STORIA
DEI MUSULMANI
DI SICILIA.
Proprietà letteraria.
STORIA
DEI
MUSULMANI
DI SICILIA
SCRITTA
DA MICHELE AMARI.
VOLUME PRIMO.
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.
—
1854.
INTRODUZIONE.
Non ostante la cultura delle colonie musulmane che tennero la Spagna e la Sicilia e dettero tante parti di civiltà all'Europa, egli è avvenuto che la storia loro rimanesse per molti secoli oscura e trasandata, quasi di popoli barbari. E ciò per cagione che i cronisti latini e greci del medio evo poco ne scrissero; che le opere arabiche andarono a male quando i Musulmani sgombravan da quei paesi; e che quel tanto che ne fu serbato in Affrica o in Oriente, non potea passare, senza difficoltà grandissime, dalla società musulmana alla società europea. Quegli ostacoli, superati un po' dal decimosesto al decimottavo secolo, or si vincono felicemente. La tolleranza filosofica; il genio degli studii storici; i viaggi; il commercio; le dominazioni europee in alcuni paesi di Musulmani; la influenza esercitata sopra altri; le accademie asiatiche istituite sotto varie denominazioni, in Inghilterra, Francia, Alemagna, Stati Uniti d'America e stabilimenti inglesi in India; i giornali periodici di esse; lo zelo di raccogliere manoscritti, monete antiche e monumenti; l'agevolezza ad apparare le lingue orientali; le frequenti pubblicazioni di libri arabici, han reso ormai praticabili molte ricerche tentate invano dalle passate generazioni. Così qualche opera pregevole rischiara già la storia dei Musulmani di Spagna, e sappiam che altre se ne apparecchino di maggior polso. Così gli annali delle Crociate si compiono col favor dei cronisti musulmani. Così escono alla luce o s'intraprendono di continuo tanti altri lavori storici su l'Affrica, su l'Egitto e su varii Stati dell'Asia anteriore.
La genuina tradizione dei tempi musulmani si dileguò di Sicilia al conquisto normanno, insieme coi dotti ch'emigravano in Affrica, in Spagna o in Egitto. Se ne andavano con essi i libri; o erano distrutti tra le guerre del conquisto nell'undecimo secolo; tra le sedizioni dei Cristiani nel duodecimo; tra le disperate ribellioni dei Musulmani nei principii del decimoterzo: ancorchè la Sicilia non abbia dato, nè anco in que' tempi, lo scandalo d'un auto-da-fè di manoscritti arabici, come quello del cardinal Ximenes che ne fece ardere ottantamila su la piazza di Granata, mentre Colombo scopriva l'America. Il fatto è che dalla metà del decimoterzo secolo alla metà del decimoquarto, rimanendo tuttavia in Sicilia, come n'abbiam prove, qualche notaio che intendesse gli atti distesi in arabico e qualche Giudeo che traducesse opere dei medici arabi, tal cognizione di lingua non servì a tramandare memorie storiche, ma soltanto a propalar qualche errore degli Arabi o dei traduttori. Così io penso leggendo nelle croniche latine di Sicilia a quel tempo, che dopo i casi del buon Menelao re d'Italia e di Sicilia, i Greci, mandati da Eraclio imperatore di Costantinopoli, si fossero impadroniti della Trinacria; le avessero posto nome di Sicilia, da due voci greche l'una delle quali suona fico e l'altra olivo; e che poi, ribellatosi Maniace luogotenente di Eraclio e spento a tradigione dalla corte bizantina, il figliuol suo, per vendetta, avesse dato l'isola ai Saraceni di Tunis, l'anno di Maometto centonovantotto, e ottocento ventisette di Cristo.[1] Erano i fatti di venti secoli compendiati in una vita d'uomo. Quella falsa etimologia dal fico e dall'ulivo, ignota ai Greci e ai Latini, trovasi appunto negli scritti d'Ali-ibn-Katâ' e d'Ibn-Rescîk, i quali vissero in Sicilia nell'undecimo secolo. Si incontrano poi sovente negli autori musulmani somiglianti anacronismi sugli imperatori romani, e si vede sempre citato a dritto o a torto il nome d'Eraclio, che sedea sul trono vivendo Maometto. Indi mi è paruto probabile che la tradizione detta di sopra, tutta quanta ella è, fosse derivata da unica sorgente arabica. Se altre notizie vi erano su la dominazione musulmana, i cronisti siciliani, secondo la ignoranza e pregiudizii della età loro, le doveano trascurare, o volontariamente sopprimere.
Dopo tre secoli in circa, ristorandosi gli studii storici in Italia e non rimanendo la Sicilia addietro dalle altre province, Tommaso Fazzello da Sciacca (nato il 1498, morto il 1570) rigettò le favole di Maniace; ritrovò un filo della tradizione bizantina nel MS. di Scilitze allor noto sotto il titolo di Curopalata; e, innestatovi quel po' di tradizione musulmana che gli potea fornir Leone Affricano e qualche altra notizia incerta, scrisse, nella sua nobilissima storia generale di Sicilia, due capitoli così così su la dominazione musulmana.[2] Lasciovvi una lacuna, a riempir la quale si affaticava Antonino d'Amico da Messina (morto il 1641) riportando dall'Escuriale pochi squarci di Abulfeda e di Sceaboddino (Scehâb-ed-dîn-'Omari) voltati in latino, alla meglio o alla peggio, da Marco Dobelio Citeron, professore d'arabico in Spagna: i quali rimasero inediti; ma Agostino Inveges da Sciacca (1595-1677) tradusse in italiano la traduzione e infilzolla nei suoi Annali di Palermo.[3] Giambattista Caruso da Polizzi, sopravvenuto quando la critica e la diplomatica davan più salda base alle ricerche storiche, pubblicò, nel 1720, primo tra i suoi importanti lavori, la Raccolta degli scrittori dell'epoca Saracenica in Sicilia: dove, alle memorie già citate e ad altre di minor nota, aggiunse il testo arabico della cronica di Cambridge,[4] procacciatogli con la versione latina da un dotto inglese: i fogli del qual testo si stamparono a Roma, mancando in Sicilia i caratteri e chi li sapesse leggere.
Ove si consideri come gli eruditi siciliani del decimosettimo e decimottavo secolo non fossero stati secondi a que' di alcun'altra provincia italiana o straniera nello studio dei patrii annali, forte si maraviglierà che niuno tra loro avesse pensato di apprendere l'arabico. E pur in quella stagione a Roma, in Toscana, in Lombardia si facea quel che oggidì ammiriamo in Alemagna, Francia e Inghilterra: si raccoglieano con ardore i MSS. orientali riportati da viaggiatori italiani; i missionarii della Propaganda di Roma studiavano le lingue orientali; si pubblicavano appo noi libri in arabico e in siriaco; si formavano musei asiatici; si compilavano opere di gran dottrina sul Corano, e grammatiche e dizionarii arabici, per esempio quello del Giggei: fiorivano, in somma, gli studii orientali al segno, che il Renaudot, dando fuori nel 1713 la Storia dei Patriarchi d'Alessandria, la dedicò a Cosimo III de' Medici; confessando nella prefazione che nel corso del decimosettimo secolo gli orientalisti di tutta Europa non avessero avuto altro capitale che le opere uscite dai tipi di Firenze. Ma queste tornarono inutili alla Sicilia, perchè i progredimenti dell'intelletto difficilmente si comunicavano dall'uno all'altro sminuzzolo d'Italia, e più difficilmente valicavano il mare. Nè miglior frutto cavò la Sicilia dagli ardimenti di Francesco Maria Maggio da Palermo de' Chierici Regolari (1612-1686), missionario, il quale dopo otto anni di peregrinazione in Siria, Persia, Mesopotamia, Armenia, Georgia, tornò a Roma pratichissimo degli idiomi arabico, turco e georgiano; tanto che ne scrisse le grammatiche parallele, dedicate a papa Urbano Ottavo.[5] Francesco Tardia da Palermo (1732-1778) pervenuto, non so come, ad avere una tintura di arabico, ne usò in opera di lieve momento, la edizione, cioè, d'una versione italiana di Edrisi, fatta dal maltese Domenico Macrì.[6] Le illustrazioni sue di alcuni diplomi arabici dell'epoca normanna rimangono inedite; nè sembrano gran che. Morto immaturamente il Tardia, senza far discepoli, si ricadde in tale ignoranza di arabiche lettere, che una iscrizione cufica cubitale passò tuttavia in Palermo per caldaica e scolpita poco appresso il diluvio. Gli eruditi del paese, quando lor occorrea di interpretare qualche leggenda di lapidi o monete, più corta via non trovavano che di rivolgersi ad Olao Gerardo Tychsen professore di Rostock, il quale avea gran fama, meritata non credo, in quei rami di filologia arabica.
Tra tanta penuria, piombò in Palermo il maltese Giuseppe Vella, frate cappellano dell'Ordine Gerosolimitano, il quale con quel suo dialetto mescolato d'arabico corrotto e di pessimo italiano, potea comprender tanto dell'idioma degli Arabi, quanto un contadino di Roma intenderebbe Cicerone o Tito Livio senza avere mai studiato il latino; e, per giunta, il Vella ignorava i caratteri, nè li apprese che a capo di parecchi anni, da uno schiavo musulmano che vivea in Palermo. Digiuno d'ogni erudizione, ma furbo, baldanzoso, sfacciato, ciarlatano che testè facea mestier di dare i numeri del lotto, il Vella aprì nuova bottega: fabbricò due codici diplomatici in arabico, dicea, ma ne mostrava la sola versione italiana; dei quali il primo intitolò Consiglio di Sicilia, e vi finse il carteggio degli emiri dell'isola coi principi aghlabiti e fatimiti d'Affrica; il secondo, Consiglio d'Egitto, e lo disse raccolta delle lettere dei principi normanni di Sicilia, i quali, per passatempo, raccontassero tutte le faccende di casa loro ai moribondi califi fatimiti d'Egitto. Annali, geografia, statistica, dritto pubblico di due epoche, fasti gentilizii, tutte le fole che gli parean profittevoli, accozzò l'ignorante impostore ne' codici diplomatici; oltre le false leggende che spacciò di monete e suggelli genuini; le monete ch'ei falsò a dirittura, come si afferma; e i diciassette libri perduti di Tito Livio, dei quali si vantò di tener sotto chiave la versione arabica. Per quattordici anni (1783-1796) si godè onorificenze, favor di governanti, pensioni, e in ultimo la grassa abbadia di San Pancrazio. Condannato dai magistrati, quando si scoprì la frode, alla reclusione in fortezza, il re gli fece espiar la pena in una deliziosa villa ch'egli avea comperato di sue baratterie; e gli fu reso il medagliere ch'egli avea raccolto, di 364 monete non false, tra le quali 219 di oro. Ma è da sapersi che un segretario del governo era stato complice, o forse promotore, della magagna del Consiglio d'Egitto, intesa a fingere un nuovo dritto pubblico siciliano del duodecimo secolo, ampliando l'autorità del principe e scorciando quella dei baroni.[7] La opinione pubblica, che sapea coteste brutture, avea prima dei magistrati condannato l'abate Vella e il governo con lui; il qual giudizio ritrasse con grazia anacreontica il Meli, nelle quartine che incominciano:
Azzardannu 'na jurnata
Visitari li murtali,
Virità fu sfazzunata;
Ristau nuda a lu spitali.
. . . . . . . . . . .
Sta minsogna saracina
Cu sta giubba mala misa,
Trova a cui pri concubina
L'accarizza, adorna, e spisa. ec.
Pur la impostura del Vella diè occasione a buoni studii. Monsignor Alfonso Airoldi, arcivescovo d'Eraclea, nobil uomo, erudito, magnifico, potente, come Giudice ch'egli era della Monarchia di Sicilia, ossia Legato del papa a dispetto del papa, accintosi ad aiutare il Vella pria che questi si scoprisse con la frode politica del Consiglio d'Egitto, fece venire a sue spese caratteri arabici dall'officina bodoniana di Milano; comperò libri; porse danaro del suo; fece istituire in Palermo la cattedra di arabico; fece decretare dal governo la provvisione di mille once all'anno, o vogliam dire 12,500 lire italiane, per una missione in Affrica in traccia di manoscritti, la quale poi non mandossi ad effetto. Di più l'Airoldi scrisse una bella prefazione, ch'è stampata nel primo volume del Consiglio di Sicilia, nella quale si additano tutte le fonti della storia dei Musulmani Siciliani conosciute a quel tempo.[8] Infine ei fece una buona collezione di monete, vetri e corniole incise, d'oltre un centinaio, delle quali monete circa 70 arabiche e il resto greche, romane e dei bassi tempi; coordinate poscia e interpretate in parte dal Morso, come ritraggo da una lettera di costui del 1828. L'arcivescovo d'Eraclea legò questo medagliere e molti libri al nipote Cesare Airoldi, già presidente della Camera dei Comuni di Sicilia; il quale ha donato l'uno e gli altri alla Biblioteca Comunale di Palermo.
Per zelo di smascherare il Vella, Rosario Di Gregorio da Palermo (1753-1809), pubblicista di gran fama, si metteva a studiar l'arabico dassè solo, con la grammatica d'Erpenio e il dizionario di Golio, e a capo di tre anni dava fuori un ottimo saggio di Cronografia musulmana, corredato di parecchi diplomi in arabico;[9] a capo d'altri quattro anni (1790) la raccolta di croniche e ricordi arabici d'ogni maniera relativi alla Sicilia, testi e versioni, la quale ha per titolo: Rerum Arabicarum, quæ ad historiam Siculam spectant, ampla Collectio. Sia notato ad onor della Sicilia, che quest'opera uscì contemporaneamente al falso codice diplomatico. Oltre gli squarci ristampati, contiene d'inedito: il Nowairi; una vasta raccolta di iscrizioni con bei rami; e qualche brano di diploma. Secondo i tempi e le condizioni in cui fu compilata, la dobbiam riconoscere maraviglioso sforzo d'ingegno e di volontà: ma la confesseremo anco opera imperfetta; poichè il Di Gregorio non arrivò mai, nè uomo il potea nelle sue condizioni, a legger francamente due righi di manoscritto arabico, a penetrarsi delle forme grammaticali, a rendersi familiari i modi di dire, com'oggi si fa nelle scuole d'Alemagna e di Francia dopo un anno di studio. Salvatore Morso da Palermo (1766-1828), successore del Vella nella cattedra d'arabico, seppe quest'idioma un po' meglio che il Di Gregorio; lavorò su la diplomatica, la epigrafia e la numismatica degli Arabi Siciliani; e lasciò, oltre parecchi manoscritti, l'opera pubblicata (1824 e 1827) col titolo di Palermo antico (sic): ov'egli abbozzò una descrizione della città nel XII secolo, e inserivvi curiosi documenti; ma parmi abbia sbagliato la pianta topografica.
Ripigliavano in questo tempo i Siciliani l'impresa di scrivere la storia, della quale si credean ormai raccolti tutti i materiali. Saverio Scrofani da Modica (morto il 1835) la trattò leggermente, nei Discorsi su la Dominazione degli Stranieri in Sicilia (Parigi 1824). Pietro Lanza da Palermo principe di Scordia e in oggi di Butera, ne fece argomento di una prolusione accademica recitata il 1832: lavoro giovanile, breve per sua natura e pur più sodo assai che quello del provetto Scrofani. Carmelo Martorana da Palermo diè fuori nel medesimo tempo le Notizie storiche dei Saraceni Siciliani, che dovean far quattro libri e altrettanti volumi, ma ne son usciti due soli (Palermo 1832-1833). Oltre il Rerum Arabicarum, egli adoprò i trattati di storia ed erudizione orientale pubblicati in Italia e fuori infino al 1830: dettò una compilazione posata, fornita di nozioni su la società musulmana, condotta per lo più con buona critica: ma non parmi che salga alla dignità della storia; oltrechè vi mancano di quelle stesse notizie che si poteano raccogliere in Sicilia, se all'autore non parea superfluo d'apprender l'arabico.
Da quel tempo in poi, quel poco che si è fatto in Sicilia e altre province italiane è stato nei rami sussidiarii alla storia; se non voglia eccettuarsi il brevissimo compendio di Davidde Bertolotti, intitolato Gli Arabi in Italia, Torino 1834. Il signor Mortillaro da Palermo, discepolo del Morso, ha pubblicato un brano di diploma,[10] parecchie iscrizioni di vasi e suggelli, una lista dei MSS. arabici che sono in Sicilia, ed alcuni elementi di lingua arabica e di storia musulmana ec.: un intero volume, nel quale trovo da lodar solo i rami delle iscrizioni che sono ben fatti, e il saggio d'un catalogo delle monete e vetri arabici fabbricati in Sicilia.[11] Mi occorrerà forse di correggere qua e là qualche errore del signor Mortillaro, di quei soli che recherebbero torto alla verità storica; non dovendosi appuntare tutti gli altri nelle opere di chi non ha avuto comodo di bene studiar quella lingua. E il farò a malincuore, perchè mi annoiano mortalmente i pettegolezzi letterarii, e perchè temo che la critica non si apponga a nimistà. Ma, qualunque sia l'animo mio verso l'autore, io tengo che la condotta politica d'un uomo non abbia nulla di comune col merito dei suoi studii; e sarei il primo ad applaudir come scrittore tale o tal altro che punirei come cittadino con tutta la severità delle leggi, se mai le vicende mi chiamassero nuovamente alla esecuzione delle leggi. Così, scrivendo poc'anzi del Martorana, io rivoluzionario impenitente del 1848, dimenticava ch'ei fu allora Prefetto di Polizia in Palermo e che imprigionò gli amici miei. Tornando all'argomento, mi rimane a dir di Giuseppe Caruso, attuale professore di arabico in Palermo, il quale ha pubblicato non male tre diplomi arabici, studiati già da Tardia, Di Gregorio e Morso, che ne sapeano poco più o poco men di lui.[12] Infine dobbiamo a Domenico Spinelli da Napoli un'opera numismatica che risguarda indirettamente le colonie musulmane di Sicilia.[13]
Gli ultimi saggi storici su quelle colonie, son opera di stranieri e li ha promosso l'Istituto di Francia. A misura che si approfondivano le vicende dell'incivilimento europeo, si vedea di quale momento vi fossero stati i Musulmani di Sicilia. L'Accademia, dunque, delle Iscrizioni proponea per l'anno 1833 un premio a chi presentasse il miglior saggio storico su le incursioni e dominazioni dei Musulmani in Italia.[14] Il premio, differito più volte, fu accordato, l'anno 1838, a M. Des Noyers, bibliotecario al Museo di Storia Naturale di Parigi, in merito di un prospetto, che si stampò a pochi esemplari, nel quale l'autore tratteggiò quei conquisti con le cagioni e conseguenze loro, e diè il disegno e fin la tavola dei capitoli di un'opera da dividersi in due parti; cioè racconto storico e influenza della Sicilia musulmana nei varii rami di civiltà. Ei non compilò l'opera, nè so se l'abbia or fatto; ma di certo non l'ha pubblicato. Non conoscendo l'arabico, M. Des Noyers dovette star contento ai materiali tradotti; ai quali s'aggiunse in quel tempo il capitolo d'Ibn-Khaldûn su la Sicilia, dato in arabico e in francese, con acconcia prefazione e note di molta dottrina, da M. Noël Des Vergers. M. César Famin si affrettò a stampare nel 1843 il primo volume d'una Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie, il quale arriva all'878; lavoro di picciol conto, di cui l'autore non so se pria di morire abbia lasciato manoscritta la continuazione.
Il premio proposto dall'Istituto avea allettato altresì Giovanni Giorgio Wenrich, professore di Letteratura biblica a Vienna, e noto per eruditi lavori su le versioni orientali degli autori greci e su la origine della poesia ebraica ed arabica. Ritoccata, dopo l'esito del concorso, cotesta novella opera, ei diella a stampa in Lipsia il 1845, sotto il titolo di: Rerum ab Arabibus in Italia insulisque adjacentibus... gestarum, Commentarii. È dettata in elegante latino, con dignità, concisione e diligenza. L'autore molto si aiutò dei lavori del Martorana; accoppiò il metodo seguíto da costui con quello di M. Des Noyers; aggiunse i fatti che risultavano da' testi arabici pubblicati dopo il Di Gregorio; ma non fe' novelle ricerche nei MSS.; talchè non accrebbe di molto il patrimonio del Martorana.
I materiali su i quali si è lavorato fin qui, mettendo da canto i greci e i latini, sono stati: la Cronica di Cambridge, parte del Nowairi, parte di Scehâb-ed-dîn-'Omari, parte d'Ibn-Khaldûn, poche biografie d'Ibn-Khallikân, pochi ragguagli biografici e bibliografici del Casiri, e qualche squarcio d'Ibn-el-Athîr messo da M. Des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn detto. Il Martorana e il Wenrich si sono avvalsi, inoltre, d'una compilazione italiana della quale è mestieri ch'io faccia parola: cioè gli Annali Musulmani del Rampoldi. Quest'erudito italiano, morto a Milano in età avanzata il 1836, avea fatto in gioventù lunghi viaggi in Oriente; dei quali, nè delle altre vicende di sua vita non ho potuto avere ragguagli; ancorchè vi si fossero adoperati alcuni amici in Milano. Nelle opere sue ritrovo, ch'ei soggiornò in Siria e al Cairo nel 1784, al Cairo stesso nel 1785; e non so quando a Smirne:[15] pertanto è molto probabile ch'egli intendeva l'arabico volgare. Che abbia conosciuto profondamente la lingua, nol credo; mostrandosi ignaro talvolta delle più ovvie forme grammaticali, delle più trite etimologie; per esempio la voce sceikh ch'ei fa derivare dal persiano sciah (re). Di più si ritrae ch'egli attinse spesso alle versioni europee, anzichè agli originali; poichè trascrive i vocaboli arabici con ortografia or francese ora inglese e non mai italiana: come djeami (moschea cattedrale) in luogo di giami; Jannabi, Jaafar, nomi proprii, per Giannabi, Giafar, ec. Nè va preso sul serio l'infinito numero di citazioni ch'egli infilza, di nomi d'autori arabi e persiani, quand'ei non distingue quelli veduti da lui stesso dagli altri allegati su le citazioni altrui. Pei fatti di Sicilia sparsi negli Annali, il Rampoldi non sempre cita; talvolta nomina il Nowairi, dicendo tutto il contrario di lui; o segue la Cronica di Cambridge senza punto farne menzione; e in un sol caso, certe avvisaglie cioè tra Cristiani e Musulmani nell'887, si riferisce al Nighiaristan, o meglio avrebbe scritto Nigâristân. Compilazione questa è di aneddoti, scritta in persiano nel decimosesto secolo, della quale v'ha a Parigi parecchi MSS., e una edizione di Calcutta in litografia: ma nulla vi si trova intorno la Sicilia; come mi afferma il dotto orientalista M. De Frémery, ch'io pregai di percorrerla, poichè ignoro il persiano. Gli avvenimenti delle altre province musulmane, per quanto io ne abbia potuto vedere, non son trattati con maggiore diligenza. Pertanto questo gran lavoro in dodici volumi, che offre del resto giudiziose osservazioni locali, molta erudizione, idee vaste e filosofiche e fors'anco fatti genuini che invano si cercherebbero altrove, questo lavoro, io dico, rimarrà come inutile; non sapendosi il più delle volte se i racconti sian tolti da buone sorgenti, se l'autore citi con esattezza, o se aggiunga del suo altre circostanze ch'ei confusamente si ricordava o che gli pareano necessarie a compiere il cenno dei cronisti. Si potrà cavar partito dagli Annali del Rampoldi, se mai cadranno in man di qualche valoroso orientalista i MSS. arabi o persiani ch'ei lasciò, i quali non ho potuto sapere nè quanti, nè quali, nè dove fossero. Allora si potrà veder chiaro in tal miscuglio di elementi. In questo mezzo ho dovuto rigettare assolutamente l'autorità del Rampoldi.
Or ne vengo ai miei proprii lavori. Quand'io giunsi a Parigi, perseguitato per avere scritto il Vespro Siciliano, che già corre il duodecim'anno, mi parve come un obbligo di tentar la Storia dei Musulmani di Sicilia; pensando che tra tanti uomini più capaci di me, italiani e stranieri, niuno potea avere insieme lo zelo e le cognizioni locali d'un siciliano e i comodi grandissimi che a me dava il soggiorno di Parigi. Come il solo modo di riuscir nell'intento era la ricerca di novelli materiali, così io non esitai a giocar dieci anni di fatica in questa maniera di scavi d'antichità. Appresi l'arabico a Parigi; confrontai i testi del Di Gregorio coi MSS. originali; mi diedi a raccogliere frammenti storici, descrizioni geografiche, biografie, e le prose e poesie degli Arabi Siciliani, e i titoli di lor opere perdute, e quanto fosse stato scritto in arabico da Siciliani o da Arabi qualunque su la Sicilia e i suoi abitatori. Molti materiali ho trovato da me stesso nei MSS. arabici di Parigi, Oxford, Londra, Leyde: altri ne ho avuto per favor di amici da Leyde, Cambridge, Heidelberg, Madrid, Pietroburgo, Tunis, Costantina; altri son usciti alla luce dal 1842 a questa parte: e, se non ho potuto frugar tutte le biblioteche di Alemagna, Italia e Spagna, i cataloghi stampati mi assicurano che poco o nulla era da sperarne. Cotesti materiali, escluse le poesie che non abbiano importanza storica, faranno una Biblioteca Arabo-Sicula; nella quale mi è parso di dar luogo ad alcuni squarci di autori arabi relativi alla storia di Sicilia del XIII e XIV secolo, ancorchè non trattino dei Musulmani dell'isola. Alla stampa dei testi, che non era impresa da autore povero, nè da libraio d'Italia o fosse pur di Francia e Inghilterra, ha provveduto, per sommo zelo delle lettere, la Società Orientale di Alemagna, alla quale io ne feci domanda; e fu benignamente accolta, per la premura che s'era data il dottissimo professore Fleischer di Lipsia, pubblicando un prospetto di quella mia raccolta. A spese dunque di quella dotta Società si stamperanno i testi a Gottinga, in un volume. La versione italiana in due volumi con note nella parte geografica, cavate dai diplomi dell'undecimo secolo in giù, si pubblicherà, com'io spero, in Italia, nel sesto medesimo del volume arabico, in guisa da potersi vendere con quello o senza. Il duca di Luynes, benemerito dell'Italia per le edizioni di Matteo da Giovenazzo, dei Monumenti Normanni e Svevi del regno di Napoli, e dello splendido Codice diplomatico di Federigo Secondo imperatore, e per un gran lavoro, al quale attende, su le monete puniche di Sicilia, ha cortesemente assentito a fare una carta comparata della Sicilia, ordinata in questo modo: che si corregga a cura sua la carta in quattro fogli dell'ufficio topografico di Sicilia; ed egli indi vi noti i nomi antichi; io vi trasporti gli arabici ricavati da Edrisi e altre fonti; e la carta si stampi a due colori, in guisa da mostrare a colpo d'occhio il riscontro dei luoghi attuali, del XII secolo e dell'antichità. Con la solita munificenza, l'egregio archeologo francese ha profferto di far incidere questa carta a proprie spese.
Nella Biblioteca Arabo-Sicula mancheranno, come accennai, le poesie non relative a fatti storici e inoltre le notizie dei manoscritti arabi di Sicilia, i diplomi, le iscrizioni e le monete. Quanto alle prime, che prenderebbero uno o due volumi di testo, io le ho copiato; ma non sarà facile trovare i mezzi di stamparle, nè preme. Il resto son lavori male abbozzati fin qui, e da rifarsi tutti in Sicilia. Tale il catalogo dei MSS. della Lucchesiana di Girgenti, Biblioteca de' Gesuiti in Palermo, Monastero di San Martino presso Palermo, e Biblioteca Vientimilliana di Catania, i quali sommano ad una cinquantina, secondo la lista che ne mandò il signor Mortillaro al Cardinal Mai.[16] Va fatta di pianta la collezione dei diplomi arabici dei tempi normanni, la più parte inediti, pochi pubblicati, così così, da Di Gregorio, Morso, Giuseppe Caruso, Mortillaro; e un solo correttamente, il quale dobbiamo a M. Des Vergers.[17] I diplomi si dovrebbero ricercare nel Monastero di Morreale; Cattedrale, Cappella Palatina e Commenda della Magione in Palermo; vescovati di Catania, Girgenti, Patti, Cefalù, e in tutti altri archivii ecclesiastici e pubblici; e sarebbero da vedersi le copie che per avventura se ne trovassero nelle biblioteche: il quale lavoro richiederebbe e tempo e spesa e pazienza contro gli ostacoli e pratica a leggere i MSS. arabici e libertà di viaggiare in Sicilia. Similmente le iscrizioni lapidarie, o di vasi, gemme e drappi, date da Di Gregorio. Morso, Lanci e Mortillaro, e una anco da me e le molte altre inedite, voglionsi quasi tutte verificar sopra luogo da occhi esercitati, e rintracciarne delle altre sugli edifizii e nei musei e per le case. Per la numismatica, infine, è da eseguire in grande il lavoro principiato dal Mortillaro e da me sopra commendato. Cioè si debbono esaminare in Palermo le collezioni di monete e vetri dei Gesuiti, o della Università degli Studii, alla quale ne furono legate circa 300 dal Cavalier Poli; quella di Monsignor Airoldi, testè donata alla Biblioteca Comunale, e le altre di privati: si debbono estendere le ricerche a tutta l'isola; scevrare le monete false dalle vere; confrontarle coi cataloghi stampati dal Castiglioni a Milano, dallo Spinelli a Napoli; ed oltremonti, da Tychsen, Adler, Marsden, Moëller, Fraehn, Soret, ec.; ricercarne infine per tutte le grandi collezioni d'Europa, il che io ho fatto soltanto in quella di Parigi. Per necessità lascio dunque ad altre persone, o rimetto ad altro tempo, coteste ricerche, dalle quali la Storia non potrà cavar altro che qualche nome e qualche data svelati dalle monete e iscrizioni; qualche particolarità di diritto pubblico e qualche altro nome proprio e topografico forniti dai diplomi del duodecimo secolo; e qualche notizia artistica o filologica.
Da tal classe di materiali ho dovuto rigettare due notizie date dal Mortillaro. L'una risguarda Abi-Kanom (sic) ben Mohammed ben Osman segestano, autore del Kitabo-l-Nachli ossia Libro delle palme, MS. dell'anno 1004 dell'era cristiana, posseduto dal Monastero di San Martino presso Palermo.[18] Tal titolo e nome van corretti Kitâb-el-Nahl wal-'Asl, (Trattato delle api e del miele) di Abu-Hâtim-Sahl-ibn-Mohammed del Segestân;[19] chè di quella provincia di Persia si tratta e non di Segesta in Sicilia, distrutta molti secoli innanzi il conquisto musulmano. Perciò si tolga dal novero degli scrittori Arabi Siciliani questo Segestano postovi da alcun compilatore di Giornale di Scienze e Lettere, che un tempo si pubblicava in Palermo sotto gli auspicii della Polizia e la direzione del Mortillaro.[20] Va eliminato al pari un Hâmid-ibn-Ali, che il Mortillaro suppose siciliano, senza per altro affermarlo, nella illustrazione di un bell'astrolabio in ottone che v'ha in Palermo,[21] delineato il 343 dell'egira (954-955) dal detto Hâmid, e, com'io credo, copiato sul metallo qualche secolo appresso,[22] per uso d'un personaggio, il cui nome va letto Scerf-ed-dîn-Ahmed-ibn-Mongiâ-ibn-Nâgi-ibn-Mohammed, della tribù di Sa'd, nato o dimorante in Zenkelûn, terra in Egitto.[23] Il nome dell'autore va bene, e anco il tempo in cui visse; poichè l'astronomo Ibn-Iunis, che morì il 1008, cita appunto tra i più celebri costruttori di astrolabii questo Hâmid-ibn-Ali, da Wâset, aggiugne egli, e così toglie luogo ad ogni contesa su la patria.[24]
Raccolti e studiati i materiali, senza rimorso di lasciarne addietro che fossero di momento, ho scritto la Storia, scopo di quelle mie ricerche. E comincio a pubblicarla prima della Biblioteca Arabo-Sicula, sì che ne presento adesso il primo volume, e gli altri due intendo stamparli a un tempo con quella raccolta. Ho cavato i fatti, in primo luogo dai settanta scrittori arabi, inediti la più parte, che compongono la Biblioteca; i nomi dei quali, accompagnati di cenni biografici e bibliografici, si leggeranno nella seconda parte della Tavola Analitica in fin di questa Introduzione. Indi il lettore potrà giudicare delle autorità che si citano in tutto il corso dell'opera. Primeggian tra quelle il Riadh-en-Nofûs, la Cronica di Cambridge, Imâd-ed-dîn, Ibn-el-Athîr, il Baiân, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Tigiani, Ibn-Haukal, Edrisi, Ibn-Giobair. Dei settanta poi, qual mi ha fornito un centinaio di pagine, qual due o tre righi, qual fatti nuovi e importanti, e qual noiose ripetizioni o racconti che mal reggono alla critica. Pochi contengono tradizioni primitive; sendo perdute le migliori croniche musulmane della Sicilia, e non rimanendone che i nomi di dieci autori ch'ho noverato nella prima parte della Tavola. Pur l'uso degli annalisti arabi a copiare le croniche troncandole qua e là, anzi che rimpastare i fatti nel proprio stile, ci ha conservato in parte le prime scritture. In generale le croniche e annali arabi sono diligenti nelle date; accennano i fatti anzi che narrarli; difettan di critica; non raccontano nè cagioni nè conseguenze nè gli episodii, in cui si vegga l'indole, le fattezze e le passioni degli attori. Fa eccezione a questo qualche biografia. Lavorando su elementi di tal fatta, chi voglia scrivere la storia com'oggi la s'intende, è trattenuto ad ogni passo, costretto a indovinare, a far supposizioni, a mettere in forse, e sovente è strascinato ad imitare l'andatura monotona degli originali. Per buona sorte, la tendenza del secol nostro ai lavori storici ha fatto pubblicare, da una trentina d'anni a questa parte, molti testi, versioni e dotti comenti, mercè i quali si comprendono ormai pienamente gli ordini politici, le leggi civili, penali e di culto, l'indole delle sètte religiose, le vicende delle scienze e lettere, tutti in somma i fatti generali della Storia dei Musulmani: e ciò supplisce a molte lacune degli annali. Fra coteste opere sol ricorderò l'Ahkâm-Sultanîa di Mawerdi, trattato fondamentale di dritto pubblico, da me studiato sopra un MS. di Parigi, ed or meglio assai su la edizione che ne diè l'anno scorso il dottor Enger a Bonn. Altri lumi ho cavato dai MSS. parigini di Ibn-abd-Rabbih, Ibn-Kutîa, Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ec.
Degli scrittori bizantini e latini sarebbe superfluo a presentare una tavola analitica. Tra i primi, ho preferito sempre gli originali ai copisti; e però la Continuazione di Teofane, che ci accompagna per gran tratto di queste istorie, al Cedreno, seguíto da alcuni moderni non so per quale predilezione. Quasi sempre ho adoperato, come più recenti, le edizioni di Bonn. Oltre gli autori ch'ebbero alle mani il Martorana e il Wenrich, è adesso di ragion pubblica il libro di Eustatio, arcivescovo di Tessalonica, su la espugnazione di quella città per le armi siciliane nel 1185; dove si ritrovano particolari prima ignoti, e alcuni toccano i Musulmani che rimaneano in Sicilia. Quanto agli scrittori latini usciti in luce dopo il Muratori, ho cavato partito dalle croniche: di Giovanni Diacono di Venezia, pubblicata da Zanetti e indi nel Pertz; del monaco Amato che tanto rischiara i fatti del conquisto normanno, data dallo Champollion; di Benedetto monaco di Sant'Andrea, nel Pertz; di Marangone, nell'Archivio Storico Italiano; e dalla poesia latina su la impresa de' Pisani e Genovesi a Mehdîa nel 1088, per la quale mi son servito della edizione di M. Du Méril. Ho rigettato, per esserne evidente la falsità, i Chronici Neapolitani Fragmenta; il Chronicon Arnulphi monachi; e le interpolazioni alla Cronica della Cava: tutte fatture di Francesco Pratilli, erudito napoletano del secol passato, appigliatosi a tal tristo espediente, per ticchio di gareggiar col Muratori. Alcune agiografie greche e latine, vagliate con giusta diffidenza, mi han pure fornito fatti degni di fede: tali, tra le greche, la Vita di San Giovanni Damasceno; quella di Sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli; quella di San Nilo il Giovane; e gli squarci di quella di San Niceforo vescovo di Mileto pubblicati da M. Hase nelle note a Giovanni Diacono Caloense; tali i testi o versioni in latino che si trovano nel Gaetani, delle quali la raccolta dei Bollandisti offre talvolta i testi greci, e sempre dà qualche correzione. I diplomi greci e latini di Sicilia mi hanno aiutato sopratutto allo studio dei nomi topografici, ch'era necessario per conoscere le città o villaggi dell'XI e XII secolo, i quali alla cacciata dei Musulmani rimasero in parte abbandonati, con immenso danno dell'agricoltura Siciliana, non riparato dopo sette secoli. Oltre le collezioni di Pirri, De Grossis, Lello, Mongitore, ec., ho cavato quei documenti dai tabularii stampati di alcune chiese, dal Giornale Ecclesiastico di Sicilia, e dalla Historia Diplomatica Friderici Secundi Romanorum imperatoris, della quale son già usciti cinque volumi, a cura di M. Huillard-Breholles e spesa del duca di Luynes. Infine ho tratto alcuni ragguagli di Storia letteraria dai MSS. latini della Biblioteca imperiale di Parigi Ni. 7310, 7281, 7406, e Fonds Saint-Germain 1450. Il primo dei quali, studiato un tempo dall'Humboldt,[25] è versione dell'Ottica di Tolomeo, fatta, sopra una versione arabica, da Eugenio ammiraglio del reame di Sicilia; il quale altresì tradusse dal greco le profezie dette della Sibilla Eritrea, di cui v'ha tre MSS. a Parigi. I citati MSS. 7281 e 7406 sono compilazione latina di un Giovanni di Sicilia su le notissime tavole astronomiche, dette Alfonsine, del giudeo Arzachele da Toledo. Allo stesso Giovanni di Sicilia, o altro di tal nome, appartiene il MS. 1450 Saint-Germain, ch'è trattato di rettorica.
Lo argomento e divisione cronologica del presente lavoro è esposto a capo del primo libro. Cotesto disegno non coincide con quello dell'Accademia delle Iscrizioni, seguíto dal Wenrich. Da una mano io ho voluto ristringere il campo alla Sicilia. Le guerre dei Musulmani in Italia dal VII al XII secolo fanno due ordini di avvenimenti, dei quali il primo dà argomento a Storia particolare, l'altro no; anzi questo non si potrebbe accoppiar con quello altrimenti che negli Annali generali d'Italia. L'uno è la guerra, prima d'infestagione poi di conquisto, che movea dall'Affrica propria; portava lo stabilimento delle colonie musulmane in Sicilia; tentava la Terraferma dallo stretto di Messina al Tevere; e vi lasciava, con orribili guasti, anco qualche elemento di civiltà. L'altro ordine si compone di scorrerie minori dei Musulmani or d'Affrica or di Spagna, le quali affliggeano la Sardegna, la Corsica e la riviera dalla foce del Tevere alle Alpi Marittime: calamità disparate e senza compenso. Perciò ho accennato queste di passaggio nella narrazione delle cose operate dai Musulmani in Sicilia; ma ben ho raccontato distesamente i casi dell'Italia Meridionale, poichè sono connessi a quei di Sicilia. Da un'altra mano, dovendo esporre le condizioni d'ogni maniera in cui si vivea nell'isola innanzi il conquisto musulmano, ho preso le mosse necessariamente dai tempi più antichi in cui ebbero origine: a che non pensarono i dotti stranieri lodati di sopra. Dopo la dominazione musulmana, ho toccato i fatti principali dei monarchi normanni di Sicilia e dei due primi di Casa Sveva; e l'ho scritto tanto più volentieri, quanto i testi arabi me ne davano ragguagli ignoti per l'addietro. Mi son fermato alla deportazione dei Musulmani di Sicilia in Puglia; parendomi opera insensata ad abbozzare le vicende della colonia di Lucera su i vaghi cenni dei cronisti, quando stan sepolte nei registri angioini di Napoli centinaia di documenti su quella colonia: chè moltissimi ne vidi io stesso il 1840 e n'usai parecchi nella Guerra del Vespro Siciliano. Se un giorno avverrà che l'Archivio di Napoli sia aperto liberamente agli eruditi, altri, con migliori auspicii che i miei, intraprenderà così fatto lavoro. Ho dato poi altr'ordine alle materie. I miei predecessori conduceano la cronica dal principio alla fine, e poi ripigliavano da capo a far la storia legislativa, religiosa, morale, letteraria, artistica ed economica. In luogo d'imitarli, meglio mi è parso di presentare i fatti, di qualunque classe, a misura che sviluppansi ed operano. Pertanto ho interrotto spesso la narrazione delle guerre e vicende politiche, per descrivere i fenomeni civili e intellettuali che n'erano a vicenda effetti e cagioni: in vece di percorrere l'una dopo l'altra tante linee di racconti, le ho troncato ad epoche, e disposto i tronchi parallelamente l'uno all'altro; amando a seguire, il più che potessi senza ingenerar confusione, l'ordine dei tempi, che mi par logico sopra ogni altro. In fin del terzo volume porrò un indice dei nomi proprii e di luoghi, e una tavola alfabetica degli autori citati in tutto il corso dell'opera, indicando le edizioni o MSS. di cui mi sia servito. I nomi o altre voci arabiche saranno trascritti, rendendo le lettere e segni dell'alfabeto arabico d'Oriente nel modo che segue:
| 1. Elif | — a italiana. |
| 2. Ba | — b id. |
| 3. Ta | — t id. |
| 4. Tha | — th inglese. |
| 5. Gim | — g italiana. |
| 6. Ha | — h latina. |
| 7. Kha | — kh italiana. |
| 8. Dal | — d id. |
| 9. Dsal | — ds id. |
| 10. Ra | — r id. |
| 11. Za | — z id. |
| 12. Sin | — s id. |
| 13. Scin | — sc avanti le vocali e, i, e sci o sce avanti le altre; sempre col suono della ch francese e sh inglese. |
| 14. Sad | — s italiana. |
| 15. Dhad | — dh id. |
| 16. Ta | — t id. |
| 17. Za | — z id. |
| 18. Ain | — suono particolare che si rende con un '. |
| 19. Ghain | — gh italiana. |
| 20. Fa | — f id. |
| 21. Kaf | — k id. |
| 22. Caf | — k id. |
| 23. Lam | — l id. |
| 24. Mim | — m id. |
| 25. Nun | — n id. |
| 26. Hè | — h, e quando è finale, si sopprime o si rende t. |
| 27. Waw | — w inglese. |
| 28. Ia | — i italiana. |
La vocale fatha si rende e, e quando è seguíta dalla alef di prolungaz., â.
La vocale kesra si rende i ed î nel detto caso.
La vocale dhamma si rende o ed û nel detto caso.
Mi rimane adesso a rendere testimonianza degli aiuti altrui. Debbo ai signori Reinaud e Hase, professori, l'un d'arabico, l'altro di greco moderno, nella École des Langues Orientales vivantes a Parigi, quel che so di dette due lingue e della paleografia appartenente all'una o all'altra: debbo loro inoltre di avermi avviato allo studio della erudizione musulmana e bizantina, non meno che guidato nelle ricerche su manoscritti o libri stampati. Mi diè consigli di questa fatta, nel primo anno de' miei studii, il barone Mac-Guckin De Slane, dotto orientalista. E, in ogni tempo, i due professori lodati di sopra m'assisteano cortesemente, anzi amorevolmente, nella interpretazione di qualche passo di testo, o in altra grave difficoltà.
Dissi di sopra che altri mi procacciava copie di parecchi testi arabi. Riconosco tal favore, innanzi ogni altro, dal mio amico il dottor Dozy, or professore d'istoria nella Università di Leyde; il quale, studiando quella ricca collezione di manoscritti, ne prese quanto potea giovare al mio intento. Altri estratti di testi mi sono stati mandati cortesemente da M. Alphonse Rousseau, primo interprete della Legazione francese a Tunis; dal dottor Weil, bibliotecario a Heidelberg; dal professore Gayangos di Madrid; da M. Cherbonneau, professore d'arabo a Costantina; dal signor Wright; e dal conte Miniscalchi da Verona, benemeriti delle lettere arabiche. Tra i non orientalisti, il Conte di Siracusa mi fece ottenere nel 1846 copia di un MS. di Madrid; il duca di Serradifalco impetrò per me lo stesso anno il prestito di un manoscritto di Pietroburgo, il quale mi fu mandato a Parigi per mezzo della Legazione di Russia, con liberalità di cui debbo lodar quel governo, non ostanti le mie opinioni politiche le quali non ho bisogno di ripeter qui. L'ingegnere alemanno signor Honnegar, venendo alcuni anni fa da Tunis a Parigi, mi recò altri squarci di testo, fatti copiare per conto mio. Il lucido d'una iscrizione di Sicilia e alcune notizie bibliografiche ebbi nel 1846 per favore dell'erudito principe di Granatelli, al quale io era obbligato d'altronde per assai più efficaci prove di amistà. Altri lucidi di iscrizioni mi ha fatto copiare il duca di Serradifalco, chiaro per opere archeologiche, e ne tengo anche dal mio amico Saverio Cavallari, ingegnere e archeologo. Debbo far menzione ancora del mio fratel cognato Giuseppe di Fiore, per varie notizie raccoltemi in Sicilia; del dotto ellenista siciliano Pietro Matranga, per aver procacciato il confronto di un testo arabico alla Vaticana; e del signor Power bibliotecario a Cambridge, e del defunto Samuel Lee professore in quella Università, per altro simil favore.
Mentre io studiava in Parigi, risegnato lo impiego nel Ministero di Palermo e lo stipendio di quello che m'era unico mezzo di sussistenza, parecchi amici dal 1844 al 1846 mi soccorsero di danaro, da rimborsarsi col prezzo dell'intrapreso lavoro. Il fecero per benevolenza verso di me, e zelo per un'opera che speravano illustrasse la storia del paese: tra i quali se alcuno partecipava delle mie opinioni politiche e altri allora vi si avvicinava, altri non era meco legato che di privata amistà; nè questa associazione ebbe mai indole nè scopo politico, foss'anco di mera dimostrazione. L'associazione fu promossa dal barone di Friddani e da Cesare Airoldi, nominato di sopra; la secondarono in Sicilia Mariano Stabile, amico mio dalla fanciullezza, il principe di Granatelli e altri amici; e lo Stabile si incaricò di riscuotere il danaro in Sicilia, e, riscosso o no, me ne somministrava. Io accettai la profferta. Soscrissero Cesare Airoldi, Massimo d'Azeglio, la signora Carpi, il barone di Friddani, la famiglia Gargallo, Giovanni Merlo, Domenico Peranni, il marchese Ruffo, il duca di Sammartino, il principe di Scordia, il conte di Siracusa, Mariano Stabile, il signor Troysi, e quegli che primo mi avea confortato agli studii storici tanti anni innanzi, il carissimo mio Salvatore Vigo; i nomi dei quali ho messo per ordine alfabetico. Non tutti fornirono la stessa somma di danaro: poichè chi pagò in una volta tutte le cinque quote di ogni messa, le quali si doveano fornire successivamente; e chi fu richiesto d'una o due quote, e non fu sollecitato per le altre: i particolari del qual conto van trattati tra me e i soscrittori, e al pubblico non ne debbo dir altro che il beneficio e la gratitudine mia. Mutato alla fin del 1846 il disegno della pubblicazione, e intrapresa questa dall'editore signor Le Monnier, io non ho altrimenti usato, d'allora a questa parte, il comodo che mi aveano offerto sì liberalmente i soscrittori.
