La Vita Italiana nel Settecento.

LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO

Conferenze tenute a Firenze nel 1895

DA

Romualdo Bonfadini, Isidoro Del Lungo, Ernesto Masi, Vittorio Pica, Guido Mazzoni, Ferdinando Martini, Matilde Serao, Enrico Panzacchi, Giovanni Bovio, Alberto Eccher, Antonio Fradeletto.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI

Quinto migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Tip. Fratelli Treves. — 1908.

INDICE

DA ACQUISGRANA A CAMPOFORMIO
(1748-1797)

CONFERENZA

DI

Romualdo Bonfadini.

Uno dei fenomeni che colpiscono maggiormente i lettori di storia — quando riflettono — sta nella costante accelerazione degli svolgimenti sintetici d'ogni natura, a misura che ci allontaniamo dalle epoche primigenie; sta nella sempre maggior brevità di quei periodi ricostruttori o elaboratori di cose nuove, che un tempo duravano più secoli e suggerivano al poeta latino il pensoso: mortalis ævi spatium....

Chiamatelo, secondo le leggi morali, progresso; chiamatelo, secondo le leggi statiche, moto uniformemente accelerato; certo è che quelle mutazioni generali di pensieri, di abitudini, di legislazioni, di vita civile, a cui nell'evo antico appena bastavano dieci generazioni d'uomini, si sono compiute più tardi nello spazio di un secolo, e, venendo più presso a noi, in cinquant'anni od in trenta.

Uomini ed eventi esercitavano, nelle prime epoche dell'umanità, un'azione così passeggiera e così lenta che quasi non s'avvertiva. Le grandi monarchie orientali impiegarono più di un millennio e mezzo a sorgere, a brillare, a distruggersi, senza che il mondo antico apparisse, dopo così grandi catastrofi, notevolmente mutato. Roma era vecchia di oltre cinque secoli, quando cominciò a far avvertire la sua presenza fuori de' suoi confini. Sesostri, Ciro, Cambise, Alessandro il Macedone, malgrado il loro genio e le loro conquiste, non lasciarono negli ordinamenti del mondo maggior traccia di quella che lascia una frana di monte, rotolatasi nell'Oceano. L'umanità doveva giungere fino al Pescatore di Galilea, per sentirsi tratta a mutare in sè e di sè tanta parte di pensieri e di scopi. Eppure ci vollero quasi mille anni perchè il Cristianesimo vincesse, soltanto in Europa, tutti gli antichi Iddii. E i quattrocento anni dell'Impero romano occidentale dimostrano che, dopo la scossa data alle vecchie compagini sociali da Cesare e da Augusto, il mondo s'era ricantucciato nella schiavitù nuova e non accennava a riscuotersi più.

Colla discesa dei barbari nell'Europa, divenuta ormai l'unico fattore di trasformazioni sociali, la storia comincia a pigliare avviamenti più rapidi. Attila rinnova il mondo colla forza, Giustiniano col diritto. Nel medio evo, i periodi elaboratori diventano anche più frequenti e più intensi. Carlo Magno, gli Ottoni, la casa di Svevia danno gli ultimi colpi alla marmorea e millennaria tradizione romana. Da un secolo all'altro, le condizioni della società umana cominciano ad assumere aspetti diversi; ora sotto l'influenza delle Crociate, ora sotto quella del risveglio artistico e letterario, ora sotto gli influssi economici allargatisi per la scoperta d'America. Le plebi cominciano a rialzarsi; l'aristocrazia da feudale diventa cittadina; le necessità dei commerci danno varietà alle legislazioni civili; gli Stati si costituiscono; sorgono le questioni nuove dell'equilibrio politico.

È così che, avvicinandosi ai tempi nostri, la mutazione organica delle cose appare più evidente e quasi continua; sicchè, mentre nel tempo antico un uomo di pensiero doveva spingere lo sguardo a due o tre secoli addietro per cogliere i sintomi di un movimento nella compagine umana, potè più tardi limitarsi ad esaminare il corso della propria vita, per trovarvi elementi di novità intellettuali, politiche, sociali, talvolta tanto più meravigliose nell'ultimo effetto loro quanto meno s'era avvertito il loro sorgere e il loro concatenarsi.

*

Uno di questi periodi storici, a rapide evoluzioni e a multiformi sorprese, ci presenta la seconda metà del secolo decimottavo, al quale finalmente sono giunte queste conferenze sulla vita italiana, dopo avere cominciato a frugare per entro i secoli oscuri e dopo avere illustrato i secoli gloriosi.

Uscivamo da un lunghissimo periodo di decadenza intellettuale e morale. Da dugent'anni avevamo perduto ogni elaterio di vita pubblica, ogni diritto ed ogni virtù d'iniziativa paesana. In un secolo e mezzo, soltanto il Galileo ci aveva dato l'orgoglio dell'antica grandezza intellettuale italiana. Ma, letterariamente, eravamo passati dall'Ariosto e dal Machiavelli a Gregorio Leti e al cavalier Marino; artisticamente, imbrattavamo di calce gli affreschi dei quattrocentisti, per ridipingere su quelle preziose pareti le fiamme dei dannati o le colossali effigie di San Cristoforo; giuridicamente, eravamo ritornati alle più fitte ignoranze del medio evo, mediante i grotteschi processi contro le streghe e contro gli untori. Politicamente poi, nulla era più tristo e più umiliante dei vari regimi italici; ballottato tra Francesi, Spagnoli, Tedeschi, l'elemento indigeno s'era piegato a tutte le tirannie, a tutte le pompe di quei governi violenti o ridicoli. I pochi principi di famiglie nazionali, come i Medici e i Gonzaga, s'affondavano nel lezzo dei cattivi costumi. Nessuna resistenza di moltitudini, nessuna protesta di pensatori fermava i governanti sullo sdrucciolo delle prepotenze e delle pazzie. Nobili e popolani s'erano acconciati a servitù, e l'uniforme gallonato d'un cortigiano spagnolo o francese trovava curve le schiene e verbosa l'ammirazione degli eredi di Piero Capponi e di Gerolamo Morone.

Questo insieme di ordinamenti politici e di fenomeni sociali sembrava assodato e ribadito nel 1748 dalla pace di Acquisgrana; che, sostituendo l'Austria alla Spagna nella preponderanza sull'Alta Italia, ed aggiungendo al Borbone di Napoli un Borbone di Parma, otteneva l'intento di stringere il nostro paese fra le due famiglie dinastiche ritenute più ostili ad ogni allargarsi di attività nazionali.

Or bene, un uomo che fosse nato, per esempio nel 1730 e si fosse spento, dopo settant'anni, nel 1800, sarebbe invece passato per tali e tante vicende, da non poter più riconoscere nella sua vecchiaia il mondo che gli era stato famigliare nella giovinezza; avrebbe assistito a così larghi mutamenti, a così profonde evoluzioni di costumi, di discipline, di pensieri, di ordinamenti politici, da dover dubitare se veramente non fosse stato almeno doppio il tempo della sua esistenza.

Quest'uomo, per esempio, avrebbe visto, con Giuseppe Parini, sostituirsi all'Arcadia la letteratura civile; avrebbe visto distruggersi la scolastica, spuntare con G. B. Vico la filosofia; avrebbe visto sparire i cronisti e sorgere, col Muratori, la critica storica; avrebbe visto rinnovarsi ab ovo la giurisprudenza, col Filangieri e col Beccaria; avrebbe visto le scienze fisiche far passi da gigante col Volta, col Piazzi, collo Spallanzani; avrebbe visto sgominati i cortigiani politici e risorti gli uomini di Stato, col Tanucci, col Verri, col Bogino, col Fossombroni. Avrebbe visto di più; avrebbe visto una triade d'innovatori fondare un teatro drammatico italiano, col Metastasio, col Goldoni e coll'Alfieri; avrebbe visto uscire dai deliri del barocco due ingegni severi, che riconducevano l'arte al culto delle linee e del pensiero, Appiani e Canova.

Poi, rivolgendo lo sguardo alle abitudini della vita, quell'uomo si sarebbe accorto di altri fenomeni; avrebbe veduto illuminarsi e lastricarsi le vie cittadine, rimaste per tanti secoli in balìa del fango e dei ladri; avrebbe veduto nella locomozione elegante sostituirsi le carrozze alle lettighe, nell'alimentazione delle infime classi sostituirsi la salubre patata ai grani infraciditi. Avrebbe poi visto una rivoluzione nella salute pubblica, mediante l'innesto del vaiuolo; una rivoluzione nella pubblica educazione, mediante l'espulsione dei gesuiti da tutto il territorio italiano; una rivoluzione nei contatti sociali, mediante la fondazione dei giornali e lo spesseggiare dei ritrovi nelle botteghe da caffè.

Finalmente, quell'uomo avrebbe visto, nei costumi italiani, un rivolgimento inatteso e anche più consolante; avrebbe riudito un linguaggio, a cui da due secoli l'Italia s'era disusata: il linguaggio dell'uomo libero dinanzi al potente, si chiamasse principe o plebe.

Così avrebbe udito, per esempio, Carlo Emanuele III chiedere al Muratori in qual modo pensava di trattarlo ne' suoi Annali, e il Muratori rispondere: “come Vostra Maestà tratterà la mia patria„. Avrebbe udito un Commissario francese invitare Ennio Quirino Visconti a pubblicare un editto ingiurioso per l'onor cittadino, e il Visconti rispondere: “che cercasse altrove i carnefici del suo paese„. Avrebbe udito la bordaglia milanese chiedere al Parini che gridasse “morte agli aristocratici„ e il Parini rispondere: “viva la repubblica, morte a nessuno„. E finalmente avrebbe veduto, nell'ultimo anno della sua vita, una pleiade di alti ingegni e di robusti caratteri sfidare impavida i carnefici del re di Napoli e salire serenamente il patibolo, preparato loro da una regina corrotta e da un ammiraglio fedifrago.

Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale dominano tutto il periodo che va dalla pace d'Acquisgrana alla fine del secolo; e bastano a segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice e innovatrice; come sogliono bastare a chiarire le epoche di decadenza quei tristi fenomeni che si riassumono nelle opinioni fiacche, nella paura dei molti, nella frenesia del mutare, nella voluttà del servire.

D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato questo rapido rivolgimento nella coltura pubblica e nel carattere nazionale degli Italiani, non par facile congetturare.

Certo, non dovette essere piccola sui nostri settecentisti l'influenza del seicentismo francese, altrettanto glorioso quanto era stato ignobile il nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra il Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, tra il Goldoni e Molière. Nè può credersi rimasta inefficace sullo spirito del Filangeri la grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, sugli scritti di Mario Pagano e di Melchiorre Gioja, minore azione esercitarono gli enciclopedisti francesi. Pure, originale è certamente nel Vico il metodo nuovo d'intendere la storia e la filosofia. Non imitò, ma precorse Francesi e Tedeschi col suo classico libriccino, Cesare Beccaria. La profonda concezione istorica da cui nacque la pubblicazione dei Rerum Italicarum scriptores precedette, nel pensiero e nel tempo, le consimili pubblicazioni dei Benedettini francesi e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto di rinnovazione poetica, che, impernandosi sul culto dell'Alighieri, partì da Alfonso Varano per giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E non s'inspirò a nessun modello forestiero, se non forse all'italico Orazio, quella novità di una satira civile e didascalica che, partendo da Gaspare Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia del Parini.

Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi politici della penisola potè aiutare il benefico movimento. Le dinastie secolari, quando cessano di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto dei nuovi indirizzi assunti dallo spirito umano, determinano intorno a sè cristallizzazioni di forme, attraverso le quali è difficile che il pensiero possa trovare la forza di penetrare. Questo era avvenuto alle vecchie famiglie medievali dei Farnesi, dei Medici, dei Gonzaga, rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti a comprendere le necessità di governo secondo i concetti più austeri che cominciavano a farsi largo. Questo era avvenuto anche più alla boriosa dinastia spagnola, coll'aggravante che, non potendo neanche governare direttamente i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, aveva dovuto lasciare quelle popolazioni sotto l'arbitrio di governatori, più nobili che intelligenti, e sopratutto più intesi a far denari che a promovere giustizia e civiltà.

I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo la guerra per la successione di Spagna, e ratificati nel trattato di Acquisgrana, rompono in parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, queste cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi in Lombardia, vi porta uno spirito più moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle questioni amministrative, abitudini più laboriose, più virili, più parsimoniose. I Borboni, installati a Napoli e a Parma, sentono il bisogno di iniziare il loro regime con qualche innovazione che procuri loro il favore dei governati, e secondano le savie riforme di Bernardo Tanucci e del marchese Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini d'indole mite, volonterosi di bene, purchè largito a piccole dosi e non disciplinato da logica di principî; insomma il vero tipo di quel dispotismo intelligente, che appariva allora un progresso, dopo tanti despotismi ignobili e crudeli, ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo delle società liberali e la più fatale illusione degli spiriti fiacchi e spensierati.

Non è dunque fuor di proposito il supporre che anche da siffatti avvenimenti politici sia venuta, diretta o involontaria, una spinta a quella ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente gli spiriti italiani s'erano lentamente preparati nel tempo, e che aspettava soltanto un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce.

E, del resto, toccherebbe a troppo alti orgogli l'ingegno umano, se potesse afferrare, anche soltanto nel passato, una sicura sintesi delle cagioni. Quegli stessi ostacoli, o somiglianti, che fermano al problema delle origini le più audaci indagini dello scienziato, trattengono intorno al problema delle leggi evolutive il moralista o il filosofo della storia. Quegli intervalli, quelle soste, quei salti che turbano, senza impedirlo, il lento avanzarsi delle razze umane verso il miglioramento indefinito dell'avvenire, possono bensì precisarsi nei fatti, ma non si riesce a sottoporli a discipline di pensiero; come si constata, ma non si spiega, se non con altre ipotesi, l'alternarsi degli strati nella storia geologica.

Iddio determina, nel corso secolare dell'esistenza, i periodi demolitori e i periodi ricostruttori, le epoche, in cui l'uomo precipita verso gli abissi e quelle in cui si slancia verso l'Empireo. Supporre che nell'avvenire queste alternative debbano cessare e i periodi storici non segnino più che nobili gare verso sempre maggiori svolgimenti di bene, può essere una speranza, non è una legge che abbia stabilito i suoi termini. Il che non impedisce che nell'uomo rimangano però immutabili i termini del dovere morale, che consiste nell'opporre ogni resistenza alle ragioni del male, anche quando un concorso di forze irresponsabili sembri impedire o allontanare il trionfo del bene.

*

Ma tornando all'argomento storico, dopo questa scappata, forse inopportuna, nelle regioni dell'etica, è bene avvertire come, anche in questo mezzo secolo fervido di tante mutazioni, le forze innovatrici siano state di due sorta, ed assai diverse così nella rapidità come nella intensità degli effetti raggiunti. Dal 1748 al 1795 è un cammino calmo, costante, non audace, pacifico; dal 1795 alla fine del secolo, è un correre vertiginoso, spensierato, fatale, una distruzione implacabile, una ricostruzione tumultuosa. Nel primo periodo di 47 anni, l'impulso è dato da elementi nazionali, da pensatori, da principi o da ministri di principi; nel secondo periodo di soli cinque anni, è dato da invasioni straniere, da prepotenza d'armi, da subitaneità d'interessi, da esigenze di turbe, chiamate in ventiquattr'ore a dominio irresponsabile dopo secoli di servitù. Il primo periodo si suole chiamare delle riforme, il secondo, della rivoluzione.

Ora, s'è molto disputato fra gli studiosi di storia patria, se il moto rivoluzionario esotico abbia affrettato o ritardato, ne' suoi ultimi effetti di civiltà e di progresso, il moto riformatore indigeno. Forse anzi è questa la tesi storica del secolo decimottavo, intorno a cui si siano più affatioate le menti e le ipotesi dei polemisti. È inutile aggiungere che, dopo questi sforzi d'ingegno, la situazione è rimasta quella di prima. Nè gli adoratori della Rivoluzione francese riescono a persuadere i liberali riformatori della bontà intrinseca del metodo giacobino; nè questi possono presumere di vaticinare che cosa sarebbe stato il mondo senza il lavacro uscito dagli ardori del 1789. Certo, i progressi economici e civili raggiunti in Toscana sotto l'amministrazione leopoldina non furono superati da quelli a cui posero mano i commissari francesi o la principessa Elisa Bonaparte. E quando, nel 1790, il conte Pietro Verri propose ai notabili milanesi, contro l'opinione del Visconti e del Botta, di chiedere all'imperatore Leopoldo una Costituzione, l'opinione pubblica lombarda doveva già trovarsi, su per giù, nello stato in cui trovossi, cinquantasette anni dopo, l'opinione pubblica piemontese, quando il conte di Cavour propose ai notabili torinesi, contro l'opinione del Sineo e del Valerio, di chiedere a Carlo Alberto la pubblicazione dello Statuto.

Del resto — ripeto — siffatta disputa non può servire oggimai a nessuno scopo scientifico, quando non sia quello d'un'acuta ginnastica intellettuale. Potrebbe chiudersi tutt'al più con quella vigorosa frase sintetica, colla quale a Sant'Elena l'imperatore Napoleone chiuse una polemica quasi simile intorno a Gian Giacomo Rousseau: “forse il mondo sarebbe stato più felice se io e lui non fossimo nati.„

Il periodo rivoluzionario colpiva impreparate le masse, ma era stato preveduto, in parte favorito dagli uomini di pensiero.

Già fin dal 1784 l'uragano incipiente non era sfuggito alla sagacia del ministro piemontese, conte Bogino, il quale, guardando alla Francia, era morto esclamando: “povera Italia! povera Europa!„ Viaggiando in Francia, al seguito di una dama lombarda, illustre per bellezza e per intelletto, la marchesa Paola Castiglioni, Alessandro Verri, Francesco Melzi, Cesare Beccaria s'erano mescolati a tutti i gruppi novatori della società parigina e riportavano in patria l'impressione che il periodo delle riforme stava per chiudersi. Un abate napoletano, pozzo di spirito e di scienza, Ferdinando Galiani, era entrato in grande dimestichezza con Diderot e d'Holbach, e scriveva da Parigi ai suoi compatrioti, informandoli di tutte le agitazioni e le preparazioni che bollivano nella pericolosa città. E più dei pensatori s'affaccendavano gli avventurieri, razza che non manca mai di entrare in iscena alla vigilia delle grosse crisi, e a cui di solito vien meno la moralità, non mai l'ingegno o l'audacia.

Un veneziano, Giacomo Casanova, fuggito con mirabile ardire dalla prigione dei Piombi, aveva percorso l'Europa, rompendo tutte le discipline sociali; imponendosi con astuzie di finanza al conte di Choiseul, a Federico II, a Caterina II, a Maria Teresa; bisticciandosi col conte di San Germano e con Voltaire; scandalizzando tutti i paesi per le pubblicità della sua vita, pel lusso, pei giuochi, pei duelli, per gli amori, pei debiti.

Un siciliano, Giuseppe Balsamo, era penetrato più addentro negli organismi delle vecchie sette europee; le aveva dominate coi misteri nuovi del mesmerismo; e imbrancandosi col finto nome di Cagliostro nell'aristocrazia europea, corrompeva principi, aizzava plebi, abbarbagliava ignoranti, spargeva dappertutto i semi della miscredenza e della rivolta.

Un milanese, il conte Giuseppe Gorani, innamoratosi delle più spinte dottrine demagogiche, s'era volontariamente sbandito dalla patria ai primi sintomi della commozione francese; s'era fatto intimo dei più scamiciati giacobini dell'epoca; aveva accettato missioni segrete di agitatore in Isvizzera ed in Italia; sicchè, per decreto dell'arciduca Ferdinando, era stato radiato dall'albo della nobiltà milanese e, coi procedimenti giudiziari ancora in uso, gli erano state confiscate le proprietà.

Era sotto queste impressioni e sotto queste influenze, dirette o indirette, che cominciava a suscitarsi un'opinione pubblica, favorevole alle dottrine umaniste, quantunque risolutamente contraria alle applicazioni inumane dei rivoluzionari francesi.

Frutto di questo duplice indirizzo degli spiriti, sopratutto nella regione lombarda, la più indicata a ricevere il primo urto delle idee e dei fatti della Rivoluzione, era stata una dimostrazione ostile, fatta, sin dal 1789, nel teatro della Scala al conte d'Artois, e nel tempo stesso l'avversione acuta, universale ond'erano circondati i violenti energumeni che del Comitato di Salute Pubblica parigino s'erano fatti fra noi apologisti e plagiari, come il prete Lattuada, Gio. Antonio Ranza e Carlo Salvador.

Nondimeno, come avviene sotto il sole, sempre e senza rimedio, gli esagerati si organizzavano e i moderati si rassegnavano; sicchè i primi e non i secondi si trovarono pronti a cogliere i vantaggi ed esercitare le influenze che la procella politica stava per sostituire ai vecchi ordinamenti sociali.

Questi resistettero, come meglio seppero, in Piemonte e in Lombardia, finchè le minaccie partirono soltanto da elementi indigeni e da cospirazioni paesane; si frantumarono, come statue di gesso, a cui venisse tolto il sostegno, appena furono visti dalle Alpi scender armati, e, come ai tempi del Filicaja,

Bever l'onda del Po gallici armenti.

Per dire il vero, quegli armati non scendevano “a torrenti„ come il Filicaja narra del tempo suo. Erano anzi pochi, mal vestiti e peggio nutriti; ma li guidava un'idea fatale e un giovane anche più fatale dell'idea.

Era un generale in capo di ventisette anni, non alto di statura, gracile di complessione, pallido di colorito, coi capelli spioventi sulla fronte e sulla nuca, dalla fisonomia pensosa, dallo sguardo d'aquila, dal parlar breve, rotto, energico, implacabile. Il suo paese lo aveva veduto sedare in dodici ore una formidabile insurrezione per le vie di Parigi, rioccupare Tolone a colpi di cannone, e strisciare come un sollecitatore nelle anticamere del disonesto Barras, dispensatore di titoli e di gradi. Il nostro paese era destinato a vederlo fulmineo vincitor di battaglie, distruttore di regni e di repubbliche, improvvisatore di governi e di costituzioni politiche, saccheggiatore di codici e di opere d'arte, nemico formidabile di despotismi e di libertà, detronizzatore di principi e di pontefici, restauratore di ordine, di studî e di religione, imperioso con generali, con popoli, con regnanti, schiavo umile e innamorato di una sposa bella, frivola e traditrice.

L'ora che corre segna in tutta Europa una specie di ripresa della leggenda napoleonica. Non si sa se sia ammirazione della fortuna, delle virtù o dei delitti che a quella leggenda appartengono. Non si sa se il mondo discopra quel tumulo per cercarvi una volontà potente, una direzione sicura, un ingegno a nessuna esigenza inferiore, o se frughi fra quelle ossa per trovarvi i residui del dispotismo illimitato e spensierato, a cui anelino di prostrarsi società frolle e scettiche, stanche di pensare e di combattere por idealità da cui non aspettano nessun vantaggio.

Ad ogni modo, nessuna preoccupazione di questa natura agitava i contemporanei, quando il generale Bonaparte, con una rapidità di mosse a cui non erano preparati i suoi avversarî, gira e supera nel tempo stesso la catena dell'Appennino ligure, si ficca come un cuneo fra le colonne austriache e le piemontesi, batte le prime a Montenotte e a Dego, le seconde a Millesimo, forza ad un armistizio il governo sardo, scende difilato lungo la corrente del Po, lo varca a Piacenza mentre Beaulieu lo aspettava a Valenza, si getta su Lodi, vi sbaraglia l'esercito austriaco ed occupa Milano, entrandovi dal lato orientale, mentre tutte le difese gli si erano opposte dal lato occidentale.

Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario che ci conduce sino alla fine del secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese, di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi di tutta la nostra storia, nel quale le campagne furono tormentate dalla guerra, le città dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di governo dall'anarchia. Preoccupato dalle cure militari, che non gli lasciavano tregua, il generale Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, o innalzatisi, sotto il suo patrocinio, dagli ambienti locali più volgari e più avidi. Per più di tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, ai Bogino, a Pietro Leopoldo, a Clemente XIV, si vide dominato o da commissarî francesi inetti ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o da istrioni politici, cresciuti fra la taverna e il tumulto, che quando non riuscivano a governare, impedivano ogni governo di altri. Questa era stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe repubblicane per tutto il territorio italiano; le quali, abbattendo per necessità di difesa i governi indigeni, dovevano compensare la scarsezza del loro numero coi metodi del terrore e coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, come sempre, reazioni egualmente torbide.

E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito Bonaparte dall'Europa, e rifattasi la coalizione contro la Francia, gli anarchici neri susseguirono agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine collo stesso furore con cui s'era prima predicata la democrazia. Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo saccheggiarono in nome del Re di Napoli, il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli Imperatori, il generale Lahoz saccheggiò in nome del Papa, Branda Lucioni saccheggiò in nome del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata dalle bande che gridavano: viva Maria; a capo delle quali entrò in Firenze, precorritrice storica di Luisa Michel, una virago a cavallo, Alessandrina Mari di Montevarchi.

Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi predecessori nel vortice della storia, anche queste anarchie potevano dirsi in gran parte cessate. Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli, mantenute nei loro dominî le dinastie del centro e del mezzogiorno d'Italia, più profondi e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto luogo nella regione settentrionale, dove due fra i più antichi e gloriosi governi della penisola erano stati violentemente soppressi, per tradimento, o, se la parola pare eccessiva, per insidia delle nuove diplomazie.

È inutile dire che alludo alla monarchia di Savoja e alla repubblica di Venezia. Delle ipocrisie che hanno avviluppato la prima fu sopratutti responsabile il Direttorio francese; di quelle a cui soccombette la seconda, spetta al generale Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità.

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Dopo le prime battaglie di Montenotte e di Millesimo, il governo sardo, vistosi impotente a continuare le ostilità, s'era piegato ai consigli pacifici del cardinale Costa, arcivescovo di Torino, stipulando a Cherasco un armistizio, che fu poi convertito a Parigi in un formale trattato di pace.

Pareva che di quegli accordi il Direttorio dovesse essere soddisfatto, poichè a nessuna condizione onerosa il Piemonte s'era negato. Concedeva libero il passo agli eserciti francesi, cedeva la Savoia e Nizza, lasciava occupare le fortezze di Ceva, Cuneo, Tortona e Alessandria, distruggeva i forti alpini di Exilles, di Brunetta e di Susa, chiudeva i suoi porti alle navi delle potenze ostili alla Francia, riduceva l'esercito al piede di pace.

Malgrado ciò, non cessavano le pretese. Tardava alla Francia l'assorbimento del regno. Sicchè, dai confini della Lombardia, divenuta Repubblica Cisalpina, entravano spesso elementi di rivolta, che si aggiungevano alle cospirazioni paesane. Viceversa, quando il governo sardo reprimeva o puniva, era sempre dall'ambasciatore francese che partiva la domanda o l'ingiunzione di grazia. Così riusciva difficile il governare. Meno di due anni dopo il trattato di Parigi, il Direttorio volle un nuovo trattato, che chiamò d'alleanza, e pel quale — s'intende — il Piemonte doveva fornire uomini ed armi contro i nemici della Francia, quali si fossero. Neanche questo bastò. Verso la primavera del 1798 divenne evidente che il Direttorio francese accampava contro il Piemonte le stesse ragioni che, nella favola famosa, il lupo accampava contro l'agnello.

Due letterati di primo ordine si fecero complici in questa turpe commedia: il Ginguené, ambasciatore della Repubblica francese, e Leopoldo Cicognara, inviato della Repubblica cisalpina. Non vi fu sopruso, non vi fu inganno che fosse risparmiato da questi due rappresentanti d'una sleale politica. Carlo Emanuele IV cercava invano, abbondando nelle concessioni, di stornare dal suo capo una sorte immutabilmente decisa. I due ambasciatori chiesero dapprima la consegna della cittadella e l'ottennero; poi domandarono si congedassero i ministri, e il Re non volle; poi esigettero che si armassero dieci mila uomini per combattere il re di Napoli, e furono accordati; finalmente intimarono di consegnar l'arsenale; e a sostegno di questa domanda le truppe della Repubblica Ligure invadevano il territorio dall'Apennino, mentre il generale Joubert lo invadeva dal Ticino, e dalle alture di Superga minacciava Torino.

Carlo Emanuele IV non seppe rassegnarsi a maggiori umiliazioni e con un manifesto del 9 dicembre 1798 abdicava nelle mani del generale, futuro maresciallo, Clauzel. A questa risoluzione, per la dignità del trono, lo aveva consigliato anche il suo ambasciatore a Parigi, Prospero Balbo; il quale, conscio che una delle condizioni dell'abdicazione doveva essere la sua prigionia, andò spontaneamente a costituirsi nelle mani delle autorità parigine. Le dinastie che hanno secoli di fiera esistenza trovano qualche volta, piuttosto nei periodi della sventura che in quelli della fortuna, consiglieri di così alta devozione e di così antica virtù.

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Mentre queste cose accadevano intorno alle alture dove comincia il Po, altre non meno dolorose avevano luogo intorno alle lagune, dove finisce.

La Repubblica di Venezia era certamente quello fra gli Stati italiani dove s'erano meno pronunciate le alternative dello spirito pubblico. Quasi democratiche fino al 1297, le istituzioni del governo veneto erano divenute interamente aristocratiche dopo la famosa riforma elettorale del doge Gradenigo. La durata secolare di questo regime aveva probabilmente sottratta la Repubblica all'influenza di quelle cause che determinavano, nel resto d'Italia, la decadenza intellettuale e politica; ma le aveva anche impedito quel ritorno di energie che in ogni regione del pensiero aveva segnalato il settecento italiano. Un po' spossata dalle guerre del cinquecento e dalla politica spendereccia e megalomane del doge Francesco Foscari, Venezia s'era rannicchiata ne' suoi commerci, limitandosi ad accentuare, ogni secolo, le proprie tradizioni, mediante le imprese marittime di Francesco Morosini o di Angelo Emo. Nel complesso, l'antico suo genio si veniva estinguendo, e l'immobilità sua non le permetteva più di mantenere influenza su popoli e su regimi, tutti affaccendati a muoversi, a mutarsi, a perfezionarsi. Il patriziato aveva conservato una certa attitudine ai grandi affari politici; ma per reprimere novità ostili al suo prestigio, non aveva cercato mai di educare il popolo a vigorosi sentimenti, accontentandosi di lasciargli ogni libertà nelle feste. Venezia era diventata una grande oasi di gioia, a cui tutti potevano accorrere e attingere. Però, su ogni cosa che riguardasse affari e politica, posava la diffidenza e il sospetto. Non se ne occupavano — e in segreto — che i patrizi del Maggior Consiglio, ai quali pareva che gli interessi conservatori stessero unicamente nel chiudere sempre le loro fila e i loro ordinamenti ad ogni alito di migliorìe. Tanto che, nel 1780, avevano mandato a domicilio coatto Giorgio Pisani, perchè fattosi iniziatore di riforme nelle leggi costituzionali della Repubblica.

Era in questa situazione morale e politica che Venezia vedeva avvicinarsi alle sue contrade la bufera rivoluzionaria scatenatasi dalla Francia.

La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni del Senato, nel quale, al principio del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco Pesaro, procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente la necessità di armarsi, pur proclamando la neutralità. “Se Venezia non s'arma„ esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire “Venezia è perduta.... credete voi di poter evitare la guerra, perchè ne avrete trascurati i preparativi?... la perfidia non ha mai cercato invano dei pretesti.... circondati d'armi da tutte le parti, la spada sola può tracciarsi un cammino verso la pace.„ Gli rispose un membro del Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il suo discorso persuase fatalmente i patrizi ad accogliere la politica della neutralità disarmata.

Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito con abili frasi. La Francia aveva appena invaso il territorio di Nizza e della Savoja. Si sarebbe trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte e l'Austria, che le avrebbero certamente impedito di avanzarsi. D'altronde, lo stato interno della Francia era troppo violento perchè potesse durare; una reazione in senso monarchico era imminente. Una volta armata, Venezia avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe potuto sottrarsi alla seduzione di stare cogli uni o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile la condizione umana se, quando la guerra scoppia sopra un punto del globo, il mondo intero dovesse correre alle armi.... si deve qualche cosa all'umanità, all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo.

Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi fiacchi; ed era fiacca pur troppo l'assemblea innanzi a cui venivano pronunciati; era fiacco l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; era fiacco il principe, a cui dovevano metter capo quelle responsabilità, l'ultimo Doge eletto nel 1789, Lodovico Manin.

Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi delle frazioni politiche, destinate a seppellire, colle loro discordie, la secolare Repubblica: Giorgio Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici; Francesco Pesaro, interprete dell'antica energia conservatrice e previdente; Zaccaria Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti, degli spensierati.

Era appena presa questa infausta decisione che i sintomi del pericolo romoreggiavano sul capo della Repubblica.

Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna avvertivano delle proposte già fatte dal Direttorio francese al governo austriaco, per la cessione a quest'ultimo di alcune provincie venete di terra ferma. L'agnello offriva il suo collo; diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo. Cominciata la campagna del 1796, il Senato veneto lasciò sfuggirsi un'altra occasione di riparare alla sua colpevole imprevidenza. E l'occasione — singolare presagio dei tempi — gli veniva proprio da quella potenza che, settant'anni dopo, vincendo a Sadowa, avrebbe rotto per Venezia il fatale destino di Campoformio. Il barone di Hardenberg, primo ministro del re di Prussia, faceva dire all'ambasciatore veneziano in Parigi che se Venezia avesse voluto allearsi colla Prussia, colla quale nessun conflitto d'interessi era possibile, “la Prussia si sarebbe opposta con efficacia agli ambiziosi disegni dell'Austria ed avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„

La fatalità trascinava il Governo repubblicano, ostinato a cercare la salute in quell'isolamento che non era indipendenza.

E intanto erano avvenute le prime battaglie del 1796, e la guerra s'avvicinava, indietreggiando, alle provincie di terra ferma. Il generale Bonaparte, più esigente del suo Direttorio, credette scorgere nel contegno della Repubblica una diffidenza verso il genio della vittoria ch'egli personificava, e fermò nella profonda mente il disegno di sopprimerne la secolare esistenza. Non lo nascose uno de' suoi intimi, il colonnello Beaupoil, il quale diceva, fin da Verona, che “quatorze siècles d'existence devaient suffire à la république„.

I pretesti cominciarono per la presenza sul territorio veneto del conte di Lilla, chè tal nome aveva preso nell'emigrazione il pretendente al trono di Francia, il futuro Luigi XVIII. In onta alle sue antiche tradizioni d'asilo, Venezia dovette sacrificare l'esule ai reclami del Direttorio e alle intimazioni del suo generale.

Poi, sopravvennero subito le difficoltà pratiche della neutralità disarmata. Impotente a respingere così i vinti come i vincitori, la Repubblica non potè negare il passaggio alle truppe austriache, nella loro ritirata verso il Tirolo. Bonaparte, irritato, fece subito occupare Brescia, poi Bergamo; il generale austriaco, per rappresaglia, pose guarnigione a Peschiera; Bonaparte rispose, impadronendosi di Verona. Il Senato veneto strepitava, il Querini reclamava a Parigi, il provveditor Foscarini si presentava al quartier generale dell'esercito francese. Ma ormai tutta la guerra si faceva sul territorio veneto, ne ed era possibile deviarla; Bonaparte rispondeva al Foscarini in tono altezzoso e coll'offerta ironica di mandare le sue truppe a difendere la libertà di Venezia; il Direttorio faceva offrire al Doge un trattato d'alleanza che, in tali condizioni, assumeva l'aspetto d'un trattato di servitù; e negli intimi colloqui il patrizio Querini si sentiva proporre dagli affaristi del Direttorio, che con cinque milioni dati per le spese di guerra e settecento mila lire sborsate al direttore Barras, si sarebbero potuti ottenere dal governo francese dei dispacci che fermassero il generale Bonaparte ne' suoi disegni di distruzione.

Le tratte per settecento mila lire furono effettivamente consegnate; e il Barras non ebbe pudore a presentarle per lo sconto al banco Pallavicini di Genova. Ma il generale Bonaparte s'era già posto colle sue vittorie in una situazione personale, che gli permetteva di non ricevere ordini da nessuno. Il suo proposito circa Venezia era implacabile; egli voleva finire una guerra, dalla quale ormai aveva tratto tutta la gloria che gli occorreva; coi territori di quella Repubblica avrebbe ammansato l'Austria, non mai esausta di forze e di eserciti. Per giungere allo scopo suo, non esitò ad entrare per le vie sdrucciole dell'insidia e della ipocrisia. I suoi emissari politici fecero lega coi più torbidi elementi del partito popolare, che in Venezia metteva capo al Pisani, in Brescia ai fratelli Lechi. Ben presto una sorda agitazione invade le popolazioni delle città e delle campagne appartenenti alla Repubblica. Brescia, Bergamo, Crema insorgono contro il dominio veneto e sono manifestamente appoggiate dai comandanti francesi. Questo primo successo incoraggia a proseguire nella via, e tutti gli sforzi s'acuiscono intorno a Verona, la città principale dei dominii di terraferma.

Qui tutto diventa odioso, sleale e tragico. Era capo dell'ufficio militare francese d'informazioni un Landrieux, colonnello degli ussari. Uomo senza scrupoli e deciso a servire occultamente tutti i partiti dell'epoca, uno dopo l'altro e gli uni contro gli altri, s'accontò con un vecchio stromento della demagogia parigina, Carlo Salvador, milanese rinnegato e disonorato, di cui Bonaparte si serviva per ogni mandato. Insieme complottarono un documento falso, e fu un proclama del provveditore Battaglia, nel quale, annunciandosi immaginarie sconfitte dei Francesi nel Friuli e nel Tirolo, s'eccitavano i fedeli sudditi della Repubblica, e sopratutto le classi rurali, a reprimere l'insolenza dei rivoltosi, scacciandoli da Bergamo e da Brescia, dove s'erano annidati.

Fu questa, in mezzo alla tensione naturale degli animi, la causa prima delle famose Pasque veronesi, e poco mancò non tornasse a danno irreparabile dei provocatori. Invano protestò il Battaglia contro l'apocrifa pubblicazione e protestarono i governanti veneti, presso il Direttorio e presso il Quartier generale. L'impulsione era data; le smentite sono in ogni tempo meno autorevoli delle calunnie; la provocazione alla guerra civile ottenne l'effetto suo.

Il 17 aprile 1797 Verona fu piena d'armi, d'odii e di stragi. Ad una rissa fra militari veneziani e militari francesi, il generale Balland credette opportuno por fine, cannoneggiando dai forti. La popolazione si credette assalita e reagì. Dove si trovò in minor numero, fu sopraffatta dalle milizie; dove prevalse, non risparmiò nè vivi, nè ammalati, nè donne. Non bastava la morte, vi si aggiunsero i tormenti. Per cinque giorni durarono le stragi per parte dei popolani e dei contadini, le bombe e l'incendio per parte dei francesi, agglomerati nei forti. Al sesto, venuta meno quasi la materia prima ai furori, poterono pronunciarsi parole di pace. Parecchi patrizi veronesi, il conte Nogarola fra gli altri, avevano raccolto e nascosto in casa loro cittadini ed ufficiali francesi, cercati a morte. I provveditori veneti, Giustiniani, Erizzo e Giovanelli, che da un pezzo avevano richiamata l'attenzione sullo stato degli animi e sulle mene dei cospiratori franco-italiani, si raccolsero a consiglio coi generali francesi; ma ebbero presto ad accorgersi che in questi nessuna idea di temperanza poteva penetrare. Il linguaggio era brutale, le esigenze innumerevoli, evidente il desiderio di trarre dal dramma veronese pretesto a maggiori complicazioni. Verona dovette arrendersi a discrezione, e i provveditori furono rimandati a Venezia.

Ma su Venezia intanto scoppiava l'ira del Giove tonante.

Le sorti della guerra avevano portato il generale Bonaparte sulle alture del Semmering, d'onde l'istinto audace gli faceva già intravedere l'occupazione di Vienna.

Però tra l'audacia e il successo, nel cervello del futuro Cesare v'era ancor posto pel ragionamento. Anzi, pei ragionamenti; poichè, nel momento attuale, erano due e combaciavano fra loro. Vincere un'altra battaglia pareva ancora possibile, forse era facile; ma non era esclusa la possibilità di perderla, e la perdita, in quelle condizioni, bastava ad annullare tutta la gloria e tutti i vantaggi ottenuti. A misura che si allungava su Vienna, l'esercito francese, così lontano dalle sue basi, naturalmente s'indeboliva; mentre intorno alla gran capitale, l'arciduca Carlo avrebbe trovato forze e mezzi di resistenza e di attacco sempre maggiori. Non si poteva giurare che una sola vittoria avrebbe ancora stesa l'Austria ai piedi del vincitore; si poteva giurare che una sola sconfitta avrebbe costretto il generale Bonaparte a rifare in fuga precipitosa quel cammino fino allora seminato di così rapide audacie.

D'altra parte, obbligando l'arciduca Carlo, non timido avversario, a concentrare tutte le forze militari del suo paese per difendere da un colpo di mano la capitale della monarchia, Bonaparte avrebbe resa più facile una ripresa offensiva dell'esercito del Reno, che il generale Moreau guidava con minore impeto, ma con eguale tenacia, contro i nemici della Francia repubblicana. V'era a prevedere il caso che i due eserciti entrassero contemporaneamente in Vienna e che i due generali ne avessero eguale onore. Ora, ciò non secondava i disegni del generale Bonaparte, che già si sentiva il primo nel suo paese e non avrebbe voluto dividere con nessuno, meno che mai — e lo provarono gli eventi successivi — col generale Moreau, la dittatura che già volgeva nell'animo.

Sicchè la pace — una pace gloriosa, dopo una guerra che non l'era meno — avrebbe posto fine alle due preoccupazioni che lo agitavano, e avrebbe mantenuta intorno al solo suo capo la doppia aureola del vincitore e del pacificatore dell'Europa.

Fu per queste considerazioni, tradite già dai documenti dell'epoca, e ormai riconosciute da tutti gli storici, che il generale Bonaparte si decise a scrivere all'arciduca Carlo una lettera famosa per la sua moderazione pacifica e a trattare nel tempo stesso Venezia con modi altrettanto famosi per la loro esagerata violenza. Dopo i fatti di Bergamo, di Brescia e di Salò, aveva mandato a Venezia il generale Junot, minacciando il Doge e gli ottimati di aperta guerra; dopo i fatti di Verona, accolse burbero gli inviati del Senato, e scrisse a Pesaro: “io sarò un Attila per Venezia.„

E Attila fu; non nel senso della devastazione materiale, ma nel senso della distruzione politica.

Invano riceveva istruzioni dal Direttorio, e dal suo ministro degli Affari Esteri, Talleyrand, di non permettere dominio austriaco sopra nessuna parte di territorio italiano. Egli era già abbastanza forte da fare una politica che non fosse quella del suo governo, e voleva stupire il mondo col suo amor della pace, dopo averlo meravigliato colla sua rapidità nella guerra.

Così si venne ai preliminari di Leoben, che cominciavano a sbranare la Repubblica di Venezia, dando all'Austria tre quarti delle sue provincie di terraferma. Era però serbata ad un piccolo villaggio posto fra Udine e Passeriano, questa gloria d'Erostrato, di consumare il sacrificio del più antico Stato indipendente che esistesse in Europa. Da Leoben a Campoformio le trattative furono ancora molte, ma l'implacabile disegno di Bonaparte trionfò d'ogni esitazione; e poichè i plenipotenziarii austriaci stavano sul tirato, egli ruppe loro sul viso un candelabro, per dimostrare la superiorità della sua diplomazia.

Convinti da questo argomento, i plenipotenziari firmarono il trattato di Campoformio, mediante il quale l'Austria acconsentiva a lasciare estendersi la Cisalpina fino alla riva dell'Adige, e otteneva in cambio il cadavere vivo della Repubblica di Venezia.

È doloroso dover dire che nessuna grande inspirazione di virtù o di valore eruppe allora dagli ultimi consigli della morente Repubblica. Il Vallaresso e i suoi colleghi si ostinarono fino all'ultimo giorno nella loro politica di rassegnazione agli eventi; il generale Condulmer affermava l'impossibilità di difendere la laguna; Lodovico Manin si rammaricava di non poter neanche dormire la notte nel proprio letto. Tanto era diverso da un successivo Manin l'animo e l'ingegno dell'ultimo Doge della Repubblica!

Il 16 maggio 1797 il Senato faceva annunciare che il Governo cedeva i suoi poteri al Municipio. E il giorno dopo, il generale Baraguay-d'Hilliers occupava con quattromila francesi la piazza di San Marco. Erano i primi soldati stranieri che da quattordici secoli Venezia avesse veduti!

Questa fu l'opera del generale Bonaparte; che iniziava così quella politica di disprezzo delle nazioni e di mercato di popoli, a cui ubbidì in tutto il corso della sua meravigliosa dominazione.

So che la leggenda napoleonica trova degli evocatori anche in Italia, e degli evocatori dominati da simpatia. A questi io non posso unirmi. Ammiro il genio dell'uomo, come si ammira un vulcano in eruzione. Ma non posso avere nessuna simpatia pel despota, che, avendo nelle sue mani l'Italia, ha venduto la Repubblica di Venezia e ha fatto di Roma un dipartimento francese.

Non sempre dalle pagine storiche si possono trarre delle formole educative. Questa volta, penso, si può.

Il secolo nostro vedeva, al suo cominciare, radiati dalla carta politica dell'Italia due Stati, una repubblica e un principato. Settant'anni dopo, quella repubblica appariva, negli animi, più morta che mai; quel principato era divenuto, per affetto di popoli e per virtù di casi, il regno d'Italia.

Vuol dire, se non erro, che dalle catastrofi difficilmente risorgono i governi, quando ubbidiscono soltanto ad un programma cieco ed egoista di conservazione, come quello che prevaleva negli ultimi tempi della Repubblica di Venezia. Vuol dire che, malgrado le catastrofi, hanno avvenire splendido e sicuro quegli Stati, quei governi, quelle dinastie, che fondano il loro diritto di conservazione sopra un ideale, sia di completamenti nazionali, sia di progressi morali.

I MEDICI GRANDUCHI

CONFERENZA

DI

Isidoro Del Lungo.

I.

Il pugnale di Lorenzino de' Medici, il cui sinistro bagliore rompeva la penombra lusingatrice all'ultima fra le turpi notti del ducale cugino Alessandro, non poteva rendere la libertà a Firenze. Quel giovinastro malinconico e motteggiatore sognava, così almeno lasciò scritto in pagine di frase eloquente, e come del resto gli altri regicidi di quella età paganeggiante, sognava Bruto e l'opera sua: ma la voce di Bruto è ascoltata ed efficace, quando si leva presso al cadavere d'una sposa intemerata, non voluta sopravvivere a sè medesima, frementi attorno cittadini che nella violazione del sacrario domestico sentono offesa la santità della convivenza civile; si disperde e muore sulla pianura scellerata di Filippi, quando, divenuta nome vano la virtù, il grido di libertà non è più l'eco della coscienza cittadina, e l'amor della patria non arma che il braccio d'un gruppo di congiurati. E poi, Lorenzino non era un Bruto autentico. Rampollato da uno de' minori rami Medicei, del quale accoglieva in sè l'ultimo fiato e le mancate ambizioni, aveva rimuginati nell'animo culto e pervertito quei medesimi elementi del classico Rinascimento, in mezzo alla cui acre fermentazione si era trasformata la Firenze repubblicana; e come pel ramo dominante, si venne in Cosimo vecchio, nel magnifico Lorenzo, in Lorenzo duca d'Urbino, elaborando il Cesare liberticida, così in questo diseredato, alle fattezze sue vere, che erano di un Medici inviso a Medici e invidente, si era sovrapposta la larva, non altro che la larva, di Bruto. Quando poi, spinta da cotesto uomo, giunse l'ora, Firenze, che non aveva più popolo dal giorno in cui l'Impero e la Chiesa le ebber dato un Senato, Firenze, da quei senatori — uno de' quali si chiamava pur troppo Francesco Guicciardini, il Tacito mancato alla storia della destinata servitù — avea docilmente ricevuto in un giovinetto di diciotto anni il suo Cesare.

