STORIA
DEI MUSULMANI
DI SICILIA.
Proprietà letteraria.
STORIA
DEI
MUSULMANI
DI SICILIA
SCRITTA
DA MICHELE AMARI.
VOLUME SECONDO.
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.
—
1858.
LIBRO TERZO.
CAPITOLO I.
Al contrario della stanca società bizantina che sgombrava di Sicilia, la musulmana che le sottentrò, portava in seno elementi di attività, progresso e discordia. Nel primo Libro, toccammo gli ordini generali dei Musulmani, e come si assettarono in Affrica. Or occorre divisare più distintamente alquanti capitoli di lor dritto pubblico, e l'applicazione che sortirono appo la colonia siciliana.
Farem principio dal reggimento politico. Il dispotismo che prevalse con la dinastia omeîade, e si aggravò con l'abbassida, non era bastato ad opprimere le due aristocrazie, gentilizia e religiosa, tanto che non prendessero parte, secondo lor potere, alla cosa pubblica. Fecerlo in due modi; cioè con la interpretazione dottrinale della legge, e con lo smembramento dello impero: a che si è accennato, trattando dell'Affrica.[1] Secondo le teorie distillate per man dei dottori,[2] dagli eterogenei elementi della legge musulmana, lo impero, era ormai, in dritto e in fatto, debole federazione di Stati, impropriamente chiamati province. Troviamo in Mawerdi, egregio pubblicista del decimo secolo, doversi tenere lo emir di provincia come delegato della repubblica musulmana, non del califo.[3] Ei veramente esercitava tutta l'autorità sovrana, fuorchè la interpretazione decisiva dei dommi.[4] Allo emir di provincia era dato:
Ordinare lo esercito, distribuire le forze nei luoghi opportuni, e fissare gli stipendii militari, quando non lo avesse già fatto il califo;
Vegliare all'amministrazione della giustizia ed eleggere i câdi e gli hâkem, magistrati simili al câdi nelle città minori;
Riscuotere tutte le entrate pubbliche, pagar chi di dritto su quelle, ed eleggerne gli amministratori;
Difendere la religione e la società;
Applicare le pene ad alcuni misfatti, nei limiti che appresso si descriveranno;
Presedere alle preghiere pubbliche, in persona o per delegati;
Avviare e sovvenire i pellegrini della Mecca;
E, se la provincia stesse in su i confini, far la guerra ai vicini infedeli, scompartire il bottino ai combattenti e serbarne la quinta a chi appartenesse.[5]
Il popolo, dunque, di una parte del territorio musulmano costituita in provincia e governata da un emiro, non riconosceva il califo nè come legislatore nè com'esecutor della legge; non vedeva altra autorità che dello emiro; e costui, alla sua volta, non era tenuto ubbidire che alla legge ed alla propria coscienza; nè dovea rispettare il fatto del principe, fuorchè nel caso degli stipendii militari già determinati da esso. Il principe eleggeva e rimovea d'oficio l'emiro, come il câdi, senza poter dettare all'uno i provvedimenti, nè all'altro i giudizii; talchè tutta la amministrazione civile, militare, ecclesiastica e giudiziale si conducea come in oggi quella sola della giustizia negli Stati di Europa che abbiano magistrati amovibili ad arbitrio. Bene o male, era conseguenza logica della teocrazia. Se avvenia che il califo sforzasse lo emiro ad alcun provvedimento con minaccia di deposizione, ciò non costituiva norma d'ordine pubblico; era abuso di chi comandava e viltà di chi obbediva. Similmente il califo celava, quasi fosse colpa, la vigilanza sua sopra lo emiro, affidandola al direttor della posta.[6] Alla effettiva autorità rispondeano le apparenze, e in particolare la cerimonia della inaugurazione, nella quale si prestava giuramento all'emiro non altrimenti che al califo.[7] La moneta, nei primi due secoli dell'islamismo, si coniava spesso col solo nome dell'emiro, per esempio di Heggiâg-ibn-Iûsuf in Irak, di Mûsa-ibn-Noseir in Affrica e Spagna, e di Ibrahim-ibn-Aghlab in Affrica.[8] Sì larga essendo la potestà legale del governator di provincia e impossibile di tarparla nei paesi lontani dalla metropoli, e stanziando in quelli la nobiltà armata, ognun vede con che agevolezza le province si poteano spiccar dall'impero, sol che le milizie parteggiassero per l'emiro; nel qual caso tornava inefficace la sola ragione lasciata al califo, cioè dargli lo scambio. Così nacquero le dinastie dei Taheriti in Persia, degli Aghlabiti in Affrica, dei Tolûnidi in Egitto e non poche altre. Cotesti novelli principi alla lor volta, se mandavano emiri nelle province conquistate, si trovavano rispetto a quelli nelle medesime condizioni e peggiori, che i califi verso di loro; non avendo la dignità del pontificato, nè distinguendosi pur nel titolo dai governatori delle proprie colonie.
Le esposte norme di dritto pubblico si osservarono in Sicilia, infino ai tempi del tiranno Ibrahim-ibn-Ahmed, e se alcuno le trasgredì, furono i coloni più tosto che il principe. Gli emiri dell'isola facean da sè paci e accordi e scompartivano il bottino, a quanto si può spigolare tra gli aridi annali musulmani; nè si trovan vestigie di comando esercitato in Sicilia dai principi d'Affrica. Il titolo dell'oficio or si legge emîr, or wâli, e, nei primordii della colonia, sâheb; la qual voce par che denotasse il fatto d'una insolita autorità, e quasi independente, come dicemmo nel secondo Libro.[9] Men precisi indizii troviamo nelle monete. Tra le poche che ce ne avanzano degli Aghlabiti, due di argento portano il nome dello emiro siciliano insieme e del principe aghlabita, date di Sicilia il dugentoquattordici e il dugentoventi. Poi ne occorre una anche d'argento, del dugento trenta, ove leggonsi i simboli religiosi, il motto di casa d'Aghlab e la data di Palermo, senza nome nè dell'emiro nè del principe. In ultimo, un quarteruolo d'oro del dugentotrentatrè senza il nome della Sicilia nè del principe, ha ben quel dello emiro con la formola religiosa e il motto aghlabita. Di lì alla fine della dinastia, qualche moneta che si crede siciliana dalla fattura, senza che vi si legga Sicilia nè Palermo, offre il sol nome del principe Affricano.[10] Da ciò si può conchiudere di certo che i primi emiri coniassero moneta; ma non che i successori non ne coniassero. D'altronde lo esercizio di tal dritto, che sarebbe assai significativo trattandosi di reami cristiani, poco monta negli Stati musulmani dei primi cinque secoli dell'egira, quando i califi lasciavan correre nelle monete, come dicemmo, il nome degli emiri di provincia; e i veri principi che sottentrarono ai califi ne lasciaron correre il nome; sì che passò in proverbio “è rimasa al tale la Khotba e la zecca” per significare un titolo senza potestà.[11]
Oltre la piena autorità esercitata dagli emiri di Sicilia, è da notar che sovente i coloni non aspettaron licenza dall'Affrica per rifar l'emiro, quando fosse venuto a morte, e sovente anco scacciarono gli eletti o confermati dal principe;[12] appunto com'era avvenuto in Spagna avanti il califato di Cordova, e in Affrica avanti gli Aghlabiti. A così fatta usurpazione li spingea l'assioma che lo emiro rappresentasse non il principe, ma il popolo musulmano; e altresì la dubbia sovranità degli Aghlabiti, e la consuetudine allo esercizio di un dritto anteriore all'islamismo e non abrogato: cioè che tutta associazione di Arabi, grande o picciola, tribù o circolo, sempre scegliesse il proprio capo.
Le altre parti del civile ordinamento non occorre descrivere minutamente; sendo notissime, nè molto diverse da paese a paese. Con l'emiro pochi magistrati eran preposti alla esecuzione della legge. Cominciando dall'amministrazione della giustizia, si vedrà questa intralciata e sovente arbitraria. Decidea sempre un sol giudice; prendendo avviso legale da' muftî, assessori come noi diremmo. V'era un sol grado di giurisdizione; e quattro maniere di giudici con mal definita competenza. Primo giudice criminale il principe o l'emiro,[13] che poteva applicar le pene scritte testualmente nel Corano e non altre; ma al contrario, nella istruzione del processo, gli era lecito lo arbitrio che si negava al câdi. Nei misfatti di dritto divino[14] l'emiro decideva o delegava la causa; quei di dritto umano[15] eran conosciuti da lui o dal câdi, a chi si rivolgessero gli offesi.[16] L'emiro poteva alzar poi un tribunale straordinario chiamato dei mezâlim o diremmo noi de' soprusi, ov'ei sedea coi câdi, hâkim, giuristi, segretarii, testimonii e guardie; e sì decidea, con procedura eccezionale, su i richiami per casi qualunque, criminali, amministrativi e anche civili, quando la potenza dell'accusato avesse tolto all'offeso d'ottenere giustizia ne' modi soliti.[17] Independente dallo emiro, il câdi nelle città maggiori e lo hâkim nelle altre, esercitava quella tutela delle persone incapaci e opere pie che appo noi va attribuita al pubblico ministero; e inoltre giudicava tutte cause civili e le criminali che richiedessero interpretazione di legge o fossero delegate dall'emiro; fuorchè le cause civili e criminali di minor momento, alle quali era preposto il mohtesib.[18] I parenti del profeta aveano magistrato speciale.[19] Infine il mohtesib esercitava la giurisdizione meramente esecutiva nelle cose civili, e nelle criminali quella che potremmo chiamare correzionale, se esattamente rispondesse alla definizione dei nostri codici; e al medesimo tempo era oficiale di polizia urbana ed ecclesiastica; vegliava ai mercati; alla giustezza dei pesi e delle misure; allo esercizio delle arti liberali o arti meccaniche o commercii, sì che non nocessero ai cittadini.[20]
Dopo ciò, poco rimane a dire dell'amministrazione civile: della quale dapprima ebbe carico il mohtesib; ma l'oficio in alcuni Stati fu diviso, con diversi nomi; e rimase quel di mohtesib al preposto dei mercati.[21] La sicurezza pubblica, o sicurezza del despotismo, fu affidata, nelle capitali, a un prefetto chiamato per lo più sâheb-es-sciorta,[22] del quale v'ha ricordo negli annali della Sicilia musulmana;[23] e il nome rimase per lo meno infino al decimoterzo secolo, quando i capitoli del Regno di Sicilia chiamano Surta le pattuglie di polizia.[24] Il mohtesib, o come che si addimandasse, partecipava alle cure edilizie insieme col magistrato municipale propriamente detto, com'oggi l'intendiamo.
Scarsi quanto siano i ricordi che ci avanzan di cotesta parte di civile reggimento negli Stati musulmani del medio evo, pur non cade in dubbio la esistenza dei corpi municipali. Generalmente si appellavano gemâ', che suona adunanza; come sappiamo del Kairewân sotto gli Aghlabiti;[25] di tutte le città d'Affrica nei primordii della dinastia fatemita[26]; del califato abbassida nel decimo secolo,[27] e fino ai nostri giorni delle cittadi e tribù dell'Affrica settentrionale.[28] Questo ordine, non istituito da legge scritta, era appunto novella forma del gran consiglio di tribù e di circolo, di che parlammo nelle istituzioni aborigene degli Arabi: e in vero non si potrebbe comprendere che i nomadi, fatti cittadini, avessero disusato quell'ordinamento, quando il novello lor modo di vivere lo rendea sì necessario, se non per trattare le cose politiche, certo per provvedere, con mezzi e volontà comuni, ai bisogni particolari della città. La gemâ' nelle popolazioni arabiche par sia stata composta dei capi di famiglie nobili, dei dotti, facoltosi e capi delle corporazioni di arti, le quali assimilavansi a famiglie e costituivano società di assicurazione reciproca nei casi penali: perciò questo corpo municipale somigliava in parte alla curia romana.[29] Non sappiamo se la sciûra, di che si fa menzione negli annali della Spagna musulmana,[30] sia la gemâ' sotto altro nome, ovvero una deputazione della gemâ', un comitato esecutivo, diremmo oggi, il quale nei tempi ordinarii amministrasse i negozii del municipio deliberati dalla gemâ'; ma certo è che nei tempi torbidi reggeva le faccende politiche. Nei tempi ordinarii la gemâ' era richiesta, in difetto dell'erario, di provvedere, per contribuzioni volontarie di danaro o d'opera, alla costruzione o restaurazione degli acquedotti, delle mura, delle moschee cattedrali e al sovvenimento dei viandanti poveri. La richiedeva il mohtesib; poteva obbligarla il solo principe, e nel sol caso che la città fosse piazza di confini, onde, cadute le mura o dispersa la popolazione, ne sarebbe tornato pericolo a tutto il reame. La obbligazione, sempre era collettiva, non individuale: dal che ognun vede essere stata la gemâ' corpo morale, e vero municipio. Alla ristorazione delle moschee minori provvedeano quei circoli o quartieri che le possedessero; e trascurandosi da loro cotesto dovere, il mohtesib era tenuto a farne memoria.[31] Ciò conferma il fatto che oltre il magistrato municipale della città ve n'era altri di quartiere o contrada;[32] istituzione necessaria nelle città musulmane, le quali, al par che le nostre del medio evo, eran divise in quartieri, abitati per lo più da nazioni o arti diverse.
Cotesti ordini dall'Affrica passarono senza dubbio nella colonia siciliana; onde v'ha memoria della gemâ' di Palermo, costituita come le altre a modo aristocratico; e pronta a trapassare alla usurpazione dell'autorità politica.[33] La riputazione dei giuristi che notai trattando dell'Affrica, va supposta necessariamente in Palermo, ove fiorirono nei principii del decimo secolo gli studii di dritto, secondo la scuola di Malek.[34] Contuttociò non apparisce in Sicilia l'umor di parti di cittadini e nobiltà militare, ond'erasi agitata l'Affrica nei principii del nono secolo. La concordia durava per esser fresco il conquisto; e perchè nobili e cittadini di schiatte orientali stanziavano la più parte in Palermo, uniti da interessi comuni, dalla gelosia contro il governo d'Affrica, e dalla brama di sopraffare i Berberi lor compagni nell'isola.
Pria di passare all'azienda son da esaminare i due ordinamenti economici della colonia dai quali dipendea principalmente la entrata e la spesa pubblica; cioè, il primo, la costituzione della proprietà territoriale; il secondo, i ruoli militari. Molto si è disputato tra i dotti europei sul dritto di proprietà nei paesi musulmani; e manca nondimeno una verace e nitida esposizione di tal materia; ond'è forza ch'io mi provi ad abbozzarla. Premetto essere erronea la generalità, che si è troppo ripetuta e renderebbe superfluo ogni esame; cioè che tutti i terreni appartengano in proprietà a Dio, e per lui al pontefice principe.[35] Gli eruditi che trovarono tal paradosso, tolsero in iscambio di dichiarazione di dritto le frasi poetiche o teologiche, come voglia dirsi, frequentissime nel Corano: che Iddio è padrone del Cielo e della Terra, padrone dei Mondi, e via discorrendo. Al certo i Musulmani, ammesso un creatore, lo doveano tener signore di sue proprie fatture; ma pensavano ch'egli avesse lasciato il terreno, non altrimenti che l'acqua, l'aria, il fuoco, la luce, a utilità universale delle creature; non donatolo in particolare a Maometto, e molto manco ai pontefici che gli dovean succedere.
Tanto egli è vero non aver mai il Profeta presunto sì strano dritto, che, secondo una tradizione sua, l'erba, unico prodotto del suolo nella maggior parte dell'Arabia, si tenne sì come l'acqua e il fuoco proprietà comune di tutti gli uomini.[36] Tali anco furono risguardati certi minerali agevoli a raccogliere, come sale, antimonio, nafta, antracite.[37]
Dal dritto nomade volgendoci a quello delle popolazioni stanziali, è manifesto che il Corano e la Sunna riconoscano la piena proprietà delle terre coltivate, al medesimo titolo che la proprietà mobile. L'una e l'altra maniera di facoltà va soggetta ad unica tassa: dieci per cento su i prodotti del suolo, e due e mezzo su la quantità degli armenti, moneta e altri beni mobili; la quale gravezza, ragionandosi nel primo caso su la rendita e nel secondo sul capitale, viene a ragguaglio, o torna più lieve su le terre che su gli altri capitali.[38] Maometto, imitando così le decime giudaiche, ne mutò lo investimento; e con sublime idea chiamò questa tassa sedekât o vogliam dire offerte di schietto animo, e zekât[39] che suona purificazione: purificazione, dir volle, della colpa che ha il ricco lasciando morir di fame i poveri e mancar le entrate allo Stato. In vero tassa di poveri è questa, non men che pubblica contribuzione; andando tripartita per legge tra lo erario, i parenti del Profeta e i bisognosi, fossero orfanelli, viandanti, o altri.[40] Le proprietà esistenti, rispettate così dallo islamismo, si trasmetteano, al par che i beni mobili, per vendita, donazione o successione.
Quanto ai nuovi acquisti, Maometto non parlò che del legittimo per eccellenza: dichiarò che chiunque renda alla vita una terra morta, così esprimeva il dissodare un suolo inculto o fabbricarvi sopra, ne divenga padrone assoluto; sì che nè il principe nè altri possa togliergli il podere, finch'ei lo coltivi.[41] Nei tempi appresso restaron dubbii, secondo le varie scuole, i limiti che potesse porre il principe a tal dritto di primo occupante; ma la sostanza del dritto non fu mai disputata; anzi si accordò la terra intorno il pozzo, a chi primo lo avesse scavato in terren deserto.[42]
Su le proprietà stabili rapite ai vinti, Maometto non fece provvedimento generale, perchè rado occorse ai tempi suoi; nè parlarne troppo ei potea, proponendosi di conciliare e amalgamare la nazione. Cominciati i conquisti fuori d'Arabia, Omar applicò al caso qualche esempio del Profeta, e l'ordine posto dal Corano al partaggio della preda; onde quattro quinte andavano divise ai combattenti e una quinta serbata a utilità pubblica, e sussidii a varie classi di persone.[43] Per tal modo furon divise alcune terre ai combattenti.[44] Ma, in quell'età eroica, gli Arabi si tediavan di così fatta ricchezza. Tra il genio di correre a cavallo, combattendo, rubando e gridando Akbar-Allah; e tra abnegazione e ignoranza, alcuni giund rinunziarono alla repubblica la parte loro dei terreni; talchè, nella fertile provincia del Sewâd, Omar poneva in demanio tutti i poderi della dinastia regia di Persia, e dei privati che fossero morti o fuggiti.[45] Tal nuova usanza invalse in appresso; anche non volendolo le milizie, nell'animo delle quali i sentimenti poetici sempre più calavano alla prosa. Come i combattenti, oltre la quota del bottino, godeano stipendio su le entrate pubbliche; e come i conquisti erano da attribuirsi alla potenza comune dei Musulmani, anzi che alle armi di tale o tal altro esercito, così parve giusto, che i frutti perenni della vittoria si godessero dallo Stato: e indi più di raro si effettuò il partaggio dei quattro quinti delle terre.[46]
A ciò condusse anco il fatto che i paesi non si pigliavano quasi mai con la spada alla mano; ma per dedizione degli abitatori, assoluta o a patti: avvenendo che, dopo alcuna vittoria, intere province si sottomettessero nell'uno o nell'altro modo; ovvero che gli abitatori si facessero musulmani prima dell'occupazione. Or, a mente del Corano, il principe disponeva ad arbitrio suo delle persone e roba degli Infedeli arresi a discrezione;[47] in caso di accordo i patti eran legge; e in caso di conversione le terre, secondo alcuni giuristi, rimaneano in libera proprietà ai possessori attuali; secondo altri, il principe scegliea tra questo partito e il sottometterle a tributo.[48] I principi, ad esempio di Omar, provvidero o stipolarono in tre diversi modi, intorno la proprietà territoriale degli Infedeli vinti. I demanii del governo scacciato e i poderi caduti nel fisco per morte, schiavitù o fuga dei possessori, divennero proprietà perpetua e inalienabile della repubblica musulmana; e teneansi in economia, o si davano in enfiteusi, per annua rendita, kharâg, come dissero vagamente gli Arabi, cioè quel ch'esce, quel che si cava dal podere.[49] Le altre terre lasciaronsi ai possessori infedeli, dove in piena proprietà, e però con dritto di alienare, ipotecare e disporre per testamento; e dove in dominio utile, ammettendo soltanto, com'e' pare, le successioni; in ambo i casi a condizione di pagare un tributo, che fu detto similmente kharâg. Questo, su le terre di piena proprietà, tornava a tassa fondiaria, e cessava per conversione del possessore, o passaggio del podere in man di Musulmani; e su le terre di dominio utile era una maniera di censo, e durava in perpetuo.[50] La legge riconoscea, dunque: proprietà libera di Musulmani per possesso anteriore alla conversione, per dissodamento o fabbrica, e per partaggio al conquisto; proprietà piena di Infedeli, soggetta a kharâg eventuale; proprietà vincolata di Musulmani e Infedeli, soggetta a kharâg perpetuo; e finalmente enfiteusi di fondi demaniali. Altra origine di possessione territoriale non v'era. Il principe potea scompartire ai combattenti e abilitare chiunque al dissodamento; non mai concedere terreni gratuitamente; non essendo suoi proprii, ma della repubblica o dello esercito vincitore.[51]
Questo fu il dritto generale infino al decimo secolo dell'era cristiana. Nel fatto, erano già nati parecchi abusi in questa e quell'altra provincia: e dove si vedeano proprietà demaniali usurpate da privati,[52] dove, al contrario, par che i governi si sforzassero a confondere il kharâg eventuale e il perpetuo; e ad aggravare, come se fossero demaniali, i poderi tributarii della prima o seconda delle classi dette di sopra: e non è dubbio che gli abusi crebbero col tempo; sopra tutto dall'undecimo secolo in poi, quando la schiatta turca dominò successivamente la più parte degli Stati musulmani, e vi istituì veri beneficii militari. Dopo dodici secoli, il viluppo cagionato da coteste vicende nella ragione delle proprietà, è stato assai difficile a penetrare; e si è corso rischio di scambiare il dritto con lo abuso, la eccezione con la regola, la ragion d'un paese con la ragione d'un altro: tanto più che la voce kharâg ha i varii significati che accennammo, e inoltre quello di censo dell'acqua dei canali mantenuti dallo Stato, con che si inaffiassero terre decimali, ossia di libera proprietà musulmana.[53] E indi è che i trattati usciti fin qui su tal materia, lasciano tanto a desiderare.[54] Quanto a noi, ci basta saper le teorie ammesse da Mawerdi, un secolo e poco più, dopo il conquisto di Sicilia: e avremo compiuto il nostro debito dimostrandone coi fatti la osservanza, se non nella colonia siciliana, almeno in tempi vicini e paesi analoghi.
Nella quale investigazione occorre che al primo ordinamento della colonia d'Affrica (698) furono assoggettati al kharâg i Berberi non musulmani e gli abitatori cristiani di sangue fenicio, pelasgico o germanico,[55] e ne andarono esenti i Berberi musulmani; i quali sostennero tal franchigia con le armi (720 a 740), contro governatori troppo fiscali.[56] Da un'altra mano sappiamo che il governo dei califi, dando sesto alla Spagna nei principii del conquisto (720), divise parte delle terre ai soldati; parte ne serbò in demanio; e parte lascionne agli antichi abitatori, sotto tributo:[57] nè è verosimile, anzi non è possibile, che siasi fatto altrimenti nell'Affrica propria, ond'eran mossi i conquistatori della Spagna, ed ove la colonia arabica tollerava sì poco il comando, non che i soprusi, dei califi. Ci accusa libera proprietà in Affrica il fatto che Ibrahim-ibn-Aghlab, emiro, comperava dai Beni-Tâlût (801) il terreno per fabbricare la cittadella d'Abbâsîa.[58] Dei poderi soggetti al kharâg non è mestieri allegar prove. Dei poderi demaniali, dhiâ, come chiamavanli, si fa menzione più volte negli annali d'Affrica.[59]
Ove si considerino i modi e il lungo spazio di tempo in che i Musulmani compieano il conquisto della Sicilia, non si metterà in forse che nascesservi tutte le maniere di proprietà discorse di sopra. Superfluo sarebbe a dire dei beni demaniali,[60] e di quei rimasi ai Cristiani.[61] Quanto alle possessioni dei Musulmani, poichè se ne conoscon tante dopo il conquisto normanno,[62] non è mestieri, provare che esistessero innanzi; ma sì indagare se al tempo della dominazione musulmana ne fossero state delle decimali e delle tributarie; cioè proprietà libere o vincolate. Su di ciò non troviamo attestati positivi. Ma è verosimile, che non mancassero le terre decimali, acquistate sia per dissodamento, sia per partaggio. Le prime debbon supporsi rade e di poca estensione. Il partaggio fu al certo di maggiore importanza. Quantunque in Affrica fosse cominciata a seguirsi nel nono secolo la scuola di Malek, la quale attribuisce allo Stato le terre prese per forza d'armi,[63] pur non erano obbligatorie così fatte teorie, nè la scuola era riconosciuta da tutti i giuristi; e inoltre i principi aghlabiti, infino ad Ibrahim-ibn-Ahmed, poca o niuna autorità esercitarono su le milizie di Sicilia, le quali certamente amavano meglio il partaggio. Indi è da conchiudere che gli emiri pigliassero in demanio quando poteano, e, quando no, scompartissero i quattro quinti delle terre. Così credo si praticò alla resa di Palermo; il cui territorio, e forse di gran parte della provincia, fu tolto ai naturali, per esser tutti o fuggiti o fatti schiavi.[64] E veramente a partaggio accennano le discordie che immediatamente seguirono, composte a mala pena dagli Aghlabiti.[65] La resa a discrezione o presura per forza d'armi, si rinnovò poscia in varii luoghi, onde dovea portare il medesimo effetto. Le possessioni decimali poteano anco nascer da quelle lasciate per avventura in piena proprietà a Cristiani i cui figliuoli avessero professato poi l'islamismo; chè moltissimi il fecero nel nono secolo in Val di Mazara, e nel seguente in Val di Noto e parte del Val Demone. Nondimeno, com'è incerta la stipolazione della piena proprietà, e come l'interesse del governo e degli antichi Musulmani si opponeva a lasciar godere la franchigia ai novelli convertiti, così non sapremmo supporre frequente un tal caso. Un cenno che ne danno le cronache nei principii dell'undecimo secolo, e che si riferirà a suo luogo, ne fa certi che i Musulmani dettivi Siciliani, fossero progenie degli antichi abitatori, ma non che il kharâg posto sopra di loro lo fosse stato allora per la prima volta: e però questo fatto non può dare argomento dell'indole della proprietà, se libera o vincolata.[66]
In ogni modo il conquisto musulmano cagionò profondo rivolgimento nella costituzione e distribuzione della proprietà territoriale in Sicilia. I poderi dei Musulmani, originati da dissodamento o partaggio, doveano esser molti e non vasti; e a suddividerli conducea la legge delle successioni, la quale permette i legati infino a un terzo dell'asse ereditario, accorda parti uguali ai figli e metà di parti alle figliuole, e chiama all'eredità gli ascendenti, anche sendovi discendenti, e in mancanza degli uni e degli altri ammette i collaterali.[67] Spicciolavansi altresì le terre del demanio, affittate o censite per compartimenti.[68] Conferman la suddivisione della proprietà i moltissimi nomi arabici che rimaneano ai poderi nel duodecimo secolo, soprattutto in Val di Mazara, e ve ne rimangono tuttavia, i quali nacquero al certo dal detto rimescolamento; poichè le denominazioni topografiche son tenacissime, le antiche si smetton di rado per mutazione del possessore, le nuove nascon quasi sempre da suddivisione o aggregamento dei poderi. Così il conquisto musulmano guarì la piaga dei latifondi, la quale avea consumato la Sicilia fino al secol nono, e riapparve con la dominazione cristiana nel duodecimo.
Più vasto frutto della vittoria, più divisibile, e più congeniale alla maggior parte dei primi coloni di Sicilia, era lo stipendio militare. Godealo, in tutti gli Stati musulmani, il giund, ordine militare propriamente detto; del quale farem parola, lasciando indietro le altre maniere di combattenti; cioè gli schiavi e liberti che alcuna volta si adoperavano come stanziali, e le plebi, le quali traeano volontariamente alla guerra sacra, partecipavano al bottino, e, finita la impresa, se ne tornavano a vivere di limosine o dure fatiche. Nel giund si scrissero un tempo tutti i Musulmani; poi, a misura che l'impero si allargò, i ruoli si ristrinsero, com'abbiamo accennato nel primo Libro. Quivi anco abbiam divisato le norme dei divani di Omar; le quali durarono e si modificarono al par di tante altre primitive istituzioni dell'islamismo. Nel nono secolo, gli Arabi prendean luogo tuttavia nei ruoli sopra le schiatte straniere; e queste tra loro secondo l'anteriorità della conversione: suddivisi gli Arabi, al par che gli stranieri, per tribù e parentele; le quali prendean grado secondo la consanguineità col principe; gli individui secondo la età. Ma ormai non entrava nel giund chiunque il chiedesse, solo i figliuoli di militari, quando fossero adulti, validi, buoni alle armi e senz'altro mestiere; di che giudicava il principe, e potea alsì ammettere uomini nuovi. Variava il soldo a giudizio anco del principe o dell'emiro, secondo i bisogni, che è a dire in ragion del numero dei figliuoli e degli schiavi, la quantità dei cavalli mantenuti e i prezzi delle vittuaglie in ciascun paese; ma in ambo i casi detti era limitato l'arbitrio dalla consuetudine universale e dalla potenza delle famiglie componenti il grosso delle milizie. Discendean esse in parte dall'antica nobiltà arabica; orgogliose di lor tradizioni, clientele, pratica e prontezza al combattere.[69] Indi si vede che il giund era tuttavia, come dissi nel primo Libro, nobiltà armata, ordine aristocratico, temperato alquanto dalla monarchia.
Agli stipendii suoi era specialmente destinato il fei; cioè prestazioni permanenti degli Infedeli, fossero tributi collettivi delle popolazioni assicurate, o tributi individuali delle popolazioni soggette, chiamati gezîa, kharâg o decima delle merci, comprendendosi sotto la denominazione di kharâg il ritratto dei beni demaniali.[70] Nel primo secolo dell'egira, epoca di conquisti e franchige, gli Arabi avean fatto sì rigorosamente osservare lo investimento del fei, che il califo non ne metteva ad entrata altro che i sopravanzi; nè era lecito agli oficiali del tesoro d'incassare materialmente la moneta, se i notabili militari e civili che la recavano dalle province, non giurassero essere stati pria soddisfatti coloro che avean ragione su quelle entrate, specialmente le milizie.[71] Cresciute poscia nel principato le forze e le brame, e abbassate le milizie per la istituzione degli stanziali, tanto pure avanzò delle costumanze antiche che il fondo degli stipendii non si menomò.[72] Si pagavano oramai in molte province, se non in tutte, per delegazione sul kharâg di un dato podere o territorio, secondo la somma registrata nel catasto, che s'agguagliasse a quella dello stipendio registrato nel ruolo militare. La delegazione, oltre il kharâg, si facea sopra altre entrate di fei. Chiamavasi iktâ'; taglio, come suona in lingua nostra.[73] Portava al governo risparmio delle spese e fatiche della riscossione; ma aggravava i contribuenti; corrompea le stesse milizie, mutate in torme di gabellieri e concussionarii privilegiati; e tornava alla fin fine a rovina dello Stato, per le infiacchite forze nazionali, le entrate distratte, i popoli spolpati, e gli sciolti legami tra le milizie e la pubblica autorità. Tanto più che alle milizie l'iktâ' soleasi concedere a vita, e talvolta con sostituzione dei figliuoli; quantunque i giuristi dichiarassero nullo tal modo.[74] Sospetto che le concessioni per ordinario fossero state collettive in favore di un giund: naturalissimo e pessimo espediente. Che che ne sia, i beneficii militari, nati nella precoce decadenza della società arabica, aiutarono, con gli altri vizii, alla rovina di sua dominazione. La istituzione degli emiri di provincia primeggiò, come dicemmo, tra le cause che smembravano l'impero in reami: gli iktâ' cooperarono a rinnalzare l'abbassata aristocrazia e spingerla all'anarchia feudale; poichè le milizie divennero come forza privata dei capi loro; onde avvenne che alcuno occupasse il principato, o, peggio, che molti sel contendessero. Così fu in Spagna; così in Sicilia nello undecimo secolo.
Ordinato per tal modo che la entrata principale si applicasse al principale bisogno dello Stato, poco rimanea per le altre spese, che pur cresceano con lo incivilimento e con gli sforzi dei principi tendenti al potere assoluto. Più che in niun'altra parte di governo, apparisce nell'azienda il radical difetto della teocrazia musulmana. Il Corano avea provveduto appena al bilancio, com'oggi si dice, d'un misero governo di tribù. Per soddisfare alle spese d'uno impero, convenne dunque cercare entrate fuor dalla legge; come fu appunto il kharâg statuito da Omar; e, quando nè anco bastò, forza fu di trapassare e legge e consuetudine. I giuristi allora, che si arrogavano il potere legislativo mediante le interpretazioni, si messero a tirar coi denti qualche capitolo del Corano e della Sunna per adattarlo ai bisogni attuali, o sostennero che non v'era modo. I principi posero balzelli a dispetto della legge e degli interpreti; e rasparon danaro qua e là, su la quinta del bottino, su la zekât, sul fei: su le quali entrate eran certi i dritti dello Stato, milizie, parenti del Profeta e indigenti, ma incerte le quote. Tolsero dal kharâg gli stipendii degli oficiali civili, oltre quei delle milizie; serbaronsi quel che lor piacea dei beni demaniali o ne concedettero a favoriti; talvolta consumarono il pan dei poveri, cioè la zekât e la quinta, in opere di utilità pubblica e di vanità pubblica e di vanità monarchica. Da ciò nacquero frequenti contrasti tra i principi e i giureconsulti; contrasti senza uscita legale, e però nocevolissimi: nè mai la finanza musulmana fu regolata da unico e vasto pensiero, nè adattata ai tempi, nè rassodata dal dritto.[75] In Sicilia i balzelli arbitrarii par che cominciassero nel decimo secolo, forse un poco avanti, sotto il regno di Ibrahim-ibn-Ahmed. Fin allora la quinta, e il fei, abbondanti per cagion della guerra, e la decima, bastavano ai bisogni della colonia militare, non obbligata a mandar danaro in Affrica.[76]
Dopo gli ordinamenti è da ricercare quali generazioni d'uomini fossero venute a stanziare in Sicilia, sotto il nome di Musulmani. Scarseggiando così fatte notizie appo i cronisti, sarà uopo aiutarci coi nomi topografici relativi a schiatte o analoghi a quei d'altri paesi musulmani. Cotesta via d'induzione non ripugna alla sana critica; poichè i popoli musulmani, come tutti altri, usarono ripetere nelle colonie i nomi della madre patria; e fu tanto, che appo loro si compilò un dizionario apposta di omonimie geografiche.[77] Nondimeno la medesimità del nome può nascere talvolta da analogia di condizioni locali, verbigrazia Casr-el-Hamma, il “Castel dei Bagni,” che se ne trovava in Sicilia, in Affrica e altrove; o può venire da epoche più remote, da somiglianza casuale dei vocaboli, da altra origine ignota a noi: per esempio, in Sicilia stessa Segesta e Mazara, i quali nomi rispondono al Segestân, provincia della Persia, e a Mazar, villaggio del Loristân anco in Persia.[78] Sendo notissime nell'antichità quelle due città siciliane, la identità dei nomi porterebbe per avventura a confermare la origine orientale dei Sicani, e non sarebbe cagion di errore quanto ai tempi musulmani. Ma l'esempio ci ammonisce vieppiù a stare guardinghi, e ricusare gli indizii di questa fatta che non trovino riscontro nelle vicende istoriche.
La diversità di schiatte della colonia siciliana è attestata da Teodosio monaco con parole enfatiche e pur veraci, là dov'ei sclama adunarsi in Palermo la genía saracenica dei quattro punti cardinali del mondo:[79] chè dovea trasecolare il prigion di Siracusa, passando dalla monotonia d'un capoluogo di provincia bizantina, al tumulto della crescente capitale: coloni e mercatanti viaggiatori; e, misti ai Siciliani, ai Greci, ai Longobardi, a' Giudei, Arabi, Berberi, Persiani, Tartari, Negri; chi avvolto in lunghe vesti e turbanti, chi in pellicce e chi mezzo ignudo; facce ovali, squadrate, tonde, d'ogni carnagione e profilo; barba e capelli varii di colore e di giacitura; ragunati insieme i sembianti, le fogge, le lingue, i portamenti, i costumi di tanti popoli abitatori dell'impero musulmano. I nomi di tribù ricordati nel Libro precedente, mostrano tra i coloni ambo le schiatte di Kahtân e Adnân e sopratutto la seconda.[80] Scendendo alle divisioni nate dopo l'islamismo, si ritrae che, oltre gli Arabi d'Affrica, ve n'ebbe di Spagna;[81] fors'anco di Siria, Egitto e Mesopotamia.[82] V'ebbe al certo la progenie dei Khorassaniti e altri Persiani passati in Affrica nello ottavo secolo; e non fu di poco momento, vedendosi primeggiare tra i Musulmani di Palermo, nelle guerre d'independenza del decimo secolo, un Rakamuwêih, nome persiano, e la potentissima famiglia dei Beni-Taberi, oriunda del Taberistân; oltrechè nel territorio di Palermo trovansi i nomi topografici di Ain-Scindi,[83] Balharâ,[84] e Ságana;[85] e, un po' più discosto, quei di Menzîl-Sindi e Gebel-Sindi,[86] i quali tutti van riferiti alle schiatte dello estremo oriente. I nomi dei luoghi, al par che gli avvenimenti storici, mostrano che gli Arabi, e altri popoli di Levante, tenessero le parti settentrionali del Val di Mazara, nel quale, come il dicemmo, erano ristrette le colonie musulmane nel nono secolo. Palermo, fatta capitale dell'isola, era lor sede principale; e par che lungo la costiera quelle popolazioni si estendessero, verso ponente, infino a Trapani.
La schiatta berbera, com'è noto, accompagnò gli Arabi nel conquisto di Sicilia; sendone venute alcune tribù nell'esercito di Ased-ibn-Forât, altre col berbero spagnuolo Asbagh-ibn-Wekil, altre senza dubbio nelle varie espedizioni che successero, ed alla spicciolata. Fu parte non piccola della colonia; poichè potè sostenere lunga guerra civile contro gli Arabi. Occupò le regioni meridionali del Val di Mazara. E veramente tra una dozzina di nomi berberi, su la origine dei quali non cade alcun dubbio, la più parte si trova in quella regione, nel tratto che corre da Mazara a Licata.[87] Girgenti, guerreggiante spesso contro Palermo e sempre rivale, era senza dubbio la città più importante, e come la capitale dei Berberi.
La moltiplicità delle schiatte invelenì al certo molte querele private; si mescolò forse alle altre cagioni d'ira negli scambii degli emiri; ma non potea produrre tante fazioni, quante nazioni. Inoltre la progenie di Kahtân sembra pochissima in Sicilia innanzi i Kelbiti, che vennero nel decimo secolo. I Persiani par che dimenticassero la rivalità loro contro gli Arabi, già mitigata dal tempo in Affrica. Lo stesso avvenne agli altri sminuzzoli di schiatte orientali, troppo deboli per far parte dassè, interessati tutti a stringersi intorno gli Arabi di Adnân per soverchiare i Berberi.
Arabi e Berberi dunque: ecco la profonda, insanabile divisione della colonia siciliana. Tra gli uni e gli altri non era divario di condizione legale. Mentre in Affrica molte tribù berbere pagavano tuttavia il kharâg e rimanean prive degli stipendii militari, per essere state sottomesse con la forza, in Sicilia le due genti, venute insieme a combatter la guerra sacra, vantavano uguale dritto ai premii della vittoria. Se non che, in fatto, gli emiri dell'esercito siciliano nascean di sangue arabico, al par che i principi aghlabiti; di sangue arabico o persiano i dottori, gli ottimati, la più parte dei cavalieri del giund; nè poteano smettere in Sicilia l'orgoglio e cupidigia da nobili; nè dimenticare la maggioranza della schiatta loro in Affrica. I Berberi poi non si tenean da meno di loro: conscii del proprio numero, valore, dritti d'islamismo e dritti di natura. Un moderno e sagace osservatore, il generale Daumas, notando il divario ch'è tra le istituzioni sociali degli Arabi e dei Berberi, e trattando particolarmente dei Berberi della Kabilia Grande, come chiaman la regione tra Dellys, Aumale, Setif e Bugia, ben ha dipinto quella nazione col motto di “Svizzera salvatica.” Cantoni e villaggi, al dir suo, fanno unità politiche; rannodansi tra loro per leghe più o meno durevoli: repubblichette democratiche, ove ognuno ha voce in consiglio; i magistrati elettivi, di breve durata e poca autorità; case nobili preposte sovente alle leghe, per ambito o riputazione, non per dritto; e, più che ai magistrati o ai nobili, si obbedisce ai marabuti, frateria che molto somiglia al monachismo del medio evo: la gemâ' rende ragione in materia criminale, non secondo il Corano ma con le antiche consuetudini del paese: l'omicida dichiarato fuor della legge; per gli altri delitti, pene pecuniarie, e non mai staffilate come appo gli Arabi. Pensa il lodato autore ch'abbian ordini analoghi le altre popolazioni berbere dell'Algeria;[88] ed io aggiugnerei che, si eccettuino le tribù nomadi e alcuni periodi in cui tribù agricole, o leghe, si son governate a monarchia, e del resto si tengano le consuetudini di civile uguaglianza come osservate in tutta la schiatta berbera fin da tempi remotissimi.[89] Dopo il conquisto musulmano ne danno indizio quella generale inclinazione dei Berberi alle sètte kharegite; e lo spirito d'independenza della tribù di Kotâma a fronte dei califi fatemiti;[90] e i magistrati della medesima tribù e di Zenâta nell'undecimo secolo, analoghi a quelli di cui parla il generale Daumas ai dì nostri:[91] che se talvolta sursero in quel popolo principi o dittatori, si ricordi tali usurpazioni avvenir più agevolmente negli Stati democratici che sotto l'aristocrazia. Da ciò si può conchiudere che le popolazioni berbere passate in Sicilia, e non soggette a principi loro, poichè ubbidivano agli aghlabiti, fossero informate dal genio d'uguaglianza che le dovea vieppiù alienare dagli Arabi, e rendere intolleranti dei signorili soprusi di quelli. Le inclinazioni economiche divideano alsì l'una dall'altra gente: gli Arabi oziosi, i Berberi industri; gli uni pastori di vassalli, poichè lor n'eran caduti in mano in vece di cameli e pecore; gli altri sempre agricoltori. Doveano dunque i primi bramar che si lasciassero le terre ai vinti siciliani; i secondi che le si dividessero. E bastava sol questa, se fosse mancata ogni altra cagione, a suscitar la guerra civile!
Dal detto fin qui si comprende la origine dei due movimenti diversi, che cominciarono ad agitare la colonia di Sicilia, entro mezzo secolo dalla fondazione sua. L'uno era sforzo della colonia a governarsi dassè; e risolveasi in contrasti tra la nobiltà palermitana e i principi aghlabiti, per la elezione dell'emiro. Appartenendo all'emiro quella piena autorità che abbiam detto, e non potendo cadere in mente del principe, nè dei coloni, nè dì niun Musulmano, di riformare la legge; ciascuna delle due parti cercava a por mano alla esecuzione: fare esercitare l'oficio di emiro da uom suo, e a comodo suo. Racchiudeasi in cotesta contesa quella di finanza: se la colonia dovesse pagar tributo o no; poichè il principe non avea ragione, che nei sopravanzi, e all'emiro stava di trovarne o non trovarne. Indi il principe eleggea lo emiro, e i coloni lo scacciavano; o costoro coglieano un pretesto di nominarlo, e il principe lo rimovea; nè potea durar la quiete.
L'altro movimento era la lotta tra gli Arabi e i Berberi. Oltre il partaggio delle terre al quale accennammo, oltre le vendette private che degeneravano in vendette di tribù, nacque verso la fine del nono secolo una causa perenne di lite. A misura che compieasi il conquisto dell'isola, mancava il bottino e cresceva il fei, o vogliam dire rendita militare. Per caso intervenne al medesimo tempo che le armi della dinastia macedone sforzassero a uscir di Calabria i Musulmani, Berberi in gran parte, come cel mostrano i nomi dei capi. I Berberi dunque delle tribù più turbolente, quei che non amavano a vivere di agricoltura, doveano procacciar lo stipendio sul fei. Ma questo non si scompartiva, come il bottino, con legge immutabile e precisa, tra tutti i combattenti; anzi stava ad arbitrio tra dell'emiro e del principe; e gli Arabi potean pretendere che ne fossero esclusi gli stranieri, toccando a loro il primo luogo nei ruoli. Niun cronista fa motto di tal contesa; ma la non potea non accadere; e ce ne conferma il fatto che la Sicilia fu insanguinata per la prima volta in guerra civile pochi mesi dopo il ritorno delle masnade che Niceforo Foca scacciò dalle Calabrie.[92]
Quei due movimenti si frastagliavan sovente, e il secondo cadde in acconcio al principe aghlabita che volle davvero soggiogare la colonia. Ricapitolando i fatti che narrammo nel Libro secondo, si scorge la lotta d'independenza principiata proprio alla fondazione della colonia palermitana; sopita da savii emiri di sangue aghlabita; ridesta verso l'ottocento sessantuno, come n'è indizio il frequente scambio degli emiri. Quel valoroso e nobilissimo Khafâgia, ucciso a tradimento da un Berbero, sembra cadesse vittima dell'altra discordia; se pur Arabi e Berberi non s'erano uniti per brev'ora contro le usurpazioni del poter centrale. Così fatta resistenza durava nei principii del regno d'Ibrahim-ibn-Ahmed, come il provano gli scambii degli emiri verso l'ottocento settantuno. Poi entrambe le divisioni divampano al medesimo tempo. Tra l'autunno dell'ottocento ottantasei e la primavera dell'ottantasette, gli Arabi del giund e i Berberi vengono al sangue: la nimistà loro, se non la aperta guerra civile, arde tuttavia per dieci anni, sì che viene a dettare lo scandaloso patto di torsi a vicenda dall'una e dall'altra gente gli statichi da consegnarsi ai Cristiani (894-895). Nello stesso decennio la tenzone della colonia col principe arriva agli estremi: ribellione armata da una parte; dall'altra, repressione con le armi e fors'anco violazione della legge fondamentale che affidava all'emiro il governo della colonia. Perocchè il popolo di Palermo, mentre guerreggia la prima fiata contro i Berberi (886-887), mette ai ferri e caccia in Affrica lo emir Sewâda e gli dà lo scambio; tre anni appresso (890) combatton Siciliani contro Affricani, che è a dire contro le forze mandate dal principe; a capo di due anni un emiro rientra per forza in Palermo; e corsi pochi mesi, nel dugento ottanta dell'egira (893-894), l'emirato di Sicilia è conferito al gran ciambellano che stava accanto a Ibrahim, cioè la colonia è oppressa e spogliata di sue franchige, ovvero ha scosso il giogo; e di certo par che l'abbia scosso tra il novantacinque e il novantasei quando è fermata pace coi Cristiani.[93] Si scorge in cotesti travagli il doppio effetto della condizione politica dei popoli e delle passioni d'un uomo. La condizione dei Berberi rispetto agli Arabi, e della colonia rispetto alla madre patria, avea dato principio alle due tenzoni. Ibrahim-ibn-Ahmed le spinse al segno a che arrivarono negli ultimi anni del nono secolo. Per domar meglio la colonia di Palermo, aizzò i Berberi di Girgenti. Volle domar la colonia, perchè a questo il portava sua natura esorbitante e feroce; e per trarne danaro e adoperarlo all'altro disegno, d'abbattere e calpestare l'aristocrazia arabica in Affrica; il che ei fece sì bene, che distrusse la base della dinastia aghlabita, onde questa entro pochi anni crollò.
CAPITOLO II.
Ibrahim-ibn-Ahmed non solamente avviluppò in questa guisa la condizione politica della colonia, e poi sciolse il nodo con orribile catastrofe, ma, non sazio di quel sangue musulmano, venne ei medesimo in Sicilia a sterminare gli ultimi avanzi de' Cristiani; prosegui la vittoria in Calabria; e minacciava tutta la terraferma d'Italia, quand'ei morì com'Alarico sotto le mura di Cosenza. Pertanto debbo dir di costui più particolarmente che non abbia fatto degli altri principi affricani. Il voglio anche perchè l'indole d'Ibrahim, sembra fenomeno unico nella storia morale dell'uomo, nè si può definir con parole, nè delinear con qualche tratto. Unico fenomeno parve a quei che il videro da presso; i quali, facendosi a spiegarlo e non trovandovi modo con la psicologia del Corano, ebbero ricorso alle teorie dei materialisti che già penetravano appo gli Arabi, miste alla filosofia greca; supposer quest'uomo invasato di non so che bile negra: malinconia, come la chiama tecnicamente Ibn-Rakîk.[94]
“Niun dee misfare fuorchè il principe. La ragione di questo è che, ove gli ottimati e i ricchi si sentan possenti nei beni della fortuna, uom non vivrà sicuro dalla loro insolenza e malvagità. Se il re cessi di calcarli, ecco che si fidano; gli resistono; gli traman contro! In vero il succo vitale del principato è la plebe.[95] Il signor che lasciassela opprimere, perderebbe l'utile ch'ei ne ricava; ed altri sel godrebbe, rimanendo a lui il sol danno.”[96] Così parlava Ibrahim-ibn-Ahmed, vantandosi di abbattere la nobiltà arabica dell'Affrica: teorie e gergo molto ovvii, che rivelan sempre il tiranno di buona scuola. Sagacissimo fu veramente Ibrahim nelle cose di stato; uom di mente vasta e savia, quando non l'offuscava la sete del sangue. Ebbe genio alieno dalle scienze, dalle lettere e dalla poesia, ch'erano state in onore appo i suoi maggiori: e qualche versaccio ch'ei fece, come nato e cresciuto in una corte arabica, somiglia forte a quelli di Carlo d'Angiò, per la insipidezza e l'arroganza.[97] In fatto di religione si mostrò osservatore del culto, più che delle pratiche di devozione; si ridea della morale quando non gli andava a' versi; ma era sopratutto intollerantissimo verso gli altri. Visse senz'amore, nè amicizia. Seguì voluttadi nella prima gioventù, e presto gli vennero a tedio; e allora incrudelì nelle donne più rabidamente che negli uomini; e le abborrì di strano e sospetto abborrimento. Violava in tutti i modi le leggi della natura.
A venticinque anni salì al trono per uno spergiuro. Mohammed, suo fratello, venendo a morte, lasciava il regno al proprio figliuolo bambino; commettea la tutela a Ibrahim; faceagli far sacramento di non attentar mai ai dritti del nipote, nè metter piè nel Castel Vecchio, ove quegli dovea soggiornare con la corte. E Ibrahim, nella moschea cattedrale del Kairewân, dinanzi gli adunati capi di famiglie di sangue aghlabita e i magistrati e notabili della capitale, giurollo solennemente; ripetè cinquanta fiate il tenor del giuramento, com'era usanza nelle cause criminali. Sepolto il fratello (febbraio 875), cominciò a regger lo Stato, ben diverso da lui, con somma forza e giustizia. Indi i cittadini del Kairewân a pregarlo di prendere a dirittura il regno: il che ricusò, pretestando suoi cinquanta giuramenti; e di lì a poco, noi sappiam come si fa, i buoni borghesi tornarono a supplicare più fervorosi, e Ibrahim non seppe dir no. Uscito di Kairewân alla testa del popolo in arme, occupava il Castel Vecchio; si facea gridar principe; e prestare omaggio di fedeltà dai notabili d'Affrica e da non pochi di casa d'Aghlab. Con tutta la bruttura dello spergiuro e della commedia che servì a ricoprirlo, Ibrahim non va chiamato usurpatore. Il dritto di primogenitura non era allignato mai appo gli Arabi; la designazione del principe antecessore, era abuso; la investitura del califo, ormai vana cerimonia; e il popolo, che potea deporre ed eleggere, partecipò alla tumultuaria esaltazione non sforzato, forse mezzo raggirato e mezzo no. Gli umori delle città contro l'aristocrazia militare, ci persuadono che la cittadinanza abbia francamente parteggiato per Ibrahim.
