The Project Gutenberg eBook, Psicologia criminale , by Michele Longo
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Avv. MICHELE LONGO
Professore di Diritto e Procedura penale presso la R. Università di Napoli
PSICOLOGIA CRIMINALE
TORINO
FRATELLI BOCCA, EDITORI
Librai di S. M. Il Re d’Italia
|
ROMA Corso Umberto I, 216-17 |
MILANO Corso Vitt. Eman., 21 |
FIRENZE (F. Lumachi Succ.) Via Cerretani, 8 |
Deposit. gener. per la Sicilia: O. FIORENZA. Palermo
Dep. gen. per Napoli e Prov.: SOCIETÀ EDITRICE LIBRARIA, Napoli
1906
Proprietà Letteraria
N. 10217—Stab. Tip. Torinese, via Ormea, 3.
ALLA SACRA MEMORIA
DELL’AVVOCATO
RAFFAELE JUSO
1906.
PREFAZIONE
Il lettore che, per avventura, abbia conoscenza delle precedenti mie pubblicazioni, vedrà subito, scorrendo questo libro, che in esso io ho voluto sistematizzare le sparse nozioni di Psicologia criminale, dando loro una forma organica.
Convinto, dopo lunga ed assidua meditazione, che qualunque branca dello scibile debba riconnettersi alla cognizione unitaria scientifica, la cui più esatta ed elevata sintesi è racchiusa nel Monismo, ho creduto non ingannarmi col risolvere il problema soggettivo del delitto mediante teorie le quali ritraggono del processo dinamico di tutti i fenomeni della natura, dagli inorganici agli organici e da questi agli umani. È così che il còmpito del giudice si spoglia di tutto ciò che fittizio son venuto creando vecchi errori metafisici, tradizionali preoccupazioni sociali; ed è così, benanche, che il diritto di punire rientra nel progresso evolutivo a cui tutte le discipline tendono ad avvicinarsi, in teoria ed in pratica. Se non che, questo libro non contiene che la parte generale o fondamentale della psicologia criminale. Perchè le nozioni in esso svolte abbiano più evidente dimostrazione, è necessario che a questo seguano altri due lavori; un trattato di Psicologia criminale etnologica, col fine di studiare l’azione delle forze ambienti sulla genesi e lo sviluppo del delitto; ed un trattato di Psicologia criminale speciale, che esamini per ciascuna categoria di fatti l’evento soggettivo criminoso.
Spero che l’accoglienza, che io mi auguro per questi miei studî, mi sia conforto, in avvenire, a novelli sforzi e più meritevoli.
Lucera, 9 dicembre 1905.
M. Longo.
INTRODUZIONE
1. Contenuto scientifico della psicologia criminale.—2. Processo di distinzione di qualunque fenomeno; formazione naturale del pensiero.—3. Come sorge l’evento psichico del dato giuridico punitivo.—4. Genesi della sanzione sociale; concetto del dolo nelle fasi evolutive della coscienza giuridica dei popoli.—5. Cenno storico dello studio psico-fisiologico del delinquente.—6. Gli odierni scrittori delle differenti discipline intorno al delinquente.—7. Stadio integrativo della psicologia criminale.—8. La teoria dinamica criminale fondamento degli studi psicologici del delinquente; precedenti scientifici in Romagnosi ed in Carmignani.
1.—La psicologia criminale è una branca distinta della psicologia comune e della scienza del diritto di punire. La psicologia comune insegna le leggi del pensiero o le leggi della formazione naturale della coscienza; la scienza punitiva si occupa della genesi giuridica del reato e delle norme legislative per prevenirlo e reprimerlo. Dall’accordo ultimo dei principî, che regolano la produzione e la evoluzione dei fenomeni psichici, con quelli inerenti al fenomeno del delitto, nasce la psicologia criminale il cui contenuto scientifico è nel complesso delle leggi che presiedono alla formazione psichica del fenomeno del delitto considerato dal duplice aspetto di processo evolutivo e di processo dissolutivo. La trattazione della materia assunta darà la spiegazione di quanto per ora enunciamo.—Ma come la psicologia criminale è nata e quali sono i suoi limiti di svolgimento?
2.—Qualunque fenomeno progressivo, quello del pensiero compreso, non è che distinzione operata su precedenti fenomeni meno distinti. Dalla formazione naturale del sistema solare alle più alte manifestazioni della umana intelligenza il principio è costante e si concreta nell’accrescimento di precisione e coerenza con maggiore integrazione dell’effetto prodotto. La scienza può concepirsi come conoscenza definita in opposizione alle conoscenze indefinite del volgo, e però il suo carattere essenziale di progresso sta nell’accrescimento di precisione; di guisa che—secondo Spencer—se la scienza è stata, com’è indubitabile, uno sviluppo graduale delle cognizioni indefinite del volgo, compiutosi attraverso i secoli, è necessario che la conquista graduale della grande precisione che oggi la distingue sia stato il tratto principale della sua evoluzione.
Il vero, che è l’obbietto della mente, dapprima lo percepiamo confuso con la esistenza delle cose; poscia grado a grado lo apprendiamo determinato nei rapporti di spazio e di tempo, per indi sottoporlo al potere riflessivo e precisarlo, distinguendolo, nelle molteplici attinenze dell’attività del pensiero scientifico. Nè suppongasi che la distinzione interrompa la continuità dei processi formativi, chè a ciò si oppone la legge di persistenza di qualunque specie di energia; nè che l’unità del fenomeno impedisca che questo si decomponga negli elementi primigenî. Quindi, al dire di Ardigò, «il pensiero è, effettivamente, e molteplice e uno; poichè anch’esso, il pensiero, è natura, ossia una formazione naturale, come tutte le altre cose. È molteplice come l’aggregazione degli atomi dell’organismo, del quale è la funzione. È uno, come la legge per la quale gli atomi stessi non possono sottrarsi all’azione dell’uno sull’altro. Il pensiero è una formazione, ossia un effetto determinato, per la legge della distinzione, in un punto dell’universo, per la forza risiedente nel tutto, come ogni altra cosa. La contraddizione fra i due termini, della unità e della molteplicità, non è che la conseguenza d’una idea falsa e ormai discacciata definitivamente dalla scienza positiva; l’idea, cioè, della sostanza metafisica, sottoposta ai fenomeni del pensiero e della materia»[1].
3.—L’evento psichico del dato giuridico punitivo sorge per la distinzione ed organizzazione delle idealità sociali antiegoistiche di fronte alle tendenze egoistiche individuali. Ammesse le relazioni tra’ simili, il primo insorgere d’una ragione naturale di diritto è nell’affermazione di prepotenza del forte verso il debole; ovvero nell’esplicazione del talento egoistico in opposizione colla ragione antiegoistica o della idealità sociale o della giustizia. Gli effetti della civiltà, e l’abito mentale di adattamento ai medesimi, partoriscono l’idea d’un potere costituito il quale elimini o impedisca gli atti di prepotenza individuale, dapprima con la sanzione spontanea della pubblica opinione, con gli usi, con i costumi, col sentimento religioso; poscia con sanzioni preventive e repressive legali.
Procedendo la vita sociale parallela alla creazione della idea di giustizia, ed essendo questa la condizione integrale perchè l’aggregato collettivo conservi il suo organismo, si conclude, con l’Ardigò, che la giustizia sia la forza specifica della Società; ne è la forza specifica come si direbbe che l’affinità è la forza specifica delle sostanze chimiche, la vita delle organiche, la psiche degli animali.
4.—Assommandosi le esigenze delle idealità sociali in contrasto con l’uso della forza individuale, l’elemento psichico del delitto si venne vieppiù distinguendo; poichè, col tramutarsi l’idea di giustizia in forza di repressione, si separò il dato obbiettivo, di pericolo e di danno, dell’atto antigiuridico, dal dato soggettivo, di stato di coscienza contrario al modo comune di sentire, di pensare e di volere, e si concluse con la necessità di una sanzione sociale, mercè l’applicazione della pena. Di qui il concetto del dolo, il cui significato, nelle fasi evolutive della coscienza giuridica dei popoli, è vario ed indeterminato. Il Mittermayer[1], il Nicolini[2] ne assegnano il fondamento or di inganno e di finzione, or di ogni arte e stratagemma onde nascondere altrui la propria intenzione nei fatti che serbano l’apparenza di essere ad essi contrarî. Il Buccellato, dopo di aver detto che il dolus in origine significa esca (δέλ-εαρ) e per traslato ogni mezzo di adescamento per trarre gli altri in inganno, conclude che il dolus si contrappose a vis, l’aperta violenza; dualismo che si riscontra anche nell’antico diritto germanico[3].
Finalmente il dolo, o elemento soggettivo del reato, si è mano mano integrato con la intenzione e volontà di infrangere l’ordine morale e giuridico, con la coscienza di contravvenire al dovere di rispetto verso i simili, con la volontarietà del fatto dannoso, e con altri fattori psichici ai quali si è ricorso per suffragare teorie indirizzate a meglio fissare il fondamento dell’imputabilità dell’individuo.
Per l’influsso delle idee metafisiche ed aprioristiche intorno ai fenomeni della psiche e per la errata interpretazione dei fatti sociali si giunse a concepire il delitto un ente giuridico, ed il delinquente quale un essere fuori la influenza dell’ambiente o delle leggi naturali dinamiche alle quali tutti i fenomeni sono sottoposti.
5.—Parallelo al processo storico-giuridico differenziale dell’elemento soggettivo del delitto, si maturava lo studio del medesimo obbietto, ma in campo diverso, con l’uso del metodo sperimentale ed induttivo, senza punto allontanarsi dall’osservazione della realtà effettuale delle cose. Non già, quindi, astratte supposizioni ed ipotesi gratuite ed arbitrarie suffragate dalla sola necessità logica di sistema; ma indagini analitiche, raffronti analogici, pazienti comparazioni, spassionate riflessioni furono i mezzi onde scienziati positivisti si indirizzarono alla soluzione del fenomeno del delitto col prendere ad esaminare la persona del delinquente, nelle sue qualità fisiche e morali e nelle cause ambienti che avrebbero potuto influire a destare ed a rafforzare le di lui tendenze malefiche.
La maggiore attenzione fu dagli antichi rivolta alle note esteriori somatiche, teratologiche od atipiche, massimamente della fisonomia, ed al complesso dei segni degenerativi fisici, che facevano arguire qualità morali anormali.
Aristotele e Galeno sono tra’ primi; presso i Romani evvi Cicerone, per non parlare di minori. Ippocrate lasciò preziose riflessioni circa l’azione del mondo esterno sulle nostre inclinazioni, non che il rilievo da attribuirsi alle forme irregolari organiche. Erano osservazioni profonde che dal campo della scienza passavano nel campo dell’arte e si rispecchiavano in concezioni geniali di sommi poeti. Il Tersite di Omero, eppoi, dello stesso, il brigante Autolico, nonno materno di Ulisse; Achille, Menelao predoni abituali e crudeli; e, nei tragici, Edipo parricida, Ulisse com’è dipinto nel Filottete di Sofocle, l’Ercole furente di Euripide, l’Ajace di Sofocle, ed in fine Oreste, delinquente tipico impulsivo, sì maestrevolmente tratteggiato da Eschilo (nelle Coefore e nelle Eumenidi), da Sofocle (nell’Elettra), da Euripide (nell’Elettra e nell’Oreste), sono a dimostrarci quanto l’arte valga ad anticipare le scoverte della scienza, e come essa, cogliendo direttamente la visione della realtà, meno si allontani dalle vie del vero, dal quale ci distoglie, sì di frequente, il ricercato sussidio di una logica artificiale.
6.—Era, però, riserbato ai nuovi tempi l’assunto di dettagliare ed approfondire la conoscenza psicofisica del delinquente. Ed ecco una schiera di nomi, nelle cui opere è sparso tutto il materiale scientifico che dovrà servirci di fondamento alle applicazioni nella nostra disciplina: G. B. Porta, Lavater, Gall, Lauvergne, Gasper, Morel, Lucas, Ferry, Wilson, Nicolson, Thompson, Despine, ecc.
Ai nostri dì nessuno più sconoscerà il merito sommo di C. Lombroso che, avendo sistematicamente raccolti i dati antropologici del delinquente, agevola di molto il còmpito del psicologo inteso a costruire su solide basi la scienza della psiche del criminale, in applicazione di teoriche positive le più accettate da reputati scrittori di psicologia generale.
7.—Ma, anche ad ammettere che sia già preparato il materiale scientifico, in molta parte sperimentale, per la sistemazione di teorie psicologiche criminali, la peculiare branca distinta manca tuttavia di contenuto proprio. Molti confondono la psicologia criminale con l’antropologia, con la sociologia criminale o con la psichiatria. Krafft-Ebing, ad esempio, nel suo magistrale trattato di Psicopatologia Forense, non fa che limitare lo studio psicologico alla discussione della libertà o meno degli atti criminosi, ed ai principî fondamentali della imputabilità: il resto è materiale di patologia o neuropatologia. Nè altrimenti avviene in altri scrittori, compresi Lombroso, il Virgilio, il Marro tra’ nostri; vi sono nozioni isolate preziose; manca l’ordine, la coordinazione, l’unità del sistema. Forse—e lo vedremo—un indirizzo organico scientifico comincia ad apparire nel dominio della psicologia criminale collettiva, dopo le opere del Tarde, del Rossi, del Sighele: ma oh! quanto è ancora desiderabile che le ricerche avanzino perchè si possa dire di aver tracciati sicuri confini di separazione tra la nostra disciplina e le affini. In generale il difetto promana dalla esagerata importanza accordata al fattore o lato patologico del reato a detrimento dei fattori psichici: il che non deve recar meraviglia, se si consideri che quelli che più di frequente si propongono il còmpito di esame del delinquente non sono psicologi di professione, ma psichiatri: ciò che abbonda in un campo, manca nell’altro.
8.—Lo stadio percorso, fino a noi, dalla psicologia criminale è semplicemente descrittivo: vi sono le nozioni, manca la scienza.
La psicologia generale è, però, sì innanzi da facoltarci ad avvalerci dei suoi lumi per coordinare il prezioso materiale sparso intorno ai principali problemi della psiche del delinquente, fecondarlo ed unificarlo.
La teorica, che da anni noi propugniamo e che va sotto il nome di teorica dinamica criminale, segna l’estremo limite di conciliazione tra i veri generalmente accettati dalla psicologia dell’uomo normale e le nozioni delle anomalie, somatiche e psichiche, proprie del delinquente. L’uomo è una energia, od un complesso di energie in atto: o che egli si svolga normalmente, o che devii dal funzionamento della media degli uomini, non si libererà giammai dal potere delle leggi dinamiche che si riconnettono, in ultima espressione, alla legge di causalità. Comprendere, dunque, la genesi, le variazioni, le oscillazioni, l’antagonismo delle energie psicofisiche dell’uomo comune; saperne cogliere l’aumento ed il decremento, le successive trasformazioni, la repentina insorgenza ed il lento accumularsi e stratificarsi di esse negli atti riflessi e nel fondo oscuro dell’inconscio, è sufficiente preparazione per scendere nei penetrali inesplorati dell’anima del delinquente e render palesi le leggi ond’ella è governata. Che se ai cànoni derivati dalla psicologia si aggiungano i sussidî della psichiatria, dell’antropologia e della sociologia criminale, il còmpito ci riuscirà meno difficile e con più probabile buon esito.
A dir vero, in Italia non è la prima volta che siasi intuita la genesi dinamica del delitto: il Romagnosi ne fu l’antesignano.
Egli comprese che «esiste una infallibile e costante connessione fra i motivi, che sono presenti all’intendimento, e le determinazioni dell’umana volontà; e queste determinazioni sono sempre relative e proporzionate alle specie e alla energia dei motivi medesimi»[4]. Ed altrove: «Se entro le idee reprimenti non fosse racchiusa una naturale energia operante sulla sensibilità e volontà umana; se il consenso di queste facoltà non piegasse a seconda ed a proporzione delle forze delle idee suddette, come potrebbesi spiegare ed asserire, non dico soltanto che esse abbiano efficacia a frenare o a rallentare gli altri precedenti impulsi, ma che nemmeno abbiano la facoltà di produrre un effetto qualunque?»[5]. Anche il Carmignani afferma, che la forza dell’animo necessaria all’offesa non può decrescere che per l’azione di forze estranee che la deprimono; ed oltracciò, che la forza dell’animo umano è come tutte le altre forze, che agiscono in natura, soggetta ad anomalie, ad aberrazioni, ed a vicende prodotte da altre forze, le quali, quasi episodiche alla principale, s’innestano, la modificano e talvolta ne cambiano l’indole affatto[6].
Le idee sostanziali del novello indirizzo erano bene apprese: ma prima che la filosofia non abbandonasse il metodo aprioristico, e prima che la biologia, la fisiologia e la psicologia non si uniformassero al comune sistema evolutivo unitario, mancavano i mezzi per verificare nei singoli fatti o nei multiformi stati di coscienza del delinquente la non difformità, al dir del Carmignani, della forza dell’animo umano, da tutte le altre forze che agiscono in natura.
La psicologia criminale, finalmente, non soltanto si propone l’intento di analizzare ed apprezzare il fenomeno del delitto nel suo contenuto soggettivo, ma si propone ancora di tentare il problema penitenziario o repressivo, nei modestissimi confini a lei imposti; di contrapporre al funzionamento psichico pericoloso del delinquente qualche rimedio di cui ci sia concesso disporre senza infrangere le esigenze della giustizia forza specifica della Società.
CAPO I.
Le funzioni psichiche criminose.
1. Concetto scientifico della parola funzione.—2. Funzionamento psicofisico proprio del delinquente.—3. Anormalità del medesimo: legge generale di equilibrio violata dal delitto.—4. Il concetto di equilibrio psichico è l’unico criterio di distinzione tra l’uomo normale ed il delinquente.—5. L’equivalente etico dello squilibrio psichico; suoi riflessi al dato soggettivo ed oggettivo del delitto.—6. In che consistano le funzioni psichiche criminose nel loro aspetto intrinseco ed estrinseco.
1.—Gli atti della nostra vita son tanti effetti che si connettono a reciproche cause. Se queste cause ci son note, ce ne serviamo per qualificare l’atto, distinguendolo da tutti gli altri che con esso abbiano rassomiglianza. Diciamo, per esempio, che taluno sia stato sottoposto ad operazione chirurgica per significare che l’atto su lui operato sia il prodotto di causa intelligente, che noi riferiamo alla persona di un chirurgo. Oltracciò, noi siamo soliti, costretti dal bisogno, di rivolgerci all’opera di un tecnico per la costruzione di qualche macchina, per la cura d’una malattia, per la difesa d’una lite; e ciò perchè presupponiamo che le dette persone sieno le più adatte a soddisfare il nostro desiderio. Congiungendo il primo dato di esperienza al secondo, concludiamo che le qualifiche, con le quali distinguiamo la specialità degli atti e la ragione di scelta delle persone più capaci a compierli, s’integrano nel giudizio abituale di ritenere che date cause con maggiore facilità producano dati effetti. Identica osservazione facciamo, riflettendo sul perchè si distinguano i nostri organi di senso. Noi affermiamo la virtù propria dell’occhio a vedere, dell’udito ad udire, poichè ci è noto che questi organi posseggono le qualità adatte per gli effetti riferiti; che in essi risegga l’attitudine di percepire i colori, di apprendere i suoni.
L’idea di attitudine, di capacità, di facilità sottintesa negli esposti giudizî è espressa, in termine generale, dalla parola funzione. In fisiologia parlasi di funzioni di tessuti, di organi, di apparecchi; di funzioni di nutrizione, di riproduzione, di relazioni, per significare dei fenomeni, isolati o complessi, compiuti dall’organismo per la conservazione dell’individuo e della specie. La sociologia si occupa di funzioni sociali; la psicologia di funzioni della mente. In ogni caso, la parola funzione è accompagnata dal senso di processi con più agevoli disposizioni ad effettuare determinati risultati.