Cesare, il duca Cosimo, per modo di dire; ma veramente, un proconsolo del vero Cesare ispano-austriaco, alle cui mani diventava cosa l'utopia romana medievale del Santo Impero. All'ombra di questo, i Signori insediatisi per vario modo sulle rovine del Comune, esercitavano, vicarî coronati, un principato, che, illegittimo d'origine, perchè nato di violenza o di frode contro le libertà popolari, riceveva degna sanzione nella investitura segnata dalla mano di un monarca, che di romano e d'italico non aveva se non il nome, poichè nel fatto era il continuatore della oppressione barbarica sul gentil sangue latino.

Se non che i principati paesani, qualunque essi si fossero, ebbero questo di buono: che salvarono le rispettive regioni italiche dal giogo obbrobrioso dei Vicerè, sotto il quale Milano e Napoli, Sicilia e Sardegna, patirono sulla viva carne il solco profondo e sanguinoso della servitù straniera. Chiamiamoli pure proconsolati; ma codesta loro condizione ne assicurava l'esistenza, ai termini di quel diritto pubblico imperiale, che, dalla Dieta di Roncaglia per la bolla d'oro di Carlo IV sino alla prammatica sanzione di Carlo VI, sovrastò, senza del resto poterlo dominare, allo svolgimento politico di quasi sei secoli della vita civile italiana; mentre nell'esercizio effettivo della sovranità, nelle relazioni coi cittadini divenuti suo popolo, il principe poteva, se volesse, e tanto quanto volesse, rimanere cittadino. Il che ai Medici era fatto poi quasi naturale dalle tradizioni del tutto cittadinesche della loro ambizione e grandezza: originata dal lavoro dei commerci fortunati; e solidatasi genialmente col favore e la cooperazione alle manifestazioni dell'ingegno; sempre, dunque, in termini di civile convivenza, o, come con bella parola nel Quattro e Cinquecento dicevasi, di civiltà; che la fortuna del triregno (con Leone e Clemente) aveva non altro che amplificati. Ben diversi dai Gonzaga o dagli Este, venuti su di sangue feudale, e mediante l'abuso violento, mercanteggiato con l'Impero, dei magistrati municipali; ben diversi dai Farnesi, creature papali avventizie; i Medici, se la usurpazione, sia violenta, sia artificiosa, della comune libertà, potesse essere legittimata mai, avrebbero avuto al principato titoli legittimi; ne avevano certamente di gloriosi.

II.

Tale eredità raccoglieva Cosimo duca: bensì non come successione pacifica; non come il magnifico Lorenzo potè sognare, se la vita gli fosse bastata, di trasmettere quella sua indefinita, non però meno effettiva, autorità ai suoi discendenti; invece, una successione viziata di tante eccezioni, quante venivano ad essere inchiuse in quest'ordine di fatti: la cacciata del 1494 e successivi diciotto anni di governo popolare, la restaurazione del 1512 violenta, la cacciata ultima del 27, l'assedio, la permanente ribellione dei fuorusciti, fra' quali ora riparava festeggiato l'uccisore del tiranno. Ma questo Cosimo giovinetto aveva avuto per padre Giovanni, il prode capitano delle Bande Nere, che la milizia italiana rimpiangeva tuttora; e per madre ed educatrice quella valente Maria Salviati, che accoglieva nell'animo, congiunti in salda tempera, gli spiriti di una popolana baldanzosa e d'una imperiosa matrona; degna e caratteristica madre di quello fra i Medici, sul capo del quale la popolare supremazia della predestinata famiglia doveva divenire principato e fregiarsi della corona granducale.

I sette coronati che per due secoli appunto, dal 1537 al 1737, ressero la signoria di Firenze e del dominio; — presto, alle mani del duca Cosimo, accresciutosi di Siena ultima ròcca di libertà popolare; — formano, nella storia dei principati italiani, un gruppo che ha suoi peculiari caratteri e degni di nota. Non è una dinastia, che impostasi o imposta a un paese, lo governa o sgoverna, lo prospera o lo sfrutta, rimanendo essa una cosa (buona che si voglia chiamare o cattiva), e quel paese, pel quale essa passa, essendone un'altra. E nemmeno si può poi dire, che a fare essere i Fiorentini e i Toscani ciò che in codesti due secoli furono, quei sette granduchi operassero neanche la metà di quello che a dirizzare pel loro proprio verso la Firenze del secolo XV operarono il vecchio Cosimo ed il magnifico Lorenzo. No; la dinastia granducale Medicea è una cooperatrice familiare e compagnevole della cittadinanza fiorentina e toscana, ormai tranquillata e ferma nella servitù; signoria assoluta, dispotica anzi, ma non propriamente tirannica, la quale, senza nè spingere nè trattenere, procede di conserva con la società nuova che si è formata intorno a lei, e che tanto è diversa da quella che fu popolo, quanto cotesti granduchi dai loro avi, che in quel popolo furono tutto fuori che principi. Solamente può dirsi, e si deve, che la signoria assoluta nella quale si è trasformata la supremazia medicea, come impedisce le feconde iniziative fuori del chiuso campo nel quale uno solo è il padrone, come soffoca le reazioni generose contro l'arbitrio di lui, come ammortisce l'espansione dei sentimenti e delle volontà, che opererebbero chi sa su quale altra linea, verso quali altri obietti; come aduggia delle ombre sue, siano pur protettrici, la pianta della scienza sperimentale, che, maturata dai tempi, fiorisce ormai e vigoreggia sul buon terreno fiorentino; così con più maligna efficacia, che non potesse mai sugli animi de' liberi cittadini la politica liberticida de' Medici avanti il principato, influisce nel carattere dei sudditi i vizi o le deficienze che accompagnano e affrettano il logoramento fatale di quella stirpe. In tal modo il secolo XVIII riceverà, per le nuove sorti che la politica europea ha ordito alle regioni italiche, una Firenze e una Toscana, sulle quali alita sì la grande tradizione del pensiero e dell'arte da Dante al Machiavelli, da Michelangelo a Galileo; e sorvola alle effimere corruzioni, spirito immortale e verbo di nazione, la lingua; ma nel carattere e nel sentimento, nell'abito del vivere e nelle istituzioni, han filtrato e si son diffuse, la debolezza o l'insufficienza di Cosimo II e di Ferdinando II, la bigotteria testarda di Cosimo III, la scettica dissolutezza di Gian Gastone. L'età virile del granducato Mediceo, durata settantadue anni in Cosimo I e nei suoi due figliuoli, Francesco erede dei vizi paterni e Ferdinando I delle virtù; età, nel cui corso alcun che della Firenze repubblicana sopravviveva se non altro nella memoria di chi ci aveva vissuto; quella età è ormai consumata ne' suoi effetti, e moralmente quasi prescritta, lungo i centoventott'anni degli altri quattro principati.

III.

Cosimo I assume giovinetto il potere, calcando le superstiti resistenze repubblicane, e l'ambizione, a quelle alleata, della ultima famiglia di emuli contro la supremazia medicea, gli Strozzi. Legato di necessità alla fortuna di Spagna, vuole e sa avere, pur sotto quegli auspicî, una politica propria, che gli consente i vantaggi della protezione imperiale, riserbandogli sufficiente libertà di atti, rispetto agli altri Stati d'Italia, alla Francia, alla Chiesa. Vendicata in Lorenzino la strage del duca Alessandro, e in Filippo Strozzi (comunque e' finisse) la resistenza armata al proprio insediamento, volge attorno, con sicurezza di vecchio signore, di sovrano nato, lo sguardo: e mentre prosegue (con tutti i mezzi, nessuno eccettuato, leggi, forca, pugnale) la depressione e la dispersione de' ribelli, che, sotto quel flagello incessante, non si raccozzeranno mai più; mentre difende la novella sua porpora ducale dalle gelosie delle antiche prosapie principesche d'Italia, e contro l'ardito generoso tentativo dell'ultimo, nell'Italia medievale, idealista di libertà Francesco Burlamacchi; Cosimo ha, fin da principio, chiaro dinanzi a sè il suo intento, e verso quello mira con perseverante sagacia, risolutezza e, quand'occorra, violenza: e l'intento suo è la formazione d'uno stato che abbracci tutta intera la Toscana. Da Montemurlo a Scannagallo, questa tenace sua volontà trionfa col soggiogamento della vigorosa Repubblica sopravvissuta alla fiorentina, pel quale gli è consentito di scrivere sul granito della colonna di Santa Trinita “Cosimo de' Medici duca di Firenze e di Siena„: la volontà di Cosimo, prima e dopo di quella vittoria, si afferma, a benefizio del paese e afforzamento del principato, mediante i provvedimenti agrari migliorativi specialmente del Valdarno pisano e della Valdichiana; si afferma con la difesa del litorale infestato dai Barbareschi, contro i quali la istituzione della milizia di Santo Stefano durerà non senza gloria della nazione; con gli stessi forzati pazientamenti, si afferma, verso la Spagna. Lo stato spagnuolo dei Presidî, nella Maremma senese, è limitato, per ventura d'Italia, dall'assodata potenza (che la Corsica, destinata a disitalianarsi per colpa d'una italiana repubblica, invoca quasi presaga) dalla potenza di questo duca italiano. Non molto dissimile che con l'Impero, fu l'atteggiamento suo con la Chiesa: della quale secondava le gagliarde resistenze alla libertà religiosa, accettando in Firenze i Gesuiti; favorendovi l'Inquisizione, e vilmente gratificandola del capo di Piero Carnesecchi; sovvenendo le sanguinarie guerre di religione in Francia, anche per destreggiarsi con Caterina che sul trono cristianissimo aveva portato i rancori suoi di Medici, ultima del maggior ramo, contro lui Cosimo sopravvenuto e sormontato del ramo cadetto: — ma tuttociò, senza ch'egli disertasse la difesa delle civili giurisdizioni contro le usurpatrici improntitudini del fòro ecclesiastico, e conservando quella indipendenza statuale ch'era stata pe' secoli tradizione della guelfa repubblica. Fu vittoria di questa sua politica, audace a un tempo e prudente, il serto di granduca di Toscana che a cinquantun anno, soli quattro prima che morisse, coronò per mano del Papa, con mala contentezza dell'Impero e dei principi italiani, le ambizioni di questo che solo fra essi tutti, in quanto fondatori di nuovo stato, poteva vantarsi di aver saputo applicare, sebbene per fini del tutto personali e dinastici, le sinistre teorie, a ben più alta meta rivolte, di Niccolò Machiavelli.

Coerentemente a questa sua azione verso il di fuori, l'amministrazione dello Stato fece egli servire al concetto di afforzarlo anche internamente e guarentirlo da pericoli di turbamento. Perciò represse i maleficî con fiere leggi; aiutò i commerci nei quali egli stesso continuò, da buon Medici, a trafficare con somme ingenti; ordinò, quanto meglio consentivano i tempi, l'economia pubblica, non senza aiutarne i provvedimenti con le ispirazioni della carità. Nel favorire gli studî, non pure rinnovò l'antica liberalità medicea, ma consentì libertà di pensieri e di giudizi maggiore assai che non avrebbe tollerata nei fatti. L'Accademia Fiorentina, che, quasi rinfocolando i platonici entusiasmi del Rinascimento, denominò sacra; l'Accademia del Disegno, il cui sorgere s'irradiò degli splendori del divino Michelangelo; la biblioteca Medicea Laurenziana; lo Studio di Pisa; sentirono il benefizio dell'opera sua. Palazzi, ville, loggie, colonne, statue, il fabbricato degli Ufizi superbo di greca toscanità, furono sotto gli occhi del popolo il duraturo ricordo e l'auspicio della signoria novella. Ma di questa signoria il monumento più solenne, e pieno di ammonitrice severità e di epica grandezza, addivenne il palagio che d'allora in poi, cessatagli la perpetua giovinezza della libertà, s'incominciò a chiamare il Palazzo Vecchio; il palagio, che da sede del magistrato popolare artigiano, diventava il Palazzo del Duca, e i suoi veroni giardino pensile della duchessa spagnuola, e calate dalla torre le campane che avevano per secoli risonata la voce del popolo, e le pareti del salone memore di fra Girolamo istoriate delle guerre asservitrici di Pisa e di Siena, e ai lati della porta fiammeggiante nel nome di Cristo re profanate le virili idealità del David michelangiolesco con l'appaiarle all'eroismo brutale del grosso iddio Ercole. Poco appresso, sulla verde pendice che sovrasta all'oltrarno, sorgeva, vagheggiata dalla duchessa, sorgeva nel palagio di altri emuli vinti già da tempo, e si distendeva pei viali ariosteschi di Boboli, la vera e propria reggia fiorentina, che Cosimo mediante l'aereo corridoio da Pitti agli Ufizi congiungeva col Palazzo del Duca; nel modo stesso che altrove un despota feudale avrebbe, con qualche via sotterranea irta di orridi agguati, comunicato il proprio covo con la ròcca delle sue masnade: ma in Firenze quel corridoio valicante l'Arno, finiva, in volger breve di tempo e per quando duchi e granduchi sarebber trapassati alla storia, con l'aver congiunte due reggie dell'arte, e fatto un solo tesoro della più splendida galleria che vanti il mondo civile.

Nella vita privata e domestica, unì Cosimo quella che ormai pel secolo cortigiano era repubblicana rozzezza, con le qualità buone o tristi di principe assoluto. Armatore e carezzatore di sicarî, non si tenne dal farsi omicida egli stesso. E invero, la vita degli uomini, o strumenti o vittime ch'e' se li assegnasse, fu a lui meno che nulla: nel che pur troppo quella rozzezza di medio evo agevolmente si conciliava con la ferocia, più o meno dissimulata, che l'istinto della conservazione e i clericali sofismi del diritto divino connaturavano alle tirannidi dinastiche. Dalla Eleonora di Toledo che, data a lui dalla Spagna, molto conferì a improntare di spagnuolo la novella corte, ebbe figliolanza, salvo uno, Ferdinando granduca, tutti, quanti essi furono, di tragiche sorti: Maria, morta giovinetta non si sa se d'amore o di veleno; Isabella Orsini e Lucrezia d'Este, la prima certamente uccisa dal marito; Garzia e Giovanni, mancati di precipitosa morte insieme con essa la madre; Pietro, perdutissimo uomo, più scherano che principe, assassino dell'altra Eleonora di Toledo che fu moglie sua sciagurata; Francesco successore, mal vissuto e finito in turpe abbandono di sè a grossolani abusi: per non dire degli altri due figliuoli che Cosimo ebbe, Giovanni (uomo di venturosa vita) da una Albizzi, e Virginia (che andò sposa, e vittima a un altro Estense) dal secondo senile matrimonio con una Martelli.

La figura di Cosimo esce da que' suoi trentasette anni di regno, luminosa di carattere, di genio politico, d'una forte, profonda, imperturbata coscienza di quanto egli principe doveva a sè e al paese ch'egli in sè impersonava: tenebrosa di propositi inflessibili, di bieche violente passioni, il cui impeto pure gli concedeva una feroce apatia al bene ed al male. Uomo terribile al fare; e a ciò che di fare si prefiggeva, e quasi si decretava, subordinatore di tutti i sentimenti, di tutti i principî, di tutti i doveri. “Ho fiducia (diceva) in Dio e nelle mie mani„: nella quale specie di complicità fra coteste mani ducali e quelle sante di Domeneddio si potrebbe, anche essendo teologi molto indulgenti, osservare qualche cosa. Forse ne' tempi da lui vissuti, per riuscire a quel ch'egli riuscì, non si poteva essere diversi da quel ch'egli fu.

IV.

Se diremo, che pel capo di Francesco la corona della Toscana trapassò da Cosimo al successore suo vero Ferdinando, avremo giudicato, in confronto del padre e del fratello, quel secondo granduca, degno allievo di corte iberica, duro ad ogni buona cosa, ad ogni cattiva mollissimo, il dammeno di tutto il principato mediceo, e che quasi in tutti gli atti della sua vita si mostrò men che principe e men che uomo: cosicchè ne' suoi tredici anni di regno, dal 1574 all'87, anche quello di buono, a che pose mano, gli si sviava nel male. Il che addimostrò egli nel resistere, ma con effetti disordinati e manchevoli, alle pretese giurisdizionali della Curia di Roma; e nel curare la prosperità economica dello Stato, ma con leggi proibitive, tanto più condannabili in quanto poi vantaggiavano nel suo privato i commerci da lui esercitati con avidità più che di mercatante; e nel favorire le arti, che si adornarono delle opere del Buontalenti, dell'Ammannato, di Gianbologna, del Bronzino, del Poccetti, spesso però con intenti subordinati al vacuo fasto cortigianesco; e nel mostrarsi non alieno dalle lettere, ma alla protezione verso la Crusca frammettendo il favore per le censure o piuttosto fiorentine vendette del cavaliere Salviati in odio a Torquato Tasso; e appassionandosi per le scienze naturali, ma col perdersi dietro alle vanità, e alle stolte cupidigie dell'alchimia. L'atto suo più efficacemente regio fu forse l'aver proseguito, come poi anche il successore Ferdinando, l'incremento del porto e città di Livorno: e l'atto più sciagurato, la tresca, mescolata a bestiali stravizî e saldata dall'assassinio del marito, la tresca con Bianca Cappello; per la quale fu intronato il malcostume e lo scandalo che serpeggiavano per entro tutta la famiglia, e quasi, a maniera mussulmana, convertita la reggia in alcova, finchè nel simultaneo disfarsi d'ambedue i turpi coniugi si adempiè, a distanza di poche ore dell'uno dall'altro, la giustizia vendicatrice dello strazio indegno sofferto dalla granduchessa legittima la virtuosa Giovanna d'Austria. Si può dubitare se sia giusto il paragone che si fa di Cosimo con Tiberio, e vedere invece maggior convenienza a lui nelle virtù e nei vizi d'Augusto: ma egli è poi certo che in Francesco ebbe Firenze il suo Claudio.

Ed altresì certo, che Ferdinando I possa, fatta ragione dei termini di così diseguali proporzioni, essere avvicinato fra quei romani Cesari ai più equabilmente temperati. Se, a dinastia finita, Firenze avesse dovuto decretare pubblica onoranza monumentale ai veramente insigni fra i granduchi medicei, sarebbero egualmente le statue di soli due, Cosimo I sulla piazza della Signoria e Ferdinando I su quella dell'Annunziata, che ci sorgerebbero oggi, come ci stanno infatti e in Firenze e in Pisa, dinanzi: nè dello avere Ferdinando “coi metalli rapiti al fero Trace„, com'egli scrisse in quel bronzo, monumentato non tanto, del resto, sè stesso, quanto le sue vittorie sui barbareschi, gli faremo noi carico, se pensiamo che decretate più tardi, quelle due statue le avremmo avute da ben altre mani che da quelle di Gianbologna.

Salito al trono in veste tuttora da Cardinale, Ferdinando portò con sè come un'aura di pacifica dignità, che rompendo le atroci tradizioni domestiche, molto valse a ricomporre e ricondurre verso il Principe gli animi dal duro imperio di Cosimo sbigottiti, dalle brutalità di Francesco nauseati. La politica indipendente con la quale si svincolò dalla soggezione spagnuola, ebbe, fra il 1589 e il 1600, suggello in due matrimonî francesi: il suo proprio, conciliato dalla vecchia regina Caterina, con Cristina di Lorena, che gli fu degna compagna di vita e di governo, e quello, non altrettanto felice, di Maria, nipote di lui col re Enrico IV, riamicato ch'e' l'ebbe alla Chiesa. Nè per questo potè dirsi aver egli non altro che mutata servitù: perchè e verso la Francia e verso la Spagna mantenne il proprio diritto, e l'amicizia sua fece desiderabile e ricercata all'una e all'altra delle due potenze che si maneggiavan l'Italia; e fra l'una e l'altra seppe esercitare autorità non infruttuosa pel trattato di Vervins che lo pacificò: — e la sua bandiera sul castello d'Iff nel mar di Marsiglia; e le pratiche per l'acquisto del marchesato di Saluzzo a bilanciare le ambizioni italiche di Carlo Emanuele nostro; e la partecipazione alle guerre imperiali contro il Turco; e le fortunate imprese delle sue galere Stefaniane contro i pirati africani; furono altrettanti atti del governo sagace, vigoroso e prudente, per i quali la Toscana, nella malcongegnata macchina di quella Italia del secolo XVII, si acquistò e conservò un'autorità, che la postura sua al centro della penisola rendeva doppiamente salutare e onorevole, non pure all'interesse dinastico del granducato, ma altresì al nome, fosse pure mero nome, d'Italia.

Mite, ma non dimesso d'animo; accorto, preveggente, operoso; dalle relazioni col padre e con Francesco e con l'altro fratello Pietro, aspre e difficili, ammaestrato per tempo a far suo pro de' loro trascorsi e a curare negli altri ed in sè le magagne della propria stirpe; e nella vita cardinalizia romana dirottosi a prendere pel loro verso uomini e cose; egli portò nel suo governo tutto il beneficio di quelle qualità sue morali, e di questa non lieta e paziente esperienza. Splendidamente riassunse, sì da cardinale e sì da granduca, la tradizione domestica di mecenate. Dei tesori d'antica arte che da Roma più tardi immigrarono in Firenze, molto (e basti ricordare la Venere, la Niobe, i Lottatori, l' Arrotino ) si deve a lui, che ne avea adornato da Cardinale villa Medici. Splendido fregio d'arte nuova alle pompe cortigiane, in cui si adagiavano ormai domi cuori ed ingegni, furono il melodramma nascente, il commesso in pietre dure, l'ambizione del principe d'aver cortigiani che si chiamavano Chiabrera o Guarini; e il Chiabrera ne ispirava quella sua ingegnosa poesia di riflesso, a favoleggiare epicamente sulla Firenze de' tempi barbarici, o a pindareggiare sulle palestre della Firenze granducale, o sulle imprese cristiane del naviglio toscano. E ben potevano coteste avventure marittime atteggiarsi a piccole crociate, se è vero che e Ferdinando e poi il figliuolo Cosimo II, ambedue eroi del poeta savonese, vagheggiassero l'idea cavalleresca d'una rivendicazione, anzi trafugamento, del Santo Sepolcro; e che a ciò fosse destinata la nuova cappella Laurenziana, lussureggiante di marmi, che fu invece e rimase la Cappella dei Principi e loro sepolcreto. Da cosiffatti pensieri, i quali forse in animo di principe italico erano l'estremo guizzo del sentimento cristiano che pure in quel secolo produsse alla civiltà Lepanto e la Gerusalemme, non diremo alieno l'adoperarsi di Ferdinando per una stamperia orientale, fruttuosa agli studi fin ne' giorni nostri medesimi. Nè ciò gl'impedì le cure dei traffici (e fu lui l'ultimo mercatante mediceo) alimentatori d'una ricchezza più che regia, e per i quali il vincitor de' pirati dicesi non isdegnasse, talvolta anche a loro cooperazione, l'industria dei contrabbandi marittimi; ma del cui frutto, a ogni modo, si vantaggiavano i bonificamenti aretini e di altre parti del dominio, che dalla mano di Ferdinando ricevè insomma quella coesione economica e politica di granducato toscano, la quale perdurò fin che una Toscana politica ha conservata ragione di essere.