Severi, ma di rigor salutare, i primordii del regno. Trattando sempre dassè le faccende pubbliche, Ibrahim cessò i soprusi degli oficiali e governatori di province: rendea ragione ogni lunedì e venerdì nella moschea cattedrale del Kairewân, ascoltando con pazienza i richiami, e provvedendo immantinenti; diè di sua persona esempii di astinenza e pietà; ristorò la polizia ecclesiastica; sgombrò le strade dei ladroni che le infestavano; assicurò il commercio, spense i violenti e gli scapestrati. Si narra di lui che obbligasse la madre al pagamento di un debito, minacciando di lasciarla tradurre dinanzi il cadi:[98] la madre, sola creatura umana rispettata da quel mostro. Attese molto alle opere pubbliche. A comodo dei cittadini, costruì un gran serbatoio d'acqua al Kairewân. Per magnificenza e pietà innalzò una moschea cattedrale a Tunis; e aggrandì quella del Kairewân; aggiuntavi inoltre una cupola che poggiava su trentadue colonne di marmo. Circondò Susa di mura. Compiè su la costiera del reame una linea di torri e posti di guardia, ordinata a far segnali coi fuochi, sì che in una notte potea tramandarsi avviso da Ceuta ad Alessandria di Egitto.[99] Cotesta pratica antichissima era scesa con le tradizioni dell'impero infino ai Bizantini; i quali nella prima metà del nono secolo l'adoperavano a significare i tristi casi di lor guerre, da Tarso a Costantinopoli.[100] E v'ha ragioni da credere ch'e' se ne fossero avvalsi anco in Sicilia, e che quivi avesserla appreso gli Arabi d'Affrica.[101]
Innanzi ogni altra opera pubblica, Ibrahim avea costruito una cittadella, centro di gravità della tirannide ch'ei macchinava: fortezza ove porre sua corte e ordinar novelli pretoriani per disfarsi degli antichi, i liberti di casa aghlabita, ridotti nel Castel Vecchio, stati fin allora padroni del popolo e del principe. Fece por mano a' lavori il dugento sessantatrè (23 settembre 876 a 11 settembre 877), in luogo discosto quattro miglia dal Kairewân e chiamato Rakkâda, “Sonnolenta” come suona appo noi.[102] Entro un anno, fornite le mura, innalzata una torre che addimandarono di Abu-'l-Feth,[103] Ibrahim inaugurolla con sanguinoso tradimento. Era avvenuto che i liberti del Castel Vecchio tumultuassero contro di lui per aver fatto morire un di lor gente: e allora, ito loro addosso per comando d'Ibrahim il popolo della capitale, i liberti, vedendosi sopraffatti, avean domandato e ottenuto perdono. Ma il dì che dovean toccar lo stipendio, Ibrahim li chiama alla torre di Abu-'l-Feth; li fa entrare a uno a uno; disarmare; incatenare: e diè mano ai supplizii; ch'altri morì sotto il bastone, altri condannato a perpetuo carcere in Kairewân; altri bandito in Sicilia.[104] In luogo dei liberti, comperò schiavi in grandissimo numero; prima negri, poi anco di schiatta slava: li vestì; li esercitò nelle armi; ne fece un grosso di stanziali, valorosi, induriti alle fatiche;[105] massa di bruti della zona torrida e del settentrione disumanati dal servaggio e di più dalla disciplina. Così passarono i primi sei anni del regno; lodevoli del resto a detta di tutti i cronisti, i quali tenean forse necessaria la carnificina di Abu-'l-Feth. Poi sfrenossi a dar di piglio nella roba e nel sangue; peggiorando di anno in anno, come nota l'autore del Baiân.[106]
Perchè, non bastando le entrate ordinarie dello stato a spesare gli stanziali, le fabbriche e la guerra che sopravvenne (an. 880, 881) contro un principe d'Egitto della dinastia usurpatrice dei Beni-Tolûn, era strascinato Ibrahim ai maltolti. L'anno dugento settantacinque (888-889) battè nuova moneta d'argento, che, rifiutata dai mercatanti del Kairewân, diè occasione a tumultuarie rimostranze, imprigionamenti, sollevazione: e Ibrahim, al solito, restò di sopra. Donde facea coniare altri dirhem e dinâr decimali, com'ei li chiamò, perchè i primi d'argento e i secondi d'oro stavano in valore come uno a dieci; e tolse di mezzo le buone monete dell'impero abbassida.[107] Oltre questo espediente di finanza, ponea nuove gabelle;[108] aumentava le tasse prediali e riscuoteale in danaro, non più in derrate;[109] richiedeva i cittadini che apprestassero a servigio dello Stato loro schiavi e giumenti; in cento modi li espilava per accumular tesori.[110]
A misura degli aggravii prorompean pure le sollevazioni; e a misura di quelle incrudeliva Ibrahim. Ne noterò solo i fatti rilevanti. Ribellavansi ricusando le tasse, l'anno dugentosessantotto (881-882), le tribù berbere di Wuezdàgia, Howâra e Lewâta: ed erano oppresse, l'una da Mohammed-ibn-Korhob, ciambellano, le altre da Abd-Allah figliuolo d'Ibrahim, mandatovi con gran gente di giund, liberti, leve in massa, e ausiliarii forniti al certo da altre tribù berbere: sì fermo Ibrahim guidava tutti i cavalli del carro, poichè s'ebbe aggiustata in mano quella ferrea sferza degli schiavi stanziali.[111]
Poi surse in arme la colonia di Belezma, gente arabica della tribù di Kais, venuta la più parte nei principii del conquisto, e stanziata da parecchie generazioni in quella città, sul confin meridionale dell'odierna provincia di Costantina, in mezzo alla catena degli Aurès, donde teneva a segno la tribù berbera di Kotâma. Gli agguerriti Arabi di Belezma ributtarono Ibrahim, ito in persona a combatterli: ond'ei perdonò loro; attirò a Rakkâda, prima alcuni capi sotto specie di trattar faccende, poi, con altri pretesti, più numero di gente; lor diè splendide vestimenta, onori quanti ne vollero e alloggiamento in uno edifizio circondato di mura con una sola porta, nel quale settecento o mille cavalieri, chè tanti se n'erano accolti, se pur pensavano allo esempio dei liberti del Castel Vecchio, si fidavano al certo di affrontar chi che si fosse. E così ogni evento delle istorie avvera la sentenza del Machiavelli, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare.[112] Il dì che le altre soldatesche toccavan la paga, inebbriate di danaro, fors'anco di vino, Ibrahim le lanciava allo scannatoio ov'eran serrati i guerrieri di Belezma; i quali (893-894) valorosamente si difesero; e tutti perirono.[113] La pena di tal misfatto, come spesso accade, la pagò non Ibrahim, ma la dinastia; poichè, decadendo Belezma, la tribù di Kotâma imbaldanzì, e condusse al trono i Fatemiti.[114] Più pronto gastigo minacciava la sollevazione generale delle milizie arabiche, scoppiata immediatamente e rinnovatasi poi varie fiate; ma Ibrahim trionfò di tutti, mercè le mura di Rakkâda, la virtù militare del figliuolo Abd-Allah, e gli schiavi armati; dei quali accrebbe il numero; lor affidò la reggia; e pose capitani sopra di loro due schiavi, Meimûn e Rescîd. Accentrò al medesimo tempo Ibrahim grande autorità in persona di Hasân-ibn-Nâkid, nuovo suo ciambellano, capitan di eserciti, emir di Sicilia, e rivestito di altri oficii, scrive la cronica,[115] probabilmente le amministrazioni di finanza, e il tribunale dei soprusi nelle province sollevate.
Tra i casi di questa rivoluzione seguirono non più udite enormezze dei soldati regii, i quali, presa Tunis per battaglia, fecero schiavi tra i Musulmani, sforzaron le donne e sparsero gran sangue (893-894). Dato avviso della vittoria a Rakkâda per lettere legate al collo dei colombi, Ibrahim rescrisse di caricare i cadaveri su le carra; mandarli a Kairewân; e condurli in giro per le strade. Comandò, non guari dopo (894-895), di mettere a morte i nobili della tribù di Temîm, ceppo di sua famiglia, e appendere i cadaveri alle porte di Tunis. Ministro di tai vendette era stato Meimûn, nominato dianzi, donde venne fieramente in odio a quei cittadini; ma Ibrahim, non prima n'ebbe sentore, che gli mandò, diremmo noi, un bell'ordine cavalleresco: all'uso di que' tempi collana d'oro e vestimenta di seta ricche d'oro, disegni e svariati colori; e il manigoldo in tanto sfarzo cavalcò trionfalmente in Tunis. Un anno appresso, fattevi rizzar nuove fortezze, vi andò a soggiornare il tiranno in persona;[116] meditando già la impresa di Sicilia, o parendogli Rakkâda mal sicura senza lo scampo del mare: o volle sfogare la superbia dell'animo suo sopra la città ribelle, prostratagli ai piè come cadavere.
Il medesimo anno della rivolta, Ibrahim allagò di sangue la reggia per sospetto di una congiura degli eunuchi e stanziali schiavoni contro la vita di lui e della madre:[117] dal qual tempo in poi, aspettandosi che alcuno dei tanti che tremavano trovasse modo ad ammazzarlo, per meglio guardarsi, consultò astrologhi e arioli, nei quali ponea molta fede. Gli dissero dover morire di certo per man d'un piccino; se di statura o di anni, i furbi maestri nol discernean bene in lor arte: ond'egli visse in sospetto de' giovani paggi schiavoni; e se gliene venia veduto alcuno audace e fiero in volto, vago di maneggiar la spada, pensava tra sè: ecco l'assassino; e lo facea spacciare. Quando n'ebbe ucciso molti, temè la vendetta dei rimagnenti: onde li uccise tutti;[118] e tolse paggi negri in luogo dei bianchi; e non tardò a fare sgombero anche di quelli, l'anno dugento ottantotto (900).[119] Ma nel lungo suo regno i domestici eccidii sovente si rinnovarono e cominciaron prima della tirannide di fuori; bastando l'ira ad aizzarlo quanto il sospetto, e quanto l'uno e l'altra la gelosia. Aveva egli vietato sotto pene severe la vendita del vino a Kairewân; la tollerava a Rakkâda[120] in grazia forse dei suoi stanziali; e beveva egli stesso senza scrupolo nei penetrali dello harem. Or accadde che fattosi mescer vino da una donna, nei primi credo io del regno, e datole a tenere il fazzoletto di seta con che si asciugava le labbra, colei lasciosselo cader di mano, e un eunuco il trovò e nascose. Ibrahim non sapendo qual fosse costui, tutti i trecento eunuchi che avea fe' morire,[121] per seppellir forse con loro il segreto della regia intemperanza. Diversa cagione ebbe la morte di sessanta sciagurati giovanetti ch'ei teneasi in palagio, e, calpestando più d'uno dei precetti di sua religione, ogni sera lor dava a ber vino, e poi non volea che troppo dimesticamente vivesser tra loro. Avutane spia, chiamolli dinanzi a sè; interrogolli, e confessando alcuni il fallo, e negandolo tra gli altri audacemente un fanciullo molto amato da lui, Ibrahim gli spezzò il cranio con una mazza di ferro: gli altri fece morire a cinque o sei il dì, tra soffocati nella stufa e arsi nella fornace del bagno.[122]
Nè men geloso in punto di religione, aggravò la vergogna degli dsimmi, come se non bastassero al suo zelo i segni esteriori di vassallaggio che si costumavano innanzi.[123] Comandò Ibrahim che portassero su le spalle una toppa bianca, con la figura, i Giudei d'una scimmia e i Cristiani d'un maiale; e che gli stessi animali si dipingessero in tavole confitte su le porte di lor case.[124] Il martirio ch'ei diè ai quattro Siracusani si è narrato di sopra, su la fede delle agiografie cristiane.[125] Non sappiam se sia dei martiri siracusani un Sewâda, di cui scrivon le cronache musulmane che proffertogli l'oficio di direttore della tassa fondiaria, se rinnegasse, e rispondendo egli che non barattava la fede, Ibrahim lo fece spaccare in due e sospender mezzo cadavere a un palo, mezzo ad un altro, l'anno dugentosettantotto dell'egira (891-892).[126] Tuttavia gli eretici dell'islamismo poteano invidiare la condizione de' Cristiani. Dopo le stragi d'una battaglia, vinta sopra la tribù berbera di Nefûsa, l'anno dugentottantaquattro (897-898), Ibrahim interrogò un dottore che si trovava tra i prigioni: “Che pensi di Alì?” “Era infedele e però sta in inferno; e chi non dice così, andravvi con lui,” rispose il prigione; scoprendosi Kharegita a questo parlare. Il tiranno allora gli domandava se tutta la tribù di Nefûsa tenesse tal credenza, e saputo di sì, ringraziava il Cielo d'averne fatto macello. I prigioni, ch'eran cinquecento, se li fece recare innanzi a uno a uno: egli assiso in alto, tenendo in mano un suo lanciotto, cercava con la punta sotto l'ascella ove fosse il vano tra costola e costola dell'uomo,[127] e poi data una spinta, andava a trovar dritto il cuore, e facea passare un altro, finchè tutti gli trafisse. Così il Nowairi.[128] L'autore del Baiân scrive che i prigioni fossero trecento, ch'ei ne avesse fatto spacciar uno e poi trattogli il cuor con le proprie mani, e fattolo trarre agli altri, infilzati in una funicella i trecento cuori, e sospesi a festone su la porta di Tunisi.[129] Ambo le tradizioni bene stanno ad Ibrahim-ibn-Ahmed, e possono ammettersi insieme.
Innanzi tal pia scelleratezza, era ito Ibrahim a Tripoli (896-897), governata per lui da un suo cugin carnale, Mohammed-ibn-Ziadet-Allah, uomo di egregii costumi, erudito, poeta e scrittore d'una storia di casa aghlabita: onde il tiranno ignorante l'invidiava fin dalla gioventù, ma adoperavale per averne bisogno. Il coperto odio divampò, quando il califo abbassida Mo'tadhed, risapendo le enormezze di Tunis, minacciò in parole, e secondo altri scrisse a dirittura a Ibrahim, ch'ei lo avrebbe deposto, e surrogatogli il cugino, specchio di virtù. Pertanto non contentossi Ibrahim d'ucciderlo; ma volle fosse appiccato il cadavere a un palo come di malfattore.[130] Somiglianti sospetti di Stato lo spinsero, prima e poi, a mandare a morte ciambellani, ministri, cortigiani, e un povero segretario, chiuso vivo nel feretro. Otto fratelli suoi proprii erano scannati al suo cospetto; un de' quali, obeso e infermo che non potea reggersi, implorava gli si lasciassero quei pochi giorni di vita; e Ibrahim rispose: “Non fo eccezioni;” e accennò il carnefice di percuotere. Abu-l-Aghlab suo figlio ebbe tronco il capo dinanzi a lui; dicesi per trame di Stato. Abd-Allah, maggior tra i figliuoli, erede presuntivo della corona, folgor di guerra che spezzava nei campi di battaglia i viluppi creati dalla tirannide del padre, Abd-Allah ubbidiente troppo, virtuoso, dotto, modesto, pur si sentiva ad ogni istante sul collo la scimitarra del carnefice.[131]
Inviperiva Ibrahim ogni dì più che l'altro; ciascun misfatto tirandosene dietro parecchi; incarnandosi ogni vizio con l'uso e con la età; aggravandosi in lui l'atrabile, la monomania, la causa qual si fosse che lo portava al sangue; su la quale decida chi mai arriverà a penetrare l'arcano della umana volontà. Chi raccoglie i fatti, noterà due sintomi atrocissimi. L'un che costui nelle vittime segnalate per la costanza dell'animo, ricercava rabidamente il cuore, sede del pensiero secondo gli Arabi; quasi il tiranno volesse dar di piglio alla causa materiale di lor contumacia. Il disse ei medesimo a San Procopio vescovo di Taormina, mandandolo al supplizio (902).[132] Parecchi anni innanzi avea notomizzato il cuore di un altro valoroso, Ibn-Semsâma, suo primo ministro; il quale straziato di cinquecento battiture, non avea detto un ahi, nè s'era mosso; e a ciò, comandando Ibrahim di ucciderlo, s'era vantato di aprire e chiuder la mano tre fiate dopo recisogli il capo, e avea tenuto parola.[133]
L'altra orribilità mi sembra un'avversione, un dispetto, un'invidia ch'ei sentisse della perpetuità della umana schiatta. Non dirò delle mogli e concubine che facea strangolare, murar vive, sparar loro il corpo, se incinte: e tuttociò senza lor colpa, forse senza gelosia. Lungo tempo così era vissuto, non parlando a donne fuorchè la madre, la Sîda che è a dir “Signora” come chiamavanla a corte. Costei, cercando ridurlo ad alcun sentimento umano, un dì che le parve di umor men tetro, gli appresentò due leggiadre donzelle, alle quali fe' recitare il Corano e cantar versi su la chitarra e il liuto. A che parendo si compiacesse il tiranno, rallegrato anco dal vino, la madre gli offrì in dono le due schiave; ei le accettò, e lo seguirono. Ed entro un'ora veniva alla Sîda lo schiavo fidato d'Ibrahim con una cesta ricoperta di ricco drappo. Trovò le due teste; e, gittando un grido, cadde svenuta; ma tornata in sè, le prime parole che profferì furono maledizioni sopra il figliuolo. Pur era serbata a veder maggiore empietà. Avea comandato Ibrahim di mettere a morte ogni figliuola che gli nascesse; e talvolta non avea aspettato che venissero alla luce. E la Sîda pur osava trafugare e far nudrire occultamente le bambine. Nell'età matura del figliuolo, coltolo un'altra fiata in velleità di clemenza, si provò a mostrargli le fanciulle cresciute come lune di bellezza, dice la cronica; e credette aver vinto quando gliele sentì lodare. Si fa allora più ardita; gli svela che son sua prole; gli rassegna i nomi loro e delle madri. Il tiranno uscì dalla stanza. Chiamato un suo negro “Meimûn,” dissegli, “arrecami le teste delle donzelle che tien la Sîda.” Il carnefice non si movea. “Obbedisci, sciagurato schiavo,” ripigliava Ibrahim, “o ti farò andare innanzi, ed esse dopo.” E Meimûn tornò poco stante, avvolgendosi alle mani le sanguinose chiome di sedici teste, e le gettò a mucchio sul pavimento.[134] La critica non può mettere in forse coteste orribilità. Ancorchè noi le tenghiamo di seconda mano, è evidente la veracità degli scrittori primitivi, cittadini del Kairewân o d'Affrica al certo, e concordi tra loro, non avversi punto a casa aghlabita, vissuti in tempi vicinissimi e di cultura letteraria. D'altronde i misfatti narrati ben s'attagliano l'uno all'altro; e molti particolari che rivelano quell'istinto d'uom tigre, sono ricordati quasi con le medesime parole dai Musulmani e dai Cristiani, tra i quali il diligentissimo contemporaneo Giovanni, diacono napoletano.[135]
CAPITOLO III.
Contro lo scellerato signore s'era levata la colonia siciliana, Arabi e Berberi al paro; e da quattro anni tenean fermo, succedendo a lor posta i tumulti d'Affrica, quando, l'ottocento novantotto, non so per qual ribollimento di sangui o magagna d'Ibrahim, tornarono i Berberi ad assalire il giund. Vedendo fitti i coloni nell'assurdo intento di scuotere il giogo senza cessare di straziarsi l'un l'altro, Ibrahim, ridendosene, entrò di mezzo: scrisse ad ambe le fazioni ch'ei perdonerebbe, se tornassero alla ubbidienza, e che sarebbe contento a gastigare i capi soli; ch'erano, dei Berberi un Abu-Hosein-ibn-Iezîd, coi figliuoli; e del giund un Hadhrami, oriundo, come lo mostra tal nome, dell'Arabia meridionale. Affrettaronsi i sollevati a consegnarli di peso alle soldatesche affricane, di presidio, credo io, a Mazara: dalle quali furono imprigionati, imbarcati per l'Affrica, e quivi dati al supplizio. Il Berbero, per fuggirlo, bevve un veleno che di presente lo fe' morire; talchè non rimase ad Ibrahim che d'appiccare il cadavere al patibolo e scannare i figliuoli del suicida. Sfogò con nuovo argomento di tortura sopra l'Hadhrami. Fattoselo recare innanzi, disse a un carnefice pien di facezie, come tanti ve n'ha, che tentasse il condannato con motteggi e buffonerie: e quando il misero cominciava a sperarne salvezza e gli spuntava il riso in faccia, “No,” proruppe Ibrahim, “non è ora da burle:” e fe' cenno al manigoldo; il quale a colpi di bastone lo ammazzò.[136]
Mandava poi Ibrahim a reggere la Sicilia un uom di sangue aghlabita, statovi emiro, com'e' sembra, una ventina d'anni innanzi, per nome Abu-Mâlek-Ahmed-ibn-Omar-ibn-Abd-Allah.[137] Con la riputazione del casato sperava il tiranno lusingare o tenere in rispetto i popoli; e con la imbecillità della costui persona si fidava governar la colonia a suo piacimento dall'Affrica. Ma le due inveterate discordie che sopra toccammo, non si poteano comporre sì di leggieri; e per giunta gli sdegni, i rancori, i rimproveri, che tengon dietro ad una rivoluzione repressa, fecer nascere nuove scissure. Donde l'anno ottocento novantanove, tante piccole fazioni, confusamente combattendo, empiean la Sicilia di sangue.[138] Per ovviare alla debolezza di Ahmed, dicon le croniche, o piuttosto per domare la Sicilia nel solo modo che si poteva, Ibrahim vi mandò un esercito poderoso, capitanato dal proprio figliuolo Abu-Abbâs-Abd-Allah, vincitor dei ribelli d'Affrica.[139]
Salpò costui con centoventi navi da trasporto e quaranta da guerra, il ventiquattro luglio del novecento; arrivò a Mazara il primo d'agosto;[140] donde movea all'assedio di Trapani. A ciò l'esercito palermitano, ch'era uscito a far guerra contro que' di Girgenti, si ritrasse immantinente alla capitale; e inviò al campo affricano il cadi e parecchi sceikhi, a protestare obbedienza verso il principe, e scusarsi, bene o male, dello assalto sopra Girgenti. Vennero al medesimo tempo messaggi di cotesta città a dolersi dell'esorbitanza dei Palermitani: e sufolarono all'orecchio di Abd-Allah, non si fidasse di quel popol contumace, senza legge nè fede, nè di sua simulata e frodolenta sommessione; e che, se volea pescare al fondo della magagna, chiamasse di Palermo il tale e il tale, e se ne chiarirebbe. Ed ei sì chiamolli: ma ricusarono; e tutta la città dichiarò che non andrebbero. Abd-Allah, a questo, ritien prigioni gli oratori palermitani, rilasciato il solo cadi; e poco appresso mandavi, a portar forse orgogliosi comandi, otto sceikhi affricani. Gli Arabi di Palermo a lor volta li imprigionavano; e risolveansi a tentar la sorte delle armi. Fu capo in questo periodo di rivoluzione un Rakamûweih, uom di nome persiano. Fu emir degli stolti, dice amaramente Ibn-el-Athîr che visse tre secoli appresso: contemporaneo del gran Saladino, scrittor non servile, incapricciatosi d'Ibrahim-ibn-Ahmed, per quella sua feroce severità. Perciò doveano parere savii ad Ibn-el-Athîr coloro che di queto si lasciasser divorare dalla tigre; perciò l'annalista metteva in non cale i dritti dei Musulmani, le sacre franchige calpestate da Ibrahim, valorosamente difese dal popol di Palermo!
Lascio indietro, perchè sembra error di compilazione, l'episodio narrato da un altro storico:[141] che i Girgentini, dopo di avere stigato Abd-Allah, si unissero coi Palermitani contro di lui. Movea di Palermo il dì quindici agosto, alla volta di Trapani, lo esercito capitanato da un Mesûd-Bâgi.[142] L'armata d'una trentina di vele uscì non guari dopo: fu colta da una tempesta nella breve e difficile navigazione ch'è da Palermo a Trapani, onde la più parte dei legni perì; quegli scampati, senza potere altrimenti offendere il nemico, si ridussero a casa. L'oste intanto assaliva il campo affricano sotto Trapani: si combattea fieramente da ambo le parti con gran sangue, e rimaneva indecisa la vittoria. Ma il ventidue agosto, rappiccata dai Palermitani la zuffa, mantenuta con uguale fortuna infino a vespro,[143] prevalse in ultimo la esperienza di guerra di Abd-Allah, o il numero degli Affricani che arrivava al certo a quattordici o quindici mila nomini, se si risguardi ai centoventi legni che li avean portato. Abd-Allah, usando la vittoria, prese la via di Palermo su le orme del nemico; indirizzò a Palermo l'armata che aveva ormai libero il mare, e poteva assaltare la città e molestar anco l'oste che si ritraea. Lenti e minacciosi ritraeansi i Palermitani, come quelli che sapean difendere patria e libertà; sì che fecero far al vincitore una sessantina di miglia in quattordici giorni; e al decimoquinto, che fu l'otto settembre, gli presentaron la terza battaglia. Pugnarono dieci ore continue dall'alba a vespro, in una delle due valli, credo io, che sboccano nell'agro palermitano a dritta e a sinistra di Baida.[144] Alfine menomati, rifiniti, sopraffatti, sbaragliaronsi fuggendo verso la città vecchia: gli Affricani da vespro a sera ferono orribil macello di loro; occuparono i sobborghi; saccheggiaronli,[145] a spreto della legge che vietava di por mano nella roba e nel sangue dei ribelli musulmani. Con tuttociò non si fa ricordo di enormezze come quelle di Tunisi, dalle quali rifuggia l'animo alto e gentile di Abd-Allah. Gli increbbe anco della battaglia, se ci apponghiamo al sentimento di tre versi, che improvvisò in Sicilia, forse quel dì stesso; nei quali, disgustato delle stragi, incendii e distruzioni, quel prode, sospirando, pensava a qualche giorno tranquillo, vivuto nei giardini di Rakkâda, in mezzo alle sue donne e figliuoli.[146]
Palermo ingrossando di quartieri suburbani, stendeasi in questo tempo dalla parte di scirocco infino alla sponda dell'Oreto; da ponente ne saliva una catena di abituri per due miglia e più infino al villaggio di Baida, ossia alle falde dei monti: sobborghi sì importanti che racchiudeano da dugento moschee e però vi si debbon supporre a un di presso due quinti di tutta la popolazione palermitana.[147] Su quel vasto aggregato di ville da diletto ed umili case della gente industriale, torreggiava la città antica, afforzata di bastioni e di lagune, il Cassaro come l'appellarono gli Arabi, spaziosa cittadella di figura ovale che tenea quasi il mezzo dell'odierna città.[148] Occupati i sobborghi dal nemico, i cittadini si difesero nel Cassaro per dieci giorni e stipularono un accordo; onde furono schiuse le porte ad Abd-Allah, il diciotto settembre. Per patto, o innanzi che si fermasse, grandissimo numero di cittadini con lor donne e figliuoli andavano a rifuggirsi in Taormina; Rakamûweih e i più intinti nella rivoluzione facean vela chi per Costantinopoli, chi per altri paesi di Cristianità, ove mai non potesse arrivare il braccio d'Ibrahim. Dopo lo sgombro, rimase pure uno stuolo di ottimati sospetti che Abd-Allah inviava al padre in Affrica; forse di quelli cui non v'era pretesto ad uccidere, poichè le croniche non parlan di supplizio loro. Così riluce per ogni verso la umanità del vincitore.[149]
Sì lunghe discordie non poteano ignorarsi dai Cristiani. Que' di Val Demone le aveano usato nella tregua dell'ottocento novantacinque, nella quale sembra entrato, allora o poi, lo stratego di Calabria; atteso che Giovanni Diacono di Napoli dice provocata da cotesto accordo la guerra di Abd-Allah in quella provincia.[150] Nel medesimo tempo Sant'Elia da Castrogiovanni, ancorchè ottuagenario e infermo, si apprestava a ripassare in Sicilia, lusingato, forse richiesto, dall'imperatore Leone il Sapiente: Elia da Castrogiovanni, stato ausiliare di Basilio Macedone nel tentato racquisto dell'isola venti anni innanzi; e il vedremo tra non guari incoraggiare, a modo suo, all'estrema difesa il popolo di Taormina.[151] Vedrem anco novelli sforzi dei Bizantini: un patrizio e un presidio mandati a Taormina; grand'oste adunata a Reggio; armata venuta di Costantinopoli a Messina. I quali fatti mostrano ad evidenza che l'impero fe' disegno nelle guerre civili dei Musulmani e nel bisogno che avea di lui la colonia ribelle. Dopo la occupazione di Palermo, l'impero armò un poco; suscitò al riscatto le popolazioni cristiane dell'isola, alla guerra quelle di Calabria; trascinato egli stesso dai Musulmani rifuggiti a Taormina, a Costantinopoli e in Calabria, i quali speravano gran cose al certo e molte più ne diceano.
Abd-Allah, sapesse o no coteste pratiche, dovea combattere la guerra sacra, per dare sfogo agli agitati animi dei Musulmani di Sicilia, per soddisfare a sè stesso, alla opinione pubblica, al padre. Non tardò dunque a uscir di Palermo; cavalcò il contado di Taormina; svelse le vigne; molestò il presidio con avvisaglie; e come l'inverno s'innoltrava, sperando ridurre più agevolmente Catania, città in pianura, la assediò; ma indarno. Perlochè, tornato in Palermo a svernare, apparecchiò più poderosi armamenti, e, abbonacciata la stagione, fe' salpare il navilio a' venticinque marzo del novecento uno. Egli con l'esercito andò a porre il campo a Demona; piantò i mangani contro le mura; le battè per diciassette giorni; ma risaputo d'un grande sforzo di genti che i Bizantini adunavano in Calabria, lasciò stare il presidio di Demona buono a difendersi e non ad offendere; e volò con l'esercito a Messina. Par che l'armata vi fosse ita innanzi, e che la città si fosse di queto sottomessa. Abd-Allah passava immantinenti lo stretto. Trovata l'oste sotto le mura di Reggio, un'accozzaglia dei presidii bizantini dell'Italia meridionale e di Calabresi che li abborrivano, i Musulmani la sbaragliaron col solo terrore, dice Giovanni Diacono. Mentre i fuggenti correano da ogni banda per la campagna, Abd-Allah irruppe senza ostacolo in città il dieci giugno. Le feroci genti sue cominciarono una strage indistinta: poi l'avarizia consigliò di far prigioni; che ne ragunarono diciassettemila, tra i quali fu tratto in carcere, come scrive Giovanni, il venerando vescovo dal crin bianco e dalla faccia colorita, spirante dolcezza. Immenso il cumulo della preda: oro, argento, suppellettili; rigorosamente custodito dai vincitori, continua il medesimo autore, e ben si riscontra con la legge musulmana che vieta di scompartire il bottino in territorio nemico. Vi si aggiunsero i tributi e presenti delle città vicine, le quali si affrettavano a mandare oratori chiedendo l'amân; poichè Abd-Allah avea dato voce di volere stanziare a Reggio. Ma improvvisamente ei ripassa lo stretto, sapendo arrivata da Costantinopoli a Messina un armata greca; e la coglie nel porto; le prende trenta legni; fa diroccar le mura della città, per gastigo o cautela. Intanto traghettavano continuamente da Reggio a Messina le navi da carico, zeppe di roba e schiavi. Abd-Allah condusse di nuovo l'armata su le costiere di Terraferma; combattè altri nemici, forse gente dei duchi Franchi di Spoleto e Camerino, condotti ai soldi dell'imperatore di Costantinopoli. In questa impresa il principe aghlabita occupò, il venti luglio, una città di cui non ben si legge il nome, forse Nardò;[152] e si ridusse alfine con tutte le genti in Palermo, donde mandò nunzii al padre col racconto delle vittorie e il meglio del bottino. Fino alla primavera del novecentodue, quando andò a trovarlo ei medesimo in Affrica, Abd-Allah soggiornò nella capitale della Sicilia, reggendo i popoli con giustizia e bontà.[153]
Corse fama in Italia che Ibrahim, intendendo dai messaggi del figliuolo la impresa di Reggio, prorompesse in rampogne: “Non esser suo sangue, no, tener dalla madre, questo svenevole che s'impietosiva dei Cristiani e tornava addietro, principiate appena le vittorie! Se ne venisse dunque a poltrire in Affrica, chè egli, Ibrahim-ibn-Ahmed, andrebbe a mostrare ai nemici di Dio e degli uomini il valor vero della schiatta d'Aghlab.” A queste parole d'ira s'aggiugneano romori contraddittorii: che Abd-Allah segretamente sopraccorresse a corte per falso avviso della morte del padre; che Ibrahim vistoselo accanto, in luogo di incrudelire, gli rinunziasse il regno e ponessegli al dito il proprio anello.[154]
Così tra le fole si risapea la verità. Al dir d'una cronica araba, la verità era che richiamatisi i Musulmani di Tunis appo il califo abbassida Mo'tadhed-Billah delle enormezze che aveano a sopportare, e mostratogli che certe schiave che Ibrahim gli avea mandato in dono, fosser le mogli e figliuole loro, Mo'tadhed inorridito si risovveniva d'essere pontefice e imperatore. Facea dunque sentire in Affrica, la prima volta da un secolo, i voleri del successor del Profeta. Significavali per un messaggiero; al quale Ibrahim volle farsi incontro in attestato di riverenza, contenendo i superbi movimenti dell'animo, con sì duro sforzo, ch'ei ne fu colpito di malattia biliosa, e costretto a sostare alla sibkha, o vogliam dire stagno salmastro di Tunis. Abboccatosi quivi segretamente con l'ambasciatore, promesse di ubbidire al califo; il quale per bocca di costui, senza comando scritto, gli ingiugnea di risegnare il governo al figliuolo Abd-Allah e rappresentarsi in persona a Bagdad.[155] Tanta modestia civile d'Ibrahim si comprenderà meglio, considerando ch'ei già sentiva crollare il trono aghlabita. Una sètta politica, delle tante che ne covavano sotto la teocrazia musulmana, s'era appresa alla forte tribù berbera di Kotâma; e scoppiava già in aperta ribellione, minacciando al paro il principato d'Affrica e il califato. In Affrica, Arabi e Berberi, ortodossi e scismatici, nobiltà menomata dai supplizii e plebe spolpata sotto pretesto di farle giustizia contro i nobili, a una voce tutti maledivan l'Empio, come il chiamarono per antonomasia.[156] Minacciavalo di più, dall'Egitto, la dinastia dei Beni-Tolûn, potentissimi di ricchezze e d'ardire, imparentati col califo, usurpatori che per far più guadagno s'offrian sostegni alla legittimità. Sovrastandogli dunque novella guerra civile, complicatissima, spaventevole, senza speranze di uscirne vincitore, ei riformò il governo e abdicò, fingendo d'ubbidire al califo. Notevole è che un altro cronista, copiato o abbreviato nel Baiân, senza far parola del messaggio di Mo'tadhed, attribuisce a dirittura le riforme d'Ibrahim ai movimenti della tribù di Kotâma, e dice che allora ei volle farsi grato all'universale, e riguadagnare gli animi degli antichi partigiani di casa d'Aghlab.[157]
Pose il nome d'anno della giustizia al dugentottantanove dell'egira (16 dicembre 901 a 4 dicembre 902) che incominciava tra quelle vicende; abolì le gabelle; disdisse le novazioni nel modo di riscuotere le decime;[158] rimesse agli agricoltori un anno di tributo fondiario; liberò i prigioni di stato; manomesse i proprii schiavi; cavò dalli scrigni grosse somme di danaro e dielle ai giuristi e notabili di Kairewân per dispensarle ai bisognosi; ma ebberle, aggiugne un cronista, quei che men le meritavano e furono scialacquate.[159] Con ciò premurosamente scriveva ad Abd-Allah di venire in Affrica; il quale, lasciato l'esercito in Palermo ai proprii figliuoli Abu-Modhar e Abu-Ma'd, andò in fretta con cinque galee sole.[160] Arrivato ch'ei fu, Ibrahim, del mese di rebi' primo (13 febbraio a 14 marzo 902), gli risegnava il principato. Quanto a sè, non potendo rimanere in Affrica nè volendo ire a Bagdad, scrisse al califo ch'ei si metteva in pellegrinaggio per la Mecca. Poi pretestò che convenia passare per l'Egitto, e che ei nol potea senza azzuffarsi coi Beni-Tolûn; onde inviò a Bagdad un'altra lettera: che ad evitare spargimento di sangue musulmano, vedi s'egli era contrito, e a compiere insieme i due precetti del pellegrinaggio e della guerra sacra, piglierebbe la via di Sicilia.[161] Forse agitava in mente il pazzo disegno di andare alla Mecca per a traverso i territorii di Cristianità, il Bosforo e l'Asia Minore, poich'egli non avea rinunziato al figliuolo la signoria di Sicilia, e pensò al certo al conquisto d'Italia, e in Italia parlò di quel di Costantinopoli.[162] Che che ne fosse, Ibrahim, sceso dal trono, parea rifatto altr'uomo. Dissepolti i suoi tesori e armerie, indossò a mo' degli anacoreti un cilicio tutto rattoppato; andò a Susa a bandire la guerra sacra. Di lì il sedici di rebi' secondo (30 marzo) parte per Nûba, castello in su la marina tra Susa e Iklibia (Clypea); ove fa la mostra dei volontarii; li provvede d'armi e cavalli; dispensa venti dinâr a ogni cavaliero e dieci a ogni fante; e con loro fa vela per la Sicilia.[163]
CAPITOLO IV.
Il tiranno penitente trovò perdono e anche séguito in Sicilia. Sbarcato a Trapani[164] verso la fine di maggio[165] si messe a far gente: poi cavalcò alla volta di Palermo; giunsevi l'otto di luglio, ma, com'ei sembra, non entrava in città.[166] Comandando tuttavia da re non ostante l'abdicazione, Ibrahim alzò in Palermo il Tribunal dei Soprusi; deputò altri a presedervi; ed egli, intento anima e corpo alla guerra sacra, conduceva a soldo marinai, largheggiava stipendii a cavalieri; talchè tra gli Affricani che avea seco e i Musulmani di Sicilia che arruolò, messe in punto un'oste poderosa. Il diciassette di luglio movea con quella sopra Taormina.[167]
Per fortezza di sito, numero di popolo, tradizioni, e monumenti, era ormai questa la capitale della Sicilia bizantina, degli aspri luoghi, cioè, tra l'Etna e la Peloriade, ne' quali un pugno d'uomini difendeva ancora il vessillo della Croce. Non potendo abbandonar costoro senza vergogna, Leone il Sapiente li aiutava com'ei sapea; che è a dire, poco, tardi, e strambo. Quel che conosciam di certo è che, sovrastando il pericolo pei notissimi appresti d'Ibrahim, Leone teneva i soldati dell'armata a Costantinopoli a fare i manovali nella fabbrica di due chiese e d'un monastero di eunuchi; e ch'avea già mandato a Taormina un presidio con Costantino Caramalo[168] e Michele Characto; dei quali il primo fe' mala prova; e il secondo, inferiore in grado, non potè riparare, o almeno il diè a credere.[169] Al medesimo tempo Leone richiedeva Elia da Castrogiovanni di pregare per la salute dell'impero, dice l'agiografo, i fatti mostrano, di andare a Taormina; ov'egli, Siciliano, con la sua fama di santità, rozza eloquenza, e venerabile aspetto, prendesse due colombi a un favo, come pareva alla corte bizantina: incoraggiare cioè i combattenti; e mondarli dalle peccata, dalle quali fermamente si credea che venisse ogni sconfitta delle armi bizantine. Elia, ottuagenario, infermo, sostenuto in piè dall'indomabile costanza dell'animo, passava incontanente col fidato suo Daniele, di Calabria in Sicilia, sotto specie di venire a baciar le ossa di San Pancrazio, primo vescovo di Taormina; e si messe all'opera con impeto. Rinfacciava alla misera città non mancarle nessun peccato; rampognava Costantino che non sapesse ritenere i soldati dagli omicidii, oltraggi, gozzoviglie, dissolutezze; gli parlava d'Epaminonda e di Scipione, uomini di sì specchiati costumi da far arrossire i Cristiani di quei tempi corrotti; gli ricordava la temperanza e la continenza, come necessarie virtù di chi s'appresti alla guerra. Rincalzò, al solito, i savii consigli con la macchina epica: vaticinò, e non era sforzo di profezia, il passaggio imminente del fier Brachimo Affricano; il guasto, la carnificina, l'arsione di Taormina. Giacendo infermo a casa del cittadino Chrisione, Elia diceva all'ospite: “Vedi; qui in questo letto si adagerà Brachimo vincitore: ed ahi quanta strage insanguinerà queste mura!” Un'altra fiata, andando per la piazza maggiore, s'alzava i panni a ginocchio, e richiesto del perchè, rispondea: “Veggo abbondare i rivi di sangue.” Poi girava le strade, in mutande,[170] stranamente avviluppato di catene; si poneva un giogo di legno sul collo: per lui non restò di sbigottire soldati e cittadini, se punto credeano a profeti viventi. Così la religione dei Bizantini sbagliava sempre il segno. Elia, fatto ludibrio della gente, non perdonò all'ultima cerimonia di scuoter la polvere da' sandali, uscendo dalla città; e come Ibrahim s'appressava, così egli navigò ad Amalfi.
Comparso il nemico, i difenditori di Taormina non si stetter chiusi entro le mura. Scendendo, com'e' sembra, alla marina di Giardini, presentarono la battaglia ad Ibrahim; virtuosamente la combatterono con gran sangue d'ambo le parti: e già le schiere musulmane balenavano; serpeggiava tra quelle un pensier di fuga; perdeasi al vento la voce d'un che aveva intonato per rincorarli le parole di lor sacro libro: “Sì che ti daremo segnalata vittoria,”[171] quando Ibrahim lanciossi nella mischia. Volto a quel pio guerriero: “Perchè non reciti,” gli gridò, “cotesti altri versi: — Ecco due litiganti che disputano chi sia il Signor loro. Ma agl'Infedeli son apparecchiate vestimenta di fuoco e mazze di ferro: su le teste loro si verserà acqua bollente, da strugger viscere e pelle.”[172] E quando quegli ebbe fornito i due versi: “O sommo Iddio,” ripigliava Ibrahim, “di te disputiamo quest'oggi io e gli Infedeli;” e tornò all'assalto, caricando con essolui gli uomini più valorosi e di più alto consiglio; i quali fecer impeto che spezzò l'ordinanza nemica. Allora i Cristiani a fuggire sparpagliati; i Musulmani a inseguirli su per le vette dei monti, dicon le croniche, e in fondo ai burroni. Altri scampavano su le navi; e tra questi forse i due capitani bizantini. Altri riparavansi alla città; coi quali alla rinfusa salirono il monte ed entrarono i vincitori; e incalzaronli fino alla cittadella, Castel di Mola, come oggi s'addimanda, che sovrasta all'erta di Taormina da un'erta assai più scoscesa e superba, a distanza d'un miglio. Ibrahim pur tentò un colpo di mano: impaziente di far macello tra la popolazione che s'era messa in salvo nella rôcca, mentre le ultime schiere vi si ritraean combattendo. Girata intorno intorno la costa, sparsi i suoi d'ogni lato, Ibrahim scoprì un luogo ove gli parve ch'uom potesse inerpicarsi con mani e piè; e a furia di promesse cacciò su per quei dirupi un drappello de' suoi stanziali negri; i quali superaron l'altezza, e a un tratto tuonarono agli orecchi dei guerrieri cristiani “Akbar Allah.” S'erano essi adagiati a prendere un po' di cibo, fidandosi nel sito inespugnabile; stanchi della sanguinosa giornata; tenendo guardie nei luoghi accessibili e negli altri no; quando li percosse il noto grido di guerra dei nemici. Scompigliati e confusi, non corrono a gittar a basso delle rupi quel pugno di schiavi, non a difendere la strada del castello. Ibrahim dunque, udito il segno de' suoi, salì senza contrasto con le altre schiere; spezzò le porte; e comandò l'eccidio. Era la domenica, primo d'agosto novecento due.[173]
Ibrahim efferatamente abusò questa vittoria. Alla prima fe' trucidare, con gli uomini da portar armi, anco le donne, i bambini, i chierici, cui la legge musulmana perdona la vita; fece porre fuoco alla città; dar la caccia ai fuggenti per le foreste di que' monti ed entro le caverne; addurre a sè i cattivi, perchè niuno di cui potea comandare la morte non gli escisse di mano per umanità o avarizia altrui. Così, recatagli una gran torma nella quale si trovò Procopio vescovo della città, Ibrahim chiamatolo a sè: “Cotesti tuoi capelli bianchi” gli disse “mi ti fan parlare pacatamente. Se e' ti rendon savio, abiura la fede cristiana; e salverai la tua vita e di tutti costoro; e ti darò tal grado, che in Sicilia sarai secondo a me solo.” Procopio sorrise senza rispondere; e incalzandolo il Musulmano: “Ma tu non sai chi ti parla?” replicò. “Sì; l'è il demonio per bocca tua; e indi rido.” Onde Ibrahim volto agli sgherri comandava: “Sparategli il petto, cavategli il cuore, ch'io vo' cercarvi gli arcani di cotesta mente superba:” linguaggio del vero conio di Ibrahim. Il santo vecchio, dato al supplizio, finchè potè articolare la voce, imprecò contro il tiranno, confortò i compagni al martirio. Aggiugne Giovanni Diacono, autor della narrazione, che Ibrahim, furibondo a tal costanza, digrignando i denti, arrivò a chiedere che gli dessero a mangiar il cuore; e se non compì l'orrenda jattanza, fece scannare gli altri prigioni sul cadavere del vescovo, arderli tutti insieme, e alla fine della festa si levò mormorando: “Così sia consumato chi mi resiste.”[174]
Lieve opera fu alla caduta di Taormina di ridurre il rimanente del Val Demone. Ibrahim, venduti i prigioni e il bottino, e spartito il prezzo tra' suoi, mandava quattro forti schiere; una col nipote Ziadet-Allah a Mico o Vico, fortissimo castello dentro terra, non lungi, credo io, dal Capo Scaletta;[175] l'altra col proprio figliuolo Abu-Aghlab, sopra Demona;[176] la terza capitanata dall'altro figliuol suo Abu-Hogir[177] sopra Rametta; l'ultima contro il castel di Aci[178] condotta da un Sa'dûn-el-Gelowi. Delle quali castella, le due prime, sendo state sgombrate già dai terrazzani alla nuova del caso di Taormina, fruttaron solo ai Musulmani quel po' di roba che vi era rimasta. I cittadini di Rametta offrivano di pagar la gezîa; ma non lo assentì Abu-Hogir e volle gli abbandonassero la rôcca; e, avutala, la smantellò, quanto potea. Similmente que' d'Aci e delle rôcche e fortezze dei contorni, fattisi insieme a chieder patti, non ottennero altro che la vita, fors'anco la libertà delle persone: e uscendo dalle mura che avean sì lungamente e gloriosamente difeso, le videro diroccar dai nemici e gittarne i sassi in mare.[179] Pietro Diacono, monaco cassinese del duodecimo secolo, su quest'eccidio di Taormina fabbricò l'apocrifa narrazione accennata da noi nel primo Libro; nella quale affermò che Agrigento, Catania, Trapani, Partinico, Iccara, e le distrutte già parecchi secoli innanzi Cristo, Tindaro, Segesta, Solunto, fossero ville della Badia di Monte Cassino, quando vennero di Babilonia e d'Affrica innumerevoli Saraceni capitanati da Ibrahim a rapir quei ricchi poderi, immolando le migliaia di frati che li tenessero.[180]
Ma pervenute a Costantinopoli le infauste nuove di Taormina, Leone gravemente se n'accorò, scrivon le cronache musulmane; e per sette dì, ricusava di cinger la corona, dicendo non star bene ad uom tribolato. Continuano a narrare che sorgea nell'universale il generoso pensiero di aiutare i Cristiani di Sicilia; ma che lo sturbò la voce che Ibrahim si apprestasse ad andar sopra Costantinopoli; onde Leone afforzava la capitale con un esercito e pur avviava forti schiere alla volta di Sicilia.[181] Il vero è ch'egli volle mandar danaro in Calabria per levar gente e assoldare i feudatarii longobardi o franchi che passassero in Sicilia. Lo ricaviamo dalle memorie bizantine che si accordano con le musulmane nella esposizione dei sentimenti, se non de' fatti. Leone condannò a morte il Caramalo per la viltà o tradimento suo a Taormina; e ai preghi del patriarca di Costantinopoli, commutò il supplizio in professione monastica: strana gradazione di pene in una età in cui la vita monastica, assomigliata all'essere degli angioli, si tenea com'apice di perfezione cristiana![182] Vero altresì che si temesse a Costantinopoli l'assalto, sia d'Ibrahim stesso che minacciava di andarvi,[183] sia del rinnegato Leone da Tripoli di Siria; il quale con cinquantaquattro navi, armate in Siria stessa e in Egitto e rinforzate di Schiavoni, nei principii della state del novecento quattro, accennò alla capitale bizantina; fe' voltar faccia a due ammiragli; e, gittatosi sopra Tessalonica, entrovvi dopo tre giorni d'assalto il trentuno luglio.[184] Nell'occupazione della quale città si narra un episodio che attesta e le cure di Leone il Sapiente a favor dei Siciliani, e la scempia guisa in che si mandavano ad effetto. Rodofilo eunuco e camerier dello imperatole, viaggiando con cento libbre d'oro destinate all'esercito che dovea mandarsi in Sicilia,[185] s'era intrattenuto a Tessalonica per faccende, o, com'altri scrive, per malattia da curarsi coi bagni; quando piombaron su la città i Musulmani di Siria e di Egitto. Allora ei metteva in salvo il tesoro, inviandolo in una provincia vicina; ma fatto prigione ei medesimo quand'entrò Leone da Tripoli, questi n'ebbe spia, gliene domandò conto, e, non credendo alla scusa che allegava, lo fe' morir sotto le verghe. Poi s'ebbe il danaro, minacciando d'ardere Tessalonica.[186]
Ibrahim-ibn-Ahmed non soggiornò a lungo tra le ruine di Taormina. Ragunate le schiere che avea mandato alle dette fazioni, marciò sopra Messina; stettevi due dì soli; e il ventisei di ramadhan (3 settembre) tra le preci, i digiuni, le luminarie del mese santo e il fanatismo che ne crescea, valicò il Faro con tutto l'esercito. Attraversò l'ultima Calabria senza trovar nemici; sostò non lungi da Cosenza;[187] dove, traendo al campo ambasciadori delle atterrite città a chieder patti, Ibrahim li intrattenne alquanti dì; poi rispose nella insolenza della vittoria: “Tornate ai vostri e dite che prenderò cura io dell'Italia e che farò degli abitatori quel che mi parrà! Speran forse resistermi il regolo greco o il franco? Così fossermi attendati qui innanzi con tutti gli eserciti! Aspettatemi dunque nelle città vostre; m'aspetti Roma, la città del vecchiarello Piero, coi suoi soldati germanici; e poi verrà l'ora di Costantinopoli!”
Indi gli oratori a tornarsene frettolosi; e le città ad apprestarsi contro l'estrema fortuna: risarcir mura, alzare bastioni, far provigioni di vitto, ridurre ne' luoghi forti quanti arredi preziosi o derrate fossero nelle campagne. Il terrore giunse infino a Napoli. Tra gli altri provvedimenti, Gregorio console, Stefano vescovo e gli ottimati della città, deliberavano di abbattere il Castel Lucullano, come chiamavasi, a Capo Miseno: villa costruita da Mario; comperata e profusa di delizie da Lucullo; teatro di laidezze e domestici misfatti degli imperatori di Roma; vergognoso confino d'Augustolo che vissevi d'una pensione d'Odoacre (479); mutata poscia in monastero e monumento sepolcrale di San Severino (496); afforzata di mura, occupata dai Musulmani di Sicilia (846): vera tavola cronologica delle rivoluzioni della società italiana per nove secoli. I Napoletani a ragione temeano che quelle moli non fossero occupate di nuovo dalle navi di Sicilia per intercettare la navigazione del golfo. Lavorarono dunque popolarmente per cinque dì a spiantarle e a cercar tra le tombe le ossa di San Severino che volean serbare con gli altri tesori in città; domandandole l'abate del monastero dello stesso nome a Napoli. Trovatele, o credutolo, ruppero tutti in lagrime di gioia: e il dì appresso, che fu il tredici ottobre, le sacre reliquie erano condotte in processione alla città; uscendo all'incontro i magistrati, il popolo e i chierici che salmeggiavano, come parlavansi due lingue a Napoli, chi in greco e chi in latino. Per una settimana gli animi s'agitavano tra così fatte effervescenze religiose e le male nuove di Calabria, quando, a soverchiarli di paura, scherzò nel firmamento non più vista moltitudine di stelle cadenti, la notte del diciotto ottobre, secondo Giovanni Diacono, del ventisette al dire del Baiân, o più fiate in quella stagione, come par che voglia significare Ibn-Abbâr. Aggiugne questi che si sparnazzavano a dritta e a manca a somiglianza di pioggia. Le innocenti asteroidi, o meteore elettriche, o che che fossero, chè la scienza per anco nol sa, passaron tosto in buon augurio, poichè San Severino, comparso in sogno, secondo il costume, a un fanciullo, mandò a dire ai Napoletani che nulla ne temessero e si fidassero in lui che li difendea nella corte del Cielo.[188] Risaputasi poscia la morte di Ibrahim, non fu in Italia chi non credesse infallibilmente averne dato segno le stelle cadenti. Un Tedesco, più scaltro, pensò che questo fenomeno, non essendosi visto in Italia sola, dovea risguardar tutti i popoli, onde probabilmente era venuto a compiere una profezia ricordata nel vangelo di San Luca;[189] il che torna all'annunzio del finimondo aspettato tante volte in Cristianità. Gli Arabi d'Affrica, come se fossero stati meno superstiziosi, contentaronsi a chiamar quell'anno l'anno delle stelle: ond'ebbe tre nomi, notano i cronisti; poichè Ibrahim gli avea voluto porre anno della giustizia e altri l'avea detto della tirannide. Ma niun Musulmano potea far grave caso delle stelle cadenti, sapendo dal Corano ciò che fossero appunto: demonii curiosi, fulminati dagli Angioli, quando s'appressan troppo ad origliare alle porte del Cielo.[190]
Non ostante sue minacce agli ambasciatori delle città, Ibrahim tardò a investir Cosenza. Ei che avea saputo maneggiare quell'esercito innumerevole e discorde,[191] in cui fermentavano tanti odii, era sforzato adesso di restare al retroguardo per una dissenteria mortale; e invano si studiava ad occultare suo pericolo con la tenacità dei tiranni. Pur fece dar mano all'assedio il primo ottobre; accampare le genti su le sponde del Crati;[192] fronteggiar tutte le porte di Cosenza dai suoi figliuoli o uomini fidati, con forti schiere; drizzare i mangani contro le mura: ma par ch'ei poscia non abbia potuto esercitare nè voluto delegare il comando, nè altri abbia osato pigliarlo. Per più di venti giorni dunque si scaramucciò con disavvantaggio degli assedianti; ai quali cadean le braccia, non più sentendosi reggere da quella feroce e ferma volontà del capitano. Aggravatoglisi il morbo, perduto il sonno, Ibrahim s'andò a chiuder tutto solo in una chiesetta;[193] ove spirò il sabato ventitrè ottobre, a cinquantatrè anni di età, dopo ventisette anni di tirannide e sette mesi di penitenza; trapassato come un santo, guerreggiando la guerra sacra, disponendo di tutto il contante in limosine, degli stabili in opere pie. Non prima saputo ch'ei boccheggiava, i capitani dell'oste, adunatisi in segreto, cavalcarono alla tenda di Ziadet-Allah, figliuolo del suo figliuolo Abd-Allah, e instantemente il richiesero che si mettesse alla testa dell'esercito per ricondurlo in Affrica. Al quale segno d'ammutinamento, il giovane, pigro, dissoluto, vigliacco, scellerato senza il vigor dell'avolo, tentennò: volea scaricarsi del supremo comando sopra lo zio Abu-Aghlab; ma questi gli uscì di sotto. Capitanando dunque suo malgrado la ritirata, Ziadet-Allah aspettava che tornassero al campo le gualdane sparse intorno a far preda: accordava patti ai Cosentini che di nuovo ne avean chiesto, ignorando la morte d'Ibrahim: e poi con tutto l'esercito e le rapite ricchezze e le salmerie prendea la via di Sicilia; portando seco il corpo dell'avolo in un feretro. Dice uno scrittore cristiano che al ritorno gran parte delle genti perisse per naufragio. Giunto Ziadet-Allah in Palermo, secondo Nowairi e il Baiân fuvvi sepolto Ibrahim quarantatrè giorni dopo la morte, e innalzato un monumento su la sua fossa. Secondo altri, lo recarono al Kairewân: talchè s'ignora qual delle due terre sia profanata da quelle ossa.[194]
La morte d'Ibrahim, avendo liberato l'Italia meridionale senza fatica degli abitatori, vi fu tenuta necessariamente opera del Cielo. Scrive Giovanni Diacono che mentre i Napoletani stavan tra sì e no su l'augurio delle stelle cadenti, venne a confermar la rivelazione di San Severino un prigione testè fuggito di Cosenza. Narrava questi a Gregorio Console di Napoli, che, dormendo Ibrahim nella chiesa di San Michele, gli era paruto di vedere un vegliardo di maestoso aspetto, il quale minacciato di morte dal tiranno perchè osava entrar nella stanza, gli scagliò un bastone che avea alle mani e si dileguò. Destatosi, ma pur sentendosi ferito al fianco Ibrahim, richiedea di alcun prigion latino, e, addottogli il narratore, gli domandava se conoscesse il vecchio Pietro di Roma, o n'avesse mai visto la effigie; e saputo che lo si dipingea di grande statura, raso i capelli e la barba, ravvisò lo spettro del sogno, e in breve tempo gli s'ingangrenì la ferita.[195] Il biografo di Sant'Elia da Castrogiovanni toglie l'impresa a San Pietro per onorarne il suo protagonista; il quale, riparato ad Amalfi, tanto pregò con lagrime, digiuni e cilizii, che il fier Brachimo, mentre assediava Cosenza e pensava a Costantinopoli, venne a morte,[196] percosso non si sa come dalla orazione del sant'uomo. Un'altra tradizione italiana ripetuta da parecchi cronisti, senza macchina di iddii minori, lo fe' spacciare, all'antica, con una folgore.[197]
CAPITOLO V.