Parigi, luglio 1854.
TAVOLA ANALITICA DELLE SORGENTI ARABICHE DELLA STORIA DI SICILIA.
PARTE PRIMA. — OPERE PERDUTE.
I. Ibn-Katâ' (Abu-'l-Kasem-Ali-ibn-Gia'far-ibn-Ali, detto Ibn-Katâ') discendente della regia schiatta aghlabita, nacque in Sicilia il 433 (1041-1042); uscì dopo il conquisto normanno, e morì in Egitto il 515 (1121-1122). Di questo sommo filologo darò, a suo luogo, la biografia. Tra le molte opere ch'ei scrisse, era un Târîkh-Sikillîa (Cronica di Sicilia) ricordato da Soiûti[26] e da Hagi-Khalfa[27]. Nessuno annalista par che abbia letto quella cronica. Compose di più El-Dorra-el-Khatîra (La nobil Perla), antologia dei versi di censettanta poeti arabo-siculi[28], della quale molti frammenti ci ha conservato Imad-ed-dîn da Ispahan[29]; e ciò si vegga al nº XXVIII della parte seconda di questa Tavola.
II. Abu-Zeîd-el-Gomri, di origine berbera come sembra al nome, scrisse anch'egli una cronica di Sicilia. Lo afferma Sekhâwi, autore del XV secolo, in un suo studio di storiografia[30]; e lo ripete Hagi-Khalfa[31] . Nè il primo nè il secondo ci dicono dove e in qual tempo sia vivuto questo Abu-Zeîd; non citato per altro da alcuno annalista.
III. Ibn-Rekîk (Abu-Ishâk-Ibrahîm-ibn-Kasem-ibn-Rekîk) liberto ei medesimo, o il padre, come potrebbe argomentarsi dalla voce rekîk (schiavo), fu segretario in un oficio pubblico a Kairewân, verso la fine del decimo secolo[32]. Egli scrisse una Cronica d'Affrica, che talvolta fa menzione della Sicilia, ed è citata spesso dai compilatori: Ibn-Wuedrân, Ibn-Abbâr, Ibn-Adsari autore del Baiân, Ibn-Khaldûn, Nowairi, Tigiani, Leone Affricano. Quantunque io accetti il giudizio del dotto barone De Slane, il quale gitta su le spalle d'Ibn-Rekîk le favole che si mescolarono al racconto delle prime guerre dei Musulmani in Affrica[33], penso pure che costui potea compilar senza critica le narrazioni dei tempi andati, e scrivere schiettamente le vicende de' suoi proprii. Si badi a tal distinzione, quante volte si vedrà citata l'autorità d'Ibn-Rekîk nel corso del presente lavoro.
IV. Ibn-Rescîk (Abu-Ali-Hasan) forse di origine siciliana, nato in Affrica d'uno schiavo greco, orafo, l'anno mille; vivuto a corte dei principi Zîrîti a Mehdia e negli oficii pubblici a Kairewân; rifuggito poscia in Sicilia; e morto a Mazara, chi dice il millecinquantotto, chi il sessantatrè, e chi il settanta, fu uomo di molte lettere; del quale tratterò più largamente nel quarto libro di questa istoria. Tra le altre cose, ei scrisse una cronica di Kairewân, ove toccò talvolta i fatti di Sicilia: come si ritrae dalle citazioni di varii compilatori. L'Anmûdeg (il Tipo), opera del medesimo autore, contiene un aneddoto, trascrittoci da Ibn-Khallikân, risguardante il principe kelbita di Sicilia Iusûf. Da altri frammenti che abbiamo d'Ibn-Rescîk ei sembra informato della erudizione che potea rimanere in quel tempo tra i Greci di Sicilia: il che aumenta l'autorità sua come cronista.
V. Ibn-Iahîa (Abu-Ali-Hasan-el-Fakîh, ossia il giurista) scrisse un Târîkh-Sikillîa (Cronica di Sicilia) del quale i geografi Jakût e Kazwîni ci hanno conservato qualche squarcio. Ancorchè il soprannome e il nome proprio di costui si riscontrino con quei d'Ibn-Rescîk e l'uno e l'altro sembrin di certo vissuti al medesimo tempo, pure il divario dei nomi patronimici; la origine greca d'Ibn-Rescîk; la qualità di giurista data a Ibn-Iahîa; infine la diversità delle due croniche che s'intitolano, l'una di Kairewân e l'altra di Sicilia, fanno supporre con fondamento che ai tratti di due autori diversi.
VI. Abu-s-Salt-Omeîa (Ibn-Abd-el-'Azîz-ibn-abi-s-Salt) nato a Denia in Spagna il 1067, morto a Mehdia in Affrica il 1131 o pochi anni appresso, medico, poeta, erudito, meccanico, continuò la Cronica d'Ibn-Rekîk[34]. In questa, o altra opera, ci narra un curioso aneddoto della sconfitta dell'esercito siciliano al Capo Dimas il 1123. Imâd-ed-dîn da Ispahan, nella Kharîda, ci ha conservato alcuni squarci di poeti arabo-siculi e di loro biografie, raccolti da Abu-s-Salt[35] in un'altra opera che ha per titolo Risâla min Ahl el-'Asr (Epistola su i contemporanei).
VII. Ibn-Sceddâd ('Izz-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-el-'Azîz-ibn-Sceddâd-ibn-Temîm) della tribù berbera di Senhâgia e della regia schiatta dei Zirîti, visse nella seconda metà del XII secolo, poichè l'avol suo Temîm, regnava a Mehdia dal 1062 al 1107. Secondo la espressa testimonianza di Abulfeda[36], ei compilò due istorie, di Kairewân, cioè, e di Sicilia. Di questa ultima troviamo squarci negli Annali d'Abulfeda, e perciò anche nell'opera di Scehâb-ed-dîn-Omari[37]. In fine, il Tigiani tolse da Ibn-Sceddâd il racconto della espugnazione di Mehdia nel 1160, che quel cronista sapea da un testimonio oculare[38].
Ibn-Sceddâd, di cui adesso abbiamo precise notizie[39], è appunto l'Ascanagius del Caruso, l'Al-Sanhaj del Di Gregorio, ec.[40], come si trascriveva inesattamente il nome etnico di Es-Senhâgi col quale lo denotò Abulfeda. Monsignor Airoldi, nella prefazione al Codice diplomatico dell'abate Vella, diè i suoi nomi nella forma in cui li trovava presso D'Herbelot; aggiugnendo, su la fede dello impostore Vella, che l'opera in diciotto volumi si serbasse nella Biblioteca di Fez[41].
VIII. Ibn-Bescirûn (Othmân-ibn-Abd-er-Rahîm-ibn-abd-er-Rezzâk-ibn-Gia'far-ibn-Bescirûn-ibn-Scebib) della tribù arabica di Azd, detto Sikîlli e Mehdi, ossia Siciliano e da Mehdia (in Affrica), perchè nato forse in uno di cotesti paesi, non sappiamo quale, e passato a dimorare nell'altro, visse nella seconda metà del duodecimo secolo. Ei compilò un Mokhtâr fi-l-Nezm wa-l-Nethr li Afâdhil Ahl el-'Asr (Scelta di poesie e prose dei più illustri contemporanei), nel quale ricordò molti Spagnuoli, Affricani e Siciliani. Imad-ed-dîn da Ispahan[42] si servì di questa raccolta, che è notata altresì nella bibliografia di Hagi-Khalfa[43]. Dell'autore diremo nel sesto libro.
IX. Gemâl-ed-dîn (Mohammed-ibn-Sâlem) cadi supremo d'Egitto, nato il 1207, morto il 1297, conobbe di persona lo imperator Federigo Secondo; fu poi mandato ambasciatore a Manfredi dal Sultan di Egitto Bibars: e dimorò in Italia parecchi anni. Egli accennò, non sappiamo in quale delle opere sue, la condizione dei Saraceni di Lucera, la sconfitta di Manfredi, e il sapere di questo re in matematica, filosofia e lettere arabiche. Di questi squarci abbiamo una trascrizione o sunto negli annali di Abulfeda[44].
X. Ibn-Sa'îd (Nûr-ed-dîn-Ali-ibn-Sa'id-ibn-Musa) da Granata, nato il 1214, morto il 1274, oltre il trattato di geografia di che sarà detto nella seconda parte di questa Tavola, e oltre un'opera istorica su l'Oriente, che non appartiene al soggetto nostro, ne pubblicò un'altra alla quale si lavorava in sua famiglia da due generazioni: opera compiuta da lui con ricerche in Oriente e segnatamente nelle biblioteche di Bagdad innanzi la irruzione dei Tartari[45]. Voglio dire del Moghrib fi Holâ-el-Maghreb (Peregrino discorso su gli ornamenti dell'Occidente), del quale scrive il Makkari, che il primo libro trattasse della Spagna, il secondo della Sicilia, il terzo della Italia e altre province del continente[46]. Pertanto è da supporre molto importante quella storia di Sicilia i cui elementi furono apprestati forse alla famiglia di Ibn-Sa'îd da dotti Siciliani rifuggiti in Spagna. Persuaso di ciò, io ho tentato per dieci anni tutti i modi di aver questo libro; guidandomi cortesemente il professore Gayangos di Madrid, ch'io richiesi dapprima, e cooperando poi meco il Dozy, che dal canto suo desiderava anco di studiare quella celebre opera, intento, com'egli era ed è, a rifare la storia della Spagna Musulmana. Ma fallirono le speranze che noi avevamo posto in sir Thomas Read, console inglese a Tunis, credendo ch'ei possedesse una copia di Ibn-Sa'îd; al quale ancorchè io avessi scritto e fattogli scrivere da persone ch'ei conoscea, non n'ebbi risposta mai. M. Alphonse Rousseau, interprete della Legazione francese a Tunis, ch'è uom gentile ed erudito, si è adoperato anco invano a trovare quel MS. a Tunis. Pur non dispero che si venga a capo dell'intento, quando che sia; parendo che una copia dell'Ibn-Sa'id si conservi nella moschea principale di Tanger, e forse un'altra ve n'abbia a Pietroburgo[47], senza contare quella di sir Thomas Read.
Queste dieci son le opere principali non pervenute insino a noi, note per espresso attestato d'altri scrittori, o per gli squarci che questi ne abbian dato; opere, dico, che di proposito o per incidenza toccavano la storia dei Musulmani di Sicilia. V'ha inoltre parecchi biografi affricani e siciliani del nono e decimo secolo, citati nel Riâdh-en-Nofûs, dei quali farò menzione nella seconda parte della presente tavola, nº XI, trattando del Riâdh. È probabilissimo che abbian detto anco della Sicilia tanti cronisti di Kairewân, i cui nomi sappiamo da Hagi-Khalfa e da altri, ma parmi inutile di trascriverli qui. Se è da prestar fede a Leone Affricano, scrisse anco la cronica di Sicilia un Ibn-Hossein[48], del quale invano ho cercato il nome presso autori più diligenti di Leone. Infine avverto i lettori che non troveranno qui il nome del Tabari, famosissimo annalista del nono e decimo secolo, che condusse sua narrazione dai tempi più remoti fino all'anno 302 dell'egira (914 e 915). Come ognun sa, que' pochi volumi che abbiamo in Europa de' molti onde si componea l'opera del Tabari, trattano di tempi anteriori al conquisto musulmano della Sicilia; e però non se ne può sperar altro che qualche notizia su le incursioni del settimo e ottavo secolo. Io ne ho cercato invano tra i frammenti del Tabari che posseggono la Bodlejana (Hunt. 198), e la Bibl. di Parigi (Supp. Ar., 744); onde mi è parso inutile di percorrere a questo effetto i tre volumi della Biblioteca di Berlino, che comprendono gli Annali, dal 71 al 159 (690-775).
PARTE SECONDA. — OPERE ESISTENTI.
I. Ibn-Abd-el-Hakem (Abd-er-Rahmân) autore del Fotûh-Misr (Conquisti in Egitto), morto verso l'874 dell'era cristiana. La Biblioteca imperiale di Parigi n'ha due copie, Ancien Fonds 653 e 785; la prima delle quali più bella, ma meno antica e men corretta dell'altra, che porta la data del 1180. È diligentissima narrazione; condotta nel primo stile storico degli Arabi, cioè nominando per ciascun fatto tutti coloro per cui bocca fosse passato, dal testimone oculare infino al compilatore. Ne ho preso pochi righi su la sconfitta navale di Costante imperatore e la uccisione di lui in Sicilia. Alcuni squarci sul conquisto d'Affrica sono stati tradotti in francese dal baron De Slane nella Lettre à M. Hase, Journ. Asiat., (série IV, tomo IV 1844), pag. 356, e nella Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, pag. 301 seg.
II. Ibn-Koteiba (Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Moslem), autore dell'Ahâdîth-el-Imâma etc. (Notizie del principato e del governo), e di altre opere molto pregiate, nacque l'828 e morì l'884. Un MS. dell'Ahâdîth è posseduto dal professore Gayangos, il quale ne ha tradotto in inglese molti importanti capitoli[49]; tra i quali, due che trattano di imprese sopra la Sicilia[50]. Di questi ultimi darò il testo; avendone avuto copia per favore del signor Gayangos. Egli dubitava che altro fosse, e più antico, lo autore di quest'opera; ma dilegua il dubbio Ibn-Scebbât[51], recando lo stesso titolo di libro e nome di autore e il testo di uno dei detti due capitoli. Veggasi su l'Autore, Ibn-Khallikân, vers. inglese di M. De Slane, tomo II, p. 22, e De Slane stesso, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, p. 175.
III. Beladori (Ahmed-ibn-Iahîa), vissuto a corte del califfo abbassida Motewakkel, e morto a Bagdad l'892, scrisse il Fotûh el-Boldân (Conquisti de' varii paesi), MS. di Leyde (430 Warn.), notato nel Catalogo del Dozy, tomo II, p. 156, nº DCCLXXVII. Ne ho il testo di un capitoletto sul conquisto di Sicilia, mandatomi dal Dozy. Su questo diligente e giudizioso cronista arabo si veggano: Hamaker, Specimen Catalogi Bibl. Lugd. Batav., p. 7; De Slane, Lettre à M. Hase, l. c.; Reinaud, Memoire sur l'Inde, p. 16.
IV. Mas'ûdi (Abu-Hasan-Ali-ibn-Hosein), intrepido viaggiatore, arricchitosi di immensa erudizione, ma non sempre guidato da buona critica, nacque a Bagdad non si sa l'anno appunto; morì il 956; e scrisse varie opere, nelle quali allargò tanto il campo della cosmografia, da comprendervi anco la storia. Ne' due lavori principali che ci rimangono di lui, cioè il Morûg ed-dseheb (I Prati d'oro) e il Tenbîh etc. (Avvertimento e Prospetto), Mas'ûdi nominò poche volte la Sicilia, e sol per dire uno errore su la dominazione bizantina, una favola su l'Etna, e una notizia su l'uso delle pomici al tempo suo. Ho cavato cotesti brevi paragrafi dai MSS. di Parigi, Ancien Fonds 598 e Supp. Arabe 714, copie del Morûg, e Supp. Arabe 901, esemplare del Tenbîh. Del primo v'ha una versione inglese incominciata dal dottor Sprenger e non continuata. Avremo adesso il testo arabico e la versione francese, che si pubblicano a spese della Società Asiatica di Parigi dal valoroso orientalista signor Derembourg.
V. Istakhri (ovvero Estakhri, e con l'articolo Alestakhri, Abu-Ishak), che prese il nome della sua patria, Istakhr, l'antica Persepoli, scrisse, dopo il 951 un trattato di geografia, frutto di lunghi viaggi per l'Oriente, sotto il titolo di Kitâb el-Akâlîm (Libro dei Climi). È descrizione frettolosa e magra, in ciò che risguarda i paesi occidentali; onde altro non vi leggiamo della Sicilia, se non che la era fertilissima, abbondante di grani, greggi, e schiavi. Ho copiato que' pochi righi dal bel fac-simile del MS. della Biblioteca di Gotha, pubblicato in litografia dal dottor Moëller, col titolo di Liber Climatum, auctore Sceicho Abu Ishako al Faresi vulgo El Isstachri, Gothæ 1839. Su l'autore si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduction, p. LXXXI.
VI. Ibn-Haukal (Abu-'l-Kasem-Mohammed), mercatante di Bagdad, dopo una trentina d'anni di viaggi nei quali si spinse fino all'Affrica settentrionale ed alla Sicilia, diè fuori, il 976, un Kitâb el-Mesâlek wa el-Memâlek (Libro delle strade e dei Reami), nel quale inserì, corresse e accrebbe di molto il trattato di Istakhri. Un lungo capitolo contiene la descrizione di Palermo, ch'io pubblicai con la versione francese nel Journal Asiatique, IV série, tomo V (1845), p. 73, seg., e poscia in italiano soltanto nell'Archivio Storico Italiano, vol. IV, Append., nº 16 (1847). Io avea trascritto il testo dal cattivo e moderno MS. di Parigi, Suppl. Arabe 885, copia di quello di Leyde (314 Warner, Dozy, Catalogo, tomo II, p. 131, nº DCCXXII) col quale era stata confrontata la mia trascrizione, per favore del prof. Dozy e del dottor Moëller. Poscia ho riscontrato la edizione mia con l'antico MS. della Bodlejana ad Oxford (Hunt. 538). Vi ho aggiunto altri paragrafi su le città di Salerno, Napoli, Gaeta, isola di Malta e Monte Kelâl o Telâl, che M. Reinaud crede sia Frassineto, quel famoso propugnacolo dei Musulmani sul Mediterraneo: paragrafi copiati da me sul MS. di Parigi e confrontati sul MS. di Leyde dal professore Dozy. Della descrizione dell'Affrica, importantissimo documento, ha dato una versione francese il barone De Slane, Journal Asiat., III série, tomo XIII, p. 153, seg., e 209, seg. Su l'autore si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduction, p. LXXXII, seg.
VII. Cronica di Cambridge. Lascio questo titolo al Kitâb Târîkh Gezîra Sikillîa ec. (Libro della Cronica dell'isola di Sicilia ec.), che possiede la Biblioteca dell'Università di Cambridge, della stessa carta e scrittura, e legato nel medesimo volume degli Annali di Eutichio, patriarca d'Alessandria. Il MS., secondo il giudizio che me ne dava il dotto professore Samuel Lee, fu copiato dalla stessa mano di una versione arabica del Vangelo che porta la data del 1272 e si conserva anche nella Biblioteca di Cambridge. Erpenio, che aveva posseduto questa cronica, vi scrisse in piè 1613, Desunt hic quinque vel sex lineæ; onde si argomenta che possano mancarvi uno o due anni di racconto.
La Cronica di Cambridge, accennata dal siciliano Martino La Farina, poi dall'inglese Guglielmo Cave, fu ricercata su quegli indizii da Giambattista Caruso; il quale ottenne, per mezzo del sig. Tommaso Hobwart, una copia del testo e una buona versione latina. Testo e versione furono pubblicati nella raccolta del Caruso, stampandosi a Roma e ritoccandoli l'Assemani e il Fontanini: indi il Di Gregorio li diè di nuovo nel Rerum Arabicarum. Nel 1845 io andava apposta a Cambridge per confrontare questa ultima edizione col MS., ma nol rinveniva, non ostante che si affaticasse meco il signore J. Power, il quale, eletto a bibliotecario pochi mesi innanzi, avea trovato in disordine i MSS. Orientali. Dopo la mia partenza di Cambridge, questo erudito e gentile uomo, venuto a capo della ricerca, si diè la premura di mandarmi il confronto, fatto dal Lee, dal signor Pharos di Siria, e da lui medesimo: a che aggiunse una esatta descrizione del Codice; mentre un'altra me ne facea pervenire il Lee. Con aiuti sì fatti, ho potuto correggere alcune mende delle edizioni precedenti; e sopratutto metter da canto le correzioni che si eran fatte su le sgrammaticature dell'originale; per lo più scambii tra il caso retto e l'obbliquo; i quali errori trovandosi nella nostra Cronica e non già negli Annali d'Eutichio, copiati dalla medesima persona, si debbon riferire all'autor della Cronica.
L'autore, creduto dapprima Eutichio stesso, e poi Ascanagio o Senhagi del quale dissi di sopra, fu senza dubbio siciliano, e di linguaggio greco, come avvisò il Di Gregorio[52]; o piuttosto il direi di schiatta latina. A quella dei dominatori non appartenea di certo. Ei segue l'era costantinopolitana, ch'era in uso appo i Cristiani di Sicilia; ma invece dello stile ampolloso e sforzato dei Bizantini, scrive con la rozza semplicità dei cronisti d'Italia e d'altre parti d'Occidente: sì che mi par proprio qualche liberto cristiano o qualche monaco di Palermo che pensasse latino o italiano, e dettasse, o forse traducesse, in quello arabico volgare ch'ei sapeva, per far cosa grata a qualche emir di Sicilia di casa kelbita. Il racconto corre dall'827 al 964, con le solite proporzioni dei cronisti; sottile cioè in cima e largo alla base; mere note cronologiche pei tempi lontani, e narrazioni più o men particolareggiate a misura che si avvicina l'età dell'autore. Pertanto mi par quasi certo che la Cronica di Cambridge fosse stata scritta verso la fine del X secolo: e la rimarrà sempre uno dei più preziosi documenti della Sicilia Musulmana.
VIII. Il Kitâb Hiat Ascikâl el-Erdh, MS. di Parigi, Ancien Fonds 582, copiato il 1445 in bellissimi caratteri, è anco anonima compilazione, della fin del X secolo; o piuttosto copia di Istakhri, con qualche squarcio di Ibn-Haukal, e interpolazioni di notizie del XII secolo, come crede M. Reinaud. Nel capitolo, in fatti, della Sicilia, ch'io ho tolto da questo MS., si nota un giudizio su l'indole dei Palermitani, diametralmente opposto a quel sì severo che ne avea dato Ibn-Haukal: e ciò ben si adatterebbe alle condizioni della città sotto re Ruggiero. Veggasi su questa compilazione, Reinaud, Géographie da Aboulfeda, Introduction, p. LXXXVI.
IX. 'Arîb, autore d'un compendio di Tabari, con aggiunte che sono importantissime per la Storia d'Affrica e di Sicilia, dal 290 al 320 dell'egira (903 a 932). Secondo il professor Dozy, introduzione al Baiân, tom. II, pag. 31, costui scrisse tra il 973 e il 976; opinione che so contrastata dal dottor Weil bibliotecario a Gotha, scrittor della vita di Maometto e della Storia dei califi; e altresì dal baron De Slane, Histoire des Berbères par Ibn Khaldoun, tomo I, p. 261, il quale suppon l'autore identico a un 'Arîb-ibn-Mohammed, o Ibn-Homeidi, spagnuolo morto il 1097. Senza entrar nella lite, io noterò solo che l'andamento della cronica la fa supporre scritta non guari dopo gli avvenimenti che narra, e però nel X secolo. Ve n'ha un MS. nella Biblioteca ducale di Sassonia-Gotha, del quale il dottor Nicholson pubblicò la versione inglese intitolata An Account of the establishment of the Fatemite Dynasty in Africa. Il dotto signor Weil mi ha cortesemente copiato il testo dei paragrafi risguardanti la Sicilia; che poi sono stati stampati dal Dozy nel Baiân.
X. Iahîa-ibn-Sa'îd, continuatore degli Annali di Eutichio, visse verso il medesimo tempo. L'opera di lui, che corre dal 938 al 1026, si trova nel bel MS. della Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds 131 A. Contiene importanti ragguagli su i Fatemiti d'Egitto; qualche notizia su i Bizantini; e pochissimi righi su l'argomento nostro.
XI. Il Riâdh-en-Nofûs (Giardino degli animi), compilato da Abu-Bekr-Abd-Allah-ibn-Mohammed-el-Maleki, è raccolta di biografie e notizie storiche dell'Affrica dai principii del conquisto musulmano fino al 963. Manoscritto unico in Europa; posseduto dalla Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds 752: un vol. in-fog., mutilo in fine, di mediocre scrittura, con pochi punti diacritici e malagevole a deciferare; copiato il 1326 su due esemplari, l'uno del 1149 e l'altro del 1204[53] e racconciato, e forse legato di nuovo, il 1640, come vi si legge in una postilla assai moderna[54]. Dell'autore non ho potuto trovar notizie; nè anco par n'abbia avuto Hagi-Khalfa, poichè nota il titolo del libro e il nome dell'autore, lasciando in bianco l'anno della costui morte[55]. Parmi dettato alla fine del X o al principio dell'XI secolo al più tardi: poichè l'autore non cita giammai Ibn-Rekîk nè altri scrittori dalla metà del X secolo in poi, e all'incontro riferisce un fatto per tradizione orale di un Asdani, che lo sapea dal figliuolo di Abu-l-Arab, al quale lo avea detto Abu-l-Arab stesso, che morì il 944[56]. Aggiugnendo a questa data tre generazioni a ragion di 25 anni per ciascuna, si arriva poc'oltre il mille. Debbo avvertire che in altro luogo si dice la Sicilia in potere dei Cristiani[57]; il che ci condurrebbe un secolo più giù; ma può essere postilla del copista del 1140 inserita nel testo da chi lo trascrisse; come si vede sovente nei codici.
Il gran pregio del Riâdh è che inserisce, per lo più, squarci di biografi contemporanei agli avvenimenti; a moltissimi di Abu-l-Arab, or or citato, autore delle Tabakât-Ifrikîa, o vogliam dire Biografie classificate di illustri affricani[58], il cui nome intero è Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Temîm; parente di casa aghlabita; uomo eruditissimo e d'alto stato: sì che fu dei capi della rivoluzione del popolo di Kairewân contro il secondo califo fatemita. Tra i biografi i cui frammenti leggonsi nel Riâdh, ve n'ha uno siciliano; e di parecchi siciliani vi si danno le biografie: onde questo libro, sendo pieno di aneddoti, ci svela meglio le fattezze della colonia musulmana di Sicilia, le opinioni, le bizzarrie, le passioni predominanti, le usanze; la vita interiore, com'oggi si dice. La storia poi dei Musulmani d'Affrica non si potrà scriver degnamente, se non si intraprenderà prima l'arduo lavoro di pubblicare e tradurre tutto il Riâdh-en-Nofûs.
XII. Khodhâ'i (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Selâma-ibn-Hedher), morto il 1062, dettò una storia generale, che può passare per buona cronica dei Fatemiti d'Egitto. Si addimanda 'Oiûn el-Me'ârif etc., ovvero Tarîkh el-Khodhâ'i (Fonti di cognizioni e varii ragguagli dei califi), ovvero Cronica di quel della tribù di Khodhâ'[59]. La Biblioteca di Parigi ne ha un MS., Ancien Fonds 761, dal quale ho cavato due righi sul liberto siciliano Giawher, che conquistò l'Egitto ai Fatemiti.
XIII. Ibn-'Awwâm (Abn-Zakarîa-Iahîa-ibn-Mohammed-ibn-Ahmed) da Siviglia, verso la metà dell'XI secolo, scrisse una bella opera intitolata Kitâb et-Felâh (Libro dell'agricoltura), che è stata pubblicata con versione spagnuola dal Banqueri[60]. Quivi si descrive un modo di orticultura detto siciliano, e si trovano pochi altri squarci toccanti l'industria siciliana sotto gli Arabi. Li darò secondo il testo del Banqueri.
XIV. Bekri (Abu-Obeid-Allah-Abd-Allah-ibn-Abd-el-'Azîz), nobile arabo, nato in Spagna nella prima metà dell'XI secolo, compilò, tra le altre, un'opera geografica, intitolata El-Mesâlek wa l-Memâlek (Le vie e i Reami). Un volume staccato di questa opera si conserva nella Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds 580; del quale il dotto M. Quatremère ha voltato in francese la descrizione dell'Affrica[61], scritta il 1067[62]. Io ne ho cavato qualche cenno su le prime incursioni dei Musulmani in Sicilia. Su lo autore si vegga la prefazione di M. Quatremère; Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, introd., p. CV; e Dozy, Recherches sur l'histoire de l'Espagne pendant le moyen-âge, tomo I, p. 296, seg.
XV. Momaidi ( Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Nasr), della tribù arabica di Azd, nato ad Algeziras innanzi il 1029 e morto il 1095, ci dà ragguagli di tre poeti siciliani suoi contemporanei. L'opera tratta principalmente della Storia letteraria della Spagna; si intitola Gezwat-el-Moktabis ec. (Tizzone per chi accatta il fuoco della dottrina); e ve n'ha un MS., bello e antico, nella Bodlejana a Oxford (Hunt. 464, catalogo, tomo I, nº DCCLXXXIII), dal quale ho copiato ciò che fa al nostro argomento.
XVI. Bellanôbi (Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahmân) siciliano, detto il Bellanôbi ch'è a dir della città di Villanuova, fu Kâteb, ossia segretario in oficii pubblici. Le sue poesie trovansi nel MS. dell'Escuriale, nº CCCCLV, raccolte, insieme coi versi di altri poeti, dal Cadi Abd-Allah-'Othmâni, al quale erano state recitate il 1119 in Alessandria d'Egitto da un Ibn-Hamûd che le tenea dallo autore medesimo. Da ciò è chiaro che questi visse nella seconda metà dell'XI secolo. Casiri, copiato dal Di Gregorio[63], lesse il nome dell'autore Albalbuni; e, quel ch'è peggio, percorrendo il MS. più che di passo, suppose ch'egli avesse scritto a lode di parecchi principi siciliani, e segnatamente d'Ibn-Hamûd. Movendomi a curiosità questo gran nome, che fu portato da un ramo della regia famiglia degli Alidi, trapiantato in Sicilia e rimasovi celebre per liberalità e intrighi politici sotto la dominazione normanna, io feci opera ad aver copia del MS. dello Escuriale: onde pregatone il conte di Siracusa a Parigi, ei si piacque richieder la regina di Spagna, per cui volere fu fatto un bellissimo esemplare del MS. sotto la direzione del professor Gayangos. Avuto così alle mani il testo, le speranze mie si dileguavano. In vece di canti eroici o satire su la nobiltà musulmana di Sicilia, ho trovato una tenera elegia del Bellanôbi per la morte della propria madre e altri versi suoi; altri di Ibn-Rescîk, ricordato di sopra[64] che fu siciliano per soggiorno; ho scoperto, infine, che Ibn-Hamûd entra in iscena, non da protagonista, ma da rawi come dicono gli Arabi, ossia recitatore degli altrui componimenti; e dubbio pur è s'ei fosse appartenuto alla illustre famiglia siciliana di tal nome. Darò dunque nella raccolta dei testi que' pochi cenni biografici e bibliografici che si possono ricavare dal MS., le poesie non già, non contenendo allusioni istoriche. E del Bellanôbi tornerò, a parlare, a luogo suo, nel quarto libro.
XVII. Ibn-Hamdîs (Abd-el-Gebbâr-ibn-Abi-Bekr-ibn-Mohammed), nato a Siracusa, verso il 1052, di nobile stirpe arabica, emigrato in Spagna, e morto a Majorca il 1132, noverato tra i più eleganti poeti dell'Occidente, spesso fece ricordo nei versi suoi della cara patria siciliana; e in parecchi poemetti toccò i costumi dei nobili musulmani dell'isola, al tempo di sua gioventù. Darò cotesti squarci, come documenti storici che son veramente; e vi aggiugnerò qualche nota biografica che li accompagna. Li traggo dal Diwân, o vogliam dire raccolta delle poesie, di Ibn-Hamdîs, MS. della Biblioteca imperiale di Pietroburgo, copiato il 1598 e proveniente da Costantinopoli, prestatomi dal governo russo a intercessione del duca di Serradifalco, e mandatomi cortesemente infino a Parigi l'anno 1846. Lo trascrissi tutto; e gli squarci che ho accennato or ora, sono stati confrontati, per favore del nostro orientalista il conte Miniscalchi da Verona; e dell'ellenista Pietro Matranga siciliano, scrittore alla Vaticana, con un MS. del 1210 che ne possiede quella splendida Biblioteca, antico, bello e corretto esemplare[65]. Ho detto qui del Diwân apposito di Ibn-Hamdis. Molti versi suoi son dati da altri scrittori che lungo sarebbe a nominare; dalle cui opere io li ho trascritto, e alcuni me ne ha copiato l'amicissimo professor Dozy dai MSS. di Leyde.
XVIII. Ibn-Bassâm (Abu-Hasan-Ali) da Santarem, scrisse, nei principii del duodecimo secolo, un'opera di Storia letteraria, intitolata la Dsakhîra; della quale la Bodlejana di Oxford possiede una copia (Marsh. 407, catalogo, tomo I, nº DCCXLIX). Vi ho trovato due versi d'Ibn-Hamdîs. Su l'autore si vegga il Dozy, Historia Abbadidarum, tomo I, p. 189 seg.
XIX. Ibn-Besckhowal (figlio cioè di Pasquale, Abu-l-Kâsim-Khelaf) da Cordova, nella Sila fi tarîkh ec. (Dono della Storia de' principali dottori Spagnuoli), scritta il 1140, dà la biografia di un teologo musulmano di Sicilia, che io ho trascritto dal MS. della Società Asiatica di Parigi, copia moderna di un codice dell'Escuriale. Su lo autore si veggano: Ibn-Khallikân, versione del baron De Slane, tomo I, p. 191; e Dozy, Historia Abbadidarum, tomo I, p. 380.
XX. Edrisi (Abu-Abd-Allah-Mohammed) compilò la Geografia, intitolata Nozhat-el-Mosctâk ec. (Sollazzo di chi brama di percorrere le regioni), detta altresì il libro di Ruggiero, e pubblicata il 1154, pochi mesi innanzi la morte di quel re. Avrò a trattare largamente, nel sesto libro, di Edrisi e di questo lavoro geografico che primeggia tra tutti gli altri del medio evo. Basti qui notare che la descrizione fattavi della Sicilia contiene dati statistici; e però è documento importantissimo della storia. Un compendio, o piuttosto mutilazione, del Nazhat fu pubblicato a Roma il 1592 in arabico soltanto; e ristampato a Parigi il 1619 con la versione latina di due Maroniti, sotto il titolo di Geographia Nubiensis. Domenico Macrì maltese, nel 1632, voltò in italiano il capitolo della Sicilia, come lo si trovava nel compendio; la quale versione fu rinvenuta in Palermo tra i MSS. di Domenico Schiavo: e sì il 1764 comparve nel tomo VIII degli Opuscoli di autori siciliani, rabberciata, annotata, corredata di una prefazione e messovi il nome dell'autore, Scherif Elidris. E ciò per opera di Francesco Tardìa, da me ricordato nella Introduzione; il quale non avendo potuto aver alle mani il testo, si sforzò a correggere almeno i nomi topografici indovinando le lettere arabiche a traverso le trascrizioni del Macrì, e il più sovente sbagliò; ma del resto non si mostrò digiuno di erudizione arabica. Il Di Gregorio ristampava nel Rerum Arabicarum il detto capitolo, in arabico e latino, con qualche correzione. Ritrovatisi intanto i MSS. dell'opera originale, M. Jaubert, incoraggiato dalla Società Geografica di Parigi, la traducea tutta in francese[66] non senza molte inesattezze. Adesso io ho riveduto il testo del Di Gregorio; aggiuntavi la introduzione che appartiene di dritto alla Storia letteraria di Sicilia, e i molti squarci dell'originale che mancano nel compendio; e altri squarci di più che danno notizie su la Storia di Sicilia, ancorchè si trovin fuori della descrizione geografica dell'isola. Ho adoperato i MSS. seguenti, che denoterò per lettere dell'alfabeto;
A. MS. della Biblioteca imperiale di Parigi, Suppl. Arabe 893, in-fog., caratteri affricani non belli, copiato in Spagna il 1344, designato con la stessa lettera A nella versione di M. Jaubert;
B. MS. di Parigi, Suppl. Arabe 655, in caratteri neskhi di Siria o Egitto, designato da M. Jaubert con la medesima lettera B, corredato di belle carte geografiche e assai più corretto del primo, ma vi mancan parecchi fogli;
C. MS. della Bodlejana (Pococke 375, catalogo, tomo I, nº DCCCLXXXVII), mediocre copia dell'anno 1403 in caratteri neskhi. Al par dei due precedenti contien tutta l'opera.
Il MS. della medesima Biblioteca di Oxford (Grav. 3837-42), splendido e antico codice in grandi caratteri affricani, è il sol primo volume. Non contien la descrizione della Sicilia, poich'esso arriva appena alla prima parte del 3º clima: mancanza tanto più rincrescevole, quanto questo MS. è ornato di bellissime carte geografiche.
XXI. Abu-Hâmid (Mohammed-ibn-Abd-er-Rahîm-el-Mokri) da Granata diè fuori, nel 1162, una mediocre compilazione geografica, intitolata Tohfat l-Albâb ec. (Regalo agli ingegni ec.), nella quale descrive le isole del Mediterraneo, e parla dell'Etna; ma su i detti altrui, non avendo, a quanto ei pare, percorso la Sicilia quando vi approdò nel 1117. Di quest'opera v'ha quattro MSS. a Parigi, Ancien Fonds 586, e Suppl. Arabe 861, 862, 863, anche troppi per confrontare quel po' di testo che io ne ho cavato. Su l'autore veggasi Reinaud, Géogr. d'Aboulfeda, Introd., p. CXII.
XXII. Ibn-Zafer (Abu-Abd-Allah-Mohammed), morto il 1172, del quale ho dato lunghi ragguagli nella Introduzione al suo Solwân el-Motâ'[67], accenna, in varii scritti, notizie della propria vita e delle molte opere ch'ei compilò. Di queste notizie inserirò i testi nella raccolta. Li ho cavato dai MSS. del Solwân nella Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds 536 e altri; del Khair el-Biscer, ibid., Suppl. Arabe 586; e dell'Anbâ Nogiabâ el-Ebnâ, ibid., Suppl. Arabe 486, 487.
XXIII. Abd-er-Rahmân-es-Sikillî (Abu-Mohammed-ibn-Mohammed) lasciò un'opera di teologia e morale musulmana, il cui titolo, forse alterato, è Alfaz Zohûr el-Anwâr, MS. di Leyde 529, copiato il 1251. Non si ritrae in qual tempo sia vivuto l'autore. Io darò la breve prefazione di questo libro, del quale mi inviò alcuni estratti il Dozy e altri ne presi io stesso a Leyde.
XXIV. Ibn-Sâhib-es-Selât (Abd-Allah-ibn-Mohammed) da Beja, morto il 1182, nella Storia di Spagna intitolata El-Mann bil-Imâma, ci indica una data su la impresa degli Almohadi contro Mehdia, tenuta allora dalle armi siciliane. Di quest'opera rimane il 2º volume soltanto a Oxford (Marsh. 433, catalogo, tomo I, nº DCCLVIII, e tomo II, p. 595), studiato dal prof. Dozy; il quale si piacque trascrivermi quei pochi righi di testo.
XXV. Ibn-Wuedrân compilò una cronica d'Affrica, nella quale il conquisto normanno della Sicilia si dice seguíto dopo l'anno 540 dell'egira (1145-46); e questo anacronismo fa pensar che l'autore, che altro non so di lui, fosse vivuto alla fine del XII secolo, se non più tardi. Nondimeno han qualche pregio gli squarci che egli inserisce delle opere perdute di Ibn-Rekîk e Ibn-Rescîk. Il MS. di Ibn-Wuedrân, del quale ignoro il titolo, si trova nella Giâmi-Zeitûna di Tunis. Il sig. Honnegar, ingegnere tedesco che fece lungo soggiorno in quella città, recommene a Parigi alcuni estratti risguardanti la Sicilia; i quali io ho diviso in paragrafi per maggior comodo nelle citazioni. M. Cherbonneau, professore d'arabico nel Collegio di Costantina, ha dato una versione del capitolo su gli Aghlabiti, nella Revue de l'Orient, Paris, décembre 1853, p. 417, seg.
XXVI. Falso Wakîdi. Il libro intitolato Fotûh es-Sciâm wa-Misr (Conquisti in Siria e in Egitto) è fattura, come pensano i dotti, di uno o parecchi compilatori moderni, l'epoca al giusto non si sa, i quali mescolaron fole da romanzo ai racconti delle prime imprese dei Musulmani; e per dar credito alla frode spacciarono questo libro sotto il nome di Wakîdi, celebre cronista del nono secolo. Tra i molti MSS. che ve n'ha in Europa, uno del British Museum (Bibl. Rich., 7361) è seguíto da appendici, una delle quali tratta la prima scorreria che fecero i Musulmani sopra la Sicilia. A me par che vi si trovi una tradizione verace, da potersi scevrare agevolmente dalle favole in cui è avviluppata; e credo potersi dimostrare che il compilatore di questa appendice sia vivuto nella seconda metà del XII secolo. Perciò la ho ammesso nella raccolta. I particolari si vedranno in una nota del presente volume, p. 86.
XXVII. Ibn-Scebbât (Il cadi Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali) da Tauzer in Affrica, commentò un poemetto scritto nell'XI secolo da Abd-Allah-ibn-Iahîa da Sciakâtis, castello presso Cafsa in Affrica. Nel commento, intitolato Diwân Sila es-Semât ec., son raccolte notizie di scrittori molto accreditati, su i conquisti di Affrica e di Spagna, ed altri ragguagli biografici e geografici. Ibn-Scebbât par vissuto nella seconda metà del XII secolo. M. Alphonse Rousseau, primo interprete della Legazione francese a Tunis, mi mandò alcuni estratti di quest'antico e bel MS. ch'ei possiede: e poi, venuto a Parigi, mi permesse di copiarne ciò che io volessi. Così ho preso da Ibn-Scebbât un cenno delle scorrerie dei Musulmani d'Affrica in Sicilia e alcuni ragguagli geografici e filologici.
XXVIII. 'Imad-ed-dîn da Ispahan (Abu-Abd-Allah-Mohammed), nato il 1125, morto il 1201, direttore di un oficio pubblico in Mesopotamia, poi professore di università a Damasco, ministro di Nur-ed-dîn e segretario del gran Saladino, coltivò le lettere con ardore; ebbe alle mani immensa copia di libri; e, alla morte di Saladino (1193), caduto in disgrazia dei nuovi principi, si messe a dettar sue opere, tra le quali le due che cel fan qui ricordare.
La prima, intitolata Kharîdat el-Kasr etc. (La perla del palagio ec.), è antologia dei poeti arabi del XII secolo e d'alcuni più antichi, della quale quasi mezzo volume è destinato ai poeti siciliani. Delle loro opere Imad-ed-dîn altre raccolse dassè, altre cavò dalle antologie dei Siciliani Ibn-Bescirûn e Ibn-Katâ' e dello spagnuolo Abu-s-Salt-Omeîa, dei quali si è fatta menzione nella prima parte di questa Tavola. Negli altri volumi di Imad-ed-dîn si trovano qua a là poesie di Siciliani o scritte in Sicilia, e fino un'elegia per la morte d'un figliuolo di re Ruggiero. Di ciascun poeta Imad-ed-dîn dà un cenno biografico e critico e squarci di poesie o prose rimate. Tutti insieme, que' ricordati nella Kharîda che appartengono alla Sicilia, son sessantotto poeti; il testo dei quali prenderebbe da 120 pagine in-8º, e quel dei soli cenni biografici che mi propongo di dare, farà sedici pagine. La Kharîda, composta di molti volumi, il numero dei quali varia secondo le diverse copie[68], va divisa in quattro parti. 1º Poeti dell'Irak, MS. di Leyde 21 A, e MSS. di Parigi Ancien Fonds 1447 e 1373. 2º Poeti di Persia, MS. di Oxford e MSS. di Leyde 21 B e 348 Warner. 3º Poeti di Siria, rive dell'Eufrate, Asia Minore ed Arabia. MS. di Leyde 348 Warner in parte, e di Parigi Ancien Fonds 1414 in parte. 4º Sezione 1, Egitto, MS. di Parigi Ancien Fonds 1374: Sezione 2, Sicilia, ed Affrica, MS. di Parigi Ancien Fonds 1375, e MS. di Londra, British Museum, Rich. 7393, che son l'uno e l'altro il volume XI di due copie analoghe; Sezione 3, Spagna, MSS. di Parigi, Ancien Fonds 1376 e Suppl. Arabe 1051.
All'altra opera Imad-ed-dîn, orgogliosamente diè il titolo di El-Feth el-Kosi fi l-Feth el-Kodsi, che sarebbe come a dire “Pezzo di eloquenza ciceroniana sul conquisto di Gerusalemme,” perocchè Kos, vescovo cristiano contemporaneo di Maometto, era tenuto il sommo oratore degli Arabi. L'autore in fatti, descrivendo quella impresa di Saladino, rincalza metafore, e vocaboli insoliti, e frasi bizzarre, e sonanti parole, oltre il solito suo stile, ch'era abbastanza ampolloso. In questo pezzo di eloquenza occorre la non felice espedizione dell'ammiraglio Margaritone, mandato da Guglielmo il Buono su le costiere di Siria con l'armata Siciliana. Son due capitoli, che ho tratto dai MSS. di Parigi Ancien Fonds 714 e 715. Veggansi su l'autore: M. Reinaud, Extraits des Auteurs Arabes..... relatifs aux Croisades, Introduzione, p. XVII e XVIII, e Ibn-Khallikân, l. c.
XXIX. Malek-Mansûr principe di Hama in Siria, scrisse, il 1205, l'Akhbâr el-Molûk..... fi Tabakât es-Scio'arâ (Notizie regie su i varii ordini di poeti), del quale la Biblioteca di Leyde possiede una copia contemporanea. Il prof. Dozy me ne ha mandato un breve estratto relativo a tre poeti siciliani. Su questa opera veggasi il catalogo del Dozy stesso, tom. II, p. 288, nº DCCCLXXXIV.
XXX. Herawi (Ali-ibn-abi-Bekr), nato a Mosûl, detto giustamente Sâih, ossia il Pellegrinante, capitò tra i suoi viaggi in Sicilia dopo il 1173, e morì ad Aleppo il 1215. Nell'opera intitolata Kitâb el-Asciârât ec. (Libro che addita i luoghi di pellegrinaggio) ei dà una notizia dell'Etna, della quale il signore Samuel Lee pubblicò testo e versione inglese, in nota ai viaggi d'Ibn-Batuta[69]. Su l'autore si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introd., p. CXXVII a CXXIX.
XXXI. Ibn-Giobair (Abu-Hosein-Mohammed-ibn Ahmed) della tribù arabica di Kinâna, nacque a Valenza il 1145; fu di passaggio in Sicilia da dicembre 1184 a febbraio 1185; e nel racconto dei suoi viaggi, intitolato Rehla el-Kinâni, scrisse importanti notizie su la condizione de' Musulmani dell'isola. Il MS. si trova nella Biblioteca di Leyde. Avuta dal professore Dozy una copia dello squarcio che risguarda la Sicilia, io ne diedi il testo e la versione francese nel Journal Asiatique, IV série, tomo VI, p. 307, e tomo VII, p. 73 e 201, (1845 e 1846), e poi la sola versione italiana nell'Archivio Storico Italiano, vol. IV, appendice nº 16, (1847). Mutò alcune lezioni del testo e alcune frasi della versione, lo Sceikh Mohammed Ailad-et-Tantawi, il primo arabista d'Oriente; al qual fine ei scrisse una lettera a M. Mohl dell'Istituto di Francia, inserita nel Journal Asiatique, IV série, tomo IX, p. 351, (1847). Il sig. W. Wright ha testè pubblicato molto correttamente e con belle note, tutto il viaggio d'Ibn-Giobair, del quale ci promette una versione inglese[70].
