistò con le armi di Sicilia, e or volea farne un nuovo principato cristiano, o nido di corsali in levante, da potersi render formidabile per la guerriera virtù dell’ammiraglio e de’ soldati dell’armata di Sicilia, che a lui sarebbersi rannodati[129]. Da un lato dunque tiravan Ruggiero i poderi in Ispagna, la sovranità delle Gerbe, la potentissima lega che minaccerebbe la Sicilia resistente; dall’altro le sue facultà in Sicilia, l’onor del suo nome, il tedio della pace, la cupidigia di preda, l’amore a un popolo ch’era prode e per dodici anni avean pugnato e vinto insieme, sopra ogni altro i fomiti dell’ambizióne; che, s’ei non chiedeva il titolo, aspirava alla potenza di re di Sicilia, e sapea che l’avrebbe rompendosi nuovamente la guerra, perch’ei sarebbe principal sostegno di Federigo. Perciò l’ammiraglio ascoltava le profferte di minore stato nella pace; ma era pronto a turbarla, e accomunar le sue sorti con la Sicilia e Federigo.

Le sorti della Sicilia che pendeano sul precipizio, per tal abbandono del re, del luogotenente, dell’ammiraglio, di tutti i grandi, poteano tornar su per novello empito del popolo; ma ristorolle con men sangue l’interesse di Filippo il Bello, o il caso, che spinse la giovane di Courtenay a rifiutar le nozze di Federigo, rispondendo al papa, che una principessa senza terra non dovesse maritarsi a un principe senza terra. Ostinata resse Caterina alle repliche del papa[130]: e Federigo, fatto accorto dell’inganno, tutto si volse a quelle ben più salde e vicine speranze che gli offriva la Sicilia; dove, trapelando le nuove de’ trattati, s’era con più furore ridesto il turbamento d’animi del novantadue, per esser più certo e imminente il danno, e scorgersi la perfidia che il dissimulò. Indi l’infante diessi a prendere il regno; ma volea parere sforzato, ritenendol anco il sospetto della fazione degli stranieri, mascherati di lealtà a Giacomo, e tradenti per turpe guadagno il paese che li nudriva. Costoro, come aperti apparvero gl’intendimenti di Federigo, la focosa volontà del Sicilian popolo, diersi dapprima a gridare che la rinunzia del re fosse favola di Federigo volto a usurpar la cotona. Per darsi riputazione, fecero lor capo il solo che operava forse da coscienza e lealtà, Ramondo Alamanno gran giustiziere; e si notavano inoltre i nomi del Procida, di Matteo di Termini, di Manfredi Chiaramonte e di più altri. Vedendo tornar vane le arti, ai chiusero in lor castella, minacciando già la guerra civile.

La regina Costanza l’ovviò col ripiego, che novelli oratori si deputassero in Catalogna a intender la mente di Giacomo; dondechè adunato un parlamento, questo elesse Cataldo Rosso, Santoro Bisalà, e Ugone Talach[131]; e nel medesimo tempo Federigo, vedendo ormai vane le coperte vie, s’ingaggiò in parlamentò co’ patriotti, che svelerebbe ad essi quantunque risapesse de’ trattati di Giacomo coi nemici. Lasciò dunque coloro che si dicean leali, chiusi dalle lor mura e dall’universale sdegno del popolo; ed egli, con nome ancor di vicario e opere maggiori, andò in giro per tutta l’isola, ad accrescersi parte e riputazione, con opportune riforme, amministrazion vigilante, e volto benigno[132]. Giunser gli oratori siciliani in Catalogna, quando ratificati già dalle corti i capitoli della pace, re Carlo e il legato pontificio con la sposa veniano a Perpignano e Peralada, e Giacomo si facea loro all’incontro per Girona e Villa Bertram; i quai luoghi, straziati d’ogni più atroce eccesso nella guerra, or s’allegravano per lusso de’ grandi venuti al seguito de’ due re, e per frequenza di plebe che festevole ne venia chiamando Bianca «Regina della santa pace» e anelando lo scioglimento degli anatemi di Roma[133]. Il ventinove ottobre a Villa Bertram, sendo poche miglia discosto il corteo della sposa, raggiunser Giacomo i nostri legati: pallidi e severi gli si apprestarono a sconfonderlo tra tanta allegrezza, dinanzi tutti i nobili del reame. Esposta la domanda del sicilian parlamento, il re senza vergogna confessava il trattato. A che Cataldo Rosso: «O voi, sclamò, o voi passaggieri, sostate; oh dite se v’ha duolo ch’agguagli il duol mio[134]!» e dopo tal biblica lamentazione, in un coi compagni e i famigliar! della siciliana ambasceria, stracciaronsi i panni indosso, ruppero a dimostrazioni d’angoscia disperata, e a Giacomo gridavano: «Non più udita crudeltà, che un re desse leali sudditi a straziare a’ nimici!» Ma poich’ebbero così aggravato il biasimo del principe, ricomposti a dignità ed alterezza, protestarongli in piena corte: come la Sicilia abbandonata, disdicea tutti i dritti di lui alla corona; scioglieasi da ogni giuramento, fede ed omaggio; si tenea libera a prendere qual governo più bramasse. Fu forza al re quella protestazione accettare; e ne voller diploma gli ambasciadori, e l’ebbero. Lo stesso dì, vestiti a bruno, volgean le spalle all’infida corte straniera. Ma pria Giacomo ebbe fronte a dir loro, ch’accomandava ai Siciliani la madre e la sorella. «Di Federigo nulla parlo, aggiugnea, perch’è cavaliere, e ciò che fare ei sel sa, e voi il sapete anco.» Almen così Federigo propalò poi in Sicilia. Incontraron gli ambasciadori, sciogliendo per l’isola, fierissima fortuna di mare, che dilungò il ritorno, e ’l tolse a Santoro Bisalà, sbalzato sulle costiere di Provenza, e tenutovi prigione finchè nol ricattarono i suoi Messinesi concittadini[135]. E in Catalogna il trenta ottobre Giacomo fu ribenedetto dal legato pontificio, egli e ’l reame; bandì nelle adunate corti d’Aragona il fine della gran lite di Sicilia; lo stesso dì Carlo II a lui e alla madre e a Federigo e a Piero con tutta lor baronia e amistà rimettea le offese fatte, le robe occupate a sè ed a suoi ne travagli della guerra. La dimane, portatosi Giacomo a Figueras, rese a Carlo i tre figliuoli e gli altri statichi; tolse la sposa; e celebrò le nozze il primo novembre[136].

Ansiosi in questo tempo pendeano tutti gli animi in Sicilia. Ma alla prima certezza di quelle nuove, ed anzi che tornassero gli ambasciadori, Federigo, sostando d’un tratto dal viaggio per val di Mazara, adunò in Palermo conti, baroni, cavalieri, e i sindichi delle città di qua dal Salso: ai quali, come per tener le promesse di Milazzo, palesava la non dubbia cessione dell’isola; la compiuta pace; la risposta a’ legati. Allora il fatto, soprattenuto per salvar le apparenze, pieno si consumò. Il parlamento di Palermo, a dì undici dicembre, ritirò la rivoluzione a’ suoi principi con esaltare a una voce Federigo; ma, da riverenza all’universal voto della nazione, il chiamò solamente signor dell’isola, volendo più solenni comizi per dargli nome di re; onde disse generale adunata in Catania il dì quindici gennaio, e che non solamente i sindichi vi si trovassero, ma giusto numero dei primi d’ogni terra e città, per facultà, sapienza e riputazione, con pien mandato a partecipare in quel principalissim’atto di sovranità. Federigo protestando la santità della causa, e affidarsi in Dio e nei Siciliani, accettò il dominio; si votò con persona e facultà a difenderli. Cominciava allora a intitolarsi signor di Sicilia. Il dì appresso promulgava unitamente le novelle di fuori, le recenti deliberazioni, e richiedea le municipalità di sceglier tosto i deputati al parlamento di Catania[137].

In questo generale assentimento fu agevole ridurre i baroni recatisi in parte. A Ramondo Alamanno, afforzatosi nel castel di Caltanissetta, andavano Ruggier Loria e Vinciguerra Palizzi, con molti altri grandi del regno; ed ei cominciando a mostrar l’animo con liete accoglienze, sincerato della rinunzia, piegossi, e tutti gli altri con esso[138]. Poco stante venner ordini di Giacomo, che richiamava di Sicilia i Catalani, e gli Aragonesi, e comandava l’abbandono delle fortezze; compiuto a nome del re dall’Alamanno e da Berengario Villaragut, con questo rito, che gli uficiali, fattisi alla porta, gridavan alto tre fiate: se fossevi alcuno che prendesse la fortezza per la santa romana Chiesa? e niun rispondendo, si ritraeano col presidio, lasciavano schiuse le porte, appese le chiavi; e le municipalità incontanente se n’insignorivano a nome di Federigo[139]. Tornarono in patria quelli e altri cavalieri spagnuoli. Molti altri restarono in Sicilia a seguir la fortuna di Federigo; tra i quali eran primi Ugone degli Empuri e Blasco Alagona, che dopo la rinunzia di Giacomo, era fuggito dalla sua corte: e altri nobili avventurieri aspettavansi di Spagna, a dispetto anco di Giacomo, che secondo il dritto pubblico di quel reame non potea lor vietare che militassero per cui lor piacesse. Così Blasco, confortando i suoi compagni, ricordava che lor nazione, libera sopra ogni altra ch’avesse re, non ubbidiva a voler di principe, ma a giustizia e ragione. Filavan indi il creduto testamento di Pietro, l’espresso d’Alfonso; che Giacomo potea risegnare alla Chiesa il proprio diritto al reame di Sicilia, non già l’altrui; che ben se insignoriva Federigo[140]. Con questi argomenti mal colorivano di legittimità quel reggimento per sè legittimissimo. Nè badavano che per dritto di successione potea il trono appartenere alla sola Costanza; e che nè Piero, nè Giacomo altrimenti v’ascesero, che, come or Federigo, per la elezione del popolo.

E già la Sicilia a questo solenne atto metteva il suggello, ad onta della romana corte, di Napoli, Francia, e Aragona, contro lei congiurati. Il dì quindici gennaio milledugentonovantasei, nella cattedral chiesa di Catania, s’assembrarono frequentissimi i rappresentanti della nazione, con quanti nobili catalani e aragonesi sperassero ventura qui, più che in lor patria. Ruggier Loria primo parlò; poi Vinciguerra Palizzi, prestante per forza d’ingegno e di parola; e seguendoli ogni altro, d’un accordo gridavano re Federigo; decretavano si fornisse la coronazione in Palermo[141]. Fu secondo di questo nome in Sicilia; ma s’intitolò terzo, per esser terzo de’ figliuoli di Pietro, o dei reali d’Aragona qui dominanti, o per errore diplomatico piuttosto, credendosi secondo di Sicilia Federigo lo Svevo, che fu secondo degl’imperadori, primo tra nostri re[142].

Ma come Bonifazio riseppe que’ primi passi del parlamento di Palermo, non essendo in punto a usar la forza, non lasciava intentato alcun mezzo di frode. A Federigo scrisse il due gennaio, ricordando le pratiche dell’anno innanzi, la sollecitudine a trovargli terreno e sposa; che negava Caterina, ma non resisterebbe a nuovi preghi; e sì richiedealo, e lo scongiurava con ogni più efficace parola, che desistesse dalla usurpazione del regno. Al medesimo effetto ammonì la regina Costanza. Lo stesso dì «ai Palermitani e agli altri Siciliani» drizzò un breve pien di mansuetudine: come la romana Chiesa, or che Giacomo le avea risegnato questa bella Sicilia, volea consolar le sue afflizioni, fare il ben pubblico, governarla dassè per un cardinale; vedessero i Siciliani tra’ fratelli del sacro collegio qual più lor fosse a talento, quello il sommo pontefice manderebbe. E con tali missioni inviò il vescovo d’Urgel, e quel Bonifazio Calamandrano, che da quattro anni correa per tutta Europa in questi maneggi, come li chiamavan, di pace. Facean assegnamento altresì sulla fazion d’Alamanno e di Procida, non sapendola per anco spenta: e con tali speranze il Calamandrano a Messina approdò, poco innanzi o poco appresso il parlamento di Catania[143]. Il pratico negoziatore parlava ai cittadini di maravigliose prosperità lor preparate dal papa, ingeriasi, brigava; alfin vedendo grossa la piena per Federigo, tentò l’ultimo argomento, mostrando pergamene bianche col suggello della corte di Roma; dicea, consultassero i Siciliani tra loro, e assoluzioni, perdonanze, immunità, franchige, dritti, usanze, patti, quantunque vorranno, ei scrìverà sulle pergamene, assentiralli il sommo pontefice. Ma i Messinesi, non che dar dentro la grossolana rete, sen beffavano; rincalzati da Loria, da Palizzi, e dagli altri primi. E Pietro Ansalone, prudente e ornato dicitore, al Calamandrano ne andò senza molte parole. «Sappi, gli disse, che i Siciliani non ubbidiranno a dominazione straniera; sappi che vogliono Federigo per loro re: e vedi qui! (aggiunse sguainandola spada) i Siciliani da questa aspettan la pace, non dalle tue carte bugiarde! Sgombra su dalla Sicilia, se morir non ami!» Il Calamandrano, scrive Speciale, incontrar non volle il martirio per servire a mondane ambizione. Tornato a Bonifazio, il fe’ certo non restare altra speranza che nelle armi[144].


CAPITOLO XV.

Coronazione di Federigo II di Sicilia. Novelle costituzioni, per le quali è ridotta nel parlamento gran parte della sovranità. Federigo porta la guerra in Calabria, Principi della discordia tra il re e Loria. Presa dì Cotrone; fazioni in Terra d’Otranto; combattimento del ponte di Brindisi. Papa Bonifazlo spinge Giacomo contro 11 fratello. Ambasceria di Giacomo. Parlamento di Piazza. Battaglia di Ischia. Viene Giacomo a Roma. Chiama a sè Loria. Ribellion di costui da Federigo. La regina Costanza il porta via di Sicilia, con Giovanni di Procida. Primavera del 1296 alla primavera del 1297.

D’ogni luogo di Sicilia cavalcavano alla volte di Palermo, all’entrar di primavera, gli ottimati ecclesiastici e civili, i sindichi delle città, e insieme privati borghesi, e plebe, e vassalli, con frequenza non più vista, per trovarsi a quel nuov’atto di libertà, la coronazione di Federigo. Indi la sera innanzi la pasqua di resurrezione, erano sparse di mirto le vie della capitale, i portici, i tempî, i palagi parati in mille bizzarre guise a drappi di seta e oro; le luminarie davan chiaro di giorno per le contrade; la cattedrale, festeggiandosi il vespro del sacro dì, ardea dal baglior d’infiniti torchi di cera, grandi, scrive Speciale, al par di colonne; il fracasso di trombe, corni, taballi, come simbol della guerra soverchiante i diletti della pace, vinceva l’armonia de’ più dolci stromenti, e i lieti canti del popolo, che tutta spese in tai sollazzi la notte. Al nuovo dì che fu il venticinque marzo milledugentonovantasei, nella cattedrale fu unto e coronato re di Sicilia Federigo; ricondotto al palagio tra plausi non comuni, a cavallo, con vestimenta regie, diadema in capo, scettro alla man sinistra, pomo alla dritta. Ei stesso armò cavalieri meglio che trecento giovani di nobil sangue; creò conti; die’ feudi ed ufici: fatti Ruggier Loria grand’ammiraglio; Corrado Lancia gran cancelliere, in iscambio del Procida; capitani dell’esercito Blasco Magona, frate Arnaldo de Poncio disertor di Calabria, Guglielmo di Casigliano e altri provati combattenti. Si passò ai giochi pubblici, adatti al secolo e al guerresco atteggiamento del paese, cavalcare, trarre al segno, giostrare; al palagio tennersi mense imbandite a chiunque, Così per due settimane si tripudiava[145]. In quel tempo, forse in quel primo brio, e con l’alacrità di chi avea gittato il dado a grande impresa, detta Federigo una poesia provenzale, indirizzata al suo fedel Ugone degli Empuri, che gli rispose nello stesso metro e rima: e i versi d’entrambi attestano con qual franco animo il giovin re andava incontro alla guerra; come fidava nella nazion siciliana; sperava negli aiuti degli avventurieri spagnuoli; e sospettava del re d’Aragona, dubbioso tra gl’interessi di famiglia che ’l tiravano a favorir Federigo, e le profferte e minacce de’ nemici che spingeanlo dal lato opposto. Federigo sfidava quasi gli uomini e la fortuna a trarlo giù dal trono, se potessero: Ugone par che credesse più nel coraggio, che nella capacità e nella mente del nuovo principe: ambo i componimenti, se non han pregio di poesia, servono alla istoria, perchè fedelmente dipingono l’animo di Federigo e le sue condizioni politiche[146]. S’innovò insieme la costituzione dello stato. Avean Pietro e Giacomo ristorato le buone leggi normanne, riformato abusi, temperato gravezze; ma Federigo, consigliato o sforzato da’ tempi, passò a sviluppare, ben oltre il confine normanno e svevo, i dritti politici della nazione, in guisa che, se non mutaronsi i nomi, si vantaggiò tanto negli ordini pubblici, da restar alla Sicilia premio non indegno del vespro. Nel proemio delle costituzioni, promettea Federigo, e non a ludibrio, di osservar la giustizia e liberalità comandate dall’Onnipotente ai re della terra. La colpa di Giacomo, gl’incerti passi ch’ei medesimo, Federigo, già diede con Bonifazio dopo essersi indettato co’ Siciliani, or lo strinsero a sacramentare su la sua fede e ’l terribil giudizio di Dio, che manterrebbe a tutto potere il presente stato della Sicilia; nè cupidigia di nuovo acquisto, nè altra ragione lo spunterebbe dalla difesa; nè farebbesi a domandar dalla romana sede scioglimento da cotali promesse, com’era pessima usanza di quell’età. A guarentigia di ciò, si strinse Federigo d’un altro vincol più duro: che nè con la Chiesa romana, nè con altri potentati, farebbe unquemai lega, pace, guerra, se nol consentisse la nazione. Slmilmente partì co’ rappresentanti della nazione il poter legislativo. Stanziò, che s’adunasse ciascun anno il dì d’Ognissanti generale parlamento de’ conti, baroni, e sindichi de’ comuni (nè qui si fa menzione di prelati), che insieme col re provvedessero alla cosa pubblica; e il re fosse tenuto, come ogni altro, dalle leggi decretate col parlamento. Data a questo la censura su i magistrati e uficiali pubblici; e che i sindichi accusassero, tutto il parlamento punisse. Tutto il parlamento, non esclusi i sindichi delle città, ebbe la scelta annuale di quella che noi diremmo alta corte de’ pari, cioè di dodici nobili siciliani, che giudicassero inappellabilmente, indipendenti da ogni altro magistrato, le cause criminali de’ baroni; importante privilegio de’ tempi normanni, ristorato or che montava l’autorità de’ nobili e del parlamento.

Confermò Federigo largamente le franchezze e privilegi degli Svevi e de’ suoi predecessori aragonesi, con ciò che nei casi dubbi s’interpretassero a favor dei soggetti. Nè terminò quest’ordine di leggi politiche, senza riforma in quelle sopra i delitti di maestà, ch’a gran pezza dipendono dalle politiche, e secondo l’indole del reggimento, or portan mite freno, or cieca ed efferata vendetta. Ondechè fu tolta a’ privati l’accusa di fellonia; riserbata al principe; lasciata ai rei la scelta del giudizio, come lor fosse a grado, secondo il dritto comune, le costituzioni dell’imperador Federigo, o le usanze larghissime di Barcellona. Volle il re in fine, che su i beni confiscati per alto tradimento, si rendesse alle mogli quanto lor dava la civil ragione, o ad esse e alle figliuole si porgessero sussidi per vivere. E intendendo nel principio del suo regno a cancellar ogni ombra di parte, vietò severamente le parole di fellone, guelfo, o ferracano, divenute ingiurie in questo tempo, in cui l’opinione pubblica e gl’intendimenti del governo non discostavansi un passo. Fu questo il primo libro delle costituzioni di Federigo[147].

Contengonsi nel secondo poche riforme di abusi su l’amministrazione della giustizia[148], perchè Giacomo ci avea provveduto appieno; ma notevol è lo statuto, che fossero Siciliani, nobili, e ricchi, da scambiarsi in ogni anno, e stipendiati dall’erario, i quattro giustizieri, deputati a conoscer le cause criminali per tutta l’isola, fuorchè in Palermo e Messina, che avean privilegio di speciali magistrati[149]. Sonvi ancora statuti ch’or diremmo di polizia, tra i quali si legge l’ordinamento de’ sortieri, ossia guardia cittadina, ne’ comuni demaniali, e che fosse multato d’un agostal d’oro tutt’uomo trovato per le strade senza lume, appresso il terzo tocco della campana[150]. Si diè maggior passo in altra parte d’amministrazione civile, decretando l’unità di peso e misura, se non per tutto il reame, ben in ciascuna delle due regioni in cui divideasi la Sicilia, a levante e a ponente del Salso[151]; e che nella prima si adoprassero il tumolo di Siracusa e il quintal di Messina; nella seconda que’ di Palermo[152]. Quanto innanzi sentivano in economia pubblica i Siciliani di quel tempo, si scorge altresì dalla legge ch’obbligò le chiese a vendere o concedere ad enfiteusi, entro un anno, i poderi ad esse pervenuti per lasciti o quantunque altro modo; talchè la incuria delle mani morte, come si chiamano, non nocesse all’industria del paese. Gli ecclesiastici, su i beni di lor patrimonio privato, andaron soggetti, come ogni altro cittadino, alle pubbliche gravezze: e si pose più giusta proporzione tra i contribuenti delle collette in ciascun municipio, che altra riforma non restava, dopo quella di Giacomo, nell’ordinamento delle entrate pubbliche[153]. S’aggiunse che gli uficiali dell’erario fosser tutti Siciliani, capaci, e obbligati ad esercitar gli ufici in persona: e stabilironsi i modi e i tempi in cui rendessero ragione di lor portamenti[154].

Ma volgendosi nel terzo libro alla feudalità, s’ingaggiava a riconcedere i feudi che fossero caduti nel demanio regio; e più gratificava a’ baroni derogando alle leggi dell’imperator Federigo, anzi a tutt’ordine feudale, col permetter che si alienassero i feudi, pagata sì la decima al fisco, con lievi altre condizioni. Confermò, anzi estese alquanto, i capitoli di Giacomo per la successione de’ collaterali, e i discreti termini del militar servigio; migliorò le condizioni de’ marinai dell’armata[155]. Ebbe dunque la nazione, dritto di pace e di guerra e di dar leggi, moderate gravezze, più spedita e benigna amministrazione di giustizia, sicurezza pubblica, favore a’ commerci e alla agricoltura: nè merita poca lode, secondo i tempi, quella legge dell’alienazione de’ feudi, che, qualunque fosse stato il suo scopo, rendea più libere le proprietà. Federigo giurò solennemente l’osservanza di queste costituzioni; dienne perpetuo attestato nell’ultimo capitolo. Poco appresso confermava ai Catalani mercatanti in Sicilia i tre privilegi di Giacomo; rendea comuni a tutti sudditi spagnuoli del fratello que’ dati specialmente ai cittadini di Barcellona. Talmentechè è una mirabile somiglianza tra i primordi delle due dominazioni di Giacomo e di Federigo, per trovarsi ambo nelle medesime necessità in Sicilia, e sperar dall’interesse privato dei sudditi in Aragona, gli aiuti che quindi lor contrastava l’interesse del re[156].

Poi si volse Federigo alia guerra. Tenne in Palermo l’ultima adunanza di quel parlamento; ove sedendo gli ottimati a destra e a manca del trono, a fronte i sindichi de’ comuni, il re con modesta parola, chiamando ogni suo potere da Dio, aringava; conchiudendo che rimbaldanziti i nimici, strignenti d’assedio Rocca Imperiale in Calabria, era uopo incalzarli per ogni luogo in terraferma; per pochi giorni più che si sudasse sotto le armi, i Siciliani asseguirebber premio di ferma pace; ei già li vedea azzuffantisi, vittoriosi, bagnati di novello sangue nemico. I quali detti fur tanto ne’ commossi animi, che non aspettato il fine, non serbato ordine o modo, prorupper tutti in un grido di: «Guerra al nemico, guerra per la libertà;» e deliberossi per acclamazione. Il popolo applaudendo con maggior foga, chiedeva le armi; agguerrito, non stanco in quattordici anni di guerra[157].

Cavalcando il re per Messina, lo stesso amore il festeggiò a Polizzi, Nicosia, Randazzo, e per ogni luogo; e più a Messina, gareggiante con Palermo, allor solo in virtù. Quivi per lungo tratto fuor la città si faceano incontro al principe, con bandiere e pennoncelli e signorile abbigliamento, gli uomini di legge, onoratissimi in quel culto popolo; i nobili vestiti di seta, su cavalli ricoperti a drappi di oro; il clero venia salmeggiando; più presso alla città si trovaron brigate di matrone e donzelle, ricchissime di vesti, di gemme, di profumi orientali. Entrò Federigo per le strade parate e sparse di fiori; sotto un pallio portato da nobili uomini; precedendo un araldo che gridava le sue lodi; rispondendo il corteggio e il popolo; e gli stessi bambini, dice lo Speciale, facendo plauso in braccio alle madri. Smontato al palagio, la madre, la sorella che sì l’amava, la prima volta il salutarono re. Confermò ai cittadini messinesi la libertà di mercatare per tutta la Sicilia portando o traendo derrate, ch’era gran privilegio tra’ sistemi proibitivi di quell’età, e loro l’avea dato l’imperador Federigo, l’ultim’anno del secol duodecimo[158]. Loria allestì l’armata con mirabile prestezza in quest’alacrità della nazione. Nè andò guari che il re, spiegando la prima volta in guerra, l’insegna delle sveve aquile nere in campo bianco inquartate con l’addogato giallo e vermiglio di casa d’Aragona, passò lo stretto, con fortissim’oste, e fu accolto in giubilo a Reggio[159]. Perchè questa e altre città di Calabria eran rimase in fede della nazione siciliana, non ostanti gli ordini di Giacomo. Più se ne eran perdute; a ridur le quali non bastava, per aver poche genti, il pro Blasco Alagona; ma le tenea in sospetto, e stringeva Squillaci.

Su questa marciò dunque Federigo, poich’ebbe fatta la massa a Reggio. E al primo scorger la postura di Squillaci, domanda s’abbia altre acque che delle due riviere a pie del colle; e sapendo che no, fatte venir le genti dell’armata, le sparge sulla ripida costa che dalla città pende sul fiume, occupa intorno tutti i passi. Dondechè i terrazzani sitibondi, brucianti, che guardavan dall’alto la limpida corrente del rivo, e lor era vietata, disperatamente uscirono ad azzuffarsi co’ nostri; ma rotti da Matteo di Termini, e rincacciati entro le mura, per non trovare altro scampo al morir dalla sete, s’arresero a Federigo[160]. Lasciata Squillaci, ei sostò alquanto presso Rocchella, per deliberare i movimenti della guerra contro il conte Pietro Ruffo, che s’era afforzato in Catanzaro, ubbidito alsì da tutta la provincia.

Quivi s’accese tra i nostri capitani una lagrimevole discordia. Perchè Ruggier Loria, grandissimo di fama, d’avere e d’orgoglio, pensava troppo d’essere primo o solo sostegno del nuovo principato: e allettandolo le arti di Giacomo e de’ nemici, che profferian alto stato a lui e a Giovanni di Procida e a tutt’altri stranieri gittatisi nella siciliana rivoluzione, tanto teneva ormai l’ammiraglio per Federigo, quanto questi e ’l reame di Sicilia si reggessero del tutto a sua posta. Per le medesime cagioni gli altri baroni, valenti anco in guerra, invidiavan profondamente l’ammiraglio, ed eran più grati a Federigo. A questi umori non mancò presta occasione. Volea il re oppugnar Catanzaro, avvisando che con essa cadrebbe tutto il paese: Loria, al contrario, congiunto di sangue col conte, lo dipingea fortissimo; però si lasciasse stare, s’occupasser le altre facili terre, Catanzaro si avrebbe per fame. In tal disparere, gli altri capitani non osavano in consiglio dir contro Ruggiero, perchè non li conficcasse di rimbrotti in qualche sinistro; non voleano lasciar passare non malignata la sua sentenza; ma con gesti e mormorar tra i denti, fean peggio che con parole. Federigo colse il cenno, e risoluto comandò di marciare su Catanzaro; l’ammiraglio apprestasse le macchine per lo assedio. Ed egli tacque e ubbidì.

Messo il campo al castello, parve a Federigo assaltarlo dal Iato ov’era fabbricato sul piano; e volendo colmar di tronchi e fascine il fosso, con molto ardore egli stesso conducea le genti al vicin bosco; di sua mano dava con la scure per gli alberi; talchè fornita l’opera in poche ore, grande massa di legname si ammontò sullo spalto. S’udiron tutta notte squillar di qua e di là le trombe; stettero in arme gli assediati per timore, i nostri per impazienza del saccheggio, che promettea il re. Al far dell’alba, appena dato il segno, appianato in un attimo il fosso, le genti di mare leste scalavano. Ma un dispettoso comando le arrestò. Il conte, con l’acqua alla gola, chiama l’ammiraglio, mescolatosi, com’ei solea, tra i combattenti; gli offre darsi a patti, raccomandandosi a lui per lo comun sangue: e l’ammiraglio, fattogli cenno a tacersi, che non udissero i soldati, comandò di far alto, prima a suon di tromba, poi con voce e minacce egli stesso, galoppando qua e là sotto i muri; perchè i nostri, per tener già la vittoria, non sapeano spiccarsene. Corse indi Loria al re; n’ebbe una prima ripulsa, ma non restandosi per questo, e tirando seco altri baroni, tanto disse che, fremendone tutta l’oste, impetrò alfine l’accordo: si rendesser Catanzaro e le altre terre della contea, non avendo soccorso dal re di Napoli tra dì quaranta. Con giuramento e statichi il conte ratificò. Entrò nella tregua tutta la Terra Giordana, fuorchè Sanseverina, renduta ostinatissima alla difesa dall’arcivescovo, per nome Lucifero, che per lo suo gregge, Speciale dice, si giocava l’anima; e non ostia, ma umani corpi, non mistico vino, ma uman sangue offriva al Cielo. Federigo accampossi, per l’amenità del luogo, sotto Cotrone, ingaggiata dall’ammiraglio ne’ medesimi patti di Catanzaro[161]. E tenendo appresso di sè dodici galee, mandò l’ammiraglio col rimagnente della flotta e trecento cavalli su’ confini di Basilicata, a sovvenire Rocca Imperiale, duramente battuta dal conte Giovanni di Monforte[162].

Col solito ardire quivi sbarcò Ruggiero; avvicinossi al campo nemico; poi, accozzate le forze con frate Arnaldo de Poncio, prior di Sant’Eufemia, che combattea in quelle regioni per parte aragonese, vittovagliarono la rocca una notte, con sacchi di grano portati in groppa da’ cavalli, in ispalla da’ pedoni, in improvvisa fazione sugli assedianti. Di lì l’ammiraglio percote d’un altro assalto Policoro, presso alla foce dell’Acri; vi prende i viveri dell’oste di Monforte, e cento cavalli che stavano a guardia. E tornavane al campo di Cotrone tutto lieto, se un caso non facea divampar tra lui e il re la rattenuta ira[163].

Perchè durante la tregua, i terrazzani di Cotrone, venuti un dì alle mani co’ Francesi del presidio per private cagioni, e avutone il peggio, chiaman soccorso dal nostro campo, di là ov’era attendata la fiera gente delle galee; la quale, rapite in furia quelle armi che il caso offrì, salta dentro, rinnova la zuffa, e rifuggendosi i Francesi nel castello per postura fortissimo, entravi rinfusa con essi, pone ogni cosa a sacco ed a sangue. Intanto levandosi il romore nel campo, Federigo che meriggiava, desto dal sonno, così com’era senz’arnese, afferrata una mazza, lanciossi a cavallo, spronò al castello; e il trovò sforzato, e i suoi ch’uscivano col bottino. Ond’ei crucciosamente proruppe a rampognarli della rotta fede, nè si ritenne dal trucidar di sua mano i men presti a fuggirgli dinanzi. Poi comandò fosse resa tutta la preda; pagato dalla cassa regia ciò che non si rinvenisse; dati due prigioni, francesi per ognuno morto nella mischia: e fe’ scusa della tregua violata, ma non rendè la fortezza. Fe’ imbarcare il capitano francese, Pietro Rigibal, con tutto l’avere de’ suoi, e lettere drizzate all’ammiraglio, narrandoli il successo, e commettendo ch’avviasse Rigibal coi renduti prigioni al re di Napoli, poichè altra riparazione non restava.

Ma l’ammiraglio all’intendere il caso, infellonito diessi a gridare: «Son io, son io la cagione!» e affrettatosi al campo, assai superbamente parlava a Federigo, delle sue geste, dell’incontaminata fede guerreggiando fin co’ barbari e gl’infedeli; questa esser macchia incancellabile sul suo nome. «Mai più, conchiuse, mai più non sarò ludibrio di chi sta e susurra perfidi consigli agli orecchi del re. A man giunte, dalla rocca di Castiglione, vedrommi il fine di questa guerra. E tempo verrà che i ribaldi calunnianti or me in corte, tremeranno in faccia al pericolo.» Federigo, contenendosi appena, con un sogghigno gli rispondea: non ricantasse que’ servigi, noti e pagati a soperchio: essersi fermati a nome del re i patti di Cotrone, al re toccava mantener la sua fede; e a tutta possa aveal fatto; ma non saper soffrire l’orgoglio; andasse pur via dall’oste a sua voglia: e montato a cavallo, il piantò. Corrado Lancia, fidatissimo di Federigo, cognato dell’ammiraglio, tramezzatosi a riconciliarli, salvò almen le apparenze. Sì che per questa volta l’uno e l’altro si davano a sfogar sopra i nimici gli animi grossi e tempestosi[164].

Prosperamente avanzavano in terraferma le armi nostre. Avuti i messaggi del conte di Catanzaro, re Carlo, esausto di danari, dopo molta deliberazione, avvisò munir le città marittime di Puglia, senza affaticarsi a impotenti aiuti nelle Calabrie; onde scorsi i dì quaranta, vennero in poter di Federigo tutta la contea di Catanzaro e la Terra Giordana. Il re con l’esercito, Loria con l’armata, venuti in questo sopra il conte di Monforte, lo fean levare dall’assedio di Rocca Imperiale. Poi l’uno, cavalcando ambo le Calabrie vittorioso, piegò agli accordi il feroce arcivescovo di Sanseverina; occupò, dato il guasto al contado, Rossano fortissima di sito, e le terre d’attorno; e inanimito da’ successi, minacciava le province di sopra. L’ammiraglio, valicato il golfo di Taranto, assaltava Terra d’Otranto. Dapprima innoltratosi sull’asciutto fino a Lecce, d’improvviso assalto di notte, la sorprese e depredò. Rientrato in nave, presentasi ad Otranto; senza fatica se n’insignorisce, mentre gl’irresoluti cittadini nè difendeansi, nè venieno a’ patti; e perchè gli parve comodo il porto, la rafforzò di torri e di mura, lasciovvi tre galee e scelta gente di presidio[165]. Dopo ciò tentava un colpo su Brindisi.

Ma perchè vel prevennero secento cavalli francesi, Ruggiero, posti in terra i suoi, trinceossi alla Rosèa con pali e corde intorno, a sua usanza; e non potendo assaltar la città, dava il guasto al paese. Avvenne un dì, che conducendo egli stesso la cavalcata infino al ponte di Brindisi, i fanti che ’l seguiano, spinsersi oltre il fiume in cerca di verzure e più limpid’acque, in un luogo che l’ammiraglio non tardò a riconoscer atto ad insidie: ond’ei sopra un ronzino corse lor dietro, gridando che tornassero. Ed ecco una torma di cavalli francesi, uscita dall’agguato, a corsa drizzarsi al ponte. Voltò la briglia Ruggiero; a mala pena guadagnò il ponte; gridò che gli recassero il suo destrier di battaglia; e ansando facea montare gli uomini d’arme: perchè nella difesa del ponte stava la salvezza de’ suoi, sparsi e pochi incontro al grosso stuolo nimico. Già il capitano, Goffredo di Joinville, con un altro nobil guerriero, trasvolavan oltre l’arco di mezzo; eran perduti i nostri, se Peregrino da Patti e Guglielmo Palotta, cavalieri siciliani, non si gittavan soli sul ponte. Costoro a’ due Francesi fecer testa, indi a tutta la torma accalcatasi allo stretto varco: bagnati di sangue da capo a piè, coperti di ferite, tennero il ponte finchè l’ammiraglio sopravvenne co’ suoi, gridando: «Loria, alla riscossa!» Allora si strinse più aspra la zuffa. Sotto i colpi delle spade e delle mazze volavano, scrive Speciale, in pezzi le armature; fronte con fronte, petto con petto, cozzavano i guerrieri. L’ammiraglio e Joinville per caso affrontansi: e alza questi la mazza per ferire; Ruggiero al tempo, gli vibra una punta tra corazza ed elmo; ondechè il Francese, avvampando di vendicarsi, immerge gli sproni ne’ fianchi del cavallo per gittarlo addosso al nemico; e gittossi a morte, perchè l’agil animale, spiccato un salto, precipitava giù dal ponte. Nè finì la tenzone a questo; dura e ostinata si travagliò, finchè i balestrieri siciliani, bersagliando la massa de’ nemici serrata sul ponte, laceraronla, diradaronla e volserla in fuga. Molti, fitti nella melma del fiume, restarono uccisi o prigioni; i fuggitivi non inseguì Loria co’ suoi, laceri e ansanti poco men che i nimici, per la disuguale battaglia. Indi non s’ebbe dalla vittoria altro frutto[166]. Ma la virtù di Peregrino da Patti e di Guglielmo Palotta, che ricorda per la somiglianza del caso, illustri esempi antichi e recenti, degnissima è della nostra memoria. Speciale la registrò nelle istorie siciliane; poi l’hanno obbliato i più, perchè tutto quaggiù, anche la gloria, vien da fortuna. E maggior mancamento mi sembra che nel toccar questi fatti, pochi scrittori e vagamente, s’innalzavano alla considerazione politica, che travagliandosi in guerra i due reami di Sicilia e di Puglia, il primo vinse per lo più il secondo, ch’è tanto maggiore di territorio: e nella state del novantasei, non che difendersi, conquistava tutto il paese dalla punta di Reggio al capo di Roseto[167]; infestava Terra d’Otranto; e più addentro portava le armi, se non ch’entrovvi di mezzo l’interesse degli altri potentati d’Europa.

Perchè papa Bonifazio, vedendo torcer Federigo dalle sue vie, più si ristrinse con Giacomo, per lanciarlo contro il fratello. E prima a ventuno gennaio del novantasei, col titol sonante di gonfaloniere, ammiraglio e capitan generale della santa sede, condusse il re di Aragona ai suoi soldi; da combattere in Terrasanta, e quest’era il pretesto, o altrove, e quest’era l’effetto, contro qualunque nimici e ribelli della Chiesa, con sessanta galee, armate da lui, pagate dal papa; e n’avesse Giacomo la metà della preda, l’investitura di Corsica e di Sardegna, del rimanente gli acquisti fossero della Chiesa o degli antichi signori cristiani[168]. Poco appresso il sollecitò Bonifazio a venir, com’avea promesso, a Roma[169]. E punto al vivo da Federigo, che tentava in questo tempo gli animi dei Napolitani, praticava con usciti lombardi e toscani, e fin co’ romani Colonnesi già disposti a ribellione contro il papa, più gravemente scaricò i colpi spirituali il dì dell’Ascensione; cassò l’atto del coronamento del re di Sicilia; scomunicato lui, co’ popoli e loro amistà; dato termine a pentirsi il dì di san Pietro, nel quale rinnovò le maledizioni[170]. Intanto spandea le indulgenze a chiunque portasse armi contro Sicilia; aiutava Carlo con le decime ecclesiastiche del regno e di Provenza[171]. Talchè il re di Napoli, non ostante que’ rovesci, volendo ritentar la guerra, o farsen pretesto a cavar moneta da’ popoli, bandi general parlamento a Foggia, pel dì venti settembre; disse di nuova impresa sopra la Sicilia[172], ingiungendo ai feudatari che venissero in armi o pagassero[173]. Giacomo s’apprestava anch’egli al combattere; ma, ritenuto da pudore, e dalla briga che davangli in casa le guerre di Murcia e Castiglia[174], volle tentar prima nuovi ammonimenti a Federigo.