Non bastando ormai alla storia il classico quadro dei fatti e delle passioni umane, se non siano anco divisati gli ordini e le opinioni che nascono da sorgenti assai remote, forza è ch'io interrompa nuovamente la cronica di Sicilia, e torni addietro parecchi secoli, per rintracciare in Asia le cagioni del mutamento di dinastia che s'apparecchiava alla morte d'Ibrahim-ibn-Ahmed. Lo apparecchiava la setta ismaeliana, della quale mi fo ad esporre l'origine, l'indole, i progressi.
L'autorità dell'impero musulmano, si come portava sua natura mista, fu combattuta da tre maniere di nemici: le fazioni politiche, gli scismi religiosi, e le sètte partecipanti dell'uno e dell'altro. Fazioni chiamo quelle che agognavano a mutare il principe non le leggi; onde nè impugnarono durante la lotta, nè toccarono dopo la vittoria, quegli assiomi teologici e civili che costituivano l'islamismo ortodosso; cioè la fede che parea diritta al maggior numero. Parecchi Stati in fatti continuarono a rispettar come pontefice il califo, cui disubbidivano come principe. Fino gli Omeîadi di Spagna, con lor pretensioni di legittimità, esitarono per un secolo e mezzo a ripigliare il sacro titolo di Comandator dei Credenti, usurpato, dicean essi, dalla casa di Abbâs, ma pure assentitole dalla più parte dei popoli musulmani.
Al contrario nacquero di molte eresie, i cui settatori non si proposero dominazione politica, nè vollero sostener le opinioni con la forza delle armi; ma la ragione o l'errore, la coscienza o la superbia dell'intelletto, li spinsero a propagar, dottrine diverse dalle sunnite; affrontando spesso la crudeltà dei principi, il furor della plebe, i disagi delle persecuzioni, la fatica d'una continua lotta, il pesante biasimo delle moltitudini. Svilupossi tal movimento tra la metà del primo e la metà del terzo secolo dell'egira, nella Mesopotamia e province persiane; nelle quali regioni e nel qual tempo la schiatta arabica, venendo a contatto con genti più incivilite, apprese le speculazioni dell'umano intelletto accumulate per sessanta secoli da panteisti, politeisti, dualisti, unitarii, razionalisti. Dettero materia agli scismi maomettani quelle tesi che gli uomini in tutti i tempi han proposto sì facilmente e poi sonvisi avviluppati come in laberinto di spine: la natura dell'Ente supremo; la influenza di quello sopra le azioni umane e però predestinazione, libero arbitrio, grazia; il merito della Fede e delle opere; i gastighi serbati, a chi peccasse nell'una o nelle altre; e via discorrendo. Su cotesti argomenti l'autorità sunnita s'era appigliata sovente al partito più ripugnante alla ragione. Basti in esempio il domma ortodosso della eternità del Corano, negata dai Motazeliti; i quali furono perseguitati; finchè, persuaso alcun califo abbassida, a lor volta divennero persecutori. Ma gli scandali, i tumulti, il sangue sparso per questa e altre liti teologiche, non portarono a rivolgimenti politici. Dei settantadue scismi che novera la storia ecclesiastica dei Musulmani, una ventina si mantenne entro i detti limiti della disputa; come i Kaderiti sostenitori del libero arbitrio; i Geberiti dell'opera passiva dell'uomo; i Motazeliti che faceano eterna la sola sostanza della divinità; i Sefetiti che le accomunavano nella eternità i suoi accidenti o qualità; i pigri Morgii affidantisi tutti nella Fede; i Nizâmiti che negavano la libera volontà di Dio, e s'accostavano ai filosofi materialisti; e altre sètte i cui nomi e opinioni sarebbe superfluo a ripetere.[198]
Avviati ch'e' furono a libero esame, i pensatori musulmani non poteano trattenere il piè, che dalle eresie non passassero ai razionalismo. A ciò li condusse la serena luce della scienza greca, la quale cominciò a splendere nell'impero dei califi più presto che non si crederebbe. Qualche libro di filosofia era stato voltato in arabico dal greco e dal copto verso la fine del settimo secolo dell'era cristiana, primo dell'era musulmana, per opera di Khâled-ibn-Iezîd-ibn-Moa'wia, principe del sangue omeîade, soprannominato il filosofo della casa di Merwan.[199] Ma accelerato l'incivilimento dai Persiani che esaltarono la casa di Abbâs,[200] si diè mano a volgarizzare i pochi libri che avanzavano in Persia della letteratura indiana e nazionale dei tempi sassanidi; si pose maggiore studio a interpretare i libri scientifici dei Greci: immenso beneficio che la civiltà riconosce dai califi Mansûr (754-755) e Mamûn (813-833), e da' costui ministri della schiatta persiana di Barmek. Le scienze greche penetrarono allora nella società musulmana per triplice via: di Siria, di Persia e dell'impero bizantino; perchè in quelle due province dei califi se ne serbavano le tradizioni e qualche scritto; e dalle province bizantine s'ebbero moltissimi libri per richiesta che ne fece Mamûn agli imperatori di Costantinopoli
Così fiorivano nella capitale abbassida, e poscia in altre città dell'impero, gli studii di medicina, astronomia, geografia, matematiche, storia naturale, logica, metafisica; e correano per le mani dei dotti le opere degli antichi filosofi, massime di Aristotile.[201] Vo dir di passaggio che quelle di Empedocle d'Agrigento o d'alcun suo discepolo furono anco studiate in Oriente; e che nei principii del decimo secolo un Musulmano di Spagna tentò di fondare con tai dottrine una scuola, la quale non resse alle persecuzioni.[202] La filosofia greca da una mano diè armi agli eresiarchi musulmani dei quali abbiam detto di sopra; dall'altra mano fe' nascere varie scuole di liberi pensatori che combatteano, più o meno apertamente i principii d'ogni religione. Tali i Bâteni che presero il nome dal significato latente, o vogliam dire allegorico, supposto da loro nei libri sacri; ma alcuni arrivavano a pretto ateismo; per esempio, il cieco Abu-l-'Ala da Me'arra in Siria, il quale, in versi che parrebbero di Lucrezio, sferzava insieme Giudei, Magi, Cristiani, Musulmani; e conchiudea che l'uman genere va spartito in due: pensatori senza religione, e devoti senza cervello.[203] Le denominazioni delle scuole razionaliste furono sempre confuse appo i Musulmani, tra per cautela degli adetti, sforzati a nascondersi sotto i misteri e gli equivoci di sètte men radicali, e tra per la ignoranza della comune degli uomini e la pronta calunnia dei devoti. Appiccaron costoro malignamente a tutti i liberi pensatori l'appellazione di zindîk, perch'era abborrita in persona dei comunisti persiani e fatta sinonimo d'empio, com'or si dirà. Quando poi suonarono sì terribili in Oriente i nomi d'Ismaeliani, Karmati, Drusi, Assassini, novelle sètte miste aiutantisi con le spiegazioni allegoriche, i devoti colsero il destro di gridarli a gran voce Bâteni; mettendo i filosofi a fascio con loro. E così è pervenuta la storia agli eruditi europei del nostro secolo; i quali, con loro preoccupazioni politiche e religiose, o non si sono accorti di quegli errori o non si sono affrettati a chiarirli. Indi si è esagerata la parte ch'ebbe la filosofia greca nelle sètte più odiose. Indi si è supposta tra varie sètte quell'analogìa di modi è d'intenti che di certo non ebbero.[204] E però è mestieri ch'io tratti questa materia più minutamente che non si addica a quadro generale; ma tra due scogli mi par meno male la digressione che l'errore.
Gran tratto innanzi i dissentimenti speculativi, s erano mostrate nell'islamismo le sètte miste d'eresia e di fazione; i due ceppi delle quali, suddivisi in rami secondo le opinioni accessorie, si chiamarono Khâregi e Sciiti. Il nome dei primi s'intese quando il califo Othmân cominciò a falsare la democrazia musulmana. Difenditori della democrazia, i Khâregi eran uomini di schiatte arabiche, e non pochi tra loro rinomati per virtù, sapere e pietà.[205] Collegaronsi con gli ottimati religiosi[206] e coi partigiani di Ali; e tutti insieme spensero Othmân: se non che l'accordo di tre fazioni, sì diverse negli intendimenti loro, si ruppe alla esaltazione di Ali, prima che fosse abbattuto il terribile nemico comune, ch'era l'antica nobiltà, capitanata da Mo'awia-ibn-abi-Sofiàn. La parte più turbolenta degli ottimati religiosi levossi contro Ali; fu sconfitta nella giornata che chiamarono del Camelo; e i Khâregi tuttavia seguirono il vincitore su i campi di Seffein, ov'ei si scontrò con Mo'awia. Ma posate le armi per lo noto compromesso, i Khâregi spiccavansi da Ali, vedendolo sospinto da' suoi partigiani alla monarchia assoluta di dritto divino. A rintuzzare sì pericolosi principii d'usurpazione, i Khâregi immantinente bandiscono non necessario nella repubblica musulmana il califo; se talvolta il popolo creda espediente di nominarne, possa sceglierlo di qualunque schiatta e condizione, coreiscita o no, libero o schiavo; sia tenuto il califo a governare secondo certi patti fondamentali; declinando lui dalle vie della giustizia, il popolo possa deporlo, combatterlo, metterlo a morte. Quanto ad Ali, per rispondere all'apoteosi che ne faceano i suoi, i Khâregi a dirittura lo incolparono di peccato per l'accettato compromesso; e poco stante, per cagion di questo o d'altri atti di governo, lo chiarirono infedele in religione; alfine pubblicamente lo maledissero, per avere, combattendo contro di loro, messo a morte gli uomini da portar arme, fatto bottino dei beni e menato in cattività le donne e i fanciulli: crudel rigore di guerra, lecito solo contro Infedeli e non usato da Ali verso gli altri nemici musulmani. Quest'ultimo fatto prova che Ali tenne i Khâregi non solo ribelli, ma sì eretici. E veramente quei loro assiomi sì precisi di sovranità del popolo, tornavano a scisma secondo le idee musulmane; e a scisma tornava, secondo le idee di tutti i popoli, il dichiarar peccatore e infedele un pontefice, e affermare che le peccata gravi portassero a infedeltà.[207] Del resto ognun vede quanto semplice, e, direi quasi, pratica sia stata cotesta eresia, nata dalla schiatta arabica, al paragon delle sottilità straniere. Sursero poi novelle sètte kharegite più feroci in lor teorie rivoluzionarie e più speculative e audaci in punto di eresia; come portava da una mano la rabbia della persecuzione e la coscienza della propria debolezza, dall'altra il miscuglio coi forastieri. Ognun sa che Ali cadea sotto il pugnale dei Khâregi e che due altri despoti in erba ne campavano a mala pena. Il ramo kharegita detto dagli Azrâkiti, che poi levò tanto romore in Oriente, disse infedele chi dissimulava in parole o in opere trovandosi in pericolo, e chi non correva alla guerra sacra, quella cioè di lor setta contro ogni altra; e fe' lecito di uccidere fin le donne e bambini dei dissidenti; ma altri rami non arrivarono a tali estremi. Quanto alle leggi estranee alla contesa politica, gli Azrâkiti abolirono la pena di morte per stupro; altri permessero il matrimonio con la figliuola della propria figlia e con la figlia di fratello o sorella, e alsì il matrimonio di Musulmana con uomo infedele; nei quali punti di scisma traspariscon le dottrine persiane. Altre sentenze teologiche e casuistiche tolsero or dai Motazeliti or da altri eterodossi.[208] Segnalaronsi le sètte kharegite per indomito ardire contro la tirannide, sì nel campo e sì in faccia al supplizio. Per due secoli accesero atrocissime guerre nelle province orientali e in Affrica; e molte dure scosse dettero allo Impero; ma alla fine gli eserciti dei califi trionfaron di loro. Tanto ardua impresa ella era di ristorare la democrazia di Abu-Bekr e di Omar tra masse di popolo eterogenee, ignoranti, superstiziose; e tanto nocquero all'intento quei mezzi rabbiosi ed efferati, che al certo discreditarono e assottigliarono i Khâregi più che non li rinforzassero col terrore.
A un tempo con quei campioni della libertà erano comparsi i settatori più frenetici che abbian mai sostenuto l'autorità, gli Sciiti o Scî'i, come si dovrebbe scrivere, e significa Partigiani. L'erano di Ali. Teneano: il pontificato non procedere dalla comunità musulmana, nè potersi conferire da uomini; essere fondato su dritto divino, che il Profeta stesso non ebbe autorità di cancellare nè modificare; tramandarsi il pontificato per successione di sangue e designazione del predecessore; appartenere evidentemente ad Ali e sua schiatta. In ciò si accordavamo a un di presso tutti i rami di setta sciita. Dissentivano su l'ordine della successione d'Ali. Inoltre i Kaisaniti, ramo sciita, compendiavano stranamente la religione nella assoluta obbedienza al pontefice.[209] I Gholâ, altro ramo,[210] scoprirono nei pontefici alìdi non so che ipostasi divina, non so che spirito trasmigrante da persona a persona, e vi fu chi sostenne, dopo la morte di Ali, ch'ei fosse salito in cielo per tornare al mondo quando che fosse a ristorar la giustizia, e che aspettasse passeggiando su i nugoli; e sentian la sua voce nel tuono; e vedean guizzare nelle folgori la frusta dell'immortal cavaliero. Principii filosofici, miti, pensieri, imagini, estranei tutti alla schiatta arabica; nei quali non è chi non raffiguri il sogno indiano delle incarnazioni, la superstizione tibetana del pontefice Iddio, e la trasmigrazion delle anime, e l'aspettativa del Messia, e un mito eroico di vero conio indo-europeo. Coteste merci straniere entrarono nell'impero musulmano coi liberti che avean prima professato magismo, sabeismo, giudaismo, cristianesimo, o alcuna setta di esse religioni; e veramente un liberto di Ali per nome Kaisân diè origine e nome al ramo sciita ricordato di sopra; un Giudeo rinnegato, per nome Abd-Allah-ibn-Saba, fu il primo dei Gholâ; e, vivendo Ali, aveva osato dirgli “Tu sei tu” che volea significar “sei Dio.”[211] I barattieri che cercavano un capo di parte e gli sciocchi sì correvoli ad ogni maraviglia, avean trovato bello e pronto il soggetto del mito: Ali, cugino, fratello elettivo, genero, compagno dall'infanzia, e impavido difensore di Maometto; il guerriero dalla spada a due tagli, il quale mai non combattè uomo che nol vincesse; il novello Sansone che all'assalto di Khaibar avea schiantato la porta dai cardini e fattosene scudo; Ali nobilissimo, caritatevole, liberale, e con ciò ambizioso e leggiero. Indi l'apotéosi presto fu compiuta. Ali, che in su le prime avea lasciato fare, s'accorse della empietà alla quale il tiravano, e sbandì il giudeo Ibn-Saba;[212] poi, incalzandolo altri adoratori; inorridito, accese il fuoco e chiamò Kanbâr, come dicea poetando egli stesso, per significar che gli avesse fatto uccidere e ardere i cadaveri da quel suo liberto.[213] Ma la superstizione non si dileguò a tal esempio; non alla morte del semideo. La stirpe di Ali, atrocemente proscritta, forniva alla leggenda altre pagine spiranti tragica pietà: Hasan, avvelenato dagli Omeîadi per man della propria moglie, le perdona dal letto di morte; Hosein con un pugno di uomini fa testa a un esercito e cade, ultimo dei combattenti, tra i cadaveri dei congiunti, con un fanciullo figliuol suo trafittogli nelle braccia; i discendenti si segnalano, quali per dottrina o valore, quali per pietà e rassegnazione, e per lo più son vittima anch'essi dei sospetti di Stato; il glorioso nome di Ali per sessant'anni è maledetto nella pubblica preghiera dell'impero. Pertanto la compassione dei popoli accresceva e infocava i partigiani della sacra schiatta, i quali le attribuivano novelli miracoli, e correano al martirio per ristorarla in sul trono; ma prevalendo sempre sopra di loro le armi dei califi, si ordinarono alfine in società segreta. Fuori da quella congrega, continuò il fanatismo delle moltitudini ad esaltare gli eroi di casa alida; sfogossi in sedizioni contro i Sunniti; e fino a questi dì nostri ardentissimo si manifesta in Persia e nelle popolazioni musulmane dell'India.
La società segreta che raccolse le forze popolari e le adoprò ad esaltare in Affrica i veri o supposti discendenti di Ali, ebbe origine da sodalizii più antichi. Esaminando i due elementi dei quali necessariamente si componea, cioè le dottrine e gli ordini, si trovano entrambi nella schiatta persiana. Le dottrine nacquero, o a dir meglio, presero forma propria e novella, nei principii dell'era volgare e in Persia; ove il magismo avea già cominciato ad ascoltare le teorie buddiste dell'Asia centrale, le avea trasmesso insieme con le proprie nell'Asia anteriore, e questa gli avea rimandato le une e le altre modificate dal cristianesimo. In fatti il gran riformatore della setta sciita, quegli che la ordinò in società segreta, seguiva tuttavia la scuola d'un eresiarca del secondo secolo, rimaso incerto tra il magismo e il cristianesimo, Ibn-Daisân, o Bardesane, come chiamasi con forma siriaca: dottore ascetico e dualista, il quale immaginò l'uomo mediatore tra la Luce e le Tenebre.[214] Ma i Daisaniti sono stati confusi spesso coi Manichei, setta analoga che levò assai maggior grido. Mani, come ognun sa, non contento di recar da mero profeta un libro dettato dal Cielo, osò affermare con idea buddista e linguaggio cristiano ch'ei chiudesse in petto lo spirito paracleto o divin consolatore del vangelo; predicò in Persia, Tartaria e India una novella religione accozzata di varie altre, soprattutto di magismo e cristianesimo; dove, tra molte assurdità teologiche e molti ottimi principii di morale, insegnò aver tutti gli uomini uguale diritto al godimento dei beni e piaceri del mondo.[215] Spento Mani dai monarchi sassanidi (272), e costretti i discepoli a rifuggirsi nella Transoxiana, ricomparvero dopo il conquisto musulmano in Khorassân e altre province dell'impero, e fino a Bagdad; ove se ne contava trecento nella seconda metà del decimo secolo. Or ignorati or perseguitati, e una volta (908-932) tollerati per intervenzione dei principi dell'Asia centrale,[216] i Manichei dell'impero musulmano ordinarono una gerarchia occulta, la cui sede era per Io più in Babilonia e nei tempi difficili la trasportavano ove poteano.[217]
Surse anche sotto i Sassanidi Mazdak,[218] sacerdote e teologo di scuola manichea; il quale, speculando novità su la teoria socialista del maestro, talmente la allargò, che ne venne a bandire il comunismo dei beni e delle donne e la licenza di soddisfare a ogni desiderio che non nuocesse alla persona altrui: esortando, del resto, i proseliti alla beneficenza, all'ospitalità, ad astenersi dall'uccisione e afflizione corporale degli uomini e fin degli animali. Per trent'anni (498-531 ) Mazdak sconvolgea l'ordine costituito in Persia: e. arrivò a impadronirsi della autorità pubblica e mettere in pratica alcuna di sue dottrine; finchè il principato e la nobiltà, uniti insieme, lo spensero con uno spaventevole eccidio de' seguaci.[219] Le teorie, che sopravvissero, divamparon di nuovo, due secoli appresso, in quelle medesime regioni signoreggiate ormai dai Musulmani.
Perchè le sètte dell'antica religione dei Persiani, incoraggiate dall'antagonismo nazionale contro i vincitori, tentarono una serie di movimenti religiosi a insieme politici e sociali; nei quali apparisce sovente il lavoro di società segrete, e sempre vi primeggia la superstizione indiana dell'ipostasi. Volle dapprima un Khawâf, verso la metà dell'ottavo secolo, innestare il manicheismo sull'islam; e, denunziato, com'e' pare, da una setta rivale, fu messo a morte dal governatore musulmano a Nisapûr: se non che i suoi proseliti lo vider salire in cielo sopra un bel cavallo baio dorato, e lungamente poi aspettarono che tornasse giù a far vendetta.[220] Nel medesimo anno o poco innanzi, Abu-Moslim,[221] anch'egli del Khorassân, metteva in trono gli Abbassidi con una cospirazione, tramata sotto forme di società segreta: il quale ucciso poi a tradimento dagli Abbassidi (754), moltissimi uomini del Khorâssan lo tennero non morto nè mortale; e formarono un novello ramo di setta Mazdakiana, che fa detto degli Abumuslimiti.[222] Un altro ramo si chiamò dei Rawendi; i quali pensarono adorar come iddio il califo abbassida Mansûr (758), ed egli molti ne imprigionò; gli altri apertamente sollevaronsi contro il nuovo lor nume.[223] Non andò guari che Mokanna, come l'appellarono gli Arabi dall'uso di andar coperto d'una maschera di metallo, spacciava in Khorassân che lo spirito di Dio, trasmigrando di profeta in profeta, e, poc'anzi, in persona d'Abu-Moslim, fosse venuto per ultimo ad albergare in lui; e raggirava i proseliti con tiri da saltimbanco; accendeali di fanatismo; resisteva alle armi del califo; ridotto allo stremo in una fortezza (776), dava la morte a sè e ai compagni.[224] Le quali repressioni non interruppero la propaganda occulta di tutte queste sètte del magismo, dei Zindîk, come furono detti, con voce generica che credesi derivata dal noto nome di Zend. Mehdi, di casa abbassida, fieramente li perseguitava (784-785); istituiva contro di essi un magistrato speciale detto il Preposto degli Zindîk,[225] e, nell'atto di mandarne alcuno al supplizio, esortava il figliuolo Hadi a continuare la proscrizione, succedendogli nel califato, per essere i Zindîk, com'ei diceva, Manichei, scellerati che vietavano di mangiar carne, viveano in ippocrita astinenza, credeano a due principii Luce e Tenebre, praticavano schife abluzioni, permetteano il matrimonio con le figliuole e sorelle, e andavano rubando i bambini altrui per educarli al culto della Luce.[226] Il poeta Besciâr-ibn-Bord, cieco e vecchio di novant'anni, era stato messo a morte da Mehdi (782) nella medesima persecuzione, la crudeltà della quale par consigliata da sospetto di Stato, più che da fanatismo religioso.[227] Poi un Giân dewân[228] aspirò agli onori divini; tenne la fortezza di Bedsds[229] nell'Aderbaigiân; ebbevi adoratori e soldati; e spianò la via a Babek oriundo di Medâin, assai più terribile impostore. Perchè alla morte di Giân dewân, la moglie attestava ai partigiani aver visto raccogliere dal giovane Babek il soffio divino reso dal moribondo; ed essi, avendo mestieri d'un capo, credean queste e tante altre favole. Babek seguì necessariamente i dommi della trasmigrazion delle anime e della divinità dei ciurmadori antecedenti; seguì le dottrine comuniste di Mazdak, trascorrendo sino all'incesto; ma a quel vergognoso epicureismo aggiunse i furori dei Khâregi, il dovere di far guerra, la licenza di commettere guasti, rapine, omicidii sopra i seguaci d'altre credenze. La loro fu chiamata dagli Arabi la religione del libertinaggio, e ai settatori dieron anco il nome di Khorramii, o diremmo noi gli Sfrenati. Traendo alle bandiere di Bâbek uomini rotti ad ogni scelleratezza, costui per venti anni (816-836) affrontò e sovente sconfisse gli eserciti abbassidi nelle regioni settentrionali della Persia, ove si dice abbia fatto incredibili carnificine. In ultimo, presagli la cittadella di Bedsds, inseguito, raggiunto in Armenia, condotto a Bagdad, messo ad orribili supplizii, li durò fino alla morte con fortezza da eroe.[230]
Non guari dopo cotesti estremi sforzi della schiatta persiana, veggiamo cominciare il movimento con altre forme nella schiatta arabica. Ne fu autore un Abd-Allah-ibn-Meimûn, detto il Kaddâh ossia l'Oculista, della gente di Kuzeh[231] presso Ahwâz nel Kuzistân, uom di setta deisanita al par che il padre, come sopra accennammo.[232] Meimûn avea promosso un novello ramo che prese nome da lui. Il figlio salì in maggior fama, per arte d'indovino e prestigii di fisica e destrezza di mano;[233] imbeccando alla gente che gli bastava l'animo di passare in un baleno da un capo all'altro del mondo; e s'indettò con astrologi e intriganti e con qualche tardo discepolo di Babek e altri rottami delle sètte dei magi:[234] che par leggere le memorie di Cagliostro a quel congegno di scienze naturali, imposture d'ogni maniera e cospirazioni; a quel sì lontano scopo politico, pazientemente apparecchiato ai figli dei figli. Lo scopo di Abd-Allah sembra di far ubbidire, se non a sè medesimo almeno a sua gente e a sue dottrine, la schiatta vincitrice, invano combattuta con le armi persiane da Mokanna e da Babek. Perciò volle impadronirsi della fazione sciita, sì grossa e zelante e fin allora disordinata; volle innestar su quel robusto ceppo gli ordinamenti misteriosi dei Persiani; onde i capi della setta lo sarebbero stati anche di una gran parte della società arabica, e avrebbero rivoltato lo impero e mutato la dinastia. Tra gli Sciiti, come accennammo, si notavano varii rami, ciascun dei quali tenea legittima una diversa linea di imâm, o vogliam dire califi, del sangue di Ali; chi i successori di Mohammed figliuolo di Ali e di Hanefia; chi quelli di Hasan e chi di Hosein figli di Ali e di Fatima; e nella discendenza di Hosein si correa d'accordo infino a Gia'far, detto il Verace (a. 765), ma poscia altri riconoscea Musa, quarto figliuolo lui, altri i figli d'Ismaele, secondogenito premorto a Gia'far: onde i partigiani di cotesta linea furon chiamati Ismaeliani.[235] Costoro par non avessero in pronto chi mettere in trono, poichè o spacciavan vivente tuttavia Mohammed figlio d'Ismaele, o favoleggiavano in sua stirpe una serie di imâm mestûr, o, diremmo noi, pontefici nascosi, che il volgo non dovea saperne nè anco i nomi. Per la comodità di tal mistero o per altra cagione che fosse, lo straniero Ibn-Kaddâh elesse a suoi disegni questo ramo della fazione sciita.
Dalla Persia meridionale venuto a Bassora, Ibn-Kaddâh comínciavi sue mene; scoperto indi e costretto a fuggire, tramutasi in Selamîa presso Emesa; vi compera poderi, e, infingendosi d'attendere all'agricoltura, va spacciando qua e là dâ'î, o vogliam dire missionarii, un dei quali, nel distretto di Cufa, indettava Hamdan-ibn-Asci'ath, soprannominato il Kirmit, uom di schiatta arabica, che parve ottimo strumento ad Abd-Allah. Ma l'Arabo, rubatagli l'arte, si fe' capo d'una setta novella che da lui si addimandò dei Karmati, o meglio direbbesi Kirmiti.[236] Dopo venti anni (899) levaron la testa in Bahrein, provincia d'Arabia, ove la setta s'era agevolmente propagata tra fiera e libera gente, che poco temeva il califato lontano. Negli ordini loro si scerne il miscuglio delle superstizioni e dottrine persiane col genio independente della schiatta arabica: da una mano la ipostasi dello imâm, e novelle pratiche religiose, manichee anzi che musulmane; dall'altra qualche eccesso di comunismo mazdakiano e tutte le virtù e i vizii della democrazia kharegita. Sembrami error manifesto degli eruditi di noverare i Karmati tra gli Ismaeliani, coi quali non ebbero altra comunanza che le pratiche condotte e poi spezzate tra il Kirmit e Ibn-Kaddâh; nè altra somiglianza che di qualche forma e qualche mistero. Del rimanente correano per due vie opposte e come a due poli del mondo. Gli Ismaeliani, ritennero gli ordini di associazione segreta quando non n'era mestieri, dopo la esaltazione cioè della dinastia fatemita (910), e dopo la ribellione di Hasan-ibn-Sabbah ad Alamût (1090); nè disdissero mai il nome maomettano; e s'abbian promosso il dispotismo e la superstizione lo mostrano i lor discepoli Drusi e Assassini. I Karmati al contrario, non contenti di calpestare l'islamismo, si risero d'ogni domma e rito, e si tediarono di star nelle tenebre dell'associazione occulta: costituirono uno Stato libero e forse licenzioso; ebbero non principe semideo, ma capo politico, non altrimenti chiamato che Kabîr, ossia superiore; e talvolta, in luogo d'uno, ubbidirono a sei magistrati con titolo di sâid che suona signori, come que' della Mecca avanti Maometto e delle nostre repubbliche del medio evo.[237] Ognun sa che i Karmati, per tutto il decimo secolo, fieramente combatterono dall'Arabia fino all'Egitto il califato abbassida e poi anco il fatemita; che sparsero fiumi di sangue; che presero la Mecca, e portaron via la sacra pietra nera della Caaba, per rivenderla a carissimo prezzo ai devoti Musulmani; e che da lor venne, in parte, la rovina dello impero musulmano.
La società segreta degli Ismaeliani per una trentina d'anni lenta camminò, sotto parecchi gran maestri della schiatta di Abd-Allah-ibn-Kaddâh, succeduti l'uno all'altro fino a Sa'îd-ibn-Hosein (874-883) il quale incalzò la propaganda in Persia, Arabia, Siria,[238] e par abbia compiuto l'ordinamento. Era stretta gerarchia: un dâ'î supremo, o gran maestro che noi diremmo; sotto di lui altri dâ'î di provincia e altri di distretti, città, villaggi, che ciascuno eleggeva il subordinato e non conosceva altri che costui e l'immediato superiore. I dâ'î affiliavano. Una contribuzione forniva il danaro ai bisogni della associazione de' capi; e quando gittavan la maschera, teneano apparecchiata una fortezza, “Casa del Rifugio” la chiamavano in lor gergo; e quando regnarono, apriron adunanze pubbliche in una “Casa della Sapienza” ove il dâ'î leggea sermoni su i misteri e la morale. Tanto si ritrae con certezza storica. Sembra che abbiano avuto varii gradi d'iniziazione; dicono nove, dal primo vestibolo ai penetrali di un ultimo mistero, o piuttosto fin di mistero; cioè svelar che imami e religione e morale, tutto fosse una burla. Il dâ'î cominciava a tentare il neofito con dubbii sopra alcuni punti dell'islamismo; si facea giurar segreto e ubbidienza; lo conducea successivamente fino al grado di che gli parea capace: passando dalla confermazione dei dommi e precetti dell'islamismo, alla eredità dello imamato negli Alidi e nella linea d'Ismaele; alla dottrina dell'imam nascoso, noto al dâ'î supremo; alla spiegazione allegorica del Corano: e le allegorie si assottigliavano a mano a mano, e in ultimo si dileguavano nella incredulità. Ma quest'ultimo stadio parmi quello del Gran Maestro, il quale spacciando di tenere in serbo un Messia non potea veramente credere all'islamismo nè a religione che fosse al mondo. Gli altri gradi d'iniziazione delineano esattamente la piramide che si volea fabbricare: tutti i Musulmani alla base; sovrappostivi gli Sciiti; a questi i partigiani d'Ismaele; ad essi i dottori in miti manichei; e sul vertice la famiglia persiana d'Ibn-Kaddah.[239]
Sa'îd-ibn-Hosein, di questa gente, tenea la fila della gran trama in Selamîa, quando Ibn-Hausceb, dâ'î del Iemen, pensò mandar nell'Affrica Settentrionale chi dissodasse il terreno, come diceasi nel gergo della setta. Lavoraronvi prima un Ibn-Sofiân, indi un Holwâni; alla morte del quale, Ibn-Hausceb gli surrogò uomo di maggior polso, che per antonomasia fu detto lo Sciita. Ebbe nome Abu-Abd-Allah-Hosein-ibn-Ahmed, da Sana'a nel Iemen; ardente partigiano degli Alidi; stato una volta Mohtesib, ossia magistrato di polizia, degli Abbassidi presso Bagdad; audace, dotto e pratichissimo d'ogni via coperta ed obbliqua. Con danari della setta, costui si reca (893) dal Iemen alla Mecca, a far proseliti tra gli Affricani che vi attirava il pellegrinaggio; e adòcchiavi, uno sceikh della gente di Kotâma e l'onorevole brigata che lo seguiva. Facendo le viste d'imbattersi per caso tra costoro, Abu-Abd-Allah si insinua, li tenta e comincia a fare e ricever visite; e conosciutili Ibaditi, setta kharegita, come dicemmo, a poco a poco si scopre anch'egli nemico dei califi: aver lasciato il servigio loro perchè nulla v'era di bene; voler vivere ormai spiegando il Corano ai giovanetti; amerebbe a farlo in Occidente, ove non gli parean disperate le sorti del popolo musulmano. Tra lusinghe e dotto parlare e apparenza di pietà, austerità e liberi sentimenti, si cattivò gli animi di quegli stranieri, sì bene che il pregavano di accompagnarli in Affrica ed aprirvi scuola; ma non rispose nè sì nè no, lasciandosi trarre, quasi contro voglia, alle capitali dello Egitto e dell'Affrica; ove indagò profondamente le condizioni delle tribù berbere; e Kotâma gli parve proprio il caso. Allor, come vinto da' preghi dei Kotamii, accetta la ospitalità e gli oficii di imâm d'una loro moschea e di pubblico professore; ma ricusa lo stipendio; fa vedere ai più intrinsechi un gruppo di cinquemila dinâr; accenna alla sorgente misteriosa e inesauribile di quell'oro; alla sacra schiatta d'Ali; alle migliaia di migliaia che cospiravano per essa in tutta musulmanità; ai premii maravigliosi che dovea aspettarsi in questa vita e nell'altra chiunque aiutasse alla esaltazione del pontefice nascoso. Le quali pratiche non piacquero a tutti tra quella gente ibadita e però nimica all'autocrazia di Ali; ma il maggior numero odiava mille volte più Ibrahim-ibn-Ahmed vivo, che Ali sepolto da secoli; più la dominazione straniera, che il dispotismo; e il giogo stesso del dispotismo tanto lor parea duro a portarlo sul collo, quanto comodo e piacevole a metterlo addosso altrui. Ebbe dunque gran séguito Abu-Abd-Allah; gli proffersero avere e sangue; i misteri quanto più assurdi, tanto più furibondo accendeano lo zelo; un capo uccise di propria mano il fratello che andava gridando impostore Abu-Abd-Allah. A capo di sette anni, correndo il novecento dell'era volgare, costui cominciava a scoprirsi[240] presso Setif, nei monti detti di Ikgiân, sede d'una tribù della gente di Kotâma.[241]
La gente di Kotâma tenea la più parte della odierna provincia di Costantina: un quadrilatero da Bugia e Bona su la costiera, a Belezma e Baghaia nella catena degli Aurès: territorio montuoso, dove coltivato dalle tribù stanziali, dove abbandonato a pascolo e corso dalle tribù nomadi della medesima gente. Si distinguea questa dagli altri Berberi per non so che divario di tradizioni, usanze, dialetto; tanto che gli eruditi vi trovarono appicco a consanguineità con la schiatta arabica. Che che ne fosse, i Kotamii non si affratellarono punto coi vincitori, nè lor ubbidiron altrimenti che di nome, nè si piegarono a tributo, non che smettere lor costumi aborigeni. Com'ogni altra nazione berbera, i Kotamii par sian vissuti in rozza confederazione, vincolo di schiatta più che di legge; il quale se non bastava a campar le tribù loro dalla guerra civile nè dalla dominazione straniera, potea stringerle insieme ad un tratto in brevi ma gagliardi sforzi. Allo entrar del decimo secolo, fortissima era la nazione kotamia per numero totale degli uomini o relativo degli armati; poichè la tradizione esagerando portò che ne andassero trecentomila ad assalire Kairewân; e da più certi ricordi sappiamo quanti eserciti kotamii corsero in quel secolo fino all'Atlantico e oltre il Nilo sotto le bandiere dei Fatemiti: nelle quali imprese la nazione kotamia si dissanguò; si trovò menomata a quattromila uomini verso la metà del duodecimo secolo; nel decimoquarto, qualche tribù che ne rimanea soffriva il giogo di Tunis, e in oggi se n'è dileguato il nome.[242] Non primeggiava per vero nella confederazione la tribù stanziata a Ikgiân. Ma la mente di Abu-Abd-Allah, l'accentramento e ardore della setta ismaeliana le dettero tal vigore, da soggiogare qualche tribù rivale, tirarsi dietro le altre, e unire la nazion kotamia, anzi una gran parte della schiatta berbera, contro i vincitori Arabi. Ibrahim-ibn-Ahmed dal suo canto aveva arato quel terreno più che i mistici agricoltori ismaeliani; fin avea liberato la nazione kotamia del disagio che le davano i bellicosi Arabi di Belezma.
Ed egli stesso gittò la prima scintilla. Risaputo dal governator di Mila come l'oscuro professore d'Ikgiân osasse accusare d'eresia Abu-Bekr e Omar, mandò ad ammonirlo di frenare la lingua; e, se no, vedrebbe. Abu-Abd-Allah, invece di rispondere, si mostrò in campo (901) con giusto esercito, con simboli non più visti, scritti su le bandiere, nei suggelli delle lettere e nel marchio dei cavalli; ordinò gli oficii d'amministrazione militare; afforzò la casa del rifugio a Ikgiân; diè il motto di guerra “In sella, cavalieri di Dio;” apertamente bandì la rivoluzione politica e religiosa. Così la società ismaeliana, compiuti i lavori a suo bell'agio tra genti guerriere e luoghi inaccessibili alla vigilanza dei governanti, uscia dalle tenebre improvvisamente in sembianza di Stato antico che facesse guerra, non di moltitudine tumultuante e confusa. Sbigottì Ibrahim a quel terribil segno. Comprese che la viva forza da lui sciupata si stoltamente, ormai non bastava contro la ribellione sciita: pertanto si provò a suscitar la guerra civile tra i Kotamii; a calmare gli altri popoli con le riforme; e si affrettò all'abdicazione. Scendendo dal trono raccomandò al figliuolo che non assalisse mai primo gli Sciiti, si difendesse, e abbandonato dalla fortuna si ritraesse in Sicilia.[243]
CAPITOLO VI.
S'uom potea riparare alla rovina di casa aghlabita, quel desso era Abd-Allah, successor del tiranno. Abd-Allah par modello dell'ottimo principe musulmano del medio evo: prode della persona, cavaliero e schermidore perfetto, savio capitano, bell'ingegno, poeta, dialettico, erudito, rettorico, e, quel che monta assai più, giusto, magnanimo, benigno, temperato nell'esercizio del comando, osservatore d'ogni precetto di sua religione. Preso lo Stato alla abdicazione del padre,[244] mandò lettere circolari da leggersi al popolo adunato, per le quali promettea zelo nella guerra sacra, e nel governo umanità, giustizia, amor del ben pubblico. E che non scrivesse ciance di principe nuovo provollo coi fatti, chiamando appo di sè un consiglio di molti savii e dotti uomini (queste son le parole d'Ibn-el-Athîr), che lo aiutavano a condurre gli affari secondo giustizia e proponeano i provvedimenti richiesti dalle condizioni del popolo. Come i predecessori, sedè egli stesso nel Tribunal dei soprusi. Volle che i magistrati ordinarii rendessero ragione, senza contemplazion di persone, contro oficiali, cortigiani, congiunti o figli del principe e contro lui medesimo. Eletto il novello cadi dal Kairewân, gli commise di reprimere severamente i soprusi dei riscuotitori delle tasse e proteggere gli oppressi. Riformò al tempo stesso la corte: vestitosi di lana come i primi califi; sgombrati que' nugoli di pretoriani; fuggito a precipizio dalle insanguinate castella del padre, sì che soggiornò nei primi tempi in una casuccia di mattoni, poi ne fece acconciare una più spaziosa, comperate entrambe del proprio. Forte di sua virtù, sdegnando i consigli tiberiani del padre, Abd-Allah mandava contro gli Sciiti un esercito capitanato dal proprio figliuolo, altri dice fratello, soprannominato Ahwâl. E già la vittoria seguiva gli auspicii del principe guerriero; e la contentezza de' popoli promettea che la ribellione, ristretta a una tribù, presto sarebbe spenta.
Quando un vil parricida troncò ogni speranza degli Arabi d'Affrica. Ziadet-Allah, figliuolo di Abd-Allah, rimaso a reggere la Sicilia dopo la morte d'Ibrahim, s'era dato a vita sozza e bestiale con vili cortigiani che lo stigavano contro il padre perchè sentiansi soffocare da quella severa riforma. Risapendo tai vergogne, Abd-Allah deponea d'oficio il figliuolo; chiamavalo a Tunis; e, arrivato ch'ei fu del mese di maggio novecentotrè, come a fanciullo discolo, gli tolse danaro e arredi e sì il chiuse in un appartamento del palagio, messi in prigione a parte i suoi cagnotti. Ma le mura non furon ostacolo a una congiura di corte che si ordì, consapevole Ziadet-Allah. Il mercoledì ventisette di luglio,[245] uscito Abd-Allah dal bagno e gittatosi a dormire in parte solitaria del palagio sopra un sofà di stuoie, tre eunuchi schiavoni ch'ei tenea molto fidati gli si appressano; un trae pian piano la spada di sotto il capezzale; e d'un fendente tagliò netto e collo e barba e intaccò la stuoia. Corre un altro alla prigione di Ziadet-Allah; scala il muro; lo saluta re; gli fa pressa di mostrarsi alla corte: ma quei temendo doppio tradimento, risponde che, se dice il vero, gli rechi la testa del padre: onde l'eunuco andò e tornò e gli gittò la testa d'in sul muro. Presala in mano, raffiguratala, il parricida balzò di gioia; fe' spezzare le porte della prigione; assembrare i grandi di casa aghlabita; i quali sospettando, o no, il vero, per paura degli stanziali, o perchè la virtù di Abd-Allah lor fosse stata anco molesta, giurarono fedeltà al successore. A cancellar sue proprie vestigia, questi fece scannare immantinente i tre sicarii, e appendere i cadaveri al patibolo.
Pria che si risapesse il misfatto, Ziadet-Allah scrivea col suggello del padre ad Ahwâl di venir subito a Tunis; il quale senza sospetto, lasciò lo esercito, e per via fu preso e morto. Uccisi al paro da trenta, tra fratelli, zii e cugini del novello tiranno, in un isolotto[246] ove li mandò sotto colore di rilegazione; dato lo scambio a' primarii magistrati; gratificati con largo donativo gli oficiali pubblici. Del rimanente, non curando se lo Stato andasse bene o male, Ziadet-Allah ripassava dal sangue nel fango: regnava sette anni trescando con sicarii, giullari, beoni, concubine e giovani svergognati; arrivava a far batter moneta col nome del paggio Khattâb; e quando avea mala nuova della guerra sciita, diceva al coppiere: “Mescimi; e anneghiamola in questa tazza.”[247]
Abu-Abd-Allah intanto conquistava l'Affrica. Nel regno d'Ibrahim-ibn-Ahmed avea soggiogato qualche popolazione agricola (901) e combattuto una tribù guerriera della nazione stessa de' Kotâmii. Venuto alla prova contro gli eserciti aghlabiti al tempo d'Abd-Allah, il ribelle or vinse or fu vinto; e n'avea la peggio, quando Ziadet-Allah lo cavò di briga col parricidio e il fratricidio (903). Poscia, tra le vicende della guerra, salì pur sempre la parte sciita. Non solo tutta la gente kotamia, ma anco altre popolazioni berbere seguiron volentieri un capo che promettea la venuta del Messia e quanto prima soggiogati tutti i popoli della Terra, e fatto spuntare il sole di Ponente; e dava pur qualche arra de' prodigii. Arra la vittoria, il bottino, la propria temperanza, austerità, abnegazione, l'abolizione del kharâg o diciamo tributo territoriale, antichissimo sopruso degli Arabi sopra i Berberi: e questo ribelle, entrato a Tobna, e recatogli il danaro pubblico, rendeva il kharâg ai possessori musulmani; aboliva le tasse non prescritte nel Corano o nella Sunna; e bandiva ai popoli che ormai non avrebbero ad osservare altre leggi che i sacri testi. All'incontro i sudditi fedeli pagavan troppo caro le vergogne di Ziadet-Allah. Gli eserciti, accozzati di stanziali e avanzi del giund, che è a dire di tormentatori e tormentati, marciavano di pessima voglia; e talvolta sbaragliavansi pria di venire alle mani, non ostante gli immensi appresti d'armi e macchine da guerra; e quali capitani lor potea dare tal principe? Entro pochi anni, Abu-Abd-Allah minacciò la metropoli dell'Affrica (907). Il tiranno, provatosi a far grande armamento e montare a cavallo egli stesso, tornò addietro spaurito a Rakkâda, rifatta sede della corte aghlabita; afforzolla con mura di mattoni e mota;[248] affidò l'esercito, troppo tardi, ad un uom di guerra di sangue aghlabita, per nome Ibrahim-ibn-abi-Aghlab; la cui virtù non valse che a ritardare la vittoria del nemico. Di marzo novecento nove, Ziadet-Allah, all'avviso di un'ultima sconfitta d'Ibrahim, tenendosi spacciato e tradito da costui, dal primo ministro, dai soldati, dai cittadini, si deliberò a fuggire incontanente. Dà voce di riportata vittoria; fa tagliar le teste ai miseri che teneva in carcere e condurle a trionfo per le strade di Kairewân, come se fossero dei nemici uccisi in battaglia; e intanto a Rakkâda, ch'era discosta a quattro miglia, entro il palagio si caricavano trenta cameli d'arredi preziosi, oro, gioielli; mille Schiavoni della guardia erano messi in ordinanza, e dato loro a portar mille dinar d'oro per cadauno; le mogli e le più gradite concubine del tiranno montavano in lettiga. Al cader del giorno ei con la corte cavalcò in fretta alla volta di Tripoli, per passare indi in Egitto.
Risaputa la quale fuga, tutta Rakkâda sgombrò, ch'era soggiorno di scrivani e servidori di corte: a lume di fiaccole tante famigliuole, con loro robe preziose, correano per la campagna su le orme del principe. Ma il popolaccio di Kairewân, invidioso e turbolento, piombò la dimane sopra la città regia; per sei giorni continui frugò le case cercando tesori sepolti, e portò via masserizie; finchè comparve la vanguardia di Kotâma, che ricacciollo alla capitale. Dove la schifosa anarchia della paura avea consumato, in questo mezzo, quel po' di forza vitale che rimaneva alla schiatta arabica. Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, usando un attimo di favor popolare, convocò i giuristi, i capi delle famiglie nobili della città e i principali mercatanti; lor disse, che se Ziadet-Allah se n'era fuggito, tanto meglio; poichè la mala fortuna se ne andrebbe con quel poltrone; or si potrebbe far la guerra; lo aiutassero di danari ed egli saprebbe rannodare l'esercito, salvar l'onore e la dominazione degli Arabi: per Dio non si dessero in mano di quelle frotte di vinti rivoltati, di barbari settatori d'un eretico, calpestatori d'ogni legge. Ma i notabili risposero, al solito, ferocemente a chi parlava di onore e di pericoli; conchiusero che il danaro lor serviva a ricattare dalla schiavitù sè stessi e le famiglie; e replicando Ibrahim che si potean togliere i capitali dei lasciti pii, l'adunanza gridò sacrilegio. Sdegnosamente uscì Ibrahim dalla sala; e in piazza ebbe a soffrire gli insulti della plebe che ripeteva a modo suo gli argomenti dei barbassori, e dava mano anco ai sassi: se non che l'Aghlabita con uno stuol di cavalli si fe' largo caricando fino alle porte della città. Audace, anzi temerario, andò a Tripoli, sperando di scuotere Ziadet-Allah; e per poco non incontrò la sorte del primo ministro; il quale s'era imbarcato per la Sicilia, ma i venti lo spinsero a Tripoli, nelle mani del tiranno, ch'egli avea confortato alla difesa, e or n'ebbe in merito la morte. Ziadet-Allah, chiesta licenza dal califo abbassida, soggiornò or in Egitto or in Siria, sperando sempre che il califo riconquistasse l'Affrica per lui; e mentre aspettava, rubato dai proprii servitori, ammonito per sue infami dissolutezze dai magistrati, vilipeso da' governanti, impoverito, invecchiato in pochissimi anni, morì (916) di malattia o di veleno.[249] Così cadde dopo un secolo la dinastia d'Aghlab.
Finì con vergogna non minore la dominazione degli Arabi in Affrica. La municipalità di Kairewân, sbrigatasi da quella molesta virtù d'Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, mandava in fretta oratori allo Sciita poc'anzi scomunicato con tanta rabbia dai giuristi; il quale era entrato a Rakkâda (26 marzo 909) con sue miriadi di Berberi. Il vincitore accordò l'amân, distogliendo a gran fatica i capi di tribù di Kotâma dal promesso saccheggio di Kairewân. Nè solamente assicurò vita e sostanze al popolo della capitale, e a quanti altri si sottomettessero, ma anco alla parentela degli Aghlabiti e ai condottieri del giund. Prepose agli oficii pubblici molti capi kotamii e qualche giureconsulto arabo sciita; rinnovò i simboli della moneta, bandiere, atti pubblici, senza porvi nome di principe; mutò due parole nell'idsân, o diremmo appello alla preghiera;[250] del rimanente non molestò gli ortodossi; nè sparse altro sangue, che degli schiavi negri soldati di casa d'Aghlab. D'ogni parte dell'Affrica propria, gli Arabi sottometteansi ad uom sì civile che tenea in pugno trecentomila barbari. Non che i cittadini, piegavan la fronte i nobili del giund; non sentendosi forza di salvar sè stessi e i figliuoli dalla schiavitù;[251] onde credeano uscirne a buon patto se non perdean altro che la dominazione. E al solito avvenne che il giogo si aggravò quando l'ebbero assestato sul collo.
Perchè lo Sciita tra non guari risegnava il comando. Sembra che tanti anni innanzi, i capi kotamii iniziati a Ikgiân non avessero voluto mettere a rischio vita e sostanze senza sapere per chi; onde lo Sciita lor additava il custode del gran segreto in Selamia di Siria. Andativi i messaggi di Kotâma, trovarono Sa'îd-ibn-Hosein; il quale, richiesto di svelare il pontefice, rispose “son io,” aggiugnendo chiamarsi, per vero Obeid-Allah; e infilzava una genealogia fino ad Ismaele, e da questi ad Ali e Fatima, figliuola del Profeta. Indi l'appellazione di Fatemita che usurpò questa dinastia persiana, detta altrimenti Obeidita, dal nome del primo monarca. In sul trono non le mancaron poi dottori che provassero genuina la parentela con Ali; mentre i dottori di parte abbassida la negavano con pari asseveranza: gli argomenti pro e contro rimasero per mantener viva la lite, tra gli eruditi musulmani più moderni; e fin oggi dotti europei han creduto alla legittimità dei Fatemiti.[252] Ma Abu-Abd-Allah lo Sciita, vero fondator del califato d'Affrica, non mi par complice di quell'albero genealogico falsato per tiro del Gran Maestro.
Trapelando intanto il segreto, e sendo venuto Obeid-Allah in sospetto ai luogotenenti del califo in Siria, per quei misteriosi andamenti e visite di stranieri, fuggissi in Egitto col giovanetto Abu-l-Kasem, che dovea far la parte di Alida, s'ei nol potesse.[253] Apparve in questa fuga, mirabile effetto dell'affiliazione ismaeliana: quegli occhi d'Argo che spiavan sopra le spie del governo; quelle mani pronte e fedeli per ogni luogo; e la verga dell'oro che veniva a sciogliere tutti i nodi. Accortosi Obeid-Allah che gli Abbassidi lo cercassero in Egitto, lor tolse la traccia, passando a Tripoli d'Affrica e di lì a Segelmessa, città su le falde meridionali del Grande Atlante, in oggi decaduta e soggetta a Marocco, allora capitale del principato dei Beni-Midrâr, berberi, eretici di setta Sifrita e independenti degli Aghlabiti. S'appresentò come ricco mercatante che bramasse far soggiorno nel paese; entrò in grazia del regolo, per nome Eliseo; e si tenea sicuro, quando Ziadet-Allah diè avviso a quei di Segelmessa che il capo di cotesta setta sterminatrice dell'Affrica si ascondesse appo di lui. Perciò caddero i sospetti sul mercatante straniero; e fu sostenuto, interrogato, confrontato col figlio e coi famigliari e costoro torturati a frustate; ma tutti negavano e parlavano a un modo. Eliseo non s'appose al vero, finchè lo Sciita, trionfante a Rakkâda, non gli domandava con lusinghe e promesse, la liberazione d'Obeid-Allah. Ricusò; gittò le lettere in faccia agli ambasciatori; e li fe' mettere a morte. Lo Sciita, dicon le croniche, tremando per Obeid-Allah, dissimulava l'insulto; tornava a pregare; e di nuovo gli furono uccisi i messaggi. Allor con gran furore mosse di Rakkâda (maggio 909) sopra Segelmessa.
E forse in suo segreto il men che bramasse era di liberare Obeid-Allah. Fin dai principii della ribellione d'Affrica, lo Sciita, per lealtà alla verace schiatta d'Ali o ambizione propria, par si fosse studiato a tener lungi dallo esercito l'impostore di Selamîa. Ma nol potea disdire apertamente, avendo amici e nemici tra i capi di Kotâma, padroni dell'esercito, abboccatisi con Obeid-Allah in Oriente, entrati in quell'orditura di spionaggio, menzogne e superstizioni, nella quale era avvolto lo stesso Sciita, e le fila, maestre teneale in mano Obeid-Allah. Con ciò le moltitudini cominciavano a ripetere il nome del pontefice nascoso; a saperlo in pericolo; nè forza umana le avrebbe ritenuto. Lo Sciita, non osando dunque spezzare l'idolo fabbricato con le proprie mani, gli si prostrò il primo; differì i disegni; sperò che i meriti avrebbero cancellato le offese; che il novello principe non avrebbe potuto far senza di lui: e quando s'accorse dell'errore, mormorò, cospirò, e fu spento.