Il Wundt bene osserva, che tutte le volte che, come per gli apparati, a struttura sì complessa, del sistema nervoso, noi non abbiamo alcuna coscienza della composizione reale delle modificazioni molecolari, nelle quali consiste l’esercizio, ci resta solamente questa espressione generale di disposizioni funzionali, la quale può sempre prendersi in un buon senso: quindi, al contrario della teoria delle tracce materiali persistenti, questa espressione suppone un’azione consecutiva, la quale è dapprima durevole e sparisce di nuovo gradatamente per la cessazione o il difetto di esercizio, effetto consecutivo che non consiste punto nella continuazione della durata della funzione, ma nella facilità, con la quale essa riapparisce[7].
E lo stesso aggiunge, che se, dal dominio fisico, trasferiamo questo modo di considerazione al dominio psichico, le sole rappresentazioni coscienti dovranno essere riconosciute come rappresentazioni reali; e le rappresentazioni, sparite dalla coscienza, lascieranno dopo di sè delle disposizioni psichiche, di specie sconosciuta, al loro rinnovarsi. L’unica differenza, che separa il dominio fisico dal dominio psichico, è la seguente: dal lato fisico egli ci è permesso sperare che gradatamente perverremo a conoscere più intimamente la natura di coteste modificazioni permanenti, che noi designiamo in breve col termine di disposizione; mentre che, dal lato psichico, questa speranza ci è sempre interdetta, poichè i limiti della conoscenza segnano, nel medesimo tempo, i limiti della nostra esperienza interna[8].
2.—Se la funzione dipende dall’esercizio ed ha per esponente una più perfetta disposizione, siamo facoltati a credere che essa si rannodi all’adattamento ed alla selezione organica. L’antagonismo tra la legge della variabilità, delle forme e dei caratteri, e la legge della ereditarietà, che mantiene o conserva la specie tra gli individui; non che la sopravvivenza e la prevalenza di individui più adatti e di attitudini meglio consolidate, ci inducono a ritenere che la funzione, fisica o psichica, sia l’equivalente di energia più conforme all’ambiente esterno od interno, e più omogenea al nostro stato di specificazione.
Accingendoci, quindi, allo studio della psiche del delinquente, noi, per prima, troveremo opportuno di formarci un concetto generale del medesimo; ritenendo a priori, salvo dopo a dimostrarlo, che, occupando, nella scala differenziata dell’uomo, il delinquente una varietà sociale e morale, debba anche presentare nell’esercizio delle sue energie un funzionamento affatto proprio, di cui dobbiamo fin da ora tener conto. Le inclinazioni al delitto, appunto perchè tali, debbono farci supporre che l’individuo che, n’è affetto, possegga la specialità di vincere gli ostacoli che nell’imperio della psiche vi si frappongono, pel più facile corso verso l’azione esterna.
La funzione apparisce quando la facoltà dallo stato puramente potenziale passa allo stato attuale; essa, perciò, mentre segna il grado evolutivo degli individui, ne rende palesi le impronte e ci fornisce il mezzo per caratterizzarne le azioni.
3.—A chi guarda gli effetti del delitto apparisce evidente la idea che, nella specie, trattisi di qualche cosa di anormale; di funzionamento psichico non obbediente alle norme logiche, etiche, sociali comuni al rimanente della cittadinanza; ond’è che, anche prima dei lumi apportatici dalle scienze antropologiche, la coscienza della maggioranza considerava il delinquente un essere di tempra eccezionale, da sottoporsi alla sanzione di leggi preventive e repressive. Chi voglia appellarsi al criterio di senso comune, sentirà rispondersi che questi non serba nelle sue azioni la legge di equilibrio e che, infrangendo lo stato di ordine, mostrasi disadatto alla vita civile. La risposta, sì facile e spontanea, suppone il principio che la vita degli esseri, a qualunque categoria appartengano, non sia che ordinata sequela di atti retti dalla legge di equilibrio, e che, non appena questa legge si viola, o gli esseri spariscono o sopravvivono lottando con continue difficoltà per adattarsi all’ambiente.
Spencer ha scritto: «la coesistenza universale delle forze antagoniste, che produce l’universalità del ritmo e la decomposizione di tutte le forze in forze divergenti, rende anche necessario l’equilibrio definitivo. Ogni moto, essendo sottoposto a resistenza, subisce continuamente delle sottrazioni che finiscono colla cessazione del movimento. Così, quando in mezzo a cambiamenti ritmici, che costituiscono la vita organica, una forza perturbatrice opera un eccesso di cambiamenti in una direzione, essa è gradualmente diminuita e finalmente neutralizzata dalle forze antagoniste che effettuano un cambiamento compensatore in una direzione opposta, e ristabiliscono, dopo oscillazioni più o meno ripetute, la condizione media. Tale processo è quello chiamato dai medici forza mediatrice della natura»[9]. L’equilibrio psichico suppone più forze o sistemi di forze in antagonismo. Esso non è la inerzia, ma la risultante di contrarî movimenti che compensano le loro spinte per la eliminazione di qualunque cangiamento. Analogamente al sentimento chiamato senso di equilibrio, pel quale il corpo conserva la sua posizione ed orientazione, gli atti della nostra vita psichica trovansi in equilibrio allorchè il loro centro di gravità non si sposta dalla ordinaria sfera di azioni; segnano la linea ascendente e discendente con moto retto o rettilineo, non si allontanano dalle norme d’una condotta che fa dell’individuo parte integrale del tutto sociale, ed il tutto sociale armonizza ai fini prossimi o remoti della nostra esistenza. Il delitto, negando l’equilibrio, è elemento da eliminarsi; non è soltanto un processo distinto e che trovi il posto nella serie multiforme di effetti della legge di variabilità, ma è epifenomeno o prodotto sovraggiunto, che si distacca dall’armonia dell’insieme e, per soprappiù, ne mina le basi, introducendovi forze disgregative contrarie alla natura evolutiva dell’uomo civile.
4.—L’anormalità del delinquente ci dice che esiste il tipo dell’uomo normale. Non vogliasi, pertanto, esagerare il significato d’una distinzione meramente relativa agli scopi della vita sociale ed alla necessità protettiva di ciascuno. Quando diciamo tipo normale o anormale di uomo, vogliamo intendere concetti che rispecchiano date condizioni di cose; mutate le quali, ogni nozione perde il valore scientifico.
Il concetto di equilibrio psichico è l’unico criterio di distinzione tra l’uomo normale ed il delinquente.
La coscienza, l’io individuale, non sarebbe concepibile, negli stati successivi del tempo, se non poggiasse su base stabile ed invariabile che si rende evidente nella fisonomia di ciascun atto, e serve ad enucleare le nostre azioni in organismo compatto ed analogo, pur subendo svariate trasformazioni. Ciò che è per l’individuo, è per l’uomo collettivo; ciò che è per la specie, è pel genere. Mercè l’astrazione noi ci formiamo l’idea del tipo, simbolo d’un modo di essere differenziato e permanente. L’osservazione sulla esistenza e sulle norme regolatrici d’individui formanti la gran maggioranza sociale ci mena all’induzione di regole di funzionamento e di condotta comune, donde l’idea astratta del tipo di uomo normale. Le variazioni, cui il tipo è soggetto, sono analoghe alle condizioni di ambiente o sociale o storico o etnico. Insomma, il concetto di tipo non si diparte da ciò che è inerente a qualunque altro concetto della nostra mente e che si riassume nell’infrascritto principio: il pensiero non è che il prodotto necessario della relatività delle nostre funzioni psichiche.
Nell’antagonismo di forze divergenti il centro di gravità del processo intero è sempre fisso; nella deviazione di moto l’azione e la reazione corrispondono ad oscillazioni compensatrici. Allo stesso modo, la instabilità e la stabilità dell’equilibrio psichico dipende, nella serie di oscillazioni, dall’uso maggiore o minore di potere inibitorio o di forza di resistenza e di arresto. Ciò, in seguito, sarà ampiamente dimostrato.
5.—L’equivalente etico dello squilibrio psichico risponde al disordine causato da volizioni ed azioni non conformi alla media di esistenza sociale in armonia al benessere individuale o collettivo; il delitto turba, di per sè, questa media di ordine, e ciò perchè con esso il comune centro di gravità della nostra attività è spostato; è scosso o negato l’accordo tra l’individuo ed i suoi simili. Uno dei tratti della condotta detta immorale—osserva Spencer—è l’eccesso, mentre la morale ha per carattere la moderazione. Gli eccessi implicano divergenze delle azioni da un medio; la moderazione, per contro, implica conservazione della via di mezzo; donde segue, che le azioni dell’ultima specie possono essere definite più facilmente che non quelle della prima. Chiaramente, la condotta che non è repressa si raggira fra grandi ad incalcolabili oscillazioni, per cui differisce dalla condotta che è moderata, le cui oscillazioni naturalmente sono fra limiti ristretti. Ed essendo fra limiti ristretti, apporta necessariamente determinazioni relative di movimenti[10].
Le regole di condotta ci apprendono che vi sieno determinati intenti a cui dobbiamo dirigere le azioni; e che vi siano modi o maniere da prescegliere onde si pervenga ai detti intenti. La nostra attività, estrinsecandosi, è accompagnata, negli atti consecutivi, dalla consapevolezza, spontanea immanente o riflessa, di relazioni preordinate o sistematizzate a causa della nostra previsione o dell’abitudine. Il delitto, cagionando danno privato e pubblico, è in contraddizione con i fini della coesistenza, di concorrere al benessere dei simili; ed è in contraddizione, ancora, con i modi o le maniere onde debba estrinsecarsi l’attività nelle azioni. L’esquilibrio, quindi, dal soggettivo si proietta nel mondo oggettivo; e desta allarme, perchè scuote la sicurezza del benessere altrui e minaccia di privare, la esistenza, delle condizioni che le sono più propizie. Finchè l’esquilibrio resta nello stato soggettivo, non vi è ragione di esserne allarmati; vi sono dei primi atti di estrinsecazione, i quali neppure richiedono di essere repressi: potendo i medesimi servire a scopi indifferenti o criminosi, nel dubbio, il dovere impone di sospendere qualunque decisione. Ma, tostochè dagli atti incerti, di mera preparazione, si passa agli atti di esecuzione, accrescendosi il pericolo sociale, la legge provvede a che la minaccia sia repressa, poichè nessuno ha il diritto di turbare quell’ordine od equilibrio di vita, il quale è fondamento e condizione imprescindibile di esistenza. Proseguendo a riflettere, si avrà il perchè certi fatti, pur ristretti in termini di mera possibilità di danno, sieno dalla legge puniti; ad esempio il tentativo in alcuni reati, la falsità in atti che debbono serbare la impronta della pubblica fede. L’esquilibrio proprio del delitto, obbiettivandosi esteriormente, conserva sempre i caratteri intrinseci di soggettività: senza che si renda causa di atti che materialmente o realmente offendano i simili, in costoro, soggettivamente, apporta un’alterazione di benessere, il cui esponente è l’allarme o il timore di veder rotta la compagine sociale, ed infranto il reciproco dovere di assistenza e di rispetto tra i componenti l’aggregato. Il concetto di equilibrio o di esquilibrio etico o sociale, soggettivo od oggettivo, va inteso sempre comparativamente alle esigenze di condotta o di benessere comune tra le persone facienti parte d’una società; donde il dovere d’una giustizia distributiva, che s’ispiri, cioè, all’obbligo di salvaguardare il diritto di ciascuno in proporzione del bisogno di mantener saldi i legami delle parti verso il tutto. I costumi, gli usi, le leggi sono tanti termini delimitativi delle umane azioni; sono le pietre miliari che segnano le tappe progressive dell’uomo sul cammino della civiltà. Ma sono, anche, argini opposti al dilagare di correnti che minacciano di travolgere povere vittime. Ciò che altera la costante evenienza dei fenomeni di natura non può tornar mai di bene per l’uomo; ed il delitto n’è l’esempio.
6.—Riassumendo, diciamo, che le funzioni psichiche criminose, considerate nel loro aspetto intrinseco, sono l’equivalente di facoltà disadatte all’uso del potere inibitorio ed allo stato di equilibrio; considerate nell’aspetto estrinseco, sono le cause di turbamento di quell’ordine sociale che è la forza specifica del benessere individuale in accordo col benessere collettivo.
CAPO II.
Gli elementi psichici criminosi.
1. Legge di continuità nei fenomeni psicofisici; legge di correlazione tra l’essere ed il suo ambiente.—2. La legge di continuità e di ambiente rispetto al delitto.—3. Ragioni per cui il funzionamento psicofisico anomalo del delinquente sfugge all’analisi sperimentale; norme relative alla prova della genesi fisica del delitto.—4. Gli elementi psicofisici del delitto e l’interno stato di equilibrio.—5. Stato di esquilibrio psichico; forza e movimento; motivo, causa ed azione.—6. Che cosa s’intenda per impulso; duplice principio fondamentale della psicologia monistica.—7. La psicofisica ed il suo valore nei fenomeni di esquilibrio del delitto.
1.—Tutti i fenomeni da noi percepiti sono accompagnati dal carattere essenziale di reciproca coordinazione o di continuità. La distinzione che sogliamo fare tra l’uno e l’altro fenomeno, tra l’uno e l’altro modo di esistenza, tra la vita psichica e la fisica non serve che alla nostra conoscenza, la quale, stante la relatività di sua natura, non potrebbe apprendere il vero delle cose se non procedesse per singole nozioni. Questa legge suprema dell’umana conoscenza, detta legge di continuità, impera ancora nella genesi e nella serie evolutiva dei fenomeni psicofisici. La vita mentale e la corporea sono due lati di un unico processo integrativo con gradi ascendenti di maggiore distinzione e complessità: dagli atti puramente automatici, dalle semplici azioni riflesse alle alte concezioni del pensiero non vi è che progresso ininterrotto per gradi infinitesimali.
Chi, dunque, si accinga a studiare qualunque fenomeno psichico non deve arrestarsi alle sue forme estreme; deve, invece, saper cogliere la genesi ed apprezzarne il graduato sviluppo dagli elementi primigenî al più alto esponente della intelligenza.
La seconda legge, base anch’essa della evoluzione organica, è quella di correlazione tra l’essere ed il suo ambiente; la quale legge è espressa, secondo Spencer, dal cànone, che la vita non sia che corrispondenza.
2.—Il delitto sottostà egualmente alla legge di continuità e di ambiente. La continuità riguarda più intimamente l’elemento soggettivo; ossia lo stato di coscienza sintesi di tutti i coefficienti interni i quali concorrono a far sì che la energia criminosa si effettui esternamente mercè l’azione antigiuridica. È da osservare che, essendo il delitto azione anomala in confronto alla media della comune condotta, anche la legge di continuità, nella correlazione dei fenomeni psichici del delinquente, debba subire qualche variazione, di genesi e di sviluppo, da distinguersi, per chi ne analizzi gli elementi informativi, da ciò che avviene per l’uomo normale. La differenza di genesi è analoga alla natura propria della energia criminosa ed ai fattori fisici che ne originano il primo grado di apparizione. La differenza di sviluppo è in relazione specialmente all’azione dei motivi onde la energia criminosa è determinata.
3.—Noi non abbiamo nozioni esatte circa i fattori fisici del delitto; il funzionamento psicofisico anomalo del delinquente sfugge all’analisi diretta permessa col sussidio dell’esperienza.
Ciò avviene per tre ragioni: a) perchè non è concesso di riprodurre a nostro beneplacito il fenomeno del delitto; b) perchè nel momento in cui questo fenomeno si manifesta l’opera riflessiva dello scienziato non può aver luogo; c) perchè, sottostando la produzione del delitto alla influenza dell’ambiente, questa è relativa alle circostanze accidentali e fugaci ond’è accompagnata. Quindi le seguenti norme, le quali vanno ricordate in materia di prova della genesi fisica del delitto: 1a Non essendo permesso sul delinquente che l’uso del metodo a posteriori, ossia quel metodo che dalla constatazione di qualità permanenti organiche risale, per supposto, all’accertamento di ciò che nel momento del delitto sia avvenuto, in definitiva non ci è dato apprendere, della genesi fisica del delitto, che nozioni affatto probabili; 2a La certezza induttiva, sul riguardo, non superando il valore d’ipotesi, è motivo per cui nell’affermazione della imputazione e nella commisurazione della pena evvi un limite abbandonato all’arbitrio del giudice il quale sappia, mercè criterî di esperienza personale, integrare la prescrizione repressiva di legge con la relatività di colpa del delinquente.
4.—Gli elementi psicofisici del delitto si risolvono in tanti equivalenti della natura intima, ereditaria o acquisita, del delinquente, in concorso con gli stimoli, esterni od interni, efficaci a mettere in moto la energia criminosa. Lo studio dei detti elementi ci apprende: a) che il delitto, avvisato come entità giuridica, sia il composto di fattori diversi la cui analisi deve precedere la sanzione repressiva; b) che il delitto, considerato siccome la risultante di coefficienti psicofisici individuali, ha bisogno di prove, le quali raccolgano, in sintesi logica, quanto sia necessario pel convincimento del magistrato. Così per lo studio del lato giuridico che per quello del lato psicofisico del delitto ci occorre un concetto fondamentale che sia punto di partenza della nozione dei fatti: concetto, per quanto logicamente semplice, altrettanto obbiettivamente adatto a fissare l’idea di normalità e quella di anormalità nel dominio morale. La esistenza di energia criminosa importa funzionamento difforme alla natura normale dell’uomo, cioè alla media di rettitudine di condotta in conformità a norme imprescindibili di ordine sociale o giuridico.
Questa difformità è conseguenza d’un interno stato di squilibrio o disturbo di armonia di stati di coscienza e contrasto col mondo esterno configurato nella vita di relazione con i proprî simili. L’adattamento, per intima tendenza ereditaria e per qualità acquisite, apporta nel ritmo degli stati di coscienza un funzionamento di regolarità che noi chiamammo di equilibrio, secondo il quale i fatti psichici rappresentativi, emotivi e volitivi si svolgono con nessi, di successione e di simultaneità, integrativi, ossia con la legge costante di corrispondenza al grado ed alla entità degli impulsi che imprimono il moto iniziale all’azione. Siffatto stato di equilibrio, permanendo nei successivi atti esterni, si trasforma in tanti altri stati che, prendendo il nome dalla sfera di azione in cui appariscono, sono altrettanti fulcri di vita individuale o collettiva e corrispondono a differenziata sanzione preventiva o repressiva. Indi abbiamo la prima forma di stato giuridico di equilibrio nell’ordine della famiglia; poscia in quello delle differenti specie di società create dalla legge od imposte dalla esigenza di assicurare e garantire i mezzi per l’esplicamento dei nostri bisogni; per ultimo, in quello più ampio ed universale che dalla idea di nazione, di umanità arriva fino al concetto di giustizia assoluta.
Sono stati di equilibrio, il cui fondamento va sempre riposto nell’armonia di facoltà e di atti, di funzioni e di leggi: dall’individuo all’uomo collettivo il processo è unico, garantire il ritmo del funzionamento cosciente, non fallire all’intento di perfezionamento progressivo che assicuri il benessere proprio con quello degli altri.
5.—Lo stato di squilibrio è di natura opposta a quella esaminata. Indi la nozione di stato anomalo, ovvero contrario al funzionamento normale dell’uomo.
Abbiamo detto che lo stato psichico di equilibrio è ereditario ed acquisito: il funzionamento principale, su cui poggia, è posto da natura, poichè è regola imprescindibile psicologica, che qualunque atto interno emotivo o volitivo abbia la genesi spontanea nel processo organico individuale.—Tostochè negli stati di coscienza comincia a mancare il ritmo, all’azione di qualche stimolo non corrisponde la reciproca reazione; vien meno, perciò, l’attitudine, sia anche passeggiera, al processo integrativo; le correnti di energia funzionale si turbano; le tendenze impulsive vincono l’azione reattiva delle facoltà di arresto; la efficacia dell’impulso non comporta più resistenza; spariscono i confini del campo visivo della coscienza ed all’ottenebramento dell’intelletto succede lo scoppio della passione. Il fenomeno qui descritto, ristretto propriamente al fatto del delitto, c’impone, innanzi tutto, lo studio dei motivi o degli impulsi dell’azione interna ed esterna della energia criminosa.
