INDICE

I Pag. [7]
II [17]
III [35]
IV [45]
V [61]
VI [69]
VII [81]
VIII [87]
IX [111]
X [161]
XI [177]
XII [187]
XIII [197]
XIV [213]
XV [229]
XVI [235]
XVII [247]
PUBBLICAZIONI PRINCIPALI DI CARLO DARWIN [279]

CARLO DARWIN

M. LESSONA

CARLO DARWIN

1º MIGLIAIO
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
3, Via Due Macelli, 3


1883


Proprietà Letteraria



332.—Firenze, Tip. dell'Arte della Stampa—1883

AL PROFESSORE
FRANCESCO TODARO


I

Il Times non ha la pretesa di governare e volgere a sua posta la pubblica opinione ma si contenta di esserne specchio.

Quel giornale, annunziando la morte di Carlo Darwin, ha queste parole:

«....Non è ancora deliberato dove debbano essere sepolti i suoi avanzi mortali, ma il posto della sepoltura deve essere nel tranquillo cimitero del villaggio di Down presso il luogo dove Darwin passò quasi quarant'anni della sua vita....»

Ma la voce potente del popolo inglese gridò che la salma di Carlo Darwin doveva collocarsi nella abbadia di Westminster cogli antichi re e cogli uomini più grandi di quella grande nazione, accosto al Newton. E ciò seguì immediatamente.

L'amplissimo giornale parlò della cosa come se non avesse potuto essere altrimenti e riferì a lungo le onoranze di quella sepoltura.

Nella famiglia di Carlo Darwin il lavoro intellettuale e lo studio della natura erano cosa ereditaria.

Erasmo Darwin, nonno di Carlo, fu uno degli uomini più insigni del suo tempo, medico e naturalista originalissimo. Parlerò di lui a lungo più oltre.

Terzo figlio di Erasmo Darwin, dal suo primo matrimonio, fu Roberto Waring Darwin, padre di Carlo. Egli volse tutte le sue forze, tutt'altro che scarse, alla medicina. Si riferisce che avesse una meravigliosa potenza nel diagnosticare le malattie, col sussidio solo di pochissime interrogazioni; egli indovinava anche senza parlare, colla sola potenza investigatrice degli occhi, ciò che si passava nella mente dei suoi malati. Era un uomo dabbene, pieno di benevolenza pei suoi simili. Carlo Darwin, che si compiaceva nel parlare di suo padre e rammemorarne le virtù, raccontava spesso l'aneddoto seguente. Per beneficare i poveri, in Shrewsbury, dove esercitava la medicina, Roberto Darwin si propose di dare gratuitamente i medicamenti a chi, abbisognandone, non avesse potuto pagarli, e fece sapere la cosa in paese. Egli rimase sorpreso di ciò, che pochissimi poveri malati si acconciavano a godere di quel benefizio. Investigando le ragioni del fatto, credette riconoscere che la ragione si fosse questa, che ai poveri dispiaceva ricevere per carità le boccette; che volentieri avrebbero gradito il dono dei medicinali, ma non sapevano risolversi ad aver in elemosina i recipienti. Allora Roberto Darwin fece sapere che avrebbe dato bensì i medicinali gratuitamente, ma che voleva essere pagato delle boccette. Egli assegnava a queste un prezzo insignificante, e i poveri accorrevano numerosi. L'aneddoto è caratteristico tanto del medico quanto del contadino.

Prendo questi, come altri ragguagli, dal giornale inglese Nature che pubblicò nel corrente anno una serie di articoli di varii naturalisti intorno a Carlo Darwin.

La madre di Carlo Darwin discendeva pure da uno stipite nobilissimo; era figlia di Giosuè Wegdwood, quel grande fabbricatore di porcellane che fu artista e scienziato e di cui anche oggi è in tutta Inghilterra popolarissimo il nome. L'eredità, di cui doveva il Darwin studiare tanto accuratamente gli effetti, lo aveva servito bene.

Nato a Shrewsbury addì 12 febbraio 1809, gli furono dati i nomi di Carlo e Roberto, ma quasi sempre egli firmava solo col primo: passò in quella piccola città i suoi primi anni, nella libera vita della campagna, tanto favorevole allo sviluppo dei fanciulli. Frequentò la scuola della città ed ebbe a maestro il reverendo dottore Butler, che fu poi vescovo di Lichfield.

In età di sedici anni Carlo Darwin lasciò Shrewsbury per andare agli studi in Edimburgo. Suo padre lo destinava alla medicina e in Inghilterra si credeva che gli studi medici in quella città si facessero meglio che non altrove. Poi, suo nonno Erasmo aveva studiato medicina in Edimburgo. Ebbe a maestro colà il professore Jameson, che non fu guari contento del suo scolaro; lo dichiarò svogliato degli studi della storia naturale e inetto alla medicina.

Se il maestro era poco contento dello scolaro, lo scolaro non era guari meglio contento del maestro. Dichiarava, in fatto di cognizioni intorno al regno animale, di non essere andato al di là delle volpi e delle pernici e, in quanto a medicina, di non volerne proprio sapere.

Allora il dottore Roberto Darwin deliberò di avviare suo figlio per la carriera ecclesiastica, e lo mandò a Cambridge al collegio del Cristo. Ma egli colà fu preso in breve di tanto amore per la storia naturale che si volse tutto ad essa e non se ne staccò più mai per tutto il rimanente della sua vita.

La cosa avvenne, se dobbiamo credere a ciò che il Darwin stesso afferma, mercè l'opera di un buon maestro, che lo innamorò dello studio della natura e si conquistò in sommo grado la sua affezione e la sua ammirazione, tanto che egli lo amò ardentemente fin che visse e ne conservò poi sempre affettuosissima memoria. Quel maestro era il professore Henslow, che allora aveva lasciato lo insegnamento della mineralogia per assumere quello della botanica, ma era pure valente entomologo e in pari modo geologo valente e, in una parola, versatissimo in ogni ramo della storia naturale.

Il professore Henslow portava seco il Darwin in escursione, lo ammaestrava nello osservare e nel raccogliere, e in breve si destava ardente nel giovane studioso l'amore delle collezioni, segnatamente per la entomologia. Lo stesso Darwin ricordava sovente anche negli ultimi anni della sua vita come il suo nome fosse stato stampato la prima volta quando appunto egli studiava a Cambridge sotto la direzione del professore Henslow, in proposito di un insetto di palude che egli aveva trovato.

Nel giornale inglese Nature, che già ho citato, trovo riferito uno scritto dal Darwin intorno al professor Henslow, che merita di essere testualmente tradotto. Eccolo:

«Andai a Cambridge sul principio dell'anno 1828, e feci subito la conoscenza, per mezzo di un entomologo mio compagno, del professore Henslow, il quale prendeva interessamento e aiutava tutti coloro che si dedicavano a un ramo qualsiasi della storia naturale. Non vi poteva esser nulla di più semplice, cordiale e senza pretese, quanto l'incoraggiamento che egli dava ai giovani naturalisti. Divenni in breve molto intimo con lui, perchè aveva un modo di fare suo proprio, per cui i giovani si sentivano a loro bell'agio in sua compagnia, quantunque fossimo tutti meravigliati della somma di cognizioni che egli possedeva. Prima di conoscerlo, io aveva sentito un giovane riassumere il suo sapere con queste semplici parole:—Egli sa ogni cosa.—Quando rifletto come in breve tempo si diveniva famigliari con un uomo più vecchio, e per ogni verso tanto grandemente superiore a noi, penso che ciò dipendeva tanto dalla somma sincerità del suo carattere, quanto dalla bontà del suo cuore, e forse anche più dal non avere egli per nulla una grande idea del proprio valore. Ci accorgevamo subito che egli non pensava mai alle sue varie cognizioni, o al grande intelletto, ma si occupava solo dell'argomento che stava trattando. Un altro punto del suo carattere tanto simpatico ai giovani si era che il suo modo di fare con una persona alto locata era lo stesso che adoperava col più giovane degli studenti: con tutti la stessa attraente cortesia. Egli mostrava interessamento alla più insignificante osservazione sulla storia naturale e, per quanto assurdo fosse l'errore fatto, egli lo dimostrava con tanta chiarezza e bontà, che si andava via senza provare sconforto, ma deliberati ad essere un'altra volta più attenti e accurati. Cosicchè nessun uomo sapeva meglio di lui guadagnarsi la fiducia dei giovani e animarli a proseguire nelle loro ricerche....

«Durante gli anni in cui fui tanto famigliare col professore Henslow, non vidi mai una volta sola il suo umore alterarsi. Non prendeva mai in mala parte il carattere di alcuno, sebbene fosse tutt'altro che cieco sui difetti degli altri. Mi faceva sempre meraviglia vedere come la sua mente non potesse provare nessun basso senso d'invidia, vanità o gelosia.

«Malgrado questa uguaglianza di carattere, e questa notevole benevolenza, il suo carattere non era insipido. Bisognava esser ciechi per non accorgersi che sotto a quella apparente placidezza vi era una volontà forte e piena di fermezza. Quando si trattava di un principio, nessuna potenza umana avrebbe potuto rimuoverlo di un capello....

«Per ciò che riguarda l'intelletto, per quanto io potessi giudicare, vi predominavano una grande potenza di osservazione, buon senso e criterio molto cauto. Nulla pareva dargli maggiore soddisfazione quanto il trarre conclusioni da osservazioni minute. Ma la sua mirabile memoria sulla geologia di Anglesea ci mostra quanto grande fosse la sua attitudine per osservazioni estese e larghezza di vedute. Riflettendo sul suo carattere con gratitudine e riverenza, i suoi attributi acquistano una preminenza, come segue nei caratteri più elevati, sopra la sua intelligenza.»

Nell'anno 1831 Carlo Darwin conseguì il grado di baccelliere nella Università di Cambridge, e si proponeva di prendere poco dopo quello di maestro nelle arti, che corrisponde a un dipresso alla laurea in filosofia come si dà nelle Università germaniche, ed ebbe fra noi il Gené nella Università di Pavia. Ma sopravvenne una vicenda che gli fece ritardare fino all'anno 1837 quella laurea, e gli anni che trascorsero fra il baccellierato e la laurea ebbero una suprema importanza nella vita e nelle opere del grande naturalista.

Un giorno, nell'autunno dell'anno 1831, il Darwin era in escursione col professore Henslow, e il professore gli tenne il seguente discorso:

—Ho ricevuto questa mattina una lettera del professore Peacock. Questo mio amico mi scrive che il capitano Fitz-Roy sta per imprendere il giro del mondo sopra una nave dello Stato, e che avrebbe caro di avere a bordo un naturalista giovane e valente. Vorreste voi andare?

Carlo Darwin si compiaceva molto della lettura dei libri di Humboldt e vagheggiava i grandi viaggi coll'ardore de' suoi ventidue anni. Accettò di slancio.

Il padre di Carlo Darwin fece qualche obbiezione, perchè non gli pareva che quella fosse per suo figlio la via più corta per arrivare allo stato ecclesiastico cui lo aveva destinato. Tuttavia si arrese in breve.

La nave che doveva fare quel viaggio di circumnavigazione sotto il comando del capitano Fitz-Roy si chiamava il Beagle.

Il capitano Fitz-Roy doveva proseguire l'opera iniziata dal capitano King dall'anno 1826 all'anno 1830. Egli doveva visitare diligentemente la Patagonia e la Terra del fuoco, le spiagge del Chilì e del Perù e alcune isole del Pacifico, e compiere una serie di misure cronometriche intorno al mondo.

Carlo Darwin s'imbarcò, e fu accordato che egli non avrebbe avuto stipendio, ma che sarebbe rimasto padrone delle sue collezioni. Fin d'allora egli si proponeva di dare poi quelle collezioni a pubblici istituti, come realmente fece.

Quel viaggio durò cinque anni, e il Darwin ne raccontò le principali vicende in un volume intitolato: Viaggio d'un naturalista intorno al mondo, che è certamente la cosa più bella che siasi mai fatta in tal genere, sebbene molti naturalisti, diplomatici, viaggiatori di vario genere abbiano pure narrato i loro viaggi in modo non indegno e talora anche degnissimo e per più di un verso piacevole e vantaggioso.

Io ho tradotto questo volume di Carlo Darwin, e le ore che ho consacrato a una tale traduzione le annovero fra le più piacevolmente e nobilmente spese della mia vita. Ho imparato allora ad amare Carlo Darwin, e ciò non può a meno di avvenire a chiunque sia per leggere questo suo libro. La semplicità dell'animo, la bontà del cuore, la finezza del criterio, la rettitudine del giudizio, la vastità delle cognizioni, l'abilità nell'osservare e nel tener conto d'ogni fatto più minuto tanto nel campo delle cose fisiche e naturali quanto in quello più arcano delle passioni umane, il collegare fra loro i varii fatti e segnalare il legame fra gli effetti e le cause, le considerazioni sul passato e i prevedimenti dello avvenire, la maestrevolezza della pittura, la potenza dei tocchi, la brevità mirabile e la mirabile evidenza, la imparzialità in tutto e su tutto, fanno sì che ogni lettore trova in questo libro diletto, ammaestramento, benefizio e sollievo.

Sono trascorsi dieci anni da che mi venne fatta quella traduzione, e in questo decennio, come in tutta la mia vita, non ho avuto guari tempo a gustar la dolcezza di riposarmi col pensiero nel passato. Pure oggi ho quel viaggio nella memoria come quando lo traduceva, e ancora tengo dietro a passo a passo al grande viaggiatore, e sento vivo più che mai l'affetto per lui che non ho mai veduto, con cui non ebbi mai che fare altrimenti che per la lettura e lo studio de' suoi libri; ma il lungo addentrarmi nel suo pensiero, il seguirlo nel suo vagar di spiaggia in spiaggia e più nel pellegrinaggio sublime della mente, mi hanno affezionato a lui per modo che egli ha preso posto nell'animo mio fra le persone più care cui sia mai stata legata la mia esistenza.


II

Il Beagle, salpando da Devonport, lasciò l'Inghilterra il giorno 27 dicembre 1831 e, toccando qualche punto secondario, il giorno 29 febbraio dell'anno 1832 approdava al Brasile, a Bahia, e il giorno 4 aprile a Rio-Janeiro.

Là ebbe il Darwin la prima occasione di fare quello che sempre cercò poi di fare lungo il viaggio, e invero ripetutamente fece, una escursione dentro terra. Un inglese di cui aveva fatto, appena arrivato, la conoscenza, doveva andare a visitare un suo podere, discosto oltre cento miglia dalla città; gli fece l'invito, che molto di buon animo egli accolse, di tenergli compagnia. Partirono addì 8 aprile.

«La giornata, dice egli, era terribilmente calda, e nello attraversare i boschi ogni cosa era immobile, tranne le grandi e splendide farfalle che svolazzavano qua e là. Il paesaggio veduto nell'attraversare le colline dietro Praia Grande era bellissimo; i colori intensi, e la tinta dominante l'azzurro scuro; il cielo e le tranquille acque del golfo splendevano a gara. Dopo di avere attraversato un po' di terra coltivata, entrammo in una foresta, di una maestà al tutto insuperata. Giungemmo a mezzogiorno ad Ithacaia; questo villaggetto è posto in una pianura e intorno alla casa centrale stanno le capanne dei neri. Queste, per la loro forma regolare e per la loro posizione, mi rammentarono i disegni delle abitazioni degli Ottentoti nell'Africa meridionale. Siccome la luna si alzava di buon'ora, determinammo di partire la stessa sera per andare a dormire a Lagra Marica. Mentre andava facendosi buio, passammo sotto uno di quei massicci, nudi e scoscesi dirupi di granito che sono tanto comuni in questo paese. Questo luogo è notevole per essere stato da lungo tempo la dimora di alcuni schiavi fuggiti, i quali, coltivando un pezzetta di terra presso alla cima, riuscirono a sostentarsi. Alla fine furono scoperti, e una compagnia di soldati spedita contro di loro s'impadronì di tutti gli schiavi, salvo una vecchia, la quale anzichè ricadere in schiavitù amò meglio morire precipitandosi dalla rupe. In una matrona romana quest'atto sarebbe stato chiamato amore nobilissimo di libertà; in una povera nera era solo brutale ostinazione. Continuammo a cavalcare per alcune ore. Per le ultime poche miglia la strada era intralciata, e attraversava una landa deserta, sparsa di paludi e di lagune. Il paesaggio veduto al chiaro di luna aveva un aspetto desolatissimo. Alcune poche lucciole svolazzavano accanto a noi; e il beccaccino solitario mandava, spiccando il volo, il suo grido lamentoso. Il lontano mormorio del mare rompeva appena la quiete di quella notte.»

Lo spettacolo della schiavitù contristò profondamente l'animo del Darwin. Più volte egli ne parla e quando, compiuto il viaggio, il Beagle tornò a Rio-Janeiro, al momento di salpare egli ha queste parole:

«Ringrazio Dio di non aver mai più da visitare un paese di schiavi. Fino ad oggi, se sento un gemito lontano, esso mi richiama alla mente con dolorosa verità il senso che provava quando passando vicino a una casa di Pernambuco, udiva gemiti pietosissimi, e non poteva supporre altro che la tortura di qualche povero schiavo, mentre sapeva che io era tanto impotente quanto un fanciullo per fare anche solo una rimostranza. Io sospettava che quei gemiti venissero da qualche schiavo torturato, perchè mi fu detto che questo era il caso in un'altra circostanza.