Ed ora cavalcando alla testa dell'esercito vittorioso, vedea le altre nazioni berbere sottomettersi di queto o sgombrargli il passo; giugnea a Segelmessa; rompea le genti d'Eliseo, uscite a combatterlo; ed occupava la città. Ansiosamente corre alla prigione di Obeid-Allah, coi capi kotamii; i quali, a vederlo salvo, proruppero in lagrime di gioia. Lo condussero al campo (20 agosto 909) con riverenza che puzzava d'adorazione: Obeid-Allah e il figliuolo soli à cavallo, ogni altro a piè; e primo lo Sciita, che andava gridando “Ecco il mio e il vostro Signore!” Si rinnovò tal rito a Rakkâda (gennaio 910), quand'ei fe' la entrata trionfale coll'esercito; uscitogli all'incontro il popolo di Kairewân co' soliti plausi; nè mancarono poeti che lo rassomigliassero alla divinità. Prese titolo di Comandator dei credenti e soprannome di Mehdi, ch'è a dire “Guidato da Dio;” e così fu ricordato ogni venerdì nella khotba. Oltre lo stato di Segelmessa, lo Sciita gli avea conquistato poc'anzi quel di Taiort, independente dagli Aghlabiti: onde l'impero Fatemita fin dal principio si estese a tutta l'Affrica settentrionale, eccetto le estreme province di ponente, tenute dagli Edrisiti.[254]
Fornite le cerimonie, il Mehdi diè opera a fabbricar le fondamenta del nuovo impero. Alla tolleranza religiosa d'Abu-Abd-Allah era già succeduto il fanatismo del fratello preposto all'Affrica propria durante la guerra di Segelmessa; il quale perseguitò molti ortodossi. Ed or il Mehdi faceva osservare più rigorosamente le pratiche sciite nei punti di disciplina ecclesiastica o diritto civile in che differivano dalle sunnite: le parole mutate nell'appello; un digiuno sostituito a una preghiera; maledire i compagni del Profeta fuorchè Ali; permettere altre forme di divorzio; dar più larga parte alle figliuole nei retaggi; e somiglianti novazioni, qual ridicola e qual seria, odiosissime tutte agli Arabi d'Affrica.[255] Con peggior consiglio ei tentò d'incorporar lo Stato alla setta. Ai capi berberi di Kotâma richiese il giuramento di fedeltà “per la Verità di chi intenda i misteri:” al qual gergo ismaeliano erano avvezzi, e passò. Ma la schiatta arabica vide con orrore seder pro tribunali a Rakkâda una mano di dâ'î preseduti dallo Scerif, più alto dignitario, i quali, chiamavano i cittadini per affiliarli alla setta con lusinghe, poi con minacce; e mandavano in carcere i ricusanti; e quattromila ne furono uccisi, per comando del principe o brutalità dei satelliti kotamii. Contuttociò i proseliti arabi si contarono a dito. Il Mehdi, necessitato alfine a smetter la violenza, riempì le logge ismaeliane come potea.[256] Fallì lo scopo d'imbeccare alle moltitudini quella sua ipostasi, onde avrebbe regnato con doppio comando, di re e d'Iddio. Trapiantata poi la sede in Egitto, i successori rincalzarono la propaganda: il più pazzo, il più codardo, il più crudele tra i Fatemiti, l'empio Hakem-biamr-illah, arrivò per tal modo agli onori divini; e i Drusi l'adoran tuttavia.
Ma il Mehdi, non potendo soggiogar le coscienze, assestò ogni altra cosa da uom di Stato. Prodigò facoltadi, carezze, oficii militari e civili ai Kotamii più che non avesse fatto lo Sciita; e pur non si abbandonò tutto alle milizie loro, ordinò un esercito stanziale di liberti e schiavi, parte di schiatta greca e italiana,[257] e parte negri. Pose diligenza e regola nell'amministrazione delle entrate pubbliche; onde fe' sentir meno il peso ed ebbe abilità di aggravarlo senza romore.[258] S'impossessò non solo dei beni degli Aghlabiti,[259] ma sì dei lasciti pii e dei patrimonii pubblici d'alcune città;[260] tolse le armi serbate nelle torri della costiera; abbattè i palagi fortificati degli Aghlabiti; cancellò per le castella e moschee i nomi dei principi fondatori, e scolpivvi il suo.[261] Oltre le novazioni che accentravano l'autorità, il Mehdi come i predecessori sedette nel Tribunal dei soprusi, e trattò dassè le faccende pubbliche.[262]
Varie tribù e città berbere levaron la testa; ed ei le domò con milizie di Kotâma capitanate dallo Sciita. Poi risapendo che questi sparlava, che capi kotamii gli davan orecchio, e che si mettea in forse se stesse in sul trono il verace imâm guidato da Dio, un giorno convita Abu-Abd-Allah e il fratello; li fa appostare all'uscita e trucidare; con ippocrita pietà recita egli stesso la preghiera su i cadaveri (febbraio 911); e quetamente li seppellisce nel giardin della reggia. Spense gli altri capi di Kotâma disaffetti. Ad un che gli domandava miracoli in prova di sua divinità, fe' di presente troncar la testa.[263] Un altro Kotamio spacciò sentirsi addosso lo spirito divino; nol provò con la vittoria; e fu preso e mandato al supplizio.[264]
Non cessavano con tutto ciò i tumulti del popolo di Kairewân e d'altre città arabiche, la pertinace nimistà dei giureconsulti e nobili, la petulanza degli sgherri kotamii, le ribellioni d'altre genti berbere; tra le quali quella esaltazione del nome d'Ali provocò novello furore delle sètte kharegite, e ne sorgeva, a capo di parecchi anni, un terribile demagogo del ramo detto de' Nakkariti. Il Mehdi dunque, non potendo fondarsi sopra alcuna schiatta nè vasta opinione, ma sol su quella sua macchina di governo, dovea metterla in salvo da un impeto degli elementi ostili, con maggior cura che non avessero fatto gli Aghlabiti; nè parvegli acconcia Rakkâda, sì vicina a Kairewân; nè altra città di Arabi. Con alto consiglio volle porsi in sul mare, ove l'armata gli servisse a difesa ed a minaccia sopra stranieri e Affricani e Siciliani impazienti del giogo; ed ove il commercio creasse ricchezze e nuova popolazione. Percorsa tutta la costiera a levante di Cartagine, elesse una penisoletta ch'esce tra i golfi di Hammamet e di Kabes, in forma di palma di mano aperta, e l'istmo raffigura il polso. Le diè nome di Mehdîa, ma fu detta anco Affrica, come capitale. Ampliò con maravigliose opere il porto, da renderlo capace, dicon, di settecento galee; costruì arsenale, castelli, torri, porte di ferro massiccio di mole non più vista, fosse di grano, cisterne d'acqua; soprantese in persona ai lavori; sciolse problemi meccanici;[265] trovò in sua astrologia il giorno e l'ora di gettar la prima pietra, spuntando in cielo il Lione; profferì facili profezie; usò la scienza e impostura dei suoi veri antenati persiani, che per esser nuova parea tanto più miracolosa in Occidente. Ed a capo di cinque anni (920), quando vide fornita la inespugnabile capitale, sclamò: “Or sì regneranno i Fatemiti.[266]”
CAPITOLO VII.
La colonia siciliana, dissanguata nella guerra civile del novecento, stette cheta o quasi, per nove anni; nel qual tempo la ressero quattro emiri: Ziadet-Allah (902-903); Mohammed-ibn-Siracusi, surrogatogli dal padre (maggio 903);[267] e, dopo il parricidio, Ali-ibn-Mohammed-ibn-Abi-Fewâres; e Ahmed-ibn-abi-Hosein-ibn-Ribbâh, di nobil casa modharita, stanziata in Sicilia da una sessantina d'anni, illustre per valorosi capitani e governatori. Ali, al dir d'una cronica, fu deposto da Ziadet-Allah:[268] probabil è che lo avesse eletto il popolo di Palermo, quando vide insanguinato il trono dal parricidio, e ne sperò uno scompiglio che gli desse agio a ripigliare suoi dritti.
Non prima si riseppe in Palermo la fuga di Ziadet-Allah, che il popolo, stigato dal medesimo Ali, sollevossi all'entrar d'aprile del novecentonove: irruppe in palagio, saccheggiò la roba, prese Ahmed, ed esaltò in suo luogo Ali.[269] Poscia venuti avvisi della occupazione di Rakkâda, i Palermitani mandavano Ahmed prigione in Affrica, e chiedeano allo Sciita la confermazione di Ali. Concedettela; raccomandò con questo di ripigliar la guerra sacra, smessa sotto il regno di Ziadet-Allah;[270] nel qual tempo i Cristiani erano tornati ad afforzarsi in loro rôcche del Valdemone, per incuria di chi reggea le cose in Sicilia o forse per trattato con l'impero bizantino.[271] Del resto non seguì evento d'importanza fino alla esaltazione del Mehdi. Nè altrimenti si ricorda il nome di Sicilia che nella persecuzione di Abu-l-Kâsim-Tirazi, cadi di Palermo sotto gli Aghlabiti; cacciato probabilmente con Ahmed e vergheggiato in piazza pubblica di Kairewân, insieme col dotto cadi di Tripoli, entrambi rei di costanza nel rito ortodosso.[272]
Ove si consideri l'esser della Sicilia in questo interregno, si vedrà la rivoluzione del novecento d'un subito tornata a galla, quando mancò con gli Aghlabiti la man che l'avea represso. Oltre le forze proprie ristorate in un decennio, la colonia rinvigorì, com'ei sembra, di nobili arabi che per avventura si fossero rifuggiti d'Affrica nel primo terrore[273] o nelle persecuzioni sempre crescenti; la lealtà dei quali a casa d'Aghlab ormai s'accordava con gli umori d'independenza siciliana. Ma avendo al fianco quella piaga dei Berberi di Girgenti, l'aristocrazia palermitana, titubante a ripigliare le armi contro l'Affrica, contentavasi di tener lo stato con l'antico espediente d'un emiro tutto suo. Ali sembra, in fatti, il caporione della nobiltà; sì ch'essa fece come volle nell'interregno. Sperando poi di raggirare il Mehdi ed appagarlo con ubbidienza nominale, Ali chiesegli di andare a Rakkâda per abboccarsi con lui; e il Mehdi tutto lieto assentì. Avutolo in Affrica, lo fa imprigionare; manda a regger l'isola un uom suo, provato in missioni così fatte, Hasan-ibn-Ahmed-ibn-Ali-ibn-Koleïb, soprannominato Ibn-abi-Khinzîr, ch'era stato prefetto di polizia di Kairewân sotto lo Sciita.[274]
Gli intendimenti del principe e le condizioni della colonia appariscono da' primi atti d'Ibn-abi-Khinzîr. Sbarcato a Mazara il dieci dsu-l-higgia del dugento novantasette (20 agosto 910), deputava un suo fratello per nome Ali[275] governatore a Girgenti; del quale oficio non v'ha ricordo sotto gli Aghlabiti, e pare trovato del Mehdi per lusingare i Berberi e attizzare la discordia tra loro e gli Arabi. Al medesimo tempo fece cadi di Sicilia un Ishâk-ibn-Minhâl; il primo, aggiungono gli annali, che vi sedesse a nome del Mehdi:[276] e ciò mostra che per più d'un anno s'era amministrata la giustizia secondo il dritto sunnita e da un eletto dell'emiro. Ibn-abi-Khinzîr prepose alla azienda uomini nuovi, i quali furono accusati di aggravii; o forse v'istituì nuovi oficii, secondo i voleri del principe.[277] Il “Preposto della Quinta” di cui si fa ricordo poco appresso, sembra nuovo; e di certo fu posto a scemar l'autorità dell'emiro, sia che avesse carico di spartire il bottino e le terre prese ai vinti e serbarne la quinta all'erario, sia che anco amministrasse il ritratto della quinta.[278] La primavera o state seguente (911) l'emiro, sostando alquanto da' negozi fiscali, conduceva l'esercito sopra Demona, ove i Cristiani avean levato la testa: ed arse il contado, predò, fece prigioni; ma non osò assalire la rôcca.[279] La qual debole fazione scopre i travagli che aveano in casa i Musulmani di Sicilia e l'agitamento generale della schiatta arabica contro i Fatemiti, il quale scoppiava ad ora nelle città d'Affrica.[280]
Tra così fatte disposizioni d'animi, Ibn-abi-Khinzîr volle dare un banchetto ai primarii nobili nel palagio di Palermo. I convitati sedeano nella sala, quando alcun s'addiè, o il finse,[281] d'una sinistra commozione tra gli schiavi dell'emiro; d'un luccicar di spade che si porgessero l'un l'altro; e balzando in piedi sclamò: “Siam traditi;” e tutti corsero alle finestre a gridare: “All'armi; all'armi!” Fresca era la memoria dello Sciita, trucidato insiem col fratello alle soglie del Mehdi;[282] Ibn-abi-Khinzîr non pareva uom da scrupoli; l'universale degli Arabi di quel secolo ridea, certo, come di romanzo della ospitalità cavalleresca de' lor padri Beduini: tra tanti vizii, tra tanti odii, credibilissimo il tradimento, e assai volentieri creduto. D'un subito, dunque, trasse il popolo in piazza; s'affollò dinanzi il palagio; trovate chiuse le porte, v'appiccò fuoco; nè si racchetò quando usciron sani e salvi i convitati, i quali al certo non dissero che avean sognato. Ibn-abi-Kinzîr, fattosi ad arringare il popolo, perdeva indarno il fiato; gli troncavan le parole con minacce e villanie; finchè vistili in punto d'irrompere nelle sue stanze, cercò scampo saltando in una casa contigua, ma cadde, si spezzò una gamba, e fu preso e messo in carcere. Per tal modo fallì il tradimento dell'emiro o riuscì la calunnia dei nobili: ch'io nol so. I nobili scriveano il caso al Mehdi; il quale perdonava ai sollevati e deponea d'oficio Ibn-abi-Khinzîr, bastandogli che fosse posato il tumulto in Palermo e preso il governo provvisionalmente da Khalîl, Preposto della Quinta.[283] Seguiron cotesti avvenimenti innanzi il ventisette dsu-l-higgia del dugentonovantanove (13 agosto 912), quando giunse in Sicilia, mandato dal Mehdi, un novello emiro per nome Ali-ibn-Omar-Bellewi.[284]
Vivea di questo tempo in Sicilia un Ahmed-ibn-Ziadet-Allah-ibn-Korhob;[285] uom d'alto affare, di molta ricchezza, di nobil casa arabica devota agli Aghlabiti; che dei suoi maggiori, un fu primo ministro d'Ibrahim-ibn-Ahmed; un altro, forse il padre, espugnò Siracusa,[286] e un congiunto o fratello avea tenuto poc'anzi il governo dell'isola.[287] Par che il principe fatemita, non trovando modo a maneggiar la colonia siciliana, se ne fosse consultato con Ibn-Korhob, avversario sì, ma intero e leale; poichè sappiamo che costui scrisse al Mehdi: “Se vuoi dar sesto al paese, mandavi grosso esercito che lo domi e strappi la potestà di mano ai capi; se no, la colonia rimarrà in perpetuo disubbidiente alle leggi; ad ogni piè sospinto moverà tumulto contro gli emiri e te li rimanderà a casa svaligiati.”[288] In suo laconismo, Ibn-Korhob accennava, com'io credo, con una voce sola alle due maniere di capi ch'erano nelle popolazioni musulmane dell'isola, i magistrati cioè dei Berberi e i nobili degli Arabi; capi di consorterie di due nature diverse, ma preposti in entrambe a molti negozii civili e insieme al comando delle milizie. Tale la potestà, capitaneria, dice litteralmente la cronica, che occorreva abolire in Sicilia. Mettendo da parte i Berberi e risguardando agli Arabi, cotesta espressa testimonianza, confermata da tutti i ricordi dei tempi susseguenti, mostra cresciuto ormai e soverchiante nella colonia un terzo male, non men grave dell'antagonismo di schiatta e, direi quasi, del dispotismo affricano. L'insolenza dei nobili non era apparsa per lo addietro, non essendo adulta la cittadinanza che potesse risentirsene, come quella del Kairewân e d'altre città d'Affrica. Però si notava degli ottimati la sola resistenza al principato e confondeasi col sentimento di libertà coloniale; però la plebe di Palermo parteggiava tuttavia per toro e tardò altri trent'anni a tediarsene. Mancando dunque il popolo, altro partito non rimaneva che sceglier tra due mali, dispotismo fatemita o sfrenamento d'oligarchia; e ad Ibn-Korhob parve meno intollerabile il primo. Ciò dia la misura dell'altro. E dimostri anco la virtù di quel gran cittadino, ch'era nobile, ortodosso, affezionato agli Aghlabiti e Siciliano: e diè consiglio contrario a tutti interessi e umori di parte. Non andò guari ch'ei compiva maggior sagrifizio, gettandosi nella voragine della rivoluzione; non per leggerezza, non per vanità, non per ambizione, ma ad occhi aperti, per religion d'animo generoso, quando conobbe che v'era da tentar con un dado contro cento, la liberazione della patria dall'Affrica insieme e dall'anarchia.
Entrando l'anno di Cristo novecento tredici, tutta la Sicilia era levata di nuovo a romore: cacciato di Palermo il Bellewi, debil vecchio e molesto;[289] cacciato di Girgenti Ali-ibn-abi-Khinzîr, fratello di Hasan, e saccheggiatagli la casa;[290] ucciso a dì venzette gennaio dai Palermitani Amrân, Preposto della Quinta,[291] il quale par abbia voluto por mano al reggimento come il predecessore Khalîl. In tal moto generale contro l'autorità fatemita, svolazzò nelle menti il solito proponimento di concordia; tanto che Arabi e Berberi insieme formavano di chiamare di governo dell'isola Ahmed-ibn-Korhob. Ei che conoscea la tempra di cotesti affratellamenti, ricusò; fuggì; corse a nascondersi in una grotta; venuti a trovarlo i notabili di tutta la Sicilia musulmana, stette saldo al niego e a dir che non si fidava di loro. Ma incalzando essi nell'inchiesta, e giurandogli d'ubbidirlo infino alla morte,[292] si raccomandò a Dio ed accettò. Il lunedì diciotto di maggio, il popolo siciliano lo investiva solennemente dell'oficio di emiro.[293] Esordì compiendo il primo precetto di legge musulmana, con mandare uno stuolo in Calabria, nella state del novecentotredici; il quale, assaliti i Cristiani, ne riportò bottino e prigioni.[294]
Indi Ibn-Korhob levò l'animo a maggiore impresa. Dopo la guerra d'Ibrahim-ibn-Ahmed, i Cristiani di Valdemone aveano ristorato, con Demona e altre castella, anco Taormina: opera di gran momento, poichè i cronisti musulmani in questo incontro chiamanla Taormina la Nuova. Si accingeva egli dunque ad espugnarla un'altra fiata, con intendimento, come si vociferò, di riporvi sue sostanze, famiglia e schiavi, ed afforzarvisi in caso di guerra civile; ma il disegno sembra piuttosto di compiere ed assicurare il conquisto del Valdemone. Che che ne fosse, mandovvi il proprio figliuolo Ali con un esercito; il quale stette per tre mesi all'assedio, finchè molte schiere, forse dei Berberi, si abbottinaron gridando non voler combattere per mettersi un altro giogo sul collo: ed arsero bagaglie e padiglioni del capitano; e lo cercavano a morte, se non che fu difeso dagli Arabi. Ma la impresa si abbandonò.[295]
Tentava Ibn-Korhob nel medesimo tempo[296] di ordinare la Sicilia in legittimo e stabile reggimento, con tutta quella libertà che mai avessero imaginato i Musulmani ortodossi. Il modo, pianissimo, era di riconoscere il nome del califo abbassida Moktader-billah; il quale da Bagdad, nelle misere condizioni in cui si travagliava il califato, non avrebbe potuto nè levar tributi, nè esercitar comando di sorta, nè scegliere l'emir di Sicilia, nè altro far che investire lo eletto dei Siciliani. Quanto all'emir, la investitura gli veniva a dare un po' di séguito e di riverenza; togliea qualche pretesto ai macchinatori di novità; mettea qualche lieve intoppo allo sdrucciolo di cotesta autorità senza forza pubblica: del rimanente non aumentava i pericoli d'una tirannide, nè i capi riottosi potean temerne troppo rigor di giustizia. Però la nobiltà arabica di Sicilia toccava il bello ideale del governo di genio suo; quel che aveva ambito per lo innanzi, quel che desiderò in appresso e mai nol potè conseguire. I Berberi faceano come chi si gitti in mare dalla nave che arde: vessati dal principato d'Affrica e dagli Arabi lor compagni nell'isola, concordaron questa volta coi più vicini.[297] Tutta la Sicilia dunque a una voce assentì ad Ibn-Korhob, quand'ei messe il partito della obbedienza agli Abbassidi. Incontanente, tolto dalla khotba il nome del Mehdi, si pregò nelle solenni adunanze dei Credenti per Moktader. Mandaronsi lettere e messaggi a Bagdad; ove il califo, con sussiego pontificale, approvò, fece compilare un bel diploma d'investitura in persona di Ahmed-ibn-Ziadet-Allah-ibn-Korhob, e gliel'inviò, com'era usanza, per legati apposta, accompagnato col solito dono degli emblemi del comando: bandiere negre, toghe nere, collana d'oro e smaniglie.[298] Arrivò in Palermo l'ambasceria di Bagdad poco appresso l'armata siciliana, che tornava in porto con splendida vittoria.[299]
Disdetto il nome del Mehdi, s'era apprestato Ibn-Korhob a provar sua ragione con la spada; e come prima seppe uscito un navilio affricano ad assaltare la Sicilia, ovvero a guerreggiare contro l'Egitto e le città d'Affrica rivoltate,[300] fece salpare, a' nove luglio novecento quattordici, il navilio siciliano, condotto dal proprio figliuolo Mohammed. Ai diciotto luglio, trovò nel porto di Lamta, presso Medhia, l'ammiraglio nemico, Hasan-ibn-abi-Khinzîr, quel campato a mala pena nel tumulto di Palermo; e dato dentro, ruppe gli Affricani, arse tutte lor navi, fe' da secento prigioni e tra gli altri Hasan. Mohammed deturpò la vittoria, scannandolo di propria mano e facendogli mozzar mani e piè, e mandò la testa al padre in Palermo: crudeltà provocata forse da antiche offese in Sicilia, di certo dagli esempii di barbarie che avean dato gli eserciti fatemiti nelle città ribelli d'Affrica e dalla strage indistinta degli Arabi di parte aghlabita. Sopravvennero dopo la sconfitta genti che il Mehdi mandava in fretta da Rakkâda; ma, sbarcati i Siciliani, le combatterono e vinserle con tanta rotta, che preser tutte le bagaglie del campo. Indi l'armata assaltò e distrusse Sfax, che si tenea pei Fatemiti; e, passando oltre, si mostrò a Tripoli. Trovatovi El-Kâim figliuolo del Mehdi con l'esercito che tornava d'Egitto, rivolser le prore verso la Sicilia.[301]
La riputazione di tal vittoria e della investitura rincorò Ibn-Korhob, sì che diede opera più alacremente alle cose pubbliche, con forza e prudenza, scrive un cronista[302] secondo la formola; lasciandoci a tradurre in numeri cotesti segni d'algebra; e di più ad imaginare le difficoltà che si paravano innanzi al novello reggitor della Sicilia: le pretensioni contrarie de' Berberi e della nobiltà arabica, delle antiche famiglie musulmane e dei Siciliani convertiti, degli ottimati militari e dei giuristi; le confuse brame del popol minuto; e quanti soprusi e dilapidazioni eran da riparare, a quante ambizioni dovea resistere Ibn-Korhob, a quante cedere, a quante cupidigie por freno, da quanti invidiosi schermirsi, quanti ladroni gastigare o lusingare, quante pazze ire a comporre, quanti calunniatori ad affrontare, quanti sciocchi a far contenti: nelle dette condizioni della colonia, tra uomini sì mal connessi insieme a ciascun persuaso che la rivoluzione s'era fatta a suo beneficio particolare. Una impresa che tentò Ibn-Korhob in Calabria, quasi dimenticando ch'aveva alle spalle i Fatemiti, mostra ch'ei temesse molto più le divisioni interiori e quel pomo di discordia del fei; onde si studiava ad appagare i più bramosi col bottino della guerra sacra. L'esercito che passò il Faro, saccheggiò, diè il guasto, afflisse gli indifesi Cristiani della punta meridionale di terraferma.[303] Ma l'armata fece naufragio, il primo settembre del medesimo anno novecento quattordici o del seguente, a Gagliano presso il capo di Leuca, ovvero Gallico presso Reggio.[304] Questo fu principio della rovina d'Ibn-Korhob. Occorso di combatter nuovamente le forze navali dei Fatemiti che ingrossavano su la costiera d'Affrica, l'armata siciliana, scemata da quel disastro dì Calabria, fu vinta e prese tutte le navi. Indi una mala contentezza nei popoli; e ogni provvedimento d'Ibn-Korhob cominciò ad andar di traverso; i turbolenti, che s'erano acquattati per timore, alzaron le creste.[305]
Narra il Cedreno che Zoe, mentre reggea lo stato pel figliuolo Costantino Porfirogenito di minore età, volendo concentrare le forze contro i Bulgari che nuovamente minacciavano la capitale, fermò la pace coi Saraceni di Sicilia, affinchè cessassero la infestagione della Puglia e Calabrie racquistate dalla dinastia macedone. Eustazio, gentiluomo di camera,[306] com'or si chiamerebbe, dello imperatore e stratego di Calabria, stipolava a questo fine con l'emir di Sicilia di pagargli tributo di ventiduemila bizantini d'oro all'anno, che tornano a un dipresso a trecentomila lire.[307] Continua l'annalista, come surrogato ad Eustazio un Giovanni Muzalone; costui sì iniquamente governò, che i Calabresi, ribellati all'impero, diersi a Landolfo principe di Benevento, dopo la esaltazione di Romano Lecapeno al trono di Costantinopoli:[308] i quali avvenimenti designando la data che manca nel racconto, fan tornare la pace di Sicilia al novecento quindici o principii del novecento sedici, e però al tempo d'Ibn-Korhob.[309] Vergogna all'impero, gloria recò questo trattato alla colonia musulmana di Sicilia e al valente uom che la reggea. E pur non maraviglierei, se un di o l'altro si trovasse in qualche cronaca che i ventiduemila bizantini d'oro eran cagione di nuove discordie tra le milizie arabiche e berbere; che le fazioni calunniavan l'emiro d'essersi venduto agli Infedeli per scialacquare lor moneta coi suoi sgherri.
La reazione contro Ibn-Korhob incominciò, come era da aspettarsi, dalla schiatta berbera. Correndo l'anno trecentotrè dell'egira (16 luglio 915, a 3 luglio 916), i Girgentini disdiceano l'autorità sua; mandavano per lettere ad offerirsi al Mehdi; tiravano a sè altre popolazioni. Si fe' capo della parte un Abu-Ghofâr.[310] Coi principali dei sollevati, volle in persona intimare a Ibn-Korhob, se ne andasse con dio fuor di Sicilia, poichè spiaceva al popolo: ai quali l'emiro pacatamente rispose aver preso lo stato richiesto e costretto da loro stessi; e ricordò il dato giuramento, e si sforzò a persuaderli che non guastassero l'impresa ben cominciata dai Siciliani: ma ostinaronsi; ed ei non volle cedere a minacce. Anzi, mantenendogli molti altri la fede, s'afforzò, com'ei pare, in Palermo e si venne alle armi. Poi, sia che l'avvantaggio fosse rimaso ai sollevati, sia che gli rifuggisse l'animo dal continuar quello spargimento di sangue civile, Ibn-Korhob deliberossi a volontario esilio in Spagna. Non è inverosimile che gli abbia dato il tracollo quella terribil nuova dell'assedio della colonia al Garigliano, di che potea parer causa la pace fermata coi Bizantini.[311] Noleggiati dunque i legni, trasportatavi gran salmeria delle robe proprie e de' suoi, Ibn-Korhob stava per dar le vele al vento, il quattordici luglio del novecento sedici.[312] In questo una turba ingombra la spiaggia; salta furibonda su le navi; saccheggia; pon le mani addosso all'emiro, ai figliuoli, agli amici che seguivan sua fortuna, tra i quali un Ibn-Khami, il cadi. Messi ai ferri, gittati sur una barca, li mandarono, per colmo d'infamia, all'usurpator fatemita a Susa. “E che ti mosse a sconoscere il sacro dritto della casa d'Ali e ribellarti da noi?” dicea superbamente il Mehdi ad Ibn-Korhob, fattosel recare incatenato. “I Siciliani,” rispose, “mi esaltarono mio malgrado, e mio malgrado m'han deposto.” Rimandollo allora in carcere, e divisò il supplizio più che potesse insolito e ignominioso. Montato a cavallo, menava seco i prigioni a Rakkâda, capitale tuttavia dell'impero. E fuor la porta della Pace,[313] là dov'eran sepolti i miseri avanzi di Hasan-ibn-abi-Khinzîr ucciso dopo la battaglia di Lamta, Ibn-Korhob, i figliuoli, gli amici politici, come ladroni di strada, eran vergheggiati a morte; mozzati loro mani e piè; e sospesi i cadaveri a tanti pali dinanzi la tomba.[314]
Insieme con lor nobili vittime i controrivoluzionarii di Sicilia mandarono al Mehdi una petizione arrogante. Sognando di potere rinnegare il dritto e mantenere il fatto, scriveangli non aver bisogno dì soldati nè di alcuno aiuto da lui: nominasse un governatore e un cadi, ed essi penserebbero al resto; aggiugnendo altre condizioni che lo empieron di collera e di furore, scrivono i cronisti senza particolareggiarle.[315] E il Mehdi che sapeva usar le occasioni, in vece del trave della favola ch'ei bramavano, mandò in Sicilia uno sperimentato capitano,[316] Abu-Sa'îd-Musa-ibn-Ahmed, soprannominato Dhaif, ch'è a dir l'Ospite, con un'armata e forti schiere di Kotamii, capitanate da loro sceikhi. Approdò a Trapani il quindici agosto; dove andati a trovarlo i notabili di Girgenti, molto li onorò, li presentò di ricche vestimenta, si studiò a lusingarli e tirarli alle sue voglie; ma quando vide che era niente, d'un colpo di mano fe' catturare il procace Abu-Ghofàr e metterlo ai ceppi. A tempo fuggì un costui fratello per nome Ahmed; corse a Girgenti a chiamare il popolo alle armi. Così i Berberi a capo di due mesi, e pur era troppo tardi, raccesero la rivoluzione ch'aveano spento con le proprie mani. Altre città e castella seguiron l'esempio.[317]
Abu-Sa'îd senza dimora andò sopra la capitale. Sapendo intercetto il cammino da popolazioni tumultuanti, o manco difesa la città dalla parte di mare, il condottiero affricano audacemente imbarcò suoi Kotamii; e con l'armata entrò nel porto di Palermo a' ventotto settembre.[318] La bocca del porto era quella ch'or s'addimanda la Cala; le lagune e il gran canale, in oggi ricolmi, penetravano assai dentro terra sino ai ripari della città vecchia; talchè lasciavan d'ambo i lati due bracci, tutti scogli ed arene, disabitati, com'ei sembra.[319] Abu-Sa'îd pose le genti su l'un dei bracci; vi si afforzò di fronte con una muraglia tirata per traverso dal porto alla spiaggia esteriore; assicurato ai fianchi e alle spalle dal mare, ch'ei tenea con l'armata e sì chiudealo agli assediati.[320] Dapprima potè far poco male alla città: sotto gli occhi suoi il diciassette d'ottobre i Palermitani giuravan la lega con gli ambasciatori di Girgenti e d'altre città; tra i quali si ricordano i nomi d'Ibn-Ali ed Awa-es-Seâ'ri.[321] Ma par che il pericolo comune non facesse dimenticare la nimistà, e che il rimanente della Sicilia non mandasse aiuti; poichè gli assedianti sempre più strinsero Palermo. In un combattimento erano sconfitti i Siciliani; rimanea sul campo di battaglia grande numero di lor nobili; i feroci Kutamii irrompeano nei sobborghi; metteano al taglio della spada gli abitatori, fin le donne e i fanciulli; sforzavano le donzelle, guastavano e saccheggiavano ogni cosa. Nondimeno la città vecchia tenne fermo: Abu-Sa'îd chiese ed ebbe dal Mehdi nuovi aiuti d'uomini e di navi; finchè, scarseggiando le vittuaglie, rincarito anco il sale a poco men che una lira all'oncia,[322] i cittadini si calarono agli accordi dopo sei mesi d'assedio. Si stipulò pien perdono, fuorchè a due capi ribelli: e i cittadini con la solita alacrità li consegnarono, e fecero entrare Abu-Sa'îd a' dodici marzo novecento diciassette. Contro i patti, com'egli è manifesto, svelse le porte, abbattè mura, tolse le armi e i cavalli da battaglia, pose una taglia su la città, e, imprigionati molti uomini di nota, li mandò in Affrica al Mehdi. Questi senza strepito li fe' mazzerare; e poi spacciò in Sicilia una clementissima amnistia. Di settembre del medesimo anno Abu-Sa'îd, col navilio e l'esercito, tornava in Affrica, lasciando a reggere la Sicilia Sâlem-ibn-Ased-ibn-Râscid, affidato in una forte schiera di Kotamii.[323] La rivoluzione d'independenza parve morta e sepolta.
CAPITOLO VIII.
Tra le raccontate guerre civili dell'isola, gli Italiani di Terraferma, arrivati, con rara vicenda di fortuna, a collegarsi per pochi mesi, estirparono i Musulmani dal Garigliano. Durevoli accordi poteano seguirne men che prima allo entrar del decimo secolo, quando i feudatarii dell'Italia di sopra si fecero quasi principi assoluti; l'autorità dell'impero occidentale calò tuttavia, per esser piccioli e troppi i pretendenti; le armi bizantine valser nè più nè meno quanto bastava a non poterle cacciare dall'Italia meridionale; la tiara pontificale s'avvilì, nei misfatti, nelle atrocità, nelle brutture, dispensata alfine per man delle Marozie e delle Teodore. E pure, com'è capricciosa la storia, quella lega italiana, sì giusta, sì necessaria, sì felice nel successo, ebbe origine a Roma in mezzo di tanto vitupero; l'eroe della impresa fu Giovanni decimo, nato di scandalo, esaltato per doppio scandalo, sì che gli scrittori ecclesiastici te l'abbandonano.
Quando Giovanni decimo salì al pontificato (914), que' del Garigliano stavano in sul termine di passar da ladroni a conquistatori. Accozzati, come narrammo, dei Musulmani che avean guerreggiato in quelle parti al tempo di Giovanni ottavo, inaugurarono la nuova compagnia con saccheggi di monasteri: la sconfitta che toccarono in Calabria dell'ottocento ottantacinque li fiaccò;[324] poi è verosimile che si fossero riforniti, sotto il regno d'Ibrahim-ibn-Ahmed, di fuorusciti Affricani e sopratutto dei Siciliani del novecento. Il passaggio d'Ibrahim (902) in Calabria lor diè ardire e, credo, rinforzi; credo lor siasi raggiunta la più parte della banda d'Agropoli, il cui nome sparisce dopo la fine del nono secolo; onde, s'ei ne restò qualche drappello, stava ai soldi della repubblica napoletana.[325] Cresce, all'incontro, per tutte le croniche di questo tempo, lo spavento dei barbari del Garigliano, cui ci dipingono infestissimi e più terribili degli Ungheri che desolavano la Lombardia;[326] e pur venendo ai particolari niuno accusa i Musulmani d'aver arso, come fecero gli Ungheri, le centinaia di prigioni. Il vero è che i Musulmani non avanzavano i Magiari di crudeltà, nè di numero; sì bene di sveltezza, di perseveranza e d'ordini. Già già appariva, nel bel mezzo della nostra costiera del Tirreno, quel nocciolo normale dello stato musulmano: il Kairewân.[327] Il campo del Garigliano cominciava a prendere aspetto di città: aveanlo afforzato di ripari e torri;[328] vi tenean le donne, i figliuoli, i prigioni, il bottino.[329] I gioghi del vicin colle, eran cittadella nel pericolo estremo. Il breve tronco del fiume, navigabile a barche, rendea comoda la stanza e agevoli gli aiuti; sedendo alla foce i confederati cristiani di Gaeta, e un po' più lungi la repubblica di Napoli, che si facea rispettare, ma in fondo era amica. Non si ritrae che costoro ubbidissero agli Aghlabiti, nè poscia ai Fatemiti, nè mai agli emiri di Sicilia. Facean corpo politico dassè, fuor della legge; come tante altre compagnie musulmane in vari tempi e luoghi: a Creta, a Bari, a Taranto, a Frassineto. Al par che quelle scegliean lor capo, che un cronista italiano chiama califo[330] e s'intitolava forse così.
Guardando su la carta d'Italia i nomi dei luoghi infestati, si vedran le gualdane spiccarsi dalla stanza del Garigliano, come raggi che vadano a ferire per tutta l'area d'un vasto semicircolo; se non che i raggi son corti e rintuzzati tra mezzogiorno e levante, ove incontravano Napoli e i principati longobardi; e corron lungi assai tra ponente e tramontana per entro lo Stato Ecclesiastico. Provocati da qualche insolito guasto di que' del Garigliano dopo la guerra d'Ibrahim-ibn-Ahmed, i Cristiani vennero ad osteggiarli alla sponda del fiume, di giugno del novecentotrè; e toccarono sanguinosa sconfitta.[331] Atenolfo principe di Capua, testè insignoritosi di Benevento (900), volle ritentare la sorte delle armi, il novecento otto: trasse alla lega i Napoletani e gli Amalfitani; raccolta gran gente, passò il Garigliano sopra un ponte di barche a Setra, come si chiamava il luogo presso Traietto; dove fortuneggiò in un assalto notturno dei Musulmani e dei Gaetini lor ausiliari; ma, ristorata la battaglia, ruppe i nemici e inseguilli fino ai ripari.[332] Visto poi che non bastassero le forze a quella espugnazione, ovvero che i Napoletani balenassero nella lega, mandò il figliuolo Landolfo a chiedere aiuti a Leone, al quale premeva altrettanto d'assicurare i dominii bizantini in Italia. E così la impresa si apparecchiava a Costantinopoli, quando Landolfo ebbe a tornare a Benevento per la morte del padre (910), e mancò di lì a poco (911) lo stesso Leone.[333] Landolfo, preso lo stato, rinnovò il novecentoundici i patti con la repubblica di Napoli; la quale in parole gli promesse d'aiutarlo contro i Musulmani come se Benevento fosse terra sua propria;[334] ma in fatti par non abbia cessato quel gioco d'equilibrio incominciato ottant'anni prima. La fortuna delle armi fu varia. I Musulmani condotti da Alliku, come leggesi il nome nella cronica, avean fatto una punta fino alla costiera dell'Adriatico, quando Landolfo li raggiunse e ruppe in due scontri a Siponto[335] e Canosa.[336] Tornaron fuori con novelle forze; dettero il guasto a Venosa, Frigento, Taurasi, Avellino, e al contado proprio di Benevento.[337] In ultimo saccheggiarono e arsero il monastero d'Alife.[338]
Maggior danno recarono dalla parte di Roma. Il monastero di Farfa, celebre nel medio evo per grandi possessioni e baldanza contro i papi, fu distrutto in questo tempo, l'anno non si sa, abbandonato dai frati quando si sentirono addosso i Musulmani.[339] Giace Farfa nella Sabina; la qual provincia era tutta corsa al par che la Campagna di Roma e il territorio di Ciculi, con uccisioni, incendii, saccheggi. Si spinsero i nemici oltre il Tevere a Nepi; salirono fino ad Orta e a Narni, nelle quali città stanziarono.[340] Impadroniti così dei passi, misero grave taglia sopra i Cristiani che andassero in pellegrinaggio alla tomba degli Apostoli. Il contado della metropoli fu sì fattamente infestato, che uno storico mordace scrivea quindici anni appresso, aver tenuto mezza città di Roma i Romani e mezza gli Affricani.[341]
Tra tanta calamità, appresentossi a Giovanni decimo un Musulmano, disertore per ingiurie avute da' suoi; il quale si vantò di rintuzzarli, sol che il papa gli desse una man di forti giovani, armati di targa, brando, giavellotto, cinti di legger saio, provveduti d'un po' di cibo: alla quale descrizione si ravvisa la milizia degli almugaveri Catalani, sì famosi nelle guerre del vespro siciliano.[342] Giovanni decimo gli diè una sessantina d'uomini; coi quali il disertore, appostati gli antichi compagni, li svaligiò in uno stretto passo. Indi i Romani a rincorarsi; ad uscire alla campagna; a combattere con avvantaggio la guerra spicciolata.[343] Un Akiprando di Rieti fece oste, con altri longobardi e gente della Sabina, contro i Saraceni afforzati nelle ruine di Trevi:[344] e li vinse e passò a fil di spade. Da un'altra banda i terrazzani di Nepi e di Sutri felicemente combatteano gli Infedeli a campo Baccani. Dopo le quali sconfitte, le schiere musulmane di Narni e di Ciculi si ritrassero al Garigliano.[345]
Perchè il papa e Landolfo, accorgendosi ch'era niente superare il nemico qua e là, se non lo si estirpava da' suoi ridotti, in men di due anni aveano mandato ad effetto un abbozzo di crociata. Ristorarono e allargarono la lega del novecento dieci: il papa vi trasse la imperatrice Zoe, Alberico duca di Camerino, Berengario duca dei Friuli che avea da tanti anni il titolo ed or quasi la potenza di re d'Italia. Berengario, aiutato di danari dal papa, veniva a Roma in su la fine del novecentoquindici: tra, plausi che non fu uopo di comperare si cingea la corona imperiale. Alla nuova stagione, congiunti per la prima ed ultima volta a ben dell'Italia, il papa e l'imperatore marciarono al Garigliano. Li seguian le milizie dei ducati di Camerino e Spoleto. Landolfo andò al ritrovo con le genti del principato di Capua e Benevento. L'impero bizantino diè valido aiuto: l'armata, grosse schiere di Pugliesi e Calabresi, e la greca astuzia dello stratego Niccolò Picingli; il quale trasse alla lega il principe di Salerno, e quel che più era, Napoli e Gaeta, lusingando i due duchi col titolo di patrizii, e minacciando di opprimerli se favorissero tuttavia gli Infedeli.
Del mese di giugno il navilio greco saliva su pel Garigliano; il papa in persona e i collegati italiani stringeano dagli altri lati; davansi fieri assalti, nei quali Alberico e Landolfo meritarono lode di valorosi. Sforzati nei ripari, i Musulmani si rifuggirono alle alture del monte; dove il cerchio delle armi cristiane più stretto li rinserrò. I Bizantini innalzarono un castello a piè della costa ripida donde gli assediati soleano far le sortite per procacciar vettovaglia. Dopo tre mesi, perduta assai gente negli scontri; pressati dalla fame; per segreto consiglio, come si sparse, dei duchi di Napoli e di Gaeta, i Musulmani poser fuoco agli alloggiamenti, e nel trambusto chi potè cercò scampo nei boschi d'intorno, ove i Cristiani dando loro la caccia, tutti li uccisero o fecer prigioni. Così ebbe fine la colonia del Garigliano, d'agosto novecento sedici. Nè mancarono i frati di spacciare ch'avean visto con gli occhi proprii San Pietro e San Paolo mescolarsi tra i combattenti.[346]
La qual vittoria non liberò tutta Italia. A settentrione i Musulmani di Frassineto, venuti di Spagna, gittatisi nelle Alpi, corsero per un secolo o poco meno (889-975) l'odierno territorio del Piemonte, non che la Svizzera e la Francia meridionale; dei quali non dirò, sendo fuor dell'argomento propostomi.[347] All'altro capo della penisola non durò a lungo la pace. Forse il principato fatemita non volle osservare i patti stipolati dal ribelle Ibn-Korhob. Più certamente, l'impero bizantino non seppe guardar quelle province con la spada, nè farvi osservare la pace, nella condizione precaria con che le tenea.
A trattare i popoli col bastone vuolsi avere in pugno un baston sodo e dare ad occhi aperti; ma l'impero, con sue triste soldatesche ed amministrazione scomposta, troppo si affrettava a spossessare ad un tempo i principi longobardi, estirpare la nobiltà feudale, assoggettare i comuni, e spolpare e calpestare il popolo. Dopo aver dunque racquistato, verso la fine del nono secolo, le Calabrie e gran tratto della Puglia,[348] i Bizantini presero e riperdettero entro quattr'anni (891-895) lo stato di Benevento; si provarono indarno contro Capua e Salerno; furon costretti a collegarsi coi principati longobardi (908-916) contro i Musulmani del Garigliano;[349] non seppero nè prevenire nè reprimere la ribellione di tante città di Puglia e di Calabria che si davano (921) a Benevento; nè l'impero le riebbe altrimenti che per pratiche col principe Landolfo.[350] In questo mentre non si pagò il tributo ai Musulmani di Sicilia.
E per dieci anni i miseri popoli dell'Italia meridionale vider venire di Sicilia, sotto le insegne fatemite, nuove facce di predoni stranieri: in cambio d'Arabi, di Berberi, di Negri, più fiera genía settentrionale. Perchè il Mehdi par non si fidasse di rendere le armi all'universale de' Musulmani in Sicilia, non degli Arabi in Affrica; i Kotamii suoi gli servivano a spegnere gli incendii in casa ed a tentare il conquisto d'Egitto, massima ambizione di sua dinastia. Adocchiò allora i giannizzeri prediletti d'Ibrahim-ibn-Ahmed: gli Slavi, derrata di prima qualità nel commercio di schiavi che conduceasi nel Mediterraneo dal settimo al decimo secolo, talchè par abbian dato il nome alla cosa.[351] Gente sobria del resto; prode nelle armi, amante di libertà più che niun altro popolo di que' tempi, nelle province europee dov'era costituita a governo suo proprio; gente anco umana verso gli schiavi che riteneva in casa:[352] ma non le parea male di vendere gli uomini del suo stesso sangue e del germanico, presi nelle guerre e nei ladronecci di confini.[353] Allora, sì com'oggi, il grosso della schiatta slava occupava l'Europa orientale; s'addentellava coi popoli finnici, con l'impero germanico, coi Magiari, con l'impero bizantino: Schiavoni, Croati, Serbi ed altri rami slavi ingombravano le regioni a levante dell'Adriatico; mettean tralci infino al Peloponneso; frammezzati ad avanzi più o meno frequenti delle antiche popolazioni; fatti cristiani di fresco; e dove vicini temuti, dove tributarii, dove sudditi di Costantinopoli.[354] Lo sbocco principale di loro schiavi era l'Adriatico; gli emporii eran tenuti da essi e dalle città latine e greche della costiera orientale; i navigatori della costiera italiana aiutavano al trasporto; i Musulmani del Mediterraneo, dalla Spagna alla Siria, più che altri popoli, consumavan cotesta merce, in soldati, paggi ed eunuchi. E il Mehdi ne congegnò una macchina produttrice di novelle derrate: il bottino, dico, e i prigioni che gli Slavi gli andassero a buscare in terraferma d'Italia.[355]
La prima frotta, passata d'Affrica in Sicilia su barcacce, piombava di notte a Reggio, nella state del novecentodiciotto; prendea la città senza contrasto.[356] Sopravvenne, del novecento ventiquattro, lo schiavo liberto slavo Mes'ud,[357] con venti galee; il quale occupò la rôcca di Sant'Agata, quella, credo io, presso Reggio,[358] e tornossene a Mehdia coi prigioni.[359] Assaporato il qual guadagno, il principe apprestò maggiore espedizione, affidata all'hâgib, o vogliam dir primo ministro, Abu-Ahmed-Gia'far-ibn-Obeid; il quale veniva il medesimo anno con armata poderosa a svernare in Sicilia.[360] Alla primavera del novecentoventicinque passò in Calabria; s'insignorì di Bruzzano[361] e di molti altri luoghi; alfine andò ad osteggiare Oria, in Terra d'Otranto. Fazione importantissima, sanguinosa, notata nelle cronache cristiane con l'epigrafe: quest'anno, del mese di luglio, Oria fu presa;[362] se non che oggi l'attestato d'uno scrittore ebreo che vi fu fatto prigione dà precisamente il primo luglio;[363] ed un brano d'annali musulmani ci fa argomentare che si fossero ridotte in Oria le forze bizantine della Calabria, riparate le popolazioni d'un gran tratto di paese, sostenuto un assedio o almen mostrata la faccia a' nemici nell'assalto. Tanto significa il fatto che Gia'far v'uccise seimila combattenti, tra la battaglia e dopo, s'intende; che trassene diecimila prigioni e presevi un patrizio, il quale riscattava sè stesso e la città per cinquemila mithkâl d'oro,[364] o vogliam dir settantaduemila lire italiane.[365] Il capitan musulmano stipulò anco la tregua per tutta la Calabria, datigli statichi a sicurtà del tributo, lo stratego della provincia e un Leone vescovo di Sicilia;[366] coi quali ripartì per l'isola a' diciannove di luglio.[367] Par si fosse fermato il trattato a Taranto; poichè l'autore che testè citai, nato probabilmente in Calabria, il dotto medico Sciabtai Donolo, narra che preso ad Oria con molti altri Giudei, fu condotto a Taranto e quivi riscattato.[368] Giunto in Sicilia Gia'far significò immantinenti la vittoria al principe fatemita; indi gli recò egli stesso il bottino a Mehdia: fece ammonticchiare in una sala della reggia drappi di seta a disegni e colori,[369] gioielli, moneta e ogni roba di pregio. Il Mehdi se li godea con gli occhi, quando un cortigiano che gli era allato “Oh padrone,” sclamò, “non vidi mai sì gran tesoro!” e il Mehdi a lui: “È il bottino d'Oria.” Onde l'adulatore per bruciare incenso al primo ministro, “Puoi chiamare uom fidato,” ripigliò, “chi ti riporta a casa tutto questo.” Ma il principe avaro gli troncò la parola: “Perdio, s'è mangiato il camélo e me ne reca gli orecchi!”[370] I prigioni furono venduti in Affrica.[371]
Intanto si fermava tra le corti di Mehdia e di Costantinopoli un trattato che ratificò, a quanto parmi, i patti di Calabria e que' d'Ibn-Korhob. Narra il Cedreno, com'apprestandosi Simeone re dei Bulgari a nuovo assalto sopra la capitale dell'impero, mandava a propor lega al principe d'Affrica ch'aiutasse dalla parte sua col navilio; e l'Affricano assentiva e rinviava gli ambasciatori bulgari insieme coi propri per ultimar la cosa, quando gli uni e gli altri caddero in man de' Greci in Calabria e furon addotti a Costantinopoli. Romano Lecapeno, per sturbare la lega, ritenne i prigioni bulgari; rese gli affricani al signor loro, con doni e profferta di soddisfare il tributo della Calabria; e sì bene condusse la pratica, che il Fatemita fermava la pace con esso lui e gli rimettea metà della somma promessa dalla imperatrice Zoe; onde il tributo scemò a undicimila bizantini all'anno. E così rimase in dritto fino alla esaltazione di Niceforo Foca (963); ma in fatto, gli strateghi di Calabria onesti il pagavano, e i ladri si metteano il danaro in tasca.[372] Tanto il Cedreno, senza data precisa e sbagliando il nome del Mehdi;[373] il che non porta punto a mettere in dubbio la cosa.
Cotesta pace e le vicende che le tenner dietro, dettero argomento a supporre altra maggiore vergogna dell'impero bizantino, che si è ripetuta infino ad oggi e sembra esagerata, anzi trasnaturata. Liutprando, trent'anni appresso il trattato,[374] scrivea avere inteso a dire che Romano Lecapeno, quando gli si ribellaron le Calabrie e la Puglia, non trovando modo a ripigliarle, chiese aiuto ai Musulmani d'Affrica; ch'essi vennero in Italia con esercito innumerevole; che, soggiogate le province, reserle ai Greci; e fornita lor cortesia, “giraron verso Roma e s'andarono a porre al Garigliano:” il quale anacronismo di mezzo secolo,[375] per certo non aggiugne fede al racconto. Nelle altre croniche cristiane, negli annali musulmani, non troviamo vestigia di cotesta avventura;[376] a meno che il trattato riferito del Cedreno non si voglia supporre anteriore alla fazione d'Oria, e questa combattuta non contro le armi bizantine ma contro i ribelli: che sarebbe far troppo lavoro di fantasia. Pertanto io tengo falsa la tradizione; la quale nacque dal trattato di pace e dall'odio immenso e giusto che portavano tutti gli Italiani ai Greci. Liutprando l'accettò lietamente, non solo per quel suo mortalissim'odio, e disprezzo e dispetto contro la corte di Costantinopoli, ma anche per l'analogia dei fatti che seguivano al suo tempo, quando gli strateghi bizantini di Calabria sfacciatamente traccheggiavano con gli emiri di Sicilia. Il sol patto tacito o espresso da sospettarsi tra il novecentoventicinque e 'l novecentotrenta, è che i Bizantini escludessero dalla tregua e designassero ai Fatemiti le città di Calabria e Puglia che lor non obbedivano e però non pagavan la quota del tributo musulmano. A ciò dunque si ristringa il biasimo dei Bizantini; e si cancelli dalla storia quella impossibilità dell'Italia meridionale racquistata da loro con eserciti musulmani.[377]
Tra gli stati independenti dall'impero greco, le città che gli si ribellavano, e gli strateghi che differivano a pagare il tributo, non mancò occasione di preda alle soldatesche slave. Di luglio novecento ventisei preser Siponto, capitanati, al dir d'una cronica, da Michele re loro,[378] forse zupano, come si chiamava il primo magistrato delle repubbliche slave della Dalmazia, e però venuto a dirittura e dassè, non d'Affrica da servidore del Mehdi. Ma il costui paggio slavo Sâin, l'anno appresso, che cadde nel trecentoquindici della egira, passava d'Affrica in Sicilia con quarantaquattro navi la più parte da guerra: accozzate le sue con le genti dello emir di Sicilia, facea vela per Taranto; assediava la città, difesa virilmente dagli abitatori; entrava d'assalto; menava strage degli uomini da portar arme, e mandava il rimanente della popolazione a vendere in Affrica.[379] Del novecentoventotto, par che l'esercito di Sicilia e gli Slavi si fossero divisi per portar la guerra in due province diverse. Il primo, andato a campo ad Otranto, espugnavala il diciassette agosto; distruggea le case e s'apprestava a correre altri paesi, quando una moría lo costrinse a tornarsi in Palermo.[380] Sâin co' suoi Slavi assaliva i principati longobardi dalla parte del Tirreno; prendeavi parecchie fortezze, tra le quali le memorie musulmane notano una Ghirân ossian “Le Grotte,” ed una Kalat-el-Khesceb, ch'è a dir “La Rocca del Legno:” nomi da non si riconoscere agevolmente nella nostra topografia del medio evo, poi ch'è evidente che i vincitori li posero a capriccio o li tradussero in lor linguaggio. Fatto fardello quanto potè, Sâin si appresentava a Salerno; i cui cittadini comperaron la pace a prezzo di danaro e drappi di seta dibâg.[381] Donde passato a Napoli, la sforzava a simil patto; se non che prese danaro e vesti, dice la cronica:[382] senza dubbio per significar le pezze di tela di quel lavorío che non avea pari al mondo e facea la ricchezza della città, com'afferma il mercatante arabo Ibn-Haukal, trovatosi a Napoli una quarantina d'anni appresso.[383] Sâin riscosse anco il tributo della Calabria e fece ritorno in Palermo col bottino e numero grandissimo di prigioni.[384]
Ma l'anno seguente, com'e' par che gli strateghi di Calabria andasser sempre a rilento nel pagare, Sâin si mostrò nell'Adriatico, con quattro navi grosse. Imbattutosi nello stratego che n'avea ben sette, lo slavo non se la stette a pensare che l'assalì e il vinse. Sbarcato poi, prendea Termoli nel mese di settembre o d'ottobre; e si riducea alfine a Mehdia con dodici migliaia di prigioni.[385] Fu ultima di sue scorrerie questa del novecentoventinove. E credo che in tal tempo l'armata e le genti slave fossero venute a svernare ogni anno in Palermo, e che parte ve ne rimanesse a mercatare dopo la partenza di Sâin; poichè il rione più grosso della città, contiguo al porto, si addimandò il Quartiere degli Slavi.[386]
Lunga pezza poi respirò l'Italia meridionale sendo stato soddisfatto il tributo dai Bizantini fino alla morte del Mehdi;[387] racceso poscia il fuoco della guerra civile in Sicilia; e nel frattempo rivolte le forze navali dei Fatemiti contro Genova. In que' primordii della repubblica, sembra già cresciuto il commercio, poichè attirò gli avvoltoi, fatemiti. Abu-l-Kasem-Mohammed, figliuolo del Mehdi, salito al trono il novecentotrentaquattro, allestiva immantinenti un'armata di trenta legni da guerra;[388] con la quale Ja'kûb-ibn-Ishak corse la riviera ligure, sbarcò nei contorni di Genova, fecevi bottino e prigioni.[389] Donde Abu-l-Kasem, ragunato novello esercito il novecentotrentacinque, rimandavalo in quelle parti. I Musulmani allor posero l'assedio alla città; apriron la breccia;[390] entrati con la spada alla mano fecero carnificina degli uomini, preser le donne e i fanciulli, saccheggiaron le case e i tesori delle chiese[391] e rimontarono su lor legni. Di passaggio approdano in Sardegna; opprimon col numero que' fieri isolani; lor ardono molte navi; fan lo stesso gioco in Corsica;[392] e impuni se ne tornano a Mehdia, recando in cattività un migliaio di donne italiane.[393] Così leggiamo ne' ricordi loro il lagrimevol caso di Genova,[394] accennato appena dai nostri scrittori del tempo, con giunta dell'avviso che n'avesse dato il Cielo, tingendo di sangue una polla d'acqua.[395] Alla fine del decimoterzo secolo, non bastando tal prodigio alla repubblica potente e vittoriosa, si finse una terribile vendetta: come la gioventù genovese fosse ita fuori con l'armata; come al ritorno, vedendo la città vota, d'un subito rivolte le prore in caccia de' Saraceni, colseli che si godean l'acquisto in un isolotto disabitato presso la Sardegna, ne fece un monte di cadaveri, e riportò a casa le mogli, le sorelle, i figliuoli. Favoletta sì semplice che par trovata pei bambini; e sta bene in bocca di chi la compose o la ripetè: Iacopo da Varaggio, arcivescovo di Genova, compilator della Leggenda Dorata.[396]
CAPITOLO IX.