L’equivoco che in generale si vuole ingenerare, nella dinamica, tra la idea di forza e l’idea di movimento, assumendosi la prima per una potenzialità astratta ed il secondo per qualche cosa che non inerisca alla materia, ma di questa sia modalità accidentale, si riscontra tuttodì tra l’idea di motivo o di impulso e quella d’azione. Si confonde il motivo con la causa; non riflettendo che il primo è in realtà ciò che la seconda è, in astrazione o nei rapporti logici, con l’idea di effetto.
Ora, a chi ben guardi apparirà che il motivo o l’impulso, dinamicamente, si confonde con l’azione; ne è l’essenza e la realtà concreta.
La energia psichica, con funzionamento normale o anomalo, è sempre in attività: appena si effettua l’azione di qualche impulso, il precedente stato di coscienza subisce cambiamento; comincia così un effetto che percorre i gradi di svolgimenti conformi alla intensità impulsiva, e o si esaurisce, perchè arrestato, nel dominio interno, ovvero si riversa nel mondo esterno e si completa in analogo atto di condotta. L’atto esterno è l’equivalente di quello interno, il che spiega la ragione del moto causale dell’impulso, la continuità della energia psicofisica dal momento iniziale di sentimento o di idea fino al termine dell’azione, ed in ultimo il perchè si connetta l’imputabilità fisica dei nostri atti ad analoga imputabilità morale.
6.—Ciò che chiamiamo impulso non è che una scossa, un primo movimento, il quale, rientrando nel campo visivo della coscienza, o influisce a creare un novello stato, ovvero, per identità di natura, riproduce stati precedenti passati nel dominio dell’inconscio o assopiti da non destare più alcun interesse. Per quanto facile, ad intendersi, sembri l’asserto, esso racchiude il problema fondamentale della vita. Che è mai, in fatti, la vita, se non, al dire di De Blainville, il duplice movimento interno di composizione e decomposizione, a un tempo generale e continuo? ovvero, secondo lo Spencer, la coordinazione delle azioni? Nè movimento interno è verificabile, nè coordinazione senza che vi sia un fenomeno chimico e fisico di assimilazione e di trasformazione della energia dello stimolo, senza che l’organo del senso non vi si presti a trasmettere ai centri il cambiamento dinamico subìto.
Migliore definizione della vita, nel senso qui appresa, è quella suggerita da G. H. Lewes, che cioè essa sia una serie di cambiamenti definiti e successivi, tanto di struttura quanto di composizione, che hanno luogo entro un individuo senza distruggere la sua identità.—La psicologia monistica, considerando la concezione naturale della vita psichica quale somma di fenomeni vitali che, come tutti gli altri, sono legati a determinato substrato materiale, detto psicoplasma (Haeckel), rapporta i fenomeni dell’anima alla legge della sostanza, vale a dire al duplice principio della conservazione della materia e della energia; e però ne deriva la conclusione, che all’assimilazione dell’energia trasformata, dello stimolo, segua la funzione delle cellule mediante la irritabilità, la sensibilità ed il movimento. Io accetto pienamente la dottrina di Haeckel, che così si esprime: Il problema neurologico della coscienza è soltanto un caso speciale del problema cosmologico che abbraccia in sè tutti gli altri, il problema della sostanza. Se noi avessimo compreso l’essenza della materia e della forza, si potrebbe anche comprendere come la sostanza, che ne è il fondamento, possa, sotto determinate condizioni, sentire, desiderare e pensare. La coscienza è, come la sensazione e la volontà degli animali superiori, un lavoro meccanico delle cellule gangliari, e si deve, come tale, ricondurre a processi fisici e chimici che avvengono nel plasma di queste. Inoltre, applicando i metodi genetici e comparativi, arriviamo alla convinzione che la coscienza—ed insieme anche la ragione—non è affatto una funzione esclusiva dell’uomo; al contrario questa si riscontra anche in molti animali superiori, non solo vertebrati ma anche articolati. La coscienza dell’uomo è diversa solo a gradi, per uno sviluppo maggiore, da quella degli animali più perfetti, e lo stesso vale per le altre attività spirituali dell’uomo[11].
7.—Data la permanenza di rapporti tra l’azione esterna degli stimoli e gli stati susseguenti sensoriali, Fechner fondò la novella scienza che chiamò Psico-fisica. Egli, però, si arrestò alla misura delle sensazioni; altri, discepoli più diretti di Weber, estesero la misura alla sensibilità in genere; altri arrivarono fino alla misura della durata degli atti psichici, ed ai nostri dì, con maggiore precisione, all’analisi quantitativa delle percezioni. Il Fechner, per mezzo di operazioni matematiche, dedusse la sua «legge psicofisica fondamentale», secondo la quale «le intensità delle sensazioni crescono in proporzione aritmetica, mentre quelle degli stimoli crescono in progressione geometrica»[12].
Checchè altri ne pensi in contrario, noi riteniamo, e ne daremo la prova, che la psicofisica abbia grande valore, specialmente in fenomeni di squilibrio psichico, per comprendere i dati sensibili ed emotivi della conoscenza, i quali contribuiscono alla formazione della percezione, e per misurare i fenomeni psichici attraverso i fenomeni fisici.
Di già appariscono i primi prodotti, abbastanza plausibili, nelle perizie psichiatriche: la psicologia criminale si varrà di siffatti studi in più larga copia, non sfuggendo ai suoi cultori il rilievo di norme sperimentali che, quantunque spesso ipotetiche, tendono a raggiungere la esattezza matematica.
CAPO III.
La dinamica dei motivi.
1. Centro di attività psichica; che si intenda per motivo, impulso, movente.—2. Motivi sensitivi, rappresentativi ed ideali.—3. Che cosa s’intenda per motivo criminoso; differenza tra i motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli.—4. Postulati sull’energia del motivo e sullo stadio evolutivo dei motivi criminosi.—5. La dottrina della inibizione, base dinamica della coscienza criminosa.—6. Modi onde avviene il processo integrativo psichico della energia dei motivi.—7. Assimilazione e fusione dei motivi.—8. L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi.—9. Stato emotivo criminoso.
1.—Nella coesistenza e successione degli stati di coscienza è a notare la maggiore o minore permanenza di qualche centro, sensitivo o intellettivo, di attività, al quale convergono, per impulso di affinità o di analogia, delle correnti che atteggiano l’io a propria fisonomia e ne differenziano le qualità accidentali. Il centro di attività psichica è causato dalla sovrapposizione, agli stati precedenti di coscienza, di novello elemento il quale, cominciando col divergere le correnti interne, finisce per dirizzarle ad un punto diverso od opposto a quello cui dianzi tendevano. La espressione centro di attività psichica è presa nel senso reale, perchè l’alterazione o cambiamento di coscienza per noi equivale a nuovo modo onde l’energia dell’io sposta il suo centro di gravità; dovendosi ritenere che, nella reciproca attrazione di coefficienti interni, la gravità prevalente sia prodotta dalla maggiore energia di azione o di reazione di fronte alle energie concorrenti. L’elemento transitorio integrativo o disintegrativo degli stati di coscienza noi l’appelliamo motivo, impulso, movente. Esso a) è contraddistinto da una energia propria iniziale; b) è sottoposto alla legge generale di causalità ed alla speciale di assimilazione; c) agisce o reagisce sugli stati precedenti concomitanti o consecutivi secondochè corrisponde ai medesimi per natura organica ereditaria, per grado di attività genetica o per unità di coerenza.
2.—I motivi si distinguono, secondo i piani successivi degli stati di coscienza, in sensitivi, rappresentativi ed ideali. Il lato sensitivo del motivo è accidentale, transitorio; resta, però, di esso, nella serie progressiva di trasformazione psicofisica, qualche cosa corrispondente al grado ed alla natura della energia in attività, e che, permanendo, si riproduce quantitativamente nei fenomeni di coscienza ond’è seguito.
Maggiore energia occorre perchè l’impulso o motivo sensitivo si ripresenti o riproduca; il che s’intende dal riflettere che il motivo, per la primitiva azione sensitiva, trova il soggetto in istato di più o meno passività e quindi incontra minori ostacoli reattivi; mentre, riproducendosi, deve vincere le difficoltà provenienti da stati similari od opposti coesistenti ed il cumulo di reazioni inerenti alla natura del soggetto.
Nel piano ideale il motivo assomma la energia di tutti i sentimenti ed i rapporti mentali ond’è preceduto ed accompagnato. Trasformatosi in idea od in concetto esercita sulla condotta la influenza che il Baldwin chiama suggestione motrice. Essa significa—secondo il detto psicologo—che noi non possiamo avere alcun pensiero o sentimento, sia che provenga dai sensi, dalla memoria, dalle parole, dal contegno o dal comando degli altri, che non abbia una influenza diretta sulla nostra condotta. Noi non possiamo per nulla evitare l’influenza dei nostri proprî pensieri sulla nostra condotta, e spesso gli avvenimenti più comuni della nostra vita quotidiana agiscono come suggestione di fatti di grandissima importanza per noi stessi e per gli altri[13].—E qui cade a proposito un’altra originale osservazione del Baldwin; che cioè noi non possiamo eseguire un atto qualsiasi senza che gli corrisponda nella nostra mente il pensiero o l’immagine o la memoria che spinge all’azione. Questa dipendenza dell’atto dal pensiero, che lo spirito ha in un dato momento, si dimostra in modo evidentissimo in certi casi di paralisi parziali, ecc. Un numero considerevole di tali casi autorizza a stabilire il principio generale, che per ognuno degli atti, che abbiamo intenzione di compiere, noi dobbiamo avere qualche modo particolare di pensare l’atto stesso, o di ricordare l’impressione che esso produce e la forma che possiede; noi dobbiamo avere nello spirito qualcosa di equivalente all’esperienza del movimento stesso. Questo principio vien detto dell’equivalente cinestetico, espressione che perde il suo imponente aspetto quando ci ricordiamo che cinestetico non significa altro se non la coscienza del movimento[14].
3.—Quando diciamo motivo criminoso intendiamo dire determinante del delitto. Ne segue, che la parte fondamentale della psicologia criminale consista appunto nell’esame dinamico dei motivi. Il che non sfuggiva al grande Romagnosi, il quale assegnava tanta parte, nella genesi del diritto punitivo, alla dottrina dei motivi. Sarei, anzi, per dire, che la specialità delle discipline repressive sia la conseguenza di vedute teoretiche e pratiche intorno ai motivi delle azioni che noi giudichiamo violatrici della legge penale.
Tra’ motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli non vi ha differenza dinamica se non per gli elementi che, nel dominio psichico, li generarono o li precedettero ed accompagnarono. Questi elementi sono di natura rappresentativa ed ideale; sono anche di natura emotiva e si distinguono per certo grado di intensità della loro attività evolutiva. Suppongasi, ad esempio, che Tizio abbia ucciso Sempronio: il motivo può essere la vendetta o l’odio. Ma ciò nulla spiegherebbe, chè la vendetta o l’odio per tanto mostrano di impulsività per quanto, alla loro volta, sono generati ed animati da altro stato di coscienza, o coefficiente dinamico, che, nella fatta ipotesi, potrebbe essere l’idea ed il sentimento dell’offesa ricevuta. E non basta ancora. La offesa qualche volta merita ed attira il perdono: perchè nel caso di Tizio fu cagione di spinta all’omicidio? È da osservare due cose: la prima, che qualunque stato di coscienza agisce e reagisce sugli stati concomitanti; ha un ritmo di equilibrio mobile con tendenza ad addivenire stabile: la seconda, che nell’azione e reazione di ciascuno stato sugli altri, il processo integrativo psichico, che ne consegue, ha per fulcro l’unità cosciente dell’io col grado quantitativo di attitudine all’adattamento. Chi voglia, perciò, dallo stato emotivo interno, prodotto dall’offesa, estendere la riflessione sugli stati che, in dato momento della nostra vita psichica, sono ad esso concomitanti, deve rendersi di ciò conto col constatare i rapporti intercedenti fenomenici, senza punto pretendere di coglierne il nesso intimo ed essenziale: l’umana conoscenza non può estendere il suo potere oltre la ricerca delle circostanze subbiettive ed obbiettive dello stato individuale di coscienza, circostanze che formano l’ambiente in mezzo a cui il motivo agisce ed a cui l’io è indotto necessariamente ad adattarsi. Tizio, per proseguire l’esempio, nel momento dell’offesa era eccitato per questa o quest’altra ragione; in lui la offesa ebbe presa maggiore perchè fatta alla presenza di persone di cui egli voleva conservare la stima; in pubblico, mentre, per circostanza accidentale, egli era alquanto ebbro, esaltato da precedente dispiacere, e così via dicendo.
4.—In conclusione di quanto si è esposto raccogliamo i seguenti postulati: a) La energia del motivo ritrae dell’azione o reazione degli stati di coscienza similari coesistenti e successivi; ne aumenta o diminuisce il grado secondo lo adattamento individuale alle circostanze favorevoli o sfavorevoli; b) I motivi criminosi appartengono segnatamente allo stadio evolutivo degli stati rappresentativi od ideali; la loro energia è in ragione della complessità degli elementi con i quali sono in rapporto di causalità e di successione.
Il primo postulato è abbastanza chiaro da non richiedere ulteriore spiegazione. Non così il secondo. Esso s’intenderà bene quando si pensi, che per stadio evolutivo vogliamo significare il processo dinamico integrativo o disintegrativo di coscienza, quel periodo, breve o lungo che sia, durante il quale avviene il cambiamento di stati interni con moto equivalente all’impulso iniziale, trasformato, del motivo. Il cambiamento o il moto si determina tra stati rappresentativi ed ideali. Finchè il motivo fosse presente, senza uscire dalla sfera della sensibilità o dell’affettività, non produrrebbe reazione se non istintiva od automatica. Noi istintivamente allontaniamo la mano dalla fiamma che ci scotta, ci avviciniamo al cibo quando siamo tormentati dalla fame. Se, in simili operazioni, alla mente non si affaccia o ripresenta l’idea, che la fiamma bruci, che il cibo sia il mezzo per soddisfare il bisogno della fame, non si hanno azioni coscienti di cui si possa esser chiamato a rispondere. Il processo psichico evolutivo comincia dal momento che la energia del motivo passa la soglia della coscienza e si prospetta all’attenzione con fisonomia propria, sia trasformandosi in immagine, più o meno vivace e colorita, del fatto esteriore, sia destando sentimento di piacere o di dolore in precedenza non provato. Si ha la prima ipotesi allorchè la mente ha avuto agio di riprodurre, o per ricordo o per istantanea rappresentazione, il fatto nella totalità delle circostanze determinanti il cambiamento, integrativo o disintegrativo, di coscienza; il che succede quando l’individuo ha qualità atte ad imporsi una certa calma, mediante l’uso, anco momentaneo, dei poteri inibitorî di arresto. Il cambiamento, che ne segue, o integra la coscienza, procurandole nuovo stato che con i precedenti si accordi e si armonizzi, dando luogo ad equilibrio più stabile; ovvero la disintegra, causando un turbamento, il cui effetto si compie esternamente con azione criminosa. Chi ne desideri la dimostrazione ricordi due esempî. Per fortunate circostanze della vita versiamo in istato di contentezza; inopinatamente ci si annunzia qualche notizia apportatrice di grande consolazione. La notizia è appresa e ripresentata alla mente con i caratteri piacevoli, ond’è accompagnata; essa influisce ad accrescere lo stato interno di felicità, ossia integra, rafforzandolo, il precedente stato di equilibrio di coscienza.
Suppongasi, all’opposto, che ci venga riferita qualche notizia dolorosa; essa mette subito in agitazione l’animo e finisce con lo squilibrare, disintegrandolo, il precedente stato di coscienza.
Ognuno vede che nella rappresentazione, o riproduzione immaginaria, del fatto esterno, si accompagna un senso di piacere o di dolore. Allorchè tale senso, attesa la intensità, è fenomeno secondario o semplicemente conseguenziale della rappresentazione ideale del fatto, obbietto del motivo, il cambiamento di coscienza segue il processo più normale, con serie di trasformazioni interne percepibili; ma, avvenendo il contrario, nella ipotesi che la impressione piacevole o dolorosa predomini con potere irresistibile, qualunque reazione di arresto si indebolisce o sparisce, e ne succede il repentino scoppio dell’azione.
5.—A meglio chiarire gli enunciati principî, racchiudenti la teoria fondamentale della dinamica dei motivi in genere, e dei criminosi in ispecie, sentiamo il dovere di ritornare sulle idee avanti espresse intorno alla importanza da accordarsi alla dottrina della inibizione, base, senza dubbio, della genesi dinamica degli atti di coscienza più interessanti allo studio del delinquente.
Tra le teorie svolte da Lourie, e riassunte magistralmente dall’Oddi, in un libro[15] che tutti i cultori di psicologia dovrebbero meditare, intorno alla inibizione, opino che la più esatta sia quella insegnata dal Wundt, cioè che non vi sono apparati distinti per l’inibizione, bensì esistono diversi processi, uno attivo di eccitamento, l’altro depressivo di inibizione.
È teoria fondata sulla meccanica molecolare; sul principio che l’aggregazione fisica (molecolare) e l’associazione chimica (atomica) presentano analogia completa in quanto si riferisce al lavoro molecolare. «Il sistema nervoso—riferisce l’Oddi—non entra in attività se non viene irritato da qualche stimolo. È mestieri dunque distinguere lo stato di attività e lo stato di riposo. Questo stato di riposo non è che apparente, come in tutti i casi nei quali si tratta di stati stazionarî del movimento. Gli atomi di queste combinazioni complesse eseguiscono dei movimenti continui. Essi sortono da tutti i lati, dalle sfere di azione degli atomi, ai quali essi erano legati fino a quel momento, entrano nelle sfere d’azione di altri atomi, che sono egualmente divenuti liberi. In altri termini, si hanno dissociazioni ed associazioni; e se all’esterno non apparisce nulla, gli è perchè questi due processi contrarî si compensano vicendevolmente. Lo stato di riposo, adunque, è uno stato di equilibrio. Il lavoro molecolare interno resta press’a poco costante, il lavoro esterno press’a poco nullo. Nel nervo, durante il processo di eccitamento, quando, cioè, ad esso viene applicato uno stimolo, due effetti opposti si manifestano: un effetto stimolante, che apparisce sotto forma di contrazione muscolare, secrezione, sensazione, ecc.; un altro inibitore, che tende a sopprimere il movimento, a sospendere la secrezione, a ricondurre il nervo allo stato primitivo di equilibrio. Questi due effetti cominciano nel nervo contemporaneamente: sul principio predominano gli effetti di arresto; quando lo stimolo è molto debole, questi possono essere la sola manifestazione dell’irritazione, poichè gli effetti opposti non arrivano ad estrinsecarsi; se invece lo stimolo è forte, gli effetti d’arresto, che crescono molto più lentamente che non quelli di eccitamento, vengono tosto superati da questi ultimi. L’effetto finale, il risultato esterno, è una contrazione muscolare o un equivalente. Riferendoci ai dati meccanici sopra esposti, ciò vuol dire che per l’influenza dello stimolo irritante si rompe nel nervo lo stato di equilibrio: le molecole e gli atomi subiscono una specie d’urto che li spinge ad entrare in nuove combinazioni. E la spinta è doppia, poichè doppî sono gli effetti; e si ha contemporaneamente lavoro positivo e lavoro negativo, con prevalenza del primo.—In ultima analisi ed in modo riassuntivo, si può dire che per Wundt il processo di eccitamento rappresenta l’effetto della disintegrazione del tessuto nervoso, quello dell’inibizione è l’espressione della sua integrazione»[16].
6.—La efficacia criminosa del motivo non si comprende bene se, dopo essersene conosciuta la genesi, non se ne conoscano i modi di adattamento nella coscienza individuale o collettiva.
Il processo integrativo psichico della energia dei motivi avviene: a) o per assimilazione; b) o per fusione; c) o per addizione o sovrapposizione sulle energie dei precedenti stati di coscienza.