V.

I due successivi granducati, che occupano dal 1609 al 1670 la maggior parte del secolo; con la breve signoria di Cosimo II fino al 1621, con la reggenza della madre sua Cristina e della moglie Maria Maddalena d'Austria, e con la signoria, dal 27 in poi, lunga d'oltre quarant'anni, di Ferdinando II; segnano sollecitamente l'indebolirsi, se non ancora della dinastia, ma certo del governo così negli ordini amministrativi come nei politici. Nell'interno, dove l'opera de' ministri prevale troppo spesso a quella del Principe, languiscono lentamente i commerci e le industrie, deperisce l'agricoltura, i vincoli giurisdizionali sopraffanno l'economia pubblica e domestica, si snerva la famiglia e si gonfia il convento, l'antico vigore del braccio e dell'animo si strania in servigio d'altri paesi; scarsa e mal nutrita è la fioritura delle lettere e delle arti, faticosa e contrastata quella della scienza che per virtù e martirio di pochi si afferma. Dal Cinque al Seicento, in Toscana, non è solamente cambiata la forma del reggimento civile; si è mutata la razza. Nelle relazioni esteriori, solidata ormai, per necessità di cose e per salutare effetto delle altrui gelosie reciproche, la esistenza del granducato, non però è altrettanto scevra d'impedimenti la morale indipendenza del Principe: la tradizione politica di Ferdinando I, tenuta in piedi alla meglio fra l'imperversare delle ambizioni e delle guerre dinastiche, non vale ad assicurare a' suoi successori la libertà delle loro amicizie o alleanze. E quando, cessati all'Impero i pericoli sovrastanti da Enrico IV, s'imbastiscono, con quelle del doppio ducato di Monferrato e Mantova, le prime guerre di successione; e Carlo Emanuele I sospinge animosamente i destini di Casa Savoia; e la guerra dei Trent'anni sconvolge o sospende tutta l'Europa; la politica medicea è, senz'arbitrio di scelta, vincolata più o meno strettamente a Spagna e Austria, e due fratelli di Ferdinando combattono in quella guerra ed uno vi muore. Il che non guadagnò del resto a Ferdinando II il ricambio dell'alleanza, allorchè egli ebbe a contrastare anche con le armi, e non senza onore, alle oltracotanze nepotistiche di papa Barberini; riserbandosi egli bensì, a sua volta, di starsene a suo agio, quando Spagna e Francia si accapigliarono sulla costa maremmana per la vecchia questione dello Stato dei Presidii. Tutto insieme, non mancarono a Ferdinando II qualità di governo; ma inadeguate alla straordinaria e troppo vasta complicanza dei fatti contemporanei. Ed è altresì vero che alcune deficienze, delle quali in quel periodo casa Medici peccò verso sè stessa, non sono imputabili nè a lui nè al padre suo, ma alle Reggenti; come fu del non aver fatto a tempo valere il conchiuso matrimonio di lui con Vittoria, ultima Della Rovere, per attirare alla corona granducale il ducato d'Urbino; che sarebbe stato più vantaggioso, e troppo più bello, acquisto che non gli altri, i quali Ferdinando non trascurò, di Pontremoli e di Santa Fiora.

La bontà, accompagnata in Cosimo da umore anche troppo proclive ai sollazzi e alle scurrilità delle corti d'allora, fu in ambedue questi principi naturata conformemente: e Ferdinando ebbe nella orribile pestilenza del 1630 occasione di esercitarla con provvedimenti ed atti, piuttosto di padre che di sovrano. E come a Cosimo questa bontà ingenita addolcì l'austerità, del resto affettuosa, della madre e della moglie, e lo fece rassegnato nelle infermità della vita breve; così a Ferdinando dette la virtù di sopportare quella tribolazione lunga, che gli furono in casa le donne. Il carattere della moglie, altero, ombroso e dispettoso, si atteggiò fin da principio ad aperto contrasto con quello di lui effusivo, benevolo e gaio: donde avvenne, che e' trascorresse, sebbene senza rumore di scandali (che fra i potenti del secolo finivano spesso, e per lo più impunemente, nel tragico), a cercarsi allegria dove non avrebbe dovuto; ed altre conseguenze derivarono, fatali alla dinastia, delle quali assai dice la distanza di anni diciotto fra il primo figliuolo, che fu, a tutta imagine materna, quel bel fiore di Cosimo III, e il secondo, prima cardinale sguaiato, e poi, per comodo, marito sconcio e inutile d'una Gonzaga. Eppure la Vittoria Della Rovere dovette a quel pover'uomo parere un angiolo, appetto a quel vero demonio di nuora, la bella Luisa d'Orléans, ch'egli andò a scovare sino in Francia pel suo figliuolo e successore. E con cotesti matrimonii a cattiva luna, l'urbinate, l'orleanese, il mantovano, e poi i due tedeschi de' figliuoli di Cosimo III, si svolse rapidamente la distruzione della famiglia, il disfarsi, potremmo dire con Dante, ma questa volta non men precipitoso che irreparabile, il “disfarsi della schiatta„.

Che poi a que' due granducati di Cosimo II e di Ferdinando II, e a quella femminile reggenza, si congiunga con vicende così dolorose la storia del pensiero e dell'opera magnanima di Galileo; e che il nome di Cosimo a' satelliti di Giove, e quello di Cristina in fronte alla lettera per la libertà dell'indagine scientifica, non facciano se non aggravare la colpa dell'acquiescenza di Ferdinando al martirio e alla curiale persecuzione, fin oltre tomba, del divino filosofo; in ciò è forse la più grave condanna di tutto quel periodo mediceo: perchè, dinanzi alle tarde ma immanchevoli giustizie della umana coscienza, i meriti maggiori o i demeriti dei sovrani della terra, sono quelli che essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero. Avrebbe forse ammendate le vergogne di quella colpa la instaurazione, che, sotto i granducali auspicii fraterni, il dotto e buon principe Leopoldo sì validamente imprese, dell'Accademia del Cimento: e i nove anni, fino al 1667, che ella così onoratamente visse e operò, quasi raccogliendo sotto le sue insegne la combattuta scuola galileiana, riconducono invero sulla casa Medicea un raggio di quella gloria d'umani studi che Cosimo il vecchio, il magnifico Lorenzo e Leone pontefice avevano trasmesso in splendido legato ai loro discendenti; e in quel novennio, del secolo che la trionfale cultura francese segna del nome di Luigi XIV, si accoglie senza dubbio l'ultima collettiva energia intellettuale che da questo nostro angolo privilegiato di patria manda, a benefizio della civiltà, il genio d'Italia. Ma quando, mentre d'ogni intorno garrule e vaniloquenti sbucan fuori e prosperano Accademie d'ogni sorta e figura; e di lì a soli vent'anni, per frondeggiare su tutta la penisola, si matura l'Arcadia; quando invece vediamo il Cimento, questa sola Accademia scientifica, eletto e numerato drappello di non pregiudicati ricercatori del vero, inciampare sui primi passi; — e quel buon principe Leopoldo, col diventare il Cardinale necessario in famiglia, lo vediamo ritrarre la mano, come da alcun che di non più addicevole, da quella pur nobilissima opera sua, e col ritrarsi di quella mano l'Accademia del Cimento finire; finire, con pia sodisfazione del nipote Cosimo, che sta per essere granduca, e della nera congrega che lo circonda; — ci si addimostra ben chiaro, come anche di questa cosa buona il granducato mediceo non ebbe la forza, e che sulle pagine della sua storia, con la lode di quel che s'accinse a fare, rimane l'accusa e il biasimo di quel che avrebbe dovuto e potuto perseverare a fare, e non fece.

VI.

Ma e da quel che fece e da quel che non fece, pesa egual carico di biasimo sul penultimo dei sette granduchi, Cosimo III, che nella più lunga pur troppo di quelle signorie, lunga di oltre mezzo secolo dal 1670 al 1723, accompagnò e di propria mano sospinse il discendere in basso di tutto e di tutti; — politicamente, rinchiudendosi, dinanzi alle guerre prima di Austria e Luigi XIV, poi per la successione spagnuola, in una neutralità passiva e non patteggiata, che esponeva lui al discredito, e la misera sua Toscana a pagare le spese di quel rincantucciamento fuor dell'orbita degli interessi europei; — amministrativamente e moralmente, con l'avere eretto in sistema di governo il più goffo e irragionevole pietismo che mai abbia adulterate e disonestate le alte e feconde ispirazioni del principio religioso, e riducendo così tutta la vita civile ad una mostruosa parodia di convivenza monastica, sbanditone ogni libertà non che d'azione, non che di pensiero (pena, dal detto al fatto, la frusta, la berlina, la forca), ma pur di sentimenti e d'affetti e d'abitudini; sino al regolare, a norma d'editti e con pratiche inquisitorie, sanzionate spesso da violenze crudeli, non solamente la dieta ecclesiastica del magro e del grasso, ma le conversazioni, i matrimoni, l'uso della parrucca, il servizio dei domestici, il fare all'amore: nobilissime cure di governo, ch'egli alternava con la propaganda religiosa a quattrini contanti, pagando conversioni e battezzamenti, che, con meritata profanazione, erano spesso presi in burla da venturieri di questa novissima industria santimoniale messa al mondo da lui. Dai viaggi per molte regioni d'Europa, sebbene fatti in compagnia di valentuomini come Filippo Corsini o Lorenzo Magalotti, poco più altro ritrasse che il venirgli a noia la scienza, e il contrarne la fastosa burbanza di gran monarca; alla cui maestà l'aver potuto aggiungere, a competenza di Casa Savoia, il titolo d'Altezza Reale, fu una delle sue più segnalate imprese, insieme con l'altra di esser tornato dall'anno santo di Roma con la dignità di Canonico di San Pietro. Di quel non molto in che favorì alcune parti dell'umano sapere e i loro cultori, mal ci apporremmo a derivare la ispirazione da liberale moto d'animo culto, anzichè rintracciarne i motivi in considerazioni di personale interesse o sodisfazione; come nella familiarità col Magliabechi, che al servizio del principe metteva non la maravigliosa dottrina soltanto, ma la coscienza altresì; o col padre Segneri, del quale non so quanto, senza la tonaca del gesuita, avrebbe pregiato il signorile possesso dell'artificio oratorio e dell'idioma italiano; o col Redi, che gli tutelava lo stomaco e glielo afforzava per la vecchiaia; o col Micheli, la cui sapienza botanica impreziosiva i granducali giardini e gli arrubinava i fiaschi degli squisiti doni di Bacco che il medico poeta cantava; i fiaschi di buon Chianti, che esso Cosimo mandava a regalare ai coronati d'Europa, in una stessa spedizione col vocabolario della Crusca, per la terza volta rinnovato da una delle più valenti generazioni di quelli accademici. La qual paesana mescolanza di vino e di lingua, sangue l'uno e l'altro de' rispettivi organismi, il corpo e la nazione, sarebbe stata di buon augurio, se le vigne granducali non avesser prosperato, com'una cultura di stufa, in mezzo a regione squallida e depauperata; e se alla lingua di Dante e del popolo non fosse stato il nostro Vocabolario, per tutto un secolo dipoi, piuttosto deposito e tomba che riproduttivo vivaio; se la parola, più che lucida forma di pensiero e virtù alata d'affetto, non avesse finito quasi interamente con l'essere inerte materia frammentaria al congegno meccanico della frase; cosicchè quando dalle labbra d'uno di quei cruscanti cortigiani, che la natura avea fatto poeta, balza quasi inconsapevolmente il santo nome d'Italia, e da quel cuore buono scoppia il rimpiante della “funesta bellezza„ di lei, e delle cupidigie ladre straniere, e del fato indegno che la condanna “a servir sempre o vincitrice o vinta„, noi restiamo incerti se quella voce di Vincenzo Filicaia è l'eco di tempi anteriori, o il grido fatidico d'un lontano avvenire.

Dal matrimonio che dette alla Toscana l'ultimo granduca, ho accennato quali consolazioni avesse Cosimo: consolazioni le quali, anche dopo la o espulsione, che s'abbia a dire, o fuga, della moglie, gli continuarono nelle affannose sollecitudini dell'assicurare la successione con l'ammogliare il fratello e i due figliuoli (nè a lui affezionati nè egli a loro, perchè ambedue, come la madre, alieni dall'umor tenebroso paterno), e col maritare, sola a lui ben accetta, la figlia. E tutti e quattro senza buon resultato: a vuoto il fratello, scardinalatosi, Francesco Maria con la Gonzaga; — a vuoto, e premorto al padre, lo scapestrato e vizioso Ferdinando con la buona e infelice Violante di Baviera; — e pur finiti senza prole, dalla sua brutta e salvatica moglie di seconde nozze boema il successore Giangastone, e l'Anna che vedova dell'Elettor Palatino tornò poi a veder qui consumarsi ed esser trasferito nei Lorenesi il granducato mediceo: — in quei Lorenesi, del cui ducato, invece, se non era la pusillanimità di Cosimo III (che il Magalotti suo diplomatico sdegnosamente proverbiava), i patti di Nimega avrebber potuto incoronare un Medici; uno de' figliuoli datigli così di mala voglia da quella Orleanese, la cui madre era de' Lorena, e il cui primo amore, ossia il solo, era stato con un Lorena. Chi volesse in una rappresentazione scespiriana, intinta di tragico e di comico, drammatizzare la catastrofe di casa Medici, ne avrebbe, dalla venuta, regalmente festeggiata in Firenze, di Luisa d'Orléans fiorente di gioventù, di bellezza, di gaiezza francese, al suo ritorno in Parigi per esser rinchiusa nel convento di Montmartre moglie furibonda d'odio e di disprezzo, ne avrebbe il primo atto del dramma; — nel cui atto ultimo, il figliuolo di lei Giangastone si vedrebbe per le sale di palazzo Pitti, circondato da cortigiani innominabili; fra le brigate, salariate per l'orgia a un ruspo la settimana, de' suoi Ruspanti; in vedovanza volontaria, anzi entusiastica, della sua grossa castalda di Reichstat; trascinare incurante l'agonia del gran nome che pesa su quel corpo disfatto, su quell'anima, del resto non volgare, come brillante e acuto l'ingegno, alla quale mancò fino dai primi anni l'alito salubre della virtù domestica. Ma incurante, non è giusta parola. Un pensiero, un alto pensiero, ebbe Giangastone; lo ebbe lo stesso Cosimo III: e fu, lo credereste? la libertà fiorentina. Il pensiero che angustiava il lutto paterno del vecchio Cosimo pater patriæ, quando aggirandosi per le sale deserte del superbo suo palagio cittadino di via Larga, esclamava: “Questa è troppo gran casa a sì poca famiglia„; quel pensiero, ne' cuori, tanto l'un dall'altro diversi, de' due ultimi granduchi, si atteggiò al rammarico, forse al rimorso, che questa cittadinanza, ormai da tre secoli addivenuta d'una in altra forma l'appannaggio domestico d'un Medici, fosse destinata irreparabilmente a passare ad altre mani, chi sa quali! E allorchè i tentativi di rifar razza si videro l'uno dietro l'altro soggiacere alla sentenza inesorabile di tale destino; e che i vigilanti speculatori del mercato europeo dei popoli furono pronti ad evocare sul capo della nobile vittima di papa Clemente e di Carlo V la trista parola “feudo dell'Impero„; i diritti, dinanzi a Dio non prescritti, della libertà fiorentina, ebbero difensori, per vie diplomatiche e giuridiche, i due ultimi granduchi medicei. In quel dramma, che dicevo possibile, degli ultimi Medici, la scena di queste proteste non mancherebbe di tragica dignità: ma il cosiddetto Senato fiorentino che lamentosamente le accompagna, intonando la propria alla voce senile del principato morituro, farebbe le parti d'un coro piuttosto di Aristofane che d'Eschilo.

Del resto, la gaia reazione che i quattordici anni di regno di Giangastone, dal 1723 suo cinquantaduesimo, portarono nella vita fiorentina, fu, più che altro (salvo qualche utile rivendicamento della potestà civile), una mutazione di scena. Dall'acre bigotteria di Cosimo III al dissoluto cinismo del figliuolo, Firenze compì tranquillamente in sè stessa la distruzione d'ogni morale energia, preparando docile materia alle riforme legislative che poi formarono il vanto de' primi sovrani lorenesi. Dal 1718 al 1735, pe' trattati di Londra, di Cambray, di Siviglia, dell'Aia, la Toscana di Cosimo e di Giangastone fu maneggiata e rimaneggiata secondo gl'interessi di Spagna, d'Austria, di Francia; passò in anticipazione dalle mani dell'infante Carlo a quelle di Francesco duca di Lorena; ricevè guarnigioni spagnuole, per cambiarle poi con tedesche; e nelle mani di questi, alla morte di Giangastone il 9 luglio 1737, rimase. Ombra medicea accanto al nuovo trono lorenese, restò ancora per sei anni la figliuola di Cosimo, la vedova Elettrice Palatina. E poi tutta la prima dinastia de' Granduchi di Toscana fu adagiata nei sotterranei di San Lorenzo.

VII.

Nel settembre del 1857, Sua Altezza Imperiale e Reale Leopoldo II, Principe imperiale d'Austria, Principe reale d'Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria, e, per grazia di Dio e volontà d'Italia, ultimo granduca di Toscana, passava in rassegna quei serenissimi morti. Non era al certo un presentimento che quel dabben principe avesse dello sfratto imminente, che gli consigliava una cosiffatta funziono funerea; perchè, a differenza del mediceo, il principato lorenese si disfece, e ci lavorò anche di propria mano, con la più evangelica osservanza del non pensare al dimani. Ma alle benigne ironie della storia è invero arguto soggetto questo granduca che, poco prima d'andarsene egli e i suoi, verifica le mummie della dinastia precedente, e le rimette al posto. Le aveva levate di posto, insieme con tante altre cose di vivi e di morti, la procellosa fin di secolo, che dal 1789 al 1815 aggirò nei suoi vortici popoli e troni. Nel 1791, regnando Ferdinando III, si erano rimossi dalla vecchia e dalla nuova sagrestia i depositi che in muratura ed in legno, circondati da cancellatine di ferro, facevano ingombro non bello; e raccolti nel sotterraneo della Cappella dei Principi, erano stati affidati in temporanea custodia al reverendo Capitolo della Imperiale e Reale Basilica. La custodia fu tanto temporanea, che durò sessantasei anni, scordatisi di quei poveri morti tutti i governi che s'incalzarono durante la bufera, e poi lo stesso reduce Ferdinando; e fu tanto scrupolosa, che quasi la metà di quelle casse si trovarono violate e derubate degli oggetti preziosi. Era pertanto umano e degno pensiero quello di assegnare a cotesti depositi una stabile e decorosa tumulazione; prima di procedere alla quale, volle il Sovrano che di ciascun d'essi, cassa per cassa, fosse fatta dinanzi ad ufficiali dello Stato e a persone competenti, con l'assistenza d'un notaio, regolare recognizione. E questa ebbe effetto nei giorni dal 18 al 25 settembre dell'anno che ho detto.

S'incominciò dai genitori di Cosimo I: ed ecco ricomparire Giovanni delle Bande Nere (trasportato da Mantova in Firenze a' tempi di Cosimo III), con la gamba tagliata, le altre ossa scompaginate, l'armatura in pezzi, salvo l'elmo dentro il quale è intatto il capo; mancante la spada; ed ecco la sua valente donna, Maria Salviati, assai ben conservata, vestita monacalmente. Cosimo e l'Eleonora di Toledo, co' figliuoli giovinetti, sfoggiano lugubremente gli avanzi de' loro vestimenti spagnuoli; i capelli della duchessa sono biondicci e attorti da una cordicella d'oro, come nel ritratto fattole dal Bronzino. Francesco e Giovanna d'Austria sono tuttavia in assai buon arnese di corpo e d'abiti; ricchissimi quelli della povera Austriaca, dalle cui orecchie brillano sinistramente fra quel putridume due bottoncini d'oro. Presso ai genitori l'unico figlio Filippo, che fu creduto vittima di veleno della druda Cappello; e poi il supposto rampollo maschile di questa, don Antonio: ma il corpo della sciagurata figlia di San Marco, gettato, com'è noto, nel carnaio o sepoltura popolare, è meritamente disperso. Ferdinando I giace ravvolto nella sua cappa magna di gran maestro dell'Ordine di Santo Stefano: e il simbolico re delle api, col motto “pur con la maestà„, lo ha dalla base della statua equestre seguitato fin colaggiù, sopr'una delle medaglie che gli posano sul petto. La moglie Cristina di Lorena ha essa pure sul petto una medaglia col ritratto di lui: e coi genitori sono adagiate Eleonora, morta a ventisei anni in accorata aspettativa di regie desiderate nozze con Filippo III di Spagna; e Maria Maddalena, essa pure mancata giovane, a trentatrè anni, monaca fra le domenicane della Crocetta. D'un altro loro figliuolo, il principe Lorenzo, la memoria latina, scolpitagli in una lamina di piombo, piamente epigrammeggia: “O tu che di qui a molti anni leggerai, difficile che tu sia quel che costui già fu; quel che è ora, facilissimo.„ Ma più austero ammonimento dà quest'altro piombo, sepolto con un di quei molti figliuoli naturali di principi della casa, Pietro del tristo Don Pietro di Cosimo: “Chiunque apra questa tomba, legga: ci guadagnerà. Nato in Spagna, accolto amorevolmente in Firenze da Ferdinando I, da Cosimo II, da Ferdinando II, cavaliere di Malta, soldato in Germania, governatore di Livorno: da vecchio, cieco e sfinito. Tutto tempo perduto. Ecco, a te che leggi, il guadagno che ti ho promesso„. E un altro morto, della medesima categoria di figliuoli, figliuolo di Don Antonio e dell'Artemisia Tozzi, ossia un nipote della Cappello: “Senti, o leggitore di qui a molti secoli, ciò che le ossa mie dicono.„ (E qui egli racconta la vita sua militare). “T'ho detto chi fui: chi sii tu, non lo so; che cosa sarai, l'ho per esperienza, polvere e ombra. Ti pagherò l'indugio. Sprezza l'oro e gli onori, fuggi i piaceri, sementa di travagli, d'affanni e di pentimento. Paolo de' Medici.„ E un altro bastardo fratello di lui (singolari, sia permesso il notarlo, queste allocuzioni morali di sotto terra, per l'appunto dai generati in quella maniera), Antonfrancesco Maria, vestitosi in morte da cappuccino: “Udite la voce che grida nel deserto di questo feretro: meglio un sol giorno con questo cilizio fra i poverelli di Dio, che lungamente nella reggia fra l'oro e le gemme.„ Cosimo II, morto appena a trent'anni, ha presso di sè, trasferita da Padova, dove mancò in viaggio, la sua vedova Maria Maddalena: le rispettive medaglie dicono, quella di lui: “Premio di virtù„; di lei, “Al cielo„. Ferdinando II, nella solita cappa stefaniana e con le sue medaglie, è iperboleggiato così: “Tu che fra questi avanzi mortali vedi il principe che fu, ripensa l'eroe: piangi? stupisci?„ Di che cosa? — verrebbe voglia di domandare — e dove l'eroe? Ma la sua Vittoria della Rovere mostra ancora le trine bianche e nere dell'abito; e nel rovescio della sua medaglia, Galatea solleva dalle acque la perla simboleggiante il candore della virtù. Seguono il principe soldato Mattias, e cardinali della casa, Carlo, Giancarlo (poco o male memorabili), e ben diverso il buon Leopoldo in vesti pontificali, sul petto degnamente la croce, intatti i lunghi capelli: la iscrizione plumbea ricorda il suo amore per le scienze; ma dovrebbe, espressamente, il Cimento. Ultimi Cosimo III e Giangastone, sicuri qui finalmente dalle rispettive consorti; e la Elettrice Palatina; in lenzuoli di seta nera, con grandi medaglie, e lunghe diciture epigrafiche.