Non fia lungo a narrare le vicende interiori della Sicilia da una rivoluzione ad un'altra. Ressela per venti anni, con titolo di emir, quel Sâlem-ibn-Rescid, lasciatovi alla partenza d'Abu-Sa'îd.[397] Ma l'autorità era mutilata. Le fazioni in Terraferma, com'abbiam visto, si condussero per capitani mandati apposta d'Affrica; nelle quali, se talvolta andò Sâlem, fu da ausiliare.[398] Il navilio siciliano, che diè tanta briga al Mehdi al tempo d'Ibn-Korhob, combatteva ora gli ortodossi sudditi degli Abbassidi in Egitto; i quali ben sapeano che i Siciliani ci andassero contro voglia. E però dopo la giornata navale che guadagnarono gli Abbassidi fuori Rosetta (919), menati a terra i prigioni, il popolo di Misr nè scevrò i Kotamii per ammazzarli; perdonò la vita ai Siciliani, Tripolitani e abitatori dell'Africa propria.[399] Del novecentoventisette; venne d'Affrica a por taglie[400] su la Sicilia, il figliuolo dell'emiro Sâlem, con due sceikhi[401] detti il Belezmi e il Kalesciani[402]; e tornovvi del trentadue, con preposti nuovi: Ibn-Selma e Ibn-Dâia; i quali aggravaron la mano sul popolo, ma rappresentatisi a corte l'anno appresso, caddero in disgrazia del padrone;[403] parendogli forse, che del camelo, com'ei solea dire, gliene avessero recato gli orecchi.[404] Veggiamo infine che Sâlem accordava la tregua a Taormina e altre castella dei Cristiani dì Sicilia nella state del novecentodiciannove.[405] Da tutto ciò è manifesto che il Mehdi adoperasse in Sicilia l'espediente tollerato dai pubblicisti musulmani del tempo: scindere l'emirato in due oficii, l'un di guerra e polizia, l'altro di azienda e giurisdizione;[406] e che non contento a ciò, togliesse l'occasione e le forze da far la guerra. Un capitan generale della sbirraglia con l'antico titolo d'emir; un presidio di Kotamii o fanti poliziotti, com'or diremmo; pace coi Cristiani dell'isola, per lasciarvi disarmati i coloni; gli affari d'azienda e di guerra accentrati in Affrica: con questi ordini il Mehdi tenne la Sicilia. Usò modi somiglianti con le popolazioni arabiche d'Affrica. In generale serbò la pace con l'impero bizantino, e con le popolazioni berbere independenti. Meglio che la spada, amò la penna, i raggiri fiscali, gli artifizii da gran maestro, ai quali era stato educato. Condusse per man del figliuolo la guerra d'Egitto, saviamente ostinandosi a quel conquisto; ma non gli riuscì.
La morte del Mehdi, seguita il tre marzo novecentrentaquattro, si riseppe in Sicilia il venticinque agosto; poichè il figliuolo che gli succedette, Abu-l-Kasem-Mohammed, soprannominato El-Kâim-biamr-illah, la occultò quanto ei potè,[407] temendo gli umori ostili degli Arabi d'Affrica, le sètte karegite dei Berberi e lo scompiglio che dovea recare nella setta ismaeliana la disparizione del semideo. A' dieci marzo del medesimo anno, fu morto dinanzi il palagio di Sâlem in Palermo, un Rendasc, governatore di Taormina:[408] questo sol ne sappiamo; ma il nome greco ci porta a supporlo capitan del municipio cristiano che avesse infranto la tregua, e caduto in mano di Sâlem fosse mandato al supplizio. Il diciannove poi d'ottobre, ingrossati per piogge i torrenti delle montagne che circondano Palermo, calamità troppo frequente, si rovesciarono su la città, portaron via molte case fuori e dentro le mura, e v'annegò della gente.[409] Corso poco più d'un anno, l'undici luglio del trentasei, soffiò sopra l'isola uno scirocco sì infocato, ch'arse le frutta in sugli alberi; nè quella stagione si potè far vendemmia.[410]
Ridestossi nel trentasette la rivoluzione a Girgenti; la quale città par che il governo fatemita non avesse disarmato nè imbrigliato al par di Palermo, in grazia, sia del sangue berbero, sia della pinta data a Ibn-Korhob. Ciò non togliea nè l'avarizia del fisco, nè i soprusi degli oficiali di Sâlem; sul quale piombò l'odio dei Girgentini, come d'ogni altro musulmano di Sicilia. Levatosi dunque il popolo, a' diciassette aprile, contro Ibn-'Amrân ch'era 'âmil, o, diremmo noi, delegato di Sâlem in Girgenti, lo andarono ad assalire in Caltabellotta, forte rôcca a trentadue miglia, ov'ei si tenea sicuro con suoi gendarmi;[411] e, fatto impeto nella fortezza, il capo fuggì; gli sgherri furono svaligiati. Al quale annunzio Sâlem mandava Abu-Dekâk, Kotamio, con le genti di sua tribù, le milizie siciliane, e i fanti di Meimûn-ibn-Musa, che sembran altra caterva di gendarmi: e Abu-Dekâk s'era messo a stringere 'Asra, terra d'incerto sito,[412] tra Palermo e Girgenti e rivoltata anch'essa, quando lo sopraggiunsero i Girgentini. Appiccata la zuffa il ventiquattro giugno, par che i soli a combattere tra i regii fossero stati que' di Kotama; poichè di lor soli si narra la sconfitta e la strage, nella quale cadde anco il capitano, e la prigionia dei rimagnenti. I vincitori marciarono sopra Palermo. Dove, o che il popolo non si fidasse per anco di levar la testa, o che il movesse l'antica nimistà coi Girgentini, si lasciò condurre da Sâlem e da Meimûn-ibn-Musa a combattere per gli oppressori. Scontrati i Girgentini, il due luglio, a Mesîd-Bâlîs,[413] i Palermitani li ruppero dopo fiero combattimento, e li inseguiron fino a' mulini di Marineo.[414] Se fosse lecito di ristorar a conghietture le memorie de' tempi, diremmo risolutamente che la nobiltà palermitana non proseguì volentieri la guerra contro i ribelli; che cercò di patteggiare col governo e resistergli, avendo di nuovo le armi alla mano. Certo, che la rivoluzione non fu repressa a Girgenti, e che a capo di due mesi divampò in Palermo.
Dove la domenica diciassette settembre sorgea contro Sâlem il popolo condotto da un Ibn-Sebâia e un Abu-Târ;[415] ai quali l'emiro fe' testa, notandosi che gli fu ucciso nella zuffa un Abu-Nottâr, detto il Negro: qualche gran colonna della polizia al suo tempo. Nondimeno rimase l'avvantaggio a Sâlem, poichè ei faceva impalare parecchi ribelli il dì venti nell'arsenale. Più poderosi stuoli corsero alle armi, il sette ottobre; ritentarono la prova; e furono sconfitti di nuovo da Sâlem ed assediati nella città vecchia, ov'e' si ritrassero.[416] Pure finì senza molto sangue. Avea Sâlem fin dai primi movimenti scritto al principe: tutta la Sicilia essere rivoltata; se non la volea perdere, mandasse rinforzi; e i notabili dell'isola, titubanti nella ribellione, aveano spacciato altre lettere nelle quali diceano voler obbedire al califfo, ma che non poteano sopportare quel tiranno di Sâlem. Donde Kâim, lor ne mandò un altro di tempra più fina; con possente esercito, nel quale contavansi parecchi condottieri,[417] forse di soldatesche mercenarie. Il capitan supremo ebbe nome Abu-Abbâs-Khalîl-ibn-Ishâk-ibn-Werd. Nato in Tripoli di nobile famiglia arabica, s'era dato in gioventù agli studii, alla devozione, alle ascetiche fantasie dei sufì; poi s'era venduto ai Fatemiti, fattosi ministro d'espilazioni e di supplizi contro i proprii concittadini; rimeritato con oficii d'azienda, con governi di città; e n'abusò, sapendosi che pericolò la vita sotto l'avaro Mehdi, e che campò per intercessione di Kâim; il quale, salito al trono, lo fe' capitano della cavalleria d'Affrica, con giurisdizione sul giund e sul navilio.[418] Questo suo fidatissimo deputò all'impresa di Sicilia. Sembra, che parte dell'armata fosse allestita in fretta a Susa. Poichè torna a tal tempo la leggenda affricana che, avendo i calafati svelto i cippi del cimitero di Susa per far puntello alle navi che si racconciavano per la spedizione di Sicilia, niuno osò toccare la pietra sepolcrale del devoto Iehia-ibn-Omar-ibn-Iusûf, dalla quale si vedea raggiare una portentosa luce.[419]
Khalîl, arrivato in Palermo a' ventitrè ottobre,[420] fe' buon viso ai cittadini, che gli si appresentarono protestando lealtà al califo; ed ascoltò lor querele contro Sâlem; le quali furono ripetute con molte lagrime e strida dalle donne, uscite anch'esse dalla città, menando seco i fanciulli: doloroso spettacolo che commosse quanti il videro, scrive Ibn-el-Athîr, e ne piansero per pietà. Ripeteano tantosto le accuse contro Sâlem i deputati delle altre terre dell'isola, e i Girgentini medesimi che si sottomessero. Khalîl soddisfece in apparenza ai Siciliani con deporre d'oficio gli 'âmil di Sâlem: commedia ripetuta e applaudita in tutti i tempi. Quanto a Sâlem, nè andò via da Palermo, nè perdè il titol di emiro, nè par gli fosse tolta altra autorità, che il comando dell'esercito.[421] Di che imbaldanziva tanto l'animo servile, da non sapersi frenare una volta che, abboccatosi coi deputati girgentini e punto forse da loro, rimbeccò: non ridessero poi tanto; aspettassero, e vedrebbero se il principe non avea mandato Khalîl a vendicare il sangue dei soldati uccisigli nella rivoluzione.[422]
Calmati che parvero i Siciliani, Khalîl diè opera al freno da por loro in bocca. Il palagio o castello degli emiri in Palermo giacea fuor la città vecchia, nel medesimo luogo ov'è adesso la reggia.[423] Provano ciò le stanze dei soldati rimaste lì presso nel decimo secolo,[424] e il portico, o, come lo chiamarono ai tempi normanni, la Via coperta, che dalla cattedrale riusciva a quel sito e che per certo, ai tempi musulmani, avea congiunto il palagio alla moschea giâmi'; sì come a Cordova,[425] a Kairewân,[426] e ad Algeri.[427] Posto dunque ad un miglio dal mare, e standovi di mezzo città sì forte e popol sì contumace, il palagio non era bel soggiorno agli emiri negli spessi tumulti palermitani. Al contrario, la penisola in sul porto dove par si fosse accampato Abu-Sa'îd nell'assedio del novecento sedici,[428] offeriva sito difendevole, aperto agli aiuti di fuori, ed acconcio a vietarne ai Palermitani. Khalîl vi gettò subito le fondamenta d'una cittadella cui diè nome El-Khâlisa, che suona “L'eletta;” e in vero dovea rinserrare il fior dei leali: l'emiro, i suoi mercenarii da spada e da penna; palagio, arsenale, oficii pubblici; prigione: tutta la macchina governativa; come una Mehdia in piccolo, circondata di mura, e molto bene afforzata.[429] All'uso dei tempi, Khalîl risparmiò danari, sforzando la gente a lavorarvi;[430] oltrechè fece abbattere le mura della città vecchia, e toglierne un'altra fiata le porte.[431] I Palermitani fremevano, e non poteano dar crollo. Ma i Girgentini, addandosi che Sâlem avea ragione, vollero ripigliare le armi pria che Khalîl non architettasse qualche altra cittadella in casa loro.
Onde afforzan le mura alla meglio; fanno preparamenti di guerra: Khalîl, dal suo canto, accozzò grosso esercito, tra i Siciliani e le forze recate d'Affrica; coi quali movea di Palermo il nove marzo del novecentrentotto. Usciti i Girgentini allo scontro, vinsero per sanguinosa battaglia, nella quale cadeano due capi di gran nome tra i regii: Ibn-abi-Khinzîr, ch'è lo stesso casato dell'emiro del novecentoundici; ed Ali-ibn-abi-Hosein della tribù di Kelb, genero di Sâlem e ceppo della dinastia che poi regnò in Sicilia. Pur l'esercito regio, poderoso e condotto dalla volontà inflessibile di Khalîl, non ostante la prima sconfitta, continuò l'assedio per otto mesi; nei quali non passò giorno che poco o molto non si combattesse; finchè, sovrastando la stagione piovosa, Khalîl levò il campo a' ventidue ottobre. Svernò alla Khâlesa; fece venir d'Affrica altri Berberi, come il provano i nomi de' capitani Wasâmâ e Ibn-Modû;[432] ed attese a levar novelli tributi su le popolazioni siciliane che gli ubbidivano. Onde, oppresse della gravezza, mosse dall'esempio e dalle istigazioni dei Girgentini, si chiarirono ribelli tutte le castella e il popol di Mazara, scrive Ibn-el-Athîr, particolareggiando molto i casi di cotesta guerra. E le castella si deve intendere del Val di Mazara; trovandosi tutti in quella provincia i nomi dei quali si fa ricordo; nè parendo da altro indizio che fossero per anco sparse le colonie musulmane a levante del Salso. “Misero in campo (continua Ibn-el-Athîr) loro gualdane; la ribellione fece passi da gigante; scrissero all'imperatore di Costantinopoli, chiedendo aiuti; il quale mandò navi con uomini e frumenti.” A tal partito si scorge la disperazione; ed anco all'insolito accordo che par sia stato tra gli Arabi e i Berberi dell'isola; ed alla ostinatissima resistenza: e vincean la prova, se Palermo voleva o potea tentare uno sforzo estremo; se i sollevati sapeano sottomettersi ad unità di comando; e se la carestia non combatteva anco pei Fatemiti. Khalîl, nella primavera del novecentrentanove, cominciò la guerra ai passi delle Madonie: espugnò Caltavuturo, Kalat-es-sirât,[433] Sclafani; le quali non si ritrae che fossero state soccorse dai distretti meridionali. Assicurate così le spalle e le vittovaglie, volse a ponente; occupò Mazara;[434] indi una penisola, ch'io credo il Capo San Marco, dove fu preso un condottiero bizantino o di schiatta siciliana, per nome Foca o simile, cui Khalîl fe' morire tra i tormenti:[435] indi mosse con tutte le genti all'assedio di Caltabellotta. Ebbela a patti, dopo sanguinosa battaglia vinta il dieci luglio; nè potè fare altra impresa fino al settembre, quando messe il campo a Platani. La quale giaceva a dieci miglia in circa da Caltabellotta, una ventina da Girgenti e sei dal mare: antica fortezza d'un miglio in giro, su la cima del monte chiamato in oggi di Platanella, che sorge stagliato e dirupato d'ogni banda su la ripa destra del fiume di Macasoli e su la sinistra del Lico, il quale ha mutato il nome in Platani. La trovarono i Musulmani al conquisto; la tenner anco sotto i Normanni, formidabile e munita d'una rôcca; vi s'afforzarono nelle guerre civili al principio del regno di Federigo Svevo, quando par siano stati smantellati i ripari, e il villaggio conceduto coi terreni alla Cattedrale di Palermo. Tantochè nel decimosesto secolo ne avanzavan, dice Fazzello, mirabili rovine, ed oggi il nome di Calata attesta su le carte geografiche il sito della rôcca.[436]
Indarno travagliossi Khalîl contro Platani; anzi abbandonò o perdè Caltabellotta; a ripigliar la quale avendo spiccato parte de' suoi, i Girgentini una notte di novembre assalivano improvvisi l'uno e l'altro campo; sforzavano quel di Caltabellotta; lo saccheggiavano, metteano in fuga gli assedianti. Khalîl allora risolutamente lasciò anco l'assedio di Platani, per concentrar tutte le forze contro Girgenti, nodo principale della guerra; per chiudere quegli audaci entro lor mura, sì che non gli facessero altra vergogna, e che sentissero più crudelmente la fame.
La quale straziava tutta l'isola; prodotta non tanto da inclemenza di stagioni e da' guasti inevitabili della guerra, quanto da satanic'arte di Khalîl; il quale non mentì al certo quando vantossi d'avere spento di ferro e di fame centinaia di migliaia d'anime in Sicilia. Ormai tutta la strategia stava nel nudrire i proprii soldati, poichè i nemici sarebbero morti senza ferite: e il capitano computista d'Affrica, facendo rapir ogni maniera di cibo che potesse, conseguiva a un tratto la salute de' suoi e la distruzion de' Siciliani. La carestia ingombrò cittadi e campagne, scrive la cronica del paese; padri e madri mangiarono i cadaveri dei figli; abbandonate dagli uomini, rovinarono le castella; le terre coltivate rinsalvatichirono: una infinità di gente, aggiugne il Baiân, fuggendo la carestia e i sicarii di Khalîl, riparò qua e là nei paesi di Rûm, ch'è a dire Italia o Grecia; dove la più parte si fecero cristiani. Mentre seguia nell'isola cotesto scempio, Khalîl stava all'assedio di Girgenti: poi lasciovvi forte schiera con Abu-Kelef-ibn-Harûn, ed egli si ridusse in Palermo, certo ormai dell'esito. E di marzo del novecenquaranta, Platani inespugnabile s'arrendè; Girgenti tenne il fermo finchè i più savii o avventurati si salvarono con la fuga; i rimagnenti aprirono le porte a patto d'uscire salvi, il venti novembre: ma Khalîl, quand'ebbeli nelle sue forze, spezzando la fede menolli in Palermo. Le altre castella spaventate a questo eccesso s'affrettarono a chiedere perdono, sperando placare il tiranno: tutta la Sicilia tornò al nome dei Fatemiti. Khalîl mandava a Kâim in Affrica le caterve dei prigioni da vendere;[437] nè andò guari che parendogli queta ogni cosa, s'imbarcò egli stesso per l'Affrica a' dieci settembre novecenquarantuno; lasciando al governo di Palermo due delegati, per nome Ibn-Kufi e Ibn-'Attâf della tribù di Azd;[438] chè Sâlem era morto l'anno innanzi. Si tirò dietro in altro legno i notabili di Girgenti. E in alto mare comandò di sfondare la nave; sì che tutti perirono.[439]
Donde gli annalisti musulmani si scoton di loro aritmetica impassibilità, venendo a parlare di questo Khalîl; e chi l'infama d'aver ecceduto ogni limite di efferata barbarie, chi nota aver costui fatto in Sicilia ciò che niun altro Musulmano osò prima nè poi in alcun paese. Si narra che al ritorno in Mehdia, sedendo un giorno a brigata coi primi della città, caduto il discorso su la guerra di Sicilia, l'empio si millantava: “Non saprei giusto giusto quanti ve ne feci morire; non furono più d'un milione, non meno di secentomila.” E fatta breve pausa, ripigliò: “Sì, per Dio, passarono i secentomila.” E una voce s'alzò, del maestro di scuola Abu-abd-Allah, che gli rispose senza cirimonie:[440] “Va, Abu-l-Abbâs, che ti basta un omicidio solo,”[441] alludendo al grave peccato ch'era di sparger sangue per caso di maestà.[442]
Non andò guari che Khalîl n'ebbe il gastigo dalle mani degli uomini; Minacciata Kairewân dal ribelle Abu-Iezîd, e tentennando i cittadini tra la paura delle sfrenate sue moltitudini, e l'odio contro casa fatemita, Kâim vi mandò il gran sicario della dinastia con una banda di mille Negri a cavallo. Il quale, all'usanza vecchia, cominciò a velare e maltrattare, e tentava anco la cura della fame, spazzando il contado con orribile guasto; ma fe' contrario effetto, poichè i cittadini mormorarono, poi cospirarono, e, come minor male, chiamarono Abu-Iezîd. Appressandosi l'esercito ribelle (ottobre 944), Khalîl perdè l'animo: uscì alla battaglia quasi sforzato; fuggì pria che si venisse alle mani; e corse a chiudersi nel palagio di Kairewân. Dove preso dai ribelli, l'uccisero coi suoi sgherri, e appiccarono il cadavere a un palo, alla porta chiamata di Rebi'.[443]
CAPITOLO X.
Fortuneggiarono i Fatemiti in questa rivoluzione. Dicemmo noi che le sètte kharegite ardeano ab antico tra i Berberi, or covando, or divampando. Dal ramo degli Ibaditi si spiccò, com'egli avviene, novella affiliazione che prese nome di Nekkariti;[444] e contaminò la giustizia dello scopo con la stolta iniquità dei mezzi; insegnando legittimi, l'omicidio, lo stupro, la rapina su tutti i non Nekkariti; ch'era a dir quasi tutto il genere umano. Gli ultimi proseliti par che oggidì rimangano gente industre e tranquilla, nell'isola delle Gerbe; ove al certo fecero gran parte della popolazione e corpo politico dassè, infino al decimoquarto e al decimoquinto secolo.[445] La setta prese subito augumento, nei principii del decimo secolo, alla esaltazione dei Fatemiti; quando si vide per prova la efficacia di coteste trame nella schiatta berbera, e quando la servile superstizione ismaeliana insultò e provocò i liberi spiriti dei Kharegi. Surse allora nel Gerîd tunisino, o vogliam dire regione meridionale dell'odierno Stato di Tunis, un Abu-Iezid-Mokhalled-ibn-Keidâd della tribù d'Ifren e nazione di Zenata; uom povero, piccino, zoppo, deforme in volto, ma di grande intelletto e animo da bastare a qualunque impresa; il quale, noiato di stentar la vita insegnando il Corano ai giovanetti, si mescolò coi dottori nakkariti che volean fare e non sapeano; divenne dei principali della setta; osò allargarla e mutarla in cospirazione. A capo d'una ventina d'anni d'affaticamento e persecuzioni, imprigionato dal governatore di Tauzer, liberato da' suoi per audace colpo di mano, si rifuggiva all'altra estremità dell'impero fatemita, tra i monti Aurès; dove accozzatisi con esso altri rami di sètte kharegite ed alcune tribù della nazione di Howâra, l'anno trecentrentuno (942-43) si deliberò la ribellione: che Abu-Iezîd ne fosse capo, e che, cacciati i Fatemiti, l'Affrica si reggesse a repubblica. Abu-Iezîd s'intitolò democraticamente Sceikh dei Credenti; si mostrò alla testa degli eserciti, vestito d'un rozzo saio di lana; montato sur un asinello balzano; onde gli dissero “Il cavalier del ciuco.” E con centomila Berberi di varie tribù, di varie sètte, feroci tutti e indisciplinati, occupò l'Affrica propria. Delle molte battaglie ch'ei combattè con varia fortuna, sempre con valore e costanza, ricorderemo sol due, nelle quali gli stette a fronte un Siciliano, probabilmente di schiatta greca, per nome Boscera,[446] schiavo di Kâim. Aveva il califo a un tempo mandato Khalîl-ibn-Ishak a Kairewân, e questo Boscera con un esercito a Begia, città dentro terra tra Tunis e Bona, perchè la difendesse contro il ribelle che s'avanzava a quella volta, l'anno quarantaquattro. Appiccata la zuffa andavano in volta i seguaci d'Abu-Iezîd, quand'ei corso addosso ai fuggenti, smontava dal destrier di battaglia, si facea recare il baston da pellegrino, e l'asinello balzano; lo cavalcava gridando: “Così fa chi vuol non fuggire, ma vincere o morire!” Li rattestò; girò di fianco, tanto che giunse dietro gli accampamenti di Boscera, minacciando tagliargli la ritirata. Alla quale mossa, il capitano fatemita fe' suonare a raccolta; precipitosamente prese la via di Tunis, inseguito da Abu-Iezîd; il quale gli uccise gran gente; prese e messe a sacco Begia; occupò Tunis, abbandonata anco da Boscera che indietreggiava a Susa. Quivi gli giunsero rinforzi di Mehdia, e ordini di Kâim che ripigliasse le offese. Onde uscito da Susa, trovandosi a fronte un luogotenente d'Abu-Iezîd per nome Aiûb-ibn-Kheirân, combatterono ad Herkla, com'or si chiama, in sul golfo di Hammamet; dove trionfò Boscera con grande strage dei nemici; ma ritirossi a Mehdia pria che lo sopraggiugnesse Abu-Iezîd, col grosso dell'esercito.[447] Così, facendo una punta quando si poteva, Kâim contese l'Affrica ai ribelli; senza impedire che il medesimo anno cacciassero i suoi d'ogni luogo, fuorchè Susa e Mehdia, e lo assediassero nella capitale (gennaio 945). Occuparono tosto i sobborghi; dettero assalti alla fortezza, un de' quali (luglio 945) recò tal paura; che grande numero di cittadini, massime i mercatanti, rifuggivansi chi in Tripoli, chi in Egitto, molti in Sicilia.
Nondimeno le fortificazioni di Mehdia salvarono la dinastia, dando tempo alla dissoluzione delle forze d'Abu-Iezîd che si componeano d'elementi eterogenei. La cittadinanza di Kairewân, e, poco più poco meno, il rimanente della schiatta arabica, mal soffriva la eresia nekkarita, quantunque Abu-Iezîd per soddisfar loro avesse ristorato in pubblico il culto ortodosso. Peggio potean tollerare le licenze e rapine dell'esercito, e la dominazione dei Berberi. Però la municipalità di Kairewân, quando aprì le porte ad Abu-Iezîd, fece secolui un accordo che si chiamassero gli Omeiadi di Spagna; ai quali furono mandati veramente oratori: e gli Omeiadi promesser molto, ma non si venne a conchiusione.[448] Intanto Abu-Iezîd, inebbriato dell'aver che fare con gentiluomini, si vestì di seta, montò bei cavalli, e si alienò gli animi dei Kharegi più schietti o più rozzi; de' quali un gli surse contro con le armi; altri a poco a poco l'abbandonavano; nè gli valse allora ripigliar l'asinello e la casacca di lana. La difficoltà dell'impresa di Mehdia, accrebbe le discordie tra gli assedianti. Vi si aggiunse la virtù d'Ismaele figliuolo di Kâim, giovane animoso, eloquentissimo, attivo, dotato di sagacità politica e di gran vedere nelle cose di guerra, al quale il padre affidò il comando supremo.
Donde Abu-Iezîd, ributtato in varii assalti, vedendo assottigliare l'esercito da' malcontenti che se ne andavano e da' masnadieri che correano qua e là per l'Affrica in busca di più facil preda, partitosi di Mehdia (gennaio 946), osteggiò Susa, cui sperava ridurre di leggieri; e gli fallì. Venuto intanto a morte Kâim (maggio 946), Ismaele l'occultò; poi, avuti segnalati avvantaggi sopra il ribelle, promulgò la esaltazione al trono; preso il soprannome di Mansûr-biamr-Illah, o diremmo “Vittorioso per voler di Dio.” Continuando la guerra in persona, incalzò Abu-Iezîd ritrattosi negli Aurès; dopo fieri combattimenti lo assediò in un castello tra i monti di Kiâna; donde il ribelle tentò una sortita: fu colpito in fronte e alle spalle; fuggì; lo presero; e dopo pochi giorni morì di sue ferite (agosto 947). I Nekkariti intanto erano uccisi per tutta l'Affrica alla spicciolata. Fadhl, figliuolo di Abu-Iezîd, che rimase in su le armi dopo il padre, fu morto a tradimento e mandata la testa a Mansûr; morto a tradimento Aiûb, altro figliuolo rinomato scrittore di genealogie berbere; perseguitata fieramente tutta la tribù d'Ifren.
Così ebbe fine dopo quattro anni la ribellione nekkarita. Kâim, serrato in Mahdia, non s'era trovati altri amici fedeli che la tribù di Kotâma e una parte della nazione di Sanhâgia che ubbidiva a Zîri-ibn-Menâd: e da ciò venne la grandezza della casa di Zîri, che regnò in Affrica per due secoli. Capitano e consigliere fidatissimo di Mansûr nella medesima guerra fu Abu-l-Kâsem-Hasan-ibn-Ali-ibn-Abi-Hosein, della tribù arabica di Kelb; rimunerato incontanente col governo della Sicilia, che rimase per un secolo a' suoi discendenti.[449] Aggiugne un diligente compilatore, essersi dato ad Hasan tal altro carico che parrebbe macchia ai nomi più infamati dei nostri dì; ma lo possiam credere al decimo secolo, sì come i posteri sarà forza che credano al secol decimonono il supplizio del bastone in Italia. Quel prode e colto Mansûr avea fatto scorticare il cadavere d'Abu-Iezîd, imbottir di bambagia la pelle e condurre il misero sembiante per cinque mesi per le città principali d'Affrica, legato sopra un camelo, in mezzo a due scimmie addestrate a schiaffeggiarlo e pelargli la barba. Or si narra che Hasan dovesse recarlo a spettacolo in Sicilia, con giunta della testa di Fadhl, ucciso di fresco. Se non che il legno fece naufragio; la pelle d'Abu-Iezîd fu salvata; e si tennero contenti d'appenderla a quella stessa porta di Mehdia, ov'egli era arrivato a piantare una lancia al tempo dell'assedio.[450]
In Sicilia per sei anni non s'erano più udite nè guerre nè tumulti, ma furti, soprusi, violenze private: il forte, dice la cronica, si mangiava il debole;[451] accennando senza dubbio alle enormezze dei nobili e dei condottieri berberi e mercenarii che avea lasciato Khalîl. Nè l'abbondanza potea succedere alla fame, là dove mancavan le braccia a coltivare il suolo, dopo la orrenda cavata di sangue del novecenquaranta. In questo incontro un Crinite, armeno, stratego di Calabria,[452] incettava frumento a basso prezzo nella provincia e rivendealo a peso d'oro nella Sicilia oppressa (son le parole di Cedreno) dalla fame e dalla guerra che vi portarono i Cirenaici; nella quale guerra i Romani dettero asilo ai fuggitivi Cartaginesi, nè lor nazione osò ridomandarli nè esigere il tributo, temendo non i Romani negassero le vittuaglie.[453] Traducendo cotesti nomi di storia antica che i Bizantini non sapeano smettere, si ha la confermazione di quanto ci narrano gli scrittori arabi. Si ritrae che il Crinite continuava suo traffico almen fino al novecenquarantacinque; poichè l'imperatore che lo spogliò dell'oficio e dei danari mal tolti, fu Costantino Porfirogenito.[454]
Veramente la colonia di Sicilia in questo breve tratto era divenuta ludibrio delle genti vicine. Ibn-'Attâf e Ibn-Kufi preposti da Khalîl, quand'ei tornossi in Affrica, sembrano proprio il capo bargello e il capo riscotitore; nè alcuno avea titolo d'emir, come poc'anzi Sâlem: motewalli, in fatti, li chiama la cronica siciliana, che vuol dire “delegati” e litteralmente “pseudo-wâli.”[455] Forse fu surrogato, il novecentrentaquattro, un Ibn-Asci'ath a Ibn-Kufi, che tra i due sembra il riscotitore; forse Ibn-'Attâf, il bargello, ebbe autorità un po' più larga il novecentrentacinque, quando il califo fatemita pericolava in Affrica e ricominciavano le mormorazioni in Palermo.[456] Ma la debolezza che i compilatori appongono a Ibn-'Attâf era per vero la poca autorità dell'oficio, da non poter armare la gioventù, dare gli stipendii, osteggiare gli Infedeli, strappar loro il tributo o far colta di bottino e prigioni. Kâim, seguendo e rincalzando la pratica del padre, avea tanto accentrato il governo in Affrica e indebolito la colonia, da toglierle il principio vitale della società musulmana, ch'era la guerra: perpetuo errore dei despoti a tener il popolo tra morto e vivo per assicurarsi di lui. Il che nuoce al popolo, nuoce al despota e non impedisce le rivoluzioni; poichè e gli oppressi n'avran voglia sempre e l'oppressore non potrà prevenirle sempre. Di tutte le città musulmane, Palermo avea patito minor danno nella guerra di Khalîl. La nobiltà, i giuristi, la plebe, mal soffrendo tanta abiezione; suscitati dalle nuove d'Affrica, dove Abu-Iezîd tuttavia combattea, non seppero star cheti l'anno novecenquarantasette alla fine del ramadhan, quando le pratiche religiose e la frequenza del popolo in piazza riscaldan più le teste ai Musulmani.
Nella festa che sorvenne del primo scewâl trecentrentacinque (24 aprile 947), i Beni-Tabari, nobil casato d'origine persiana ch'era dei primi nel consiglio municipale di Palermo, levano il romore contro Ibn-'Attâf, gridando che per la costui dappocaggine e viltà i Cristiani calpestano il nome musulmano, si ridon dei patti e da tanti anni non pagan tributo. Il popolo li seguì: uscito in piazza 'Attâf coi fanti del bargello, si vien alle mani; sbaragliati i fanti e molti uccisi; prese le bandiere e le taballe di 'Attâf; sì che a mala pena arrivò a chiudersi in castello. I cittadini se ne tornavano a lor case senza incalzarlo altrimenti. Attâf indi a scrivere i soliti letteroni al principe che mandasse stuoli di soldati subito subito. I capi del tumulto procacciaron dal canto loro di ritrar come andasse la guerra d'Abu-Iezîd e che intendesse di fare in Sicilia Mansûr. Saputo ch'egli fosse per commettere il governo dell'isola ad Hasan-ibn-Ali, partirono per Mehdia Ali-ibn-Tabari ed altri uomini di nota, a chiedere, in scambio di Hasan, un emiro di lor piacimento. Il qual fine si proponeano di conseguir per amore o per forza; raccomandando ai partigiani in Palermo che non lasciassero entrare in città Hasan-ibn-Ali, nè sbarcare i seguaci dalle navi; ma aspettassero le lettere ch'essi avrebbero scritto dall'Affrica dopo l'abboccamento con Mansûr.[457] Cotesta pratica si dèe riferire alla state del novecenquarantotto, quando Mansûr, spenti gli ultimi avanzi della ribellione in Affrica, ebbe agio di pensare alla Sicilia.[458]
Diverso dagli emiri che vennero per lo addietro a ripigliar lo stato in Sicilia, Hasan-ibn-Alî sciolse d'Affrica con poche navi: sbarcato a Mazara senza strepito, stettevi tutto il dì, come in quarantena; non facendosi anima vivente a dargli il benvenuto. A notte scura comparve una man di Kotamii, d'Arabi d'Affrica[459] e d'altre genti, scusandosi che non l'avessero osato prima per timore dei Beni-Tabari e di loro aderenti, e ragguagliandolo dell'ambasceria in Affrica e altre disposizioni della parte. Nè andò guari che giunse a Mazara una brigata della parte, a speculare le forze e intendimenti di Hasan. Vistolo sprovveduto, da poterlo menare com'e' voleano, gli contaron fole: ed e fe' le viste di beversele; promettendo che non moverebbe un passo da Mazara s'e' non andassero a Palermo e tornassero con la risposta: chè probabilmente avean pretestato doverne deliberare la gema'. Ma come prima seppeli partiti, cavalcò per altra via con picciolo stuolo per andare a guadagnar loro le mosse in Palermo; dove era manifesto che avrebbero adunato tutti i fautori e sollevato la città contro di lui. La parte dunque consultava comodamente e rideasi forse di Hasan, quando si sparge che il novello emiro è a Baida, alle porte della città. L'Hâkim,[460] gli oficiali pubblici, tutti coloro che bramavano il buono stato, scrive Ibn-el-Athîr, e par non significhi questa volta i vigliacchi e i pecoroni, tutti gli vanno all'incontro; ed Hasan ad onorarli, a informarsi delle condizioni e bisogni della città, senza quel cipiglio sbirresco che da tanti anni si solea vedere in volto ai governanti. Ismaele-ibn-Tabari, capo della fazione aristocratica, sapendo che tutta la città usciva ad accoglier l'emiro, non potè far che non andasse con gli altri; e al par che gli altri, o forse più, fu ricambiato di cortesie. Tornato alle sue case che si sentiva scappar di mano le fila della trama, peggio indispettì sapendo che Hasan se n'era ito bel bello in palagio, e che gli s'accostavano non solamente gli avversarii ma i partigiani stessi dei Beni-Tabari. Pensando ai modi di frastornare la opinione pubblica, il migliore gli parve una calunnia.
Un cittadino, cagnotto suo, gitta gli occhi addosso ad un negro della guardia d'Hasan ch'avea nome d'uomo valorosissimo e amato indi dall'emiro; gli si avvicina con bei modi; lo invita ad entrare nelle sue stanze; quando ve l'ebbe attirato, salta fuori gridando: “Accorrete, accorrete, questo masnadiere mi s'è ficcato in casa e vuole sforzarmi la moglie in faccia mia.” Il popolo trasse al romore. Ismaele non mancò di cacciarsi in mezzo borbottando: “Bel preludio! Non son padroni per anco del paese, e ci trattan così! Che dobbiamo aspettarci quando metteranno radice?” E suggeriva d'andare a chieder vendetta all'emiro; supponendo ch'ei non la farebbe, e che il popolo infiammato di sdegno romperebbesi al tumulto e ne sarebbe cacciato Hasan. La plebe, seguendo lo zimbello che non cessava dalli schiamazzi, trasse dinanzi all'emiro. Il quale ascolta pacatamente la querela; risponde a quell'uomo: “Se dici il vero, giuralo dinanzi a Dio;” e poichè lo sciagurato giurava, comandò incontanente di mozzar la testa allo schiavo. Al quale supplizio inaspettato, rallegrossi tutta la città: “Ecco la prima volta, sclamavano, che veggiam far la giustizia; or si può viver sicuri in Palermo.” Ismaele si rannicchiò.[461]
Ed Hasan, come se nulla fosse stato, lo vezzeggiava al par che gli altri capi della parte; la qual commedia durò sino allo scorcio del novecenquarantotto. Dello scioglimento abbiamo due tradizioni: la prima, riferita da Ibn-el-Athîr e scritta evidentemente nelle croniche musulmane d'Affrica; la seconda, è immediata testimonianza d'un Siciliano, di professione o almen d'origine cristiano: e l'una rappresenta la sostanza del fatto; l'altra l'apparenza che gli diè il governo. Al dir della prima, il califo, che avea senza dubbio tenuto a bada gli ambasciatori della fazione, sapendo ben avviate le cose di Palermo, li fe' d'un subito catturare in Affrica: che furono Ali-ibn-Tabari, Mohammed-ibn-'Abdûn, Mohammed-ibn-Genâ e altri di minor nome; e scrisse ad Hasan che prendesse lor compagni; il quale, giudicando ardua cotesta impresa, la compiè a tradimento. La cronica del paese, narra in vece che quei di Palermo congiuravano contro Hasan; e ch'egli addandosene “li colse alla rete:” questa è proprio la parola, la quale si direbbe rubata ai liberti che scrivean le croniche degli Omeiadi di Spagna e ne palliavano i delitti.[462] Ma ognun vede che le due tradizioni s'addentellano come pezzi d'antica iscrizione che il caso abbia fatto trovare in tempi diversi. Il venticinque dicembre del quarantotto[463] Hasan mandava a dire da buon compagnone ad Ismaele: “M'hai promesso di condurmi a diporto nel tuo giardino; vien dunque al castello e andremo insieme.” Somigliante messaggio inviò, a nome d'Ismaele, agli altri notabili della fazione. Entrati tutti senza sospetto, lasciando gli stuoli di lor séguito alle porte del palagio, l'emiro li intrattenne con bei ragionamenti e cortesie fino ad ora tarda; non traspirando fuor le mura altro che allegrezza: poi richiese la brigata di spender quella notte in festa secolui e che la dimane si cavalcherebbe alla villa dei Beni-Tabari e fe' dire ai seguaci di fuori, si ritirassero a casa e tornassero la dimane, poichè lor signorie rimanean ospiti dell'emiro. Al sacro nome d'ospitalità niuno pensò a male. E la dimane si videro appiccati ai pali tanti cadaveri mutili delle mani e dei piè. Erano Ismaele-ibn-Tabari, Regiâ-ibn-Genâ un Mohammed e parecchi altri di cui non si ricordano i nomi.[464] Tenne dietro al supplizio la confiscazion dei beni. Fatto il colpo, crebbero i partigiani di Hasan; il reggimento piacque all'universale dei cittadini; la colonia posò dai tumulti; ripigliò animo e forze: così litteralmente le croniche.[465] Ed e' si comprende come l'utile colpa sia stata approvata non solo da chi scrisse, ma anco da chi vide e forse dalla più parte del popolo che ne fruì. Oltre i costumi dei tempi, oltre l'ammirazione volgare della vittoria, oltre l'invidia soddisfatta di questo e di quello, ei non si può negare che il misfatto di Hasan tornò utile al pubblico; poichè i Tabari, i Genâ, i nobili di Palermo e lor clientele non erano al certo tribuni zelanti del ben pubblico, ma tirannelli che disputavan tra loro e ad un tiranno più grande il dritto di sopraffare la gente minuta. Donde possiam dire anche noi: bene stia ai vinti. Nè però assolviamo il vincitore, il quale esordì a Mazara con la menzogna: rincalzò all'entrare in Palermo col supplizio del soldato innocente; compì l'opera con far trappola delle proprie case e arme della giustizia il tradimento. Come dovea navigare Hasan tra cotesti due scogli, lo lasciamo a risolvere ai casisti. L'insegnamento che vogliamo cavarne è che gli Stati non ordinati secondo uguaglianza e libertà, non hanno rimedio ai mali loro che sia scevro di colpa.
CAPITOLO XI.
Terminando in questo tempo la lotta della independenza e principiando un periodo più culto, è bene rassegnare gli elementi civili che rimaneano.
Le vicende dei Cristiani nella prima metà del decimo secolo mostrano ch'e' tenessero tuttavia il lato orientale dell'isola. Ibrahim-ibn-Ahmed avea distrutto sì loro fortezze; ma le guerre civili impedirono ai Musulmani di porre colonie in quelle parti. Però non avvi ricordo d'alcuna terra di Valdemone o Val di Noto nella sanguinosa storia di Khalîl, nè in altra rivoluzione della colonia fino al novecensessantanove; però nella guerra di Manuele Foca (964) i Bizantini sbarcarono come in luoghi amici per tutta la costiera da Messina a Lentini. E cotesta guerra si accese appunto, perchè i Musulmani voleano porre stanza e possedere terreni nella Sicilia orientale.[466]
Regione fatta squallida e desolata, a dispetto della natura, in quel dubbio confine di due epoche; quando la dominazione bizantina, nell'andarsene, le avea lasciato il tristo retaggio di suoi vizii sociali; e i Musulmani, anzichè veri padroni, eran tuttavia nemici, liberi sì di correre la provincia. Di certo mancar dovea l'agricoltura con la popolazione, diradata dalle stragi d'Ibrahim e dalle emigrazioni in Calabria e altri paesi cristiani; e n'è prova la lunga carestia, nella quale una metà dell'isola non bastava a sfamar l'altra metà afflitta dalla guerra civile.[467] Con la ricchezza e con la popolazione si dileguavan anco gli ultimi avanzi di coltura intellettuale; talchè sparisce in questo tempo ogni vestigio di scrittori cristiani di Sicilia.[468]
La stessa religione par abbia perduto nelle province orientali, se non la speranza ch'è sua radice, certo gli effetti esteriori che mostran viva la pianta. Mancano infatti le memorie ecclesiastiche di quel periodo. Nessuna agiografia ne abbiamo; se non che l'autore anonimo della Vita di San Niceforo vescovo di Mileto vagamente parla della gran copia di “veggenti in Dio” che vissero in Sicilia (964), dei quali nomina il solo Prassinachio; com'e' pare, romito, stanziante in su lo Stretto di Messina; uomo famosissimo per pietà, e per avere presagito la sconfitta di Manuele Foca.[469] E quest'abbondanza di profeti è pur segno infallibile di presente miseria, di che la ragione umana vegga chiusa ogni uscita. Torna alla stessa, alla precedente generazione, Ippolito vescovo di Sicilia, non sappiamo di qual città, autore di certi vaticinii molto oscuri su la caduta della potenza musulmana, i quali erano in voga a Costantinopoli nella seconda legazione di Liutprando.
Nè è da lasciare inosservata cotesta strana appellazione di vescovo di Sicilia, che comparisce a un tratto alla metà del decimo secolo. Oltre Liutprando, l'adopera la Cronica di Cambridge, parlando d'un Leone che fu mandato in ostaggio a Palermo nel novecenventicinque;[470] dond'è evidente aver que' due scrittori ripetuto un modo di dire che correva in Palermo e in Costantinopoli verso il novecensessantotto, quando vissero entrambi. I titoli canonici delle sedi siciliane non erano al certo mutati; ma supposto che ne rimanesse in piedi una sola, il vescovo comunemente si dovea chiamar di Sicilia, non di tale o tal città. E fors'era quello di Taormina.
Cotesti indizii messi insieme provano il picciol numero a che era ridotta la gente greca e italica della Sicilia orientale e la vita che vivea di stenti, di fatiche, di pericoli. Le città independenti eran fatte tributarie dopo la guerra d'Ibrahim-ibn-Ahmed; spezzato pertanto ogni legame con l'impero bizantino, tanto più dopo la pace che fermò l'impero coi califi fatemiti.[471] Costantino Porfirogenito, in fatti, nella descrizione delle province, confessa perduta l'isola di Sicilia, le cui città, dice egli, “parte son abbandonate, parte si tengono dagli atei Saraceni.”[472] Che se rimase negli almanacchi di corte il tema di Sicilia, significava soltanto la Calabria che una volta ne avea fatto parte; consolandosi la povertà bizantina con dare all'accessorio il titolo del principale: onde il governatore si chiamò promiscuamente stratego di Sicilia, stratego di Calabria e anche duca di Calabria.[473] Le popolazioni tributarie di Sicilia reggeansi necessariamente a municipio;[474] soddisfaceano il tributo quando non poteano ricusarlo impunemente; rialzavan le mura per poco che i Musulmani non ci badassero; e di tratto in tratto, or adescate da occasione propizia, ora esasperate da sopruso de' vincitori, ritentavan la prova di resistere. Taormina così; così qualche altra rôcca di Val Demone. Del Val di Noto non si fa motto, dopo la caduta di Siracusa e delle città dell'Etna. Forse la popolazione, menomata delle migliaia che si menavano in schiavitù in altre parti dell'isola[475] o fuori, rimase sì poca e sparsa che nulla osò, e niuno parlò di lei.
Mi conferma in tal supposto la sovrabbondanza di abitatori che si notava a ponente del Salso; a spiegar la quale non basterebbero nè le migrazioni dall'Affrica, nè il naturale accrescimento di popolo che prosperi. Del fatto non si può dubitare. Ibn-Haukal, venuto in Palermo il novecentosettantadue, fornisce dati da ragionare la popolazione della capitale a più di trecentomila anime.[476] Khalîl, trent'anni prima fece morire oltre secentomila persone nel Val di Mazara, esclusa Palermo, dove l'efferato animo non trovò pretesto a sfogarsi. A suppor dunque distrutto in quattro anni (938-41) un terzo della popolazione della provincia musulmana, il Val di Mazara, cioè, con Palermo, le si debbon dare innanzi il novecentrentotto due milioni d'abitatori, quanti ne ha adesso tutta l'isola. Men della metà erano Musulmani.[477]
Quanto alle schiatte, credo gran parte di tal popolazione antichi abitatori della Sicilia tutta, ridotti in Val di Mazara; tra liberti, vassalli e schiavi, tra cristiani, rinnegati e giudei:[478] questi ultimi stanziati nelle città; gli altri, in città e ville. Non occorre di replicare ciò che dicemmo degli antichi coloni musulmani. Ma quei venuti d'Affrica nella prima metà del decimo secolo, furono di tre maniere: industriali, soldatesche, e rifuggiti. Pei primi non sarebbe necessario allegare testimonianze e poche possono rimanerne: pure abbiamo il ricordo d'un Sa'îd-ibn-Heddâd, di famiglia artigiana come lo accenna il nome patronimico, al quale, sotto il regno d'Ibrahim-ibn-Ahmed, morì in Sicilia un fratello che gli lasciò quattrocento dînar, guadagnati com'ei pare, con alcuna industria.[479] Dal novecento al novecentrentanove quattro grossi eserciti erano stati mandati a ripigliar lo stato in Sicilia; un altro (902) e parecchi stuoli minori vi erano passati andando in Calabria. Ma di cotesta massa soldatesca di Berberi, Negri, Slavi e milizie arabiche d'Affrica, sbarcati nell'isola in men di mezzo secolo, chi fu spento, chi se ne tornò; picciola parte è da supporre rimasa a soggiorno: e di ciò si ha indizio pei soli Slavi, che diedero nome al più grosso quartier della capitale.[480] Sembra di maggiore importanza, per lo numero e per la qualità degli uomini, la migrazione dei partigiani di casa aghlabita e dei fervidi ortodossi che lasciavano l'Affrica, per paura o dispetto, al mutamento della dinastia e alle varie persecuzioni che seguirono. Ai quali la Sicilia era asilo, come paese più lontano dagli occhi sospettosi dei governanti e come quello che odiava i Fatemiti e vivea più o meno apertamente in rivoluzione.
E cresciuta la popolazione, cessate le continue guerre del conquisto, incominciavano a metter fronde, se non per anco fiori e frutti, gli studii; sturbati sì nelle guerre d'independenza dal romor delle armi, ma molto più promossi dal principio civile che accompagna i moti politici e fa lor precedere o seguire da presso lo svegliamento degli ingegni. Favoriva anche gli studii il contatto più familiare coi vinti, la liberale educazione e dottrina dei rifuggiti d'Affrica e l'esempio dei giuristi mandati a tenere i magistrati.
Per cominciar dagli avanzi dell'antica civiltà del paese, ricorderemo l'opera che prestò un dotto siciliano nella versione della materia medica di Dioscoride. Aveva abbozzato questo gran lavoro a Bagdad verso la metà del nono secolo, Stefano cristiano di Siria; il quale, sapendo la lingua meglio che la scienza, tradusse i nomi dei semplici più ovvii, e di molti altri trascrisse la denominazione greca senza il riscontro in arabico. Si doleano dunque della imperfetta versione i medici che fiorirono sotto gli Omeiadi di Spagna, quando del novecenquarantotto, trattato un accordo tra Romano imperatore di Costantinopoli e l'omeiade Abd-er-Rahman-Naser-lidin-illah, Romano gli inviò, tra gli altri doni, il testo latino delle storie di Paolo Orosio ed un manoscritto greco di Dioscoride, con belle miniature delle piante. Deste a ciò le speranze dei dotti di Cordova, come ci narra Ibn-Giolgiol che fu medico della corte nel regno seguente, il califo Abd-er-Rahman richiedeva a Romano un interprete di greco e di latino; e mandatogli del novecentocinquantuno il monaco greco Niccolò, fu riveduta o piuttosto rifatta la versione con l'aiuto dei disegni. Se ne dèe merito a parecchi medici arabi di Spagna, al dotto medico giudeo Hasdai-ibn-Bescrût, all'interprete Niccolò ed al siciliano Abu-abd-Allah, che parlava l'arabo e il greco e conoscea la materia medica; tantochè la difficile interpretazione tecnica fu compiuta, nè altro rimase ad appurare che una diecina di semplici di poco rilievo. Fin qui Ibn-Giolgiol, il quale in gioventù conobbe e praticò tutti i collaboratori. Del Siciliano altro ei non dice; ma ben si può supporre di schiatta greca e convertito di fresco, non avendo nome patronimico, e prendendosi sovente dagli uomini nuovi il nome proprio di Abd-Allah, che significa servo di Dio.[481] Possiamo supporre di gran momento la cooperazione sua, poichè si narra di lui solo che unisse le nozioni tecniche alle filologiche.