Al cader della state, guerreggiando Federigo in Calabria, giunsegli messaggio del re di Aragona Pietro Corbelles, de’ frati predicatori, parlando blandizie di pace; e finiva con minacce, che Giacomo, fatto or capitano della santa sede, non starebbe in dubbio tra quella e il proprio suo sangue; nel petto della madre, nelle viscere de’ figli immergerebbe la spada a’ comandi del santo pontefice; aprisse pur gli occhi Federigo, a ciò il fratello il richiedea d’un abboccamento ad Ischia. Ma Federigo, nulla mosso, palesava l’ambasceria ai suoi baroni; e vistili balenare, con generose parole li confortò. Riferissi del negozio al general parlamento, secondo i freschi patti fondamentali; e perchè pensava che troverebbevi spiriti più generosi. Lasciato dunque luogotenente in Calabria con giuste forze, Blasco Alagona, ei tornato di fretta in Messina, dà giorno e luogo al parlamento; richiama Loria con l’armata[175]. Costui pe’ narrati sdegni, o perchè pareagli disperato il caso di Federigo, avea già in Terra d’Otranto ascoltato pratiche de’ nemici. Bartolomeo Machoses di Valenza, inviatogli da Giacomo in agosto, sotto colore d’ingiunger che risegnasse il feudo di Gerace in Calabria, l’avea indettato forse a tradigione: e anco si sospettò che se ne fossero allacciate le prime fila, fin dal tempo della esaltazione di Federigo, quando i baroni aragonesi leali a Giacomo si partiron di Sicilia. Altri messaggi in tutto questo tratto il re di Aragona avea spacciato alla madre, allo stesso Federigo, alle città di Palermo, Messina, e altre prime dell’isola[176]. Talchè l’ammiraglio, tornato immantinente a Messina, e abboccatosi col frate spagnuolo che stava ad aspettar la deliberazione, non fu senza speranza di avviluppare il vicin parlamento, che si calasse agli accordi. Convenuti in Piazza, di mezz’ottobre, i baroni e’ sindichi delle città, scopertamente diessi ad aggirarli, far partigiani, sparger terrori e promesse. Ma Vinciguerra Palizzi e Matteo di Termini, con più caldo s’adoprarono per lo contrario effetto; speser la notte innanzi l’adunata, girando qua e là a scongiurare che non si lasciasse partir Federigo. Indi forte si combattè in parlamento.

Esposta l’ambasceria, si dava liberissimo voto a ciascuno; e pendeano i più alla ripulsa, per amor di Federigo o di sè stessi, temendo Giacomo noli seducesse, allorchè Loria col pianto sugli occhi, quasi per pietà del paese, s’alzava ad orare: «Non ingannassero sè medesimi; sarebbero irresistibili le congiunte forze di Giacomo e di Carlo; ripiglierebbero le Calabrie in un batter d’occhio; porterebbero in Sicilia fame, incendi, stragi; pagherebbe di molto sangue la Sicilia questo insensato ostinamento, All’incontro, qual danno nell’andata di Federigo? e forse, per l’amor che gli porta, si volgerà a noi il re d’Aragona. Ma s’ei verrà da nimico, pensate quanti Catalani e Aragonesi mancheranno alle vostre bandiere. Posson essi prender le armi per chi lor piaccia, ma son traditori se combattono contro le bandiere del re d’Aragona[177].» Gran bisbiglio seguì a questo parlare, vergognando gli stessi partigiani dell’ammiraglio ad assentir con parole, ma chinavano il capo; e gli altri altamente dicean contro: onde dopo lunga contesa, nulla deliberavasi.

Il dì seguente tolse ogni dubbiezza il re, surto egli stesso a concionar l’adunanza. «Non ripeterò, disse, le parole che si son fatte, che sono pur troppe. Io penso che dal trattare, altro non tornerebbe che più fuoco d’ira, tra Giacomo, soldato de’ vostri nimici, e me, che tutto alla Sicilia sonmi giurato: e tra la Sicilia e’ suoi nimici non è via di mezzo; o libera com’oggi, o calpestata oltre ogni antico strazio di servitù. Su questo partito deliberate dunque, non sull’andata del vostro re ad Ischia. Ma tu, Ruggier Loria, che parlavi misterioso di leggi e usanze d’Aragona, ricorda che io son re in Sicilia quanto Giacomo altrove: che s’ei mi porta ingiusta guerra, non sarà traditore se non chi me tradisce! E quanto a’ pericoli dipinti sì atroci, richiama al tuo cuore l’antica virtù; pensa che Iddio combatte contro gl’ingiusti e i superbi.» Coronò tal generoso parlare il decreto del parlamento, che vietò l’andata all’abboccamento con Giacomo. Il fece intendere Federigo all’ambasciadore; accomiatollo[178]; e cominciò ad apparecchiar la Sicilia a validissima difesa.

Ma non son da pretermettere gli altri atti di questo parlamento di Piazza, non sì scosso dal grave partito politico, che non pensasse, quasi posando in pace, a molti statuti, trasandati in mezzo alle leggi fondamentali del parlamento di Palermo, o suggeriti da novella esperienza, o portati dallo sviluppo di novella forza civile. Ed in vero si favorì tanto sopra l’aristocrazia l’elemento municipale, che se ne scorge evidentemente la preponderanza della parte popolana, e l’intendimento di Federigo a fondarsi in su quella, più che sul baronaggio, fattosi torbido e parteggiante; e s’ha valido argomento che la parte popolana, alla quale, com’avviene, accostavansi anco parecchi nobili, fosse stata quella che vinse il partito della guerra in questo parlamento, e sostenne Federigo e la rivoluzione. Certo quegli statuti danno a vedere, secondo i tempi, assai civiltà. Decretavasi: i castellani non s’ingerissero nelle faccende de’ vicini municipi; non i nobili nelle elezioni de’ magistrati comunali; i feudatari non pretendessero dritti sul passaggio degli armenti; non levassero a lor posta gabelle sulle grasce; non frodassero i vassalli nella misura de’ poderi soggetti a terratico; nè terratichi nuovi riscuotessero su i feudi conceduti testè dal demanio: si vietò l’alienazione de’ feudi oltre i termini della recente legge; si die’ obbligo a’ baroni di soggiornare in Sicilia o tornarvi in corto tempo: e che il principe solo potesse assentire i matrimoni delle lor figliuole co’ figli de’ nemici allo stato[179]. Altri statuti, proclamando che i deboli non debban soggiacere ai potenti, studiavano nuovi argini ai radicati abusi degli uficiali sull’avere dei privati[180]; innalzavano in ogni comune un ministero pubblico di tre cittadini, obbligati per giuramento a denunziare tutti gli aggravi de’ giustizieri e uficiali qualunque, e sì i misfatti contro la sicurezza delle persone; i quali, dal sacramento che davano, si appellaron giurati[181]. Fu decretata libertà universale d’importazione ed esportazion di vini e altre derrate; inibito di prender le persone o i letti, o diroccar le case pei debiti delle collette; francati da queste i militi[182]. Si rinnovi il divieto d’ingiuriar altrui con gli odiosi nomi di guelfo o ferracano: riabilitati agli ufici i sospetti di queste opinioni politiche, non rei di alcun fatto[183]. La quale benignità di principi s’osserva non meno nei molti ordinamenti sopra gli schiavi saraceni e greci, che numerosissimi erano in Sicilia per causa del corseggiar nelle ultime guerre: statuti tendenti a procacciar la conversione de’ primi alia fede di Cristo, de secondi a’ dommi ortodossi, o mantenere il pubblico costume; ma si fe’ divieto ai cristiani di usar con giudei; a costoro di tenere ufici ed esercitar la medicina[184]. Scagliossi pena del capo contro gli avvelenatori, stregoni, indovini, incantatori, che spargon, dice lo statuto, profani errori, e ingannano i popoli con empie fallacie[185]: talchè nè corsero quegli antichi nostri legislatori all’atroce e usato supplizio del fuoco, nè mostrarono prestar fede a negromanzie, ma puniron solo la frode e il disordine civile. A questo medesimo effetto con molto studio vietaronsi i giochi di sorte, non di destrezza; e si commendaron que’ d’esercizio nelle armi[186]. Allo zelo di religione e morale, ch’appar da cotali ordinamenti, s’aggiunse un particolare statuto contro la usurpazione de’ beni ecclesiastici; un divieto di portar armi, ferro, o legname a paesi d’infedeli; ma si pagò il tributo a’ tempi con lasciar salva alla santa sede la riforma; e non si dice sol delle leggi per le quali poteano vedersi incerti i limiti tra il sacerdozio e l’impero[187]. Su questi capitoli di Piazza, perchè essi contengono più numero di sanzioni penali che niun degli altri anteriori di Federigo stesso o dì Giacomo, noteremo, ch’eccetto il sommo supplizio contro i maestri di veleni e malie, le pene son pecuniarie o di privazione; poche di carcere a tempo; e pei giochi vietati s’aggiungono in un caso le battiture. Riserbossi il principe di gastigare ad arbitrio alcuni abusi degli uficiali, e dichiarar secondo i casi la qualità del carcere detto dinanzi[188]. Talchè possiamo anco dir mite e non troppo disuguale il penal sistema che si tenne di mira.

In questo tempo, reggendosi sempre Ischia per noi, Pier Salvacoscia con cinque galee vi combattè bella fazione, assalito da nove teride smisurate, zeppe di armati, che i Napolitani mandavano a acquistar l’isoletta, vergognanti del tributo ch’indi si levava su i vini navigati per lo golfo. Appiccata la zuffa senza curare il disugual numero, vinsero i nostri; ogni galea cattivò una terida; fuggendo le quattro rimagnenti, i cui capitani re Cario fe’ mettere a morte, uscito questa fiata dall’indole sua dolce[189]: e come disperando delle armi, cavalcò per Roma a ripregar Bonifazio. Costui indi punse nuovamente Giacomo che venisse a Roma; diegli le decime ecclesiastiche d’Aragona per l’armamento[190]. Giacomo, apparecchiandosi, di febbraio del novantasette mandò per ultimo avviso al fratello il vescovo di Valenza e Guglielmo di Namontaguda, insistendo per l’abboccamento ad Ischia. Ma perchè quei rispondea che ne riferirebbe al parlamento, gli oratori replicarono, che Giacomo anco ubbidirebbe al papa; e Federigo a loro, ch’ei perciò non terrebbe nimico il fratello, e molto meno la nazione catalana e aragonese; e farebbe anco richiamo alle corti. Partiron dunque scontenti gli ambasciadori spagnuoli: Federigo mandonne in Ispagna, e senza miglior frutto; perchè piaceva a que’ popoli, sì come al re, la pace con Francia, fors’anco lo stipendio del papa[191]. Speso in tali vane pratiche il verno, allo scorcio di marzo del novantasette si trovò Giacomo in Italia; senza armata, perchè volea più certo e largo il prezzo del muover guerra al fratello. Ebbelo da papa Bonifazio, che incontanente porgeagli la bolla d’investitura di Corsica e Sardegna[192], sol riserbandosi un anno a ritrattarla se fosse uopo al negozio di Sicilia[193]: manifesto disegno di un baratto con Federigo. Nondimeno prendea Giacomo la corona delle due isole; dava il giuramento per lo supremo impero delle armi della Chiesa[194]; e ottenne dal papa, che nell’assenza sua di Spagna, il reame stesse sotto la protezion della santa sede, e, che legati di lei, n’avessero cura i vescovi d’Ilerda e Saragozza[195], ed esortassero i popoli alla siciliana impresa. Poco appresso si fe’ dare indugio alla restituzione di Maiorca a Giacomo suo zio[196]: fidanzò la sorella, Iolanda, a Roberto erede presuntivo della corona di Napoli: fe’ stretta lega con Carlo II per ridur la Sicilia. Nè preparava per anco le forze, ma per messaggi fitto praticava con Loria.

Il quale risoluto a spiccarsi da Federigo perchè nol potea governare, operava sempre più baldanzosamente. Un dì cavalcando il re con Corrado Lancia per la spiaggia di Musalla a Messina, fattosi tra loro, mostrava lettere di Giacomo che il chiamavano a un abboccamento; prometea di adoperarvisi per Federigo, e tornare. E il re, incauto o superbo, a’ conforti di Corrado gli dava il commiato; assentivagli ancora due galee per andare in Calabria a munir sue castella in questi nuovi pericoli di guerra. Ma quando l’ammiraglio ritornò in Messina per prender il viaggio di Roma, trovò il giovan principe, che suscitato dalle parole de’ cortigiani, avea rugumato su tal dimestichezza di Loria co’ nimici, su queste genti, armi, vittuaglie che adunava nelle sue castella; tra i quali pensieri dubbiando Federigo, ch’animo avea generoso con poca mente, tenne la peggior via: nè accarezzar quel grande, nè spegnerlo; ma l’offese. Porsegli ei stesso il pretesto che l’ammiraglio cercava per salvarsi dal biasimo di tradigione, nel che riuscì tanto appo i contemporanei, che qualche istorico in tal sembiante il tramandava alla posterità. In piena corte, fattosi quegli a baciar la mano al re secondo usanza, Federigo ritira a sè la mano sdegnosamente, e a Ruggiero che drizzavasi a domandar perchè tal oltraggio? brusco risponde: «Perchè trami co’ miei nimici»; e seguì più acceso; e finì comandandogli non movesse pie’ dalla sala. Seguitonne uno spaventoso silenzio. Niuno stendea le mani sull’ammiraglio; ei, soprappreso dall’ira del re, non osava partirsi: dispettoso e fremente si trasse in un canto. Ma Vinciguerra Palizzi e Manfredi Chiaramonte, che non amavan forse Ruggiero, ma nè anco l’esempio d’un tal grande spento fuor dagli ordini delle leggi, fecersi a parlare per esso, con dolcezza che poi tornò sì dannosa alla patria. Mitigato da loro, il re li accettò mallevadori dell’ammiraglio; e questi, ch’era già notte, fu lasciato partir dal palagio, libero e ingiuriato.

Vola alle sue case, lieto in volto; convita a cena i molti amici adunatisi a complir del ritorno di Calabria; e mentre s’imbandiscon le mense, precipita per una scala segreta; monta a cavallo con tre fidatissimi; e a spron battuto prende la via di Castiglione. Giungevi all’ora terza del dì, con felice consiglio: perchè già Federigo, levato su dai nimici dell’ammiraglio, tornando allo sdegno, aveal fatto appellare alla sua presenza. Pericoloso ondeggiamento, che mosse tutta la Sicilia. Assai partigiani di Ruggiero, deliberati a correr con esso quantunque fortuna, vanno a trovarlo armati: ei rafforza con estrema prestezza le castella di Novara, Tripi, Ficarra, Castiglione, Aci, Francavilla, e altri luoghi che tenea in feudo: e minaccioso e fiero si stava. Quando i due mallevadori vennero a richiederlo che tornasse alla ubbidienza, e gli offrian sicurtà dalla parte del re, Ruggiero, per sentirsi in colpa o mosso da superbia, con molte ragioni il negò: alfine pagò del suo la enorme somma della malleveria; e tennesi sciolto da ogni vincolo d’onore. Tuttavia nè mosse guerra, nè chiese pace al re. E questi, dopo i primi errori, fatto senno, non osò assaltarlo, per non accender una guerra civile con le armi straniere alle spalle. Ma poco minor pericolo gli era l’indugio[197]. Di tal frangente il tirò la regina Costanza, con quella medesima riputazione ch’avea due anni prima ammorzato lo scisma di Giovanni di Procida. La regina, chiamata a Roma dal maggior figliuolo per menar a nozze la Iolanda, vinse sè stessa a lasciar Federigo; sperando pure metter pace tra gli sdegnati animi, e guadagnarne alla propria coscienza col rientrar in grembo della Chiesa. Volle per tal andata, con mirabil modestia, la permissione di Federigo: e sotto specie di chiederli compagni al viaggio, levò di Sicilia, con onor del re e loro, l’ammiraglio, pronto da un dì all’altro a romper guerra, e Giovanni di Procida, sospetto al par di costui, o peggio. Loria, avuta da Federigo sicurtà fino all’imbarco, non lasciò le sue fortezze, senza pria comandare a tutti i vassalli che stessero saldi, e quando Giovanni Loria nipote di lui andrebbe in Castiglione, l’ubbidissero in ogni fortuna. Indi la regina e la principessa, spiccatesi con molto dolore da Federigo, seguite dal vescovo di Valenza e dai due baroni uscenti in esilio sì minacciosi, da Milazzo con quattro galee partivano alla volta di Roma. Come furo in alto, chi favellava, chi adagiavasi, sperando, qual più qual meno, ne’ novelli destini; la sola Costanza, dice Speciale, immota sulla poppa della nave, affisava i monti di Sicilia che fuggiano, gonfia gli occhi di pianto, pensando a Giacomo, a Federigo, e a’ disastri imminenti. Compironsi a Roma le nozze; strinsersi, non ostante il pregar di Costanza, i consigli della guerra; Giacomo ripartì per Catalogna ad allestir la flotta. Loria al medesimo effetto ritornava, amico e ammiraglio di re Carlo, a que’ porti del reame di Napoli ove per quindici anni s’era tremato al suo nome. E prima Giacomo il creò ammiraglio a vita in tutti i suoi reami con grande autorità, gran lucro, e campo illimitato alle rapine; si stabilì il matrimonio di Beatrice sua figliuola con Giacomo d’Exerica, principe del sangue reale d’Aragona. Il papa gli diè in feudo la terra e il castel d’Aci in Sicilia, che tenean dal vescovo di Catania; lo ribenedì insieme con Giovanni di Procida[198]. Costui fu redintegrato ancora nel possesso dei suoi beni nel reame di Napoli, secondo i primi patti di Giacomo e Carlo[199]. Così lasciavan insieme la Sicilia, ambo da nimici, i due regnicoli sì famosi nella rivoluzione del vespro, legati strettamente dalla comune fortuna e dalla comune ambizione, compagni nell’esilio, nelle speranze, nella fazione della nuova dinastia in Sicilia, e finalmente nella tradigione. L’uno, allevato infin da fanciullo a corte di Pietro, fu uomo di animo smisurato, di altissimo intendimento nelle cose di guerra, il primo ammiraglio de’ tempi, gran capitano d’eserciti; ma sanguinario ed efferato, avaro, superbo, insaziabile di guiderdoni. Ristorò la riputazione delle armi navali in Sicilia; educò i Siciliani alle vittorie; fu sostegno potentissimo al nuovo stato. Gli si volse contro quando ebbe rivali nel potere; non veggo se più invidioso o invidiato; ed è un’altra macchia al suo nome, che abbandonò Federigo quando parea precipitare la sua fortuna. Portò con seco la signoria de’ mari; e pur non serbò lungi da noi l’antica gloria, perchè, se talor vinse in battaglia i vecchi compagni siciliani, talor anco fu vinto da essi; e appena chiusa con la pace di Caltabellotta la sanguinosa scena di che era stato parte principalissima, or con l’una or con l’altra delle fazioni guerreggianti, come se quel genio sterminatore non avesse più che fare al mondo, trapassò di malattia in Valenza; e le sue ossa andarono a riposare, com’egli avea ordinato molto prima, in un sepolcro posto a piè di quello del re Pietro[200]. Minore di lui di gran lunga fu Giovanni di Procida, e pur la capricciosa fortuna in oggi fa suonare assai più questo nome. Di ministro abilissimo del re d’Aragona, le corrotte tradizioni istoriche l’han fatto liberator di popoli, l’han posto a canto a’ Timoleoni ed a’ Bruti, han dato a lui solo quel che fu effetto delle passioni e della necessità di tutto il sicilian popolo; alle virtù ch’egli ebbe, sagacità, ardire, prontezza, esperienza ne’ maneggi di stato, hanno aggiunto le cittadine virtù ch’ei non ebbe, che violò anzi, tramando pria co’ nemici, poi brigando sfacciatamente contro la siciliana rivoluzione, quando la ristorò Federigo. Oscuro morì in Roma costui in sull’entrar dell’anno milledugentonovantanove[201], innanzi che per prezzo d’infamia e per clemenza degl’inimici tutto riavesse il suo stato in terra di Napoli[202].

Tra questi e quanti altri o sudditi o principi furon grandi ne’ fatti nostri di quel tempo, sospinti da ambizione a vizi non senza glorie, spicca per una candidissima fama la regina Costanza, avvenente della persona[203], bellissima d’animo, per le care virtù di donna, e madre, e credente nel vangelo. La fine di Manfredi avvelenò il fior degli anni suoi; poi, se vide punito lo sterminator del sangue svevo e libera la Sicilia, ebbe a tremare ad ogni istante pe’ suoi più cari; pianger la morte di due figliuoli, la nimistà degli altri due; nè troppo la poteano far lieta le nozze della figlia nell’abborrita casa d’Angiò. Nacque e fu educata in Palermo[204]: tornata in Sicilia per sì strane vicende, la governò dolcemente dopo la partenza di Pietro; dettò alcuna legge che infino a noi non è pervenuta; fu amorevole coi sudditi, fino con la insopportabile Macalda. Non ebbe ambizione, lasciando prima a Pietro, poi a’ figliuoli, la corona di Sicilia, ch’era sua per dritto di sangue: nè tal moderazione nacque da pochezza d’animo in costei, che ben seppe in pericolosissimi tempi provvedere alla difesa della Sicilia; e due fiate con assai destrezza salvar Federigo dalla fazione nimica a’ siciliani interessi. Quetata la coscienza con la benedizione papale; posate poco appresso le tempeste di Sicilia, l’anno medesimo milletrecentodue finì i suoi giorni in Barcellona, ove attendeva a fabbricar munisteri e ad altre opere che nella vecchiezza le suggeriva cristiana pietà. Ma in tutto il corso di questa virtuosa e infelice vita, forse non soffrì maggiore strazio, che nel tempo di cui sospendemmo per poco il racconto; vedendo allora, senza alcun chiaro di speranza, l’un contro l’altro armati Giacomo e Federigo[205].


CAPITOLO XVI.

Ribellione de’ feudi dell’ammiraglio in Sicilia. È spenta, ed egli sconfitto da’ nostri sotto Catanzaro. Preparamenti di Giacomo e di Federigo. Il primo sbarca sulla costiera settentrionale dell’isola; passa ad assediar Siracusa. Fatti della guerra guerriata che s’accende in Sicilia. Giovan Loria vinto e preso nello stretto di Messina; sciolto l’assedio di Siracusa; e Giacomo torna in Napoli e in Catalogna. Nuovo passaggio di lui in Sicilia. Parlamento di Messina. L’armata siciliana debellata dalla catalana a capo d’Orlando. Estate del 1297–4 luglio 1299.

Incominciò Loria il servigio del novello signore, con ritentar tradimento all’antico; arrischiatosi a venire in Sicilia con un sol velocissimo naviglio; non però tramando sì cauto, che Federigo non n’avesse spia: il quale, come era ardente di vendetta contro l’ammiraglio, fe’ armar navi che l’appostassero alle isole Eolie. Scampò Ruggiero per navigar guardingo, e darsi a una rapida fuga come scoprì i nostri, che non seppero o non vollero raggiugner l’antico lor capitano; ma tal contrattempo pur bastò a rompere tutti i disegni. Perchè risaputosi, Giovanni Loria nipote dell’ammiraglio e cresciuto da lui come figliuolo, ancorchè carissimo a Federigo, lasciava improvviso la corte, per levar l’insegna della guerra in Castiglione; tentava Randazzo indarno, armandosi il popolo contro i suoi partigiani[206]; poneva a sacco ed a guasto il vicin villaggio di Mascali; ma non potè altrimenti offendere il re e il paese senza la persona di Ruggiero. Federigo senza dimora il bandisce nimico pubblico; strigne d’assedio le fortezze feudali dell’ammiraglio; ponendosi ei medesimo a campo a Castiglione, importantissima tra tutte per esservisi chiusi con Giovanni Loria, Guglielmo Paletta quel valoroso del ponte di Brindisi, Tommaso di Lentini[207], e molti altri guerrieri di nome, congiunti o clienti dell’ammiraglio. Indi con assai sangue, ma non lungamente, si travagliò quest’assedio nella state dei novantasette; finchè oppugnato da tre bande il castello, crollato da’ tiri delle macchine, fuor di speranza d’aiuto di là da’ mari, Giovanni s’arrendè, salve persone ed averi, e passò in Calabria con Ilaria moglie sua, figliuola del conte Manfredi Muletta, Ruggier Loria figliuol dell’ammiraglio, e tutta lor amistà. Francavilla s’era già data a’ Messinesi, venuti a osteggiarla. Il castel d’Aci, foltissimo sur una roccia che bagnasi in mare, tenne contro gli assalti de’ Catanesi. Ma venutovi Federigo dopo la resa di Castiglione, fece costruir una torre di legname, alta a pareggio delle mura, mobile su ruote interne, congegnata con un sottil ponte che s’addimandava cicogna, la quale approcciata a una picciola gittata di mano, fe’ tosto calare il presidio ad arrendersi. E così fu spenta in Sicilia la ribellione dell’ammiraglio[208].

Nello stesso tempo la fortuna peggio l’umiliava in Calabria. Con un grosso di cavalli di re Carlo[209] si pose egli a sfogare il fresco dispetto, sugli acquisti nostri di quelle province, mescolando pratiche e forza[210]; che fin tirò Blasco Alagona a un abboccamento, per tentarlo, o metterlo in sospetto di Federigo; ma riuscì solo a questo intento. Il dubbioso principe chiamava Blasco in Sicilia: e Loria colsene il tempo a ribellar la città di Catanzaro, e patteggiar col castello che si desse a capo a trenta dì, se non fosse soccorso. Nè a ciò Federigo, impacciato in quegli assedi in Sicilia, ben potè riparare. Rimandò in fretta in Calabria il generoso Blasco e con esso Calcerando e Montecateno; ma la più parte dei feudatari non fu pronta a partirsi dalla Sicilia, per anco non queta; talchè il termine strignea, nè v’avea de’ nostri meglio che dugento cavalli, raccolti a Squillaci, mentre Loria con quattrocento minaccioso aspettavali. Era la notte anzi il trentesimo dì, e Blasco, fitto in questi pensieri, sforzavasi indarno a rifocillarsi con un po’ di sonno, quando un de’ suoi scorridori affannoso viene a dirgli, esser testè giunto al campo nimico Goffredo di Mili con trecento cavalli. Saltò Blasco dal letto; l’afferrò pel braccio, e «Taci, gli disse, o morrai; niuno de’ nostri nol sappia:» e il cresciuto pericolo dileguò nel suo grand’animo ogni dubbio al combattere. Innanzi dì, consultatone con gli altri due capitani, fa cibar le genti; muove da Squillaci su Catanzaro. Giunsero a vespro, in un vicin rispianato tra letti di torrenti, che s’addomandava Sicopotamo, e trovaron Loria uscente a battaglia.

Settecento cavalli avea, con ventiquattro bandiere di signori, ordinati in tre linee: e comandava egli il primo squadrone, l’altro Reforziato cavalier provenzale, l’ultimo Goffredo di Mili. De’ siciliani uomini d’arme, partitisi ventiquattro anzi il combattimento, restaron centosettantasei, che Blasco, per la pochezza del numero, strinse in una sola schiera, toltone un drappelletto che pose all’antiguardo con Martino Oletta: e della battaglia ei comandò il centro, la destra Calcerando, Montecateno la manca; i lati assicurò con almugaveri e gente dell’armata, sparsi sulle ripe di due torrenti. In tal postura aspettavan lo scontro.

Dall’alto al basso caricò l’ammiraglio con la prima banda; nè pur fe’ tanto, che rompesse il nostro antiguardo: onde, perduta la foga, da paro a paro cominciò a combattere, e impedì Reforziato, che seguiva a corsa con l’altra schiera credendo compier la vittoria. Si distende Reforziato dunque su i fianchi dell’oste siciliana; donde i fanti a furia di dardi e sassi il ributtavano con molta strage. Ma Goffredo di Mili, movendo con la terza schiera, perplesso per l’inaspettata resistenza, postosi a canto a Ruggiero, per la strettezza del luogo, o non l’aiutò, o l’impacciò, mentr’ei si travagliava duramente con Blasco: ambo ostinati, l’uno, dice Speciale, per uso alla vittoria e fidanza nel numero; l’altro per vedere i suoi sì feroci e serrati, e non aver giammai voltato faccia in battaglia. Ruggiero, ferito al braccio, mortogli sotto il cavallo, sparve un istante in mezzo la mischia; la sua bandiera, assalita da un nodo di uomini fortissimi, balenò; l’alfier che la reggea, ferito in volto, non vedendo più il signor suo, die’ le spalle alla zuffa. Allor Blasco con terribil voce incalza, gridando: «Avanti, cavalieri, or che cede il mico:» e i Siciliani, nel decisivo momento fatti maggiori che uomini, aprono gli squadroni nimici, li squarciano e sparpagliano. Di qui «Alagona» gridan essi, di lì «Aragona» le genti dell’ammiraglio, sperando invano l’usata vittoria in quel grido; e or nocque, perchè Goffredo Mili, nell’agitazione e rovinio del conflitto, credendo sentirsi gridar Alagona a’ fianchi, come circondato e perduto, fuggì, traendo con sè le altre schiere; e fece compiuta la disfatta. Caddervi i figliuoli di Reforziato e di Virgilio Scordia, Giordan d’Amantea e nobili molti. Reforziato stesso fu preso, ma fuggì, corrotte le guardie; assai più camparono per la notte sorvenuta. Il gran Ruggiero, ferito, a piede, obbliato da tutti i suoi nella rotta fuga, s’ascondea sotto una siepe, aspettando da un momento all’altro i nostri guerrieri e la morte; quando a caso il vide un suo famigliare che fuggiva, e smontato in un attimo, gli die’ il proprio cavallo. Piangendo di rabbia, risaliva in arcioni l’ammiraglio; anch’egli, a spron battuto dileguandosi innanzi i nostri, si rifuggiva a Badolato; e dava poi grande avere nel reame di Valenza a questo fedele, che con tanto pericol suo il tolse a indubitabil morte. Ma se il capo di Ruggiero non fu tra i premi di questa giornata, bastò ai nostri avergli dato la prima rotta ch’ei toccasse in sua vita: un pugno d’uomini, in mezzo al paese nimico, incontro a tal capitano, vinse tre tanti e più del suo numero. Si tornarono la dimane a Squillaci; e non che mantenere il castello, Calcerando ripigliò la terra di Catanzaro, ove gli avanzi della gente nimica non osaron far testa[211].

Non guari dopo Bernardo Sarriano, audace capitan di navilio finchè ebbe Siciliani, volto a parte nimica, assaltava Malta con un armatetta, tentava Marsala; e, deluso nell’una e nell’altra impresa, tornavasi a’ porti di Napoli; non aspettato Federigo, che a’ primi avvisi armò in fretta in Palermo ed altrove una trentina di galee, con le quali pensava andar egli stesso. Senz’altra fazione d’importanza finì poi l’anno novantasette, e tutto il verno. Federigo, con Manfredi Chiaramonte e Vinciguerra Palizzi, macchinava contro lo ammiraglio, or di spegnerlo per una mano di uomini risoluti, allettati da gran premio; or di sfidarlo a duello per un campione, che fu il famoso difenditor di Girona, Ramondo Folch, visconte di Cardona; e dovealo appellar di tradigione secondo gli usi di Barcellona o il foro aragonese, e in duello ammazzarlo, o almeno, tirandolo in Ispagna, toglier tal mastino dal collo a Federigo[212]. Ma nulla approdaron queste pratiche contro Ruggiero. Un Montaner Perez de Sosa, mandato alsì da Federigo in Catalogna ad attraversare i preparamenti della guerra, non trovò riscontro ne’ popoli; e per poco scampò dalle mani di re Giacomo[213], infiammato nella causa, come diceanla, della santa Chiesa, dal danaro che il papa e Carlo gli porgeano[214]. Perchè Loria, trafitto dall’onta di Catanzaro, ma feroce in volto e superbo come per vittoria, era andato a re Carlo, a far grande scalpore della vergognosa fuga dei suoi, e che nulla s’otterrebbe senza il re d’Aragona: onde Bonifazio, visto che qui n’andava tutta la fortuna della guerra, die’ a Giacomo quanto ei volle; tollerò ch’ei tardasse la restituzione degli stati di Giacomo re di Maiorca, sollecitata efficacemente dal re di Francia; snocciolò dalla camera apostolica i danari raccolti da quelle province, che il pio Costantino, scrive Niccolò Speciale col fiero piglio del Dante, il pio Costatino ad altro uso largiva a Silvestro poverello. Questa moneta armò contro la Sicilia Aragonesi, Catalani, Francesi, Provenzali, Guasconi, Italiani e altre genti; di che fornite a un di presso ottanta galee, fatta tregua col re di Castiglia, navigava re Giacomo a Ostia[215], entrando la state del novantotto.

E Federigo, fatto ammiraglio Corrado Doria, che avea nome di valente in mare, armava sessantaquattro galee; forse con grande aiuto dei Messinesi, ai quali in questo tempo raffermò la franchigia delle dogane di mare e di terra, e diede immunità dalle collette, imprestiti e tutte altre esazioni, per premiarli del passato, e ingaggiarli a nuovi sforzi di fede e valore[216]. Gravate queste galee, oltre i soldati d’armata, di settecento cavalli, impedimento in mare, in terra pochi, salpò di Sicilia, proponendosi antivenire l’arrivo della armata d’Aragona a Napoli. Federigo sulla capitana, spiegando lo stendardo reale di Sicilia, seguito da lunga fila di galee, solcava il golfo di Napoli, a suon di trombe, in atto baldanzoso e minaccevole, senza ch’alcuno uscissegli contro; gittava l’ancora ad Ischia, che teneasi per lui; ove soprastato un bel tratto, fe’ inaspettato ritorno in Sicilia. Speciale il dà ad ammonimento del fratello, che volendo fare romore e non danno, mandava da Roma ad avvertirlo, non arrischiasse tutte le sue sorti lungi dalla Sicilia. Ma ne’ fatti dell’uno e dell’altro in questo tempo, si scorge tutto il contrario che moderazione e pietà di fratelli; onde più probabil sembra che per la flotta sua non provveduta, per avvisi della nimica sì forte, e sopra ogni altra, per non saper che si fare nè egli nè il Doria, buoni soldati ma infelici capitani d’armata, abbandonavano un disegno maggiore assai di loro, mal copiato da que’ maestri assalti di Loria dell’ottantaquattro e dell’ottantasette. Tornò dunque Federigo in Sicilia a munir castella e ordinar forze terrestri. Giacomo, di Roma andò in Napoli con la flotta; e dopo lunghi consigli, affrettandosi tanto che non aspettò stagione, fe’ vela sopra Sicilia a ventiquattro agosto del novantotto[217], con gran podere di navi e di genti[218]; seguendolo non guari dopo, Roberto duca di Calabria, erede della corona di Napoli; e portando con loro, come usato stromento di guerra, un legato della corte di Roma, che fu il cardinale Landolfo Volta[219].

Messe in terra le genti vicino Patti, drizzata quivi la flotta, occupava Giacomo l’indifesa città il dì primo settembre: e principiò da questa banda l’impresa di Sicilia, per consiglio di Ruggiero, ch’ebbevi già molte castella, ed or, agognandone il racquisto, il procacciava con dir più agevole in quelle regioni per le sue molte clientele lo effetto delle armi. E in vero i collegati fondarono assai su le pratiche, aiutandole con la scena, niente spiacevole a Bonifazio, del rendersi la Sicilia non a casa d’Angiò, ma alla romana corte, di cui Giacomo si nominava capitan generale, ed esercitò con tal sembianza atti d’autorità, che avrebbero dovuto svegliare a gelosia la corte di Napoli, s’ella fosse stata in tali condizioni da potersi risentir delle usurpazioni de’ suoi alleati, dalle quali tornavate immediato comodo[220], S’aggiunse a questo la riputazione de capitani; quando insieme col nome di Loria, suonava quel di Giacomo, principe non caro all’universale in Sicilia, ma intimo con parecchi baroni, riverito da molti per consuetudine a obbedirlo, e ridottato da’ più per arti di regno e valore in guerra. Indi lo sbarco si divulgò per tutta l’isola con terrore; e, sedotte da Ruggiero, s’arreser le castella di Milazzo, Novara, Monforte; San Piero sopra Patti e poche altre. Ma la più parte delle terre d’intorno, non curando lusinghe nè spaventi, tenne per la siciliana causa[221]. Il re d’Aragona, consumati poco men che due mesi senza maggiore acquisto, cercando alla flotta sua un porto vernereccio più capace, pensò impadronirsi di Siracusa. Andovvi allo scorcio d’ottobre, rinforzate prima le occupate castella; e trovò Siracusa sì gagliarda, da non mancare allo antico suo nome.

Attendatasi la formidabil oste di Giacomo sulla costiera ond’esce in penisola la moderna Siracusa, ch’era di già misero frammento dell’antica, si sparse depredando per la campagna; drizzò le macchine contro il castello dell’istmo; poi die’ furiosi assalti di terra e di mare; e sempre fu niente alla città, forte e fedele, comandata dal pro Giovanni Chiaramonte. Sdegnò costui fin d’ascoltare i messaggi dello insidioso re d’Aragona. Penetrò una congiura, macchinata da chierici, che per promessa di dignità ecclesiastiche, accoppiando simonia a tradigione, profferiano a’ nemici la torre della porta Saccara; i quali furon puniti nel capo. Con estrema costanza i Siracusani patiron la fame: per quattro mesi e mezzo il re d’Aragona indarno li strinse con ogni argomento d’assedio. In questo tratto, di ferro e di morbi scemavasi l’oste; nè più s’allargava in questa orientale, che nella settentrional regione. Buscemi, Palazzolo, Sortino, Feria, Buccheri, gli s’arresero; e Buccheri pochi dì appresso tornò in fede. Mandatovi da re Giacomo il conte d’Urgel a ripigliarla, con un forte di cavalli e di fanti, i terrazzani, rustici e fieri, al dir di Speciale, diersi a combatterlo dall’alta lor postura, con una tempesta di selci, talchè mal concio si ritirò. Ma que’ ch’a furia di popolo avean vinto, la notte fur presi d’un vano timore che non tornassero i nimici con maggior forza; onde la terra sì egregiamente difesa contro gli armati, senz’alcuno assalto abbandonarono. Tal è senza capi la moltitudine. Tali passioni in quel tempo infiammavano i Siciliani, fin delle terra più rozze, ove non son ordini da rendere util valore una natura animosa e pugnace[222]!

Ondechè Federigo, consigliandosi di far guerra guerriata al nemico che non potea fronteggiare con giusto esercito, ragunò il più che potea genti a Catania, nè troppo discosto, nè troppo vicino al nimico, per vietargli, senza battaglia, di spargersi per l’isola, Nè perchè la città di Patti, tornata al suo nome, l’invitasse all’assedio della rocca, ov’eransi chiuse le soldatesche nimiche, lasciò Federigo l’importante sua postura. Manda a Patti uno stuol di Catalani sotto Ugone degli Empuri, di Messinesi sotto Benincasa d’Eustazio, di Catenesi sotto Napoleone Caputo e altri Siciliani. Ei da Catania confortava i Siracusani a tener fermo, forse con aiuti, certo con larghe concessioni di franchigia nelle dogane, e abilità a legnare nei boschi regi: e redintegrò i confini antichi del territorio; die’ loro la proprietà d’alcuni poderi[223]. Non lungi dal re, Blasco Alagona stava con un pugno d’audacissimi, a volteggiar, dice lo Speciale, intorno i nimici alloggiamenti, come lupo che non osa assalire i mastini, ma rabida fame lo stiga al ratto. In questo tempo Giovanni Barresi, barone siciliano d’illustre prosapia, ribellatosi da Federigo, per animo non curante del pubblico, ed error di troppa scaltrezza a speculare il privato suo bene[224], die’ agli stranieri le castella di Naso e Capo d’Orlando nel settentrione, la forte Pietraperzia nel cuore dell’isola. Sperando quivi sicuro asilo, i mercenari di Giacomo si avventurarono allora a cavalcar il paese più addentro che non soleano. Seppelo Blasco dai suoi rapportatori, e li appostò in Giarratana al ritorno di Pietraperzia. Una notte dunque di folgori e tempesta, mentr’essi, carichi di bottino, venian sicuri al campo, si trovano avviluppati nell’agguato di Blasco, tra sentieri mal noti; nè seppersi difendere, nè trovar via alla fuga. Berengario e Ramondo Cabrera, Alvaro, fratello del conte d’Urgel, con più altri andaron prigioni; pochi scamparono. E Blasco, tutto lieto della prima vittoria contro i Catalani, recò a Federigo in Catania le funate de’ gregari, legati a dieci a dieci, e sciolti, sotto buona scorta, gli uomini di paraggio[225].