XXXII. Ibn-Hammâd (il cadi Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali) affricano, nel 1220 compilò, sul Târîkh-el-Kodhâ'i e su opere che noi non abbiamo, una Cronica, intitolata: Nabdat el-Mohtâgia fi Akhbâr Molûk Sanhâgia (Cenno di quanto occorre sapere dei fatti dei re sanhagiti). Il capitolo che tocca la dominazione fatemita in Affrica, dà alcuni particolari su la storia di Sicilia. Il MS., piccolo in-4 di scrittura affricana, appartiene a M. Cherbonneau, il quale ha dato in parte la versione francese nel Journal Asiatique, IV série, tomo XX, p. 470; e con somma cortesia mi ha mandato a Parigi il MS. originale, ond'ho cavato gli squarci che fanno al nostro argomento. M. De Sacy, non avendo veduto quest'opera, ne attribuì a Ibn-Hammâd (Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 296) un'altra, di cui or si conosce il vero autore.
XXXIII. Abd-el-Wâhid (Abu-Mohammed-ibn-Ali) da Marocco, nato il 1185, dettò nel 1224 una Cronica intitolata: El Mo'gib fi Takhlîs Akhbâr el Moghreb (Maravigliosa Critica sugli avvenimenti dell'Occidente), testo stampato dal Dozy[71], il quale, avanti la pubblicazione, me n'avea inviato un capitolo su la pace fermata tra Guglielmo Secondo di Sicilia e il califo almohade Abu-Ia'kûb. Ho fatto uso di questo e di qualche altro cenno su la storia degli Almohadi.
XXXIV. Jakût schiavo greco vivuto in Siria, Mesopotamia e Persia, e morto il 1229; compilò due dizionarii geografici, l'uno dei quali, intitolato il Mosctarik etc. (Omonimie geografiche), è stato pubblicato dall'infaticabile sig. Wustenfeld[72], ed io me trarrò i pochissimi articoli risguardanti la Sicilia. Dell'altro, che s'addimanda Mo'gim el-Boldân (Ortografia de' nomi geografici), v'ha due MSS. in Inghilterra, l'uno incompleto a Oxford, Catalogo, tom. I, p. 201, ni CMXXVIII e CMXXIX, l'altro quasi compiuto al British Museum in due volumi, ni 16,649 e 16,650. Il Mo'gim propriamente è dizionario di erudizione relativa ai varii paesi. Per favore del sig. W. Wright io ho avuto copia dagli articoli del MS. di Oxford relativi alla Sicilia; e ben mi prometto di compiere cotesti estratti col MS. del British Museum. Infine ho avuto alle mani il noto compendio del Mo'gim che si crede fatto dall'autore medesimo e postillato da scrittori più moderni, e porta il titolo di Merâsid el-Ittilâ' ec.[73]. Ne ho percorso un esemplare, quello cioè di Leyde, MS. 295, del quale la Biblioteca di Parigi ha una copia moderna, Suppl. Arabe 891. Il professore Juynboll di Leyde ha cominciato a pubblicarne il testo.
XXXV. Ibn-el-Athîr ('Izz-ed-dîn-Abu-l-Hasan-Ali) nacque il 1160 di nobile famiglia arabica nella città di Gezîra in Mesopotamia; in gioventù combattè le guerre di Saladino e compiè missioni politiche a Bagdad: ma poi amò meglio chiudersi in casa a Mosûl, seppellirsi tra i libri, e non conversare con altri che gli eruditi cittadini e stranieri che andavano a trovarlo. La passata vita pubblica, il secolo delle Crociate, e, perchè no? le ruine di Ninive ch'ei potea vedere ogni dì, inchinarono l'ingegno suo alla storia. Morì il 1223. Scrisse varie opere; e tra quelle il Kâmil el-Tewârîkh, o, diremmo noi, Compiuto lavoro storico.
E in vero non è indegno del titolo; e tanto esso vale per l'Oriente, dal principio del settimo al principio del decimoterzo secolo, quanto sarebbero per la patria nostra nel medio evo gli Annali del Muratori, se fosse perduta la più parte del Rerum Italicarum Scriptores. Principia il Kâmil con un succinto discorso su la dignità della Storia; espone la cronografia seguíta dalle varie nazioni; tocca sommariamente le dominazioni antiche: Ebrei, Persiani, Arabi, Romani, e i primordii del Cristianesimo; e, venendo a Maometto, prende a narrare alla distesa le geste del Profeta e dei Musulmani. Dal principio dell'egira fino all'anno 628 (1230-31), l'autore tien quest'ordine che, anno per anno, nota gli avvenimenti di maggiore rilievo, in tanti capitoli separati: e registra alla fine di ciascun anno i casi di poca importanza e le notizie necrologiche, in un capitoletto intitolato “Ricordo di fatti diversi.” Del resto, Ibn-el-Athîr non segue il metodo cronologico sì servilmente che non raccolga nei grandi capitoli tutte le vicende d'un medesimo fatto accadute prima o appresso. Per esempio, il conquisto musulmano della Sicilia va nell'anno 212 dell'egira, quando sbarcò lo esercito musulmano a Mazara; ma il racconto incomincia con la rivolta di Eufemio, cioè uno o più anni avanti, e finisce al 223. Similmente la narrazione del conquisto normanno, posta nel 484, esordisce da quella che Ibn-el-Athîr credea la prima cagione di decadenza del principato kelbita nel 388; e si prolunga fino alla morte del conte Ruggiero nel 490 e agli ordinamenti politici di re Ruggiero. Lo stesso potrebbe notarsi in cento e cento altri luoghi.
Oltre questo eccellente metodo, dobbiamo ammirare, secondo i tempi e i mezzi dell'autore, la diligenza e il giudizio ch'ei pose nello scegliere, comparare e intessere le tradizioni: talchè nel medio evo la Cristianità non ha annalista che gli possa stare a fronte. In oggi non lo darei come modello di critica. Assai di rado cita le sorgenti, e poco o nulla ne dice nella Introduzione. Come tanti altri Arabi e non Arabi, trascrive qualche fiata autori più antichi, mutilandoli e non citandoli: ma per lo più compila dassè, con stile conciso o più tosto spolpato, imparziale o più tosto indifferente; se non che, sceso ai proprii tempi, divenendo cronista, perde la brevità, è turbato dalle passioni, si avviluppa nelle minuzie. Con tutti questi difetti il Kâmil è il più vasto e ordinato lavoro che ci rimanga su i primi sei secoli dell'islamismo, e avanza tanto gli Annali di Abulfeda, quanto questi i magri compendii di Elmacin e Abulfaragi. L'Europa darà un gran passo nello studio dell'Oriente, quando qualche dotta società intraprenderà la stampa dei dodici o più volumi in quarto che ci vogliono per lo testo e versione d'Ibn-el-Athîr.
Questo autore mi ha fornito molti ragguagli ignoti fin qui. Gli ottanta capitoli che ne ho tolto, tra lunghi e brevi, abbracciano sei secoli dal 31 al 625 dell'egira, e messi insieme fanno una storia compiuta delle relazioni dei Musulmani con la Sicilia; dei quali capitoli circa sessanta sono inediti[74]. Li ho copiato dai MSS. seguenti, dei quali segnerò con le lettere dell'alfabeto i tre primi, che occorrono a ogni passo nelle citazioni.
A. MS. di Parigi, Suppl. Arabo 740, in sei volumi, dall'anno 153 al 628, con una lacuna di mezzo secolo e molte altre minori. I sei volumi non son tutti di una mano, ma quella che ne copiò la più parte è nitida e corretta.
B. MSS. dalla Bodlejana d'Oxford.
1. Due volumi, Marsh. 324, Catalogo, tomo I, nº DCCXXXVII, comprendono gli anni dal 296 al 369.
2. Un volume, Pococke 346, Catalogo, tomo I, nº DCXCIII, corre dall'anno 502 al 572, coi quali ho supplito alle lacune del MS. A, e collazionato il resto. Gli altri quattro volumi staccati che possiede la Bodlejana, Catalogo, tomo I, ni DCXCIV, DCXCVI, DCCLXXXIV e DCCLXIV, mi han fornito qualche variante.
C. MS. di Parigi, Suppl. Arabe 740 bis, cinque volumi in-4, dal principio dell'opera all'anno 621, comperati a Costantinopoli il 1846 dal barone De Slane, per conto della Biblioteca di Parigi; il primo dei quali fatto copiare apposta, tutti riveduti da quello egregio orientalista su i MSS. delle biblioteche di Costantinopoli. È il solo esemplare intero che v'abbia in Occidente; non mancandovi altro che l'anno 27 dell'egira e parecchi frammenti. Questo MS. mi è servito a confrontare le copie che io avea già fatto su quei segnati A e B.
Allo stesso effetto ho adoperato gli altri frammenti d'Ibn-el-Athîr che possiede la Biblioteca Parigina, Suppl. Arabe 741, 743 e 744.
Finalmente mi ha aiutato a correggere il testo d'Ibn-el-Athîr uno sfacciato plagiario, lo emir Bibars Mansûri, morto il 1325; il quale nella Zobdat el Fikra fi Târîkh el Higra (Crema di riflessione su gli annali dell'egira) copiò, scorciandoli e continuandoli, gli Annali d'Ibn-el-Athîr; e gliene dobbiamo saper grado, perchè ebbe alle mani buoni MSS., e ottime copie sono quelle dei due volumi della compilazione sua che ci rimangono. Dico il V, a Parigi, Ancien Fonds 668, che corre dall'anno 252 al 322, e il VI a Oxford (Hunt. 198) che arriva con qualche lacuna al 399.
XXXVI. Boha-ed-dîn (Abu-l-Mebâsin-Iusûf-ibn-Sceddâd), n. il 1145, morto il 1235, intimo di Saladino e cadi dell'esercito suo, poi di Gerusalemme, senza dire il nome de' Normanni di Sicilia, accenna alla impresa loro d'Alessandria del 1174, nella Sîrat es-Sultân.... Selâh-ed-dîn etc., ossia Vita di Saladino. Ho preso questo squarcio dal testo pubblicato da Schultens, Leyde 1732, in-fog., p. 41; dove la impresa è raccontata assai brevemente; e ciò conferma la osservazione di M. Reinaud[75], che Boha-ed-dîn faccia più autorità per gli ultimi anni del regno di Saladino, che per le prime imprese di quello.
XXXVII. Tarîkh el-Hokemâ (Istoria dei Filosofi) per Mohammed-ibn-Ali, detto Zuzeni, è compendio di una importante opera dello stesso titolo, scritta da Gemâl-ed-dîn-Ali-el-Kifti, visir di Aleppo, morto il 1249. Dal compendio, che si trova nelle biblioteche di Parigi e Leyde, ho cavato le biografie d'Archimede e di Empedocle; e l'ultima, che un Siciliano non potea trasandare, è notevolissima per la menzione che vi si fa d'un'opera attribuita al filosofo Agrigentino, la versione arabica della quale si trovava nel XIII secolo a Gerusalemme. Mi son servito del MS. di Parigi, Suppl. Arabe 672. Veggansi sul Tarîkh-el-Hokemâ, Casiri, Bibl. Arab. Hisp., tomo II, p. 332, nº MDCCLXXIII, che lo suppone scritto nel XII secolo; Wenrich, De Auctorum Græcorum versionibus ec., Lipsiæ 1842, prefazione; Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduction, p. LII, nota 4; e Dozy, Catalogo dei Manoscritti arabi di Leyde, tomo II, p. 289, nº DCCCLXXXV.
XXXVIII. Abu-Sa'îd-Îbn-Ibrahîm, Siciliano, compilò un Kitâb el-Mongih ec. (Felice Guida per curarsi senza medico da ogni sorta di morbi e infermità). Quest'opera, non citata da Hagi-Khalfa, si trova alla Bodlejana (Marsh. 173, Catalogo, tomo I, nº DLXIV), e ne ho trascritto la prefazione. Con poche varianti, il MS. corrisponde a quel di Parigi, Ancien Fonds 1027, intitolato Tekwîm el-Adwia el-Mofreda, d'Ibrahîm-ibn-abi-Sa'id-el-Maghrebi; il cui nome mostra ch'egli era figliuolo del Medico siciliano.
XXXIX. Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm, Sceriffo, ossia della schiatta di Ali, Siciliano, scrisse un altro libro di medicina, MS. di Leyde (Catalogo del 1716, nº DCCXXVII), sul quale non ho trovato titolo; e quello che si legge nel Catalogo mi par si debba correggere Kitâb el-Atibbâ fi l-Amrâdh min el Ferk ila el Kedem (Libro dei medici intorno le malattie dalla cima della testa infino al piè). Pria che io studiassi il MS., il professore Dozy mi avea mandato copia di quel tanto che occorre metterne nella Raccolta; cioè la prefazione e la tavola dei venti capitoli in cui va divisa l'opera. Hagi-Khalfa tratta al certo del medesimo autore e di un libro diverso nell'articolo seguente: “Kitâb Hifz es-Sahha ec. (Libro d'Igiene), dello Sceriffo Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm Siciliano, Tunisino, compendiato da Abu-Fares-Abd-el-Azîz-ibn-Ahmed, in ottanta capitoli[76].” Nè quel bibliografo, nè altri, dà notizie del tempo in cui visse l'autore.
XL. Ibn-el-Giuzi (Scems-ed-dîn-Abu-Mozafer-Iusûf), morto il 1256, nel Merat-ez-zemân (Specchio del secolo), MS. di Parigi, Ancien Fonds 641, dà due brevi notizie su i Musulmani di Sicilia.
XLI. Ibn-Abbâr (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Abi-Bekr) da Valenza, segretario dei governatori musulmani di quella città verso la metà del XIII secolo; poi dei Beni-Hafs di Tunis; fu messo a morte il 1260 e bruciato il cadavere coi suoi scritti, per accusa di stato e per un verso che gli avean trovato in casa contro il principe Hafsita Mostanser. Ibn-Abbâr dettò, tra le altre opere, l'Hollet Sîarâ ec. (Il Pallio striato ec.), raccolta delle biografie dei poeti di regia schiatta, in Spagna e Affrica. Da un MS. che ne possiede la Società Asiatica di Parigi, copia moderna d'uno dell'Escuriale, ho cavato pregevoli notizie su gli Aghlabiti d'Affrica e di Sicilia; poichè l'autore diligentemente raccolse e vagliò con critica molte opere istoriche a noi non pervenute[77].
XLII. Abu-Sciâma-Mokaddesi (Scehâb-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-er-Rahmân-ibn-Ibrahîm) da Gerusalemme, come lo mostra il nome di Mokaddesi, nato il 1202, morto il 1267, diè fuori il Kitâb-er-Raudatein (Libro dei due Giardini), storia delle dinastie di Nur-ed-dîn e di Saladino, nella quale copiò, oltre varii libri a noi pervenuti, altri che non abbiamo e parecchi diplomi. Ho preso da questo plagiario i capitoli su le espedizioni mandate da Guglielmo il Buono in Alessandria d'Egitto e in Siria. Ho adoperato i MSS. di Parigi, Supplément Français 2503, 13 a, copia inesatta e recente, e l'altro Ancien Fonds Arabe 707 A, ch'è del XVII secolo. Su l'Autore veggansi: Reinaud, Extraits des Historiens... relatifs aux Croisades, p. 20; e Quatremère, Histoire des Sultans Mamlouks, par Makrizi, tomo I, parte II, p. 46.
XLIII. Ibn-Sab'în (Kotb-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-el-Hakk-ibn-Ibrahîm), nato a Murcia il 1217, morto alla Mecca di propria mano il 1271; trovandosi a Ceuta, verso il 1240, dettò un trattato di filosofia intitolato El-Mesâil es-Sikillîa (Quesiti Siciliani), perchè con esso rispondeva alle tesi che avea proposto ai dotti musulmani Federigo Secondo imperatore, re di Sicilia. Quest'opera, che si trova alla Bodlejana di Oxford (Hunt. 534), sparge qualche lume su gli studii che la civiltà musulmana promoveva allora in Sicilia e nella penisola: e però appartiene al nostro argomento. Io ne ho dato un ragguaglio nel Journal Asiatique, lo scorso anno 1853. Porrò nella raccolta dei testi la prefazione e i quesiti di Federigo Secondo.
XLIV. Ibn-Abi-Oseib'a (Mowaffik-ed-dîn-Ahmed-ibn-Kâsem), nato al principio del XIII secolo e morto nella seconda metà di quello, compilò l''Oiûn el-Anbâ fi Tabakât el-Atibbâ (Sorgenti di notizie su le classi dei medici). Quivi, nella vita di Ibn-Giolgiol (Abu-Dâwd-Soleimân-ibn-Hasan), famoso medico della corte di Cordova nella seconda metà del X secolo, si legge un frammento d'Ibn-Giolgiol stesso, in cui si descrivono le fatiche fatte in Ispagna il 952 per compiere la versione di Dioscoride dal greco in arabico; alla quale collaborò un Abu-Abd-Allah Siciliano che parlava il greco, dice Ibn-Giolgiol, ed era pratico, alsì, in botanica e in medicina. Darò questo squarcio e un capitoletto sopra Empedocle. Il primo fu pubblicato in arabico e in francese da M. De Sacy sul MS. di Parigi, Ancien Fonds 873[78], al qual testo aggiungo le varianti degli altri due MSS., Suppl. Arabe 673 e 674. Su l'autore si veggano Sacy stesso[79], e Hagi-Khalfa[80].
XLV. Ibn-Sa'îd (Abu-l-Hasan-Ali) del quale feci menzione nella prima parte di questa Tavola, nº X, lasciò, tra le altre opere, un Mokhtaser Gighrafia (Compendio di Geografia), una copia del quale, passata per le mani del celebre Abulfeda, or si trova nella Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe 1905. Ne ho preso quel che riguarda la Sicilia e le isole adiacenti: breve ma diligente descrizione. Sul merito di questo lavoro geografico si consulti Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduction, p. CXLI.
XLVI. Newâwi (Mohî-ed-dîn-Abu-Zakarîa), nato il 1253, morto il 1277, nel Tehdsîb el-Asmâ ec. (Dizionario biografico di illustri musulmani), cita un grammatico e filologo siciliano per nome Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki. Ho tolto questo breve passo dalla edizione del Wüstenfeld, Gottinga, 1842-1847.
XLVII. Ibn-Khallikân (Scems-ed-dîn-Abu-l-'Abbâs-Ahmed-ibn-Mohammed), nacque ad Arbela il 1211, morì il 1282, fu giurista, teologo, grammatico, e cadi a Damasco e al Cairo: uomo di molta virtù, condotto agli studii storici da Ibn-el-Athîr, col quale ei praticava in gioventù sua. Di Ibn-Khallikân abbiamo il famoso dizionario biografico degli uomini illustri dello islamismo intitolato Wefiât el-'Aiân; del quale il baron De Slane ha preso a stampare il testo e una versione inglese[81], e il signor Wüstenfeld ha compiuto un'altra edizione del testo in autografia[82]. Traggo da Ibn-Khallikân non poche vite di Siciliani, che porrò nella mia raccolta, usando, oltre le edizioni dette, i MSS. di Parigi, Suppl. Arabe 702 e 704, e un altro di proprietà di M. Reinaud.
XLVIII. Kazwîni, (Zakarîa-ibn-Mohammed-ibn-Mahmûd), morto il 1283, scrisse due opere, recentemente pubblicate dal Wüstenfeld e intitolate, l'una 'Agiâib el-Mekhlûkâi (Meraviglie del Creato), e l'altra Athâr el-belâd (Luoghi notevoli de' paesi). Come sopra accennai, Kazwîni cita una cronica di Sicilia che a noi non è pervenuta. Ripete nelle dette due compilazioni varii squarci di geografi più antichi, su la Sicilia e in particolare su l'Etna. Dà un importantissimo fatto storico di Malta, cavato forse dalla detta cronica; e la curiosa notizia dell'orologio a soneria, costruito per uso di un re, probabilmente Ruggiero I di Sicilia, che fu argomento ai versi di due poeti maltesi, un dei quali è ricordato d'altronde nell'Antologia di Imâd-ed-dîn da Ispahan. Dell''Agiâib v'han parecchi MSS. a Parigi, cioè Ancien Fonds 990, e Suppl. Arabe 864 a 867; e dell'Athâr, due MSS., Suppl. Arabe 658 e 915. Io ne ho usato per notar qualche variante alle correttissime edizioni del Wüstenfeld, che son fatte su MSS. migliori.
XLIX. Il Baiân di Ibn-'Adsâri da Marocco, fu compilato il 1299 con gran diligenza sopra libri che noi non abbiamo; e contiene molti ragguagli novelli su la storia di Spagna, Affrica e Sicilia. MS. unico, comperato dal Golio a Marocco; posseduto dalla Biblioteca di Leyde (nº 67 Golius), e pubblicato, il testo, dal prof. Dozy, con dotte note, un glossario, e una splendida introduzione intorno i cronisti arabi di Spagna[83]. Sventuratamente il MS. è mutilo; nè d'altronde il compilatore avea trovato la serie continua degli annali dei cinque secoli che abbraccia quest'opera. Vi si contengono non pochi squarci del compendio di 'Arîb, del quale feci menzione al nº IX. Il Dozy prima della pubblicazione mi avea mandato gli estratti riguardanti la Sicilia, i quali spargono nuovo lume su le relazioni dei Musulmani con questa isola fino alla prima metà del X secolo, e nella prima metà del XII. I quali squarci io darò secondo la edizione del Dozy.
L. Tigiâni (Abu-Mohammed-Abd-Allah), uomo di alto stato nella corte di Tunis, ci ha lasciato la relazione d'un viaggio ch'ei fece in quello Stato, dal dicembre 1306 fino al luglio 1309, con l'emir hafsita Abu-Iahîa-Zakarîa, esaltato pochi anni appresso al trono di Tunis; lo scopo apparente del qual viaggio era di incalzare l'assedio del castello che tenean tuttavia le armi siciliane nell'isola delle Gerbe. Oltre le notizie che toccan questo fatto dell'istoria siciliana, il Tigiâni ne dà delle importantissime e nuove, su i tempi precedenti, cavate da diligenti ricerche su la storia letteraria e politica delle città ch'ei percorrea. Tali sono molti particolari delle imprese dei Normanni di Sicilia su la costiera d'Affrica nel XII secolo; la vita del famoso ammiraglio siciliano Giorgio d'Antiochia; il sublime sagrifizio di Abu-Hasan-Feriani da Sfax, novello Attilio Regolo che spirò sul patibolo su le sponde dell'Oreto in Palermo ec.
Quest'opera, intitolata Rehla et-Tigiâni, è stata ritrovata, non è guari, da M. Alphonse Rousseau; il quale n'ha dato una versione nel Journal Asiatique[84], ed ha donato un MS. del testo alla Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe 911 bis. Dal cortesissimo M. Rousseau ebbi alcuni estratti del testo; i quali ho accresciuto poscia sul MS. di Parigi: e non saranno la parte men pregevole della mia raccolta.
LI. Il Kartâs, come comunemente si chiama una buona compilazione, fatta nel reame di Marocco il 1326 e attribuita ad Abu-Hasan-Ali-ibn-Zera', dà pochi e noti ragguagli su le guerre dei Siciliani in Affrica nel XII secolo. È testo arabico niente raro in Europa; tradotto in tedesco dal Dombay; in portoghese dal Moura; e recentemente pubblicato con versione latina dal professor Tornberg, con erudite annotazioni che contengono altri squarci di testi arabici[85]. Dall'edizione del Tornberg trascriverò i paragrafi relativi alla Sicilia.
LII. Dimaski (Scems-ed-din-Abu-Abd-Allah-Mohammed), così chiamato per essere oriundo di Damasco, morì vecchio nel 1327, dopo aver composto il Nokhbet ed-Dahr ec. (Eletta del secolo su le maraviglie della terra e del mare), opera geografica compilata, dice M. Reinaud, senza molta critica, ma pregevole per molti fatti che invano si cercherebbero altrove[86]. E così io ho trovato, in vero, il capitolo su la Sicilia e altre isole del Mediterraneo, scritto, com'e' pare, sopra osservazioni contemporanee, e, al certo, non mero compendio di Edrisi. Tolgo questo capitolo da due MSS., cioè di Parigi, Ancien Fonds 581, e di Leyde, 464 Warn., Catalogo del prof. Dozy, tomo II, p. 134, nº DCCXXXV, del quale il Dozy mi mandò un estratto.
LIII. Abulfeda ('Imâd-ed-dîn-ibn-Ali), della illustre schiatta di Saladino, nacque a Damasco il 1272; conseguì nel 1310 il principato di Hama, retaggio di sua casa; e morì il 1331. Come ognun sa, le sue opere principali sono il Tekwîm el-Boldân (Tavola sinottica dei paesi), e il Moktaser fi Akhbâr el-Biscer (Compendio dei fatti del genere umano).
Della prima è stato pubblicato il testo dai sigg. Reinaud e De Slane nel 1840; e il Reinaud ne dà attualmente una versione francese, della quale è uscito il primo volume, preceduto da una dottissima introduzione che contiene la vita di Abulfeda e la storia della geografia appo gli Arabi.
Del compendio storico, abbiam detto come gli estratti risguardanti la Sicilia pervenissero, tradotti in latino, allo Inveges e al Caruso. Il Reiske pubblicò a Lipsia, il 1754, una sua versione latina dell'opera dal principio dell'islamismo in poi; della quale si servì il Di Gregorio nel Rerum Arabicarum. Una copia del testo arabico, lasciata inedita dal Reiske, fu stampata dall'Adler con la versione latina a riscontro[87]. Non dirò delle edizioni e versioni della istoria anteislamitica e della vita di Maometto cavate dal Moktaser, poichè son lontane dall'argomento nostro. Gli Annali di Abulfeda, compilati in parte sopra Ibn-el-Athîr e in parte sopra altre opere, son compendio di compendii.
Io darò uno estratto della Geografia su la edizione del testo; e gli estratti degli Annali sul testo di Adler, confrontandolo, che ben n'è mestieri, col MS. di Parigi, autografo di Abulfeda.
LIV. Nowairi (Scehâb-ed-dîn-Ahmed-ibn-Abd-el-Wehâb) della tribù arabica di Bekr, detto il Nowairi o Noweiri, da un villaggio d'Egitto in cui nacque il 1278 o 1273, morto il 1332; accozzò con le forbici, come dicesi in Francia, tagliando una pezza di qua e una di là, un centone enciclopedico in trenta volumi, non modestamente intitolato Nihâiet el-Areb fi Fonûn el-Adeb, che sarebbe a dire: il non plus ultra dell'erudizione. Va diviso in cinque parti: Cosmografia, Nosografia, Zoologia, Botanica e Storia[88]; del quale abbiam volumi staccati in varie biblioteche, segnatamente a Parigi, Leyde, Escuriale e Roma.
Nella prima parte, il Nowairi dà un cenno geografico della Sicilia, che io pubblicherò secondo la copia fattane gentilmente per me dal Dozy sul MS. di Leyde, 273 Warn., Catalogo del Dozy stesso, tomo I, p. 4, nº V.
Nell'ultima parte v'ha le istorie di Affrica e di Sicilia, compilate, non solamente sopra Ibn-el-Athîr, ma anco sopra Ibn-Rekîk, Ibn-Rescîk, Ibn-Sceddâd, e altri, che quell'annalista o non ebbe alle mani o trascurò. Pertanto il Nowairi narra non di rado i medesimi fatti con altri particolari; cimentando i quali con buona critica, se ne può cavar partito. I racconti che toccano l'argomento nostro contengonsi nei MSS. di Parigi 702[89], e 702 A, ed Ancien Fonds 638, dai quali avean preso notizie il Cardonne, e il De Guignes; talchè il marchese Caraccioli, lodatissimo vicerè di Sicilia, avutone sentore da amici suoi francesi, fece opera ad ottenere il testo arabico, per la collezione intrapresa sotto gli auspicii suoi dal Di Gregorio. Adoperandovisi il Barthélemy, fu mandato il testo del capitolo su la Sicilia, con la versione francese di questo e di alcuni squarci della Storia d'Affrica per M. J-J. Caussin, padre dell'attuale professore d'arabico M. Caussin de Perceval. Così il Di Gregorio stampava, non senza errori, il testo, nel Rerum Arabicarum, e vi aggiugnea con la guida della francese una traduzione latina; nella quale talvolta volle rifare il verso a M. Caussin[90]; e, non essendo da tanto, sfigurò e imbrogliò di molte frasi. L'orientalista francese ne lo punì, pubblicando la propria versione ed alcune note, che contengono una critica urbana, ma severa e senza replica[91].
Il lavoro da me intrapreso mi portò a confrontare su i citati MSS. la edizione del Di Gregorio, e copiare gli squarci di testo della Storia d'Affrica tradotti dal Caussin e altri che gli erano sfuggiti. Debbo al professor Dozy altri capitoli risguardanti scrittori siciliani, copiati sul MS. di Leyde. Così ho potuto quasi raddoppiare i frammenti del nostro autore dati nel Rerum Arabicarum; senza dir dei nomi proprii e geografici che mi è occorso di correggere, nè degli squarci non bene interpretati, dei quali ho dovuto rifare la versione.
Debbo avvertire infine che M. Des Vergers pose la versione di varii capitoli della Storia d'Affrica del Nowairi in appendice alla parte di Ibn-Khaldûn pubblicata da lui; e che il baron De Slane ha tradotto in francese la prima parte della Storia d'Affrica, inserita nel Journal Asiatique, série III, tomo XI-XII (1841), e ristampata in appendice alla Hist. des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, p. 313, seg. M. De Slane ha giudicato troppo severamente il Nowairi, incolpandolo di tutte le favole del conquisto musulmano d'Affrica, che quegli non avea fatto che copiare da altri compilatori[92].
LV. Dsehebi (Scems-ed-dîn-Abu-Abd-Allah), morto il 1347, fu compendiatore come i contemporanei suoi Abulfeda, Nowairi, e Scehâb-ed-dîn-Omari; se non che attese alla sola storia, e particolarmente alla letteraria, o, per dir meglio, alle biografie degli uomini dotti. Questo è il pregio delle opere che ci rimangono di lui. La principale intitolata Târîkh el-Islâm è tavola cronologica, divisa per decennii e corredata alla fine di ciascun decennio da una lunga serie di cenni biografici. La Biblioteca di Parigi ne possiede due volumi staccati, Ancien Fonds 626 e 646, dei quali il primo corre dall'anno 1º al 40º dell'egira, l'altro dal 301 al 370. Un altro MS. della stessa Biblioteca, Ancien Fonds 753, che abbraccia gli anni dal 581 al 620, mi pare appartenente non al Târîkh, ma al compendio che ne fece lo stesso Dsehebi, del quale v'ha esemplari a Leyde e altrove[93]. Pochissime notizie ho cavato, sì da cotesti tre volumi, sì dai due del Suppl. Arabe 746, opera dello stesso autore, intitolata Kitâb el-'iber ec. (Avvertimenti su le geste dei trapassati). All'incontro, ho preso una ventina di buoni cenni biografici di Siciliani, dal MS. di Leyde, nº 654 Warn., Catalogo del Dozy, tomo II, p. 205, nº DCCCLXXVI, compendio che fece il Dsehebi dell'Anbâ en-Nohâ di Abu-Hasan-Ali-el-Kifti, morto alla metà del XIII secolo.
LVI. Scehâb-ed-dîn'Omari (Abu-Abbâs-Ahmed-ibn-Iahîa), detto Ibn-Fadhl-Allah, soprannominato anche Dimascki, da Damasco ond'era oriundo, e 'Omari dal nome di Omar il grande, dal quale pretendea discendere; nacque verso il 1300 di famiglia benemerita ai sultani d'Egitto; fu professore di tradizion del Profeta; servì nelle cancellerie di Damasco e del Cairo; e morì il 1349. Costui accozzò una enciclopedia a modo suo, intitolata Mesâlek el-Absâr ec. (Escursioni degli sguardi sopra i varii reami della terra). Dei ventisette volumi di tal compilazione, i pochi che ci rimangono trattan di geografia, storia e antologia poetica. La parte geografica è cavata da buone opere, e, tra le altre, da Abulfeda; ma l'Omari vi aggiunse non poche notizie raccolte dassè, sia da documenti oficiali, sia dalle relazioni di viaggiatori e mercatanti ch'egli interrogava, ben usando le comodità che gli dava l'oficio suo. Pertanto il capitolo su la Sicilia, che ho tolto da un MS. della Bodlejana, Pococke 191, Catalogo tomo I, nº CM, contiene ragguagli contemporanei, anche di fatti storici. Nel medesimo volume ho veduto una descrizione della Calabria, porto di Taranto e altri luoghi d'Italia.
Dobbiamo saper grado, altresì, all'Omari degli squarci di poesie d'Arabi Siciliani ch'ei ci conservò; i quali ho copiato dal MS. di Parigi, Ancien Fonds 1372.
Allo incontro, la parte storica non può servire ad altro che a confrontare qualche passo d'Abulfeda; i cui annali l'Omari copiò sfacciatamente, trinciandoli di decennio in decennio, forse per occultare il plagio. Dissi già che alcuni estratti della Storia relativi alla Sicilia furono tradotti da un MS. dell'Escuriale, il quale poi si perdè, probabilmente nell'incendio del 1671. Il Di Gregorio ristampò la versione latina che ne avea fatto il Caruso su la italiana dello Inveges, presa dalla latina di Marco Dobelio Citeron. Io ho trovato parte del testo arabico nel MS. di Parigi, Ancien Fonds 642, il quale corre dall'anno 541 al 744, cioè dall'ultimo capitolo della versione del Di Gregorio in poi; nè posso rammaricarmi troppo della perdita dei precedenti, poichè ne abbiamo il tenore originale in Abulfeda. Nelle citazioni che mi occorrerà di farne, aggiugnerò il nome patronimico di Omari al titolo di Scehâb-ed-dîn (Fiaccola della Fede), ch'è comune a cento altri dottori musulmani; e però mal si è adoperato a significare il nostro autore. Avverto poi non esser questi il cadi Scehâb-ed-dîn-Ibn-Abi-l-Damm, da Hama, come suppose il Di Gregorio[94], traendo nel proprio errore il Wenrich[95]; perocchè quel cadi visse un secolo innanzi l'Omari, sendo morto il 1244; e Abulfeda cita sovente l'opera sua, ch'è intitolata: Tarîkh Mozafferi, e non Mesâlek el-Absâr[96]. Su Scehâb-ed-dîn-'Omari si veggano: Quatremère, nelle Notices et Extraits des MSS., tomo XIII, p. 151 seg.; Catalogo della Bodlejana d'Oxford, tomo II, p. 599; Catalogo de' MSS. Orientali del British Museum, parte II, p. 273, nº DLXXV; Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introd., p. CLII[97].
LVII. Ibn-el-Wardi (Zîn-ed-dîn-Abu-Hafs-Omar), morto il 1348; mezzo copiò e mezzo compendiò le notizie di Edrisi e Dimascki su la Sicilia. Quali ch'elle siano, le darò, secondo la lezione dei MSS. di Parigi, Ancien Fonds 590, 593, 594, confrontata col testo che ha pubblicato il Tornberg[98] di questa mediocre compilazione geografica, intitolata Kharîdat el-'Agiâib (Perla delle Meraviglie).
LVIII. Sefedi (Selâh-ed-dîn-Khalîl-ibn-Ibek), che morì il 1362, compose un dizionario geografico, addimandato El-Waki bil-Wefeiât (Il Conservatore delle Necrologie), diligente e giudiziosa compilazione. La Biblioteca di Parigi ne possiede due volumi staccati, Suppl. Arabe 706, che contengono le lettere dell'alfabeto arabico dalla Kha al Sad; dalle quali ho cavato tre biografie, e, delle tre, due sono di Cristiani: re Ruggiero, cioè, e l'ammiraglio Giorgio d'Antiochia.
LIX. Domairi (Kemâl-ed-dîn-Abd-Allah) scrisse nel 1371 l'Haiât el-Haiwân, opera di Storia naturale; in cui, trattando dello scorpione, l'autore cita i versi e la trista fine di un poeta del Iemen che si trovò avviluppato in una cospirazione contro Saladino, tramata da malcontenti egiziani con la corte normanna di Sicilia. Ho cavato questo squarcio dal MS. di Parigi, Suppl. Arabe 873.
LX. Ibn-Khaldûn (Wâli-ed-dîn-Abu-Zeid-Abd-er-Rahmân-ibn-Mohammed), nacque a Tunis il 1332 d'illustre famiglia, passata dall'Arabia meridionale in Spagna ai tempi del conquisto, e rifuggitasi in Affrica nel XIII secolo. Nobile dunque e povero, cominciò sua carriera da calligrafo nella Segreteria dei principi hafsiti di Tunis. Da costoro passò al servigio dei loro nemici i Merinidi; poi, sempre da un regolo a un altro, di que' che usurpavan oggi e cadean domani sì in Affrica e sì in Spagna: appo i quali ei fu cortigiano, agente diplomatico, ministro, professore; or arricchito e onorato, or imprigionato e perseguitato per gara di altri intriganti, e sospetti che destava quel suo far da Girella. A cinquant'anni, ristucco dell'Affrica, se n'andò in Egitto; ove diessi all'insegnamento pubblico; toccò una pensioncella dal Sultano; salì allo uficio di cadi di scuola malekita al Cairo: e sì balzano è l'animo degli uomini, che quello statista di larga coscienza fu deposto della magistratura per la rettitudine e severità ch'ei manteneva tra la corruzione degli altri giuristi. Il caso, alfine, lo fe' trovare nel 1400 sotto le mura di Damasco in mezzo alle orde dei Tartari e in presenza di Tamerlano; al quale ei fu prodigo di adulazioni, e n'ebbe onori e profferta di rimanere alla corte tartara; ma destramente ei se ne svincolò. Tornato in Egitto, salito e sceso, e risalito all'oficio di cadi, moriva il 1406. Questi particolari tolti dall'Autobiografia di Ibn-Khaldûn, non parranno troppi, quando si pensi che discorriamo del primo scrittore al mondo che abbia trattato di proposito la filosofia storica: nè saprei dir se altri v'abbian levato il velo più alto di lui.
Il lavoro istorico d'Ibn-Khaldûn, composto la più parte in Affrica, nelle brevi stagioni ch'egli ebbe di calma, è intitolato: Kîtâb el-'Iber ec., che io, discostandomi dalle interpretazioni date fin qui, tradurrei: “Libro dei concetti storici e raccolta delle origini e vicenda di Arabi, Stranieri e Berberi.” Va diviso in Introduzione, tre libri, e Autobiografia; delle quali parti, la Introduzione tratta della Storiografia e il primo libro racchiude le considerazioni generali che noi intendiam sotto la denominazione di filosofia storica. Gli altri due libri contengono la narrazione storica; cioè il secondo libro, degli Arabi e altri popoli orientali ed europei; e il terzo, dei Berberi. Disegno vasto e ben ordinato, ma colorito con man disuguale, quasi da due uomini di varia tempra d'ingegno. Da un canto, Ibn-Khaldûn, superiore alla età e società in cui visse, speculando su i fatti generali della storia, arrivava a scoprirne le leggi e s'imbatteva anco in chimere, come è avvenuto poi al Vico ed altri naviganti in quelle regioni; e ritrovava i canoni della critica; e, maravigliosa coincidenza col Vico, discorrendo di così fatti studii, conchiudeva essere scienza nuova, a meno che, aggiunse modestamente, qualche antico non ne abbia scritto, e si sian perdute le opere[99]. Dall'altro canto, Ibn-Khaldûn si messe a riempire, come un volgare annalista, i compartimenti sì bene immaginati in schiatte, dinastie, e cronologia storica di ciascuna dinastia. In questo usò molti ottimi materiali, e tra gli altri il Kâmil d'Ibn-el-Athîr; ma non digerì i fatti con la critica di cui avea già dettato i principii; non serbò proporzione nei racconti; non seppe sviluppare le cagioni immediate degli avvenimenti con la intuizione che hanno, per esempio, i Latini e il Machiavelli: in somma fece una compilazione, e, pei tempi più vicini, una cronica e nulla più. Il barone De Slane, che lo ha studiato e può giudicarne, notava che Ibn-Khaldûn scrisse la filosofia storica con chiarezza, e le narrazioni con uno stile avviluppato, saltellante e pieno di neologismi.
Lunga sarebbe la rassegna dei lavori che si son fatti, da una trentina d'anni in qua, su questa mirabile opera. Limitandomi a quei che più s'avvicinano all'argomento nostro, ricorderò il testo e versione della Storia dell'Affrica sotto gli Aghlabiti e della Sicilia, pubblicati da M. Des Vergers; la Storia dei Berberi il cui testo si è dato a stampa in Algeri a spese del Ministero della Guerra di Francia e per le cure di M. De Slane, e la cui versione è stata fatta dallo stesso orientalista, con erudite annotazioni, e n'è uscito il primo volume. I Prolegomeni, come van chiamati comunemente la introduzione e il primo libro, vedran la luce, tra non guari, per opera di M. Quatremère, uomo da reggere a questo ed a maggior peso. Mi si permetta infine che io ricordi la edizione del testo e versione italiana della storia antica di Ibn-Khaldûn, incominciata dal nostro compatriotta l'abate Arri da Asti nel 1840, e interrotta l'anno appresso per la immatura sua morte[100].
Ibn-Khaldûn nella Storia di Sicilia compendia Ibn-el-Athîr, sì che appena vi si potrebbe scoprir qualche fatto attinto ad altre sorgenti. Negli altri capitoli ci dà ragguagli più pregevoli. Da tutta l'opera io ho cavato, per inserirli nella mia Raccolta, gli squarci seguenti:
1. Uno dei Prolegomeni inedito; ove si tratta del navilio siciliano sotto i Normanni. Dal MS. del British Museum, nº 9571, bel codice in caratteri affricani.
2. La Storia di Sicilia. Dalla edizione di M. Des Vergers, riveduta su i MSS. di Parigi, e confrontata con gli estratti di un buon MS. di Tunis recatimi dal sig. Honnegar.
3. Molti squarci della Storia dei Berberi, ch'io avea copiato dal MS. di Parigi, Suppl. Arabe 742 quater, tomo III, e che oggi ho potuto confrontare con la edizione d'Algeri.
4. Altri squarci inediti su le prime imprese dei Musulmani nel Mediterraneo, su la Storia dei Fatemiti, e su le Crociate; che ho tolto dai MSS. di Parigi, 742 quinquies, tomo II, e 742 quater, tomo IV.
LXI. Zohri (Ibn o piuttosto Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Bekr), alla fine del XIV o principio del XV secolo, compendiò un trattato di Geografia di Kimâri, copiato o compendiato, non sappiam quando, da un libro che avea fatto compilare il califo Mamûn (815-835) e delineare insieme un planisfero. Tanto si ritrae dalla prefazione del Zohri al detto Kitâb Gi'rafîa, MS. di Parigi, Ancien Fonds 596, e dal cenno che l'autore fa a fog. 58 verso. Di certo, il Kimâri, o lo Zohri stesso, aggiunsero qualcosa alla compilazione del IX secolo; leggendosi qui i nomi di Mehdîa e della Kalat-Beni-Hammâd, che furono fondate appresso. Però non si può ben determinare l'epoca alla quale riferirsi le notizie su l'Etna e su non pochi prodotti del suolo siciliano, che si trovano nel capitolo della Sicilia e che io tolgo dal MS. di Parigi.
LXII. Makrizi (Taki-ed-dîn-Ahmed-ibn-Ali), nato al Cairo il 1364, morto il 1441, dotto e diligente compilatore di varie opere[101], tra le altre ne dettava tre che servono al nostro proposito. Sono:
Il Mokaffa, dizionario biografico, del quale la Biblioteca di Parigi possiede un volume, Ancien Fonds 675, che va dagli ultimi della lettera ta (decimasesta dell'alfabeto orientale) a parte dell'Ain; e la Biblioteca di Leyde, nº 1366, tre volumi, che prendono l'alef, Caf (22ª lettera), lam e mim[102]. Però ci mancano parecchi volumi dell'opera. Dal MS. di Parigi ho estratto io le biografie dei Siciliani; dai MSS. di Leyde lo ha fatto per cortesia verso di me il prof. Dozy.
Il Kitâb-es-Solûk ec. (Introduzione alla conoscenza delle dinastie), del quale una parte è stata tradotta in francese da M. Quatremère. Ho tolto un passo del testo arabico dal MS. di Parigi, Ancien Fonds 673 C., tomo III, e Ancien Fonds 673, A. 2.
Il Kitâb-el-Mewâ'iz ec. (Avvertimento e riflessioni su le divisioni territoriali e i monumenti), MS. di Parigi, Ancien Fonds 680, ove si fa menzione d'un astronomo siciliano dell'Osservatorio del Cairo; uno squarcio del qual testo è stato pubblicato da M. Caussin de Perceval, nella raccolta Notices et Extraits des MSS., tomo VII, p. 45.
LXIII. Zerkesci (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ibrahîm), vissuto alla fine del XV secolo, come conghiettura con buon fondamento M. Alphonse Rousseau[103], scrisse una storia dei principi almohadi e degli hafsîti di Tunis fino all'anno 1429. Quest'accurata compilazione, fatta su buoni materiali, mi fornisce due squarci, che ho tolto dal MS. di Parigi, Suppl. Arabe 852.
LXIV. Soiûti (Gelâl-ed-dîn-Abu-l-Fadhl-Abd-er-Rahmân), nato a Soiût nell'alto Egitto il 1445, e morto il 1505, fu compilatore infaticabile ma non sempre accurato; e basta a dir che si crede abbia scritto da trecento opere diverse.
Da quella intitolata Tarîkh-el-Kholafâ (Storia dei Califi), MSS. di Parigi, Ancien Fonds 639 e 776, ho cavato due parole di cenno storico;
Dall'altra, che s'addimanda Kitâb-el-Boghiat ec. (Libro di quanto posson desiderare i raccoglitori delle Vite dei Lessicografi e Grammatici), ho preso una ventina di biografie di Siciliani. Ho avuto alle mani due MSS., l'uno del dottor John Lee, ch'era prestato al prof. Dozy di Leyde in cui casa lo percorsi; l'altro acquistato recentemente dalla Biblioteca di Parigi, ove si conserva, Suppl. Arabe 683.
LXV. Ibn-Aiâs (Mohammed-ibn-Ahmed), nato in Egitto, scrissevi nel 1516 il Nescek el-Azhâr ec. (Fragranza dei fiori su le meraviglie delle regioni), mediocrissima compilazione su l'opera di Edrisi e altre. Nondimeno, raccogliendo tutti i testi ove si tratti della Sicilia, non ho voluto rigettar questo, che ne dà due capitoletti. Li ho copiato dai MSS. di Parigi, Ancien Fonds 595, e Suppl. Arabe 904.
LXVI. Makkari (Ahmed-ibn-Mohammed), nato presso Telemsen innanzi il 1590, e morto il 1631, lasciò una voluminosa e diligente opera su la Spagna musulmana, della quale la più parte è stata tradotta in inglese dal professor Gayangos, e adesso danno opera a pubblicare il testo arabico i signori Dozy, Dugat, Krehl e Wright. Nella descrizione di Cordova occorre al Makkari di citare versi del Siciliano Ibn-Hamdîs e darne giudizio. Porrò questo passo e pochi altri cenni nella mia raccolta, cavandoli del MS. di Parigi, Ancien Fonds 704.
LXVII. Hagi-Khalfa (Mustafa-ibn-Abd-Allah) da Costantinopoli, morto il 1658, per erudizione, critica, e altezza di ingegno, gareggia coi migliori scrittori di storia letteraria che abbiamo in Europa. Due opere sue forniscon materiali alla storia dei Musulmani di Sicilia; cioè:
Il celebre Dizionario bibliografico di 15,000 opere, quasi tutte arabiche, pubblicato dal Fluëgel, testo e versione latina; dal quale ho cavato tutti i paragrafi su opere di Siciliani, riscontrandoli per lo più coi MSS. di Parigi[104].
E il Tekwîm et-Tewârîkh, ossia Tavola cronologica, scritto in turco e in persiano e tradotto in lingua nostra da Gian Rinaldo Carli[105]. Gli estratti della versione italiana relativi alla Sicilia, furono voltati in latino e pubblicati dal Caruso e dal Muratori, e a ragione lasciati indietro dal Di Gregorio: tanto orribilmente il conte Carli avea saputo sfigurare quella semplice Tavola. Ho trascritto il testo persiano, non avendo potuto capitare la edizione turca di Costantinopoli, dal MS. turco di Parigi, Ancien Fonds 45; e l'ho confrontato con una versione latina del Reiske che v'ha nella Biblioteca di Parigi.