Dalla medicina passiamo di sbalzo alla giurisprudenza; non concedendo quadro più compiuto le memorie che abbiamo. Ma se giurisprudenza vuol dir la base d'ogni civiltà; se l'incivilimento europeo si debbe alla legge romana, più che a niun altro libro o istituzione; lo studio del dritto ebbe nell'islamismo confini assai più larghi e maggiore influenza civile e letteraria che nell'Occidente pagano o cristiano. Accennammo già la importanza politica dei giuristi musulmani dell'ottavo e nono secolo.[482] Lo studio loro abbracciava tutte le scienze che noi chiamiamo morali e politiche, trascorrea fino alla teologia, chiamava la filologia a darle aiuto nella interpretazione del Corano, adoperava la biografia come strumento di critica della tradizione, arrivava alle soglie della matematica computando le tasse legali e le frazioni nel partaggio delle eredità. Però non fa torto all'Affrica se non coltivò con onore altra scienza che questa. Ve la illustrarono nel nono secolo Ased-ibn-Forât, conquistatore della Sicilia, e Sehnûn;[483] entrambi della scuola di Malek. Nè tardò molto a passare in Sicilia mediante i discepoli di Sehnûn. Fra i quali levò grido un Iehia-ibn-Omar-ibn-Iusûf morto in Susa il novecentotrè in odore di santità[484] e maestro del siciliano Abu-Bekr-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Iehia, coreiscita, devoto famigerato.[485] Più che la voce di tal discepolo, giovò una grande opera di Iehia-ibn-Omar, intitolata “Comandamenti della fede e leggi dell'islâm,” la quale si leggea nelle scuole di dritto di Sicilia e d'Affrica, e chiamavanla comunemente il Libro dei Miracoli. Vivendo l'autore, un liberto degli aghlabiti, diligentissimo editore,[486] s'era venduto il giubbone per comperare pergamena vecchia[487] da copiar questa o altra opera di Iehia-ibn-Omar; e, com'egli ebbe fornita la copia, un altro zelante e povero letterato fe' lungo viaggio a piedi per amor di leggerla e trascriverla. Parecchi anni appresso un giurista siciliano o stato nell'isola, infervorato del Libro de' Miracoli sel vide in sogno tutto illuminato d'una luce che scendea dal cielo. A tal venerazione era giunta l'opera d'Iehia e la scienza ch'ei coltivò! In Palermo insegnava per quattordici anni la Modawwana, celebre manuale di dritto secondo Malek, il professore Abu-Sa'îd-Lokmân-ibn-Iusûf, della tribù arabica di Ghassân, trapassato a Tunis il trecentodiciotto dell'egira (930-31); martire della didascalia, s'egli è vero che morì d'una piaga fattasi al costato con l'angolo della tavola sulla quale solea scrivere e spiegare il testo. Si nota di costui che possedette dodici rami diversi di scienze;[488] nè fa maraviglia, atteso la vastità degli studii che rannodavansi al dritto.[489]
Segnalossi tra i discepoli di Sehnûn, per dottrina e austera integrità, un Abu-'Amr-Meimûn-ibn-'Amr, il quale diè alla Sicilia bell'esempio delle virtù di magistrato. Promosso a cadi dell'isola, da delegato ch'egli era al tribunale dei soprusi di Kairewân, andando a Susa per imbarcarsi, Meimûn si volse alla gente che gli dava il buon viaggio. “Cittadini,” lor disse, “ecco la giubba e il mantello che ho indosso; ecco lo zaino coi miei libri, e cotesta schiava negra che mi fa i servigi di casa, con una giubba e un mantello nè più nè manco di me: ponete ben mente, e vedrete in che arnese tornerò di Sicilia.” Giunto in Palermo, come poi narrò il siciliano Sa'îd-ibn-Othman, e condotto alla casa dei cadi, Meimûn quando la vide, ricusò d'entrarvi, dicendo non saper come acconciarsi in sì gran palagio; e volle albergare in una picciola casetta. Dove, senza aguzzini nè uscieri, quando alcun picchiava alla porta, correa la negra ad aprire, rispondeva: “or ora parlerete al cadi;” e chiamatolo, se ne tornava a filare per vendere il refe e supplire allo scarso mantenimento del padrone. Il qual magistrato non è a dire se fosse caro a tutta la città. Poi si ammalò. Non vedendolo uscir di casa da tre dì, gli amici, andati a visitarlo, lo trovarono giacente, in vece di tappeto, sopra una stuoia di papiro, manifattura indigena,[490] appoggiando il capo su due cuscini imbottiti di fieno. Piangendo lor disse avere atteso all'oficio, che n'era testimone Iddio, finchè gli eran bastate le forze; nè li avrebbe abbandonati giammai se non fosse stato per quella incurabile infermità che si sentiva. Volle andare a morire in patria. E quando partì: “Che Dio vi conceda un successore miglior di me,” furon le ultime parole di Meimûn ai Palermitani; e quelli a benedirlo ed a pregargli salute. Nè dimenticò, messo il piè a Susa, di mostrare alla gente il sacco dei libri, le vestimenta fatte più logore e la stessa schiava.[491]
Per certo le relazioni politiche con l'Affrica fruttarono alla Sicilia un utilissimo commercio d'idee e di studii. Si novera tra i discepoli di Sehnûn, un Diama-ibn-Mohammed, morto il dugentonovantasette (909-910), ch'era stato cadi di Sicilia sotto gli Aghlabiti.[492] Con l'insegnamento ortodosso trapelavan anco i novelli ardimenti filosofici dei Musulmani; sapendosi che il giureconsulto Abu-Giafar-Mohammed-ibn-Hosein-Marwazi, com'ei pare, oriundo persiano, trapassato in Sicilia del dugentonovantatrè (905-906) era forte sospetto di miscredenza.[493] Sembrano incominciati in Sicilia nella stessa metà del decimo secolo gli studii filologici; poichè il primo Siciliano lettor del Corano e grammatico di cui si trovi il nome nelle raccolte biografiche, è Abu-abd-Allah-Mohammed-ibn-Khorassân, liberto degli Aghlabiti, nato il trecentosei (918-19), di schiatta persiana anch'egli, se è da stare all'indizio del nome patronimico.[494]
Appariscono al tempo stesso in Sicilia i primi esempii d'una maniera di erudizione che fu molto in voga appo i Musulmani, dico i racconti biografici che correano nelle scuole e ritrovi dei dotti: officine delle effemeridi letterarie di quel tempo. Taluno li messe in carta; poi vennero i compilatori che ci hanno serbato cotesti materiali di Storia letteraria, chiamati per lo più Tabakât, o vogliam dir classi, sendo ordinati i cenni biografici in classi, di giureconsulti, grammatici, poeti, lessicografi e simili: Delle più antiche e preziose, è il Riâdh-en-Nofûs, da noi ricordato sovente; il quale, trattando dei giuristi e santi musulmani d'Affrica fin oltre la metà del decimo secolo, ci dà i nomi dei Siciliani che tramandarono parecchi aneddoti a voce o in iscritto. Indi veggiamo che Abu-Bekr-Ahmed, citato dianzi tra i discepoli di Iehia-ibn-Omar, lasciò ricordi, scritti com'e' pare, intorno il pio giurista Abu-Harûn-Andalosi, vissuto in Affrica; pei quali fatti Abu-Bekr or si dà come testimone oculare, or allega i detti altrui.[495] Il medesimo Abu-Bekr, su la fede dell'altro Siciliano Abu-abd-Allah-Mohammed-ibn-Khorassân,[496] riferisce aneddoti d'un Ibn-Ghazi da Susa, devoto un tempo e rinomato lettore del Corano per la melodia della voce, poi infame tra gli Ortodossi perchè alla esaltazione del Mehdi lo adulò vilmente, è s'affiliò a setta ismaeliana.[497] Abu-Bekr, avendo in sua giovinezza conosciuto Iehia-ibn-Omar (m. 903) ed Abu-Harûn-Andalosi (m. 905), visse nella prima metà del decimo secolo. Contemporaneo di lui, e al par siciliano Saîd-ibn-Othman; il quale raccontò a voce i fatti del cadi Meimûn in Palermo.[498] Un altro Abu-Bekr, per nome Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Ibrahim, maestro di scuola, detto il Siciliano, forniva all'autore del Riâdh alcuni aneddoti del devoto africano Abu-Iunis-ibn-Noseir, morto il trecentoquattro (916-17) del quale ei fu amico ed ospite.[499] Il Siciliano Abu-Hasan-Harîri, o diremmo il Setaiolo, morto il trecentoventidue (934), che guadagnò con ascetiche stravaganze un cenno biografico nel Riâdh, può passare anch'egli tra gli agiografi; poichè si seppero dalla sua bocca le dolci visioni di Moferreg,[500] le zuffe d'Abu-Ali da Tanger col nemico del genere umano,[501] e le vicende del pellegrino Abu-Sari-Wâsil, ritrattosi in eremitaggio presso il castello Dîmâs in Affrica.[502]
Per quanto si voglian supporre perduti i ricordi di quella età, la somma è che, innanzi la dominazione kelbita, la cultura intellettuale della Sicilia si ristringea quasi alla scienza del dritto; nè lasciò nomi illustri. L'argomento negativo che viene dal Riâdh e da altre compilazioni parziali, pienamente si conferma col dizionario generale d'Ibn-Khallikân, dove si leggono le biografie di Siciliani del duodecimo e undecimo secolo, ma nessuna ve n'ha del decimo. Ciò non vuol dire che gli studii lontani dalla giurisprudenza, l'erudizione, le lettere, la poesia fossero trascurati al tutto in Sicilia, avanti i Kelbiti. Sarebbe bastata a recarveli la sola famiglia aghlabita, che sì larga diramossi allato al regio ceppo d'Ibrahim. Perchè nel nono secolo que' nobili rami dieron molti emiri alla Sicilia;[503] una lor famiglia anco par trapiantata nella colonia:[504] e dall'altra mano sappiamo coltivate dai discendenti d'Aghlab logica, dialettica, astronomia o astrologia che dir si voglia, rettorica, filologia, e lo stile peregrino di scrivere; ne troviamo anche un che dettò cronica o storia della casa d'Aghlab; e dei verseggiatori non v'ebbe penuria.[505] Ma in Affrica coteste discipline non fiorirono mai al par del dritto, nè salirono al ragguaglio delle letterature contemporanee dei califati d'Oriente e di Spagna: e la colonia siciliana, che le toglieva in prestito dalla madre patria, pur dovea rimanere più addietro. Non si veggono Affricani nè Siciliani nel Ietimat-ed-dahr, antologia poetica di Th'âlebi, oriundo persiano vivuto nei principii dell'undicesimo secolo; il quale, ricercando i poeti buoni e mediocri dell'Oriente musulmano, gittò pure uno sguardo su quei della Spagna.[506]
Ci torna da tutti i lati quell'operoso commercio tra la Sicilia e l'Affrica, che necessariamente dovea nascere dalle relazioni politiche de' due paesi e che portava seco una somiglianza di industrie, d'incivilimento letterario, e di costumi. Al frequente passaggio che si è visto di uomini notabili dall'Affrica in Sicilia, si può contrapporre il tramutamento di coloni che andavano a tentar la sorte nella madre patria, ai quali si dava, sia per nascita, sia per lungo soggiorno, il nome di Siciliani. Taluno salì ad alto grado in Affrica. Leggiamo tra i governatori di Tripoli uno Scekr, detto il Siciliano, che diè principio il dugentosessantanove (882-83) alla fabbrica d'una cisterna monumentale, e compiè una cupola nella moschea giami'.[507] Le mura della stessa città furono ristorate ed ampliate il trecentoquarantacinque (956-957) da Abu-l-Feth-Ziân il Siciliano, motewalli, o vogliam dire delegato al reggimento del paese.[508] E poco fa ci è occorso di nominare il capitan siciliano Boscera nelle battaglie dei Fatemiti contro Abu-Iezîd.[509]
Perchè poi non mancasse alla colonia un vizio grave della madre patria, veggonsi i Siciliani gareggiar coi fratelli d'oltremare nei fasti dell'ascetismo musulmano. Operano le superstizioni nei popoli come i liquori inebbrianti nel corpo umano; i quali all'assaggiarli dan vigore e brio; poi turbano il cervello, concitano sovente a rabbioso furore; alla fine snervan l'uomo, lo fan cadere in letargo o senile imbecillità. La macchina soprannaturale dell'islamismo, dopo avere aiutato a conseguire gli effetti morali, sociali e politici, ai quali aspiravano le nazioni dell'Asia anteriore, invasò i Musulmani d'infecondo ardore teologico e li assopì nei vaneggiamenti delle espiazioni e propiziazioni: e così quello zelo ch'era stato virtù giovando all'universale, si mutò in vizio, quando portò a sanguinose discordie, o peggio, alla devota misantropia, allo straziar sè stesso senz'altrui pro, allo sciogliersi dai legami della famiglia e della città, allo scambiar la moneta sonante delle virtù umane con polizze su l'altro mondo, non pur sottoscritte dal fondator di loro religione, ma dagli interpreti di seconda e terza mano. Percorrendo il Riâdh-en-Nofûs, si veggono comparire successivamente tra i Musulmani d'Affrica tre tipi di perfezione morale: nel settimo e ottavo secolo, il guerriero del conquisto, ambizioso di martirio; nel nono secolo il giureconsulto che impavido affronta tiranni e plebi; nel decimo il mote'abbed, uom di santa vita diremmo noi, che si macera d'astinenza, si stempra in lagrime, passa dì e notte pregando e ruminando fatti soprannaturali, e di rado avvien che si levi di ginocchioni, per vedere se i concittadini sian vivi o morti. Pur i bacchettoni penaron lungo tempo a ragguagliar la devozione musulmana a quella dell'impero bizantino, spogliandola della virtù guerriera e della carità spirate da Maometto.
Ce ne dà esempio Mofarreg, il primo santone siciliano che si presenti nel Riâdh, il quale, se consumò il rimanente della vita in sterile penitenza, avea sparso prima (882?) il sangue per la patria.[510] Abu-Hasan il setaiolo, autor di questo aneddoto d'agiografia, raccontava anco i travagli di Abu-Ali, oriundo di Tanger, nato o stanziato in Sicilia, ch'ei conobbe di persona e passò la vita tra indefesse austerità; lontano dalle cure mondane; assorto tutto nella preghiera. Cui soleva comparire il demonio, in sembiante d'uomo, scongiurandolo per Dio di smetter sua dura penitenza, “con la quale,” aggiugneva il maligno spirito, “non ti avverrà mai di sentir pace nell'animo.” Ed Abu-Ali a rispondergli: “Via di qui, Tentatore; se Dio m'aiuti, continuerò a tuo dispetto.” Ma coltolo un dì che dormiva sur una panca, Satan gli diè una voltolata; onde cadendo a terra si spezzò la fronte; ed enfiatagli la piaga, e prendendogli tutta la faccia, que' tornava a susurrargli: “Smetti, e d'un subito ti guarirò.” Finchè, ostinandosi il devoto a respingerlo e a dirgli che amava meglio morire, il demonio lo abbandonò al suo fato, che non tardò guari a compiersi.[511] Di questo Abu-Hasan setaiolo, rimase un ricordo biografico scritto da Abu-Soleiman-Rebî'-Kattan,[512] erudito affricano che soleva andare a visitarlo in casa presso la moschea d'Abu-Zarmuna, credo a Kairewân, ov'ei gli narrava quei fatti de' devoti di Sicilia. Par che Rebî', si fosse invogliato di conoscere il Setaiolo, per le maraviglie che sentiva di sua pietà: un uom fitto sempre a suo telaio; triste e silenzioso, se non che a volta a volta prorompeva in ringraziamenti e lodi a Dio; e all'annunzio delle preghiere canoniche, metteasi a gemere, a trascinarsi in terra, a dolersi delle peccata, a gridare “Ahimè c'ho dissipato la vita mia negli errori!” Il dotto giurista, mezzo devoto anch'egli, ma di zelo più robusto, ammirava pure le ubbie di Abu-Hasan; nè seppe trattenersi dal dirgli: “Tu mi colmi di gioia,” quando gli sentì ripetere aver fitto ormai ogni suo pensiero nella morte, nè altro bramar che l'ora di comparire al cospetto di Dio.[513] Così, secondo la tempra degli animi, variavano i sintomi della devozione, mentre si corrompea l'islamismo. Nè mancarono superstizioni più puerili. Kazwîni, compilatore di cosmografia e storia naturale nel decimoterzo secolo, ci serbò, nel capitolo dell'ictiografia del Mediterraneo, il racconto d'un buon Musulmano d'Occidente; il quale navigando in quel mare il dugentottantotto (901) vide un giovane siciliano ch'era seco nella barca, gittar la rete e cogliere certo pesciolino miracoloso il quale portava, a mo' di collana, tutto il simbolo musulmano: avea scritto su la mascella destra “Non v'ha dio che il Dio;” nell'occipite “Maometto;” e su la mascella sinistra “è l'apostol di Dio.”[514]
LIBRO QUARTO.
CAPITOLO I.
La tribù di Kelb,[515] rampollo di Kodhâ'a, e però del ceppo himiarita, diè soldati agli eserciti che passavano in occidente al principio dell'ottavo secolo; occorrendo poco dipoi nella storia di Affrica e Spagna emiri kelbiti di gran fama,[516] dei quali Biscir-ibn-Sefwân capitanò una correria sopra la Sicilia.[517] Prevalsi poi in Affrica gli Arabi di Adnân, i quali in ogni modo abbassarono e calpestarono la schiatta di Cahtân, si vede tuttavia un capitano kelbita ucciso nelle guerre civili alla fin dell'ottavo secolo, ch'avea tenuto Mila presso Costantina,[518] e però nei luoghi ove facea soggiorno la tribù di Kotama. Preso infine lo stato dalla casa modharita d'Aghlab, si dilegua il nome kelbita dalle storie, fino alla esaltazione dei Fatemiti; ai quali era ragione che si accostassero gli avanzi dei nobili arabi nemici della passata dinastia. Intanto uomini kelbiti aveano acquistato séguito, e forse stretto parentele, nella gente di Kotama, che amava ad arabizzare; poichè nei tempi appresso (986) veggiamo sceikh de' Kotamii in Egitto, capo connivente a loro insolenza e non dato al certo dai califi, un Kelbita della casa appunto degli emiri di Sicilia.[519] Sia dunque in grazia dei Kotamii, sia della setta ismaeliana o d'altri servigi i Beni-abi-Hosein di Kelb furono ben visti a corte del Mehdi;[520] Ali di quella gente, morì a Girgenti combattendo per Kâim;[521] Hasan, figlio di Ali, guadagnò nuovi meriti appo Mansûr, come si è detto. Affidando a costui la Sicilia, Mansûr potea fare assegnamento, non meno su la fedeltà e il valor dell'uomo, che su le qualità della famiglia: nobile e però riverita dal popolo; nuova in Sicilia e però sciolta d'ogni legame con la parte aristocratica del paese.
Non occorre di esaminare la sognata concessione feudale della Sicilia ad Hasan, che si fondava su la versione erronea del testo d'un plagiario; e i moderni compilatori l'hanno abbandonata, conoscendo quanto ripugnasse agli ordini musulmani.[522] In vece di quella impossibilità legale, il Martorana pensò che il califo fatemita, a un tempo con la elezione di Hasan, avesse ordinato il governo di Sicilia con titolo più illustre ed autorità più larga, accordando all'isola “un emirato suo proprio.”[523] Ma veramente, nè il nome era nuovo, nè l'autorità. La prima cosa, l'oficio di wâli, che il Martorana crede inferiore a quel d'emiro, è il medesimo, semprechè si tratti d'una provincia; e vale tanto a dir wâli d'Africa, d'Egitto, di Sicilia, o simili, quanto emiro: e ciò in linguaggio comune al par che in linguaggio legale.[524] In secondo luogo, nessuno scrittore fa motto di mutati ordini al tempo di Hasan;[525] nessuno serba a lui ed ai successori il titolo di emir ed ai predecessori quello di wâli: fin dai principii del conquisto di Sicilia, son adoperati da sinonimi, or l'uno or l'altro, come portava l'uso della lingua e il capriccio dello scrittore; allo stesso modo che gli Aghlabiti or son detti wâli, ed or emiri d'Affrica. In fine, se per “emirato suo proprio” s'intenda governo che non abbracciasse altra provincia, la Sicilia se l'ebbe sempre sotto i Musulmani. E se voglia significarsi emirato con pien potere, oficio di wâli o emir generate, come lo chiamano i pubblicisti, la Sicilia l'ebbe senza interruzione fino all'ottocentosettantotto, e di tratto in tratto, nei settant'anni che seguirono infino al novecenquarantotto, quante volte i principi d'Affrica non poteano calpestare i coloni a lor talento.[526] In ciò si dèe dunque correggere la sentenza. Da un'altra mano la si dèe spiegare alla più parte dei lettori. “Governo proprio” significava in Sicilia, venti o trent'anni addietro, un luogotenente del re di Napoli, albergato più o meno splendidamente nella reggia di Palermo, ed un'amministrazione civile, finanziaria e giudiziale independente dai ministri napoletani: il qual ordine bramavano que' Siciliani che non odiasser molto la dinastia regnante; e loro ne fu conceduta una sembianza che durò qualche anno. Donde “emirato proprio della Sicilia,” era frase grata a taluni e credo al Martorana, chiarissima a tutti nel paese; e nel nostro caso, rendea, propriamente o no, una idea giusta; poichè l'ordine del milleottocentrentadue somigliò molto a quello del novecenquarantotto, astrazion fatta dagli antecedenti e dalle conseguenze. Il Wenrich, non avendo alle mani tal cemento, si appigliò alla innovazione di titolo e d'autorità, ch'era la parte più debole del concetto di Martorana; vi persistè non ostante gli schiarimenti datigli dalla erudizione orientale; e con troppa fretta si cavò da cotesta esamina di dritto pubblico.[527]
La quale a me par molto piana. Il dritto musulmano ammette due forme di governo provinciale; autorità civile e militare raccolta in unica mano, o divisa. La prima forma, obbligatoria nei nuovi conquisti e nei paesi confinanti con Infedeli, fu adoperata necessariamente in Sicilia, dove i coloni la tiravano a independenza. Ibrahim-ibn-Ahmed, Mehdi e Kâim vollero provar l'altra forma; e non bastaron fiumi di sangue a farla allignare. Mansûr, più generoso, più savio, o che gli aprisse gli occhi la rivoluzione d'Abu-Iezîd, rinunziò al gusto di reggere la Sicilia, come un villaggio d'Affrica, dal suo sofà, e di espilarla a suo talento per commissarii: le rese il governo normale di grande provincia di confini, con mandarvi un vicerè, com'oggi si direbbe. Il qual fatto non fu, ne poteva essere, accompagnato da novello statuto, nè da novello titolo.[528]
Molto manco potea Mansûr istituire l'emirato ereditario. La successione del quale oficio in una famiglia si vede sovente nelle storie musulmane, dagli Aghlabiti d'Affrica infino agli odierni pascià d'Egitto, ma sempre nacque di fatto e durò con le sembianze di elezione che venisse dalla volontà del principe. Cominciò sempre da un emir temporaneo; finì sempre col fatto di novella dinastia independente; passando per una serie di vicende, che da una dinastia all'altra si assomigliano come le figure simili in geometria; procedono secondo unica legge; e danno agli occhi lo stesso aspetto. Morto Mansûr, pochi anni appresso la elezione di Hasan, i successori del primo non mutarono la famiglia degli emiri in Sicilia, perchè l'era potentissima a corte e governava l'isola tranquillamente. Quando poi i Kelbiti caddero in disgrazia al Cairo, i califi fatemiti si accorsero di non poterli sradicare dalla Sicilia. Perchè già era avvenuto il caso che nascea necessariamente dagli ordini sociali e politici dei Musulmani, come altrove accennammo. La nobiltà militare, i soldati mercenarii, i dottori erano avvinti alla famiglia kelbita dal saldo vincolo dell'interesse, per via degli stipendii e del patrocinio; la plebe nudrita con le scorrerie contro i Cristiani e le limosine in patria; l'universale soddisfatto delle entrate che s'investiano in comodo pubblico o di privati siciliani, degli edifizii che sorgeano, dello splendor d'una corte protettrice di begli ingegni, del reggimento condotto secondo i bisogni o il genio dei cittadini di Sicilia, non degli impiegati di Mehdia; soddisfatto delle colonie che moveano dal Val di Mazara a ripopolare le città della Sicilia orientale, a coltivarne le campagne o godersi i tributi di quelle ove rimanessero i Cristiani. Però non è a domandare se i Musulmani dell'isola volessero correre il rischio d'un governo d'uomini nuovi, che avrebbe potuto rimutar tutto e ricondurre i bargelli è i commissarii fiscali del tempo di Sâlem. Una volta che il califo fatemita il tentò, acconsentendo, com'e' pare, la casa kelbita per la promessa di maggiore stato in Egitto, i Siciliani corsero alle armi (969); e il califo non trovò altro modo di porre fine ai tumulti che d'inviare al più presto un emiro kelbita. In venti anni dunque era fondata di fatto là eredità dell'emirato, la quale premeva tanto ai Siciliani.
E però era già surto un principato di Sicilia: senza decreto nè plebiscito che potesse registrarsi dai cronisti, ognuno ormai sel vedeva. Ibn-Haukal, venuto in Palermo del trecentosessantadue (972-3), parla del palagio ove albergava il Sultano; la qual voce è usata già dagli scrittori del decimo secolo per designare principi di fatto, riconosciuti o no dal califo: e veramente ella ha valore radicale di violenza; e quando il tempo onestò la cosa e il nome e mutò questo in titolo pubblico, significò impero privo della sacra potestà dei califi.[529] Sia che Ibn-Haukal abbia ripetuto la voce Sultano perchè la sentiva in Palermo, o che l'abbia detto dassè per definire l'ordine di cose che toccava con mano, l'attestato è di gran momento collimando con lo scopo della rivoluzione divampata in Sicilia tre anni prima, e col ritratto delle vicende che seguirono fino alla metà dell'undecimo secolo. Dal novecensettanta in poi non muovon d'Affrica nè d'Egitto eserciti che combattano in terraferma d'Italia, non che in Sicilia, insieme coi Musulmani dell'isola. I Siciliani, quando lor pare, depongono un emir kelbita e ne scelgono un altro nella famiglia. Che se il califo manda tuttavia al designato dall'emir predecessore, o dal popolo, un diploma, con le insegne dell'oficio e col titol sonante di Corona dell'Impero, Spada della Fede e simili, ciò significa soltanto che la Sicilia riconoscea pontefici i fatemiti. Nè monta il nome loro stampato nelle monete siciliane fino alla metà dello undecimo secolo. Abbiamo notato più volte che nel medio evo i Musulmani tenesser poco conto di tal regalia, sì gelosamente custodita dai principi cristiani. Inoltre il nome dei Fatemiti dava corso più largo al conio siciliano nei frequenti commerci con l'Affrica e l'Egitto, per la qual ragione non ebbero scrupolo a contraffarlo o imitarlo i principi longobardi di Salerno.[530] Ma niuno sosterrà che l'isola obbediva al califo fatemita Daher o Zâhir (1021-1036) perchè v'abbian di lui e del successore tante monete battute in Palermo,[531] quando i lor nomi non si ricordano punto nè poco nella sollevazione contro i Kelbiti; nè que' califi se ne dierono briga; nè pensò a loro la casa kelbita, nè alcuna delle fazioni che agognavano al potere dello Stato: anzi una parte che cercò aiuti di fuori, si volse agli emiri zîriti d'Affrica, minacciando, s'e' ricusavano, di chiamare a dirittura i Bizantini.
Aiutaron cotesta emancipazione della Sicilia, la potenza dei Kelbiti a corte, com'abbiam detto; il tramutamento della sede fatemita, da Mehdia al Cairo; le guerre orientali dei primi califi d'Egitto; la pazzia e debolezza degli altri; la emancipazione contemporanea dell'Affrica. Pur la cagione principale fu che i Siciliani voleano. Raro avvien che rimangano frustrati i popoli quando fermamente si propongano e tenacemente procaccino di scuotere il giogo: che se una generazione fallisca, per colpa propria o fortezza del nemico, un'altra coglierà il nemico sprovveduto e avvolto in alcuna delle brighe che non mancano mai agli oppressori; e vincerà, forse senza combattere. Il sangue sparso per sessant'anni, fruttò alla Sicilia che nel novecenquarantotto, col romor d'un tumulto, riebbe l'emir generale; e nel novecensettanta, con breve guerra, si sciolse dall'arbitrio del califo nelle elezioni: che è a dire salì al sommo grado di libertà d'un popolo musulmano. E prima vi sarebbe giunta la colonia, se non fosse stato per le divisioni etniche, municipali e sociali, che sempre la dilaniarono.
CAPITOLO II.
Fin dalla morte del Mehdi, o vogliam dire dalla rivolta di Girgenti, l'impero bizantino non soddisfaceva il tributo di Calabria;[532] le città assicurate di Sicilia lo avean anco smesso negli ultimi tempi. Ma, risaputo come Hasan dava sesto alla cosa pubblica, venne tosto in Palermo un frate a recare i decorsi di tre anni da parte di qualche città.[533] Altre di Sicilia o di Calabria che nol fecero, furon punite dal novello emiro con aspre correrie; onde chiesero aiuti a Costantinopoli.[534] Dove rimase inaspettatamente padrone il Porfirogenito, gli parve indegno della maestà imperiale pagar quel tributo ai Barbari. Sforzandosi, quanto il poteva un picciolo ingegno ed una natura inerte, a ristorare gli ordini della civiltà romana ch'egli avea studiato su i libri ed affastellato in sue compilazioni, Costantino Porfirogenito non lasciò da canto l'amministrazione militare, nè la disciplina; di che tornò qualche frutto all'impero, ed egli molto più se ne prometteva. E però mandava in Italia, in vece d'oratori col tributo, que' che gli parean capitani e soldati. I quali alla prima si diedero a maltrattare e taglieggiare i sudditi, peggio che non avrebbe fatto il nemico.[535]
Hasan, dal suo canto, com'ei seppe sbarcati i Bizantini ad Otranto, chiese rinforzi. Mandatigli da Mansûr settemila cavalli e tremila cinquecento uomini da piè, oltre i soldati d'armata e le navi da guerra e da carico, giugneano in Palermo, il due luglio novecencinquanta, condotti dal liberto schiavone Farag-Mohadded. L'esercito siciliano era in punto; sì che a' dodici luglio poderoso sforzo mosse per mare e per terra alla volta di Messina, sotto il comando di Hasan. Immantinenti, valicato lo stretto, assalirono Reggio, cui trovaron vota di abitatori. Hasan spargeva i cavalli a far preda intorno; andava egli col grosso delle genti all'assedio di Gerace; davale indarno aspri assalti; e già la riducea, tagliatole l'acqua da bere, quando ebbe nuove dell'esercito bizantino che venisse a trovarlo. Perlochè, composto coi Geracini e presone danari e statichi, raccolti i suoi, mosse contro i Greci; i quali precipitosamente si rifuggirono ad Otranto e Bari. Hasan, inseguendoli, poneva il campo sotto Cassano; infestava i dintorni. Combattuta per un mese la città senza frutto, e sopravvenuto l'inverno, fe' l'accordo come a Gerace; ripassò il Faro; lasciò l'armata a svernare nel porto di Messina; ed ei tornò alle stanze in Palermo.[536] I patti di Gerace e Cassano sembrano tregua per un anno, comperata con una taglia che si pagava parte in contanti, e si davano gli statichi in sicurtà del resto.[537]
S'adunavano intanto in Calabria le armi bizantine, che l'anno innanzi o non eran tutte passate in Italia, ovvero avean osteggiato i dominii beneventani in Puglia, ove occuparon Ascoli.[538] L'armata obbediva ad un Macrojoanni, o diremmo noi Giovanni il Lungo; l'esercito, che fu grosso se non valido, al patrizio Malaceno, col quale si accozzarono le genti di Pasquale stratego di Calabria[539] Hasan, per comando del califo, riassaltava la terraferma in primavera del novecencinquantadue. L'otto maggio, che fu quell'anno tra i dì festivi alla Mecca, scontravansi i due eserciti sotto Gerace: della quale battaglia gli annali arabici dicono non essersi unque vista più aspra e fiera; gli annali greci attestano averne il nemico riportata nobilissima vittoria; e par torni a questo, che i Cristiani avean l'avvantaggio del numero, i Musulmani degli ordini e della fiducia nel capitano,[540] il valore si pareggiava. Li sbaragliati poi, sfrenatamente fuggirono; inseguendoli i Musulmani infino a notte, con grande strage, cattura d'uomini, preda d'armi, cavalli, bagaglie: e a mala pena camparono il patrizio e lo stratego.[541] Le teste degli uccisi mandate a trionfo nelle varie città di Sicilia e d'Affrica, come tuttavia porta il brutto costume degli Arabi. Hasan strinse d'assedio Gerace, che di nuovo fe' bella difesa, non ostante la mancata speranza d'aiuti. Pur Costantino mandava il segretario Giovanni Pilato all'emir di Sicilia; il quale, notano i Bizantini, non s'inebbriando nelle vittorie, assentì la tregua.[542] Fermossi nella state del cinquantadue; e sembra limitata dapprima a Gerace, poi resa comune a tutti i luoghi di Calabria che obbedivano all'imperatore, e stipulatovi il solito patto del tributo e di più la tolleranza del culto musulmano. Uno stuolo mandato da Hasan saccheggiava intanto Petracucca, come par si chiamasse a quel tempo una grossa terra tra i capi di Spartivento e di Bruzzano.[543] Altri assalivano un'altra terra, non sapremmo dir se Roseto su i confini della Calabria con la Basilicata, ovvero le isole di Tremiti, presso il Gargano:[544] e si nota in questo medesimo anno saccheggiato il santuario del Gargano e infestati parecchi luoghi dello Stato di Benevento.[545] I prigioni di Petracucca e di Roseto, o Tremiti, che furon molti; andavano di Sicilia in Affrica; e con essi, incatenato il capitano, del navilio musulmano, per nome Abu-Mehell; il quale, giunto a Mehdia, era punito con l'estremo supplizio. S'ignora il delitto: se infrazion della tregua, se peculato sul bottino; che è più verosimile.[546]
Mentre i suoi infestavano le costiere dell'Adriatico,
. Hasan, ritrattossi da Gerace a Reggio, apriva[547] nel bel mezzo della città una moschea; cospicua al minaretto spiccantesi in alto da un angolo, perchè tutti il vedessero e ne sentissero la cantilena del muezzin. Stipulò in fatti libero ai Musulmani l'appello alla preghiera e ogni altro rito pubblico; che cristiano non mettesse mai piè nella moschea; che la desse legittimo asilo ad ogni musulmano, anche prigione di guerra ed anche fatto cristiano, al quale paresse di rifuggirvisi. E minacciò che, sapendo tolta, non che altro, una pietra della moschea di Reggio, farebbe diroccar le chiese cristiane per ogni luogo di Sicilia e d'Affrica. I quali patti, i Cristiani umilmente osservarono, scrive tutto lieto Ibn-el-Athîr; ignorando che la moschea di Reggio non durò oltre quattro anni.[548] E preoccupato del gran dispetto degli Infedeli, passò sotto silenzio la vera importanza del fatto: il civil pensamento di Hasan ad usar la vittoria in favore del commercio, ch'era operoso al certo tra la Sicilia e la Calabria e molto più potea progredire con la tolleranza dell'islamismo a Reggio. Non guari dopo l'impresa di Calabria, venuto a morte Mansûr (marzo 953), e rifatto califo il figliuolo Abu-Tamîn-Ma'àd, che fu soprannominato Moezz-li-dîn-illah, l'emiro Hasan andava a corte a Mehdia; lasciato al governo della Sicilia il proprio figlio Abu-Hasan-Ahmed. E Moezz ratificava: il quale atto riferiscono i cronisti con parole diverse; ma la somma è che il califo lasciò l'emirato ad Hasan con sostituzione d'Ahmed in caso d'assenza e di morte.[549] Segnalatissimo favore, da potersi comprendere col bisogno che avea Moezz del vincitor di Gerace per l'impresa d'Egitto, la quale poi si differì. Dovea forse combattervi l'esercito affricano, tornato di Calabria in Sicilia, il quale ripassò in Affrica poco dopo il viaggio di Hasan.[550]
Mentre si pensava a tal conquisto, l'emiro andò ad audace fazione in Spagna. Era occorso che spacciato un corriere di Sicilia in Affrica con lettere per Moezz, s'imbattè in una nave di mole non più vista in que' tempi, fatta costruire da Abd-er-Rahman califo omeiade di Spagna e mandata a mercatare in Egitto; le genti della quale detter di piglio piratescamente al legnetto siciliano, nè rispettarono gli spacci. Il che risaputo da Moezz, commetteva ad Hasan di far la vendetta con l'armata di Sicilia. Entrato nel porto d'Almeria, l'emir bruciò quanti legni v'erano; prese il naviglio che avea fatto l'insulto, tornato già d'Alessandria con ricche merci e giovani cantatrici per Abd-er-Rahman; poi sbarcò, messe Almeria a sangue ed a ruba; e salvo si ridusse a Mebdia. Due correrie delli Spagnuoli su le costiere d'Affrica mal rendeano la pariglia; essendosi combattuto con varia fortuna. Seguì l'assalto d'Almeria l'anno trecenquarantaquattro (26 aprile 955 a 13 apr. 956).[551]
Maggior guerra richiamò Hasan in Sicilia. La tregua coi Bizantini, era stata rinnovata il cinquantaquattro forse per altri due anni, venuto a ciò in Palermo un frate Assiropulo.[552] Ma Costantino, mal soffrendo sempre il tributo, e rinfrancato dal valore che cominciavano a mostrare i suoi contro i Musulmani dell'Asia Minore, volle ritentar la fortuna in Italia. Mandovvi le soldatesche di Tracia e Macedonia col patrizio Mariano Argirio, e l'armata che ubbidiva a due capitani minori, Crambéa e Moroleone, il novecencinquantasei,[553] quando spirava la tregua. L'Argirio cominciò da Napoli, notata allora a corte come ribelle e amica de' Musulmani per antichi e forse anco recenti patti: la strinse per mare e per terra; bruciò il contado; ridusse i cittadini a riconoscere la signoria bizantina finchè avessero il coltello alla gola. Varii luoghi dei principati longobardi e di Calabria, più o meno disubbidienti, si sottomessero del pari;[554] e chi sa se coi voti, fors'anco con pratiche, non chiamavano i Musulmani? I quali non tardarono. 'Ammâr, fratello di Hasan, giunto d'Affrica con l'armata il nove agosto del cinquantasei, svernò in Palermo ed a primavera assaltò la Calabria.[555] Non che correre il paese, par abbia dovuto afforzarsi 'Ammâr in qualche luogo; e chiamare in soccorso il fratello; vedendosi chiuso a settentrione dal grosso delle forze bizantine, mentre al suo fianco o alle spalle tentava audacissima fazione Basilio, protocarebo, o direm noi capitan di vascello, con un'armatetta. Sbarcato a Reggio costui distruggeva la moschea; poi risolutamente drizzava le prore al bel mezzo della colonia musulmana di Sicilia; prendea Termini a ventiquattro miglia di Palermo; assaliva indi la città di Mazara. Dove sopraccorso Hasan, l'emiro ebbe la peggio, e perdè molti de' suoi:[556] pur Basilio se ne andò senza infestar l'isola altrimenti. L'anno appresso (958), Hasan con l'armata siciliana toccava le costiere di Calabria; congiungea le forze con 'Ammâr; e insieme andavano ad affrontare ad Otranto l'armata bizantina, capitanata da Mariano Argirio in persona. Dalle tre narrazioni, diverse e mutile, che abbiam di questa fazione, si ritrae come un gagliardo vento levatosi contro l'armata di Sicilia quando si veniva alle mani, desse agio al patrizio d'uscir di briga senza battaglia, e di prendere una nave musulmana imbattutasi tra le sue. Le altre, ricacciate dalla medesima tempesta vêr la Sicilia, la più parte fecero naufragio. I Siciliani poi si vantarono della fuga dell'Argirio; questi impiastrò a Costantinopoli che, aiutandolo il vento, avea distrutto e affondato tutte lor navi; un cronista bizantino, di cui s'ignora la età, scrisse che i Musulmani accampati a Reggio, mentre l'armata bizantina stava per passare d'Otranto in Sicilia, presi di timor panico, se ne tornarono a furia ed annegarono nei mari di Palermo. E in vero, se 'Ammâr avea le stanze presso Reggio, i cittadini dovean credere precipitosa fuga quel montar delle sue genti su le navi d'Hasan, delle quali poi si riseppe, non l'andata ad Otranto, ma il naufragio presso la Sicilia.[557]
In ogni modo, il patrizio nè assali L'isola, ne tentò altra impresa di che si faccia memoria. Hasan in men d'un anno rifece l'armata siciliana.[558] Non è inverosimile, ma nè anco provato, che in questo tempo un'armatetta musulmana abbia osteggiato Napoli per parecchi dì, fatto prigioni, perduto la maggior nave in un assalto, e in fine assentito a lasciar tranquilla la città, prendendone taglia in moneta e vasellame d'oro e d'argento: e può credersi anco ch'alcun dei prigioni avesse visto in sogno San Gennaro e Sant'Agrippino, i quali gli promettessero il riscatto che poi seguì.[559] Da miglior fonte sappiamo che seguirono avvisaglie: il novecensessanta preso dai Musulmani un Afrina o come che si chiamasse, capitan greco al certo, e dai Bizantini un Ibn-Baslûs e menato a Costantinopoli; il novecensessantuno venuto in Sicilia un legato bizantino che portava il gran nome di Socrate, il quale riscattò con danaro Afrina e gli altri prigioni di sua gente.[560] La debole guerra finì con una tregua, fermata, com'ei pare, il medesimo anno, e durata infino all'esaltazione di Niceforo Foca.[561]
CAPITOLO III.
Posate le armi, Hasan suggellò con due gravi fatti la novella amistà tra la dinastia fatemita e la colonia siciliana; obbedientissima ormai di contumacissima che sempre era stata. S'affrettò a comparire a corte di Mehdia col figliuolo Ahmed e con trenta de' primarii nobili musulmani dell'isola; i quali, al dir d'un compilatore, prestarono giuramento a Moezz;[562] al dir della cronica contemporanea, Hasan li fece entrar nella setta del Principe dei Credenti:[563] ond'e' mi par manifesto che s'affiliassero alla società ismaeliana.[564] Non era avvenuto mai a' Fatemiti d'accalappiare a un tratto tanti e sì illustri proseliti. Moezz non rifiniva dunque d'onorarli; presentavali di Khil'a, o vogliam dire sontuose sopravvesti degli opificii regii, e, con liberalità più sustanziale, accrebbe loro gli stipendii militari[565] e fors'anco promise più larghe concessioni.
Perocchè leggiamo nella cronica che quegli ottimati sollecitavano il califo a un'impresa sopra Taormina.[566] Il qual cenno e gli effetti seguíti l'anno appresso, mostrano che si trattò di allargare le colonie musulmane nel Val Demone e Val di Noto, sottoporre al kharâg, e, secondo i casi, confiscare o dividere le terre delle due province; mutarvi la condizione dei Cristiani, da cittadini di municipii tributarii a meri dsimmi o schiavi. Questo sembra il vero scopo del viaggio in Affrica, e dell'affiliazione alla setta. Moezz, guardando sempre all'Oriente e agli Abbassidi, nemici comuni suoi e dell'impero bizantino, avea forse ricusato al solo Hasan, assentì forse a malincuore a tutta la nobiltà siciliana quell'impresa che metteva in pericolo la pace con Costantinopoli. Ma non potea dir no senza ridestare i tumulti in Sicilia. Sendo temporanea per natura la sicurtà accordata ai municipii tributarii, non mancava ai coloni il dritto d'occupar quelli con la forza. Non mancava loro la brama, o forse il bisogno, sendo la somma del tributo a gran pezza minore della gezîa e del kharâg, non che del fruttato diretto delle terre. Fu di certo Hasan l'autore e promotore del consiglio, premendogli più che a niun altro di metter mano sulla Sicilia orientale, per accrescere il giund, empierlo d'uomini suoi, raddoppiare le entrate e le forze dello Stato; ad onor della corona fatemita e profitto immediato di sè medesimo e dei figliuoli.
Tornati in Sicilia Ahmed e i nobili[567] che di gioia non capivano nella pelle, si aprì la primavera del novecensessantadue con tripudio universale dei Musulmani, dal palagio degli emiri all'infimo tugurio. Avea bandito Moezz per tutto l'impero che il dì della circoncisione del proprio figliuolo, sarebbero anco circoncisi i fanciulli maturi a ciò di ciascuna famiglia, spesando lui le feste, che soglion farsi in tal solenne passaggio dell'uomo dal grembo della madre al consorzio della città:[568] chè tai larghezze usano tuttavia i facoltosi musulmani verso lor clienti, e i poveri del paese partecipano dei banchetti imbanditi.[569] Alla nuova luna dunque di rebi' primo del trecencinquantuno (8 aprile 962), scritti innanzi tratto i fanciulli, si compiè il rito, cominciando dal figliuolo e dai fratelli dell'emiro Ahmed, e via scendendo ai nobili ed alla gente minuta, che in Sicilia sommarono a quindicimila giovanetti; e da parte del califo lor furono dispensati centomila dirhem e cinquanta some di vestimenta e piccioli regali.[570] La circoncisione, ch'è uso antichissimo degli Arabi, non precetto del Corano, non ha tempo determinato; si fa per ordinario a sette anni, la differisce qualche famiglia più o meno infino a' sedici. Però il numero che notammo non ne darà con certezza quello degli abitatori musulmani di tutta l'isola; pure servirà a ragionarlo a un di presso.[571]
Senza dimora, Ahmed mandava ad effetto il disegno. Mosse del mese di maggio, con esercito di Siciliani e Affricani, sopra Taormina; i cui cittadini, com'era manifesta la causa dell'assalto, s'erano apparecchiati a difendere fino agli estremi la roba e libertà. E valorosamente il fecero; nè li sgomentaron le nuove soldatesche di Hasan-ibn-'Ammâr, cugino d'Ahmed, venuto d'Affrica in Palermo il primo agosto e sopraccorso al campo. Ma quando i Musulmani tagliarono l'acqua che dava da bere alla città, fu forza calarsi all'accordo. Ricusato ogni onesto patto da Ahmed, che sapea quel ch'ei volea, la tortura della sete sforzò i Taorminesi a risegnare tutto ciò che possedeano e darsi schiavi, salva la vita sola: e così uscirono dalla rôcca il ventiquattro dicembre, dopo sette mesi e mezzo d'assedio. Le facoltà dei vinti, scrive Ibn-el-Athîr, divennero fei; ch'è a dire i terreni caddero nel fisco, per investirsi in stipendii militari. L'emiro mandava a Moezz mille settecento settanta dei prigioni.[572] E mettea presidio di qualche centinaio di Musulmani nella città, mutando il nome, a onor del califo, da Taormina in Moezzia.[573]
Il che dà a vedere un primo principio di colonia e fa supporre l'ordinamento che si tentasse in tutta la regione orientale. Perchè Moezzia non fosse una bicocca, si lasciò al certo la popolazione agricola nel contado, e la gente minuta, mercatanti o artefici, nella città, da schiavi o da liberti. Le terre indifese o scarse di abitatori chiedeano al certo e otteneano l'amân, prima o dopo Taormina; scendendo i cittadini a condizione di dsimmi e scansando la schiavitù, fors'anco lo spogliamento dei beni privati; e cominciò a stanziare alcun picciolo stuolo del giund nei luoghi più importanti. In particolare nol sappiam che di Siracusa, dove comparisce due anni appresso debole colonia che non bastava a difendersi da qualche galea bizantina, ma a capo d'altri cinque anni la si scorge adulta, da farsi sentir nella guerra civile.[574] Probabil è dunque che abbian messo piè nelle ruine d'Acradina e d'Ortigia verso il novecentosessantadue; trovandovi già raggranellato un po' di popolazione cristiana. In ogni modo, dopo la occupazione di Taormina, tutta la Sicilia obbediva ai Musulmani, fuorchè Rametta, solo avanzo de' municipii greci e romani di Sicilia; antico asilo, com'io penso, dei più valorosi cittadini di Messina,[575] ed or di quanti altri cristiani della provincia amassero meglio guardar la morte in faccia che soffrire l'ignominia del vassallaggio.
Nè veggo nelle istorie qual popol abbia mai sortito fine più magnanima: tanta fu la saviezza dei preparamenti, la costanza della volontà, il valor nel combattere, e con sì poca speranza d'aiuto gettarono il guanto ai vincitori. Chè morto Romano secondo imperatore (15 marzo 963) e succedutigli due bambini, si disputava il comando tra la rea lor madre e un eunuco; nè potea sapersi in Sicilia l'esito della rivoluzione militare ch'esaltò Niceforo Foca (16 agosto 963), quando Hasan-ibn-'Ammâr poneva il campo a Rametta l'ultimo di regeb trecentocinquantadue (23 agosto 963); venendo a punir la ribellione, come al solito si chiamò. Si dubitava tanto poco dell'esito, che l'emiro Ahmed partì al tempo stesso per l'Affrica[576] a compier, com'ei sembra, l'ordinamento amministrativo dell'isola con Moezz; il quale comandò che Ibn-'Ammâr riducesse intanto Rametta. E quegli piantò suoi mangani e 'arrâde,[577] a batter le mura; si provò ad affaticare i cittadini ogni dì con assalti; e nulla approdava. Tanto che, pensando ridurli per fame, passò tra que' monti l'inverno e la primavera e la state appresso, trinceato bene il campo, e costruitovi un castello per sè e casipole ai soldati.[578]
Que' di Rametta intanto chiesero aiuti a Niceforo Foca, il Domestico, come il chiamano sempre gli Arabi, dall'alto oficio che tenne pria dell'impero e che illustrò, a danno loro, col conquisto di Creta (maggio 961) e altre belle vittorie.[579] Salito al trono, volle levare all'Impero la vergogna del tributo che si pagava ai Musulmani; e sperò che bastassero gli auspicii suoi e le medesime armi a ripigliar la Sicilia col favor della popolazione cristiana. Onde adunò poderoso esercito, dicesi più di quarantamila uomini,[580] di varie nazioni: Armeni, antichissimi difenditori dell'impero; mercenarii russi,[581] battezzati di fresco; e gli eretici Pauliciani[582] che, trasportati in Tracia, militavano sotto le insegne dei loro persecutori con riputazione di ferocissimi soldati: dei quali i Russi e i Pauliciani avean testè fatto buona prova a Creta.[583] Si apprestarono legni di non più vista grandezza per traghettare le genti; le navi da battaglia robuste e munite di fuochi;[584] il terrore dell'oste accresciuto da grande salmeria di macchine da gitto;[585] deputato a pregare il cielo in buona forma e vigilare sì sospetta accozzaglia di costumi, lingue, e coscienze straniere, con oficio di cappellano maggiore, come noi diremmo, un Niceforo, uom di molta pietà e molto senno, prete di corte, poscia vescovo di Mileto e in ultimo santo canonizzato.[586] Fin qui l'imperatore provvide da vecchio soldato. Se non che elesse i condottieri per favore e corta scaltrezza di palagio. Non uno ma due condottieri, patrizii entrambi; dei quali il primo fratello del protovestiario, o maggiordomo che noi diremmo, ebbe nome Niceta; eunuco pien di religione, erudito negli scritti dei Santi Padri, ma, sbagliata la via, si trovava in quella stagione protospatario, che suona aiutante di campo dell'imperatore. Ebbe costui il grado di drungario, o vice-ammiraglio, il comando particolare del navilio[587] e supremo dell'impresa.[588] L'altro, Manuele figliuol naturale di Leone Foca, nipote però di Niceforo, fatto generale della cavalleria: giovane d'animo bollente, testa dura e cieco valore.[589] De' due messi insieme, pensò Niceforo comporre un ottimo capitano, senza avere ricorso ad alcun di que' suoi sperimentati commilitoni dell'Asia Minore, il quale andasse in Sicilia a guadagnare nuova riputazione e poi mettersi, com'egli stesso avea fatto, su la via del trono: e questo non gli fece veder l'errore di porre un forzuto e fiero principe del sangue mezzo a ragguaglio e mezzo sotto d'un soldato da tavolino. Pur a Costantinopoli non era chi dubitasse della vittoria. Oltre la potenza di tanto sforzo, n'erano pegno lor nuovi libri sibillini detti le Visioni di Daniele, ed i vaticinii d'Ippolito vescovo di Sicilia dei quali nessuno s'era visto fallire; e vi si leggea come il lione e il lioncello dovessero un giorno divorare l'onagro. Parea chiaro ai Greci che le due belve con le zanne simboleggiassero i due imperatori di Cristianità, Niceforo e Otone, e l'altra belva del deserto Moezz; se non che, quattr'anni dopo la sconfitta, il nostro Liutprando si beffò di loro che non avessero capito. Otone e il figliuolo, ei rimbeccò, veraci leoni, doveano manicarsi Niceforo, asino selvatico vano ed incestuoso, che avea sposata la comare. E il mordace vescovo di Cremona parlava tanto da senno, che appose la vittoria dei Musulmani alla fidanza che n'avessero presa, interpretando appunto come lui la profezia d'Ippolito.[590]
Risaputi i preparamenti del nemico, Ahmed racconciò e armò in fretta il navilio siciliano; scrisse marinari e soldati, e chiese immediati rinforzi a Moezz. Il quale, non perdonando a spesa, mandava il navilio d'Affrica con molte schiere di Berberi,[591] capitanate da Hasan, padre d'Ahmed. Giunti del mese di ramadhan (11 settembre a 10 ottobre 964), Hasan avviava uno stuolo al campo di Rametta, rimaneva egli col grosso delle genti in Palermo, sovvenendogli dello sbarco di Basilio nella Sicilia occidentale (957). Già l'oste bizantina, traghettato l'Adriatico, s'era raccolta in su la punta di Calabria. Principiò il tre scewâl (12 ottobre), fornì in nove giorni il passaggio dello stretto; occupò a prima giunta Messina; afforzolla con fossati, e risarcì le mura.[592] Intanto altri stuoli, recati al certo dall'armata, si mostravano per le costiere di settentrione e di levante; prendeano nell'una Termini d'assalto, ed era bene per tagliare gli aiuti di Hasan; nell'altra vanamente sparpagliavansi tra Taormina, Lentini e Siracusa, delle quali ebber le prime due di queto, la terza per battaglia.[593] Cotest'errore di allontanar troppa gente da Messina, pianta della guerra, e la mala disciplina de' soldati, non isfuggirono agli ansiosi cristiani di Sicilia. Ci si narra che Prassinachio, uom di specchiate virtù, che s'era posto in un romitaggio in su lo Stretto ed era tenuto lucidissimo tra i “veggenti in Dio”[594] del paese, avesse presagito la sconfitta al cappellano maggiore bizantino; il quale non s'aspettava altro da quella marmaglia armata[595] che gli avean dato in guardia.