«Presso Rio-Janeiro io abitava in faccia ad una vecchia signora che aveva uno strumento a vite per schiacciare le dita delle sue schiave. Io ho dimorato in una casa ove un giovane maggiordomo mulatto era giornalmente e ad ogni ora avvilito, battuto e perseguitato per modo da rendere stupido l'animale più basso. Ho veduto un fanciullo di sei od otto anni, colpito tre volte con una frusta (prima che io avessi potuto intervenire) sul capo nudo, per avermi portato un bicchiere d'acqua non ben pulito; vidi il padre di quel bimbo tremare ad una occhiata del padrone. Fui testimonio di queste ultime crudeltà in una colonia spagnuola, nella quale si è sempre detto che gli schiavi son meglio trattati che non dai Portoghesi, dagli Inglesi, e da altre nazioni europee. Ho veduto a Rio-Janeiro un nero robusto spaventato ripararsi da uno schiaffo che credeva rivolto alla sua faccia. Era presente quando un uomo molto compassionevole stava in procinto di separare per sempre gli uomini, le donne, i bimbi di un gran numero di famiglie che da lungo tempo eran vissuti insieme. Non menzionerò neppure le molte dolorose atrocità che ho udito menzionare da fonti autentiche; nè avrei riferito i rivoltanti particolari suddetti, se non avessi incontrato certe persone, le quali, accecate dalla indole naturalmente allegra del nero, parlano della schiavitù come di un male sopportabile. Quelle persone hanno frequentato in generale le case delle classi più agiate, ove per solito i domestici schiavi sono trattati bene; e non hanno vissuto al pari di me fra le classi inferiori. Cosifatti investigatori chiedono ragguagli agli schiavi intorno alla loro condizione; essi dimenticano che lo schiavo deve essere ben stupido se non calcola la conseguenza che può avere la sua risposta se venisse all'orecchio del padrone.

«Si è detto che l'interesse proprio può impedire una eccessiva crudeltà; come se l'interesse proteggesse i nostri animali domestici, che son molto lontani dal somigliare a schiavi degradati nel destare la rabbia dei loro selvaggi padroni. È un argomento contro il quale da lungo tempo ha protestato con nobile sentimento, e con esempi notevolissimi, il sempre illustre Humboldt. Si è cercato spesso di palliare la schiavitù comparando lo stato degli schiavi con quello dei nostri più poveri contadini; se la miseria dei nostri poveri non fosse cagionata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, il nostro peccato sarebbe grande; ma non vedo come questo abbia rapporto colla schiavitù; sarebbe come se per difendere l'uso delle tanaglie per stritolare le dita in un paese, si dicesse che in un altro gli uomini vanno soggetti a qualche terribile malattia. Coloro che considerano con tanta benevolenza il padrone, e con tanta freddezza lo schiavo, non si sono mai messi nei panni di quest'ultimo—quale desolato avvenire, senza neppure la speranza di un mutamento! Immaginatevi la probabilità, che sempre vi sta sul capo, di vedere vostra moglie e i vostri bambini—che anche allo schiavo la natura dà il diritto di chiamare suoi propri—strappati dal vostro petto e venduti come animali al primo offerente! E questi fatti sono compiuti e sostenuti da uomini che professano di amare il loro prossimo come loro stessi, che credono in Dio, e dicono pregando che la Sua volontà sia fatta su questa terra! Fa bollire il sangue, tremare il cuore, il pensiero che noi inglesi ed i nostri discendenti americani, col loro vantato grido di libertà, abbiano compiuto e compiano ancora simili delitti; ma è una consolazione pensare, che noi almeno abbiamo fatto un sagrifizio maggiore, non mai fatto da nessuna altra nazione, per espiare il nostro delitto.»

In quelle prime sue gite nello interno del Brasile, poco dopo l'approdo, imbattutosi per avventura in una discreta venda, o locanda, dice:

«Siccome la venda era qui molto buona ed io ho la piacevole, sebbene rara, rimembranza di un eccellente desinare, mi mostrerò riconoscente, e la descriverò come tipo della sua classe. Queste case sovente sono grandi e fabbricate con pali spessi, diritti, con intreccio di ramoscelli e quindi intonacate. Di rado hanno un pavimento, e non mai finestre a vetri, ma per lo più hanno un tetto ben fatto. Generalmente la facciata è aperta, e forma una sorta di veranda, nella quale sono allogate tavole e panche. Le stanze da letto stanno ai due lati, e là il viaggiatore può dormire comodamente quanto gli è possibile, sopra una piattaforma di legno, coperta di un sottile materasso di paglia. La venda è posta in un cortile, ove mangiano i cavalli. Appena arrivati solevamo toglier via la sella ai nostri cavalli e dar loro del grano indiano; poi, dopo un leggero inchino, domandare al senore di favorirci qualche cosa da mangiare.—Tutto ciò che volete signori,—era la risposta consueta. Per le prime volte io ringraziava a torto la Provvidenza di averci condotti da un uomo tanto buono. Mentre la conversazione continuava, il caso diveniva costantemente deplorevole.—Potreste favorirci un po' di pesce?—Oh! no, signore.—Un po' di minestra?—Oh! no, signore.—Un po' di pane?—Oh! no, signore.—Un po' di carne secca?—Oh! no, signore.—Quando eravamo fortunati, dopo aver aspettato un paio d'ore, si otteneva qualche pollo, un po' di riso e farina. Non di rado accadeva che eravamo obbligati ad uccidere a sassate il pollame per la nostra cena. Allorchè, sfiniti al tutto dalla stanchezza e dalla fame, osavamo timidamente esporre il nostro desiderio di aver presto la cena, l'altera, e (sebbene vera) poco soddisfacente risposta era:—Sarà pronto quando sarà pronto.—Se avessimo ardito d'insistere ancora, ci avrebbero detto di continuare il nostro viaggio, siccome troppo impertinenti. Gli osti hanno modi sommamente sgarbati e spiacevoli; le loro case e la loro persona sono spesso molto sucide; è comune la mancanza di forchetta, di coltelli e di cucchiai; e son certo che non si trova una capanna o un tugurio in Inghilterra tanto sprovvisto di comodità. Tuttavia a Campos Novas fummo trattati sontuosamente; pel desinare ci vennero ammanniti polli, riso, biscotto, vino, liquori; caffè alla sera, e pesce e caffè per la colazione. Tutto questo, compreso un buon nutrimento pei cavalli, ci costò solo due scellini e mezzo a testa. Tuttavia l'oste di quella venda, essendogli stato chiesto se sapeva dirci qualche cosa di una frusta perduta da uno della compagnia, rispose sgarbatamente:—Che cosa posso sapere io? perchè non ci avete badato? Credo che i cani l'abbiano mangiata.—»

Il Beagle doveva passar due anni nella esplorazione delle coste meridionale e occidentale al sud della Plata. Ciò diede campo al Darwin a rimanere a lungo in quelle contrade. Da Maldonado fece una escursione al fiume Polianco, dove trovò superata la sua aspettazione rispetto alla ignoranza di quelle genti, da cui, per la loro agiatezza, il viaggiatore si potrebbe aspettare qualche cosa di meglio. Egli era lì come un essere per ogni rispetto straordinario, e destava sovratutto meraviglia una bussola che egli teneva in tasca. Ecco in qual modo parla di ciò:

«In tutte le case mi chiedevano di mostrar loro la bussola, e con quella ed una carta geografica segnare la direzione dei varii luoghi. Destava una viva ammirazione vedere che io, al tutto estraneo, potessi conoscere la strada (perchè la direzione e la strada sono sinonimi in quella ampia regione) verso luoghi ove non era mai stato. In una casa una giovane donna, ammalata in letto, mi mandò a pregare di andarla a trovare per mostrarle la bussola. Se la loro sorpresa era grande, la mia era ancor maggiore nel trovare una tale ignoranza in persone che posseggono migliaia di capi di bestiame ed estancias estesissime. Questo non si può attribuire ad altro se non al fatto che quella parte così remota di paese è visitata raramente dagli stranieri. Mi fu domandato se sia la terra o il sole che si muova; se al nord faccia più caldo o più freddo; dove sia la Spagna, e molte altre domande di questa sorta. La maggior parte degli abitanti aveva un'idea indistinta che l'Inghilterra, Londra e l'America settentrionale siano paesi separati ma confinanti, e che l'Inghilterra sia una grande città di Londra. Io portava con me alcuni zolfanelli, cui accendeva mordendoli; sembrava così meraviglioso che un uomo potesse far fuoco coi denti, che per solito si riuniva tutta la famiglia per vedere questo fatto; mi fu una volta offerto un dollaro per farlo. Il lavarmi la faccia al mattino destò grande stupore nel villaggio di Las Minas; uno dei principali mercanti mi fece molte domande intorno a una pratica così singolare, ed anche perchè portassimo la barba a bordo, cosa che aveva udito raccontare dalle nostre guide. Egli mi guardò con molta diffidenza; forse aveva sentito parlare delle abluzioni della religione maomettana, e, sapendomi eretico, ne concluse probabilmente che tutti gli eretici siano turchi. È costume generale in questo paese di chiedere l'alloggio per la notte nella prima casa all'uopo. La meraviglia della bussola, ed altri miei fatti da prestigiatore, mi erano fino a un certo punto vantaggiosi, perchè con ciò, e colle lunghe storie che narravano le mie guide del mio spaccare sassi, delle mie cognizioni intorno ai serpenti innocui e velenosi, della raccolta che faceva d'insetti ecc., io li ripagava della loro ospitalità. Scrivo come se fossi stato in mezzo agli abitanti dell'Africa centrale; Banda Oriental non sarebbe molto lusingata dal paragone; ma allora i miei sentimenti erano questi.»

La vita dei gauchos, il modo in cui adoperano il lazo e le bolas, si descrivono maestrevolmente dall'autore, che parla poi a lungo della lotta fra gl'indiani e i bianchi, e della parte che aveva al tempo del suo viaggio il generale Rosas nelle vicende della sua patria.

La lotta fra i bianchi e gli indiani è lotta di esterminio, e sono, naturalmente, gli indiani quelli che hanno la peggio.

A Bahia Blanca un cotale raccontava al Darwin come un indiano inseguito gli domandasse misericordia, mentre nascostamente si scioglieva le bolas dalla cintura per slanciargliele alla testa; poi soggiunse:

«Ma io lo atterrai con un colpo di sciabola, e poi, sceso da cavallo, gli tagliai la gola col coltello.»

Soggiunge il Darwin:

«È questa una scena terribile; ma quanto più tremendo è il fatto certissimo che tutte le donne le quali sembrano avere più di venti anni vengono massacrate a sangue freddo! Quando io diceva che questo mi pareva piuttosto inumano, mi si rispose:—Come si fa? sono tanto feconde!—»

Vide là il Darwin due fanciulle spagnuole di meravigliosa bellezza, che i bianchi, in uno scontro cogli indiani, avevano prese prigioniere; quelle fanciulle erano state nella infanzia rapite ai genitori; non ricordavano più nulla nè della famiglia nè della lingua in cui avevano detto le prime parole.

«Quattro uomini in un combattimento fuggirono insieme; vennero inseguiti, uno fu ucciso, tre presi vivi; si trovò che erano messaggeri o ambasciatori di un grosso corpo d'indiani, uniti per la difesa comune presso le Cordigliere. La tribù alla quale erano stati mandati stava per tenere un gran consiglio; il festino di carne di cavallo era apparecchiato e il ballo pronto; il mattino dopo i messaggeri dovevano ritornare alle Cordigliere. Erano uomini notevolmente belli, di carnagione chiara, alti 1 metro e 80 circa, e tutti in età di 30 anni. I tre superstiti erano naturalmente bene informati, e per farli parlare furono posti in fila. I due primi essendo interrogati risposero nosè (non so), e fucilati l'uno dopo l'altro. Il terzo disse pure nosè, soggiungendo:—Sparate, sono uomo e posso morire!—Non dissero sillaba che potesse recar danno alla causa del loro paese! La condotta del sopra menzionato cacico fu ben diversa; salvò la vita svelando il piano di guerra concertato e il punto di unione nelle Ande.»

Ecco in qual modo il Darwin racconta l'eccidio di una tribù d'indiani e il modo in cui un vecchio cacico riuscì a salvarsi.

«Quando le truppe vi giunsero per la prima volta, vi trovarono una tribù d'indiani, dei quali ne uccisero una ventina o una trentina. Il cacico si salvò in modo meraviglioso. I capi indiani hanno sempre uno o due cavalli legati che tengon pronti per ogni occasione urgente. In una di queste il cacico balzò sopra un vecchio cavallo bianco prendendo con sè un suo bambino. Il cavallo non aveva nè sella nè briglia. Per sfuggire alle palle l'indiano cavalcava nel modo particolare alla sua nazione; vale a dire tenendo un braccio al collo del cavallo e con una gamba sola sul dorso. Sospeso in tal modo, egli accarezzava il capo del cavallo e gli parlava. I persecutori fecero ogni sforzo nella caccia; il comandante mutò tre volte il cavallo, ma invano; il vecchio indiano col suo figlio furono liberi.

«Che bel quadro ci possiamo formare nella mente: la nuda ed abbronzata figura del vecchio indiano col suo bambino, cavalcando come Mazzeppa sopra un cavallo bianco, lasciando lontano l'orda dei persecutori!»

Il Darwin fece per via di terra tutto il lungo tragitto da Bahia Blanca a Buenos-Ayres, e all'ultima stazione ecco quanto gli avvenne:

«A sera cadde una pioggia dirotta; arrivati alla casa di posta, il proprietario ci disse che se non avessimo avuto un passaporto in piena regola, noi avremmo dovuto continuare la nostra strada perchè vi erano tanti ladri da non prestar fede più ad alcuno. Quando lesse però il mio passaporto, che cominciava con queste parole:—El naturalista Don Carlos,....—il suo rispetto e la sua cortesia non ebbero limiti come prima i suoi sospetti erano stati illimitati. Di ciò che sia un naturalista nè lui nè i suoi compatriotti non hanno, credo, neppure l'idea; ma probabilmente il mio titolo non perdette per questo nulla del suo valore.»

In una escursione da Buenos-Ayres a Santa Fè dovette il Darwin passare due giorni a letto per mal di capo, e ciò gli porse modo di avere un concetto della medicina del paese.

«Una buona vecchia che mi accudiva, mi consigliò di provare molti singolari rimedii. È qui una pratica comune il legarsi una foglia di arancio, o un pezzetto d'impiastro nero, sopra le tempia; ed è ancora più comune spaccare una fava in due, inumidirne le due metà e metterle sopra ogni tempia, ove aderiscono agevolmente. Non si crede bene di toglier via le fave o gli impiastri, ma si lascia che cadano da loro, e talvolta se si domanda ad un uomo che cosa siano quegli oggetti appiccicati sulla sua testa risponde:—Ho avuto mal di capo due giorni fa.—Molti dei rimedii adoperati dalle genti della campagna sono stranamente ridicoli, ma troppo disgustosi per essere menzionati. Uno dei meno nauseanti è quello di uccidere e spaccare due cagnolini e fasciarli da ogni lato di un membro rotto. I piccoli cani senza pelo sono molto ricercati per farli dormire sui piedi degli ammalati.»

In quella escursione rischiò il Darwin di rimaner prigioniero e non fu senza difficoltà che riuscì a potersene andare. Egli esprime così la sua contentezza.

«Una città bloccata deve essere sempre un luogo di dimora poco piacevole; in quel caso poi vi erano sempre da temere i briganti interni. Le sentinelle erano le più da temersi, perchè pel loro ufficio e per aver le armi in mano rubavano con un grado d'autorità che gli altri uomini non potevano assumere.»

Procedendo nella Banda Oriental, verso Mercedes sul Rio Negro, domandò il Darwin una sera l'ospitalità in un podere presso cui era arrivato. Dice che quel possedimento era uno dei più vasti, che il padrone di esso era uno dei più ricchi possidenti del paese, che il nipote del padrone ne aveva allora il governo e la sera in cui egli giunse colà vi si trovava pure un capitano dell'esercito fuggito pochi giorni prima da Buenos-Ayres. Poi parlando di quei signori prosegue così:

«Considerata la loro posizione sociale, i loro discorsi erano assai divertenti. Al solito mostravano una illimitata meraviglia della rotondità del globo, e non potevano quasi credere che un buco fatto nella terra sufficientemente profondo, verrebbe a riuscire dall'altra parte. Tuttavia avevano sentito parlare di un paese, ove vi erano sei mesi di luce e sei mesi di buio, e dove gli abitanti erano altissimi e sottilissimi. Erano molto curiosi di conoscere il prezzo e la condizione delle bovine e dei cavalli in Inghilterra. Avendo udito che non prendevamo il nostro bestiame col lazo, esclamarono:—Ah! dunque adoperate soltanto le bolas?—L'idea di un paese con recinti era al tutto nuova per essi. Finalmente il capitano mi disse che aveva da farmi una domanda e che mi sarebbe stato molto grato se avessi voluto rispondergli con piena veracità. Tremai pensando quanto profondamente scientifica doveva essere quella domanda; ed era:—Se le signore di Buenos-Ayres non erano le più belle del mondo.—Io risposi, come un rinnegato:—Precisamente così.—Egli soggiunse:—Io ho un'altra domanda;—Le signore in qualche altra parte del mondo portano pettini così alti?—Io con grande solennità lo assicurai di no. Questo fece loro un grande piacere. Il capitano esclamò:—Vedete! un uomo che ha visitato mezzo mondo dice che questo è il caso; noi lo abbiamo sempre creduto, ma ora ne siamo certi.—Il mio eccellente giudizio intorno ai pettini ed alla bellezza mi procurò il più ospitaliero ricevimento; il capitano mi obbligò a prendere il suo letto, ed egli dormì sul suo recudo.»

In sul finire del mese di novembre dell'anno 1833, lasciando la Plata per veleggiare verso la Patagonia, il Darwin fa, intorno a quella gente che sta per lasciare, queste considerazioni:

«Durante gli ultimi sei mesi ebbi l'opportunità di studiare alcun poco l'indole degli abitanti di quelle provincie. I gauchos, o campagnuoli, sono molto superiori a quelli che dimorano nelle città. Il gaucho è invariabilmente più cortese, più educato, più ospitale; non ho mai incontrato un caso di inospitalità o di scortesia. Egli è modesto, rispetta se stesso e il paese, ma nello stesso tempo è ardito e spiritoso. D'altra parte si commettono molti furti e molti omicidii; l'uso di portar sempre il coltello è la causa principale di questi ultimi. È penoso sentire quante vite umane si perdono in dispute insignificanti. Nel combattimento, ogni avversario cerca di segnar l'altro nel volto ferendolo sul naso o negli occhi, come spesso è dimostrato da profonde e orribili cicatrici. I furti sono una conseguenza naturale dell'uso comune di giuocare, di bere molto e della somma indolenza. A Mercedes domandai a due uomini perchè non lavorassero. Uno mi rispose con somma gravità che i giorni erano troppo lunghi; l'altro che egli era troppo povero. Il numero dei cavalli e l'abbondanza del cibo sono la distruzione di ogni industria. Inoltre vi sono molti giorni festivi; poi nulla può riuscire se non è cominciato quando la luna cresce, per cui la metà del mese si perde per queste due ragioni.