Ma storia pietosa (la tomba, che tante ne raccoglie e conchiude, ne ha qui svolta una essa stessa) storia pietosa è quella di due fra questi depositi: commovente epilogo d'uno di quei malaccoppiamenti, lungo i quali la razza granducale medicea si logorò e si spense. Ferdinando che avrebbe dovuto essere terzo mediceo, e granduca invece del minor fratello Giangastone, ha, depositatogli a' piedi, in un vasetto di maiolica coperto d'un drappo nero, il cuore della principessa datagli in moglie Violante Beatrice di Baviera, morta, diciassett'anni dopo lui, nel 1731: virtuosa moglie, affettuosa, non bella, di marito libertino che mai non l'amò, mentr'essa (lo dice l'iscrizione, questa volta verace pur troppo) essa “coniuge amantissima, impose per testamento, che il cuor suo, donatogli nelle nozze, gli fosse ricongiunto in morte e collocato nel sepolcro stesso di lui„: con lui il cuore; e il corpo, così pure ella ingiungeva, riposasse nella chiesa delle monache di Santa Teresa in Borgo la Croce. E vi riposò fino al 1810, quando, dissacrata la chiesa, il Governo francese curò il trasporto di quelle ossa travagliate alla basilica Laurenziana. Restituita, in quella recognizione del 1857, al luogo da lei decretatosi, e che era ritornato ad essere sacro, colà rimane tuttora; non senza però aver corso pericolo, dopo la soppressione ultima e l'adattamento dell'antico monastero a penitenziario, di trovarsi novamente in terreno dissacrato, e a dover tornare per la seconda volta ai sepolcri di quella famiglia nella cui reggia non le fu felice l'ingresso. La chiesa di Santa Teresa è divenuta oratorio delle prigioni: e il corpo di “Violante Beatrice Gran Principessa di Toscana„ (come dice il titolo sovrapposto) rimane tuttavia all'ombra del santuario: ma senza le preci, rimane, là in quell'angolo lasciato a Dio nella trista casa del male, senza le preci delle sorelle in Cristo, che la povera bavarese volle e sperò risonassero perpetue sul suo capo infelice; mentre nel sotterraneo mediceo finirà di disfarsi quel ch'ella in vita ebbe dato a un Medici con auspicî sì tristi: il suo cuore buono di donna!

VIII.

Ed ora torniamo, Signore gentili, fuori del buio dei sepolcri, alla luce e alla vita.

Dal Comune artigiano alla supremazia medicea, dai Medici cittadini ai Medici granduchi, da questi ai Lorenesi, Firenze nostra, la Firenze del sentimento e del pensiero, della scienza e dell'arte, tenne quasi in grembo una non piccola porzione delle sorti d'Italia; come nel tesoro della lingua ella custodiva il suggello del nostro esser nazione. Que' due principati, fatta pur ragione dei meriti o demeriti rispettivi di quelli undici granduchi, furono nella storia della nostra regione fenomeno passeggero: non era in essi Firenze, non la Toscana. E quando sulla torre di Palazzo Vecchio si spiegò al sole dei nuovi tempi, fra i tre sospirati colori, la Croce della sola monarchia nostra naturale e legittima, non fu soltanto l'unità d'Italia che si affermava su quella bandiera, ma anche il diritto rivendicato della nostra gloriosa Repubblica. E rivendicato il diritto, Firenze ha saputo nobilmente adempire il dovere.

GLI AVVENTURIERI

CONFERENZA

DI

Ernesto Masi.

I.

A forza di sentirmelo dire io m'ero persuaso d'avere oggi alle mani con questi Avventurieri italiani del secolo XVIII il più bel tema possibile di conferenza, caratteristico cioè di quel secolo in sommo grado, e per sè stesso romanzesco, agitato, riboccante di tipi bizzarri, di singolari accidenti, di aneddoti piccanti, di scenette ora allegre (anche troppo), ora sentimentali, ora fantastiche, ora anche tragiche, se volete, su uno sfondo di paesaggio continuamente cangiante, il paesaggio di chi non si ferma mai in alcun luogo, e quindi non solo uno spettacolo sempre diverso di città, nazioni, pianure, monti, mari, foreste, deserti; ma, poichè trattasi di personaggi che, vivendo a casaccio e trasfigurandosi sotto mille aspetti, si ficcano dappertutto e coll'audacia, o coll'inganno, o colla violenza, o coll'ingegno sfruttano in mille modi la società del loro tempo, uno spettacolo più limitato bensì e in pari tempo più vario, pel quale si passa anche più rapidamente dal tugurio al palazzo, dalla bisca al palcoscenico, da una prigione a una sala di ballo, da una reggia a una soffitta, da un accampamento a un monastero, da un'accademia a una loggia massonica, e ci s'imbatte in tutti i tipi storici contemporanei più notevoli: papi, enciclopedisti, dame galanti, mesmeristi, illuministi, framassoni, gesuiti veri, ex-gesuiti volterriani, giramondo diplomatici e letterari, monache ribellate, abati erotici, poetesse estemporanee, altre estemporanee senz'essere poetesse, eroine di teatro, monarchi filosofi, arcadi, filantropi, cicisbei e via dicendo.

II.

Guardando all'ingrosso e, per così dire, in astratto, che cosa si può immaginare di più seducente e di più promettente d'un tema simile? Perocchè io non lo esagero punto per arte rettorica d'accaparrarmi la vostra attenzione e di solleticare la vostra curiosità. Il tema è così; il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chi sapesse e potesse acciuffarlo per il suo verso ed esporlo nel suo complesso, non sbriciolandolo cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè troppo spesso somigliantissime le une alle altre, ma cogliendolo in pieno, nel suo insieme di grande quadro di costume della società del secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale nulla val meglio (in apparenza almeno) del porsi dietro alle traccie di questi cosiddetti avventurieri, personaggi in accordo e in pari tempo in lotta con tale società, derivazione naturale di essa e in pari tempo incarnazione demoniaca di tutti i principii dissolventi, che la faranno terminare in un'immensa catastrofe.

Questa società, si direbbe, non può aver segreti per loro, deliberati come sono, d'approfittare di tutte le sue debolezze e falsità, di tutti i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi deliri; deliberati, come sono, di farla in barba a tutti i suoi sussieghi e a tutti i suoi formalismi, di romperla con tutte le sue convenienze e con tutti i suoi divieti tirannici.

Per celare la sua leggerezza essa ha un bel rialzare le teste colle parrucche; per nascondere le sue magagne ha un bel ricoprirsi di fronzoli, di gale, faldiglie, giubboni a fiorami, andriennes svolazzanti, guardinfanti solenni; per occultare il vuoto de' suoi sentimenti e il disordine de' suoi pensieri ha un bell'inferraiuolarsi in una letteratura, la quale pare che dica molto e non dice niente e, salvo le opere di pochi sommi, svapora quasi tutta nella menzogna stereotipa dell' Elogio, nella vacuità della chiacchierata accademica, nelle ritmiche cadenze d'una poesia ricantante a sazietà spettacoli campestri, che nessuno ha mai visti, spasimi d'amori, che nessuno ha mai provati, resistenze inespugnabili di ninfe, che da ninfe incivilite non se le sono mai sognate neppure.

Ma a che pro tanta artificiosità, tante lustre, tanta prudenza di ciarle vuote, come crisalidi di cicale scoppiate, se, sbucando di sotterra, la masnada degli avventurieri, non astretta a nessun obbligo, a nessun dovere, a nessuna decenza, scompiglierà, ridendo sgangheratamente, tutta quella compassata galanteria, svelerà tutto senza ritegno, dirà senza regola e senza pudore tutto quello che si voleva tacere?

Sono essi dunque, che più degli autori comici, i quali debbono fare i conti col pubblico e non disgustarselo, più dei satirici, i quali alla realtà contrappongono sempre idealità soggettive, più degli stessi epistolari settecentisti, còmpito di scuola, palleggio per lo più di frasi e di complimenti insignificanti, sono essi dunque, gli avventurieri, che coi documenti della loro vita e colle Autobiografie, lasciateci dai principali di loro, ci daranno la chiave di quell'enorme cabala, che fu il gran secolo dei lumi, il secolo XVIII; ci spiegheranno veramente il perchè i quarant'anni di pace dal 1749 al 1789, consolati da tanta giocondità di vita, illuminati da tante speranze di riforme e di progressi, cullati da tante rosee promesse d'una filosofia così arguta, così orgogliosa delle sue conquiste, e in pari tempo così facile, così accomodante, così penetrante in tutti i meandri sociali, finiscono in un'orgia satanica d'incendii, di vendette e di sangue; ci spiegheranno perchè, mentre i Giacobini di Francia hanno inalzato altari alla Dea Ragione, mentre il Condorcet s'è avvelenato per sfuggire alla ghigliottina, ma pur credendo sempre nella sua teoria della perfettibilità umana e del progresso indefinito, la plebe italiana insorge invece negli ultimi del secolo coi preti alla testa e il grido di Viva Maria; ci spiegheranno perchè tanti di coloro appunto, che con più fede s'erano abbandonati al dolce sogno d'una rigenerazione universale, si mostrano all'ultimo i più disillusi e i più disperati, perchè Vittorio Alfieri indietreggia spaventato e sdegnoso, perchè Federico Schiller grida: “ il secolo è morto fra le tempeste e il nuovo s'apre cogli eccidi; la libertà è un sogno; non v'ha posto nel mondo neppur per dieci felici; „ perchè Saverio Bettinelli chiama infausto il secolo XVIII che muore, lo condanna all'obblio e profetizza il finimondo; perchè Carlo Roncalli finalmente fa dire al secolo stesso:

Io che più per godere

Che per pensar fui fatto,

Volli troppo pensare e muoio matto.

Sì, lo credo, ci spiegheranno, ci dovrebbero spiegare tutto questo, ma bisogna saperli interrogare e soprattutto bisogna potersi fidare delle loro risposte. Visto all'ingrosso e a distanza, il tema è in realtà quale ho cercato a larghi tratti di delinearvelo, ma avvicinandosi ad esso, spuntano le dubbiezze, le difficoltà, le incertezze. Meno male che forse esse pure servono ad illustrarlo.

III.

E in primo luogo chi sono questi avventurieri? quali sono? hanno caratteri proprii da non poterli confondere con altri, o basta qualche singolarità di vita e di vicende per gratificare di questo titolo un qualunque personaggio, come oggi si direbbe, un po' eccentrico? come si distingue l'avventuriere da quello che si suole chiamare uno strambo, un cervello balzano, un originale? e cotesti avventurieri appartengono in proprio al Settecento, o possono appartenere a qualunque tempo? hanno sempre la stessa indole e la stessa apparenza esteriore, o modificano questa e quella e l'adattano a tempi diversi?

A me pare che non si possa andar oltre, senza cercare di rispondere, se non a tutte, a qualcuna almeno di tali domande. Diciamo quindi subito quali sono i tipi, che nell'Italia del Settecento mostrano carattere d'avventuriere così spiccato e lineamenti e contorni così precisi da non poter cader dubbio che sono ben dessi e non altri. Alcuni dei loro nomi rivengono immediatamente alla memoria di tutti, Giacomo Casanova di Seingalt, Giuseppe Balsamo, o, com'egli si faceva chiamare, il Conte di Cagliostro, ed altri men noti sono il Da Ponte, il Gorani, il Piattoli, il Mazzei, fra i quali nomi però abbiamo già (notate bene) molte varietà della specie e non più soltanto il tipo così schietto, com'è nel Casanova e nel Cagliostro.

Le varietà poi si moltiplicano, se consideriamo che nel Settecento un qualche sprazzo dell'indole di costoro si avverte in moltissimi uomini d'ingegno alle prese colla fortuna, o vagheggiatori di novità, o per un caso, per una vicenda qualunque sbalzati fuori d'improvviso dall'umile e consueto solco, pel quale forse senza quel caso o quella vicenda si sarebbero rassegnati a mettere con tutta regolarità un piede dopo l'altro, durante l'intiera lor vita, senza mai affrettarsi, o prendere una scorciatoia di traverso, o provarsi di rovesciare quelli che erano davanti a loro.

A tale stregua, e fatta una prima distinzione importantissima fra l'avventuriere canaglia, l'avventuriere galantuomo e quello così così, si possono classificare fra gli avventurieri anche il Goldoni, per esempio (il quale del resto s'è titolato da per sè l' Avventuriere Onorato ), il Baretti, l'Algarotti, il Galiani, il Gamerra, il Calsabigi, il Lalli, il Coltellini, il Cicognara e tanti altri, che sarebbe lungo ed inutile di nominare, ma che ci forniscono l'opportunità di fare una seconda distinzione fra l'avventuriere letterato e il letterato avventuriere ed enciclopedista alla francese, tipi non nuovissimi neppur essi, perchè nulla è mai nuovo del tutto sotto il sole, ma che il Settecento ha certamente perfezionati o per lo meno foggiati ad immagine e similitudine sua.

V'ha dunque, sì, fra tutte queste gradazioni d'avventurieri, che son venuto ricordando, molti lineamenti comuni e prettamente Settecentisti, e tali lineamenti li troveremmo non negli Italiani soltanto, ma nei numerosi avventurieri d'ogni nazione, che nel Settecento erravano in lungo e in largo per l'Europa coi pochi mezzi di locomozione allora conosciuti e spesso spesso colle proprie gambe, perchè quella specie di continua irrequietezza e di continua ribellione individuale, che essi rappresentano, scorre come un fluido magnetico per tutt'Europa ed eccita ovunque vibrazioni isolate, finchè condensandosi a un tratto determinerà poi lo scoppio finale.

IV.

In Italia l'avventuriere del secolo XVIII ha precedenti storici non pochi. Vanno a finire in lui gli Umanisti del secolo XV, che la rinnovata coltura del Rinascimento avea messi in gran voga, che erano cercati dappertutto come arbitri, dispensatori di fama e di celebrità, e riempivano corti, palazzi, università, finchè l'Umanismo tramontò, e la più parte di essi, resi turpi e insolenti dalla troppo facile fortuna, scomparve nel disprezzo e nell'abbandono. Vanno a finire in lui i politici cortigiani, che nei secoli XVI e XVII si addestrano ai segreti della politica stretta, violenta, proditoria di tutti i piccoli tirannelli italiani, e talvolta, quasi a vendicare l'Italia dell'oppressione straniera, sotto la quale è schiacciata dalla fine del secolo XV in poi, salgono altrove ai primi onori, come l'Alberoni in Spagna, il Mazzarino in Francia, nei quali la porpora cardinalizia mal nasconde lo sdruscito farsetto dell'avventuriere. Vanno a finire in lui gli artisti girovaghi, i grandi comici dell'arte, alcuni dei quali, il Costantini, il Fiorilli, sotto le maschere di Mezzettino e Scaramuccia, hanno vite tali da disgradarne i più bei romanzi d'avventure, ed il più celebre degli avventurieri del secolo XVIII, Giacomo Casanova, è figlio di due comici. Vanno a finire nell'avventuriere del secolo XVIII gli astrologi, gli indovini, i distillatori di profumi o di miscele mortifere o miracolose, per lo più Italiani, dei secoli anteriori; vanno a finire in lui i soldati vagabondi, ed anzi più svanisce ogni vecchio ideale cavalleresco, più si diffondono, come una moda, il razionalismo e la miscredenza, mercè i progressi delle scienze fisiche e le demolizioni della filosofia enciclopedista, e più diviene frequente questo tipo caratteristico dell'avventuriere, enciclopedista esso pure nelle sue mille attività e trasformazioni, uom di moda e di progresso, cavaliere non di virtù e cortesia, ma d'industria, come lo definisce il Goldoni in quei versi d'un suo melodramma:

Eh, figlia mia, di cavalieri erranti

Anche a' dì d'oggi ve ne son, ma questi

Si rendono famosi

Più per l'industria lor, che pel valore.

La derivazione storica dell'avventuriere del secolo XVIII, per quanto frammentaria, mostra dunque che esso pure è evoluzione e selezione (adoperiamo anche noi le grandi parole scientifiche) di tipi varii, e insieme congeneri per qualche lato, e mostra di più colla sua tenace vitalità che questa interessante famiglia d'animali è destinata a perpetuarsi anche al di là del secolo XVIII, tant'è vero che dopo un'interruzione, cagionata forse da un'età organica di rivoluzioni politiche, nella quale il tipo si confonde e si nobilita nell'esule, nel cospiratore patriotta, nel guerrigliero, nel dilettante diplomatico, questa nostra fine di secolo lo vede ricomparire fresco come una rosa nel politicante e può offrirne esemplari bellissimi, i quali, inalberando la vecchia divisa del Casanova e del Cagliostro: mundus vult decipi (la gente vuol essere canzonata), sbucano come quelli dai sotterranei massonici, o tentano le vie nuove del giornalismo irresponsabile, della banca senza scrupoli e persino (chi lo crederebbe?) della burocrazia intraprendente, ed hanno dinanzi a loro tanto più facile e spianata la via, in quanto non si tratta più, come per quei poveri diavoli del Casanova e del Cagliostro, d'aver a canzonare il mondo intiero, ma basta saper canzonare quattro imbecilli d'elettori, perchè non ci sia più concupiscenza o ambizione, che non si possa soddisfare, o alla mèta, a cui non si possa arrampicare.

Sempre diverso adunque, eppure perpetuo e trasformantesi e adattantesi ai tempi è il tipo dell'avventuriere, nè l'avventuriere del secolo XVIII sì sottrae a questa legge. Se non che esso si adatta al tempo, perchè mira a sfruttarlo, e per la stessa ragione lo contrasta e gli si ribella, perchè questo suo proposito di sfruttarlo essendo fondamentalmente illegittimo, l'avventuriere deve calpestare tutte le regole e rompere tutti i freni, che nessuna società, per quanto leggera e corretta, ha mai soppressi del tutto.

Ciò posto, ecco i tratti anche più caratteristici dell'avventuriere del secolo XVIII quali possiamo studiarli, in Giacomo Casanova di Seingalt e nel conte di Cagliostro, che sono certamente fra gli avventurieri italiani del secolo XVIII i maggiori di tutti.

V.

In primo luogo l'avventuriere è solo. Non ha tradizione di famiglia, nè vincoli di attinenze sociali, anche se si conosce il nome de' suoi genitori e il luogo dov'è nato. È solo, non ha nulla, e vuol tutto. Questo è il punto di partenza, e movendo di qui esso è sempre l'autore unico della propria fortuna o della propria disgrazia. L'uomo, che piega o no al proprio destino, che si rassegna o lotta vigorosamente, ma che insomma è preda o giuoco d'alcunchè d'estraneo a lui e alla sua volontà, può bensì incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. L'uomo, che ama l'ignoto e vi si arrischia, che si compiace del pericolo e lo sfida, che vagheggia un alto ideale e vi si sacrifica, il viaggiatore, il soldato, il missionario, può bensì incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. Avete in quelli la forza del carattere, la fede in Dio, l'amore della scienza e della verità, il bisogno d'azione, l'impulso potente della fantasia e del coraggio.

Nell'avventuriere invece avete la mancanza d'ogni base e d'ogni ideale inspiratore, ed un'unica convinzione, quella cioè che la maggioranza del genere umano è di sciocchi, dei quali l'uomo di spirito deve sapersi approfittare. Sono le testuali parole del Casanova, al quale si vuol tener conto almeno della sincerità.

Tant'è che quasi tutti questi avventurieri del secolo XVIII, poichè quella società leggiera ed elegante, nello scadimento dell'antica fede religiosa e nel fanatismo nuovo pei grandi progressi delle scienze fisiche e naturali, inclina, come sempre accade, alla parte fantastica e superstiziosa delle scienze medesime, nè contenta alle vere scoperte, vuole addirittura il miracolo, quasi tutti, dico, questi avventurieri del secolo XVIII, e in prima linea il Casanova e il Cagliostro, tornano ai misteriosi deliri delle arti occulte, della necromanzia e della magia; intingono negli arcani dell'illuminismo germanico, della Massoneria e del mesmerismo, sempre collo specioso pretesto del progresso indefinito della libertà umana e della scienza. Vi ricorderete come il Monti nel 1784 inneggiava alle continue conquiste della scienza:

Che più ti resta? Infrangere

Anche alla morte il telo

E della vita il nettare

Libar con Giove in cielo!

Ebbene, ciò che nel Monti è uno dei soliti suoi felici impeti lirici, nel Casanova e nel Cagliostro è il gran segreto, che promettono agli imbecilli contemporanei di rivelare.

In Venezia il Casanova vive e sciala per lungo tempo alle spalle di tre onorati e creduli gentiluomini, Bragadin, Dandolo e Barbaro, i quali sono persuasi ch'egli sia in possesso d'una cabala profetica e in comunicazione con spiriti celesti, che, oltre a far conoscere il futuro, devono apprender loro anche l'arte di non morire. In Parigi, con maggior apparato di prestigi negromantici, spilla tesori ad una vecchia pazza, madama d'Urfé, cui ha promesse le gioie del ringiovinire, le rinnovantesi estasi dell'amore e l'immortalità.

Con eguale impudenza il Cagliostro sfrutta coi credenzoni di mezz'Europa i fenomeni del magnetismo animale e del sonno catalettico per rievocare i trapassati, leggere negli arcani dell'avvenire; e in Roma, nella primavera del 1789, la fila dei cocchi, che recano alle sue conferenze di Villa Malta presso Porta Pinciana la più alta società indigena e forestiera, è ben più fitta, che non sia ora in Firenze quella delle più frequentate conferenze del palazzo Ginori. Se non che là si trattava di risvegliare i morti; qui, tutt'al più, d'addormentare i vivi, ed il proposito più innocente giustifica la minore curiosità.

Negromante, cabalista, mesmerico, spiritista, l'avventuriere ha su altri gran dottori di scienze occulte la superiorità d'essere sempre in perfetta malafede. Ciò può tenersi per indubitato del Casanova, Veneziano, e che del Veneziano ha tutta l'arguzia e la lucidità della mente; meno certo del Cagliostro, che ha la cupezza fanatica, gli sbalzi selvaggi del plebeo Siciliano, e in cui talvolta par di discernere quel fervore e quell'accecamento di spirito, pei quali, colla lunga abitudine del darla ad intendere, del vantarsi e dell'attribuirsi poteri straordinari, un uomo finisce in parte a credere a ciò che fa e a ciò che dice. Ad ogni modo anche nel Cagliostro il ciarlatano prevale.

VI.

Troveremo noi maggiore sincerità negli amori dell'avventuriere? Neppure in questi, quantunque, sino a che la gioventù gli dura, le donne siano il fondamento principale e l'istrumento maggiore della sua fortuna. Se non che nel Cagliostro questo argomento non ha nè grande importanza, nè alcuna estetica vaghezza. Il suo matrimonio con la bella Lorenza Feliciani, figlia di un tintore romano, è la più turpe di tutte le sue speculazioni, e gli altri amori sono episodi senza alcun intimo legame col misterioso laberinto della sua esistenza. Nel Casanova invece gli amori sono il pernio centrale della sua vita e di fronte ad essi è episodico tutto il resto. I suoi amori riempiono quasi gli otto volumi delle sue Memorie e si può credere s'egli ha avuto e s'è dato agio di variare questa dolce musica su tutti i toni possibili, dal più carnalmente e giovenilmente boccaccesco fino ad un sentimento così passionato e così raffinato della pura bellezza plastica, che il Sainte-Beuve, buon giudice, scambia addirittura il Casanova per un artista greco, e che un raggio di estetica idealità scende, si voglia o no, da qualche angolo di cielo pagano e traversa ed illumina tutta questa, starei per dire, nuda oscenità di racconti.