L’assimilazione del motivo criminoso va intesa nel senso che le qualità ereditarie individuali si prestino ad identificare, con la propria natura essenziale, la efficacia dinamica del novello coefficiente entrato nel campo della coscienza; il che importa adattamento, dell’elemento accidentale, all’ambiente morale predisposto dalla natura ereditaria dell’individuo. L’adattamento avviene in modo spontaneo quando tra il novello coefficiente ed i vecchi siavi identità assoluta; mentre, poi, occorre un certo sforzo di interna tensione allorachè tra essi siavi sola uniformità. La proclività, o facilità, e la repugnanza ad assimilare dati sentimenti o date idee non sono che effetti di quanto è detto: noi crediamo che ciò dipenda da libera scelta, ma non è guari difficile accorgerci di essere soggetti ad un’illusione, facilmente spiegabile se si rifletta allo sforzo, qualche volta inutile, per vincere la tendenza o la resistenza di stati di animo in contrasto con impulsi che ne variano l’atteggiamento.
Se due correnti di due diversi fiumi si incontrano in un punto e scorrono sul medesimo declivio, si mescoleranno senza difficoltà e continueranno il loro percorso: ma, se le correnti sono di opposta direzione, prima che si uniscano e perdano l’apparenza di direzione diversa, è d’uopo che tra loro succeda un contrasto, un gorgoglio, e che insieme si rimescolino a seconda la prevalenza di spinta o di più agevole piano su cui ciascuna scorre.
7.—Nel processo di assimilazione, dei motivi, si tien conto dell’adattamento alla natura ereditaria individuale; in quello di fusione l’attenzione cade specialmente sulle relazioni intercedenti tra la energia del coefficiente psichico rappresentato dal motivo e l’energia di coefficienti acquisiti ed assimilati in precedenza. Nella fusione dei motivi le correnti psichiche impulsive al delitto sono tante forze concorrenti la cui risultante consiste nella loro somma organizzata ed unificata dalla tempra del carattere individuale. La convergenza delle correnti si verifica per l’attrazione di qualità ereditarie o acquisite; la differenza, tra esse, sparisce subito che il moto potenziale addiviene attuale e si ristabilisce l’equilibrio relativo.
8.—L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi si origina, per lo più, in un periodo statico dell’io criminoso.
O che questo periodo sia precedente all’altro di preparazione e di esecuzione del delitto, o che interceda tra atti intermedî, certo è che esso è contrassegnato da maggior calma interna e comporta il potere di controllo della riflessione. Insomma, nell’addizione dei motivi, alla mente appariscono chiari i termini che debbono sommarsi o sovrapporsi. La educazione e le mal contratte abitudini molto influiscono a sovrapporre, al carattere primigenio e spontaneo personale, delle tendenze o inclinazioni le quali finiscono per avere il sopravvento ed alterare l’equilibrio interno; di guisa che, data la occasione propizia, lo stato di coscienza si turba e subisce la trasformazione che ad esso imprime qualche motivo accidentale sopravvenuto.
Non essendo avvenuta la fusione delle correnti di energie sovrapposte, sarà agevole, mediante l’uso di potere inibitorio, di sceverare, nell’addizione, i termini a sommarsi, e di paralizzare quei motivi che, estranei all’indole ed al carattere individuale, riescirebbero altrimenti a turbare l’equilibrio ed a spingerci al delitto: il che avviene quando, con mezzi preventivi, si allontanano le occasioni propizie all’insorgere di sentimenti e di passioni incomposte, oppure al formarsi di idee di egoistici intenti prevalenti.
9.—Il lato emotivo del motivo criminoso attiene al sentimento. Dipendendo l’azione del motivo dalla serie di atti ripetuti in tempi successivi, il sentimento dapprima è di disgusto, di repulsione ed ha pochissima presa nel campo della coscienza. Basta che correnti piacevoli o dolorose attraversino l’animo perchè il velo dell’oblio si estenda sulla triste impressione provata. Ma, ammesso che il motivo si ripeta e la riflessione ci avverta che possa ulteriormente rinnovarsi, al disgusto succede l’impulso rapido ed alquanto intenso che, rafforzandosi pel ricordo del precedente atto repulsivo, si trasforma in sentimento di odio. Comincia dal fondo della coscienza a venire a galla il primo conato reattivo; però ben tosto è represso per la speranza che l’atto non abbia a ripetersi e per l’influenza dei controstimoli emotivi interni. Durando l’azione del motivo, con graduale attenuazione si indebolisce in noi il potere spontaneo inibitorio e si crea un ambiente psichico più adatto alla germinazione di sentimenti e passioni di cui per lo innanzi non si aveva l’esempio.
Lo stato interno, che vieppiù si va specializzando, è qualificato da un senso di costrizione o di depressione; l’io si avvede di esser sotto l’incubo di potere estraneo e, per quanto si sforzi a liberarsene, comprende che riesce vano. Ne succede lo stato di sconforto: la vittima è consapevole che la forza di resistenza comincia a venir meno, e si addolora al pensiero dell’abisso che si scava nell’animo ed in cui potrebbero precipitare tutte le buone intenzioni, i naturali istinti di rettitudine. Durando tuttavia il motivo, di tratto in tratto il campo visivo della coscienza si restringe, si abbuia: l’inconscio piglia il predominio e l’animo è maggiormente oppresso da ricordi di precedenti stati di felicità, da idee frammentarie che passano con rapido corso innanzi alla mente, mostrando appena da lontano un lembo luminoso od oscuro di loro esistenza, la visione crepuscolare di avvenire incerto, alterato dalla fantasia, con aspetto reso pauroso dall’incertezza e dal mistero. L’epilogo di questo dramma psichico si compie o con irresistibile reazione, per la scarica di energia scoppiata con atti rapidi ed irrefrenabili, ovvero, allorchè l’azione del motivo sia perdurata, con indebolimento totale dei controstimoli e con l’insorgenza di poteri reattivi di disordine.
La emotività del motivo è ben altra cosa dalla serie di emozioni speciali che, in tempo più o meno prossimo alla prima spinta al delitto, destansi nell’animo. Inoltre, lo stadio criminoso della emotività, per chi voglia comprenderne a fondo lo sviluppo, dev’essere esaminato, non solo nel corso ordinario di genesi e di progresso, ma, in singolar guisa, per rispetto alle categorie di delitti ed alla diversità dei motivi capaci ad esercitare un’azione sui medesimi. La emotività, nei delitti di scoppio repentino e tumultuoso di passioni di ira, di odio, di vendetta, non sorpassa la sfera del sentimento; mentre, nei delitti di calcolo e di riflessione, si estende fin nel campo della ideazione. Si prenda in esame il delitto di furto. Il ladro, nel concertare il piano della sua azione, è animato dalla idea di arricchire, la quale idea, alla sua volta, si converte in iscopo o intento del delitto. Chi ben rifletta sul contenuto dinamico dei motivi del furto, si accorgerà di leggieri che questi sono scevri della vivace impulsità passionale propria dei reati d’impeto, causati da odio o da vendetta. Il lato emotivo rilevante, nel furto, è affatto ideale, nel significato d’intento calcolato alla stregua di mero interesse. Ciò costituisce il peculiare stato psichico che io chiamo stato emotivo ideale criminoso, dipendente da bisogni insoddisfatti, da desideri vivi, da speranze o lusinghe di miglioramento di benessere personale.
CAPO IV.
Cenestesi del criminale—Fisio-psicologia dei motivi.
1. Cenestesi o sensibilità generale del criminale.—2. Ontogenesi e filogenesi dell’anima del criminale.—3. Insensibilità e disvulnerabilità dei criminali.—4. La eredità.—5. L’infanzia del delinquente.—6. La teoria psico-fisiologica dei motivi.—7. Efficacia attuale e potenziale dei motivi; concomitanti somatici caratteristici del piacere e del dolore.—8. La dinamica del motivo-idea; specificazione della coscienza criminosa.
1.—Allargando ed approfondendo l’esame della vita psicofisica minore dei criminale, c’incontriamo nel problema della sensibilità generale o cenestesi del medesimo. «Il senso cenestetico—scrive il Bianchi—è la sintesi di tutte le sensazioni, in cui si riassume la personalità organica. Le informazioni di tutte le funzioni organiche, e di tutto il lavoro compiuto dagli organi nelle diverse officine organiche della vita, vengono trasmesse ai centri nervosi superiori. Da tutte le parti dell’organismo, anche le meno importanti e le più lontane, è un continuo flusso di onde nervose che stabiliscono rapporti tra tutti gli organi ed i centri nervosi superiori. A queste si aggiungono tutte le sensazioni specifiche, per mezzo delle quali il soggetto sperimenta una serie infinita di mutazioni per gli immediati contatti col mondo esterno, la cui ultima risultante è la progressiva comprensione del proprio organismo, sempre più distinto nell’ambiente in cui vive, mercè la riproduzione mnemonica di tutte le qualità fisiche del mezzo e delle modificazioni che l’organismo subisce sotto l’influenza degli agenti che operano su di esso»[17].
Questo apparato o composto organico, il cui equivalente psicologico corrisponde alla neuropsiche, quarto grado principale della psicogenesi filetica, è il sostrato della vita psichica di tutti gli animali superiori, non che di quella dell’uomo, la quale, secondo l’Haeckel, «è legata ad un apparato psichico più o meno complicato, e questo si compone sempre di tre parti principali: gli organi di senso portano le varie sensazioni; i muscoli, per contro, determinano i movimenti; i nervi compiono la comunicazione tra i primi e gli ultimi, attraversando un organo centrale particolare, il cervello o ganglio. La disposizione e il funzionamento di questo apparato psichico si paragona comunemente con un sistema di telegrafo elettrico; i nervi sono i fili conduttori, il cervello è la stazione centrale, i muscoli e gli organi di senso sono le stazioni locali subordinate. Le fibre nervose motrici conducono centrifugamente ai muscoli gli stimoli volontari o impulsi, e determinano il movimento con la contrazione muscolare; le fibre nervose sensitive, per contro, conducono centripetamente le varie sensazioni degli organi di senso periferici al cervello, e riferiscono le impressioni ricevute dal mondo esterno. Le cellule gangliari o psichiche, che compongono l’organo nervoso centrale, sono le più perfette di tutte le parti organiche elementari; poichè esse non compiono solo la comunicazione tra i muscoli e gli organi di senso, ma anche le più alte tra tutte le funzioni della psiche animale, la formazione di rappresentazioni e di pensieri ed all’apice di tutto la coscienza»[18].
2.—La cenestesi del criminale, analogamente a quella dell’uomo normale, va considerata sotto il duplice aspetto, ontogenetico e filogenetico. Le conseguenze, che ne trarremo, agevoleranno il còmpito di seguire la formazione dell’anima del criminale nelle fasi d’integrazione fino all’ultimo grado evolutivo di coscienti azioni esterne. Sono nozioni appartenenti alla biologia ed alla psicologia. La biologia ci apprende come tutti i fenomeni di coscienza si connettano alla vita di relazione col mondo esterno; che dal protoplasma alla più elevata funzione cerebrale qualunque cambiamento organico abbia per esponente uguale modificazione integrativa o disintegrativa della vita psichica; che il nesso causale tra lo sviluppo biontico (individuale) e quello filetico (storico), legge suprema d’ogni ricerca biogenetica, ha lo stesso valore per la psicologia, come per la morfologia (Haeckel). Ci apprende eziandio che la sensibilità non sia che carattere di vita degli esseri, e che dal psicoplasma (o sostanza psichica nel senso monistico), dal riflesso o funzione riflessa o, meglio, atto riflesso, alla rappresentazione cosciente ed all’intelletto non evvi che trasformazioni continue di sanzioni soggette alla legge di eredità e di adattamento. La mente, sintesi delle leggi psicologiche, non è in fin dei conti che l’altra faccia della vita e costituisce come un organismo che ha la sua storia evolutiva ed è retta nelle sue esplicazioni da leggi fondamentali comuni alla vita in genere (Bianchi). La concezione unitaria, adunque, o monistica degli esseri ci obbliga a concludere, che la genesi cenestetica del delitto, fenomeno affatto naturale, si connetta alla legge di continuità, o che vogliasi semplicemente riferire alla psicogenia individuale o biontica, o che si estenda alla storia genealogica della specie.
3.—Il Lombroso, riflettendo sulla preferenza singolare dei delinquenti per un’operazione così dolorosa e spesso lunghissima e pericolosa, com’è quella del tatuaggio, e la grande frequenza in loro dei traumi, s’indusse a sospettare in essi una sensibilità ai dolori più ottusa del comune degli uomini, come per l’appunto accade in alcuni alienati, dementi in ispecie[19]. Dall’insieme dei fatti da lui osservati dedusse, in effetti, la verità della tesi, concludendo che la insensibilità al dolore ricorda assai bene quella dei popoli selvaggi che possono sopportare, per le iniziazioni della pubertà, torture non tollerabili da un uomo bianco[20]. Al che si aggiunge una gran forza vitale che ripara prontamente i tessuti in caso di ferite o di lesioni gravi, ciò che Benedick designa col nome di disvulnerabilità[21]. Uguali caratteri si riscontrano nella sfera della sensibilità morale, causa dell’assenza di pietà o della ferocia onde si consumano molti delitti.
Fisiologicamente la spiegazione è nella genesi del dolore, il quale, dipendendo da differenziazione progressiva ontogenetica e filogenetica, pel perfezionamento e sviluppo maggiore degli organi dei sensi, non che per raffinata squisitezza di sentimenti altruistici, nel criminale ha dovuto arrestarsi in un grado molto basso, indice o di forma degenerativa o di reversione atavica ad organismi meno perfetti.
4.—Ontogeneticamente la sensibilità del criminale dipende in primo luogo dalla eredità. È fin dal momento della generazione e della vita intrauterina che le qualità malefiche pigliano consistenza e cominciano a palesarsi. Le leggi della eredità fisiologica e patologica si applicano specialmente alla biogenesi del delitto. Le varietà di risultati, che spesso mettono in dubbio la verità delle leggi generali, dipendono dalla infinita serie di circostanze imprevedibili. Ma la indagine accurata sui germi embriologici del delitto, non trascurando alcuno degli elementi ereditarî ed atavici, i quali potettero influire direttamente o indirettamente sulle qualità acquisite dalla nascita, deve fornirci molti lumi, intorno alla conoscenza delle qualità medesime, senza i quali resteremmo di fronte ad imperscrutabili misteri.
Fin dal momento che la vita individua comincia con la cellula-uovo fecondata o cellula stipite (cytula), i caratteri organici dei genitori si trasmettono nella prole. Il dubbio che ne potrebbe sorgere, secondo che abbiamo detto, è dal non conoscersi ancora esattamente le trasformazioni tutte inerenti alla legge di variazione nei novelli organismi sôrti dalla unione dei germi dei genitori: però eziandio in ciò vige il principio universale dell’unità della vita nello spazio e nel tempo, non che l’altro della varietà con la identità sostanziale degli esseri.
5.—Dalla biogenesi cenestetica del criminale passiamo ai primi stadî di sviluppo, alla infanzia. Qui troveremo analoghi caratteri tra ciò che si osserva nei fanciulli e la delinquenza nei selvaggi. L’imprevidenza, la crudeltà, la insensibilità, l’impetuosità, sono distintivi dell’infanzia del criminale e trovano perfetto riscontro in uomini barbari a livello sottostante alla civiltà. La natura di questo scritto mi dispensa dall’addurre esempî comprovanti l’asserto, i quali, d’altronde, furono così bene raccolti dal Lombroso nel primo volume del suo Uomo delinquente. Concludendo, diciamo, che la genealogia del delitto, sopratutto nelle forme inferiori della vita psicofisica, non deve mai scompagnarsi dagli opportuni riscontri con lo sviluppo delle qualità criminose dell’individuo; i due campi di studî s’integrano e si completano a vicenda.
Vogliamo soltanto aggiungere, che le anomalie di sensibilità, fisica o morale, del fanciullo, più che da costituzione organica, dipendono dalla deficienza o mancanza di discernimento di molte operazioni causanti effetti dolorosi per sè o per gli altri. Molti psicologi dell’infanzia furono sorpresi di atti in apparenza crudeli in fanciulli che, cresciuti in età adulta, diedero prova di squisita sensibilità e tendenze altruistiche. Essi attribuirono il mutamento, in bene, all’opera della istruzione e della educazione. Si ingannarono. La insensibilità era l’effetto dello stato d’incoscienza o di imprevidenza del fanciullo; la qualità opposta nacque dal momento che si acquistò consapevolezza di ciò che equivalga produrre uno stato doloroso. L’attenzione, facoltà molto tarda a svilupparsi; la riflessione, prodotta dalla padronanza negli interni processi di arresto, giuocano influenza massima sui fenomeni di percezioni sensitive: mancando di regola, od essendo molto deboli nei fanciulli, non vi è a meravigliarsi se questi si mostrino così poco sensibili e sì poco inchinevoli alla pietà per i dolori altrui.
6.—Conosciuta la cenestesi del criminale, riprendiamo la trattazione dei motivi, sotto il riguardo della teoria fisio-psicologica. Abbiamo visto che l’azione dei motivi, sulla nostra sensibilità, interna od esterna, obbedisce a leggi affatto dinamiche. Essi, in altri termini, non sono che altrettanti coefficienti di energie.
La loro principale legge è la legge della dinamogenesi, per cui ogni stato di coscienza tende a continuarsi in un movimento. I motivi furono da noi distinti in esterni ed interni. Essi, però, in quanto sono efficienti o coefficienti dei delitti, non sono che equivalenti di sentimenti o di idee. Vedremo, a suo tempo, la natura differenziale delle emozioni criminose, e quanta efficacia abbiano nel predisporre al delitto.
Per ora diciamo, che l’azione dei motivi, con la energia di sentimenti, svolgesi nella regione dei fenomeni affettivi. Senza pretendere, che non ne sarebbe il luogo, di fare distinzioni dei fenomeni medesimi, basterà dire, pel nostro intento, che essi tutti o sono causa di dolore, ovvero di piacere. Ridotta la energia dei motivi alle due forme primigenie della nostra vita emotiva od affettiva, non resta che ricorrere alle leggi generali, onde quelle sono rette, per concludere a nozioni soddisfacenti.
Il piacere ed il dolore sono i due limiti estremi in cui si polarizza la nostra vita. Corrispondono al primo tutti gli stati psicofisici che rialzano la tonalità delle funzioni al grado di maggiore successo, per esuberanza di energia attuale che non superi la media del bisogno e che agevoli l’opera dell’attenzione ad effettuarsi senza incontrare ostacoli.
Corrispondono al secondo gli stati depressivi delle energie psicofisiche; ne sono cause le difficoltà al funzionamento, l’arresto o l’impedimento alla soddisfazione di bisogni, lo squilibrio parziale o totale dell’organismo. Che vi sieno stati interni indifferenti io non ne dubito; ma indifferenti verso chi?—Certo verso il soggetto che non li avverte, non in sè stessi considerati o nelle loro cause. Il passaggio da un estremo ad un altro, in ogni specie di fenomeno, è segnato da punti intermedî. Il campo visivo della coscienza ha dei limiti abbastanza mutabili, che acquistano o perdono estensione a seconda della luce mentale riflessa: ma chi può dire che nei più oscuri confini essa manchi di contenuto; o che, al disotto o nei pressi della sua soglia, non funzionino delle energie di cui non abbiamo neppure il sospetto?
7.—I motivi o agiscono per efficacia attuale o per efficacia potenziale. Diciamo che la efficacia sia attuale allorchè dipende da motivo presente; diciamo che sia potenziale allorchè dipende da motivo trascorso e del quale si serbi ricordo.
L’attualità del motivo ha importanza grande nei delitti passionali o d’impeto, non così nei delitti di calcolo per i quali il materiale dinamico della determinazione consiste nella risonanza piacevole o dolorosa di svegliati ricordi.
Di qualunque genere si consideri il motivo, purchè sia causa di stato piacevole o doloroso, esso si accompagna a concomitanti somatici caratteristici. «Concomitanti somatici—scrive il Bianchi—del piacere sono: aumento della circolazione del capo senza corrispondente aumento della pressione arteriosa (secondo Meynert, il quale ammette dilatazione vasale con pressione arteriosa diminuita); dilatazione volumetrica degli organi periferici (Lehmann); elevazione del polso; acceleramento del cuore; viso raggiante (si dice gonfio dalla gioia); aumento delle sensazioni; rapidità ed energia dei movimenti; aumento della profondità dell’ispirazione, ritmo respiratorio accelerato; aumento della potenza muscolare. Il piacere è dinamogeno.—Concomitanti somatici del dolore sono: diminuzione del calibro dei vasi per contrazione delle pareti vasali; pallore della cute per ischemia; diminuzione di alcune secrezioni (la bocca secca, la scomparsa del latte) e l’aumento di alcune altre (lagrime); costrizione dei vasi polmonari donde quel senso d’oppressione che avvertono tutti quelli che sono sotto la tirannia del dolore; senso di freddo; atonia dei muscoli volontari, donde il capo curvo (curvato dalla tristezza, dice Lange), la faccia allungata; la voce fioca; gli occhi più grandi (maggiore apertura delle rime palpebrali); il dolore è paralizzante»[22].