Mentre Niceta guazzava per trecento miglia di costiere col grosso del navilio, Manuele Foca s'avviluppò col grosso de' cavalli tra i precipizii dei monti Nettunii, per dare aiuto a Rametta. La quale, a guardarla in su la carta, è vicina a nove miglia a Messina;[596] ma vi si frappone erto il Dinnamare, che guarda entrambe le acque del Ionio e del Tirreno e dalla cima sovrasta a quelle per tremila trecento piedi. Pertanto chi cavalchi da Messina a Rametta, dèe prender lungo giro intorno la montagna per settentrione e ponente infino a Spadafora, o per mezzogiorno infino a Mili, e risalir dall'una o dall'altra per le convalli; delle quali strade la prima corre ventiquattro miglia, l'altra più di trenta. Sboccano in una pianura ritonda di tre o quattro miglia di diametro; in mezzo alla quale spiccasi in alto una collina o piuttosto immane masso, che vi si poggia per un sol viottolo aspro e faticoso di mezzo miglio; e la cima disuguale è tutta coronata di mura. Quest'è Rametta. Il piano d'intorno sembra l'arena di un circo apparecchiato ad eserciti per duellare a ultimo sangue. Gli fan chiostra scoscese e spaventevoli coste, fendendosi quanto basti ad aprir la via per settentrione a Spadafora, per mezzogiorno a Mili; e un'altra gola verso ponente conduce a Monforte. Dal lato orientale taglia la pianura un burrone tirato quasi a filo per parecchie miglia da mezzodì a tramontana: profondo squarcio di terreno siliceo, targo, precipitoso; e all'imo fondo è talvolta stagliato come fosso di fortezza, che non dà via a calarvi. Così lo descrivono i cronisti arabi; e mel confermavan uomini pratichi dei luoghi, dai quali seppi quant'io ne ho scritto. Delle tre gole fanno anco menzione gli Arabi, ma danno il nome di quelle sole di Mikos e Demona; nell'una delle quali oggi mette capo la via di Mili e nell'altra la via di Monforte. E s'addimandavan così da due fortezze molto importanti in quel tempo; onde già ci è occorso di farne parola.[597]
Aveva Ibn-'Ammâr dato avviso dello sbarco ad Ahmed: e questi incontanente mosse di Palermo;[598] ma non potè giungere avanti Manuele, il quale, non prima raccolte le genti a Messina, le menò in furia a Rametta, la notte innanzi il quindici scewâl (24 ottobre). Mandò una schiera a tentare il passo di Mikos, un'altra quel di Demona, una terza a intercettare gli aiuti su la strada di Palermo: egli, con l'esercito spartito in sei schiere, seguì la marina fino a Spadafora; indi poggiò alla volta di Rametta. E quivi Ibn-'Ammâr avea dovuto scemarsi anco di tre schiere per chiudere i passi di Mikos e Demona, e fronteggiare gli assediati, se tentassero la sortita. Altro non gli rimanea dunque che un buon nodo, tutto o la più parte d'Arabi Siciliani; col quale si fece incontro a Manuele. All'alba appiccarono la zuffa.[599]
Al fragore non si stettero i cittadin di Rametta che non facessero impeto nello stuolo musulmano messo in guardia; il quale li ricacciò dentro le mura. Con uguale fortuna que' che teneano i passi di mezzogiorno e di ponente respinsero i Bizantini.[600] Ma gli Arabi che si erano travagliati lunga pezza contro Manuele con grande strage del nemico e loro, imberciati nella stretta serra, com'è sembra, dai tiri delle macchine, cominciarono a ritrarsi negli alloggiamenti:[601] e i Cristiani ad incalzarli, ad irrompere nella pianura, a circondare il campo: se li abbiamo cacciati dal passo, che faranno or che li tenghiamo in mezzo e lor togliamo l'aria da respirare? E per troppa certezza della vittoria par si fossero disordinati i Bizantini. Gli altri, certissimi ed ormai bramosi della morte,[602] voglion finirla a un tratto; intonano i versi dell'antico poeta arabo:
“Indietreggiai per amor della vita; ma vita, ah, non sento in petto se non ripiglio l'assalto!
“Che le ferite del codardo gli tingano le calcagna. A noi le ferite piovon sangue su la punta del piè.”[603]
E s'avventano con Ibn-'Ammâr: la misura del verso li unì in un sol impeto da farsi far largo. Il capitano, visto che in vece di morire si può vincer tuttavia, grida a tutto fiato: “Oh Dio, se m'abbandonano i figli d'Adamo non mi lasciar tu:” e diè un'altra carica, che scompigliò i nemici; e invano lor patrizii fecero prova a rattestarli con le parole e coll'esempio. Manuele spronava nella mischia con un'eletta di cavalli; rinfacciava a' suoi che si fossero millantati tanto coll'imperatore ed or fuggissero dinanzi un pugno di barbari. Ferì in questo dire tra i Musulmani; uccise di sua mano un uomo; e si trovò avviluppato, picchiato di lance d'ogni banda; ma non passavano la grave armadura. Tirano dunque al cavallo, chi di punta, chi di taglio a' garretti; caduto a terra col suo signore gli si abbaruffano addosso Arabi e Greci; alfine fu spacciato Manuele e chi l'aiutò. Gli altri si sbaragliarono. Era tra mezzodì e vespro.[604] Il grosso degli Arabi eran fanti, come si vede nell'episodio di Manuele che terminò la battaglia.
Durò la caccia, la fuga, la carnificina infino a notte. A compier l'epico terrore del caso,[605] un negro nembo che ottenebrava quella chiostra di monti, scoppiando a folgori e tuoni quando fu decisa la giornata, incrudelì sopra i fuggenti, accrescendo i pericoli degli ignoti e rotti luoghi. Uno squadrone messosi a briglia sciolta giù pel burrato, precipitò nella fossa; che la colmaron uomini e cavalli, e i vincitori passaronvi su di galoppo, dicono i loro annali, nè par mica impossibile. D'ogni lato, pe' greppi e per le boscaglie, inseguirono gli spicciolati, li scannarono quanto loro bastavan le forze a ferire: pochi patrizii o altri uomini di nota fatti prigioni, per avarizia del riscatto. Pochissimi camparono fuggendo. Più di diecimila i morti; bottino infinito di cavalli, robe, armi; tra le quali si trovò una spada ch'era passata dai Musulmani ai Cristiani in Oriente, e quella riebbero nel sanguinoso campo di Rametta. Su la quale era inciso in caratteri arabici: “Indiano è questo brando; pesa censettanta mithkâl; e molto ferì dinanzi l'apostol di Dio.” Cotesta reliquia delle prime guerre dell'islam era mandata poscia a Moezz con altre preziose armi e piastre e maglie;[606] aggiuntovi una resta di capi mozzi e dugento prigioni barbari, dice una cronica,[607] che sembran degli Armeni o dei Russi.
Ma come i trofei erano recati in Palermo, uscito all'incontro l'emiro Hasan, fu commosso, dice Ibn-Khaldûn, di tanta e sì improvvisa gioia che gli scoppiò una febbre maligna; della quale morì, del mese di novembre, a cinquantatrè anni.[608] Tacciono tal drammatica infermità gli altri annalisti: onde potè per avventura immaginarsela quell'ardito e primo scrittor della Scienza Nuova,[609] cercando sempre dentro la storia medesima la cagione del fatto la quale spesse volte si trova fuori. Fu pianto da tutti Hasan, valoroso, savio, fondator d'una dinastia e però maculato dei vizii del mestiere, che poi spariscono nel baglior d'una corona.
I martiri di Rametta intanto bevvero infino all'ultima stilla il calice amaro che la fortuna porgeva insieme con lor santa corona. Tennero il fermo dopo la sconfitta dei Greci; ma lo stremo delle vittuaglie li sforzò a mandar via le bocche inutili: mille della povera gente, com'e' sembra, tra vecchi, donne e fanciulli. Ibn-'Ammâr, in vece di rispingerli nella fortezza e affrettar la dedizione di quella, li accolse e mandò in Palermo; ma fu crudo coi rimagnenti. Fatti pelle ed ossa, tuttavia combattevano, entrato già il novecensessantacinque; quando un giorno Ibn-'Ammâr apparecchia le scale, dà l'assalto, lo protrae fino a notte; e allora una mano dei suoi salì su le agognate mura di Rametta. Passati a fil di spada gli uomini; menate in cattività le donne, i fanciulli; saccheggiata la città, e fattovi grande bottino. Partendosi dopo un anno e mezzo da' selvaggi luoghi illustrati con tanto sangue, Ibn-'Ammâr lasciò nella rôcca presidio e abitatori musulmani.[610]
In questo mezzo Ahmed guadagnava una battaglia navale. Saputa la rotta di Manuele mentr'ei si affrettava marciando sopra Rametta,[611] tirò dritto, com'ei pare, a Messina[612] per cavar la voglia d'un novello sbarco ai Bizantini che s'eran messi in salvo a Reggio. Seguiron poi in Sicilia tanti altri scontri,[613] non sappiamo i luoghi; e d'un solo il nome del capitan bizantino, il maestro Essaconte, il quale fu sconfitto con grande strage.[614] Donde è manifesto che i Musulmani ripigliavano ad una ad una le terre occupate; mentre il navilio greco pigramente stava lì a Reggio per raccorre i presidii. Ahmed si pose alla vedetta a Messina con quante forze potè. Quando l'armata nemica sciolse le vele per Costantinopoli, risolutamente ei l'assalì; con tanta disparità di preparamenti navali, che i Musulmani gittaronsi talvolta a nuoto per appiccare il fuoco ai legni nemici.[615] Aspro e lungo indi il combattimento, che ne rosseggiò il mar di sangue, scrivono gli Arabi[616] in metafora, e può passare. Compiuta fu lor vittoria nella battaglia dello Stretto, come la chiamarono. Affondate, arse o prese tutte le navi bizantine; fatto grandissimo numero di prigioni, con cento patrizii e mille altri nobili, se la non è metafora aritmetica d'Ibn-Khaldûn. Il bottino e i prigioni erano recati in Palermo.[617] Tra gli altri l'eunuco ammiraglio, il quale fu mandato a Moezz, e dimorò due anni a Mehdia[618] in comoda prigione, ingannando il tempo a copiar le omelie di San Basilio e qualche altro pio testo greco, in più di dugento fogli di pergamena: bel volume ch'è adesso nella Biblioteca di Parigi, soscritto con data e nome e titoli e donazione a una chiesa di Costantinopoli, condotto dal principio alla fine con mano uguale e ferma, di buon calligrafo, rubriche ad oro e colori, larghi margini e puliti, colonne e righi tirati a squadra e compasso, che Temistocle e Archimede avrebbero potuto invidiare tant'arte a Niceta.[619] Ahmed, toltosi costui dinanzi, spingea le gualdane contro le città greche, com'io credo, di Calabria; le quali, visto depredati i contadi e intercetti i commerci, altro partito non ebbero che di far la tregua, pagando tributo ai vincitori.[620] Questo fine sortì la impresa di Niceforo Foca.[621]
CAPITOLO IV.
Due anni dopo le raccontate vittorie, correndo il trecencinquantasei (16 dic. 966, 5 dic. 967) Moezz significò all'emir di Sicilia la pace fermata con l'Impero, e gli ingiunse di riattare, meglio oggi che domani, dicea lo scritto, le mura e fortificazioni di Palermo; ordinare in ogni iklîm dell'isola una munita città che avesse moschea giami' e pulpito; e ridurvi la gente dell'iklîm, vietandole di soggiornare sparsa pei villaggi. Ahmed fece metter mano immantinenti ai lavori in Palermo, e mandò per tutta l'isola sceikhi preposti ad inurbare le province. Tanto e non più una cronica musulmana.[622] Ed Ibn-Haukal, venuto in Palermo sei anni appresso, ammirava le forti muraglie del Cassaro e della Khâlesa; e intendea come delle nove porte del Cassaro tre fossero state innalzate da Ahmed, una delle quali tramutata da debole a difendevol sito.[623] Delle città ristorate oltre la capitale nulla sappiam di certo.[624] Ma più monta indagare l'ordine militare ed amministrativo accennati sì laconicamente dal cronista. Ed a ciò ne proveremo; e direm poi della pace.
La prima cosa è da vedere che valga qui iklîm; la qual voce gli Arabi tolsero del greco, al par di noi;[625] le serbarono il significato che aveva in geografia fisica; e v'aggiunser quello di circoscrizione territoriale. Così la troviamo in Affrica nel decimo secolo,[626] in Sicilia nel duodecimo[627] e in Egitto nel decimoquarto;[628] dinotando per lo più quel tratto mezzano di paese ch'oggi chiameremmo distretto, o cantone: nè altro vuol dire al certo in questo rescritto di Moezz. La moschea giami' e il pulpito non portano a supporre più vasto l'iklîm; ma solo che il capoluogo fosse città importante, da farvisi la prece pubblica del venerdì.
Ma la gente[629] che si dovea dai villaggi ridurre nei capoluoghi, non poteva essere l'universale degli abitatori: cristiani o musulmani; liberi, dsimmi o schiavi; nobili e plebei. Poco men assurdo sarebbe a intender tutti i Musulmani, non esclusi i contadini, chè al certo ve n'erano in Val di Mazara; e quanto agli artefici e mercatanti, non occorrea comando del principe perchè soggiornassero nelle città. Però trattavasi della sola milizia, dei nobili cioè con lor lunghe parentele; e chi altro era tenuto gente nel medio evo, fosse in Cristianità o in terra d'islâm? Ignoriam noi se nel Val di Mazara, conquistato ormai da un secolo, le milizie fossero pagate dall'erario in moneta sonante, ovvero con iktâ', o vogliam dire delegazioni, sul kharâg di un dato territorio, che riscuotessero con lor proprie mani,[630] stanziando qua e là nelle ville. Ma ciò seguiva necessariamente in Val Demone e Val di Noto, per la fresca mutazione del tributo dei municipii, in gezîa degli individui e kharâg dei poderi; mancando il tempo di stendere i ruoli e i catasti, secondo i quali l'azienda pubblica riscuotesse il danaro o il frumento del kharâg. E però non si eran fatti nè anco iktâ' in buona forma; ma nulla toglie che le milizie, con partaggio provvisionale e tumultuario assentito o non assentito dall'emir Ahmed, avessero diviso tra loro alla grossa le entrate mal note delle nuove province, e si fossero sparse nelle campagne, esattori a libito e pagatori di sè medesimi. La qual rapina permanente rovinava i sudditi cristiani, snervava lo Stato musulmano, per le sciupate rendite presenti, la inaridita sorgente di quelle avvenire e la sciolta disciplina militare. A cotesti danni volle ovviare Moezz, forse in Val di Mazara, di certo nella Sicilia orientale, con l'ordinamento novello; per lo quale par fosse affidata a magistrati civili la riscossione, e deputati gli stessi o altri oficiali in ciascun capoluogo a vegliare i governati, e significar loro la parola del principe; il che si facea d'ordinario nella khotba, e però dal pulpito, nella moschea giami'.[631] Quali fossero allora i nomi e limiti degli iklîm di Sicilia, e se mere circoscrizioni militari, o anco di azienda, nessun ricordo di quel tempo cel dice; nè vi si può supplire con induzioni. Sol dobbiamo supporre che gli iklîm fossero stati adattati ai corpi del giund, non questi a quelli: perocchè, eccettuati gli stanziali, le altre milizie facean corpo secondo le parentele, nè agevolmente si potea dividere un corpo, nè tranquillamente tenerne insieme due o più di schiatte diverse. Da questo e dalla diversità delle entrate pubbliche sopra territorii uguali in superficie,[632] nascea la disuguaglianza grandissima di estensione degli iklîm, che si nota in varii Stati musulmani; e che durava in Sicilia infino al duodecimo secolo.[633]
La pace parve tempo opportuno a tale riforma d'amministrazione militare; o forse nelle pratiche della pace l'avea chiesta il governo bizantino, per temperare coi consigli i mali dei Cristiani di Sicilia, che non avea saputo prevenire con le armi e che non poteva ignorare, nè farne le viste coi frati e il clero di Sicilia. I quali consigli, utili anco al principe musulmano, più gratamente doveano essere ascoltati nella stretta amistà che allor nacque tra le corti di Costantinopoli e di Mehdia da comuni interessi. L'uno era il sospetto di Otone di Sassonia, il quale volle regnare in Italia quanto Carlomagno e più: ubbidito ormai senza contrasto dalle Alpi al Tevere; coronato imperatore a Roma (962); padrone della città; fattosi giudice a gastigare o vendicare i papi, ed arbitro di eleggerli e deporli; e si voltava già ai favori del principe di Benevento e contro Niceforo; assaltava (968) la Calabria, e minacciava però la Sicilia.[634] Ma in Oriente stringea Moezz a Niceforo, passione più gagliarda, la brama di spogliare altrui. Il califato abbassida, mutilo da più tempo delle estreme province, comandava or appena, e di nome solo, a Bagdad e in breve cerchio. I Buidi o Boweidi teneano la Persia; la casa di Hamdân la Mesopotamia; la dinastia d'Ikhscid la Siria e l'Egitto; i Karmati l'Arabia, donde terribili irrompeano fuori. Lo stesso nome di califo rimanea per ipocrisia o compassione dei vicini usurpatori, dei ministri o capitani di ventura avvicendatisi nella signoria della capitale, i quali vendettero gli oficii pubblici in faccia ai successori di Omar e di Harûn Rascîd, saccheggiarono la reggia, messer loro le mani addosso, lor fecero stentare la vita con una pensioncella; mentre i mercenarii turchi o deilemiti e la plebe ad ogni piè sospinto insanguinavano le strade di Bagdad. Tra tanta rovina del califato, Niceforo Foca (962-7) trionfando nell'Asia Minore, s'era innoltrato due volte in Siria; avea preso Aleppo, Laodicea e molti altri luoghi, e assediato Antiochia, che fu indi espugnata da' suoi.[635] Venuto così Niceforo alle mani con gli Ikhsciditi, nemici immediati di Moezz, probabil è che si trattasse tra l'uno e l'altro di operare d'accordo.
Tanto più che Moezz ebbe con un ambasciatore bizantino quella famigliarità che sovente nasce tra svegliati ingegni. Costui chiamossi Niccolò, mandatogli più volte da Costantinopoli a Mehdia ed al Cairo;[636] forse il medesimo che stipulò la detta pace del novecensessantasette, recati a Moezz splendidi doni di Niceforo, e avutone per riscatto o in cortesia l'eunuco Niceta.[637] L'ambasciatore, sostato per viaggio in Sicilia, andava misurando la possanza fatemita: accolto onorevolmente dal governatore dell'isola, e notato il bell'aspetto dell'esercito; viste poscia a Susa le grosse schiere che v'erano apparecchiate. Ma a Mehdia il greco si facea strada a stento nella calca dei soldati, famigliari e cortigiani, finchè, entrato nella reggia, uno splendore lo abbagliò: e condotto a Moezz che sedea maestosamente sul trono, gli parve proprio il Creatore del mondo, non uomo mortale; che se si fosse vantato di salir su in cielo gli avrebbe risposto: “è incredibile, ma tu lo farai.” Tanto si dice che confessasse Niccolò, pochi anni dopo, al principe medesimo, il quale, chiamatolo in segreto nella reggia del Cairo, gli avea domandato: “Ti sovviene del tal dì ch'io ti prediceva in Mehdia saresti venuto a salutarmi re in Egitto?” — “È vero,” rispose; e Moezz: “Ci ritroveremo adesso a Bagdad; tu ambasciatore, ed io califo.” Ma il Greco stiè zitto; e, sforzato da Moezz, gli fe' quel racconto della luce sfolgorante di Mehdia e che adesso vedea negra di tenebre la capitale, e ammorzata nella sua faccia quella terribile maestà; donde giudicava rovesciata e sinistra la fortuna. Moezz abbassò gli occhi tacendo; s'ammalò; e non guari dopo morì (975). Che che sia di cotesto dialogo, il quale non disconviene a due adetti d'astrologia del decimo secolo, si accetteranno i particolari della prima ambasceria che fanno all'argomento nostro: la condizione cioè dell'esercito siciliano; e che Moezz volentieri ragionasse di sue ambizioni orientali coi legati di Costantinopoli.[638]
Già le guerre di Niceforo e le irruzioni dei Karmati in Siria batteano la dinastia turca, fondata in Egitto da Ikhscid, capitano degli Abbassidi, il quale avea occupato la provincia commessagli e l'avea lasciata a' suoi. Venuto a morte (maggio 968) il loro liberto Kafûr che tenne con man ferma lo Stato, succedettegli di nome un Ahmed, nipote d'Ikhscid, fanciullo di undici anni, e di fatto un reggente e due ministri i quali si sfamarono in rapine e soprusi. Indi tumultuavano le soldatesche; i cittadini malcontenti prestavano orecchio alle pratiche di Moezz; e un sensale giudeo di Bagdad, che s'era fatto musulmano e straricco e strumento necessario dell'azienda d'Egitto, visto che i nuovi signori stendesser le mani a pelarlo, si rifuggì appo il Fatemita; gli svelò le condizioni del paese e le vie di insignorirsene. La pestilenza e la carestia che in quel tempo desolavan orribilmente l'Egitto, aiutarono al precipizio.[639]
Moezz ebbe sapienza e genio di amministrazione, di che solea trar vanto. Narrasi che una volta, per sermonare i grandi della vezzeggiata e temuta tribù di Kotama, si fece trovare in farsetto, nel suo studio, tra libri e dispacci: “Ed ecco,” lor disse, “com'io spendo i giorni a far di mia mano il carteggio con l'Oriente e l'Occidente, in vece di sedere a desco profumato di muschio, vestito di sete e pellicce, a sbevazzare al suono di strumenti musicali e canto di belle giovani! Chi mai in questo popolo crederebbe che il principe è serrato in camera a procacciare la sicurezza e prosperità del paese e il trionfo vostro su i nemici?” E finì con ricordar loro, da moralista e da medico, tutte le virtù, anche di star contenti a una moglie; promettendo che, s'e' lo ascoltassero, così conquisterebbero i paesi orientali, com'avean fatto del Ponente.[640] E con ciò a consultare gli astrologi e più sovente le spie; tenere mandatarii con le man piene d'oro nei paesi agognati; e biechi bargelli su le popolazioni arabiche d'Affrica. Ond'ei parrebbe a legger di Filippo secondo di Spagna, se nei costumi di Moezz si notasse fanatismo ed ipocrisia, anzichè un animo generoso e un colto ingegno, vago di poesia, vivace e facondo, pratico in varie lingue; il berbero, il negro e lo slavo.[641] Del rimanente uom di stato non ordinò mai vasto disegno con maggior arte, ch'egli il conquisto d'Egitto. Oltre le dette pratiche, si procacciava séguito nelle due città sante dell'Arabia; si assicurava in Affrica; accumulava tesori; ordinava gli eserciti; e cercava, per mandarli ai conquisto, un gran capitano senz'ambizione.
Lo trovò o lo fece egli stesso: un Siciliano di schiatta cristiana,[642] Giawher, che suona “'gioiello;” se pur questo non è il vocabolo arabico raddolcito dalla nostra pronunzia. Figliuolo d'un Abd-Allah, che pare schiavo rinnegato, Giawher fu comperato da un eunuco affricano, rivenduto a un secondo e da questi a un altro; il quale ne fece dono al califo fatemita Mansûr.[643] Messolo a lavorar coi segretarii, Mansur poi l'affrancò; donde entrava, secondo legge musulmana, nella famiglia. Era giovane di bello aspetto, lodevoli costumi, pronto ingegno, affaticante, vigilante, sennato scrittore e pulito, chè ne resta di lui l'editto della sicurtà data al popolo egiziano; e molto amò la poesia e le lettere, protesse cui le coltivasse, e salito a potenza fu largo coi poeti. Moezz, sperimentatolo in varii oficii pubblici, lo fece vizir; poi si consigliò di mandarlo (958) con un esercito di Berberi a ridurre le province occidentali d'Affrica, di cui alcuna s'accostava agli Omeîadi di Spagna: e Giawher in men di due anni occupava per molti combattimenti l'odierno Stato di Marocco; mandava a Moezz i pesci e le alghe presi nell'Atlantico, e gli recava egli stesso in gabbie di ferro i principi di Segelmessa e di Fez. Però, deliberata, dopo la morte di Kafûr, l'impresa d'Egitto, Moezz la commetteva al liberto siciliano; provvedeva con esso lui ad ogni cosa, fatti financo scavar pozzi nel deserto di Barca su la strada che dovea battere l'esercito da Sort a Faiûm. Giawher s'infermò a morte in questo tempo; e il califo a visitarlo ed assisterlo; e sicuro dicea: “Non morrà, poichè mi dèe conquistare l'Egitto.”[644]
All'entrar di febbraio del novecensessantanove, ragunate le genti nei piani di Rakkâda per muovere all'impresa, apparve più brutta che mai l'uguaglianza del dispotismo. Giawher smontava di sella, baciava la mano di Moezz e l'unghia del pontifical palafreno; e alla sua volta, cavalcando con l'esercito, si vedea camminar dinanzi a piè, per comando del califo, i costui figliuoli e congiunti, non che i grandi del regno. I centomila uomini che gli danno i cronisti, significano che fu possente l'esercito; i cameli carichi d'oro gittato in forma di macine, simboleggiano, a mo' delle Mille ed una notte, il provvedimento necessario a chi andava a combattere in paese affamato, con giunta d'infinite barche stivate di grano che seguivano l'armata alle bocche del Nilo. Nei primi di giugno, non lungi da Fostat, sede del governo, Giawher fermava un accordo coi principali cittadini;[645] concedendo a tutto il popol d'Egitto la sicurtà della vita, sostanze e famiglie, a nome del califo; il quale, mosso a pietà del paese, avea mandato sue armi invitte a liberarli dai ladroni e dagli empii e farvi rifiorir la giustizia. Scendendo alle realtà, promettea di rilasciare le indebite esazioni del fisco su i retaggi; fornir le spese necessarie alle moschee; rispettare le opinioni religiose,[646] e i giudizii secondo l'usanza del paese, non contraria al Corano nè alla sunna; e mantenere i dritti dei dsimmi.[647] Si recò allora in parti la città; chi sdegnava l'accordo uscì a combattere e fu rotto; il vincitore, confermati saviamente i patti, entrava a Fostat nei primi di luglio. Altro non mutò dei riti che il nome del principe nella Khotba, l'appello alle preghiere, e il color delle vestimenta degli oficiali pubblici, di nero in bianco. Provvide all'azienda da uom del mestiere; pose in ogni uficio un egiziano e un affricano; amministrò rettamente la giustizia; e con rara modestia esercitò il pien potere commessogli.[648] Piantato il campo presso Fostat, disegnovvi la novella capitale, la Kâhira, ossia trionfatrice; e diè mano immantinente a edificarla.[649] Quivi innalzò la moschea Azahr, che fu compiuta entro due anni; nella quale il fondatore volle tramandare ai posteri il nome della patria siciliana e dell'oficio ch'era stato principio di sua grandezza.[650] Assicurò il conquisto reprimendo chi si levasse nelle province; e dando una memorabile sconfitta (971) ai Karmati, che vennero ad assalirlo al Cairo.[651]
Intanto il nome di Moezz era gridato alla Mecca e Medina; capitani minori mandati da Giawher gli acquistavano parte di Siria;[652] non ostante i Karmati, o forse per la paura che avean di loro i Musulmani, parea che i popoli da Suez all'Eufrate volesserlo riconoscere signore. Onde Giawher tanto insistè, che il trasse a trasferir la sede in Egitto; il che se non bastò a dare ai Fatemiti l'ambito impero musulmano, fece durar due secoli la dinastia, la quale, rimasa in Affrica, sarebbe stata spiantata di corto. La prodigiosa fertilità dell'Egitto; la postura che ne fa scala del commercio tra l'Oriente e l'Occidente; la popolazione gran parte cristiana, docile o servile e attaccata al suolo, offrian salda base a una dominazione reggentesi sugli ordini dell'azienda, d'una setta e d'una tribù berbera, non su popolo ed armi di sua propria nazione: oltrechè i padroni d'Egitto, per necessità geografica, comandaron sempre alla Siria e tennero le chiavi dell'Arabia occidentale. In Affrica, al contrario, i Fatemiti non avean potuto vincere la nimistà dei cittadini arabi in sessant'anni di terrore e di sferza,[653] non spegnere l'antagonismo del sangue berbero racceso dalle sètte kharegite; e mentre e' conquistavan l'Egitto, erano necessitati raccomandarsi alla tribù di Sanhâgia per reprimere un altro ribelle che seguía le orme di Abu-Iezîd.[654] Nè Sanhâgia, condotta dalla famiglia zîrita, lor prestava le armi con sì cieca lealtà da far serva sè stessa. Nè i Kotamii soffrivano che il califo comandasse in casa loro:[655] nè d'altronde bastavano a tener l'Affrica, facendo insieme da pretoriani in Egitto e un pugno anco in Sicilia.
Moezz si deliberò dunque a sgomberare d'Affrica per sempre, recando seco arredi, tesori, armerie e fin le ossa degli avi. Partì d'agosto novecensettantadue; sostato alquanto a Sardegna, villa d'Affrica che par abbia preso il nome dai Sardi che vi soggiornarono,[656] con magnifica lentezza entrò al Cairo di giugno novecensettantatrè; assestò le cose pubbliche con Giawher; poi messe da canto l'illustre liberto, il quale morì il novantadue; e il suo figliuolo Hosein, generalissimo del nipote di Moezz, fu ucciso da quello a tradimento.[657]
Di rado ci occorrerà ormai di tornare alla storia dell'Egitto; e di Moezz, basterà aggiugnere gli ordini politici lasciati nelle antiche province. Presto ei depose, se pur l'ebbe mai, il pensiero di commettere l'Affrica a un Arabo di nobil sangue, il quale, non sarebbe stato contento a picciola autorità; nè bastante a tenere il paese coi coloni arabi contumaci.[658] Si volse pertanto ai Berberi, alla tribù di Sanhâgia, alla famiglia zîrita, al capo Bolukkîn, e, per arabizzarlo, gli diè nome di Iûsuf-abu-l-Fotûh e titolo di Seif-ed-dawla, ossia Spada dell'impero. Il quale gli avea prestato mano forte contro i ribelli, come il padre al padre di lui; e sapea bene Moezz, che, non lasciandolo governatore, quei si potea far principe.[659] Bolukkîn, che il sapeva anco, non si dolse che gli scemassero l'impaccio del governo civile: che Moezz eleggesse i cadi, e qualche capo di milizia;[660] che un consiglio degli oficiali pubblici trattasse la somma degli affari ed egli facesse eseguire le deliberazioni.[661] Assentì anco a più duro taglio: che fosse posto da Moezz un direttore sul kharâg, ed un su le tasse diverse, entrambi mezzo independenti dal governo d'Affrica;[662] i quali lungo tempo mandarono moneta in Egitto.[663] Ond'era proprio quel governo bipartito che la dinastia volle porre in Sicilia e non le venne fatto. Nè Moezz si promettea di perpetua obbedienza da Bolukkîn;[664] ma, come fan sovente gli uomini di stato, fruiva del comodo oggi e rimetteva al domani le cure del pericolo che non si potea cansare.
Assestata così l'Affrica fatemita con un vicerè che comandasse dalle rive occidentali del golfo di Cabès fin dove potesse verso l'Atlantico, il cauto Moezz eccettuò Tripoli, Adgâbîa e Sort a mezzogiorno del golfo; commettendole ad altre mani, per aver libero il passaggio dall'Egitto, se mai venisse in capo a Bolukkîn di tentar novità. Eccettuò anche la Sicilia, data da tanti anni e testè confermata ai Beni-abi-Hosein di Kelb.[665]
CAPITOLO V.
Moezz volle anco far prova a raccogliersi in mano il fren della Sicilia. Del trecencinquantotto (24 nov. 968, 12 nov. 969), mentre Giawher era in su le mosse per l'Egitto, si notò che, giunto in Mehdia un oratore bizantino con ricchi presenti, il califo comandava di smantellare Taormina e Rametta, ristorate poc'anzi. Il che fu sì grave ai Musulmani dell'isola[666] che l'appiccarono a consiglio degli Infedeli: come l'odio pubblico lascia sovente le giuste accuse, e va a trovare le più assurde. L'emiro Ahmed, temendo peggio che parole, mandovvi con genti il fratello Abu-l-Kasem e lo zio Gia'far; i quali, accampatisi tra le due città, le fecero diroccare ed ardere.[667] Era il preludio d'un colpo di stato; perchè Moezz lo stesso anno richiamò in Affrica Ahmed con tutti i suoi,[668] il quale volentieri ubbidì. Ei fu preposto al navilio,[669] ed il cugino Ibn-'Ammâr ad una schiera che si dovea mandare di rinforzo a Giawher;[670] Mohammed, fratello d'Ahmed, rimase a corte finch'ei visse, fidato e caro a Moezz sopra ogni altro amico.[671] Manifesto egli è dunque che ai Beni-abi-Hosein fu promesso alto stato appo il califo in Affrica o in Egitto; e che Taormina e Rametta furono spiantate perchè le tenean gli Arabi Siciliani, i quali era mestieri disarmare pria di offenderli. Ahmed se ne andava dopo sedici anni e nove mesi di governo, in su la fine del trecencinquattotto (ottobre o nov. 969). Fece uno sgombero di casa: figliuoli, fratelli, congiunti, famigliari, clientela, ricchezze, arredi, quanto si potea portar via; caricatone trenta navi salpò l'emiro per Mehdia. Lasciò un solo liberto del padre, per nome Ia'isc; al quale Moezz commise il reggimento della Sicilia.[672]
Ma le tribù, leggiamo, assembrate nell'arsenale vennero a contesa coi liberti di Kotama, li combatterono e ne fecero strage.[673] Le tribù di certo significano i corpi del giund d'arabi siciliani, ordinati secondo loro schiatte. Liberti di Kotama, di certo gli stranieri Negri, Slavi, Berberi e d'altre tribù, e fors'anco rinnegati cristiani di Sicilia o di Terraferma, che i capi di Kotama aveano manomessi ed armati per rinforzar loro squadre, troppo poche ormai ai bisogni della dinastia. Nè parmi abusare il dritto d'interpretazione se aggiungo che il giund siciliano sì fieramente nimicasse i liberti di Kotama per cagione del fei, creduto suo proprio retaggio, del quale vedea partecipare quegli usciti di schiavitù; e forse lor erano stati concessi gli stipendii ricaduti per la partenza dei Kelbiti. Il tumulto par che fosse seguíto allo scorcio del novecensessantanove.[674] L'arsenal di Palermo sendo posto nella Khalesa,[675] e' si vede che Ia'isc, perduti i suoi sgherri entro la stessa cittadella, non ebbe difesa contro i sollevati.
Com'avvenne sempre in Sicilia, il fuoco di Palermo si appigliò subito alle altre città: ammazzati nelle parti[676] di Siracusa i liberti kotamii; subbugli e zuffe per tutta l'isola; rotto il freno alle nimistà: indarno Ia'isc cercò di racchetare gli animi, sospetto com'egli era, senz'armi nè séguito, onde niuno lo ascoltò. Le milizie trascorsero a rapine e violenze sopra i terrazzani;[677] dettero addosso alle città cristiane assicurate:[678] difendendo lor proprii dritti, non ebbero rispetto agli altrui. La forza fatta ai Cristiani mostra che in fondo si dolessero della distribuzione del fei, e che pretendessero riparare l'ingiustizia prendendoselo dassè. Moezz, risaputo cotesto scompiglio quando forse non era spenta la ribellione della tribù di Zenata in Affrica,[679] ed i Karmati gli minacciavano il recente conquisto d'Egitto, non si ostinò contro i Siciliani. Deposto Ia'isc, mandò nell'isola Abu-l-Kasem-Ali-ibn-Hasan, con grado di vicario del fratello Ahmed; per dar a vedere che non avesse mai pensato a mutare nè gli ordini nè gli uomini. Al cui arrivo, che seguì il quindici scia'bân del cinquantanove (22 giugno 970), posarono i tumulti; la colonia lietissima l'accolse e docile gli ubbidì.[680]
Entro pochi mesi Ahmed, veleggiando con l'armata affricana alla volta d'Egitto, s'infermava a Tripoli, dove di corto morì. E in novembre del novecensettanta Moezz scriveva insieme ad Abu-l-Kasem lettere di condoglianza per la morte del fratello e il diploma d'investitura ad emir di Sicilia.[681] Lo stato si rassodò nelle mani di quel giusto e generoso.[682]
Capitò in questo tempo (972-73) in Palermo Abu-l-Kasem-Mohammed-ibn-Haukal che ci ha lasciato una descrizione della città.[683] Ibn-Haukal nato a Bagdad in mezzo all'anarchia pontificale, viaggiò trent'anni (943-76) per genio di studiare i paesi e gli uomini, e bisogno di mercatare; percorse la più parte degli stati musulmani, dall'Indo alle spiagge settentrionali d'Affrica;[684] e s'ei non passò in Spagna, toccò pure la terraferma italiana a Napoli, dove traean per loro traffichi i Musulmani d'ogni parte del Mediterraneo.[685] La geografia d'Ibn-Haukal, compilata in parte su gli altrui scritti ed in parte sul taccuino di viaggio, pecca al solito di preoccupazioni, giudizii precipitosi, fatti facilmente creduti all'altrui ignoranza o passione: opera d'ingegno non esercitato in scienze nè lettere; pur v'ha un tal senno mercantile che dà nel segno discorrendo le cose pubbliche; e se ne cavano genuini ragguagli su gli itinerarii, le usanze, le derrate, le entrate pubbliche e gli ordini amministrativi. Della Sicilia Ibn-Haukal altro non dice, se non essere lunga sette giornate di cammino e larga quattro, tutta abitata e coltivata, montuosa, coperta di rôcche e di fortezze, ed esserne Palermo metropoli e sola città importante per numero di abitatori e fama nel mondo. E di Palermo discorre più e meno del bisogno; tacendo i fatti economici che suol andar notando per paesi anco minori e che son forse perduti con un opuscolo ch'egli intitolò: “I Pregi dei Siciliani,” ovvero con un altro libercolo o capitolo della Geografia, del quale ci è sol rimaso qualche frammento.[686]
La pianta di Palermo, ch'agevolmente si può delineare con questa scorta e coi ricordi archeologici, ritrae le vicende essenziali della Sicilia fin dal conquisto musulmano e la sorte della colonia che si bilanciava tra una virtù e un vizio. Virtù di accentramento e civiltà; vizio di divisione: le schiatte, le classi, le religioni, per mutuo sospetto separate d'animi e di soggiorno; onde ne crescea tanto più la ruggine tra loro. Che se furon tali tutte le metropoli del medio evo, Palermo nè anco serrava i cittadini in un muro e una fossa. Spartivasi, dice Ibn-Haukal, in cinque regioni (hârât); ma poi chiama cittadi[687] due di quelle, come bastionate e vallate ciascuna dassè. L'una, detta Cassaro (Kasr); la vera, ei nota, ed antica Palermo, afforzata d'alte e robuste muraglie di pietra, fiancheggiata di torri, abitata dai mercatanti e dalla nobiltà municipale.[688] L'altra, la Khâlesa, cinta di minor muro, soggiorno del sultano e suoi seguaci, non avea mercati nè fondachi, ma bagni, oficii pubblici, l'arsenale, la prigione. Più popolosa e grossa che le due solenni città del municipio e del governo, la regione non murata detta delli Schiavoni, dava stanza alla marineria ed ai mercatanti stranieri che traeano in Palermo.[689] Eran altresì aperte, e non dissimili l'una dall'altra, le Regioni Nuova e della Moschea, le quali racchiudeano i mercati e le arti: cambiatori, oliandoli, venditori di frumento, droghieri, sarti, armaiuoli, calderai, e via dicendo ciascun mestiere dassè, diviso dal rimanente; se non che i macellai teneano oltre cencinquanta botteghe in città[690] e molte più fuori. Due contrade, ch'Ibn-Haukal intitola regioni senza porle nel novero delle cinque, si addimandavano dei Giudei e di Abu-Himâz. Similmente il Me'sker, che suona Stanza di soldati, par fosse ricinto a parte.[691] I sobborghi che serbavan vestigia dei guasti durati nelle guerre dell'independenza, correano a scirocco frammezzo ai giardini fino all'Oreto, ove si sparpagliavano su la sponda; ed a libeccio salivano dal Me'sker in fila continua fino al villaggio di Baida.[692] La postura delle regioni si ravvisa di leggieri. Il Cassaro in mezzo, in forma di nave che volgesse la prora a tramontana. Come ancorata per traverso, a greco, la Khâlesa; da levante a libeccio la Regione della Moschea, la Regione nuova e il Me'sker: gli Schiavoni, in linea paralella al Cassaro, dal lato di ponente.
Il mare, sì come è manifesto, entrando per una stretta foce che non è punto mutata, disgiungea la Khâlesa dalla estremità settentrionale delli Schiavoni; e imbattendosi nella punta del Cassaro, si fendeva in due bacini o lagune; dei quali su l'occidentale era costruito nelli Schiavoni il porto di commercio; su quel di levante nella Khâlesa, l'arsenale. Se mai nell'antichità le lagune bagnarono tutti i fianchi della città, erano rattratte nel decimo secolo al tronco e ai due bacini; di che resta, dopo novecent'anni, il sol tronco detto la Cala.[693] Perchè scrive Ibn-Haukal che parecchi grossi rivi, ciascuno da far girare due macine, frastagliavano tutto il terreno tra il Cassaro e li Schiavoni; e dove offrian comodo ai mulini, dove si spandeano in laghetti, dove facean paduli che vi crescea la canna persiana o vi si coltivavan piante d'ortaggio.[694] “Tra così fatti luoghi, ei dice, è una fondura coperta del papiro da scrivere, ch'io pensai non venisse altrove che in Egitto, ma qui ne fabbricano cordame per le navi e quel po' di fogli che occorrono al sultano.” E però non sembra inverosimile che sia di Sicilia, anzi che d'Egitto, il gran papiro con lettere arabiche a mo' di marchio di manifattura, sul quale è scritta una bolla di Giovanni ottavo a pro dell'abbadia di Tournus in Francia, data il primo anno di Carlo il Calvo imperatore (875) e serbata nella Biblioteca di Parigi.[695] La pianta egiziana ministra dell'antico sapere, recata forse dai Greci a Siracusa e dagli Arabi in Palermo, crebbevi oziosa fino al secol decimo sesto, quando, prosciugato lo stagno, gli rimase il nome e si chiama anch'oggi il Papireto.
Invece di paduli ed umili culture, la campagna di levante lussureggiava d'orti e giardini da diletto su le sponde dell'Oreto, che s'addimandava Wed-Abbâs, e così infino ai tempi normanni e svevi;[696] ma oggi ha ripigliato il nome classico. Salivano i giardini e si mesceano ai vigneti presso il villaggio di Balharâ,[697] voce indiana,[698] vinta adesso dalla latina appellazione di Monreale, presso il quale giaceva una miniera di ferro, posseduta prima da un di casa d'Aghlab ed or dal sultano che adoperava il metallo alle costruzioni navali. Il fiume volgea gli altri mulini abbisognevoli a sì gran popolo. E scende Ibn-Haukal a rassegnare le scaturigini d'acqua della città e dei dintorni, delle quali alcuna serba il nome;[699] ma egli ne tace due di nome arabico, onde sembrano scoperte nell'undecimo secolo.[700] Contro l'opinion comune, e' si vede che i Musulmani di Palermo sciupavan tanto tesoro di acque. Ibn-Haukal, nato in sul Tigri, chiama pure il Wed-Abbâs gran riviera, onde fa supporre che lo ingrossassero tante polle oggi condotte ad uso della città.[701] Nè dimentica che del territorio parte fosse adacquata con canali, parte delle sole piogge si come in Siria. Fecegli maggiore meraviglia che li abitatori della parte orientale del Cassare, della Khâlesa e dei quartieri di quella banda, bevessero la greve acqua di lor pozzi. Donde è manifesto che non si debba riferire alla dominazione musulmana quella egregia economia idraulica che in oggi dà acque correnti in tutte le parti della città, fino ai piani più alti delle case. Risguardando alle voci tecniche dei fontanieri di Palermo che son mescolate greche, latine ed arabiche, si scopre l'opera comune delle tre schiatte unite sotto i Normanni: e però differiamo a trattarne nell'ultimo libro.
Venendo ai monumenti, Ibn-Haukal notava la Moschea giâmi' del Cassaro, una volta tempio cristiano; nella quale serbavansi, al dire dei logici della città, le ossa d'Aristotile; ma ei non si fa mallevadore che d'aver visto il feretro, appeso in alto, e udita la tradizione che gli antichi Greci solessero impetrare miracoli dalle ceneri del filosofo in tempi di siccità, pestilenze o guerra civile. Donde è libero il campo a porre il mito e il monumento innanzi o dopo l'èra cristiana; richiamandoci il nome all'antichità, forse al culto d'Empedocle, ma la qualità ed uso del santuario s'adattan meglio alla pietà cristiana; e la medesima tradizione riferita da Bekri dà, invece d'Aristotile, il nome di Galeno, che da Roma andasse a trovare i Cristiani in Siria, e fosse morto, in viaggio, in Sicilia[702]. Nè sembra strano che alla dedizione di Palermo si fosse pattuito di lasciare in piè tutta o parte la chiesa; e che quando la fu mutata affatto in moschea, i nuovi padroni, tra credere e non credere, avesser lasciato sì comodo palladio in qualche cantuccio fuor l'edifizio; che esempii v'ha di chiese bipartite tra le due religioni nei primi conquisti; e non meno di superstizioni reciprocamente tolte in prestito non che tollerate, quando si rattiepidì lo zelo[703]. Il Cassaro, ovale, era tagliato nell'asse maggiore dalla strada dritta ch'oggi ne ritiene il nome, la quale s'appellava Simât diremmo la “Fila:” chè tal era, di fondachi e botteghe, e, raro pregio nel medio evo, tutta selciata. Avea la città vecchia nove porte, delle quali si riconosce il sito;[704] ed una era quella che, in grazia d'esotiche lettere intagliate su l'arco e in un minaretto vicino, fu creduta infino al secol passato opera dei fondatori ebrei o caldei di Palermo. Demolita la porta e il minaretto da un vicerè spagnuolo; serbati da dotti del paese i disegni dei caratteri che inghirlandavano il minaretto, ancorchè trasposti e mutili, come s'erano mescolate e perdute in parte le pietre, ognun vi scorge una bella e severa scrittura cufica, e se ne può accozzare la data del quarto secolo dell'egira e tre versetti del Corano, di quei soliti a porre nelle moschee.[705] La Khâlisa avea mura senza altre porte che quattro dal lato di terra, a mezzogiorno. Sorgeano fuor le mura, credo del Cassaro, in sul bacino di levante i ribât, come chiamavansi nelle città di confine le stanze dei volontarii spesati su le limosine legali o su lasciti pii, per uscire in guerra contro gli Infedeli; la quale genía, come si allargò e corruppe l'islamismo, somigliava ormai per la disciplina ai ribaldi negli eserciti feudali, e per l'ozio ai frati mendicanti nei paesi che n'han troppi. Molti ribât, dice Ibn-Haukal, sono in Palermo in riva al mare, pieni zeppi di sgherri, scostumati, gente di mal affare: vecchi e giovani, perversi e infingardi, mascherati di devozione per carpir la moneta e intanto svergognar le donne oneste, fare i mezzani e peggior brutture; riparati colà per non aver condizione nè pan nè tetto.
A computare il numero degli abitatori, Ibn-Haukal ci dà questo bandolo: che la moschea de' beccai, un dì che v'erano ragunati tutti con lor famiglie e attenenti, racchiudea da settemila persone. La quale arte stando negli odierni censimenti della città a tutta la popolazione come uno a cento, il numero tornerebbe nel decimo secolo a settecentomila; e, fattavi pur grossa tara per le mutate condizioni, non si può ragionar meno di trecento o trecencinquanta mila anime.[706] A ciò ben s'adatta l'altro dato delle cinquecento moschee ch'erano in Palermo, delle quali tre quinti nella città vecchia e grosse regioni e due quinti nei sobborghi: moschee tutte acconce e frequentate, tra pubbliche, di corporazioni e di privati. Nè Ibn-Haukal tante ne avea viste mai in cittadi uguali e maggiori; nè sapea trovarne riscontro se non a Cordova, il numero delle cui moschee gli era stato raccontato, ma in Palermo l'avea ritratto con gli occhi suoi proprii e tutti i cittadini gliel confermavano. Cordova in vero, decaduta nel decimoquarto secolo, ebbe da settecento moschee[707] e poco meno Costantinopoli fino al decimosettimo secolo.[708]
Dalla quale sovrabbondanza Ibn-Haukal cava argomento di riprendere i Palermitani che ciascuna famiglia per superbia e vanità volesse la sua cappella particolare, fin due fratelli che abitavan muro a muro. E narra che un Abu-Mohammed oriundo di Cafsa, giurista in materia di contratti,[709] arrivò a fabbricare vicino a venti passi alla propria una moschea pel figliuolo, affinchè vi desse lezioni di dritto. Notato poi che più di trecento pedagoghi insegnavan lettere ai giovanetti, v'appicca la chiosa che eleggean tal mestiere per iscusarsi dalla guerra sacra, anche in caso d'irruzione del nemico; ch'e' si vantavano di probità e di religione e facean da testimonii nei giudizii e nei contratti; ma in fondo nulla era in essi di bello nè di buono. Nè era in alcun altro. In fatti, il cadi Othman-ibn-Harrâr, uom timorato di Dio, conosciuti alla prova chi fossero i suoi concittadini, avea ricusato lor testimonianze, grave o leggiero che fosse il caso; onde s'era messo a terminar tutte le liti con accordi; e infermatosi gravemente ammonì chi dovea prendere il magistrato non si fidasse d'anima vivente. Al quale succedette, continua Ibn-Haukal, un Abu-Ibrahim-Ishak-ibn-Mâhili, che fece ridir di sè molte scempiaggini.[710] Che più, se non usano la circoncisione, nè osservano le preghiere, nè pagan la limosina legale, nè vanno in pellegrinaggio; e appena avvien che digiunino il ramadhan e che facciano il lavacro in un sol caso! E scaglia la sentenza: non essere in Palermo begli ingegni, nè uomini dotti, nè sagaci, nè religiosi; non vedersi al mondo gente meno svegliata, nè più stravagante; men vaga di lodevoli azioni, nè più bramosa d'apprendere vizii.
Ma si tradisce col filosofare: che la radice di tanto male è il gran mangiar che fanno di cipolle crude, mattina e sera, poveri e ricchi; ond'han guasto il cervello e ammorzato il senso.[711] In prova, ecco, bevon dei pozzi anzichè cercar le dolci acque correnti; al ragionar con essi t'accorgi c'han le traveggole; nel guardarli vedi alla cera la complessione intristita. Ghiottoni, che non si sgomentano a puzzo di cibi. Sudici di loro persone, da far parer mondi i Giudei. Allato al negrume di lor case diresti bigio un focolare. Nelle più splendide, vedi correre i polli e sconciare la stanza e fino i guanciali del padrone. Arroge che in Sicilia il frumento non si serba da un anno all'altro; e sovente, sì malvagio è l'aere, inverminisce su l'aia.
Il tempo è passato che scrivendo la storia si prendea battaglia per simili argomenti, e che la carità patria, bamboleggiando, avvampava sol nelle inezie. Pur non debbo ricusare ai miei concittadini musulmani di nove secoli addietro il giusto giudicio, secondo parer mio, come farei pei Medi o i Cinesi. Dico dunque che la storia letteraria della Sicilia dalla metà del decimo alla metà del duodecimo secolo non mostra nè ingegni grossi nè studii negletti; e Ibn-Haukal medesimo cel dà a vedere quando ricorda i logici che favellavano d'Aristotile, i trecento maestri di scuola e le tante moschee, parte delle quali serviva, come ognun sa, agli studii ch'or diciamo universitarii. Certamente, nel secolo che corse da Ibn-Haukal alla guerra normanna la cultura progredì sotto i Kelbiti; ma non poteva giacer sì bassa al suo tempo. Lo stesso penso dell'incivilimento esteriore, che pur era sì notevole nella detta guerra e dopo, come l'attesta qualche poesia d'Ibn-Hamdîs, al par che una geografia anonima,[712] e Ibn-Giobair e Ugone Falcando e con essi tutta la storia della dominazione normanna. Quanto alle virtù religiose secondo lor setta, le meno importanti si son viste nelle biografie dei devoti: la primaria, ch'era il genio guerriero, splendè in due nobilissime vittorie riportate, l'una pochi anni innanzi a Rametta sopra l'impero bizantino, l'altra pochi anni appresso in Calabria sopra Otone secondo. Però l'aspra censura è accozzata, come per lo più avviene, d'errori e di verità. Errore fu d'Ibn-Haukal, che, praticando coi mercatanti del paese, ritrasse la nobiltà, i dottori e la plebe con tutte le sembianze che quei lor davano per invidia di classe. Errore, ch'ei condannò come vizii fisici e morali tutte le qualità insolite ch'ei notava in quei Musulmani misti di sangue greco e latino; mezzo stranieri ai lineamenti del volto, alla carnagione, alla pronunzia, agli usi, nè ben domati a tutte pratiche dell'islamismo. Verità era il fermentar dei molti elementi eterogenei di che si componea la popolazione della Sicilia e sopratutto di Palermo: tante schiatte; islamismo e avanzi palesi o latenti di cristianesimo; diritti civili disuguali, ricchezza e miseria, violenza guerriera e industria; torre di Babele, in cui doveano pullulare superbia, rancori, abiezione e infinite piaghe sociali. Se molte n'esagerava nella sua mente il buon mercatante di Bagdad, molte pur ne toccava con mano.
E in Sicilia non solo, ma in Spagna, ma in tutti gli stati musulmani del Mediterraneo. A leggere i suoi scritti lo si direbbe disingannato e dispettoso del non aver trovato in Ponente la virtù civile che mancava a Bagdad; come i mali proprii s'appongon sempre al destino, e gli altrui a chi li patisce. Similmente avviene che giudicando gli stranieri si vegga in molte cose la superficie, si sconoscano le virtù, ma s'imbercin diritto i vizii fondamentali; il che mi par abbia fatto Ibn-Haukal nella descrizione generale del Mediterraneo. Toccando quivi di Cipro e Creta: “Le tennero” ei dice “i Musulmani, i figliuoli dei combattenti della guerra sacra; ma l'invidia e la crudeltà invasaron cotesti popoli, al par che que' dei Confini dell'impero, della Mesopotamia e della Siria; proruppe tra loro il mal costume, la iniquità, l'ingordigia, la discordia, la perfidia, l'odio scambievole; sì che costoro apriron la strada ai nemici e serviranno d'ammonimento a chi ben consideri gli eventi.”[713] E pria di terminare il capitolo: “In oggi,” ripiglia, “i Rûm offendono i Musulmani con ogni maniera di scorrerie su le costiere di questo mare, e fan preda di nostre navi d'ogni banda; nè abbiam chi ci aiuti nè ci difenda. Abietti si calano i nostri principi, pieni d'avarizia e di superbia in casa; i dotti non curano nè intendono, ti danno responsi comentando come a lor piace, nè pensano a Dio nè alla vita futura; pessimi i mercatanti, non rifuggon da cosa illecita nè reo guadagno; i devoti balordi, pronti a voltar casacca, fanno cammino in ogni calamità e spiegan la vela ad ogni vento: e però i confini e le isole rimangono in balía dei nemici, e la terra si lagna con Dio della iniquità di cui la tiene.”[714]
CAPITOLO VI.