Non per questo si può affermare che passione vera s'incontri mai nelle sue infinite variazioni dell'eterno tema dell'amore, e sarebbe del resto assai strano incontrarla in un uomo, pel quale l'amore non è altro, com'esso dice, che “ una curiosità più o meno viva, dominata dalla gran legge di natura, che assicura la perpetuità della specie.„

Il Casanova non prova quindi la passione, nè la inspira. Fra le tante donne amate da lui o che lo hanno amato, per lo più donne libere e ragazze (notevole singolarità nell'età dei Cavalieri Serventi ) egli non s'imbatte mai in quelle amanti indiavolate, che l'infedeltà o l'abbandono mutano in Menadi scapigliate e furibonde, o in vittime deboli e desolate, che si struggono in lagrime e, per colmo d'imbarazzo, sono anche capaci d'ammalarsi e morire. No. Le donne del Casanova, queste gioconde e sorridenti figurine del secolo XVIII, nè minacciano, nè s'ammalano, nè muoiono. Non dimenticano bensì, nè si consolano subito, che sarebbe troppo, ma al momento del distacco promettono di vivere ancora e di cercare nel mondo qualche altra consolazione. Così l'amore non procura mai a questo gaudente girovago nè uggie, nè soste, nè rimorsi; l'amore per lui è mezzo, non fine, e quindi egli sta in guardia contro sè stesso per non abbandonarsi mai del tutto a nessuna ebbrezza d'amore che gli tolga la libertà delle sue determinazioni e dei suoi movimenti. Direi ch'egli tratta l'amore, come il vino. Quando s'accorge, che gliene salgono i fumi al cervello, egli lo anacqua o cessa di bere, nè fra i tanti eccessi di questa vera rincarnazione Settecentista del vecchio mito di Don Giovanni Tenorio vi avverrà mai di vederlo ubbriaco, cioè senza più coscienza esatta di sè e in balia degli altri.

Tuttavia una presa di matto c'è nel Casanova ed è ciò che qualche volta lo può rendere anche simpatico e gli ha fatto trovare più difensori che non merita; ma siamo savi noi, e non ci lasciamo ingarbugliare.

Anche quando giuoca tutto il suo denaro o giuoca la vita con tanta spensieratezza, in fondo in fondo il calcolo c'è sempre. Quanto al danaro, più la fortuna lo abbandona oggi e più lo compenserà domani; non lo compensasse, ed egli, messo alle strette, non esiterebbe a correggerla.

Questa suprema necessità è anzi sempre la difesa, ch'egli invoca, ogniqualvolta le sue azioni non stanno entro il circolo chiuso della morale, e neppure nei dintorni della morale.

Quanto a giuocar la vita, ammetto ch'egli è coraggioso, anzi audace, ma consideratelo, ad esempio, nel famoso duello col conte Braniki a Varsavia e v'accorgerete che il battersi a morte con un grande del regno e favorito del Re Stanislao Augusto Poniatowski, a proposito d'una qualunque ballerina Veneziana, di cui al Casanova non importa nulla, è per lui un'occasione di mantenersi prestigio e posizione, anche cavallerescamente onorata, in una corte e in una società, che è tutta d'avventurieri, a cominciare dal re, e non se la lascia scappare. Se n'esce bene, il Casanova ne approfitterà, ed in che modo! Se gli va male?... Ma a questo il Casanova non pensa neppure. Ed ecco anzi il vero punto psicologico dell'avventuriere. Se ci pensasse, sarebbe un altr'uomo!!

VII.

A una cosa sola pensa l'avventuriere, di cui stiamo studiando il tipo nel Casanova, pensa a riuscire e a godere. Far fortuna è tutta la sua moralità. Per questo la politica dei giorni nostri, aperta a tutti, è diventata così grande sbocco di questa merce. Nel Settecento invece la politica era alcunchè d'inaccessibile; l'avventuriere, se mai, non vi giungeva che di straforo, per caso e di passaggio (come il Casanova in quella dell'abate di Bernis e della Pompadour) e spesso spesso v'incappava nello sfratto o nella prigione.

La vita sociale, con classi così profondamente divise, era chiusa da tutte le parti; i più s'adattavano a vivacchiare pacifici in queste acque morte; ma certe individualità, che da natura aveano sortita l'indisciplinatezza, l'audacia, la febbre della cupidigia e dell'ambizione, sentivano invece la necessità d'uscirne, di vivere d'un'altra vita, respirare un'altr'aria, muoversi, agitarsi, farsi valere ad ogni costo, anche a costo di rischiare a tal giuoco vita ed onore.

È per questo che il perfetto avventuriere è una figura rara bensì (quelli che ne hanno solo qualche tratto o incompiuto o transitorio sono invece ben più numerosi) è una figura rara bensì, ma che si stacca con tanta originalità e così caratteristica sul fondo storico della società del secolo scorso; è per questo che la più colossale e complicata figura d'avventuriere, cioè il Casanova, spunta a Venezia, dove un carnevale perpetuo, che attrae i gaudenti di mezz'Europa, eccita tutti gli istinti viziosi, e dove in pari tempo un'oligarchia aristocratica, che ha tradizioni di giustizia e di rettitudine, ma tradizioni altresì di governo chiuso ed inesorabile, comprime tutto inesorabilmente e non lascia altra libertà che di far all'amore in bautta o alla scoperta, giuocarsi i patrimoni al Ridotto e parteggiare per le commedie del Chiari o del Goldoni.

Queste poche licenze non bastano ad un temperamento come quello del Casanova. Il giuoco e le cabale sono la sua base finanziaria. Gli amori sono il suo spasso prediletto e già essi soli lo introducono in molte intimità sociali, alle quali per altre vie non perverrebbe. Ma ha bisogno di qualche cosa di più e si caccia nei segretumi delle Loggie Massoniche, incominciate a diffondersi anche in Venezia, e allora la invisibile mano degli Inquisitori di Stato gli si posa misteriosamente sopra una spalla e dopo averlo, a modo di correzione, tappato una prima volta nel forte di Sant'Andrea, lo tappa di nuovo ai Piombi e questa volta con cinque annetti di condanna. Il Casanova riesce a fuggire, e la sua fuga, prodigiosa d'astuzia e d'audacia, la sua fuga, ammirata, derisa, non creduta, negata per impossibile fino ai giorni nostri, ed oggimai, dopo lo studio del D'Ancona, indiscutibile, la sua fuga diviene una delle fughe celebri del secolo ed egli sfrutterà a lungo tale celebrità. Ma eccolo ribelle e fuoruscito per forza e continuando sempre e dovunque lo stesso tenore di vita, ecco aprirglisi dinanzi non più Venezia e l'Italia soltanto, ma l'Europa intiera, sicchè la scena delle sue Memorie, dopo di aver rappresentata la vita Veneziana e Italiana contemporanea, in alto, in basso, ma sempre nella sua parte più torbida, si slarga ora e si estende via via all'Europa intiera e le sue Memorie divengono così un caleidoscopio immenso, dove sorpreso in mille atteggiamenti e nei più intimi, nei più riposti, nei più inaspettati, s'agita e si divincola tutto un mondo di gente, da quella che è posta in cima della scala sociale allo snob più basso, più vile e strisciante nei più infimi strati, donde s'arrampica a pigliar d'assalto il tremendo problema della vita con gli spedienti più loschi e le professioni più innominabili.

VIII.

Parvero così straordinarî i racconti delle Memorie del Casanova, che s'incominciò dal dubitare dell'esistenza di lui, poi dell'autenticità delle sue Memorie (che Paolo Lacroix pretese addirittura scritte dallo Stendhal) e ne uscì fuori una questione critica grossissima, ch'io mi guarderò bene dall'esporvi, tanto più che non è chiusa ancora, ma le cui conclusioni più sicure infino ad ora son queste. Non parlo dell'esistenza del Casanova. Troppe testimonianze contemporanee la provano da poterne sul serio dubitare. Ancora è provata l'autenticità delle sue Memorie. Sappiamo però con altrettanta certezza che il testo da noi posseduto non è in tutto il testo vero, quantunque sembri che i ritocchi e le mutilazioni praticatevi dal signor Lafargue non siano state poi così grandi, come sembrarono al nostro bravo Ademollo, che in parecchie occasioni se ne mostrò affannatissimo, o per lo meno non alterarono gran che l'impronta personale d'uno scrittore, che sarebbe molto difficile di contraffare, senza rifondere compiutamente il suo libro. Resta la veridicità dei fatti. Di molti i riscontri sicuri si sono trovati; di altri è forse impossibile trovarli; ma i già trovati son tali da testimoniare in favore del rimanente, e gli errori di memoria o gli abbellimenti di fantasia non tolgono alla realità totale del quadro, quantunque, come scrittore, il Casanova sia nelle sue Memorie artista potente, e veramente creatore, oltre ad essere pensatore e osservatore attento e coltissimo. Altri suoi scritti pure lo dimostrano tale, l' Isocaméron, ad esempio, libro meraviglioso e di cui i romanzi recenti di Giulio Verne parvero un plagio.

L'uomo, lo scrittore sono dunque nel Casanova una realtà. La sua vita pare un romanzo, ma è un romanzo che fu vissuto; l'uomo somiglia a Gil Blas, ma a un Gil Blas in carne ed ossa, e non a un'invenzione d'un qualunque ignoto Le Sage. Questo tristo rappresentatore, questo impudente rivelatore della più segreta storia del secolo XVIII ci ha lasciato dunque documenti di sè e del suo tempo, che vanno bensì accolti con riserva e adoperati con prudenza, ma che pur sono incontrastabilmente documenti d'una parte almeno della vita sociale del Settecento nella Venezia degli ultimi Dogi, nella Roma di papa Lambertini e di papa Rezzonico, nella Napoli del Tanucci, e principalmente nella Francia di Madama di Pompadour, nella Spagna dell'Aranda, nel Portogallo del Pombal, nell'Inghilterra dei tre ultimi Giorgi, nella Russia di Caterina II, nella Prussia di Federigo il Grande, nella Polonia del bel Stanislao dalle chiome corvine. Una parte almeno, ripeto, di tutta questa immensa prospettiva Europea, quella in ispecie che meno salta agli occhi nelle storie, è nelle Memorie del Casanova sorpresa in atto, colta sul vivo, e descritta da grande artista.

IX.

Anche questo tanto di realtà, che troviamo nel Casanova, ci sfugge invece nel Cagliostro. Costui, se qualche volta s'è pur tanto infervorato nella commedia che recitava da scambiarla colla realtà, costui è veramente la menzogna in persona. Quando crediamo d'averlo afferrato e di poterlo costringere a dirci finalmente chi è e che cos'è, egli ci è già sguizzato via, come un anguilla, e ci troviamo a mani vuote. Il Casanova lo ha incontrato più volte ne' suoi viaggi, la prima volta ad Aix, ed il Cagliostro e la moglie, in abito di romei, tornavano allora stanchi, estenuati e senza un soldo dall'aver visitato a piedi Sant'Jacopo di Compostella e Nostra Donna del Pilar; un'ultima volta a Venezia, sotto il nome di marchese Pellegrini, e allora il Casanova riconoscendolo per un fieffè fripon gli profetizzò che sarebbe finito in galera, una delle profezie, delle quali il Casanova può più giustamente vantarsi.

Questa strana figura del Cagliostro, che spunta originariamente dalla Mafia Siciliana, eccitò potentemente col suo continuo nascondersi e trasmutarsi le fantasie dei contemporanei e dei posteri, ma molte parti di essa restano anche oggi un mistero. Dal Goethe e dallo Schiller ad Alessandro Dumas ed al Carlyle, artisti sommi, senza contare i critici, gli storici, i psichiatri, i medici, i moralisti, hanno sentito il bisogno d'affrontarsi con questa sfinge; pel Goethe e per lo Schiller era divenuta una specie di fissazione, da cui non poterono liberarsi, che dandole sfogo, lo Schiller in un romanzo, il Goethe in una commedia, l'uno e l'altra però parto di fantasia, non rivelazione del mistero, alla cui provocante tentazione i due grandi poeti non avevano potuto resistere.

Eppure il Goethe non s'era contentato di fantasticare sul Cagliostro come sulla leggenda del dottor Faust, ma durante il suo viaggio in Sicilia avea voluto assicurarsi se un filo qualunque ricongiungeva alla realtà della vita quel fantastico essere, che da anni correva l'Europa riempiendola della sua fama ed avendo sempre alle calcagna un esercito di fanatici e di persecutori, di birri che lo vogliono carcerare, e di discepoli che vogliono metterlo sugli altari. Chi ha ragione, chi ha torto, i birri o i discepoli? E fa meraviglia vedere con che timida curiosità il gran poeta Tedesco entra in quella povera casuccia di popolani Siciliani e interroga quella vecchia madre, quei nipoti, quei compagni d'infanzia del Cagliostro, e che turbamento gli arreca quell' interno così squallido, così onesto, così triste, paragonato alla rumorosa fama od infamia del gran negromante, di cui tutta Europa si occupa. Uscendone, il Goethe ne sa più e ne sa meno di prima. Sa, per esempio, che il nome di Cagliostro, in cui s'era trasmutato Giuseppe Balsamo, non è tutta un'usurpazione, bensì un nome di famiglia anch'esso, finito già in una donna, e ch'egli avea assunto, aggiungendovi di suo la contea e cambiando il nome di battesimo di Giuseppe in Alessandro. Certo, come minuzia biografica, questa notizia ha la sua importanza. Ma che lume dà a tutto il resto? Anche il Casanova affibbia al suo nome di famiglia un di Seingalt di sua invenzione. Ma, più franco almeno, al Borgomastro di Norimberga, che gli domanda: “donde traete voi il diritto di portare questo secondo nome?„ il Casanova risponde: “dall'alfabeto, che è di tutti e di nessuno!„ E sui titoli d'accatto, quando l'imperatore Giuseppe II gli dice: “è ridicolo chi compra un titolo di nobiltà„ il Casanova risponde: “sì, Maestà, ma non più di chi lo vende!„

Anche fra queste lustre ciarlatanesche siamo dunque sempre col Casanova nella realtà comica d'uno sfruttatore spiritoso della scioccheria umana. Ma col Cagliostro è altra cosa. Tutto è falso o dubbio in lui, lo spirito, l'ingegno, la scienza, l'audacia, la nobiltà, la ricchezza, il nome, l'età, il presente, il passato. Pare a momenti, direbbe il Carlyle, che di vero e di reale non ci sia se non quel carrozzone pitturato e coll'imperiale rigonfia di bagagli, che tirato da quattro cavalli passa di galoppo fra un nembo di polvere e un rumore assordante di fruste e di sonagliere a traverso l'Europa, preceduto e seguito da sei poderosi lacchè, che cavalcando lo annunziano e lo scortano onorevolmente. Entro quella spettacolosa e pesante macchina siede un uomo tarchiato, di aspetto volgare e zotico, ed al suo fianco una donnetta di trista fama, chiamata, secondo i casi, Lorenza o Serafina. Ora come va, si domanda il Carlyle, che dopo brevi riposi quel carrozzone può sempre ripigliare il suo cammino e non gli accade mai di arrestarsi di botto, come una locomotiva senza vapore, o di sfracellarsi silenzioso in fondo a un fossato? Quell'uomo tarchiato, che siede nel carrozzone pitturato, è un truffatore e falsario, scappato da Palermo, di vent'anni circa più giovine del Casanova.

X.

E da quella prima sua fuga piglia le mosse anche la sua grande leggenda, incominciata con una scomparsa totale, che dura qualche anno; e fin qui il perchè si capisce. Ma dov'è stato in questo tempo? Nessuno lo sa; egli non lo dice, nè lo dirà mai, o, meglio, a chi gliene chiede risponde con tante diverse versioni, che la nuvola tenebrosa, in cui ad arte si ravvolge, a nessuno riescirà mai più di squarciare del tutto, nè ai truffati, che si risentono, nè agli illusi, che gli credono, nè agli Inquisitori di Stato di Venezia, nè ai tribunali di Francia, di Spagna, di Portogallo e d'Inghilterra e neppure al Sant'Uffizio di Roma, il quale senza approfondire più che tanto, n'esce per un rotto di cuffia, che appartiene in proprio al Sant'Uffizio soltanto, e il 7 aprile 1791, quando già da quindici anni in America e nell'anno stesso in Francia erano stati proclamati i Diritti dell'uomo, lo condanna per eretico, mago e framassone, certo le sue pecche minori, e per le quali una condanna capitale, commutata in galera a vita al forte di San Leo, dove il Cagliostro morì, non può non parere oggi pena eccessiva. Donde consegue che anche fra i più recenti scrittori, che hanno parlato del Cagliostro, ad alcuni il Cagliostro sembra un problema psicologico d'incerta soluzione ed altri non esitano a darlo per un vero precursore ed un vero martire di libertà. Dove s'è vista mai, signore mie, una canzonatura d'avventuriere meglio riescita di questa? una canzonatura, i cui effetti durano quasi cent'anni, dopo la morte del canzonatore? Di questa morte il primo centenario ricorre anzi appunto in quest'anno. Che vi stupireste di molto a veder comparire uno di questi giorni un proclama, in cui si dicesse che, anche il Cagliostro ha fatto l'Italia? Già, a molti segni, ci sarebbe quasi da crederlo!! Ma non si tratta ora di ciò. Quello che mi preme di dire è che il mistero del Cagliostro non istà tanto nell'esser riescito, quanto nell'assurdità, nella volgarità dei mezzi, mercè i quali è riescito. Ma che si burla? Il Cagliostro una volta si dà per figlio dello Sceriffo della Mecca, un'altra per discendente dell'ultimo principe di Trebisonda, una terza (e questa l'ha sentita il Grimm in casa della contessa di Brienne) per nato non si sa da chi su una nave, che traversava il Mar Rosso, deposto fra le rovine d'una piramide Egiziana, ed ivi trovato da un vecchio sapiente di nome Althotas, che gli rivela tutti i segreti della natura e della vita; una quarta si contenta di dire come Cristo: ego sum qui sum e di delineare a vista un serpente trapassato da una freccia e con un pomo in bocca; una quinta millanta la sua discendenza da Carlo Martello, quel figliuolo di Carlo il Zoppo, re di Puglia, che fu amico di Dante; una sesta finalmente si dà per Apollonio Tianéo in persona, rigenerato dalla metempsicosi.

E questo è niente. Quanti anni ha? Lui stesso, o dice di non saperlo, o lascia vagamente credere d'esser più che centenario. A Parigi però dinanzi a un quadro della Deposizione di Croce comincia a piangere dirottamente e interrogato che cos'ha:

— Ahimè! — risponde, — piango la morte di quel grand'uomo, tanto buono e affettuoso ed a cui debbo tanti dolci momenti! Abbiamo pranzato insieme alle nozze di Canaan e in casa di Ponzio Pilato!

— Ma di chi parlate di grazia?... — lo interruppe il signor di Richelieu stupefatto.

— Eh per bacco! Di Gesù Cristo! Oh l'ho conosciuto moltissimo!...

Nei suoi viaggi in Oriente col savio Althotas ha visto cose meravigliose: in Asia il paradiso terrestre, l'albero secco del bene e del male, gli avanzi dell'arca di Noè, quelli della torre di Babele, un lago, che passa pel centro della terra e a traverso il quale, guardando come dentro a un canocchiale, si toccano quasi cogli occhi la luna e le stelle, che splendono sugli antipodi; in Africa, le quarantamila mummie persiane dell'esercito di Cambise, e in cima a una piramide ha avuta la visione d'una donna bellissima, quella stessa Lorenza Feliciani, che poi a Roma sposerà. Più meravigliose cose ha fatte o gli hanno insegnate: è stato zitto per dieci anni a studiare in un collegio fondato dalla regina Saba, il qual collegio era diretto dal Gran Cofto d'Oriente, che l'ha iniziato ai misteri del rito egiziano e l'ha consacrato suo vicario in Occidente; ha imparato l'arte di spiegare i sogni sul libro dei Sette Dormienti e su un altro di Giuseppe Ebreo; ha imparato a mutar la canapa in seta, ogni materia più vile in oro, a ingrossare i diamanti, a fare il lapis philosophorum, l'elixir della vita, il magnetismo prima di Mesmer, a far apparire un mondo in un bicchier d'acqua e mercè il sonno ipnotico d'un ragazzo a leggere nel futuro e scoprire e guarir tutti i mali.

Ora per quanto voi vogliate immaginarvi nevrotica, visionaria, delirante, epilettica e già in preda insomma alle allucinazioni degli agonizzanti la società del secolo XVIII; com'è possibile ch'essa abbia accettato e creduta una simile olla potrida di goffaggini e di ciurmerie? Eppure il Cagliostro ha percorso in lungo e in largo l'Europa, sciorinando ovunque le medesime goffaggini e le medesime ciurmerie; e se non le avesse intramezzate di furfanterie anche peggiori, probabilmente sarebbe riescito a trarsi sempre d'imbroglio. Ma finchè il Cagliostro non trovò altra fonte di lucro, le sue ricchezze provenivano da fonti assai torbide, come lo dimostra il fatto del trovarsi esso mescolato in Francia al famoso processo del collier de la reine nel 1786, che gli fece assaggiare nove mesi di Bastiglia e donde uscì per quella stessa invereconda indulgenza, per cui fu assolto il turpe cardinale di Rohan, unicamente a fine di far onta a Maria Antonietta.

Dopo questo fatto il Cagliostro scampò a Londra, ove la Massoneria lo accolse e glorificò come una vittima, ingenuità, di cui essa ebbe a pentirsi, quando il furbo mariuolo, divenuto strumento dei Rosa-Croce e degli Illuministi tedeschi del Weishaupt, i quali professavano un misto di deliri mistici e di odierno anarchismo e volevano, mercè il Cagliostro, accaparrarsi la già enorme espansione e potenza delle Logge Massoniche, si fece capo d'una riforma massonica, che intitolò Egiziana, e d'allora in poi visse e scialò da nababbo alle spalle de' suoi nuovi padroni, forse canzonandoli ancor essi. È la fase magnifica del Cagliostro, in cui s'atteggia a taumaturgo umanitario e solleva gli entusiasmi popolari di Lione, di Varsavia, di Strasburgo e di Roma, finchè dà dentro nelle reti del Sant'Uffizio e vi rimane accalappiato. È la fase più positiva altresì di questa strana esistenza, ma neppur essa lo spiega compiutamente. Da un lato si può conceder molto alle condizioni intellettuali del tempo, dall'altro alla potenza individuale di questo enorme imbroglione, ma alcunchè di misterioso rimane e l'unica conclusione possibile è quella a cui s'attiene in questi casi la fantasia popolare, è contentarsi di credere che questi fenomeni mostruosi, sì nell'ordine fisico, come nell'ordine morale, preludono a cataclismi imminenti.

Si obbietterà: “Ma in sostanza il Casanova e il Cagliostro sono due eccezioni e l'eccezione in casi simili che cosa vale? Il primo è l'espressione d'un libertinaggio sfrenato, il secondo di una congenita ribalderia, la quale finisce come ha cominciato, e due tipi come questi ogni tempo può darli.„

L'argomento prova troppo, dunque non prova niente, come diceva un mio vecchio professore di filosofia. Di fatto, non ogni tempo vi darà il pubblico immenso, che il Casanova ed il Cagliostro hanno sfruttato; non ogni tempo vi offrirà al pari della seconda metà del secolo XVIII una folla di tipi, i quali senza assorgere alle gigantesche proporzioni di quei due, abbiano con essi comuni tante disposizioni psicologiche e tante forme di vita. Muovere non si sa donde, indirizzarsi non si sa dove, tentare mille espedienti, mille professioni, correre mille avventure, sempre in balìa del caso, pur di non rassegnarsi alla realtà che vi circonda, tutto ciò è talmente, direi, nell'aria respirabile della seconda metà del Settecento, che la letteratura stessa, se nei romanzi deve immaginare un protagonista (si chiami esso Tom Jones, Faublas, Figaro, Gil Blas, Lovelace o De Grieux) non se lo sa immaginare che così.