LXVIII. Ibn-Abi-Dinâr (Abu-Abd-Allah-Mohammed-el-Kairewâni) scrisse il 1681 un Kitâb el-Munis etc. (Libro dilettevole sugli avvenimenti dell'Affrica e di Tunis), che corre dai principii del conquisto musulmano fino ai principii della dominazione ottomana in Affrica, e contiene ragguagli topografici e di usanze: sennata e diligente compilazione, ancorchè moderna; nella quale non di rado si fa menzione della Sicilia. Alcuni estratti di questa opera mi furono recati da Tunis per favore del signor Honnegar; e li ho accresciuto notabilmente percorrendo lo esemplare che n'ha la Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe 851. Di questo libro han fatto una versione francese MM. Pellissier et Remusat, nella quale l'autore è chiamato ordinariamente col nome etnico di Kaïrouani[106]: lavoro corredato di ottime note, ma fatto, com'ei sembra, sopra un cattivo MS.
LXIX. Teserif el-Aiâm ec. (Ornamento dei giorni e dei tempi e vita del Malek-Mansur). Il principe di cui si parla è Kelaûn, sultano d'Egitto verso la fine del XIII secolo: il compilatore della cronica non si sa. La Biblioteca di Parigi n'ha il solo volume secondo, Suppl. Arabe 810, splendidissimo MS. fatto senza dubbio per uso della corte di Egitto. Contiene alcune notizie intorno la guerra del Vespro Siciliano, e il testo d'un trattato politico e commerciale tra il Sultano e i principi aragonesi Alfonso re d'Aragona e Giacomo re di Sicilia. Io ho dato la versione italiana di cotesti squarci nella edizione della Guerra del Vespro, Firenze 1851, Documento XXX, p. 588 a 597. Il trattato era stato pria tradotto in francese da M. De Sacy.
LXX. Ibn-Konfûd (Abu-l-Abbâs-Ahmed-ibn-Hasan-ibn-Ali-ibn-Khatîb) nel XIV secolo dettò la Farisîa ec., ch'è parte annali e parte cronica della dinastia hafsita di Tunis. Alcuni squarci ne ha pubblicato M. Cherbonneau, professore d'arabico a Costantina, nel Journal Asiatique, IV série, tomo XII, XIII e XX, con utilissime note. Tolgo dal detto Giornale il testo relativo a due imprese di Cristiani sopra le Gerbe e Mehdia nel 1284. Questa e la precedente opera son messe fuori dell'ordine cronologico, non appartenendo propriamente alla storia dei Musulmani di Sicilia; ma come danno ragguagli su la storia di Sicilia dei tempi susseguenti, così non mi è parso di trascurarle.
LIBRO PRIMO.
CAPITOLO I.
Dai primi tempi della storia infino a noi molte genti straniere vennero a calpestare il suolo della Sicilia: Cartaginesi, Vandali, Goti, Bizantini, Alemanni, Francesi, Spagnuoli, a vicenda fecervi guerra, guastarono, messer su novelle dominazioni e poi dileguaronsi lasciando poche vestigia di sè. Tra tanti rivolgimenti superficiali quattro conquisti mutarono radicalmente il paese: che furono il greco, il romano, il musulmano e il normanno, o meglio direbbesi italiano. Le colonie doriche e ionie, nell'ottavo secolo innanzi l'era volgare, si insignorivano della Sicilia tra per la forza delle armi e dell'intelletto; vi recavano loro schiatta, genio e linguaggio; dirozzavano gli antichi abitatori, gente italica la più parte e avanzo di varii popoli orientali; facean lieta l'isola di città, di monumenti, di colti, di popolazione; fondavano Stati da rivaleggiare con quei della madre patria; correano, come li portava lor mobile natura, or alla libertà or alla tirannide: tra i quali continui travagli fiorirono nella Sicilia greca i più nobili e profittevoli esercizii degli uomini; e nacquervi, ad onor della umanità, Teocrito, Empedocle, Archimede. Il soldato romano poi che uccideva Archimede simboleggia pienamente il secondo conquisto, il quale, con effetto contrario a quel che si vide nelle altre province, in Sicilia distrusse più che non fondasse. Ma nell'ottavo secolo dopo la nascita di Cristo, seguì il terzo rinnovamento della Sicilia, per opera dei Musulmani, i quali avean tocco l'apice di lor subita civiltà; e riforniron l'isola di colonie arabiche e berbere; vi portarono altra religione, leggi, costumi, lingua, letteratura, scienze, arti, industrie, virtù militare e genio d'independenza; in guisa da ritrarre, se non il raffinamento e splendore, al certo l'attività dei tempi greci. Breve del resto il dominio musulmano, nè arrivò a compiere la assimilazione degli abitanti che avea trovato nell'isola. Sfasciandosi da un canto la società musulmana in Sicilia come per ogni luogo, e spuntando dall'altro canto la novella nazione italiana, questa trovò, come per caso, la insegna di ventura, gli egregii esempii d'ardire e gli ordini di guerra dei Normanni: talchè, verso la fine dell'undecimo secolo, passò il Faro sotto la bandiera di quelli; ripigliò la Sicilia, che le appartenea per ragione di geografia e di schiatta; si aggregò le popolazioni cristiane rimastevi, e raccolse i frutti delle proprie e delle altrui virtù. Perchè, sendo pochi i Normanni che le aveano insegnato a vincere, e ad ordinare lo Stato, la nazione italiana, per la ineluttabile maggioranza del numero, assorbì quella forte schiatta, in guisa che a capo d'un secolo ne rimasero appena i nomi di alcune famiglie. Quanto ai Musulmani, parte si dileguò nel seno della società italiana di Sicilia, parte emigrò o fu mietuta dalle spade cristiane. Ed intanto si era mandata ad effetto, sotto gli auspicii del nuovo popolo, l'opera cominciata dagli Arabi quattrocent'anni avanti: la Sicilia tornata a potenza e splendore primeggiò per tutto il duodecimo secolo tra le province italiane; s'insignorì delle parti meridionali della Penisola; e sparse in terraferma molti semi di quel mirabile incivilimento della comune patria nostra che pose termine al medio evo.
La storia delle colonie musulmane di Sicilia, ch'io mi son proposto di scrivere, comprende i due detti conquisti, arabo e normanno, le conseguenze dei quali son visibili infino ai nostri giorni. Principierò con ritrarre le vicende della Sicilia innanzi la venuta degli Arabi, l'origine dello impero musulmano e le condizioni della sua provincia d'Affrica: e ciò darà argomento al primo libro. Nei tre seguenti tratterò la dominazione dei Musulmani su l'isola; nel quinto il conquisto normanno. Nel sesto libro finalmente discorrerò la condizione dei vinti e i fatti ai quali parteciparono sino alla metà del decimoterzo secolo; quando gli ultimi avanzi loro furono trapiantati di Sicilia in Puglia, e la civiltà italiana tramutò ancor sua sede, prima dall'isola alle parti meridionali della terraferma, e poi, fuggendo i capricci dei re, alle gloriose repubbliche ch'eran surte tra il Tevere e le Alpi.
La decadenza della Sicilia greca era cominciata, come avvenir suole, prima della distruzione di sua potenza politica. Le città più grosse, straziandosi in guerra tra loro e ciascuna dentro da sè stessa; snervate dal lusso, ch'è figlio di civiltà ma uccide la madre; e logore, sopra ogni altra cagione, da tre secoli di guerra continua contro Cartagine, presto soggiacquero alla rozza vigoria di Roma (anni 241-210 avanti l'era volgare). Roma usò e abusò gli avvantaggi dell'acquisto; il primo che facesse fuor la Penisola e fin allora il più ricco. Abbattuta tanto più agevolmente Cartagine quanto l'aveano stracca le guerre con la Sicilia; fatto scala di quest'isola ad altre imprese nel Mediterraneo; accattate da lei le prime dolcezze della cultura intellettuale e del viver dilicato, i vincitori non si saziarono che non divorassero la provincia. La chiamarono granaio del popol romano, e sì vollero farne un gran podere e nulla più. Per un verso o per un altro incominciò il suolo siciliano a divenire proprietà pubblica di Roma o privata dei nobili; incominciarono a formarsi in Sicilia come in terraferma i latifondi, che rimasero a proprietarii romani o d'altre parti d'Italia infino al settimo secolo, nè sparvero che al conquisto musulmano. Ma infin dal principio della dominazione romana vasti tratti di terreno si tennero a pascolo; prima degradazione, che si accrebbe affidandosi gli armenti a schiavi marchiati in fronte, ignudi o coperti di ruvide pelli; i quali armati di mazze, spiedi e bastoni, a due, a tre, poi a frotte, si davano a ladronecci per campar la vita; poichè i padroni lor davano, in luogo di salario o vitto, la impunità dei misfatti.[107] Da un'altra mano i cavalieri romani, o, come or diremmo, i cittadini della classe di mezzo, presero in fitto molte terre dell'isola per coltivarle con le braccia d'altri schiavi marchiati, incatenati, chiusi negli ergastoli la notte, menati al lavoro con la sferza.[108] A tal empio sistema d'industria agraria si aggiunse la enormità delle gravezze, che prendeano il quarto, come si crede,[109] del ritratto delle terre, senza contare i balzelli su le altre arti e commercii.
Così arricchiti subitamente i pochi intraprenditori stranieri, rovinati gli indigeni che non godeano i medesimi privilegii di dritto o di fatto, ne doveano seguitare due mali: che la proprietà ogni dì più che l'altro si tramutasse in man dei Romani, e che andassero a precipizio le industrie cittadinesche e sì il commercio con gli altri popoli fuorchè i dominatori. Dal peso e dalla vergogna del giogo nascea quella disperazione universale, che al certo attizzò la prima guerra servile (a. 134-132 av. l'e. v.), e che spinse alla seconda (a. 103-101 av. l'e. v.) non poche popolazioni libere. Pur coteste guerre avevano origine da più antica e profonda iniquità di cui non erano innocenti i cittadini greci di Sicilia. Gli schiavi di tante lingue congregati nell'isola, e forse gran parte siciliani, dopo lungo alternar della fame con la rapina, della abiezione con gli omicidii, si risovvennero della dignità umana, e invocando il cielo che credeano la dovesse vendicare, si adunarono nei più rinomati santuarii, nel tempio di Cerere ad Enna o dinanzi i tremendi altari dei Palici; bandirono la naturale uguaglianza degli uomini; e valorosamente la sostennero con le armi, aiutati più o meno dai cittadini, finchè Roma, che s'intendea meglio di quella ragione, li vinse e sterminò. E mossa dalla prudenza che accompagnava la ferocità sua, l'aristocrazia romana volle rimediare con leggi che rendessero più sopportabile la condizione dei Siciliani: ma non giovò, perchè tal minuta giustizia non troncava la radice del male, e d'altronde non si osservava, per essere elusa e soffocata a Roma dalla prepotenza dei grandi. Già la patria era perduta; già i migliori disperavano di lei. Diodoro, che fiorì l'ultimo tra i sommi ingegni della Sicilia greca e fu il primo scrittore dell'antichità che abbracciasse la storia universale, Diodoro, dopo trent'anni di viaggi e lungo soggiorno a Roma (verso l'anno 45 av. l'e. v.), par sì rassegnato alle sventure della Sicilia, che accettava come vera guarigione un sollievo passeggiero dovuto alla umanità del pretore Asillio. Nè volgare animo ebbe lo storico siciliano, nè poco amore per la patria; ma vedendola perire, par ch'ei se ne confortasse con le ineluttabili leggi dell'umanità che gli lampeggiavano alla mente, e con risguardare ormai il genere umano come unica famiglia, e il popol romano come capo di quella.[110] Dopo la morte di Diodoro seguirono le ultime guerre civili dei dominatori, che fecero campo di battaglia la Sicilia (a. 43-35 av. l'e. v.), e sì la straziarono, che consunta com'essa era dalle cause economiche e morali, non potè risorgere; le antiche e nuove piaghe scoprironsi di un subito. La popolazione delle cittadi scemò orribilmente; moltissime rimasero vôte d'abitatori; abbandonata gran parte dei colti: la terra di Cerere, sì cupidamente presa dai Romani, si era sfruttata nelle mani loro.[111]
Chi abbia mai percorso le splendide memorie della Sicilia greca, o soltanto abbia notato gli avanzi di quella prosperità nelle orazioni di Cicerone contro Verre (a. 70 av. l'e. v.) crederà a stento lo squallore che ingombrò il paese verso il principio dell'era volgare. Pur ne son prova i provvedimenti di Augusto, necessitato ad ovviare alla rovina di parecchie città, e l'espresso attestato di Strabone, uom greco, contemporaneo, sciente delle cose di Sicilia, non sospetto di esagerarne le calamità per calor poetico dell'animo. Cominciando dal lato di levante Strabone trovava sol quattro città: Messina, Taormina, Catania, Siracusa; notando che le ultime due fossero state di recente ristorate da Augusto, e Siracusa ristretta a minore spazio presso la penisola d'Ortigia, in vece dello antico giro di centottanta stadii, troppo ormai agli abitatori.[112] Su la costiera meridionale, continua il geografo, v'ha Agrigento e Lilibeo e il rimanente delle città al tutto rovinate e deserte; nè la settentrionale abbonda di popolazione, ancorchè la si estenda più che le altre due, e vi si veggano Alesa, Tindaro, Cefalù, Palermo colonia romana, e lo Emporio Segestano. Delle città dentro terra ei va nominando Etna, Centorbi ristorata altresì da Augusto, Erice col magnifico tempio scarso ormai di sacerdoti, Enna designata sol come fortezza, Lentini che andava a male; e le altre abbandonate tutte e date ad abitare a pastori. Spaventevole ragguaglio confermato coi nomi delle principali città distrutte, e col dire della grande fertilità del suolo, ma che i prodotti di quello, grani, miele, zafferano, bestiame, pelli, lane, tutto portavasi a Roma, fuorchè quel poco, son le parole di Strabone, che si consuma nell'isola. A compiere il quadro egli accenna alle antiche guerre servili che più o meno ripullulavano, e che ai suoi tempi un Seleuro che si dicea figlio dell'Etna, avesse levato eserciti e tenuto una parte del paese, ma poi vinto e condotto a Roma, aggiugne romaneggiando il geografo greco, ognun l'ha veduto nel circo, esposto in cima a un gran catafalco in figura dell'Etna, il quale aprendosi, com'era congegnato, lasciò cadere il ribelle nelle gabbie delle fiere.[113]
Ma la rivoluzione che oppresse la libertà di Roma, temperò anco i soprusi dell'aristocrazia romana nelle province; tendendo il principato a ragguagliar nella comune obbedienza tutte le classi dei cittadini, e tutte le parti del territorio. Per questo mutato ordine di cose, la Sicilia, come alcuni altri paesi, respirò alquanto; anche mercè i pronti e materiali soccorsi di Augusto ricordati di sopra; limosina la quale dovea accorare i Siciliani più che confortarli, e continuò, per maggior onta, sotto Tiberio e Caligola, da cui fu riedificato alcun monumento dell'isola. Succeduta poi una serie di buoni principi, che fecero dimenticare, con unico esempio nella storia, i vizii del potere assoluto, la Sicilia convalescente arrivò a partecipare di quella prospera mediocrità universale dell'impero romano: parecchi villaggi ingrossati presero il luogo delle città ch'erano distrutte ai tempi di Strabone, e alcuna di queste risorse, o così potè dirsi, perchè un pugno di gente tornava ad abitar tra le rovine. Provan ciò le opere di Plinio e di Tolomeo, e l'Itinerario d'incerta epoca che porta il nome di Antonino: scritti che tornano a un dipresso alla prima metà del secondo secolo. E in vero l'Itinerario accenna novelle stazioni di posta istituite recentemente, e i due geografi, con poco divario l'uno dall'altro, danno una lista di città il cui numero è quadruplo di quel di Strabone e metà di quel che si rinviene appo Stefano Bizantino, erudito di tempi più bassi, che spigolò negli antichi scritti dei Greci.[114] Le quali cifre ancorchè vadan prese ad arcata per la poca esattezza di coteste compilazioni, pur vi si raffigura il precipizio della Sicilia negli ultimi tre secoli che precedettero l'era volgare, e lo scarso ristoro nei primi due secoli che la seguirono.
Scarso ristoro e non durevole; perchè indi cominciò la decadenza universale dell'impero; perchè l'Italia si trovò peggio che le altre province per lo flagello dei latifondi e degli schiavi di che eran pieni; e perchè la Sicilia, divenuta del tutto italiana, fu afflitta più che la Penisola, per essere caduta una parte maggiore delle sue terre nelle mani dell'aristocrazia di Roma. A tal disordine sociale non bastavano a riparare nè la prudenza di Augusto, nè la benevolenza degli Antonini, nè l'equa amministrazione della giustizia, nè la bene ordinata azienda. Pertanto riapparvero gli antichi sintomi nel terzo secolo; e tra quell'universale scompiglio, che suol chiamarsi l'epoca dei trenta tiranni, divampò nell'isola una novella guerra servile[115] (a. 259). Spenti altrove i piccioli tiranni, posata la commozione sociale dell'isola, continuò in tutta Italia l'abbandono dell'agricoltura, continuò lo spopolamento, non ultima cagione delle invasioni dei Barbari. Diocleziano prolungò alquanto la vita dell'impero. Poi la sede passò a Costantinopoli (a. 330); ripassò in Italia alla divisione (a. 395) nella quale la Sicilia appartenne all'impero d'Occidente: ma che potea ormai nuocere o giovare un mero mutamento di forme amministrative alla provincia arsa ed annichilita?
Delle incursioni dei Barbari settentrionali avrò poco da dire. Comparvero la prima fiata in Sicilia quando appena potean temersi ai confini estremi dell'impero. Sotto il regno di Probo, una mano di Franchi, vinti nelle Gallie e trasportati in riva al Mar Nero, trovandovi un'armatetta romana, se ne impadroniano con disegno di tornarsene in Ponente; e nell'arrisicato lor corso dal Bosforo allo stretto di Gibilterra, per necessità e vendetta, saccheggiavano molti luoghi delle costiere, e, tra gli altri, piombati sopra Siracusa, le dettero il guasto, vi fecero una carnificina, e salvi si ridussero finalmente alle Bocche del Reno[116] (a. 278).
Dopo quel turbine passeggiero, consumata la rovina dell'impero occidentale, Alarico, come ognun sa, morì a Cosenza quand'era in punto di assaltare la Sicilia (a. 410); ma Genserico osteggiò Palermo, prese Lilibeo (a. 440), e, sconfitti i suoi Vandali da Ricimero presso Girgenti (a. 456), dopo avere più tosto depredato che occupato l'isola, cedettela per trattato ad Odoacre (a. 476), ritenendo solo il Lilibeo come vedetta da custodire il suo novello reame di Affrica. Odoacre poi regnò su la Sicilia per quattordici anni; del quale ci resta il documento d'una concessione di terre presso Siracusa,[117] e prova com'ei prendesse nell'isola quella che si chiamò la parte dei Barbari. Del resto gli Eruli non passaronvi mai; forse non vi mandarono che qualche picciol presidio: a tale debolezza era condotta la Sicilia! Così ancora, vinto Odoacre dagli Ostrogoti, la si diè quetamente a Teodorico; a persuasione di Cassiodoro, ed a condizione che le città e i campi fossero salvi dalla licenza dei vincitori, dei quali sol venisse nell'isola quel tanto che bastava a munir le fortezze principali. Teodorico, resse l'isola assai più umanamente che i suoi predecessori barbari e non barbari; ma non potè far che si dimenticasse l'origine sua, nè l'eresia ariana ond'era infetto: sì che un semplice romito di Lipari, alla morte del re affermò averlo veduto strascinare all'isoletta di Vulcano, scinto, scalzo, con le mani legate al dorso, ghermito dalle ombre invendicate di papa Giovanni e del patrizio Simmaco, che il precipitarono nel cratere ardente.[118]
Tal nimistà nazionale e religiosa, comune a tutta l'Italia, fe' cadere il regno dei Goti, non guari dopo la morte di Teodorico, e spianò la strada alla dominazione bizantina, che parea meno straniera e che fu portata da Belisario, capitano degno al certo dei tempi più gloriosi di Roma. Dopo l'Affrica, e prima della terraferma d'Italia, Belisario conquistò la Sicilia entro poche settimane, con diecimila uomini al più, per la connivenza degli abitatori: ebbe Catania per un colpo di mano; Siracusa e altre città a patti; Palermo sola per ostinata battaglia; e tornato a Siracusa, capitale dell'isola, entrovvi in trionfo (a. 535), spargendo monete d'oro su la plebe, che potea credere in vero ristorato l'onor di sua nazione, sentendo parlar greco e latino tra i vincitori. La breve guerra di Totila (a. 549-551 ) fu l'ultima incursione dei Barbari settentrionali in Sicilia; i quali non l'avevan tenuto più che ottant'anni; non vi avean posto colonie militari, non vi lasciarono nè progenie, nè istituzioni, nè alcun vestigio. Indi il governo bizantino quetamente ricominciò nell'isola tutti gli abusi del romano, del quale riteneva il nome e le forme; e per un secolo intero che corse dal conquisto di Belisario al regno di Costanzo, la storia di Sicilia non ha altro fatto notabile, che la mutata natura dei legami tra l'isola e la terraferma d'Italia.
La popolazione siciliana per otto secoli avea tenuto tal consuetudine con quella dell'Italia centrale, qual se l'isola si fosse venuta a porre alle foci del Tevere: tanta era la frequenza dei negozii attenenti al governo, ai commercii, e un tempo agli studii liberali, poi alla religione; sempre e più che ogni altra cosa alla cultura delle terre. Le irruzioni degli stranieri infino a Totila nulla mutarono a questo ordine di cose; avendo l'isola con rurale docilità seguíto le sorti della terraferma, nella quale tutti i vincitori vennero a stanziare. Ma nel sesto secolo, il conquisto bizantino e il longobardo, accaduti con sì breve intervallo, scomposero que' legami. Il primo trasferì a Costantinopoli i negozii dipendenti dal governo, ch'erano molti, e importantissima tra quelli l'amministrazione dei poderi della Corona. Il secondo (a. 568-575) divise l'Italia in due parti, una dei vincitori, l'altra dell'impero bizantino; la quale si componea delle isole e di brani in terraferma frastagliati a caso come da tremuoto: la punta cioè della Penisola; alcune strisce di costiera qua e là sovr'ambo i mari; nel centro, Roma con varii pezzi di territorio infino all'Adriatico. Or la parte soggiogata dai nuovi Barbari si trovò naturalmente in guerra col governo bizantino; e più grave effetto era su l'animo d'ogni uom romano il terrore di quegli atrocissimi principii della dominazione longobarda; il macello dei maggiori cittadini, lo spogliamento delle facultà, la profanazione delle chiese, le persecuzioni e sovente il martirio degli ortodossi per man di quegli eretici ariani e dei loro ausiliari idolatri; gli ordini civili distrutti; gli abitatori degradati da ingiuriose leggi; la più parte fatti servi o poco manco. Pertanto ogni comunicazione si chiuse tra la Sicilia e le misere regioni stanza e preda dei Barbari. Al contrario mutaronsi poco o nulla i rapporti materiali della Sicilia coi paesi rimasti al nome bizantino, e i morali si strinsero ed accrebbero. E ciò intervenne per cagion dei molti Italiani che si rifuggivano nelle isole; per la fratellanza che spirava la comune oppressione di tutte le province occidentali dell'impero; e sopratutto per procaccio dei papi, che ormai aveano acquistato grandissimo séguito in Sicilia.
CAPITOLO II.
A creder le pie leggende locali, il cristianesimo ebbe precoci e splendidi principii in Sicilia. San Pietro, dicono, s'affrettò a mandarvi d'Antiochia (a. 44) i primi vescovi: Marciano a Siracusa, Pancrazio a Taormina. Vennero pochi anni appresso, Berillo a Catania, Libertino a Girgenti, Filippo a Palermo, Bacchilo a Messina. I quali tutti perseguitati e persecutori, abbattono tempii pagani, rintuzzano oracoli, uccidono dragoni; Marciano, ascoso nei laberinti sotterranei della capitale, vi compone un altare con l'effigie della Vergine ed è strangolato da' Giudei; Maria e Teja incontrano alsì il martirio a Taormina per serbar castità; e presso lor tombe s'innalza il primo monistero di donne dell'orbe cristiano. Cotesti racconti, ancorchè accettati alla rinfusa nei libri della corte di Roma, furono messi in forse pei principii del decimottavo secolo, da due grandi eruditi siciliani, Giambattista Caruso e Giovanni di Giovanni.[119] Agli argomenti loro parmi da aggiugnere, che gli Atti degli Apostoli, narrando sì minutamente il viaggio di San Paolo a Roma (a. 61 ) e com'egli fosse soprastato per tre dì a Siracusa,[120] non fan parola, secondo lor costume, di correligionarii o amici trovati in quella città; donde al certo non si confermano i fasti di San Marciano. Volgendoci a un altro ordine di critica, basta accennare che le tradizioni dette ripugnino ai fatti generali della storia ecclesiastica del primo secolo; che ci si vegga la gerarchia, non del primo ma del quinto o sesto secolo; anche passando sotto silenzio quel monastero di suore e culto d'immagini. La ignoranza poi di chi scrisse le leggende chiaro apparisce dalla poca o niuna parte che vi si dà a San Paolo, massimo propagator del vangelo nelle schiatte greca e latina.
Egli è probabile che non dall'Oriente ma da Roma venissero in Sicilia i semi del cristianesimo; nè pria delle persecuzioni di Nerone. Del rimanente si può accettare dalle leggende l'itinerario della nuova fede nell'isola, correggendovi sì la cronologia e gli episodii; perchè quel cammino non discorda dalle condizioni dei Siciliani nel primo secolo, e perchè d'altronde si sa come le agiografie contengan sempre, tra molta lega, un po' di buon metallo, e rispettino sopra ogni altra cosa la verità delle notizie geografiche. Il cristianesimo fu, in origine, l'incivilimento degli oppressi; ma non tutti gli oppressi n'erano capaci allo stesso modo. Dovea precorrere alla grossiera fede del volgo lo zelo di spiriti convinti o innamorati: e però in Sicilia quelle speculazioni metafisiche, quei peregrini principii di morale, quella tendenza d'associazione e di carità, non poteano esser compresi che nelle città; dovean trovare accoglienza tra i sottili ingegni greci, prima che nella gente latina più tenace alle realità; doveano durare grandissima fatica a penetrar quella mista e insalvatichita popolazione rurale. I pochi cristiani dell'isola, non vinta per anco la forza d'inerzia delle masse, ebbero a combattere le forze vive del principato, dell'aristocrazia e dei dotti; le quali, vedendosi ormai minacciate dalla nuova potenza che sorgea nel mondo, fecero ogni opera ad abbatterla. Indi per gran tratto del terzo secolo e nei primi anni del quarto, scorreva in Sicilia il sangue dei martiri. Si illustravano allora i nomi, rimasti sì popolari, di Agata, Lucia, Ninfa, Euplio e molti altri; Lentini, culla un tempo della rettorica greca, si rendea celebre per la eroica costanza e numero dei cristiani. Nel medesimo tempo altri discendenti de' Sicelioti si fortificavano nel culto nazionale di Cerere o di Venere Ericina, con gli argomenti di Porfirio, capitato nell'isola per osservare l'Etna e fattovisi a scrivere (verso il 270) un trattato a difesa del paganesimo. Il filosofo Probo da Lilibeo, che visse in quella età, e i molti discepoli ch'ebbe Porfirio nel suo lungo soggiorno in Sicilia, combatterono insieme con lui questa guerra neoplatonica contro il cristianesimo: e i sofismi loro tornarono vani al par che i supplizii a fronte del principio morale dei novatori. Posate le persecuzioni; succeduto alla tolleranza il favore del governo, e al favore uno impetuoso zelo, la più parte dell'isola confessava la fede di Cristo. I sanguinarii editti di Teodosio poi accrebbero per forza il numero dei proseliti; fecero chiudere gli ultimi tempii pagani; e pur non bastarono a sradicare le antiche superstizioni della popolazione rurale. Infino agli ultimi anni del sesto secolo, che appena si crederebbe, se ne scoprono le vestigia in Sicilia, come in Sardegna; poichè le epistole di San Gregorio fan parola di idolatri che il vescovo di Tindaro durasse fatica a convertire, e di schiavi pagani, comperati dai Giudei di Catania per iniziarli a lor setta.[121]
Insieme con la Chiesa Siciliana già adulta, emerse, ai tempi di Costantino, la gerarchia. Ebbe al certo origine popolare in Sicilia come per ogni luogo; ebbe stretto legame con la gerarchia di Roma per la consuetudine che passava tra i due paesi: legame di fraternità sotto la persecuzione, poi di riverenza, infine di soggezione, quando l'ordine ecclesiastico s'informò dall'ordine amministrativo dell'impero. Pertanto fin dai principii del quinto secolo veggiamo chiaramente il vescovo di Roma far da metropolitano nell'isola; consecrare i vescovi di quella; scrivere loro direttamente per gli affari di disciplina; chiamarli a sinodo a Roma; dar licenza per la dedicazione delle basiliche; delegare or uno or un altro all'esercizio di sua giurisdizione nelle cause ecclesiastiche; provvedere alla visitazione delle chiese: il quale ordinamento non fu mutato che nell'ottavo secolo, come innanzi diremo. La riverenza del vescovo di Roma in Sicilia s'accrebbe necessariamente a misura che quel s'inalzava alla supremazia ecclesiastica in Occidente, e che i conquisti dei Barbari lo rendevano protettore di tutto il clero occidentale. E la Chiesa Siciliana seguì senza contrasto tutte le dottrine e riti di Roma: fu provincia quieta ancorchè non ignorante; ausiliare fedele della metropoli, ancorchè non vi sia nato alcuno scrittore di primo ordine nè ortodosso nè eretico. Il clero non par sia stato irreprensibile; del resto non numeroso nè turbolento: pochi al certo i monaci, di regola forse basiliana; e vi si aggiunse una colonia di Benedittini a Messina, se pur v'ha questo di vero in una leggenda che ci occorrerà di esaminare nel quarto capitolo di questo libro.[122]
Ma un altro vincolo fortissimo avvinse la Sicilia al papato in quei bassi tempi; e fu la proprietà territoriale, avanzo dei vasti patrimonii acquistati dai cittadini romani tra con le arti di Marcello e di Verre, o raggranellati ora per gli sforzi d'onesta industria, or con l'usura. Non prima fu lecito alle chiese di possedere beni, che lo zelo dei nuovi convertiti, l'artifizio del clero datosi ad avviluppare le coscienze in una rete inestricabile di peccata, il baratto dei perdoni, l'assiduità al letto di morte sopra animi stemprati dalla infermità agitati da tante paure, la confusione delle opere di pietà con le opere di carità, la eloquenza e dottrina fatte retaggio esclusivo del sacerdozio; tutti questi potenti motivi, moltiplicarono le donazioni e i lasciti pii: e più dopo la occupazione dei Barbari, quando i beni mondani de' vinti divennero sì precarii e sì rinvilirono. Così furono largheggiati alle chiese italiane vasti tratti di terreno in Sicilia, che nel linguaggio dei tempi si chiamavano fondi o masse. La Chiesa di Milano nel sesto secolo possedea nell'isola un patrimonio di questa fatta;[123] un altro n'ebbe la Chiesa di Ravenna;[124] ed uno di gran lunga più dovizioso la Chiesa di Roma, che d'altronde tenea tanti altri poderi in tutta Italia e fuori. Al dir di papa Adriano I, il patrimonio di Sicilia proveniva da donazioni non meno d'imperatori che di privati. Vaste erano le possessioni e sì sparse in tutta l'isola, principalmente presso Siracusa, Catania, Milazzo, Palermo, Girgenti, che talvolta i vescovi di Roma preposero all'amministrazione due rettori che sedeano a Siracusa e a Palermo, come al tempo antico i questori nelle due province, siracusana e lilibetana. Del rimanente un autore bizantino della fine dell'ottavo secolo fa montare il ritratto in Sicilia e in Calabria a tre talenti e mezzo d'oro,[125] classica e incerta cifra statistica. I poderi, come ogni altro dell'isola, si coltivavano da conduttori e rustici, delle quali condizioni di persone tratteremo a suo luogo; notando sol qui che la Chiesa Romana riscuoteva una tassa nei matrimonii dei suoi rustici: strano transatto tra l'antica ragione che avea negato il nome di matrimonio ai congiugnimenti degli schiavi, e la nuova fede che costituivali in sacramento. Molte altre orribili avanie anco pativano i conduttori e rustici della Chiesa; avanie forse comuni a tutta la popolazione rurale della Sicilia, e per lo più aggravate dalla negligente amministrazione di mano morta, com'oggi ben si chiama.[126] Così fatti abusi furono mitigati da San Gregorio al tempo di cui dicevamo in su la fine del capitolo precedente, ed al quale convien che torni la narrazione.
La chiesa di Roma non si potea sottomettere di queto ai Longobardi, flagello della gente latina, e, oltre a ciò, incapaci ad occupare tutta la Penisola com'avean fatto i Goti. Donde, invece di piaggiare i nuovi Barbari, dovea la Chiesa far opera a scacciarli con le armi che fosse in poter suo di muovere, le bizantine cioè e le italiane; dovea rinforzare le bizantine con la riputazione sua in Italia e fuori. Sopratutto, non bastando l'impero a difendere Roma minacciata dai Longobardi e dalla fame, dovea la Chiesa salvar dassè sola la città eterna, le cui tradizioni politiche e religiose faceano aspirare il vescovo al primato in Italia e in tutta cristianità.
Così fatto intento, consigliato al paro dalle passioni e dagli interessi, ma debolmente procacciato dai papi nei primi venti anni del conquisto longobardo, par che infiammasse l'animo di San Gregorio. Uomo di illustre sangue, grande avere, illibati costumi, indole gentile inchinata alla mestizia, dotta a mo' dei tempi ancorchè nemico della letteratura classica che gli puzzava di paganesimo, facile scrittore ancorchè inelegante, pronto parlatore, posato e robusto ingegno, perseverante, saldo nei proponimenti, pieghevole nei mezzi, operoso, insinuante, sottile ricercatore dei fatti altrui, buon massaio dei denari ma non per sè stesso, caritatevole e liberale con accorgimento anzi con astuzia, destro a usare le altrui debolezze e fino gli altrui vizii, ma a buon fine; e pieno il generoso petto di giustizia, di umanità, di religione e di zelo per la Chiesa di Roma: i quali sentimenti diversi gli pareano un solo; sì che in ultimo lo zelo ecclesiastico predominò e soffocò tutti gli altri quando gli si opponeano. Gregorio, primo del nome tra i papi, santo nel calendario romano e grande nella storia, fu specchio di virtù cristiana con quelle macchie di ruggine connaturali per la umana debolezza a tal virtù, le quali crescendo in certi tempi e in certi luoghi hanno occupato e guasto tutto il terso metallo; e n'è nata la bruttura che si chiama volgarmente gesuitismo. Gregorio, pria che il pontificato lo abilitasse a mandar ad effetto il disegno politico che accennai, disperando della vittoria, volle apparecchiare, com'e' parmi, un sicuro asilo alla Chiesa ortodossa di Roma e d'Italia. La virtù delle armate bizantine e il genio dei Longobardi, alieno sempre dalle cose del mare, gli designarono a ciò la Sicilia.
Donde, lasciato appena l'uficio municipale di prefetto per cercare più certa via di potenza in un chiostro di Roma (a. 575), Gregorio fondava del proprio sette monasteri: uno in quella città e sei in Sicilia. Tal disuguaglianza di liberalità non può apporsi a capriccio. Sendo Gregorio nato a Roma, di famiglia romana e amorosissimo dei concittadini suoi che viveano in necessità e angustie spaventevoli, si è cercato di spiegare il fatto in varii modi. Altri ha imaginato ch'ei possedesse beni nell'isola, il che non pare, nè basterebbe. Altri che Silvia sua madre fosse siciliana,[127] il quale supposto è gratuito al par che insufficiente a sciogliere l'enimma. A me pare che il bandolo si trovi negli scritti di San Gregorio stesso. Non prima esaltato al pontificato, lo veggiamo provvedere con estrema sollecitudine che si raccogliessero a Messina i frati calabresi testè cacciati in Sicilia da un novello romore d'armi longobarde; i quali andavano per l'isola miseri e vagabondi.[128] Ora ognun sa che più numero assai di Italiani s'era rifuggito in Sicilia parecchi anni innanzi (a. 576), quando i Longobardi corsero le province di mezzo della Penisola; nel quale scompiglio i chierici recaron secoloro gli arredi delle chiese che poi non voleano rendere:[129] e non è mestieri di citazioni per provare quanta povertà straziasse tutti quegli esuli. Però San Gregorio non potea largire le proprie facultà in opera più caritatevole, nè più utile all'Italia e a Roma stessa, che di aprir loro un ospizio. Quella mente, in quella età, non poteva imaginare altro ospizio che il monastero. I sei che ne fondò bastavano a ricettare, se non tutti gli esuli, almeno i più degni e capaci a disciplinare e agguerrire questo nodo di frati che combattessero su i dubbii confini della religione e della politica; tenessero in Sicilia una propaganda romana contro la sede di Costantinopoli, la quale attraea le popolazioni di linguaggio greco; apparecchiassero séguito alla Chiesa di Roma, venendo alla dura estremità di riparare in Sicilia cacciata dai Barbari; e potessero in fine, secondo gli eventi, ripassare in terraferma a gridar la croce contro gli Ariani. San Gregorio mentr'era privato, com'ei pare, coltivò a questo medesimo intento l'amistà di ragguardevoli famiglie siciliane.[130]
E quand'egli, sforzato o forse secondato dallo amor dei Romani, salì alla cattedra di San Pietro, il disegno su la Sicilia si allargò, come tutti gli altri della sua mente. Non è del mio subietto discorrere di quanto momento fosse stato questo gran Romano sul secol suo con le azioni e con gli scritti; nè ricorderò la conversione di popoli lontani; la riverenza e terrore della religione aumentati; l'autorità civile arrogatasi tra per la influenza che gli usi dei tempi davano ai vescovi e per la lontananza e impotenza dell'impero bizantino; il nome della sede romana esaltato; le arti assiduamente adoperate a ciò or con animo sincero, or con malizia: la morale, cioè, la filosofia, la teologia, la disciplina e ambito del clero, la solenne liturgia, il grave canto, le leggende superstiziose; senza lasciare intentato veruno argomento che potesse scuotere l'intelletto, cattivare l'animo, illudere i sensi. L'effetto generale del pontificato di San Gregorio fu che, aspirando al primato spirituale, ei si accostò necessariamente alla dominazione temporale; dove più dove meno secondo gli ostacoli. Così a Roma e nell'Italia di mezzo il patrocinio suo con l'andare dei tempi divenne principato. Così in Sicilia l'influenza ch'ei volle esercitare ebbe men libero campo, e nondimeno lasciò tante vestigia che i papi, molti secoli appresso, con quella loro prodigiosa tenacità, si provarono a mutarla anche in signoria. L'influenza di San Gregorio in Sicilia passò al certo la più larga misura che potesse darsi al primato ecclesiastico, e si volse a due particolari intendimenti. Un fu lo antico, rincalzato ed esteso, cioè di render la Sicilia cittadella del clero italiano, nella quale il papa fosse padrone degli animi, poichè i corpi li tenea l'impero bizantino. L'altro intendimento sembra di cattar favore, perchè l'amministrazione del patrimonio papale, secondata dai governanti, dagli ottimati e dall'universale, rendesse maggior frutto, da sovvenirne largamente il popol di Roma, chè meglio si difendesse dai Longobardi e sempre più s'affezionasse ai papi.
Quanto premessero a Gregorio le cose di Sicilia si scorge dalla prima epistola che ci rimane di lui per la quale provvide a far adunare ogni anno i vescovi dell'isola a Siracusa o Catania.[131] Seguiron da presso un'altra ad amici suoi siciliani,[132] una che confortava i vescovi siciliani a mescolarsi nelle cause secolari per difendere i poveri,[133] e una che dettò profonde e diligenti riforme nell'amministrazione del patrimonio.[134] Noveransi inoltre più di dugento lettere toccanti la Sicilia, donde appariscono a chiunque i disegni suoi, e la coscienza più sollecita dei disegni che scrupolosa nei mezzi. Indi si vede che San Gregorio diè la caccia a qualche avanzo di Pagani, e allettò al cristianesimo i Manichei e gli Ebrei senza perseguitarli; anzi, quanto agli Ebrei, con una tolleranza mondana al certo, non filosofica. Più rigore usò nelle materie attenenti alla disciplina ecclesiastica; mostrando assai gelosia del patriarca di Costantinopoli; commettendo apertamente ai vescovi di tirare i popoli a passiva obbedienza verso di Roma; procacciando appo i popoli la elezione di fidati suoi alle sedi vescovili. Intese di più San Gregorio a riformare i costumi del clero secolare e regolare; nel qual capo è notevole il divieto di ammettere le donne a voti monastici avanti l'età di sessant'anni, poichè pare da più d'uno esempio che le suore giovani eran sedotte dai preti.[135] E sul punto della morale pubblica, a prendere litteralmente le parole del pontefice, l'opera sarebbe stata malagevolissima o piuttosto disperata, arrivando la corruzione al segno, com'ei diceva, di provocare il cielo a immediato sterminio della provincia: ma ce ne consola l'interesse ed uso ch'egli avea di esagerare; e ne fornisce la prova egli stesso, quando novera tra i peccati più abbominevoli i matrimonii entro il settimo grado, che due righi di dispensa or posson mutare d'incesto in sagramento. Quanto alla venalità degli officiali, San Gregorio la biasimò e la alimentò, facendo lor porgere le solite mance nei negozii del patrimonio. Con ciò patrocinava i privati appo i magistrati, largiva limosine, sovveniva questo e quello con pensioni, facea deporre il governatore Libertino che avea vietato innanzi la esaltazione sua di portar grani di Sicilia a Roma; al quale fu surrogato un Giustino, amico o ligio del papa. Più degno uso fece San Gregorio del credito che avea a corte di Costantinopoli, ricordando gli aggravii degli officiali dell'azienda imperiale in Sicilia, Sardegna e Corsica, la disperata condizione di quei popoli, e quanto errore fosse di esaurire le isole a furia di balzelli, sperando con quel danaro carico di maladizioni alimentar la guerra nella terraferma d'Italia. Infine la riforma nell'amministrazione del patrimonio papale in Sicilia va lodata di prudenza e umanità; poichè mirava ad accrescere la rendita levando a un tempo il biasimo di molestare ingiustamente i possessori vicini e di spolpare i proprii coloni. Noi ne discorreremo più partitamente trattando della condizione degli abitatori delle campagne, e diremo allora di uno errore di San Gregorio che qui vuolsi accennare. Il quale fu che, in contraddizione coi principii del cristianesimo e con le proprie azioni sue, mantenne in Sicilia la schiavitù, mentre combatteala in terraferma, e limitò la libera scelta nei matrimonii dei coloni.[136]
Tale è la somma delle cose operate da San Gregorio in Sicilia, con ambito e benevolenza; e pur con grande avvantaggio dell'isola. Ei conseguì lo effetto di trarne il danaro e il grano che aiutarono a mantenere Roma. Conseguì parimenti una smisurata riputazione in Sicilia per sè stesso e per la Chiesa di Roma; la fondazione di grande numero di monasteri col danaro dei privati, stimolati dal suo esempio; e l'aumento della dottrina e splendore della Chiesa Siciliana. In fatti, nel corso del settimo secolo i monasteri di Sicilia rivaleggiarono con quei di Roma per ricchezza, numero di frati e onore degli studii; sopratutto del canto ch'era sì in voga dopo i tempi di San Gregorio, e, com'e' pare, anco della sacra letteratura greca che in Sicilia si potea coltivare meglio che a Roma. Pertanto in quella età salivano al trono pontificale il pio Sant'Agatone (a. 678), il dotto e caritatevole San Leone II (a. 682), Conone (a. 686), Sergio (a. 687), e poi Stefano IV (768), dei quali Conone educato in Sicilia, e gli altri tutti siciliani. La Chiesa di Antiochia ebbe in quel torno due patriarchi siciliani: Teofane abate del monastero di Baya presso Siracusa (a. 681), e Costantino diacono della medesima città (a. 683).[137] Nè prima nè poi toccò alla Sicilia tanta partecipazione nei negozii della Chiesa universale. L'impulso di civiltà, chè tale era questo al certo nei bassi tempi, dato da San Gregorio, durò in Sicilia fino al tempo che l'isola, tolta alla giurisdizione del papa, ubbidì al patriarca di Costantinopoli. Ed allora il merito degli ecclesiastici siciliani si fe' strada nella nuova metropoli: onde troviamo Metodio siciliano salito a quella sede patriarcale; e Gregorio Asbesta vescovo di Siracusa, San Giuseppe Innografo e altri Siciliani, segnalarsi nelle aspre contenzioni religiose del nono secolo, sì come innanzi dirassi.
CAPITOLO III.
Mentre San Gregorio gittava le prime fondamenta della potenza temporale dei papi, un giovane pien di virtù meditava in Arabia su i principii d'una novella religione. La gente ond'ei nacque era in via d'uscire dalla barbarie. Aveva avuto, per vero, l'Arabia, in tempi remotissimi, un periodo di potenza e anco d'incivilimento. Questi s'erano sviluppati, a dispetto della natura, tra un clima ardente e un suolo penuriosissimo d'acque, sì che v'era impossibile ogni agricoltura, fuorchè in qualche lista di terreno; impossibile il soggiorno di grosse e raccolte popolazioni; negato alla più parte degli abitatori tutt'altra vita che la nomade. Donde non è maraviglia se la potenza politica si dileguasse dall'Arabia forse in tempo assai breve, come poi avvenne a quella fondata da Maometto. Dello incivilimento rimase qualche avanzo, nelle sue sedi principali: a settentrione cioè e tra ponente e mezzogiorno, ov'è più fecondo il terreno e l'Oceano tempera l'aere e agevola il commercio. Scomparvero fin anco quegli antichi popoli; dei quali altri emigrò come i Fenicii, altri decadde e menomò, altri, sterminato per violenta catastrofe, lasciò vaghe rimembranze di umana superbia, di abominazioni, di provocata vendetta del cielo.
Così durante il corso delle due civiltà greca e romana, e infino al settimo secolo dell'era volgare, l'Arabia fu poco tenuta in conto tra le nazioni. In questo periodo veggiamo nella penisola due schiatte principali. La più antica, detta di Kahtân dal vero o supposto progenitore, forse il Iectan della Bibbia, occupava le parti meridionali, ossia l'Arabia Felice degli antichi e principalmente l'angolo tra ponente e mezzodì, il Iemen, come il chiamano gli Arabi. Era schiatta mista, parlante due lingue, l'una delle quali analoga all'arabo, e l'altra no; divisa tra la vita nomade e la vita stabile: e le popolazioni stabili, dove date all'agricoltura, dove raccolte in cittadi e intese al commercio, alla navigazione, ad industrie cittadinesche; la parte più opulenta della nazione per molti secoli soggetta dove a piccioli principi, dove ad unica monarchia, in ultimo a due successive dominazioni straniere. Varie tribù erranti di cotesta schiatta, dopo soggiorno più o men durevole nell'Arabia di mezzo, come se lor indole le sforzasse ad accostarsi alla civiltà, se ne andarono verso il settentrione. Quivi fondarono due Stati: l'uno in Mesopotamia che si addimandò il reame di Hira, prima tributario, poi provincia della Persia; l'altro presso la Siria. E questo ebbe per sede Palmira; si illustrò coi nomi di Odenato e Zenobia; e, distrutta Palmira, le tribù, senza soggiornare altrimenti in grosse città, furono note sotto la appellazione di Ghassanidi: comandate alsì da un principe; soggette sempre all'impero romano, il quale occupò anche qualche città della Arabia settentrionale, Petrea, come la dissero i dominatori. L'altra gente prese il nome da Adnân, tenuto discendente di Ismaele. Più compatta della prole di Kahtân, parlava unica lingua; tenea l'ingrato e vastissimo terreno delle regioni centrali. Pastori nomadi o mercatanti di carovana, gli Ismaeliti non ubbidirono a principi; vissero nella rozza franchigia della tribù, anche que' ch'ebbero stanza ferma là dove il luogo ne concedea. Gli stranieri non s'invogliarono giammai di soggiogarli; nè essi l'avrebbero sofferto, se non che alcuna tribù riconobbe, di nome e per poco, i monarchi del Iemen, o i Persiani.