In questo tempo l'amistà di Moezz con Niceforo par abbia preso quella sembianza di lega che i cronisti occidentali rinfacciano all'impero bizantino. Già da parecchi anni Otone primo, cominciava a colorire i disegni sopra l'Italia meridionale, come accennammo; profferiva da sovrano feudale aiuti a Pandolfo Capo di ferro principe di Capua e Benevento contro Niceforo rivolto al racquisto della Puglia; tentava senza frutto di tirare a sè il principe di Salerno; d'ottobre del sessantotto correa con incendii e rapine i confini di Calabria e dello stato salernitano; accattava forze navali dai Pisani che poco appresso si veggono combattere in Calabria;[715] di marzo del sessantanove incalzava l'assedio di Bari tenuta dai Bizantini; e in quel torno inviava aiuti a Pandolfo, che fu vincitore e poi vinto a Bovino.[716] La pratica del matrimonio del figliuolo con la principessa greca Teofano, anzichè comporre, rinvelenì gli animi (giugno ad ottobre 968) per la perfidia che v'odorò la corte bizantina, la ingiuria che incontrò a Costantinopoli l'ambasciatore Liutprando, e il vero o supposto tradimento dei Bizantini che dettero addosso in Calabria alle genti di Otone quando liete veniano a ricever la sposa (969). Seguirono dunque in Puglia tra le armi de' due imperi parecchi scontri che non occorre divisar qui.[717] Nell'un dei quali forse il novecensessantotto due Landolfi, fratello e figliuolo di Pandolfo Capo di ferro, combatteano in Ordona contro i Greci e i Musulmani uniti insieme e metteanli in fuga; ma il giovane Landolfo vi toccò una ferita.[718] Atto figliuol del marchese Trasimondo di Spoleto, del novecensettantadue, ruppe un capitan musulmano Bucoboli, e inseguillo infino a Taranto:[719] forse ausiliare mandato da Moezz pria della morte di Niceforo Foca; forse capitan di ventura ai soldi del principe di Salerno, o della repubblica di Napoli, la quale era stata poc'anzi (970) assalita da Otone.
Ma Zimisce, ucciso Niceforo (11 dicembre 969) e salito sul trono, fermò la pace con Otone e le nozze di Teofano col figliuolo;[720] talchè mancava una ragione dell'accordo tra Costantinopoli e i Fatemiti. Svanì l'altra ragione per le vittorie di Zimisce in Siria e di Moezz sopra i Karmati; donde tolti via i nimici comuni, cominciarono l'un contro l'altro a digrignare.[721] Morirono poi entrambi entro due settimane (24 dicembre 975, 7 gennaio 976); e ricaduto l'impero bizantino in gare di corte e guerre civili, non seguirono altri effetti contro i Fatemiti, ma non si rappiccò nè anco la pace. In Puglia intanto eran già venuti alle armi. Del novecensettantacinque uno Zaccaria, che par greco al nome, avea preso Bitonto, ucciso prima Ismaele, musulmano al nome, condottier ausiliare o di ventura.[722]
L'ardimento di sbarcar non guari dopo a Messina, mostra che i Bizantini andassero co' nuovi contro i vecchi amici. Tornano a questo tempo i preparamenti navali di Niceforo, maestro, come s'intitolò, di Calabria, il quale, secondo legge bizantina, fece armare salandre a spese delle città per difender le costiere e assaltare la Sicilia; e tanto aggravò quei di Rossano, ch'arser le navi e ammazzarono i protocarebi; e il governatore, dopo molte minacce, perdonò loro a intercessione di San Nilo il giovane, o perchè non era agevol cosa a punire.[723] Sembra che coi Bizantini si siano accozzati i Pisani, testè venuti in Calabria ai servigi dell'Impero, e che abbian fatto l'impresa con forze navali soltanto. Occupavan Messina alla prima. Sopracorreavi Abu-l-Kâsem con l'esercito siciliano e gran compagnia di dotti e virtuosi cittadini, scrive Ibn-el-Athîr, quasi a smentire Ibn-Haukal. Del mese di ramadhan del trecensessantacinque (mag. 976) entrava nella città, dove i nemici non l'aspettarono. Inseguendoli pertanto di là dallo stretto, risalì con le genti fino a Cosenza; la quale assediò parecchi giorni; e chiestogli l'accordo per danaro, assentì; e andò a porre la taglia nella stessa guisa alla rôcca di Cellara, indi ad altre terre. Mandava intanto il fratello Kâsem con l'armata su le costiere di Puglia,[724] commettendogli di spingere le gualdane giù per la Calabria ov'ei guerreggiava col grosso delle genti.[725] I Musulmani assaliron Gravina in Puglia, che fu indarno, al dir d'una cronica latina; al dir d'un'altra la presero: ma forse s'appongono entrambe al vero, se finì con pagare la taglia.[726] Sparso molto sangue, fatto gran bottino e copia di prigioni, l'emiro e il fratello tornavano in Sicilia.[727]
Dove Abu-l-Kâsem, non dimenticato l'assalto di Messina, ristorava la forte rôcca di Rametta, l'anno trecensessantasei (29 agosto 976, 17 agosto 977), e vi ponea presidio capitanato da un suo schiavo negro.[728] Ripassò poscia in Terraferma, investì Sant'Agata, quella forse che s'addimanda di Reggio; tantochè i cittadini ne uscirono per accordo, consegnatagli la rôcca e quanta roba v'era.[729] Così Ibn-el-Athîr: un altro cronista arabico dice sbarcato Abu-l-Kâsem alle “Torri” (Abrâgia), dove messosi l'esercito a rapire pecore e buoi e traendosene dietro una infinità che impediva il cammino, il capitano li fece sgozzar tutti in un luogo, al quale indi rimase infino ai dì del cronista il nome di Monakh-el-bakar o diremmo noi la “Posata del bestiame.”[730] Appressandosi i Musulmani a Taranto, i cittadini sguisciaron via, chiuse le porte in atteggiamento di difesa, per intrattenere il nemico: e questi saliva le mura, credendo dar battaglia; se non che, accortosi della burla, pose fuoco alla città e distrussene a suo potere. Giunse Abu-l-Kâsem ad Otranto; corse altre città delle quali non ci si dicono i nomi;[731] ma sappiam che Oria in Terra d'Otranto e Bovino in Capitanata, furon arse entrambe, e il popol minuto d'Oria condotto prigione in Sicilia.[732] Assalita per ultimo una città che mi par da leggere Gallipoli,[733] e presone la taglia, l'esercito si riduceva in Sicilia, con torme di prigioni, salmerie di ricche spoglie, e vanto, che parea gloria, d'aver dato il guasto a sì vasto tratto di paese che fa in oggi mezzo il reame di Napoli.[734] I cronisti noverano due altre imprese d'Abu-l-Kâsem in Terraferma tra il settantotto e l'ottantuno, senza narrarne i particolari.[735]
Inaspettatamente qui viene un'agiografia greca ad attestare il gentil animo dell'emir di Sicilia. Ma principieremo da più alto, poichè i costumi del popolo assalito, e un po' anco degli assalitori, per tutto il decimo secolo son come l'ordito di cotesto scritto, con trama sì discreta di soprannaturale, da non far impedimento alla vista. Diciamo della Vita di San Nilo da Rossano, dettata da un compagno e discepol suo alla fine del decimo a principio dell'undecimo secolo. Nacque San Nilo verso il novecentotrè; morì verso il novantotto. Studiò i santi padri, cioè Antonio Saba, e Ilarione, scrive il discepolo; quantunque non gli mancassero libri nè ingegno da apprendere negromanzia, se l'avesse voluto.[736] Una febbre lo fe' pensare alla morte, giovane di trent'anni; perilchè abbandonati i beni ed una figliuola naturale ch'avea, si tonsurò nel monastero di San Mercurio e corse a cercare asilo in quel di San Nazario,[737] dove non arrivassero le branche del governatore bizantino, il quale lo volea sfratare e tornare al duro giogo di decurione. Fuggendo dunque solo e a piè in riva al mare, ecco saltargli addosso dalle fratte un barbaro saraceno, seguito da Etiopi con occhi di bragia che avean lì tirata loro barca. E il barbaro a interrogarlo; e, inteso che andasse a fare i voti monastici, si messe umanamente a persuaderlo d'aspettar la vecchiaia a lasciare il mondo. Vistolo risoluto, l'accomiatò che tremava da capo a piè; ma pensato meglio, li corse dietro gridando: “Fratello, aspetta aspetta;” e volle provvederlo per lo viaggio di pani finissimi, scusandosi che non avesse in pronto altro da mangiare. Fu costrutta poi in miracolo tal ordinaria carità musulmana a povero viandante: fu creduto il demonio in carne e in ossa un gentiluomo, il quale cavalcando presso San Nazario, intendendo il proponimento del giovane, lo chiamò pazzo, poichè se volea salvar l'anima potea far penitenza in casa senza ficcarsi tra i frati, “avari,” dicea, “pieni di vanagloria, dati tutti alla crapula; che un caldaio di lor cucine capirebbe me ritto in piedi e mezzo questo mio cavallo.” Preso l'abito, tornato a San Mercurio dopo un pezzo, Nilo si segnalò per obbedienza monastica, flagellarsi, pregare, vestir ciliccio che mutava una volta ogni anno, pazienza dello schifo e disagio; ed anche assiduità allo studio, belle massime di carità cristiana, e mondana sagacità e prudenza.[738]
Donde salì in fama di santità: riverito dai magistrati; andaron vescovi, arcivescovi, ciambellani di Costantinopoli e i governatori stessi di Calabria a richiederlo di vaticinii e consigli;[739] fondò il monastero di Grottaferrata presso Roma; vinse l'antipatia della schiatta italica e oltramontana a sua favella e greca profusione di capelli e barba;[740] fu onorato in sua vecchiezza a Monte Cassino, a corte dei principi di Capua, dall'imperatore Otone terzo e da Gregorio quinto, dai quali impetrò grazia all'antipapa Filargato.[741] Pria di pervenire a tanta altezza, avea patrocinato rei minori, come i sollevati di Rossano di cui dicemmo, ed un giovane di Bisignano che svaligiò ed uccise un giudeo, ed i magistrati lo volean dare in mano alla comunità israelita.[742] San Nilo gareggiò a suo modo nell'arte salutare col medico giudeo Sciabtai Donolo, uom di molta sapienza a quel tempo in Calabria.[743] E come ci vengon visti nella vita del Donolo,[744] così anco in quella di San Nilo i Musulmani di Sicilia, ch'erano per fermo il flagello principale delle Calabrie, dopo i governatori bizantini. In una spaventevole incursione, quella, come parmi, d'Hasan del novecencinquantuno o del cinquantadue, i monaci di San Mercurio si rifuggivan qua e là per le castella; San Nilo rimanea nel romitaggio d'una spelonca vicina, donde vide la polvere dei cavalli nemici; e, campato su nella montagna, tornando, trovò che gli avean rubato fino un sacco di cilicio, e il monastero desolato, e mancava un fedel suo compagno. Cui volendo riavere o rimaner prigione con essolui, si poneva all'aperto in mezzo alla strada; vedea venir dieci cavalieri vestiti, armati e cinti le teste di fazzoletti[745] alla foggia dei Saraceni; quand'eccoli smontare, inginocchiarsi: ed erano gli abitatori d'un castello, che così travestiti scorreano, se per far bene o male non so, i quali lo accertarono essere salvo il compagno.[746] Posate poscia le armi musulmane, seguíto il tumulto di Rossano che narrammo, San Nilo presagì la novella tempesta. Tornò allora a Rossano l'arcivescovo Vlatto, con molti prigioni riscattati in Affrica, per credito della sorella ch'era moglie, come diceano, del re dei Saraceni: qualche schiava favorita del Mehdi o di Kâim. Dondechè proponendosi Vlatto di andar nuovamente in Affrica a liberar altri Calabresi, San Nilo lo ammonì non si arrischiasse in quella tana di vipere che alla fin fine l'avrebbero morso: e in fatti, andato, mai più non tornò.[747] In quel medesimo tempo si raccendea la guerra musulmana in Calabria; vaticinava San Nilo che la non finirebbe di corto, e distogliea lo stratego Basilio dal fabbricare una chiesa, chè gli Infedeli, dicea, la demolirebbero immantinente occupando il paese.[748] Nella guerra, forse del novecentosettantasette, riparatosi San Nilo nel castello di Rossano, rimasero nel cenobio tre frati, che furon menati prigioni in Sicilia.[749]
A riscattarli ei vendea delle canove del monastero il valsente di cento bizantini d'oro,[750] e con un frate fidato e un giumento donatogli da Basilio stratego, li mandò in Palermo, con lettere per quel principe, dice la cronica, cui chiamano Amira, e altre ad un segretario,[751] brav'uomo e cristianissimo. Il quale tradotta l'epistola all'emiro, quei la lodava di dottrina e prudenza, e vi raffigurava lo stile d'un amico[752] di Dio: onde onorato molto il messaggiero e regalatolo, mandava a San Nilo un presente di pelli di cervi e aggiugneavi questa lettera: “Colpa tua, ch'ebbero dispiacere i tuoi frati; poichè se me n'avessi richiesto, ti avrei spacciato una cifera[753] che bastava affissarla in su la piazza, e niuno avrebbe molestato, il monastero, nè sarebbe occorso fuggirtene via. Adesso, se non temi di venirne appo di me, potrai soggiornare liberamente nel paese che m'obbedisce, dove sarai rispettato ed onorato da tutti.”[754] Del quale scritto mi par genuino il senso, e fin direi il tenore.
Morto intanto Otone primo (973), Otone secondo, che meritò esser detto dai Romani il Sanguinario, ritentava l'impresa dell'Italia meridionale; parendogli quivi men salda che mai l'autorità dei fratelli della moglie, regnanti a Costantinopoli con poca riputazione e impedimento di nuove guerre. Allo scorcio dell'ottantuno, calato a Benevento dando voce del passaggio contro gli Infedeli, espugnata Salerno che gli ricusava l'omaggio e gli aiuti, Otone si apparecchiò al conquisto delle Calabrie.[755] Le quali, scrive Ditmar, uom sassone d'alto legnaggio, vescovo e contemporaneo, eran gravemente afflitte dai Greci e dai Saraceni.[756] Un altro cronista tedesco di quell'età, afferma che gli imperatori bizantini, non potendo stogliere Otone da cotesta impresa, condussero a soldo i Saraceni di Sicilia e altre isole, e fin d'Affrica e d'Egitto, per lanciarglieli addosso.[757] Gli annali musulmani, che maravigliosamente accordansi con Ditmar in molti particolari, notan solo che Abu-l-Kâsem bandì la guerra sacra, poichè il re dei Franchi movea contro la Sicilia.[758] Manifesto egli è dunque che i Bizantini e i Musulmani di Sicilia, rinnovandosi il comun pericolo, rifacessero la lega come al tempo di Niceforo e di Moezz.[759] Lo stratego di Calabria assoldò forse qualche compagnia musulmana, che stanziò in quelle parti e militò con essolui. Ma l'esercito siciliano non operò mai insieme coi Greci: che gli uni e gli altri combattessero contro Otone sul medesimo campo di battaglia, è falso supposto di moderni scrittori, i quali si fidarono alle compilazioni, mettendo da parte le croniche originali.
In primavera dell'ottantadue, Otone venne sopra Taranto, e in breve la espugnò, mal difesa dai Greci.[760] Nella poderosa oste militavano Sassoni, Bavari e altri Tedeschi, Italiani delle province di sopra e dei principati longobardi; condotti dai grandi vassalli dell'Impero laici ed ecclesiastici, dal fior della nobiltà di Germania e d'Italia.[761] Scarseggiando di forze navali, Otone s'acconciò coi protocarebi di due salandre, mandate fin dai tempi di Niceforo Foca a raccogliere le tasse di Calabria; i quali gli prometteano d'ardere il navilio musulmano: ch'era doppio tradimento, o quei tentennavano nella fede del signor loro, e si disponeano a seguir Otone vincitore, e vinto abbandonarlo. Erano navi, scrive Ditmar, di mirabile lunghezza e celerità, con doppia fila di remi e cencinquanta uomini ciascuna; armate di quel fuoco cui nulla spegne se non l'aceto. Due gualdane di Musulmani furon sopraffatte dall'esercito d'Otone;[762] una delle quali, o una terza che fosse, si difese in una città, credo io Rossano, poi si dette alla fuga.[763]
Abu-l-Kâsem, partito con l'esercito del mese di ramadhan trecentosettantuno (27 aprile a 26 maggio 982), saliva lungo la costiera orientale di Calabria, dove ebbe più certi avvisi delle forze del nemico accampato a Rossano.[764] Perchè non si fidando d'assalirlo, adunati i capitani che voleano andare innanzi, risolutamente ordinò la ritirata: e mandavala ad effetto con l'esercito e il navilio, quando i legni nemici che stavano alla vedetta, addandosene, mandarono spacci ad Otone che corresse sopra i Musulmani sbigottiti.[765] Ei lascia addietro gli impedimenti e col fior dei suoi fa tate diligenza che sopraggiugne i Siciliani il quindici luglio[766] su la marina di Stilo.[767] Vistili da lungi sparuti di numero, sclama che sono masnadieri, non soldati, e, incontanente comanda di dar dentro.[768] Abu-l-Kâsem, facendo alto, s'era già messo in ordine di battaglia.[769]
Dopo aspro menar di mani avvenne che uno squadrone imperiale caricando il centro de' Siciliani lo ruppe e volse in fuga. Trapassando nell'impeto fino alle bandiere difese da Abu-l-Kâsem con un forte nodo di nobili e prodi cavalieri, tennero il fermo; furon tutti mietuti e l'emiro ucciso d'un colpo al sommo della testa:[770] ma immolandosi strapparon la vittoria di mano all'imperatore tedesco. Chè a quel respitto li sbaragliati si rannodano, precipitano alla riscossa, scrive Ibn-el-Athîr, deliberati a morire; i vincitori, scrive Ditmar, dopo breve scontro sono soverchiati e tagliati a pezzi:[771] nè fa maraviglia tal subito scambio di sorti quando il centro de' Siciliani sconfitto rifacea testa più addietro, e le ali rimase intere si chiudevano su le spalle del nemico. Il rimanente dell'esercito otoniano si dileguò fuggendo. Lasciò sul campo quattromila morti e grande numero di ottimati prigioni.[772] Tra questi noverossi il vescovo di Vercelli mandato ad Alessandria d'Egitto e riscattatosi dopo lunghi anni, al par che tanti altri chierici e laici, i quali a poco a poco si vedean tornar in Germania.[773] Degli uccisi, le croniche italiane ricordano Landolfo principe di Capua, Atenolfo suo fratello e i nipoti Ingulfo, Vadiperto e Guido di Sessa;[774] le tedesche, Arrigo vescovo d'Augsburg, Wernher abate di Fulda, e molti altri prelati;[775] e dei gran baroni un Richar, un duca Odone, i conti Ditmar, Becelino, Gevehardo, Guntero, Bertoldo, Eccelino e un altro Becelino fratel suo, con Burchardo, Dedone, Corrado, Irmfrido, Arnoldo, e altri che Iddio solo conosce, scrive Ditmar, il quale vi perdè uno zio della madre.[776]
Otone il Sanguinario, fuggendo a briglia sciolta col cugino duca di Baviera, avvistò le due salandre greche presso la spiaggia, e si tenne salvo.[777] Ma arrestatoglisi il destriero, un giudeo suo fidato che lo seguiva gli grida: “Prendi il mio e dà pane ai miei figli s'io ci muoio,” onde Otone montato in sella[778] spinse il cavallo in mare; gridò e fe' cenno al nocchiero; e quei tirò dritto. Tornato a proda, trova il giudeo, Calonimo il suo nome, che l'attendeva ansioso di lui non di sè stesso: il cugino era ito, chè già si vedean venire a spron battuto i Musulmani. “E che farò?” sclamava Otone. “Ma sì ho ancora un amico!” e lanciossi di nuovo nell'onda col cavallo del giudeo.[779] Questi fu ucciso.[780] Ricettò l'imperatore l'altra salandra che passava, conoscendolo un ofiziale schiavone.[781] Fatto posare dal protocarebo sul proprio letto e interrogato, accertò sè essere Otone: lo pregò d'accostarsi a Rossano, tanto che prendesse seco la moglie e i tesori; ch'ei non voleva rimetter piè su l'infausta terra, ma andare a Costantinopoli, ove i pii imperatori renderebbero merito a chi avesse tolto a sicura morte il cognato. Il Greco assentì: navigando dì e notte giunsero a Rossano.[782] Otone mandava lo Schiavone a terra, e non guari dopo fu vista scendere alla marina la imperatrice con Thierry vescovo di Metz ed una fila di giumenti che recavano, come diceasi, il tesoro; a che il capitan greco gittò l'áncora. S'accosta con barchette il vescovo; monta su la nave egli e pochi; parla ad Otone; e questi, per accogliere onorevolmente la imperatrice, indossa abiti di gala, arriva passeggiando al bordo: e giù in mare d'un salto. Un della ciurma che lo volle ritenere, fu trafitto; gli altri ricacciati indietro dagli altri famigliari saliti con l'arme alle mani; e Otone intanto afferrava la spiaggia: talchè i Danai truffatori d'ogni gente furono burlati, conchiude soddisfatto Ditmar.[783] Nel cui racconto io non veggo nulla che rassomigli a favola. Altri recò il caso un po' diverso, come l'andava ritraendo la fama;[784] chi venne appresso v'aggiunse e tolse quanto gli parve;[785] falsarii moderni lo ricomposero a lor modo:[786] e in fine i critici nauseati sono stati lì lì per rigettar tutti gli episodii in un fascio.[787] I ricordi arabici convengono con Ditmar, sì nei primi accidenti della fuga e sì nel successo, dicendo che Otone si ridusse allo accampamento ov'era la moglie; e con lei tornossi a Roma.[788]
E veramente, soggiornato alquanto a Capua, passò nell'Italia di sopra, adunò del novecentottantatrè la dieta dell'Impero a Verona,[789] s'apprestò a far vendetta sopra la Sicilia, vantossi di gittare un ponte di barche su lo stretto di Messina,[790] e venne a morire a Roma (7 dic. 983); meno avventuroso d'Abu-I-Kâsem, ch'era caduto sul campo di battaglia. Dove la stirpe arabica pagò alla stirpe italiana l'affitto della Sicilia, coi buon colpi che sbarattarono un esercito germanico e fecer morire di rabbia e disagi l'imperatore, l'Otone, passeggiante ormai su l'estrema punta della penisola. E forse Salernitani, Romani, e Italiani d'altre province tratti a forza sotto l'insegna imperiale, benedissero le scimitarre orientali che loro balenavano dinanzi gli occhi. Prepotente forza delle necessità geografiche su le vicende delle nazioni, a vedere i Musulmani di Sicilia, guelfi innanzi tratto, guadagnare in Calabria una prima Legnano![791]
Rimasti i Siciliani signori del campo, assumea le veci d'emiro Giâber, figliuolo d'Abu-l-Kâsem; il quale immantinente fe' suonare a raccolta, non concedendo di continuare il bottino; nè pur di raccogliere le armi e attrezzi di guerra lasciati dal nemico da rifornirne gli arsenali di Sicilia. Non si ritrae se fu necessità, paura o gelosia d'affrettarsi a pigliar lo stato in Palermo; nè s'ei pensò a recar seco il cadavere del padre. Ma alle costui virtù rese merito il popolo, che chiamollo “Il Martire,” ed affidò alla storia questa epigrafe: Giusto, di specchiati costumi, tutto amore ai sudditi, affabile, elemosiniere, che non lasciò ai suoi figliuoli nè una moneta d'oro, nè una d'argento, nè un pezzetto di terreno, avendo legato ogni cosa ai poveri ed opere di carità.[792]
CAPITOLO VII.
Sì com'era incerta la elezione degli emiri tra il fatto e il dritto, così i cronisti variamente scrissero di Giâber, qual notando che i Musulmani di Sicilia lo esaltarono senza diploma del califo;[793] e qual che 'Azîz-billah, succeduto (975) a Moezz, in buona forma lo nominò.[794] Fu l'uno e l'altro di certo. Giâber, dato a voluttà, lasciò correre al peggio le cose pubbliche: donde i Siciliani il deposero,[795] o se ne richiamarono al Cairo, dove una gelosia di corte spianò loro la via. Perchè Ibn-Kellas, vizir del califo, si adombrava forte di Gia'far-ibn-Mohammed della famiglia dei Kelbiti di Sicilia, intimo di 'Azîz tanto e più che il padre Mohammed non l'era stato di Moezz.[796] Avendo pensato fin dalla morte d'Abu-l-Kâsem tôrsi d'addosso il rivale con splendido esilio, Ibn-Kellas persuase adesso 'Azîz a farlo emir di Sicilia[797] in luogo del cugino: e chi sa quanto rincalzò le querele dei Siciliani, e se nol fece domandar proprio da loro? Dicon gli annali arabi che Giâber dolentissimo lasciò, e Gia'far a malincuore prese l'oficio. Nondimeno, arrivato in Sicilia del trecentosettantatrè (14 giugno 983, 2 giugno 984), rassettò e fece prosperare il paese; lodato anco per amore degli studii e liberalità. Morto il quale del settantacinque (23 mag. 985, 11 mag. 986), succedettegli il fratello Abd-Allah, che seguì il bello esempio, e in breve anch'egli trapassò, del mese di ramadhan trecensettantanove (dic. 989); lasciato l'oficio d'emir al proprio figliuolo Abu-l-Fotûh-Iûsuf. Così espressamente il Nowairi e Ibn-abi-Dinâr; nè vi ripugna il dir degli altri compilatori. Aggiugne il Nowairi, che 'Azîz gli mandò poscia il rescritto d'investitura.[798]
Arrivò all'apice in questo tempo e repente rovinò la potenza dei Beni-abi-Hosein a corte del Cairo. Hasan-ibn-'Ammâr, il vincitor di Rametta, per riputazione propria nelle armi e di sua parentela appo la tribù di Kotama, si trovò sceikh, spontaneamente eletto, credo io, dei Kotamii stanziati in Egitto, ch'eran tuttavolta i pretoriani di casa fatemita: ed egli a un tempo lor patrono e fidato capitan del califo; tantochè 'Aziz, venendo a morte (ottobre 996), gli raccomandò il figliuolo Mansûr, soprannominato Hâkem-biamr-allah, fanciullo d'undici anni. Alla cui esaltazione, i condottieri kotamii lo sforzarono a dare il governo dello Stato a Ibn-'Ammâr, con oficio nuovo, che si chiamò il Wâsita, ossia Intermediario; e vi si aggiunse il titolo di Amîn-ed-dawla, che suona “Il Fidatissimo dell'impero.” Onoranza anche nuova a corte fatemita e di mal augurio; quando gli emîr-el-Omrâ che posero in tanto vitupero il califato abbassida s'addimandavano per simil forma La Colonna, La Pietra angolare, La Spada, e che so altro, dell'impero. E per poco i Beni-abi-Hosein non copiarono il rimanente: chè già il vecchio capitano mostrava fasto e superbia da re; nella corte, nella milizia stremava le spese per arricchire i Kutamii, e lor dava impunità d'ogni licenza e d'ogni misfatto. Un eunuco di corte presto lo sgarò, fondandosi in su gli stanziali turchi i quali spezzaron la boria ai Kotamii; onde Ibn-'Ammâr fu deposto dal comando (997), onorato e tenuto in disparte per pochi anni; finchè il pupillo, che andava assaporando il sangue, (1000) lo fece assassinare.[799]
Parve cosa degna di nota che nel breve predominio d'Ibn-'Ammâr ad un tempo reggessero, egli l'Egitto e il cugino Iûsuf la Sicilia:[800] sì com'oggi vedremmo con maraviglia, due stretti parenti, l'uno gran vizir a Costantinopoli, l'altro pascià d'Egitto. Pertanto a tutti era già manifesta la independenza della Sicilia; nè faceva specie che la corte fatemita, per procaccio, com'e' sembra, d'Ibn-'Ammâr, desse a Iûsuf il privilegio di Thiket-ed-dawla che suona “Fidanza dell'impero.”[801] Nè solamente si noverava la Sicilia tra gli stati musulmani di momento in sul Mediterraneo, ma gli altri cominciavano ad invidiar sua sorte. Alla fama in arme che le avean dato i primi tre emiri kelbiti, s'aggiunse la prosperità sotto i discendenti del kelbita cortigiano Mohammed, tra i quali segnalavasi questo Iûsuf. Leggiamo in una cronica che al suo tempo il popolo godè ogni ben che si potesse desiderare; il governo si condusse efficace e tranquillo; furono soggiogati parecchi paesi bizantini, e l'emiro mostrò quella magnanimità, liberalità e giustizia, che mancava in tanti altri principati musulmani.[802] Chi lodalo di fermezza insieme e di bontà in verso i sudditi;[803] chi d'aver superato tutti i predecessori in gloria e virtù.[804] La cultura sua e della corte ci torna dalle biografie dei poeti contemporanei.
E prima d'Ibn-Moweddib da Mehdia, cervello strano dato all'alchimia e alla pietra filosofale, uom di brutti costumi, cupido e taccagno, vago d'andare qua e là per lo mondo a buscar danaro con meschini versi; il quale, viaggiando alla volta d'un'isola adiacente alla Sicilia, era stato preso dai Bizantini e ritenuto in lunga cattività. Rimandato in Palermo con altri prigioni, quando Iûsuf fermò una tregua con l'Impero, Ibn-Moweddib ringraziavalo con un poemetto, e l'emiro lo regalava; ma non tenendosene soddisfatto, si messe a sparlare di Iûsuf sì apertamente, che fu ricerco dal bargello. Si nascose appo un conoscente, artigiano dell'arsenale. Ma uscito una sera ubbriaco per comperar nuov'esca da bere,[805] lo colsero; e il prefetto della città[806] condusselo immantinente a Iûsuf. Il quale lo rinfacciava: “Sciagurato, che è questo che sento dir di te!” E il poeta a lui: “Ciarle di spioni, che Iddio aiuti il signor emiro.” — “Ma ti sovviene,” riprese Iûsuf, “il nome di chi cantò: Ecco il valentuomo messo con le spalle al muro dai figli di male femmine?” — “Sì,” rispose Ibn-Moweddib, “il medesimo che fe' l'altro verso: L'inimicizia dei poeti, tristo chi se l'accatta!” Alla qual pronta citazione di Motenebbi,[807] l'emiro non gli disse altro; ma gli fece contare cento quartigli[808] d'oro, a condizione di andarsene tosto della città; “perchè temo,” aggiugnea, “che s'una volta gli ho perdonato, un'altra me la pagherebbe cara.”[809]
Già la fama attirava alla corte di Iûsuf non men belli ingegni e animi più alti, come Mohammed-ibn-'Abdûn nato a Susa d'illustre casa del Kairewân, pregiato tra i suoi per buona lingua e stile semplice e vigoroso. Il quale avendo cantato le lodi dell'emiro, sì gli piacque, ch'ei lo volle compagno del proprio figliuolo Gia'far dilettante di versi,[810] e questi gli si strinse di cara amistà. Tanto che volendo rimpatriare, Gia'far, succeduto nel governo al padre infermo,[811] gliel negò, ancorchè Mohammed lo chiedesse a lui ed al padre con rime piene d'affetto. Che anzi, invaghito tanto più di quel bello ingegno, Gia'far s'adontò che persistesse; gli vietò d'entrare in palagio; ed a rappattumarsi furon uopo novelli versi, e che il poeta li porgesse di furto mentre Gia'far stava a sollazzo in un casino.[812] Il quale sentendosi rassomigliare alla luna e che pari a quella si nascondesse a chi volea far ossequio, gli vennero le lagrime agli occhi e donò al poeta un tesoro.[813]
Quanto fosse pagata non so, ma valea molto a lor gusto, una Kasîda indirizzata a Iûsuf, innanzi il novecentonovantotto,[814] per la festa del Sagrifizio,[815] da un Abd-Allah della tribù di Tonûkh, detto Il figliuolo del cadi di Mîla, ond'ei pare oriundo d'Affrica. Il qual poemetto ci serbò Ibn-Khallikân, che lettolo per caso su la coperta d'un libro, lo trascrisse nelle Biografie degli uomini illustri, temendo non andasse perduto. Come richiedea la classica immutabilità della Kasîda, esordisce con lamenti amorosi, e visione di belle che sembrano allegoriche, nè schiudon le labbra se non a ricordare i riti del pellegrinaggio; talchè pervenghiamo per lungo giro alla festa del Sagrifizio, a Iûsuf e al figliuolo. La festa, sfarzosamente abbigliata, luccicante gli omeri del sottile drappo dell'Irâk, venía dopo un anno a visitare Thiket-ed-dawla, che l'ornava di collana e pendenti, e Gia'far accoglievala con lieti augurii. Ma quale gemma più lucente che l'uno e l'altro re, nobili rampolli della gente di Kodhâ'a?[816] E chi, dato fondo al proprio avere, sperando aiuto da Iûsuf, restò mai deluso? Quell'Iûsuf che corse l'arringo della gloria coi principi ed ei solo toccò la meta; il solo eroe che abbia potere di emendar il tristo secolo; il brando sguainato contro i nemici della Fede; il forte scudo dei Musulmani; la mente che vede ogni cosa e sa alternare mansuetudine e forza; il guerriero armato di due spade, che son la costanza e il fino acciaro. Ecco l'esercito inondar la terra nemica; le lance rodeinite[817] avventarsi come fieri serpi addosso ai fuggenti; i condottieri nemici tagliati a pezzi e spiccato da' busti capo insieme ed elmetto; nè cessa il martellar delle spade, perchè le armature che testè luccicavano all'alba sian gialle di polvere, anzi al polverio tutto s'oscuri il sole. Indarno sperano i miscredenti risarcire lor guasti; indarno s'apprestano a raccogliere le primizie dei campi, ch'ogni anno gli stuoli che tu mandi in guerra, battono lor monti e lor pianure, lasciando vestigio d'ignudi cadaveri capelluti e barbuti;[818] e chi scampa si riman soletto, senza la famiglia ch'è menata in cattività; e trova sì svaligiati suoi tempii, che gli è forza smettere l'idolatria. Salve, o Iûsuf, vigile scolta dell'islam nella notte di questa misera età. Lieta siati la festa; lunghissimi i tuoi giorni al ben fare, al regno, alla gloria; e perenne suoni il tuo nome dal pulpito.[819] Così il poeta metteva a un paro con le veraci virtù la sanguinosa intolleranza religiosa e lo strazio de' vicini: e fosse dileguato al tutto tal empio errore in religioni più mansuete e popoli più civili!
Pur la corte kelbita di Palermo avea fama in Italia di quella ch'era gentilezza secondo i tempi, come l'attesta un centone d'istoria e romanzo, scritto, un anno più o un anno meno, al mille di nostr'èra. L'attesta, dico, trasponendo nel passato, come sovente si fa, le idee presenti. L'autore, monaco a Roma o nei dintorni, narra i primi assalti dei Musulmani sopra la Terraferma d'Italia (842) in questo modo: che Florenti re palermitano, innamorato per fama della bella Gisa sirocchia del principe Romualdo, per rapirla adunava sciami infiniti di Saraceni d'Africa, Palermo e Babilonia; sbarcava ad Amalfi; aiutato dal perfido Radalgiso, assediava Benevento; finchè Romualdo gli uccise quarantamila uomini in una rotta, dalla quale Florenti a mala pena campò la vita.[820] La qual favola è documento non solo della possanza, ma sì della cultura dei Kelbiti allo scorcio del decimo secolo; poichè loro si attribuisce proprio un fatto di cavalleria.[821] Il cronista poi, partigiano d'Otone terzo, non dimenticò di riferire la fondazione della terribile colonia del Garigliano (883) alla medesima cagione alla quale si apponea la sconfitta d'Otone secondo (982), cioè che i Bizantini avesser mandato a Palermo ed Africa, offrendo il regno d'Italia ai Saraceni.[822]
Qual che fosse stato l'accordo tra l'impero d'Oriente e i Musulmani di Sicilia, finì con la vita d'Otone secondo. Perchè i Bizantini, vedendo sgombrare dopo la sanguinosa giornata i vincitori al par che i vinti, ripigliarono tranquillamente le Calabrie e con un po' di fatica la Puglia. Dominarono da Reggio al golfo di Policastro sul pendio occidentale d'Apennino, e sul pendio orientale da Reggio al Tronto: posta la sede del governo a Bari, e mandativi a lor usanza gli strateghi, i quali, verso il mille, cominciarono a prender titolo di Catapano.[823] Ma non mutossi la rapacità, corruzione e debolezza del reggimento bizantino. Dalla ritirata dunque d'Otone alla occupazione dei Normanni, quella provincia si travagliò tra insoffribile tirannide e impotenti sforzi a liberarsene; e talvolta v'ebbe chi per disperazione chiamò i Musulmani di Sicilia; i quali sempre da ausiliari o da nemici corsero il paese, eccetto brevi tregue, di che una sola è certa e l'anno nemmen si sa.[824] Lor fazioni non sono specificate dagli annalisti arabi; i latini le pongono con ignorante brevità, date dubbie, nomi guasti, e niuna connessione: come cicatrici di cui non si sa l'origine ma non si cancellano mai nella memoria delle genti. Ordineremo dunque gli sparsi cenni il manco male che si possa, principiando avanti e terminando dopo il regno di Iûsuf, perchè non son molti, e perchè non si abbiano ad interrompere nei capitoli seguenti i successi di Sicilia.
Saccheggiata del novecentottantasei Santa Ciriaca o Gerace;[825] l'anno appresso fatte altre scorrerie in Calabria; l'ottantotto, assediata, presa e desolata Cosenza,[826] assaliti altresì i villaggi presso Bari e riportatone uomini e donne prigioni in Sicilia.[827] Si trovò il novantuno l'oste musulmana a Taranto; dove sopraccorso un conte Atto con gente di Bari, cadde nella zuffa egli e parte de' suoi.[828] Tornavano il novantaquattro a quelle regioni; stringeano per tre mesi, espugnavano al quarto, Matera, che fu incendiata e avea patito tal fame nell'assedio, che si narra d'una donna cibatasi delle carni del figlio.[829] Dandosi intanto gli Italiani oppressi a cospirare contro i Bizantini, accadde d'ottobre del novantotto che Smagardo da Bari, accozzatosi con un condottiero Busito, che par suoni Abu-Sa'îd, giunse chetamente alla città; gli fu aperta una porta; ma il Musulmano, vistolo uscire da un'altra, si ritrasse temendo tradimento, o che fosse fallito il colpo;[830] talchè veramente fallì. Succeduta, com'e' sembra, la tregua per qualche anno, fors'anco durando la tregua col catapan bizantino, ch'indi suscitasse i Musulmani a molestare gli Stati independenti in sul Tirreno, a dì tre agosto del mille e due si mostrarono a Benevento con forze ch'è mestieri chiamar esercito, e presa la notte medesima la via di Capua, posero l'assedio alla città; poi corsero infino a Napoli, con qual successo lo ignoriamo, forse di metter grosse taglie e ritrarsi.[831] Di marzo mille e tre, innoltratisi dentro terra nel golfo di Taranto, assediavano senza frutto Montescaglioso.[832] Guerra, non incursione di predoni, fu l'altra che seguì il mille e quattro, capitanando i Musulmani il kâid Safi, rinnegato. Il quale in su l'entrar di maggio poneva il campo a Bari, vi chiudea Gregorio catapano della provincia; e avrebbe espugnata la capitale senza le armi dei Viniziani, pronti ad aiutar l'impero greco quando ne andava la sicurezza dell'Adriatico. Perchè Pietro Orseolo doge di Venezia, salpato con l'armata a dieci agosto, approdava a Bari il sei settembre in faccia ai nemici, che invano instrussero i cavalli su la costiera e fecero avvisaglie con lor navi. Rifornita Bari di vettovaglie, il doge ordinò ogni cosa per fare ad un tempo la sortita dal sobborgo e dar battaglia navale. E per tre dì fu combattuto ad armi bianche e dardi artifiziati con fuoco; finchè Safi vedendo averne la peggio, chetamente levò il campo la notte del ventidue settembre.[833]
Minori sembran le forze e meglio giudicata la vittoria, nella battaglia navale che si travagliò il sei agosto del mille e cinque a Reggio; dove i Pisani, emuli ormai di Venezia, ruppero i Musulmani.[834] D'agosto del mille e nove, spezzato il patto del capitano Sato, o cred'io Sa'îd, i Musulmani occupavano un'altra volta Cosenza.[835] Poi si legge che un Ismaele combatteva insieme coi Saraceni l'anno mille undici a Montepeloso; ch'era ucciso nella zuffa un Pasiano e che Ismaele entrava nel castel di Bari;[836] nel qual testo par si debba legger Melo in luogo d'Ismaele:[837] e sarebbe il nome, se fausto o male augurato non so, al certo venerabile e grande, del cittadin di Bari, il quale, levatosi come Smagardo contro la tirannide bizantina, comperò indi a poco le spade normanne. Che gli emiri kelbiti abbiano aiutato a cotesti movimenti di Puglia non può chiamarsi in dubbio: e se ci fossero ignote lor fazioni di guerra, basterebbe la cura che posero le croniche pugliesi a notare le mutazioni di signoria dei Musulmani dal mille quindici al mille e venti, tacendo al tutto quelle che precedettero e che seguirono.[838]
Per cagion della rivoluzione militare del millequindici onde furono menomate le forze dei Kelbiti, è da supporre venuti d'Affrica, non di Sicilia, i Musulmani i quali del mille e sedici posero a terra a Salerno; strinsero un pezzo la capitale con l'armata e con l'esercito; alfine furono costretti abbandonare l'impresa.[839] Altri narra che trovandosi per caso in Salerno quaranta gentiluomini normanni, reduci dal pellegrinaggio di Gerusalemme, sentendosi ribollire il sangue nelle vene alla vista degli Infedeli baldanzosi e dei terrazzani che tremanti s'apprestavano a pagar la taglia, chiedean armi e cavalli, prometteano liberare i Cristiani col ferro; e lor era creduto alle robuste persone e guerriero piglio ed aspetto: tantochè, assaliti alla sprovveduta i nemici, li sbaragliavano con grande strage. Il qual episodio parmi da accettare, sol che s'aggiungano al drappello straniero i cavalli e i fanti del principato salernitano, e che si tolga qualche zero alla cifra dei ventimila Saraceni che leggiamo in una compilazione. I pii guerrieri ricusavano ogni guiderdone, ripigliavano il viaggio ad onta di tutte promesse e preghiere: onde il principe di Salerno mandò secoloro un legato che conducesse a' suoi soldi campion più mondani, recando in Normandia la mostra del ben di Dio che si godeva in Italia: vestimenta di porpora, briglie di cavalli ricoperte a lamine d'oro, melarance, mandorle e noci confettate.[840] E gli stranieri corsero all'esca; ma divorarono insieme la man che la porgea.
Mentre le armi normanne cominciavano con piccoli auspicii a mostrarsi in Puglia, i ribelli avendo uopo di più forti aiuti, non restarono di chiamare i Musulmani di Sicilia. I quali del mille e venti, accozzatisi con un Rayca, pugliese, assediarono e presero Bisignano:[841] che sembra la prima impresa dell'emiro Akhal. Si legge poi che di giugno del milleventitrè un kâid Gia'far con Rayca pose il campo a Bari; donde partitosi il dì appresso, espugnò Palasciano:[842] nel qual testo il nome va corretto forse Abu-Gia'far e sarebbe il medesimo Akhal[843]. Delle altre scorrerie di costui, delle arsioni e guasti e saccheggi in Calabria, vagamente accennati negli annali arabici[844], ignoriamo i particolari, non avendo croniche cristiane di Calabria in questo tempo, ma sol qualche ricordo della Puglia. Tornò ad osteggiar la Puglia il milleventinove Gia'far, o Akhal, insieme con Rayca; assediò il castello d'Obbiano; e si ritrasse per accordo coi terrazzani che dessergli prigioni gli stranieri, com'ei pare, il presidio bizantino[845]. Stavano per cominciare in Sicilia i rivolgimenti che distrussero la dinastia kelbita e la dominazione musulmana, quando di giugno milletrentuno i Musulmani occupavan Cassano; e il tre luglio davano una rotta al catapano Potho.[846]
D'allora in poi non s'intende d'assalti loro in Terraferma, nè v'ha luogo a supporne, ove si consideri lo scompiglio dell'isola, la vittoria di Maniace, l'ingrossar dei venturieri normanni in Puglia e Calabria. I Musulmani che rimasero quivi fino al conquisto della Sicilia, erano rifuggiti o mercatanti. Tale al certo la popolazione infedele di Reggio, la quale il millesessanta s'accozzò coi Cristiani in una infelice fazione navale contro la patria, per isfogare odii di parte o mostrar fede ai novelli signori.[847] Qualche altro esule sventurato, qualche avventuriere di negozio o di scienza, stanziò in questo tempo a Salerno, come sarà detto a suo luogo. Ma il flagello che aveva afflitta per due secoli l'Italia dal Tevere al Faro, si trovò spezzato innanzi la metà dell'undecimo.
Le battiture del quale, furono al certo più spesse e crudeli che non ci sia venuto fatto di raccontarle su i ricordi, pochi e dispersi, di due secoli oscurissimi; delle quali notizie alcune si trovano senza data nè certezza di nomi topografici nelle agiografie; e però non ci si può fare assegnamento.[848] Migliore testimonianza danno i nomi che leggiam tuttavia su le carte geografiche in luoghi di cui non fan motto gli annali cristiani nè dello islam: i quali nomi, e tanti che ne ignoriamo, e tanti che si sono dileguati, ragion vuole derivino dai casi del nono e decimo secolo, anzi che del decimoterzo, quando le squadre musulmane di Federigo secondo e di Manfredi non faceano un passo che gli scrittori guelfi immantinenti non ne ritraessero l'orma. Nido dei Musulmani par sia stato nel nono secolo il Monte Saraceno, come si addimanda, su la costa meridionale del Gargano,[849] a settentrione del qual promontorio, tra Viesti e il lago di Varano, è anche una Punta Saracena. Un monte Saraceno s'innalza rimpetto al comune di San Bartolomeo di Capitanata su l'altra sponda del Fortore. Un altro in Calabria Citeriore, a ponente di Rocca imperiale. Nella stessa provincia s'addimanda Saracena un Comune posto a libeccio di Castrovillari a poche miglia; e sbocca nel Jonio, tra Amendolara e la foce del Crati, il fiumicello Seracino; presso al quale in sala marina è una Torre Saracina come la chiamano. Lo stesso nome di Torre Saracena si scorge nelle carte del secol decimottavo in Calabria Citeriore, tra Longobuco e Bocchigliero. Fino nello Stato papale a poche miglia a greco da Tivoli giace la terra di Saracinesco; a mezzogiorno della quale è l'altra detta Siciliano: nomi lasciati per avventura nei principii del decimo secolo dalle masnade del Garigliano, o alla fine dell'undecimo dai Musulmani di Sicilia, che menò seco Roberto Guiscardo, per liberare papa Ildebrando dai Romani e dai Tedeschi.
CAPITOLO VIII.
Dopo otto anni di prospero reggimento, Iûsuf, colpito d'emiplegía del lato sinistro, risegnò l'emirato al figliuolo Gia'far, al quale avea già procacciato in cancelleria d'Egitto il diploma di sostituzione:[850] e adesso a nome del califo Hâkem-biamr-Allah gli erano inviate le bandiere del comando, con prerogativa di Tâg-ed-dawla e Seif-el-milla, che suonan “Corona dell'Impero e Spada della Fede.”[851] Faccende di cancelleria, parendo che ormai i califi fatemiti non pretendessero esercitare autorità in Sicilia, nè eleggerne gli emiri, ma sol mantenere le cerimonie dell'investitura, come faceano in Affrica; dove ciò non togliea che gli emiri zîriti loro contendessero qualche città di frontiera con le ragioni e con la spada.[852] E veramente nella vita di Hâkem, di che sappiam tante minuzie, non si fa motto mai della Sicilia, nè del reggimento nè degli emiri di quella; se non che alcun Siciliano, nativo ovvero oriundo, comparisce nella storia politica e letteraria dell'Egitto, non altrimenti che gli stranieri, dell'Irâk, di Siria, d'Affrica. Di cotesti Siciliani diremo là dove cadrà in acconcio. Da un'altra mano la corte degli emiri in Palermo del tutto si ordinava come di principi independenti. Si veggono nel regno di Gia'far gli oficii di vizîr e di hâgib, ossia ministro e ciambellano; i quali mai non furono, nè il poteano, appo gli emiri di provincia. I poeti in loro apostrofe a Iûsuf e al figliuolo chiamavanli Malek, che suona re, titol nuovo nell'islamismo; e scrivean come se mai non fosse stato al mondo il califato d'Egitto.[853]
Gia'far ebbe dal padre, insieme col principato, ciò che si potea tramandare per liberale educazione: non le virtù dell'animo nè della mente. Fece mediocri versi; entrò nelle antologie degli Arabi in grazia d'un epigramma improvvisato in Egitto (1035), dove andò a finir comodamente la vita quando il cacciarono di Sicilia: volgare antitesi sopra due paggi che gli venner visti in abiti di dibâg[854] l'un rosso e l'altro nero; la qual freddura piacque assai in quell'Arcadia arabica dell'undecimo e duodecimo secolo.[855] Del rimanente, indole pigra, avara, crudele: nelle sue mani casa kelbita diè la volta al comun precipizio delle dinastie musulmane, nelle quali ad una o due generazioni di guerrieri succedettero per lo più i Sardanapali; come se il naturale intristir dei sangui regii s'affrettasse dentro le mura dell'harem, dove si sciupa il padre, e la fiacca prole alla sua volta vi lascia quel po' di spirito rimaso nella razza.
Dal martire Abu-l-Kâsem in poi, gli emiri siciliani aveano amato meglio i piaceri della reggia in Palermo che i combattimenti di Terraferma. Così il buon Iûsuf, così Gia'far; il quale par quel desso ch'edificò il castel di Maredolce tra le abbondanti acque e i lieti giardini che furon poi delizia dei re normanni.[856] I capitani, intanto, mandati in guerra, riportavano a casa, con qualche poco di bottino, la vergogna della ritirata a Bari (1004) e della sconfitta a Reggio (1005): il principe stracurato e i ministri procaccianti aprian la strada a domestiche ambizioni. Donde Ali, figliuolo di Iûsuf, congiurò contro il fratello coi Berberi e gli schiavi negri; coi quali negli ultimi di gennaio del mille e quindici, ridottosi in un luogo non lungi di Palermo, si chiarì ribelle. Gia'far gli mandava incontro senza indugio il giund e le milizie della capitale:[857] a dì trenta gennaio si venne alla zuffa, la quale finì con molto sangue dei sollevati, e il rimanente diessi alla fuga. Ali preso, menato al fratello; il quale comandò di metterlo a morte, non curando le lagrime del padre paralitico: talchè entro otto giorni il temerario giovane si giocò la testa e la perdette. Gia'far fe' trucidar dal primo all'ultimo gli schiavi ribellati, e i Berberi scacciò dall'isola con le famiglie loro, niuno eccettuato; i quali si ridussero in Affrica.[858]
Le croniche danno un insolito barlume su la ragione degli avvenimenti, aggiugnendo, che rimaso a Gia'far il solo giund siciliano e menomato l'esercito, i Siciliani imbaldanzirono contro i governanti.[859] Indi si vede essere stati i Negri squadre stanziali. I Berberi, avanzo delle colonie spopolate un tempo (940) da Khalîl-ibn-Ishak, o piuttosto delle soldatesche venute d'Affrica sotto i due primi emiri kelbiti, sembran anco milizia stanziale: squadre di giund che gli emiri tenessero appo di loro, pronte a servirli in casa e fuori, stipendiate con assegnazione temporanea di dhiâ, o vogliam dir poderi demaniali: picciola mano di gente, poichè tornò sì agevole di cacciarla via. L'attentato di Ali fu dunque cospirazione militare. Gia'far con le stragi e il bando volle vendicarsi e assicurarsi; ma non pensò che, rimanendo nelle forze di coloro che l'avean mantenuto sul trono, non potea maltrattarli senza pericolo.
A nulla forse ei pensava se non alle vanità e voluttà del principato; rimettendo ad altri la cura di trovar moneta che bastasse allo spendio. Per sua mala sorte s'avvenne in un segretario Hasan-ibn-Mohammed da Bâghâia in Affrica,[860] e fecelo vizîr. Ai cui consigli Gia'far comandava che in luogo dell'antica tassa invariabile d'un tanto ad aratata[861] su i terreni, si levasse il dieci per cento su i grani e le frutta; allegando l'usanza generale degli Stati musulmani.[862] I terreni, s'intenda, tassati a kharâg perpetuo: ed era arbitrario l'atto; non potendosi in giure musulmano mutar nè la quantità nè il modo di riscossione fermati al conquisto e diversi secondo i paesi, talchè la costumanza degli altri luoghi, molti o pochi, non potea far legge in Sicilia.[863] Che tal novazione aumentasse il peso, non occorre dimostrarlo, quando il ministro e l'emiro la vollero, e i possessori se ne mossero a far quel che fecero. Il vizîr aggravò il mal tolto trattando con modi villani e superbi i kâid e gli sceikhi, che è a dire i capi delle nobili famiglie militari e i notabili della cittadinanza. E l'emiro, al quale è naturale che se ne richiamassero, parlò ed operò leonino.[864]
Riposava sicuro, nella severità sua e sagacità del ministro, quando, il sei di moharrem del quattrocento dieci (13 maggio 1019), sollevatasi repente la capitale, nobili e plebei trassero al palagio; l'assalirono, abbatterono certi casamenti esteriori e facendosi notte intorniarono le mura come in assedio. Già già mancavan le forze ai pochi difensori; le turbe stavano per saltar dentro, quando si vide uscire in portantina il paralitico Iûsuf; e per carità e riverenza s'arrestarono a un tratto gli assalitori. Il quale si studiò a calmarli con parole e promessa di far quant'e' vorrebbono; e quelli al veder il povero vegliardo rifinito dagli acciacchi e dall'ansietà, ruppero in lagrime: quasi supplicando si rifecero a contargli tutte le angherie sostenute. Iûsuf rispondea farsi mallevadore del figliuolo, e ch'ei medesimo volea gastigarlo, e dargli lo scambio in persona di cui lor paresse. Domandarono l'altro figliuolo Ahmed, soprannominato Akhal;[865] e incontanente Iûsuf facea promulgare la deposizione di Gia'far, e la esaltazione di Ahmed. Domandarono Hasan di Bâghâia e il ciambellano Abu-Râfi'; i quali consegnati al popolo furono entrambi uccisi e condotta in giro per la città la testa del vizîr, ch'era più odiato, e arso il tronco, senza sepoltura. E ciascuno se ne tornò a casa.
Iûsuf intanto temendo non inviperissero peggio gustato il sangue, avea fatto imbarcare Gia'far sopra un legno che sciogliea per l'Egitto; e poco appresso in altra nave ei lo seguì. Moriron poscia entrambi in Egitto, dove avean recato secoloro in contanti seicento settantamila dinâr, che son circa dieci milioni di lire italiane. I cronisti arabi, lodando a lor uso la carità e liberalità, notano che Iûsuf possedeva in Sicilia tredici o quattordici mila giumente, senza contarvi gli altri animali da sella e da soma, e che venendo a morte non lasciò pure un ronzino.[866] Ma a considerar meglio i fatti, quello stupendo armento, per non dir nulla dei dieci milioni di moneta, prova la quantità dei poderi tenuti in demanio nei regni di Iûsuf e di Gia'far. È verosimile che costui, cacciati i Berberi ribelli del mille e quindici, abbia ritenuto i poderi, anzichè concederli in beneficio militare ai Siciliani; e che il dispetto di tal avarizia abbia fatto sentir più dura l'offesa dell'aggravata tassa prediale.