XI.

E vedete quanti, non nel romanzo, ma nella realtà, cominciano, se non altro, come avventurieri, dato anche che poi non finiscano come tali. Potrei dimostrarlo a lungo, ma me ne manca il tempo e mi contento di finire, ricordando alcuni dei nomi, che ho accennati in principio. Non è una vita d'avventuriere quella del Da Ponte, che da romanzetti erotici di gondola e di Ridotto in Venezia passa a sfoggiare teorie alla Rousseau in un seminario di Treviso, scrive versi incendiari, è bandito, capita a Vienna alla morte del Metastasio, rivaleggia col Casti, scrive il bellissimo melodramma del Don Giovanni pel Mozart, cade in disgrazia per amore d'una cantante, erra per un pezzo fra l'Olanda, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra, fallisce come impresario di teatro a Londra, si mette a fare il libraio, e finalmente va a cercar fortuna in America cogli abiti che ha indosso e possedendo per tutto viatico una cassetta di corde da violino? Non sono vite d'avventurieri quelle del Piattoli e del Mazzei, semiaffaristi, semipoliticanti e appartenenti entrambi a quel gruppetto di piccoli e grossi avventurieri italiani, che si stringe intorno a Stanislao Augusto re di Polonia, salito anch'esso dall'alcova di Caterina di Russia al trono dei Batory e dei Wasa? Il Piattoli è fiorentino, e della sua vita finora poco si sa. Ma certo è che di abate e maestro un po' enciclopedico a Modena, lo si trova poi a Varsavia mescolato ai grandi imbrogli diplomatici pei successivi sbrani della Polonia, pare l'autore della costituzione Polacca del 1791; ed il Thiers, che nella sua storia lo indica per uno di quegli ingegnosi avventurieri recanti nel Nord l'esprit et le savoir du Midi, pretende che entrato poi nelle grazie di Alessandro I abbia occultamente suggerite non poche delle idee, che prevalsero nei trattati di Vienna del 1815. Una Krüdener uomo!!

Fiorentino è pure il Mazzei, che di apprendista nello spedale di Santa Maria Nova va chirurgo a Costantinopoli e a Smirne, commerciante di vino e di letteratura toscana a Londra, colonizzatore nel Kentuky in America, dove porta contadini Lucchesi, contrae amicizia e coopera cogli uomini più eminenti dell'indipendenza Americana, torna loro agente segreto in Europa, e quindi entrato così nella diplomazia, diviene agente segreto del re di Polonia, e in tale qualità assiste alle prime grandi scene della rivoluzione francese, fonda con altri in opposizione al club dei forsennati Giacobini un club di moderati, che naturalmente non fece nè caldo nè freddo, dopo di che ritornato in Toscana a vita privata, scrive senz'arte alcuna, ma con una certa ingenuità non ispiacevole i ricordi delle sue peregrinazioni.

Non è una vita d'avventuriere quella del Gorani, Milanese, il quale dopo aver militato in Germania aspira al trono di Corsica, senza scoraggiarsi della trista fine di quell'altro grande avventuriere tedesco, che era stato Teodoro di Neuhof, gira mezzo mondo in cerca d'aderenti al suo progetto, non li trova, si contenta d'essere dal Pombal nominato generale in Portogallo e guastatosi con lui corre sotto la bandiera dei filosofi enciclopedisti a Parigi, scrive di tutto, si getta nella rivoluzione, se ne disgusta e finisce a Ginevra, scrivendo i ricordi d'una vita, a cui non erano mancati i prestigi alla Cagliostro e gli amori alla Casanova?

Non è una vita d'avventuriere quella del Goldoni, fino a che nel 1762 si posa finalmente a Parigi e vi dimora fino alla morte, accaduta, chi sa tra che squallore e che angosce, durante l'interregno del Terrore.

XII.

Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali anche gli altri che ho nominati e che formano il gruppo dei letterati avventurieri (siccome avventurieri letterati sono il Casanova e il Gorani) vale a dire: il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria d'essere uno dei primi introduttori del Piemonte nella vita letteraria italiana, e acerrimo nemico d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso persecuzioni così straordinarie per parte degli Inquisitori di Stato di Venezia e dei preti di Roma da far parere la sua non una ribellione letteraria ma una ribellione politica, sicchè, dopo aver errato per mezz'Europa, non trova riparo se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, e forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo e del Mazzini; l'Algarotti, che, scrittore enciclopedico, viaggiatore perpetuo, amico intimo di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e da Federico il Grande, divulgatore galante di scienza ad uso delle dame, gran dilettante di cose d'arte, raggiunge al suo tempo una notorietà e una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più ragione le testimonianze dei contemporanei ed il suo epistolario, che non le sue opere, scritte bensì con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più che stucchevole; il Galiani, che, Napoletano, ed uomo e scrittore di vario e molto ingegno (tanto da poter passare agevolmente dalla collaborazione ad un libretto d' opera buffa a trattati d'economia politica) tiene a Parigi nelle riunioni più battagliere della filosofia demolitrice lo scettro dello spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese: anima di Platone e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino, e tutti lo festeggiano a gara e le dame se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano dire da lui, mentre egli incrocia le gambe su una poltrona e giuoca a palla colla propria parrucca: “voi sragionate per lo meno quanto i teologi;„ il Gamerra, che di abate livornese si trasforma in ufficiale austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, si posa a Vienna continuatore del Metastasio e rivale del Casti, precorre in Italia col dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo più scapigliato, scrive un poema di novantatrè mila dugento trentadue versi sulle infedeltà coniugali (il tema è vasto, ma anche i versi son molti), dissotterra nottetempo il cadavere dell'amante e se lo tiene per anni imbalsamato nello scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, affarista, uomo di Stato, autore d'un Alceste, in cui entrano Morte, Inferno, Paradiso, “tutti i novissimi, come diceva il Metastasio, tranne il Giudizio „ introduce in Francia (di balla col Casanova) il giuoco del lotto; il Coltellini, che, figlio d'un bargello, e prima tipografo a Livorno, poi anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran protetto del principe di Kaunitz, cacciato da Vienna per aver osato scrivere una satira contro Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra satira contro Caterina II, di cui, secondo alcuni, avrebbe pagato il fio colla vita, dopo però d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, una dinastia di commedianti, che, per via di donna, finirà nient'altro che in Carlotta Marchionni: e come questi, ai quali ho in breve accennato, così tanti e tanti altri letterati avventurieri e tipi complicati e originali, dei quali sarebbe lungo profilare anche solo con pochi tratti la fisonomia e le strane vicende.

V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, ma tutti più o meno appartengono alla stessa famiglia. Non v'è fra i tanti nomi, che ho ricordati, se non un solo nome veramente grande, il Goldoni. Ma negli altri l'instabilità della mente, la precarietà dell'esistenza, la variabilità dei gusti, e insieme l'eccitabilità, la febbre, la sensibilità indisciplinata del temperamento sciupano, consumano la miglior parte della loro energia intellettuale e morale, ed essi non danno forse tutto quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se voi considerate solo quel tanto che gli avventurieri o semi avventurieri italiani del secolo XVIII fanno o tentano, per esempio, nei maneggi politici o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali d'Europa, vedrete che essi riassumono tutto quel po' d'influenza, sia pur umile e indiretta, che l'ingegno italiano potè ancora esercitare fuori d'Italia, in un tempo che l'interna vita della nazione era quasi spenta del tutto. Poco o molto che sia, di alcuni almeno questo di bene si può dire. Gli altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) sono quasi tutti a cavaliere dei due secoli, fra la fine della frolla e tarlata società del secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui bene o male uscirà la società odierna, e sono perciò tipi storici, rappresentativi d'una transizione violenta e dolorosa; sono insomma le povere foglie secche, agitate, sbalestrate già qua e là dal vento impetuoso, che annunzia l'uragano vicino a scoppiare.

L'ABATE GALIANI
(1728-1787)

CONFERENZA

DI

Vittorio Pica.

Nei parecchi volumi della corrispondenza di Federico-Melchiorre Grimm e di quella di Dionigi Diderot con madamigella Voland, nei quali così bene rispecchiasi la fisonomia originalissima di quella società parigina della fine del Settecento, in seno a cui andavasi maturando uno dei maggiori rivolgimenti della storia dell'umanità, il nome di un Italiano viene assai di sovente ripetuto ed esso è sempre accompagnato dalle più lusinghiere espressioni di simpatia e dalle più enfatiche frasi laudative; e questo nome lo si ritrova non meno magnificato in alcune lettere di Caterina di Russia ed in varie pagine di Voltaire, di Marmontel, dell'abate Morellet e di altri illustri scrittori della medesima epoca.

Chi era mai quest'uomo eccezionale per aver saputo accaparrarsi tante autorevoli simpatie in un centro così altamente intellettuale quale ci appare, nel secolo scorso, Parigi, verso cui rivolgevansi le menti dell'Europa intera; chi mai era quest'uomo, che, nei salotti parigini, i quali con le brillanti ed insieme profonde conversazioni sur ogni argomento politico, letterario, morale, contribuivano forse molto più di ogni libro al grande movimento filosofico e sociale, era riuscito ad occupare uno dei posti più importanti, tanto che, siccome afferma il Marmontel, tutti tacevano per starlo ad ascoltare durante ore intere; chi era mai quest'uomo, che con gli acuti ed originali suoi apprezzamenti sulle più svariate questioni sapeva tenere sempre desta la perspicace attenzione degli Enciclopedisti e, nell'istesso tempo, sapeva, con le inesauribili sue barzellette, coi suoi amenissimi aneddoti, con la sua esilarante mimica meridionale, affascinare le dame, e che, nella capitale dello spirito, faceva sfoggio di tanta arguzia, e di tale instancabile brio da fare esclamare alla leggiadra ed intelligente Duchessa de Choiseul: “In Francia lo spirito trovasi in moneta spicciola, in Italia in verghe d'oro„?

Egli era un abate napoletano, poco più che trentenne, ed aveva nome Ferdinando Galiani. A Parigi l'aveva mandato, nell'anno 1759, quel sapiente conoscitore d'uomini che fu il celebre ministro Bernardo Tanucci, come segretario d'ambasciata presso il conte de Cantillana, un gentiluomo spagnuolo borioso e d'intelligenza meno che mediocre, a cui era affidato l'incarico di rappresentare il Re di Napoli presso la Corte di Francia.

La prima impressione prodotta dal Galiani a Parigi era stata affatto grottesca: egli era alto poco più d'un metro, sicchè, quando il conte de Cantillana lo presentò, nella grande sala delle udienze di Versailles, a Luigi XV, i cortigiani, al veder la sua personcina di pigmeo vestita da abate, non potettero trattenersi dal ridere ed il monarca istesso non seppe nascondere un sorriso; ma l'abatino napoletano, senza punto turbarsi e con la maggiore serietà, fatto il profondo inchino di rito, disse: “ Sire, vous ne voyez à present que l'échantillon du sécretaire, le sécretaire vient après. „ Tale arguta prontezza sorprese e piacque immensamente e può dirsi che fin da quel momento il Galiani conquistasse quella preziosa riputazione di persona di spirito, che doveva raffermarsi ed accrescersi sempre più durante i dieci anni di sua dimora a Parigi.

La suscettibilità del suo amor proprio era però fin d'allora eccessiva e quasi morbosa, sicchè egli, per quell'incidente, da cui pure era uscito vittorioso, prese in odio la Francia e mandò lettere su lettere al Tanucci, supplicandolo di richiamarlo a Napoli. “Io mi sono disingannato„ — egli gli scriveva — “e riconosco di non essere punto fatto per Parigi. Il mio abito, la mia figura, il mio modo di pensare e tutti i miei difetti naturali mi renderanno qui insopportabile sempre ai Francesi ed a me stesso.„

Il Tanucci, a cui premeva molto di avere un fido amico ed un intelligente collaboratore della sua opera politica a Parigi, non gli dette ascolto e, ben presto, l'abate napoletano, stretta amicizia col Grimm e col barone Gleichen e presentato da costoro nei salotti della signora Geoffrin, della duchessa de Choiseul, della signora d'Épinay, del barone d'Holbach, cangiò in tal modo d'opinione che il dover lasciare Parigi, di lì a parecchi anni, fu forse il maggior dolore della sua vita.

Per potersi spiegare la primitiva impressione ostile così acutamente risentita in Francia dal troppo suscettibile abate, non bisogna dimenticare che egli, trovatosi d'un tratto balzato in mezzo ad una società, per cui non era che uno sconosciuto dall'apparenza abbastanza comica, godeva invece, malgrado l'ancora giovanile età, non soltanto a Napoli, ma in tutta l'Italia, di una non comune celebrità e come erudito, e come economista, e come letterato.

Nato a Chieti nel decembre 1728 da un magistrato e gentiluomo foggiano, Ferdinando Galiani erasi recato, ancor fanciullo, a Napoli e vi era stato educato ed istruito, insieme col fratello maggiore Bernardo, da un savio e colto prelato, lo zio suo Celestino Galiani, che, per varii anni, coprì l'onorifica carica di Prefetto dell'Università degli Studii.

Fin da ragazzo, il Galiani fece mostra d'ingegno pronto e vivacissimo, che andò sempre più ringagliardendosi nella compagnia degli illustri uomini, quali G. B. Vico, Jacopo Martorelli, Cerillo, Intieri e Rinuccini, che frequentavano la casa del Prefetto dell'Università e che, interessati dalla precoce intelligenza dei due suoi nipoti, assai volentieri intrattenevansi a conversare ed a discutere con loro. Spinto verso le discipline economiche dalla particolare benevolenza addimostratagli dai dotti toscani marchese Rinuccini e Bartolommeo Intieri, il giovane Ferdinando aveva già tradotto dall'inglese due trattati del Locke ed aveva intrapresa un'opera sull'antichissima storia delle navigazioni nel Mediterraneo, allorchè un curioso episodio lo persuase a scrivere un opuscolo satirico, che doveva richiamare su lui l'attenzione del pubblico napoletano.

Da una delle tante accademie, che in quel tempo gareggiavano in Napoli di enfasi retorica e di vaniloquenza, era stato dato incarico a Bernardo Galiani di comporre un'orazione in lode dell'Immacolata; ma, essendosi egli dovuto recare, per affari di famiglia, a Chieti, commise di scrivere e di recitare l'orazione al fratello Ferdinando, il quale, avendo accettato molto volentieri, vi lavorò attorno con grande amore alcuni giorni ed alcune notti e, la mattina fissata, si recò all'accademia, col suo scartafaccio in tasca. Ma quando egli, fra orgoglioso e trepidante, presentossi al presidente, certo avvocato Giannantonio Sergio, costui veggendolo così mingherlino, così sbarbatello e di così minuscola persona, burbanzosamente si rifiutò, pel decoro dell'accademia, di fargli leggere l'elaborata orazione ed invece lesse egli medesimo un pomposo discorso, che teneva già pronto.

Indicibili furono la mortificazione e la rabbia del Galiani per un simile affronto, ed egli, nel segreto dell'anima, decise di farne aspra vendetta. E l'occasione di burlarsi dei componenti dell'Accademia presieduta dall'abborrito Sergio gliela porse di lì a poco l'improvvisa morte del boia della città. Costumanza assai frequente delle accademie, che allora infierivano in tutta l'Italia, era di pubblicare raccolte di scritti in morte di personaggi più o meno illustri; or bene il nostro Ferdinando compose, in collaborazione col suo intimo amico Pasquale Carcani, tutta una serie di poesie e di prose secondo lo stile gonfio ed artefatto dei varii accademici e li raccolse in un volumino che portava il titolo di “ Componimenti varj — per la morte di Domenico Jannacone — carnefice della G. C. della Vicaria — Raccolti e dati in luce da Giannantonio Sergio — avvocato napoletano „ e che era preceduto da una dedica di un Pastore Arcade al Tirapiede, aiutante del defunto Boia.

La parodia — la quale doveva venir imitata, dieci anni dopo, da Federigo il Grande col suo panegirico di un calzolaio, che fingevasi scritto da un diacono della cattedrale, — anche oggi, a distanza di un secolo e mezzo, appare assai graziosa.

Del resto a darvene un'idea approssimativa varrà la seguente nota apposta a piè di un sonetto: “Della giustezza di questi versi nessuno può dubitare essendo tutti misurati collo spago„, e quest'altro sonetto, in cui un arcade, che aveva incominciata una sua lirica sulla Concezione così:

Se mai non fosse Iddio Santo in Natura,

E sia per mera ipotesi ciò detto, ecc....

viene messo argutamente in burletta:

S'io fossi mai un asino in Natura

(E sia per mera ipotesi ciò detto),

Quantunque irrazionale creatura

Ragghiando loderei quest'uom perfetto.

Anzi, se tutto il mondo per ventura

Di trovar dato avesse un vero e schietto

Ministro di Giustizia a me la cura,

L'avrei per Boia universale eletto.

Poichè con arte tal, con tal destrezza

Domenico il suo officio far sapea

Che il morir per sua mano era dolcezza.

Onde talor tra me dicea: se il fato

Mi riducesse a dover questa rea

Morte soffrire, io morirei beato.

Il volumetto satirico ebbe un successo clamoroso e per varie settimane in tutti i salotti, in tutti i caffè di Napoli e per fino a Corte si rise sulle spalle del povero avvocato Giannantonio Sergio e dei suoi accademici, tanto che costoro, adiratissimi, ricorsero al Re. Allora il Galiani ed il Carcani, temendo di venire scoverti, nulla trovarono di meglio da fare che di presentarsi al Tanucci e di confessarglisi autori del libriccino incriminato, ed il buon ministro, che aveva anche lui riso alla lettura della gustosa parodia e che di lì a qualche anno dei due mordaci giovanotti doveva fare due dei più fidi coadiutori della sua politica, si accontentò di imporre loro, per tutta punizione, dieci giorni di esercizii spirituali, da farsi in non so più quale monastero.

Compiuta questa vendettuccia letteraria, il Galiani ritornò subito agli studi serii e l'anno seguente pubblicava, senza nome di autore, un trattato in cinque libri “ Della moneta „, il quale levò a rumore il mondo dei dotti e degli statisti e per la novità e per l'importanza e, sopratutto, per l'attualità del tema prescelto. In quel tempo, difatti, la straordinaria affluenza dei forestieri in Napoli ed il denaro in oro ed in argento mandatovi in gran copia dalla Spagna avevano prodotto eccesso e deprezzamento del numerario ed in conseguenza carezza delle derrate, del che il Governo impensierito aveva proposto varii rimedi l'uno più inefficace dell'altro. Quest'opera del Galiani, composta con mirabile lucidità d'idee, con superiore larghezza e novità di criterii e con prezioso senso pratico, è diventata classica nell'economia politica e varie delle sue definizioni hanno avuto l'onore di venire accolte perfino da Carlo Marx, il poderoso apostolo del moderno socialismo. Ed è davvero da stupire che sia stata concepita e scritta da un giovane poco più che ventenne, anche ammettendo ch'egli si sia giovato non poco delle conversazioni avute sull'argomento con l'Intieri, con Antonio Genovesi e con gli altri valorosi economisti che frequentavano la casa di suo zio.

Il trattato della moneta levò dunque rumore grandissimo e venne entusiasticamente encomiato non soltanto a Napoli, ma eziandio nel resto d'Italia; vivo era quindi in tutti il desiderio di sapere chi ne fosse l'autore, giacchè il Galiani non si svelò che quando fu ben sicuro dello schietto successo dell'opera sua. Anzi, a tal proposito, il diligente suo biografo, Luigi Diodati, racconta che avendo Ferdinando dovuto farne lettura a monsignore Galiani, come soleva degli altri libri nuovi nelle ore di riposo, costui ogni tanto, preso da ammirazione, lo rimproverava dolcemente: “Ecco ciò che significa lavorare con serietà; ecco l'esempio da seguire, invece di sprecare il tempo scribacchiando satire e poesiole!„ Lascio immaginare a voi la gioia provata dal buon vecchio quando seppe che l'autore del tanto ammirato e lodato volume era proprio il nipote.

Da quel momento Ferdinando Galiani, tenuto in alta stima da tutti gli studiosi d'Italia, acquistò tale celebrità che, allorquando l'anno seguente, lo zio lo indusse a fare un viaggio attraverso la nostra penisola, egli fu dovunque festeggiatissimo e colmato d'onori. A Roma, Papa Lambertini lo riceve e gli parla con la maggiore benevolenza e simpatia, mostrando di aver letto così il suo opuscoletto satirico come il suo trattato economico; a Firenze vien nominato socio dell'Accademia della Crusca; a Padova è accolto a braccia aperte dal Morgagni; a Torino, Carlo Emanuele III e suo figlio Vittorio Amedeo intrattengonsi a lungo con lui a discutere sulla questione della moneta.

Di ritorno a Napoli, il Galiani scrisse alcuni altri opuscoli, quali serii, quali giocosi, ma su di essi credo invero superfluo soffermarmi, accontentandomi di osservare che essi contribuirono a confermare sempre più la sua fama di uomo dotto e di persona di spirito ed a procurargli la protezione ed i preziosi favori di principi e ministri dentro e fuori del regno di Napoli.

Voglio soltanto ricordare che avendo egli, pel primo, raccolto 141 differenti specie di pietre vesuviane, le spedì, accompagnate da una elegante dissertazione, a Benedetto XIV, in sei cassette, sulla prima delle quali scrisse a grossi caratteri le seguenti parole del Vangelo: “ Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes fiant. „ Il Pontefice ammirò molto la collezione, di cui fece dono al Museo di Bologna, e, per mostrare di aver compreso il suggestivo latino galianesco, conferì al giovine ed accorto abatino napoletano il beneficio della Canonica di Amalfi, che dava la rendita di 400 ducati all'anno, favore di cui tre anni dopo il Galiani disobbligavasi scrivendo per la morte del suo protettore un'eloquente ed affettuosa orazione funebre.

Dopo tali soddisfazioni di amor proprio, dopo tali trionfi di scrittore, dopo tali lusinghiere acclamazioni al precoce suo ingegno, comprendesi di leggieri che il Galiani dovesse sentirsi a disagio in un paese nuovo, dove la sua fama non era ancor giunta e dove sembravagli sempre di scorgere un sorrisetto scherzoso sulle labbra di tutti coloro che, per la prima volta, contemplavano la sua persona ridicolmente piccina ed alquanto deforme; ma, appena il suo spirito brillante, la colorita sua loquela, le sue riflessioni impreviste, profonde e paradossali gli ebbero procurato nei salotti parigini tutta una fitta schiera di ammiratori e di ammiratrici, egli comprese che la sua vera patria intellettuale era Parigi. La sua intelligenza, al contatto con quelle di Grimm, di Marmontel, dell'abate Raynal, di Diderot, del barone d'Holbach, di D'Alembert, di Helvetius e degli altri Enciclopedisti, si ampliava e si rinvigoriva sempre più, senza nulla perdere della propria originalità, e, d'altra parte, il suo spirito, in mezzo alle quotidiane giostre di frizzi con tante gentili ed argute dame, spogliavasi delle primitive scorie grossolane e diventava sempre più acuto, più vario, più squisito, pur nulla perdendo della sua spontaneità e della sua arditezza.