«La polizia e la giustizia sono al tutto insufficienti. Se un uomo povero commette un omicidio ed è preso, sarà messo in prigione e forse fucilato; ma se è ricco ed ha amici, può esser tranquillo che non incontrerà alcuna pena. È cosa curiosa che gli abitanti più rispettabili del paese aiutano l'assassino a fuggire. Sembrano credere che l'individuo pecchi contro il Governo e non contro le persone. Un viaggiatore non ha altra protezione che le sue armi da fuoco, e l'uso costante di portarle è l'unico ostacolo a più frequenti ruberie.

«Il carattere delle classi più alte e più educate che dimorano nelle città, partecipa, ma forse in un grado minore, delle buone qualità del gaucho, ma temo sia macchiato da molti vizii di cui quello va immune. La sensualità, lo scherno di ogni religione, la più grossolana corruzione non sono al tutto insoliti. Quasi ogni funzionario pubblico può essere comperato. Il capo dell'uffizio postale vendeva franchi governativi falsificati. Il governatore e il primo ministro si accordano apertamente per saccheggiare lo Stato. La giustizia, quando il danaro entra in giuoco, non esiste più. Conosco un inglese, il quale andò dal primo giudice cui disse che, non conoscendo gli usi del paese, tremava entrando nella stanza, e soggiunse:—Signore, vengo ad offrirvi duecento dollari (di carta del valore circa di 125 franchi), se volete far arrestare prima di un certo tempo un uomo che mi ha truffato. So che questo è contro la legge, ma il mio avvocato (e lo nominò), mi ha raccomandato di fare questo passo!—Il primo giudice aderì e sorridendo lo ringraziò, e l'uomo prima di notte era in prigione. Con questa assoluta mancanza di principii nella maggior parte dei governanti, col paese pieno di ufficiali turbolenti e mal pagati, il popolo spera tuttavia che una forma democratica di governo possa riuscire! Penetrando per la prima volta nella società di questi paesi due o tre particolarità colpiscono come singolarmente notevoli. I modi cortesi e dignitosi che s'incontrano in ogni classe, il buon gusto delle donne nei loro abbigliamenti, e l'uguaglianza di tutte le classi. Al Rio Colorado alcuni piccoli bottegai solevano pranzare col generale Rosas. Il figlio di un maggiore a Bahia Blanca si guadagnava la vita facendo carta per sigaritos, e si offerse per accompagnarmi, come guida e servitore, a Buenos-Ayres; ma suo padre non acconsentì per timore del pericolo. Molti ufficiali dell'esercito non sanno nè leggere nè scrivere, tuttavia stanno nella società come uguali agli altri. In Entre Rios, la Camera non è composta che di sei deputati. Uno di essi aveva una botteguccia, ed evidentemente non si credeva degradato per questo. Tuttavia ciò è naturale in un paese nuovo; nondimeno, la mancanza di gentiluomini di professione sembra ad un inglese alquanto strana.

«Quando si parla di queste regioni, il modo in cui sono state allevate dalla loro snaturata madre, la Spagna, deve essere sempre presente alla mente. Nel complesso forse, si deve dare maggior lode per quello che è stato fatto, che non biasimo per quello che manca ancora. È impossibile porre in dubbio che l'estrema libertà di questi paesi non debba infine produrre buoni effetti. Il modo stesso con cui sono generalmente tollerate le religioni straniere, l'attenzione che si porta ai mezzi di educazione, la libertà della stampa, le agevolezze offerte a tutti i forestieri, e, specialmente, mi sia permesso aggiungere, ad ognuno che professi le più piccole pretese alla scienza, debbono essere ricordate con gratitudine, da coloro che hanno visitato le provincie spagnuole del Sud America.»


III

In faccia alle pianure sterminate della Patagonia, un ufficiale del Beagle domandava al Darwin da quanti secoli quelle pianure fossero nello stato in cui le vedevano, per quanti secoli ancora sarebbero state per durare in tal modo. Il naturalista rispose colle parole del poeta Shelley:

Nissuno sa. Tutto ora sembra eterno.
Parla il deserto un suo linguaggio arcano
Che insegna dubbi spaventosi....

La immobilità e il dubbio colpirono il giovane naturalista in quelle terre desolate soprattutto nel contemplare il proprio simile, l'uomo, in così miseranda condizione e fuori d'ogni progresso.

Quando nella Terra del Fuoco il Darwin vide per la prima volta quegli indigeni, non poteva dar fede ai proprii occhi.

«Non potevo credere che la differenza fra l'uomo selvaggio e l'uomo incivilito fosse tanto grande; essa è maggiore ancora di quella che passa fra l'animale domestico e l'animale selvatico, per la ragione che nell'uomo v'ha una più grande potenza di miglioramento. L'oratore principale era vecchio, e pareva essere il capo della famiglia; gli altri erano giovani robusti, alti circa un metro e ottanta centimetri. Le donne e i bambini erano stati mandati via. Questi abitatori della Terra del Fuoco sono una razza molto differente da quei rachitici, meschini, miserabili che stanno più all'occidente; e sembrano più strettamente affini ai famosi Patagoni dello stretto di Magellano. Il loro unico vestimento consiste in un mantello fatto colla pelle del guanaco, colla lana al di fuori; lo portano gettato sulle spalle, lasciando le loro persone tanto coperte quanto scoperte. La loro pelle è di color rame rosso sudicio. Il vecchio aveva una rete di piume bianche intorno al capo, che in parte tenevano indietro la sua nera, ruvida e arruffata capigliatura. Il suo volto era attraversato da due larghe striscie trasversali; una tinta di un bel rosso brillante andava da un orecchio all'altro inchiudendo il labbro superiore; l'altra, bianca di calce, si estendeva sopra e parallelamente alla prima, per cui anche le sue palpebre erano in tal modo colorite. Gli altri due uomini erano adorni di righe di polvere nera fatta con carbone. Tutta la comitiva rassomigliava molto ai demonii che vengono rappresentati in opere come il Freischutz.

«Il loro aspetto era basso e triviale, e l'espressione del loro volto era la diffidenza, la sorpresa, e lo sgomento. Dopo che noi avemmo loro regalato qualche pezzo di panno scarlatto, che si ravvolsero immediatamente intorno al collo, si fecero subito famigliarissimi. Il vecchio mostrava ciò battendosi sul petto colla mano, mandando un suono chiocciante, come fanno alcuni quando danno da mangiare ai pulcini. M'incamminai col vecchio, e questa dimostrazione d'amicizia fu ripetuta parecchie volte; e fu conchiusa con tre forti percosse che mi furono date sul petto e sul dorso contemporaneamente. Egli allora si scoperse il petto onde potessi rendergli il complimento, ciò che feci con sua grande soddisfazione. Il linguaggio di questo popolo, secondo le nostre nozioni, non merita quasi il nome di articolato. Il capitano Cook lo ha paragonato al suono che fa un uomo rischiarandosi la voce; ma certamente nessun europeo si è mai rischiarato la voce mandando suoni così aspri, gutturali e chioccianti. Sono eccellenti mimi; appena qualcheduno di noi tossiva o sbadigliava, o faceva un qualche movimento strano, essi immediatamente lo imitavano. Taluno della nostra comitiva cominciò a guardar biecamente e far smorfie; ma uno dei giovani indigeni (il volto del quale era tinto di nero, tranne una striscia attraverso agli occhi) riuscì a far smorfie ancor più brutte. Ripetevano correttissimamente qualunque parola di ogni frase che noi rivolgevamo loro, e per un certo tempo si ricordavano quelle parole. Tuttavia noi europei sappiamo quanto sia difficile distinguere bene i suoni di un linguaggio forestiero. Chi di noi, per esempio, potrebbe tener dietro ad un indigeno americano in una frase che avesse più di tre vocaboli? Tutti i selvaggi sembrano avere in un grado non comune questa facoltà d'imitazione. Mi fu detto, quasi colle stesse parole, che questo curioso costume esiste fra i cafri; parimente gli australiani sono da un pezzo conosciuti per la facoltà che hanno d'imitare e di descrivere l'andatura di taluno in modo da farlo riconoscere. Come si può spiegare questa facoltà? È dessa una conseguenza di maggiore acutezza nei sensi, comune a tutti gli uomini nello stato selvaggio, paragonati con quelli degli uomini civili?»

Della parte occidentale della Terra del Fuoco era anche più miserando lo spettacolo che gl'indigeni presentavano al navigante.

«Un giorno, dice il Darwin, mentre andavamo a terra presso l'isola Wollaston, passammo vicino a una barchetta con sei indigeni. Queste erano le creature più abbiette e miserabili che io avessi mai vedute. Sulla costa orientale, gli indigeni, come abbiamo detto, hanno vestimenta di guanaco, e sulla costa occidentale posseggono pelli di foca. Fra queste tribù centrali gli uomini generalmente hanno una pelle di lontra, o qualche simile cencio largo appena come un fazzoletto, che non basta quasi a coprir loro le spalle fino ai lombi. È tenuto con cordicelle che attraversano il petto, e secondo la parte d'onde soffia il vento è fatto girare da un lato all'altro. Gli indigeni della barchetta erano al tutto nudi, e anche nuda era una donna che si trovava con essi. Pioveva dirottamente, e l'acqua dolce unita alla salata loro sgocciolava sul capo. In un altro porto non molto lontano, una donna, che allattava un bambino nato da poco tempo, venne un giorno vicino alla nave e vi rimase un certo tempo per semplice curiosità, mentre il nevischio cadeva e s'induriva sul suo petto nudo e sulla pelle del suo nudo bambino! Questa povera gente appariva stentata nel crescere, i suoi orridi volti erano imbrattati di pitture bianche, la pelle sucida e untuosa, i capelli arruffati, la voce discorde e i gesti violenti. Guardando quella sorta di uomini non si poteva quasi credere che fossero nostri simili e abitanti dello stesso mondo. È argomento comune di congettura pensare quale piacere possano godere nella vita gli animali inferiori: quanto più ragionevolmente si potrebbe fare la stessa domanda rispetto a questi barbari! La notte, cinque o sei esseri umani, nudi e appena protetti dal vento e dalla pioggia di questo tempestoso clima, dormono sul terreno umido raggomitolati come bestie. Quando l'acqua è bassa, d'inverno o di estate, di notte o di giorno essi debbono alzarsi per staccare le conchiglie dalle rocce; e le donne allora si tuffano per raccogliere ricci di mare, oppure stanno pazientemente nelle loro barche e con una lenza adescata senz'amo, fanno saltar fuori i pesciolini con una sferzata. Se una foca viene uccisa, o il carcame galleggiante di una balena putrefatta viene scoperto, allora si fa festa; a questo miserabile cibo vengono aggiunte alcune insipide bacche e funghi.

«Sovente soffrono la fame; ho udito il signor Low, navigatore maestro, il quale conosce intimamente gl'indigeni di questo paese, dare una curiosa relazione dello stato di cento cinquanta indigeni della costa occidentale, i quali erano magrissimi e in grande miseria. Una serie di uragani aveva impedito alle donne di raccogliere molluschi sulle rocce, ed essi non potevano uscire colle barche per prender foche. Una piccola brigata di questi uomini partì per un viaggio, e gli altri indigeni gli dissero che erano andati per un viaggio di quattro giorni in cerca di cibo; al loro ritorno Low andò a incontrarli, e li trovò eccessivamente stanchi; ogni uomo portava un gran pezzo quadro di balena imputridita con un buco nel mezzo, pel quale avevano passato la loro testa, come fanno i gauchos nei loro mantelli. Quando il pezzo di balena era in un wigwam, un vecchio lo tagliava in fette sottili, e brontolandovi sopra le faceva arrostire per un minuto, e le distribuiva alla famelica brigata, che durante questo tempo conservava un profondo silenzio. Il signor Low crede che quando una balena vien gettata sulla sponda, gli indigeni ne seppelliscono grossi pezzi nella sabbia per adoperarli poi in tempo di carestia; e un fanciullo indigeno che egli aveva a bordo trovò una di queste provviste sepolte. Le differenti tribù quando fanno guerra sono cannibali. Secondo concorrente testimonianza del fanciullo preso dal signor Low e di Jemmy Button, è certamente vero che quando in inverno sono stretti dalla fame, uccidono e divorano le loro vecchie donne prima di uccidere i loro cani; il fanciullo al quale il signor Low domandò perchè facessero questo, rispose:—I cani prendono le lontre; le vecchie no.—Questo fanciullo descriveva il modo in cui sono uccise, essendo tenute sopra il fumo e in tal modo soffocate; egli imitava per scherzo le loro grida, e descriveva le parti del corpo che sono considerate migliori da mangiare. Per quanto orribile debba essere la morte ricevuta dalle mani degli amici e dei parenti, i terrori delle vecchie quando la fame comincia a farsi sentire sono ancora più dolorosi da immaginare; ci fu detto che sovente esse fuggono via nei monti, ma che sono inseguite dagli uomini e ricondotte indietro per essere macellate nelle loro proprie case!

«Le varie tribù non hanno nessun governo e nessun capo; tuttavia ognuna è circondata da altre tribù nemiche che parlano differenti dialetti, e sono separate fra loro soltanto da una landa deserta o da un territorio neutrale: la causa della loro guerra sembra essere il modo di sostentamento. Il loro paese è una massa rotta da aspre rocce, da alte colline e da intatte foreste, e queste si vedono in mezzo alle nebbie e alle infinite burrasche. La terra abitabile è ridotta ai ciottoli della spiaggia; per cercarsi il cibo essi sono obbligati a girare continuamente da un luogo all'altro, e la costa è così scoscesa che non possono muoversi se non nelle loro miserabili barchette. Non possono conoscere il piacere di avere una casa ed ancor meno quello degli affetti domestici; perchè il marito è per la moglie padrone brutale di una laboriosa schiava. Si vide mai un fatto più mostruoso di quello che vide Bynoe, di una povera madre che raccolse il suo bambino morente e coperto di sangue, che il marito aveva spietatamente slanciato contro le rocce per aver lasciato cadere un cestino di ricci di mare! Quanto poco possono le più alte facoltà della mente venir poste in giuoco! che cosa vi è qui perchè l'immaginazione possa dipingere, perchè la ragione possa comparare, perchè il giudizio possa decidere? Staccare una conchiglia dalla roccia non richiede la più piccola maestria, il più piccolo lavoro mentale. La loro abilità può essere per alcuni rispetti comparata agli istinti degli animali; perchè non è migliorata dalla esperienza; la barchetta, l'opera loro più ingegnosa, per quanto povera, è rimasta la stessa, come vediamo da Drake, durante questi ultimi duecento cinquanta anni. Osservando questi selvaggi si può domandare: d'onde sono venuti? Che cosa può aver tentato, o qual mutamento può avere obbligato una tribù di uomini ad abbandonare le belle regioni del nord, a scendere le Cordigliere, la spina dorsale dell'America, a inventare e fabbricare barche che non sono adoperate dalle tribù del Chilì, del Perù e del Brasile, e poi entrare in una delle più inospitali contrade del mondo? Quantunque queste riflessioni debbano a prima vista occupare la mente, possiamo esser certi che sono in parte erronee. Non vi è ragione per credere che gli abitatori della Terra del Fuoco diminuiscano di numero; perciò dobbiamo supporre che godano di una certa tal quale felicità, qualunque essa possa essere, che rende loro cara la vita. La natura facendo l'abitudine onnipotente, e i suoi effetti ereditarii, ha reso l'abitatore della Terra del Fuoco acconcio al clima e alle produzioni del suo miserabile paese.»

Tre indigeni della Terra del Fuoco, un uomo adulto, un giovinetto e una giovinetta, s'erano imbarcati sul Beagle in Inghilterra. Il capitano Fitz-Roy era già stato una volta, nel 1826, in quelle regioni, aveva portato con sè quelle persone, le aveva fatte ammaestrare e quanto meglio fosse possibile incivilire, e le riportava ora a casa loro. Lo studio fisico e morale che fa il Darwin di quei fuegiani a bordo insieme agli inglesi, e i fatti che racconta seguiti dopochè essi furono riportati a casa loro, costituiscono uno dei brani più piacevoli e ammaestrativi di questo suo libro che io non so ripetere abbastanza quanto per ogni verso sia ammaestrativo e piacevole.

Prima di lasciare l'Oceano Atlantico per passare nel Pacifico, per due volte il Beagle approdò alle isole Falkland, e il Darwin, secondo il suo consueto, fece lunghe e fruttuose escursioni nell'interno, e la parte del suo viaggio che si riferisce a questo arcipelago non è meno delle altre ricca di cognizioni importanti e di giusti apprezzamenti sull'uomo e sulla natura.


IV

Valparaiso val quanto dire Valle del Paradiso. Ciò basta a far comprendere quanto debba essere attraente la regione cui venne dato un tal nome. Ma quanto più doveva riuscire attraente ai naviganti che vi avevano approdato col Beagle, venendo dalle spiagge desolate della Patagonia.

Quella lunga striscia di terra che ha da tergo le Cordigliere e davanti i flutti ora carezzevoli ora furiosi dell'Oceano Pacifico rammenta, fatto il ragguaglio dal grande al piccolo, quella striscia di terra tanto bella e cara fra noi, bagnata dal mare e sovrastata dall'Appennino, che è la Liguria.

Come aveva fatto dalla parte dell'Atlantico, così pure il Beagle doveva fare dalla parte del Pacifico, uno studio diligente delle spiaggie dell'America meridionale. Perciò veleggiando per oltre un anno andò su e giù lungo la costa del Chilì e anche a quella del Perù esplorando arcipelaghi, isole, seni e porti. Come aveva fatto dall'altra parte, il Darwin colse anche qui ogni opportunità che gli si offerisse, sempre secondato dal degno comandante del Beagle, per visitare le terre e farvi dentro lunghe, e talora lunghissime escursioni.

Le fatiche di queste escursioni furono così grandi che alla fine di una di esse, trascinandosi con molta pena gli ultimi giorni, arrivato a Valparaiso il giorno 27 settembre 1834 dovette subito mettersi a letto e vi rimase fino alla fine del mese di ottobre. Un inglese, il signor Corfield, gli fu largo di una ospitalità della quale egli si ricordò sempre poi con animo gratissimo.