8.—Allorchè il motivo si trasformi in equivalente ideale, dal campo affettivo passa nel campo percettivo o rappresentativo. All’azione diretta dell’efficacia determinante si sostituisce l’azione riflessa. Il fenomeno è molto complesso e formerà obbietto degli ulteriori studî sul processo formativo della coscienza criminosa. Limitandoci ora alla parte affatto determinante del motivo-idea, non ci allontaneremo dal rapporto puramente causale, che intercede tra la dinamica ideale del motivo criminoso e l’effetto di squilibrio di coscienza.
L’idea, chi lo ignora? è di per sè un composto psichico. I coefficienti sensitivi o fisiologici ne sono la base soggettiva; le presentazioni o percezioni del mondo esterno ne apprestano il materiale. La forza, dunque, integrante o disintegrante dell’idea equivale alla risultante di componenti fusi insieme in fenomeno di tensione sulla medesima linea direttiva.
Scomposta negli elementi, l’idea si risolverà in fattori fisici e psichici assimilati od unificati per coesione immediata o successiva. Ma perchè il motivo-idea pel criminale è causa di squilibrio, a differenza di quanto avviene nell’uomo normale? Perchè l’offesa è respinta sempre con pari o maggiore offesa dall’impulsivo ed è motivo di generoso perdono per l’uomo virtuoso? La risposta è contenuta nelle nozioni svolte intorno allo stato di equilibrio e di squilibrio psichico, non che nelle leggi della dinamica dei motivi criminosi, secondo le quali, nel criminale, la nota culminante dello stato psicofisico è l’anomalia. Manca, non per tanto, un altro dato ai precedenti e qui crediamo utile ricordarlo.
La legge di coesione nelle formazioni psichiche ci dà il grado e la fisonomia di ciascun nuovo composto. Essa, però, è completata dalla legge di continuità nella coesione psichica. Più coesione, più specificazione; meno coesione, meno specificazione (Ardigò). Quindi, date le attitudini del criminale a maggiormente assimilare le energie squilibranti dei motivi, ed a renderne più coerenti gli effetti, lo stato proprio che ne seguirà, di squilibrio, sarà più differenziato o specificato. Nel ritmo psichico le energie seguono la linea di minore resistenza. Il fondo degenerativo del criminale, meno ostacolando il predominio di tendenze malefiche, più ne rende agevole la specificazione; il che vale tanto per la singola formazione psichica, quanto per la continuità della intera vita psichica.
CAPO V.
Il processo cosciente del delitto.
Stadio di formazione.
1. Formazione naturale della psiche.—2. I germi malefici del delitto nei primordi della vita. 3. La genesi di forze antagoniste nella vita di relazione.—4. Il periodo primordiale di tendenze criminose nel fanciullo.— 5. Il secondo periodo formativo della personalità individua del delinquente.—6. La legge di imitazione nell’infanzia del delinquente.—7. La selezione organica degli elementi integrativi del delitto.—8. Il fenomeno della simpatia e le sue leggi—9. Influenza dell’ambiente di famiglia e del fattore economico sul delitto; la educazione ed i pervertimenti ereditarî. —10. Influenza delle necessità sociali.—11. Effetto degenerativo dell’azione suggestiva criminosa.—12. Influenza dei motivi sentimentali che agiscono sulla immaginazione.
1.—La nostra vita psichica non è che un alternarsi di stati di coscienza. Dalla sensazione alla ideazione, dalla volizione all’azione il processo integrativo dell’io si risolve in atti successivi che o si collegano o si elidono o si fondono insieme. La consapevolezza della vita psichica comincia dal momento che lo stimolo, coefficiente dinamico, agendo sulle nostre tendenze ereditarie od acquisite, entra nel campo visivo della coscienza e ne muta la superficie.
Da siffatto momento ha principio la vita psichica con equivalenti paralleli alle funzioni organiche. Da siffatto momento comincia il processo di formazione della coscienza e nel singolo individuo si rendono percepibili le prime distinzioni di qualità destinate ad ulteriori progressi nel tempo.
Chi desideri formarsi esatti giudizî sul perchè di tendenze spiccate ad azioni virtuose o meno, deve, fin da questo primo periodo, dirò embrionale, della psiche, non tralasciare di notare tutti i modi onde l’organismo psicofisico si va formando, e le leggi che ne regolano lo sviluppo.
Avanti ci occupammo della delinquenza nella età dell’infanzia e ne rassegnammo le somiglianze con la natura dell’uomo selvaggio. Simile analogia ontogenetica e filogenetica, in gran parte, ha la origine in germi ereditarî non per anco differenziati per l’adattamento dell’ambiente sociale; ciò che, con l’opera del tempo, molto facilmente potrà avvenire.
Volendo, frattanto, conoscere come, fin dall’indicato periodo, l’anima del delinquente a poco a poco si venga plasmando, egli è d’uopo rifarci alquanto indietro e, ripigliando la trattazione dei motivi o dei determinanti al delitto, vedere quale efficacia essi giuochino in concorso a tutti gli altri coefficienti, esterni ed interni, nel dare il primo contenuto organico alla coscienza.
2.—La forma indistinta delle tendenze ereditarie ci apprende, che nei primordi della vita i germi malefici del delitto siano involuti in centri di energie di natura siffatta da non sottostare necessariamente alla immanenza di speciale differenziazione. La ereditarietà, tuttochè sia la principale scaturigine del bene o del male operato dall’individuo, non è a concepirsi sotto l’aspetto di causa fatale; chè, così dicendo, si trascurerebbero tutti gli elementi di ambiente e di adattamento, i quali concorrono, simultaneamente o successivamente, alla formazione dell’organismo psicofisico. Invece egli sembra più esatto il pensare, che i germi ereditarî o, meglio, le energie costituenti l’organismo dell’individuo, nella loro forma involuta primigenia, diano luogo all’apparire di caratteri che facilmente si confondono insieme ed agevolmente sono convertibili negli atti esteriori.
La inclinazione al mal fare, all’altruismo, alla carità, alla beneficenza sono qualità che in pratica possono effettuarsi in maniere svariate. Mal fa l’egoista, l’ambizioso, il delinquente; eppure non si dirà che l’uno equivalga gli altri. In breve, è verità incontrastabile che la ricerca del male, o etico o giuridico, debba eseguirsi non già in sè o nella essenza organica germinativa, bensì nei primi atti esteriori con note differenziali.
Proponiamoci, dunque, il dovere di vedere perchè ordinariamente nel fanciullo si riscontrino le qualità dell’uomo selvaggio; vale a dire perchè nei primordi della nostra esistenza il delitto rimugghi dal fondo dell’anima e desti l’allarme in chi n’è spettatore.
3.—Il sentimento primo fondamentale della nostra vita è il sentimento di esistenza. Esistere non significa soltanto essere o vivere, ma avere il senso immanente della potenzialità ad agire ed a mettersi a contatto col mondo esterno. Insieme a questo sentimento un altro ne sorge: il sentimento della difficoltà nell’esplicarsi, ossia il senso di ostacoli frapposti al proprio funzionamento organico. È dal contrasto dei due sentimenti suddetti che sorge la prima forma di forze antagoniste nella vita di relazione; è dalle successive vittorie, effettuate dalla potenzialità sugli ostacoli funzionali, che il progresso personale si concreta con gradi vieppiù ascendenti.
Dagli atti riflessi dei primi mesi di vita, del fanciullo, alle azioni reattive contro qualunque ostacolo si frapponga alla soddisfazione dei più vivi suoi desideri, vi sono esempî d’una coscienza automatica ed istintiva ad affermare vieppiù la prevalenza di energia del tutto personale, base della vita incipiente della psiche e della identità dell’io in mezzo alla varietà incessante dei fenomeni. Fra le relazioni interne, o delle funzioni interne, e le relazioni esterne si stabilisce un rapporto sempreppiù costante: più l’ambiente addiviene complesso e più l’individuo, differenziandosi, si organizza, fino a che egli, in mezzo a’ simili, assume fisonomia personale stabile.
4.—Or, considerate il fanciullo nel descritto periodo primordiale di vita di relazione, e vi accorgerete, di leggieri, che, se germi malefici egli ha ereditati, questi faranno la loro prima comparsa nell’accentuare la energia reattiva personale verso intenti per nulla altruisti, con la scelta di mezzi meno adatti all’ambiente civile. In somma, a dir breve, la genesi psicofisica del delitto, mentre biologicamente non si allontana dalle leggi dell’ontogenesi e della filogenesi, leggi comuni a tutte le specie degli organismi viventi, si ricongiunge al principio generale di perenne lotta per l’esistenza, con la prevalenza degli organismi più adatti all’ambiente. Il senso di delitto, a certe azioni eticamente condannabili e legalmente reprimibili, trova la spiegazione giuridica nella necessità dell’ordine sociale: la sua origine naturale deve attingersi direttamente alle leggi della vita ed alle condizioni ond’essa si accompagna pel progresso dell’organismo umano. Data la lotta tra l’energia individuale e le energie antagoniste, si ha contrasto tra stimoli e controstimoli, e l’aumento di potenzialità è a detrimento della possibilità ad essere indirizzati dalla forza degli agenti esterni che, o naturalmente o artificialmente, hanno effetto su noi.
La prima ed elementare differenza avvertita dal fanciullo, nell’apprezzare l’entità d’un’azione, è improntata dall’attrattiva di sentimento piacevole o doloroso. L’ostacolo, un impedimento alle nostre funzioni, reca dispiacere; l’azione istintiva è di allontanarlo. Il contrario avviene con obbietti piacevoli, i quali ci attraggono a contendercene il possesso.
Il sacrificio di astenersi da ciò che piaccia è ben raro che si esperimenti nel bambino. La ragione è perchè esso si connette ad un processo di arresto, che nei primi anni della vita manca in noi. Nel bambino la sensazione del piacere è seguìta immediatamente da impulsione esterna: mancando l’ideazione dell’atto, il fenomeno è semplicemente riflesso ed istintivo.
5.—Formatosi il primo abbozzo della personalità individua, i dati della coscienza si vanno gradatamente aumentando e spunta la prima volta la distinzione in principio semplicemente intuita poi imposta dalla necessità di adattamento tra le azioni lecite e le non lecite o, meglio, tra ciò che è conseguibile e ciò che dev’essere rispettato. Le impulsioni verso oggetti o atti piacevoli sono frenate dal contrasto dei controstimoli, di cui si comincia a percepire la esistenza; il mondo esterno, durante la lotta, è rappresentato con più precise modalità e confini; fino a che, nel ritmo di azioni e reazioni crescenti, non cominci ad apparire la prima forma di equilibrio o di squilibrio.
Il fanciullo, proiettando al di fuori la sua personalità, assorbe dalle personalità altrui le energie similari alle ereditarie o, accidentalmente, acquisite per sopravvenute modificazioni organiche. Di qui i due potenti coefficienti della evoluzione o dissoluzione personale, la imitazione e la simpatia.
6.—Nessuno scrittore, che io mi sappia, ha dato al adeguata importanza alla imitazione quale coefficiente genetico del delitto, anzi quale mezzo principale di organizzazione spontanea della coscienza del delinquente.
La origine della imitazione si connette ad un fenomeno di vera suggestione, che distingueremo col nome di motrice. Ogni atto, anzi ogni pensiero, ogni sentimento implicano movimento o muscolare o cerebrale: movimento che deve trasmettersi esternamente.
I fenomeni telepatici, e ciò che la quotidiana esperienza ci apprende, sono lì per dimostrarci che nei nostri centri cerebrali, ideativi, emotivi o volitivi, si ripercuotono ininterrottamente movimenti che ci vengono dal di fuori e che rispondono alla equivalenza di energie in via di trasformazione. Reciprocandosi, in tal modo, la relazione dinamica tra noi ed i nostri simili, finiamo col prendere le abitudini mentali, le inclinazioni morali trasmesseci a contatto od a distanza. La imitazione è il fatto più complesso del riferito principio. Essa si connette dall’un lato alla energia potenziale delle qualità ereditarie, dall’altro alle influenze attrattive degli atti o delle azioni costituenti l’ambiente morale e civile in mezzo al quale ci esplichiamo.
È sì grande la influenza imitativa che, qualche volta, arriva alla forza di contagio. Tra la infezione delle malattie fisiche e la infezione delle malattie morali evvi sì stretta analogia che quasi noi possiamo, per spiegarcene l’essenza, supporre dei microbi del vizio e del delitto.
Alcuni scrittori, sforzandosi con pazienti osservazioni di costruire una psicologia scientifica dell’infanzia, incorsero nel difetto di origine di porsi sempre da un sol punto di vista; facendo le loro osservazioni e gli esperimenti in ambienti privilegiati, tra fanciulli nati e cresciuti in famiglie civili, con qualità ereditarie normali. Ben altrimenti dovrebbe praticare chi desiderasse formarsi opinioni illuminate sulla psicologia della delinquenza, il cui massimo esponente si ritrova nei bassi fondi sociali, negli ambienti preparati alla fecondazione spontanea dei germi del male.
Non giova farsi illusioni: la vita sociale, come ovunque si svolge, è formata a strati sì differenti tra loro da non permettere neppure la rassomiglianza di analogia. Pensieri, costumi, azioni son tanto diversi dall’uno all’altro strato sociale che erroneo sistema sarebbe quello di confonderne le osservazioni e le illazioni; peggiore il credere di aver conseguito l’intento scientifico col raccogliere dei principî o dei cànoni d’indole interamente relativa, di valore unilaterale.
7.—La imitazione ad assorbire, ad assimilare gli elementi psicofisici del delitto succede, in ambienti adatti, per legge spontanea di selezione organica. Il delinquente, piccolo o adulto, non si accorge neppure delle infezioni malefiche delle quali è la vittima; proprio allo stesso modo onde le più letali malattie ci trasmettono il loro germe senza che ne avessimo consapevolezza. Durante il periodo di incubazione, embriologico del delitto, la imitazione, agevolandoci i mezzi di contatto e di riproduzione dei germi del male, è la via meglio adatta per la trasmissione di energie criminose destinate a causare, nel soggetto passivo, cambiamenti ed impulsioni a futuri delitti.
Per comprendere il meccanismo o la statica e la dinamica della imitazione criminosa, noi dobbiamo ricordare un altro fenomeno abbastanza trascurato in psicologia, il fenomeno della simpatia, sulla quale non a torto Adamo Smith fondava la morale.
8.—La simpatia fisiologicamente si rapporta alla teoria delle azioni riflesse; psicologicamente è l’attitudine a riprodurre in noi i piaceri ed i dolori dei simili; sociologicamente è la base della legge di solidarietà umana; naturalmente non è che uno dei tanti modi della legge universale di attrazione. Le distinzioni, che delle forme svariate della simpatia, massime sotto il riguardo fisio-patologico, fecero gli scrittori, sono argomenti della importanza ad essa generalmente attribuita e dell’obbligo che si ha di tenerne quel conto che effettivamente merita.
Barthez distingue le sinergie dalle simpatie; Tissot le simpatie attive e le passive; Hunter le simpatie per continuità e le simpatie per contiguità. Noi, riferendoci al sistema meccanico unitario, diciamo che anche la simpatia debba spiegarsi con la legge di attrazione di centri di energie e con la più agevole trasformazione di movimenti per le vie di minore resistenza. Quindi è che la simpatia, nelle relazioni con i simili, è la ragione davvero efficiente della imitazione; poichè questa non si verificherebbe se tra esseri consimili intercedesse tale avversione da allontanarci irremissibilmente l’uno dall’altro. In conclusione, e tenuto presente tutto quanto è sopra detto, possiamo tirare l’infrascritta prima legge: L’attitudine ereditaria inclina verso l’azione attrattiva di energia similare per la prevalenza di potere di simpatia. L’osservazione quotidiana è che i simili si attraggono con i simili; tra essi, qualche volta, si desta una corrente di affinità irresistibile. Sono le molecole fisiche sociali, che si attraggono, si unificano per formare l’essere virtuoso o il delinquente: è l’immanente potere della vita nelle variazioni delle forme omogenee ed eterogenee, è la perpetuazione degli individui e delle specie nella selezione continua organica e sociale.
La seconda legge, di evidente applicazione all’ambiente del delitto, è che la simpatia agisce con l’attenuare la forza di arresto delle tendenze antagoniste, col rafforzare la efficacia degli stimoli analoghi tra energie a contatto, con l’abituare l’attenzione a trascurare ciò che meno ci alletta, con l’unificare i motivi sinergici.
Chi abbia l’agio di osservare l’amicizia di individui dediti al delitto, vedrà che tra gli stessi ogni divergenza di opinioni o di abitudini tace allorchè trattasi di stringersi nella vicendevole fiducia di sentirsi adatti a commettere date azioni, e nel suggestionarsi, con sforzi reciproci, a non temere la minaccia della legge o le difficoltà che ostacolano la perpetrazione del reo disegno. La forza di simpatia duplica in ciascuno la spinta al delitto, come smorza o attenua l’opera della controspinta; oltre che fa sorgere un senso di compiacimento per l’opera propria, purchè questa riesca gradevole altrui.
Una terza legge, che nelle osservazioni pratiche potrà tanto giovare, è la seguente: La simpatia, in quanto influisce ad organizzare la coscienza criminosa, distinguesi in individuale o collettiva, diretta od indiretta; la prima attiene alle persone con cui si abbia uniformità; la seconda dipende dalla inclinazione a voler commuovere favorevolmente la pubblica opinione.—L’influsso della pubblica opinione sull’animo del delinquente è di estrema considerazione. Consistendo, d’ordinario, il delitto in prevalenza di forza o di astuzia, porta seco la lusinghiera persuasione del compiacimento di coloro da cui amiamo essere ammirati e dell’ammirazione della generalità degli uomini.
9.—La prima fonte di morale degenerazione è la mal costituita famiglia; il primo rimarchevole fattore è l’economico.
Anche a non accettare le estreme conclusioni del materialismo storico, che coordina tutti i fenomeni sociali al sottosuolo dei rapporti economici e pretende che dall’espandersi delle energie produttive sieno determinati gli incessanti contrasti, cause di cambiamenti nella vita pubblica o privata, egli è ragionevole ritenere che la mancanza o la deficienza dei mezzi necessarî alla esistenza ed alla disciplina delle personali facoltà debba molto concorrere all’arresto d’incremento progressivo dell’organismo fisico e morale. Il problema, tuttochè complesso negli elementi, è di facilissima soluzione a chi attenda a quanto avviene tuttodì sotto gli stessi suoi occhi. La miseria è baratro scavato ai più nobili sentimenti morali, alle migliori iniziative dell’esistenza: è tenebra in cui il lume della intelligenza poco a poco si spegne; è causa di sconforto e di esaurimento per le volontà più robuste e meglio agguerrite. A contatto forzato con genitori scioperati, bevoni, dediti al vizio, al delitto; in mezzo a gente non guidata che da motivi di egoismo; privi di controstimoli o di esempî di virtù; col microbo latente e costituzionale del delitto, chi vorrà pretendere atti onesti da uomini sì sventurati? Aggiungasi l’opera incessante, potente dei pregiudizî, il falso convincimento d’una morale fittizia esclusivista, e si avrà il dato giusto del come e perchè la famiglia sia, nei bassi fondi sociali, la vera scuola della demoralizzazione e degli istinti perversi.—Dimandato F. B., un giovanetto di 17 anni, da me difeso pel reato di omicidio, dopo altre due condanne per ferimenti, perchè mai, senza sufficiente motivo, in tenera età si fosse reso colpevole di delitto sì grave, rispondendomi, mi raccontò una lunga istoria di reati in famiglia, dei quali uno di assassinio commesso dal padre morto in carcere, e concluse: «Che cosa potevo far io se non uccidere il primo che mi avesse offeso?». Difesi, in tempi diversi, sei individui della famiglia D. F., tutti per delitti di sangue: l’ultimo rivoltosi al mio patrocinio, perchè responsabile di ferimento, essendo stato richiamato sui precedenti dei congiunti, mi rispose: «Non è a meravigliarsi; è malattia di famiglia!...».