Rileggendo ciò che di lui scrivevano gli ammaliati suoi contemporanei, tutta una scena si ricostruisce nella nostra mente, e ci par di vedere entrare il lillipuziano abate napoletano, ce charmant abbé, siccome carezzosamente solevano chiamarlo le numerose sue amiche francesi, nell'immensa sala bianco ed oro, illuminata da non meno di 72 candele, in cui il duca e la duchessa de Choiseul ricevevano, in cinque sui sette giorni della settimana, uno scelto stuolo d'invitati; ci pare di vederlo avanzare a piccoli passi, col nero tricorno sotto il braccio, fra i tavolini di giuoco, dispensando a destra ed a sinistra sorrisi ed inchini, salutare la padrona di casa, che lo accoglie sorridendo, e poi, circondato da una briosa schiera di dame e di damigelle, addossarsi ad uno dei maestosi camini marmorei, che dispensavano il calore alla sala, accettar subito il soggetto che gli viene proposto e ricamarvi attorno una di quelle maravigliose improvvisazioni, che tenevano tutti sospesi alle sue labbra e durante le quali, con l'esilarante mimica del suo volto mobilissimo e dell'intera personcina, entusiasmava il suo pubblico, e, dopo averlo fatto ridere sino alle lagrime con prodigiose lepidezze, lo faceva lungamente meditare, perchè, quasi sempre, sotto la frase giocosa e dietro l'aneddoto comico, ascondevasi un pensiero profondo ed ardito.

Altre volte è invece nel salotto della casa di campagna al Grand-Val del barone d'Holbach od in quello, in cui la società era anche più intima e cordialmente simpatica, del villino alla Chevrette della signora d'Épinay che ci pare di rivedere il Galiani: il sole tramonta e le ombre della sera già invadono la camera; gl'invitati, poichè la melanconia dell'ora fa languire ogni conversazione, si raccolgono intorno all'abate, che, seduto sur una poltrona, con le gambe incrocicchiate alla turca, secondo la sua abitudine, e con la parrucca di traverso, racconta loro, senza farsi molto pregare, mille follie, accende uno di quei fuochi di fila di lazzi, di bizzarrie, di novellucce gioconde, a cui nessuna tristezza resiste.

“L'abate Galiani entrò„ — scrive Diderot in una sua lettera — “e col gentile abate entrarono la gaiezza, l'immaginazione, lo spirito, la follia, lo scherzo, tutto ciò che fa dimenticare i fastidii della vita.„ E subito dopo aggiunge: “L'abate è inesauribile in fatto di motti di spirito, di frasi argute; è un vero tesoro nelle giornate piovose: se si fabbricassero degli abati Galiani presso gli ebanisti, tutti ne vorrebbero possedere uno in villeggiatura.„ E Marmontel dice: “L'abate Galiani era come fattezze il più grazioso piccolo Arlecchino che abbia prodotto l'Italia, ma sulle spalle di quest'Arlecchino vi era la testa di Machiavelli. Epicureo nella sua filosofia, era, pur possedendo un'anima melanconica, abituato a contemplar tutto dal lato ridicolo. Non v'era nulla, nè in politica, nè in morale, a proposito di cui non avesse qualche piacevole racconto da narrare, e questi racconti avevano sempre il senso giusto dell'opportunità ed il sale d'un'allusione imprevista ed ingegnosa.„ Infine il Grimm scriveva: “Questo piccolo essere, nato alle falde del Vesuvio, è un vero fenomeno. Egli unisce ad un colpo d'occhio lucido e profondo una vasta e solida erudizione, alla chiaroveggenza d'un uomo di genio la piacevolezza ed il brio d'un uomo che altro non cerca che divertire e piacere. Egli è Platone con la vivacità ed i gesti d'Arlecchino.„

Il piccolo e spiritoso abate Galiani era, come evidentemente appare da queste e da varie altre simili autorevoli testimonianze, il ricercato beniamino della società parigina: i suoi aneddoti, le sue risposte maliziose, le sue riflessioni originali, i suoi sarcastici motti di spirito, appena pronunciati, facevano il giro della città, passando di bocca in bocca, e poi, mercè i carteggi dei letterati, giungevano ai più importanti centri intellettuali d'Europa.

Di questi fortunati motti galianeschi, parecchi sono giunti fino a noi.

Un giorno, una scimmia, che il Galiani aveva portato con sè e che amava moltissimo, essendosi sospesa alla catena di ferro che reggeva la lampada destinata ad illuminare lo scalone del palazzo dell'ambasciata, la fece dondolare così a lungo ed in siffatto modo che tutto l'olio ne cadde sull'abito di gala del conte di Cantillana, mentre costui preparavasi ad uscire per recarsi ad un pranzo a cui era stato invitato. L'ambasciatore furibondo ordinò che la bestia venisse subito uccisa. “Guardatevene bene, Eccellenza, — esclamò freddo freddo l'abate, — l'anima di Leibnitz alberga nel suo corpo ed essa cerca risolvere il problema dell'oscillazione del pendolo.„

Un altro giorno, ad un pranzo, un ufficiale, indispettito da un frizzo del Galiani gli disse, facendo la voce grossa: “Signor abate, voi siete un insolente; e se vi fossi vicino vi darei uno schiaffo, anzi potete far conto di averlo già ricevuto.„ Ed il Galiani di rimando: “Se io vi fossi vicino, poichè il mio stato non mi permette di cingere spada, caverei fuori quella di chi mi siede a lato e vi trapasserei da parte a parte; anzi fate conto di aver già ricevuto il colpo e consideratevi come morto.„ Tutti risero e l'ufficiale rimase assai male.

Un'altra volta, egli si era recato da un ministro di Stato, famoso per la sua pigrizia e da cui si aspettava già da tempo non so quale atto che non riusciva mai a venire alla luce; il ministro, accortosi che l'abate portava sotto il braccio un cappello abbastanza vecchio, pensò di punzecchiarlo dicendogli: “Parmi che sia tempo di riformare il vostro cappello.„ Ed egli di botto: “Aspetto il disegno di Sua Eccellenza.„

Appassionato per la musica di Pergolese e di Paisiello, il nostro abate giudicava troppo fragorosa quella francese, sicchè, avendo qualcuno osservato dinanzi a lui che la nuova sala delle Tuileries, nella quale era stato trasportato il teatro di musica, in seguito all'incendio del Palazzo Reale, era sorda, egli esclamò con un sospiro: “Felice lei!„

Non bisogna però credere che, durante i dieci anni circa che il Galiani rimase in Francia, ad altro egli non pensasse che a menare vita brillante e che sperperasse il ricco capitale della sua intelligenza spendendolo tutto nella picciola moneta della conversazione. No, egli, oltre ad avere incominciato un originale commento delle Odi di Orazio, di cui alcuni brani assai caratteristici furono pubblicati dall'abate Arnaud sulla sua Gazette littéraire d'Europe, ed aver scritto un libro di economia politica, che suscitò furiose polemiche e di cui vi parlerò di qui a poco, si mostrò abile diplomatico e fedele rappresentante dell'accorta e patriottica politica del marchese Tanucci.

Il carteggio, pubblicato alcuni anni fa dall' Archivio Storico per le provincie Napoletane, dimostra l'alta stima che l'illustre ministro di Ferdinando I nutriva pel Galiani, a cui scriveva settimanalmente di affari di stato, a cui a volta chiedeva anche consiglio e che considerava come il suo uomo di fiducia a Parigi; e ciò è tanto vero che, non soltanto gli affidò varie delicate missioni, ma, allorquando nel 1760 l'ambasciatore De Cantillana prese una licenza dì sei mesi, lo nominò incaricato d'affari con la paga mensile di 300 ducati.

Però Ferdinando Galiani dovette alla sua lingua, a cui pure è da attribuirsi lo straordinario suo successo parigino, quell'inatteso richiamo dalla Francia, che così profondamente lo addolorò.

L'Inghilterra, in quell'epoca, impensierita dal famoso patto di famiglia tra la Francia e la Spagna, erasi alleata con la Russia e con la Danimarca, e quindi una lotta diplomatica s'ingaggiò fra i due gruppi di alleati, una lotta, che prendeva le mosse dalle contese dei due partiti svedesi soprannominati dei Cappelli e dei Berretti, dei quali l'uno era fautore delle regie prerogative e dell'alleanza francese e l'altro del governo oligarchico e degli Anglo-Russi. Avendo i Cappelli alla perfine ottenuta la prevalenza, l'Inghilterra riuscì a persuadere la Danimarca ad armare una flotta in favore dei Berretti; ma, saputolo il ministro francese Choiseul, costui protestò con grande energia contro tale armamento, e poco mancò che non iscoppiasse una guerra, la quale, secondo le parole dell'ambasciatore di Napoli in Ispagna, “si poteva sapere dove cominciava, ma non prevedere dove andrebbe a finire.„

Ora, mentre maggiormente ferveva il lavorìo diplomatico, il nostro abate commise la leggerezza di rivelare al barone Gleichen, ministro di Danimarca a Parigi, il secreto pensiero del Tanucci, il quale, non soltanto non approvava il patto di famiglia, ma, pur non negando l'utilità di un accordo fra la Spagna e Napoli, non credeva si dovessero accomunare in tutto e per tutto gl'interessi dei due paesi. L'imprudente discorso venne riferito al duca di Choiseul, che già da qualche tempo non vedeva di buon occhio il troppo linguacciuto segretario d'ambasciata napoletano, e, in seguito ad un carteggio fra la Corte di Francia e quella di Spagna e di Napoli, il Tanucci, convintosi di non poter salvare il suo favorito, scrisse la seguente laconica missiva, che piombò sul povero abate come un fulmine a ciel sereno: “È volontà del Re che V. S. Illustrissima fra quattro giorni da questo dispaccio esca da Parigi per ritornare in Napoli al suo destino di Consigliere del Magistrato di Commercio. Glielo prevengo nel Real nome perchè così eseguisca.„

Prima di partire, il Galiani lasciò al Diderot il manoscritto di un libro intorno a cui già da qualche tempo lavorava e di cui il suo fido amico curò la stampa, facendolo pubblicare, l'anno seguente alla partenza di lui, con la data di Londra, senza nome di autore e col titolo di “Dialogues sur le commerce des bleds.„ Questo lavoro del Galiani, che suscitò uno straordinario brusìo nel campo degli Economisti, che vi erano vivacissimamente attaccati e che della loro difesa e della confutazione incaricarono l'abate Morellet, discuteva, in forma dialogica e con un brio affatto insolito in tali trattazioni, di una delle più importanti questioni del momento.

In seguito ad una carestia che aveva generati gravi tumulti popolari, Luigi XV, persuaso di giovare all'agricoltura, aveva nel 1764 emanato un editto, col quale permettevasi a tutte le province del regno la libera esportazione dei grani. Sopravvenne un'annata sterile, ed i mali ai quali erasi coll'editto inteso di porre rimedio, nonchè cessare, si aggravarono sempre più. Il Galiani prese da ciò occasione per combattere l'opportunità della libera esportazione, intendendo dimostrare che in fatto di commercio di grani ogni sistema assoluto riesce nocivo e che variando le circostanze degli Stati conviene variare eziandio le norme di tale commercio. A provare il suo assunto egli immaginò una serie di conversazioni prima e dopo il pranzo fra un motteggiatore cavalier Zanobi, in cui incarnò sè stesso, ed un marchese di Roquemaure, che sostiene la tesi opposta, ma che si lascia trascinare a tali concessioni ed a tali confessioni su materie che, in apparenza, non hanno coi grani alcun rapporto, da rimanere poi stupefatto di aver dato egli medesimo, con le sue parole, le armi all'avversario per incalzarlo e debellarlo.

Questi dialoghi erano così brillanti e così ameni che vennero letti con vivo piacere perfino dal pubblico femminile e che il Voltaire ne scriveva con enfatico entusiasmo al Diderot. “Sembra che Platone e Molière si siano uniti insieme per comporre tale opera„ e nel suo dizionario enciclopedico, alla parola blé, ne dava il seguente lusinghiero giudizio: “Il signor abate Galiani, napoletano, rallegrò la nazione francese sulla questione dell'esportazione; giacchè egli trovò il segreto di fare, anche in lingua francese, dei dialoghi divertenti quanto i migliori nostri romanzi, ed istruttivi quanto i migliori nostri libri serii. Se quest'opera non fece diminuire il prezzo del pane, procurò molto diletto alla nazione, ciò che per essa vale assai meglio.„

Ho detto che questo volume venne pubblicato senza nome di autore e l'istesso ho detto antecedentemente del trattato della moneta e si potrebbe dire della maggior parte delle opere del Galiani. Ora l'abate napoletano non faceva certo ciò per modestia, perchè la modestia non fu mai tra le sue virtù; quale dunque ne era il motivo? Ecco la graziosa ragione che egli medesimo ne dà in uno degli ultimi suoi opuscoli: “Un abbominevole abuso invalso fa che tutti vogliono avere i libri in dono dal loro autore. Chi dona un libro lo perde, chi lo nega perde un amico, quindi per salvare i libri e gli amici li stampavo senza il mio nome. Così potevo anche dallo spaccio inferire in qualche modo il merito del libro, essendo certissimo che quell'edizione che si sarà tutta venduta si avrebbe potuto tutta donarla, mentre non è sicuro del pari che quella che si è donata si avrebbe potuto venderla tutta.„ Il vero motivo però era che il Galiani sapeva di possedere, così in Italia come in Francia, molti amici, ma anche molti nemici, e che, soltanto col celare il proprio nome egli sperava di poter ottenere il suo intento. E non ingannavasi, giacchè, siccome afferma uno scrittore del principio del secolo, l'Ugoni, fintanto che le opere di lui furono giudicate secondo il valore intrinseco la fama ne fu grande, ma non appena fu squarciato il velo dell'anonimo cominciò la fama ad intorbidarsene: non potendosi negare il merito dell'opera, si negò che fosse o che ne fosse egli solo l'autore, diceria del resto non risparmiata nè a Beccaria, nè a Filangieri.

Fu proprio col cuore trafitto che l'abate Galiani abbandonò quella Parigi, in cui egli menava una così gioconda esistenza e dove aveva tanti cari amici e tante soavi amiche; quella Parigi, in cui aveva ritrovato l'ambiente elevatamente spirituale adatto alla sua intelligenza; quella Parigi che lo aveva così bene apprezzato e che egli con immagine felice, aveva definita le café de l'Europe.

A dimostrarlo, più di ogni mia parola, varrà il biglietto sconsolato, che egli scrisse al D'Alembert nel momento della partenza: “Vi fo, mio caro D'Alembert, i miei addii; non ho il coraggio di congedarmi da voi, sono questi istanti terribili per un cuore sensibile, quando ci si deve separare per sempre dagli amici e dalle persone che si amano e si stimano e si onorano e che hanno formato la felicità della mia vita durante la mia dimora in questo paese. Addio, mio caro amico, io vi scriverò, e spero che voi mi darete qualche volta notizie della vostra salute, e così potrò credere ancora di non essere uscito dal mondo.„

Dopo aver lasciato Parigi, egli si fermò alcuni mesi a Genova, sperando forse che il suo richiamo non fosse definitivo, ma dovette pure decidersi alla fine a ritornare a Napoli, dove dalla benevolenza del Tanucci, nonchè da quella dei Sovrani, gli furono attribuiti i più onorifici e lucrosi incarichi, senza però che egli mai si consolasse e senza che mai nel suo cuore si cicatrizzasse la nostalgica ferita per l'obbligatorio abbandono di Parigi, dove, malgrado l'ardente suo desiderio, non doveva mai più ritornare.

Nelle lettere da lui scritte dopo il non desiderato ritorno in patria, si trovano di continuo rimpianti per la dolce terra di Francia e, al contrario, disdegni e sarcasmi contro la città di provincia, in cui era costretto a vivere. Alla signora Necker egli scrive: “Ma è proprio vero che io sia partito? È possibile che io abbia potuto uscire da Parigi? Per dove, come, per quale barriera, in qual modo è accaduto? Io non ci capisco nulla. No, non è possibile.„ Ed alla signora d'Épinay: “Parigi è la mia patria; per quanto si faccia per esiliarmi da essa io vi ricadrò.„ E poi: “Vedete come sono allegro: non ne credete niente. Io sono triste ed infelice e mi rincresce molto di farvelo sapere. Cerco di distrarmi e cado in eccessi di pazza allegria. Qui diverto tutti, fuorchè me medesimo. Se ritorno un momento sull'idea di Parigi e dei miei amici, eccomi perduto. Io non ci sono e voi ci siete, ecco i due punti della mia melanconica e desolante meditazione.„ Ed ancora: “Sapete che oggi è l'anniversario del giorno della mia partenza da Parigi? Posso essere allegro con siffatto ricordo?„ Ed infine alla signora Geoffrin scrive: “Eccolo dunque, come sempre, l'abate, il vostro piccolo abate, votre petite chose. Io sono seduto sur una soffice poltrona, ed agito piedi e mani come un energumeno, colla parrucca di traverso, parlando molto e dicendo cose che erano giudicate sublimi e che mi venivano attribuite. Ah! signora quale errore! non ero io che dicevo di così belle cose. Le vostre poltrone sono tripodi apollinei ed io era la Sibilla. Siate pur sicura che, sulle seggiole di paglia napoletane, non dico che sciocchezze.„

Napoli, al povero abate così festeggiato nei brillanti salotti parigini, non appare semplicemente come una città di provincia, poco colta e molto pettegola, ma quale un crudele esilio, in cui non trova chi sappia comprenderlo ed apprezzarlo come a Parigi. E le lamentanze ed i rimpianti riempiono le sue lettere e si esprimono nelle forme più colorite, più liriche e più graziosamente satiriche. “Qui non ho nulla che mi tormenti, tranne che non ho nè divertimenti, nè piaceri, nè amici, nè discepoli, nè pranzi, nè cene, nè denaro, nè salute, nè allegria, nè affari giocondi, nè amore; ma, viceversa ho l'amicizia del ministro, la rabbia degli invidiosi, il pericolo delle calunnie, seccatori a non finire, i processi, il Tribunale, la Corte, le zampogne per le vie ed i calli ai piedi.„ — “In quanto a me mi annoio mortalmente qui; non veggo nessun'altro che due o tre francesi che sono qui. Parmi d'essere Gulliver, ritornato dal paese degli Huyhuhums, il quale non ricerca altra società che quella dei due suoi cavalli. Vado a fare visite di dovere alle mogli dei due ministri di Stato e delle Finanze e poi dormo o sogno. Quale vita! nulla qui mi diverte. La vita vi è di un'uniformità mortale. Non vi si disputa di niente, neppure di religione. Ah, mia cara Parigi, quanto ti rimpiango!„ Ed allorquando, per una salute deteriorata anzitempo, perde gran parte dei denti, egli prima se ne lamenta; “Se non avessi perduto che il piacere di mangiare, non lo rimpiangerei troppo; ma è assai peggio. Io non parlo più; ecco ciò che è spaventevole. Balbetto nel voler parlare, sovra tutto in italiano: tra i miei denti formasi una specie di zufolio molto sgradevole e di cui mi accorgo io stesso e subito taccio per tema di annoiare gli altri. Ora immaginate cosa sia l'abate Galiani muto. No, non vi ha nulla di più crudele e di più lamentevole; credete pure che non esagero„; e poi trova una consolazione assai più triste del male: “I miei denti mi hanno lasciato; ma non ho più bisogno di parlare; qui nessuno m'intende e nessuno ha la tentazione di ascoltarmi.„

Ma quasi a vendicarsi dei suoi concittadini, la sua vena satirica si risveglia ed egli scrive tutta una serie di opuscoli epigrammatici, che poi pubblica sotto il nome di don Onofrio Galeota, un bizzarro tipo di grafomane e di bohèmien, che viveva in Napoli ai suoi tempi e vi era popolarissimo. Fra questi opuscoli giocosi, in cui il Galiani piacevolmente imita lo stile pomposo, spropositato e tutto intessuto di grossolani napoletanismi di don Onofrio, il più caratteristico è, senza dubbio alcuno, quello pubblicato in occasione di un'eruzione del Vesuvio e che porta per titolo: “ Spaventosissima descrizione — dello spaventoso spavento — che ci spaventò tutti coll'eruzione del Vesuvio la sera degli otto d'agosto 1779, ma (per grazia di Dio) durò poco — di D. Onofrio Galeota — poeta e filosofo all'impronta. „ A dare un'idea di questa parodia piena di spirito basterà che io ve ne legga una mezza pagina; udite: “La prima meraviglia fu vedere quella gran colonna di lava infocata, che usciva dalla bocca e andava tanto alta. Veramente alzava assai; ma non tanto poi quanto hanno detto. Mi è stato avvisato che, quando fu l'eruzione del 1631, li libri d'allora, stampati tutti con licenza dei superiori, hanno detto che la colonna di fuoco s'alzò diciassette miglia. Ora, io dico, una delle due, o l'eruzioni che si facevano in quelli tempi erano più grandi di quelle che si fanno adesso, o li spropositi, che si dicevano allora, erano più grandi di quelli che si dicono adesso. Veramente diciassette miglia sono miglia. Adesso hanno detto che s'alzò tre miglia, e io manco lo credo, e dico che fu meno assai, e forse non fu nemmeno mezzo miglio; però mi rimetto a chi l'ha misurata, perchè io non ci voglio rimettere di coscienza, e queste cose di pesi e misure sono materie delicate, e per la mezza canna, o quanti vanno all'inferno, che il Signore ce ne liberi!„

Qualche anno prima della pubblicazione di questo opuscolo era stato rappresentato il famoso “ Socrate immaginario „, ad ascoltare il quale, a quanto almeno afferma il Ranieri, tanto dilettavasi Giacomo Leopardi e di cui lo Scherillo ha potuto dire, non interamente a torto, che esso onora la letteratura drammatica italiana quanto la migliore delle commedie di Goldoni.

Molto si è disputato per sapere chi fosse il vero autore di questo capolavoro del teatro napoletano, ma ora sembra assodato che l'idea prima l'abbia avuta il Galiani, che egli n'abbia dato il canovaccio a G. B. Lorenzi, noto autore di molti libretti di opere buffe napoletane, e che inoltre, dopo che costui l'ebbe verseggiato, vi abbia aggiunto parecchi sali, e qualche scena più delle altre originale. La musica poi ne fu scritta dal Paisiello. Eccone l'argomento, secondo vien raccontato dal Galiani medesimo in una delle sue lettere: “È un'imitazione del Don Chisciotte. S'immagina un buon borghese di provincia, che si è fitto in capo di ristabilire l'antica filosofia, l'antica musica, la ginnastica, ecc. Egli si crede Socrate. Ha preso il suo barbiere e ne ha fatto Platone (è il Sancio-Panza). Sua moglie è bisbetica, e continuamente lo bastona: così è una Santippe. Va nel suo giardino a consultare il suo demone, alla fine gli si fa bere un sonnifero dandogli a credere che sia la cicuta, e, mercè l'oppio, allorquando risvegliasi, si trova guarito della sua follia„.

Rappresentata nell'ottobre del 1775, la giocondissima commedia del Galiani e del Lorenzi ottenne uno strepitoso successo d'ilarità, ma, essendosi scoverto che sotto i panni del protagonista si nascondeva una caricatura di don Saverio Mattei, professore di lingue orientali nell'Università di Napoli, poeta metastasiano, cultore fervente di musica, appassionato della letteratura e della filosofia greca e pazientissimo nel sopportare gli scoppii di gelosia e l'umore irascibile della sua consorte, donna Giulia Capece-Piscicelli, si ricorse dagli interessati al Re, che, ad evitare un più lungo scandalo, proibì ogni ulteriore rappresentazione del “ Socrate immaginario „, veto che non doveva venir tolto che cinque anni dopo.

Ma diciamolo pure, il buon don Saverio, non aveva avuto tutti i torti di adirarsi, giacchè la satira era davvero spietata.

Alla moglie che gli chiede:

Ma dimmi, arcipazzissimo,

Tu come insegni ad altri

Filosofia, se appena sai di leggere?

don Tammaro, il protagonista della commedia galianesca, risponde:

Appunto perchè sono

Una bestia solenne, io son filosofo.

Chi fu Socrate? un asino

E te lo proverò. Mai non parlava

Costui da sè, ma domandava sempre,

Chiaro segno evidente