Considerati così gli abitatori dell'Arabia secondo il legnaggio, i due tronchi parranno dissimilissimi l'uno dall'altro; si comprenderà perchè si oltraggiassero a vicenda; perchè la nimistà della schiatta durasse fin sotto la potente unità dell'islamismo, fino alle remote spiagge dell'Atlantico, ove le portò insieme la vittoria. Ma se si riguardi ai costumi piuttosto che al sangue, si troveranno da una banda i soli cittadini e agricoltori del Iemen, dall'altra il rimanente di Kahtân e tutta Adnân; il grosso della nazione arabica, non ostante l'antagonismo di schiatta, comparirà ridotto ad unica stampa dalla vita nomade. La qual condizione sociale, immutabile come i deserti ove errano le tribù, è notissima per tanti ricordi univoci, da Giobbe infino ai viaggiatori d'oggidì: libri sacri, poesie, istorie, romanzi, osservazioni di dotti europei. E vuolsi da noi studiare, perchè, conoscendo gli ordini delle tribù, si spiegheranno agevolmente le vicende della nazione arabica in tutti i tempi e in tutti i luoghi.
La tribù nomade, o, come dicon essi, beduina, che suonerebbe appo noi campagnuola, è saldo corpo politico senz'altri legami che del sangue, senz'altra sanzione penale che la vergogna e il timore dell'altrui vendetta e rapacità. Quivi l'unità elementare delle società non è l'individuo, ma sì la famiglia; nè risiede vera autorità che nel capo della famiglia. Ei comanda assoluto ai figliuoli e a lor prole; agli schiavi fatti in guerra o comperati; ai liberti che rimangono in clientela; agli affidati, uomini stranieri e liberi venuti a porsi sotto la sua protezione: ei li nutrisce, li difende dall'altrui violenza, e, quando ne recassero ad altrui, ripara il torto o affronta la vendetta. Nel numero e zelo de' suoi sta la forza del capo; la ricchezza nei servigii loro, negli utensili e negli armenti: nè è mestieri autorità di legge a mantenere insieme tal corpo.
Fuori dalla famiglia cominciano le associazioni: volontarie al tutto; ma seguon anco la parentela. Così varie famiglie fanno un circolo, come lo chiamano gli Arabi dall'uso di piantare in cerchio lor tende; al quale è preposto uno sceikh, o diremmo noi anziano, più tosto che eletto, designato senza forme di squittinio dalla riputazione della persona e importanza della famiglia; talchè l'ufizio spesso diviene ereditario per molte generazioni. È capo fittizio della parentela: magistrato senza impero sopra i privati; senz'arbitrio nelle cose comuni del circolo, nelle quali dee seguire il voto dei padri di famiglia. Infine lo sceikh rappresenta, come oggi direbbesi, il proprio circolo nella tribù. La quale unisce insieme varie parentele di un medesimo legnaggio; ordinata alla sua volta come il circolo, guidata da un capo, che vien su tra accordo e necessità come quello del circolo, e regge le faccende comuni della tribù: mutare il campo, far guerre o leghe; sempre con l'assentimento degli sceikhi, fors'anco di altri potenti capi di famiglia. Suole altresì capitanare gli armati della tribù nelle scorrerie e zuffe; ma talvolta, e più spesso oggi che nei tempi andati, il condottiero è scelto a posta.
Tale è loro gerarchia, politica insieme e militare, chè mal si distingue appo i Beduini. Ordini civili, che meritino il nome, non ve n'ha. La forza mantiene la roba quando non vi basti il credito della famiglia; e se la forza non può, il furto divien legittimo acquisto. Un po' più efficace la guarentigia delle persone; perchè il circolo e la tribù vi si sentono tenuti in onore, e più volentieri pigliano le armi a vendicare il sangue, o contribuiscono con le facoltà a pagare il prezzo di quello ch'abbia sparso alcun de' loro. Il quale compenso, assurdo e iniquo in una civiltà, umano nella barbarie, è in uso da antichissimi tempi in Arabia, come nel medio evo in Europa, ove il portarono i nomadi del Settentrione; ma gli Arabi, men pazienti di freno che non sieno mai stati i popoli germanici, non soleano accettare il prezzo del sangue se non che esausti dopo lunga vicenda di omicidii. Le multe per omicidio, troppo gravi ad una sola famiglia, troppo fastidiose a tutta la tribù, si soglion fornire dal circolo; il quale indi si direbbe società di assicurazione scambievole nei misfatti: e può cacciar via gli uomini rotti; ond'essi rimangono senza mallevadore nè protettore, veri sbanditi.
Sembra ancora che tra la famiglia e la tribù talvolta si trovino parecchi gradi d'associazione intermediaria, per cagion della disuguaglianza grandissima che v'ha nel numero degli uomini delle tribù: chè se ne conta di poche centinaia, ovvero di migliaia, quasi popolazione d'una provincia. Il corpo politico indipendente che noi diciamo tribù, o, per prendere una similitudine molto ovvia, il ramo staccato dall'albero, si appella in arabico con nomi diversi,[138] secondo che si discosti più o meno dal tronco l'inforcatura ov'è tagliato il ramo: poichè ogni frazione di tribù consanguinea si accompagna alle altre o se ne spicca a suo piacimento nei liberi campi del deserto.
Non è mestieri aggiugnere qual divario corra tra le famiglie in punto di ricchezza; consistendo questa in proprietà mobili, e di più mal difese contro gli uomini e peggio contro i fenomeni della natura. La disuguaglianza del numero di uomini, avere, valore e riputazione delle famiglie in una nazione che sta sempre in su la guerra e osserva con tanta religione i legami del sangue, porta necessariamente la nobiltà ereditaria. V'ha inoltre la riputazione di nobiltà di una tribù, o circolo sopra gli altri, poichè tra loro quella che noi diremmo cittadinanza si confonde con la parentela. La forma di governo della tribù torna all'aristocrazia, ma larga; temperandola il nome comune, la familiarità patriarcale, il bisogno continuo che i grandi hanno della gente minuta, la agevolezza di sottrarsi a un governo troppo duro, la semplicità e rozzezza dell'ordinamento sociale. Perciò di rado si vede degenerare in oligarchia e quasi mai in principato.
Gli ordini della tribù nomade informano le popolazioni stanziali, nate quasi tutte da quella, poste in mezzo ai Beduini, costrette a comporre con essi per danaro o sopportare le scorrerie, e avvezze a chiamare in lor divisioni quegli agguerriti vicini. Le abitazioni fisse dell'Arabia centrale sono stanze di commercio o ville di agricoltori; concorronvi uomini di altre schiatte arabiche, concorronvi stranieri, e il reggimento talvolta si riduce nelle mani di pochi e anco vi prevale un solo: effetto necessario della proprietà più certa, delle plebi vili e mescolate, della fatalità della umana natura che si stempera quando sta in riposo. Nondimeno sendo le armi in mano delle tribù libere, la servitù non può allignare troppo tra i cittadini.
Per le medesime cagioni le fattezze e costumi, ancorchè diversi, pur in molti punti si rassomigliano. I figli del deserto hanno alta statura, corpi robusti, asciutti, puri lineamenti della schiatta caucasica in volto, barba non troppo folta, bellissimi denti, sguardo sicuro, penetrante; avviluppati la persona in ampie vestimenta, coperti la testa e il collo con bizzarra foggia di cuffia,[139] chè da loro par ne venga tal voce; vanno alteri al portamento, maneggian destri le armi, padroneggiano i cavalli, animale amico loro più che servo; traggono vanto dalla rapina; impetuosi nell'ira, tenaci nell'odio, ospitalissimi, leali alle promesse; ardenti nell'amore che merita il nome; son contenti per lo più d'una sola moglie, la comprano, la ripudiano, ma li ritiene di maltrattarla troppo il rispetto della parentela di lei; nè tengon chiuse le donne, nè appo loro la gelosia vieta le oneste brigate con donzelle, nè i teneri canti e i balli. Tra la libertà della parola, l'uso alla guerra e la compagnia del sesso più delicato, si comprende perchè i Beduini sentano sì altamente in poesia. La gente delle città, meno schietta di sangue, anco per cagion dei figliuoli che han da schiave negre, men forte, usa turbanti e fogge di vestire più spedite e di pregio, e con ciò non pare svelta nè elegante al par de' Beduini; unisce le passioni violente con la frode; le tenere non conosce, ma la libidine; usa poligamia, divorzii, concubine; sprezza e tiranneggia le femine, quando il può senza pericolo; sempre le allontana da' ritrovi; cerca in vece gli stravizzi: in ogni cosa mostra il predominio dei piaceri materiali sopra quei dell'animo. Tali i cittadini i cui costumi più discordino dai nomadi. Ma v'ha gradazioni tra gli uni e gli altri. Le popolazioni mercatantesche, stando sempre in cammino, partecipano del valore e sobrietà dei Beduini. Similmente le famiglie nobili delle città amano a imitare i guerrieri della nazione; e alcune usano mandare a balia i figliuoli appo le tribù del deserto, nelle quali sono educati fino all'adolescenza. Son poi virtù comuni a tutta la schiatta arabica la liberalità, l'ospitalità, il coraggio, l'audacia delle intraprese, la perseveranza; vizii comuni la superstizione, la rapacità, la vendetta, la crudeltà; tutti han pronto ingegno, arguto parlare, inclinazione alla eloquenza ed alla versificazione.
Riducendoci adesso al secolo che corse avanti la nascita di Maometto, si ponga mente a ciò, che la popolazione stanziale era meno frequente nell'Arabia di mezzo e men corrotta forse che in oggi; che la popolazione nomade vivea a un di presso nelle medesime condizioni presenti; e ch'entrambe riscoteansi insieme per quell'influsso che par sorga di epoca in epoca a rinnovare le nazioni. Lo suol rivelare al mondo il canto dei sommi poeti. Lo ravvisa la storia, nell'alacrità e brio universale d'una generazione innamorata d'ogni forma del bello; aspirante alle vie del sublime vere o false che fossero; arrivata a squarciare qua e là la ruvida scorza della barbarie che pur le resta addosso. La storia poi facendosi a spiegar così fatto commovimento non può trovar cagioni che appieno le soddisfacciano, e se ne sbriga con parole: ora il moderno gergo di avvenimenti provvidenziali e uomini provvidenziali, or la metafora della vita umana applicata bene o male allo sviluppo dei popoli.
Varii fatti par ch'abbian portato tal periodo in Arabia. Prima operò lentamente la industria dei mercatanti, i quali soleano trasportare le derrate dell'Affrica meridionale alle ricche contrade bagnate dallo Eufrate e dal Tigri, o quelle dell'India alla Siria; in guisa che lor carovane tagliassero in croce la penisola arabica da ponente a levante e dal mare di mezzogiorno a' confini del deserto a settentrione. Andavano, com'eravi men penuria d'acqua, lungo le due catene di montagne, l'una parallela al Mare Rosso, l'altra perpendicolare che si spicca dalla prima nell'Hegiaz, provincia ove sursero la Mecca e Medina. Verso il sesto secolo, sia per la decadenza dell'impero romano, e però della navigazione nel Mare Rosso ch'era stata aumentata dai Romani, sia per le vicende delle guerre che difficultassero i traffichi in su l'Eufrate, il commercio dell'India trovò più agevole che la via dei due golfi il lungo e faticoso tragitto dell'Arabia. Si accrebbero indi i guadagni dei mercatanti dello Hegiaz, le comunicazioni con popoli più inciviliti, la popolazione e attività del paese. Da un'altra mano gli Stati arabi d'Hira e di Ghassan, intimamente uniti l'uno alla Persia, l'altro a Costantinopoli, apprendeano molte parti di civiltà; e se ne spargea qualche barlume nelle tribù dell'Arabia centrale, comunicanti con Hira e Ghassan, e anco a dirittura coi due imperii, mescolandosi talvolta nelle continue guerre di quelli. A mezzo il sesto secolo accelerossi tal movimento per le relazioni di Giustiniano con l'Abissinia, i conquisti di Cosroe Nuscirewan, e la venuta degli Abissinii nel Iemen: poi il maraviglioso progredimento materiale dello impero persiano, l'occupazione del Iemen, resero popolare in tutta l'Arabia il nome dei Sassanidi e l'ammirazione di loro possanza e civiltà. Ma da tempo più lontano varie colonie ebree avean cominciato a venire in Arabia or fuggendo la dominazione straniera, destino implacabile di lor sangue, or attirate da quel fino lor sentimento dell'utilità commerciale. Gli Ebrei recavan seco loro il genio dell'industria, i ricordi d'un antico incivilimento e le teorie d'una religione spirituale; e, contro lor costume, davan opera a far proseliti per mettere radice nel paese. Notabili anco furono i progredimenti del cristianesimo. Non portava colonie, se non che qualche mano di ostinati spinti dalle chiese ortodosse a cercare asilo in estranei paesi. Ma scuoteano gli animi fortemente quel focoso zelo dei missionarii, quei principii sì efficaci a dissodare ogni terreno inculto, e la virtù della parola di che son lodati parecchi Arabi cristiani; sopra ogni altro il vescovo Kos, vivuto alla fine del sesto secolo e passato in proverbio come il più eloquente oratore della nazione. Il cristianesimo si sparse molto più nella schiatta di Kahtân e nelle due estremità della penisola, che nel centro e presso la schiatta di Adnân.
Per tal modo nascea tra la rude aristocrazia degli Arabi una età eroica che non impropriamente si è detta di cavalleria. Cominciano ad apparire atti di magnanimità nella guerra; alcune tribù si danno giorno e luogo al combattere; cavalieri escon dalle file a singolar tenzone: nella rotta, nelle più crude nimistà, offron asilo inviolato ai vinti le tende degli stessi vincitori; spesso in vece di mettere a morte il nemico abbattuto, i forti gli tosano i capelli della fronte e lo mandan via; le compensazioni degli omicidii, dopo provato il valore, più volentieri s'accettano; è consentita una tregua di Dio in certi tempi dell'anno. E allora le tribù nemiche seggono insieme al ritrovo di Okâz e altri di minor fama, fiere annuali insieme e accademie di poesia; quivi alcuna volta i guerrieri depongono le armi presso un capo, perchè lor indole impetuosa abbia meno incitamento alle risse; e quegli, vedendo non poter evitare la rissa, la prima cosa si affretta a rendere le armi ai nemici della propria tribù. Altrove quattro valorosi fanno tra loro un giuramento di difendere gli oppressi dall'altrui violenza, senza guardare a persona; e chiamasi dai nomi loro la lega dei Fodhûl: egregio esempio imitato poscia alla Mecca. Così la forza cominciò a parteggiare pel dritto. E, maggiore progredimento, si rinunziò tal volta all'uso della forza: famiglie rivaleggianti nel principato delle tribù, anzichè correre alle armi, venivano sostenendo lor nobiltà con dicerie e versi; rimetteano il giudizio ad arbitri stranieri, come nelle corti d'amore del medio evo.
Indi si vede che insieme coi costumi più generosi apparivano gli albori della cultura intellettuale. Fa ritorno nell'Arabia centrale la scrittura, che ormai vi si tenea com'arte ignota; ma pochissimi l'apprendono; difficilmente si pratica su foglie di palma, liste di cuoio, ed ossa scapolari de' montoni; si adopera a perpetuare qualche atto pubblico, non a conservare le produzioni dell'ingegno; le quali raccomandansi tuttavia alla memoria dei raccontatori, prodigiosamente rafforzata dall'esercizio, e che parve per lunghissimo tempo più comoda e sicura che le carte scritte. Avanti questa età gli studii degli Arabi, se studio può dirsi il brancolare di barbari ciechi dell'intelletto, non erano altro che le osservazioni degli astri applicate empiricamente alla meteorologia e i ricordi delle genealogie, e geste degli eroi. A poco a poco rischiarandosi ad una medesima luce tutte le regioni intellettuali, la saviezza pratica si affinò in filosofia morale; si cercò dietro le superstizioni qualche idea astratta, fallace forse ma grande; si meditò su le origini e arcane leggi del mondo; s'intese disputare di predestinazione, di libero arbitrio; sursero scettici che rideansi dei numi di lor tribù e della vita futura; si vide il poeta guerriero Imr-el-Kais gittare in faccia all'idolo di Tebala le frecce con che gli avean fatto tirare la sorte. Ed epicureggiavano più che niun altro i poeti: donde seguì un bizzarro contrasto con la letteratura contemporanea dei Greci e Latini, i quali, non sapendo ormai cavare una scintilla di genio da' loro tesori letterarii, dettavano ponderose omelie, o scipiti inni sacri; mentre gli Arabi ignari improvvisavano poesie spiranti la indifferenza filosofica di Lucrezio e il sentimento estetico di Omero e di Pindaro. Perchè prima degli altri esercizii dell'ingegno fiorì appo di loro, come necessariamente dovea, la poesia. Ai poeti classici dell'Arabia, nati in questo tempo, non s'agguagliò nessuno delle età precedenti nè delle seguenti; nè la eccellenza dei pochi imponea silenzio ai moltissimi mediocri. Per tutte le tende suonavano in versi i vanti, così chiamarono la poesia che noi diremmo eroica, vanti di nobil sangue, di valore, di liberalità; si celebravano la bellezza, gli amori, le guerre, le cacce, le corse dei cavalli; o la satira aguzzava il pungolo contro un uomo o una gente. E cento e cento lingue andavan ripetendo i versi del poeta ch'avea il grido: i grandi lo temeano sì da comperarne a caro prezzo il silenzio o la lode; la tribù facea pubbliche feste quando saliva in fama il suo cantore: alla accademia di Okâz il poema coronato, come noi lo diremmo, si trascrive a caratteri d'oro, e si sospende alle pareti del tempio.
Lo studio dell'eleganza nel dire, dalla poesia passò alla prosa; e lo promossero le tenzoni di nobiltà alle quali abbiamo accennato, e i sermoni degli Arabi cristiani; poichè il parlare in pubblico è la vera e unica scuola dell'eloquenza. Seguì ancora il perfezionamento della lingua e si sparse nell'universale un gusto per le bellezze della parola, non raffinato al certo come quello degli Ateniesi nel secolo di Demostene, ma forse non meno caldo e vivace. Così fatta disposizione estetica degli Arabi favorì assai l'apostolato di Maometto. Dagli esempii che ci avanzano, messo anche da parte il Corano, par che i pregii della eloquenza arabica in quel tempo fossero stati la purità della lingua, l'argutezza dei concetti, la vivacità delle imagini, il laconismo. E gli Arabi si vantarono sempre, tanto profonda era la loro ignoranza, di avanzare ogni altro popolo nell'arte della parola!
Tali principii ebbe il risorgimento della schiatta arabica nel secolo avanti Maometto. Al par che in tutte le età eroiche, la barbarie non avea per anco ceduto il campo. Stolide millanterie, brutali oltraggi provocano al sangue ad ogni piè sospinto; e il sangue chiama alla vendetta. Il gioco e il vino non fan rossore agli eroi. Appare stranissima intanto la contraddizione dei costumi nella condizione delle donne, le quali or disputano ai sommi la palma della poesia, reggono una casa col consiglio, e libere e adorate spirano sentimenti da romanzo; or son avvilite da patti di concubinaggio temporaneo, e talvolta venendo al mondo, si tengon peso della famiglia, pericolo dell'onore di quella, e i padri le seppelliscon vive. Allato a tanta abominazione, indovini e sibille; consultati dalle tribù nelle più gravi fortune; presi per arbitri dalle famiglie, anco quando ne va l'onore: l'universale crede al fascino, adopra sortilegii; chi spia il volo degli uccelli, chi legge l'avvenire intrecciando ramoscelli d'alberi, chi sorteggiando frecce senza punta. Donde a leggere i ricordi dell'Arabia in questo tempo si veggono confuse l'una con l'altra le fattezze dei periodi istorici analoghi che meglio conosciamo: dei tempi omerici, dei primi secoli di Roma e del medio evo. Alla cavalleria dell'Arabia non mancarono infine nè la moltiplicità dei protettori celesti, nè una città santa, nè il pellegrinaggio.
Le credenze religiose degli Arabi, ancorchè mal ferme, diverse d'origine, e niente connesse tra loro, davano appicco a un riformatore che imprendesse di ridurle ad unità. Primo avviamento a questo la idea d'un nume supremo; antichissima tradizione semitica, la quale appo gli Arabi mai non si dileguò, quantunque turbata dal politeismo. Credeano a una vasta popolazione d'esseri invisibili come i demonii degli antichi Greci, e chiamavanli Ginn che risponde alla nostra voce genii. Correa tra loro altresì una vaga speranza della immortalità dell'anima, non insegnata da metafisica nè da teologia, ma dalla superstizione, scuola senza dispute: e affermava che dal cerebro del trapassato escisse un gufo, il quale, sendo stata violenta la morte, non cessasse fino alla vendetta di mostrarsi ai parenti gridando: “ho sete, ho sete.” In altre pratiche superstiziose è agevole altresì di scoprire l'aspettativa della risurrezione.
Molti erano gli obietti del culto: idoli di pietra o di legno in sembianze umane, diversi nelle diverse genti; anco il sole, la luna, le costellazioni, simboleggiate da idoli o no; credute angioli, o com'essi diceano, le figliuole di Dio. Ma comechè amassero meglio praticare con cotesti iddii minori, visibili e palpabili, più pronti ad entrar nei particolari, ad ascoltare, a rispondere, ad aiutar l'uomo in ogni aspro caso della vita, pure la unità del culto e del Dio era serbata nella usanza antichissima che portava le tribù al pellegrinaggio della Caaba, la quadrata, come suona tal voce; la casa di Dio, come diceano gli Arabi anco avanti lo islamismo. Vaghe tradizioni ne riferivano la riedificazione ad Abramo e ad Ismaele; la prima fondazione a niuna mano mortale, poichè il rozzo tempio scese intero dal cielo. In prova se ne mostrava, e mostrasi tuttavia, un frammento: la pietra negra incastrata nell'angolo orientale del santuario; e nulla toglie che la tradizione riferisca il vero, e che la sacra pietra sia un pezzo di areolite o prodotto di eruzioni vulcaniche, sapendosi che ne siano avvenute in varii tempi alla Mecca. I mercatanti che fabbricavano questa città presso il tempio, coltivarono la proficua superstizione; istituirono sacerdoti, sagrifizii d'animali e riti di girare attorno la Caaba; e dettervi albergo a tutti gli idoli delle tribù, sì che divenne il panteon della nazione. E invano i cristiani abissinii, conquistatori del Iemen, faceano venire artefici di Costantinopoli, edificavano di marmi la splendida chiesa di Sana', mandavano la grida per invitar le tribù a quel nuovo pellegrinaggio; e fin moveano con un esercito per spiantare il rivale santuario della Mecca. Un miracolo lo salvò: fu esterminato lo esercito cristiano, forse dal vajolo e dalla rosolia che allor comparirono per la prima volta in Arabia. Il culto della Caaba divenne pertanto vero legame nazionale della schiatta arabica, e ne fe' come capitale la Mecca; i cui sacerdoti ordinarono un calendario con le stesse denominazioni di mesi che son rimaste in uso appo i Musulmani; regolarono la tregua annuale, primo passo all'unione della schiatta. E vicendevolmente si ripercossero in quel centro commerciale e religioso, le opinioni che germogliavano per tutta la penisola, recate da culti stranieri: il giudaismo, cioè, e il cristianesimo dei quali ho detto; e due di assai minor momento, cioè il magismo professato da qualche tribù del Golfo Persico, e il sabeismo, mistura d'una pretesa rivelazione e del culto de' corpi celesti, credenza antichissima che dura fin oggi, ma par non abbia giammai saputo accendere di zelo i settatori. Dond'egli avvenne che mentre l'universale degli uomini aspirava al perfezionamento morale e intellettuale appartenente ad età eroica, alcuni cittadini della Mecca lo cercarono a dirittura nella religione. Verso la fine del sesto secolo, un dì festivo in cui i Meccani tripudiavano intorno a loro idoli, quattro spiriti eletti si trassero in disparte; compiansero gli errori del volgo; diffidarono dei proprii ragionamenti, e si promessero di andare per estranei paesi in traccia della vera fede d'Abramo. Le non sospette tradizioni musulmane aggiungono che que' savii in lor viaggi profondamente studiassero la Bibbia, il Vangelo, il Talmud; conversassero coi dotti delle tradizioni giudaica e cristiana: e che al fine tre di loro si facessero cristiani; l'altro tornato in patria, perseguitato come novatore, spinto in esilio, perisse dopo parecchi anni, mentre ansioso correa di nuovo alla Mecca ad ascoltar la parola di Maometto.
Lo sviluppo di una nuova religione, apparecchiato da coteste condizioni di cose, fu favorito dalla forma del reggimento politico della Mecca. Questa città era stanza di parecchi rami della schiatta di Adnân; tra i quali a poco a poco prevalse la tribù dei Koreisciti, mercatanti, come si vuol che significhi il nome: e certo lo meritavano per essere, più che niuna altra gente, solerti e intraprendenti nei traffichi. Un Kossai, koreiscita, impadronitosi del sacerdozio della Caaba, chiamò alla Mecca altri rami di sua tribù; cacciò o assoggettò le vecchie genti, che di allora in poi veggiamo sempre confederate o clienti di case koreiscite; e sì ridusse la potestà politica in un consiglio degli anziani koreisciti detti Sâdât, ossiano i signori;[140] aristocrazia, della quale ei si fe' capo, e come principe della città. Chiara mi sembra la distinzione del potere esecutivo e del legislativo nella rozza repubblica della Mecca; sottile forma di reggimento, che parrà stranissima in uno Stato ove non era potere giudiziario, nè magistrati civili o penali; ma le costumanze universali delle tribù spiegano cotesta anomalia. Alla morte di Kossai i discendenti di lui si contesero, e alfine si divisero l'autorità esecutiva; talchè rimaneano ereditarii in poche famiglie gli uficii pubblici: adunare il consiglio; dare i segni del comando ai capitani in caso di guerra; riscuotere una contribuzione per sussidio ai pellegrini poveri; soprantendere alla distribuzione delle acque; tener le chiavi del tempio; promulgare il calendario, cosa di grave momento, per cagion della tregua. Ma il reggimento non può dirsi oligarchia, poichè, se gli uficii eran pochi e sovente cumulati, il potere supremo risedea non in quelli ma nel consiglio. Durò tal ordine politico finchè l'islamismo non lo ridusse a municipalità. Negli ultimi anni intanto del sesto secolo, privati cittadini avean riparato al difetto delle leggi penali, nella stessa guisa che avvenne molti secoli appresso in Europa. Avendo un Koreiscita sfacciatamente preso la roba d'un mercatante straniero, parecchi generosi, e tra quelli si notava Maometto giovane di venticinque anni, s'adunarono a convito, si ingaggiarono a proteggere i deboli, cittadini o stranieri, liberi o schiavi, che ricevessero alcun torto alla Mecca da uomini di qual famiglia che si fosse. Chiamaronsi la lega dei Fodhûl, dal nome di quella più antica che ricordai di sopra: e giurarono il patto, invocando l'Iddio supremo, e libando in giro una coppa di acqua del sacro pozzo Zemzem. Questa era l'Arabia innanzi la predicazione di Maometto, ai tempi dell'ignoranza come opportunamente li nominarono i Musulmani.
Nacque Maometto (a. 570) della tribù koreiscita, della nobile progenie di Kossai per Hascem, soprannome che in lingua nostra suonerebbe Frangi-pane, e fu ricompensa data dai poveri al bisavolo del Profeta. Unico figliuolo di giovane coppia, Maometto venne al mondo dopo la morte del padre; perdè la madre a sei anni; poco appresso, l'avol paterno: rimase orfanello e povero in tutela dello zio Abu-Taleb, uomo di alto affare nella città. Secondo il costume, era stato allevato in una tribù beduina, ove si avvezzò alla dura vita del deserto; ma lo rimandarono a casa, credendolo indemoniato, per insulti di epilessia. Fe' parecchi viaggi in Siria e altrove con le carovane: e una ne condusse per conto di Khadigia, donna vedova e giovane. Avvenente e ben complesso della persona; piacevole al tratto; amato da tutti per probità, gravi costumi, saviezza e bel parlare, gli altri diergli il nome di Amîn, che noi diremmo il fidato; Khadigia invaghissene e lo sposò. Così nella tranquillità d'una mediocre fortuna e nella pace domestica, ch'ei non prese altre mogli mentr'ebbe Khadigia, visse infino ai quarant'anni, praticando le virtù che appartengono ad uom privato, amando il raccoglimento e la solitudine, senza far parlare altrimenti di sè. Non si rese chiaro nelle armi fino alla guerra civile ch'egli accese, nella quale poi non mostrossi gran capitano, e moltissimi l'avanzarono di fierezza e valor nella mischia. Da meno di tutti gli altri Koreisciti, ch'eran pure i più tristi poeti dell'Arabia, ei non fe' mai versi, non potea ripeterne senza guastarli. Vantossi di non saper leggere nè scrivere; il che non tolse ch'apprendesse le tradizioni nazionali e straniere, i principii filosofici e i libri sacri d'altri popoli, che, tra quel fermento di intelletti, gli tornavano da cento bocche diverse; tra gli altri da un parente della moglie, ch'era de' quattro ricercatori della vera religione d'Abramo.
Di quegli elementi disparati Maometto prese ciò che seppe e potè adattare ai bisogni degli Arabi. Ne compose un sistema religioso e politico, semplice, vasto, ottimo alla prova; poichè e rigenerò una nazione più prontamente che non l'abbia mai fatto altra legge, e contribuì non poco all'incivilimento d'una gran parte del genere umano, e si regge tuttavia, nè par disposto a morire. Il disegno di tal religione potrebbe adombrarsi in questo modo. Tolti da' Giudei e dai Cristiani e racconci un po' all'arabica i dommi cardinali: Dio uno, senza compagni, senza nè genitori nè figliuoli, vivente, eterno, immateriale, onnipossente; creazione; gradazione di esseri ragionevoli, angioli, demonii, genii, uomini; vita futura; giudizio universale; premio ai credenti e virtuosi di soggiornare in eterno in giardini lieti d'acque e di frutta, con modeste donzelle dagli occhi negri; supplizio agli empii il fuoco sempiterno; predestinata da Dio ogni cosa, fin chi crederebbe e chi no; ciò non ostante, come per divin trastullo, messi gli uomini tra la tentazione perpetua di Satan, e la voce dei profeti; profeti o apostoli tutti que' dell'antico testamento e Gesù Cristo; rivelati il Pentateuco e il Vangelo; ultimo e massimo apostolo Maometto; l'ultima edizione de' comandi del Creatore scritta ab eterno; recitata a brani dall'angiolo Gabriele all'apostolo illitterato, il quale venia ripetendo la rivelazione, e sì chiamolla Korân, ossia lettura. Primissimo dovere degli uomini verso Dio, la fede, anzi l'assoluto abbandono in lui; che ciò significa islâm, e indi son detti musulmani i credenti, ossia abbandonati in Dio: idea cristiana sotto nuovo nome. Il culto tra giudeo ed arabo: frequenti preghiere, pellegrinaggio alla Mecca, digiuni, con una lunga appendice di purificazioni da osservarsi e impurità da scansarsi; raccomandandosi alla coscienza di ciascuno le pratiche private, le pubbliche alla scambievole vigilanza de' cittadini. Perchè non si istituì alcun ordine sacerdotale; le preghiere in comune principiavansi dal capo politico o da ogni altro Musulmano; così anche le concioni o sermoni pubblici; e gli stessi teologi che nacquero ne' tempi posteriori non furono sacerdoti; i dervis e altre fraterie non altro che accattoni e moderni. Chiamati i fedeli a servir su la terra l'Onnipossente con la borsa e con la spada, pagando la decima e combattendo i miscredenti: l'uno statuto giudaico; l'altro effetto d'uno intendimento politico e della universale intolleranza dell'età. Precetti divini anco erano i doveri degli uomini tra di loro, dettati con forma e severità giudaica, ma ispirati dalla carità cristiana. Infatti viene innanzi ogni altro e secondo solo alla fede, espresso e positivo obbligo la limosina. La fratellanza tra i Musulmani, il rispetto delle persone e delle proprietà: donde un abbozzo di codice civile e penale, che ridusse a legge certa, universale, applicabile dall'autorità pubblica, molte male osservate costumanze degli Arabi; e sopra ogni altra la pena degli omicidii. Con ciò il Profeta correggeva, ora per espresso divieto ora per consiglio, i vizii più flagranti della società arabica: maledetto il parricidio delle bambine; proscritti l'usura, il vino, il gioco; la poligamia limitata; dati diritti di non lieve momento alle donne; la schiavitù non abolita ma mitigata e menomata, consigliandosi, e in molti casi comandandosi, la emancipazione. Da ogni parte si vede, quando si risguardi all'ordinamento sociale, come i costumi legassero le mani al legislatore, troppo superiore, non che alla sua nazione, ma al suo secolo. Per lo contrario, quell'altissimo ingegno non bastò ad improvvisare un dritto pubblico. Degli ordini politici ei non lesse altro in cielo che la uguaglianza dei cittadini tra loro e l'obbligo di ubbidire ciecamente a lui solo: principii stranieri entrambi, fecondi dapprima; e poi l'uno svanì, l'altro portò alla assurdità d'un governo assoluto senza legislatore. Questa è la somma della nuova legge. La prova dell'autorità non potendo venir che di lassù, Maometto con molta arte ne compose una sembianza. A dimostrazione del suo dio allegò e ripetè senza stancarsi quanti sapesse dei miracoli giudei e cristiani, i terrori delle tradizioni e fenomeni dell'Arabia, la bellezza del creato, la pioggia, la vegetazione, la vita, ogni beneficio che vien dalla natura, ogni mistero che l'uomo non può spiegare. In attestato della propria missione portò un sol prodigio: il divino stile, diceva egli, del Corano, che intelletto d'uomo non sarebbe arrivato giammai a comporre: e sì sfidava i miscredenti a imitarne una sola pagina. Infatti quei che noi diciamo versi del Corano ei chiamò aiât ossia miracoli. Gli altri prodigii che sogliono attribuire a Maometto i Musulmani, e, più di loro, i Cristiani, nè egli mai li vantò, nè entrano nella credenza di lor teologi: sono invenzioni di tempi più bassi e di altre nazioni; sopratutto dei Persiani che portavano nello islamismo lor fantasie indo-germaniche.
Le istituzioni musulmane, come ognun sa, furono dettate a poco a poco, abrogate ed emendate secondo le circostanze: e gli Arabi si beveano d'aver sì comodo legislatore, onnisciente e fallibile, capriccioso ed eterno. Deriva la legge da due fonti: il Corano e la tradizione, ossia le pratiche e parole di Maometto, notate dai discepoli, delle quali noi abbiamo ricordi autentici e diligenti più che non si possa aspettare in leggende religiose; emergendo non dalle tenebre di una setta e d'una antichità remota, ma dalla storia di pochi anni di persecuzione, che si voltò in trionfo vivendo i persecutori e i perseguitati e ridivenuti fratelli. Quell'ampia raccolta, ci attesta forse meglio che il Corano la sagacità, prudenza, umanità, bontà e saviezza pratica del legislatore: ed è stata guida dei Musulmani a private e pubbliche virtù. Il Corano, assai più studiato, racchiude confusamente dommi, leggi generali, provvedimenti secondo i casi, assiomi, parabole, e gli antichi racconti religiosi ai quali accennai disopra, guasti per lo più da fallace memoria o presi a sorgenti apocrife; e ciò tra ripetizioni, contraddizioni, declamazioni; in stile vario, spezzato, incisivo, per lo più sublime, talvolta monotono: un tutto incantevole agli uditori suoi, per la proprietà e maneggio della lingua; e può ammirarsi anco da noi ancorchè non di rado vi si desiderino l'accento, il gesto, le attualità che doveano rendere sì efficaci quelle parole. Ma il prestigio che le rendeva più efficaci era al certo l'universale movimento degli animi in Arabia; era l'ebbrezza che spirano le idee dell'eterno e dell'infinito assaggiate per la prima volta; era quel lampo di giustizia che splendeva agli occhi degli uomini; il naturale amor della uguaglianza improvvisamente soddisfatto; l'usura abolita; l'assistenza reciproca sì efficacemente comandata; la gratitudine dei deboli confortati; l'impeto della democrazia sorgente sotto il nome del principato teocratico; il vasto campo che s'apriva anco alle ambizioni dei grandi. Seguendo il cammino di quella fiamma che si apprese a poco a poco e poi scoppiò in incendio, si vede come le dessero alimento a volta a volta il sentimento religioso, il sociale e il nazionale, poi tutti e tre uniti insieme.
Il Profeta incominciò a provarsi in casa. Supposta dapprima (gennaio 611) una visione dell'angiolo Gabriele, dissene alla moglie che gliene credette; poi ad Alî cugin suo, fanciullo di undici anni; a Zeid liberto e figliuolo adottivo; e, in quarto, a quegli che fu dopo lui il principale sostegno dell'islamismo, Abu-Bekr, personaggio di grandissima saviezza. Allargandosi e prendendo forma, la nuova religione fu derisa; e Maometto non se ne mosse: Cercò d'attirarsi i plebei, poichè i grandi lo spregiavano. Desta la tarda gelosia del politeismo, insospettita la nobiltà contro il novatore, fecero opera a screditarlo; poi a vicenda lo minacciarono e vollero attirarselo con promesse; gli fecero mille oltraggi; poser le mani addosso ai seguaci più deboli; costrinserli a spatriare. Maometto ciò nondimeno perseverava con mirabilissima costanza, coraggio e mansuetudine; affidando la pericolante vita all'onor della parentela, la quale non lo abbandonò ancor che fosse, la più parte, idolatra. Per virtù di quell'unico legame della società arabica, poteron anco rimanere alla Mecca pochi altri proseliti di nome. Dopo undici anni, crescendo sempre i convertiti tra le persecuzioni, Maometto si attirò cittadini di Iathrib che poi fu detta Medina; e mutò l'apostolato in congiura contro la patria. Allora gli ottimati della Mecca, posposto ogni rispetto, vollero spegnere il capo; e non potendolo fare con le leggi, chè non ve n'erano, ogni casa patrizia mandò il suo sicario per render comune il misfatto, e impossibile la vendetta della casa di Hascem. Ma i costumi posero nuovo ostacolo non preveduto: la schiera dei sicarii non osò violare l'asilo domestico del proscritto; si appostò fuori la notte: ed egli accorgendosene fuggì.
La qual notte ebbero principio un pontificato, un impero ed un'era. Questa si messe in uso diciassette anni appresso; quando, tra gli ordini che si istituivano appo i Musulmani ad esempio delle nazioni incivilite, parve fissare data comune agli atti pubblici, smettendo le epoche diverse osservate in alcune parti dell'Arabia. L'occasione è variamente riferita dai cronisti. Secondo alcuni la diè Abu-Musa-el-Ascia'ri governator di Bassora, lagnandosi con Omar califo, che gli avesse scritto lettere senza data. Mohammed-ibn-Sirîn, citato da Ibn-el-Athîr, narra in vece che un Arabo appresentatosi ad Omar gli dicesse: “Convien porre le date.” “E che è cotesto?” domandò Omar; e quegli: “È una usanza dei Barbari, i quali scrivono: tal mese e tal anno”. “Mi piace,” replicò il califo: “ponghiamo dunque le date.” Onde, convocata la dieta dei Musulmani, si disputò se fosse da prendere l'era di Alessandria, o l'usanza dei Persiani che notavano gli anni di ciascun re; ovvero far capo dalla missione di Maometto; o infine dalla hegira di lui, la emigrazione cioè, la Separazione solenne, l'atto d'un uomo libero che ripudia la società in cui sia vissuto. Fu vinto il partito della hegira, e sanzionato da Omar; il quale contemplò quello evento come divisione di due epoche: l'una d'errore, l'altra di verità. Nondimeno si contò non dal giorno della fuga, ma dal principio dell'anno in cui avvenne lasciandosi il calendario come stava, cioè l'ordine antico dei mesi, e lunare il periodo dell'anno, come per ignoranza lo volle Maometto.[141]
Fuggissi il Profeta a Medina (622); adunò i discepoli; maneggiò gli antichi e i nuovi da savio capo di parte; li infiammò, promettendo bottino e paradiso; combattè con varia fortuna; vincitore usò verso i nemici il più sovente con magnanimità; rade volte inflessibile, rade volte assentì o comandò assassinii; fu sempre giustissimo coi suoi partigiani; nè acquistò mai per sè stesso, ma per loro. Alfine traendo mezz'Arabia sotto le insegne sue, gittò via la maschera o forse il sincero proponimento della tolleranza che già gli era parsa sì bella, quando i politeisti il perseguitavano, e i Giudei si collegavano con essolui. E allora la repubblica aristocratica della Mecca piegossi a patteggiare col cittadino ribelle (a. 628); poco appresso a salutarlo principe, a confessarlo profeta, a sgomberar la Caaba dei trecensessanta idoli, per renderla al culto del Dio uno (a. 630). Le tribù beduine, le città del Iemen, tutti gli Arabi fuorchè i cristiani di Hira e di Ghassan ch'erano soggetti agli stranieri, credettero, accettarono per interesse, o per forza si sottomessero; abbattuti per ogni luogo i simulacri delle antiche divinità; sforzati a tacersi, o a celebrare il Vincitore, i poeti che l'aveano nimicato sì gagliardamente; accettati i luogotenenti suoi nelle province: la nazione divenne una, e riconobbe un sol capo.
Questi intanto aspirava a cose maggiori. La religione rivelata dal creatore del mondo non potea limitarsi a un sol popolo, e il popolo arabo non potea restare in pace tra sè quando non portasse la guerra in casa altrui. Pertanto il Profeta non avea mai fatto eccezione di genti nè di luoghi alla legge di combattere gli infedeli tanto che si convertissero o pagassero tributo. Quando gli parve certa la sottomissione dell'Arabia, e prima anco di entrare alla Mecca, osò mandare messaggi ai potenti della terra, richiedendoli di far professione dell'islamismo. Dei quali il re di Persia, che si tenea signor feudale dell'Arabia, lacerò le insolenti lettere; il che intendendo Maometto, sclamava: “E così Dio laceri il suo reame:” e a capo di dieci anni i Musulmani il fecero. Il re d'Abissinia non parve ostile. Nè anco il maggior principe di cristianità, Eraclio, che sedea sul trono di Costantinopoli; il quale onorò l'ambasciatore, e lietamente udì la rivoluzione che s'operava in Arabia e tornava a danno immediato dei Persiani. Pur egli si trovò esposto il primo agli assalti de' Musulmani, poichè i suoi vassalli di Hira uccideano un altro legato di Maometto, e questi immantinente mandava a farne vendetta. Ancorchè oppressi dal numero alla battaglia di Muta (a. 629), gli Arabi addimostrarono in quello scontro la virtù che dovea soggiogar tanta parte del mondo. Ucciso il capitano, dà di piglio alla bandiera Gia'far fratello di Alî; gli è tronco un braccio, ed ei la passa all'altra mano; mozzatagli anco questa, stringesi l'insegna al petto coi moncherini, finchè spirò trafitto di cinquanta ferite: nessuna a tergo. E fu rinnalzato il vessillo da un altro guerriero; e ricondusse a Medina i gloriosi avanzi della strage.
Venuto a morte Maometto (giugno 632), mentre apprestava nuovo esercito a vendicare la sconfitta di Muta, lasciò lo Stato in sommo pericolo. Accesa la guerra esterna; falsi profeti sorgeano per ogni luogo; le tribù nomadi ricusavano le decime, e scioglieansi dal novello freno; la nobiltà cittadina vogliosa di ridividere l'Arabia in cento e cento republichette; i discepoli dell'islamismo non scevri d'ambizione, sospetti, e gare di parte: e, tra tutto ciò, non sapeasi chi dovesse prender lo Stato; perchè o una frode domestica occultò il pensiero del Profeta, o egli differì troppo a manifestarlo, ovvero, e ciò mi pare più probabile, volle seppellir seco la profezia, e lasciare il principato alla elezione, come portavano i costumi degli Arabi. Ma lasciò anco il Profeta una generazione d'uomini che potea trionfare di questi e di maggiori ostacoli. Maometto avea maturato in veraci virtù i capricci cavallereschi della nazione. Mentre allettava la comune degli uomini coi vili beni di questo mondo e gli imaginarii godimenti dell'altro, avea spirato agli animi più puri lo zelo della verità morale; ai più malinconici la fede; agli uni e agli altri una stoica abnegazione; a tutti l'amor della patria; chè patria ed islamismo furono per gli Arabi di quel tempo una sola idea. Io non dirò altrimenti della magnanimità di tanti compagni del Profeta, perch'è nota a tutti, e i nomi di Abu-Bekr, Omar, Alî, Khâled, Sa'd-ibn-abi-Wakkas agguaglian forse que' degli Aristidi, de' Cincinnati e degli Scipioni. De' sentimenti che prevaleano in tutta la nazione voglio addurre uno esempio solo; e son le parole d'un Beduino, diligentemente conservate dalla tradizione, e trascritte da Tabari, che fu il primo che dettasse gli annali dell'islamismo. Tre anni appresso la morte del Profeta, trentamila Arabi afforzandosi con sapienti mosse tra i canali dell'Eufrate inferiore, fronteggiavano centomila Persiani condotti dal più sperimentato capitano della Persia. Avanti di venire alla decisiva battaglia di Cadesia, aveano gli Arabi mandato oratori a Iezdegerd ultimo re sassanida: il quale, sentendo parlar da conquistatori que' ch'era avvezzo a risguardar come vassalli, sdegnosamente li domandò qual delirio spingesse gli Arabi a provocare le armi della Persia; gli Arabi, dicea, poveri e divisi e ignoranti e barbari più che niun altro popolo della terra. Se disperata miseria li faceva uscir da' deserti, aggiunse il re, ei li soccorrerebbe di vitto e di vestimento, lor darebbe alcun governatore pien di bontà. A che tacendo gli altri per antica riverenza, un Beduino, Mogheira per nome, così parlò: “È proprio di gentiluomo, gli disse, rispettare la nobiltà del sangue in altrui: e sappi, o re, che tal riguardo solo, non rossore, non paura, fa sì dubbiosi al risponderti cotesti compagni miei, che son nati delle case più illustri dell'Arabia. Ma esporrò io ciò ch'essi tacciono. Dicevi il vero, o re, poveri fummo, se poveri mai v'ebbe al mondo: giacevamo su la ignuda terra; vestivamo pel di cameli e lane, filati da noi stessi; la fame ci portò sovente a mangiar le cavallette e i rettili del deserto; perchè le figliuole non scemassero il cibo ai maschi, i padri vive le seppelliano. Idolatri e ignoranti, ci scannavamo l'un l'altro: e questa era la religione nostra. Quando, mosso a pietà, Iddio ci mandò un profeta, uom noto, di famiglia notissima, di tribù ch'è la prima tra gli Arabi. Ei ci guidò alla vera religione, e noi credemmo finchè Iddio non gli diè ragione con illuminare le nostre menti. Ed ora che seguiamo i comandamenti di Dio, siam popol nuovo; siam diversi da quegli Arabi di pria: lo sappia il mondo! Chiamate gli uomini al mio culto, ci ha detto Iddio: chi assente, avrà i vostri dritti e doveri; sopra cui ricusa ponete un tributo; se il dà, proteggetelo; se no, combattete contr'esso: e a' vostri morti in battaglia è serbato il paradiso, ai sopravviventi la vittoria. Scegli dunque, o re: paga il tributo con umiltà, o t'apparecchia a combattere.”