La educazione può molto modificare i pervertimenti ereditarî, ed aiutare lo sviluppo dei buoni semi: ma per educazione, osserva Lombroso, intendiamo non le semplici istruzioni teoriche che di raro giovano, anche agli adulti, per cui vediamo sì poco approdare la letteratura, i discorsi, le arti dette moralizzatrici, e meno ancora le violenze con cui al più si ingenerano degl’ipocriti, si trasforma non il vizio in virtù, ma il vizio in un altro vizio; bensì una serie di impulsioni, moti riflessi sostituiti lentamente a quegli altri che furono cause dirette o almeno favorevoli al mantenimento delle prave tendenze, e ciò col mezzo dell’imitazione, delle abitudini gradualmente introdotte colla convivenza in mezzo a persone oneste e con precauzioni sapienti per evitare che sorga in terreno adatto a proliferarsi l’idea fissa che vedemmo divenire sì fatale nell’infanzia»[23].
10.—La seconda fonte più abbondante e più probabile di morale degenerazione e di preparazione al delitto è l’ambiente di necessità sociali analogo alla classe a cui ciascun di noi appartiene.
I fattori dell’umano progresso, generalmente intesi sotto il nome comune di civiltà, in quanto sono elementi differenziati di maggiori attitudini nella lotta per la vita portano la conseguenza di accrescere la incapacità di adattarsi alle risorse di cui si contentavano i nostri avi. Indi è che, come bene osserva Féré, la consumazione di alimenti, di eccitanti, di materie d’ogni specie da soddisfarsi si accresce di giorno in giorno.
«Per soddisfare i suoi bisogni incessantemente moltiplicati, l’uomo si esaurisce nella lotta contro gli elementi; ed è per compensare gli effetti di questo esaurimento ch’egli si sforza di chiamare in aiuto delle deboli sue braccia le risorse del suo spirito, le quali dovranno compensare con molteplici invenzioni la insufficienza delle lor proprie forze. Ma ciascun nuovo sforzo di adattazione, ciascun progresso di ciò che noi chiamiamo civilizzazione, è una nuova causa di esaurimento il quale si manifesta ognora con più intensità sugli individui maggiormente indeboliti. Questi individui divengono ben tosto incapaci di continuare la lotta, e soccombono sia a disordini generali della nutrizione, sia a degenerazioni più o meno localizzate, trasformandosi in affezioni organiche diverse o in disordini funzionali con predominio verso l’organo il più debole»[24].
Nelle attuali condizioni di lotta per l’esistenza, in particolare nelle città, è sopratutto il sistema nervoso centrale che sopporta le spese del lavoro d’adattazione; l’esaurimento può risultare tanto per sforzi fisici che psichici. «Uno dei principali effetti dell’esaurimento nervoso è l’incapacità dello sforzo continuato. È vero che per i soggetti congenitamente sani e ben conservati il lavoro eccessivo non determina che una fatica in generale facilmente riparabile; ma, se a questo lavoro eccessivo si aggiungono delle privazioni di ogni sorta, ne segue un esaurimento più profondo e più duraturo, il quale non pure favorisce la discesa individuale, ma ancora prepara le attitudini morbose della generazione seguente. È meno in ragione della fatica personale che in ragione dell’esaurimento ereditario, dello spossamento capitalizzato, che la razza subisce l’imposta progressiva della degenerazione e diviene meno capace di sforzi produttivi»[25].
11.—I moltiplici esempî di vizî e di azioni delittuose agiscono, sulla organizzazione della coscienza criminosa, con la forza di stimoli suggestivi. Nè alcuno più dubita sull’effetto degenerativo della suggestione in ambiente propizio alla germinazione di esempî viziosi. Essa altera profondamente la psiche, producendo perversioni nella sensibilità e nelle più alte funzioni cerebrali; giunge perfino a mutare interamente i caratteri della personalità ed a far sorgere inclinazioni e bisogni per lo innanzi sconosciuti. L’effetto equivale ad una stratificazione graduale di sentimenti e di idee, all’abitudine d’adattazioni coscienti o incoscienti a percepire in diverso modo la realtà, a creazione di poteri psichici difformi dai precedenti, a risultati psicofisici con relazioni ed indirizzi nuovi. Dopo alcun tempo, più o meno lungo, il candidato al delitto si trova preformato e preparato all’esperimento; non mancano che le occasioni, le quali, di certo, non si faranno guari attendere.
Lo avete voi mai osservato quel fanciullo che, poco amante di un’ordinata e costante occupazione, ama spesso sfuggire all’autorità paterna e si abbandona al vagabondaggio; buona parte della giornata, di niente altro preoccupato che di provar gusto nel giuoco, nei piccoli vizî, negli atti di sopraffazione, nell’uso di audace astuzia pel conseguimento di qualche intento, con imprevidenza dell’avvenire, con trascuratezza di ogni atto meritevole di lode? Seguitelo nei susseguenti anni della vita. Egli un bel giorno si ribellerà all’autorità dei genitori; ne schernirà i consigli, acquisterà di sè la coscienza autonoma d’una energia disordinata, in lotta con i freni sociali, con chiunque gli apparisca di ostacolo alla soddisfazione di bisogni resi urgenti dalla eccezionalità di vita. Lo sforzo di vincere le difficoltà, nella lotta impegnata, si traduce in un aumento di pericoli di soccombere, da un istante all’altro, sia sotto la sanzione repressiva della legge, sia sotto la reazione altrui; finisce, però, sempre o con l’esaurire la energia, causando qualche forma di degenerazione, ovvero col trasformare fisicamente e psichicamente il soggetto e spingerlo irremissibilmente nel baratro del delitto. È la storia uniforme di quasi tutti i frequentatori della prigione: dalla vita di disordine si passa al vizio; dal vizio al delitto.
12.—Non poca influenza deve attribuirsi a tutti i motivi sentimentali che agiscono direttamente sulla immaginazione. È incredibile dire quanta forza suggestiva sulla pubblica opinione e sui singoli animi possano esercitar delle credenze artificiosamente o morbosamente ridestate; dei sentimenti di malintesa pietà, di falso entusiasmo, di un’attesa ansiosa, di un volere imposto fin con la costrizione di morale supremazia. Dapprima quello che è impossibile fin anche a pensarsi, appare possibile, ma sotto condizioni eccezionali; poi si rende plausibile con le date circostanze di fatti; indi si ritiene per sicuro, anzi certo, e finisce con l’impossessarsi degli animi e col trascinarli fatalmente là dove la ragione non avrebbe giammai permesso che si arrivasse.
La immaginazione, massimamente se ravvivata dal sentimento, è la facoltà magica che tutto trasforma e colorisce, alcuna volta in bene, quasi sempre in male. Chi potrà mai calcolare l’effetto dinamico, sulla immaginazione di poveri degenerati o deboli di mente, prodotto per la teatralità di drammi giudiziarî dai colori i più foschi, dalle scene le più atroci? Chi è abituato, avvocato o magistrato, nelle aule dei Tribunali e della Corte di assise, ha dovuto, oh! quante volte, accorgersi che di fronte alla figura audace, feroce d’un imputato od accusato, il pubblico minuto di persone indifferenti, di donne, di ragazzi, restava estasiato, ammirato. In quelle ore di pubblico spettacolo, in quel periodo di ansie, di godimento morboso, la coscienza degli spettatori è così suggestionata, è così scossa che, quando si arriva all’epilogo o della condanna o dell’assoluzione, molti buoni sentimenti si saranno affievoliti, correnti passionali han preso possesso della coscienza, germi deleterî di pervertimenti futuri han messo radice: e dire che tutto questo succede perchè la giustizia funzioni!
CAPO VI.
Le norme fondamentali della psicologia criminale.
1. Si riassumono le principali verità in precedenza svolte.—2. Norma che guidar deve la conoscenza dei rapporti interni con i fenomeni esterni; legge principale di anomalia del delitto.—3. L’ordine morale ed il processo di arresto inibitorio.—4. L’autosuggestione motrice; legge della risultante impulsiva al delitto.—5. Rapporti dinamici e logici tra i motivi.—6. Processo organico ed accidentale dei motivi criminosi.—7. Conservazione e sviluppo dei fattori psicofisici del delitto.—8. Legge di atipicità; tipo antropologico del criminale.—9. Disintegrazione dell’anima del criminale; dissoluzione della funzionalità psicofisica organica.—10. In che, psicologicamente, consiste tale dissoluzione.—11. La teoria degenerativa del delitto.—12. La fenomenologia clinica di dissoluzione della personalità.—13. Norma per constatare la ipotesi del processo evolutivo della energia criminosa e la ipotesi d’intervento di qualche affezione patologica; differenza tra anomalia ed infermità; importanza psicologica del criterio della pena.—14. Inefficacia scientifica e pratica delle perizie psichiatriche.—15. Disposizioni dell’articolo 46 e 47 del Codice penale; quali sieno le norme dei periti perchè riescano a constatare le condizioni di integrità psichica necessaria alla imputabilità penale.—16. Necessità, pel perito, di una seria coltura psicologica.—17. In che consistano il metodo di esperimento e quello di osservazione; l’indirizzo sperimentale nei fenomeni psicologici; come debbano servirsene i periti psichiatri.—18. Ragioni di antagonismo tra periti e magistrati: dovere del perito psichiatra; dovere del psicologo e del giurista.
1.—Pervenuti a questo punto sentiamo il bisogno di riassumere le verità che sono la base di ciò che in prosieguo verrà svolto.
Abbiamo detto che il delitto sia un prodotto di attività psicofisica effettuata nell’azione antigiuridica esteriore. Questa attività è sottoposta alla continuità; il suo processo, nel tempo, ha un principio ed una serie di atti consecutivi i quali cessano con la violazione della legge penale. La detta attività, soggettivamente presa, tende alla formazione della coscienza criminosa; gli atti psichici corrispondenti si risolvono nell’associazione di fatti elementari organizzati ed unificati secondo leggi statiche e dinamiche. I fatti psichici criminosi non sarebbero possibili senza il fondo di degenerazione ereditaria o acquisita, senza la divergenza o l’allontanamento dell’attività psichica dalla comune linea di condotta sociale. L’attività soggettiva del delinquente è causata pel funzionamento di un’energia criminosa specializzatasi nella trasformazione, dell’azione esterna o interna dei motivi, in impulsi al delitto; oggettivamente essa consiste nella serie dei fattori fisici e sociali che predispongono l’azione esterna in antagonismo con l’interno processo di arresto inibitorio e con i controstimoli reattivi.
2.—Ammessa l’anomalia del delitto, le leggi che ne accompagnano la genesi e lo sviluppo debbono presiedere fin dai fattori elementari dell’attività psichica; da quando incomincia la organizzazione della coscienza criminosa con integrazione degli elementi costitutivi.
Nella serie dei rapporti interni con i fenomeni esterni, in particolar guisa se trattasi di conoscenza di fenomeni sociali, la norma che ne regola la disamina e la nozione è quella che non si scosta dalla costanza di realtà delle cose. Sorprendere e concepire la realtà dei fenomeni esterni val quanto sentire e rappresentare nel campo visivo della coscienza la identica attualità statica o dinamica di ciò che corrisponde alla verità degli obbietti presi a considerare. Il che, a ben riflettere, non si verifica se le condizioni antropologiche del soggetto non sono in istato di equilibrio funzionale; se tra esse non esiste coerenza di facoltà ed armonia di atti. Or, nella dinamica del mondo psichico in relazione col mondo esterno, l’alterazione di funzionamento avviene o perchè l’obbietto della cognizione non si percepisce adeguatamente per difetto dei sensi, o perchè, percepito, non si assimila che in modo erroneo. L’errore è relativo o alla conoscenza o all’affettività, perchè o nasce da alterazione di nessi di causalità, o è prodotto da esuberanza passionale del sentimento che ci offusca la mente e fuorvia la volontà. Dicendo condotta retta, vogliamo intendere conformazione delle nostre azioni alla realtà delle esigenze sociali: con lo scostarci dalla realtà non soltanto neghiamo implicitamente ed esplicitamente il nesso intrinseco di verità tra le cose, ma ci allontaniamo dalla maniera onde le cose ci si rappresentano.
Ciò premesso, osserviamo che la legge principale di anomalia del delitto è inerente allo stato di squilibrio di coscienza in contatto col mondo esterno; essa si concreta nella tendenza ad alterare l’ordine reale delle cose col seguire dettami di falsa logica. Questa tendenza, che assomma i coefficienti psicofisici degenerativi, si sostanzia nella preponderanza di sentimenti egoistici e nel difetto di adattamento di relazione.
3.—L’ordine morale, o armonia di doveri e di diritti, non è che adattamento di arresto delle tendenze individuali entro i limiti imposti dalla necessità della vita in comune. Nel detto arresto è riposto il fondamento del dovere etico. Chi non possa o non sappia comprenderlo trovasi straniero tra simili: in lui gl’impulsi alla soddisfazione dei bisogni s’impongono senza freno e la vita di relazione si svolge attraverso continui sacrificî della felicità altrui per assicurare la propria. Si consideri la fase evolutiva dell’anima del criminale: ogni tappa sulla via del delitto è segnata da un accumulo e da una scarica di energia; accumulo il quale, in definitiva, non appare altrimenti che quale aumento di attitudine a date azioni esteriori, mediante l’opera dell’adattamento. Gli atti psichici, dalla sensazione alla volizione, sia che integrino o che disintegrino la coscienza, sono riducibili ad accumulo o scarica di energia: in altri termini, essi sono gli equivalenti di stimoli ed impulsioni, isolate od organizzate, nel ritmo perenne della vita dello spirito.
4.—Il processo qui descritto di selezione organica è specialmente l’effetto di autosuggestione motrice. La vita sensitiva e la percettiva, addivenute coscienti, si convertono in cause interne di analoghi atti esteriori. Si giunge così—attraverso mutamenti di coscienza—a rinnovare di continuo la fisonomia della personalità, pur rimanendo integra l’unità sostanziale. Ma questi rinnovamenti non restano inefficaci: essi finiscono con lo scuotere le basi naturali dell’io e col creare delle inclinazioni, dei sentimenti e delle volizioni per lo innanzi sconosciute.
In ciò è a segnalare lo sforzo sopportato per fissare il motivo così da renderlo centro del nucleo accumulativo di energia la cui azione immediata è di mutare i precedenti stati di coscienza nel novello stato che è l’ambiente morale meglio adatto agli ulteriori gradi evolutivi degli interni atti psichici. I modi, onde il novello stato di coscienza si esplica, sono: a) di sopire o reprimere le correnti di attività psichica inerenti agli accumuli di energie di precedenti stati; b) di creare novelli centri di impulsività in proporzione della spinta del motivo; c) di restringere o allargare il campo visivo della coscienza nei confini permessi dalla efficacia quantitativa della energia volontariamente accumulata.
Il motivo, tuttochè sia da noi concepito quale unità astratta, è, a sua volta, risultanza di coefficienti dinamici decomponibili. L’idea di offesa comprende tante idee sottostanti; il sentimento ed il concetto della dignità personale violata, l’ingiustizia dell’atto, le conseguenze del medesimo e via dicendo. «In un pensiero—scrive l’Ardigò—anche singolo, di un uomo, molti e diversi sono gli elementi psichici costitutivi: come gli elementi materiali in ogni individualità fisica. E l’unità propria di un pensiero non è altro che il fenomeno accidentalissimo della concorrenza dei momenti mentali, che entrano a formarlo; vale a dire, in ultima analisi, delle sensazioni elementari e dei tenuissimi risentimenti non avvertiti ed innumerevoli, nei quali ciascuna di esse si risolve»[26]. L’estimare l’idea di offesa nel senso logico di causa a reagire o di forza motrice alla vendetta, trascurando gli elementi onde promana, sarebbe grave errore, poichè si verserebbe nella ipotesi di spiegare l’ignoto con l’ignoto; l’ignoto della ragione del delitto con l’ignoto insito a ciascun elemento inavvertito del motivo impulsivo all’azione.
Raccogliendo le esposte osservazioni e facendone l’applicazione alla nostra disciplina, abbiamo l’infrascritta legge: che nella serie consecutiva di stati di coscienza, per l’accumulo o la scarica di energia criminosa, la risultante impulsiva al delitto è proporzionata alla somma degli elementi psichici del motivo.
5.—Non basta: proseguendo l’analisi degli elementi del motivo, ci troviamo a considerare i rapporti dinamici e logici tra gli stessi. Così, nella idea di offesa, gli elementi sopra enumerati si compongono diversamente tra loro e la diversità trae al risultato: a) di differenza qualitativa o quantitativa del motivo; b) di modalità o fisonomia peculiare del medesimo. Il predominio della idea di dignitá individuale violata, su i rimanenti componenti della idea di offesa, ci trascinerà, per esempio, a ricorrere ad una riparazione per le vie cavalleresche; prendendo la reazione, dirò così, fisonomia più analoga allo stato di civiltà in cui si vive.
Il sentimento di ingiustizia dell’atto, se accompagnato da ambiente morale corretto del paziente, indurrà costui a ricorrere all’ausilio della legge. Ma, data la preponderanza, nell’offeso, di energia reattiva impulsiva, con deficiente potere di arresto, si vedrà subito l’effetto di immediata personale vendetta.
6.—Gli elementi dei motivi criminosi s’integrano per processo organico, ovvero accidentale. L’integrazione organica è per sovrapposizione di fattori similari agli ereditarî. La tendenza ereditaria, per esempio, ai reati di sangue non raggiungerà subito il grado estremo; ma si rafforzerà durante la perpetrazione di reati consecutivi, passando dai delitti di lesioni all’omicidio; il che, nei riguardi della forza dei motivi, vi dice che gli elementi, onde questi si compongono, acquistano efficacia maggiore secondo la progressiva integrazione nel tempo.
La integrazione si concreta o per concezione e discriminazione dei fattori fisici e sociali, o in virtù di esperienza. La serie cogitativa degli elementi del motivo, obbietto della conoscenza, comincia dalla oscura visione d’un mondo, dello spirito, confinante con l’inconscio, e si estende ed eleva alla forma più complessa ed evoluta del pensiero. Ne acquistiamo consapevolezza soltanto dopo che ne concepiamo la forza rinnovatrice di stati precedenti: ciò che ratifica la legge di relatività, secondo il concetto di Bain, il quale ammette che noi non percepiamo una impressione, non diventiamo coscienti senza un cambiamento di stato o d’impressione.
Il processo di discriminazione comincia dal momento che, accumulato il materiale integrativo del motivo, ci sentiamo in grado di porre tra gli elementi una distinzione qualitativa o quantitativa. Colui che voglia dare sfogo all’ira, col far ricorso alla vendetta, dapprima avverte in complesso i coefficienti determinanti all’azione criminosa, non scorgendo innanzi a sè che l’intento d’un castigo da infliggersi all’avversario; poscia egli distingue e misura la importanza (qualità) e la efficacia (quantità) di ciascuno dei detti coefficienti in relazione al fine da conseguire pel mezzo del delitto.
La esperienza completa la discriminazione, dando peso, per la conoscenza degli effetti degli atti a compiersi, al valore rappresentativo e logico di ciascun elemento del motivo. In che mai va riposto questo valore? Nella possibilità maggioro o minore di creare il nesso causale tra la idea astratta del motivo e l’intento ultimo e reale del delitto: possibilità la quale, relativamente alla ricerca della prova, si traduce in quel perchè logico di imputabilità generalmente inteso con la espressione di causale a delinquere.
7.—Un’altra legge qui ricorre: quella di conservazione di sviluppo dei fattori psicofisici del delitto. Lo sviluppo non significa soltanto accrescimento dinamico dei fatti, o aumento della energia risultante pel composto organico degli stati di coscienza; ma significa ben anche maggiore coerenza degli stati di già rassodati.