Il Darwin trovò nel Chilì un qualche maggior grado di incivilimento e nota la differenza fra i guasos e i gauchos.

«I guasos del Chilì, che corrispondono ai gauchos dei Pampas, ne sono tuttavia ben diversi. Il Chilì è il più civile dei due paesi, e per conseguenza gli abitanti hanno perduto gran parte del loro carattere individuale. Le distinzioni di classi sono molto più fortemente segnate; il guaso non considera per nulla ogni uomo come suo eguale, ed io fui molto sorpreso trovando che ai miei compagni non piaceva di mangiare con me nello stesso tempo. Questo sentimento di disuguaglianza è una conseguenza necessaria dell'esistenza di un'aristocrazia del danaro. Si dice che alcuni dei più grandi proprietari posseggono da 125,000 a 250,000 lire all'anno; questa disuguaglianza di ricchezze non credo che si incontri in nessuno dei paesi di allevatori di bestiame all'est delle Ande. Un viaggiatore non incontra qui quella illimitata ospitalità che rifiuta ogni pagamento, ma che viene accettata senza scrupoli. Quasi ogni casa del Chilì vi accoglierà per una notte, ma l'indomani mattina sarà necessario dare una mancia; anche un uomo ricco accetterà due o tre scellini. Il gaucho, quantunque possa essere un assassino, è un gentiluomo; il guaso per alcuni rispetti ne è migliore, ma nello stesso tempo è un uomo volgare e grossolano. Questi due uomini, sebbene per molti riguardi abbiano le stesse occupazioni, hanno costumi e aspetto differenti; e le particolarità di ognuno sono universali ne' loro rispettivi paesi. Il gaucho sembra far parte del suo cavallo e disdegna qualunque esercizio, tranne quello che fa cavalcando; il guaso può esser preso a giornata per lavorare nei campi. Il primo vive interamente di cibo animale, il secondo quasi tutto di vegetale.»

Dall'una e dall'altra parte delle Ande la vita dell'uomo si lega a quella del cavallo, dalle due parti v'ha tanta abbondanza di questi animali che l'uomo li adopera senza pietà. Ciò mostra Darwin colle seguenti parole:

«Un giorno mentre io cavalcava nei Pampas con un rispettabile estanciero, il mio cavallo essendo stanco restava indietro. L'uomo mi diceva spesso di spronarlo. Quando io gli diceva che io non aveva cuore, perchè il cavallo era stanchissimo, egli esclamava:—Perchè no? Non ci badate; spronatelo; il cavallo è mio.—Mi ci volle una certa difficoltà a fargli capire che io non adoperava gli sproni per amore del cavallo e non per amor suo. Egli con uno sguardo tutto meravigliato esclamò:—Ah! Don Carlos, que cosa!—Evidentemente quell'idea non gli era mai passata per la testa. I gauchos sono conosciutissimi per essere eccellenti cavalieri. L'idea di cader da cavallo, qualunque cosa faccia quest'ultimo, non passa mai loro per la mente. Secondo la loro opinione un buon cavaliere è un uomo che sa domare un puledro selvaggio, o che, quando il cavallo cade, scende di sella sui proprii piedi, o sa compiere altre cosifatte gesta.

«Ho sentito parlare di un uomo che scommetteva di gettar giù il suo cavallo venti volte ed egli rimaner ritto diciannove. Mi ricordo d'aver veduto un gaucho che cavalcava un cavallo molto restìo, il quale per tre volte di seguito si rizzò tanto alto da cadere violentemente all'indietro. L'uomo cavalcava con meravigliosa freddezza e spiava il momento acconcio per scender giù, non un momento prima nè uno dopo del tempo giusto; ed appena il cavallo era di nuovo in piedi, l'uomo gli balzava sul dorso, ed alla fine partirono di galoppo. Il gaucho non sembra mai esercitare nessuna forza muscolare. Un giorno io stava osservando un buon cavaliere, mentre galoppavamo rapidamente, e pensava fra me:—Certo se il cavallo fa un salto, tu che sembri così noncurante sulla tua sella, devi cadere.—In quel momento uno struzzo maschio sbucò fuori proprio sotto il naso del cavallo, il giovane puledro spiccò un salto da una parte come un cervo; ma tutto quello che si sarebbe potuto dire dell'uomo era che egli si era scosso e spaventato col suo cavallo.

«Nel Chilì e nel Perù si accudisce molto di più la bocca del cavallo che non nella Plata, e questo evidentemente è una conseguenza della natura più intricata del paese. Nel Chilì un cavallo non è tenuto per veramente domato, finchè non si possa farlo fermare di botto, quando è in piena carriera, sopra un punto particolare; per esempio, sopra un mantello steso sul terreno; oppure slanciarlo contro un muro e farlo alzare e graffiarne la superficie cogli zoccoli. Ho veduto un animale pieno di spirito, il quale, guidato soltanto con due dita, prese il galoppo attraverso un cortile, e fu fatto girare intorno ad uno steccato di una veranda, con grande speditezza, ma conservando sempre la stessa distanza, tantochè il cavaliere tenendo il braccio steso, sfregò per tutto il tempo il suo dito contro lo steccato, poi facendo un volteggio in aria, coll'altro braccio steso nello stesso modo, egli ricominciò a correre con meravigliosa forza nella direzione opposta.

«Un cavallo cosiffatto è ben domato, e per quanto questo possa parere a prima vista inutile, non lo è per nulla. Non si fa che quello che ogni giorno vuol esser fatto, con perfezione. Quando un toro selvatico è inseguito e preso col lazo, si mette talora a galoppare in giro, ed il cavallo spaventato del grande sforzo, se non è ben domato, non si metterà subito a girare come il perno d'una ruota. In conseguenza di ciò molti uomini sono stati uccisi, perchè se il lazo si avvolge per caso intorno al corpo di un uomo, esso viene all'istante, per la forza dei due opposti animali, quasi tagliato in due. Per lo stesso principio non si fanno grandi corse, e queste sono della lunghezza di due o trecento metri, volendo avere cavalli che facciano uno slancio veloce. I cavalli da corsa non sono ammaestrati soltanto per toccare coi loro zoccoli una linea, ma per portare tutti quattro i piedi insieme, onde al primo sbalzo mettere in giuoco la piena azione delle parti posteriori. Mi fu raccontato al Chilì un aneddoto, che credo vero; esso presenta un buon esempio dell'uso di un animale ben domato. Un rispettabile signore incontrò, un giorno, mentre era a cavallo, due uomini, uno dei quali montava un cavallo che quel signore sapeva essergli stato rubato. Egli li accusò di questo; essi risposero sguainando la sciabola ed inseguendolo. L'uomo, sul buono e veloce cavallo, si tenne sempre a poca distanza da loro; mentre egli passava accanto ad un fitto cespuglio, cominciò a correre attorno a questo e mise il suo cavallo dietro a questo riparo. Gli inseguitori furono obbligati a slanciarsi dall'una e dall'altra parte. Allora sbucando fuori repentinamente, proprio dietro di essi, immerse il suo coltello nel dorso di uno degli uomini, ferì l'altro, ricuperò il suo cavallo dal ladro moribondo, e se ne andò a casa. Per queste gesta ippiche sono necessarie due cose; un freno molto forte, come quello dei mammalucchi, la forza del quale, sebbene adoperata di rado, è notissima al cavallo; grandi sproni spuntati che possono essere adoperati talora come un semplice tocco, talora come uno strumento dolorosissimo. Comprendo che gli sproni inglesi, i quali pungono la pelle al menomo tocco, sarebbero impossibili da adoperare con un cavallo domato al modo del sud America.

«In un podere presso Las Vacas un gran numero di cavalle vengono uccise ogni settimana per la loro pelle, sebbene questa non valga più di cinque dollari di carta, o dodici franchi e mezzo l'una. Sembra dapprima strano che valga la spesa di uccidere tante cavalle per un prezzo così minimo; ma siccome in questo paese è tenuto come cosa ridicola domare o cavalcare una cavalla, esse non hanno altro valore tranne che da la loro riproduzione. L'unico caso in cui vidi adoperare cavalle era per levare il grano dalla spiga; perciò erano fatte girare in un recinto circolare ove i covoni erano distesi. L'uomo incaricato di macellare le cavalle era celebre per la sua destrezza nel maneggiare il lazo. Allogatosi alla distanza di dodici metri dall'ingresso del recinto, egli aveva messo pegno che avrebbe preso le zampe di ogni animale senza mancarne uno, mentre gli passava di corsa vicino. Vi era un altro uomo il quale diceva, che egli sarebbe entrato nel corral a piedi, avrebbe preso una cavalla, le avrebbe legato le zampe anteriori insieme, l'avrebbe tirata fuori, gettata a terra, uccisa, scuoiata, e preparata la pelle per seccare (quest'ultima faccenda è molto noiosa); ed egli si impegnava a compiere tutte queste operazioni sopra ventidue animali in un solo giorno. Oppure ne avrebbe ucciso e scuoiato cinquanta nello stesso tempo. Questo sarebbe stato un compito prodigioso, perchè viene considerato come una buona giornata di lavoro lo spelare e preparare le pelli di quindici o sedici animali.»

Il concetto dell'ufficio di un naturalista, secondochè il Darwin ebbe campo a riconoscere, non era più preciso dalla parte occidentale delle Ande di quello che egli lo avesse trovato ad Oriente.

«Un giorno, un raccoglitore tedesco di storia naturale chiamato Renous venne a farci una visita, e quasi nello stesso tempo venne pure un vecchio avvocato spagnuolo. Mi divertii molto al sentir la conversazione che ebbe luogo fra loro. Renous parlava lo spagnuolo tanto bene, che il vecchio avvocato lo prese per un Chiliano. Renous volendo parlare di me, gli domandò che cosa pensava del re d'Inghilterra che mandava un naturalista nel loro paese, per raccogliere lucertole e scarafaggi e per spaccar pietre? Il vecchio signore rimase meditabondo per qualche tempo e poi disse:—Non va bene—Hay un gato encerrado aqui (vi è un gatto chiuso qui). Nessuno è tanto ricco per mandare in giro un uomo a raccogliere cosiffatte porcherie. Non mi piace. Se uno di noi andasse in Inghilterra a fare queste cose non credete che il re d'Inghilterra ci manderebbe via subito da quel paese?—E questo vecchio signore, per la sua professione apparteneva alla classe più istruita e più intelligente! Renous stesso, due o tre anni prima, aveva lasciato in una casa a San Fernando alcuni bruchi, sotto la sorveglianza di una fanciulla, perchè desse loro da mangiare e divenissero farfalle.

«Questo venne saputo nella città e finalmente consultatisi insieme i Padres ed il governatore, furono d'accordo per dire che doveva essere qualche eresia. In conseguenza quando Renous tornò, venne arrestato.»

Non era molto più chiaro il concetto che si aveva là della differenza fra un cattolico e un protestante. Presso Santiago.

«La sera si giunse ad un comodo podere, ove si trovavano varie belle signorine. Esse furono molto scandalizzate sentendo dire che io era entrato in una delle loro chiese per pura curiosità. Esse mi domandarono:—Perchè non vi fate cristiano, mentre la nostra religione è la buona?—Le assicurai che io ero una specie di cristiano, ma non mi vollero credere, riferendosi alle mie parole:—Non è vero che i vostri preti, i vostri vescovi prendon moglie?—L'assurdità di un vescovo ammogliato era ciò che le colpiva maggiormente e non sapevano quasi se ridere o inorridire d'una tale enormità.»

Al sud del Chilì è ancora numeroso l'elemento indiano puro, o misto, e nell'isola di Chiloe il Darwin, parlando di una famiglia indiana da lui veduta, e intorno alla quale dà, secondo il solito, con poche parole importanti ragguagli, esclama:

«Fa piacere veder gli indigeni giunti allo stesso grado d'incivilimento, per quanto basso esso sia, al quale sono giunti i loro conquistatori bianchi.»

Questo grado d'incivilimento invero non è guari elevato.

«Gli abitanti, come quelli della Terra del Fuoco, girano principalmente sulla spiaggia o nei loro battelli. Quantunque vi sia cibo in abbondanza, gli abitanti sono poverissimi; non vi è richiesta di lavoro ed in conseguenza le classi più basse non possono mettere insieme danaro sufficiente anche per comprarsi le più piccole superfluità. V'ha pure una grande deficienza di mezzo circolante. Ho veduto un uomo che portava sul dorso un sacco di carbone, col quale voleva comprare qualche piccola cosa, ed un altro portava una tavola per mutarla contro una bottiglia di vino. Quindi ogni negoziante deve anche essere bottegaio, e vendere di nuovo le merci che prende in cambio.»

A Castro, antica capitale di Chiloe, ora abbandonata e deserta,

«Si poteva ancora scorgere la disposizione quadrangolare delle città spagnuole, ma le strade e la piazza erano ricoperte di una bella erba verde sulla quale brucavano le pecore. La chiesa che sta nel mezzo è al tutto fabbricata di legno, ed ha un aspetto piuttosto pittoresco e venerabile. Si può immaginare la povertà di quel luogo da questo fatto, che quantunque contenga alcune centinaia di abitanti, uno della nostra brigata non riuscì in nessun luogo a trovar da comperare una libbra di zucchero o un coltello comune. Nessun individuo possedeva un oriuolo, ed un vecchio, il quale si supponeva avesse un'idea giusta del tempo, era incaricato di suonare la campana della chiesa così a caso.»

Nell'isola di Lemuy gli abitanti furono meravigliatissimi di veder arrivare gli inglesi, e compresero allora perchè poco prima avessero veduto un gran numero di pappagalli e perchè il Cheucau, un uccellino del petto rosso, mandasse con tanta insistenza un certo grido con cui suole destare la loro attenzione nei casi più straordinarii. Quegli abitanti

«Furono subito molto volonterosi di fare cambi. Il danaro non valeva quasi nulla, ma la loro avidità pel tabacco aveva qualche cosa di straordinario. Dopo il tabacco veniva subito l'indaco, poi il capsicum, le vecchie vestimenta e la polvere da schioppo. Quest'ultimo articolo era richiesto per uno scopo innocentissimo; ogni parrocchia ha un moschetto pubblico, ed hanno bisogno della polvere per far rumore il giorno della festa del santo o di altre feste.»

Quella gente sa contentarsi. A Castro

«A notte cominciò a piovere dirottamente, ciò che bastò appena ad allontanare dalle nostre tende la folla dei curiosi. Una famiglia indiana, che era venuta per trafficare in una barca da Caylen, bivaccava accanto a noi. Non avevano nulla che li riparasse dalla pioggia. Al mattino domandai ad un giovane indiano, bagnato fino alle ossa, come avesse passata la notte. Pareva di buonissimo umore e rispose:—Muy bien, señor.

Il giorno 20 febbraio 1835, a Valdivia, mentre il Darwin s'era sdraiato nella foresta sulla spiaggia del mare per riposarsi, sentì una scossa, per cui balzato in piedi provò l'effetto del mal di mare in un grado leggero, come quando il bastimento non fa che dondolarsi. Era un terremoto che il Darwin descrive in alcune pagine che sono fra le più dotte e belle del suo dottissimo e bellissimo libro.

Il Chilì è terra classica pei terremoti, e in tutti i libri di geologia si citano gli effetti prodotti in quella contrada dal terremoto del 1822. Questi effetti ebbe campo ad esplorare il Darwin nelle sue ricerche geologiche, che lo spinsero ad attraversare le Ande partendo da Santiago e scendendo da Mendoza, pel passo del Patille all'andata e per quello Acomagne o Uspallate al ritorno. Egli spese ventiquattro giorni in quelle gite e dice che non aveva mai provato tanta soddisfazione in tale spazio di tempo. Si può soggiungere che difficilmente il lettore può ricavare da una lettura tanto ammaestramento quanto è quello che si ricava dalle poche pagine in cui egli descrive la sua gita.

Nelle numerose e lunghe sue escursioni al Chilì il Darwin si occupò pure delle miniere, anche dal punto di vista applicato. Egli parla così di quei minatori:

«I minatori chiliani sono pei loro costumi una singolare razza di uomini. Vivendo per alcune settimane nei luoghi più deserti, quando i giorni di festa scendono nei villaggi, non v'ha eccesso o stravaganza cui non si abbandonino. Talora guadagnano una grossa somma, ed allora, come fanno i marinai del loro danaro, essi cercano il mezzo più spiccio per poterla scialacquare. Bevono all'eccesso, comprano un numero sterminato di vestiti, ed in pochi giorni tornano senza un soldo nei loro miserabili tugurii, per lavorare peggio di animali da soma. Questa spiensieratezza, come quella dei marinai, è evidentemente l'effetto di un consimile tenore di vita. Il loro cibo giornaliero è assicurato, e non acquistano nessuna abitudine di risparmio; inoltre, la tentazione e le occasioni per cedere sono nello stesso tempo in loro potere.»

Ciò disgraziatamente non segue solo al Chilì. Come non segue solo al Chilì che una società di miniere che potrebbe fare buoni guadagni vada in rovina per mala amministrazione.

Il Darwin parla di società inglesi di miniere al Chilì e dice che malgrado i grandi vantaggi, come è ben noto, finiscono per perdere somme immense di danaro. La prodigalità del maggior numero dei commissarii e degli azionisti va fino alla pazzia, in certi casi si sborsano venticinquemila franchi all'anno per pagare le autorità chiliane; biblioteche di libri di geologia ben rilegati, minatori fatti venire per metalli particolari, come lo stagno, che non si trova nel Chilì, contratti per fornire di latte i minatori, in luoghi ove non si trovano vacche; macchine ove non è possibile adoperarle, e cento simili disposizioni che dimostrano grande assurdità e che fino ad oggi sono argomento di risa agli indigeni. Tuttavia non v'ha dubbio, che lo stesso capitale bene adoperato in quelle miniere avrebbe dato un immenso profitto; un amministratore di fiducia, un minatore pratico ed un saggiatore è tutto quello che ci sarebbe voluto.

Egli trovò là un minatore inglese del Cornovaglia, sopraintendente di una miniera presso Quillota, il quale aveva sposato una spagnuola e aveva rinunziato al pensiero di ritornare in patria, pur sempre conservando una carissima rimembranza e una grande ammirazione per le miniere della Inghilterra.