Pria che la nazione potesse levarsi a tant'orgoglio, ebbe a sostenere la breve ma durissima prova, alla quale accennai, e che fu vinta dai valorosi compagni del Profeta; indi riveriti a ragione come santi dell'islamismo. Prevengon essi la guerra civile con senno non minor che l'ardire; esaltano al sommo uficio Abu-Bekr: e questi con potente mano ridusse alla unità politica e religiosa le tribù e cittadi che tentavano di spiccarsene; e sì unite, tra per amore e per forza, pria che potessero pensare ad altre novità, lanciolle sopra i due imperi bizantino e sassanida, e le inebriò di vittorie (632-634). Abu-Bekr designò a successore Omar, che mantenne l'unità; diè principio agli ordini pubblici; estese i conquisti (634-644), e nominò alla sua morte sei elettori, i quali scelsero Othman. Sotto costui il corso delle armi musulmane non si frenò perchè non si potea: la pace interna fu distrutta; ed egli espiò col sangue la parte ch'ebbe a tale scompiglio. Succedeagli Alî per elezione fieramente contrastata, onde divampò quella guerra civile che esaltava al trono Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân, capitano dell'esercito di Siria, e rendeva ereditario il principato in casa Omeiade. Ripigliavasi allora la guerra straniera, sospesa alquanto per cagion della guerra civile: i limiti dell'impero estesi entro dieci anni dopo la morte di Maometto infino alla Persia, alla Siria e all'Egitto, arrivarono, entro un secolo, allo stretto di Gibilterra dalla parte di ponente; dalla parte di settentrione e di levante alla Tartaria e alla valle dell'Indo. Ma pria di discorrere per qual modo quelle terribili armi incominciassero a infestare la Sicilia, è mestieri particolareggiare le mutazioni politiche e sociali che lo islamismo portò nella nazione arabica.[142]
Il Profeta, fatto principe, non volle o non potè rendere gli uomini uguali in società, com'eranlo per natura, diceva egli, al par dei denti d'un pettine, senza distinzione di re nè di vassalli.[143] Lasciò le donne inferiori nei dritti civili; gli schiavi affidati alla carità religiosa più tosto che a leggi espresse: e quanto agli infedeli non è uopo dire che li volle sudditi dei credenti. Ma tra i Musulmani liberi pose uguaglianza assoluta: la nobiltà, che avea governato gli Arabi da tempi immemorabili e contrastato il Profeta finchè potè, non ebbe dritti, non ebbe nome nella legge. I congiunti di Maometto, a pro dei quali parrebbe fatta un'eccezione, furon chiamati soltanto a partecipare insieme con lui, con gli orfanelli, co' poveri e coi viandanti, alla quinta parte del bottino; risguardati perciò piuttosto indigenti privilegiati che ottimati della nazione. Morto poi Maometto, e tenuto lo Stato per dodici anni da Abu-Bekr e Omar, intrinsechi e vecchi compagni che appieno conosceano i suoi intendimenti e con somma religione li applicarono e svilupparono, la nobiltà li ebbe inflessibili avversarii. Abu-Bekr, quanto il potè in un brevissimo regno e agitato, volle scompartire ogni acquisto della repubblica musulmana a parti uguali tra' credenti. Omar tenne altro modo. I conquisti della Persia, della Siria e dell'Egitto gli dierono abilità a far uno ordinamento più regolare e vasto d'assai; nel quale ebbe a scorta gli uficii d'azienda sassanidi e romani, e per sorte da dividere le immense entrate delle città datesi a patti, che intere cadeano nell'erario pubblico, non toccando ai combattenti altro che quattro quinti della preda fatta con la spada alla mano. Fe' descrivere dunque Omar, l'anno quindici dell'egira (636), nei registri o divani, come li chiamarono con voce persiana, da una parte le entrate pubbliche, dall'altra tutti i Musulmani. L'ordine della lista fu che la schiatta di Adnân, donde nacque il Profeta, fosse posta innanzi la schiatta di Kahtân; e nella prima i Koreisciti innanzi le altre tribù; e la casa di Hascem innanzi tutt'altra dei Koreisciti; senza eccezione, a favor del principe, il quale fattisi mostrare i ruoli che aveano steso, e trovandovisi il primo, “Non questo, disse, non questo io vi comandava: mettete Omar là dove Iddio l'ha messo.” Così la sua e le altre famiglie koreiscite preser grado secondo la consanguineità che legavale a quella del Profeta; il rimanente delle tribù e parentele di Adnân, secondo l'anteriorità nel professare l'islamismo; e lo stesso nelle tribù di Kahtân. Tutti parteciparono delle entrate pubbliche, patrimonio comune dei Musulmani, secondo i precetti di Maometto, che poi rimasero lettera morta ne' libri di dritto, ma rigorosamente osservaronsi in quei primi tempi in una società democratica e piena di fervore religioso. Inoltre è da considerare che sotto i califfi Abbassidi, e fors'anco prima sotto gli Omeiadi, noverandosi la popolazione musulmana a milioni, e sendo sparsa su la metà del mondo conosciuto, i divani divennero necessariamente ruoli di milizie e di impiegati, retribuiti più o meno a piacer del padrone. Ma sotto Omar, potendo tuttavia contarsi i Musulmani a migliaia, tutti Arabi e soldati dell'islâm o famiglie de' soldati, il precetto con men difficoltà mandossi ad esecuzione. Ognuno ebbe dunque in sorte una provvisione sul tesoro pubblico, ma disuguale, variando la somma in ragion composta del merito religioso, e dei bisogni e valore di ciascuno. Alle vedove del Profeta, madri dei Credenti, come le chiamavano, diè Omar dodicimila o diecimila dirhem[144] all'anno; settemila ne toccò Abbâs zio di Maometto; cinquemila ciascun fuggitivo della Mecca che avesse combattuto alla giornata di Bedr, la prima vinta da' Musulmani; quattromila il rimanente dei soldati di Bedr; e scendeasi gradatamente secondo l'anzianità nel servigio militare, con la sola eccezione che si ragionava sempre la quota del cavaliere più che quella del fante, e davasi un caposoldo ai più valorosi. Quanto agli uomini di Kahtân che sì virtuosamente combatteano allora in Siria, ebbero, come meno anziani in islamismo, duemila, mille, cinquecento, e fino a trecento dirhem. Alle donne furono assegnate pensioni proporzionali a quelle dei capi di lor famiglie, da cinquecento dirhem che n'ebbero quelle de' guerrieri di Bedr, infino a dugento. Alle altre donne e a tutti i fanciulli, e infine anco ai lattanti, cento dirhem. Gli schiavi non furono esclusi. Omar non volle per sè che il parco mantenimento suo e della famiglia: domandollo ai cittadini con dir che un tempo avea fatto il mercatante, ma avea dovuto smettere per amor dei negozii pubblici; e ottenuta la provvisione, fieramente si adirò una volta che gli amici tramarono di accrescergliela. Ma verso gli altri fu prodigo sì che non lasciò mai un obolo nel tesoro; e consigliato di serbar qualche somma per lo avvenire: “No” rispose; “sarebbe una tentazione pei miei successori.” Il valsente delle pensioni si diè ai poveri in derrate, ritraendosi che nelle alte regioni dell'Arabia centrale fu dispensata da principio una porzione di vittovaglie a ciascuno; poi due misure di farina ogni mese, quanto Omar avea ragionato il bisogno d'un uomo, facendo nudrire sessanta poveri per certo spazio di tempo. Crescendo alfine la liberalità del governo, e la delicatezza d'un popolo che pochi anni innanzi s'era cibato ed or è tornato a cibarsi di datteri e cavallette, si diè pane in luogo di farina; poi del pane condito con olio; poi vi si aggiunse un pezzo di cacio; poi si fornirono due pasti al dì: mattina e sera.[145] Così fatti particolari non mi sono sembrati indegni della storia, nè sì minuti che non meritassero luogo in un abbozzo di quadro generale, perchè valgon meglio che i giudizii degli scrittori a mostrare il súbito e maraviglioso mutamento della società arabica in quel tempo, e la prima forma che prese. Fu democrazia sociale come oggi si direbbe, la quale forma ben rispondeva ai principii fondamentali dell'islamismo: uguaglianza, e fratellanza. E si vide, con esempio avventuratamente raro nel mondo, un popolo re nudrito per tutti i deserti dell'Arabia a spese dei vinti, come l'altro popolo re l'era stato entro le mura di Roma.
Pur nascea, come ognuno se ne accorge, insieme con la novella società una gerarchia di merito civile e religioso e una disuguale partecipazione nei comodi della repubblica; le quali condizioni cominciarono a costituire nuov'ordine di ottimati, naturalmente opposto all'antica nobiltà. Omar, tra per necessità e disegno, diè un altro crollo all'antica nobiltà, mutando alquanto le associazioni per la guarentigia del sangue, prima base della società arabica; poichè volle che si tenessero per mallevadori, akila come diceano gli Arabi, non più gli uomini di una medesima parentela esclusivamente, ma gli ascritti nel medesimo divano, i quali erano ormai diversi dai primi, quando parte di molte tribù era rimasa in patria, l'altra stanziava con l'esercito nei paesi vinti, e spesso componeasi d'uomini raggranellati di varie genti.
Nondimeno l'elemento primitivo della società arabica trionfò del silenzio di Maometto e dei divani di Omar. Impossibil era di spezzare a un tratto gli antichissimi legami delle parentele; impossibile di condurre gli Arabi alla guerra altrimenti che per tribù; impossibile di dar loro capi appartenenti ad altre famiglie, fuorchè il condottiero supremo dell'esercito. Le brigate dunque, i reggimenti, i battaglioni, le compagnie, a modo nostro di dire, rimasero ordinate per parentele con poche eccezioni; capitanaronle gli antichi nobili: e tra sì rapidi conquisti il bottino accrebbe l'avere delle famiglie; i convertiti stranieri ne accrebbero il numero, ponendosi sotto la protezione degli uomini di maggior séguito, e divenendo clienti, o come gli Arabi diceano, maula. Così la nobiltà crescendo di potenza per cagion della guerra, più prestamente che non diminuisse per l'ordinamento delle pensioni d'Omar, ruppe, poco appresso la costui morte, il freno della legge. L'antagonismo delle schiatte aiutò il movimento; poichè i figli di Kahtân rifatti guerrieri e prevalenti di numero nell'esercito di Siria, non vollero restar da meno nel grado sociale e nella distribuzione dei premii. Fu offerta loro la occasione da M'oâwia capo della casa Omeiade, il quale capitanava quell'esercito e per comunanza di sangue e d'interessi trovava partigiani tra l'antica nobiltà della schiatta di Adnân, mentre l'ambizione lo piegava a favorire la rivale stirpe di Kahtân. Di cotesti elementi nacque una fazione che contese il poter dello Stato alla famiglia ed a' compagni del Profeta, che è a dire al novello ordine di ottimati religiosi. Cominciò la lotta in corte appo Othman, che fu ucciso dai nuovi ottimati, perch'ei favoriva la parte di Mo'âwia. Esaltato da loro Alî, gli Omeiadi vennero alle armi; trionfarono degli avversarii che erano divisi tra loro per le pretensioni della casa d'Alî; e così fu reso ereditario il principato in casa Omeiade. Cotesta rivoluzione scompose l'ordinamento degli ottimati religiosi, e in breve tempo li ridusse a meri dottori in legge; dal quale grado inferiore dopo due secoli tentarono di risorgere i discepoli loro. Da un'altra mano mentre combattean le due aristocrazie, la democrazia surse impetuosa contro di entrambe, ma penò tre secoli a vincere e non potè usar la vittoria. Io terrò discorso a luogo più opportuno di cotesti partigiani della ragione contro l'autorità religiosa e politica. Similmente aspetterò che occorra negli avvenimenti la influenza politica dei giuristi, per descriverne i motivi e i limiti. Per ora basti all'argomento nostro di notare le tre divisioni ch'erano nate nella società musulmana, le quali tendeano all'aristocrazia religiosa, all'aristocrazia militare, e alla democrazia; mentre il principato correva in fretta verso la tirannide.
L'autorità dei primi successori di Maometto, sendo quella medesima del Profeta, senza la profezia, restò molto indeterminata. Solamente si sentiva alla grossa, che i Musulmani non apparteneano ad alcun uomo, ancorchè dovessero ubbidire a un capo per lo comun bene spirituale e temporale: cioè che componeano una repubblica sotto un supremo magistrato che tenesse insieme del pontefice e del capo di tribù. Questa par sia stata la mente di Abu-Bekr e di Omar, quando, lasciate da canto le appellazioni degli antichi re arabi e stranieri, si chiamarono con nuovi nomi, l'uno Khalîfa (ch'è a dir successore) dell'Apostol di Dio, e l'altro anco Emir-el-Mumenîn, ossia Comandator dei Credenti. Elettivo, come s'è detto, il califo, vivea frugale quanto i più poveri Musulmani, del proprio o di uno stipendiuccio; senza lista civile; senza fasto; senza guardie: arringava il popolo; sopportava paziente le rimostranze degli infimi come dei grandi; consultavasi d'ogni provvedimento con gli altri compagni del Profeta, depositarii dei detti di quello, e però di tutte le scintille dell'eterna sapienza, che non fosse piaciuto a Dio di manifestar nel Corano. Così praticossi per dodici anni dalla morte di Maometto a quella di Omar, tra que' primi fervori del movimento religioso e nazionale: e molti savii ordini si fecero fuorchè designare i limiti legali di un potere esercitato con tanta civil modestia. Ma quando tal dichiarazione fu consigliata dalle divisioni che cominciavano ad agitare la repubblica; quando gli elettori deputati da Omar moribondo proposero patti fondamentali ad Alî, e, vedendoli rigettare da lui, esaltarono al califfato Othman che li accettava, allora non era più tempo a porre freno all'autorità. Le fazioni, pigliate le armi, spinsero necessariamente i proprii capi al potere assoluto: la nascente libertà degli Arabi perì tra le guerre civili, al par che quella di Roma e tant'altre; oppressa dall'esercito della fazione vincitrice, come lo sarebbe stata da quel della fazione vinta, se a lui fosse toccata la vittoria. Reso dunque il califato ereditario in casa Omeiade, il doge divenne czar. Una sola guarentigia restò, cioè che il califo non potea mutare le leggi, venendo quelle dal cielo, e non essendone permessa altra interpretazione che la dottrinale. Ma ognuno intende quanto debole e precario ritegno fosse la voce da' dotti ad un principe riconosciuto da loro medesimi, come conservator della fede e arbitro delle forze dello Stato. D'altronde la immobilità teocratica della legge nocque molto più che non giovasse ai Musulmani, perchè attraversò le riforme fondamentali divenute necessarie per la mutazione dei tempi e per la vastità del territorio; e fece che tante ribellioni, tanto sangue sparso, non portassero altro frutto che di tor via le persone dei governanti, senza correggere il dispotismo che li rendea sì tristi.
Venendo in ultimo a considerare il momento militare dei conquistatori, si vedran le tribù ordinate alla guerra ed esercitate fin da tempo immemorabile: avvezzi da fanciulli a maneggiare armi e cavalli, usi a condurre cameli, caricar bagaglio, mutare il campo, affrontare pericoli, ubbidire ai capi nelle mosse e zuffe, andare a torme, schiere, drappelli, secondo le suddivisioni della tribù; e i capi a computare sottilmente le distanze de' luoghi, riconoscere o indovinare il terreno, disegnare colpi di mano, agguati, ritirate, in vastissimi tratti di paese. Indi pratica di strategia nei condottieri, disciplina nei soldati: che, tra tanta ignoranza e licenza, appena si crederebbe. Indi le prime battaglie degli Arabi contro Persiani e Bizantini, sì superiori ad essi di numero, furono vinte meno per non curanza della morte e furia a menar le mani, che per la rapidità e precisione delle mosse; per le schiere compatte, spedite a rannodarsi o combattere spicciolate; pei complicati disegni di guerra mandati ad effetto con agevolezza; per l'arte, presto appresa, di afforzarsi ne' luoghi opportuni ed a tempo ricusare o presentar la battaglia. Il califo bandia la guerra sacra; nominava il capitano d'una impresa e l'investia del comando, com'era antichissima costumanza appo di loro, annodando un pennoncello in cima alla lancia del candidato. Dato il ritrovo all'oste, accorreanvi le tribù dei contorni, intere o in parte, con lor condottieri e capi inferiori fino a que' di dieci uomini e anche di cinque: gente usa a vedersi in volto, a conoscere il valore l'un dell'altro, a sostenere in ogni evento la riputazione di sua famiglia, parentela e tribù: e spesso portavan seco loro le donne, non consigliatrici a viltà; per l'amor delle quali o per l'onore, più fiate gli Arabi sconfitti tornarono alla battaglia e vinsero; o quelle difesero con le proprie mani gli alloggiamenti assaliti dal nemico. Avean cavalli e fanti; i fanti in cammino montavan talvolta su i cameli, talvolta v'andavan anco i cavalieri menando a guinzaglio lor destrieri e in altri incontri togliean essi in groppa i fanti. Armati della sottile, lunga e salda lancia arabica, spada, mazza, e altri d'archi e frecce; ma ancorchè destri al saettare poco assegnamento faceanvi: son colpi di sorte, diceva un famoso guerrier loro, sbagliano e imberciano.[146] Copriansi di giachi di maglia e scudi. In giusta battaglia aspettavano per lo più la carica del nemico; sosteneanla con rara fermezza secondo il precetto del Corano e il romano concetto di Khâled-ibn-Walîd che solea scorrer le file esortandoli: “Ricordatevi, Musulmani, che lo star saldi è fortezza, l'affrettarsi debolezza, e che con la costanza va la vittoria.”[147] Sia che dessero il primo assalto, sia che ripigliassero quello del nemico, piombavano come turbine coi loro infaticabili cavalli levando il grido di Akbar Allah (è massimo Iddio); sparpagliavansi dopo la carica, e d'un súbito rannodati faceano nuovo impeto sul nemico disordinato nello inseguirli, e sì lo rompeano e laceravano; avviluppavano e sterminavano i fuggenti. I Bizantini e i Persiani, gravi per le armadure e per la formalità degli ordini militari ai quali era mancata da lungo tempo l'anima e l'intendimento, mal resistettero a tal nuova tattica: i primi inoltre uomini senza patria, raunaticci di tante genti, tratti per forza alle armi, condotti da capitani cui scegliea caso o favore; i secondi accolti anche di varie nazioni e classi sociali diffidenti l'una dell'altra, anzi nemiche.
Dagli eserciti passando ai popoli di que' due imperii, li vedremo avviliti dal dispotismo, rifiniti dalle tasse e dalla rapacità degli officiali pubblici; scissi da assottigliamenti religiosi; i Persiani anco dalle contese sociali de' tempi di Mazdak, dalla paura dei ricchi e cupidigia dei poveri: e qual meraviglia se tra l'universale scontentamento paresse manco male la falce dei conquistatori, i quali ragguagliavano gli imi ai sommi, disarmavano la religione dello Stato, permetteano il culto cristiano sol che si pagasse un picciol tributo, o aprivan le braccia per accogliere i vinti nella loro famiglia, nella loro Chiesa e nella loro repubblica? Così le vecchie società cedeano il luogo alla giovane società dei vincitori. Così ridivenuti nazione, spinti da delirio religioso e da interessi mondani, allettati dal bottino, dalle pensioni, dalla fertilità delle terre, dai mille lucri che offrian le nuove province, i popoli arabi emigravano successivamente verso di quelle. E se non potean portare in lor colonie nè libertà, nè quiete; se negli ordini loro si nascondea l'antagonismo della legge coi costumi, del dispotismo con la nobiltà e con la democrazia; questa schiatta forte, piena d'alacrità e di speranze, operosa, industre, paziente, audace, trovandosi in condizioni geografiche favorevolissime e tirando altre schiatte alla sua lingua e religione, dava principio a un periodo novello nella storia dell'umanità.
CAPITOLO IV.
Se pur la fama di cotesti avvenimenti arrivò in Sicilia prima che gli Arabi toccassero le spiagge del Mediterraneo, niuno al certo se ne dette pensiero. Lo potean credere solito insulto de' ladroni di là della Siria, de' Saraceni, come par che s'addimandassero in quelle parti alcune tribù dei deserti; il qual nome i Bizantini dieron poi a tutti gli Arabi e infine a tutti i Musulmani.[148] Fors'erano noti in Sicilia, per cagion del commercio, il nome e i costumi degli Arabi, e un capriccio di fortuna avea mostrato nell'isola le fattezze di questo popolo balestrandovi un principe arabo, Mondsir quarto re di Hira; il quale ribellatosi da' Sassanidi agli imperatori di Costantinopoli, tradì i novelli signori, e, caduto nelle mani loro, verso l'anno cinquecento ottantadue, il clemente imperatore Maurizio non ne prese altra vendetta che di rilegarlo con la moglie e i figliuoli in una delle isolette adiacenti alla Sicilia.[149] Ma più che le rivoluzioni d'un popolo sì oscuro e lontano, premeano ai Siciliani le guerre dei Longobardi in Italia; e più che le une e le altre la novella eresia dei Monoteliti, ossia sostenitori dell'unica volontà.
Disputavasi, sopra un punto di curiosità teologica sottilissimo e oziosissimo se altro ne fu mai: se le opere del Dio fatto uomo, movessero da due volontà, divina e umana, ovvero da una sola, che i Monoteliti, ragionando su l'equivoco d'una parola, chiamaron teandrica, cioè, divino-umana. Capacitossi dell'unica volontà l'imperatore Eraclio, nel riposo ch'ebbe tra due guerre, l'una vinta gloriosamente sopra i Persiani, e l'altra perduta assai vilmente contro gli Arabi. Non prima il cacciaron essi dalla Siria, che il vecchio imperatore, sperando impetrare l'aiuto del cielo con un atto d'intolleranza, comandava che tutti i sudditi suoi credessero nell'unica volontà di Gesù Cristo. Comandavalo, come i predecessori suoi avean fatto delle altre dottrine onde si compose il domma ortodosso, usando nella nuova religione l'autorità di sommo pontefice, che appartenne già agli imperatori pagani, che gli imperatori bizantini non abdicarono giammai, e ch'è passata con tanti altri ordini loro nell'impero di Russia. E la sede di Roma tentennò tra l'antica obbedienza e il dritto fondamentale della repubblica cristiana, il quale portava che la universalità dei Fedeli fosse giudice delle proprie credenze. Papa Onorio I tentò di sfuggire alla vana contesa, e rispose dubbio o forse assentì; ma i successori suoi non vollero o non poterono dissimulare. Promulgata da Eraclio (a. 639), l'ectesi, come chiamossi l'editto imperiale che pretendea decidere la controversia, e cominciata la resistenza dal vescovo di Gerusalemme, Roma non declinò il pericoloso onore di farsene capo. Indi Costante Secondo imperatore rincalzava con un altro editto superbamente chiamato il tipo (a. 648), e papa Martino nel Concilio di Laterano (a. 649), ove sedè la più parte de' vescovi d'Italia, solennemente condannò ectesi e tipo, e ogni altro scritto monotelita. Allora la disputa si mutò in fazione politica. Costante il quale era salito sul trono a undici anni (a. 641), e, come tanti altri tiranni in adolescenza, avea principiato con belle dimostrazioni di modestia civile, spiegò l'unghia del lione per far confessare da tutti i sudditi dell'impero una opinione che nè egli nè altri comprendea.
Ma sendo più che mai deboli in Italia le armi imperiali, e stringendosi sempre più il misero popol di Roma intorno il suo vescovo ond'avea lucro e protezione, Costante non potè sforzare il papa; e, volendo almen punirlo, fu necessitato a tentare un colpo da masnadiere. Commesselo ad Olimpio, esarco di Ravenna, o vogliam dire luogotenente dell'impero nei dominii che rimaneangli in Italia; il quale, andato a posta a Roma, tramò lunga pezza di catturare e dicon anche ammazzare il papa, e fallì nell'uno e nell'altro misfatto. Secondo un pio cronista, il sicario mandato da Olimpio, mentre levava la mano per ferire, perdè il lume degli occhi; e, maggior prodigio, narrato il caso all'esarco, costui, pentito, svelò tutta la pratica al papa. Aggiugne il cronista che si rappacificassero incontanente, e che Olimpio, raccolte le genti che potea, sopracorresse in Sicilia a combattere i Saraceni.[150] La corte di Costantinopoli dal suo canto accagionò Olimpio d'alto tradimento, e il papa di complicità con lui, di connivenza coi Saraceni, e fin d'averli aiutato di danari.[151] Tra le fole del miracolo romano e le impudenti accuse del governo bizantino, il vero mi sembra che l'esarco, allettato dalla occasione che gli davano gli umori degli Italiani e le condizioni generali dell'impero, seguendo il fresco esempio del patrizio d'Affrica, abbia tentato di sciorsi anch'egli dall'obbedienza: a che papa Martino nè volea nè poteva far ostacolo.[152] Donde Olimpio lasciava star la teologia e il papa; e questi si pigliava quella insperata tranquillità, senza lodare forse nè biasimare la ribellione dell'esarco, quando lo scoppio della folgore musulmana in Sicilia li fe' stringere l'uno all'altro, sì che provvedessero insieme al comun pericolo. Perchè Olimpio, usurpatore o no, dovea combattere i Musulmani in Sicilia, come Gregorio usurpatore avealo fatto in Affrica; e Martino, posposto ogni altro rispetto, dovea aiutarlo, per salvare l'Italia dalla servitù degl'Infedeli e sottrarre alle rapaci mani loro il patrimonio di San Pietro nell'isola.
Nei dieci anni che la corte bizantina avea passato tra l'ectesi e il tipo, gli Arabi, oltre quei prodigiosi loro conquisti di là dal Tigri, s'erano impadroniti di mezzo l'impero: spintisi infino al Caucaso; occupata tutta la costiera di Siria; preso l'Egitto (a. 639); corsa e resa tributaria l'Affrica propria (a. 648); e, dopo avere soprastato un istante in riva al Mediterraneo, vi si erano ormai lanciati, e tutto l'empieano di spavento. Soprastettero già in riva al Mediterraneo, rattenuti dai comandi di Omar, non da ripugnanza a incontrare ignoti pericoli. Perocchè non mancavano arrisicati navigatori tra le popolazioni marittime d'Arabia; e gli stessi guerrieri del deserto, fin dai primi conquisti, s'erano risolutamente imbarcati sul Golfo Persico per assaltar le costiere d'India, donde eran tornati vincitori e carichi di preda (a. 636); i quali, se non ritentarono l'impresa, la cagione fu che Omar aspramente rampognò il capitano, e scrissegli che si guardasse un'altra fiata di affidare i guerrieri dell'islâm, come vermi, a un pezzo di legno galleggiante.[153] In tal modo ei volle ovviare al pericolo d'allargar troppo la guerra, o a quel di combattere sopra un elemento ove i Cristiani fossero più pratichi de' Musulmani, ch'è il concetto d'Ibn-Khaldûn. Per simili rispetti vietò all'ambizioso Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân d'assaltare l'isola di Cipro; se non che, per iscusarsi del mettere ostacolo ai trionfi dello islâm, il califo gravemente scrivea sapere che il Mediterraneo sovrastasse di gran tratto alla terra, e dì e notte domandasse a Dio di poterla inondare; ond'ei non amava a dar gli eserciti musulmani in balía a tal perfido mare.[154] Ma non andò guari che in luogo di queste baie tendenti a sconfortare dalle imprese navali, si trovò nelle tradizioni di Maometto, com'avvien sempre nelle ambagi e disordine degli scritti religiosi, un corredo compiuto di altri testi che portavano all'effetto contrario: e diceano che a durar solo la nausea del mare nella guerra sacra fosse merito uguale al morire in campo, bagnato nel proprio sangue; che l'Angelo della Morte recasse su in cielo le anime degli altri martiri, ma Dio medesimo raccogliesse quelle degli uccisi in combattimento navale; e altre somiglianti tratte su i tesori della vita futura.[155]
Ucciso Omar (a. 644), e uniti a capo di due anni i varii governi delle provincie di Siria[156] nelle mani di Mo'âwia, costui, che avea tanto séguito appo il nuovo califo, agevolmente vinse il partito della guerra navale, non ostante la opposizione di quei consiglieri che voleano mantenere i disegni politici di Omar.[157] Fatto venire grande numero di barche d'Alessandria e accozzatole con quelle della costiera di Siria, Mo'âwia assaliva (648) Cipro; ne levava tributo; tentava la munita isoletta di Arado; e, sendone respinto, vi tornava l'anno appresso con maggiori preparamenti; sforzava gli abitatori ad arrendersi e bruciava il paese. Dopo due anni i Musulmani di Siria presero l'isola di Rodi; portaron via, fatta a pezzi, la statua colossale d'Apollo che l'antichità avea tenuto tra le maraviglie del mondo.[158] E alla nuova stagione, che fu del secentocinquantadue, quattro anni appunto dopo la prima lor prova a metter piè sopra una barca nel Mediterraneo, solcavanlo a golfo lanciato, volgendo le prore alla Sicilia.
Di questa, come di tante altre imprese dei primi conquistatori arabi nelle provincie romane, troviamo notizie molto oscure negli annali loro, per una cagione che occorre spiegare. Presso gli altri popoli civili che si segnalarono nel mondo, la tradizione dei fatti, emersa una volta dalle nebbie dei tempi mitici, ha preso successivamente tre forme, che rispondono a tre diversi gradi dell'incivilimento, e sono: i canti eroici ripetuti a mente, le cronache scritte e la storia propriamente detta; nè la tradizione orale in prosa è stata altro che ausiliare, pronta, come ognun sa, a correggere o guastare gli altri ricordi. Appo gli Arabi, al contrario, la tradizione orale usurpò tutto il campo nei primi due secoli dell'egira. La nazione, sendo più incivilita nell'animo che nelle forme esteriori, non potea contentarsi oramai di racconti poetici, ma non era per anco avvezza a ricordi scritti; e l'umile arte di leggere e scrivere troppo scarseggiava tra que' guerrieri e improvvisatori che stavan sempre a cavallo e in su le armi. Pertanto non ebbero altri cronisti che i rawî, (raccontatori o direbbesi più litteralmente ritenitori), ai quali l'uso dava una prodigiosa virtù di memoria, e serbavano l'intero patrimonio letterario di lor gente: poesie, genealogie e fino i detti del profeta. Costoro, raccolti i fatti il meglio che poteano dalla bocca di questo e di quello, soleano riferirli con tutte le varianti e coi nomi di quanti successivamente li avessero tramandato. Ma tal diligenza accrebbe la mole e la confusione, più tosto che correggere i vizii della tradizione orale: il difetto cioè di precisione cronologica; lo scambio dei fatti diversi relativi a una stessa persona; la mescolanza delle fole di millantatori e detrattori; il pendío agli aneddoti maravigliosi; il silenzio su le imprese infelici. Questo cumulo di materiali par che opprimesse i primi che si provarono a scrivere, nel terzo secolo dell'egira e nono dell'era cristiana. Dei quali altri dettò storie particolari, altri osò intraprendere una cronica universale; ma nessuno seppe strigarsi dalla noiosa forma della tradizione orale, e nessuno venne a capo di chiarir bene tutti gli avvenimenti del primo secolo, ch'era più lontano da quella età. In ultimo comparvero le compilazioni e i compendii, che fecero andare in disuso quelle ponderose cronache primitive; sì che, poco o punto copiate dal duodecimo secolo in qua, non ce ne avanza che qualche volume. E per tal modo è divenuto ormai impossibile di ristorare la tradizione di alcuni avvenimenti; e i nostri sforzi non arriveranno a trovarne altro che qualche cenno.
Ma quell'assalto di Sicilia, di cui testè dicevamo, è reso certo dai ricordi europei, cioè: i documenti contemporanei che leggonsi nel processo di papa Martino;[159] un paragrafo della Cronografia di Teofane,[160] scrittore dell'ottavo secolo; e uno ch'è tratto manifestamente dalle memorie della Chiesa Romana e portato nelle vite dei pontefici che van sotto il nome d'Anastasio Bibliotecario.[161] Corretta la cronologia, il fatto compiutamente risponde alla tradizione musulmana che si raccoglie a brani dal Beladori, autore del nono secolo,[162] e da due compilazioni più recenti;[163] delle quali una assai particolareggiata si trova in un esemplare del falso Wâkidi; ma non ostante tal sospetta origine,[164] quando se ne tolgano le manifeste finzioni del compilatore, contiene un ragguaglio genuino e compie i cenni di Teofane e d'Anastasio, e però la critica non vuol che si rigetti. In ultimo è indizio dell'impresa un nome topografico rimasto in Siria infino al duodecimo o al decimoterzo secolo, chiamandovisi Sicilia, o, secondo altri, Le Siciliane, una villa in campagna di Damasco; se pur non sono due luoghi diversi. Il nome è derivato al certo da donne siciliane portatevi in cattività e probabilmente da quelle che vennervi al tempo di Mo'âwia.[165]
L'armamento musulmano mosse dall'estremo golfo orientale del Mediterraneo, forse da Tripoli di Siria, e certo egli è che non venisse dalle costiere d'Affrica donde i Musulmani s'eran ritratti tre anni innanzi. Però era mestieri allestire grosse navi e munirle a effetto di guerra; e ne parrà tanto più malagevole e arrisicata l'impresa di Sicilia, più assai che quella d'India del secento trentasei, nella quale gli Arabi aveano avuto in pronto legni e marinai della propria lor gente, usi a tal navigazione per loro commerci. Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân, che già si facea strada all'impero, forse sperò con la guerra di Sicilia d'accrescere le province ed entrate del governo suo ed emulare il capitano d'Egitto Abd-Allah-ibn-Sa'd, che godea come lui la grazia del califo ed avea acquistato in Affrica tanta gloria alla religione, e ricchezza ai soldati. E forse, dall'esercito del rivale pervennero a Mo'âwia i ragguagli che spinserlo alla impresa siciliana. Affidolla a un prode che fu poi partigiano suo nelle guerre civili;[166] rinomato non meno per pietà, poichè avea visto in volto il Profeta e ne serbava i detti;[167] e testè segnalatosi sotto gli auspicii del capitan d'Egitto nella espedizione di Nubia, ove perdè un occhio per ferita.[168] Ebbe nome costui Mo'âwia-ibn-Hodeig della tribù di Kinda[169] e continuò per venti anni a combattere per la fede in Ponente, sì che tante sue geste furono confuse dai raccontatori,[170] e quella di Sicilia, come meno avventurosa, restò oscura.
Sbarcarono nell'isola i Musulmani con forze non pari al conquisto; occuparono qualche luogo su la costiera, e a lor costume mandarono gualdane a battere il paese, le quali fean preda e prigioni, e pur non bastavano ad espugnar le terre murate. Ma tale debolezza del nemico non si potea scernere dai Cristiani tra i primi spaventi di quell'assalto, non aspettato nè creduto possibile; di quel terribil nome di Saraceni; di quelle nuove fogge, sembianti, linguaggio e impeto di combattere. Però, giunti gli avvisi a Roma, si strinsero l'esarco e il papa, com'abbiam detto. Passato Olimpio con l'esercito in Sicilia, la guerra andò in lungo: combattuta debolmente d'ambo le parti; dei Musulmani perch'eran pochi e scarsi di preparamenti; de' Cristiani perchè valean meno in arme, e travagliavali una moría che s'appigliò all'esercito. Indi le pratiche mosse dall'esarco, alle quali accennano e la narrazione del falso Wâkidi e il processo di papa Martino; le quali negoziazioni dopo la morte d'Olimpio furon costrutte in caso di maestà a fin di avvilupparvi il papa. Questi dal canto suo mandava aiuti di danaro in Sicilia: limosina a qualche servo di Dio, scriveva egli poi scusandosi, e dissimulando forse sotto tal nome il riscatto degli inquilini del patrimonio caduti in man del nemico. In ogni modo, tra scaramucce e pratiche si consumarono parecchi mesi; nel qual tempo Olimpio morì della pestilenza. I Musulmani, non isperando rinforzi, poichè non avevano altra armata in sul mare, e aspettandosi addosso il navilio bizantino, o avendo avvisi che venisse, non si lasciaron chiudere nell'isola. Mo'âwia-ibn-Hodeig rimontò su le navi in fretta, senza però abbandonare nè il bottino nè i prigioni; e, fatto vela nottetempo, ebbe a ventura, dopo felice navigazione, di sporre i suoi sani e salvi su le costiere di Siria. Tutto lieto il significava a Othman il capitano della provincia, Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân, che già assai temea della sorte dell'armata. Mandava altresì al califo la quinta della preda, e dividea il resto all'esercito. Par che i prigioni, la più parte donne, rimanessero a Damasco, e presto dimenticassero gli antichi lor signori, il paese, le famiglie, fors'anco la religione. Perocchè la cronaca bizantina aggiugne qui sbadatamente, che volentieri stanziassero a Damasco: nè più crudele biasimo che questo si potrebbe esprimere in parole, contro quei miseri schiavi non già, ma contro l'ordine civile e religioso che affliggea la Sicilia.[171]
Appena allontanati dall'isola i Musulmani, Costante incalzò la persecuzione contro il papa, e fe' compiere da un nuovo esarco l'attentato ch'ei meditava. L'innocente e caritatevole Martino, vegliardo, infermo, venerando per animo forte e soavi costumi, fu preso a piè degli altari da una man di scherani (giugno 653); gittato in una barca; condotto giù pel Tevere e per la costiera infino a Messina; ove il tramutarono in altro legno; lo menarono qua e là per la riviera orientale di Calabria e per le isole dell'Arcipelago: tenuto in segreta su la nave e in terra; strapazzato, e, dopo lungo tempo, tratto innanzi i magistrati a Costantinopoli. Quivi incrudì lo strazio per le ingiuriose imputazioni, la insolenza dei giudici, la brutalità dei servidori, la profanazione del nome e forme della giustizia, la sentenza di morte pronunziata e sospesa; e sopratutto la presenza del tiranno, dinanzi al quale gli stracciarono in dosso gli abiti sacerdotali, lo condussero per la città, con un collare di ferro alla gola, preceduto dal carnefice che brandiva la mannaia. Alfine il tiranno commutò la sentenza in esilio perpetuo a Cherson, su le rive settentrionali del Mar Nero; ove Martino trasse pochi mesi di vita che gli avanzarono, torturato da' disagi e dimenticato dal clero di Roma. Molti furono anco gastigati come ricalcitranti al tipo; e, più barbaramente che niun altro, il dotto San Massimo, al quale apponeano oltre le opinioni teologiche, sì sfacciato era il governo imperiale, di aver dato ai Saraceni l'Egitto, la Pentapoli e l'Affrica.[172]
E come rinforzato per trionfo in casa, Costante volle andar subito a gastigare gli Arabi, che fatti audaci in sul mare, armavano contro Costantinopoli stessa (655). Sorgeano all'áncora le navi o barche loro, dugento e poche più, su le costiere della Licia, presso il monte Fenicio in un luogo che i cronisti arabi chiamano “Le Colonne;” senza dubbio dagli avanzi di qualche monumento dell'arte greca. Quivi drizzò la prora Costante con sei o settecento, altri dice mille, navigli; certo con strabocchevole superiorità di numero, mole e munizione delle navi. Era questa la prima battaglia marittima che si presentasse ai Musulmani. Perciò stavano in forse anco i più valorosi: il supremo condottiero Abd-Allah-ibn-Sa'd, ch'era a terra con le genti, domandava tre fiate ai capitani minori che si farebbe; e tre fiate que' si guardavano in volto l'un l'altro senza rispondere: quando si levò un guerriero, e, in luogo di disputare, recitò le parole del Corano sopra la battaglia di Saul con Golia: “Oh quante volte picciol drappello ha sbaragliato grosse schiere, permettendolo Iddio: Iddio è con chi sta fermo.”[173] Abd-Allah allora, risoluto a morire anzichè abbandonare l'armata al nemico, gridava: “Alle navi, in nome di Dio.” E alle navi corsero, seguíti da molte donne loro, che vollero partecipare al pericolo.
Appiccata la zuffa con trar dardi e saette, gli Arabi si accôrsero dell'errore di combatter da nave a nave; e senz'aspettare una prima sconfitta che li ammaestrasse, vollero provarsi da uomo a uomo. Gittano gli uncini alle galee nemiche; salgono all'arrembaggio con le sciabole e i cangiar alla mano; e con molto sangue loro e grandissima strage de' nemici, vinsero la giornata. Costante, che s'era tratto addietro quando cominciarono a fischiare per l'aria le saette, diessi a fuggire quando si venne alle armi corte; e pure a mala pena campò. All'incontro la nobile e bella Bosaisa, moglie del capitan musulmano, avea visto sì da presso il combattimento che il marito le domandò: “Chi ti è parso il più valoroso?” “Quel dalla catena” ella rispose: un guerriero che nel fitto della mischia, vedendo la nave di Abd-Allah aggrappata e portata via da un galeone nemico, l'avea liberata spezzando la catena. Questo prode era A'lkama-ibn-Iezîd, che amò ardentemente Bosaisa; la domandò in isposa; si ritrasse dall'inchiesta quando seppe che Abd-Allah aspirava alla mano di lei; e venuto costui a morte pochi anni appresso la battaglia delle Colonne, ottenne alfine il premio di sì perseverante e generoso amore.[174]
Tornato il fuggente imperatore a Costantinopoli, incrudelì per sospetti di stato; fe' uccidere il proprio fratello; continuò le persecuzioni contro i sostenitori delle due volontà; e alternando fierezza e viltà, com'è proprio de' tiranni, vezzeggiò i successori di papa Martino, e pensò di fuggire i luoghi e il popolo che gli ricordavano il parricidio. Indi si favoleggiò che uno spettro lo inseguisse porgendogli una tazza piena di sangue, e gli dicesse: “Bevi, fratello!” Dilungandosi dalla metropoli ove mai più non tornò, Costante faceva atto di sputarla per odio, e per paura vi lasciava la moglie e i figliuoli, ritenuti come pegno dal popolo tumultuante. Egli, cercando sempre il pericolo da lunge e fuggendolo da presso, venne in Italia (663) a far guerra ai Longobardi; provocolli, e poi non aspettò lo scontro loro a Benevento; e vedendo sconfitto un grosso di sue genti, in fretta visitò Roma, raccolsevi quante cose di pregio rimaneano nelle chiese, fino il bronzo ond'era coperto il tetto del Panteon; e, incalzato da' Longobardi, passò in Sicilia; si chiuse con la corte e i tesori a Siracusa. E in vero ei disegnò di porvi la sede dell'imperio; come già Eraclio l'avol suo, prima di liberarsi con eroico sforzo da' Persiani e dagli Avari, era stato per tramutarla in Affrica. Al quale pensiero sembra mosso Costante dalla spaventevole forza degli Arabi che parea dovessero occupare da un dì all'altro tutta l'Asia Minore, mentre i popoli settentrionali incalzavano da un altro lato: ed egli è evidente che, disperando di tenere Costantinopoli, non si potea scegliere più sicura nè più comoda stanza alle forze vitali dell'impero, che la fertile isola cinta dai porti di Messina, Siracusa, Lilibeo e Palermo, donde le armate avrebbero signoreggiato il Mediterraneo, e agevolmente si sarebbe ripigliata l'Italia. Le guerre civili che sopravvennero tra i Musulmani allontanarono poi quel gran pericolo; e gli avvenimenti nati in Sicilia fecero svanire al tutto il disegno.
Perchè la rapacità di Costante aiutava a maraviglia il clero siciliano, pieno di profondissimo odio contro di lui, per essere l'isola devota al Pontefice di Roma, e molto accesa contro i Monoteliti. Costante, in sei anni che soggiornò a Siracusa, fe' sentir la vicinanza dell'augusta persona, con le strabocchevoli gravezze poste su l'isola, e su le vicine terre di Calabria, Sardegna e Affrica: tasse su la proprietà, tasse su la industria, tasse per l'armamento del navilio, che a memoria d'uomo non se n'era sofferto mai tanto cumulo; e confiscati con ciò i vasi sacri, e separati, dice la cronaca, i mariti dalle mogli, i padri dai figliuoli, con che può intendersi l'imprigionamento dei debitori del fisco, o qualche partaggio dei coloni addetti ai poderi del patrimonio imperiale che fosse stato venduto e distratto. I popoli d'Affrica, per minor male, chiamaron di nuovo i Musulmani. Quei delle isole e di Calabria si credeano condotti a inevitabil morte, come troviamo ne' ricordi ecclesiastici; e coloro che scrissero tai parole, al certo ripeteanle a viva voce, e con lunghi comenti, ai disperati sudditi di Costante.
E un dì, entrato il tiranno nel bagno di Dafne, un gentiluomo della sua corte, per nome Andrea figliuolo di Troilo, che il serviva e ungeagli il corpo con sapone, gli versò addosso un'urna d'acqua bollente, e lo finì dandogli dell'urna in sul capo (15 luglio 668). Trovato morto Costante nel bagno, nessuno cercò il come; i soldati altra cura non ebbero che di gridare imperatore un nobil giovane Armeno di nascita, per nome Mizize; e tutta l'isola applaudì[175]. Il clero partecipò o esultò tanto nel regicidio, che mezzo secolo appresso Gregorio Secondo, minacciandolo Leone Isaurico della medesima sorte di papa Martino, rimbeccavagli si ricordasse egli di Costante e del cortigiano, che, accertandolo i vescovi di Sicilia della eresia dello imperatore, immantinente lo avea trucidato.[176]
Allato a cotesta spiegazione storica d'un papa si vuol porre quella degli Arabi contemporanei, per mostrar come diversamente si sciogliesse a Roma e in Oriente il noto caso: se lice uccidere re tiranno. Narrata la battaglia delle Colonne e l'abbandono d'Alessandria che ricadde nelle man de' Musulmani, i Romani, dice la tradizione, sforzaron Costante a uscire con l'armata contro il nemico: “Ma Iddio mandò sovr'essi una tempesta che affondava tutte le navi, fuorchè quella di Costante; la quale scampò, trasportandola i venti in Sicilia. Dove interrogato dalla gente e narrati i casi suoi: “Hai svergognato la Cristianità,” replicarongli i Siciliani, “ed hai fatto perire i suoi campioni. Or se ci assaltino gli Arabi, dove troveremo chi ne difenda?” E Costante rispondea: “Quando salpammo, l'armata era forte: che volete se ci scoppiò addosso la tempesta?” Ma i Siciliani, fatto scaldare un bagno vel ficcano per forza, gridando egli invano: “Sciagurati! che il mare inghiottì i vostri prodi, e voi ora ammazzate il re vostro.” “Facciam conto che sia annegato con gli altri,” replicarono; e spacciaronlo: ma lasciarono andare quanti eran venuti con lui su la nave.” Nel quale racconto ognun può scoprire non solamente uno squarcio del vero, ancorchè vestito alla foggia degli Arabi di quei tempi; ma anco un vago cenno d'assalto sopra la Sicilia. E notabil è a tal proposito lo stesso errore d'alcuni cronisti musulmani, che affrettando di quattordici anni la morte di Costante, la pongono l'anno trentuno dell'egira, il quale in parte risponde al secentocinquantadue, data della prima impresa di Sicilia.[177]
Nè andò guari che i Musulmani riassaltarono l'isola. Parmi priva di fondamento la supposizione moderna che ve li abbia chiamato Mizize, perchè gli Arabi in quel tempo non potean sembrare valido aiuto in un'isola sì lontana dalle provincia loro; nè quivi si vedea cagione di tôrsi in casa il nemico, poichè il nerbo delle armi bizantine stanziava nell'isola, e questa parea sicura al tutto dagli assalti di Costantinopoli. Ma quivi la corte, e gli officiali civili e militari, temendo non rimanesse la sede dell'Impero in Sicilia, arsero di zelo per lo giovinetto Costantino figliuolo di Costante. Dondechè con maravigliosa prestezza e precisione ragunarono tanti brani di forze terrestri e navali di Ravenna, Campania, Sardegna e Affrica; ed ebbero tanto séguito nello esercito di Sicilia, che appresentatosi Costantino a Siracusa in primavera del secentosessantanove, Mizize fu abbandonato da tutti, riconosciuto legittimo imperatore Costantino, e chiamossi ribellione il colpo di Stato fallito. Costantino a capo di pochi mesi tornossene all'antica capitale.[178] Probabil è ch'egli sguernisse di soldati la Sicilia, per tor la voglia di crear qualche altro imperatore; e che i Musulmani i quali tenean gli occhi aperti su la nuova sede dell'Impero nemico, cogliessero questa occasione di spogliarla.