Più segnalato avvantaggio s’ebbe per mare. Saputo l’assedio del castel di Patti, spiccavansi al soccorso dal campo sotto Siracusa trecento cavalli capitanati dall’ammiraglio, e venti galee cariche di vivanda con Giovanni Loria. Dei quali l’ammiraglio, con ardire e fortuna, cavalcando per lo mezzo della Sicilia nemica, giunse a Patti, e dileguò l’assedio; perchè i nostri, com’era intendimento di quella guerra, scansaron venire a giornata: e dato lo scambio al presidio del castello, stracco o dubbioso nella fede, velocissimo al campo tornò Ruggiero. Dopo lui giunse a Patti l’armatetta di Giovanni, e vittovagliò anco il castello, ma non fu felice al ritorno, Perchè Federigo vedendo qual destro gli offriva la fortuna, di combattere contro una punta sola delle navi nemiche, sopraccorre di Catania a Messina; gittasi nelle braccia dei cittadini, scongiurandoli a montar sull’armata; nè molto penò a infiammarli, sì che avean allestito sedici galee, quando si seppe da’ riconoscitori l’armatetta catalana navigar ne’ mari di Mirto, e poi fur viste le prime galee, che abbandonate da’ venti si sforzavan remigando a valicare lo stretto. S’odono in Messina squillare le trombe per ogni contrada; corrono armati al mare giovani e vecchi; il fratello, scrive Speciale, chiama all’armi il fratello, il padre non respinge i figli che il seguono al rischio; in tutti è una brama, di perire o pigliar vendetta di cotesti Catalani, predon venderecci, venuti a portar guerra ingiusta a’ lor liberatori della vittoria di Roses. Disordinatamente vogan dunque i Messinesi all’affronto, con tal furore che il disordine stesso non nocque. Per breve zuffa, senza molto lor sangue, trionfarono de’ nemici, contrariati dal vento; ogni galea messinese ne cattivò una Catalana; le altro quattro si salvaron fuggendo; ma Giovanni Loria restò tra i prigioni. Al ritorno de’ vincitori, non furono spettacol nuovo a Messina, un re piangente di gratitudine che mescolavasi tra il popolo e combattenti; le donne che traeano agli altari, recando la offerte votate nell’ansietà del rimirar la battaglia. I prigioni più notabili furono chiusi in castello; i minori in altre carceri di Messina e di Palermo, ch’eran Catalani la più parte, e i nostri, com’è aspro il risentimento dopo dimestichezza e vicendevoli obblighi, non contenendosi che non aggravassero la prigionia col dileggio e chiamaronli garfagnini[226]. Dopo questo disastro poco giovò ai nimici la ribellione di Gangi; ove se vennero il traditor Barresi, Tommaso Procida, e Bertrando de’ Cannelli, catalano, a confortare la terra a difesa, non tardavano a presentarsi ostilmente con armi siciliane Matteo di Termini, maestro giustiziere, uom nuovo, ascendente a possanza nella corte di Federigo, e Arrigo Ventimiglia conte di Geraci s d’Ischia, d’antica nobiltà e nimistà a parte angioina[227]; i quali trovando ostinati i terrazzani e fortissimo il luogo, davano il guasto al contado[228]. Ma un altro più grave effetto ebbe il combattimento del Faro. Perchè arrivate al campo di Siracusa le navi fuggenti, ristretti a consiglio Giacomo, Roberto e il legato, co’ principali capitani, consideravano la resistenza durissima di Siracusa, da non vincersi di leggieri: le molte migliaia mancate all’oste[229]; la flotta menomata, ch’essi in paese nemico non potrebbero ristorare, ma ben i Siciliani la loro, incoraggiati dall’ultima vittoria: e certo fu tra le principali ragioni, che la guerra andava in lungo, e gli stipendi della gente catalana correano scarsamente[230]. Perciò, messo il partito da un Pietro Cornel, assai riputato tra i condottieri di Giacomo[231], si deliberò la ritirata. Raccolsero sulle navi gli arnesi e le tende di maggior prezzo; poser fuoco agli alloggiamenti; e l’armata fe’ prora a settentrione. Lasciati da cinquecento cavalli e duemila fanti nelle occupate fortezze, il re d’Aragona, pria di partirsi di Sicilia, sostava a Milazzo, ridomandando a Federigo le sedici galee co’ prigioni; e promettea che mai più non tornerebbe a’ suoi danni. E forse, quant’era stato bene una volta non ascoltar Giacomo, tant’era in questo incontro assentirgli; e Vinciguerra Palizzi sostenealo caldamente nel consiglio del re, mostrando che a sì grande utilità potea ben sagrificarsi un po’ di vendetta. Corrado Lancia, per lo contrario, stigava Federigo ch’usasse la fortuna; che rispinto ogni accordo, di presente uscisse con l’armata a combattere i Catalani fuggenti: e il re, che non sapea reggersi fuorchè ad altrui consiglio, seguì per abitudine quel di Corrado. Data dunque tal risposta ai legati d’Aragona, Federigo, per novella ira di qualche parola di Ruggier Loria riportatagli in mal punto, affretta il supplizio di Giovan Loria e di Giacomo Rocca, condannati nel capo dalla gran corte, a ragione, per ch’eran rei di tradimento; ma costò poi molte lagrime alla Sicilia. Intanto infellonito contro il fratello, messa in punto tutta la flotta in pochi dì, montovvi Federigo, cercando battaglia. Gliela tolsero un vento fortunale che si levò, e la prudenza di re Giacomo, il quale amò meglio affrontar la tempesta, che il fratello in quell’ira; non sappiam se mosso da carità del sangue, o da coscienza delle proprie sue forze. Perdute due navi tra le isole Eolie, tornossi di marzo del novantanove a Napoli; ove Bianca gli partorì un figliuolo, ei fortuneggiò tra vita e morte in breve malattia, e appena sorto dal letto, sopraccorse in Ispagna ad assicurar le sue frontiere minacciate. Federigo, battuto e mal concio dalla tempesta, si ricolse nel porto di Messina. Nè andò guari che Manfredi Chiaramonte ridusse Pietraperzia; il re stesso, con maggior oste e più duro assedio, Gangi, uscitini a patti i tre baroni nominati dianzi; ed ebbe alsì le castella occupate dai nimici presso Siracusa. Quelle della costiera di tramontana, già vicine ad arrendersi non ostanti i soccorsi di Napoli, instando all’assedio Federigo, furon liberate dal nuovo passaggio de’ Catalani[232].

Così allenando in primavera del novantanove, ambo le parti ripigliavan forze al nuovo conflitto. Papa Bonifazio, superbo di questo gran colpo di scatenare il fratello contro il fratello, sì che scrivealo fra le principali sue geste in accrescimento del nome cristiano, e vantavasi delle notti vegliate a macchinarlo, e della moneta gittatavi[233], raccolse allora sotto il patrocinio della Chiesa il reame di Aragona, che, assente il re, i vicini nol turbassero; die’ a Giacomo per la guerra siciliana le decime ecclesiastiche de’ suoi reami, e il vescovo eletto di Salerno, legato apostolico da maneggiar censure e perdoni[234]; ma questa fiata men prodigo fu di danari. Smorzava ciò lo zelo di Giacomo, ch’era cominciato a pentirsi, e tornò ciò non ostante a Napoli in fin di maggio[235], perchè l’anno innanzi, fidandosi ne’ sussidi di Bonifazio e di Cario, s’era vincolato a pagar egli i soldati, e indi i debiti stessi lo strinsero a continuar nel servigio de’ due potentati italiani, e raddoppiare gli sforzi alla vittoria. Par che in questo tempo una speranza inaspettata di libertà s’offrisse ad Arrigo, Federigo ed Enzo, figli di Manfredi, per la necessità in cui era Carlo II di far ogni piacere del re d’Aragona, o per altro disegno che non saprebbesi indovinare; e che il disegno o il desiderio dì Giacomo si dileguassero prestamente per la ragion di stato che volea sepolti vivi i veri eredi del trono di Sicilia. Dicemmo già ch’essi, con la sorella Beatrice, passaron dalle fasce alle tenebre e all’oblio della prigione. Ruggier Loria alla prima vittoria del golfo di Napoli ridomandò ben la Beatrice, minor sorella della regina Costanza; non però i tre giovanetti ch’avrebbero conteso alla casa d’Aragona ogni dritto su la Sicilia, e, se non dalla corte, certamente dal volgo, si credeano spenti. Carlo II ordinava a un suo cavaliere il venticinque giugno del novantanove, che li traesse dal castello di Santa Maria del Monte; li vestisse, li provvedesse di cavalli, e liberi li mandasse alla corte di Napoli. Ma la storia nulla ci dice di loro; ed è evidente che i nipoti del gran Federigo, o furon vittima di qualche misfatto, o la loro liberazione fu contrabbandata, o tosto tornarono alla prigione, perchè non s’avviluppasse maggiormente con questi altri pretendenti la gran lite di Sicilia[236].

Il re d’Aragona, che per certo facilmente s’acquetò alla sventura de’ fratelli della madre, seppe cavar moneta il più che potea dallo esausto erario di Napoli[237]. S’acconciò col suocero che questi gli pagherebbe il rimagnente delle spese della passata impresa, sottilmente computato tra i commissari dei due re, per ventimila quattrocento ottantanove once d’oro, obbligandovi Carlo tutti suoi domini, e specialmente l’isola di Sicilia, se avvenisse di racquistarla; e si pattuì ancora, che ripigliando la guerra, lo Spagnuolo avrebbe pronta moneta, nè si farebbero mancare i sussidi per lo innanzi[238]. Crebbero per cagion di sì gravi spese le penurie della corte di Napoli; ch’indi in questo tempo veggiamo, mal sovvenuta da’ popoli con mendicati doni più tosto che tasse, vender gioielli, e più precipitosamente ingaggiarsi co’ mercatanti toscani che le davano in prestanza, le maneggiavano i cambi, e, come co’ falliti si fa, toglieansi in pagamento le entrate più spedite[239]. Portan la stessa sembianza gli stentatissimi pagamenti alle soldatesche di Giacomo[240]; la sollecitudine della romana corte a farsi promettere da quella di Napoli il valsente di tanti poderi, per la massa enorme de’ debiti che si erano ammontati, di censo alla Chiesa, d’imprestiti dei suoi mercatanti, di sovvenzioni per la guerra, di sovvenzioni per la dote della figliuola, con che comperaron Giacomo re d’Aragona[241]. Per questi travagli ancora, re Carlo vedea nel reame di Napoli prorompere assalti e guerre private, come avviene ove mal reggasi il freno degli ordini pubblici[242]; avea a temer sudditi volti a praticare con quegli stessi minacciati ribelli di Sicilia[243]; era necessitato a porre magistrati con istraordinaria autorità nelle città più grosse, ove i consueti modi del reggimento rendeansi inefficaci[244]. Donde furono debolissimi in tal tempo i nerbi di guerra d’un reame, che dapprima avea armato contro la Sicilia tanti eserciti, tante flotte; nè per numero d’uomini, nè per mole di preparamenti fallò che non la domasse.

Ed or fu costretto Carlo ad accattare l’armata dallo Spagnuolo, nè vi sopperì del suo che poche galee, e remiganti, vittuaglie, attrezzi, ch’erano il frutto di quegli ultimi disperati imprestiti di moneta[245]. Poco men tristo fu per vero l’esercito di milizie feudali, compagnie di venturieri, e in qualche caso fanti armati dalle città[246]; e pur non ebbero tanta forza che sbarbassero di terraferma le nostre soldatesche, varie, ribalde, senza disciplina, senza paga. Non che nelle Calabrie sì vicine a’ nostri aiuti, non valser gli sforzi di re Carlo contro picciole castella di Principato stesso, contro le isolette a veggente di Napoli; e fa d’uopo che si volgesse a procacciar tradimenti, aiutandol Giacomo con la sua riputazione appo gli antichi suoi condottieri siciliani e spagnuoli, ch’or teneano per Federigo. Il pro Ruggier Sanseverino conte di Marsico, e quel Ruggier Sangineto che delle romane virtù imitava bene le snaturate ed atroci, or mostraronsi peritissimi a servir Carlo nelle novelle sue vie. Si pensò mandar la flotta catalana sopra Ischia, Procida, Capri, che teneano il governo angioino in molto sospetto, e sbarcarvi saccardi di Napoli, Capua, Aversa, che dessero il guasto alle campagne: e mal ritraesi se la fazione fu dismessa o fallì; certo che le tre isole resistettero fino alla sconfitta del Capo d’Orlando[247]. A castell’Abate, sulla meridional punta del golfo di Salerno, che i nostri per tredici anni avean tenuto con mirabile costanza, andò il Sanseverino, men a combattere che a trattar tradimento con alcuni almugaveri del presidio, spagnuoli e siciliani, che passaron di lì a poco a’ soldi dell’Angioino. Sforzato da questi sleali, o da’ terrazzani, Apparente di Villanova capitan del castello, all’entrar di marzo del novantanove pattuiva che darebbe la piazza, salve robe e persone delle sue genti, con immunità larghissime e sicurtà degli abitatori della terra, s’a capo a trenta dì non fosse soccorso da Federigo; il quale non potendo mandar alcuno aiuto, s’arrese alfine il castell’Abate, con vana mostra di venirvi i principi Roberto e Filippo e grande oste del regno[248]. Sembra che per simil guerra tornassero all’ubbidienza del re di Napoli, Rocca Imperiale e Ordeolo, terre in Basilicata e val di Crati, alla cui espugnazione si fece gran ressa. Tenne fermo il castel di Squillaci[249]. Vendè Otranto il traditore Berengario degl’Intensi, catalano, passato co’ suoi venturieri a parte nemica, e rimasovi in dubbia fede, sì che l’imprigionarono; ma poi gli ottenne mercede Giacomo, amico di sì fatti ribaldi[250]. Altri ne fallirono a Federigo in questo tempo medesimo; i quali, al par che l’Intensa, credean colorire il prezzo del tradimento, con farsi pagar dai nemici i loro stipendi, non soddisfatti dal re di Sicilia, o così essi diceano, non trattenendosi forse dalla menzogna poichè s’eran gittati al più vil dei misfatti. Così Giacomo trattò col castellano di San Giorgio in Calabria, e il volse a parte angioina[251]. Guidone Spitafora, che reggea per Federigo la terra di Taverna in Calabria, sedotto da Sangineto, la rese a tradigione, ed ebbesela in feudo. Per simil premio, il Sangineto ordiva che rendesse al nome d’Angiò Martorano anco in Calabria. Precipitavano alla corruzione i privati, tra tanti rivolgimenti e pericoli de’ governi. Precipitava alla corruzione, per troppa voglia e debolezza, lo stesso Carlo II, cui dritto animo e pietà cristiana non ritennero, non che dal trattare i tradimenti delle dette due terre, ma dal por giù ogni pudore, scrivendo in questi casi ne’ suoi diplomi latini: «Onore è ciò che toglie molestia;» che suona bisticcio miserabile in quell’idioma, e bestemmia nel linguaggio dei giusti[252].

Federigo al contrario, sommo magistrato d’un popolo ritempratosi nella rivoluzione, convocando il parlamento a Messina, cospicuo nelle regie vestimenta, dal soglio esordiva con la parola del profeta, «Morire in guerra, pria che mirare i mali del popol tuo.» Vivamente ei dipinse l’ingratitudine di Giacomo, or vegnente con fresche masnade e con due principi del sangue d’Angiò, contro il fratello, contro quest’isola che il crebbe alla gloria, ed egli s’apprestava per gratitudine a guastare e depredare i campi, a rovinar le città, a versare per vil prezzo il sicilian sangue. «Or noi, dicea Federigo, salviam le ricchezze del nostro suolo, antivenendo l’assalto, mentre son intere le forze del reame; combattiamo in mare questi vecchi nemici, le cui cento bandiere veggonsi appese ne’ vostri tempi, questi nuovi avversari, assai più ingiustamente armati contro noi, onde già li sgarammo nella prima prova, e peggio or li confonderà Iddio. Per noi la ragion delle genti; noi per la patria e per le case nostre combatteremo!» Troncò questo parlare la siciliana impazienza, tuonando al solito a gran voce «Guerra»: e per tutta la nazione si fe’ un gran dire contro il protervo Giacomo, un chieder arme, uno stigarsi l’un l’altro alle battaglie ed al sangue. Indi appellati i feudatari e i borghesi, di gran volontà, frettolosi accorreano a Messina. S’apprestò la flotta, di quaranta galee: e saputo già in mare il nimico, poichè tutte le genti fur montate in nave, re Federigo ascese la capitana, riccamente ornata e dorata, e si spiegaron le vele. Il popol di Messina, affollato intorno al porto, le accompagnò con evviva, lagrime, voti[253].

Navigava que’ mari nel medesimo giorno la flotta catalana, rifornita al ritorno di Giacomo, rinforzata di poche galee del reame di Napoli; che salpò il ventiquattro giugno[254], e portava il re d’Aragona, con Roberto duca di Calabria, Filippo principe di Taranto e Ruggier Loria: acceso costui a vendicare il supplizio di Giovanni; i Catalani a lavar l’onta di quella sconfitta; Giacomo a finir presto le brighe di questa guerra. Erano alle isole Eolie, drizzandosi alla più vicina costiera di Sicilia, quando un legno siciliano sottile, uscito a riconoscere, tornò a vele e a remi a darne avviso alla nostra flotta, che, superato lo stretto, prendea già Milazzo. Indi i nostri a dare forzosamente ne’ remi, anelando prevenir lo sbarco; ma il tardo avviso, o i venti, o maggior arte dell’ammiraglio nemico, fecero che già guadagnati i lidi di San Marco, alla foce della fiumara Zappulla, gittate avea le ancore, rivolte le prue al di fuori, in ordine di combattere, quando la siciliana flotta, al girare il capo d’Orlando, l’avvistò. Scoppiava dalle nostre ciurme un impeto d’allegrezza all’aspetto del nemico; fean suonare infino a’ cieli il nautico grido di guerra aur, aur, tolto un tempo da que’ Catalani medesimi; e a testa alta, infelloniti e bramosi, senz’ordine arrancavan sovr’essi. Potè Federigo a stento por freno a questa temerità, tanto più cieca, quanto in brev’ora si aspettavan dai mari di Cefalù otto galee di val di Mazzara con Matteo di Termini; e ’l giorno se n’andava; le navi nimiche si vedean legate sì salde alla spiaggia e tra loro, che non la flotta veneziana e la genovese congiunte alla nostra, diceano i pratichi, l’avrebbero sforzato giammai. A’ risoluti comandi del re, le ciurme ubbidirono, non s’acquetarono; e proverbiavanlo: «Che fa? che dorme? scordò chi siam noi? Invilì Federigo; o riguarda il fratello, e vuoi torcerlo di mano!» Così gonfi da tanti anni di fortuna in guerra, dandola alle lor braccia sole, non curanti s’avessero ammiraglio, o il sol nome, nè dove fosse il gran Loria, tardava loro mortalmente quella notte di state. Placidissima sorrise nel firmamento, mentre negli animi dei mortali bollivan tante ire, tanti pazzi immaginari di combattimenti, glorie, acquisti, vendette, paure. Il cauto Giacomo fe’ sbarcar cavalli e bagaglie e quanti pareano men validi al combattere; chiamò i presidi delle castella; e la mattina a dì, sulla spiaggia, parlando d’alto tra’ suoi baroni, esortava le genti. Dicea dell’ubbidienza alla santa sede; de’ lor maggiori combattenti sempre per la fede; s’ei balenò alquanto, s’era poi ravveduto; ammonito non potersi salvar l’anima del genitore, che sarebbe cruciata da atroci flagelli, finchè non si rendesse la Sicilia: onde tra la pietà del padre e del fratello, la prima avea vinto. «Voltici al buon sentiero, aggiugnea, quante offese non patimmo da questa indomabil genìa di Sicilia, che da noi apprese a combattere! Or eccola; minor di numero, minor di legni, e pur invasa di cotanta baldanza contro gli uomini e Dio! Gastigatela, Catalani!»

Indi con tutta l’oste montò sulle cinquantasei galee ordinate in una linea di battaglia, con le ali distese, da soverchiare la minor linea nostra; e nel mezzo stette la capitana, col re e i figli dell’Angioino. A dirimpetto le s’era locato Federigo, standogli a dritta diciannove, a manca venti galee; e comandava alla poppa della sua nave un Bernardo Ramondo, conte di Garsiliato; alla prora Ugone degli Empuri, fatto conte di Squillaci; nel mezzo guardava lo stendardo reale Garzia di Sancio, con un gruppo di guerrieri fortissimi. Erano d’ambo le parti, noti, amici, congiunti; capitani due fratelli; come in guerra civile. Perciò più rabbiosamente, di qua di là mossero all’affronto, il sabato quattro luglio milledugentonovantanove, poco appresso il sorger del sole. Alle spalle de’ nemici la riva di San Marco, a dritta il capo d’Orlando; venian di fuori i nostri. S’udì squillo di trombe, fracasso di grida, tonfo di remi, e in un attimo sparve il mare di mezzo.

Con le armi da gitto trassero gran pezza, e non a voto. Ma Gombaldo degl’Intensi, giovin feroce, vago di gloria, e fors’anco di vendicare il suo nome, deturpato dal fratello traditor della Sicilia, sdegnando quel combattere da lungi, tagliata la gomona che il legava alle altre galee, la nimica fila investe. Due navi gli furo addosso dalle bande, una da prua; dan di cozzo, vengono all’abbordo: e Gombaldo, con bell’ammenda della temerità, contro tal pressa difendeasi, ancorchè ferito, e fieramente ributtava i nemici. Strettasi pertanto la mischia per tutta la fronte, incominciò più micidial furia di sassi e dardi vibrati da presso: le navi ad urtarsi di prua, di costa, a dar co’ remi su i remi dei nemici; ostinatamente infino alla sesta ora del dì, con molto sangue, senza avvantaggio d’alcuno, si combattè. Federigo cercava Giacomo; estremo orror si vedea in questa battaglia, se non si trovavan di mezzo le altre navi, ingaggiate e accanite tra loro, che tolsero di riscontrarsi a’ fratelli. Sotto la sferza del sole, nel caldo del luglio, cocente quel giorno oltre l’usato, s’accese ne’ combattenti da fatica, da paura, da rabbia, dal perduto sangue una rabida sete. Nè vino, scrive Speciale, nè acqua la spegnea. Gomabaldo, trafelante, bruciato, date tutte le forze vitali in tante ore di bollente battaglia, cercò un attimo di riposo, s’adagiò sullo scudo, e spirò. L’ardire di costui preparava, la sua morte cominciava la rotta. Guadagnano i nemici alla fine la nave di Gombaldo: avviluppate tra loro con le gomone, co’ remi, mal s’aiutavano le altre nostre galee; quando si sentiron alle spalle ferir da sei navi ordinate a ciò da Ruggiero. Allora, perduta la speranza del vincere, allenarono nella difesa; soprastettero un istante; sei galee diersi alla fuga.

Federigo, dicon le istorie, come vide piegare i suoi, risoluto a morire, chiedea di Blasco, che fianco a fianco spargessero il lor ultimo sangue; alla ciurma gridava: «Non restargli altro che la vita a dare per lo popol suo;» e per vero gittavasi disperatamente tra le navi nemiche, se non che d’un subito, vinto anch’egli da passione, caldo, fatica, stramazzò tramortito sulla tolda. Estrema ansietà allor nacque ne’ suoi più fedeli: che farebbesi della persona del re, mentre in ogni attimo era vita o morte? Il conte di Garsiliato pensava di rendere a’ nemici la spada di Federigo; Ugon degli Empuri gli die’ sulla voce; comandò di vogare a Messina; e per disperata forza di remi, la capitana involossi ai nemici, e con essa dodici altre galee. Blasco, che combattea non lasciando mai degli occhi il diletto suo principe, come vide fuggir la nave, posposto a lui ogni cosa, comanda a’ remiganti che il seguano, al suo alfiere che ravvolga lo stendardo; e l’alfiere, rispondendogli che non vedrebbe mai Blasco Alagona lasciar la battaglia, die’ del capo rabbiosamente sull’albero della galea, e cadde semivivo; la dimane spirò. Ferrando Perez il suo nome. Seguirono altri strani casi nella sconfitta. Vinciguerra Palizzi, testè creato gran cancelliere del regno, in cambio di Corrado Lancia che fu sì avventuroso da morire innanzi questo misero giorno[255], Vinciguerra, per antico rancore cercato a morte dall’ammiraglio, sopraffatto da quattro galee, dopo bella difesa, saltò sopra una barchetta vicina a caso, e rifuggissi ad altra nave. Così ancora Alafranco di San Basilio e altri nobili, gittatisi a nuoto. I più, soverchiati dal numero, pugnarono con cieco furore, finchè saliti sulle navi i nemici, incominciò un macello. Perchè l’ammiraglio con sinistra voce urlava: «Vendicate Gian Loria!» e nobili e plebei immolati cadeano, con mazze, coltelli, mannaie, o scagliati in mare: tanto che sostarono i soldati per pietà; e l’ammiraglio pure a comandar sangue, a percorrere le prese navi, più atroce contro i Messinesi, dei quali fu grandissimo lo scempio. Federigo e Perrone Rosso, Ansalone e Ramondo Ansalone, Jacopo Scordia, Jacopo Capece e altri nobili di Messina perironvi; poi per istanchezza si cominciò a far prigioni, a dar di mano al bottino. Pier Salvacossa, fuggitosi non a Messina col re, ma ad Ischia, vilmente cercò la grazia de’ vincitori con render l’isola, ch’avea tre anni prima difeso con singolare virtù[256]. Diciotto galee andaron prese; da seimila de’ nostri morti nella battaglia, o dalla rabbia de’ vincitori. Questa fu la giornata del capo d’Orlando; perduta per incapacità di cui comandava, e minor numero e temerità de’ combattenti: ed allora la fortuna per la prima volta mostrò, lamenta Speciale trasportato da amor di patria, potersi vincere in naval battaglia i Siciliani, che per diciassette anni, in guerre diverse, in orribili scontri, e su lontanissimi liti stranieri, avean riportato senza interruzione incredibili vittorie[257]. Gli storici guelfi, credendo sparger vergogna su i Siciliani, perdenti sì ma con onore poco men che di vittoria, portan rovinate le sorti della Sicilia, tolta ogni difesa, certissimo il soggiogamento, se non che Giacomo nol volle; e a lui appongon anco che chiudesse gli occhi alla fuga di Federigo: non probabili cose, anzi non vere, come il seguito degli avvenimenti dimostrerà.


CAPITOLO XVII.

Giacomo, lasciato Roberto in Sicilia, tornasi a Napoli, indi in Catalogna. Ambo le parti s’apparecchiano a continuare la guerra in Sicilia. Dansi a Roberto varie città; è presa Chiaramonte; altre resistono. Tradimento di alcuni cittadini, che chiamano in Catania i nemici. Effetti di questo nell’isola. Nuovi passi di papa Bonifazio. Sbarco del principe di Taranto. Battaglia della Falconarìa, ove egli è sconfitto e preso. Inganno e combattimento di Cagliano. Luglio 1299, febbraio 1300.

Per molto sangue de’ suoi e vergogna e rimorso, seppe amara a Giacomo questa vittoria. Al far la rassegna delle genti catalane, scorgendo tanto numero d’uccisi, non meno gregari che condottieri e nobili, sclamava: non aver vinto, no, l’infelice giornata. Ma recatigli a funate i nostri prigioni, chinò vergognoso la fronte, nè seppe fare risposta a un vegliardo, che spiccatosi dalla torma, scrive Speciale, squadernò in volto al re quante più pungenti rampogne avean saputo ritrovargli le siciliane lingue fin dal suo primo abbandono; e «A te non chieggiamo, sclamava, il sangue che versammo per mantenerti sul trono, che rifar tu nol puoi, nè il vorresti; ma renda la nazion catalana, sì altera di libertà ed onore, renda i siciliani navigli suoi liberatori, che la tempesta affondò nel mar del Lione!» Le quai parole, o fosser vere, o immaginate dallo storico a ritrar ciò che fremea l’opinion pubblica, peggio or ferivano gli animi de’ Catalani, per cagion del poco utile ch’e’ traean dalla colpa. E in vero dal guerreggiare in Sicilia, Giacomo avea tutto il carico, gli acquisti casa d’Angiò: e anco gli stipendi correan male, per penuria di Carlo, slealtà di Bonifazio; il quale avea ben sovvenuto danari per l’armamento, ma quando gli parve lanciato Giacomo pell’arena, ei chiuse la borsa[258]. Donde il re d’Aragona, che in accorgimenti non era secondo a niuno, si cavò lesto di briga. Ripassa in Calabria a tor le milizie del reame di Napoli, raccolte a Nicotra[259]; le traghetta in Sicilia; e adunati i primi del l’oste, con Roberto e Filippo, apertamente lor dice: aver compiuto le promesse al sommo pontefice, abbattuto le forze della Sicilia; ora veder sì gagliardo l’esercito angioino, che Roberto con l’ammiraglio agevolmente fornirebber l’impresa; quanto a sè, necessità lo stringea di tornarsi in Catalogna. Il che forse non spiacque a Roberto, bramoso di gloria. Il re d’Aragona dunque, da pratico mercatante di guerra, fa il cambio de prigioni siciliani coi suoi dell’altra stagione; que’ che gli soverchiano, lascia a Roberto; e sì le castella occupate, e molti suoi guerrieri di nome; ed ei, con Filippo principe di Taranto, fe’ vela per Salerno[260]. Invano re Carlo volle ingaggiarlo a restare, decretandogli ricca pensione sulla tratta de’ grani di Sicilia, a misura che l’isola si racquistasse[261]; invano accordò privilegi commerciali ai mercatanti catalani con lusinghevoli parole[262]; inflessibil trovò sempre il re d’Aragona, che il vedea affogare tra’ debiti, e tardavagli svilupparsi da lui. Tolta di Salerno la sposa e l’afflitta madre, andò Giacomo a Napoli; ove freddamente accolto dal re, fece breve soggiorno, e ripartì per Ispagna, scontento di tutti, scontento di sè, lacerato da’ novelli amici che abbandonava, nè maledetto manco da Federigo e da’ Siciliani. In vero fu manifesto che il re d’Aragona, incalzando, avrebbe potuto desolare assai peggio il paese[263]: ma pensavasi ai torti suoi passati, più ch’a nuovi danni che oggi risparmiava; nè la sua partita si conobbe da moderazione o carità. E come supporne nel vincitore che lasciò sparger dopo il caldo della battaglia tanto generoso sicilian sangue al capo d’Orlando?

Intanto a Federigo l’avversità rendeva e prudenza e splendore. Come prima rinvenne a’ sensi, vedendosi rapito dalla battaglia, disperatamente chiedea la battaglia e la morte: gridava che mai non tornerebbe vinto in Sicilia; ma cedè tosto a più forti consigli: lottar ancora e regnare. Giunse a Messina, ingombra già di spaventoso lutto, assordata a gemiti e ululati, al nunzio, certo della sconfitta, confuso dei danni: che fosse caduto in battaglia il re; non campato un sol uomo; nessun riparo allo sterminio della patria. Donde al veder Federigo, pur fuggente sulla insanguinata nave, con le reliquie della flotta, si voltò il popolo in gioia, scordando i lutti privati nella speranza di salvar la cosa pubblica. Affollansi intorno a lui ansiosamente i cittadini; dicono a gara che nulla han perduto, quand’egli è salvo; prenda tutto il lor sangue, tutto l’avere per difender la Sicilia. E Federigo rispondea con magnanime parole: reggersi ogni cosa quaggiù ai cenni di Dio; la umana vita avvicendarsi di prosperità e sventure; qual meraviglia se in diciassett’anni di vittorie, toccavasi una sconfitta? nè perduta si tiene la guerra, là dove avanzan uomini, arme, danari; con un po’ di costanza, si rivolterebbe la fortuna; chè niuno mai domò la Sicilia unanime e risoluta. Incontanente scrisse a Palermo, alle altre città, con uguale costanza; appose la sconfitta alle nostre navi, avviluppatesi tra loro; la perdita sminuì, come si suole: esortavale a tener fermo a’ primi affronti de’ nemici; ed egli, saputo ove si drizzassero, là correrebbe con nuove forze. Ma perchè dopo tal crollo, il tempo e la vittoria soli eran rimedio, disegnò Federigo difendersi e temporeggiare; lasciar che i nimici cavalcassero il paese a lor voglia; ma guardare strettamente le terre murate; ei stesso con iscelta gente porsi in Castrogiovanni, l’antica Enna, foltissima città in monte, che sta a cavaliere nel centro dell’isola, comoda a sopraccorrere in ogni luogo. Dondechè, ordinati Niccolò e Damiano Palizzi, fratelli di Vinciguerra, a comandare la città e ’l castel di Messina, e posti fidati capitani nelle altre piazze di maggior momento, disponeasi il re a pigliare il cammino della costiera orientale, sopravvederla, e ridursi a Castrogiovanni[264].

Gli angioini all’incontro, apprestavansi a usar la vittoria di Giacomo. Riebbero entro tre settimane Capri, Ischia, Procida, con romoreggiare appresti di guerra[265], e più per la detta pratica di Pier Salvacossa da Ischia; il quale per cagion della provata virtù in arme, e del novello tradimento, fu fatto protontino d’Ischio, o, noi diremmo, vice ammiraglio, secondo al solo Raggier Loria nel comando dell’armata; ed ebbe lodi del re, e feudi in Sicilia[266], ma non andò guari che meglio nel pagava la spada d’un sicilian soldato. Ma quanto alla Sicilia, che allora non si risguardava com’Ischia, compresero i governanti che, oltre la rapacità e crudeltà dell’amministrazione, quei fatti di Carlo I pe’ quali distruggeansi gli antichi privilegi, erano stati grande incentivo al vespro e alla ostinata nimistade a lor nome. E però tornando al ripiego, che pur tentò quel superbo nell’impresa dell’ottantaquattro, re Carlo II a dì ventiquattro luglio del novantanove, lodandosi molto del proprio pensamento, che insieme dividesse e non dividesse la corona, creava Roberto vicario generale perpetuo nell’isola, con maneggio larghissimo delle faccende civili, e potestà sopra il sangue, sì che fosse nell’isola, dice il diploma, perfetta immagine della regia persona[267]. Insieme con tai pergamene, sforzossi a mandare in Sicilia a tutta possa genti, vittuaglie, moneta per gli stipendi[268]; accortosi della dura fatica che restava, e che per lungo tempo non trarebbe nulla del paese.

E per vero lentissimo progredì dapprima Roberto. Arrendeansi, a lui no ma a Ruggiero, gli antichi suoi feudi, Castiglione, Roccella e Placa; Francavilla seguivali se non era per timor della rocca, tenuta da Corrado Doria. Ma innoltrandosi dalla settentrional costiera per riuscire sulla orientale, Randazzo, principal città in val Demone dopo Messina, die’ prima a vedere, scrive Speciale, che per la rotta di capo d’Orlando, non era vinta, no, la Sicilia. Perchè assaliti da Roberto, dato orribil guasto al contado, i cittadini tenner saldo in molti scontri, soprattutto in uno che durissimo si appiccò alla fonte di Roccaro; dove caduto alcun de’ più feroci Francesi, il duca si ritrasse; e a capo a pochi dì, per consiglio di Ruggier Loria, lasciò anco l’assedio, tardandogli di trovar vittuaglie. Affrettatosi dunque vergo il fertil paese dell’Etna, si rinfrescò alquanto occupando senza contesa Adernò, terra espugnabile; e tosto tramutò il campo sotto la munita fortezza di Paternò. Teneala il vecchio conte Manfredi Maletta, gran camerario del regno, di nobil sangue, carissimo agli Svevi e a’ principi aragonesi, ma uom di toga, uso a viver dilicato; onde tra tedio e paura dell’assedio, al secondo giorno s’arrese. Ciò fu salute dell’oste di Roberto, che per diffalta di vivanda, già era stretta in pochi dì a partirsi o cader nelle mani di Federigo. E più che questo, nocque l’esempio: perocchè gli uomini soglion l’altrui viltà maledire, e maledicendo seguirla, come pretesto a cessar da una pericolosa costanza. Maletta poi trasse la vita pochi più anni in terra di nemici, sovvenuto o insultato da essi con meschini favori; e infame e mendico morì: ma non ha il pondo nè premi nè pene da pagar ciò che sovente fa a una intera nazione un sol uomo[269]!

Per lettere di questo vile, Buccheri, sua terra fortissima, venne in man de’ nemici. L’ammiraglio, portata una punta dell’esercito sopra Vizzini, con sè recando Giovanni Callaro, Tommaso Lalia e Giovan Landolina, presi al capo d’Orlando, l’ebbe per tradimento del Callaro; il quale mostratosi a’ cittadini, che virilmente avean preso a combattere, fu accolto con gioia, com’uomo d’assai riputazione, ed empiamente l’usò a far aprire le porte all’ammiraglio. Tornò questi allora a Palagonia; ove accozzatosi con Roberto, assalgon Chiaramonte, negano i patti che il popol chiedea, dopo le prime scaramucce, sentendosi non bastare alla difesa; e irrompono ostilmente nella città. La prima che in questa guerra del vespro, i nimici occupassero di forza; onde tutta sfogaronvi la ferità de’ tempi: passati gli uomini a fil di spada; sfracellati a’ sassi i bambini; sparato il corpo alle incinte; dopo il sangue e gli oltraggi, adunata una misera torma di donne, solo avanzo del popol di Chiaramonte, fu cacciata e sparsa pe’ luoghi vicini. In questa vendetta le genti angioine fur sole; nella rapina fur prime: spigolarono dietro a loro i saccardi di Vizzini, seguenti con vergogna le armi straniere. Di qui voltasi l’oste a Catania, s’attendò nelle vigne dell’Arena; e dopo tre dì si ritrasse inaspettatamente, fidando in una pratica, più che nella forza, contro città sì grossa, comandata da Blasco Alagona. Per dar tempo al tradimento, assaltava Aidone; respinta dapprima per la virtù di Giovenco degli Uberti, capitan della città, intromessa il dì seguente per accordo. Ma posto il campo a Piazza, trovò riscontro assai duro. Perchè Guglielmo Calcerando e Palmiero Abate, con un nodo di sessanta cavalli, trapassarono folgorando per mezzo gli assedianti; e serratisi nella città, rafforzaronla col nome, con la virtù, con la riputazione di quel fresco prodigio. Indi il duca dal pian di San Giorgio, l’ammiraglio dalla fonte di Vico, invano entrambi strinser la terra, mandarono ad offrir patti, mossero assalti. I cittadin di Piazza rispondeano alle parole: avere fermato, già gran tempo, i lor cuori; morrebbero, non arrenderebbersi mai. Sostennero il detto con una virile difesa. Onde Roberto, perdutavi assai gente, si levò dall’assedio; sfogò con guastar le campagne; e avviossi a Paternò[270].