Quel soprintendente di miniere fece al Darwin la seguente domanda:

«Ora che è morto Giorgio Rex, quanti membri della famiglia Rex rimangono ancora?»

Il Darwin dice che questo Rex per certo deve essere parente del grande autore Finis, che scrisse tanti libri.

Al Perù, che si direbbe un paese condannato all'anarchia permanente, le cose non andavano meglio di oggi quando il Beagle approdò ad Iquique e quindi al Callao. Perciò, tranne una diligente visita alle cave di nitrato di soda di Iquique, il Darwin non potè dar guari opera a ricerche di storia naturale. Egli fa invece assennatissime considerazioni intorno alle febbri di quel paese e alle cause in generale delle malattie prodotte dalla malaria, e riferisce certe sue importantissime osservazioni intorno alle tracce che si riscontrano là delle dimore e della vita degli abitatori antichi e antichissimi di quella contrada, chissà quanti secoli prima che l'uomo incivilito vi ponesse il piede.


V

Il conte Camillo di Cavour stette ascoltando con molta attenzione un progetto che gli veniva esponendo un signore di piccola statura, di giuste forme, del sembiante quanto mai simpatico e intelligente, pel quale il grande ministro mostrava molto riguardo. Questo signore era il conte Giuseppe Canevaro.

Le isole Galapagos costituiscono nell'Oceano Pacifico un arcipelago sulla linea equatoriale, a cinquecento o seicento miglia di distanza dalla spiaggia americana della repubblica dell'Equatore. Presentano un singolarissimo aspetto anche all'occhio di chi non abbia l'abito di osservare e discernere le varie foggie e la varia natura dei rilievi della superficie terrestre; sono di origine vulcanica e si contano un duemila crateri che in periodi remotissimi della vita del nostro globo sono stati in eruzione. Strane piante vestono quelle isole che nelle parti più elevate hanno una vegetazione abbastanza rigogliosa, e le popolano i più strani animali. L'uomo non vi pose mai ferma dimora. Vi approdarono di tratto in tratto filibustieri e balenieri, vi si allogarono un due o trecento banditi della repubblica dell'Equatore.

Il conte Canevaro voleva fondare là una colonia italiana. Centocinquanta famiglie genovesi ne avrebbero costituito il primo nucleo. Egli aveva già divisato il modo della distribuzione di quelle famiglie e i varii compiti da assegnarsi a caduno dei loro componenti.

Dai segni frequenti di viva approvazione che di tratto in tratto era venuto dando il conte Cavour, che non ne aveva mai interrotto il discorso, dal vivissimo sguardo con cui cercava di leggergli negli occhi, dal frequente animarsi della sua fisonomia tanto intelligente ed espressiva, il conte Canevaro si aspettava che il ministro avrebbe accolto con passione il suo progetto. La sua meraviglia fu quindi estrema quando, finito il suo parlare, si sentì rispondere:—Non ne faremo nulla.

Il ministro ammirò il progetto del Canevaro e se ne commosse e non fu avaro di parole ad esprimere la sua ammirazione; ma gli spiegò pure che una colonia di quella fatta aveva bisogno di essere sostenuta e all'uopo protetta con tutta l'efficacia da un governo abbastanza forte per non indietreggiare in faccia a nissuna evenienza, e che egli non si sentiva di impegnarsi in una tale impresa.

Oggi con Assab ci andiamo più alla svelta.

Dal Perù il Beagle fece vela verso le isole dell'arcipelago Galapagos, dove approdò il 15 settembre e rimase fino al 20 ottobre dell'anno 1835, navigando poi per tremila e dugento miglia per arrivare a Tahiti di cui fu in vista il giorno 15 di novembre.

Dice il Darwin di Tahiti che essa è un'isola che deve rimaner per sempre classica pel viaggiatore del mare meridionale; ne descrive le bellezze e le particolarità più notevoli e dice:

«Quello che mi piacque maggiormente furono gli abitanti. La dolcezza dell'espressione delle loro fisonomie bandisce ad un tratto l'idea di un selvaggio; e l'intelligenza che vi brilla mostra che progrediscono in civiltà. I popolani quando lavorano tengono la parte superiore del corpo al tutto nuda, ed è allora che i tahitiani fanno più bella figura. Sono molto alti, colle spalle larghe, atletici, e bene proporzionati. È stato osservato, che basta un po' d'abitudine per rendere all'occhio di un europeo una pelle nera più piacevole e più naturale che non il suo proprio colore. Un bianco che si bagna accanto ad un tahitiano, somiglia ad una pianta imbiancata dall'arte del giardiniere comparata con un bell'albero verde oscuro che cresce vigoroso in mezzo ai campi. La maggior parte degli uomini sono ornati di tatuaggi, e questi ornamenti seguono le curve del corpo tanto graziosamente, che producono un effetto elegantissimo. Un disegno comune, che varia solo nei particolari, è alcunchè simile al capitello di una palma. Esce fuori dalla linea centrale del dorso, e gira con grazia intorno ai lati. La similitudine può parere fantastica, ma io pensai che il corpo di un uomo cosifattamente adorno fosse simile al tronco di un albero maestoso, stretto da una delicatissima rampicante.

«Molte fra le persone attempate hanno i piedi coperti di figurine, messe per modo da sembrare uno zoccolo. Tuttavia, questa moda è in parte scomparsa ed altre le si sono sostituite. Qui, sebbene la moda sia tutt'altro che immutevole, ognuno è tenuto a seguire quella che prevaleva nella sua gioventù. In tal modo un vecchio ha la sua età stampata sul corpo, e non può atteggiarsi a giovanotto. Anche le donne hanno tatuaggi come gli uomini, e comunissimamente li hanno sulle dita. Una moda è ora quasi universale che non istà guari bene, cioè quella di radersi i capelli della parte superiore del capo, circolarmente, tanto da lasciare solo un anello esterno. I missionarii hanno cercato di persuadere la popolazione a mutare questo costume; ma è la moda, e questa risposta vale tanto a Tahiti quanto a Parigi.

«L'aspetto delle donne produsse in me un vero disinganno; per ogni rispetto sono molto inferiori agli uomini. L'uso di portare un fiore bianco o scarlatto sul di dietro del capo, o attraverso ad un forellino dell'orecchio, è molto grazioso. Portano pure una corona di foglie di cocco intrecciate per fare ombra agli occhi. Le donne sembrano aver maggior bisogno degli uomini di qualche moda che vada loro bene.

«Quasi tutti gli indigeni capiscono un po' l'inglese; cioè, sanno il nome delle cose comuni, e con questo e con l'aiuto di qualche segno si può fare con essi una scarsa conversazione. Tornati a sera alla barca, ci fermammo per osservare una scena graziosissima. Un gran numero di bambini si trastullavano sulla spiaggia, ed avevano acceso fuochi che illuminavano il placido mare e gli alberi circostanti; altri in cerchio cantavano versi tahitiani. Ci sedemmo anche noi sulla sabbia, e ci unimmo alla brigatella. Le canzoni erano improvvisate, ed avevano rapporto, credo, col nostro arrivo: una fanciullina cantava un verso, che il resto ripeteva in parte, formando così un coro molto piacevole. Tutta la scena ci dimostrava con evidenza che eravamo seduti sulla spiaggia di una isola del rinomato mare del sud.»

Più sotto, dopo d'aver parlato dei pareri discordi di Ellis e di Beechey e Kotzebue intorno allo stato di quelle genti e all'opera dei missionari, il Darwin soggiunge:

«Nel complesso mi sembra che la moralità e la religione degli abitanti siano molto rispettabili. Vi sono molti che censurano, anche più acerbamente che non Kotzebue, tanto i missionari, quanto il loro sistema e gli effetti da esso prodotti. Quei ragionatori non comparano omai lo stato attuale dell'isola con quello di soli vent'anni fa; nè anche con quello dell'Europa d'oggi, ma lo comparano con quello della più alta perfezione evangelica. Vorrebbero che i missionari compiessero ciò, in cui non riuscirono neppure gli Apostoli. In qualunque parte dove la condizione delle genti si scosta da quell'alto punto di perfezione, si getta il biasimo al missionario, invece di lodarlo per quello che ha fatto. Essi dimenticano, o non ricordano, che i sacrifizi umani e la potestà dei preti idolatri—un sistema di scelleraggine che non aveva riscontro in nessuna altra parte del mondo—l'infanticidio, conseguenza di quel sistema; le guerre sanguinose nelle quali i vincitori non risparmiavano nè donne, nè bambini, sono stati aboliti; e che la disonestà, l'intemperanza, e la svergognatezza sono molto diminuite dopo l'introduzione del Cristianesimo. In un viaggiatore, dimenticare queste cose è una bassa ingratitudine; perchè se egli per disgrazia naufragasse sopra qualche ignota costa, alzerebbe al cielo una ben divota preghiera, perchè le lezioni dei missionari si fossero estese fino a quella regione.

«In quanto alla moralità è stato detto che la virtù delle donne sia una vera eccezione. Ma prima di biasimarle troppo severamente, bisogna tener ben presenti alla mente le scene descritte dal capitano Cook e dal signor Banks, in cui le nonne e le madri della razza presente avevano molta parte. Coloro i quali sono i più severi, debbono considerare come la moralità delle donne in Europa sia dovuta alla educazione data di buon'ora dalle madri alle loro figliuole, e in ogni caso individuale ai precetti della religione. Ma è inutile discutere intorno a cosiffatti ragionatori; credo che delusi per non aver trovato un campo di licenziosità tanto vasto quanto era prima, essi non prestano fede ad una moralità che non desiderano praticare, o ad una religione che non apprezzano, se pur non disprezzano.»

Un effetto opposto a quello di Tahiti producono nel nostro viaggiatore le isole e le genti della Nuova Zelanda per modo che, partendone addì 30 dicembre 1835, egli esclama:

«Credo che fummo tutti ben contenti di lasciare la Nuova Zelanda. Non è un bel luogo. Fra gli indigeni non vi è quella graziosa semplicità che si trova a Tahiti e la maggior parte degli inglesi sono il rifiuto della società. Neppure il paesaggio ha molte attrattive.»

Due mesi dopo lasciando l'Australia così esclama:

«Addio, Australia. Sei una fanciulla che cresce, e senza dubbio un giorno regnerai come regina del sud, ma sei troppo ambiziosa per ispirare affetto.»

Il 1º aprile 1836 il Beagle veleggiava nell'Oceano Indiano a un seicento miglia di distanza dalla costa di Sumatra e aveva alla vista le isole Keeling, che diedero campo a Carlo Darwin a studiare e riconoscere il modo di originarsi delle formazioni coralligene, isole madreporiche, atolli, banchi, scogliere.

Il Beagle proseguendo la sua via toccò l'isola Maurizio, il Capo di Buona Speranza, S. Elena e nuovamente il Brasile per compiere la misura cronometrica del mondo. Il giorno 2 ottobre 1836 Darwin rivide la costa dell'Inghilterra e lasciò a Falmouth il Beagle su cui aveva navigato quasi cinque anni.


VI

Ripensando al suo viaggio e ai vantaggi e agli svantaggi, ai piaceri e alle pene che può dare una circumnavigazione, Carlo Darwin parla nel modo seguente:

«Se taluno mi chiedesse il mio parere, prima di imprendere un lungo viaggio, la mia risposta dipenderebbe dal suo possedere un gusto deciso per qualche ramo di sapere, che con questo mezzo potrebbe progredire. Senza dubbio è una grande soddisfazione vedere vari paesi e le varie razze umane, ma i piaceri che si hanno allora non bilanciano i mali. Bisogna sperare dall'avvenire la messe per quanto lontana possa essere, quando un po' di frutto abbia maturato, qualche bene si sia compiuto.

«Molte delle perdite che si debbono provare sono evidenti, come la società di ogni vecchio amico, e la vista di quei luoghi ai quali si rannodano le nostre più care rimembranze. Queste perdite, però, sono in parte riparate dalla inesauribile delizia di anticipare il giorno lungamente desiderato del ritorno. Se, come dicono i poeti, la vita è un sogno, son certo che in un viaggio sono le visioni che servono meglio a far passare la lunga notte. Altre privazioni, quantunque non si sentano dapprima, pesano molto dopo un certo tempo; queste sono la mancanza di spazio, di reclusione, di riposo; il senso divorante di una continua fretta, la privazione d'ogni piccolo comodo, la mancanza di società domestica, anche di musica e di altri piaceri dell'immaginazione. Quando si è fatto menzione di queste inezie, è evidente che i veri mali, tranne quelli cagionati da accidenti della vita di mare, sono terminati. Il breve periodo di sessant'anni ha fatto una meravigliosa differenza nell'agevolare una lunga navigazione. Anche al tempo di Cook, un uomo che lasciava la sua casa per imprendere cosiffatte spedizioni, andava incontro a privazioni talvolta durissime. Oggi un yacht, con ogni comodo della vita, può fare il giro del mondo. Oltre i grandi miglioramenti nelle navi e nella natura, tutte le spiaggie occidentali dell'America sono aperte, e l'Australia è divenuta la capitale di un nascente continente. Quanto sono diverse le circostanze di un uomo che naufraga oggi nel Pacifico da quello che erano al tempo di Cook! Dal tempo del suo viaggio un emisfero è stato aggiunto al mondo civile.

«Se una persona soffre molto del mal di mare, questo è un inconveniente che deve essere molto considerato. Parlo per esperienza: non è un male di poco rilievo da curarsi in una settimana. Se, d'altra parte, egli trova piacere nella tattica navale, certamente allora otterrà piena soddisfazione pel suo gusto. Ma bisogna tener bene a mente la grande proporzione di tempo che, durante un lungo viaggio, si passa sull'acqua, in paragone dei giorni che si passano in porto. E che cosa sono le vantate meraviglie di uno sterminato oceano? Una monotona distesa, un deserto d'acqua, come lo chiamano gli Arabi. Senza dubbio vi sono spettacoli deliziosi. Una notte di luna, col cielo sereno ed il mare scintillante; e le bianche vele gonfie dalla dolce brezza di un vento regolare; una calma perfetta, colla gonfia superficie, liscia come uno specchio, e tutto silenzioso tranne talora lo sbattere delle vele contro gli alberi. Per una volta è bello vedere una burrasca mentre irrompe colla sua furia sempre crescente, o un forte vento che fa alzare come monti le onde. Confesso, tuttavia, che la mia immaginazione si era figurato qualche cosa di più maestoso, di più terribile in una grande burrasca. È uno spettacolo infinitamente più bello quando è veduto sulla terra, ove l'ondeggiare degli alberi, il volo spaventato degli uccelli, le cupe ombre, i lampi repentini, l'irrompere dei torrenti, tutto narra la lotta degli elementi scatenati. In mare l'albatrosso e la piccola procellaria volano come se la tempesta fosse il loro proprio elemento, l'acqua si solleva e si abbassa come se compisse il suo consueto compito, solo la nave e i suoi abitanti sembrano lo scopo di tutta quella furia. Sopra una costa battuta dal tempo e desolata, lo spettacolo è invero differente, ma i sentimenti che si provano partecipano piuttosto dell'orrore che non di un selvaggio piacere.

«Vediamo ora la parte bella del tempo trascorso. Il piacere derivato dal vedere il paesaggio e l'aspetto generale dei varii paesi da noi visitati è stato invero la sorgente più grande e costante di sodisfazione. È probabile che la bellezza pittoresca di molte parti d'Europa superi ogni cosa da noi veduta. Ma vi è sempre un piacere maggiore nel comparare il carattere del paesaggio delle varie regioni, piacere che, fino ad un certo punto, è distinto da quello di ammirarne solo la bellezza. Dipende principalmente dal conoscere le singole parti di un dato panorama; sono fortemente indotto a credere che, come nella musica, la persona la quale comprenderà ogni nota se è dotata di un certo gusto, sentirà maggior piacere nel complesso, così colui il quale esamina ogni parte di un bel panorama, può parimente comprenderne l'effetto pieno e complesso. Quindi, un viaggiatore dovrebbe essere botanico, perchè in tutti i paesaggi le piante formano l'abbellimento principale. I massi ammucchiati di roccie nude anche se sono nelle forme più selvaggie, possono per un certo tempo porgere uno spettacolo sublime, ma in breve diverrà monotono; dipingetele di colori svariati e brillanti, come nel Chilì settentrionale, diverranno fantastiche; rivestitele di vegetazione, formeranno un quadro passabile se non bello.

«Quando ho detto che il paesaggio di certe parti d'Europa è forse superiore a qualunque cosa che abbiamo veduto, faccio una eccezione, come di una classe a parte, di quello delle zone intertropicali. Le due classi non possono essere paragonate assieme; ma mi sono di già spesso dilungato intorno alla grandiosità di quelle regioni. Siccome la forza delle impressioni dipende generalmente da idee preconcette, posso aggiungere che le mie erano prese dalle brillanti descrizioni di Humboldt nella Personal Narrative, che supera qualunque altra cosa che io abbia letto. Tuttavia, con queste altissime idee, il sentimento da me provato non ebbe neppure una tinta di disinganno quando sbarcai per la prima e per l'ultima volta al Brasile.

«Fra le scene che si sono più fortemente impresse nella mia mente, nessuna supera in grandezza le foreste primitive, non ancora tocche dalla mano dell'uomo; tanto quelle del Brasile, ove predominano le forze vitali, come quella della Terra del Fuoco, ove prevalgono la morte e la distruzione.

«Entrambe sono templi pieni degli svariati prodotti del Dio della natura; nessuno può trovarsi senza emozione in quelle solitudini, e non sentire che nell'uomo vi è qualche cosa di più che non il solo soffio del suo corpo. Richiamando alla mente le immagini del passato, trovo che le pianure della Patagonia spesso mi ripassano sotto gli occhi, eppure quelle pianure son dette da tutti desolate ed inutili. Non si possono descrivere che con caratteri negativi, senza abitazioni, senza acqua, senz'alberi, senza monti, allevano solo alcune piante nane. Perchè, dunque, e questo fatto non è speciale a me solo, quelle aride pianure si sono impresse con tanta forza nella mia mente? Perchè i verdi, fertili, e ancor più piani Pampas, utili all'uomo, non hanno prodotto una simile impressione? Non posso guari analizzare questi sentimenti; ma debbono derivare in parte dal libero volo dall'immaginazione. Le pianure della Patagonia sono sterminate, perchè non sono guari valicabili, e quindi sono ignote; portano l'impronta d'avere durato, nel loro stato attuale, per lunghi secoli, e non sembra esservi alcun limite nel durare pel futuro. Se, come supponevano gli antichi, la terra piana fosse circondata da un'invalicabile distesa d'acqua, o da deserti scaldati all'eccesso, chi non guarderebbe quegli ultimi limiti dalle cognizioni umane con sensi profondi e mal definiti?