Vennero d'Alessandria su dugento navi, condotti da Abd-Allah-ibn-Kais della tribù di Fezâra, arrisicatissimo condottiero che afflisse i Cristiani del Mediterraneo in cinquanta scorrerie navali; e alfine fu ucciso in luogo detto Marca, probabilmente in Italia.[179] Abd-Allah irruppe in Siracusa con molta strage; se non che i cittadini rifuggivansi nelle montagne e nelle più munite rôcche dell'isola. Dopo un mese, fatto gran cumulo di preda, prese varie terre o piuttosto battuto il paese qua e là coi cavalli, i Musulmani si rimbarcarono. Portaron via, dicono gli scrittori cristiani, i tesori delle chiese e i bronzi rubati da Costante a Roma. Dicono i Musulmani, come s'è visto sopra nel testo di Beladori, che si trovò nel bottino gran copia d'idoli fabbricati di preziosi metalli e di gemme: e che il califo Mo'âwia li mandò ai mercati degli idolatri d'India, sperando che ne conoscessero e pagassero il pregio. Ma l'universale dei Musulmani fieramente scandalizzossi di un pontefice che rivendeva i lavorii di Satan.[180]
A questa impresa del secentosessantanove, un monaco Benedettino, vivuto cinquecent'anni appresso, innestò sue fole di sanguinosa strage nel monastero dell'Ordine a Messina, e sopratutto di guasto a moltissime città e terre che i Benedettini possedessero in Sicilia. Tal racconto si trova in una serie di leggende apocrife e falsi documenti, con che si fece prova nel duodecimo secolo a gabbare i principi, e carpir qualche pezzo dell'immenso patrimonio che si fingea tolto a que' pii cenobiti. Non senz'arte, si fe' menzione dei poderi da una mano nelle geste dei martiri, dall'altra mano nei supposti diplomi; e tra le une e gli altri, si attribuì ai Benedettini la proprietà di mezza Sicilia: terreni in tutti i luoghi di cui si conoscessero i nomi nella storia antica; e intere città poste sotto la signoria loro fin dal sesto secolo, come potean esserlo nel duodecimo. Ma traditi sempre più dall'ignoranza, gli autori della frode, che mi sembran parecchi, senza escluder l'Abate di Monte Cassino a quel tempo, presero tropp'alto il volo nelle leggende: fecero cominciare gli assalti dei Musulmani un secolo avanti Maometto, e trucidare San Placido, con trenta tra frati e suore che viveano nel suo monastero di Messina, proprio l'anno cinquecentoquarantuno, da un barone agareno che lor piacque di chiamare Mamuca, mandato con l'armata spagnuola da Abdallah, capo di setta saracena in quelle parti, tiranno zelantissimo nel promuovere il culto di Moloch e della stella Lucifero. Ciò tanto o quanto potea passare nel duodecimo secolo; pur la novella non prese allora, nè fruttò. Ma verso la fine del secol decimosesto, per procaccio de' Gesuiti, si rifrustarono quelle memorie; si cercarono a Messina, e, com'è naturale, si trovarono le tombe e le ossa dei martiri, e fino il piombo, che i Barbari infedeli avean loro versato in gola; e il dotto e scaltro Sisto Quinto, in un tempo di tanta gloria letteraria della patria nostra, soscrisse un breve dato il tredici novembre millecinquecento ottentotto, nel quale comandò che si festeggiasse il giorno di quel martirio per tutto l'orbe cattolico; e infelicemente replicò i nomi dei crudelissimi Abdallah e Mamuca, tiranni saraceni, invasori della Sicilia al tempo di San Benedetto e di Giustiniano. Accorati e confusi a tanto sbalzo d'anacronismo, i dotti scrittori ecclesiastici del medesimo secolo decimosesto e dei seguenti, se ne cavarono con accettare il fatto del martirio, e dichiararne apocrifa la sorgente, che eran gli atti di Gordiano: il solo frate scampato, come diceasi, alla barbarie di Mamuca. Ma mentre la falsa leggenda rimanea così in commercio, nessuno ebbe pietà dei documenti usciti dalla stessa fucina. Il Baronio li disse falsi, nè più nè meno; il Pagi rincalzò con pari severità; il Mabillon, Benedettino, sospirando ratificò il giudizio; e il siciliano Di Giovanni li rigettò con meritato disprezzo. Tra quelli appunto si trova una supposta lettera di papa Vitaliano per lo risarcimento dei guasti recati da Musulmani ai poderi benedettini di Sicilia nella scorreria del secentosessantanove. E com'ei pareva opportuno di fare rosseggiare il sangue dei martiri, quantunque volte si trattasse dei beni del monastero, una appendice posta alla leggenda di Mamuca, aggiunse quell'episodio dei martirii al supposto saccheggio del secentosessantanove. Infine la erudizione, la ignoranza e la impudenza, sbrigliaronsi in una seconda appendice che fe' partecipare i Benedettini delle stragi e guasti della notissima impresa di Ibrahîm-ibn-Ahmed nel novecentotrè. Dove lo scrittore, dopo aver detto delle immense possessioni del monastero depredate e degli infiniti monaci uccisi in Sicilia, si ride un po' troppo dei lettori, conchiudendo: “e chi vuol sapere le passioni di tutti quei martiri, vada a cercarle nelle biblioteche di Costantinopoli.”[181]
CAPITOLO V.
Dopo le raccontate scorrerie del secentocinquantadue e secentosessantanove la Sicilia ebbe a sentire il peso dei Musulmani, non più di Levante, ma dell'Affrica, ove la schiatta arabica si rinforzò d'una potente schiatta straniera e insieme con quella divenne sì formidabile in tutte le parti occidentali d'Europa. Però è mestieri toccare alquanto le condizioni di tal nuova provincia musulmana. Il tratto di terreno che serpeggia dai confini dell'Egitto fino allo stretto di Gibilterra tra il mare e la catena dell'Atlante o i deserti, ubbidiva al nome bizantino, o romano, come affettavan chiamarlo tuttavia. Distingueano gli antichi questa regione sotto varii nomi, cominciando dalle due Mauritanie alla estremità di ponente, indi Numidia, Affrica propria che prendea lo Stato odierno di Tunis e la parte occidentale di quel di Tripoli fino al golfo della grande Sirte, e via seguitando, Cirenaica, Marmarica e la provincia Libica che confina con l'Egitto; Paese di vario aspetto; dove orrido e arso, come le più inospite regioni dell'Arabia, dove lieto di vegetazione, temperato di clima e vivificato dalla man dell'uomo. Perchè prima i Cartaginesi e poi i Romani vi avean recato il genio del lavoro, che creava più che la guerra e la barbarie non guastassero; e, pur dopo l'invasione dei Vandali, v'erano rimase importanti città e maggior tra tutte Cartagine, risorta dalle sue rovine; e vi fioriano ancora industrie e lucrosi commerci.
Teneano l'Affrica settentrionale quattro generazioni d'uomini, diversissime d'origine e di numero. La più moderna era un pugno di gente germanica che alcuni autori arabi chiaman Franchi; e Leone Affricano, Goti: senza dubbio gli avanzi dei Vandali rimasti dopo l'impresa di Belisario.[182] Innanzi a loro per numero ed anzianità di soggiorno venian le popolazioni pelasgiche, d'Italia cioè e di Grecia, portate dalla dominazione romana: le quali gli scrittori arabi a lor modo chiamano i Rum. In terzo poteansi noverare gli altri stranieri gittati, direi quasi, dal mare su la costiera, forse in parte discendenti dei Fenicii, miscuglio di tante schiatte simile a quel che oggi dicesi nell'Algeria Mori, o Moreschi, non sapendosi qual altro nome dar loro che uno indefinito e antico; e forse per la medesima ragione gli Arabi li chiamarono Afârik, o Afôrika, ossia Affricani, accorgendosi che non fossero nè Germani nè Pelasgi nè Berberi.[183]
Ma i Berberi aborigeni, come debbon dirsi non vi essendo memoria di altri abitatori innanzi a loro, vinceane di gran lunga anche per lo numero e per la estensione del territorio tutte le razze intruse. Stendeansi dall'Atlantico ai deserti non esplorati che finiscono a Levante con la valle del Nilo; correano dal Mediterraneo agli altri deserti che arrivano al Tropico e al Sûdan, o vogliam dire paese dei Negri; dimodochè le tribù berbere più o meno sottomesse penetravano per ogni luogo il territorio romano; e le tribù, o meglio diremmo nazioni independenti, lo premeano dalla parte di mezzogiorno e di ponente. La gagliarda e fiera gente berbera, inaccessibile di tutti i tempi alla civiltà, mosse d'Oriente, come il mostra la stampa della schiatta caucasica che ha in volto, e come il portano le sue tradizioni serbateci dagli scrittori romani e dagli arabi. I libri punici in fatti, consultati da Sallustio, li diceano popoli della Media e dell'Armenia venuti in Occidente con Ercole; lo scrittore armeno Moisè di Corene e Procopio li credettero Cananei cacciati di lor terra da Giosuè; degli Arabi, chi li ha fatto Himiariti[184] o vogliam dire della schiatta dell'Arabia Meridionale; e chi ha appiccato la genealogia loro anche a Canaan; tradizioni mitiche, come ognun se ne accorge, tra le quali potran decidere i dotti quando si sarà studiata meglio la lingua berbera, e si conosceranno un poco certi altri antichi idiomi dell'Asia anteriore, come sarebbero gli ariani e gli himiariti. Intanto, dalla tradizione, al par che dal linguaggio, parecchie tribù berbere sembrano senza dubbio d'origine semitica; ovvero, se tutta la gente berbera il sia, quelle sembran passate in Occidente in tempi men rimoti, talchè il dialetto loro abbia ritenuto molto più delle voci e forme semitiche. Il nome generico di Berberi par sia stato messo in uso la prima volta dagli Arabi, poichè fino ai tempi del conquisto loro la appellazione generale di coteste schiatta fu Mauri Barbari, come troviamo in Procopio; alla quale gli scrittori europei dei tempi più bassi ne aggiunsero altre, d'Affricani, e, con manifesto errore, di Punici, e fin anco Cartaginesi: oltrechè, ad accrescere la confusione, ricorre sempre negli scritti loro la indeterminata appellazione di Saraceni. Tra coteste false denominazioni etniche de' popoli primitivi dell'Affrica, quella di Mori, ch'è più antica, ci è divenuta anco familiare ne' romanzi, ne' poemi, in architettura e financo nelle storie; ma io preferirò, come assai più determinata, la voce Berberi, alla quale si son attenuti giustamente i dotti. È parso ad alcuni eruditi d'Europa che gli Arabi abbian tolto di peso tal voce dalla latina Barbari; e al contrario gli scrittori arabi traggono la etimologia dal loro vocabolo berber, che significa borbottare, e diconlo anche di parlare in gergo rozzo e straniero. Gli uni e gli altri credo si appongano al vero; poichè gli Arabi conquistatori dell'Affrica settentrionale tanto più agevolmente doveano adottare il nome che trovarono in uso tra i popoli inciviliti del paese, quanto avea significato nel loro proprio linguaggio, e il significato si confaceva appunto al caso. Ma v'ha di più: il valore primitivo di questo vocabolo nell'idioma greco, che lo comunicò a tutti gli altri dell'Europa, è identico a quel che ritenne in arabico il verbo berber. Come notollo il Gibbon, Barbaro nell'Iliade non è detto che di favella rozza e aspra; nè pria de' tempi di Erodoto si vede usata cotesta voce com'appellazione dei popoli non parlanti il greco; donde poi si venne mutando il significato, come ognun sa, fino a quel che ha preso nelle lingue moderne. La stessa voce borbottare, che mi è occorsa testè traducendo il detto verbo arabico, vi consuona tanto e sì a capello ne rende il significato, che potrebbe riferirsi per avventura alla medesima origine[185].
Tale essendo la divisione etnologica dell'Affrica Settentrionale, non è mestieri aggiungere che facean base al governo bizantino le schiatte nuove, frequenti nelle parti orientali più che nelle occidentali, industri, snervate e cristiane; anzi sì zelanti nella fede, che la Chiesa Africana ai tempi suoi levò quel grandissimo grido che ognun sa. Al contrario i Berberi, che aveano sì ostinatamente combattuto la dominazione di Cartagine, poi la romana, non lasciavan tranquilla la bizantina; ma non bastavano ad abbatterla per essere sì divisi, nimicantisi tra loro senza perchè; diversi anco di religione, adorando chi le stelle, chi un idolo, chi un altro; e qualche tribù giudea, altra cristiana di nome. Il reggimento bizantino resisteva a così fatti nemici mercè la ordinata amministrazione d'una provincia ricca, la disciplina militare, le molte fortezze, il navilio. E queste forze eran tali, che nei principii del settimo secolo Eraclio governatore dell'Affrica avea occupato il trono di Costantinopoli, e che il patrizio Gregorio, deputato da lui a regger la provincia, levossi in aperta ribellione (646) quando vide fortuneggiare l'impero assalito dagli Arabi.
Gli Arabi non prima avean messo piè in Egitto che irruppero in Affrica. A'mr-ibn-A'si occupò Barca, Tripoli e Zuâgha (641-643), gli abitatori della quale si rifuggirono in Sicilia.[186] A'mr, levata di quei paesi una grossa taglia, ardea d'andar oltre: quando il califfo Omar gli comandò di ritrarsi; temendo di far troppo grande l'Impero, e come presago del gran sangue che dovea costare l'Affrica. Similmente parecchi compagni del Profeta, pochi anni appresso, dissentivano dall'impresa proposta dal novello capitano d'Egitto al califfo Othman, che gli era fratel di latte; ma questi, sendosela fitta in mente, pose di nuovo il partito nel consiglio, e, vintolo, affrettò i preparamenti in persona; li aiutò coi proprii danari; e avviò da Medina una eletta di guerrieri delle tribù modharite e del Iemen; i quali coi rinforzi presi in Egitto sommarono a ventimila tra cavalli e fanti. Condotti da Abd-Allah-ibn-Sa'd, quel medesimo che pochi anni appresso guadagnò la battaglia navale delle Colonne, mossero, non lungi dalla costiera, infino al golfo di Hammamet, e trovarono l'esercito di Gregorio, dentro terra, tra Sufetula e Cartagine (647). Per certo non combatteano sotto Gregorio centoventimila uomini, come scrissero alcuni cronisti arabi; per certo nè quegli avea promesso la man della figliuola e centomila monete di oro a chi uccidesse Abd-Allah-ibn-Sa'd; nè Abd-Allah-ibn-Zobeir con trenta cavalieri soli andò ad uccider lui nel bel mezzo delle file bizantine, e prendersi la figliuola che pugnava a cavallo con un ombrello di penne di pavone; nè pare probabile che il pregio del bottino montasse a tal somma prodigiosa, che, toltane la quinta, ne toccò tremila dinar ad ogni cavaliere e mille a ogni pedone. Cotesti episodii, ignoti ai più antichi scrittori arabi, messi innanti da quei di tempi più bassi e accettati per necessità dagli storici europei, sono stati distrutti non è guari da un insigne orientalista.[187] Ma piacemi di poter dare, in luogo di quelli, alcuni particolari, non pubblicati per anco, e autentici come io credo, ritraendosi da un discorso, che gli Arabi serbavano tra i lor modelli di eloquenza. Abd-Allah-ibn-Zobeir, che fu l'Ulisse di quella impresa, sopraccorso con rapidissimo viaggio a Medina, narrava la vittoria in pubblica concione, permettendolo il califfo: dicea che intimato agli Affricani l'islam o il tributo, e rifiutato l'un e l'altro, i Musulmani, temporeggiarono per due settimane in faccia all'esercito nemico: poi il capitano li esortò a combattere per la causa di Dio e guidolli alla battaglia; la quale aspramente si travagliò il primo giorno con molto sangue d'ambe le parti e avvantaggio di nessuna. “Venne la notte, proseguiva Abd-Allah, e i Musulmani a recitare il Corano, che s'udiva tra loro appena un susurro, come il ronzio delle api; i politeisti a sbevazzare e trastullarsi. La dimane, ripigliata la zuffa, Iddio ci fe' star saldi e ci accordò la vittoria, verso il tramonto del sole. Grandissimo è stato il bottino; la taglia pattuita sì grossa, che il quinto solo torna a cinquecentomila monete: ma forse n'avremo altri due tanti. E così io ho lasciato i Musulmani ricreati e sazii di preda, e son venuto nunzio al principe de' Credenti.”[188] Il patto cui si allude era stato chiesto da' vinti, quando videro sparse le gualdane a battere il paese e struggere e rapire ogni cosa. Raccolto quanto tesoro potè, l'esercito musulmano si ritrasse a capo di quindici mesi dal dì che avea passato la frontiera d'Egitto.[189] Un diligente scrittore porta che in questo tempo gli abitatori della penisola di Scerik, che guarda la Sicilia, si riparassero nella lor città di Kalibia (Clypea), e di lì a poco nella vicina isola di Pantellaria; ove alzaron fortezze e stettero lunga stagione, finchè non andò a snidarli un'armata musulmana.[190] Ma più probabile mi sembra che la fuga in Pantellaria seguisse una ventina d'anni dopo, quando la infestagione si venne a mutare in conquisto.
Perocchè gli Arabi saviamente audaci, non sendo per anco cresciuti di numero con assimilarsi i popoli vinti, tennero nelle prime vittorie uno di questi due modi. Ne' paesi ove parea loro di stanziare, poneano un grosso campo come i Romani, e occupavano qualche città: di che è esempio il disegno di A'mr-ibn-A'si, che si affortificò a Fostat, presso al Cairo d'oggi, e fece d'Alessandria un ribat, o, a modo nostro di dire, una piazza di frontiera; ove lasciò in presidio la quarta parte delle genti da scambiarsi ogni sei mesi con un'altra quarta parte che scorrea la costiera, mentre le altre due quarte rimaneano col capitano.[191] Al contrario nelle regioni troppo lontane facean grosse correrie, movendo dalle piazze di frontiera e quivi tornavansene col bottino e le taglie, come abbiam detto di Cipro, della Sicilia e dell'Affrica. Ma sovente accadea che l'agevolezza della vittoria, le occasioni che nasceano, e il rigoglio delle tribù arabe presto ingrossate di clienti stranieri, allettassero ad occupar coteste provincie, come le altre di cui si è detto.
E così appunto seguì in Affrica dopo quattro novelle guerre o scorrerie, che s'avvicendarono dal secentocinquantaquattro al secentosettanta,[192] una delle quali fu ordinata dal califo Mo'âwia a chiesta di popolazioni cristiane dell'Affrica, cui la tirannide di Costante avea mosso a ribellione. Il pensier del conquisto si dee riferire ad O'kba-ibn-Nafi', il quale in gioventù avea capitanato i primi cavalli arabi passati d'Egitto a infestar la terra d'Affrica, e, più maturo, comprese che la si potea tenere facendosi strumento delle popolazioni berbere. Mo'âwia il secondò con dargli comando independente dal governatore dell'Egitto, l'anno cinquanta dell'egira (670); ed ei poneasi con diecimila cavalli a Barca, ove fe' opera ad attirarsi i Berberi dei contorni. Risoluto poi andò a piantare in mezzo all'Affrica propria un alloggiamento che fu chiamato il Kairewân,[193] ove l'esercito musulmano stesse sicuro con le famiglie e lo avere. Elesse il sito dentro terra, a una giornata di cammino dal porto di Susa, in terreno boschivo e sano, ove sorgea un picciol castello romano, che gli Arabi chiamano Kamunia. Della scelta si disputò a lungo tra il capitano e i principali dell'oste, con ragioni non da Barbari. Volean gli altri tirarsi verso le spiagge per stare più pronti alle offese; O'kba rispondea che era meglio assicurar la capitale da' subiti assalti delle armate bizantine. Temeano quelli da una vicina palude tristi esalazioni nella state e umidità nell'inverno; ma egli mostrò ch'era forza incontrare que' disagi, poichè la palude difendea un terreno da tenere in pascolo i cameli che servono a trasportare l'esercito nostro, diceva il capitano, e i Berberi e i Greci la prima cosa che farebbero, sarebbe di venirceli ad ammazzare alle porte proprio della città, con improvvisa scorreria.[194] Vinto così il partito e condotte le genti là dove ei pensava fondare Kairewan, O'kba solennemente n'espulse gli antichi ospiti. “Belve e serpenti,” gridò “noi siamo i compagni dell'Apostol di Dio; partitevi di qui o sarete sterminati.” E le bestie a sgombrare quetamente portando seco i lor nati, e i Berberi a convertirsi, dicon le croniche, nè v'ha ostacolo a crederlo. Con un'altra scena troncò le dubbiezze degli Arabi, che, messisi a fabbricar la Moschea, andavan cercando la dirittura della Mecca, la kibla, com'essi dicono, alla quale il Musulmano dee guardare quand'ei fa le preci. Mentre gli altri osservavan le stelle il meglio che poteano, egli ebbe un sogno; diè di piglio alla bandiera; seguì una voce sovrumana; e, dove quella gli disse “resta,” fisse in terra l'asta e fe' innalzar la Moschea cattedrale. Costruirono anche il palagio del governo, le case dei grandi, gli abituri della minor gente: di argilla la moschea, di canne le case, dice un antico scrittore;[195] nè pensarono per lungo tempo a mutare in lor uso gli avanzi d'architettura romana che offriva il luogo.[196] Oltre a ciò posero alberghi, o com'essi dicono menzil, pei viandanti, a giuste distanze lungo le strade della provincia.
In cinque anni questi ordinamenti progrediano, e O'kba portava le armi sempre più verso ponente tra le tribù berbere; quando il califo il depose; unì di nuovo l'Affrica all'Egitto, e un novello capitano, per nome Abu-Mohâgir, imprigionò O'kba e smantellò il Kairewân: pensando forse che invano si sarebbe prodigato il sangue dei Musulmani nell'indomabile provincia, e che piuttosto era da pigliare i Berberi con le buone. In fatti egli avea tirato a professare l'islamismo un potente lor capo per nome Koseila, quando, salito al trono Iezîd, e tornato O'kba in credito a corte e resogli il governo d'Affrica (681-2), ristorò la sua città, ripigliò con tanto più ardore i suoi disegni e alla sua volta mise in catene Abu-Mohâgir. Con ciò fe' nuovi miracoli e nuove imprese: scaturir fontane quando l'esercito era per morir di sete; debellare eserciti bizantini e orde di Berberi; e altre ne convertì, com'ei credeva, e vittorioso trascorse infino a Tanger e Sus dell'Atlantico, ove, spinto il cavallo nelle acque, levando la mano verso il cielo, profferì que' noti detti che il mare solo rattenealo dal portare il culto del vero Iddio sino agli ultimi confini del mondo.
Pur le gonfie parole accompagnan sì raro i savii fatti, che O'kba, pria d'andare a guazzare il cavallo nell'Oceano, non pensò a' Bizantini che stanziavano a Cartagine e nelle altre città del Mediterraneo troppo dure a intaccare; ma, scansandole, era ito per la regione a mezzodì dell'Aurès, donde passò a settentrione, forse nella provincia d'Algeri o d'Orano. Peggio fece a trattar come vinti quei Berberi, che cominciavano a parteggiare per lui dopo essere stati sgarati in battaglia, ma non voleano ingozzare gli oltraggi ch'ei facea loro per superbia, o sol perchè Abu-Mohâgir aveva usato umanamente con essi. Narrasi, tra gli altri fatti, ch'ei richiedesse Koseila di scannare e scorticare un montone; per la cucina, dicono i cronisti; probabilmente in sagrifizio per mangiarne e dispensarne ai poveri, com'è uso appo i Musulmani; il che ad O'kba dovea parere atto di carità e religione, e al principe convertito, servigio da beccaio. Rispose non mancargli servi che il facessero. Ma il capitan arabo persistè, minacciò e volle essere ubbidito per forza. Koseila ubbidì: quand'ebbe finito, senza fiatare, si astergea le insanguinate mani sulla barba, e, domandatogli il perchè, rispondea melenso: “fa bene al pelo.” Vi fu chi comprese la muta rabbia di quell'atto e ne ragguagliò O'kba; ma il fiero vecchio se ne rise. Koseila intanto, indettatosi coi Bizantini, si levò improvviso in arme; e corsogli addosso O'kba impetuosamente con le poche forze che avea intorno, finse di fuggire finchè tirò gli Arabi a Tahuda a piè dei fatali monti Aurès, ove circondolli con infinita moltitudine di Berberi e aiuti bizantini. Già gli Arabi sentian suonar l'ora estrema. Era tra loro Abu-Mohâgir che O'kba traeasi dietro incatenato sospettandolo di tradimento o infingendosene; il quale proruppe a recitar due versi d'antico poeta, che avea pianto d'avere i ferri mentre i suoi s'apparecchiavano alla battaglia. O'kba, all'intenderlo, scorda le offese; lo fa sciorre; gli dice che salvisi con la fuga poichè non è tenuto a combattere: e Abu-Mohâgir risponde non bramar altro che di morire coi Musulmani; e s'arma, e ponsi al fianco del capitano. Spezzarono i foderi delle spade, imitandoli gli altri guerrieri: e avventatisi tra i Berberi virtuosamente caddero; campando pochissimi dalla strage (683). Koseila tra non guari s'insignorì di Kairewân; le reliquie degli Arabi si ritrassero di nuovo a Barca. Questo fine ebbe la prima prova di occupazione permanente dell'Affrica. O'kba seppe meglio imaginarla che mandarla ad effetto: uomo di costante proponimento, e prodigioso valore in guerra; ma poco atto a maneggiar le fila di un gran disegno, e meno a raffrenare le proprie passioni; troppo uso a fidarsi in quel piglio tra di fanatico e di commediante che ha accresciuto la sua fama appo i posteri.[197]
Così mossi i Berberi a guerra nazionale contro gli invasori, cui da principio avean creduto nemici dei soli Romani, il contrasto si fe' ostinato, sanguinosissimo; ebbe fasi diverse: sospeso talvolta per stanchezza; ripigliato per novelle cagioni che si sviluppavano dalla conquista; continuato fin quando le due schiatte si unirono sotto una stessa fede e uno stesso vessillo di guerra; acceso anche in Spagna e in Sicilia; durato sei secoli: nè finì che quando gli Arabi di dominatori divennero soggetti. Nè l'impero dei califi, nel fior della sua potenza, incontrò in alcun'altra provincia popoli che più disperatamente gli resistessero: costretto suo malgrado al conquisto dell'Affrica; ove mandò cinque eserciti a far vendetta l'uno dell'altro e ad incontrar la medesima sorte.
Dirò di questa lotta assai brevemente, astenendomi dai particolari il più che potrò. Entro pochi anni, gli Arabi vendicarono la strage di Tahuda; ruppero gli eserciti collegati de' Berberi e Bizantini e ammazzaron Koseila; ma intanto un'armata, allestita in Sicilia, occupò Barca, rimasa vota di difensori (688-9); e il capitano arabo vittorioso, Zoheir-ibn-Kais, affrettandosi alla riscossa con una picciola schiera, non guadagnò che l'onore di entrare nella città e morirvi con la spada alla mano.[198] Cinque anni appresso, escita appena la casa Omeiade dalla guerra civile di Abd-Allah-ibn-Zobeir, il califo comandava al capitan d'Egitto Hassân-ibn-No'mân di pigliare tutte le entrate della provincia, tutta la gente e attrezzi da guerra, e andare a far dell'Affrica ciò che gli paresse. Il quale, messi insieme quarantamila uomini, tirò dritto a Cartagine (693-4); ruppe i terrazzani e il presidio usciti a combattere; e pose tale spavento nella città, che i principali cittadini se ne fuggirono su le navi, chi in Sicilia e chi in Spagna; ed egli, facilmente sforzati que' che rimaneano, saccheggiò, fe' prigioni, diè opera a tagliare li aquidotti e diroccare frettolosamente quanto si potea; e non tardò a tornare dentro terra contro i Berberi dell'Aurès. Tra i quali, come avvien sovente nei moti nazionali, correndo le eccitate imaginazioni alla superstizione, era surta una novella Zenobia, regina della tribù di Gerâwa, per nome Dihâ, più nota sotto l'appellazione di Kâhina che le dettero gli Arabi, che è a dire indovina; alla cui voce profetica e bizzarro furore, congeniale alla schiatta loro, s'erano unite le altre tribù. Scontratasi con l'esercito di Hassân su le rive del fiume Nini presso Bagaia, ch'oggi va nella provincia di Costantina, la Kâhina ruppe gli Arabi con memorabile strage: e di lì a poco un patrizio Giovanni, venuto con le forze navali di Costantinopoli e di Sicilia, ripigliò Cartagine; Hassân con le reliquie dell'esercito fu ricacciato di nuovo a Barca. La profetessa poi sciupò la vittoria. Da una mano rimandò liberi i prigioni arabi, fuorchè un solo che adottò per figliuolo, il quale la tradì mandando avvisi ad Hassân. Dall'altra mano scatenò i suoi a guastar le città e i colti dell'Affrica propria, per annichilare, diceva ella, que' futili beni che attiravano il nemico. Ma fe' contrario effetto, perchè le popolazioni industri delle altre schiatte, parte emigrarono in Spagna e nelle isole, parte mandarono a profferire aiuto agli Arabi, i quali s'apprestavano a nuovo sforzo di guerra.
Donde tornato Hassân con una armata e un esercito, ruppe i Berberi, e uccisa la Kâhina nella sconfitta che avea vaticinato, com'è uso dei profeti senza poterla evitare, le tribù dell'Aurès, ormai spicciolate e sbigottite, si sottomessero; pattuirono di dar dodicimila ausiliari contro i Berberi non domi e contro i Greci. Indi movea Hassân per la seconda volta all'assedio di Cartagine; prostrava in parecchi scontri le forze bizantine; rimanea padrone del golfo; e sì stringea la città per mare e per terra, che il presidio finse di domandare l'accordo profferendo il tributo, e in mezzo alle trattative imbarcata ogni cosa di notte su le navi ch'erano in porto, quetamente se ne fuggì. Tentato invano di resistere in altri punti della costiera, il patrizio Giovanni con l'armata si allontanò per sempre dall'Affrica (698): Hassân, entrato in Cartagine, compiè l'opera della distruzione col ferro e col fuoco, lasciando picciol presidio, come per vedetta, e fabbricovvi, scrivon gli Arabi, una moschea, che è a dire serbò ed acconciò a quest'uso qualche antico edifizio. Infine, tornato a Kairewân, si volse ad ordinar la provincia; posevi gli uficii d'azienda, e assoggettò al tributo fondiario gli abitatori di schiatte europee, e dei Berberi tutti quelli che non avean fatto la professione dell'islamismo;[199] ma ai Berberi convertiti diè la parte dei tributi e delle terre che lor toccava come a guerrieri musulmani. Così gli Arabi fermarono per la prima volta il dominio su quella parte dell'Affrica settentrionale che oggi è compresa nelle reggenze di Tripoli, Tunis, e provincia di Costantina, senza estendersi per anco più a ponente. Dal nome d'Affrica propria che davano i Romani alla parte più importante di questa regione, gli Arabi la dissero tutta Ifrikia; e secondo lor geografi si stende dalla grande Acaba che sorge tra Barca e Alessandria, infino a Bugia. Di lì all'Atlantico chiamarono Maghreb che suona appo noi occidente, e diviserlo in Maghreb del mezzo tra Bugia ed Orano, ed estremo Maghreb, da Orano in poi. E coteste loro denominazioni geografiche noi adopreremo per lo innanzi; se non che scriveremo a modo nostrale Affrica in luogo di Ifrikia.
Con breve intervallo succedeva ad Hâssan un grande che rappattumò le due schiatte per qualche spazio di tempo, e legolle di tal vincolo che non si spezzò più mai, non ostante che si ricominciasse la lotta. Fu costui un vecchio settuagenario, Musa-ibn-Noseir, uom di origine straniera, liberto di casa Omeiade;[200] famosissimo per lo conquisto di Spagna, e degno di maggiore gloria per l'arte di stato e di guerra con che avea prima compiuto quel d'Affrica e del Maghreb. Esordì nel governo della provincia, come un sommo capitano del nostro secolo, con arringare l'esercito, accusando d'incapacità i predecessori, e dando certe le vittorie ch'ei vedea sì chiare nella sua mente. E pagò il debito con usura. Arrivò da Kairewân all'Oceano, domandò per ogni luogo le nazioni berbere, stringendosele in confederazione dopo la vittoria, pigliandosi ostaggi per guarentigia del patto; e, in vece di spingere il cavallo in mare come O'kba, fondò la città o campo di Tanger; posevi diciassettemila Arabi e dodicimila Berberi; e provvide a far apprendere il Corano ai Berberi, che lo ripetessero alle più rimote e salvatiche popolazioni di lor linguaggio. Così in breve tempo, dice l'autore del Baiân, si vide un mutar di chiese in moschee per tutta l'Affrica occidentale. La profession di fede era facile a fare; la partecipazione nel bottino si comprendea bene da' nuovi convertiti; le armi si tenean pronte a punire gli apostati. Musa le seppe rendere più possenti, ordinando un corpo di giannizzeri, come li diremmo dal nome che lor dettero i Turchi tanti secoli appresso; giovani robusti, e in gran parte di nobil sangue, ch'ei comperava da' suoi soldati, ai quali eran toccati nel partaggio del bottino; e li educava alle armi, alla religione, a cieca ubbidienza, per farne terribile strumento di dispotismo, e, se occorresse, d'usurpazione.
Nel vasto suo disegno Musa non tralasciò di usare lo ingegno e le arti delle popolazioni cristiane dell'Affrica propria. La mercè di quelle, rifabbricava di pietre e di marmi il Kairewân, che trovò di canne e d'argilla; e intendendo, dice un cronista, da' vecchi del paese le grandi imprese marittime di Cartagine, faceva costruire a Tunis cento navi e pria scavare il canale dell'arsenale, con intendimento manifesto di tenervi sicuri i legni musulmani dagli assalti dell'armata bizantina, e da' tradimenti degli abitatori cristiani, che eran tornati certamente a Cartagine e negli altri antichi porti. Quando il navilio fu in punto, vi unì gli avanzi d'un'armata d'Egitto che avea fatto naufragio su le costiere d'Affrica; bandì la guerra sacra in sul mare; chiamovvi i più nobili guerrieri arabi, dando voce di volerla capitanare in persona; e poi affidolla al proprio figliuolo Abdallah (704). Per tal modo cominciò l'infestagione del Mediterraneo occidentale: furon corse, oltre le isole Baleari, la Sicilia e la Sardegna, come si dirà a suo luogo. Abbiamo da buone autorità che in coteste imprese del Mediterraneo e del continente d'Affrica fosser fatti trecentomila prigioni; incredibile cosa appo noi, e tal anco parve a corte del califo; ove capitata una lettera di Musa che dicea montare il quinto a trentamila, fu ridomandato se fossevi errore: “ed errore v'ha,” replicò Musa, “ma è che il segretario ha scritto trenta in luogo di sessanta migliaia.” Del rimanente la maraviglia cesserà ove si pensi che gli uomini eran forse il più lucroso bottino: gregge facile a prendere in tutti i tempi; se non che allora nol teneano in pastura, ma subito ne facean danaro rivendendolo, o co' riscatti.[201]
Musa poi sguinzagliò i suoi Arabi e Berberi su la Spagna (711); vi sopraccorse ei medesimo, non ostante il peso degli anni, a rivaleggiare col proprio liberto Tarik: ed avea forse valicato i Pirenei, i suoi aveano al certo infestato la Linguadoca, ed egli parlando de' suoi smisurati disegni correva a compierli, quando lo raggiunse un messaggio del califo, afferrò il freno della mula ch'ei montava, e intimògli di voltar cammino e andare a scolparsi a Damasco. Lo accusavano di peculato. Solimano, ch'ei trovò sul trono quando giunse alla capitale, non fe' gran caso dei discorsi del conquistatore, che si vantava non essersi giammai, nel lungo corso di sua milizia, chiuso in castella, nè trinceato in campo; e parlando del valor dei soldati esaltava, sopra tutti gli Arabi, que' del Iemen; dicea i Bizantini lioni ne' lor castelli, aquile a cavallo e donne nelle navi; sagaci a spiar le occasioni in guerra, vilissimi dopo la rotta; i Berberi somiglianti molto agli Arabi per forza del corpo, impeto e ordine nel combattere, ma traditori sopra ogni altro popolo. Nè ottenne maggior grazia mostrando al califo le primizie dei trionfi: gli ottimati fatti prigioni in Majorca, Minorca, Sicilia e Sardegna, vestiti de' lor più solenni addobbamenti; e donzelle spagnuole a migliaia; e gemme preziosissime, tra le quali aveano scoperto non so che tavola di Salomone. Il califo, picciolo d'animo, sospettoso, avaro, governato da invidi cortigiani, non perdonò la gloria a Musa. Dopo prigionia e brutali maltratti, condannollo in quattro milioni di dinar che quegli non ebbe poter di pagare; fece ammazzare a tradimento il figliuolo, lasciato da lui a regger la Spagna; e affrettò la morte del misero vecchio asmatico (716) con mostrargli la testa del figliuolo imbalsamata di canfora, e domandargli se la conoscesse.[202]
Mancato un tant'uomo, le cose d'Affrica andavan per pochi anni com'ei da principio le avviò; e quasi tutte le nazioni berbere aveano accettato l'islam, quando si raccese la lite loro con gli Arabi. Al che dette occasione la rapacità fiscale, sofisticando e facendo opera di assoggettare ai tributi come Infedeli i Berberi fatti Musulmani. Ucciser essi il prefetto ch'era venuto d'Oriente con tal vezzo (720), e il califo lor diè ragione; ma dopo alquanto tempo, ritentata la prova da altri oficiali, nè potendosi sempre spegner questi senza ribellione, i Berberi vi corsero audacemente. E forza fu di dare un altro passo a che portava la rivoluzione contro un re pontefice. I padri loro, seguaci di Koseila e della Kâhina, avean gittato il Corano in faccia ai dominatori stranieri. La generazione presente cresciuta in quegli ordini che si poteano dir civili rispetto all'antica barbarie, non sapea vivere ormai senza i conforti reali ed immaginarii dell'islamismo. Avvezza a riconoscere da Allah, giorno per giorno, un beneficio ovvero una staffilata, la pioggia, i frutti del suolo e degli armenti, la vittoria e la preda, ovvero la carestia, le morie, le sconfitte; avvezza a far tante genuflessioni ogni dì ripetendo qualche parola del Corano, o almeno il nome di Maometto, pensò di mantenersi a un tempo gli aiuti del Cielo e sciogliersi da chi tiranneggiava la terra in nome di quello: corse, in vece dell'apostasia, all'eresia.
Trovò bella e fatta la riforma presso i dominatori stessi. Fin dalle guerre civili di Alî e Mo'âwia, erano seguiti in Oriente i primi urti della ragione con l'autorità; e la ragione, come suol fare, camminando lenta e incerta, avea dato origine alle sètte che si dissero dei Kharegi, ossiano uscenti; i quali negavano l'autorità assoluta dei califi in punto di civil governo e impugnavano anco alcuni dommi di religione, non potendosi far l'uno senza l'altro. Tra quelle sètte se ne notavan due, dette, dai nomi de' fondatori, gli Ibaditi e i Sifriti; concordi tra loro nel tener necessarie qualità del Musulmano la fede e le opere, e però non noverare più tra i Musulmani i colpevoli di gravi peccati, fosser anco i compagni di Maometto e i califi stessi. A così fatti principii aggiugneano entrambe una feroce intolleranza; e nei gradi di quella si distingueano gli Ibaditi dai Sifriti, risguardando i primi come Infedeli, e però rei di morte, tutti i Musulmani che non militassero nella guerra sacra, e le loro famiglie passibili di schiavitù, e rompersi anco i legami del sangue per cagione d'infedeltà. Così fatte opinioni passarono con gli eserciti arabi in Occidente, ove s'appreser tosto ai Berberi selvatici e malcontenti. I Sifriti, côlta l'occasione che il fior della milizia araba fosse andato ad osteggiar la Sicilia (740), levaronsi nel Maghreb, condotti da un Maisar che avea fatto l'acquaiolo a Kairewân; presero Tanger; gridaron califo l'acquaiolo; e accolte senza scrupolo sotto lor bandiere alcune tribù che non professavano l'islamismo, combatterono insieme la causa nazionale contro gli Arabi. Dettero a costoro due sanguinosissime sconfitte, la seconda delle quali fu chiamata dagli Arabi la giornata dei Nobili, dal grande numero che ne rimasero morti sul campo di battaglia. Tutta la provincia si scompigliò. I Berberi presero le armi per ogni luogo da ponente a levante, infino a Cabès. Gli Arabi si ridussero in due sole città, Kairewân e Telemsen. E il precipizio si sentì anco in Spagna, e vi produsse altre rivoluzioni.
A questi avvisi il califo Hesciâm, avvampando contro Berberi ed Arabi d'Occidente, chè i secondi con loro divisioni aveano accresciuto la calamità pubblica, minacciava farebbe sentir loro la collera d'un Arabo di buona schiatta; porrebbe sotto ogni castello berbero un campo di guerrieri delle tribù modharite di Kais o di Temîm; manderebbe un esercito da toccare con la vanguardia il Maghreb, mentre il retroguardo stesse ancora in Siria. Accozzò in tutto trentamila uomini: gente sì faziosa e discorde, che si abbottinò prima di venire alle mani coi Berberi, e che, messa insieme con l'esercito d'Affrica, n'accrebbe le discordie; onde venuti gli Arabi alla battaglia presso Tanger (741), qual fuggì, qual fu tagliato a pezzi dal nemico. Ma un novello capitano per nome Hanzala-ibn-Sefwân, ebbe tanta riputazione da unire gli Arabi; tanta fortuna o arte da guerreggiare nell'Affrica propria presso le colonie di sua schiatta, piuttosto che nel Maghreb. Dispersa parte delle forze nemiche in una prima battaglia e circondato dalle altre in Kairewân, armò i cittadini, accese in tutti il fervore religioso; passò una notte a pregare, e la dimane, spezzato il fodero della spada con migliori auspicii che O'kba-ibn-Nafi', uscì contro le miriadi dei Berberi. Li vinse ad Asnam, tre miglia discosto dalla città: la quale battaglia ricordossi tra le più strepitose dell'islamismo, e vi perirono, al dir dei cronisti, centottantamila Berberi; al certo uno spaventevole numero tra que' che caddero sul campo e gli uccisi di sangue freddo, com'eretici e barbari che vincendo non soleano dar quartiere (742).
Con tal supremo sforzo la schiatta arabica ripigliò il dominio della provincia. Fu in punto di riperderlo in due altre vaste sollevazioni (757-771), senza, contar le minori; e lo mantenne col pondo di due novelli eserciti, l'un di quarantamila, l'altro di sessanta o secondo alcuni scrittori di novantamila uomini, che era il settimo venuto in Affrica nello spazio di novant'anni, contando per primo quello che perì con O'kba.[203] Alfine la popolazione de' Musulmani orientali passata in Affrica tra cotesti travagli, le forti colonie poste in luoghi opportuni, e gli altri ordinamenti dei vincitori, prevennero i moti generali de' Berberi infino ai principii del decimo secolo; se non che alcune tribù berbere fondarono tre stati indipendenti, cioè: Fez nell'estremo occidente; sotto la dinastia araba degli Edrisiti (788); Segelmessa a mezzodì dell'Atlante, sotto i Midrariti, gente berbera (783); e Taiort (che scrivon anco Tahert e Tuggurt e oggi va nel Sahra dell'Algeria), sotto i Rostemidi, famiglia, come sembra, di origine persiana[204] (754). Le altre tribù sfogarono parteggiando nelle guerre civili degli Arabi; finchè, affievolita la costoro schiatta, gli indigeni rialzaron la testa e mutaron di nuovo lo stato politico dell'Affrica e del Maghreb, sì come ci occorrerà di dire nei libri seguenti.
CAPITOLO VI.
Dalla lotta de' conquistatori contro gli indigeni volgendoci alle condizioni in cui vivessero i primi mentre occupavano a mano a mano il paese, ci si presenta una considerazione preliminare. I popoli che s'impadroniscono di territorii stranieri tengono necessariamente uno di questi tre modi: trasferimento popolare dei conquistatori, come quel de' Franchi, dei Longobardi e altri barbari che non lasciavano patria dietro le spalle; colonie, come quelle dei Greci nell'antichità e degli Inglesi in America, intraprese private che suppongono un popolo incivilito e avvezzo alla libertà; o finalmente occupazione militare a nome dello Stato, ch'è propria dei governi forti in su le armi. Di cotesti modi i due ultimi si veggono talvolta congiunti, ovvero adoperati alternativamente, da alcune nazioni che hanno in sè istituzioni miste, come i Romani che mandavano anche lor colonie in paesi occupati militarmente, e gli Inglesi ai quali veggiam tenere l'Indie con la violenza delle armi e altre provincie con le colonie.
Ma gli Arabi, vivendo in una società ove coesisteano la barbarie, la libertà e l'autocrazia, stanziarono nei paesi vinti in un modo composto; che cominciò con la occupazione militare a nome dello Stato; divenne trasferimento di intere tribù; e portò a un largo governo coloniale e indi alla emancipazione dalla madre patria. La emigrazione si fe' tanto più agevolmente, quanto que' popoli non usi a soggiorno durevole nè incatenati dalla proprietà territoriale, passavano da reame a reame con la stessa nomade alacrità con che ne' lor deserti avean mutato le tende da un pascolo all'altro. I loro accampamenti alla romana, dei quali dicemmo nel capitolo precedente, si fecero grosse città entro pochi anni; traendovi le famiglie dei guerrieri, famiglie naturali e fittizie ancora: di schiavi, liberti, affidati; e oltre i guerrieri venivano a fruir della vittoria officiali pubblici, giuristi, mercatanti, artigiani: gente arabica o nativa di regioni occupate anteriormente ed arabizzata per conversioni e clientele. Così con maravigliosa rapidità si accrebbe la schiatta loro in Affrica dopo le ultime vittorie di Hassân-ibn-No'mân e sotto il governo di Musa. Oltre le colonie di Barca, Tripoli e altre sul golfo di Cabès, ed oltre Kairewân, che fu maggiore di tutte, si vide sorger quella di Tunis ove si cominciò a scavare il porto; poi la popolazione arabica si estese verso ponente a Tanger, Telemsen e fors'anco Ceuta: e, domi tanto o quanto i Berberi, il progredimento ricominciò; il centro principale della provincia, il quale era l'odierno reame di Tunis, si circondò di piazze di frontiera a Belezma, Tobna e altre, che guardavano i nodi più formidabili di popolazione berbera; e la schiatta arabica saldamente si afforzò verso la fine dell'ottavo secolo.