In questo tempo Federigo, sapendo minacciata Catania, v’era sopraccorso da Messina, nè avea trovato il nemico; donde tutto lieto, convocati i cittadini a parlamento, fece loro assai belle parole; e per tutti risposegli Virgilio Scordia, tenuto uom di virtù romana[271], per seguito e riputazione primo nella città. «Chi avrebbe mutato, arringava focoso costui, la libertà sotto tal principe con la tirannide straniera? Di questa non s’era dileguata, no, la memoria; vedeansi ancor tinti di sangue francese i sassi e le mura, per ammonire ogni Siciliano a guardarsi dalla vendetta; nè era chi non fosse pronto a dar la vita per Federigo, cresciuto tra le lor braccia, fatto re e stato lor padre. Se un insensato qui vive con animo a te maligno, s’apra la terra sotto a’ suoi passi, e l’inceneriscan le folgori!» Così parlava il traditore, indettatosi poc’anzi a dar Catania a’ nemici. E Federigo, preso da quei fedeli sembianti, ripensava tra sè come rendergli merito; fatto or sì cieco al fidarsi, quanto fu lieve altre volte a sospicare: talchè or tenne raccoglitor di calunnie Blasco Alagona, che gli svelava gravi indizi delle pratiche di Virgilio. Seguì dunque a chiamar padre costui della patria; a Blasco rispose, amerebbe anzi perder Catania che macchiare con un solo sospetto la fama di tal grande: al che Blasco, accorto o sdegnato, risegnava il comando della città; e il re commettealo al conte Ugone degli Empuri, buon guerriero e non altro; facendo maggior assegnamento sull’aura popolare di Virgilio Scordia. Così andò via sicuro a Lentini, Siracusa, e altre grosse terre del val di Noto, e infine a Castrogiovanni[272]; ove fe’ lunga dimora, e diede o raffermò privilegi alla città di Caltagirone, che mostrano la sollecitudine del re a far parte per sè co’ favori speciali, come usavan contro lui studiosamente i nemici[273].

Era in Catania un Napoleone Caputo, cittadino di minor seguito che Virgilio, di pari ambizione; gareggianti amendue nel favor del popolo, nella munificenza del re; e perciò da gran tempo nimici. Ed or nello scellerato proposito s’affratellarono; perchè Virgilio, non potendo far senza i più ribaldi, inchinossi a richieder Napoleone; questi, com’uom da meno, lietamente gli corse nelle braccia; e l’interesse fe’ perdonar dall’una e dall’altra parte le offese. Congiurati dunque tra lor due, o con pochissimi più, taccion ogni cosa a’ loro partigiani medesimi; finchè nacque l’occasione che Federigo, proponendosi uscire alla campagna contro il nimico, scarso di vittuaglie e ributtato da’ più importanti luoghi; chiamava i popoli alle armi; chiedea da Catania settecento uomini. Scrissene il re ad Ugone; questi consultò con Virgilio come ottener tal sussidio dalla città; e Virgilio il promettea, sol che si chiamasse il popolo a parlamento nel duomo il dì appresso; egli farebbe il rimanente. E insieme con Napoleone, cominciò e compiè la macchina della sommossa, in quanto avanzava di quel giorno’ e nella notte appresso; per toglier tempo a pentirsi o scoprire, per usar l’agitamento degli animi che vogliono il ben pubblico senza lor disagio, e per nascondere sotto l’util della città il tradimento alla nazione. Talchè la trama, stata segretissima tra’ pochi, in un attimo si distese ai molti senza pericolo: congiunti, amici, clienti, sgherri furo indettati e assegnato luogo ed uficio ad ognuno.

Nel medesimo tempio di Sant’Agata, che cinque anni innanzi suonò di liete voci, gridando i rappresentanti della nazione re di Sicilia Federigo, assembravasi quel giorno il popolo di Catania; entravano alla sfilata Napoleone e i cospiratori armati: Virgilio in abito e sembianti di pace, ito alle case d’Ugone, accompagnollo al tempio. Fatto silenzio, esponeva il conte i voleri di Federigo. E non avea finito il suo dire che un Florio, nom dell’infima plebe, sguainata la spada, grida pace, e gli dà un fendente in viso; gli altri con l’arme songli intorno; e insignorisconsi della sua persona; indi irrompono per le strade gridando pace; e chi tarda a risponder pace, sforzavi con minacciose parole: talchè una picciola fazione strascinò e rivolse tutta l’attonita città. Nè la stettero a pensare che gittassero sopra tre barche, apparecchiate a questo, il conte co’ suoi seguaci, instando con feroce volto Virgilio e Napoleone: e Ugone li chiamava a nome; scongiuravali che s’alcuna offesa ebber unque da lui, sfogassero nel suo sangue, non si voltassero contro il re. Gli fer cenno a star zitto e navigare per Taormina: e il popolazzo intanto saccheggiava le sue case; se non che rimandò senza offesa alcuni altri uficiali del re, con tutto il lor avere. Incontanente i congiurati chiaman Roberto, che, dubbioso e in travaglio, ritraeasi a Paternò; dangli la città; il raccolgono con empia gioia; e chieggongli ed hanno, scrive Speciale, in premio di tanta virtù, terre, casali, castella, ch’ei più volentieri largiva perch’erano in man de’ nemici, nè pareagli vero comperar sì poco la sua salvezza. Certo la diffalta di Catania impedì l’estremo sforzo a cui s’apprestava Federigo, contro il nemico sprovveduto e vagante; certo fu cagione degli infiniti mali che succedettero, e del gran travaglio che si durò a scacciar dal nostro suolo gli stranieri[274].

Il che mi conduce a considerare come negli ordini feudali non erano i governi sì incapaci a reggersi contro i sudditi, come in oggi si è detto, non vedendo in essi unito e gagliardo quanto a’ tempi nostri il poter dello stato. Ma parmi che, s’e’ non poteano frenar sì pronti una ribellione; aveano assai meglio da spegnerla con le concessioni feudali di quantunque venissero a perdere i ribelli; tra i quali, chi per conservare i propri beni e chi per occupare quelli dei più ostinati, moltissimi si trovavan disposti, non che a tornar essi alla ubbidienza, ma con forza, ambito, frode, domare i compagni; e gli stessi leali da somiglianti cupidigie erano sospinti a sforzi, che il semplice zelo non può. Una parte della nazione così armavasi contro l’altra, più rabbiosamente ch’oggi non avverrebbe, per gli ordini stabili della proprietà; sendo assai minor massa di premi le pensioni e gli ufici, che a’ governanti restano a dispensare. E però veggiamo larghissime le concessioni feudali, che Roberto, usando il potere di re, facea da Catania in quel tempo, e Carlo ratificava da Napoli, non che ai complici di Virgilio nella tradigione, ma ai nobili che in appresso voltaronsi a parte angioina; e veggiamo tra costoro grandi nomi, o di tali che dovean tutto lor essere a Federigo; e molte terre di val di Nòto darsi a parte nemica, dietro la occupazione di Catania, che parea il crollo a’ nostri destini. Noto, per briga d’Ugolino Callaro[275], uomo di gran nome e compare del re; Buscemi, Feria, Palazzolo, Cassaroe, tratte da’ mali esempi, diersi al nemico; Ragusa ancora, ove un prete Omodeo, sotto specie di confessione, tramò con parecchi cittadini, e costoro non attentandosi al misfatto senza un valente uomo per nome Francesco Balena, van di notte alle sue case armati, minaccianlo della vita, ed egli infingendosi d’assentir per timore, audacissimo poi operò al reo intento, e asseguillo, cacciato il vicario di Manfredi Chiaramonte che tenea la terra, e chiamato da Vizzini Guglielmo l’Estendard[276]. Virgilio Scordia e’ consorti, in questo tempo non se ne stavano al proprio tradimento, che non si affannassero a tirarvi altri uomini, altre terre, tutta l’isola se possibil fosse[277]. E per tali condizioni de’ tempi e principî di corruzione della morale politica in Sicilia, è tanto più mirabil cosa come, dopo la sconfitta del capo d’Orlando, con quei grandi appresti di guerra, e la presenza di Ruggier Loria, e nerbo di fortissimi Francesi e Catalani, la corte angioina se guadagnò con le pratiche da trenta città, terre o castella[278], niuna n’ebbe con le armi, da Chiaramonte in fuori; e come Federigo, o piuttosto la parte della rivoluzione siciliana che operava con esso, non ostanti le raccontate tradigioni, manteneva in faccia al nemico tutto il rimanente dell’isola, e non poca parte alsì di Calabria.

Fu quest’anno a papa Bonifazio il più lieto di tutto il turbolento suo regno. Vide l’odiata casa Colonna prostrata per ogni luogo dalle armi della croce; riparatene le ultime reliquie nella rocca di Palestrina; e questa, inespugnabil di forza, vide aprirsi alle larghe promesse, ond’ei l’ebbe, e sperdè i ribelli, la città fe’ spianare, arare il suolo, seminarvi sale, con dimostrazione vana ed atroce[279]. Nè esultò manco alle stragi del capo d’Orlando, principio, com’ei diceva, al racquisto di Terrasanta; e certo pareagli al soggiogamento dell’isola di Sicilia, al predominio per tutta la terraferma d’Italia, fors’anco fino in Lamagna[280]. Allor fu che, chiedendogli Alberto re dei Romani, la imperial corona, Bonifazio sedente in trono, col diadema di Costantino, la spada al fianco, e la mano sull’elsa, negava agli ambasciadori il dritto d’Alberto, e: «Non son io, lor disse, il pontefice sommo? Non è questa la cattedra di san Pietro? Non basto a difender io i dritti dell’impero? Io Cesare sono, io imperadore!» e brusco li accomiatava[281]. Ma tal concetto di sè, non tolse al pratichissimo nelle cose di stato, che attendesse con maggiore solerzia all’impresa di Sicilia, che sì gli stava a cuore, e ben altro gli parea che ultimata. In luogo del primo legato, poco giovevole per non avere riputazione nell’isola, mandava a Catania, con pien potere di scagliare e ritrattar gli anatemi, il cardinal Gherardo da Parma, venuto appo noi in odore di santità[282]. Esortava al medesimo tempo Carlo e’ figliuoli a osar la fortuna in Sicilia; mandava a ciò lettere sopra lettere; e di sì gran vedere egli era Bonifazio, che nondimeno pose ogni sforzo a distoglier Filippo principe di Taranto dal meditato assalto sulle regioni occidentali dell’isola, dove temea che Federigo di leggieri non l’opprimesse[283]. Ma ammonimento alcuno non valse al principe, vago di militar gloria, nè a Carlo, debol co’ figliuoli, o impaziente di uscir da’ travagli della guerra.

Apprestatisi in Napoli quaranta galee, con quanti rimaneano in terraferma più rinomati nobili nazionali e francesi, e milizie, e soldati mercenari; capitanando l’oste il principe Filippo, col consiglio di sperimentati uomini di guerra; l’armata Pier Salvacossa vice ammiraglio: in sull’entrar di novembre fan vela per Trapani, a infestar le regioni occidentali dell’isola, grasse e fin qui illese[284], dalle quali Federigo traea il nerbo delle sue forze. Donde, come e’ seppe sbarcati i nimici a capo Lilibeo, depredanti il paese, accinti a strigner Trapani per mare e per terra, fieramente turbato, consultavane co’ suoi capitani che fare? Blasco Alagona, per amore alla persona del re, o invidiosa cupidigia di gloria, volea andar egli solo; dipingeva i pericoli: Roberto alle spalle, vicino e forte; Filippo con la flotta, da potervi rimontare a sua posta, e differir tanto la battaglia, che giugnesse il fratello, e cogliesserli in mezzo; non lasci il re questa inespugnabile Castrogiovanni; dia a lui qualche schiera, per accostarsi al nemico novello, tirarlo a giornata con mostra di poche forze: e giurava che o presenterebbegli le bandiere angioine, o rimarrebbe sul campo. A questo parlare niun disse contro. Sedea su i gradi del soglio, a piè di Federigo, un Sancio Scada, nè bel dicitore, nè tenuto savio; ondechè non atteso da niuno, rincantucciato stavasi ad ascoltare e guardar gli altri, quando il re, fattosi a interrogare per ordine i consiglieri, sbadato, a lui primo si volse. E costui, scotendo il capo, maninconoso e veemente prorompe: «Stolto partito è questo, o re, che senza la tua persona si muova contro Filippo. Qual de’ tuoi padri, dimmi, avrebbe mai domato genti e reami, se tra il più folto de’ nemici, se alla testa de’ suoi cavalieri, non combatteva egli primo? Nel mio petto io sento, ch’innanzi a te grandi cose ardirei, e te lontano il braccio cadrebbe. E Blasco or vuole che la Sicilia tutta, volta a risguardare a te solo, te vegga come codardo schivar la battaglia! Blasco fida nel suo braccio, e insulta ogni altro; Blasco anela ingoiar ei solo la gloria; ma non sa misurarsi, per Dio! Con tutte le forze si combatta, ove sta tutta la fortuna. Ristorerassi la nostra, se Iddio ne darà questa vittoria. Se no; o perdendo con onore, o con infamia standoti, non ti aspettar che rovina[285].» Disse, e non curandosene altrimenti, nel suo silenzio tornò. Ma Federigo colse questo lampo; considerò che a star dubbioso un istante perdea tutta la Sicilia, osteggiata da due bande, oppressa, sedotta; e vergogna l’accese, e necessità di lavare a rischio della sua vita la fuga del capo d’Orlando. Lasciato dunque al presidio in Castrogiovanni Guglielmo Calcerando, già grave d’età; ei con una mano di cittadini di Castrogiovanni, e quante milizie feudali si trovarono pronte, marcia alla volta di Trapani. Di Palermo, delle vicine terre, popolarmente anco armaronsi, e corsero all’esercito: non curaron verno, non aspettarono nuovo comando, antivennero i nostri, con quella ch’era secondo i tempi celerità, il pericolo che sopraggiugnesse Roberto. In breve furono addosso al nemico, che da Trapani, non valendo a espugnarla, si tornava a Marsala. Era lungi la flotta; non restava schermo alla battaglia: l’una e l’altr’oste apparecchiovvisi. Nella nostra avvenne, o almen poi si contò, che un Lopis di Yahim, ariolo, fattosi innanzi al re, vaticinavagli: «Vincerai, Federigo; io solo, con cinque cavalieri morrò.—– Perchè dunque non fuggi? risposegli il re; noi nel nome santo di Dio pugneremo.—– E quegli: Così è fisso nelle sorti, ch’io muoia e che tu vinca!» Ma nel narrare il successo della battaglia, scorda Speciale poi queste fole.

Ne’ vasti piani della Falconarìa, ad otto miglia da Trapani, dieci da Marsala, due o tre dalla marina, l’oste siciliana trovò i nemici, il dì primo dicembre milledugenonovantanove. Era più forte di fanti, animosi, ma senza disciplina; l’aiutava un po’ di gente catalana, ma s’ignora l’appunto folle sue forze: de’ nemici si sa che la vantaggiavan di cavalli; che un grosso di Provenzali s’aggiugnea a’ Napolitani della città e del regno; che avean secento cavalli, e assai più pedoni[286]. Ordinaronsi gli uni e gli altri in tre schiere: Filippo a destra, alla mezzana il maresciallo Brolio de’ Bonsi, alla manca Ruggier Sanseverino conte di Marsico: e Federigo, per consiglio di Blasco, oppose Blasco stesso al principe con pochi cavalli e un forte di almugaveri; stette ei medesimo nella schiera di mezzo col grosso de’ fanti; assegnò la destra a’ cavalli di Giovanni Chiaramonte, Vinciguerra Palizzi, Matteo di Termini, Berardo di Queralto, Farinata degli Uberti, coi fanti di Castrogiovanni. Quest’ala entrò prima in battaglia, lentamente movendo contro Sanseverino. A tal vista, il principe di Taranto dall’altro corno, spicca i balestrieri provenzali a cavallo a ferir gli almugaveri; ei, stretto a schiera con gli uomini d’arme, spingesi a quella volta contro la bandiera di Blasco, che parea la più segnalata, non mostrandosi per anco le aquile di Federigo, inteso dietro le file ad armar novelli cavalieri nel memorabil giorno. Blasco per affannosi messaggi l’affrettò a montare a cavallo. Gli almugaveri intanto, fermi lasciano avvicinare il nemico. Com’entra a gittata di mano, a lor usanza gridano: «Aguzzate i ferri,» e dan co’ giavellotti a striscio su per le selci, che tutto allumò di scintille il terreno, scrive Montaner, con maraviglia e terror del nemico; e si venne alle mani.

Alla carica del principe, balenava un istante la gente di Blasco; scrollata di qua, di là, combatteasi la bandiera: ma rattestaronsi in un attimo que’ provati combattenti, nè cedeano un passo. Filippo allor vedendo la schiera nostra di mezzo rimasa alquanto indietro, credendol timore, pensò sperder quelle frotte di fanti; spronò sconsigliatamente ad essi, lasciandosi interi a destra gli almugaveri con Blasco, che freddo e fermo sopra lui ripiegossi. Allora un cortigiano, di cui Speciale per generoso sdegno tace il nome, supponendo abbattuto Blasco, gridava al re, fuggiamo; e forse tutto perdeasi; ma Federigo: «Fuggi tu, traditore, gli disse; la mia vita io qui dar debbo per la Sicilia.» E fa spiegar la sua bandiera; e con un pugno di cavalieri, quanti n’avea in quella schiera, sprona egli il primo contro la cavalleria del principe.

Qui fece egregie prove; pugnandosi da corpo a corpo; tramescolate le due schiere; riscaldati i guerrieri dalla presenza, questi del re, quelli del principe. Lampeggiava in alto la spada di Filippo; Federigo or di mazza or di spada, uccise di sua mano più uomini; ferito lievemente ei stesso in volto, e alla man destra. Ma in questo si sentirono da sinistra i colpi di Blasco, che pria caricò con gli uomini d’arme la cavalleria del principe, poi risoluto tornò ad affrettare gli almugaveri che il seguivano a piede, e: «Uccidete, gridò, i cavalli a’ nemici.» Gli almugaveri con mezze lance, leggieri e lesti, saltano nel conflitto, tramettonsi negli ordini della cavalleria nemica. Un d’essi, s’è da credere al Montaner, col giavellotto passava fuor fuora un cavaliere copertosi collo scudo; un’altro, per nome Porcello, d’un fendente di squarcina tagliava netto la gamba armata d’un Francese, e aprì anco la pancia al cavallo. Fecero strage degli animali sì rabidamente, che molti anco n’uccisero a’ cavalieri di Federigo. Sdrucita dalle schiere del re in faccia, a destra dagli almugaveri, la cavalleria di Filippo andò in volta. L’ala sinistra, non ostante la virtù del conte Ruggier Sanseverino, con poco avvantaggio s’era affrontata col fior della siciliana nobiltà. La schiera di mezzo, forte di dugento cavalli napolitani, per l’error di Filippo a occupar il terreno ov’essa dovea combattere, poco o punto mescolossi nella battaglia; ma il maresciallo Brolio che la comandava, fu trovato nel campo, tra i cadaveri de’ suoi Francesi, trapassato da cento ferite.

Filippo combattendo s’avvenne in un Martino Perez de Ros, fiero e forzuto, che’ l percosse di mazza; e ’l principe gli die’ due punte tra le squame dell’usbergo; ma il Catalano col suo ferro tentando invano tutta l’armatura al nemico, il ficcò alfine nella visiera con leggiera ferita: e indi vennero alla prese; e aggavignati stramazzarono entrambi giù da’ cavalli. Già Martino lottando, soverchia l’ignoto guerriero; già alza il pugnale per ispacciarlo, quando questi: «Beata Vergine! sclamava, son Filippo d’Angiò»; e l’altro soprattenne il colpo, ma non lentava il principe, e a gran voce chiamava Blasco, ingaggiato lì presso a finir lo sbaraglio della schiera nemica. Senza lasciarla, bollente e infellonito, comanda Blasco a due almugaveri: «Segategli la gola; paghi l’assassinio di Corradino;» e periva Filippo d’Angiò d’ignobil morte, se in questo non si levava un romore tra i nostri: «Il nimico, il nimico!» scoprendo i dugento cavalli napolitani del centro, allorchè si dileguarono in rotta gli squadroni della dritta; onde Blasco pur pensò a Corradino, sconfitto a Tagliacozzo mentre tenea la vittoria; e tutta, l’oste siciliana avventossi contro la novella schiera. Federigo, saputo il pericolo di Filippo, corre a lui; lo strappa a’ due almugaveri; e fattegli tor le armi, il da in guardia a’ suoi[287].

Così fu vinta la giornata della Falconarìa. Il conte di Sanseverino s’arrendè, poichè vide non potersi rattestare i fuggenti. Bartolomeo e Sergio Siginolfo, Ugone Vizzi, Guglielmo Amendolia e altri nobili, caddero al pari in poter de’ nostri. Vano romore fu poi quello dei dugento cavalli; i quali, scrive Speciale, come avvezzi a dilettoso vivere, non aspettando le ferite, volsersi in fuga; ma un istorico men caldo direbbe, che perduto il lor capitano, dopo la sconfitta delle due ali dell’esercito, anzichè porre giù le armi o dar le vite senza pro, vollero da savi ritrarsi alla flotta, serbandosi a miglior uopo; ma loro il tolse l’oste vincitrice che inseguilli, e circondò, e soperchiò. In questa caccia un memorevol fatto mostrò vivamente a quali spiriti fosser saliti i Siciliani. Giletto, un soldato de’ nostri, addocchiando tra’ fuggenti Pier Salvacossa, il disertor dalle siciliane bandiere, il raggiugne, il ghermisce; alza il ferro. Gli offrì Salvacossa mille once d’oro in riscatto. Ma il soldato: «Gran fatica, rispose, è a contarle. Serba le mille once ai tuoi figli; e tu, traditore, tu muori;» e lo scannò. Delle sbaragliate genti, rari salvaronsi sulla flotta, stata spettatrice, e accostatasi nelle tenebre della notte a raccor quanti potesse; e indi partita per Napoli a riportar l’atroce novella. Federigo fe’ cibar le genti sul campo di battaglia; lasciò ad ogni combattente quantunque avesse preso di bottino o prigioni, serbando per sè i soli primari baroni; e al principe di Taranto con molta cura fe’ medicar le ferite, imbandir mensa, render ogni onore che s’addicesse a tal prigione. A sera entrava in Trapani; spacciava corrieri a spron battuto per tutta l’isola: che ne resta la lettera scritta a’ cittadini di Palermo, significando quella vittoria, ed esortandoli a montare su lor galee, e accozzati con le genovesi di Egidio Doria, salpare contro la sprovveduta flotta nemica. Poscia egli stesso vien co’ prigioni e l’oste, come a trionfo, in Palermo[288]. In merito de’ servigi di questi cittadini, chiama ad osservanza e riconferma i privilegi di Federigo imperatore, Corrado e Manfredi, sopra le franchige all’entrata o uscita delle derrate, i favori ai commerci, e altri di minore importanza[289]: e seguì, girando per tutti i luoghi in val di Mazzara, a mostrarsi vittorioso, e spronar gli animi a nuovi sforzi per la patria. La più parte de’ prigioni assegnò nelle carceri del real palagio di Palermo; il conte Sanseverino nel castel di Monte San Giuliano; altri in altri luoghi; e il principe Filippo in quella medesima rocca di Cefalù, ove stette chiuso quindici anni prima suo padre[290].

Così la battaglia della Falconarìa, la più grossa che si combattesse a campo aperto in tutta la guerra del vespro, rese a Federigo la riputazione, ch’è a dir anco la forza, perduta cinque mesi prima al capo d’Orlando. Il duca Roberto, saputala a mezzo cammino, mentre marciava a grandi giornate alle spalle di Federigo, incontanente si tornò in Catania. Erane uscito agli avvisi dell’impresa del principe di Taranto; quando, ristretti a consiglio i capitani con Roberto stesso e ’l cardinal Gherardo, tutti esultavano, fuorchè Ruggier Loria, il quale comprese che Federigo di leggieri potrebbe opprimere il principe; onde ei consigliò di marciare in fretta su i passi dell’oste siciliana, metterla in mezzo se si potesse; e a ciò partironsi da Catania in due punte, l’una dritto per lo mezzo dell’isola, l’altra pel sentiero piano delle marine di mezzogiorno. Fallito il colpo, non videro altro riparo che chieder di terraferma novelli aiuti di genti e vittuaglie, perchè si potesse ripigliar la guerra in primavera. Ruggier Loria dunque in un legno sottile, con la solita audacia, solo passò lo stretto del Faro, per apparecchiare ogni cosa a Napoli. Ammonì prima il principe, che per ninna lusinghevole occasione non si avventurasse a combattere il nemico, astuto e audace[291].

Ciò non di meno, entrato il milletrecento, di carnevale, non seppe guardarsi Roberto dalla cupidigia d’acquistar senza fatica il castel di Gagliano. Eravi prigione Carlo Moreletto, nobil francese, preso alla Falconarìa: teneva il castello un Catalano della corte di Federigo, Montaner di Sosa per nome. Costui cominciò ad usar col prigione più umanamente che non soleasi in quel tempo. Poi un dì, ragionando insieme, il portò ov’ei volle: parlava tra’ denti, come temendo non altri l’udisse; e, chiesto al prigione se manterrebbegli il segreto, gli disse pianamente, rimordergli la coscienza di tanto disubbidir la santa Chiesa di Roma, di combattere per una causa iniqua; volentieri ne uscirebbe, a rischio anco della vita, e con tal servigio da far ammenda d’ogni peccato. E il Francese: «Or sì lo spirito del Signore è con te; or ti ha reso il lume degli occhi. Ma di’, per Dio, quale ammenda faresti?» Il Catalano promettea schiudere a Roberto l’inespugnabil castello. Quei gliel credè; e pien d’allegrezza scrissene al duca[292].

Eran testè venuti in Catania, sotto la condotta del conte di Brienne e di due altri baroni, trecento cavalier francesi, legati tra loro con giuramento ad affrontarsi con Blasco Alagona e Guglielmo Calcerando, per vincerli o lasciar la vita in quest’impresa, e chiamatisi da ciò i cavalier della Morte[293]. Pare che il proponimento di costoro, facesse deliberare ne’ consigli di Roberto la fazione di Gagliano. Messone il partito, si divisero tra loro i consiglieri; e chi ammonia non si fidassero per niente a’ Catalani, inveterati nimici al nome francese; chi, col medesim’astio, replicava non esser, cosa di che i Catalani non fossero pronti a far bottega. Il cardinal Gherardo, all’incontro, tornava a mente i detti di Ruggier Loria; rispondean gli altri, le guerre non reggersi a preti; diceano il cardinale caparbio, l’ammiraglio invidioso; e alfine, non vincendosi alcun partito, si temporeggiò: venisse a Catania il castellano medesimo, a ratificar la promessa, da non credersi a lettere d’un prigione. Ma tirossene Montaner, con onesto colore di non poter in tempo di guerra partirsi egli dalla fortezza; e mandò in vece un nipote suo, ammaestrato e ingannevole; il quale patteggiò sì scaltro con Roberto, da non lasciar ombra di sospetto. Indi nella guerriera nobiltà accendeasi un’altra gara, chi farebbe l’impresa? e ognun brigava ad ottenerla, e facea ressa a ricordare i suoi meriti; onde Roberto, per toglier discordia, volle che venisser tutti, ed ei sarebbe il capitano; e allora, aggiugnea, se pure l’intero esercito siciliano stesse all’agguato, sen riderebbero. Gualtiero conte di Brienne e di Lecce, il conte di Valmonte, Goffredo di Mili, Jacopo de Brusson, Giovanni di Joinville, Oliviero di Berlinçon, Roberto Cornier, Giovan Trullard, Gualtiero de Noe, Tommaso di Procida[294], con lor uomini d’arme, al nuovo dì si presentano a castello Ursino, a prender Roberto. L’aveva ei taciuto alla sposa; e per sua ventura, non era ancor surto di letto, quando il fecer chiamare i guerrieri; ondechè Iolanda appostasi a ciò ch’era, tanto ne domandò amorevolmente a Roberto che seppe ogni cosa; tanto pregò, e disse ingloriosa e temeraria la fazione, che le sue amorevoli parole vinsero il duca a restarsene. Indi surrogato a condur l’impresa il conte di Brienne, costui con tutti que’ valorosi e i trecento cavalli, s’avviava a Gagliano. Il nipote di Montaner li guidava.

Ma d’ogni passo del doppio tradimento il castellano avea ragguagliato Blasco Alagona, il quale tenea spiatori in que’ contorni; e sapendo in via i nemici, con Guglielmo Calcerando e le siciliane genti, s’imboscò presso Gagliano. Temerari, e spensierati per conscio valore, andavano i Francesi. Forniti due terzi della via, a Tommaso di Procida corse alla mente un sospetto; e spronando verso il conte, il pregava non si mettesser così nelle tenebre della notte per greppi e gole ignote; pensasser ch’erano in terra di nemici; ei cavalcherebbe innanzi ad esplorare i luoghi, ch’avea tante fiate battuti in cacce, com’ei fu un tempo signor di Gagliano. E il conte gli die’ del codardo. «Con cotesti allato, dicea, tutta la Sicilia unita non temo.» Pervenuti tra sì fatte parole presso all’agguato, la guida li fe’ sostare; disse andrebbe ei solo al castello, per evitar che il presidio, accorgendosi d’inganno, non trucidasse Montaner e rovinasse ogni cosa. La schiera indi fermossi: il traditore andò a trovar Blasco all’agguato.

Blasco avea al chiaror della luna veduto luccicare le armi, sventolar le insegne; avea disposto i suoi; ma il generoso animo non soffrì d’assaltare alla sprovveduta, notte tempo, da masnadiere. Fa dar fiato a’ corni; fa gridar presso all’ordinanza nemica: «Blasco Alagona.» A tal nunzio nacque uno scompiglio ne’ traditi. I Siciliani ch’eran con essi e aspettavansi assai peggior sorte da una prigionia, diersi alla fuga. Tommaso di Procida, tornando al conte, scongiuravalo ch’il seguisse almen ora; si ritirerebbero alquanto; ei li condurrebbe innanzi dì allo aperto, sì ratto da non poterli seguir tutti i nostri fanti, onde con avvantaggio avrebber da fare contro i soli cavalli. «No, disse il conte» non volgeran le spalle i cavalieri di Francia. «Ch’è infine la morte?» E Goffredo Mili: «Se tutti fuggan, ripigliava, io sol rimango. Chi scordar può la esecranda giornata di Catanzaro, ove l’orecchio m’ingannò, e n’ebbi vitupero d’avanzo per me e tutto il mio sangue! Ormai ho vivuto abbastanza.» Con questa franchezza d’animo s’apparecchiavano al disperato conflitto. Strinsersi a schiera, ov’era un po’ di piano rilevato; e Blasco lasciolli stare infino all’alba.

Con sottil arte egli avea ordinato in battaglia i suoi fanti, in due file, poste a forbice, da chiudere in mezzo il nemico; con l’avvantaggio alsì del terreno, che non potesservi caricare i cavalli; e anco della luce, che i nascenti raggi del sole ferissero i suoi alle spalle, in viso il nemico. Appena raggiornato, questi, per suprema temerità, non aspettando l’affronto, scese dalla collinetta a ingaggiarsi: e pria di giugnere alle file dei nostri, fu lacerato con un nembo di sassi e giavellotti, drizzati la più parte a’ cavalli, perchè mal potean passare i cavalieri, tutti vestiti di ferro; ma uguale era il danno, quando gli animali o uccisi cadeano, o feriti dando a sprangar calci, gittavan l’uomo, e incontanente, saltavangli addosso gli almugaveri e spacciavanlo. Pur que’ forti giungono ad abbattere la bandiera di Calcerando; e i nostri, rattestatisi sotto quella di Blasco, percosserli con un impeto estremo. Diradavasi il fitto nodo; cominciava lo sbaraglio e la strage; restava il solo conte di Brienne, con pochissimi intorno, salito sopra un gran sasso, difendendosi come lione, e a niun patto non volle dar la spada ad uom plebeo. Chiamato Blasco, a lui la rese. Ma il suo alfiere, che pien di ferite e di sangue, tenendo sempre in pugno la bandiera, cercava il signore per rendergliela pria di spirar l’ultimo fiato, vistolo prigione, gittò in aria l’insegna da farla ricadere su la testa del conte, e, sguainando la spada, si cacciò tra le punte de’ nostri. Tal fu la fine della più parte; pochi andaron prigioni col conte; niuno scampò.

E ’l castellano, com’oscena belva, uscì a veder la carnificina de’ suoi traditi, a brancicare i cadaveri; scelse quei de’ più nobili, e li cuocea, dice Speciale, a modo pagano, per mercatarne colla pietà de’ congiunti. Moreletto, in catene, da una finestra vide la battaglia; e per disperato dolore d’aver chiamato a morte i suoi Francesi, die’ col capo alla parete della prigione, ricusò cibo e bevanda, e in pochi giorni perì miseramente. Mentr’ei si consumava di questo volontario supplizio, percossi di spavento stavano i guerrieri e i partigiani dello straniero; tutto il rimagnente dell’isola tripudiava senza modo della seconda vittoria, che tanto scemò le forze di Roberto. Donde, seguita lo Speciale, i Siciliani rialzaron le creste a loro usanza, e scordate le vicende della fortuna, ricominciarono a superbire[295].


CAPITOLO XVIII.

Forze di Federigo e de’ nemici, e pratiche di Bonifazio. Trattato di Carlo II con Genova. Pratiche di lui in Sicilia. Armamenti navali; battaglia di Ponza; trattamento de’ prigioni siciliani, e morte di Palmiero Abate. Continua con poco frutto la guerra. Naufragio della flotta di Roberto. Congiura contro la vita di Federigo. Blocco di Messina; orribil carestia; e virtù del re. Tregua. Dalla primavera del 1300 a quella del 1302.

Nondimeno queste due vittorie poco fruttarono a Federigo, come nè la sconfitta del capo d’Orlando l’avea spogliato al tutto delle Calabrie. E fu per cagione della difficoltosa espugnazion delle terre, secondo l’arte militare d’allora; e assai più pe’ vizi dell’ordinamento feudale, ai quali, per ben comprendere questi avvenimenti, dobbiamo spesso tornar col pensiero, noi che in questo secolo, in vizi contrari viviamo. A un assalto nemico, lo stato mal connesso tutto si sgomenava; si spicciolavan le armi per ogni terra, pensando ciascuno a guardarsi dassè, più che a rinforzar l’oste regia; e assai lenti sviluppavano tutti i casi della guerra: ondechè, se ne togli alcun subito sforzo, d’altronde nè universale nè durevole, picciola parte delle forze dello stato restava a maneggiarsi dal principe.

E così parrà men temeraria quella ostinazione di Federigo a ricombatter sul mare, con disparità di numero, e Loria a fronte; perchè in mare almen potea adoprare unite e ristrette tutte le forze, e scansava lo scompiglio al di dentro. Che se allo sbarco del principe di Taranto, s’infiammaron tanto gli abitanti di val di Mazzara, che popolarmente seguiano il re a rituffar in mare il nemico, e guadagnavan la battaglia della Falconarìa, tornaronsi a’ consueti esercizi delle industrie, quando non videro altra occasione a far oste, che in tediose e aspre espugnazioni. Indi gli stanziali restavan soli in arme quando si pugnò a Gagliano. Eran gente mescolata; Spagnuoli, Siciliani, e pochi altri Italiani di parte ghibellina; leggendosi tra’ condottieri un Farinata degli Uberti[296], e che molti Colonnesi, nello sterminio di lor casa, rifuggironsi a Federigo[297]. Maggior aiuto gli davan di Genova i Doria, gli Spinola, i Volta, e lor consorti, padroneggianti i consigli della repubblica, e armanti navi agli stipendi di Sicilia[298]. Donde avea Federigo forti ma poche schiere, alimentate da scarsi danari, per trovarsi la nazione esausta da diciott’anni di guerre, menomata dall’occupazione straniera, e ordinata con leggi assai gelose sopra i sussidi alla corona, i quali anco s’erano assottigliati per le franchige concedute alle più grosse città ed ai militi, in merito di segnalati servigi nella guerra. Ma la ferma volontà de’ popoli al mantener libertà e independenza, suppliva a tutto, e tenea la bilancia, che incredibil sembra, contro la smisurata potenza de’ nemici.

Aveano i nemici quanto danaro si potea trarre dal reame di Napoli, quanto ne sapea fornire la corte di Roma e la fazion guelfa dell’Italia di mezzo. Avean gente dalle or dette province, dalla Spagna, e dalla Francia soprattutto, alla cui materna carità la schiatta angioina di Napoli si volse e prima e poi in ogni suo pericolo. Ond’ecco appena saputa la sconfitta della Falconarìa, Carlo II scrivere a Filippo il Bello a dì otto dicembre, attestando che a lui ricorrea, come a capo e sostegno del suo legnaggio, e prima speranza dopo Dio, e ripregandolo con le più calde parole che gli fornisse gli aiuti di gente, chiesti già prima; che se il re di Francia avea altre guerre più vicine, nondimeno «le sue mani eran sì gagliarde e sì lunghe da poterle, volendo, stendere a’ suoi, e mandare speditamente un soccorso qual che si fosse, perchè in oggi il picciolo varrebbe quanto altra volta il grande; ma tardandosi, ne scenderebber così basso le sorti del re, che veruno sforzo non basterebbe poi a rialzarle[299].» Un’altra copia di questa lettera mandò il tre gennaio milletrecento con due ambasciadori, frate Volfranc de’ predicatori, e Pietro Pilet[300]. Nè la Francia ricusava quegli aiuti, co’ quali si tentò l’ultima volta il racquisto della Sicilia. Ma Bonifazio era il più potente aiuto, anzi il principe dell’impresa, con quel comando pontificale, quel grande ingegno, e veemente e alto animo. Intende costui nei primi dell’anno trecento, come re Carlo, per pietà del figliuol prigione, o tedio e spossamento, abbia dato ascolto ad oratori di Federigo; e prorompe a scrivergli atroci rampogne; conoscerlo già da lunghi anni, per la vil tregua di Gaeta, la disennata pace con Giacomo nel novantacinque, la stolta fazione del principe di Taranto; e così dalla sua pochezza tornasse danno a lui solo, non alla romana Chiesa o a cristianità tutta! Che saviezza, che riverenza al sommo pontefice, che gratitudine ei mostrava, a trattar di soppiatto la pace con Federigo! Perciò, il pontefice era necessitato ad ingiungere ad uomo sì incapace, non osasse continuar la pratica, senza comandamento scritto di lui: se disubbidisse, sentirebbe il peso di scomuniche e processi; e il papa, ch’aveaci speso tanta fatica e danari, saprebbe allo estremo far pace egli con Federigo, a danno della sola corte di Napoli, perchè non si ritardasse il racquisto di Terrasanta. Queste acerbe lettere scrisse il nove gennaio, replicò poco appresso: e ben mostrano chi fosse in quel tempo il sovrano di Napoli, se Carlo II o Bonifazio[301].

Carlo allor venne a lui tutto supplichevole, insieme con l’ammiraglio: l’uno per discolparsi, entrambi per chieder soccorsi, da ristorar la fortuna precipitata alla Falconarìa. E il papa, che non sapea perdonar questo rovescio, forte rampognò, ma forte insieme aiutò. Chiama a sè i cavalieri del Tempio e dell’Ospedale di san Giovanni di Gerusalemme, che rechino in aiuto di Carlo tutte lor armi stanziate di qua dal mare; ne richiede anco le città guelfe d’Italia. Esorta con frequenti lettere Roberto a incalzar la guerra; il cardinal Gherardo a sopravvegliare e governare ogni cosa; ai Siciliani gittatisi a parte angioina, scrivea carezzando e piaggiando. Il breve indirizzato a Gherardo, dato di Laterano il primo febbraio, spiega la gran tela che Bonifazio ordiva per volger mezza l’Europa contro quest’indomito siciliano scoglio; e chiudesi con accennare più altre pratiche, che pareagli bene di passar sotto silenzio, e son indi da giudicarsi men lodevoli assai delle dette dinanzi[302]. Ben egli è vero che il giubbileo, bandito appunto in questo tempo, molto aiutava gli sforzi della romana corte contro Sicilia. Bonifazio l’istituì primo, o confermò con papal decreto la consuetudine antica di festeggiar con istraordinarie pratiche di religione il cominciamento del nuovo secolo[303]. Chiuse allora a’ suoi nemici politici i tesori d’indulgenza, largheggiati a tutto il popol di Cristo; privonne segnatamente cui desser favore agl’infedeli, o a Federigo, o ricettassero gli usciti Colonnesi[304]. E attirò in Roma, in poco spazio di tempo, da due milioni di stranieri, che veniano alle perdonanze, e con loro spese arricchian la città e ’l contado; e più la camera apostolica con le limosine, sì larghe, che nella cappella di san Paolo, due chierici senza mai cessare raccoglievano con rastrelli la moneta gittata dai fedeli ai piè dell’altare[305].