«Infine, fra i paesaggi naturali, quelli veduti dalle alte montagne, sebbene certamente non belli in un senso, sono molto memorabili. Quando guardavamo giù dall'altissima cresta delle Cordigliere, la mente, non disturbata da minuti particolari, era compresa dalle stupende dimensioni dei massi circostanti.

«Fra gli oggetti individuali, nulla forse sveglia più certamente la meraviglia del primo vedere un barbaro nel suo tugurio nativo, l'uomo nel suo stato più abbietto e più selvaggio. La mente ritorna indietro allora ai secoli passati, e si domanda se i nostri progenitori fossero uomini come quelli; uomini, di cui i moti e l'espressione sono per noi meno intelligibili di quelli degli animali domestici; uomini che non hanno gli istinti di quegli animali, e non sembrano vantare la ragione dell'uomo, o almeno le arti che derivano da questa ragione. Non credo che sia possibile descrivere o dipingere la differenza che passa fra un uomo selvaggio ed un uomo incivilito. È la differenza che esiste fra un animale domestico ed uno selvaggio; e una parte dell'interesse che si prova guardando un selvaggio è lo stesso che spingerebbe taluno a desiderare di vedere il leone nel suo deserto, la tigre mentre dilania la preda nella giungla, o il rinoceronte mentre si aggira pei piani selvaggi dell'Africa.

«Fra gli altri più notevoli spettacoli che abbiamo veduto, si può citare la Croce del Sud, la nube di Magellano, ed altre costellazioni dell'emisfero meridionale; le trombe marine; il ghiacciaio che porta la sua corrente azzurra di ghiaccio fino al mare cui sovrasta come uno scosceso precipizio; un'isola dalla laguna che sorge per opera degli animali del corallo; un vulcano attivo, e gli effetti disastrosi di un terribile terremoto. Quest'ultimo fenomeno, forse, aveva per me un interesse speciale per la sua intima connessione colla struttura geologica del mondo. Tuttavia il terremoto deve essere per ognuno un avvertimento che fa impressione; la terra, che fino dalla nostra infanzia abbiamo considerata come tipo di solidità, ha oscillato come una crosta sottile sotto i nostri piedi; e vedendo le opere fatte dall'uomo rovesciate in un istante, abbiamo sentito la piccolezza della sua tanto vantata potenza.

«È stato detto che l'amore della caccia è una gioia inerente all'uomo, un avanzo di una passione istintiva. Se ciò è vero, son certo che il piacere di vivere all'aria aperta, col cielo per tetto e il terreno per mensa, è parte dello stesso sentimento, è il selvaggio che ritorna ai suoi usi nativi e barbari. Io torno sempre con somma gioia colla mente alle nostre escursioni in barca, ed ai miei viaggi per terra in regioni non frequentate, che nessun paesaggio in paese civile avrebbe potuto destare. Non dubito che ogni viaggiatore debba ricordarsi il senso di piena felicità da esso provato, quando per la prima volta si è trovato in un paese forestiero, ove l'uomo incivilito ha di rado o non mai posato il piede.

«Vi sono parecchie altre sorgenti di piacere in un lungo viaggio che sono di una natura più ragionevole. La carta del mondo cessa di essere ignota; diviene un quadro pieno di figure svariatissime ed animate. Ogni parte assume proprie dimensioni, i continenti non si considerano collo stesso occhio come le isole, o le isole non si guardano come macchiette, mentre in verità sono più grandi di molti regni d'Europa. L'Africa e l'America del nord e del sud sono nomi ben sonanti, e facilmente pronunziati, ma, solo quando si viaggiò lungo piccole porzioni delle loro spiaggie, si è interamente convinti del grande spazio che occupano questi nomi nel nostro immenso mondo.

«Considerando lo stato attuale è impossibile non prevedere con grandi aspettazioni il futuro progresso di quasi tutto l'emisfero. La via del miglioramento, in conseguenza dell'introduzione del Cristianesimo in tutto il mare del sud, starà da sola nelle memorie della storia. È cosa ancor più notevole pensare che solo sessant'anni fa, Cook, cui nessuno negherà il retto giudizio delle cose, non poteva prevedere nessuna speranza di mutamento. Tuttavia questi mutamenti sono stati compiti dallo spirito di filantropia della nazione inglese.

«Nella stessa parte del globo l'Australia sorge, o meglio si può dire è sorta, in un grande centro d'incivilimento, che, in qualche remotissimo periodo, dominerà come regina l'emisfero meridionale. È impossibile ad un inglese di vedere quelle lontane colonie senza provare un senso di sommo orgoglio e di grande sodisfazione. La bandiera inglese sembra portar seco, come certa conseguenza, la ricchezza, la prosperità e l'incivilimento.

«In conclusione mi sembra che nulla può essere più utile ad un giovine naturalista di un viaggio in paesi lontani. Esso rende più acuto e mitiga in parte quel bisogno e quel desiderio, che, come osserva sir J. Herschel, sente un uomo, quantunque ogni bisogno del suo corpo sia pienamente sodisfatto. L'eccitamento per la novità degli oggetti e la probabilità di riuscita, lo stimolarono ad una crescente attività. Inoltre, siccome un numero di fatti isolati perde in breve il suo interesse, l'abito di far comparazioni conduce a generalizzare. D'altra parte, siccome il viaggiatore rimane solo un breve tempo in ogni luogo, le sue descrizioni debbono essere in generale semplici abbozzi, invece di essere osservazioni particolareggiate. Quindi ne viene, come ho provato a mie spese, una costante tendenza a riempire i larghi vani del sapere, con ipotesi trascurate e superficiali.

«Ma io ho provato un piacere troppo profondo in questo viaggio, per raccomandare a qualunque naturalista, sebbene non debba aspettarsi di essere tanto fortunato nei suoi compagni come lo sono stato io, di approfittare di ogni occasione ed imprendere viaggi se è possibile per terra, se non con una lunga navigazione. Può esser certo che incontrerà difficoltà o pericoli, tranne qualche caso raro, non tanto cattivi quanto se lo era immaginato. Da un punto di vista morale l'effetto sarà quello di insegnargli una gioconda pazienza, lo libererà dall'egoismo, gli darà l'abito di operare de sè, e fare il meglio possibile in ogni circostanza. In breve, deve partecipare delle qualità caratteristiche della maggior parte dei naviganti. Il viaggiare gli insegnerà la diffidenza, ma nello stesso tempo gli dimostrerà, quante persone veramente di cuore vi sono, colle quali egli non ebbe mai, o non avrà mai più comunicazione, le quali tuttavia sono pronte a prestargli il più disinteressato aiuto.»


VII

I primi navigatori che percorsero le sterminate distese dell'oceano Pacifico e anche dell'oceano Indiano lungo la zona equatoriale provarono un'immensa meraviglia nel vedere certe isole di una foggia al tutto inaspettata e singolarissima. L'isola è come un grande anello rotto in una qualche parte in modo che rimane una comunicazione fra l'interno e il difuori. Sul cercine è una vegetazione in cui campeggia l'albero del cocco; l'interno della laguna è di un'acqua tranquilla e limpidissima, mentre urtano fuori i cavalloni furiosi contro la spiaggia e splende su tutto la volta azzurra del cielo. Gli uccelli volanti e le correnti marine portano a quelle spiaggie varie sorta di semi, talora un tronco d'albero o un viluppo di tronchi natanti sulla corrente vi approdano portando vivi animaletti terragnoli che vi si propagano, e anche una qualche grossa pietra silicea, prezioso materiale all'uomo che vive su quella sorta d'isole singolari e non ha che una materia minerale friabile e poco resistente nel materiale che la costituisce.

Fin dal 1605 Francesco Pyrard, di Laval, in faccia a quelle singolari isole cui venne dato il nome di atolli, esclamava:

«C'est une merveille de voir chacun de ces atolles, environnés d'un grand banc de pierre tout autour, n'y ayant point d'artifice humain.»

Talvolta si ha, invece dell'atollo, una scogliera, cioè una grande striscia del materiale medesimo che costituisce l'atollo, la quale sta al davanti di una spiaggia, sovente per un lunghissimo tratto, limitando fra la spiaggia e il mare aperto una laguna coll'acqua limpida e tranquilla al riparo delle onde dell'aperto mare.

Sono altre volte banchi a fior d'acqua, o poco sotto il livello della superficie, pericolosissimi ai naviganti, della stessa natura degli atolli e delle scogliere, vale a dire fatti da animaletti della famiglia di quelli che producono il corallo, onde il nome di polipi coralligeni che venne loro dato. Furono poi chiamati in particolare madrepore certi polipi che costituiscono la maggior parte di quelle formazioni, che perciò furono chiamate formazioni madreporiche in generale, isole e scogliere madreporiche e banchi madreporici.

Fin dal 1702 un viaggiatore inglese, del resto poco conosciuto, il signor Strachan, aveva osservato come i coralli riescano a formare grandi masse di rocce. Giovanni Rinaldo Forster, l'ingegnoso compagno di Cook, nel 1780 dimostrò positivamente che un grande numero di isole del mare del sud devono la loro esistenza a grandi agglomeramenti di coralli. Poco dopo questa dimostrazione fu confermata e sviluppata da Flinders e da Peron.

Due errori si produssero contemporaneamente a quella dimostrazione di un fatto vero.

Quei primi osservatori credettero e fecero credere che le formazioni madreporiche si incominciassero a produrre a grandi profondità sottomarine salendo poi a mano a mano fino alla superficie e abbastanza rapidamente. Questa credenza diede luogo a strani timori. Si calcolò che in un dato tempo una grande parte dello spazio occupato dalle acque marine avrebbe finito per essere riempita dalle formazioni madreporiche, e che le acque avrebbero quindi dovuto riversarsi e sommergere isole e continenti producendo modificazioni profonde sulla superficie della terra e nella vita delle piante, degli animali e dell'uomo. Ciò ora è dimostrato falso. Gli scandagli praticati dagli ufficiali del Beagle e riferiti dal Darwin, che ne fu testimone oculare, dimostrano che la profondità consueta al disotto della superficie dove i polipi coralligeni cominciano le loro costruzioni è a diciotto metri. A trentasei metri se ne trova appena traccia, non se ne trova più traccia al disotto di cinquantaquattro metri.

L'altro errore fu la credenza che i polipi facciano le loro costruzioni per mettersi al riparo dei marosi e campar quetamente dalla parte di dentro dell'atollo, mentre appunto è vero l'opposto.

Per spiegare il modo della formazione degli atolli si suppose che essi fossero venuti su sopra i crateri di monti vulcanici sottomarini. La forma cerciniforme dei crateri, costituiti appunto da un anello incompiuto, o, come si disse, in foggia di ferro di cavallo, e la forma somigliante degli atolli, spiegano come siasi potuto fare una tale supposizione, che si trova anche nelle prime edizioni dei principii di geologia di Carlo Lyell.

Questa supposizione, siccome ha dimostrato il Darwin, non regge quando si consideri la forma e la mole di alcuni atolli, il numero, la vicinanza, la posizione relativa di altri; così:

«L'atollo Svadiva ha il diametro di 44 miglia geografiche in una linea e 34 in un'altra; Rimacko è lungo 54 miglia con 20 di larghezza, e ha un margine stranamente foggiato; l'atollo Bon è lungo trenta miglia e in media è largo solo sei miglia, l'atollo Munchiroff è fatto di tre atolli uniti o attaccati insieme. Questa teoria, inoltre, è al tutto inapplicabile agli atolli settentrionali Maldiva nell'oceano indiano (uno dei quali ha 88 miglia di lunghezza e 10 a 20 di larghezza), perchè non sono circondati come gli atolli soliti da strette scogliere, ma da moltissimi e piccoli atolli separati fra loro; altri piccoli atolli sporgono dalle grandi lagune centrali.»

Nessuno aveva cercato poi, mentre tutti si occupavano degli atolli, di spiegare la formazione delle scogliere madreporiche e dei banchi.

Il Darwin studiò diligentissimamente le formazioni madreporiche così numerosamente sparse lungo la via tenuta dal Beagle, e cercò dopo il suo ritorno tutti i possibili documenti intorno a quelle che egli non aveva vedute, ma che altri aveva visitato e descritto; dall'esame diligente e profondo fatto, venne nella conclusione che sostanzialmente la causa principale di tutte le formazioni madreporiche, atolli, scogliere, banchi, fosse un lento abbassamento del suolo per modo che, mentre il suolo andava scendendo, i coralli si andassero elevando. Questa sua teoria egli corredò di tante dimostrazioni e di tante prove che quando nel 1842 pubblicò in proposito il suo volume intitolato Coral reefs, avvenne un fatto veramente raro, questo cioè, che subito i geologi accettarono la sua spiegazione la quale, salvo piccole e non sostanziali modificazioni, corre anche oggi.

Questa, certo, è la cognizione nuova geologica, derivata dal viaggio di Carlo Darwin, la più importante e capitale. Ma è tutt'altro che la sola. Al Brasile, nei Pampas, sulle Cordigliere, dappertutto, il Darwin fece osservazioni geologiche importanti e nuove, dappertutto lasciò una traccia della sua grande abilità nello spiegare le cose osservate in questo come in tutti gli altri rami delle scienze naturali.

Bisognerebbe riportare tutto quanto il volume del Darwin per fare un po' di rassegna delle sue osservazioni in botanica e in zoologia. Dalle conferve microscopiche dell'oceano Indiano ai giganti vegetali delle foreste vergini del Brasile, dagli infusorii alle balene, lungo la sua via egli osserva tutto, e da tutto trae argomento ad osservazioni nuove, singolari, curiose, importanti e profonde.

Ma invero, ripeto, qui non è possibile una scelta; bisognerebbe riportar tutto e io non so far altro che raccomandare ancora al lettore la lettura di questo bellissimo libro.


VIII

La vita di Darwin, dopo che egli ebbe compiuto il suo viaggio, fu tutta quanta consacrata allo studio della variabilità della specie. Giova quindi cercare, nella relazione del suo viaggio, quei cenni che egli dà intorno alle cose vedute e alle idee venutegli in mente per la osservazione dei fatti che si riferiscono a questo argomento.

Presso Rio Janeiro egli trova in alcuni laghi conchiglie d'acqua dolce e in altri conchiglie d'acqua salsa, e pensa all'adattamento di certe specie all'ambiente. Ecco le sue parole:

«Lasciata Mandetiba, continuammo ad attraversare un'intricata solitudine di laghi; in alcuni di questi vi erano conchiglie d'acqua dolce, in altri d'acqua salsa. Del primo genere trovai una Limnea molto numerosa in un lago, nel quale, secondo quello che mi dissero gli abitanti, il mare entra una volta all'anno, o talora anche più sovente, e rende l'acqua al tutto salata. Son certo che si potrebbero osservare fatti molto interessanti, intorno ad animali marini e di acqua dolce, in questa serie di lagune che limita la costa del Brasile. Il signor Gay ha asserito che egli trovò, in vicinanza di Rio, conchiglie dei generi marini Solen e Mytilus, e ampullarie d'acqua dolce, che vivono assieme nell'acqua salmastra. Io ho pure osservato frequentemente nella laguna, presso il giardino botanico, ove l'acqua è solo un tantino meno salsa di quella del mare, una specie d'idrofilo, somigliantissimo ad un coleottero acquatico comune negli stagni d'Inghilterra; nello stesso lago l'unica conchiglia apparteneva ad un genere che si trova generalmente negli estuari.»

Questo adattarsi degli animali alle condizioni in cui si trovano, gli ritorna alla mente visitando un grande lago salato nella valle del Rio Negro, presso la città di Cannea o Patagones:

«Alcune parti del lago vedute non molto da lontano apparivano avere un colore rossiccio, e ciò forse deriva da animalucci infusorii. In molti punti il fango era spinto in su da un gran numero di animali vermiformi od anellidi. Quanta sorpresa desta il fatto di animali che possono vivere in mezzo a cristalli di solfato di soda e di calce! E che cosa segue di quei vermi allorchè, durante la lunga estate, la superficie si muta in un compatto strato di sale? Numerosissimi fenicotteri dimorano e vivono in quel luogo; io incontrai in tutta la Patagonia, nel Chilì settentrionale e nelle isole Galapagos, questi animali ogni qualvolta v'erano laghi salati; li vidi qui che sguazzavano intorno in cerca di cibo, probabilmente i vermi che si nascondono nel fango; questi forse si nutrono di infusori o di conferve. In tal modo abbiamo un piccolo mondo vivente in sè stesso, acconcio a questi laghi salati interni. Si dice che un piccolo crostaceo (Cancer salinus) viva in numero sterminato nelle pozzanghere salse a Lymington; ma solo in quelle ove il liquido ha acquistato, per lo svaporamento, una notevole saturazione, vale a dire, circa 93 grammi di sale in 56 centilitri d'acqua. Possiamo ben dire che ogni parte del mondo è abitabile! Tanto i laghi di sale, o quelli sotterranei nascosti sotto monti vulcanici, le sorgenti minerali calde, la sterminata distesa e il profondo degli oceani, le parti più alte dell'atmosfera, e perfino la superficie delle nevi eterne, dovunque albergano esseri organici.»