Vi comparve fin dai primi principii la ovvia distinzione di militari e cittadini. I primi chiamavansi collettivamente, come in ogni altra parte dell'impero, il giund; e talvolta questo nome si dava a ciascuna legione, divisione o brigata, come noi diremmo, talchè si trova adoperato in plurale presso gli scrittori arabi.[205] Erano i guerrieri scritti nei ruoli; i quali, oltre la parte che loro tornava dal bottino, aveano uno stipendio che si togliea dai tributi posti su i popoli vinti e sopra una classe di terre dei Musulmani, e che pagavasi per lo più assegnando al tal giund le entrate di tal provincia o distretto; la qual maniera di concessione gli Arabi chiamarono Iktâ', ossia scompartimento. Ordinati tuttavia secondo le proprie parentele, come già dicemmo,[206] e capitanati da un condottiero con titolo di Kâid,[207] eran mezzo soldati stanziali e mezzo milizie feudali: gente agguerrita quanto i primi, e, come le seconde, devota al proprio capo più che al principe; l'indole della quale avea bene spiegato un savio, quando disse al califo Abd-el-Melik, parlando di alcun rinomato capo di tribù in Oriente: “S'egli s'adira, centomila spade s'adiran seco, senza domandargli il perchè.”[208] Nel giund rimanea dunque l'aristocrazia patriarcale dei tempi anteriori all'islam.
Nelle città appariva al contrario un avanzo della primitiva democrazia musulmana; come sempre avvien che si sviluppi nelle colonie qualche principio che sia stato soffocato nella madre patria. Senza istituzioni scritte, senza magistrati riconosciuti dalla legge, surse a Kairewân, e in altre città principali dell'Affrica, una vera possanza municipale figlia di quel genio democratico e dell'industria. Non le mancò il primo elemento di forza, che è il numero de' cittadini; perocchè, giugnea a tale in Kairewân al tempo della seconda sollevazione dei Berberi, che fornironsi in un estremo pericolo diecimila scelti combattenti, i quali usciti insieme con le reliquie dello esercito riportarono (741) la vittoria di Asnam.[209] Non le mancò l'uso alle armi, poichè la popolazione delle città, obbligata a combattere da un precetto religioso che andava in disuso nelle parti centrali e tranquille dell'impero, lo osservava per necessità nelle provincie di frontiera, ove spesso s'avea a respingere il nemico. V'erano inoltre in così fatte provincie i ribat, di cui già parlammo; i quali mutarono natura quando la più parte della popolazione fu musulmana, e divennero ritrovo di birboni e oziosi, che viveano di pie oblazioni sotto specie di star pronti alla guerra contro gli Infedeli, e prontissimi erano alle sollevazioni. Non mancò infine l'ordinamento delle classi e la potenza di quelle superiori per le facoltà e l'educazione, le quali classi dan sempre la pinta ai moti delle città. Da una mano troviamo, in fatti, corporazioni d'arti;[210] da un'altra cittadini proprietarii di terre, e veggiamo la efficace influenza degli sceikhi, ossiano capi delle famiglie principali. Uscian anco da queste gli uomini che professavan sapere e pietà, legittimi successori dell'aristocrazia di Omar; i quali col Corano e la tradizione del Profeta alle mani, sosteneano le larghe franchigie dei Musulmani, poste in oblio dai moderni principi: e il popolo naturalmente li seguiva e agitavasi alla lor voce.[211]
Tali essendo gli ordinamenti delle milizie e dei cittadini, fondati su i costumi, non su le leggi, e di tanto più forti, il governo della provincia poco teneva a quel dell'impero. In apparenza non differiva dal reggimento d'un paese occupato militarmente; il califo di Damasco nominava il governatore dell'esercito e del popolo musulmano; i quali riconosceano un solo re e pontefice e una sola legge a Kairewân come a Damasco o a Medina. Ma in sostanza la colonia era libera. Stava la forza in mano di corpi independenti; il califo, non che trar danaro dalla provincia, ve ne rimettea, e se voleva almeno farsi ubbidire dovea affidare il governo a potenti capi di tribù, dovea piegarsi alle passioni di quelli e agli umori del popolo. Dal che nasceva un bene e un male: il bene, la forza di vita ch'è propria delle colonie libere e che non si infonde mai negli automi costruiti dai governi matematici; il male era la rabbia delle fazioni, che gli Arabi aveano nel sangue, e che l'islamismo accrescea con la frettolosa assimilazione d'ogni gente straniera. Il male si sviluppava a misura che gli Arabi metteano radice nei paesi di ponente; e mostravasi nel giund più che nelle popolazioni cittadine. Trovandosi nel medesimo esercito le schiatte rivali di Kahtân e di Adnân, appena si prendeano a scompartire i premii della vittoria, cominciavano i torti, scoppiavano le ire; il governatore favoreggiava la sua tribù e le affini a scapito delle altre; e queste, se le mene di corte o il caso faceano succedere nel governo della provincia un di lor gente, rendeano la pariglia; e, se no, prendeano a farsi giustizia dassè.
Arrivò a tale l'antagonismo, che nol potè curare nè anco la spada dei Berberi. Dopo la infelice battaglia dei Nobili (740) il califo Hesciâm, come abbiam detto, mostrò forse minore rabbia contro i nemici Berberi che contro la schiatta himiarita la quale prevaleva in Affrica a quel tempo.[212] Gli Himiariti risposero per le rime. Come il califo prepose al nuovo esercito un Kolthûm, modharita o vogliam dire della schiatta di Adnân, e com'ei, tra gli altri rinforzi, mandò un corpo di diecimila uomini della propria casa omeiade, ottomille cioè Arabi e duemille liberti, stanziati in Siria, così ambo gli elementi sociali della colonia si volser contro il novello esercito. La cittadinanza di Kairewân, vergognando o temendo di sì fatti ausiliari, chiuse loro le porte in faccia. Il rimanente delle milizie patteggiò anche contro di essi, tanto quelle antiche d'Africa, quanto ventimila uomini delle nuove, ch'erano stati presi qua e là, come scrive Ibn-Kutîa, da varie nobili schiatte arabiche. Perlochè movendo tutte le genti ad incontrare i Berberi, i condottieri non fecero che altercare con Kolthûm; i soldati erano per venire alle mani coi diecimila Omeîadi; e finì che costoro sul campo di battaglia voltaron le spalle, e gli altri furono orribilmente mietuti dal nemico. I pretoriani disertori poi, non potendo rimanere tra l'abborrimento universale, passarono in Spagna ove accesero aspre guerre civili: e l'Affrica si perdea, se Hesciâm, rimettendo del regio orgoglio, non ne affidava il comando ad Hanzala-ibn-Sefwân di chiarissimo sangue himiarita; il quale senza nuove soldatesche d'Oriente valse a debellare i Berberi (742), come sopra dicemmo.[213]
Ma passeggiera era la concordia; le divisioni durevoli, diverse, intralciate in confusione inestricabile: e un altro subito mutamento che seguì si dee riferire agli umori avversi al governo in tutta la provincia, e, più che altrove, nella capitale. Perchè Abd-er-Rahman-ibn-Habîb di tribù koreiscita, uomo illustre per la gloria del bisavolo O'kba-ibn-Nafi' e per una strepitosa fazione che avea combattuto pochi anni innanzi sopra la Sicilia, andato poi in Spagna ad accattar brighe e stato, e vedendosene tronca la via dalla prudenza di un luogotenente di Hanzala, gittatosi a un partito disperato, ripassava il mare; sbarcava a Tunis; trovava partigiani e osava assalire in Kairewân stessa il capitano liberatore dell'Affrica. Il quale accorgendosi delle disposizioni dei cittadini, gli rifuggì il generoso animo dalla guerra civile: chiamò il cadì e i notabili della capitale; lor consegnò il tesoro pubblico, presone le sole spese del viaggio per tornarsene in Oriente; e quetamente partissi dalla colonia (744-5). Tutta l'Affrica allor si diè all'usurpatore, quantunque ei fosse della schiatta di Adnân; ma lo perdonavano forse al sangue koreiscita, al casato di O'kba, fondatore della colonia, all'audacia del misfatto, sempre ammirata dal volgo, e al merito di aver offeso la corte di Damasco. Abd-er-Rahman usò sagacemente il comodo che gli davano in questo tempo le rivoluzioni d'Oriente: stracciò in pubblica adunanza il mantello d'investitura mandatogli dal califo; scosse lungi da sè le pianelle che avea ai piedi, con dir che così anco rigettava l'autorità del califo; e governò con animo e fortuna da principe indipendente. Dopo dieci anni, il proprio fratel suo, abbracciandolo, gli passò un pugnale dalle spalle al petto; godè per poco il premio del fratricidio; e la nascente dinastia presto fu spenta (757). La colonia, straziata dalle proprie fazioni e dai Berberi, riconobbe di nuovo il potere del califato, che era passato in questo mezzo dalla casa d'Omeia a quella di Abbâs.[214]
Tal mutamento di dinastia mostrò come la schiatta arabica troppo presto cominciasse a cedere il luogo ai vinti, coi quali stringeasi nella fratellanza dell'islamismo. L'assimilazione, turbata in Affrica dalla impazienza dei Berberi, ritardata in Egitto e in Siria dalla desidia de' popoli, dal Cristianesimo e dalla tolleranza de' Musulmani inverso di quello, s'era compiuta largamente nelle regioni soggette una volta all'impero persiano. Lasciando quelle poste tra l'Eufrate e il Tigri, nelle quali predominava il sangue arabico, troviamo di là dal Tigri i figliuoli dei Persiani propriamente detti e dei Parti: valorose schiatte, fattesi tanto innanzi nella civiltà ch'eran sorti tra loro i due riformatori religiosi insieme e politici, Mani e Mazdak. Coteste schiatte volentieri abbracciarono l'islamismo che loro offriva una credenza meno assurda, e una forma sociale meno ingiusta. Mentre gli emiri arabi perseguitavano agevolmente, o tolleravan senza pericolo gli uomini più tenaci nella credenza di Zoroastro, la parte maggiore della popolazione alacremente si accomunò coi conquistatori. I liberi acquistavano issofatto la cittadinanza musulmana con profferire: “Non v'ha Dio, che il Dio e Maometto il suo profeta;” gli schiavi professando l'islamismo agevolmente conseguivano la emancipazione, e diveniano cittadini come ogni altro: e ciò che tuttavia mancava dopo la cittadinanza legale, cioè il patrocinio d'una famiglia potente, i liberi l'otteneano per clientela volontaria, i liberti per clientela necessaria. Cotesti uomini nuovi fecero aprir gli occhi ai governanti con la pratica ch'essi aveano in azienda pubblica; aiutarono con la loro dottrina alla compilazione della giurisprudenza musulmana; accesero nei popoli arabici a poco a poco il sacro fuoco delle scienze; e prima quello della libertà civile e religiosa, al modo che poteasi comprendere in quelle parti. I popoli dell'impero sassanida furono invero i maestri degli Arabi, come i Greci erano stati dei Romani; se non che il diverso genio dei popoli, e soprattutto delle istituzioni religiose e civili, portò che i maestri persiani predominassero nello Stato, al che i maestri greci mai non giunsero.
Un secolo bastò a produrre i primi effetti, che apparvero nel Khorassân, estrema provincia orientale, nella quale stanziava, come per ogni altra parte dell'impero, un pugno d'ottimati arabi. Quivi la lontananza di Damasco rendea il governo provinciale più insolente a un tempo e più debole; e spingea a desiderio di novità i Musulmani della provincia, la più parte indigeni. Vedean essi la casa d'Omeia aggravare sempre più i torti della usurpazione con un reggimento contrario ai principii repubblicani dell'islamismo; con una istancabile crudeltà contro i discendenti di Alî; con la rapacità, insolenza e discordie delle sue centinaia di principi reali, degna progenie, potean dire i Musulmani, di quegli ostinati idolatri che aveano combattuto il Profeta finchè il poterono, e adesso molestavano e scannavano la sua parentela. Perchè oltre la prole d'Alî v'era quella di Abbâs zio paterno di Maometto, capo della casa dopo la morte di lui, e primo tra gli ottimati d'Omar, come s'è detto. I figli di Abbâs avean séguito nella nazione, e particolarmente, com'ei sembra, tra le case nobili stanziate nel Khorassân; ed erano stati rispettati dagli Omeiadi; ma alfine la gelosia della casa regnante e l'orgoglio degli Abbassidi proruppero in scambievoli offese. Narrasi ancora, nè è inverosimile, che sia avvenuto tra i partigiani degli Alidi e degli Abbassidi un di quegli accordi effimeri e bugiardi, che due ambiziosi stipulano a danno d'un terzo; salvo ad accoltellarsi tra loro dopo la vittoria. L'associazione di famiglia, che rimaneva in piè secondo l'uso antichissimo degli Arabi, fu ottimo espediente a promuovere e nascondere la cospirazione degli Abbassidi; molti destri missionarii (dâi' li dicon gli Arabi e appo noi suonerebbe chiamatori), ordinati con gerarchia e artifizio di setta, si misero a far parte nel Khorassân, a raccorre contribuzioni dai partigiani: e reggea con man maestra tutta la macchina Abu-Moslim che un buon uomo di casa abbassida avea preso ad allevare per carità, trovatolo in fasce esposto su la via pubblica. Quando la congiura, allargandosi, fu scoperta, piombò la prima ira del califo sopra Ibrahim capo della casa di Abbâs, che morì in prigione ad Harran: ma tantosto Abu-Moslim si levò in arme nel Khorassân; ruppe gli eserciti omeiadi; mosse verso la Mesopotamia; e il popol di Cufa, senz'aspettarlo, gridò califo Abd-Allah fratello del morto Ibrahim, e noto nella storia con l'atroce soprannome di El-Saffâh o diremmo noi Il Sanguinario. E in vero si versò il sangue a fiumi tra per comando suo e di Abu-Moslim, che il pose in trono, e che fu immolato dal successore di Abd-Allah per saldare i conti della dinastia. Campato sol dalla proscrizione un rampollo degli Omeiadi, rifuggivasi in Spagna; trovava partigiani; faceasi un reame di quella provincia, e lasciavalo ai suoi discendenti che presero il nome di califi.
Il rimanente dello impero ubbidì senza contrasto alla casa di Abbâs; la quale mutò ogni cosa, fuorchè il sistema del dispotismo. Le bandiere e vestimenta degli uficiali pubblici si tinsero in negro, colore prediletto dalla dinastia; i pretoriani furono, non più una fazione della aristocrazia arabica, ma i partigiani della casa in Khorassân, e poi i mercenarii turchi che consumarono la vergogna e rovina del califato; la sede del governo passò da Damasco a Bagdad, edificata a posta con imperiale splendore; i costumi della corte da arabica semplicità si volsero a lusso persiano; e l'amministrazione pubblica, tolta agli Arabi, data ai Korassaniti divenne più inquisitiva e molesta; il che fa dire a un autore arabo[215] che la casa d'Abbâs indurò il principato a modo dei re sassanidi. In somma la schiatta persiana si impadroniva del dominio non saputo tenere dagli Arabi.[216] Da ciò nacque la gloria letteraria che ha reso sì chiari gli Abbassidi. Perocchè i Persiani, venendo in servigio loro a corte e per tutte le provincia dell'impero, vi recarono le scienze; coltivaronle essi esclusivamente; messerle in voga appo i califi; trassero con lo esempio i Musulmani delle alte schiatte, pochissimi per altro dell'arabica. Ma scrivendo tutti nella lingua del Corano, tornò agli Arabi la fama di sovrastare all'umano incivilimento nei secoli più tenebrosi del medio evo.[217]
Non tardarono i guerrieri del Khorassân a passare fino all'altro capo dell'impero, per fidanza o sospetto di casa abbassida; la quale non potendo spegner tutti come Abu-Moslim, par che si provasse a farne stromento di dominazione in Affrica. Pertanto l'esercito mosso d'Oriente (761) per combattere i Berberi, undici anni appresso la esaltazione della dinastia, fu composto di trentamila uomini del Khorassân e dieci mila Arabi di Siria, che sembrano rei della medesima colpa; e, a capo d'altri dieci anni, un novello sforzo di sessanta mila soldati si accozzò di gente del Khorassân, di Siria, e dell'Irak. Cotesti eserciti, che divenian colonie, come dicemmo, più largamente e fortemente occuparono il paese: donde le città ingrossarono; crebbene anco il numero; s'ebbero nuove terre da dividere e più larghi tributi dai popoli che s'assuefaceano al giogo. Al tempo stesso la schiatta persiana fu nuovo elemento di discordia in Affrica; divenutavi dapprima tracotante per numero e favor della corte, poi disubbidiente come le altre. Nel primo periodo furono scelti in quella i governatori della provincia, e fin v'ebbe una famiglia nella quale l'officio s'avvicendò per ventitrè anni: officio usato dai Persiani non altrimenti che dai predecessori: al segno che certe milizie di Siria, dopo trent'anni di soggiorno, furono cassate dai ruoli del giund e ridotte alla condizione di ra'ia, ossia popolaccio, per mettersi in luogo loro la gente del Khorassân. Quando le altre schiatte si risentirono e il califo volle riparare, i capi persiani si divisero tra loro; i più malcontenti si rivoltarono: seguì uno scompiglio universale di Khorassaniti, Arabi Modhariti, Arabi del Iemen, Arabi venuti di Siria sotto gli Omeîadi e venuti sotto gli Abbassidi, Berberi ortodossi e Berberi eretici, che si contendevano con le armi alla mano il governo e i suoi frutti. Il potere dei califi su la provincia, di debole ch'era stato sempre, divenne precario; si sostenne a forza di espedienti; di qualche capitano fidato; del direttor di posta e spionaggio; e soprattutto dei centomila dinar sprecati ogni anno tra quelle riottose milizie e tolti dalle entrate d'Egitto. Fu in queste condizioni di cose che il magnanimo Harûn-Rascîd piegossi a dar l'Affrica, come in appalto, a Ibrahim figliuolo di Aghlab.[218]
Aghlab, nato dalla tribù modharita di Temîm, avea dato mano ad Abu-Moslim e a casa abbassida nella rivolta contro gli Omeîadi; poi a casa abbassida nell'uccisione d'Abu-Moslim;[219] ed era indi venuto (761) con alto grado nell'esercito d'Affrica; segnalatosi nella guerra; eletto a tener la frontiera dello Zâb contro i Berberi; fatto in ultimo governatore di tutta la provincia; e mortovi combattendo contro un capo iemenita ribelle (767). Però il figliuolo, gradito a corte e sottentrato, com'ei pare, nella condotta delle genti che soleano ubbidire alla sua famiglia, rimase di presidio nello Zâb, lontano dalle discordie che ferveano a Kairewân, poco invidiato dagli ambiziosi, e amato da' suoi marchigiani per liberalità, valore e saldo proponimento. Occorse poi che le altre milizie si trovassero avvolte in una generale sollevazione, nata a Tunis, compiuta a Kairewân per assentimento della cittadinanza, e provocata dal governatore Mohammed-ibn-Mokâtil, fratel di latte del califo; favorito prosuntuoso e dappoco, il quale avea scemato gli stipendii, maltrattato al paro militari e popolani e bacchettoni. Ma come costui fu preso, perdonatagli la vita e cacciato ignominiosamente dalla provincia, Ibrahim piombò sopra Kairewân coi suoi fidati marchigiani; richiamò Ibn-Mokâtil; combattè il capo della rivoluzione, congiunto suo, per nome Temmâm; col quale scambiò rimbrotti in prosa e in versi pria di venire alle armi. Tanto duravano i costumi cavallereschi de' Beduini nella numerosa nobiltà venuta a stanziare in Affrica![220] Ibrahim con fortuna e arte s'innalzò tra i turbolenti compagni. Rotti i sollevati (799), mandava alcuni lor capi incatenati a Bagdad; e, accontatosi in questo mezzo con gli altri, scrivea a corte contro il governatore ch'egli stesso avea ristorato. Rappresentò esser costui troppo odiato; la provincia troppo insubordinata; richiedersi quivi altr'uomo e più pratico del paese: e propose a dirittura sè medesimo, promettendo al califo che non solamente non gli farebbe spender più nulla in Affrica, ma gliene darebbe quarantamila dinar all'anno. Harûn accettò; non per avarizia, ma perchè altro modo non v'era; perch'ei dovea piuttosto pensare all'Oriente, base dello Impero; perchè ogni novello esercito che avesse mandato in Affrica vi sarebbe divenuto novella colonia di ribelli. Consigliollo anche a questo un suo fidato, che conoscea l'Affrica, non meno che la lealtà, il seguito e il valore d'Ibrahim-ibn-Aghlab.
Il quale, avuto il diploma del califo (800), diè opera a crear nuova forza su cui potesse fare assegnamento. Comperato un terreno a tre miglia da Kairewân per fabbricare una villa di diletto, v'innalza in vece un castello; circondalo di fossati; vi fa trasportar sottomano le armi e attrezzi che si teneano nel palagio degli emiri a Kairewân. Al tempo stesso blandisce il giund, ne prende cura particolare, ne sopporta anche la insolenza, trasceglie da quello un nodo di intimi partigiani; e da un'altra mano compera schiavi negri, dando voce di volerli adoperare ai servigii più grossolani, e sgravarne la nobil gente della milizia: e sì li avvezza alle armi; li instruisce in compagnie. Quando ogni cosa fu in punto, lasciato nottetempo il palagio di Kairewân (801), se n'andò coi famigliari, coi fidati del giund, è gli schiavi armati nella cittadella, cui pose il nome d'Abbâsia a onore della dinastia; ma poi la dissero El-Kasr-el-Kadim ossia il Castel-vecchio. E rinacquero le sedizioni; la prima delle quali mossa a Tunis da un dei notabili di schiatta arabica, per nome Hamdîs, che par sia stato progenitore del gran poeta siciliano del medesimo casato: ma Ibrahim ne venne sempre a capo, chiudendosi in cittadella quando soverchiavan le forze dei sollevati; e poi fidandosi nelle loro divisioni; fomentandole con danaro, e adoperando talvolta anco i Berberi. Consolidò il potere; rintuzzò a forza di danaro e tradimenti la dinastia edrisita di Fez; ebbe riputazione anco presso i Cristiani, coi quali si mantenne in pace: accordatosi col prefetto di Sicilia; e dimostrata molta osservanza a Carlomagno ch'era collegato con Harûn-Rascîd, per interesse politico e simpatia scambievole di due grandi ingegni, Carlo, promosso all'imperio lo stesso anno che Ibrahim al governo d'Affrica, gli mandava ambasciatori ad Abbâsia, la fortezza del fossato, come è chiamata negli annali di Einhardo, per chiedere il corpo d'un Santo sepolto a Cartagine: tesoro inutile ad Ibrahim e tanto più volentieri accordato.[221]
Venuto a morte l'Aghlabita, dopo dodici anni di governo, nel cinquantesimo sesto dell'età sua, lasciò ai figliuoli un regno sotto nome di provincia: equivoco che dura tuttavia in parecchi Stati musulmani, come per esempio in Egitto. Ritennero gli Aghlabiti, come i precedenti governatori, il titolo militare di emir e quello più generale di wâli, che appo noi suonerebbe preposto, e si dava anche ad officii minori. Il califo mandava a ogni novello principe di quella casa un diploma che conferivagli il governo, e con quello la bandiera, simbolo del comando, le vestimenta e collane, segni di famigliare liberalità: ai quali atti di regia e pontificia autorità sol mancava di potersi esercitare in favor di un altro. Il tributo dei quarantamila dinar presto mutossi in futili doni, e svanì. I principi d'Affrica fecero guerre e paci, aggravarono e abolirono le tasse, nominarono magistrati e capitani a loro arbitrio, o come portavano le necessità in casa, non come piaceva al califo; e scrissero i loro nomi su le monete insieme con le formole religiose della dinastia abbassida; in guisa che di tutte le regalíe, come le intendono i pubblicisti musulmani, rimase al califo il solo steril vanto che i popoli d'Affrica invocassero il Cielo in favor di lui nella preghiera del venerdì. Ma gli Aghlabiti, se usurpavano all'insù i dritti convenzionali del principato, non poteano soffocare all'ingiù le ragioni naturali degli uomini, sostenute dalle armi dei cittadini e del giund,[222] e più o meno dagli statuti primitivi dell'islamismo. Quantunque mal potremmo delineare tutti i limiti che la consuetudine poneva agli emiri aghlabiti, ne veggiam uno di gran rilievo, cioè il dritto di pace e di guerra esercitato dal principe insieme con la gemâ', o diremmo noi parlamento municipale, del Kairewân. N'è fatta menzione la prima volta a proposito d'un accordo col patrizio di Sicilia nell'ottocento tredici; e sappiam dalle proprie parole di un che sedea nella gemâ', come adunati dal principe gli sceikh e i wagîh, o, come suonano in lingua nostra, gli anziani e notabili della città, il trattato fu scritto e riletto in presenza, loro. E ch'e' non facessero da meri testimonii, e che i partiti liberamente si agitassero, il prova l'altra adunanza tenuta pochi anni appresso per trattar della guerra di Sicilia, dove sedettero i cadi, come i magistrati entrano nella camera dei pari in Inghilterra; e il principe fu necessitato a seguire l'opinione che preponderava.[223]
A comprender appieno come si bilanciassero i poteri dello stato aghlabita, convien discorrere l'autorità che presero in questo tempo i giuristi appo l'universale dei Musulmani. Lo studio della giurisprudenza progredendo, come ogni altro esercizio dell'intelletto, dopo la esaltazione degli Abbassidi, stava per creare nello Impero quasi un novello potere surrogato a quello dei compagni del Profeta: in luogo dell'aristocrazia dei santi, l'aristocrazia dei dottori. Costoro erano a un tempo teologi senza sacerdozio, moralisti, pubblicisti e giureconsulti; come portava l'unità e confusione delle leggi. Per necessaria contraddizione della teocrazia, i dottori vollero comandare al pontefice e re: e tanto o quanto ne vennero a capo; se non che il lione di tratto in tratto lor dava qualche zampata. Così Abu-Hanîfa (699-767), primo tra gli imâm della scienza, i dottori principi, a nostro modo di dire, era morto in prigione, martire, come Papiniano, di sue dottrine e coscienza. Ma non guari dopo Mâlek-ibn-Anas (712-795) guadagnava tanta riverenza appo Harûn-Rascîd, animo grande e civile, che il califo pensò dare virtù di legge al Mowattâ, come si addimandò l'instituta di quel giureconsulto; dal che Mâlek stesso lo ritenne, non sappiamo se per modestia, o perchè tal sanzione gli paresse illegittima, e lesiva al grado della scienza. Un'altra fiata, richiesto da Harûn di dare lezioni all'erede presuntivo della corona, Mâlek gli rispose che la scienza, nobile sopra tutt'altra umana possanza, non dovesse servire altrui ma essere servita; donde il califo, scusandosi, inviò il figliuolo con gli altri giovani della città alla moschea dove Mâlek tenea scuola. Sotto altro monarca, Ibn-Hanbal fu vergheggiato (834) perchè contro gli editti del califo sosteneva increato il Corano; ma il domma del califo andò giù, e venuto a morte Ibn-Hanbal (855), dicesi che a Bagdad accompagnassero il feretro meglio che secentomila persone, e che ventimila tra Cristiani, Giudei e Guebri si convertissero immediatamente all'islamismo, trasportati dal fervore del popolo che celebrava a una voce la dottrina e virtù di quel grande. Noi lasciamo indietro i molti esempii di virtù dei giureconsulti promossi all'uficio di cadi, i quali sapeano affrontar l'ira dei principi quanto niun altro eroico magistrato di cui faccia ricordo la storia d'Europa. Nell'ordine dello Stato mantenner essi l'autorità giudiziale independente dal principato, più e meno che noi non l'ammetteremmo con le odierne teorie di dritto pubblico. Perchè, da una parte i giureconsulti usurparono il potere legislativo mediante le interpretazioni dottrinali; e dall'altro canto, non arrivarono a divider netto la giurisdizione dei magistrati da quella del principe e dei governatori e ministri. Oltre a ciò, i vizii dell'aristocrazia militare, anzi la invincibile anarchia della società arabica, resero necessario un magistrato eccezionale, come noi lo diremmo, uficio dei soprusi lo chiamarono i Musulmani; tribunale preseduto dal principe o da un delegato di lui, spedito nella procedura e arbitrario nelle sentenze. Così di mano in mano l'indole del dispotismo occupava anco l'amministrazione della giustizia; e questa in Oriente si corruppe come ogni altra parte del governo, e presto cadde nella condizione in che or giace. La giurisprudenza musulmana fu compiuta nel nono secolo. L'assentimento universale dei contemporanei e dei posteri diè l'onore di imâm a quattro professori, cioè i tre già nominati, e Scia'fei che visse dopo. Concordavano le loro scuole nei dommi, indi accettate tutte come ortodosse. Differivano in alcuni punti di disciplina religiosa, dritto pubblico e dritto civile, non altrimenti che in oggi le compilazioni del codice francese, presso le varie nazioni che l'han preso per legge. Predominarono quale in un paese quale in un altro; e così oggi rimane in Turchia e in India la dottrina di Abu-Hanîfa, e in Affrica quella di Mâlek, introdottavi per lo primo da Ased-ibn-Forât e da altri suoi contemporanei, ma non fatta legge generale del paese che ne' principii dello undecimo secolo.[224]
Cominciò in Affrica l'opposizione pacifica dei dottori quando Abu-'l-Abbâs-Abd-Allah, figliuolo e successore d'Ibrahim (812-817), pensò di mugnere i proprietarii a beneficio proprio e delle milizie; donde avvenne che queste rimanessero chete per tutto il suo regno. Parendogli incerte e sottili le entrate della tassa fondiaria, che ragionavasi a dieci per cento su le raccolte e prendeasi in derrate, Abd-Allah, a spreto degli statuti, la volle in danaro, a tanto per aratata di terreno coltivato, senza guardare ad annata buona o scarsa. A questi ed altri soprusi risentendosi i cittadini, andavano i più rinomati e venerandi della provincia a trovarlo in fortezza; gli ricordavano, così dice un cronista, “i precetti della religione e il ben della repubblica musulmana;” e, ridendosi il despota di coteste parole, volgean essi sdegnosamente le spalle alla reggia, quando un Hafs-ibn-Hamîd, ch'era in odore di santità, s'arrestò nel cammino, e fece sostare i compagni. Lor disse ch'era da disperare ormai delle creature, non già del Creatore; poi fervorosamente intonò una preghiera a Dio che punisse lo scellerato principe; e ad ogni imprecazione gli altri in coro rispondeano: Amen. La complicità delle milizie col principe ritenne al certo i barbassori dal passar dalle scomuniche a più gravi fatti. E tosto s'ebbero ad allegrare di lor propria sagacità e del credito grande che godeano in Cielo, poichè opportunamente attaccossi un'ulcera all'orecchio di Abd-Allah, e lo spacciò.[225]
Il terrore superstizioso di questo avvenimento par abbia lavorato nella mente del novello principe Ziâdet-Allah (817), figliuolo anch'egli d'Ibrahim, uomo nel resto di fortissima tempra di animo, il quale, seguite un pezzo le orme del fratello,[226] cominciò a ritrarsene, a spiccarsi dal giund, ad ascoltare i giuristi; e tanto s'addentrò nelle ubbie religiose, che consultava i cadi su la misura di voluttà concedutagli dalla religione;[227] e, quel ch'è peggio, parlava di condanna capitale contro i poveri zindik, o diremmo noi, scettici, ospiti pericolosi sotto un governo teocratico; i quali, insieme con le schiatte persiane e con lo incivilimento, pullulavano già per tutto l'Impero, e venivano a filosofare fino in Affrica.[228] Costui ci è dipinto come bel parlatore, liberale coi poeti beduini e coi dotti che veniano d'Oriente a corte sua, animoso, costante, magnifico e giusto.[229] Ma ben mostrò ciò che intendesse per virtù, quando disse fidar nella divina clemenza il dì del giudizio universale, avendo mandato dinanzi a sè, chè questa figura usano sovente i Musulmani, quattro opere meritorie: l'edificazione della moschea cattedrale e del ponte della porta Rebî' a Kairewân, la costruzione della fortezza Ribât a Susa, e la elezione di Abu-Mohriz a cadi della capitale.[230] Affidandosi in cotesti meriti, gli parea tanto più venial peccato il sangue ch'ei facea spargere, mosso da sua natura feroce, dalle necessità della tirannide, e sovente anco dal vino che bevea. Quella indole imperiosa, non dimenticando l'antica insolenza del giund, sdegnò di accarezzarlo, o comperarlo, come avean fatto il padre e il fratello; volle essere ubbidito sol perch'ei comandava; e probabil mi sembra ch'anco offendesse il giund negli averi, disdicendo la nuova tassa di Abd-Allah. Agevole gli fu di spegnere una prima sollevazione di Ziâd-ibn-Sahl-ibn-es-Sikillîa ovvero es-Sakalîba, che significherebbe figliuol della Siciliana, ovvero della Slava (822). Ma surto in arme Amr-ibn-Mo'âwia della potente tribù di Kais, e costretto ad arrendersi, Ziâdet-Allah, come l'ebbe in mano, non seppe moderar la vendetta. Più savio di lui il giullare di corte, domandato quel dì che nuove corressero, “Si dice che tu non uccida Amr,” gli rispose; “perchè i Kaisiti farebberti pagar caro quel sangue.” Ma egli, tanto più invogliato, correa alla prigione; scannava di propria mano il ribelle con due figliuoli, e fatte porre le teste sopra uno scudo, le imbandì sul desco ove si messe a bere coi cortigiani (823). Scoppiò a tal atto di crudeltà l'ira delle milizie. Proruppero a sedizione in Tunis; si levarono per tutta l'Affrica, arrogandosi ognuno la signoria del distretto ove era alle stanze, e fecero capo dell'esercito un Arabo di illustre schiatta per nome Mansûr, detto Tonbodsi, dal nome d'un suo castello (824). Invano il despota avviava contro costui i mercenarii e il giund suo fidato, minacciando di mettere a morte chi voltasse le spalle nella battaglia. Rotti da Mansûr, passarono sotto le bandiere di lui per fuggire la vendetta del crudel signore: tutto il giund, e le milizie cittadine, e gli stuoli che accorreano in arme da ogni luogo[231], mossero sopra Kairewân; posero il campo fuor la città (agosto 825), sollecitando i terrazzani a seguirli; mentre Ziâdet-Allah co' mercenarii e la famiglia s'era chiuso in cittadella. Il popolo della capitale, non badando ai dottori che sognavano potersi camminar sempre entro i limiti della resistenza legale, aprì le porte a Mansûr, rifabbricò con l'aiuto di quello le mura abbattute da Ibrahim, capo della dinastia, e tutto diessi alla rivoluzione. Poi seguì l'usato effetto tra que' piccioli corpi feudali e municipali, ciascun dei quali avea preso a reggersi dassè. Impotenti ad espugnare Abbâsia, si divisero; e Ziâdet-Allah, uscito co' suoi, li ruppe (ottobre 825), pose in fuga Mansûr, riprese Kairewân, ed abbattè le mura, ritenendolo da maggiore vendetta, chi dice un voto ch'avea fatto a Dio mentre era stretto d'assedio in Abbâsia, chi dice le preghiere dei due cadi; e nessuno ha pensato che volendo domare il giund, dovea andare con riguardo verso i cittadini, e che Mansûr, ancorchè sconfitto, era in arme, e la provincia tutt'altro che queta. In fatti, voltata la fortuna della guerra, Mansûr tornò a Kairewân, Ziâdet-Allah tornò a chiudersi in Abbâsia, e già si parlava di accordo che lasciata la signoria d'Affrica ei se ne andasse con la famiglia e lo avere in Levante, quando uno dei suoi partigiani con audace fazione lo salvò. Costui, tolto seco un pugno d'uomini, andò verso Castilia ai confini meridionali dell'odierno Stato di Tunis, ove s'era mossa contro i ribelli la tribù berbera di Nefzâwa; ond'egli accozzando i Berberi e mille Negri armati di vanghe e di scuri, ruppe il giund di A'mir-ibn-Nafi'. Le discordie fecero il resto. Mansûr, venuto alle armi contro A'mir, fu morto a tradimento; A'mir tenne il fermo altri tre o quattro anni in Tunis; e i capi minori prima di ciò a uno a uno s'eran sottomessi; e la più parte era ita ad espiare la ribellione con la guerra sacra in Sicilia.[232]
Tali erano le condizioni dell'Affrica in questo tempo. La popolazione industriale, d'origine europea o mescolata, non avea peso nello Stato: menomata dalle emigrazioni; sottomessa d'opere e d'animo, e la più parte fatta musulmana, con tal precipizio, che la Chiesa Africana, la quale levò già tanto grido in Cristianità, potea dirsi annichilata mezzo secolo dopo il conquisto; come ce l'attestano concordemente le cronache musulmane e i documenti ecclesiastici, sia romani, sia alessandrini.[233] I Berberi, tutti oramai musulmani, tra ortodossi e scismatici, stanchi e divisi ma non domi, ubbidivano e si sollevavano; pronti ad accompagnar gli Arabi in guerra, non a sopportare i pesi del dominio; meno ostili a casa aghlabita che ai capi dei giund lor signori o vicini; ma quel sembiante di obbedienza s'andava dileguando a misura, che le tribù si allontanavano dal centro della provincia. Dei coloni arabi e persiani abbiam detto abbastanza, che le passioni di quelle milizie riottose, di que' cittadini turbolenti, di que' giuristi fanatici, eran fuoco sotterraneo che cercava d'aprirsi uno spiraglio.
Tra vicende analoghe s'agitavano in questo medesimo tempo i Musulmani di Spagna. Accennammo già come nei primi impeti del conquisto (711), valicati i Pirenei, irrompessero in Linguadoca. A capo di venti anni, fatto pianta di lor guerra quella provincia, or con eserciti or con gualdane si spinsero fino al Rodano e alla Senna da un lato, alla Loira e all'Oceano dall'altro, capitanati da emiri, cui designava il califo, ovvero il governatore d'Affrica. Ma infin d'allora svilupparonsi due serie distinte di fatti, che liberarono dal danno presente la Francia, e dal pericolo tutta l'Europa. Da una mano era la reazione delle popolazioni cristiane; la maravigliosa costanza delli Spagnuoli afforzatisi tra i monti di Gallizia, delle Asturie, della Navarra; il valore de' Franchi, e altri Germani, che sotto Carlo Martello guadagnavano la giornata di Poitiers (ottobre 732); la resistenza di parecchi signori della Francia meridionale, e possiamo aggiungere degli Italiani ancora, poichè le mosse di Liutprando affrettavano la espugnazion d'Avignone (737). L'altra serie di eventi che troncarono i passi ai conquistatori, nascea dai vizii della società musulmana in generale, e di quella d'Affrica in particolare, madre della colonia spagnuola. Pertanto in Spagna, come in Affrica e peggio, i vincitori sospettosi tra loro, pronti a straziarsi in guerra civile: Arabi contro Berberi; Modhariti contro Iemeniti; gli antichi coloni contro i nuovi; i borghesi contro i militari: ed ogni fortuna che corresse la dominazione dei califi in Affrica portava un contraccolpo di là dallo Stretto.
La provincia nondimeno si rassettò, quando spiccossi dallo Impero, per ubbidire a un principe proprio (755) della schiatta d'Omeîa, testè cacciata dal trono dei califi. Senza potere sradicar da loro montagne que' valorosi Cristiani che teneano tra ponente e settentrione della penisola, i primi monarchi omeîadi di Spagna si mantennero a un di presso a' limiti dei Pirenei, or avanzandosi fino a Carcassonne (792), ora indietreggiando a Barcellona, che perdettero per sempre (801). Ostili ai Musulmani di Affrica; duramente contrastati dalla parte di Francia, dai primi monarchi carolingi, che s'intendeano coi califi abbassidi, gli Omeîadi di Spagna non si segnalarono per conquisti,[234] ma si detter pensiero degli armamenti navali, più che non l'avessero mai fatto i governatori dei califi.[235] Intesero altresì a ordinare lo Stato a dispetto degli elementi di discordia accennati dianzi; e dettero principio a quella splendida civiltà che poi sopravvisse a lor dinastia, alle guerre civili ed alla occupazione cristiana. E perchè nel faticoso cammino della umanità è sempre avvenuto che i principii d'ordine fossero usurpati e contaminati dal dispotismo, e appena oggi si comincia a vedere qua e là nel mondo qualche popolo che sappia innestarli con la libertà, non fia maraviglia se verso la fine dell'ottavo secolo i monarchi musulmani di Spagna, volendo dar sesto alla società, cadessero nella tirannide, o piuttosto intraprendessero l'opera dell'ordine e incivilimento al solo fine incivilissimo di prevalersi senza ritegno del comando. Seguendo l'istinto che porta i tiranni a spolpare i sudditi per ingrassare le soldatesche stanziali, Hâkem-ibn-Hesciâm (796-822), terzo principe omeîade di Spagna, uom prode e di forte animo, ma beone, dissoluto e crudele, provocò di soverchio il popolo della capitale. Aggravati col nuovo balzello della decima su le vittuaglie; dispettosi del vedere armar legioni di schiavi comperati a posta e rizzare fortezze e tener cavalli schierati innanzi la reggia, i cittadini di Cordova si risentirono; rincorati dai giuristi, i quali in Spagna come in ogni altra provincia sosteneano la primitiva libertà dei Musulmani. Indi Hâkem a far morire i caporioni della resistenza legale; indi i cittadini a congiurare per deporlo dal trono; e dalle congiure i soliti tradimenti e supplizii; finchè la rattenuta ira scoppiava alle violenze d'uno schiavo soldato contro un cittadino.
Il borgo meridionale, frequentissimo di popolo, si levò incontanente a romore (25 marzo 818); dove spinti da Hâkem gli stanziali negri, il giund e sue schiere di ribaldi raunaticci, il giorno appresso il borgo fu espugnato; messo per tre dì a ruba, a sangue ed a fuoco; distruttevi dalle fondamenta case e moschee; trecento cittadini dei più notabili, sgozzati e sospesi ai pali in orrida fila lungo il Guadalquivir. Al quarto giorno, osando alla fine un cortigiano di ricordare al tiranno che quei ribelli di cui facea carnificina fossero pur creature di Dio, Hâkem perdonò la vita ai superstiti che s'andavano ascondendo per la città; ma volle che sgomberassero da Cordova e luoghi vicini, con loro donne e figliuoli, portando seco la roba che potessero: ma le soldatesche, postesi ai passi nella campagna, li svaligiarono. Molti indi si rifuggivano a Toledo e altre città di Spagna; molti su le costiere d'Affrica; e più numero andò a cercar ventura in Oriente: rimase il borgo di Cordova desolato e disabitato per quattro secoli. Hâkem, come se non fosse ancor sazio, sfogò il resto della rabbia ch'avea in petto con dettare una satira contro i ribelli; esempio, credo unico, nella storia; poichè Giuliano l'apostata, al tempo antico scrisse il Misopogon contro i cittadini d'Antiochia, senza far torcer loro un capello; e più d'un principe pagano e cristiano si è vendicato con arsioni, macelli e saccheggi, senza sapere scriver satire. L'opinione pubblica, che gastiga tai misfatti com'ella può, non perdonò al re poeta. Il volgo chiamollo “Quel dal Borgo” e “L'Efferato” (Er-Rabâdhi ed Abu-'l-A'si). I cronisti a gara lo infamarono e maledissero; all'infuori d'un semplice o svergognato, che con gergo cortigianesco appose il tumulto del borgo a prosperità soverchia del popolo.[236]
Il grosso degli sbanditi di Cordova (i cronisti lo fan sommare a quindicimila) si vede apparire d'un subito, otto anni dopo l'eccidio, in Alessandria d'Egitto; onde è da supporre che fosse stato respinto successivamente da più luoghi di Spagna e d'Affrica, ove cercava una patria; e che Hâkem, ovvero il figliuolo, Abd-er-Rahmân, il quale gli succedette (822), abbia fornito navi per allontanar dal reame gente sì indocile e sì ingiuriata. Senz'armi nè danaro, e, com'e' sembra, alla sfilata, passarono, cheti per forza, le Baleari e le terre italiane, cui l'armata spagnuola aveva osteggiato con successi non felici poco avanti il caso di Cordova: e si adunarono a poco a poco nei sobborghi d'Alessandria. Non andò guari che una rissa privata accese aspro combattimento tra cotesti Spagnuoli che nulla possedeano, e i cittadini che li guardavano in cagnesco; e gli Alessandrini v'ebbero la peggio: i disperati forastieri, fatti per necessità soldati di ventura, occuparono parte della città, e dopo orribili guasti e depredazioni vi s'afforzarono e posero sopra di loro un condottiere. Fu questi Abu-Hafs-Omar-ibn-Scio'aib, detto El-Ballûti da una terra presso Cordova, e il Cretese dall'isola ch'ei poscia conquistò; Apocapso, come lo chiamano i Bizantini, trascrivendo a lor guisa il primo dei suoi nomi. Ma, dopo le turbolenze intestine che avean lacerato l'Egitto e favorito la sedizione delli Spagnuoli, riordinato lo Stato da Abd-Allah-ibn-Tâher, luogotenente del califo e poi occupatore della provincia, questi fece intendere ad Abu-Hafs che si sottomettesse, o s'apparecchiasse a difendersi: e bastò il nome di Tâher a piegare Abu-Hafs all'accordo (823?). Stipularono che il governatore d'Egitto desse un sussidio di danari, e che, allestita così un'armatetta, gli Spagnuoli sgombrassero d'Alessandria, e cercassero fortuna in alcun paese cristiano non soggetto ai Musulmani. Elessero Creta ch'era vicina, mezzo disabitata,[237] e parea facile acquisto; avendovi fatto una scorreria l'anno innanzi Abu-Hafs medesimo o alcun altro condottiero musulmano con poche forze. Probabil è che Abu-Hafs, sbarcando in Creta, abbia dato alle fiamme parte de' legni rabberciati con poca spesa in Alessandria, e non atti a novella navigazione; e ciò porse argomento ai Bizantini a replicare nel conquisto di Creta il classico racconto dell'armata arsa da Agatocle, quando assalì Cartagine; a fingere che Apocapso, da lor chiamato Principe dei Credenti in Spagna, volendo sgravare il paese conducesse quella colonia in Creta, e cercasse di togliere ai suoi la speranza del ritorno; e drammaticamente fanno adirare i Musulmani alla vista dell'incendio per amor delle mogli e figliuoli che avean lasciato in Ispagna; e fanli racchetare da Apocapso con brevi parole: che ei lor darebbe in Creta donne più belle, dalle quali avrebbero quanta prole volessero. I cronisti bizantini, che ambivano d'intrecciar nella storia tante fronde di rettorica a modo greco e romano, ignoravano che disperata gente fossero i vincitori di Creta; ma ne sapeano bene alla prova il valore. Narrano pertanto molti fatti d'arme trascurati dai Musulmani nello scheletro de' loro annali. Narrano, come Abu-Hafs afforzava l'alloggiamento, che poi divenne città, e dalla voce arabica Khandak, che suona fosso, si chiamò Candia, e diè all'isola il nome che or porta. Dicono infine come Michele il Balbo, testè liberatosi dalla guerra civile di Costantinopoli, mandasse due eserciti al racquisto dell'isola, e fossero entrambi sconfitti. Dondechè, condotta una schiera di mercenarii a quaranta monete d'oro a capo, questa forte milizia, che i Greci chiamarono per invidia i Tessaracontarii, o diremmo noi Quarantini, fece miglior prova. Con un'armatetta capitanata da Orifa, che al nome par anch'egli straniero, i Tessaracontarii liberarono dai Musulmani le isolette adiacenti; Creta non già, ove la colonia si afforzò e crebbe. Seguitavano questi eventi verso l'ottocento venticinque di nostr'era.[238] I Musulmani poi di Creta, su' quali regnò la dinastia di Abu-Hafs,[239] sembra che partecipassero con le popolazioni affricane nel conquisto di Sicilia, e di certo furono principalissimi nella infestagione della Puglia e della Calabria per tutto il nono secolo: e per tal motivo ho voluto distendermi nei particolari della emigrazione loro dalla Spagna,