Grandi somme ne fornì dunque il papa a re Carlo, or in sussidio, or in nome di prestito, che tornava allo stesso, per la difficoltà di riaversi[306]; e ne dieron anco Firenze e Lucca e altre cittadi, oltre i soliti accatti di Carlo da mercatanti stranieri[307], e da’ sudditi fin delle città occupate in Sicilia[308], e oltre le sovvenzioni che impetrava da’ suoi fuor da’ termini soliti; come fece co’ prelati e feudatari di Provenza, che intendendo la presura del figliuolo, gli si proffersero, ed ei lor chiese danari, armature, navi[309]. In tal modo sopperiva alle spese della guerra, divenute più esorbitanti per cagion de’ continui soccorsi di vittuaglie e moneta all’esercito in Sicilia, ov’era carestia, e ostinato animo de’ popoli, da non lasciar all’occupatore altro terreno, che quello sul quale posava il piede[310].

Molta anco fu la cura a ingrossare l’esercito, che struggeasi, ora per battaglia, or nei casi della guerra guerriata; e spesso anco vedeansi i mercenari lasciar le bandiere, o neghittosi e disobbedienti seguirle a ritroso, e voltar faccia al primo scontro; talchè fu necessitato re Carlo a dar illimitata balìa a Ruggier Loria, di punirli nella persona e nei beni[311]. Condottieri inoltre ricercava per ogni luogo, con grandi promesse, larghi stipendi: richiese Carlo di Valois e Roberto conte di Artois[312]; ebbe gente di Spagna, con l’opera di Loria, che non solamente scrivea i soldati, ma obbligatasi al pagamento se il re fallisse[313]. Firenze mandavagli dugento cavalli[314]; e tra’ capitani suoi leggonsi Tommaso di Procida, il conte di Fiandra, il delfino di Vienna, Ranieri Grimaldi uscito di Genova[315], e altri condottier venduti di gente a lor vendute, pestilenza che per molti secoli poi invilì e distrusse l’Italia. Nelle Calabrie re Carlo armava contro i nostri acquisti le milizie feudali[316], e masnade leggiere raccolte a mo’ degli almugaveri, senz’altra legge nè soldo che ’l bottino[317]. Ma que’ disciplinati mercenari fea traghettare in Sicilia[318], misurando le speranze dagli stipendi; e falliangli ancora, come tutt’armi venderecce. De’ cavalli toscani porta l’istoria che fur quattrocento, capitanati da Ranieri Buondelmonte, e congiurati tra loro contro quel Blasco Alagona, ch’avea tanto rinomo tra i capitani di Federigo. Ruggier Loria con l’armata li pose a terra in vai Demone; indi passarono in Catania, ove chiudeasi l’angioino esercito; e braveggianti ivan per vie e piazze domandando ove trovar potessero Blasco. Ma quando sepper da vicino chi egli era, e quali i suoi, scrive Speciale, cessaron l’inchiesta, come pronti alle parole non a’ fatti; talchè scherniti da’ lor consorti e da’ nemici, in breve ora si sciolsero[319].

Al medesimo effetto di far gente per l’esercito, e più per la flotta, e per toglier anco gli aiuti che occulti ne veniano a Federigo, la casa d’Angiò ripigliava gli sforzi per tirarsi Giacomo e i popoli suoi. E prima Carlo concedette a’ Catalani, Aragonesi e altri sudditi di Giacomo, ch’avessero per lui militato in Sicilia sulla flotta, la terra d’Agosta, e la città di Patti, abbandonate dagli abitatori negli atroci casi di queste guerre; dando lor anco quei contadi, co’ privilegi medesimi de’ Provenzali coloni nel reame, e altre immunità, come paresse allo ammiraglio[320]. Oltre questo allettamento, fortissimo ad uomini di mare, per la bellezza de’ porti e importanza delle colonie, non fu avaro di concessioni feudali a’ capitani spagnuoli più segnalati[321]. Il papa ritentava Giacomo per mezzo del cardinal Gherardo d’illibato nome, e per altri messaggi[322]; e alfine scrìssegli, affettando stil tra amorevole e severo, con che toccava quella biasimevole partita dopo la battaglia del capo d’Orlando, lo scandalo, i sospetti indi nati: purgasseli con richiamar sotto pene rigorosissime i suoi sudditi dalle bandiere di Federigo; vietar che altri vi corresse; e, al contrario, procacciar armamento di uomini e navi al servigio della Chiesa[323]. Dettegli Bonifazio, per miglior argomento, due anni più di decime ecclesiastiche[324]: e nello stesso tempo re Carlo facea assai viva dimostrazione a soddisfargli i crediti della passata impresa, con investir su entrate certe e spedite delle contee di Provenza e Forcalquier once duemila annuali, già promessegli sugli acquisti che si speravano in Sicilia[325]. Ma sia per fuggir novella vergogna, sia per conoscere il peso di tai promesse, o per altra cagione che taccian le memorie del tempo, Giacomo non si lanciò. Rispose al papa aver già fatto abbastanza: e sol rinnovò le inibizioni a’ condottier catalani di Federigo; e lasciò armar ne’ suoi porti per casa d’Angiò, che poi, con questi aiuti, guadagnava la battaglia di Ponza[326].

È detto innanzi quali interessi politici avvicinassero Genova alla Sicilia in tutto il corso della guerra del vespro, e come Federigo ne traesse aiuto. Favorivanlo i Ghibellini o Rampini, com’anco diceansi, che in quel tempo tenner lo stato in Genova. I Mascarati o Guelfi, tra’ quali qran primi i Fiaschi e’ Grimaldi d’antica nobiltà, ritentarono invano nel novantadue portar la repubblica a collegarsi con casa d’Angiò; e peggior prova fecero con le armi, tra ’l fine del novantacinque e il cominciamento dell’anno appresso. Contaminaron di sangue e arsioni la misera patria; e soverchiati e scacciati fuggendo, affortificaronsi nella città di Monaco; donde armaron poi a tentar disperati colpi su Genova, o ad aiutare di qualche naval forza re Carlo, che favoreggiavali dalle sue terre di Piemonte e di Provenza, ma non osava altro contro la repubblica, ancorchè desioso di voltarla a parte guelfa, e dispettoso degli aiuti a Sicilia[327]. Ma papa Bonifazio, men rispettivo assai, l’anno trecento, tra le altre pratiche dette, si volse a questa assai vivamente; pria sollecitando Giacomo di Aragona che distogliesse Genova da quella amistà; poi sforzandosi a parlar benignamente ai legati di Genova e ad abbacinarli con molte promesse, e anco richiedendo Filippo il Bello, che insistesse e minacciasse di chiudere ai Genovesi ogni commercio in Francia[328]. Alfine il dì della cena del Signore, che fu quest’anno il sette aprile, innanzi l’innumera moltitudine di fedeli accorrenti in Roma al giubbileo, promulgava la scomunica contro Oberto e Corrado Doria, Corrado Spinola e lor case e amistà, e con essi tutta Genova e ’l contado; sotto la solita sanzione, che se infino all’Ascensione non si spiccassero dagli aiuti della ribelle Sicilia, alle pene spirituali s’aggiugnerebbe lo spogliamento de’ beni tenuti dalla Chiesa, e ogni roba loro sarebbe del primo occupante, chiunque potrebbe prendere le persone, sol che non le mutilasse o spegnesse[329]. A questo bando dalla cristianità, Genova tentennò; mandò oratori al papa; e appiccossi una pratica con re Carlo, Bonifazio l’incalzava per mezzo del re d’Aragona, del re di Francia, e d’epistole a’ Genovesi; minacciando l’ira del Cielo, con seguito di mali terreni; promettendo benedizioni e prosperità se ubbidissero. Al medesimo fine ingaggiò Porchetto Spinola, arcivescovo di Genova, uomo di gran riputazione per pietà e dottrina[330] pur da lui offeso l’anno innanzi, all’entrar di quaresima, allorchè dando le ceneri a’ prelati, in luogo delle usate parole, disse allo Spinola il papa: «Rammenta che se’ ghibellino, e co’ Ghibellini in polvere tornerai!» e gliene buttò in sugli occhi[331]. Ma la debole umana razza, il più delle volte, a questi impeti trema e obbedisce.

Per tal violenza di Bonifazio, di mezz’aprile del trecento, cominciarono a trattare Genova e Carlo; prima in parole tra amici, poi per due legati del re; e la somma fu questa: ch’ei procaccerebbe la dedizione di Monaco, togliendole tutt’aiuto di Nizza e Provenza, e intanto darebbe in sicurtà le castella di Torbia e Sant’Agnese, da riaverle quando Monaco s’arrendesse; e che Genova richiamerebbe di Sicilia, facendone caso di stato, Corrado Doria e tutt’altri Genovesi militanti con re Federigo, nè permetterebbe nuovi armamenti per esso, ma sì per lo re Carlo. Ma, appiccata la pratica, Genova si mettea in sul tirato: desse il re, in luogo di Sant’Agnese, Esa, fortissima sopra una rupe in mare; aggiognesse in ogni modo la torre d’Albegio; fossero benvisti a’ Genovesi il vicario del re in Nizza e ’l siniscalco di Provenza: e poco appresso, che Genova non darebbe statichi per la restituzione delle castella, ma solo la fede di Niccolò e Albertazzo Spinola, Niccoloso e Federigo Doria; nè dalla parte della repubblica si facea altra nuova concessione che rimettere gli usciti ne’ lor beni e anco nella città, da’ Grimaldi e pochi altri all’infuori. E Carlo, perch’avea maggior bisogno, non ostante la mediazione del papa, calavasi a questi patti; nè pur ultimava la negoziazione, saltando i Genovesi, or alla resa di Monaco senza accettar sicurtà d’altre castella, or ad altri ripieghi. Ond’è manifesto; che que’ capi di parte ghibellina, mal combattuti da’ fautori del papa e di re Carlo, volean temporeggiando scansar gli effetti materiali delle scomuniche; ma più amavano tardar l’acquisto di Monaco, che rimettere in patria i Grimaldi, e strignersi tanto con re Carlo, da rinnalzar parte guelfa nella repubblica. Anzi non si restavan essi d’armare per Federigo. I Grimaldi, non meno ostinati, ricusavano lasciar Monaco, per quanto Carlo e la corte di Roma li esortassero e minacciassero, con chiuder loro tutti soccorsi di Provenza, e farvi apparecchiar forze a lor danno. Invano dunque il papa v’intromettea suoi fidati; invano Carlo ad ogni intoppo accrescea il numero degli oratori[332], come se per questo mancasse, e non perch’era Genova più forte e più destra. Aifin Bonifazio, sdegnato, di novembre scagliò l’interdetto; l’anno appresso fe’ romoreggiare le armi del Valois; nè pur asseguì l’intento ad altro partito che la resa di Monaco[333], e, ciò che vinse ogni ostacolo in popolo mercatante, larghi favori al commercio de’ grani, sì nel regno di terraferma e sì in Sicilia nel caso del racquisto. Cattivato così il pubblico, fu facil cosa al papa toglier al tutto i soccorsi de’ privati a Federigo; chiedendone giuramento da’ magistrati di Genova, e domando con insinuazioni e scomuniche i parmigiani più ostinati[334].

Mentre in tal modo praticava casa d’Angiò a scemare il nemico e ingrassar sè d’aiuti di fuori, non meno studiavasi a far parte in Sicilia, continuando le lusinghe all’universale, tentate con poco frutto l’anno innanzi, e rincalzandole, che son le più efficaci, con le pratiche particolari di perdonare, promettere, dar largamente ad uomini e a cittadi. Raffermò a’ Catanesi le immunità lor concedute poc’anzi da Roberto vicario[335]; alla terra di San Marco, che si tenesse in demanio diretto dalla corona, gran favore in que’ tempi[336]; questo promesse a Camerata, disposta a tornar in fede, come dicea la cancelleria angioina[337]; a’ cittadini di Naso, pronti a fare il medesimo, profferse cinque anni di franchigia dalle collette[338]; diella, pria per anni dieci, poi infino a quindici, a que’ di Lipari per tutti pesi fiscali[339]: e in Calabria adoperava le medesime arti con le terre di parte siciliana; promesso a Geraci il perdono[340]; ad Amantea quantunque con essa fermerebbe Goffredo Sclavello, devoto del re[341]; a Tropea, come più importante, maggiori grazie, franchigia di alcune gravezze per sei anni, e licenza larghissima a misfare su le persone e robe de’ soldati nostri posti al presidio[342], a’ quali in van s’era profferto, in prezzo di tradimento, ritenerli agli stipendi angioini[343]. Sparsersi pei novelli convertiti simili allettamenti; a’ baroni, confermar loro i feudi[344]; agli uomini mezzani, rimetter colpe, assicurar l’avere, redintegrarli nelle dignità, e (dicono i diplomi) anche nell’onore[345]. Assai più liberale usò Carlo con chi era stato tra i primi alla tradigione di Catania, o d’altro luogo importante, ratificando tutte le concessioni feudali di Roberto, e altre nuove aggiugnendone, con ufici e dignità: a Gualtier di Pantaleone da Catania, data Biscari, e armato cavaliere; e a pro di Virgilio Scordia non finivano le regie larghezze; creato inoltre capitan della città di Catania, e comandante del castello[346]. Donde si vede qual dura impresa si trovò alla prova il racquisto della Sicilia; non fidandosi i nimici in sì grande soperchio di forza; e gittandosi a comperar traditori, sì ardentemente, che non bastava la terra a’ molti guiderdoni d’opere o buone o ree, e fu necessità dar l’aspettativa, or concedendo il valor d’un tanto all’anno da investirsi in beni feudali a misura che ne ricadessero alla corona[347], or dando, in nome, ad alcun barone i poderi de’ baroni di Federigo[348]. Queste ampolle di corruzione, lasciaronsi a ministrare in Sicilia stessa a Roberto e all’ammiraglio; il quale ebbe facultà, onori, comando, poco men che di principe. Alle continue concessioni feudali a pro di lui, s’aggiunse in questo tempo Malta e ’l Gozzo, con titol di conte[349]: chiamavalo poscia re Carlo, «fidatissimo quasi parte del suo corpo medesimo»; e tra tante virtù ch’egli ebbe, gli dicea, che par dileggio, purissimo nella fede; e armandolo d’autorità non minore dello stesso vicario Roberto, diegli che, osteggiando con l’armata, potesse rimetter colpe, debiti, pene qualunque a comuni, a privati[350]; che per richiamarli alla fede profferisse tutto che paressegli, e ratificherebbe sempre il re[351]. Così quella smisurata potenza, che Loria avea agognato invano nella siciliana corte, l’ebbe a corte di Napoli; e fallì le speranze dell’una e dell’altra; con noi talvolta per non volere; co’ nemici, volendo sempre, spesso non bastò.

Facendone or indietro a ripigliare i casi della guerra, vedremo come infino alla uscita di primavera del trecento, nissun’altra notevole fazione seguì in Sicilia: e in Calabria i combattenti giunsero a far tregua tra loro, non volente il governo angioino[352]; il quale, se riebbe qualche terra, la comperò dal presidio per moneta, o da’ cittadini per pratiche[353]. Intanto con gli aiuti detti, rinforzava l’esercito in Sicilia, allestiva l’armata; e i nostri nell’armata sola affidavansi, lasciando in mal punto, così li biasima Speciale, la guerra di lor casa per cercarne altra fuori. Confortovveli l’ardire di Peregrin da Patti, quell’eroe del ponte di Brindisi, il quale, forniti di macchine pochi legni, abbattendosi con dodici galee pugliesi, le avea investito, messo in fuga, rincacciato fin sotto le mura di Catania, veggente Roberto; nè si stette dall’insultar co’ tiri la stessa città[354].

Armate dunque ne’ nostri porti venzette galee, con cinque più de’ Ghibellini di Genova, vi montavano Giovanni Chiaramonte, Palmiero Abate, Arrigo d’Incisa, Peregrino da Patti, Benincasa d’Eustasio, Ruggier di Martino e altri molti, fior della nobiltà siciliana; il supremo comando tenea Corrado Doria, genovese. Navigaron depredando e guastando la riviera infino a Napoli, ove Ruggier Loria mettea in punto da quaranta galee del regno e spagnuole. Mandarono un legno a portargli la sfida: ed ei, ch’aspettava le dodici galee testè rifuggite in Catania, freddo rispondea, non esser pronto per anco a battaglia. Indi la nostra flotta, per vanto di chiudere in porto un tal ammiraglio, soprastette tra le isole del golfo; bravando, senza assalire, nè strignere il nemico, che rinforzavasi. Scorsero i Siciliani una scura notte infino a Ponza; e le dodici galee di Catania a vele gonfie presero il golfo: giunsevi nel medesimo tempo inatteso aiuto di sette galee genovesi de’ Grimaldi, anelanti di bagnarsi nel sangue de’ Doria. Con cinquantotto galee allora uscì Ruggier Loria, contro la nostra flotta di trentadue.

A tal disparità di numero, i baroni dell’armata siciliana, consultavano in fretta sulla nave dell’ammiraglio, per onestare, non la brama di ritrarsi, ma la temerità che accendeali a combattere. Perciò fu vana la saviezza di Palmiero Abate, uomo di gran cuore e nome, invecchiato nelle guerre del vespro[355], il quale scongiuravali: che di soverchio non tentassero la fortuna; non mettessero a certissima perdita quest’armata, e con essa le speranze tutte della patria; niun rossore, diceva, al ritrarsi con forze sì disuguali; si specchiassero nel gran Loria, che testè n’avea maggiori, e pur non tenne l’invito, ma combatter volle a suo comodo. Questa sentenza di Palmiero tutti approvavano in sè medesimi, con le parole il contrario, per parere più bravi. Ma Benincasa d’Eustasio, disensato oltre tutti, proruppe: non per isguizzar come delfini innanti il navilio nemico, averli mandato la patria e il re: il mare che solcavano vide già due splendide vittorie de’ Siciliani, sopra numero di nemici doppio del loro; ed or da questi mezzi uomini[356] fuggirebbero? «No, si combatta, finì, e i tralignanti Siciliani che tremano, fuggan pur ora; non ci rovinino con l’esempio, ingaggiata che sarà la battaglia!» E Palmiero con ferocissimo sguardo: «A me, gli disse, a me, Benincasa, accenni! Or tempo non è di parole, perchè incalzano i fatti, e mostreranno tra noi chi fugga e chi stia. Ma poichè voglion questo i Cieli, o compagni, d’altro omai non si parli; alla battaglia apprestiamci con l’usato coraggio.» Saltò sul palischermo, picciolo e lesto; e montata la sua galea, armossi da capo a piè. Alacremente tutti correano alla prova disperata. Corrado Doria, ammiraglio, che non ebbe principal parte nel consultare, la cercò bene al combattere, drizzandosi risolutamente a ferir di costa, al primo scontro, la capitana nemica.

Fu combattuta il quattordici giugno del trecento questa infelice battaglia, in cui le cinque galee genovesi ch’eran per noi, si trasser da canto, e venzette sole siciliane affrontarono tutta la flotta nemica, con molta strage scambievole; finchè accerchiate, soverchiate e peste s’accorser tardi di loro temerità. Benincasa d’Eustasio, ch’alla prima avea preso una galea nemica, ne tolse bottino quanto seppe, e die’ l’esempio della fuga. Sei galee il seguirono; le altre, dopo ferocissima lotta, furono prese co’ baroni, i guerrieri, i marinai, tutti carichi di ferite. E Doria solo pur non calava stendardo, ancorchè trovatosi nel più fitto de’ nemici dal principio della battaglia, quando il nocchier di Loria destro cansò l’urto del genovese; e tutti allor gli furono intorno, gli squarciavan co’ rostri i fianchi della galea, salivano all’abbordo, ed erano rincacciati in mare, inchiodati da’ valentissimi balestrieri genovesi. Loria alla fine, tirate indietro tutte le galee, gli spiccò addosso un brulotto. Così avuto prigione Corrado, onorò questa bella virtù con aggravar lui di catene; e a’ balestrieri die’ peggio cento volte che morte, fatto lor cavare gli occhi e mozzar le mani.

Fu a corte di Napoli e per la città e per tutto il reame, grande allegrezza di questa vittoria, di cui festeggiossi nelle città guelfe d’Italia, parendo l’ultima pinta alla rovina di Federigo[357]. Sopra ogni altra cosa, ne sperava re Carlo aver di queto le terre di quei baroni in Sicilia. Fattili venire quindi a Napoli, sbrancare in diverse carceri, e ad uno ad uno addur dinanzi a sè, li tastava or a trattamenti miti, carezze, promesse, or a minacce e stretture; nè mai potè spuntarne alcuno che gli facesse omaggio. Allora, con nuovo argomento, serbandone altri a Napoli in catene[358], altri mandava in catene in Sicilia, a fin di tentare i prigioni con la vista della patria, le cittadi con la carità di questi lor valenti; e affidolli a Loria, vegnente a girar l’isola con la flotta, col terror della recente battaglia, co’ pien poteri, che innanzi dicemmo, de’ quali fu armato appunto in questo tempo, per usarsi con sommo sforzo d’arti e d’armi la vittoria di Ponza. In tal viaggio morì Palmiero Abate. Fu preso a Ponza combattendo, tutto lacero e sanguinoso; il gittaron prima in un carcere, poi in un fondo di galea; ove ammalignatesi le ferite per disagio e niuna cura, struggendoglisi l’animo dal rammarico di vedersi in tal essere, dinanzi quella patria per cui avea speso la sua vita perigliando venti anni tra le armi e’ maneggi di stato, e ora nel maggior uopo non poteala aiutare, a vista di Catania, col nome di Sicilia sulle labbra, spirò. Fe’ onorare Roberto, con esequie e sepoltura nel duomo di Catania, il cadavere di quel grande[359].

Arrigo d’Incisa, cittadin di Sciacca, portato a zimbello del pari, ebbe libertà dal caso, che fe’ sdimenticarlo in un carcere a Catania, quando Loria ripartì con l’armata per iscorrer le costiere di mezzogiorno. Donde l’ammiraglio, volendo mostrarlo a’ concittadini, mandava un legno sottile a torlo, con una grossa somma di danaro pe’ bisogni dell’armata; e il legno avveniasi con un di Sicilia, che il combattè e vinse; sì che Arrigo n’andò sciolto non solamente, ma gittò ancor le mani sulla moneta angioina[360]. Corrado Doria intanto tra li artigli di Ruggiero, emulo e avaro e però di tanto più crudele, era stretto in catene, abbruciato di sete, nudrito appena di quanto bastasse a tenerlo vivo, minacciato e macerato in mille guise, perchè rendesse a Loria la terra di Francavilla. Ei durò questo martirio gran tempo; poi scrissene a re Federigo, e assentendol questi, risegnò il feudo. Ma Francavilla fu il solo acquisto, che tornò a parte angioina dallo strazio disonesto de’ prigioni di Ponza.

Poche altre terre guadagnò in questo tempo, tutte senz’arme: Asaro, data da due omicidi per fuggir la vendetta delle leggi, e incontrarono in brev’ora quella del popolo, che li vergheggiò a morte, mentre ordiano nuova prodizione[361]; Racalgiovanni[362] per tradigione del signore del luogo; Taba[363] d’un vil soldato, che aprì una porta a’ nemici, e nel trambusto fu ucciso, innanzi che imborsasse i danari del tradimento; Delia per maggior viluppo di iniquità di Giobbe e Roberto Martorana. Eran costoro amicissimi del signor della terra, ma presi di rea passione per la moglie e la figliuola del castellano, che il signore posto avea in Delia, nè potendo ottenerle per minore misfatto, il castellano trucidarono, fecero violenza alle donne, e, sperando che così n’andrebbero impuni, detter la rocca a Roberto. Ma innanzi ch’ei mandassevi maggior forza, Berengario degl’Intensi, condottier di Federigo[364], riprese Delia, intromesso occultamente da un cittadino; e i due scellerati, tratti a coda di cavallo, spirarono sulle forche. Racalgiovanni, assediata da Federigo, non soccorsa da’ nemici, in pochi dì si arrese[365].

L’ammiraglio in questo mentre girava l’isola intorno intorno, recando sulla flotta il cardinal Gherardo, senza fare alcun frutto con le arti; e la fortuna delle armi, che aveagli fatto fuggir di mano Arrigo d’Incisa, non l’aiutò in alcun luogo delle costiere di mezzogiorno e ponente, munite egregiamente da’ nostri; e per poco non perde a Termini lui stesso. Tentò Ruggiero lo sbarco per non vedervi forze; e non sapea che Manfredi Chiaramonte e Ugon degli Empuri v’erano entrati la notte innanzi, e chetamente armata una torma di cavalli, aspettavanlo. Datesi dunque le ciurme a predar la città bassa, i nostri cavalli le caricano; le pestano, taglian la ritirata alle navi, gli sbaragliati fanno in pezzi o recan prigioni. L’ammiraglio, che non fuggì mai rischio, era sbarcato co’ suoi; ma non potendoli rannodare in tal contrattempo, si nascose in un cantuccio d’osteria, finchè, ritiratisi i siciliani cavalli, trovò un palischermo, e tornossi alla flotta, ove il piangean morto. Passò il Faro poi, senza tentar Messina; die’ un assalto a Taormina; nè altro ne riportò che il vanto di aver superato quegli ardui luoghi, e fattovi pochissima preda[366].

Così andando in lungo la guerra, l’anno trecento e gran tratto del seguente, passarono senz’altre fazioni, in vane parole di pace per oratori di Federigo a Carlo, pratiche di scambio de’ prigioni[367], e altre mene di parte d’Angiò, delle quali appena scopriam le vestigia nelle tenebre del tempo[368]. Eran deboli i due eserciti, per le cagioni che innanzi toccammo, e più per la carestia, che obbligò Loria a tornarsi con l’armata in terra di Napoli, per tor vittuaglie da provvederne Catania e le castella prese in val di Noto. Ciò fatto, vedendo uscire scarsi tutti i partiti, nella state del trecentouno, l’ammiraglio consultavane con Roberto di farsi veder, se non altro, ai nemici: e scelsero la via del mare, perchè Federigo avea oste e non armata. Spartita dunque la loro, sciolgono di Catania, Roberto per la costiera di mezzogiorno col grosso delle navi, Loria per settentrione con le rimagnenti. Osteggiava l’un Siracusa, forte di sito, avvezza a maggiori turbini di guerra, onde questo agevolmente sostenne; assaltava Scicli, e n’era ributtato del pari: ma Loria sol vettovagliò le castella di val Demone. Ed erano, l’uno presso li Scoglitti sulle rive di Camerina, ove un fiumicello serba ancor l’antico nome, l’altro alla marina di Brolo, del mese di luglio, pensando a tutto fuorchè ai rischi del mare, quando lo stesso dì scatenaronsi due opposti venti, che spingevan del pari i nemici navigli a farsi in pezzi su le nostre spiagge, assaliti, quel di Roberto da un forzato libeccio, l’altro dagli aquiloni. Gittarono l’ancora i nocchieri di Roberto; e si spezzavan le gomone, e cominciavan le galee a rompere sulli scogli, nè forza di remeggio valea; talchè tutte perivano, se il pilota della capitana non avvisava dar le vele al medesimo vento, stremandosi a più potere lungi dalla riva. Così, preso capo Pachino, furon salvi i più; lasciando su quelle rive miserabile strage di ventidue navi e grande numero d’uomini; e quei che vivi giunsero a terra, ignudi e inermi, fuggendo il miglior sentiero per sospetto de’ nostri, inerpicandosi tra le spine, per luoghi più alpestri, alfin semivivi si ridussero a Ragusa, che tenea per parte d’Angiò. L’ammiraglio, perdute sol cinque galee, compier volle il giro dell’isola. Giunto a Camerina, fermossi a ripescar le ancore della flotta di Roberto, raccorre gli avanzi del naufragio; e saputo ov’era in fondo la galea di Guglielmo Gudur, vescovo eletto di Salerno, cancelliere del duca, tant’oprò con ramponi e altri ingegni, che levonne una gran cassa di moneta, e tutto appropriossi, facendo a sè guadagno del danno de’ suoi. Ma prima, soprastato innanzi Palermo, ebbe segreto abboccamento con Blasco Alagona, dicendo spossati al paro Siciliani e Angioini; agli uni e agli altri necessaria la pace[369]: e chi dir potrebbe se Loria, mentre con tal parlare intrattenea il fedel Blasco, non annodò i fili d’un attentato che indi a poco scoprissi?

Una congiura contro la vita di Federigo, tramata da tre cittadini di Palermo, di grande riputazione in tutta l’isola, per nome Pietro di Caltagirone; Gualtier dì Bellando e Guidone Filingeri; i quali ebber complice Pier Frumentino[370], marito d’una Toda, sorella di latte del re, cresciuta dall’infanzia con Federigo, e nota a corte; ond’anco potrebbesi pensare, che vergogna domestica stigasse alla congiura costui. Era un ribaldo dappoco, che ripentito o tremante, flagellato dal pensiero d’essersi ingaggiato sì profondo, non seppe chiuder occhio una notte, non trovar posa sul letto; finchè la donna se n’accorse, e lo strinse, e tutto gli strappò, congiura e congiurati e assentimento che si svelassero al re. Ella innanzi dì, correva al palagio di Palermo; instava co’ famigliar!, menarla nuova, gravissima faccenda, da non tardarsi un istante; e portata alle stanze di Federigo, volle prima l’impunità del marito, poi disse per ordine la trama. Il rimanente andò ancor come suole. Presi i cospiratori e convinti; punito nel capo Pier di Caltagirone, reo principale; e Federigo, ch’era magnanimo, perdonò la vita a Bellando e Filingeri, cacciandoli solo dal reame. Di quest’attentato, più nero di tanto, quanto avrebbe distrutto insieme con la vita del re la libertà del paese, non possiamo penetrar le cagioni; perchè seccamente il narra Speciale, forse per caderne sospetti contro la corte angioina, ch’indi rappiccossi con Federigo, e diegli una sposa che sedea sul trono di Sicilia, quando Speciale dettò le sue istorie. A tal giudizio anco porta il dir dello Speciale, che si scoprisse la congiura, mentre Federigo, vista due volte l’armata nemica girar l’isola intorno intorno, temè nuova macchinazione, e con ogni studio ne investigava[371].

In questo tempo rincrudì contro amendue gli eserciti, nuovo nimico, la fame; più infesta al siciliano che allo straniero, il quale traea vittuaglia di terraferma; ma i nostri campi in due anni d’invasione steriliano, abbandonati, arsi, tagliati gli alberi, svelte le vigne, rapiti gli armenti, messo a guasto ogni cosa per non picciola parte dell’isola. Ne nacque la carestia; e prima la sentì Messina, per esserle chiuso il mare dalle ostili flotte, onde a un tempo e mancavano i commerci, vita della città, e montava il caro de’ grani sopra l’universale di Sicilia, a cagione della difficoltà de’ trasporti per luoghi montuosi, occupati o infestati dall’Angioino. Già cominciavan cittadini a fuggirsene, chi per fame, chi per pretesto, passando al nemico. Stigato da quelli, venne a campo Roberto sotto Messina; pensando, per poco che aggravasse la carestia con la guerra, domare quel popolo ch’avea già fiaccato l’orgoglio dell’avol suo.

Al par che nell’assedio dell’ottantadue, pone in terra a Roccamadore; manda sullo stretto la flotta di cento galee; con le genti ei si avanza infino al borgo di Santa Croce, mettendo tutto a fuoco ed a sangue: e nell’arsenal di Messina bruciò due galee; e scaramucciava ogni dì per terra e per mare, rispinto sempre da’ nostri e dagli stanziali regi, tra’ quali capitanò una compagnia il cronista Ramondo Montaner. Ma, inviati da Federigo a vittuagliar Messina settecento cavalli e duemila almugaveri, con Blasco Alagona e ’l conte Calcerando, Roberto non li aspettò; passò con tutte le forze in Calabria, la notte medesima ch’ei seppe Blasco giunto a Tripi, e da lui mandato avviso a Messina che la dimane facessero una sortita, mentr’ei, piombando da’ monti, prenderebbe a rovescio il nemico. Raggiornato dunque, i nostri, gli uni dalle porte, gli altri dalle creste de’ monti, s’apprestavano di gran volontà a combattere, senza pensare al numero delle genti di Roberto, quando le videro fuggite. Entrato Blasco in Messina, tra l’allegrezza della ritirata e de’ rinfrescati viveri, si cominciò a braveggiare. Xiver de Josa, alfier di Calcerando, inviò in Calabria una bizzarra sfida in rima, per un ministriere che la cantasse; e la canzone invitava i nimici a tornar pure in Sicilia, che non si difenderebbe lo sbarco, ma all’asciutto, in bella pianura, sariano aspettati a combattere. Montaner la dà a paura che Roberto andò via da Messina, nè fece ritorno alla sfida. Altri porta più sottil ragione di guerra: che non potea giovare a Messina quantunque salmeria di vivanda condotta per terra, consumandosi da’ cavalli della scorta più ch’e’ non fornivano; e che Roberto, tenendo lo stretto e stando in Calabria, senza rischiar giornata, toglieva a Messina gli aiuti di Reggio; e l’una e l’altra insieme avrebbe affamato, minacciato e percosso improvvisamente. Prima pose il campo a Reggio; poi con la medesima prudenza si ritirò alla Catona, per la valida difesa di Ugon degli Empuri; e ostinato stette al blocco, onde ad orribil pressura crescea la fame in Messina.

Respirovvisi un poco per lo gran valore di frate Ruggiero de Flor, oriundo tedesco, nato a Brindisi in povero stato, gittatosi fanciullo sur una barca de’ Templari, e fatto in pochi anni espertissimo navigatore, frate del Tempio, uom d’arme, formidabil corsaro. S’arricchì tra lo scempio de’ cristiani ad Acri; per invidia perseguitollo il gran maestro de’ Templari, e ’l fe’ mettere al bando di cristianità; ma tra i romori delle nostre guerre gli fu nulla. Con una galea genovese, venne costui in Catania ad offrirsi a Roberto; funne rifiutato; e passò incontanente ai soldi di Federigo, al quale non restava a temere scomunica. Allora con siciliani legni, pur dopo le nostre sconfitte navali, rifece le prime dovizie, corseggiando sopra nimici ed amici; con questo divario, ch’ai secondi lasciava cedole del valsente da rimborsar i alla pace: talchè, smisurato di pensieri all’imprendere, d’audacia all’oprare, e rapace ma non crudele, e largo donatore, anzi prodigo del mal acquistato, pei vizi al paro che per le virtù era salito in gran nome in tutta l’oste di Federigo[372]. All’intendere il misero travaglio di Messina, presentavasi Ruggiero al re, dicendo sentirsi spinto e flagellato da un gran pensiero: o vittovagliar Messina per mare, o perdersi nelle onde, o, che peggio era, tra le man di Roberto e de’ frati del Tempio. Assentendolo il re, apparecchiava dodici galee; le empiea di grano a Sciacca; e con esse stava pronto nel porto di Siracusa.

Com’ei vide gonfiarsi il mare da ostro, piano senz’onda, rosseggiante come per sangue[373], s’appose che metteasi uno scirocco fortunale; e confortò le ciurme all’impresa, in cui il vento, dicea, non li abbandonerebbe in balìa de’ nemici, perchè di verno non cala sì tosto. La notte dà le vele alta tempesta; e con essa si trova a dì innanzi lo stretto. Loria scoprendolo, facea rabbiosamente escir le galee, forzar ne’ remi; ma indarno lottavano contro que’ gran cavalloni e corrente del Faro; e il templario, beffandosi de’ vani sforzi, a vele gonfie entrava in porto. Incontanente rinvilì il grano a metà del pregio; sfamò l’afflitto popolo, e ’l rafforzò in sua costanza. Ma non i campi Leontini, sclama Speciale, potean mietere, non tutti i granai d’Agrigento, rinserrar tanto, che bastasse in quell’uopo a Messina[374]!

Mentre nel blocco di Messina si disputava ostinatamente l’importanza dell’impresa, Blasco Alagona, fulmine di questa guerra, amico amantissimo di Federigo, fedelissimo alla Sicilia, non vinto unque in battaglia, ammalò in Messina, come probabil è, dalla malsania degli alimenti; e in breve trapassò, non pianto in Sicilia, a sommo biasimo de’ nostri progenitori invidianti il glorioso nome, non pianto in Sicilia, fuorchè da Federigo. Ruppe in lagrime questi, per amore e interesse, alla perdita di tant’uomo; vestì a duolo; in piena corte lodò il valore, la fede, le chiare geste di Blasco. Del resto, poco tempo lasciavano allora a privato cordoglio le calamità pubbliche[375].

Perchè Messina, consumato il soccorso di Ruggiero de Flor, tornava alle stretture di prima e peggio; manicandosi, come dilicato cibo, non che de’ giumenti, ma cani, gatti, topi; e queste stomachevoli carni pur si aveano a sminuzzo; a comperare un po’ di pane non bastavan ricche suppellettili, arredi, gioielli. Narro non parti d’immaginativa, ma orribilità certe, che i nostri antichi durarono a salvamento della siciliana libertà, per lasciarne retaggio, mal guardato da poi. Allo scurar della notte crescea l’orrore in Messina, cresceano i lamenti; usciano a gridar pane, non i mendici, ma gli agiati, pelle ed ossa, scrive lo Speciale, vergognanti a mostrare il dì quelle spunte sembianze; e molti la dimane si trovavan per vie e piazze morti, qual di fame, qual dalla malignità degli scarsi e schifi alimenti. Talchè uno strazio, un compianto era per tutto il paese; caduta ogni baldanza agli uomini più valenti; le leggiadre donne, non attendendo ad ornamento e cura della persona, squallide mostravansi; e pargoletti si vider morire in braccio alle madri, poppando senza trarre una goccia dal seno inaridito. Niccolò Palizzi, cittadino e governador di Messina, meritò in questo frangente somma lode di coraggio, umanità, antiveggenza, inespugnabil costanza; tra tanti pericoli e inevitabil balenare della popolazione, fu infaticabile e grande nel provvedere, con tal giusta misura, che si assicurasse la città dagli attentati de’ male contenti, e si risparmiasse il sangue pur de’ colpevoli. Da pochi all’infuori, ugual virtù ebbe il popol tutto di Messina, due volte salvator della Sicilia nella guerra del vespro; il prim’anno, con quel memorabil valore contro la forza viva di Carlo; e l’ultimo, con questa più maravigliosa perseveranza contro lo strazio della fame, lento, inesorato, inglorioso, fiaccante corpi ed animi insieme[376].

Federigo dunque, dolente com’egli era della perdita dì Blasco, fa spigolar quanta vittuaglia poteasi in val di Mazzara, e montando a cavallo, vien ei medesimo alla scorta, senza pensare a sè, ma solo al popolo; talchè sostando alquanto a Tripi, dopo lungo cammino, due pan d’orzo e un fiasco di vino, che a caso si trovò un de’ famigliali, furono la sola imbandigione del re; e sfamatosi, gittossi a terra, facendo guancial dello scudo; e riposato qualche ora, rimontò per fornire la via. Giunto presso alla città, manda i viveri, e torna indietro a raccorre nuovo sussidio, perchè bastavano appena a tirar innanzi pochi dì. Tosto rivenne dunque con altri grani, altri armenti: e allora entrò in città; allora gli occhi asciutti tra lo scempio del capo d’Orlando, sgorgaron lagrime al veder il popolo macerato, che sforzavasi a gridargli evviva.

Donde consultando con Palizzi, deliberossi a rimedio, crudo, ma men del male. Perchè i soccorsi di vittuaglie non si dileguino in un baleno, bandisce che la gente più mendica e invalida alla difesa, esca di Messina con lui, e sarà condotta in luogo ov’è cibo. Allora l’irresistibil talento della conservazione di sè stesso, portò casi che da lungi s’estimano spietati: abbandonar patria, parenti, quanto v’ha di più caro; e lagrimando, scrive Speciale, ma non aspettando i figli il padre, la sposa il marito, una squallida moltitudine incominciò a poggiare su per la via dei colli: e Federigo, raccomandata la città al forte Palizzi, spogliatosi nel duro incontro ogni fasto di re, ai miseri spatrianti si fe’ compagno. Questo periodo fu il più glorioso della vita di Federigo; perchè le due virtù ch’egli ebbe sopra ogni altra, umanità e coraggio, bastavano allora a far l’eroe. «Per monti, per pendici (traduco a parola a parola lo Speciale), per burroni e dirupi con tal familiarità condusse i derelitti, con tanta carità ne prese cura, che per via toglieva or questo or quel pargoletto dalle mani delle spossate madri, recavaselo sulle braccia, o in groppa al cavallo; a mensa gli si aggreggiavano intorno i fanciulli, ed ei di propria mano spezzava loro il suo pane.» Così infino a grasse e sicure contrade li accompagnò. Drizzandosi a Randazzo con là misera plebe, per la via tra Francavilla e Castiglione, avvenne che un suo fedele, prigion de’ nemici in Castiglione, infintosi dover chiedere al re certe spese, e ottenuto di mandargli un uomo, l’avvertì occultamente trovarsi senza presidio la rocca. Nol ridisse Federigo a persona. Giunto a Randazzo, dando a vedere d’andarne a riposo, accomiata ognuno: e a mezza notte fe’ cavalcar chetamente gli uomini d’arme, e portosseli dietro senza dir dove. Fu la mattina a dì a Castiglione; occupò la terra e il castel disottano; i terrazzani, rifuggitisi in quel di sopra, astrinsero il presidio ad arrendersi. Così ritolse il feudo a Ruggier Loria. E alleggerita Messina, ripigliate forze per ogni luogo, mostrava a’ nemici assai più duro che non credeano, il soggiogamento dell’isola[377]. Per la qual cosa Roberto, veggendo che il blocco era nulla a’ Messinesi, e che anzi la carestia era trapassata nel proprio suo campo, e aspettando di fuori la novella oste di Carlo di Valois, levatosi dalla Catona, lasciò Messina gloriosa e vincente nella seconda prova: e per salvar le apparenze e aver agio da ristorarsi, trattò di tregua. Iolanda, fuor di sè per l’allegrezza, condusse questa pratica tra ’l marito e ’l fratello, dapprima per legati; e fermossi uno abboccamento a Siracusa. Venutovi il re, e con l’armata il duca, recando seco due compagni di oppostissima indole, Ruggier Loria e Iolanda; costei prima sbarcò al castel di Maniaci, a riabbracciar salvo e glorioso, dopo cinque lunghissimi anni, quel fratello che sopra ogni altro amò dall’infanzia. La dimane, tornata col duca, vidersi per la prima volta Roberto e Federigo, salutaronsi contegnosi; e trattato tre dì, con intendimento di raggirarsi a vicenda, e trovar tanto respitto che bastasse a ciascuno a ripigliar forze, fermarono per pochi mesi la tregua[378].


CAPITOLO XIX.

Carlo di Valois a Firenze, indi in Sicilia. Deboli effetti delle sue armi. Assedio di Sciacca. Postura e disposizioni di Federigo. L’esercito nemico si consuma sotto Sciacca. Proposte di pace e preliminari di Caltavuturo; abboccamento tra i principi; trattato di Caltabellotta. Esecuzione di quello. Convito del Valois a Messina. Riforma de’ capitoli della pace, per voler di Bonifazio. Federigo, rimaso re di Trinacria, sposa Eleonora figlia di re Carlo. Principi della Compagnia di Romania.—Settembre 1301, alla primavera del 1303.

L’ultima prova di Bonifazio fu di chiamar altre armi straniere. Voleva a un tempo soggiogar l’isola e rendere in terraferma d’Italia la riputazione a parte guelfa, abbassata in qualche provincia, rimasa in Toscana a primeggiar nel solo nome, per esser nata la divisione dei Neri e Bianchi; gli uni immansueti dal troppo favor del papa, gli altri mal celanti l’umor ghibellino. Perciò Bonifazio, che dopo la sconfitta del principe di Taranto s’era nuovamente rivolto ad implorare aiuti dalla casa di Francia, e vi avea mandato oratori suoi e di re Carlo[379], quando vide la Sicilia sempre più indomabile, e spregiarsi da’ Bianchi di Toscana e legati e scomuniche[380], prese a sollecitare più caldamente Roberto conte d’Artois, che ritornasse in Italia con forze, dandogli a ciò per tre anni le decime ecclesiastiche di sue possessioni, e i danari di mal tolto[381]; e maggiore assegnamento fece su Carlo di Valois, educato da fanciullo dalla romana corte a regie ambizioni. Costui, dopo il baratto, che si narrò, del titolo di re di Aragona con una figliuola di Carlo secondo e la contea d’Angiò in dote, si rese chiaro in arme nelle guerre d’oltremonti; e mortagli appena la moglie, pensò ritentar la via del trono, chiedendo la Caterina di Courtenay, pretendente all’impero greco, offerta una volta a Federigo, poi solennemente promessa innanzi tutta la corte di Francia a Giacomo, figlio del re di Maiorca, ch’indi a poco si fece de’ frati minori, non sappiamo se per vocazione, o per dispetto dei disegni politici di Filippo e di papa Bonifazio che attraversassero il matrimonio[382]. Il papa adesso allettava Carlo di Valois con profferta di stipendio, comando d’eserciti, uficio di senator di Roma, e altre dignità: gli promettea Caterina, quand’egli muovesse alla guerra contro Federigo; e chiaramente scrivea a’ vescovi di Vicenda, Amiens e Auxerre che accordassero la dispensa, vedendo preparata l’impresa entro un dato termine, che più volte fu prorogato[383]: gli facea sperare il Conquisto dell’impero d’Oriente, con le medesime armi con cui combatterebbe in Sicilia: e parlò ancora d’elezione all’impero occidentale. A questi sogni aggiunse la realtà delle decime ecclesiastiche in Francia, Italia, isole del Mediterraneo, principato d’Acaia, ducato d’Atene, e fin d’Inghilterra; e la metà de crediti della corte di Roma per decime su le chiese di Francia. Con tali sussidi assolderebbe il Valois cinquemila cavalli, per condurli in Italia. Il papa esortò Filippo il Bello e ’l clero di Francia a favorir l’impresa; prolungò a questo medesimo fine la tregua, che procacciato avea tra Filippo e ’l re d’Inghilterra[384].

Per tal modo, di settembre milletrecentouno, Carlo di Valois trovossi a corte del papa in Anagni, con re Carlo e’ figliuoli; e fu chiamato capitan generale in tutti gli stati ecclesiastici, e rettore di Romagna, Marca d’Ancona, ducato di Spoleto e altre province, con larga autorità negli affari temporali[385]. Non mancaron frasi a Bonifazio per mandarlo in Toscana, con titolo di conservator della pace, e vero uficio di tradimento e di violenza: cominciando la bolla con parlare de’ Magi, di Salomone, della saviezza, della pace; ed esagerando i disordini, gli scandali, la disubbidienza, e anche la ingratitudine de’ popoli di Toscana alle paterne cure del pontefice, che volea mantenervi la pace, e n’avea dritto, com’era noto ad ognuno, massime nella vacanza dell’impero[386]. Si stabilì in questi consigli d’Anagni, che differita a primavera la guerra di Sicilia, svernasse il Valois in Toscana. Ito dunque di novembre a Firenze, ei fe’ quanto vollero i Guelfi; cacciò i Bianchi, e tra essi quel sovran poeta, che stampava d’obbrobrio, fino alla consumazione de’ secoli della presente civiltà, il nome del falso principe senza terreno. Resa tal tranquillità alla Toscana, tutta la benignità si rivolse alla Sicilia. Si rividero a Roma di marzo del trecentodue quei medesimi principi; ove Carlo II e Roberto prometteano al Valois d’aiutarlo all’impresa di Costantinopoli, ne’ termini fermati tra Carlo I e Baldovino, e di non far pace con Andronico Paleologo[387]. Allor mosse il Valois alla volta di Napoli, nel mese d’aprile. Alle armi preparate il papa aggiunse nuove scomuniche contro Federigo; la piena autorità del vescovo di Salerno legato pontificio[388]; l’assoluzion de’ peccati, come in crociata di Terrasanta, a tutti coloro che morissero ne’ combattimenti di Sicilia, o combattessero fino alla compiuta vittoria[389]. I soldati del Valois ebbon guarentigia da Carlo II, che venendo a morte nel territorio del regno, non si toccherebbero i loro beni, com’era voce che usasse la corte di Napoli verso gli stranieri; ma si disdicea e si chiamava aggravio ed abuso[390]. Al medesimo tempo il re creava Carlo di Valois suo capitan generale nell’isola di Sicilia[391]; gli conferiva pien potere di render la grazia regia a que’ ribelli; di redintegrarli in tutte le facoltà, dignità, onori; di conceder feudi; perdonare a’ rei di misfatti privati, ai ladri del danaro pubblico; assolvere i debiti de’ comuni e degl’individui: largamente spaziandosi nelle lodi della propria clemenza verso quel popolo, che a punirlo secondo suoi meriti, avrebbe potuto spegnerlo di fame e di ferro, e diroccare le sue case[392]. Finalmente prevedendo l’esito di tanto romore; e poco fidandosi agli auguri di gloria trionfante, con cui principiava le sue lettere al Valois, diegli di poter fermare la pace con Federigo d’Aragona, entro alcuni termini che non sappiamo; e anco promesse ch’ei non la farebbe senza saputa del Valois[393]. In Napoli eran pronti, con le bandiere apostoliche, un’armata di più di cento legni grossi, torme numerose di cavalli, Roberto e Ramondo Berengario, figliuoli di re Carlo, baroni francesi moltissimi. Ed era il quinto o sesto formidabile sforzo, che i medesimi potentati, con gli stessi mezzi, movean contro Sicilia, contandosi già l’anno ventesimo della guerra del vespro[394].

L’avea affrettato Roberto, il quale, appena sottoscritta la tregua con Federigo, adunava in parlamento a Catania i capitani dell’oste, col cardinal Ghepardo e’ Siciliani di sua parte; e facea vanti in iscusa de’ non lieti successi della guerra: tornerebbe immantinenti con forze potentissime; lasciar intanto in Catania, vicario il pro Guglielmo Palotta, e pegni dell’amor suo la Iolanda e Lodovico, da lei partoritogli poc’anzi in Catania. A Napoli l’accolser gioiosamente, come per vittorie, il re, gli ottimati, la plebe; ma stringendosi a consiglio, con parlare men gonfio, ei mostrava la necessità di nuovi sforzi estremi. I Siciliani allo incontro, ammaestrati dalle due sconfitte navali, e non potendo adunare un giusto esercito nell’isola occupata da varie bande, s’apprestavano a rifar guerra gurrriata. Coosigliavali ancora la sperienza del primo passaggio di Giacomo, fors’anco della guerra di Catalogna pell’ottantacinque, de’ prodigi che operan poche bande agguerrite e risolute, in regioni montuose, tra siti forti, e universal simpatia de’ popoli, che a te fornisce, toglie al nemico tutti i comodi della guerra, e finisce sempre con vittoria su la superbia soldatesca degli stranieri. Con tali disegni, Federigo girava per l’isola; sopravvedea le castella; iva esortando e infiammando le popolazioni delle città, che assaltate dal nemico, tenesser fermo, e non fallirebbe il re d’aiutarle; chiamate all’oste, pronte corressero. Spirata la tregua, Federigo nel cuor del verno, espugnò Aidone; Manfredi Chiaramonte gli racquistò Ragusa e con maggiore costanza per ogni luogo si ripigliavan le armi[395].

L’oste de’ collegati, per disegno di Ruggier Loria, si drizzò contro val di Mazzara, prova mal tornata al principe di Taranto; ma parve da ritentar il paese, abbondante, fin allora queto, piano, agevole a’ cavalli. Approdano dunque in sull’uscir di maggio a Termini, città a ventiquattro miglia dalla capitale; e se ne insignoriscono alla prima perchè il popolo non fece difesa, ascoltando un Simone Alderisio, traditore o codardo. S’accampò ne’ dintorni, questo, dicono i nostri scrittori, innumerevole esercito[396], sì mal ordinato, che in certe feste, rissatisi tra loro Francesi ed Italeani, ne rimaser morti duemila[397]; e fu mestieri appettar di Puglia un sussidio di ventidue navi di grano, perchè si potesse muovere il pie’ dagli alloggiamenti. Ma spargendosi per lo paese, altro acquisto non riportaron che di greggi e rustiche prede; perchè Federigo avea munito ottimamente ogni luogo; era venuto ei medesimo a porsi a Polizzi, non molto discosto da Termini, con provvedigione da durar tutto assedio. Perciò, andati i nimici a Caccamo, ne tornaron col peggio; per la fortezza del luogo e la virtù di Giovanni Chiaramonte. Voltisi a Polizzi, e mandato a sfidar il re, presentando battaglia nella pianura, n’ebbero accorta risposta: che aspettassero, e sì a tempo il vedrebbero. Non osando assediarlo in Polizzi, e volendo insignorirsi della città più importante nel gruppo dei monti occidentali dell’isola, mutarono il campo a Corleone. Ma prevennerli i nostri sì accortamente, che una man di cavalli, sotto Ugone degli Empuri e Berengario degli Intensi, era entrata già in Corleone quando mostrossi l’oste angioina; eran pronte le armi, i cittadini sulle bastite: e ricordavansi essere stati in tutta l’isola i primi a seguire il movimento del vespro di Palermo. Con questo animo, schiudono una porta al nemico movente all’assalto; entrato, lo tagliano a pezzi; nella quale zuffa il fratello del duca Bramante, mentre confortava i suoi alla carica, sul limitare della porta, fu morto d’un sasso scagliatogli da una donna. Dopo diciotto giorni d’asseto, con onta e perdita Valois si ritrasse[398].

E non guardate pur da lungi Palermo, Trapani, Mazzara, trapassò alla costiera meridionale dell’isola; e pose il campo a Sciacca, non per la importanza, ma per la facilità, dell’acquisto; potendosi insieme osteggiar con la flotta. Ma a Sciacca l’annunzio dell’assedio non avea punto sbigottito i cittadini, capitanati dal lor pro Federigo d’Incisa[399], che si rallegraron anzi di tal destro a spiegare, innanzi la Sicilia tutta, la loro virtù; stamparon bastioni e fossi; rabberciaron mangani e altri ingegni; in tutti i modi apprestaronsi al combattere. Con pari ardore veniano i nemici; ingaggiandosi i capitani tra loro, a non levarsi di Sciacca che non l’avessero espugnato: perchè parea agevole; e vergognavano che in cinquanta dì dallo sbarco, non avesser ferito un sol colpo con avvantaggio. L’armata angioina fece vela da Termini; occupò, non si vede a qual fine, la picciola terra di Castellamare; e senz’altra fazione surse alla spiaggia di Sciacca. Cominciato dunque l’assedio di mezzo luglio, si combattea vivamente ogni dì; gli assedianti facean giocare lor macchine, davano spessi assalti: ed era nulla ai difenditori, confortati dalla vicinanza del re, venutosi a porre co’ suoi stanziali a Caltabellotta, discosto nove miglia da Sciacca. Mandovvi poi Simone Valguarnera, con dugento uomini d’arme e più numero di fanti: il quale entrato di notte, a randa a randa la spiaggia, tra le poste nemiche, aggiunse tal franchezza agli animi de’ cittadini, che molti duri colpi indi n’ebbero le genti collegate.

Più atroce danno patirono dallo stare in maremma scoperta, sotto l’arsura del sollione, in faccia all’Affrica; onde furiosamente s’apprese nel campo la mortalità de’ cavalli, che allor travagliava molte parti d’Europa; e nacque anco una malattia che repente percotea gli uomini, e n’era a tale già il campo, da poter montare appena cinquecento cavalli. Federigo già ripensava alla vittoria del padre, allo scempio delle formidabili schiere di Francia sotto Girona. Montaner, con pueril zelo, qui scrive che il conte degli Empuri, Ruggiero de Flor, Matteo di Termini e gli altri capitani, stigassero Federigo a dar dentro, e sdrucire quello scheletro di esercito; e ch’ei negasse di portare tal onta a casa di Francia. Il vero è, che volea lasciarlo struggere tuttavia dassè; e comandava l’adunata di tutte le milizie feudali e cittadinesche a Corleone, per condurle a sicura vittoria[400].

Ma il Valois, come ciò intese, e vedea menomare di dì in dì le sue genti, parendogli vergognosa fuga se lasciato l’assedio si rimbarcasse, e inevitabil danno se aspettasse l’assalto delle nostre genti, pensò trarsen fuori con una pace; diffidando inoltre di Bonifazio, che l’avea frustrato nella speranza del governamento di Roma; e tardandogli di fornir bene o male l’impresa di Sicilia, sì che restasse libero a tentar acquisti per sè nell’impero di Oriente. Ristrettosi dunque con Roberto, che mal si piegava, come giovane e feroce, a lasciar sì bella parte del retaggio paterno, ricordavagli tutte le vicende della siciliana guerra; quant’oro, quanto sangue si fosse sparso senza poter mai ridurre quest’isola; e ch’or peggio dileguavansi le speranze, per essere stracco il reame di Napoli, esausto l’erario pontificio, caduta la riputazione di lor armi, e rinnalzata quella di Federigo, che saprebbe riassaltar le Calabrie, conturbare il regno, accender fuoco nell’Italia di sopra, col favor dei Ghibellini. Le quali parole non persuasero Roberto; ma il vinse la necessità dell’esercito, e l’autorità del Valois. Fors’anche era il caso assegnato per la pace nelle dette istruzioni del re. E certamente, o in Napoli quando si deliberarono le istruzioni, o a Sciacca, quando si usarono, per assentir tal subito fine della guerra, tal inopinato esito de’ disegni della lega francese e guelfa, non solamente si risguardò alle condizioni dell’esercito, ma anco si conobbe troppo arduo partito il continuare l’impresa contro la Sicilia, pronta sempre a quella maniera di guerra, poco dispendiosa a lei, poco rischiosa; non così a’ collegati che avrebbero avuto a rifare altro esercito, armar altra flotta, adunar altri tesori, mentre gli elementi della lega, come alla lunga avviene, tendeano a disciogliersi. Deliberato dunque l’accordo, Carlo mandava Amerigo de Sus, e Teobaldo de Cippòio, oratori suoi, a Federigo, che s’era tirato indietro a Castronovo per mettere insieme le sue genti[401]. Federigo assentì il diciannove agosto i preliminari della pace, e che, ad ultimarla, venissero ad abboccamento con essolui Valois e Roberto; intanto si cessasse dalle armi.

E il dì ventiquattro, tra Caltabellotta e Sciacca, in certe capanne di bifolchi, vennero, con cento cavalli ciascuno, Federigo e Carlo di Valois; favellaron soli gran pezza; poi fu chiamato Roberto[402]. Nè forse senza pianto si incontraron questa fiata Roberto e ’l siciliano re, per la perdita di Iolanda, amorevolissima ad entrambi, giovane, bella, di santi costumi, genio di pace tra lo sposo e ’l fratello; e morta sola a Termini, mentre stava l’uno allo assedio di Sciacca, l’altro pronto a piombargli addosso[403]. Non guari dopo, e in dolor pari, trapassò in Ispagna la regina Costanza, che nella pietà religiosa perdè quasi la carità di madre, non onorando nel testamento il suo glorioso Federigo, perchè era percosso dagli anatemi di Roma[404]. Nell’abboccamento dei tre principi furon indi chiamati, dall’una parte Ruggier Loria, dall’altra Vinciguerra Palizzi, e poi più altri nobili e capitani. Trattarono alquanti dì; poco mutossi da’ preliminari: e fu fermata il ventinove agosto, giurata il trentuno la pace.

Per la quale restava a Federigo la Sicilia con le isole attigue, da tenerla, finch’ei vivesse, da sovrano assoluto, independente da Napoli e dal papa, con titol di re dell’isola di Sicilia, o re di Trinacria, quel più fosse a grado a Carlo II. Darebbe costui la figliuola Eleonora, in moglie a Federigo: a lor prole si procaccerebbe il reame di Sardegna o di Cipro, o si pagherebber centomila once d’oro: e allor dovrebbero lasciar l’isola di Sicilia. Renderebbersi da Federigo le terre occupate di là dallo stretto; dagli Angioini quelle prese in Sicilia; e similmente, senza riscatto, il principe di Taranto, e da amendue le parti tutti gli altri prigioni: perdonerebbesi ai sudditi datisi al nemico; ma i feudatari perderebbero tutti feudi dal principe da cui si fossero ribellati. Da questo andarono eccettuati solamente, come avviene, i due più potenti, Ruggier Loria e Vinciguerra Palizzi; fatta ad essi abilità di tenere, il primo il castel d’Aci in Sicilia, l’altro Calanna, Motta di Mori, e Messa in Calabria. Sarebbero reintegrati, continuava il trattato, i beni ecclesiastici in Sicilia, allo stato innanti la rivoluzione dell’ottantadue. Il Valois si adoprerebbe a ottener la ratificazione di re Carlo e del papa[405]. Fu questo il trattato di Caltabellotta, o, come il chiaman anco, di Castronovo, per esservisi fermati i preliminari. Molto onore n’ebbero per tutto il mondo re Federigo e la Sicilia. E in vero la nazione, dopo venti anni, usciva gloriosa e vincente da guerra sì disuguale; Federigo, contro tal soperchio di forze collegate, si mantenea la corona sul capo: nè all’una ed all’altro tornava minor lode, dall’aver condotto a tal estremo, in tre mesi, il Valois, Roberto, Loria, tant’oste, tal armata; e piegato a lor volontà il superbissimo Bonifazio. Nè si dica che non seppero i nostri usar la fortuna contro quel diradato esercito. Dovean essi negar bene una breve tregua, avvantaggiosa solo all’Angioino; era il contrario una pace, nella quale si asseguisse l’importanza di sgombrar via il nemico, e tener libera e tranquilla la Sicilia, foss’anco per pochi anni. Perchè gli Angioini, pur volti in fuga e sconfitti a Sciacca, tenendo molte cittadi e castella, avrebbero potuto continuare a lungo l’infestagione dell’isola; e la pace, ancorchè pregna de’ semi di nuova guerra, dava comodo a’ nostri a rassettar le entrate pubbliche, ordinar le milizie, ristorar le città, racchetare i baroni, prepararsi a ripigliar le armi, quando che fosse, freschi e gagliardi; mentre le forze de’ nemici, come collegate, menomar doveano di necessità col tempo, che muta interessi, occasioni, umori dei potentati. Donde niuno fu che non vedesse futile e vano, il patto del rendersi l’isola alla morte di Federigo; parole da salvar le apparenze: e ciò vuoi significare il Villani, chiamando questa una dissimulata pace; malcontento, come ogni altro guelfo, per la riputazione che ne perdea lor parte, la forza che crescea a’ Ghibellini, tenendosi la Sicilia da Federigo. Indi tutte le fazioni d’Italia, per contrari umori, diersi a lacerare il nome di Valois, motteggiando: esser venuto in Toscana a metter pace, in Sicilia a far guerra; e aver lasciato guerra in Toscana, vergognosa pace in Sicilia[406]. E meritò maggior biasimo, di baratteria contro la corte di Roma e casa d’Angiò e tutta lor amistade, per un altro accordo fermato in questo tempo con Federigo, che l’aiutasse d’uomini e navi alla impresa di Costantinopoli, e non fermasse pace altrimenti con l’imperadore Andronico Paleologo[407]. Promulgata da Federigo, lo stesso dì ultimo d’agosto, l’importanza del trattato, senza dir de’ patti disfavorevoli, rivocossi il comando dell’adunamento in arme a Corleone; e si sciolse, dopo quarantatrè giorni, con somma gloria di Federigo d’Incisa e de’ cittadini, l’assedio di Sciacca: ma la pace de’ principi non tolse sì tosto la ruggine dagli altri animi: e terrazzani è soldati, scrive Speciale, mescolati vagavan ora per la città, ora per gli alloggiamenti, ma sospettosi e guardigni, per abitudine inveterata all’offendersi. In breve tempo si rimbarcò l’esercito francese per Catania: ebbe rinfreschi per ogni luogo: radendo le spiagge, n’ammiravano, massime i soldati gregari, l’amenità; e con la gaiezza e facilità di lor sangue a’ sentimenti generosi, ripentiansi dell’esser qui venuti a recare e riportar tante afflizioni. Intanto da Termini sciogliea per Napoli una galea, per nome l’Angiolina, col cadavere di Iolanda. Federigo, da Caltabellotta n’andò a Sutera, a liberare il principe di Taranto, tramutatovi, come in più sicuro luogo, alla passata del Valois; e tutti gli altri prigioni fe’ recare in Lentini, e reseli, insieme con Filippo, al duca di Calabria, venutovi da Catania. Quivi Roberto e Federigo, per simpatia di gioventù, di valore, e del comun cordoglio di Iolanda, strinsersi a tal dimestichezza, che come fratelli sollazzavansi, insieme; e dopo una caccia dormirono in un letto, come di que’ tempi si usava per dimostrazione d’amistà. Di Lentini stessa i legati pontifici sciogliean la Sicilia dalle scomuniche[408]. Andavano i principi insieme a Catania; dove Federigo perdonò largamente a’ cittadini; fece qualche dimora con essi, in segno di renduta grazia; e fuvvi sembianza di spegnersi odio assai più atroce, quando Ruggier Loria, per la prima volta dopo lo scoppio de’ loro sdegni nella reggia di Messina, gli s’inginocchiò dinanzi, a render omaggio per la signoria del castel d’Aci. S’erano sgombrati intanto da’ nemici gli altri luoghi di Sicilia; e apprestandosi lor gente a tornarsene in terra di Napoli, Loria fe’ vela con l’armata; i principi francesi, per tedio del mare, cavalcarono, permettendolo re Federigo, da Catania a Messina[409].

E in Messina mostrossi anco tra le allegrezze della pace, quella virtù che s’era provata in durissimi incontri; perchè gli uomini son così fatti, che i grandi eccitamenti delle passioni pubbliche, li rendono a un medesimo tempo audaci nell’arme, pronti e accorti nei consigli, arguti e forti nelle parole, e generosi ne’ tratti, e in ogni cosa di gran lunga più dignitosi e alti che nel mediocre viver di prima. I nobili messinesi, in abbigliamenti di pace, si faceano incontro a’ principi; li conduceano a città; e sontuosamente albergavanli. Ma convitando Valois i primi della città, e tra questi Niccolò e Damiano Palizzi, che nel blocco di Roberto avean tenuto, l’un la città, l’altro il castello, Niccolò, chiamato a sè il minor fratello, ricordavagli quante fiate servì a tradigione l’allegria delle mense (nè Carlo di Valois era Catone); essere in quel ritrovo il fior della città; gli ospiti inimicissimi, fidanti nel favor del pontefice; l’occasione da tentar coscienze anco men larghe, perchè, presa d’un colpo di mano Messina, che sarebbe della Sicilia? e per tal acquisto qual peccato non si rimetterebbe? Perciò ammoniva il fratello che restasse nella rocca, e non s’arrendesse per quantunque caso atroce; non se vedesse lui medesimo tra’ nemici, con la testa sul ceppo, e ’l manigoldo levar in alto la scure. Damiano seguì il consiglio.

Qui lo Speciale si fa a descrivere il convito, il desco ricoperto di bianchissimi lini, il vasellame d’oro e d’argento, i donzelli in eleganti abiti, pronti a un girar d’occhio dello scalco; e altri dar acqua alle mani, altri servir le vivande, girare i vini in tazze sfolgoranti di gemme; e somiglianti sfoggi di lusso, contro i quali ei si scaglia, lamentando che principi e cittadini, e fin que’ ch’avean fatto voto d’imitare la povertà di Cristo, con tai vanità desser fondo a loro sostanze. Ma dopo le prime imbandigioni, quando comincia il favellìo, sedendo Niccolò Palizzi tra Roberto e il Valois, costui domandavalo: nelle stretture estreme del blocco, quando vedeansi gli uomini cader dalla fame, e fallir anco quei lor cibi pestilenziali, qual mente fosse stata ne’ cittadini? E Niccolò, con un inchino: «Signor, gli disse, sia fatto degli uomini, sia influenza de’ Cieli, dal nome francese abborriam noi sì fieramente, che per serbare quest’odio nostro, consumato l’ultimo boccon delle carni de’ giumenti e de’ cani, avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini; e ristrettici chi nel palagio, e chi nella rocca, fitto avrem fuoco alla città, per mostrar che non mancasse in Sicilia la tremenda virtù di Sagunto e Perugia!» Carlo, crollando il capo, si volse a Roberto: «Vedi chi son costoro! Ben si è fatta la pace!» Entro pochi dì valicarono in terraferma; e restò la Sicilia libera e gloriosa con Federigo[410].

Mandava poi re Carlo la figliuola con un corteo nobilissimo a Messina; e quivi splendidamente si celebravan le nozze, di primavera del trecentotrè[411]. Già spariva ogni traccia della guerra, fuorchè la gloria e i guiderdoni: che n’ebbe Messina nuove franchige da collette qualunque, e giurisdizione su più vasto territorio[412]; Sciacca immunità dalle dogane[413]. Ma il più salutare tra’ provvedimenti fatti dopo questa pace, fu di sgombrar via i mercenari siciliani, calabresi, genovesi, spagnuoli, che, finita la guerra, s’eran gittati in masnade a infestar l’isola con ladronecci e violenze. Il più avventuroso tra’ lor condottieri, quel Ruggiero de Flor, che sdegnava tal poca rapina, e per la pace si vedea ricader tra l’ugne del gran maestro del Tempio, s’avvisò di portar quella feroce gente a’ soldi dell’imperator di Costantinopoli, contro i Turchi che duramente travagliavano l’impero. Gliel’assentì pronto Federigo, per torsi tal tristizia di casa; fornì loro navi, armi, vittuaglie, e ogni cosa necessaria: e sì andarono in Oriente; dove traendo a loro i mercenari degli Angioini, lor veri fratelli, e quanti altri rotti e feroci uomini v’erano nimici del viver civile sotto le leggi, fecero quel formidabil corpo, che si chiamò la Compagnia catalana o di Romania, segnalatissimo per valore, infame per fatti d’iniquità e di sangue, contro amici e nemici; nel quale videsi tra i principali condottieri il cronista Ramondo Montaner. Tal gente acquistò allora al re di Sicilia il titolo del ducato d’Atene e di Neopatria[414].

Il papa fu l’ultimo ad assentire la pace. Venuto a lui il Valois, nel ripigliò con sì agre rampogne, che ’l Francese fu per metter mano alla spada[415]; esacerbato ancora dalla discordia accesa tra il papa e casa di Francia per la disciplina ecclesiastica, di che nacquer pochi anni appresso la scomunica di Filippo, la presura di Bonifazio ad Anagni, e ’l disperato morir suo. Forse per cagion di queste contese, s’ammorzò alquanto la superbia di Bonifazio contro Federigo; e benignamente scriveagli: non poter ammettere senza disonor della Chiesa l’accordo com’era, ma si accomoderebbe; egli intanto preveniva Federigo nelle vie della pace; il ribenediva; non ricusava la dispensagione per le nozze con Eleonora; del resto mandava in Sicilia, a riformare i patti, i vescovi di Salerno e Bologna, con Giacomo di Pisa famigliar suo. E ’l re di Sicilia, che incominciava a gustar le delizie del viver tranquillo, piegossi a riconoscere per oratori la feudal signoria di Roma, disdetta chiaro abbastanza nel trattato di Caltabellotta, ed or voluta senza remissione da Bonifazio. Mandò dunque a corte di Roma il conte Ugone degli Empuri, Federigo d’Incisa, e Bartolomeo dell’Isola, promettendo e ’l giuramento ligio, e ’l censo di tremila once d’oro all’anno, e il servigio di cento lance, o vogliam dire trecento cavalli; imitazione de’ patti a’ quali Clemente avea dato al conte d’Angiò i reami rapiti a Manfredi e a Corradino. Ebbe Federigo il titolo di re di Trinacria; promesse a corte di Roma la comodità di trarre grani dall’isola, e l’ampia redintegrazione de’ beni ecclesiastici. Nel qual modo, peggiorato per maneggi l’accordo che onorevole s’era fatto con le armi in pugno, Bonifazio l’approvò per costituzion pontificia del dì ventuno maggio milletrecentotrè, col voto del sacro collegio, dissentendo un sol cardinale[416].

Fu questo fatto di Federigo, illegittimo e non obbligatorio per la Sicilia, sì per virtù dei primitivi dritti di lei, e sì per la espressa e fondamentale legge del milledugentonovantasei, che vietava qualunque atto di politica esteriore senza assentimento della nazione. Perchè non abbiamo, nè sappiamo essersi allegato giammai, documento di tal approvazione nè alla pace di Caltabellotta, nè alle riforme di Roma. Ma resta in dubbio se Federigo lasciar volle quest’appicco a disdir quando che fosse e ’l trattato e l’omaggio al papa, o se, mutando il sostegno dell’amor dei popoli con la federazione de’ potentati, si contentò meglio del magro accordo, che della gloriosa resistenza; e prese a violar le sue medesime leggi, come prima il potè senza pericolo. Certo egli è dall’un canto, che Federigo non pagò giammai censo a Roma[417]; che non mandò le milizie; ch’indi a pochi anni ruppe nuovamente la guerra; che ripigliato l’antico titol di re di Sicilia, mandò in un fascio e trattato e papal costituzione[418]; che infine fe’ riconoscere dal parlamento la successione di Pietro II, onde il legal voto della nazione dileguò del tutto i vestigi di tali vergogne, se alcuno ne potea lasciare il fatto del solo Federigo contrario alle leggi. Dall’altro canto è da considerare, che la guerra l’avea stracco; che puzzavagli la licenza dei baroni e de’ soldati mercenari; che gl’increscean forse gli stretti limiti della costituzione del novantasei; e sopra ogni altro, ch’ei non fu sì grande come il presenta la istoria, che mal serba misura nel biasimo o nella lode. Ebbe Federigo animo gentile, affabile, adorno dalle lettere, dato agli amori, pieghevole alle amistà, ma troppo, sì che reggeasi a consigli di favoriti: e ne nacque il turbolento patteggiar della sua corte, che ’l portò ad estremo pericolo con la ribellione di Ruggier Loria, e posate le armi di fuori, accese in Sicilia le dissenzioni civili. Nei maneggi di stato non fu molto accorto o magnanimo, nè coraggio politico ebbe, al paro che ’l soldatesco, questo principe, che nel novantacinque si lasciò raggirar da Bonifazio, e per poco non tradì i Siciliani, nè spegner seppe, nè accarezzare i suoi baroni; e dopo questa pace, ripigliando le armi al tempo dell’imperadore Arrigo di Luxembourg, troppo osò, poco mantenne; meritò nota, ancorchè troppo severa, di avarizia e viltà, da quel Dante ch’a lui s’era volto, come all’erede del grande animo di re Pietro. Tal sembra, su i più certi riscontri istorici, Federigo, lodato a cielo da Speciale suo ministro, da Montaner soldato di ventura catalano, e ammirato dalle età seguenti, perchè a lui si è dato quanto oprarono ne’ primordi del suo regno i Siciliani, esaltati ad eroiche virtù dalla rivoluzione del vespro. Ma s’ei non levossi con la sua mente all’altezza di gran capitano o uom di stato, avrà sempre una splendida pagina nelle istorie siciliane, come franco e schietto, costante nelle avversità, solerte in guerra, prode in battaglia, vigilante nel civil governo, umano co’ sudditi, degnissimo di fama per le generose leggi politiche che ne restano col suo nome, le quali s’ei non dettò, ebbe prudenza certo e magnanimità da assentirle[419].


CAPITOLO XX.

Conchiusione. Qual era la Sicilia prima del vespro; qual ne divenne; qual rimase.

La pace di Caltabellotta, che fece posar la prima volta le armi in venti anni dalla sommossa dell’ottantadue, è il termine del mio lavoro, avendo chiuso quella felice rivoluzione ch’io prendeva a narrare. Perchè non solamente i potentati di fuori, i quali, bene o male, vantavan ragioni su l’isola, s’acquetarono al reggimento di quella per lo innanzi chiamata ribellione; ma anco dentro da noi dileguossi la spinta del vespro; benchè dopo corto volger di tempo, si fosse ripigliata la guerra con esempi dell’antica virtù, e disdetti i termini del trattato di Caltabellotta, e sostenuta, in tutta la integrità, l’independenza della nazione. Ma tuttociò ritraea come debole immagine que’ primi tempi gloriosi; e sforzi del nimico men gagliardi, con più fatica si rispinsero; e mancava il rigoglio d’attual movimento; scopriasi il mal germe della feudalità rimbaldanzita; e ogni cosa muovere da una corte fiacca e discorde, anzichè dalla volontà della nazione. Del rimanente, prima ch’io lasci questo nobile subbietto, mi par bene ricercare qual fosse la Sicilia innanzi il vespro, qual ne divenisse, qual restasse poi.

Nel secol duodecimo la veggiam noi fiorita d’industrie, civile e potente, forse sopra la più parte degli stati d’Italia, domar quanti piccioli principati stendeansi dal Faro al Garigliano; e per questa nuova signoria, entrar nelle guerre civili d’Italia; e al medesimo tempo avviarsi a più intima unione con quelle province d’oltre lo stretto, e a reggimento più chiuso. Questo ebbe sotto casa Sveva, per lungo tratto del secol decimoterzo, con grande soperchio di tasse: ma l’alta mente de’ principi mitigò l’uno e l’altro con buone leggi civili, gentilezza di costumi, cultura degl’ingegni, da avanzare nel rinascimento delle lettere ogni altra provincia italiana; e insieme die’ l’andare a forti opinioni contro la corte di Roma. L’avarizia e severità, spiacendo più che non allettavano gli ornamenti, piegarono i popoli alla repubblica del cinquantaquattro. Spenser questa i baroni; e tornò la dominazione Sveva con que’ vizi e quelle virtù: onde poco appresso ricadde, più per mala contentezza de’ popoli, che per forza straniera.

Ma il governo angioino, invece di far senno da ciò, inebbriossi d’ogni più insensato abuso; mutò non solamente le persone de’ feudatari, ma di fatto anco innovò la feudalità; nel rimanente correndo al peggio sulle tracce degli Svevi, e sforzandosi, direi quasi, a trar tutto alla testa il sangue, per farsene più vigoroso alle ambizioni d’Italia e d’Oriente. Sì duro ei tirò, che la ruppe. L’antagonismo delle schiatte, il sentimento di nazione latina fece sentir più duramente il governo tirannico; che anche antico e nazionale spinge i popoli a ribellarsi come il possano. De’ due popoli si mosse anzi il Siciliano che l’altro, o per l’indole più ardente, o per maggiore oppressione; perchè la corte, tramutata in terraferma, era quivi compenso ai mali comuni, e rispetto all’isola nuovo oltraggio politico, e danno materiale; onde, dopo la rivoluzione, lo stesso Carlo I e Carlo II si fecero a profferire special governamento alla Sicilia, e vicario con larghissima autorità, e moderate leggi: rimedi che dati a tempo avrebbero forse distornato i tremendi fatti del vespro, ma sì tardi non trovarono chi li ascoltasse. La congiura o non operò nel movimento, o poco l’affrettò. L’occasione al tumulto potea tardare; potea riuscir male la prima, la seconda prova; non fallire la rivoluzione, in tal disposizione de’ popoli, e assurda nimistà de’ governanti.

Come per forza d’incanto, al primo esempio che lor balenò innanzi agli occhi, si rifecer uomini quegli imbestiati in vil gregge. Tremavano a un guardo; sospettosi tra loro; selvatichi e fieri, pur senza saper levare un pensiero al resistere; incalliti alla povertà, alla ingiustizia, al disprezzo, al disonor nelle famiglie, alle battiture sulle persone; sol ritraenti dell’umana dignità nell’odio che chiudevano in petto: e chi in cotesti avrebbe riconosciuto il legnaggio d’Empedocle, Dione, Archimede; de’ compagni di Timoleone, dei vincitor d’Imera? E pure un attimo d’esempio bastò. Quell’ignoto uccisor di Droetto, con un sol colpo, rese la greca virtù al popolo di Palermo; questo a tutta l’isola. Nacque la rivoluzione dal volgo; ed ebbe nei primi tempi sembianti popolani: frammischiatisi i nobili, la tirarono alla monarchia ristoratrìce delle antiche leggi. Allora tutta la nazione unita si adoperò al nuovo ordin di cose; non guardandosi le minuzie di pochi nobili parteggianti per gli Angioini, e pochi più spenti, per ingratitudine o sospetto, dal nuovo principe. E chi guardi i Siciliani in questo periodo, entro il medesimo anno ottantadue che li avea veduto marcire nella non curanza della servitù, li troverà franchi al combattere, pronti ed accorti al deliberare, devoti alla patria, affratellati tra loro, pieni di costanza, nè spogli di generosità tra lo stesso disunan costume de’ tempi: e dopo breve tratto, li scorgerà fatti provati guerrieri e marinai; pratichi negoziatori nelle faccende di stato; fermi oppositori alla corte di Roma, e pur tenaci nella religion del vangelo; e legislatori sorger tra loro, che i nomi ignoriamo, ma ne restano, irrefragabil testimonio, le savie leggi; e coltivarsi le lettere, prevalendo, com’è naturale in un movimento politico, gli studi della storia, su la poesia che fioriva nella corte Sveva; e Guido delle Colonne ne’ primi tempi della rivoluzione dettare in Messina una storia Troiana[420]; il Neocastro una nazionale e contemporanea, lasciando belli esempi allo Speciale, allo Anonimo, Simon di Lentini, Michele di Piazza e altri; e lo stile vivace e biblico, ritrarre il sollevamento dei pensieri; e quel che più è meraviglioso, tra ’l romor delle armi prosperare anco le industrie. Tanto egli è vero, che non v’ha parte alcuna degli esercizi degli uomini, che non prenda novella vita alle boglienti passioni d’un mutamento politico!

I quali effetti nascon talvolta da trascendente ingegno d’uno o pochi uomini, che rapisce la moltitudine là dove ei vuole; talvolta da felice talento de’ popoli, per la necessità e forza degli eventi, onde flnanco i mediocri compion dassè grandissimi fatti, senza la virtù d’una mente straordinaria che li governi. E il secondo caso parmi di scernere nella rivoluzione del vespro. Perchè, messe da canto le favole di Giovanni di Procida, le quali pur abbandonano il protagonista al cominciamento della rivoluzione, nessun uomo di quell’altezza ch’io dico, si trova infino al primo assedio di Messina; e questa diffalta forse fece dileguar la repubblica. In Messina poi Alaimo di Lentini meritò nome immortale; come a lui si deve e ai Messinesi, che la Sicilia non fosse soggiogata da quel possente esercito di Carlo. Re Pietro e Ruggier Loria spensero Alaimo; ma insieme educarono i nostri alla guerra, ed egregiamente usarono le virtù degli Spagnuoli e dei Siciliani unite insieme, a prostrare i nemici in Ispagna, sconfonderli in Italia: e lungo tempo dopo la morte del primo, dopo la tradigione dell’altro, durò la virtù loro, e notevoli uomini produsse.

Questi elementi sostenner Giacomo, glorioso e sicuro, sul trono; questi v’innalzaron Federigo, quando Giacomo fallì alla rivoluzione; questi, crescendo di vigore ne’ contrasti, fronteggiaron soli mezz’Europa, quando quegli stessi Spagnuoli ch’eran venuti ne’ primi tempi ad aiutarne per loro interesse, per loro interesse ci si volser contro: antichissima usanza, che mostra esser la generosità di nazione a nazione o sogno, o foco di paglia, e l’interesse tale infaticabil consigliero, che piega alfine a sue voglie e principi e popoli.

La esaltazione di Federigo, rinnovamento o conferma della rivoluzione, è al veder mio più gloriosa del primo principio stesso. Perchè non la portò disperazione, o caso, ma l’accorgimento e ’l coraggio politico de’ nostri padri; operata senza disordini, senza fatti di sangue, con dignità d’universale concordia, con maestà di nazione che medita, e si propone, e fa, contro potenze cento volte maggiori di lei. Al considerar, quanti nomini di stato e d’armi, quanti prodi oratori, quanti incorrotti cittadini risplendettero nel regno di Giacomo e ne’ primi tempi di quel di Federigo, si troverà manifesto l’effetto del mutamento dell’ottantadue; la nazione rigenerata si troverà adulta in tutte le sue forze. Donde, se Federigo non fu un uomo straordinario, la Sicilia ridondava di tanta virtù, che bastò a resistere, e a fiaccar l’ultimo sforzo de’ collegati.

Prendendo poi a guardar tutta insieme la lunga guerra del vespro, io non so qual nazione possa vantare maggior fortuna. Carlo d’Angiò con un picciolo esercito debellava quel valente Manfredi, signore di due regni; e poco appresso le forze de’ Ghibellini adunate sotto Corradino: ma per macchina di guerra poderosissima e maravigliosa, non bastò a domar la sola Sicilia, nè egli nè i suoi successori, con ostinati sforzi. La Sicilia in venti anni guadagnava quattro battaglie navali; tre giuste giornate in campo; con moltissimi combattimenti di mare e di terra; fortezze espugnate; occupate entrambe le Calabrie e Val di Crati; dileguati di Sicilia tre eserciti nemici; sciolti due assedi di Messina, due di Siracusa, e altri molti di minore importanza. Non fu interrotto questo lungo corso di vittorie, se non che da due sconfitte in mare, e da tre anni d’infestagione dell’isola; dove i nemici non riportarono alcun avvantaggio di conflitto, ma ciò che presero fu a patti, o per tradimento. Questi disastri toccaronsi per la virtù soldatesca, le pratiche, la riputazione di Giacomo, di Ruggier Loria, de’ venturieri spagnuoli: ma risanati che furono i nostri dal delirio di combatter in mare senz’ammiraglio, vinsero in campo; tagliarono a pezzi gli stanziali francesi e italiani nella guerra guerriata, per cui è fatta la Sicilia; sgararono nella lunga prova il reame di Napoli, maggiore tre tanti di popolazione[421]. Ed esso non bastò a domar l’isola, ancorchè, insieme col suo sangue e la sua moneta, si sperperassero contro Sicilia le decime ecclesiastiche di tutta l’Europa, i sussidi delle città guelfe d’Italia, oltre il danaro che die’ in presto la corte di Roma, che passò le trecentomila once d’oro, e al dir del Villani[422], il papa ne acquetò Roberto al tempo del suo coronamento. E non bastò, ancorchè la Francia fornisse braccia ed armi alla guerra, e poi l’Aragona con essa, e la misera Italia sempre; e la sede di Roma votasse la faretra degli anatemi, in una età, non che di religione, ma di superstizione; e si facesser giocare tutte le arti di quella corte, sapiente e destra, e avvezza a maneggiar le relazioni politiche della intera cristianità. E la Sicilia, che non era aiutata di danari da alcuno, d’uomini una volta dalle Spagne, poi sol da pochi avventurier catalani e ghibellini di Genova, finì la guerra mantenendo l’alto suo intento. Tali furono, o Siciliani, le geste dei vostri padri nel secol decimoterzo! Ripigliaron così la independenza di nazione, la dignità d’uomini: e detterne esempio alla Scozia, alla Fiandra, alla Svizzera, che scuoteano, a un di presso in quel tempo, la dominazione straniera.

Volgendoci alla riforma civile, la medesima ammirazione convien che ci prenda. Gli sforzi che i popoli fanno a libertà, per loro natura non durano, se non giungono a porre buoni e durevoli ordini nello stato, e a spegnere i malvagi uomini, che ne guasterebbero i frutti. La prima cosa fecer quegli antichi nostri egregiamente; l’altra non seppero, o non poterono. Come le leggi esprimon l’interesse di chi è più forte, così dettaronle a vantaggio pari de’ baroni e del popolo i principi aragonesi, che per virtù di quelli regnavano. Allargati i termini della costituzione del Buon Guglielmo, ebbe il general parlamento la ragion di pace e di guerra, e quasi al tutto quella di dar leggi; furono rese ordinarie e annuali le adunanze di esso; datagli la censura su i ministri e uficiali pubblici; fondata o ristorata un’alta corte di pari: componeasi il parlamento, come ognun sa, dei prelati, dei baroni, e de’ rappresentanti o sindichi delle città; e sembra fuor di dubbio che di que’ primi tempi, in un sol corpo, o vogliam dire camera, deliberasse: veemente forma, che poi dileguossi sotto i monarchi spagnuoli. Tanto per la signoria dello stato. L’altra principalissima parte, ch’è l’entrata pubblica, fu ordinata con più sottile accorgimento. Limitati per legge fondamentale i casi e la somma delle collette; richiesta a levarle l’autorità del parlamento, sì che poi, con molta significanza, appellaronsi donativi. Si fe’ più largo il reggimento municipale, la cui importanza stava nell’adunata, o come diceasi, parlamento, in cui tutti conveniano, o almeno in larghissimo numero, i cittadini; e ne fu escluso per espressa legge l’ordine de’ nobili. Questi parlamenti popolareschi, e in qualche luogo, secondo le particolari consuetudini, i consiglieri eletti a rappresentarli, maneggiavano tutti i negozi del comune, cioè la tassazione pe’ bisogni municipali, lo scompartimento delle collette generali, l’armamento delle milizie a richiesta del re, la elezione de’ sindichi al parlamento, e de’ magistrati del comune. La istituzione de’ giurati fu tribunato, o, come or diremmo, ministero pubblico, che esercitavasi in ciascun comune, a compiere il sistema di censura, alla cui sommità stava il parlamento. Il maneggio dell’alta giurisdizion civile e penale restò presso i magistrati regi: ma furono accresciuti, e avvicinati alle popolazioni; si provvide il meglio che si potea a contenerli da superbia e rapacità. Così uscissi dalla rivoluzione siciliana del secol decimoterzo, con un ordinamento politico, che le più incivilite nazioni del secol decimonono appena attingono. Notevole egli è, che un tal congegno di monarchia, l’ebbe tra tutte le province italiane la Sicilia sola; perchè nelle altre, di Venezia in fuori, non eran che repubbliche mal ferme o signori assoluti; e nel reame di Napoli non tardò il potere regio a trapassare i limiti delle costituzioni d’Onorio, e dileguarne fin la memoria, stimolato, più che ritenuto, dalle frequenti ribellioni.

In tutto il rimanente del regno di Federigo, o in que’ de’ fiacchi suoi successori, non dettavasi poi in Sicilia alcun’altra legge di ordine pubblico, ma particolari statuti, più atti a manifestare che a riparare i crescenti disordini dello stato. Dei quali fu sola radice l’aristocrazia, che tenne in Sicilia un corso difforme dagli altri reami d’Europa, dove nacque nelle età più barbare, piena d’abusi, e poi l’interesse unito dei monarchi e del popolo, a poco a poco, la raffrenò. Ma appo noi, come fondata al tempo delle prime crociate e dalla mano d’un principe, fu moderata nel cominciamento; e se tendea per sua natura all’usurpare, la ritirarono a que’ termini i monarchi, e il romor del vespro la fe’ stare; finchè ripigliando nel corso di quella lunga guerra e riputazione e facultà, e indi cupidigia e baldanza, divenne l’ordine più possente dello stato: per soperchio di rigoglio recossi in parte tra sè medesima; rapì in quelle discordie e la corte e i popoli; e lacerò la Sicilia negli ultimi tempi del regno di Federigo. Precipitò indi al peggio, non raffrenandola le deboli mani dell’altro Pietro e dell’altro Federigo; venne alfine ad aperta anarchia feudale. E allora si smarrì la cosa pubblica nelle izze di parti; non si udì più il nome di Sicilia, ma di Palermo, di Messina e di questa e quell’altra terra; il nome di parzialità, come chiamavanle, l’una italiana, l’altra catalana; il nome di famiglie, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonte e altri superbi, nemici di sè stessi e della patria: entravano a’ soldi de’ baroni coloro che, prese le armi nelle guerre della rivoluzione, non sapean divezzarsi dall’ozio e dalla militare licenza; incominciavano i liberi borghesi a far parte co’ baroni, sotto il nome di raccomandati e affidati. Nondimeno questa piaga penò oltre un secolo a consumar la potenza creata dalla rivoluzione del vespro. La istoria di quel periodo tuttavia ci presenta, come innanzi dicemmo, una immagine della prima virtù; e veggiamo nel milletrecentotredici, alla passata dell’imperatore Arrigo, il re di Sicilia levarsi per esso contro quel di Napoli; armare poderosissima forza; occupar nuovamente le Calabrie: e poichè escì vano nell’Italia di sopra quello sforzo ghibellino, e la potenza guelfa si aggravò tutta sopra la Sicilia, veggiamo i nostri difendersi virilmente; il sicilian parlamento stracciare i patti di Caltabellotta; chiamare alla successione Pietro figliuol di Federigo; e Palermo, assediata da innumerevol oste di Napolitani e Genovesi, rinnovellar le glorie di Messina dell’ottantadue, del trecentouno: e in tutta la guerra, i nemici che veniano in Sicilia a rubacchiar villaggi, arder messi, guastare i campi, assediar città, veniano in Sicilia a perire; donde sempre le reliquie degli eserciti, a fronte bassa, tornaronsi di là dal mare; sempre la Sicilia restò vincente, ancorchè i suoi stessi baroni, nel cieco furor delle parti, chiamassero contro la patria i nemici. Onta e rabbia egli è da questo tempo in poi a legger le istorie nostre, come d’ogni altra monarchia feudale; a veder le nimistà municipali modellarsi su quelle de’ baroni; rinvelenir tanto più, quanto presentavano le sembianze d’amor di patria. Tra questa infernale discordia, per maggior danno, mancò la schiatta dei re aragonesi di Sicilia; sottentrò quella di Spagna, e si spense; e cadde la indipendenza politica della Sicilia, perchè l’abitudine richiedeva il governo monarchico, e le pessime divisioni rendeano impossibil cosa a’ Siciliani di accordarsi nella elezione di un re. Ne messe il partito Messina, tuttavia grande e vigorosa, nel parlamento del millequattrocentodieci; e nol potè vincere, nei contrasti de’ baroni di legnaggio catalano, che aveano in sè tutti i vizi di faziosi, di ottimati e di stranieri. Indi la Sicilia sofferse la dominazione spagnuola, col magro compenso del nome e forma di reame, e della integrità delle antiche sue leggi nell’amministrazione delle entrate pubbliche, della giustizia, e degli altri negozi civili. Fu accoppiata sotto la medesima dominazione straniera col reame di Napoli, come due servi a una catena. S’impicciolirono gli animi, crebbe la superstizione, si offuscarono, dirò così, gl’intelletti, imbarbarirono i popoli, lasciati a contender di cose deboli e puerili; e ogni cosa andò al peggio sino all’esaltazione di re Carlo terzo, quando furono ristorati entrambi i reami, e l’incivilimento dell’Europa sforzavasi nella faticosissim’opera di ritirare all’uguaglianza i figliuoli d’Adamo.

E questo lungo letargo della dominazione spagnuola, che guastava gli uomini e conservava le forme, cercava danaro e ubbidienza, e del resto non si curava, fe’ durare sì, ma poco fruttuosa, infino a’ primordi del secol decimonono, l’antichissima pianta della costituzione normanna, riformata nella rivoluzione del vespro. Stava il parlamento, ma diviso, come diceasi, in tre bracci, ecclesiastico, baronale ossia militare, e demaniale; se non che i baroni non eran più guerrieri; la rappresentanza popolare era ristretta alle poche città del dominio o demanio regio; e queste tre camere, perchè fossero più docili, spartitamente si assembravano, e deliberavano; la deliberazione di tutte, o di due sopra una, era voto del generai parlamento. Non che il dritto di pace e di guerra, ma perduto avea questo parlamento il legislativo; se non che potea domandare alcuno statuto sotto il nome di grazia. Per bizzarro contrasto, quasi gareggiandosi in cortesie, si chiamavan presenti, e più comunemente donativi i sussidi della nazione al principe: e più maraviglioso era un corpo permanente di dodici eletti dal parlamento, quattro per ciascun braccio, che chiamavasi deputazione del regno, e con autorità non minore del nome, avea uficio di difendere le franchige del parlamento e della nazione, di maneggiar le tasse accordate dal parlamento, e, secondo i decreti di quello, porger il danaro al re, o investirlo negli usi pubblici: augusto magistrato, che nacque dall’antica corte de’ baroni, o fu imitato dagli ordini aragonesi; e che nelle costituzioni d’altri popoli si vide temporaneo e per abuso, nella nostra saldissimo. Il parlamento ordinario adunavasi ogni quattro anni; era sopra ogni altra cosa geloso delle tasse; e assai parcamente porgea danaro alla corona, la quale non violò giammai questo privilegio; e ne nacque l’effetto che infino ai principî della guerra della rivoluzione francese del secol decimottavo, tutta la entrata pubblica di Sicilia non sommò a settecentomila once annuali. Mentre l’autorità regia si era ristretta da un lato, avea libero comando sopra le persone de’ cittadini; mettea fuori statuti e leggi, sol che non trovassero ostacolo nella deputazione del regno, facile per altro a piegarsi; non doveano i ministri e oficiali render conto di lor fatti ad altri che alla corona. Questo potere regio in gran parte esercitavasi, col consiglio de’ nostri magistrati primari, dal vicerè; ch’era insieme gran bene e gran male: il primo per la utilità dei provvedimenti pronti, vicini, meno sbadati, men ciechi; il male era la rapacità e superbia proconsolare. I nobili e il clero stavan tra ’l popolo e il potere regio, come baluardo, ch’aduggia e soffoca, mille volte più che non difende. Delle forme municipali non parlo, ch’eran le antiche, rappezzate di privilegi, di forme speciali diverse, ma pure ordinate assai largamente, quanto al maneggio de’ lor propri danari. Gli altri magistrati, posti su la giustizia e la civile amministrazione, eran macchina un po’ gotica, ma buona perchè semplice. Le leggi civili e criminali, al contrario, spaventavan per l’immenso viluppo. Questo fu il governamento della Sicilia infino al principio del secolo in cui viviamo.

La dominazione spagnuola snervò gli uomini che doveano por mano a queste leggi: e indi la Sicilia, che nella fondazione della monarchia normanna l’ebbe a un di presso comuni con l’Inghilterra; che nella memorabile rivoluzione del vespro le ristorò ed accrebbe, e lascionne retaggio alle generazioni avvenire; decadendo dal secol decimoquarto infino al diciottesimo, si trovò poco lontana nelle forme, ma di gran lunga nella sostanza, al dritto pubblico inglese, che poi venne sì in moda. E quando il turbine della rivoluzione di Francia crollò quest’antica macchina, la nazione, da pochi valentuomini in fuori, trovossi tale, da non saperla nè apprezzare, nè correggere.


APPENDICE.

Esposizione ed esame di tutte le autorità istoriche sul fatto del vespro.

Questa rivoluzione, ricordata da tutti gli storici che toccan quell’epoca, in cui fu maravigliosissimo avvenimento, è stata di ciascuno figurata a suo modo; e copiandosi a vicenda gli scrittori, si è alterato dall’uno all’altro il fatto, si son confuse e smarrite le cagioni. Ne’ cap. V e VI io n’ho scritto quanto mi par si ritragga di vero, comparando ed esaminando sottilmente tutte le autorità istoriche de’ tempi; ho delineato il ragionamento, che alla mia conchiusione conduce. In questa appendice, ne vengo ai particolari. Torno a mente al leggitore, che per autorità istoriche intendo: 1o. gli scrittori contemporanei, messi a riscontro tra loro, e valutati secondo le parti che ciascun tenne, la postura in cui si trovò a sapere i fatti, la critica e la esattezza che da a vedere: 2o. i documenti, che pongo in secondo luogo, perchè nel presente caso pochi se ne trovan di tali da stabilir fuori contrasto la verità, ma sol possono rischiarare le testimonianze degl’istorici, e aggiugnere o scemar fede a loro detti: 3o. la tradizione, in quanto valga dopo cinque secoli e mezzo di viver civile: 4o. la necessità di cagioni d’alcuni fatti seguenti, che non cadono in dubbio.

E cominciando dagli scrittori contemporanei o molto vicini a que’ tempi, è da notar che sono Francesi, Catalani, Siciliani o d’altre parti d’Italia, e questi ultimi o Guelfi o Ghibellini; ondechè i più scrissero da spirito di parte, pochissimi ne furono scevri, o meglio che le parti amarono il vero. Pertanto di questa rivoluzione alcuni, senza toccar le cagioni, dicon l’uccisione dei Francesi in Sicilia, con qualche circostanza isolata ovvero oziosa, e nulla più. Altri intessono sottilmente una cospirazione; e ne fanno effetto immediato e palpabile il tumulto del vespro. Altri infine, accennando qual più qual meno gli apparecchiamenti e i desideri di Pietro d’Aragona, raccontano il tumulto di Palermo, senz’altrimenti connetterlo con quelli; com’effetto dell’odio alla tirannia angioina, scoppiato a un tratto, per ingiuria, in una festa popolare. Secondo queste tre classi divideremo le testimonianze istoriche poste qui a disamina.

Nella prima si noverano Ricobaldo Ferrarese (Muratori, R. I. S., tom. IX); i frammenti d’Istorie Pisane (ibidem); le due biografie di papa Martino IV (ibidem, tom. III, parte 1a, pag. 608 e 609, parte 2a, pag. 430); il nostro fra Corrado, che, inorridito delle fiere vicende passate sotto gli occhi suoi, rifuggiva dal particolareggiarle (ibidem, tom. I, pag. 729); il frate Catalano autor delle Geste de’ conti di Barcellona (Marca Hispanica, per Baluzio, capit. 28), che dice della chiamata di Pietro, dell’assedio di Messina, e dell’obbedienza negata a Carlo in Sicilia, ma non della sanguinosa rivoluzione che die’ principio a questi fatti; il Cantinelli (Chronicon, in Mittarelli, Rer. Faventinarum script., Venezia, 1771, pag. 276); un anonimo fiorentino (pubblicato dal Baluzio, Miscellanea, tom. IV, pag. 104, ed. Lucca), breve ma esatto, il quale narra, senza dir di congiura «che nel 1289 in calende d’aprile si ribellò Palermo, e poi a sommossa de’ Palermitani tutta la Sicilia;» e altri scrittori che inutile sarebbe a noverare, perchè nessuna luce sen trae. Stretta investigazione meritano gli scrittori Francesi, cioè l’autore del Ms. della vittoria di Carlo d’Angiò, Guglielmo Nangis, l’autore della Cronaca del monastero di San Bertino; e i fabbri Italiani della congiura, Ricordano Malespini, Giovanni Villani, l’autore della Storia anonima della cospirazione di Procida, e con essi frate Francesco Pipino, l’autor della Cronaca d’Asti, il Boccaccio, il Petrarca.

Nel Ms. della vittoria di Carlo (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 850), si legge che Pier d’Aragona, apparecchiando un navilio contro Carlo re di Sicilia, Siculorum monitu et uxoris, mandò ambasciadori al papa, infingendosi voler andare con grande oste sopra i barbari d’Affrica. Poi narrasi, che di febbraio (1282), un leon marino portato ad Orvieto prognosticasse co’ suoi pianti le calamità che sovrastavano; e qui finisce la cronaca. In essa è notevol solo il Siculorum monitu, che si potrebbe per altro interpretare per consigli degli usciti Siciliani rifuggitisi in corte d’Aragona.

Più espresso il Nangis. Secondo lui Pier di Aragona, ingrato ai re di Francia, stigato dalla moglie, co’ Siciliani, qui jam contra regem Siciliae Carolum conspiraverant, confoederatus est. Nam missi Siculorum, Panormitanorum maxime et Messanensium, ad ipsum tum convenerant, dicentes quod si contra regem Carolum vellet cum ipsis insorgere et eosdem tueri, de caetero ipsam in regem et dominum reciperent et haberent..... Circa idem tempus (1281) Petrus Arragoniae rex assensum dedit Siculis qui contra dominum suum regem Siciliae Carolum conspiraverant, etc. Indi, toccando l’impresa preparata da Carlo contro l’imperadore di Costantinopoli, che si ritrae da tutti gli altri istorici, ne parla il Nangis come di novella crociata al racquisto di Gerusalemme. Soggiugne che, tornati appena gli ambasciatori siciliani dalla corte di Pietro, i Palermitani e’ Messinesi ribellaronsi; Pietro uditolo s’armò ad aiutarli; ma infìnse andar sopra i barbari in Affrica, e per messaggi confortava i Siciliani. Di Giovanni di Procida ei non parla; ma senza dubbio ne’ riferiti luoghi si contien l’accusa della congiura di Pietro coi notabili di Sicilia (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 537, 538, 539). Prendendo dunque ad esaminare l’autorità del Nangis, diremo che, lette alla distesa le biografie dei re di Francia di quei tempi, ch’ei compilò, ognuno il vede lodator larghissimo de’ suoi signori, come frate e scrittor di corte; e comprendasi di leggieri come dovesse narrare sol ciò che passava per vero nella corte di Francia. Così nei fatti della guerra portata sopra Aragona l’anno 1285 e in altri, il biografo dissimula, ingrandisce, rimpicciolisce, guasta, com’ei crede maggior gloria de’ reali di Francia. A ciò s’aggiunga che dopo quella crudele strage de’ Francesi in Sicilia, l’esacerbata opinione pubblica in Francia non dovea accreditare altro, che il maggior biasimo dei Siciliani e di re Pietro d’Aragona; dovea aggravar l’eccidio con la premeditazione e col tradimento; denigrare la esaltazione del nuovo re con una macchia di congiura; così anche onestar la caduta dominazione di Carlo: perchè congiurar si può contro tutti i governi, ma di una rivoluzione disperata dei popoli, il governo solo ha la colpa. Di più, scrisse il Nangis dopo la ricordata guerra d’Aragona, ingiustissima sempre, ma che men parea, quanti più neri misfatti si addossassero a Piero. Per queste ragioni la testimonianza sua, di per sè sola, è men degna di fede. Nulla le aggiugne o toglie l’antica versione francese che sen trova nelle cronache di San Dionigi, e recentemente è stata ripubblicata a fronte del testo latino del Nangis (Rer. gallic. et franc. script., tom. XX. Paris, 1840); nè anco io ne farei parola, se questa versione, che per lo più tralascia molti squarci del testo, qui non sopprimesse la diceria su i dritti di Pietro d’Aragona al trono di Sicilia, e aggiugnesse al testo, che Pietro mandò due cavalieri in Sicilia per vedere se la regina Costanza gli avesse detto il vero su le disposizioni de’ Siciliani; e che fattosen certo e stabilita la rivoluzione, ceulz de Palernes et de Meschines et de toutes les autres bonnes villes seignerent les huis des François par nuit, et quand il vint au point du jour qu’ils pourrent entour eulz voir, si occistrent tous ceulz qu’ils pourrent trouver, etc. Or questo racconto, che muta il vespro Siciliano in alba Siciliana, dice de’ Palermitani, de Messinesi, e della più parte degli altri Siciliani, come se in una medesima città, la notte avessero segnato le porte dei Francesi, e, allo schiarire del giorno, cominciato la strage, appena potettero distinguere da’ segni, le case ch’essi medesimi avean saputo riconoscere e segnare la notte. Si vede chiarissima in tal racconto la favola della uccisione contemporanea, con una inverìsimiglianza di più. Gli eruditi sono in dubbio se questa traduzione debba attribuirsi allo stesso Nangis. Io penso che un contemporaneo il quale scrisse con esattezza, se non la cagione, almeno il fatto, non abbia potuto poi guastare il fatto con sì grossolane favole: e però non saprei trarne argomento a indebolire vieppiù l’autorità del Nangis; ma suppongo piuttosto che la traduzione, o fu fatta, o almeno in questo luogo interpolata da altra mano, in tempo posteriore.

La Cronaca infine del monastero di San Bertino, più vagamente del Nangis dice della macchinazione (in Martene e Durand, Thes, Nov. Anecd., tom. III, pag. 762 e seg.). Scrive che Pier d’Aragona, pretendendo la Sicilia pel dritto della moglie, si adoprava, nunc commotiones, nunc seditiones excitans, nunc amicos sibi secrete concilians; semper, in quantum poterat, laborans ad finem intentum; tantochè commosse i barbari di Tunis contro i cristiani; cosa non vera, nè utile ad alcuno intento di Pietro; come non vere sono quelle sommosse e sedizioni prima del vespro, che anzi durò pienissima infino a quel dì la calma del servaggio. Per suam etiam astutiam, segue il cronista, commotionem excitavit in regno Siciliae. Mandatus tandem ab eis, in Siciliam venit, dominium sibi usurpavit, et se in regem Siciliae coronari fecit; e del resto narra avvenuto in Palermo il primo tumulto, e il progresso della rivoluzione nell’isola. Io non avrei qui noverato questa cronaca, se tutta fosse scritta da Giovanni Iperio, vissuto un secolo dopo il vespro. Ma perchè gli eruditi editori nelle prefazioni, op. cit., pag 441 a 444, han creduto la prima parte opera d’uno scrittore del secol xiii, non l’ho voluto passar qui sotto silenzio. A chiunque appartenga lo squarcio risguardante il vespro siciliano, è da notare che i particolari sono più minuti che nel Nangis, e per lo contrario molto più vaghe le allusioni alle trame de’ Siciliani con Pier d’Aragona.

Passando agl’Italiani noi troviamo la tradizione della congiura in Ricordano Malespini, e ’l suo continuatore Giachetto Malespini, e in Giovanni Villani (Muratori, R. I. S., tom. VIII e XIII), che sono propriamente gli autori della fama di Giovanni di Procida, e da loro tutti gli altri han copiato il racconto. Ma prima si rifletta che queste tre autorità si riducono a una sola; quella cioè di Giachetto. Le trame della congiura non poteano esser manifeste in una città guelfa d’Italia prima del fatto del vespro. Ora Ricordano, che minutamente le racconta prima del vespro, cioè sotto l’anno 1281, per lo meno cessò di scrivere in quel tempo, anche dandogli il privilegio di vivere e di conservar tutte le sue facoltà fino a cento anni: perch’ei medesimo assicura essere andato giovanetto in Roma l’anno milledugento. È chiaro dunque che Ricordano non potè dettare quegli ultimi capitoli della sua cronica; e ch’essi son opera di Giachetto suo continuatore, o almeno interpolati da lui, perchè narrando il fatto del vespro, e apponendolo alla congiura, volle inserire il racconto della congiura nella Cronaca di Ricordano che correa fino al 1281.

Quanto al Villani, ei dovea essere o bambino o fanciullo nel 1282, e certo cominciò a scrivere molti anni appresso; e il suo racconto della congiura e il fatto del vespro, sono non presi ma trascritti di parola in parola, il primo dalla Cronaca attribuita a Ricordano, l’altro dalla continuazione di Giachetto, con qualche lieve circostanza di più o di meno, che non toglie la evidenza del plagio, riconosciuto ben dal Muratori nelle sue prefazioni a’ Malespini e al Villani. Prendendo dunque a esaminare insieme i racconti del Villani e di Giachetto, che per la perfetta coincidenza si riducono a un solo, veggiam che costoro come Fiorentini, vivuti mentre la città reggeasi del tutto a parte Guelfa e si rafforzava della riputazione dei re di Napoli contro le rivali città di Toscana, senza pudore parteggiano, più che gli scrittori francesi; perchè la vicinanza rinfoca tutte le passioni. Indi ad ogni parola scopron gli animi Guelfi, e nimicissìmi a’ Siciliani. Del Villani, così il Muratori nota nella prefazione citata di sopra, doverglisi prestar poca fede nelle vicende di parti guelfa e ghibellina dopo i tempi dell’imperador Federigo secondo. S’aggiunga, ch’egli era forse più ingiusto per umor di famiglia; poichè ne’ diplomi del duello fermato tra re Pietro e re Carlo, si legge tra i nomi de’ mallevadori di Carlo (veggasi il capit. IX, voi 1, pag. 210) un Giovanni Villani, forse parente dello storico. Non son pochi gli errori in cui caddero cotesti scrittori, ch’eran per altro lontani dalla Sicilia, e disposti a colorire la narrazione come paresse peggiore pe’ loro nemici; che così sempre si è fatto e si farà anche senza il proponimento di calunniare. E lasceremo, perchè si può apporre ai copisti, l’errore di Giachetto, che porta il tumulto del vespro a tre marzo. Ricordano e Villani raccontan quella improbabilissima corruzione di Niccolò III, comperato da Procida col danaro del Paleologo; suppongon che re Pietro d’Aragona pe’ suoi preparamenti domandasse un sussidio di moneta al re di Francia, quando si sa che una delle ragioni principali, con cui difendeva il suo segreto intorno lo scopo dell’impresa, era di prepararla senza alcun aiuto d’altrui. Giachetto e Villani portano, con errore evidente, il tumulto del vespro incominciato a Morreale, poichè s’erano adunati in Palermo «a pasquare, i baroni e’ caporali che teneano mano al tradimento;» dicono come nella festa un Francese prendesse una donna per farle oltraggio; e indi nascesse la briga, incalzata da’ congiurati; i quali nella zuffa ebber la peggio, poi uccisero tutti i Francesi in Palermo, e andando alle lor terre, commossero tutta l’isola. Nell’assedio di Messina i due cronisti non son più esatti; recando una lettera di Martino, apocrifa e foggiata senza riscontro alcuno con le idee che scernonsi nelle bolle messe fuori in quell’incontro (V. il cap. VII). Essi di più, raggirando su Procida sempre la lor macchina, il fanno mandare ambasciadore da’ Siciliani a Pietro, per offrirgli la corona, quando gl’istorici Siciliani e Catalani, che non poteano nè ignorare, nè tacere nome sì grande, dicono incaricati tutt’altri dell’importante messaggio. In questi e in tanti simili fatti, che notiamo nel corso del nostro lavoro, si scernon sempre i ridetti istorici male informati, fallaci, parziali.

Maravigliosa è la uniformità del lor dettato con quel d’una Cronaca anonima in antica lingua siciliana, che corre dal 1279 infino ad ottobre 1282 (di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 243 e seg.). Questa coincidenza, creduta argomento di veracità della Cronaca, e il sapore antico della lingua e dello stile, persuasero al di Gregorio, che contemporaneo fosse questo scritto, del quale s’ignora del tutto l’autore, ma ce n’ha un Ms. in carta di bambagia, posseduto al presente dall’erudito e gentile uomo, il principe di San Giorgio Spinelli di Napoli, che per l’ortografia e la forma de’ caratteri con lettere iniziali azzurre o vermiglie e vestigia di dorature, appartiene senza dubbio al secol xiv. Questo antico Ms. pervenuto al presente possessore forse da Messina, era del tutto ignoto in Sicilia nel secol passato; talmentechè di Gregorio pubblicò la Cronaca nella sua Biblioteca Aragonese sopra una copia del secolo xvii, con ortografia diversissima dal Ms. del San Giorgio, e queste altre differenze, che innanzi il Ms. di San Giorgio si legge; Quistu esti lu Rebellamentu di Sichilia lu quali hordinau effichi fari Misser iohanni di prochita contra lu re Carlu p., e che il luogo della lezione del Gregorio (pag. 264), et incalzaru la briga cantra li francischi cu li palermitani, e li homini a rimuri di petri e di armi gridandu «moranu li franzisi;» et intraru dintra la gitati cu grandi rumuri lu capitanu che era tardu pri lu re Carlu, etc.; ha nel Ms. del San Giorgio la bella variante: Incalzaru la briga contra li franchischi et livaru A rimuri efforo a li armi li franchischi cum li palermitani et li homini a rimuri di petti e di armi gridandu moranu li franchischi et Intrara in la chitati cum grandi rimuri et foru per li plazi et quanti franchischi trouavanu tutti li auchidianu Infra quilli rimuri lu capitanu chi era tandu per lu Re Carlu, etc.

Tuttavia nè l’antichità di questo Ms. nè quella dello stile e della lingua, alla quale s’appigliò il di Gregorio, non avendo per le mani altra copia che del secolo xvii, e volendo ad ogni modo raccomandare la Cronaca come contemporanea, nè l’una nè l’altra, io dico, posson portare a un’approssimazione sì stretta, da giudicare precisamente se l’autore fiorisse in fin del secolo xiii o nei principî, o nel fine del xiv; e indi se contemporaneo fosse al vespro, o quanto discosto. L’altro argomento, ch’è la coincidenza col Villani, o meglio diremo Malespini, proverebbe il contrario, cioè che l’autor della Cronaca siciliana avesse avuto per le mani quella de’ Fiorentini; perchè si riscontrano con picciol divario la disposizione dei fatti, gl’incidenti, spesso le parole, più spesso gli errori; il che mai non avviene quando due scrittori, senza conoscersi l’un l’altro, dettino il medesimo avvenimento, foss’anco brevissimo e semplice. Le differenze poi son queste: che la parte aneddotica e drammatica è molto più ampia nella Cronaca siciliana, e che qualche data o nome di luogo è diverso, or con maggiore esattezza o probabilità dalla parte del Siciliano, or il contrario. Per esempio, il Siciliano scrive che Procida nel 1279 si trovasse in Sicilia (nè il dice proscritto e nascoso); quando da’ diplomi allegati da noi nel cap. V, vol. 1. p. 92, si vede chiarito ribelle e uscito infin dal 1270; e si sa che riparò a corte del re d’Aragona. Ma, quel ch’è più, il veggiamo incerto ed erroneo sul giorno della sollevazione di Palermo: Eccu chi fu vinuto lu misi di aprili, l’annu di li milliducentaottantadui, la martedì di la Pasqua di la Resurrezioni; quando e’ si vede certamente che quel martedì cadde il 31 marzo. Or che un Siciliano, vivuto di que’ tempi, avesse potuto errare o dimenticar questo giorno, io nol so comprendere; e da ciò potrebbe argomentarsi l’antichità men rimota di questa Cronaca, perchè sendo avvenuta nel corso d’aprile la strage in tutte le altre città di Sicilia, molti anni appresso si ricordava aprile come il tempo del riscatto; e l’autor siciliano, avute per le mani le cronache de’ Fiorentini, vi corresse a suo modo l’epoca; come fece del coronamento di re Pietro, asserito da quelli, negato da lui; e sì del luogo della prima sollevazione, portata da quelli in Morreale, da lui, e qui con esattezza, in un locu lu quali si chiama Santo Spirito, ch’era il nome della chiesa, non della campagna. Le quali correzioni portano a credere che il Siciliano dopo i Fiorentini, non questi dopo lui avessero scritto; perchè i primi non sarebbero inciampati nell’errore del luogo della prima rissa, o avrebbero seguito il Siciliano nell’errore del tempo.

Perilchè mi è venuto in mente un supposto intorno questa Cronaca. Io penso che l’autore scrisse verso la metà del secolo xiv e fu della famiglia Procida, o attenente ed amico a quella; che nel regno dì Federigo d’Aragona, come si è veduto nel capitolo XV, Giovanni di Procida voltò a parte angioina, e con lui alcuni della famiglia. Quest’anonimo dunque, cliente o partigiano dei figliuoli di Procida, pieno d’umori guelfi, vivendo fuori dalla patria, s’imbattè nella cronaca de’ Malespini o del Villani; alla quale aggiunse or qualche verità, or qualche errore cavato dalla tradizione e tendente ad esaltar Giovanni di Procida; e ne dette quel che in oggi chiameremmo romanzo storico, o una istoria frammischiata di finzioni e novelle; come son di certo la debolezza, la paura, i pianti di tutti que’ grandi che si suppose trattasser la congiura con Procida. Certo egli è che parecchi Siciliani sotto Pietro, Giacomo e Federigo d’Aragona, or a ragione or a torto, furon puniti, o uscirono come ribelli, e ben potè avvenire che alcun d’essi o de’ loro figliuoli restassero fuori di Sicilia anche dopo la pace; certo che un germe, ancorchè debolissimo, di parte francese o guelfa o, come appo noi chiamavasi, di Ferracani, restò in Sicilia; certo che questa Cronaca, difforme dalle altre nostre di que’ tempi, si riscontra nelle parti più essenziali con quella de’ Guelfi Malespini e Villani. Di essa l’autore non si sa; il tempo non si sa; e assai debole testimonianza ne sembra. Il di Gregorio, pubblicandola per lo primo, mutila del principio, che poi si è dato alla luce (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, docum. 4), notò con allegrezza molti luoghi in cui risponde al Surita, senza riflettere che il Surita, autor del secolo xvi, togliea que’ fatti da essa appunto e dal Villani.

Seguono nella medesima classe gli scrittori che primi aggiunsero alla cospirazione la favola della uccision dei Francesi per tutta l’isola in un dì. Frate Francesco Pipino, che fiorì ai tempi di re Roberto (Francesco Pipino, lib. 3, cap. 19, in Muratori, R. I. S., tom. IX, p. 695), cioè nei principi del secol xiv, ma al dir di Muratori (ibid., Prefazione) poco diligente e spesso rapportator di favole e maraviglie, narra ancor questa, ma assai timidamente. Dapprima descrive le oppressioni e violenze de’ Francesi, donde nacque una sedizione in Palermo, e la chiamata di Pier d’Aragona ch’era ad oste in Affrica. Ma parendogli poco, soggiugne: Hujus autem rei novitatem tractasse ac procurasse fertur multis periculis, sudoribus, oc dispendiis, magister Joannes de Procida, olim notarius, phisicus, et logotheta regis Manfredi (ibid., pag. 686 e seg.); e discorre minutamente la cospirazione, i soccorsi di danaro dati a re Pietro dal Paleologo, e da papa Niccolò (qui pagante e non pagato); fa ordinare da Procida che in un giorno assegnato tutti i Siciliani si levassero, e nel medesimo dì Pietro si partisse con la flotta: le quali due cose, ei soggiugne, riuscirono appunto; quindi Pietro venne in Messina, e incoronossi nelle feste di Pasqua del 1282. Fascio di anacronismi, errori e grossolane inverosimiglianze, che non è uopo confutare, quand’ei medesimo, che affastellar solea alla cieca, le porta col salvaguardia del fertur; e narra il medesimo fatto in due modi, l’uno della sollevazione casuale in Palermo, propagata nell’isola, l’altro della uccisione contemporanea in tutta l’isola. Nel capitolo che contien la prima narrazione ei mette l’intitolazione: De Carolo seniore Siciliae Rege, ex chronicis; onde si vede che la prima trasse da croniche, quella seconda dalla voce popolare, senza dire qual delle due credesse la vera, chè ben il dovea, trattandosi di un fatto sì grande, e sì diverso secondo che all’una o all’altra si prestasse fede.

Peggio la cronaca d’Asti, la quale fa durare sol tre mesi le pratiche del Procida, che gli altri portano condotte in tre anni; e racconta quel miracoloso eccidio per tutta Sicilia in un dì; e manda ad assaltare l’Aragona, col re di Francia, lo stesso re Carlo, ch’era morto parecchi mesi innanzi. Perciò della cronaca d’Asti non ci impacceremo più a lungo.

Finalmente la stessa favola di una strage universale al tocco del vespro, fu scritta da Giovanni Boccaccio, ne’ Casi degli uomini illustri (lib. 9, cap. 19); nè è da maravigliare, che meglio di sessant’anni appresso il fatto, il novellatore toscano, dimorato a lungo in Napoli, e amante d’una figliuola di re Roberto, abbia spacciato il racconto che piaceva più nella corte angioina, e l’abbia scritto così di volo, non in istoria giusta, ma in una tal maniera di biografie, tendente a mostrare le strane vicende della fortuna.

Il Petrarca, contemporaneo del Boccaccio e non del vespro siciliano, nell’Itinerario siriaco, tiene ancor l’opinione che Giovanni di Procida fosse autor principale della rivoluzione di Sicilia, per privato risentimento. Del rimanente nè dice della cospirazione, nè accenna altri particolari; e si mostra anco poco informato della patria di Giovanni, che scambia col titol della signoria. La sue parole son queste: Vicina hic Prochita est, parva insula, sed unde nuper magnus quidam vir surrexit, Johannes ille qui formidatum Karoli diadema non veritus, et gravis memor iniuriae, et majora si licuisset ausurus, ultionis loco huic regi Siciliam abstulisse, etc. (tom. 1, pag. 620). Non è fuor di proposito qui aggiugnere, che il Petrarca fu attenente alla corte di Napoli; e ricordare un diploma di re Roberto, dato il 2 aprile 1331, che lo eleggea suo cappellano, citato dal Vivenzio, Istoria del regno di Napoli, tom. II, pag. 358.

Prendendo adesso a dir degl’istorici, strettamente contemporanei tutti, che o non parlano di pratiche antecedenti al vespro, o non attribuiscono a quelle il vespro, io mi sento ripetere, che ai Siciliani e agli Spagnuoli poco sia da attendere, perchè vollero per amor di nazione passar sotto silenzio la congiura. E io ammetto questa diffidenza; e mi guardo dalle reticenze e dalle esagerazioni che si debbon trovare negli scrittori di questa parte; ma niuno dirà, che i fatti debban piuttosto cercarsi in quelli delle altre genti, lontane di luogo o di commerci; e che tra due classi di partigiani, se pur si voglia, meritino maggior fede gli avversi a noi, che i nostri. Indi è bene degli uni e degli altri dubitare, e starcene a più sode autorità: e così m’ingegnerò di fare; fidandomi di me in questo, che l’amor della patria grandissimo, mi conforta anzi a onorarla col vero; che a pargoleggiare con poveri inorpellamenti.

Di questo vizio in vero non so condannar l’anonimo che scrisse in latino la Cronaca di Sicilia, pubblicata in varie collezioni, e più correttamente dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II); la qual Cronaca dai dotti (ibid., p. 109 e 119) si tiene contemporanea, e degna di molta fede. Questo semplice cronista, sollecito di trascrivere i documenti, e parco assai di parole proprie, se darebbe qualche ombra col tacere il caso di Droetto, e narrar come nella piazza della chiesa di SantoSpirito molti Palermitani cominciassero a gridare: «Morte ai Francesi,» dilegua poco appresso ogni dubbio soggiungendo: «Et sic rebellantes subito, sicut Domino placati, contra ipsum Carolum, cum nulla praeveniret exinde aliqua provisio, etc. Si raccomanda inoltre l’anonimo per molta diligenza ed esattezza nell’epoca di cui trattiamo.

In quella visse Niccolò Speciale, uom di alto stato e di molte lettere, secondo i suoi tempi; ito nel 1334 ambasciadore di re Federigo II di Sicilia a papa Benedetto XII (Prefazione del Muratori, ristampata dal di Gregorio nel tom. I della Bibliot. arag,, p. 285), Indi abbiamo per questo istorico un bene e un male; il bene, che fu in luoghi e in tempi da conoscere appunto, e non da uom del volgo, ciò che scrisse, veduto cogli occhi propri o ritratto da vicino; il male, che potè peccar di prudenza cortigiana contro la verità. Infatti, riguardo ai tempi di Federigo, non son senza questo studio alcuni luoghi della sua istoria; e quanto al vespro, tace i disegni anteriori di re Pietro, nè io mi terrei al suo silenzio della cospirazione, se altre autorità non ne avessi. Narrando il caso di Droetto, lo Speciale segue: Tunc Panormitani omnes, quod diu concaperant, operi st accingunt, quasi vocem illam coelitus accepissent, che deve intendersi del proponimento di vendetta e affranchimento che nudre ogni popolo oppresso, s’ei non è schiavo vilissimo nel sangue; perchè tutt’altra spiegazione è tolta dalle espresse parole che il tumulto avveniva: nullo comunicato consilio (loc. cit., p. 301). Questa negazione precisa di trattato precedente, dee far molto peso in un uomo come Speciale, che avrebbe forse dissimulato tacendo, ma non mai asseverata una bugia, in un fatto gravissimo e di necessità notissimo.

Crescon di forzna tali ragioni parlando di Bartolomeo de Neocastro, messinese, giurista, magistrato repubblicano di Messina nella rivoluzione (Carta del 10 maggio 1282, ne’ Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 116), indi avvocato del fisco, e nel 1286 ambasciatore di Giacomo I di Sicilia a papa Onorio (nel di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 4, Prefaz. del Muratori). Perch’ei si trovò, non che nel vigor dell’età, ma in mezzo a pubblici affari, in questi tempi della rivoluzione; scrisse con fresca memoria, pria del 1295, chiamando nel suo proemio ancora re di Sicilia Giacomo, e infante Federigo l’Aragonese, e conducendo la narrazione infino all’anno 1293: nè da’ suoi scritti trasparisce arte alcuna cortigianesca, ma candore e preoccupazione di patriotta messinese di que’ tempi. Il buon Bartolomeo dunque, francamente dice (cap. 16) dell’antico disegno di Pier d’Aragona sopra il reame di Sicilia, e delle armi apprestate in Catalogna; ma venendo al fatto del vespro, il narra con semplicità, in guisa da non far sospettare nè macchina celata in quel tumulto, nè reticenza nella narrazione. D’altronde è da notare, com’ei non era punto cortese verso Palermo, e scendea fino a vanti e finzion puerili per esaltar Messina sulla città sorella; vizi reciproci allora e per lungo tempo da poi, de’ quali le due città, rinsavite, or piangono e con esse la Sicilia tutta. Talmentechè scrivendo il Neocastro sotto gli auspici della rivoluzione vittoriosa, non avrebbe ei mancato, se il fatto gliene avesse dato l’appicco, dal far partecipare anche i Messinesi nella gloria del virile cominciamento; nè dal togliere all’emula città l’onore d’una subita sollevazione a vendetta, più nobile sempre di ogni pratica occulta. Se l’anonimo, lo Speciale e ’l Neocastro tacquer dunque la congiura di Procida, è da conchiudere, che o non fu, o non operò nella rivoluzione; la quale se fosse stata effetto immediato di quella, nè lo avrebbero potuto ignorare, nè avrebbero avuto la fronte di passarlo sotto silenzio.

Tengon lo stesso metro due altri contemporanei catalani, Ramondo Montaner e Bernardo D’Esclot, dei cui scritti infino a qui non si è fatto abbastanza tesoro nelle istorie di Sicilia; perciocchè il primo da pochi dei nostri, in pochi luoghi fu citato; il D’Esclot è stato ignorato più di lui, non ostantechè il Surita lo venga nominando di tratto in tratto negli Annali d’Aragona. Montaner nacque in Peralada nel 1265 o 1275 (chè ci ha una variante nel suo testo.—Barcellona, 1562); militò sotto Piero d’Aragona, Giacomo e Federigo di Sicilia; e nel 1325 o 1335, tornato vecchio in patria, si die’ a stender la Cronaca. Soldato di ventura, superstizioso, vantator di sua gente, e soprattutto dei re, storpia nomi e fatti, massime favellando d’altri paesi; e intorno i casi di Carlo d’Angiò e degli ultimi principi di casa Sveva innanzi il 1282, reca strane favole, con stile talvolta vivace, talvolta noioso per moralizzar troppo, sempre pien di religione, di civil senno e di esperienza militare. Ondechè nei fatti di questa Cronaca, (che spesso sembran tolti di peso dalle narrazioni volgari de’ guerrieri e marinai, e spesso confusi nella memoria dell’autore, che incominciò a scrivere nel sessantesim’anno dell’età sua,) è da andare con assai riguardo di critica; massime ne’ primi tempi della dominazione aragonese in Sicilia, ne’ quali non è certo se Montaner venisse nell’isola. Questo autore fa parola (cap. 25 a 42) del proponimento di Pietro a vendicare Manfredi e Corradino, ed Enzo (egli aggiugne, chiamandolo Eus); e degli armamenti che preparava. Senz’altro passa, nel cap. 43, a raccontare il tumulto di Palermo, nella festa a una chiesa presso il ponte dell’Ammiraglio, che invero non è discosto dalla chiesa di Santo Spirito. Dice delle ingiurie alle donne; e che i Francesi col pretesto di frugare per l’arme los metian la ma (così in suo catalanesco) e les pecigavan e per les mammelles, e poi zoppicando continua a raccontar l’andata di Piero in Affrica; dove a magnifìcare il suo re, fa venire, con vele negre alle galee e vestiti a gramaglie, gli ambasciatori di Palermo e delle altre città; li fa parlar da fanciulli e da schiavi; e sì via procede nella narrazione.

Ben altra gravita istorica s’ammira nel D’Esclot, cavalier catalano, che scrisse nel 1300 (D’Esclot, tradotto in casigliano da Raffaele Cervera.—– Barcellona 1616, Pref. del traduttore; e Notizia del Buchon, innanti la ed. del genuino testo catalano.—– Parigi 1840). Questo autore non è scevro di tale spirito nazionale che trascende alla vanità; ma il veggiamo benissimo informato de’ fatti, penetrante nelle cagioni, pregevole per ordine nella narrazione e dignità di stile. Porta in compendio parecchi documenti, che con molta fedeltà rispondono agli originali pubblicati gran tempo appresso in altri paesi. Nondimeno pende troppo a parte regia, ma senza viltà. Costui tace al tutto i disegni del re d’Aragona; degli armamenti dice che fossero apparecchiati per la impresa d’Affrica, che assai minutamente descrive. In Affrica, fa venire a Pietro gli ambasciatori di Sicilia; e da lui accettar il reame, confermando tutte le leggi, privilegi, e costumi del tempo di Guglielmo II. Descrive il fatto del vespro, come gli altri contemporanei di maggiore autorità, cagionato dagl’insopportabili aggravi, e nato per le ingiurie alle donne, e le percosse agli uomini che sen querelavano. Tutti questi casi, non affastellati, nè discorsi sbadatamente, ma con estrema diligenza e nesso d’idee (lib. 1, cap. 17, della traduz. spagnuola; o cap. 77 e seg. del testo catalano).

Ma posti da canto gli scrittori di parte nostra, noi troviamo il vespro nella stessa guisa rappresentato dagl’indifferenti e dagli stessi avversari. L’autore della Cronaca intitolata: Praeclara Francorum facinora, che fu certo Francese, dice di non modicum apparatum di Pier d’Aragona; e dei sospetti che destò in papa Martino e in re Carlo. Indi narra come i Palermitani uccideano, succensa rabie, Gallicos qui morabantur ibidem..... Deinde regi Carolo tota Cicilia fuit rebellans, et supra se Petrum regem Aragonum in suum defensorem ac dominum vocaverant, etc. (Duchesne, Hist franc. script., tom. V, pag. 786, anno 1281)» Or che questo Francese, il quale non fa un secco cenno del caso, nè se ne mostra male informato, parli dì preparamenti di Pietro, e non di congiure, ma della sollevazione, è secondo me non lieve argomento.

Degli scrittori italiani, vari d’umori e molti anco Guelfi, è lunga la lista. Il Memoriale dei podestà di Reggio, scritto in questo tempo da un Guelfo senza cervello, non risparmia i Siciliani, nè Pietro; scrive (in Muratori, R. I. S., tom. VIII, p, 1155) che si trattava di matrimonio tra un figlio di Pietro e una figliuola di Carlo; che l’Aragonese s’infinse di andar sopra gl’infedeli, e: sub specie pacis et parentelae abstulit fraudolenter, etc. il regno di Sicilia. Questo fraudolenter non si riferisce ad altro che alle sembianze di pace, perchè la Cronaca narra del vespro (ibid., p. 1151) che i Siciliani rebelles fuerunt regi Karolo, e uccisero i Francesi. Nulla di congiura coi baroni siciliani; anzi aggiugne, che Pietro fe’ l’impresa di Sicilia aiutato dal re di Castiglia e dal Paleologo.

La Cronaca di Parma, contemporanea anch’essa, narra il caso un po’ diversamente dagli altri. Un Francese percosse del piè un Palermitano; indi la rissa, il grido universale, e la strage; et Siculi miserunt pro dicto regi Aragonae; e continua una breve narrazione degli avvenimenti (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 801, anno 1282). Non vi è traccia di accordi nè di trame.

Fra Tolomeo da Lucca, pure contemporaneo, particolareggia le pratiche di Pier d’Aragona col Paleologo, e afferma aver visto il trattato. Papa Martino, a sollecitazione di Carlo, scomunicò l’imperator greco; questi mandò a Pier d’Aragona, Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con moneta; l’Aragonese allestiva l’armata; domandato dal papa, rispondea: taglierebbesi la lingua anzi che dir lo scopo. Dietro ciò viene il tumulto di Palermo, scoppiato per le molte ingiurie che si soffrivano; e seguon minutamente i fatti. Una sola vaga parola ci ha da notare, che la rivoluzione seguì, fovente il re Pietro, per le sollecitazioni della moglie. Ma tra tanti minuti ragguagli, nulla di venuta del Procida in Sicilia, di congiura co’ baroni; e quel fovente si riferisce senza dubbio al favor che poi diè alla rivoluzione, o a qualche vago incoraggiamento prima (Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 3, 4, 5, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1186, 1187; e lo stesso negli Annali, ibid., pag. 1293).

Ferreto Vicentino, autor d’una Cronaca dal 1250 al 1318, nel qual tempo probabilmente ei visse, reca similmente le pratiche dell’imperator greco e del re d’Aragona; le esortazioni fatte a questi da Giovanni di Procida; il danaro dato, e gli armamenti. Del resto è poco esatto; porta l’andata di Pietro, di Catalogna a Messina direttamente; e fa pattuire il duello nel tempo dell’assedio di quella città, per evitare la strage. Non parla de’ Siciliani senza biasimo; e notevol è ch’ei dice chiamato Pietro dai maggiori del regno, che, ammazzati i Francesi, avean preso iniquamente lo stato; il che esclude ogn’idea di cospirazione antecedente di costoro col re (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 952, 953).

In un’antica Cronaca napolitana (Raccolta di Croniche, Diarii ec, Napoli 1780, presso Bernardo Perger, tom. II, pag. 30) leggiamo: «1282. L’isola de Sicilia se rebellò contro re Carlo I e donasse a re D. Pietro de Aragona; quale rivoltazione fo per violentia che un Francese volse fare a una donna

Giordano, nel Ms. Vaticano, non altrimenti narra il vespro, che con le parole: Succensa est primo stupenda rabies, propter enim enormitates Gallicorum (in Raynald, Ann. ecc., 1282. §. 12).

Paolino di Pietro, contemporaneo, mercatante fiorentino, e scevro, per quanto si ritrae, da studio di parte in queste nostre vicende, racconta la sollevazione in queste parole, che per la grazia della lingua e semplicità antica ci piace trascrivere: E incominciosse in Palermo, perchè andando ad una festa per mare, alquanti di Palermo fecero lor segnore, e levaro un’insegna per gabbo ed a sollazzo; ed alquanti Francesi per orgoglio la volsero abbattere; e quelli non lasciando e difendendola, vennero alle mani; e i Palermitani non curandoli in mare, ed i Franceschi non credendo ch’elli avessero l’ardire, combattero ed ucciserli. Per la qual cosa la terra fu sotto l’arme; e li Franceschi combattendo con li Palermitani, per paura di non morire tutti, si difesero, ed ucciserli tutti, e grandi e piccioli, e buoni e rei. E poi alla sommossa di Palermo, che parve opera divina ovvero diabolica, tutte le terre di Sicilia fecero il somigliante; sicchè in meno d’otto dì in tutta la Sicilia non rimase, niuno Francesco. Il re di Raona, sentendo questo, fece ambasciatori, profferendo avere e persona, e ritornò diqua, non avendo sopra Saracinì acquistato niente; ed arrivò in Sardegna; ed ivi stando ebbe dai Siciliani ambasciadori e sindachi con pien mandato; e andò in Sicilia; e di volere si fece loro re (Muratori, R. I. S., Aggiunta, tom. XXVI, pag. 73). La quale narrazione, ancorchè diversa dal vero, prova che in Italia s’incominciò a raccontare diversamente il fatto del vespro, errando talor nelle circostanze, e più sovente nelle cagioni, perchè più facile è; ma che Paolino di Pietro s’imbattè solamente negli errori dei fatti.

Non così il grave scrittore degli Annali di Genova. Fu questi Giacomo d’Auria, o Doria, che gli Annali, principiati da Caffari, continuò dal 1280 al 1293. Uomo d’alta affare nella repubblica, per carico pubblico ei scrisse le cose de’ suoi stessi tempi, viste con gli occhi propri, o ritratte da testimoni degni di fede, nel popol di Genova, mercatante e navigante, che avea commerci frequentissimi con Sicilia e anche con Napoli; tantochè alcune galee genovesi vennero ad osteggiar Messina a’ soldi di re Carlo; e Genovesi eran anco entro Messina e in altri luoghi di Sicilia nel tempo della rivoluzione; e più numero nè militarono nelle armate nostre e nemiche nelle guerre seguenti. Donde ognun vede se abbian questi annali pregio di esattezza, sano giudizio, e anco, fino a un certo punto, imparzialità; non vedendosi piegare a nessun lato la narrazione dei fatti; e potendosi francamente conchiudere, che lo scrittore tenesse più al dover d’istorico, che agli umori della propria famiglia ghibellina. O lo scrittore premette espressamente, che furono causa del tumulto le oppressioni e aggravi de’ Francesi; che furono occasione gl’insulti che fean essi alle donne, eas inhoneste alloquentes et tangentes. Sicque subito tumulto surrexit in populo; nè parla punto di macchinazioni; ma con grande esattezza nota i fatti; ed espressamente porta chiamato re Pietro dai Siciliani, mentr’era in Affrica, e non avea nulla operato d’importanza (Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, 577). Quanto valga questa testimonianza degli Annali di Genova non occorre dimostrarlo.

Più forte sarà quella di Saba Malaspina. Le istorie del quale si han divise in due parti: la prima che giugne infino al 1275, pubblicata, tra gli altri, dal Muratori (R. I. S. tom. VIII); la continuazione infino al 1285, per noi importantissima, data in luce dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II). Questi dotti nelle prefazioni notavano la gran fede che si debba all’istorico, prestantissimo secondo i suoi tempi. Ei fu Romano (de urbe, leggesi nel fin della istoria, in di Gregorio, loc. cit., pag. 423), decano di Malta, e segretario di papa Martino IV; e scrisse negli anni 1284 e 1285, con fresca memoria de’ narrati avvenimenti. Nel principio del libro protesta: nec ambages inserere, aut incredibilia immiscere, sed vera, vel similia; quae aut vidi, aut videre potui, vel audivi communibus divulgata sermonibus: e ben potea tener la parola stando appresso Martino, quando la corte di Roma era centro della politica di tutta cristianità e governava al tutto il regno di Napoli nei pericoli della siciliana rivoluzione; talmentechè è probabilissimo, che lo stesso Malaspina scrivesse molte delle sentenze e bolle di Martino, e trattasse gli affarì più gravi; è certo ch’ei ne fu appieno sciente. Infatti la narrazione sua, quando tocca i processi della corte di Roma contro Pier d’Aragona, s’accorda perfettamente con gli originali al presente pubblicati; quando scorre i vizi del governo angioino, si riscontra con le leggi di quello, o le contrarie promulgate appresso il vespro; e vi si legge: frequentissime vidi ... vidique occasione custodiæ ... vidi quoque gravius ... vidi plus, ec., con che si dichiara espressamente testimone oculare. Inoltre, narrando i fatti del vespro, ci apprende e ordini pubblici, e nomi, e aneddoti lasciati indietro fin dagl’istorici nazionali, come sarebbe la immediata federazione de’ Corleonesi co’ Palermitani, che si riscontra appunto col diploma del 3 aprile 1282; ond’è manifesto che Malaspina vantaggia per informazione ogni altro scrittor di que’ tempi. Nè della veracità sua sarebbe da dubitare, fuorchè quando biasima Pier d’Aragona e i Siciliani, in ciò che torni a lode o scusa loro non mai; perchè Malaspina fu perdutamente guelfo; e guelfamente scrive; acerbo contro noi, contro re Pietro, cui chiama lione e serpente; lodatore di re Carlo, se non che amichevolmente si duole che per negligenza non raffrenasse le ribalderie de’ suoi, delle quali scrive con maggior ira, per due cagioni: risentimento di animo giusto al veder così fatti soprusi; rammarico d’un guelfo, che sapea sol per questi levata sì fiera tempesta contro la sua parte. Malaspina conduce così questo periodo.

Discorre le angherie degli oficiali di re Carlo; indi alcuni avvenimenti d’Italia pria della morte di Niccolò III; e qui incomincia a parlare di Pier d’Aragona. Porta come Giovanni di Procida e Ruggier Loria lo confortavano a venire al conquisto di Sicilia; com’ei si armava; quali sospetti destò in Carlo, nel re di Francia, negli stati Barbareschi. Ripiglia poi le cose d’Italia dopo la morte di Niccolò; passa ai preparamenti di Carlo contro il Paleologo alla mala contentezza che accrebbero ne’ suoi sudditi; al mal governo dei vicari di Carlo in Roma. E con un’apostrofe lunghissima a quel re, gli torna a mente averlo lodato a cielo per tutta Italia, e avere commendato la sua dominazione; ma non sapergli perdonare due colpe: avarizia e negligenza. «Tante battaglie, sclama, hai vinto e vinceresti; e inespugnabili stanno questi due vizi!» Salta di qui al fatto del vespro (Bibl. aragonese, tom. II, pag. 331 a 354); il quale appone agli oltraggi recati alle donne e non ingozzati dagl’indocili nostri bravi: il progresso della rivoluzione ritrae in guisa da non lasciar sospetto d’una trama che si sviluppi, ma dar evidenza lucidissima d’una sedizione, che inonda di sangue la capitale, e, fatta gigante, invade tutta l’isola. Malaspina non fa parola, nè prima nè poi, di congiura, d’intesa qualunque tra re Pietro e i baroni o le città siciliane (ibid., pag. 354 a 360); nè in tutta la sua narrazione se ne vede orma. Nè questo egli aggiugne a’ rimbrotti che mette in bocca a re Carlo nell’accettare il duello (ibid., pag. 388); nè altro appone a Pietro, che essersi armato prima; e aver, dopo lo sbarco in Affrica, domandato a papa Martino aiuti che non poteva ottenere, per trarne pretesto a voltarsi all’impresa di Sicilia, ove i popoli, già ordinati in repubblica, lo chiamavano al trono. Questo è dunque il peggio, che un focoso partigiano della corte di Roma e di re Carlo, ma verace e inteso dei fatti, sapesse scrivere della siciliana rivoluzione! niuno mi dirà che Malaspina non potesse saper la congiura; che, saputala, avesse ritegno a bandirla a tutto il mondo! Dante in tre versi ritrasse compiutamente il vespro:

Quella sinistra riva che si lava
Di Rodano, poich’è misto con Sorga,
Per suo signore a tempo m’aspettava;

E quel corno d’Ausonia che s’imborga
Di Bari, di Gaeta e di Crotona,
Da onde Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la corona
Di quella terra che il Danubio riga
Poi che le ripe tedesche abbandona;

E la bella Trinacria che caliga
Tra Pachino e Peloro, sopra il golfo
Che riceve da Euro maggior briga

Non per Tifeo, ma per nascente solfo,
Attesi avrebbe li suoi regi ancora
Nati per me di Carlo e di Ridolfo,

Se mala signoria, che sempre accora
I popoli soggetti, non avesse
Mosso Palermo a gridar: Mora, mora.

Parad., c. 8.

A’ lettori italiani, o nati in qualunque altra terra ove s’estenda la presente civiltà europea, io non ricorderò la rigorosa esattezza istorica della Divina Commedia intorno i fatti d’Italia; la possanza di quella mente a scrutar le cagioni delle cose, e stamparle ne’ pochi tratti co’ quali suol delineare un gran quadro, sì che nulla vi resti a desiderare; l’autorità infine dell’Alighieri, come contemporaneo al vespro. E a chi noi sente con evidenza, non dimostrerò io, che quelle parole, in bocca di Carlo Martello, tolgano affatto il supposto di congiura baronale. Noterò bene che Dante, qui non solo tratteggiò la causa, ma ancora una delle circostanze più segnalate del tumulto, che fu il perpetuo grido: «Muoiano i Francesi, muoiano i Francesi!» Onde que’ tre versi resteranno per sempre come la più forte, precisa e fedele dipintura, che ingegno d’uomo far potesse del vespro siciliano. E, secondo me, vanno errati quei commentatori i quali, seguendo il racconto tenuto finora per vero, veggon l’oro bizantino recato da Giovanni di Procida a Niccolò III, nello:

E guarda ben la mal tolta moneta,
Ch’esser ti fece contro Carlo ardito.

Inf., c. 19.

Il cenno che nel cap. V abbiam fatto del pontificato di Niccolò, basterà a mostrare, ch’ei fu ben ardito contro Carlo pria del 1280, quando si suppone, sulla testimonianza del Villani, questa corruzione. L’avea spogliato delle dignità di vicario in Toscana e senator di Roma, battuto e attraversato in mille guise Niccolò, dal primo istante che pose il piè sulla cattedra di san Pietro (Murat. Ann. d’Italia, an. 1278); onde l’ardimento contro Carlo, più tosto si deve intendere di questi fatti certi, che del supposto disegno della congiura, che per certo non ebbe effetto dalla parte di Niccolò, trapassato nel 1280. E le parole, mal tolta moneta, meglio stanno alla non dubbia appropriazione delle decime ecclesiastiche e del ritratto degli stati della Chiesa (Veg. Francesco Pipino, op. cit., lib. IV, c. 20), che alla baratteria di cui vogliono accagionare l’alto animo dell’Orsino. Del resto, tinto o no che sia stato il papa nella cospirazione, ciò non proverebbe che la cospirazione partorisse il vespro; anzi, se Dante quella conobbe, e al vespro die’ un’altra cagione, più forte argomento è dalla mia parte. Nè è da lasciare inosservato il silenzio del poeta su questo Giovanni di Procida, morto nel 1299, il quale se fosse stato autor della ribellione di Sicilia, Dante non avrebbe pretermesso di locarlo tra i grandi, o buoni o ribaldi; ma egli nol giudicò degno dell’uno nè dell’altro.

Passando dalle tradizioni scritte ai diplomi, si potrebbe credere che la corte di Roma, entrata in sospetto di re Pietro, sol per gli armamenti che si vedean fare ne’ porti della Spagna pensasse a lui più fortemente, quando ebbe l’annunzio della sollevazione siciliana. Così nella bolla data il dì dell’Ascensione del 1282, cioè 37 giorni dopo il vespro di Palermo, querelasi il papa (Raynald, Ann. ecc., 1282, §§. 13 a 15), che molti protervi intenti a molestare re Carlo e la Chiesa, si sforzassero a raccendere in Sicilia la fiamma della discordia; ad id sua stadia inique congerunt; ad id suarum virium potentiam coacervant, manus presumptuosas apponunt, et etiam occulti favoris auxilium largiuntur.... onde ammonisce i re, feudatari, cittadini e uomini qualunque (ibid. §§. 16 e 17), che non si colleghino con le comunità di Sicilia ribelli, nè lor diano consiglio, aiuto, o favore. Ma queste pratiche accennate dalla corte di Roma, tutte presenti e non passate, quand’anche si riferissero a Pietro, sarebber quelle presso la repubblica siciliana per farsi chiamare al trono, non le macchinazioni che produssero il vespro.

Ma poichè re Pietro venne in Sicilia, apertamente il papa a 18 novembre 1282, il dichiarava involto nelle pene minacciate con questa prima bolla (Raynald, Ann. ecc. 1282, §§, 13 a 18): e fermato in questo tempo il duello tra i due re, s’ingegnava a distorne l’Angioino con più ragioni; tra le quali è, che temesse sempre le frodi di quel nimico, che la Sicilia, non in sui fortitudine brachii, sed in papali rebellione detestanda siculi, occupavit; quin verius, de ipsorum rebelliunm ipsam occupatam jam tenentium manibus, clandestinus insidiator et furtivus usurpator accepit (Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8). Così privatamente a Carlo. Colorì più scure, e pur sempre vaghe, le accuse nel processo indi messo fuori per depor Pietro dal regno di Aragona, ch’è dato d’Orvieto a 19 marzo 1283 (Raynald, Ann. ecc., 1283, §§. 15 a 23; Duchesne, Hist. franc. script, tom. V, pag. 875 ad 882). Ivi si legge che la tempesta, quod execranda Panormitanae rebellionis audacia inchoavit, et reliquorum Siculorum malitia, Panormitanam imitata, rosequitur, non cessava; sed per insidias Petri regis Aragonum.... invalescere potius videbatur.... poichè Pietro, dictorum rebellium se ducem constituit et aurigam. Perchè vantando il dritto della moglie, si adoperava con frodi e insidie, machinatis ab olim, prout communis quasi tenebat opinio, et subexecutorum consideratio satis indicabat et indicat evidenter. Indi, quaesito colore di osteggiare in Affrica, venne in Sicilia, concitando sempre più i popoli contro la Chiesa; e con le città e ville si strinse in confederazioni, patti e convenzioni, o piuttosto cospirazioni e scellerate fazioni; sicchè già usurpava il nome di re, e confermava nella ribellione, non solo i Palermitani, ma sì gli altri Siciliani, e in particolare i Messinesi, che già stavano in forse di tornare alla ubbidienza. Sciorinati poi i supposti dritti della romana corte sul reame d’Aragona, onde Pietro avea anche violato la fedeltà feudale, torna a quella burla, che il papa non sapea ingozzare, dell’impresa d’Affrica, che il fatto mostra, ei dicea, macchinata apposta, ut, opportunitate captata, commodius iniquitatem quam conceperat parturiret. Maxime cum per suos nuncios missos exinde, pluries eosdem Panormitanos sollicitasse, ac ipsis in presumpta malitia obtulisse consilium et auxilium diceretur. E così per tutti i versi mostrando re Pietro caduto nelle scomuniche, e aggressor della Chiesa, dalla quale tenea il regno d’Aragona, scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, si riserba a concedere ad altri il regno, ec. Non è da pretermettere, che in questo processo medesimo il papa accusa il Paleologo, già d’altronde scomunicato, di exibito, a Piero, consilio, auxilio ac favore; nec non pactis confoederationibus conventionibus initis cum eodem, come allora argomenti di verosimiglianza persuadeano, e portava la voce pubblica; ma nondimeno non parla giammai di cospirazione d’entrambi co’ Siciliani. Nè punto ne parla nell’altra bolla indirizzata a’ prelati di Francia il 5 maggio 1284, narrando i motivi della concessione delle decime ecclesiastiche per la guerra d’Aragona; ove le accuse sono la finta partenza per l’Affrica, e la occupazione della Sicilia, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6; citata ma non pubblicata dal Raynald). Questa stessa frase leggasi nel breve del 9 gennaio 1284, pubblicato qui appresso, docum. XIV. Similmente nella bolla data d’Orvieto il 10 maggio 1284, trascritta in un diploma del cardinal Giovanni di Santa Cecilia, dato a Vaugirard, presso Parigi, il 7 luglio 1284, con cui papa Martino commetteva al cardinale di predicar la croce contro re Pietro, gli si appone che: de procedendo in Africam pretento colore, concinnatis dolis, et insidiis machinatis contra nos, eamdem Ecclesiam et carissimum in Christo filium nostrum Carolum Sicilie regem illustrem, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota, procedens, insulam Sicilie, terram peculiarem ipsius ecclesie, licet iam memorato Sicilie regi rebellem, adhuc tamen eiusdem ecclesie recognoscentem dominium et nomen publice invocantem, militum et peditum caterva stipatus invadere ac occupare, etc. (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6). In somma Martino, francese e papa, cieco nel devoto amore a Carlo, più cieco nella rabbia contro la siciliana rivoluzione, sforzavasi a mostrare, che Pietro avesse nudrito antichi disegni, tenuto qualche pratica; e che, quando l’audacia palermitana incominciò la rivoluzione, avesse usato questa opportunità per togliere il regno a quei che l’avean tolto a Carlo, presentandosi armato in Affrica, e sollecitando i Siciliani per messaggi, sì che il chiamarono. E questo appunto scrivea Saba Malaspina, nè più. Il papa non dice il re d’Aragona altrimenti traditore, che per esser venuto in Sicilia ostilmente, senza prima sfidarlo. Ei rileva con molto studio tutte le crudeltà del vespro; ma non accagiona nè punto nè poco del vespro il re Pietro, al quale non lascia di trovar colpe, anche ne’ fatti più lontani, e fin col mentire che senza la sua venuta i Messinesi si sarebbero calati agli accordi. Quel medesimo fatto poi che nella sentenza del 19 marzo 1283 è il capo principale dell’accusa, cioè le sollecitazioni fatte d’Affrica a’ Siciliani per chiamarlo re, toglie netto ogni accordo di congiura; perchè è evidente, che se la esaltazione sua si trovava già da gran tempo fermata co’ Siciliani, non era mestieri or procacciarla con brighe e messaggi. Se dunque l’avversario più fiero che fosse al mondo contro il re d’Aragona e i Siciliani, non trattenuto da riguardo alcuno, in un processo fondato sopra fallacia di vecchi ricordi o romori che chiamava pubblica voce e sopra motivi di probabilità, non die’ espressamente quella origine al tumulto del vespro, mentre ammontava e supposti e calunnie, posso dire che rinforzano il mio assunto le stesse parole di Martino IV.

Il conferman quelle di papa Onorio; il quale ne’ capitoli messi fuori l’anno 1285 a riformazione del reame di Napoli (Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 30), ricordate le angherie che l’imperador Federigo incominciò, e Carlo aggravò, continua: reddiderunt etiam praedictorum consequentium ad illa discriminum non prorsus expertum, prout Siculorum rebellio, multis onusta periculis, aliorumque ipsam foventium persecutio manifestant, etc. Nè altramente ei scriveva al cardinal Gherardo nello stesso tempo, attestando le gravezze, afflizioni e persecuzioni del governo angioino, aver cagionato sì fieri turbamenti (in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 11): e pur Onorio seguiva strettamente la politica della corte di Roma contro la dominazione aragonese in Sicilia!

Lo stesso re Carlo non disse di Pier d’Aragona nè di congiura nella lettera di maggio 1282 a Filippo l’Ardito (Docum. VI); e ne’ trattati del duello di Bordeaux, non apponeva a Pietro, che vagamente: di essere entrato in Sicilia «contro ragione e in mal modo.» E fallito il duello, volendo diffamar l’avversario, ricantò pure che pria dell’occupazione di Sicilia si trattava un matrimonio tra una sua figliuola e un figlio di Pietro; spiegò quelle prime sue parole per pravità, infedeltà, e tradimento; ma tra tanti rimbrotti, non fece mai parola di trama co’ Siciliani (Diploma in Muratori, Ant. It. Med. Æv., Diss. 39, tom. III, pag. 650 e seg.).

Carlo lo Zoppo nel diploma del 22 giugno 1283, contro alcuni tristi officiali e consiglieri del re suo padre, scrisse: ipsi quotidie diversa gravamina et quaelibet extorsionum genera suadebant; ipsi vias omnes excogitabant per quas insula Sicilie a fide regia deviavit (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, Docum. 5).

Nel diploma di Carlo I, dato il 5 ottobre 1284 (Docum. XXIII), ove sottilmente si discorrono le vicende della siciliana rivoluzione in quel modo che Carlo amava a presentarla, e si carica di rimbrotti re Pietro, non si fa parola di congiura nè punto nè poco; ma che Pietro stato per lo innanzi amico, entrando di furto in Sicilia, gli si era presentato novello improvviso nemico. Slmilmente ne’ diplomi delle concessioni feudali a Virgilio Scordia di Catania (Doc. XXXVI), d’altro non si parla che di: suborta generaliter in insula nostra Sicilie guerra.... e di sequens invasio quondam Petti olim regis Aragonam. E nel medesimo tempo in un altro diploma del 20 luglio tredicesima Ind. (1301), che promettea guarentige alla terra di Geraci, disposta a tornare sotto il nome angioino (r. arch. di Nap., reg. 1299–1300, fog. 71, 82), leggesi: scrutinio itaque debite meditationis diligentius advertentes, quod officialium clare memorie domini patris nostri effrenata concitante licentia, insula nostra Sicilie et subsequenter postmodum nonnulle universitates civitatum, castrorum, casalium et villarum oac speciales persone Calabrie, vallis Gratis, terre Jordane et Basilicate, principatus et aliorum locorum regni Sicilie citra farum, in rebellionis culpam cadentes, a fidelitate sancte romane matris Ecclesie atque nostra se turpiter abdicerunt, etc. Finalmente la rivoluzione del vespro non si accenna con altre parole che Siculorum gravis et periculosa commocio nel diploma di Carlo II (Docum XXXIX).