La educazione morale, abituandoci all’idea del bene, alla pratica della virtù, forma il tipo dell’onesto; l’azione lenta o rapida, che sia, del male, aiuta i germi degenerativi a metter radice e a crescere; il rigoglio, che ne segue, è effetto duraturo di alterazione e ricomposizione di sopravvenuti stati di coscienza.
Insomma, la energia criminosa, conservandosi, non perde le forme psichiche acquisite; onde, in estremo limite, i caratteri differenziati delle specie di delinquenti. È interessante osservare, oltre al già detto, che la enunciata legge di conservazione è soggetta ad un ritmo di qualità morali, che indicherò col principio di compensazione di qualità negative. I termini più opposti e contrarî si compensano con costanza infallibile.
Potremmo tracciare una tabella quasi esatta per scriverci, l’una accanto all’altra, qualità di natura opposta e che pure ricorrono nei singoli individui. La timidezza, per esempio, è compensata dall’astuzia; la mancanza di discernimento e di riflessione è compensata da grande impulsività. Sono osservazioni di pratica comune; caratteristiche non sfuggite a scrittori di antropologia criminale. Ma che questo debba riferirsi ad una legge, non credo sia stato detto.
8.—Avanzandoci nel processo di differenziazione dei caratteri dei delinquenti, comprendiamo che ciò segue un’altra legge, la quale, allontanando i singoli caratteri da quelli della comune degli uomini, ci fa acquistare il concetto più preciso dell’anormalità integrata di ciascuna specie di delinquente. Tale legge la denomineremo di atipicità, appunto perchè per essa il delinquente, differenziandosi dal tipo dell’uomo comune, ne apparisce da questo palesemente dissimile. Quanto più l’atipicità è perfetta, altrettanto si ingenera il tipo antropologico del criminale.
Discutere se questo tipo esista o non esista in forma perfetta, cioè distinto al grado da essere una individualità a sè, è ignorare la relatività delle umane concezioni, delle nozioni scientifiche.—Il diritto penale è il portato della civiltà sociale; esso spunta tostochè le relazioni individuali si tramutano in relazioni collettive, e la idea della difesa personale si allarga fino al concetto di guarentigia dell’ordine giuridico. Eguale processo evolutivo ha subita la idea di delinquente. Dall’inimico individuale al tipo criminale evvi una serie indefinita di concezioni di atipicità, le quali si distinguono a seconda il grado di avanzamento del concetto del diritto di difesa, dalla guarentigia della persona privata, rispetto alla integrità fisica o morale ed ai beni patrimoniali, alla guarentigia delle relazioni tra’ simili e dei bisogni nascenti dallo stato di avanzata civiltà sociale. Dire, dunque, secondo qualcuno, che il criminale rappresenti un tipo a sè e che esso abbia qualità tali da non trovare riscontro se non con folli e degenerati, non altrimenti deve intendersi che nel senso di un essere racchiudente note sì spiccate da indurre se ne abbia speciale concetto antropologico.
9.—Le svolte osservazioni ci agevolano il mezzo onde studiare la psiche del delinquente da un punto nuovo di vista.
Ci siamo sforzati di dimostrare come dalla cenestesi, o sensibilità generale, agli estremi e più complessi atti della coscienza criminosa si proceda per alterna integrazione e disintegrazione, assorbendosi ed assimilandosi i germi malefici ed affievolendosi i poteri morali di arresto, con risultato ultimo di squilibrio funzionale instabile. L’anima del criminale, abbiamo anche detto, si accompagna a forme specifiche di degenerazione; ond’è che molta analogia esiste tra i suoi atti e gli atti di persone affette da affezioni morbose. Anzi alcuni non dissimularono il convincimento che il delitto, in fondo, non sia che una delle tante specie della umana degenerazione, mettendo, così, più in evidenza il lato patologico dello stato psicofisico del criminale, e confondendo questo col pazzo morale e con l’epilettico psichico. Noi, proseguendo il precedente sistema di studi, diciamo che la morbosità del delitto sia un altro lato della genesi e sviluppo di fenomeni psicofisici che, avendo la base in leggi puramente naturali, possono però giungere ad assumere caratteri talmente patologici da costringerci a ravvisarli sotto l’aspetto di vere affezioni morbose. Lo stadio di formazione della psiche criminale, nel processo, dirò, ordinario, non è che graduale trasformazione evolutiva di una energia che, messa in moto dalla dinamica dei motivi, si organizza in istati specifici di coscienza ed è la causa di azioni la cui equivalenza morale è nella negazione della condotta comune informata a principî di ordine sociale.
Ma—dato che il lato degenerativo del delitto si accentui ed affetti sì il delinquente da trasformarlo in soggetto del tutto patologico—la conseguenza è di assistere, non più a processi evolutivi della energia criminosa, ma ad uno stadio di dissoluzione psicofisica. Anche nel delitto, dunque, e negli analoghi stati psichici, ha vigore la legge della evoluzione e della dissoluzione; legge universale degli esseri inorganici, organici e superorganici, ed a cui dobbiamo riferire le nozioni della nostra disciplina se non vogliamo che essa si distacchi dalla conoscenza unitaria fondamento dell’odierno indirizzo positivo scientifico.
Vi sono forme fisiologiche e forme patologiche del delitto; la distinzione serve a farci meglio apprendere il doppio lato dell’identico fenomeno, non che il grado minore o maggiore del germe degenerativo fondamentale del medesimo.
Delle distinzioni, per esempio, fin’ora seguite di delinquente di occasione e di delinquente nato o epilettico psichico o pazzo morale, possiamo ritenere che la prima specie risulti propriamente dalla forma comune fisiologica di manifestazione della energia criminosa: non così la seconda specie che si sostanzia nello stato morboso di evidente dissoluzione della funzionalità psicofisica organica.
10.—In che, psicologicamente considerata, consiste essa mai questa dissoluzione?
Abbiamo detto che lo stato interno normale del delinquente sia contraddistinto da squilibrio funzionale instabile; ne abbiamo inferito che da ciò appunto nasce il carattere di anomalia del delitto. Ora, ammesso il caso di malattia ereditaria od acquisita, che, aumentando l’effetto degenerativo di germi criminosi, giunga ad alterare talmente l’organismo da invertire o pervertire completamente lo stato funzionale psicofisico, si avrà, in conseguenza, che lo squilibrio instabile addiverrà stabile e l’anomalia si convertirà in affezione morbosa.
Krafft-Ebing scrive: «Tra gli arresti di sviluppo e le alienazioni mentali v’ha un gruppo intermedio che comprende delle forme psicopatiche le più svariate a seconda dei varî individui. Esse, in rapporto con le malattie mentali propriamente dette, vanno considerate come dei semplici vizî di conformazione, e tra questi e quelle intercorre la stessa differenza che passa tra una anomalia di sviluppo ed una malattia. Del resto, la parentela che queste speciali forme, di cui veniamo ad occuparci, hanno con le malattie mentali è dimostrata prima di ogni altra cosa dal fatto che quelle molto spesso rappresentano il rudimento, il periodo premonitorio, od uno stato di transizione alle psicosi vere e proprie. Immenso è il pericolo che corrono questi individui di perdere il labile equilibrio. A ciò portano facilmente le critiche situazioni nelle quali essi facilmente si trovano a causa della loro stravaganza e del deficiente adattamento alla vita sociale, in dissolutezze di ogni genere (eccessi sessuali, alcoolici, ecc.), ai quali essi sono singolarmente predisposti a motivo della deficiente evoluzione del loro carattere, dell’astenia del loro sistema nervoso e dell’anomalia della loro vita istintiva, ed in fine a causa delle passioni e delle nevrosi le quali rappresentano una delle molte manifestazioni della labe organica da cui sono bollati.—Ora, appunto per il fatto che le loro funzioni psichiche più elevate in parte non hanno raggiunto la loro maturità di evoluzione ed in parte sono foggiate in modo pervertito; e altresì per il fatto che in conformità di ciò questi individui deviano dal normale sviluppo psichico e da ciò che costituisce il normale processo di formazione della individualità psichica, essi si possono designare come dei degenerati e l’anomalia della loro esistenza psichica come una degenerazione psichica.—Questi stati degenerativi hanno dei punti di ravvicinamento e di transizione negli stati d’arresto di sviluppo, inquantochè anche in quelli si tratta, in definitiva, di un cervello in via di sviluppo che in questa sua evoluzione naturale viene disturbato per delle cause organiche. Per altro, questo danno che il cervello viene a risentire non ne ferma addirittura l’ulteriore sviluppo in modo da portare per effetto finale la idiozia o una imbecillità; chè anzi permette che esso sviluppo progredisca; soltanto ciò avviene in una direzione morbosamente pervertita e spesso in maniera incompleta. Questo disturbo della evoluzione cerebrale, pur non portando, come dicemmo, ad una vera e propria debolezza mentale (a meno che nei casi in cui trattasi di forme di transizione), rende difettoso lo sviluppo delle funzioni psichiche più elevate (giudizio, sentimenti ed idee morali). Mentre il processo formale della ideazione può essere risparmiato, la elaborazione delle intuizioni fondamentali ed universali superiori, sia nell’orbita della morale che in quella della ragione e che guidar debbono un ben determinato volere, è incompleta e non può farsi addirittura.
Ne risulta che in questi individui manca il carattere e lo spirito di penetrazione del valore, dei doveri e dell’importanza della propria esistenza. Le conseguenze psichiche di ciò sono la inettitudine a raggiungere ed a mantenere una posizione nella società; la incapacità a pensare e ad agire con salda energia e con coscienza sicura dello scopo a cui mirasi, ad utilizzare i mezzi, come, ad esempio, il danaro, a conseguire uno scopo elevato nella vita; la incapacità a condursi secondo i dettami della morale, con il pericolo di dover soccombere ad istinti immorali ed anche criminosi, i quali, per giunta, per lo più sono pervertiti e si fanno sentire con una potenza veramente morbosa. Il pubblico non vede in questi individui che dei vagabondi, della gente di scarsa moralità, degli scialacquatori, dei delinquenti; l’uomo di scienza, invece, vi riscontra le stigmate di un infralimento delle funzioni psichiche più elevate, il quale può a volte aver i caratteri di una vera e propria imbecillità.—Questi stati degenerativi si distinguono poi dalle psicosi—quali malattie acquisite di un cervello che nella maggior parte dei casi ha raggiunto il suo completo sviluppo e che fin qui ha funzionato normalmente,—per il fatto che sollecitamente e stabilmente le funzioni psichiche si alterano, per il sopravvento che le anomalie dei sentimenti superiori e degli istinti ed in generale del carattere prendono sopra i fenomeni intellettuali (imbecillità, delirio, illusioni sensoriali); però anche sotto questo rispetto è da avvertire che talvolta trovansi delle sfumature e delle forme di transizione per il fatto che su questo fondo degenerativo si possono sviluppare, sia a mo’ di episodio o come forme terminali, delle psicosi. Talchè può dirsi che in questi stati degenerativi l’intimo nucleo della personalità psichica venga colpito mentre trovasi in via di sviluppo»[27].—Ed il Sergi: «Di che parlano quelle anomalie, quelle deformità, quegli stati morbosi, quelle perturbazioni funzionali, quando s’incontrano nel delinquente? di che sono indizio? Ricerchiamo. O l’organismo psichico non si è mai formato, o è in dissoluzione; manca l’equilibrio delle funzioni e manca assai spesso qualche elemento integrante dello stesso organismo psichico. Il carattere o non esiste affatto, o è a frammenti, mescolati i nuovi coi vecchi strati e confusamente. La condotta diventa frammentaria e perciò squilibrata. L’organismo psichico, cioè, non è normale, quando non è normale il fisico; l’abnormità totale o parziale di questo apporta abnormità analoga in quello: ciò è una condizione morbosa»[28].
11.—La unilateralità della teoria degenerativa del delitto segna una fase dell’antropologia criminale, con i nomi, specialmente, del Morel, Lucas, Ferrus, Despine, Thompson, Wilson, Nicolson, Maudsley, Féré. Oggi appena, con i progressi fatti dalla psicologia sperimentale e dalla psichiatria, i due campi dell’antropologia criminale, il psicologico ed il patologico, hanno proprî confini delineati. È quindi oggi possibile integrare le cognizioni tutte scientifiche intorno alla psiche del delinquente, seguendone le ricerche funzionali nella fase affatto normale o fisiologica e nella fase patologica, nello stadio di evoluzione e nello stadio di dissoluzione.
12.—La fenomenologia clinica degli stati morbosi, a cui si riferisce la fase degenerativa di dissoluzione della umana personalità, è svariatissima quant’altra mai. La ereditarietà ha importanza principalissima, fino ad ammettersi che vi sieno intere famiglie fatalmente destinate alla degenerazione criminosa. Nel campo della funzionalità sensitiva spesso verificasi una abnorme suscettibilità; dal lato sensoriale si trova la propensione alle iperestesie, fin anco alle allucinazioni, ed una accentuazione estremamente energica e talvolta anche pervertita (idiosincrasia) delle percezioni piacevoli o spiacevoli; in ciò che si riferisce alla funzionalità vasomotoria si manifesta il labile equilibrio dei centri nervosi; dal lato della motilità si riscontrano, quali residui del disturbo funzionale indotto da quei processi morbosi che colpirono il cervello durante la vita fetale o l’età infantile, il nistagmo, lo strabismo, le paralisi spastiche, gli accessi epilettici ed epilettoidi, ecc.; oppure, quali estrinsecazioni di una reattività convulsivante agli stimoli sensitivi, le smorfie della faccia, il tic convulsivo e via dicendo (Krafft-Ebing).
Nel campo della ideazione manca la coordinazione, la coerenza; vi è, ora sistematicamente ora ad intervalli, insorgenza di idee coatte, di intenti fissi o a sbalzi, senza motivi o interesse reale.
La vita affettiva è disturbata da impreveduti turbamenti, da morbosa eccitabilità, che dà luogo, il più delle volte, a passioni impulsive, ad atti irresistibili. Nell’animo di cotesti degenerati ora evvi la calma ed il sereno, ora la tempesta e l’uragano: manca il centro sicuro di gravità delle correnti psichiche, manca qualunque freno morale. La facoltà che più se ne risente è la volontà, che è debole, ed obbedisce alla azione rapida di stimoli accidentali, in forma esplosiva; ovvero mostra impronte di tanta apatia ed indifferenza da far sospettare che qualunque energia personale siasi spenta. Il delitto, che sì di frequente corona l’opera disordinata di costoro, finisce col concorrere a prestare le occasioni di più celere dissoluzione psichica. La vita in prigione, tra stenti, al contatto di altri degenerati, che facilmente si prestano a porgere l’esempio e le istruzioni del male, crea l’ambiente meglio adatto di pericolosissimo contagio morale, le cui tracce restano, durante la vita seguente, a maggiormente disintegrare le poche attitudini che ancora rimanevano in istato di integrità.
In generale, la media della intelligenza—nei degenerati—delinquenti—è molto bassa. Molte volte noi ci inganniamo alle apparenze. Confondiamo l’intelligenza con l’astuzia, con l’avvedutezza nel disimpegno di peculiari atti della vita. Chi è abituato, però, a frequentare la popolazione carceraria, ed a studiarla, si accorge subito che la media dei delinquenti è affetta da palese depressione psichica e che coloro, i quali mostrano maggiori anomalie fisiche teratologiche od atipiche, sono anche meno adatti ad un’associazione ideativa coordinata o ad atti volitivi coonestati da intenti logici. «Malizia, simulazione ed insensibilità—scrive il Marro—sono i tratti caratteristici di questi miserabili, discendenti quasi sempre di genitori alcoolisti, neuropatici od alienati. Le sorgenti dell’affettività sono in essi pressochè inaridite: disamorati della famiglia, incapaci di amicizia ai compagni, essi sono indifferenti per lo stesso loro benessere, che ogni momento compromettono, ed incuranti della propria vita, di cui per un nulla tentano spogliarsi col suicidio. La loro esistenza segna un tormento continuo per tutti; per le famiglie cui procurano mille angustie, non che per la società che è continuamente minacciata dalle stranezze dei loro impulsi; ed in carcere, dopo avere stancate guardie e direttore, vengono colle loro finzioni e simulazioni a mettere in imbarazzo il medico, il quale, mentre le scopre, è obbligato a riconoscere l’anormalità del loro stato psichico ed a tenerne conto nei giudizî che emette su di essi, non che nel trattamento che adotta a loro riguardo»[29]. Son cotesti i caratteri spiccati della forma più culminante della dissoluzione psichica, la forma della pazzia morale. Essa, secondo le osservazioni fatte dal Marro e che corrispondono a verità, è così connaturata coi delinquenti che il numero dei pazzi, a stretto rigore, abbraccierebbe buona parte di quanti frequentano il carcere.
13.—Il psicologo criminalista, contemplando il delinquente nella doppia fase, di uomo il cui organismo psicofisico si distingue per speciali anomalie e di un degenerato affetto da grado più o meno di dissoluzione, ha il dovere di domandarsi: come si farà a porre un criterio teoretico il quale riesca sufficiente, nella pratica, a far bene indicare quando, per assodare la causa del delitto, si debba far ricorso al processo evolutivo di energia criminosa, e quando si debba accontentarsi di constatare l’azione morbosa di qualche affezione patologica? Ben osserva il Maudsley, che come in tutti i fatti naturali v’hanno gradazioni d’intelligenza dal genio all’idiozia, così ancora, secondo la legge naturale, v’hanno gradazioni della forza morale fra la suprema energia d’una volontà ben costrutta e l’assenza completa del senso morale. Ed in oltre, egli aggiunge: fra il delitto e la pazzia corre una linea intermedia; da una parte osservasi poca pazzia e molta perversità; dall’altra è insignificante la perversità e tiranna la pazzia[30].
Insomma, ritornando a quanto già scrivemmo, lo squilibrio psicofisico, caratteristica del delinquente, allorchè si arresta a semplice anomalia funzionale o percettiva o di stati di coscienza, ci faculta a servirci delle comuni nozioni che sono il fondamento della imputabilità; se poi esso giunga a prendere le parvenze di stato patologico, effetto di disintegrazione psichica morbosa, ci costringe a ricorrere al giudizio peritale del medico, con previsioni di trovarci dinanzi piuttosto ad un infermo che ad un delinquente.
Ma—si aggiungerà—e qual’è la differenza tra anomalia ed infermità? Comincio con l’accettare quanto scrive il Maudsley a proposito della nota zona intermedia tra pazzia e stato di ragione, e che essa sia popolata da così fatti equivoci che mette bene studiare. «A nostro avviso—la conseguenza d’un simile studio, sebbene a tutta prima sembra miri a cancellare distinzioni da tutti accettate, e a rendere incerto ciò che prima appariva sicuro, non può che riuscire ad una reale utilità. L’esperienza giornaliera ci addita come molte persone, senz’essere pazze, presentano talune originalità di pensieri, di sentimenti, di carattere che le fan ben spiccare dalla comune degli uomini e le rendono oggetto di rimarco. Può darsi che queste persone divengano o non divengano mai pazze, ma esse discendono da famiglie in cui esiste o la pazzia o qualche altra affezione nervosa; esse, infatti, portano nel loro carattere l’impronta della loro peculiare eredità: hanno un temperamento nervoso particolare, una certa nevrosi, e talune altre ancora un temperamento più peculiarmente pazzo, vale a dire una nevrosi mattesca» [31].
Ritenuta la continuità di processi psicofisici dallo stato normale all’esquilibrato ed al patologico, a meno che non ricorrano casi spiccati e tipici da non farci dubitare del grado cosciente di azione nella perpetrazione del delitto, il criterio da seguire, in pratica, credo che debba, a posteriori, attingersi da una nozione estranea alla diretta indagine del delinquente, dalla nozione della pena. Il perito, il magistrato, invitati a pronunciarsi sulle condizioni fisiche e morali d’un delinquente, sono obbligati, mercè il cumulo di fatti che potranno assodare, di risolvere il quesito, se, nella specie, trattisi di fatto imputabile e punibile penalmente, ovvero se trattisi di atti che si rapportano ad una causa morbosa, priva delle qualità necessarie perchè si ricorra a mezzi repressivi. Assunto gravissimo, siccome ognun vede; ma che, con l’uso dei mezzi sperimentali o peritali, onde disponiamo, può essere conseguito con speranza di molta esattezza.