A queste parole egli aggiunge la nota seguente:

«È un fatto singolare come tutte le circostanze che hanno rapporto coi laghi salati della Siberia e della Patagonia siano somiglianti. La Siberia, come la Patagonia, sembrano esser sorte recentemente sul livello del mare. Nei due paesi i laghi salati occupano profonde depressioni nelle pianure; in entrambi il fango del margine è nero e puzzolente; sotto la crosta del sale comune si presenta il solfato di soda o di magnesia, cristallizzato imperfettamente; ed in entrambi la sabbia fangosa è mescolata a globuli lentiformi di gesso. I laghi salati della Siberia sono abitati da piccoli crostacei ed i fenicotteri (Edin. New Philos. Jour. Gen. 1830) li frequentano parimente. Siccome queste circostanze, in apparenza tanto insignificanti, si osservano in due distanti continenti, possiamo esser certi che sono gli effetti necessari di cause comuni.—Vedi Viaggi di Pallas, 1793-1794, p. 129.»

Tre specie di uno stesso genere di funghi parassiti si trovano sopra i faggi, una specie nella Terra del Fuoco, la seconda al Chilì, la terza nella terra di Diemen, ed egli esclama:

«Quanto è singolare questa parentela fra i funghi parassiti e gli alberi sui quali crescono, in parti del mondo tanto lontane!»

Nel tragitto da Bahia Blanca a Buenos Ayres, oltrepassata la piccola città di Guardia del Monte, egli trova che nello stesso terreno a poca distanza muta l'aspetto della vegetazione, come segue pure in alcune località dell'America del nord, dove l'erba grossolana alta da uno a due metri si muta in un terreno pastorizio comune quando è pascolata dal bestiame, e soggiunge:

«Io non sono sufficientemente botanico per dire se il mutamento qui sia dovuto all'introduzione di nuove specie, all'alterazione avvenuta nel crescere di alcune, o alla differenza del loro numero proporzionale.»

La vita animale e vegetale alla Nuova Zelanda fa esclamare al Darwin:

«Rispetto agli animali, è un fatto notevolissimo, che un'isola tanto grande, che si estende sopra una latitudine di oltre 700 miglia, con varie stazioni, un bel clima e altitudini differenti, da 4200 metri in giù, non possegga nessun animale indigeno, tranne un piccolo topo. Le varie specie gigantesche di quel genere di uccelli, il Dinornis, sembrano aver qui sostituito i quadrupedi mammiferi, nello stesso modo dei rettili nell'arcipelago Galapagos. Si dice che il topo comune della Norvegia, nel breve spazio di due anni, abbia distrutto in questa parte settentrionale dell'isola le specie della Nuova Zelanda. In molti luoghi notai parecchie sorta di piante, le quali, come i topi, fui obbligato di riconoscere per compatriote. Una specie di porro aveva invaso interi distretti, e si mostrava molto incomodo, ma era stato importato come un regalo da una nave francese.

«L'acetosa comune è pure molto sparsa, e resterà, temo, prova sempiterna della scelleratezza di un inglese, che vendè i semi di quella pianta per semi di tabacco.»

I costumi degli animali, che porgono dappertutto al Darwin un campo immenso a osservazioni tanto varie quanto importanti, gli fanno scorgere come sovente certi animali modifichino il loro fare a seconda dei casi.

«Ove la viscaccia vive e scava buche, l'aguti se ne serve; ma dove, come a Bahia Blanca, la viscaccia non si trova, l'aguti si scava le tane da sè stesso. Lo stesso segue colla piccola civetta dei Pampas (Athene cunicularia), che è stata sovente descritta come sentinella di guardia all'imboccatura delle tane; perchè nella Banda Oriental, in mancanza della viscaccia, è obbligata a scavarsi la sua tana.»

Lo stesso organo viene talora adoperato da animali della stessa classe in modo assai diverso.

«Così nell'America del sud troviamo tre uccelli che adoperano le ali per altro scopo oltre il volo, il pinguino come pinne, il piroscafo come remi, e lo struzzo come vele; e l'Apterice della Nuova Zelanda, come pure il suo estinto gigantesco prototipo, il Dinornis, posseggono soltanto rudimenti di ali.»

Un serpente velenoso di Bahia Blanca, una specie di trigonocefalo, porge modo al Darwin di accennare al variar dei caratteri nella specie. Egli dice:

«Cuvier, contro il parere di alcuni altri naturalisti, fece di questo un sottogenere del serpente a sonagli, ed un intermedio fra esso e la vipera. In appoggio a questa opinione osservai un fatto, che mi sembra curiosissimo ed istruttivo, perchè dimostra come ogni carattere, anche in qualche grado indipendente della struttura, abbia una tendenza a variare lentamente. L'estremità della coda di questo serpente termina in una punta che si allarga lievissimamente, e mentre l'animale striscia, ne fa vibrare costantemente l'ultimo pezzo; e questa parte urtando l'erba ed i ramoscelli secchi produce un rumore gorgogliante, che si può distintamente udire alla distanza di circa due metri. Appena l'animale veniva irritato o sorpreso, scuoteva la coda, e le sue vibrazioni erano rapidissime. Anzi, finchè il corpo conservava la sua irritabilità, era evidente una tendenza a questo movimento consueto della coda.

«Perciò questo trigonocefalo ha, per alcuni riguardi, la struttura della vipera, ed ha i costumi del serpente a sonagli; tuttavia il rumore è prodotto da un congegno semplice.»

Nell'isola di Sant'Elena il Darwin trovò numerosissimi i topi.

«Se il topo sia realmente indigeno, è cosa molto dubbia; ve ne sono due varietà descritte dal signor Waterhouse; una è di color nero, con una bella pelliccia lucente, e vive sulla cima erbosa; l'altra di color bruno e meno brillante, con peli più lunghi, vive presso lo stabilimento della costa. Queste due varietà sono un terzo più piccole del topo nero comune (M. rattus) e differiscono da esso tanto nel colore quanto nel carattere della loro pelliccia, ma non in nessun altro punto essenziale. Io posso appena mettere in dubbio che questi topi (come il topo comune, che si è rinselvatichito), non siano stati importati, e come alle Galapagos, abbiano variato per effetto delle nuove condizioni a cui sono stati esposti; così la varietà della cima dell'isola differisce da quella della costa.»

Nelle isole Falkland:

«Il coniglio è un altro animale che è stato introdotto, ed è riuscito benissimo, cosicchè è molto abbondante in varie parti dell'isola. Tuttavia, come i cavalli, i conigli stanno entro certi limiti; perchè non hanno varcato la catena centrale di colline, e neppure si sarebbero estesi alla base di queste se, come mi hanno detto i gauchos, non ne fossero state colà portate alcune piccole colonie. Non avrei mai supposto che questi animali, originari dell'Africa settentrionale, avrebbero potuto vivere in un clima tanto umido come questo, e che gode di così poco sole che anche il frumento matura solo qualche volta. Si asserisce che in Svezia, dove ognuno crederebbe essere un clima più favorevole, il coniglio non può vivere all'aria aperta. Inoltre, le prime poche paia hanno dovuto contendere contro i nemici indigeni, cioè la volpe ed alcuni grossi avoltoi. I naturalisti francesi hanno considerato la varietà nera come una specie distinta, e l'hanno chiamata Lepus magellanicus. Essi credono che Magellano, quando parlava di un animale chiamato Conegos, nello stretto di Magellano, si riferisse a questa specie; ma egli alludeva ad una piccola cavia, che anche oggi vien così chiamata dagli spagnuoli. I gauchos ridevano all'idea che la specie nera fosse differente dalla grigia, e dicevano che in ogni caso non aveva estesa la sua cerchia più in là di quello che avesse fatto la specie grigia, che le due non erano mai state trovate separate, e che si riproducono insieme facendo prole pezzata. Di quest'ultima posseggo ora un esemplare, ed è macchiato verso il capo differentemente dalla descrizione specifica francese. Questa circostanza dimostra quanto cauti debbono essere i naturalisti nel fare nuove specie, perchè anche Cuvier, guardando il cranio di uno di questi conigli, credette che fosse probabilmente distinto.»

Nella stessa località, parlando delle bovine, avverte come esse differiscano molto nei colori e come nelle varie parti della piccola isola predomini questo o quel colore.

«Intorno al monte Usborne, all'altezza di 300 a 450 metri sopra il livello del mare, la metà circa delle mandre è di color topo o piombino, tinta poco comune nelle altre parti dell'isola. Presso Porto Pleasant predomina il bruno scuro, mentre al sud dello stretto di Choiseul (che divide quasi l'isola in due parti) sono comunissimi gli animali bianchi, colla testa e i piedi neri; in tutte le parti s'incontrano animali neri e macchiettati. Il capitano Sulivan osserva che la differenza nei colori dominanti era tanto evidente, che guardando le mandre presso Porto Pleasant, sembravano da lontano macchie nere, mentre al sud dello stretto Choiseul apparivano come macchie bianche sui fianchi della collina. Il capitano Sulivan crede che le mandre non si mescolino; ed è un fatto singolare che il bestiame color topo, sebbene viva sui terreni montuosi, partorisce quasi un mese prima che non le altre bovine colorite della pianura. È così interessante vedere come il bestiame un tempo domestico si sia diviso in tre colori, di cui uno probabilissimamente finirà per prevalere sugli altri, qualora le mandre siano lasciate tranquille per parecchi altri secoli.»

Nella Banda Oriental il Darwin trova una razza di bovine veramente molto singolare, di cui parla nei termini seguenti:

«Incontrai due volte in questa provincia alcuni buoi di una curiosissima razza detta Náta o Niata. Sembrano esternamente avere quasi la stessa affinità coll'altro bestiame, come ha il cane mastino cogli altri cani. La loro fronte è brevissima e larga, colla punta nasale rivolta in su ed il labbro superiore molto all'indietro; la mascella inferiore sporge oltre la superiore, ed ha una curva corrispondente all'insù; quindi i loro denti sono sempre scoperti. Le narici sono collocate in alto e molto aperte; gli occhi sporgono all'infuori. Quando camminano portano il capo basso sopra un corto collo, e le loro zampe posteriori sono alquanto più lunghe delle anteriori che non sogliano essere. I loro denti scoperti, il capo corto, le narici rivolte in su, danno loro un aspetto semifiducioso, semi-provocante, quanto si può immaginare ridicolo.

«Dopo il mio ritorno, ho ottenuto il cranio di uno di questi animali, per la gentilezza d'un mio amico, il capitano Sulivan R. N.; questo cranio ora si trova nelle collezioni del Collegio dei Chirurghi. Don F. Muniz di Luxan ha raccolto cortesemente per me tutte le informazioni che ha potuto avere intorno a questa razza. Dalla sua relazione appare che circa ottanta o novant'anni fa questi animali fossero rari e tenuti come curiosità a Buenos Ayres. Si crede generalmente che questa razza abbia avuto origine fra gli Indiani al sud del Plata, e che presso di essi fosse comunissima. Anche oggi, quelli allevati nelle provincie presso il Plata svelano la loro origine meno incivilita, essendo più fieri del bestiame comune, ed abbandonando la femmina il suo primo piccolo, quando è visitata o disturbata troppo sovente. È un fatto singolare che una struttura quasi simile alla anormale come quella della razza niata, caratterizza, secondo quello che mi ha riferito il dottor Falconer, quel grosso ruminante estinto dell'India che si chiama il Sivatherium. La razza è purissima, ed un toro ed una vacca niata producono invariabilmente vitelli niata. Un toro niata con una vacca comune, o l'incrociamento opposto, producono prole munita di caratteri intermedii, ma quelli della razza niata sono spiccati: secondo il signor Muniz, vi sono prove evidenti, contrarie alla credenza comune degli agricoltori in casi analoghi, che la vacca niata, quando è incrociata con un toro comune, trasmette le sue particolarità più fortemente che non il toro niata quando viene incrociato con una vacca comune. Quando l'erba è abbastanza alta, il bestiame niata mangia colla lingua e col palato come le bovine comuni; ma durante le grandi siccità, quando muoiono tanti animali, quelli della razza niata soffrono maggiormente, e sarebbero distrutti se non fossero accuditi; perchè il bestiame comune, come i cavalli, può mantenersi in vita, brucano colle labbra sui rami degli alberi e nei canneti; i niata non possono far questo tanto bene perchè le loro labbra non si congiungono, e quindi si è osservato che muoiono prima del bestiame comune. Questo fatto mi ha colpito come una buona prova della difficoltà che abbiamo a giudicare, dai costumi ordinarii della vita, in quali circostanze, che si presentano solo a lunghi intervalli, si possa determinare lo scarseggiare o lo estinguersi di una specie.»

Nell'isola di Sant'Elena:

«Sulle parti più alte dell'isola, un numero notevole di una specie di conchiglia, lungamente creduta marina, si trova incorporata nel terreno. È riconosciuta essere una Cochlogenas, o conchiglia terragnola di una forma particolarissima; unita a quella trovai altre sei specie; ed in un altro punto un'ottava specie. È notevole che non se ne trovi una vivente. La loro estinzione è stata probabilmente cagionata dall'intiera distruzione dei boschi, e dalla conseguente perdita di cibo e di ricovero, che seguì durante la prima parte dello scorso secolo.»

Parlando delle isole Galapagos, che gli porsero campo ad osservazioni zoologiche di grande importanza su certe specie di rettili che vi trovò e descrisse, egli dice:

«La storia naturale di queste isole è sommamente curiosa e merita bene tutta la nostra attenzione. La maggior parte dei prodotti organici sono creazioni aborigene che non s'incontrano in nessun'altra parte; vi è anche una differenza fra gli abitanti delle varie isole; tuttavia mostrano tutti una spiccata affinità con quelli dell'America, sebbene siano separati da quel continente da un vasto spazio di mare, largo circa 500 a 600 miglia. L'arcipelago è in sè stesso un piccolo mondo, o meglio un satellite attaccato all'America, dal quale ha tratto alcuni pochi coloni dispersi, ed ha ricevuto il carattere generale delle sue produzioni indigene. Considerando la piccola mole di queste isole, sentiamo maggior meraviglia pel numero dei loro esseri aborigeni, e per la ristretta cerchia di questi. Vedendo ogni altura coronata dal suo cratere, ed i limiti della maggior parte delle correnti di lava ancor distinti, siamo indotti a credere che durante un periodo geologicamente recente, lo sconfinato oceano coprisse qui ogni cosa. Quindi, tanto nello spazio, quanto nel tempo, ci pare di esserci in certo modo avvicinati a quel grande fatto—quel mistero dei misteri—la prima comparsa di nuovi esseri su questa terra.»

Se è per Darwin il mistero dei misteri il comparire di nuovi esseri sulla terra, egli ci vede assai più chiaro nello scomparire delle specie e nel legame fra le specie fossili e le viventi.

«L'affinità, sebbene lontana, tra la macrauchenia ed il guanaco, tra il toxodon ed il capibara,—l'affinità ancor più stretta fra i tanti sdentati estinti ed i viventi tardigradi, formichieri ed armadilli, ora così grandemente caratteristici della zoologia del sud America—e l'affinità ancor più stretta fra le specie fossili e viventi di Ctenomys ed Hydrochaerus, sono fatti interessantissimi. Questa affinità è dimostrata meravigliosamente—tanto meravigliosamente quanto quella fra gli animali marsupiali fossili ed estinti dell'Australia—dalla grande collezione portata ultimamente in Europa dalle caverne del Brasile dai signori Lund e Clausen. In questa collezione vi sono specie estinte di tutti i trentadue generi, eccetto quattro dei quadrupedi terrestri che abitano ora le provincie in cui si trovano queste caverne, e le specie estinte sono molto più numerose che non quelle viventi oggi; vi sono fossili formichieri, armadilli, tapiri, pecari, guanachi, opossum, tutti fossili, ed un gran numero di rosicanti del nord America, di scimmie e di altri animali. Questa meravigliosa affinità nello stesso continente fra i morti ed i vivi, spargerà, senza dubbio, in seguito maggior luce sull'aspetto degli esseri organici del nostro globo e la loro scomparsa da esso, che non qualunque altra classe di fatti.

«È impossibile pensare al mutamento seguìto nel continente americano senza provare la più profonda meraviglia. Anticamente esso deve aver brulicato di enormi mostri; ora non troviamo che pigmei, se si comparano colle razze affini antecedenti. Se Buffon avesse conosciuto i giganteschi animali simili al tardigrado ed all'armadillo, ed i perduti pachidermi, egli avrebbe potuto dire con maggior verità che la forza creatrice aveva perso in America il suo potere, piuttostochè dire che essa non aveva mai avuto grande vigore. La maggior parte, se non tutti, di questi quadrupedi estinti vivevano in un periodo recente, ed erano contemporanei della maggior parte delle conchiglie marine viventi. Dal tempo in cui vivevano non può essere seguìto nessun grande mutamento nella forma del terreno. Che cosa adunque può avere distrutto tante specie o interi generi? La mente dapprima è irresistibilmente indotta a credere a qualche grande catastrofe, ma per distruggere in tal modo animali tanto grandi che piccoli, nella Patagonia meridionale, nel Brasile, nelle Cordigliere del Perù, nel nord America sino allo stretto di Behring, noi dobbiamo scuotere tutta l'ossatura del globo. Inoltre, l'esame della geologia del Plata e della Patagonia induce a credere che tutti i profili del terreno risultano da mutamenti lenti e graduati. Dal carattere dei fossili in Europa, in Asia, nell'Australia e nell'America settentrionale e meridionale, sembra che le condizioni che favoriscono la vita dei quadrupedi più grossi fossero estese per tutto il mondo; quali fossero queste condizioni nessuno fin'ora ha saputo trovare. Non può essere stato neppure un mutamento di temperatura quello che abbia nello stesso tempo distrutti gli abitanti delle latitudini tropicali temperate ed artiche nelle due parti del globo. Sappiamo positivamente dal signor Lyell che nel nord America i grossi quadrupedi vivevano dopo quel periodo in cui i massi erratici erano portati in latitudini ove oggi non giungono mai i ghiacci; da varie cagioni indirette ma concludenti possiamo esser certi che nell'emisfero meridionale anche la macrauchenia viveva molto dopo il periodo in cui i ghiacci trasportavano i massi erratici. Potrebbe l'uomo, dopo la sua prima invasione nell'America del sud, aver distrutto, come è stato supposto, i pesanti megaterii e gli altri sdentati? Dobbiamo almeno cercare qualche altra causa per la distruzione del piccolo tucutuco a Bahia Blanca, e di molti topi fossili ed altri piccoli quadrupedi del Brasile. Nessuno supporrà che una siccità, anche più terribile di quelle che sono causa di tante perdite nelle provincie del Plata, avrebbe potuto distruggere ogni individuo ed ogni specie dalla Patagonia meridionale allo stretto di Behring. Che cosa diremo dell'estinzione del cavallo? Queste pianure, che sono state poi percorse da migliaia e centinaia di migliaia di discendenti della razza introdotta dagli spagnuoli, hanno forse mancato di pascoli? Le specie introdotte dopo hanno esse consumato il cibo delle razze antecedenti? Possiamo noi credere che il capibara abbia preso il cibo del toxodon, il guanaco quello della macrauchenia, i piccoli sdentati viventi quello dei numerosi loro giganteschi prototipi? Certo, nessun fatto nella lunga storia del mondo è tanto notevole quanto le vaste e ripetute distruzioni dei suoi abitanti.