Il criterio della pena, innanzi enunciato, è criterio, oltre che giuridico, sopratutto psicologico; perchè esso implica il concetto che, e riguardo all’individuo e riguardo alla società, sia vano ricorrere a mezzi repressivi nel caso che l’individuo, incapace a comprenderne e risentirne la efficacia, non ne otterrebbe alcun utile; e la società, in contemplazione della incoscienza del soggetto, ne risentirebbe piuttosto pietà e repugnanza. Anzi, il criterio psicologico ne avverte che la pena, in esseri degenerati o mentecatti, è nuova cagione di danno all’individuo e di pericolo alla società; all’individuo che, nell’ambiente propizio del carcere, perverrebbe al risultato di definitiva dissoluzione psichica, ed alla società che da un essere di simile specie dovrebbe, in avvenire, temere maggiori delitti. Non sarà mai proclamata abbastanza la verità, che rischiarar deve l’attenzione di ognuno sulla necessaria instituzione di ricoveri di cura di uomini la cui eccezionale natura degenerata attende dalla scienza e dalla pratica illuminata i pronti rimedî! La legge repressiva, la pena per costoro non ha effetto di sorta, quando pure non concorra ad esserne di nocumento. Il pubblico, che assiste nelle aule di giustizia, il magistrato che pronuncia la sentenza, pur troppo si accorgono della differenza onde la pena è accolta da molti condannati: essi ciò chiamano cinismo, depravazione morale!—Nessuno, o qualcuno appena, si accorge che il presente stato di indifferenza cinica sia causato da incoscienza; da sì profondo ottundimento morale che non lascia neppure il modo, al disgraziato, di comprendere quanto avvenga a lui dintorno. Non una, ma tante volte, dopo grave condanna, il detenuto è stato condotto via tra la curiosità ed i lazzi del pubblico: il dì seguente—dopo 24 ore!—recatomi in carcere a porgere la parola di conforto al misero, che indarno io cercai dimostrare ai giudici trattarsi di epilettico o di pazzo morale, egli, tra lo stordito e l’apatico, mi ha dimandato quale condanna si abbia ricevuta, non avendo nulla compreso della sentenza del tribunale!
Le guardie carcerarie, se dotate di alquanta coltura e sano discernimento, hanno intimo il convincimento della inutilità della pena per la maggior parte dei detenuti. Essi sanno che costoro, nelle carceri, sono il tormento dei superiori: la disciplina, per loro, è motivo non di freno ma di intemperanza, di stranezze, di atti pazzeschi. Molte volte, per liberarsene o aver tregua, li assegnano nelle infermerie dove il detenuto è trattato da infermo, mentre non ha mali apparenti; trova, però, la calma relativa, vivendo lontano dagli incentivi ad esaltarsi, a commettere atti pericolosi verso le persone con cui tratta.
14.—È utile aggiungere alcune altre osservazioni, che riflettono sopratutto il modo onde generalmente si suol procedere alle perizie psichiatriche su delinquenti il cui stato di mente offra dei sospetti di infermità. Oggi, in generale, i cultori di psichiatria comprendono il dovere di erudirsi negli studi di psicologia per le ricerche da praticare sugli stati mentali dei soggetti loro affidati. Ma, oh quanto talune perizie lasciano a desiderare di esattezza scientifica e di chiarezza di vedute!—Ordinariamente gli esami procedono piuttosto bene nella constatazione delle misure antropometriche, delle rilevanti note somatiche, della vita psichica minore (sensibilità, emotività, affetti, sentimenti); ma quando si passa alla vita psichica superiore, a dover assodare la maniera onde funziona la coscienza, la intelligenza, la volontà, i periti psichiatri, se non posseggono soda coltura psicologica, incorrono in inesattezza ed errori da meritare il biasimo del giudice, chiamato, sui lumi da essi forniti, a decidere sulla imputabilità del prevenuto. Lo stesso Lombroso, che con l’ultimo suo libro dal titolo «La perizia psichiatrico-legale» si è proposto di assegnare i cànoni ed i metodi da seguire nell’esame peritale dei delinquenti, è abbastanza limitato nella parte psicologica. Egli dà molto rilievo alla scrittura, alla pronunzia, alla misura dell’emozione e riflessi vasali; alla attenzione; alla suggestibilità visiva; alla misura del campo appercettivo; alla memoria, ed a niente altro! Dovremmo concludere che, a seguire i dettami peritali del Lombroso, ben scarso materiale psicologico avrebbe a sua disposizione chi volesse risolvere, nei singoli casi, il problema della responsabilità.
15.—L’ultima conclusione, cui deve tendere il perìto psichiatra, nel campo psicologico, è di risolvere il problema giuridico col constatare se nel fatto in esame esista o non esista punibilità per colui che n’è autore, tenuto conto del suo stato di mente. Acciò si riesca nell’arduo còmpito, è necessario che, prima di qualunque altra nozione, il perito abbia il concetto esatto del contenuto giuridico degli art. 46 e 47 del nostro Codice penale. Nel primo articolo è detto: «Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza o la libertà dei proprî atti». La parola mente, giusta quando scrisse il Zanardelli, va intesa nel suo più ampio significato, sì da comprendere tutte le facoltà psichiche dell’uomo, innate ed acquisite, semplici e composte, dalla memoria alla coscienza, dall’intelligenza alla volontà, dal raziocinio al senso morale. Il legislatore, con la formola sanzionata, non ha voluto, dunque, indicar altro se non uno stato psichico affetto da tale malattia che tolga il funzionamento di qualcuna o di tutte le facoltà onde promana la consapevolezza dell’atto antigiuridico e la libera esplicazione della volontà. Chi non ha compresa la natura criminosa di ciò che operava o, per forza irresistibile impulsiva, non era in condizione di far uso dei poteri inibitorî, non deve rispondere penalmente del suo operato: egli è un povero infermo, non un delinquente.
Il perito, usando delle cognizioni tecniche, desunte dalla psichiatria, ha il dovere, primamente, di constatare l’esistenza d’una malattia, fisica o psichica, che affetti il funzionamento cosciente ed affettivo del soggetto; e non basta: dopo di aver fatto questo, egli entra nel dominio esclusivo della psicologia, perchè è chiamato a dire se e fino a che punto lo stato morboso abbia agito sugli atti coscienti e liberi. Poichè, o lo stato morboso è sì grave da far scomparire completamente la imputabilità penale dell’atto, e quindi la responsabilità, e si versa nella ipotesi dell’art. 46; ovvero esso è tale da scemare grandemente la imputabilità, senza escluderla, e si versa nella ipotesi dell’art. 47. Riassumendo, dunque, il problema complesso, la cui soluzione formar deve il còmpito del perito, diciamo che questi debba: a) intendere chiaramente il disposto di legge, sulla cui base il giudice è necessitato di far ricorso al di lui giudizio tecnico; b) indagare se nel soggetto si riscontri, o non, una malattia la quale interessi il suo funzionamento psichico; c) determinare la facoltà lesa o, meglio, quale regione cerebrale e quale serie di atti psichici ne risentano la patologica influenza; d) dire il grado maggiore o minore della malattia e della sua influenza; e) esaminare se la detta influenza si versi nel campo della coscienza od in quello della volontà, e se produca l’effetto di alterare, di restringere, di sopprimere il primo, annullandone la interna visione; od anche di turbare il secondo sì da abbattere e distruggere il potere della pienezza di arbitrio.
A prescindere dalle cognizioni tecniche attenenti alle forme molteplici di malattie che affettano la sensibilità, la ideazione, l’attenzione, la emotività, la personalità, la volontà, la libera o spontanea esplicazione degli atti interni; il perito, nel risolvere il problema psicologico, cioè il problema del funzionamento normale o meno della coscienza e della volontà, non che il grado di responsabilità soggettiva dell’atto formante obbietto d’imputazione, deve a) aver chiare ed esatte nozioni psicologiche sulle leggi onde si producono e si effettuano tutti i fenomeni interni, dalla sensazione all’ideazione, dall’attenzione al giudizio, dalla riflessione alla volizione, dalla consapevolezza dell’io alla sua spontanea manifestazione nel mondo esterno; b) saper cogliere il motivo vero dell’azione incriminata, misurarne ed apprezzarne l’efficacia dinamica in relazione agli stadî di coscienza del prevenuto; c) mettere in palese, non solo il rapporto logico tra il motivo e l’azione, ma ancora lo stato funzionale della coscienza e della volontà circa l’effetto esercitato dal motivo o isolatamente (ipotesi di responsabilità) o in concorso con cause patologiche (ipotesi di irresponsabilità), per concludere alla normalità o non degli atti psichici ed alla spontaneità (libertà) dell’azione, ovvero al carattere di necessità della medesima.
16.—Donde trarrà il perito le cognizioni utili ed i metodi per riuscire nell’intento di risolvere il problema concernente lo stato psichico del prevenuto, non che le condizioni di responsabilità per l’atto da lui compiuto? Dai sommi scrittori di psicologia. Ma non è sufficiente; chè, in complesso, i risultati della odierna psicologia, per quanto ammirevoli, non sono poi tali da suffragare abbastanza tutte le esigenze pratiche a cui deve giungere l’esame peritale. Per provare l’asserto e perchè nello studio del delinquente si abbia il concetto dei giusti confini, entro i quali debbono limitarsi le pretese del perito, ci permetteremo, a compimento di questo capo, di tracciare sommariamente le nozioni alle quali deve farsi ricorso se vuolsi avere i criterî scientifici in materia di coltura generale psicologica.
17.—Qualunque fenomeno psichico è di sua natura un processo composto risolvibile in elementi. Anche in ciò evvi la riprova d’una legge fondamentale di natura, che ogni parte sia un tutto e che ogni tutto sia il prodotto di parti; non solo, ma che ogni formazione naturale sia il risultato di unità relative. Così, i primi elementi psichici, secondo l’Ardigò, sono i proestemi, le sensazioni minime, i dati ipotetici non sperimentabili direttamente e che entrano nella somma di ciascuna sensazione da noi percepita.
La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici dell’esperienza ma l’esperienza generale nella sua natura immediata, non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi e pel causale collegamento di essi (Wundt).
Due sono i metodi, di cui dispongono le scienze naturali, l’esperimento e l’osservazione. L’esperimento consiste, giusta le definizioni del Wundt, in un’osservazione, nella quale i fenomeni da osservare sorgono e si svolgono per l’opera volontaria dell’osservatore; l’osservazione, poi, in senso stretto, studia i fenomeni senza un tale intervento dello sperimentatore, ma così come si presentano all’osservatore nella continuità dell’esperienza.
L’indirizzo sperimentale (e vedremo fino a che punto) nei fenomeni psicologici è tutto una conquista dell’odierno positivismo filosofico.
Esso, per non parlare che dei fondatori, si deve sopratutto all’opera di Tetens, del Weber, del Fechner, del Wundt. Gli esperimenti che si eseguono nei laboratorî sono di due specie; alcuni attengono alla misura della sensazione ed all’esame delle rappresentazioni, rientrando nel còmpito della psicofisica; altri si estendono ai processi psichici più complessi ed interessanti, formando materia della psicometria. L’indole del mio libro mi dispensa dal rassegnare tutti i sistemi pratici che si tengono per constatare le leggi, a cui obbediscono i rapporti tra gli stimoli e le sensazioni, le rappresentazioni di spazio e di tempo; non che dal ricordare che, con l’uso degli esperimenti psicometrici, si pervenga a misurare il cosidetto tempo di reazione, l’estensione della coscienza e dell’attenzione, i processi mnemonici ed associativi. Il Wundt pretende che la psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi psichici, è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica e la fisiologia. Egli spiega: «Una sensazione si presenta in noi sotto condizioni favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata da uno stimolo esterno; una sensazione di suono, ad esempio, da un movimento sonoro esterno, una sensazione di luce da uno stimolo luminoso esterno. La rappresentazione di un oggetto è originariamente determinata da un insieme sempre più o meno complesso di stimoli esterni. Se noi vogliamo studiare il modo psicologico in cui sorge una rappresentazione, noi non possiamo usare alcun altro metodo che quello di imitare questo processo nel suo svolgimento naturale. In questo modo abbiamo il grande vantaggio di potere volontariamente variare le rappresentazioni stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli agenti nelle rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione dell’influenza che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto. Le rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione, ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra volontà produrremo quelle impressioni che, secondo l’esperienza, sono regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non vi è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia possibile usare il metodo sperimentale ed egualmente alcuno per la cui ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche»[32].
Io non oso contestare al Wundt quanto egli ritiene nel campo della psicologia generale; forse qualche eccezione va fatta per i sentimenti e la volontà; ma, ripeto, fino a che noi versiamo nell’esame di processi psichici comuni, il metodo sperimentale riuscirà di inestimabile vantaggio. È lo stesso per i processi psichici criminosi?
I periti psichiatri se ne servono, con buon risultato, nell’esame della vita psichica inferiore (la sensazione, la emotività, l’appercezione, la memoria); ma che diremo delle applicazioni da essi fatte nel dominio della intelligenza o della coscienza, e tanto più nel proporsi l’intento di risolvere il quesito psicologico-giuridico intorno alla responsabilità del prevenuto pel reato da lui commesso? I periti, di consueto, credono di aver adempito al dovere se, con adatti istrumenti, abbiano avuto i dati psicofisici del soggetto; convinti che gli atti di coscienza, di intelligenza o di volontà non dipendano che dalla vita fisica, o che il parallelismo psicofisico si estenda, non solo ai processi sensitivi ed appercettivi, ma eziandio a tutti gli altri che costituiscono la nostra vita psichica superiore. L’errore non è perdonabile. Poichè la vita dello spirito, nella crescente evoluzione delle funzioni coscienti, si appalesa di grado in grado più svariata, più complessa: dagli elementi protoestematici, o dalle impercettibili e minime sensazioni, alle più alte concezioni dei rapporti causali tra le cose ed alle ideali aspirazioni d’un bene altruista, vi è, è vero, continuità di processi, ma vi è puranco sì differenziata distinzione qualitativa di fenomeni, che, ad estimarne l’intima essenza, non bastano le leggi apprese per spiegarci gli atti puramente fisici della vita psichica inferiore. A tutti ormai è noto, che negli atti o nelle manifestazioni della psiche non è a cogliere solamente una somma di elementi informativi, quantitativamente multipli; ma un’unità ed identità che, nel mentre suppongono dei processi composti, si staccano dalla serie degli stati sottostanti e permangono con attività e leggi proprie. La sensibilità, la emotività, chi ne dubita?, si ricongiungono, per leggi dinamiche, con la potenzialità della intelligenza e della volontà: ma altra cosa è la eccitazione prodotta da movente passionale, altra cosa scorgere il nesso causale tra un atto e la responsabilità che se ne assume; tra la scelta di qualsiasi mezzo e l’effetto che vuolsi raggiungere; tra la rappresentazione del motivo a delinquere ed i moltiplici stati di coscienza prodotti; tra il cumulo di nozioni e di apprezzamenti sulla natura soggettiva dell’agente e la conclusione giuridica di ammettere od escludere o graduare la responsabilità delle azioni di cui questi fu causa.
18.—Il delitto, avvisato soggettivamente, è un processo di organizzazione della energia criminosa. La scienza sua propria è la psicologia criminale. E, allo stesso modo che ogni scienza si risolve in unità elementare—la biologia nella molecola, la fisica nell’atomo, la chimica nella monade eterea—la psicologia criminale si risolve nei motivi, che sono i minimi psicofisici del fenomeno complesso dell’anima del delinquente.
Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta, dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano, senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere, di prevedere; alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva, ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto, bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesi tecnico! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati. Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia, appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse, cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi, rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il criterio a posteriori della pena, del quale avanti facemmo motto, si integrerà col criterio a priori dell’intima conoscenza del prevenuto, ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.
CAPO VII.
Processo cosciente del delitto.
Stadio di sviluppo.
1.—Le diverse classi di elementi constatativi dell’io cosciente del criminale.—2. Sviluppo del carattere individuale; sua importanza nella psicologia criminale dell’infanzia.—3. Condizioni e modi onde si organizza la coscienza comune e quella del delinquente.—4. Le fasi di successiva integrazione della psiche del criminale.—5. Esame delle emozioni criminose; le diverse teoriche—6. Svolgimento della essenza unitaria dell’evento psichico, dalla forma monistica alla manifestazione complessa del pensiero.—7. Errori di James e di Lange intorno alla genesi delle emozioni.—8. Natura delle emozioni criminose.—9. Reazione, periodicità, antagonismo delle emozioni: la reazione.—10. La periodicità.—11. L’antagonismo.—12. La dissoluzione psicologica; teorica meccanica.
1.—Lo stadio di sviluppo di coscienza del delitto suppone un materiale, ereditario ed acquisito, di fattori antropologici, fisici e sociali criminosi. L’io del delinquente si viene plasmando gradualmente quale prodotto di assimilazione dei motivi che a lui porge l’ambiente in mezzo al quale si svolge. Gli elementi, ond’egli assomma e trasforma le energie, sono i medesimi che nella esistenza di ciascun individuo concorrono a dare il peculiare assetto differenziato alla singola coscienza. Questi elementi, secondo la giusta teoria di James, si possono dividere in tante classi costituite rispettivamente: a) dall’io materiale; b) dall’io sociale; c) dall’io spirituale; d) dall’io puro.
Il delinquente comincia col risentire, sopratutto, gli effetti del proprio organismo, o che funzioni nello stato di equilibrio, dirò così, fisiologico, o che risenta l’influsso di cause patologiche. Indi egli assimila i germi deleterî del vizio o delle tendenze depravate nella propria famiglia, e molto in ciò influisce la condizione economica di privazione di mezzi necessarî perchè egli sollevi il suo stato morale con sufficiente coltura e retta educazione. Le enunciate cause sono altri tanti elementi costitutivi dell’io materiale del delinquente.
Vengon dopo gli elementi sociali, quei fattori che promanano dalla vita di relazione con i simili; quindi gli esempî di virtù o di vizî, che eccitano la nostra tendenza imitativa; l’influsso della pubblica opinione col corredo dei pregiudizî, degli usi, dei costumi, specialmente tradizionali; la cura, la sollecitudine di conservare integra la buona fama personale, comunque essa s’intenda e per qualunque via si giunga a conquistarla.
Ed eccoci all’io spirituale, cioè alla somma delle disposizioni e delle attitudini personali, al complesso delle energie di cui disponiamo per estrinsecarci nella realtà della vita. Sostanzialmente, per questo verso, l’io si viene sviluppando attraverso una lotta continua di tendenze in contrasto tra loro, una successione ininterrotta d’impulsi e d’inibizioni; in guisa che si dovrebbe concludere che ciò che costituisce la coscienza, che noi abbiamo di noi stessi, è essenzialmente il sentimento di movimenti accomodativi, oppure, se si vuole, di impulsioni motrici, di riflessi inibiti[33].
Il primo effetto peculiare, che ne emerge dallo sviluppo organicamente composto dell’io criminoso, è l’antagonismo che vieppiù si viene accentuando tra il fattore antropologico, il cui esponente si sostanzia nella aperta tendenza di egoismo, ed il fattore di ordine sociale nascente dal complesso dei controstimoli, naturali od imposti.
Il fattore antropologico agisce per azione impulsiva; il sociale per azione repulsiva; il primo, nel ritmo dinamico della vita di relazione, è l’equivalente d’un moto accelerato; il secondo di un moto ritardato. Il diritto ed il dovere si limitano reciprocamente; ove l’uno finisce, l’altro comincia. Non è concepibile l’individuo in società senza che a lui si imponga di sacrificar qualche cosa pel benessere altrui: data la ipotesi che l’individuo sia regolato da impulsi incomposti di egoismo, l’armonia tra la parte ed il tutto scompare, e nell’urto dei moti, con opposte direzioni, l’equilibrio è indotto da una forza estranea, la quale impedisce che ne provengano disastrose conseguenze: indi la legge repressiva, la funzione del magistrato.