«Nondimeno, se noi consideriamo questo argomento da un altro punto di vista, ci sembrerà meno incerto. Noi non teniamo presente alla mente la profonda ignoranza in cui siamo delle condizioni di vita di ogni animale, nè ci ricordiamo sempre che un qualche ostacolo impedisce costantemente il troppo rapido accrescimento di ogni essere organizzato lasciato allo stato di natura. In media la provvista del cibo rimane costante; tuttavia la tendenza di ogni animale a crescere colla propagazione è geometrica; ed i suoi effetti sorprendenti non sono stati in nessun luogo più meravigliosamente dimostrati, come nel caso degli animali europei che si sono rinselvatichiti in America durante gli ultimi secoli. Ogni animale allo stato di natura si riproduce regolarmente; tuttavia, in una specie da lungo tempo stabilita ogni grande accrescimento di numero è evidentemente impossibile e deve essere arrestato in qualche modo. Tuttavia raramente possiamo dire con certezza, di una data specie, a qual periodo di vita o a qual periodo dell'anno segua questo ostacolo, se solo abbia luogo a lunghi intervalli, o anche quale sia la vera natura di questo ostacolo. Da ciò probabilmente segue che proviamo pochissima sorpresa, vedendo due specie, strettamente affini nei costumi, essere una rara e l'altra abbondante nello stesso distretto, ovvero anche, che una si trovi numerosa in un distretto, ed un'altra, che compie lo stesso ufficio nell'economia della natura, abbondi in una regione vicina che differisce pochissimo nelle sue condizioni. Se ci viene domandato come questo segua, si risponde immediatamente che deriva da qualche lieve differenza nel clima, nel cibo, o nel numero dei nemici; tuttavia quanto raramente, se pur mai, possiamo segnare la causa precisa e il modo di azione dell'ostacolo! Perciò siamo indotti a concludere, che certe cause, quasi sempre al tutto inapprezzabili da noi, determinano se una data specie sarà in numero abbondante o scarsa.

«Nei casi in cui noi possiamo segnare l'estinzione prodotta dall'uomo di una specie, sia entro una vasta od una limitata cerchia, sappiamo che essa diviene sempre più rara finchè sia perduta; sarebbe difficile segnare una qualche esatta distinzione fra una specie distrutta dall'uomo o dall'accrescimento dei suoi naturali nemici. L'evidenza della scarsità che precede l'estinzione è più notevole negli strati terziari successivi, come è stato notato da parecchi insigni osservatori; è stato sovente veduto che una conchiglia, molto comune in uno strato terziario, sia ora rarissima, e sia stata per lungo tempo anche creduta estinta. Se dunque, come appare probabile, le specie cominciano a divenir rare e poi si estinguono; se il troppo rapido accrescimento d'ogni specie, anche fra le più favorite, è certamente arrestato, come dobbiamo riconoscere, sebbene sia difficile dire come e quando, e se noi vediamo senza la più piccola sorpresa, sebbene non possiamo conoscerne la vera ragione, una specie abbondante ed un'altra strettamente affine rara nello stesso distretto, perchè proveremo noi tanta meraviglia di ciò, che lo scarseggiare faccia ancora un passo e giunga all'estinzione? Un'azione che procedesse intorno a noi, fosse anche appena apprezzabile, potrebbe certamente essere spinta un po' più avanti senza eccitare la nostra osservazione. Chi proverebbe molta sorpresa udendo che il megalonyx era anticamente raro a petto di una delle scimmie viventi? E tuttavia in questa comparativa scarsità noi abbiamo la più chiara prova delle condizioni meno favorevoli alla loro esistenza. Ammettere che le specie divengano generalmente rare prima di estinguersi; non sentir sorpresa della comparativa scarsità di una specie rispetto ad un'altra, e tuttavia attribuire a qualche agente straordinario l'estinzione di una specie e maravigliarsene grandemente, mi sembra quasi lo stesso come ammettere che la malattia nell'individuo è il preludio della morte; non sorprendersi della malattia, ma quando l'ammalato muore meravigliarsi, e credere che sia morto violentemente.»

Parlando poi dei viventi lungo i due pendii delle Ande, egli dice:

«Rimasi molto colpito dalla notevole differenza che esiste fra la vegetazione di queste valli orientali e di quelle del versante chiliano; tuttavia il clima come pure la natura del terreno è quasi la stessa, e la differenza di longitudine non ha importanza. La stessa osservazione vale pei quadrupedi ed in un grado minore per gli uccelli e gli insetti. Posso citare il topo, di cui ne ottenni sedici sulle spiaggie dell'Atlantico, e cinque su quelle del Pacifico, e nessuna di esse era identica. Dobbiamo eccettuare tutte quelle specie che consuetamente o per caso frequentano le alte montagne, e certi uccelli che si estendono al sud fino allo stretto di Magellano. Questo fatto concorda perfettamente colla storia geologica delle Ande; perchè quei monti hanno esistito come una grande barriera, dacchè le presenti razze di animali sono comparse, e perciò, a meno di supporre che le stesse specie siano state create in luoghi differenti, non dobbiamo aspettarci nessuna più intima somiglianza tra gli esseri organici dei versanti opposti delle Ande, che non fra quelli delle sponde opposte dell'oceano. Nei due casi, dobbiamo lasciare in disparte quelle specie che hanno potuto varcare la barriera, sia di roccia solida come di acqua salsa.»

A queste parole egli soggiunge in nota: «Questo è semplicemente un esempio delle leggi meravigliose, dimostrate per la prima volta dal signor Lyell, sulla distribuzione geografica degli animali, sottomessa all'azione dei mutamenti geologici. Naturalmente, tutta la teoria è fondata sulla credenza dell'immutabilità delle specie, altrimenti la differenza nelle specie di due regioni potrebbe essere considerata come seguita durante un lunghissimo tratto di tempo.»

Leggasi finalmente quanto segue:

«Il tucutuco (Ctenomys brasiliensis) è un curioso animaletto, che si può descrivere in poche parole, dicendo che è come un rosicante coi costumi di una talpa. È numerosissimo in alcune parti del paese, ma è difficile da ottenere, e non viene mai, credo, alla superficie del terreno. Ammucchia all'imboccatura della sua tana monticelli di terra come quelli della talpa, ma più piccoli. Grandi tratti di paesi sono scavati per modo da questi animali, che i cavalli nel passare si affondano fin sopra al pasturale. Il tucutuco appare, fino ad un certo grado, di costumi gregari; l'uomo che me ne procurò alcuni esemplari ne aveva presi sei insieme, e diceva che questo era il caso consueto. Fanno vita notturna; ed il loro cibo principale è la radice delle piante, che sono lo scopo dei loro scavi tanto estesi e superficiali. Si scuopre generalmente questo animale per un rumore speciale che fa quando è sotto terra. Colui che lo sente per la prima volta rimane molto sorpreso, perchè non può facilmente spiegarsi donde venga, nè può comprendere quale sorta di creatura lo possa produrre. Il rumore consiste in un grugnito breve, ma non nasale nè aspro; e questo grugnito è ripetuto monotonamente circa quattro volte in fretta; il nome di tucutuco gli è stato dato per imitazione di questo suono. Dove questo animale abbonda si può sentire in tutte le ore del giorno, e alle volte precisamente sotto i propri piedi. Quando si tiene in una stanza, il tucutuco si muove lentamente e goffamente, ciò che sembra doversi attribuire al movimento che fanno all'infuori le zampe posteriori, le quali non possono affatto, per la mancanza di un certo legamento nel cavo articolare della coscia, fare il benchè minimo salto. Allorchè tentano fuggire sono stupidissimi; quando sono in collera o spaventati mandano il loro grido di tucu-tuco. Di quelli che tenni vivi, parecchi, anche dal primo giorno, divennero al tutto fiduciosi, non tentando di mordere nè di fuggire, altri erano un po' più selvatici.

«L'uomo che li aveva presi mi disse che se ne trovavano moltissimi ciechi. Un esemplare ch'io osservai nell'alcool era in questo stato; il signor Reid considerava ciò come un effetto dell'infiammazione della membrana nittitante. Quando l'animale era vivo, gli accostai il dito fino a due centimetri dal capo, e non se ne accorse affatto; tuttavia, sapeva come gli altri girare per la stanza. Considerando i costumi al tutto sotterranei del tucutuco, la cecità, sebbene tanto comune, non può essere un male molto serio; tuttavia appare strano che un animale qualunque abbia un organo il quale tanto sovente corre rischio di venire ammalato. Lamarck sarebbe stato contentissimo di questo fatto, se lo avesse conosciuto, quando meditava (probabilmente con maggior verità di quello che non fosse solito) sulla cecità gradatamente acquistata dello spalace, rosicante che vive sotterra, e del proteo anguino, rettile che vive entro buie caverne piene d'acqua; entrambi questi animali hanno l'occhio in uno stato quasi rudimentale, e coperto da una membrana tendinosa e dalla pelle. Nella talpa comune l'occhio è sommamente piccolo, ma perfetto, sebbene molti anatomici non siano ben certi che abbia relazione col vero nervo ottico; la sua vista deve essere certo imperfetta, sebbene probabilmente sia utile all'animale quando esce dalla sua tana. Nel tucutuco, che io non credo venga mai alla superficie del suolo, l'occhio è piuttosto più grande, ma spesso diviene cieco ed inutile, sebbene ciò non rechi, a quanto pare, grande disturbo all'animale; senza dubbio Lamarck avrebbe detto che il tucutuco sta ora operando il suo passaggio allo stato dello spalace e del proteo anguino.»


IX

I viventi, animali e piante, che vediamo oggi intorno a noi tanto numerosi, pei mari, sulla terra, nell'aria, dappertutto, sono essi proprio somiglianti ai loro antenati più remoti? Le forme dei viventi non hanno mutato col volgere dei secoli? Sono essi, i viventi, oggi tali e quali furono i loro primi progenitori?

Ecco un quesito che generalmente l'uomo non si è guari fatto, risolvendo preventivamente la quistione in modo affermativo.

L'uomo, in generale, ha creduto e crede che le forme dei viventi non abbiano mutato e che quelle che vediamo oggi non differiscano da quelle che le precedettero di generazione in generazione e non siano per differire quelle che di generazione in generazione terranno loro dietro.

Il pino sul monte, il delfino nel mare, il leone nella foresta, il lombrico nel terreno, non incominciarono altrimenti che coll'essere un pino, un delfino, un leone, un lombrico, con quelle forme appunto e quei caratteri e quel modo di vita in cui vi si mostrano oggi.

Una prima coppia di progenitori ha potuto dare origine a quel numero sterminato di individui che si sono poi andati e si andranno ancora moltiplicando, o anche un individuo solo, perchè non sempre è necessario il concorso di due individui alla riproduzione. Ma quei primi riproduttori avevano appunto le forme, i caratteri, il modo di vita di tutta la loro discendenza.

A questa discendenza da una coppia di progenitori, o anche da un solo progenitore in quei casi in cui va così la cosa, fu dato il nome di specie. Partendo dal concetto della piena somiglianza dei primi progenitori con tutta la loro discendenza si disse essere la specie immutabile, o fissa, mentre il concetto opposto ammetterebbe la variabilità di essa.

Nel sentimento del volgo la immutabilità della specie è un fatto fermo. Tale fu anche per la maggioranza dei dotti, ma non per tutti.

Molto erroneamente si suol dire oggi che Carlo Darwin sia stato il primo a mettere in campo il principio della variabilità della specie. La cosa va ben altrimenti ed egli fu in ciò tutt'altro che il primo.

Quegli studiosi che trattano oggi questo argomento con qualche cura, dimostrano che Carlo Darwin ebbe in ciò molti predecessori.

È cosa degnissima di nota che fu predecessore di Carlo Darwin nel sostenere la variabilità della specie il suo nonno paterno, Erasmo Darwin, che nei suoi libri si dava modestamente il titolo di medico di Derby, e che in sul finire dello scorso secolo menò molto rumore coi suoi scritti in Inghilterra e anche fuori.

Ebbe veramente Erasmo Darwin un ingegno sommamente colto e originale. Fu medico valente, studiosissimo dell'anatomia e della fisiologia, filosofo investigatore, naturalista profondo e nella botanica segnatamente eruditissimo, e poeta, certo fornito di una propria e rimarchevole individualità.

Anche oggi in Inghilterra è popolare il suo poemetto che egli intitolò Giardino botanico, il quale, mutandogli il titolo in quello di Amori delle piante, tradusse in sciolti italiani il medico Giovanni Gherardini di Milano.

Il poema è in quattro canti; fra il primo e il secondo canto, il secondo e il terzo, e il terzo e il quarto v'ha sempre un intermezzo che l'autore intitola: Dialogo fra il poeta e il suo libraio e in cui espone certi suoi concetti d'arte poetica con molta arguzia e con molta evidenza.

Erasmo Darwin volle fare al tempo suo col verso per le piante ciò che il Grandville volle fare al tempo nostro colla matita. Entrambi riuscirono quanto era possibile in tal sorta di cimento. Ma nello stesso modo in cui non sempre nei disegni del Grandville riesce sodisfacente la espressione dei suoi fiori animati, così nel poema del Darwin vi lascian talora freddi quei pastorelli in vario numero, che son poi gli stami, e quelle ninfe che sono i pistilli. Ma splendono di viva luce certi tratti del poema, sono brevi, efficaci, di calde tinte certe descrizioni e sono poi rimarchevolissime le note che tengon dietro a ogni canto, nelle quali veramente brilla il grande ingegno e l'animo nobile e buono dell'autore.

Erasmo Darwin ha pur esso in certo grado quella bella qualità che ha in grado altissimo il suo sommo nipote, di farsi amare nei suoi scritti.

Nelle note ai quattro canti del suo poema Erasmo Darwin appare, siccome ho già detto, botanico eruditissimo, medico valente, filosofo osservatore, uomo di cuore. Sono nobilissime alcune sue parole intorno all'abuso degli alcoolici in Inghilterra. Certi tocchi intorno ai caratteri delle piante, alla loro vita, al legame loro cogli animali, alla eredità e allo ibridismo colpiscono per lo stretto rapporto che hanno col concetto delle variabilità delle specie.

Ma questo concetto egli lo doveva esprimere poi più chiaramente nella zoonomia, che veramente è un'opera meritevole della maggiore attenzione.

La zoonomia di Erasmo Darwin venne pubblicata in Inghilterra nel 1794 e poco dopo tradotta in tedesco dal Brandis. Fu anche tradotta in italiano, e ne fu traduttore un medico che ebbe gran fama ai suoi tempi ed ebbe pure nobile cuore di patriota, Giovanni Rasori. Il Rasori dava tanta importanza alla zoonomia di Erasmo Darwin che volle che fosse conosciuta nella nostra lingua prima di pubblicare la sua teoria del controstimolo e, non facendo altri la traduzione, si accinse a farla e la compì egli stesso. La prefazione che egli mise in capo a questa sua traduzione ha la data del 3 gennaio 1803. Il primo volume fu pubblicato in Milano, dai signori Pirotta e Maspero, stampatori librai in Santa Margherita, in quell'anno 1803, l'ultimo nel 1805.

Erasmo Darwin aveva compiuto già da oltre vent'anni la maggior parte del suo lavoro quando si accinse a pubblicarlo. Questo lavoro è diviso in tre parti; la prima e più lunga contiene una serie di considerazioni tanto svariate quanto importanti intorno ai viventi; la seconda si riferisce alle malattie, alla loro enumerazione, alla loro classificazione, alla loro cura; la terza parla dei medicamenti e della loro azione.

Naturalmente, la prima parte soltanto è quella di cui qui mi devo occupare.

Un capitolo notevolissimo tratta della vita delle piante, della affinità tra le piante e gli animali, stimando che le piante si devono tenere in conto come di animali inferiori; dimostrasi come un albero dicotiledone si deve tenere in conto di un complesso di individui piuttostochè di un individuo solo, e come ciò si deva dire di molti animali marini, che in quel tempo venivan giudicati individui e sono invece realmente un complesso d'individui collegati. Tratta a lungo dei movimenti delle piante, della loro irritabilità, le crede suscettive di sensazioni, e si ferma su certi fenomeni speciali e fra gli altri su quelli presentati dalla Drosera. Questo capitolo è intitolato della Animazione vegetabile. Che cosa poi egli intenda per animazione, l'autore dice più tardi in un altro capitolo dove tratta della produzione delle idee:

«Colla denominazione di spirito di animazione o potenza sensoria, io intendo soltanto quella vita animale che l'uomo possiede in comune coi bruti, ed alcun poco persino coi vegetabili; e abbandono la porzione immortale di lui, oggetto di religione, all'indagine di quelli che trattano della rivelazione.»

Un capitolo importantissimo della zoonomia di Erasmo Darwin è consacrato all'istinto; in questo capitolo splende la vastissima erudizione di quel grande naturalista, come lo acume della sua osservazione e la finezza del suo criterio. Egli dice sostanzialmente che nello istinto non v'ha nulla di cieco e di fatalmente necessario, ma che gli atti che si chiamano istintivi si modificano e si mutano a norma delle circostanze. Passa in rassegna gli atti della vita di tutti gli animali, ma si ferma principalmente su quelli degli animali superiori e parla a lungo delle migrazioni degli uccelli e del loro nidificare, e di certe circostanze speciali in cui tanto le migrazioni quanto le costruzioni dei nidi si sono modificate e si vanno modificando; parla degli animali domestici e di parecchi atti della vita tanto degli animali domestici quanto dei selvatici, che rivelano un ammaestramento attuale ed ereditario. Questo capitolo finisce così: