LA VECCHIA CASA.


NEERA

La Vecchia Casa

MILANO
Fratelli Treves, Editori

Secondo migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Milano, Tip. Treves — 1922.


Egregio signor Treves,

Lei mi domanda una prefazione per la ristampa di Vecchia casa sul genere di quella che feci per l'Indomani, ma una prefazione è talvolta più difficile di un romanzo, sempre più delicata, e ad ogni modo non è cosa che si possa improvvisare quando non vi sia una ragione ben chiara per farlo.

L'Indomani aveva una sua storia, più o meno interessante secondo il punto di vista, ma una storia infine, mentre Vecchia casa, simile in questo ai popoli felici, non ne ha.

Ora, priva di tale fondamento, che vuol mai ch'io ne scriva? Una lode? Non sarei modesta. Un biasimo? Non sarei sincera; ed io tengo moltissimo ad ornare la mia mediocrità se non altro di queste due piccole virtù.

Che se poi a Lei interessasse di sapere quale accoglienza ebbe Vecchia Casa al suo primo apparire in pubblico (nel 1899) fu male ispirata a rivolgersi all'autore perchè gli autori in genere, nè io pretendo di formare eccezione, hanno per amore delle loro opere la stessa insaziabile brama della fiera Dantesca e se trovano venti lettori ne vorrebbero ventimila.

Purtroppo devo confessare che ventimila lettori Vecchia Casa non li ebbe ancora, ma non dispero che la presente edizione fregiata del suo nome e posta sotto il suo alto patronato possa riuscire a ottenerli, molto più che se la critica mise fuori per questo romanzo inaudite espressioni di lusinga, il pubblico, il gran pubblico, non lo conobbe e tranne qualche profonda anima fedele che ne assaporò in silenzio l'intima essenza, esso passò inosservato così da potere oggi riuscire pressochè nuovo.

Per essere sincera fino all'ultimo devo dire che nel coro delle lodi non mancò qualche nota stonata. Non può piacere a tutti un libro che fu definito: “Una di quelle piccole anfore di Murano in cui il vetro ha raggiunto la sottigliezza del velo più trasparente, anfora di una fragilità leggiadrissima che allontana istintivamente la mano dal toccarla, tessuto imponderabile nel quale anche le cose materiali diventano diafane. Ricostruirlo in sintesi è guastarlo. Una sottile malia si sprigiona da questi libri dello spirito che vi trasporta ai di sopra della realtà, pur sentendo che la realtà vi conquide, una realtà superiore ma non meno reale„. (Natura ed Arte, 15 Aprile 1900).

Questione di gusti come sempre. Chi preferisce le anfore di Murano e chi i boccali di Montelupo. Lei da quell'intelligente editore che è ci metta sopra il cartellino, così non vi saranno equivoci.

Con ciò la riverisco distintamente.

Da Campodolcino, settembre 1910.

Neera.


LA VECCHIA CASA

La nebbia che fino allora aveva tenuta la città prigioniera ne' suoi veli sembrava cedere agli sforzi di un pallido sole di novembre. Milano usciva nel trionfo di una opaca e tranquilla bellezza di contro al cielo grigio, uniforme, dolcemente pastoso, sul quale le spire salienti dai numerosi fumaioli segnavano alcune strisce appena più scure e i tetti, i campanili, i frontoni delle chiese smussavano tutto ciò che vi era di troppo acuto nei loro angoli, abbracciati, quasi cullati dalla grande morbidezza dell'aria e del cielo.

Quel delizioso passaggio della stagione, quando il caldo è lontano e il freddo non molesta ancora, dava rilievo alla generale intonazione di compostezza e di calma. Una luce smorta coloriva dolcemente le cose. Se nel centro della città l'andirivieni affrettato della folla e le mostre appariscenti dei negozî rompevano la gamma monotona del grigio, nei quartieri deserti, giù per i navigli, la sinfonia del colore neutro si sbizzarriva sui lunghi muri degli orti e dei conventi, al di sopra dei quali alcuni radi ciuffi di platano e di castagno rameggiavano flosci, tinti di un giallo moribondo.

In una via fra le più antiche dell'antica città, saliva rasentando il muro, con passo fra timido e pauroso, un fanciullo; ma forse non tanto fanciullo come poteva sembrare a primo aspetto con quelle membra gracili strette in abiti rattrappiti, col viso pallido e sofferente delle giovani creature in cui la sensibilità sovrabbonda. Tra lui e l'ambiente e il cielo non ancora completamente snebbiato correva un intimo accordo di malinconia rassegnata, piuttosto sognante che dolorosa, piuttosto organica che dipendente da circostanze esterne.

Saliva, il fanciullo, guardando da lontano innanzi a sè chi gli stesse per venire incontro sul sentiero e voltava pure tratto tratto rapidamente il capo per assicurarsi di chi lo seguiva alle spalle. Vestiva un abito grigio troppo corto, un cappello a cencio sotto il quale il viso piccolo e delicato scompariva tutto, e teneva sotto il braccio pochi libri stretti fra due assicelle. Giunto a mezza via si fermò un momento, con una mossa istintiva adombrata di timidità insieme e di fierezza.

Il ginnasio, che egli aveva abbandonato fra una lezione e l'altra, gli stava dietro a molta distanza e nessun professore si era trovato sulla sua strada. Una visione terrorizzante gli gelò è vero per un istante il sangue nelle vene, poichè aveva scorto, sotto un portone, la schiena obliqua di un uomo magro e segaligno vestito di nero, ma un secondo sguardo lo rassicurò, per cui riprese la strada ripetendo a sè stesso con convincimento: “Non è lui!„

Dopo pochi passi, voltando l'angolo, si trovò dinanzi alla chiesa di Sant'Ambrogio e tornò a fermarsi; non più sbigottito questa volta nè tremante, ovvero tremante ancora, ma di commozione nuova che sembrava stringergli il cuore dentro una morsa.

Il vecchio tempio era parato a lutto: una gran striscia nera ondulava sulla porta dell'atrio e più lungi, al di là del cortile, altre striscie nere orlate di frangia d'oro velavano a mezzo l'entrata del tempio. Egli doveva saperlo, lo sapeva; tuttavia la realtà di quel lutto apparsagli d'improvviso sembrò rinnovargli il dolore. L'incredulità vaga che si impossessa della mente al primo annunzio di morte di una persona cara mutavasi in certezza davanti alla materiale prova, alla bandiera della morte sventolante sulla casa di Dio.

Un rispetto sacro rese ancora più pallide le guancie del fanciullo. Avanzò a piccoli passi tenendo gli occhi fissi sul cartello che fronteggiava l'entrata, smanioso eppur pauroso di leggere ciò che vi stava scritto. I caratteri gli sembravano confusi; non voleva incominciare dal principio; avrebbe desiderato conoscerli in un lampo di intuizione, non essere obbligato a decifrarli parola per parola. Gli pungevano le pupille, gli saltellavano davanti come piccole fiamme. Finalmente si fregò gli occhi, e lesse:

A
Gentile Lamberti
CHE FU ANIMA FIAMMA PENSIERO
CUI LA MATERIA NON GRAVÒ
MAI
LE FIGLIE IMPLORANO LIEVE LA TERRA
NELLA DIMORA ULTIMA
ASPETTANDO

XIII NOV. MDCC....

Ma l'impressione che ricevette fu meno dolorosa di quanto aveva temuto; insieme ad una commozione profonda che gli fece salire un gruppo alla gola sentì pure una specie di conforto grandioso, una elevazione del cuore alla immortalità vaga e sognante. Le tre parole anima fiamma pensiero gli rendevano vivo e vero ciò che era stato Gentile Lamberti; gli lasciavano intravedere la possibilità di sopravvivere a sè stessi in un mondo invisibile dove le anime si sposano fuori d'ogni rito e popolano la terra di tutto quanto palpita sovr'essa nella luce del pensiero.

Abituato alla solitudine e ad una lunga disciplina di vita interna, il fanciullo aveva la preparazione dovuta per ricevere l'impressione augusta del grande mistero. L'uomo di cui si celebrava in quel giorno il funerale era stato, nella sua scolorita esistenza di orfanello, l'apparizione più luminosa. Avvicinandolo, egli aveva sempre supposto che fosse differente da tutti gli altri uomini ed aveva provato il segreto desiderio di essergli figlio o parente per un inesplicabile bisogno di comunione colle idee e coi sentimenti da lui espressi. Quante volte, per parte de' suoi superiori, anche de' suoi maestri, la sensibilità del fanciullo era stata ferita, quasi offesa, quasi derisa, e da Gentile Lamberti mai!

— Gentile Lamberti, — ripetè, affascinato da quel nome che non vestiva più alcuna apparenza umana, che non corrispondeva più al timbro di una voce, al lampo di uno sguardo, che non aveva più significato al mondo, un nome che nessuno più portava — un nome morto — poche sillabe accozzate insieme, un suono senza senso — nulla dunque! — No, — disse ancora collo sforzo di una volontà latente che voleva reagire a qualunque costo, — un uomo simile non muore. Non sapeva donde gli venisse quella fede che gli dava tanto coraggio in mezzo allo schianto, quella energia nuova uscente per la prima volta dal suo gracile petto, nata quasi dal suo stesso dolore, ma la accolse largamente, la lasciò cadere a guisa di rugiada nella sua anima e se ne imbevve fino alla dolcezza.

Entrò allora nel tempio che era deserto. All'estremità della navata maggiore, davanti al vecchio altare dove un bassorilievo dorato risalta sullo sfondo di una tinta turchiniccia stridula e primitiva, era stato rizzato il catafalco. Lo scaccino girava ancora torno torno accomodando le pieghe del drappo nero; due banchi parati a lutto lo fiancheggiavano da una parte e dall'altra; alti candelabri tenevano gli angoli. Il fanciullo vedeva forse tutto ciò, ma non guardava, non capiva. — Il funerale è per le quattro — disse lo scaccino rispondendo a una donna che era apparsa dietro a un pilastro — e per quanto le parole fossero pronunciate a bassa voce, il loro suono si diffuse sinistro e cupo sotto la vôlta del tempio, sì che il fanciullo le udì e ne ebbe un sussulto. Anche questo egli sapeva, ma sentirlo dire da un altro gli parve brutale.

Sedette su un banco vicino al catafalco che si pose allora a guardare con intensità, accarezzandone coll'occhio ogni minuto particolare di colore e di forma, divagando di sensazione in sensazione, di idea in idea, secondo una particolare attitudine della sua immaginazione avvezza a prestare anima e vita a tutti gli oggetti che lo circondavano.

Così risalendo senza accorgersene dal suo dolore al suo affetto ed alla causa che li aveva generati entrambi, rivide sè stesso quando, pochi anni prima, era venuto a Milano dalla lontana provincia, senza che fosse stata versata una lagrima per la sua partenza, nè che una carezza lo avesse accolto all'arrivo. Orfano, allevato per pietà da parenti poco prossimi e troppo poveri per potergli essere di aiuto, affidato da ultimo alla sorveglianza meschina di un altro parente sconosciuto che lo tiranneggiava, i soli sorrisi, il solo conforto, le sole parole alte e buone gli erano venute da Gentile Lamberti. Come avrebbe potuto dimenticarlo? Rivedeva la casa ospitale dove soleva passare quasi tutte le sue ore di libertà, tanto vicino alle sue aspirazioni quanto sentivasene lontano nella casa dei parenti, ed era con tenerezza somma, con una vera commozione che rammentava l'indulgenza illuminata e paterna di Gentile Lamberti e le infinite volte che l'autorità incontestata di lui gli aveva mitigati i castighi.

— Il funerale non è che per le quattro — susurrò lo scaccino passando lo strofinaccio della polvere sul banco dove sedeva il fanciullo.

Questi si alzò, un po' rosso, come se fosse stato colto in fallo, e prese a fare il giro degli altari lentamente. I dipinti lo attiravano in particolar modo e quando scoperse nella navata a destra dell'altar maggiore un piccolo Gesù che predicava ai dottori si fermò a lungo, immobile, la mente piena di visioni.

Intanto l'orologio della chiesa suonò le ore.

Qualche persona entrava tratto tratto, dava un'occhiata ai preparativi, scambiava poche parole a bassa voce col custode ed usciva. Il fanciullo, per nulla impaziente, compì il giro degli altari e tornato all'aperto nel cortile lo continuò sotto l'atrio, attratto dapprima dai massicci sepolcri di pietra sul coperchio dei quali posava esitando la mano — una piccola mano nervosa che tremava — fermato poi dai frammenti di affresco che balzavano fuori sulle muraglie, bizzarri e misteriosi nelle loro linee spezzate, nei loro colori di ombre. Uno dei sepolcri, collocato a altezza d'uomo, mascherava tutto il corpo di un santo lasciando scoperti i soli piedi, e quei piedi mozzati lo impressionavano come se fossero stati vivi. Era strano che gli sembrassero veramente piedi e non pitture di piedi; ma le sue sensazioni erano sempre così, profonde e violente.

Una delicata testa femminile, sfumata più che dipinta, gli diede all'occhio una grande dolcezza. Nell'attitudine e nel soave abbandono dell'omero ella sembrava stringersi al seno un bambinello. Contemplò a lungo questo dipinto, sentendosi rimestare in fondo all'anima un tumulto di desiderî e di sogni confusi e ancora la memoria di Gentile Lamberti venne a commuoverlo. Ricordava: era una sera non remota ed egli gemeva sull'arida grammatica che l'inflessibilità del suo mentore gli aveva resa completamente odiosa. Il signor Pompeo, rotando gli occhi nel viso segaligno, gli prediceva tutti gli orrori ai quali sarebbe andato incontro colla sua negligenza, soggiungendo che da uno scolaro al quale mancavano nientemeno che intelletto, memoria e volontà non c'era da aspettarsi niente di buono. — Io credo — aveva detto allora Gentile Lamberti — che lei dimentichi la qualità generativa d'ogni cosa bella. Questo fanciullo sente. — Oh! — aveva risposto il signor Pompeo scandolezzato — quale professione gli insegnerò io mai a base di sentire? — e dopo qualche istante di silenzio Gentile Lamberti replicò: — Perchè non sarebbe egli poeta?

Questo brano di conversazione tornava ora nei ricordi del fanciullo che rapito quasi egualmente da una visione di dolore e da una visione di bellezza si chiedeva trepidante: Sarò io poeta?

Non era ambizioso; il miraggio della gloria e della fortuna non lo tentava. Non era nemmeno uno spirito pratico, per cui facendosi la domanda: sarò io poeta? più che cercare una soluzione al problema del suo avvenire, ripeteva per intimo bisogno di dolcezza quelle parole misteriose che aveva udito pronunciare dalla persona a lui tanto cara, sembrandogli, se avesse potuto diventare poeta, di interpretarne il desiderio. Disgraziatamente fra le due assicelle che tenevano serrati i suoi quaderni di scuola si trovava un penso di letteratura ed egli ricordò con una certa mortificazione come non potesse ritenere più di cinquanta versi. Abbassò il capo contrito, non vinto però.

L'onda delle sensazioni continuava ad incalzarsi nella sua mente acerba ma tenace. Sentiva che il mondo e la vita non sono solamente quello che ognuno dice: che nell'ampio mondo fatto per tutti c'erano dei piccoli mondi occulti e chiusi dove non si poteva penetrare in folla. Colpito da quella rara e squisita sensazione che si intende col nome di rispetto egli misurava sempre più il passo, contemplando i preziosi ruderi che lo circondavano con una simpatia calda e rattenuta che sembrava toglierli dai secolari riposi e infondere un palpito ad ogni frammento di granito, ad ogni evanescente profilo. Egli non sapeva nulla della storia di quel tempio e di quel cortile, nè che fossero considerati come opera d'arte, nè che i forestieri accorressero a visitarli. L'eroica figura del vescovo Ambrogio, che egli non aveva ancora studiata nei suoi corsi ginnasiali, non gli suggeriva nulla davanti a quel monumento della di lui grandezza: ignorava che orde di popolo acclamante avessero invaso gli intercolonni quando gli imperatori venivano a farsi cingere dall'arcivescovo la corona ferrea e che la voce popolare riguardasse la porta maggiore del tempio come la stessa da Ambrogio chiusa in faccia a Teodosio. Nulla sapeva di quanto l'arida dottrina insegna; ma egli udiva la voce delle pietre, egli vedeva trasudare dai marmi le lagrime di dolori passati rinnovati sempre, egli sentiva palpitare silenziosamente l'anima delle cose all'unissono coll'anima sua in una vibrante armonia di tristezza e di luce. Egli amava nel mondo visibile l'invisibile mistero ed a quello tendeva con inconscia sicurezza.

Già la nebbia che si era sollevata nelle ore meridiane ricominciava a cadere lentamente. Il fanciullo argomentò che l'ora attesa non dovesse essere lungi: infatti recatosi sul piazzale e guardando in su verso le vie fuggenti a nord riconobbe in una massa bruna che si andava man mano ingrossando le prime file del corteo funebre. Contemporaneamente alcuni curiosi giunti alla spicciolata da diverse parti entrarono a prender posto sotto l'atrio e lungo i colonnati.

Il fanciullo rimase sulla piazza portandosi verso l'angolo della via che fronteggia il tempio e tenendovisi nascosto in modo che la sola testa sporgesse in fuori a guardare il corteo che si avanzava, dapprima incerto per la molta lontananza e per il velo di nebbia che si stava svolgendo sulla città, poi distinto nel lugubre drappello dei necrofori, nei rocchetti bianchi del clero sopra cui ondeggiava la croce dai pallidi riflessi d'argento, finalmente il carro in un nimbo di fiori. Ecco! Il fanciullo si aggrappò al muro, strisciandovi sopra la faccia con uno spasimo improvviso. Gentile Lamberti gli passava davanti morto. Morto! Sbarrò gli occhi, meravigliato di non vederci più; sentì il muro bagnato sotto la sua guancia e si accorse di piangere....

Quando tornò a vedere, il carro aveva svoltato verso la chiesa seguito dai parenti, dagli amici, dalle rappresentanze cittadine. Molte persone che avevano conosciuto anche per poco l'uomo insigne che non era più, molti di coloro che senza averlo conosciuto personalmente onoravano in lui la rara concordanza fra l'ingegno e il carattere venivano in seguito e ad ogni svolto di via altri se ne aggiungevano; altri, trovandosi sul passaggio della salma venerata, interrompevano la loro corsa di affari o per curiosità o per simpatia o per poterne parlare in casa e ripeterlo agli amici. L'interminabile sfilata si perdeva colle carrozze del seguito in tutte le vie adiacenti.

Allora il fanciullo abbandonò il suo posto di osservazione e guizzando inavvertito in mezzo alla folla ripassò il cortile, rientrò nella chiesa stipata di gente dove gli fu impossibile avanzare, per cui rifugiatosi in una cappella si addossò a un pilastro ed ivi stette aspettando che fosse compiuta la cerimonia religiosa. Alzandosi però sulla punta dei piedi e colla vista che aveva acutissima intento a scrutare quella massa di teste denudate e raccolte vide la testa medusina del signor Pompeo, in prima fila, rigidamente piantato davanti alla luce di un finestrone perchè ognuno potesse sapere che egli era là. Da quel punto la maggior preoccupazione dello scolaro fu quella di schivare il temuto pedagogo che lo credeva a scuola, e appena terminate le preghiere, quando la folla colle sue onde di mare agitato si mosse riversandosi verso le porte del tempio, egli, facendosi piccino, scivolando silenzioso, si confuse cogli ultimi, cogli umili, indifferente alla inferiorità del posto che occupava, pago di accompagnare l'uomo amato con tutto l'ardore, con tutto l'entusiasmo del suo cuore giovane.

La nebbia intanto, la strana, fantastica nebbia del novembre milanese, continuava a cadere molle e muta. Sulla piazza di Sant'Ambrogio, nel lungo viale sotto gli alberi, ogni forma perdendo la precisione del contorno si ingigantiva in una ciclopica visione di masse indecise salienti a toccare il cielo: e talora sembravano palazzi inaccessibili, soggiorno di genî e di fate; tal altra prendevano l'aspetto di monti iperborei sorti improvvisamente a restringere i confini della terra. In mezzo ad essi la linea del corteo funebre, svolgendosi con ondulamenti di serpe, procedeva a guisa d'ombra nera tremolante nella vasta ombra grigia immobile. Parve al fanciullo che Gentile Lamberti movesse così verso il doloroso mistero accompagnato da fantasmi velati, quasi sospinto da forze invisibili in quelle tenebre che si facevano di istante in istante più fitte, verso la gran tenebra ignota. Le ombre incalzavano le ombre, nel silenzio tragico delle vie che si inabissavano paurosamente davanti allo sguardo, davanti al passo, come se una voragine le inghiottisse.

Avvinto da un fascino che un vago inesprimibile terrore rendeva più intenso, il fanciullo si stringeva al gruppo delle persone che lo precedevano: solo un tratto che egli fosse rimasto indietro si sarebbe smarrito irremissibilmente. Camminando con quel suo passo leggero e timido fissava con ostinazione quasi magnetica le torcie accese che rompevano l'oscurità con piccoli punti gialli intorno ai quali il riflesso roseo della fiamma, venendo a contatto colla nebbia, tracciava una zona delicatissima di color violetto morente in una gradazione quasi inafferrabile di verde pallido, poi di grigio, poi di grigio più intenso, che mescendosi alle irradiazioni delle torcie vicine spargeva nella nebbia un chiarore madreperlaceo di un effetto misterioso. Tutti i preparativi del funerale, la chiesa addobbata a lutto, il catafalco, i fiori, la folla, ognuna delle cose stabilite e fisse, ognuna delle materiate manifestazioni umane scomparve dalla sua memoria. Un mondo ignoto sorgeva per lui da quelle tenebre stranamente iridate: mondo di larve rompenti l'ostacolo con petti virili, singhiozzanti con femminei seni: mondo di lagrime portate a vagare lungi dagli occhi che le avevano spremute, lungi dalle mani che le avevano terse, erranti in cerca di altri occhi a cui appendersi, di altre mani da irrorare: ed egli le beveva, quelle lagrime, avidamente, nell'aria umida e densa che gli palpitava sul viso un soffio gelido di morte.

A un tratto non vide più nulla; non la massa incerta delle persone che lo precedevano, non i punti luminosi delle torcie, nemmeno la più lontana rifrazione delle fiamme, nulla! La muraglia nera della notte gli stava davanti terribilmente muta.

Ciò che aveva paventato accadeva. Il corteo funebre che si era andato di continuo assottigliando si tolse ai suoi occhi, improvvisamente divorato da un più fitto strato di nebbia. Egli si trovò solo, perduto nelle tenebre.

Mosse alcuni passi nella stessa direzione, con una forza di volontà disperata che gli faceva sbarrare gli occhi e tendere le palme in attitudine di respingere un nemico; ma il nemico opponeva la sua molle resistenza di fantasma imponderabile, lo serrava e lo soffocava nelle sue braccia di velo, impassibile, penetrante, silenzioso. Non uno spiraglio di luce si offriva a' suoi sguardi, non un suono colpiva il suo orecchio ansioso. Nel breve cerchio della sua persona un crepuscolo violaceo rinnovato di passo in passo, pari a una lanterna portata da una mano invisibile, gli tracciava misteriosamente il cammino. Si fermò cercando di indovinare in qual punto della città si trovasse. Invano. Da una parte e dall'altra l'invincibile muraglia lo respingeva.

Così, abbattuto, avvilito, sbagliando ogni tratto, retrocesse sulle sue proprie orme e quasi riprendendo il possesso della realtà man mano che si avvicinava ai luoghi noti pensò al precettore che doveva attenderlo, al castigo che lo aspettava, e una tristezza infantile sprigionandosi dal suo gracile petto gli serrò la gola con un singulto.

Quando potè ritrovarsi nella sua contrada, davanti alla porta della sua abitazione, esitò un istante; poi riunendo tutto il coraggio entrò di corsa; salì l'ampio scalone signorile che arrestavasi al primo piano e stava per slanciarsi sulla piccola e buia scala del suo precettore, allorchè la voce fessa del signor Pompeo risuonò altamente in uno scoppio di collera ed egli stesso apparve sulla soglia dell'appartamento del primo piano che un domestico gli aveva spalancata. Il fanciullo ebbe appena il tempo di gettarsi in un canto, rannicchiandosi contro la parete; il signor Pompeo si fermò volgendosi verso una persona che gli stava alle spalle:

— Quel ragazzo — disse con accento duro — ha bisogno di una lezione.

Una voce soavissima, una voce di donna angelicata benchè tremante fra le lagrime, pregò con indicibile commozione:

— Non oggi! non oggi!

E temendo forse che la parola non bastasse, l'incognita aggiunse il gesto supplice delle mani congiunte verso l'uomo che già aveva varcata la soglia, seguendolo per ottenerne una promessa di clemenza. Fu allora che ella scorse il fanciullo rattrappito e tremante nell'angolo della scala.

— Flavio! Poverino, che fai qui?

Se lo attirò fra le braccia dolcemente materne e trovandolo intirizzito ne strinse il volto contro il proprio petto con un movimento rapido e lieve, ripetendo: — Poverino!

Flavio si sentì salvato.

Non molto ampia, modesta, coll'intonaco di un bigio caldo che le dava un aspetto vivente quasi di persona, la casa che i Lamberti abitavano da oltre mezzo secolo riuniva tutti i caratteri delle vecchie case, signorili senza sfarzo, costruite con quel sentimento dell'interno che faceva disprezzare ogni pompa, che teneva la porta non più alta del necessario ma discretamente larga perchè la carrozza padronale vi potesse entrare comodamente e che si accontentava di due piani ampiamente soleggiati. Il primo proprietario — un cadetto di nobile famiglia — vi aveva conferito, ad onta dei mezzi limitati, il suggello di distinzione della sua razza e tale suggello si era conservato inalterato attraverso le peripezie delle successioni.

La piccola casa nella via deserta, nel quartiere eccentrico, non aveva destato le cupidigie dei nuovi arricchiti; nessuno aveva mai pensato che si potesse trasformarla in un piramidale palazzo moderno e così come si trovava, senza caloriferi, senza alcuna delle moderne ricercatezze, nessuna signora elegante avrebbe voluto abitarvi.

Era passata per tal modo chetamente di eredità in eredità a gente dignitosa ed oscura che non ne aveva alterato un solo aspetto, lasciando che il grosso fico spadroneggiasse nell'angolo del cortile, che l'erba crescesse fra il rado acciottolato, che una patina nera incrostasse i riccioloni barocchi della scala d'onore e del terrazzo sul quale tutte le piante possibili crescevano a primavera invadendo muri, finestre, embrici, con una prepotenza secolare che era diventata diritto. Le gronde ai tetti, foggiate in forma di draghi che vuotavano a torrentelli nella strada le pioggie raccolte, erano scomparse solamente in seguito al divieto formale del municipio, non senza aver tentato qualche resistenza. Sembrava che tutta la casa, tutto ciò che vi apparteneva, fosse tenuto insieme da un legame invisibile ma tenace che non voleva cedere alla invasione dei tempi nuovi. I proprietari stessi non erano riusciti ad appiccicarvi il loro nome; in tutta la parrocchia di Sant'Ambrogio si diceva la casa del marchese senz'altro. La casa del marchese da pochi anni appena era anche conosciuta col nome di casa dei Lamberti, quantunque i Lamberti non ne fossero proprietari, ma era questo un miracolo di Gentile Lamberti che solo era apparso degno di sostituire il suo nome venerato ad uno tradizionale che durava da secoli.

Già fin dall'esterno, in una rigonfiatura del muro che alterava la linea della facciata insistendo in quel carattere di vitalità così suggestivo e bizzarro, il disegno della casa si presentava con una assoluta indipendenza di criteri. La porta, collocata non nel mezzo della facciata ma da un lato di essa, era sorretta da pilastri piatti di granito che si riunivano alla sommità abbracciando un piccolo scudo dove assai confusamente si intravedevano le traccie di uno stemma. Entrando sotto il breve portico, che una pusterla di legno ingraticciata spartiva a metà, erano visibili ed assai bene conservati i dipinti del soffitto a cassettoni dove il pittore aveva anticipato le chiocciole e gli svolazzi che lo scultore doveva ripetere nelle balaustre della scala, diffondendo l'impressione speciale di morbidezza, di tepore, quasi di carezza e di abbraccio che è il più grande fascino del barocco puro.

Al di là della pusterla qualunque richiamo al movimento cittadino cessava. Si pensava involontariamente al numero infinito di conventi che stavano addossati un tempo in quelle contrade, al mistero di tante vite rinchiuse, scomparse per sempre, e guardando il piccolo portico dalle snelle colonnine che girava per due lati del cortile, la fuggevole visione delle suore oranti faceva passare un soffio di misticismo sulla calda impressione lasciata dalla architettura secentista. Ma era un misticismo dolce, sereno, che diventava quasi gaio quando la bella stagione vestiva di verde tutte le pareti e dal terrazzo la glicine, il caprifoglio, i gerani mandavano ondate di profumi nel cortile.

I due muri non occupati dal portico, essendo molto bassi, lasciavano scorgere una sfilata di orti, di piccoli giardini ingenui e primitivi dove la zappa entrava di rado e che contribuivano a conservare l'illusione della solitudine.

Costruita per una famiglia patrizia la casa aveva un solo appartamento che meritasse veramente questa denominazione: ad esso metteva capo l'ampia scala di stile barocco. Tuttavia alcune stanze del secondo piano erano state adattate per uso del signor Pompeo e dalla parte opposta, dove era la scaletta di servizio, gli ultimi proprietari avevano pure trovato modo di collocare un vecchio pensionato con sua sorella. Ma era tutto. Si trovava per tal guisa accresciuta l'intimità della casa dove poche persone entravano — sempre le stesse — dove da anni ed anni le finestre dei Lamberti si aprivano giocondamente lasciando passare i canti e le risa delle fanciulle, dove il vecchio pensionato, da un piccolo balcone, veniva a scaldare i suoi reumi al sole mentre la sorella appendeva la gabbia del passero solitario; dove il signor Pompeo, attraversando il portico, sbirciava tutte le mattine il cielo facendo pronostici per la giornata; dove Flavio aveva passate tante ore grigie sui propri cómpiti, tante ore azzurre nel salotto dei Lamberti.

Ogni primavera, innanzi che il fico mettesse le fronde, il portinaio saliva con una scala a mano a verificare lo stato dei rami; poi tendeva dei fili di ferro affinchè la glicine che cadeva abbondantissima dal terrazzo non andasse dispersa; egli la obbligava a vestire il muro nel posto lasciato libero dal fico. Una ventina di vasi schierati in bell'ordine e sempre in un dato modo dovevano completare l'assetto estivo del cortile. Il buon uomo vi seminava invariabilmente del basilico e delle violacciocche. Più tardi, quando il sollione di luglio e di agosto sferzava le pianticelle, egli le raccoglieva durante le ore calde sotto il portico, e il ripetersi metodico di tutte queste occupazioni, lo scrupolo di conservare ogni cosa nello stato e nella forma abituale, dava luogo a un ordine monastico in perfetta armonia coll'ambiente. Siccome poi il portinaio era solo, nessuna ciancia di donna, nessun vociare di bimbo rompevano l'alta quiete del cortile. Era così che l'erba cresceva in mezzo ai sassi immacolata, che il fico conservava i suoi frutti fino all'estrema maturanza, che i vasi dei fiori non erano mai spostati di un millimetro, che la patina del tempo si era distesa sui muri, sulle colonne, sui riccioloni della scala e del terrazzo creando effetti impensati di chiaroscuro, mentre dalla parete a tramontana, vestita al piede di una leggera muffa verdastra, salivano le macchie del salnitro con ramificazioni bizzarre, somiglianti ad antichi graffiti che i secoli avessero un po' corrosi.

Un largo sprazzo di cielo proteggeva questa perfetta solitudine. Oltre gli orti, oltre i giardini, appena quando gli alberi erano privi di foglie si poteva scorgere l'alto muro di un convento sul quale stava dipinta una meridiana.

Il lutto che era piombato terribile e repentino sulla casa felice ne palliava momentaneamente il giocondo aspetto. La persistenza della nebbia faceva pensare ad un velo che la morte stessa, passando, vi avesse distesa; cortile, portico, terrazzo, tutto affondava nel tenue mistero. Ma nella camera dove Gentile Lamberti era morto il dolore si era veramente rifugiato più muto, più profondo, non larva o simbolo, ma persona viva.

In quella camera così piena ancora di lui, delle sue abitudini, delle sue memorie, Anna, la maggiore figlia, veniva come ad un tempio — sentendo del tempio la grandezza e la soavità insieme — consolandosi in ciò che per molti è strazio insopportabile: la rievocazione. Ella non comprendeva affatto i conforti che le andavano susurrando, per la maggior parte appoggiati sull'azione del tempo che doveva guarire la sua ferita, che gliela farebbero quasi dimenticare. Non voleva dimenticare. Al contrario, se vi era pensiero dolce per lei in fondo al suo dolore era appunto la sicurezza del ricordo perenne, di un legame ininterrotto collo spirito di colui che ella sentiva ancora vibrare intensamente dentro di sè. Suo padre non era stato solamente l'autore de' suoi giorni, la persona che le tradizioni, l'abitudine, l'interesse insegnano a obbedire e ad amare. Carne della sua carne e sangue del suo sangue ella era sopratutto per una perfetta somiglianza di anime la continuazione del di lui pensiero, l'essenza rinnovata di quell'Io morale che una semplice accidentalità della materia non poteva distruggere. Era la di lui coscienza, era il di lui amore, era ciò che egli aveva voluto che fosse, ciò che doveva rimanere.

Nessuna debolezza si mesceva all'alto sentimento della perdita che aveva fatta, ma piuttosto un ardore concentrato, come se dai più oscuri segreti del suo essere germogliasse il seme del potente albero caduto. Veniva tutti i giorni, dacchè era morto, a passare lunghe ore nella camera di suo padre; le sembrava di vederlo e di parlargli ancora; le sembrava — oh! ma in modo strano — di sentire il tocco leggero e penetrante delle sue mani, quelle mani un po' magre, ma più che magre tenui, le quali scottavano sempre nel palmo. E la sua voce udiva, la sua voce che chiamava: Anna! Questo nome, breve e lucente come una lama snudata, la faceva trasalire ancora nella memoria di lui con un fremito di orgoglio.

Quante volte, seduti là, sul piccolo divano in mezzo alle due finestre, egli aveva parlato della nobiltà della natura umana sollevando l'animo della fanciulla alla comprensione dei sentimenti generosi, mostrandoli non a guisa di eccezioni ma come la sola norma di una vita degna. Era, del resto, il retaggio che i Lamberti si erano sempre trasmessi di generazione in generazione con una fedeltà che aveva conferito loro una specie di aristocrazia morale. Legati alla vita più calda e più palpitante del loro paese, il nome dei Lamberti si incontrava dovunque, sia nelle ansie tragiche della dominazione straniera preparatrice di indimenticabili eroismi, sia nei periodi di calma, quando all'azione violenta dei rivoltosi succedeva l'irradiamento sereno delle contemplazioni intellettuali, uno di loro si trovava sempre collegato alle imprese più simpatiche e più generose. L'aureola popolare (nel significato alto della parola), quell'aureola che viene decretata da migliaia di cuori commossi e riverenti, aveva raggiato troppo fulgida sulla fronte di Gentile Lamberti perchè la sua dipartita non dovesse lasciare un vuoto angoscioso nella figlia che di lui solo era vissuta fino allora, ammiratrice entusiasta fino alla venerazione.

Desolata in mezzo alla gente, sola anche cogli amici che erano tanto diversi da lei, sentendo ad ogni istante per la forza fatale dei confronti l'immensità della sua disgrazia, Anna si ritemprava in quella camera satura delle idee, dei sentimenti, degli appassionati entusiasmi, delle delicate fantasie, delle ricerche amorose e profonde che da vent'anni formavano il nucleo di quella che era stata una esistenza in due.

Nella stessa camera si aggirava ancora la piccola figura elegante della nonna spiritualizzata nel ricordo; e della di lei dimora erano rimasti alcuni pastelli deliziosi appoggiati alla tappezzeria di un rosso cupo, il piccolo divano fra le due finestre, uno stipo tutto a cassettini, verniciato di chiaro, che sorrideva da un angolo come se avesse conservato nelle sue rotondità lucenti e fiorite la serena filosofia della vecchia signora.

Tanto era ininterrotta in quella famiglia la catena d'amore che gli antenati rivivevano coi giovani nipoti, avendo trasmesso a loro i gusti, le abitudini, certi atteggiamenti, certi motti. Tre generazioni erano nate sotto quei soffitti a volta fasciati di una tenera zona cilestrina, tra quelle pareti che gli usci interrompevano con una larga volata di imposte dipinte a nastri azzurri, a ghirlande di fiori sospese fra stipiti dorati, cui sovrastavano pitture a tempera di soggetto ridente. Ogni posto, ogni cantuccio raccontava una storia. Vecchi e bambini avevano pianto e avevano riso, avevano amato, gioito, sofferto, pensato, sognato, nella casa tranquilla, nelle signorili stanze ampie, illuminate, dove il riflesso dei giardini sottostanti faceva salire una gradazione delicata di verde che smorzava l'eccesso della luce. La felicità — una felicità alta e severa fatta di pensiero — palpitava in ogni linea, in ogni profilo; era così profondamente radicata nella casa benedetta che osava sprigionarsi anche dalla gravezza del lutto. Anna non vedeva nè la giornata grigia, nè la camera deserta, nè il posto vuoto. Nella sua anima ardente la vita era eterna.

Giaceva sulla scrivania di suo padre un libro aperto, lasciato aperto da lui nelle ultime ore. Il libro era collocato un po' di traverso (si ricordava benissimo), egli stesso lo aveva allontanato colla mano in un momento di stanchezza, ma senza chiuderlo, come se sperasse di poterne continuare in breve la lettura. Un segno rosso sul margine attrasse particolarmente l'attenzione di Anna: suo padre doveva averlo tracciato nella estrema attività del pensiero, poche ore prima di morire. Questa certezza le fece chinare il capo ansiosamente sul volume. Lesse: “Io non amo inzaccherarmi le vesti col fango delle vie. Io voglio in puri abiti di festa attendere il giorno dell'avvenire„.

Due lagrime cocenti le bruciarono gli occhi, caddero, si posarono sulla pagina segnata. Quelle erano le ultime parole meditate da suo padre!

Presa da una indicibile commozione, non udì la voce della piccola sorella che la chiamava dal corridoio. Solamente al leggero rumore dell'uscio che si apriva volse il capo.

— Flavio ha voluto venire....

I due fanciulli entrarono: Elvira davanti, poi Flavio, timido, cogli occhi che chiedevano scusa.

— Ha voluto venire! — ripetè Elvira, dando un'occhiata sdegnosa alle traccie che le scarpe di Flavio lasciavano sul tappeto.

— Hai fatto bene — disse Anna tentando di sorridere al fanciullo: ma davanti a quella faccina mesta sentì che non era necessario fingere e riprese, senza nascondere nulla del proprio affanno: — Dovevate chiamarmi, vi avrei raggiunti di là.

— Se ti dico che è lui che ha voluto venire!...

Flavio girava il suo cappello fra le dita, incapace di parlare, vedendo confusamente ogni cosa, con un gran nodo nella strozza, un po' ferito dall'insistere che faceva Elvira sulla domanda ch'egli aveva appena posata con grande timidezza.

— Che sciocco! — mormorò Elvira scappando nel corridoio.

Anna non udì precisamente le parole della sorella; guardò il fanciullo e fu colpita dall'espressione disfatta del suo volto.

— Tu volevi vedere la sua camera, nevvero?

Un lampo di riconoscenza per essere stato compreso brillò nello sguardo del fanciullo. Ancora non disse nulla, ma fece qualche passo verso la sua protettrice. Ella gli prese le mani, attirandolo, mormorando con passione:

— Lo amavi dunque molto?

— Oh! — rispose il fanciullo.

Null'altro. Per un istante le loro mani rimasero avvinte. Si guardarono profondamente, disperatamente, in fondo alle pupille. Avrebbero creduto di udir battere i loro cuori!

— Flavio — disse Anna ad un tratto — tu sei ancora giovane, non puoi comprendere chi fosse veramente colui che abbiamo perduto.

— Io lo so — rispose Flavio con molta semplicità.

Anna prese allora a considerare il pallido volto del suo amico, si ricordò che era meno fanciullo di quanto potesse far credere il suo aspetto; vide ad ogni modo nella piega dolorosa delle labbra le traccie di una sensibilità superiore agli anni e la bontà colla quale lo aveva sempre trattato assunse, in quel medesimo istante, un grado di simpatia più elevata che glielo fece riguardare come fratello. Di tutte le persone che avevano pianta la morte di Gentile Lamberti nessuna le era parsa, come quel fanciullo, vicina a lei, al suo modo di amare e di sentire.

Con uno slancio improvviso dove la passione dolorosa si vestì di una ineffabile dolcezza ella disse:

— Guarda!

L'occhio suo guidò Flavio verso il libro aperto, mentre coll'indice additava le parole segnate.

Il fanciullo lesse in silenzio. Anna che lo osservava vide le sue labbra tremare e le sue guancie, che erano già pallide, farsi trasparenti. Tutta presa d'ardore, Anna rilesse a voce quasi alta: “Io non amo inzaccherarmi le vesti col fango delle vie. Io voglio in puri abiti di festa attendere il giorno dell'avvenire„.

Senza rendersene esatto conto Flavio sentiva vagamente di ricevere una particolare distinzione, quasi una prova di fiducia e di tenerezza che da parte di quella donna superiore andava a risvegliare le corde più riposte del suo orgoglio d'uomo. Il fanciullo timido, avvilito, incompreso, il fanciullo di cui nessuno prendeva cura se non per abusare della di lui debolezza, saliva allora il primo gradino della dignità virile, e chi lo guidava, sorreggendolo, era un dolce viso femmineo, era una voce a lui ben nota per altri soavi ricordi. Solamente la sera prima Anna, in un momento di abbandono pietoso, se lo era stretto contro il seno. Tornavagli in quel punto vivissima la sensazione di tepore e di morbidezza risentita nella carezza fuggevole. Standosene egli un po' curvo sul libro vedeva Anna, ritta, più alta di lui, sorgere al suo fianco e disegnarsi contro la luce della finestra in una linea elegante di stelo che l'abito di un rosso vivo sembrava bagnare di sangue. Penetrato di un intimo calore, con una baldanza insolita e nuova, disse:

— Anch'io voglio fare così.

— Perchè è così che si ama — completò Anna.

Rimasero entrambi ad ascoltare il suono delle loro voci, cadente grave nella camera come se un voto solenne fosse stato pronunciato.

Fu Elvira che li trasse dal sogno. Ella, rientrando, arrestò gli occhi sull'abito rosso di Anna a cui la luce immediata della finestra dava un particolare risalto.

— Bisognerà bene ordinare gli abiti di lutto.

Pronunciò queste parole colla sua calma di bimba saggia, con quel criterio pratico e positivo che le attirava sempre l'ammirazione del signor Pompeo.

Anna frenò un moto istintivo di ripugnanza, lasciando cadere gli sguardi sulle sue maniche.

— Gli piaceva tanto quest'abito!

Si volse a Flavio persuasa che egli la comprenderebbe.

— Mi pare, spogliandolo, di spogliare un ricordo suo, di allontanarlo maggiormente dalla mia vita; mentre vorrei continuare in tutto e per tutto, sempre, come se egli mi guardasse ancora. Perchè cambiare la veste che egli amava, la veste consacrata dalle sue carezze?

Elvira soggiunse con un leggiero allarme:

— Il lutto lo portano tutti però. Che direbbe la gente?

— Oh — fece Anna rassegnata — lo metteremo anche noi, non dubitare.

Una malinconica amarezza trapelò dal suo accento. Flavio la fissava cogli occhi sbarrati, non osando parlare, così pallido e immobile che si vedevano palpitare le sue narici come l'ala di un uccello prigioniero; mentre in lei cresceva la sensazione di tedio che le veniva così spesso dalla presenza della sorella, che cercava di combattere con tutte le forze, ma che rinasceva sorda, implacabile, da sorgenti oscure e profonde che sfuggivano a qualsiasi ricerca.

Anche ora (Elvira erasi appoggiata alla scrivania tenendo la mano distesa sul piano levigato, toccando il libro che Gentile Lamberti aveva lasciato aperto in quel medesimo posto) Anna tremava quasi stesse per assistere ad una profanazione. Quella mano ferma e già forte nel suo incompleto sviluppo di bambina, quella mano che sapeva tracciare pagine di una calligrafia perfetta, quella mano così diversa, così straniera, là dove ella aveva veduto per l'ultima volta la mano diafana e scottante di suo padre, le dava una stretta al cuore che nessun ragionamento avrebbe saputo spiegare. Per vincersi e per dominare una sensazione che ripugnava alla sua alta rettitudine si accostò alla sorella passandole un braccio intorno al collo.

Non era suo dovere di amarla, ora più che mai, poichè erano rimaste sole nel mondo? Ella aveva precisamente l'età di Elvira quando la loro madre, sciogliendosi dalla vita, volgeva a lei in particolare la preghiera di sostituirla presso la neonata. Ed ecco, dieci anni erano già trascorsi senza che il vincolo ideale si stringesse. Ingannati dalla gentilezza dei modi tutti dicevano: Come si amano le due sorelle! Ma Anna sapeva bene che non era vero. Col braccio stretto intorno al collo di Elvira ne andava ricercando i baci con ansia affannosa, mormorando:

— Dobbiamo amarci, dobbiamo amarci.

E dal fondo delle sue viscere intanto l'occulto ribrezzo smentiva le parole affettuose.

Dopo le giornate bigie del dicembre, dopo i freddi acuti di gennaio e di febbraio, che tante ore raccolte avevano adunato nel salotto ospitale, la primavera vinceva e già la giovinezza dell'aprile entrava per la sfilata delle stanze aperte facendo sbocciare nell'illusione di una nuova fioritura le ghirlande dipinte sugli usci fra l'oro e l'azzurro tenero degli svolazzi accartocciati.

— Aspetto — aveva detto Flavio un giorno fermandosi estatico davanti a un insolito effetto di luce — che questi fiori mettano dei boccioli.

— Non è vero? È questa l'impressione che fanno anche a me. Io mi domando perchè le altre case non sono come questa e perchè invece di questi grandi usci dipinti, così ridenti, hanno dei piccoli usci di vetro freddi e repulsivi.

Era Anna che aveva risposto a Flavio. Era sempre lei che raccoglieva le rare osservazioni del fanciullo, come già un tempo aveva fatto suo padre. Ciò accadeva spontaneamente per un intimo accordo di sensazioni, ma vi si abbandonava anche volentieri pensando di continuare un lavoro di riabilitazione e di giustizia. Confidenze dirette non ne aveva ricevute ancora, nessuno le aveva chiaramente palesato che cosa fosse stata l'infanzia di Flavio, ma con sottile intuito ella l'aveva letta, la leggeva tutti i giorni nel pallore malaticcio di lui, nella piega dolorosa delle labbra, nell'occhio attonito che aveva talvolta immobilità vitree di anima assente; e quando con femminile pietà aveva fatta sua la tristezza di quell'adolescente senza famiglia, di quell'adolescente che non aveva nemmeno conosciuto la tenerezza di una madre, il suo sguardo ardente e cupo passava come una carezza sulla povera testa dai capelli incolti, sul povero corpo mal vestito, mal nutrito e le dure parole del signor Pompeo: “Scioperato, buono a nulla, vagabondo„; ella traduceva nella luce del suo cuore, così: “Infelice, infelice, infelice.„

Era ben vero che i cómpiti di scuola Flavio li eseguiva malamente o non li eseguiva affatto, impiegando l'ora della traduzione latina a tracciare disegni sopra i quaderni e l'ora di studiare i classici a inseguire via per il cielo il corso delle nuvole nei loro svariati aggruppamenti; ma Anna sapeva pure che egli leggeva molto fuori dei libri di testo e quando infervorata a discorrere delle idee che il padre suo aveva amate — sogni d'arte, entusiasmi di bellezza, ardori di fede — vedeva gli occhi del fanciullo rifulgere giocondamente e fissarsi nei suoi con una intensità di elianto che beve i raggi del sole, Anna si sentiva presa da un rimpianto violento che le faceva esclamare con malinconia: “Perchè non è mio fratello?„

Finchè suo padre era vissuto, la loro solitudine in due le era parsa la più squisita estrinsecazione di una vita che aveva per meta l'ideale. Collaboratrice intima di lui, regina e prigioniera nel loro piccolo alveare, quell'occulto lavoro di preparazione che avrebbe diffuso nel mondo tanto balsamo per le anime era tutto il suo orgoglio, tutta la sua gioia. Altri distribuiscono il bene nella forma concreta di cibo al corpo od all'intelletto; ella amava invece la distillazione primitiva che non è ancora miele ma succo di fiore. Di un'anima, di un'anima aveva bisogno!

Ed ecco che in quel rinnovamento della primavera, compiendo il suo ventunesimo aprile, Anna aveva attirata la sorella sul terrazzo tenendola stretta al fianco con sollecitudine materna, mentre dentro di lei l'angoscioso desiderio la faceva tremare di tenerezza.

— È bella la glicine quest'anno — disse Elvira.

Anna assentì silenziosamente col capo, lisciandone i capelli, osservando l'orecchio di Elvira dal lobulo grasso e pieno, caldamente rosato nella luce mattinale.

Sedettero entrambe sulla balaustra del terrazzo, in un posto lasciato libero dalla glicine e che Anna preferiva perchè da quel posto si scorgeva l'orizzonte ampio terminato dal muro di un convento lontano, quello stesso che portava dipinta sulla sua nudità monastica una meridiana. Alcune parole stavano scritte intorno alla meridiana, parole che per la grande lontananza non si potevano leggere, ma che Anna sapeva e verso le quali i suoi sguardi correvano sempre quasi attirati da un fascino.

— Ho molta lezione da studiare — disse ancora Elvira.

— Sì? Converrà allora guadagnar tempo.

— Oh! una buona metà la so già. Non sono come Flavio, io.

Una linea dura contrasse per un istante le labbra della fanciulla. Anna chinò gli occhi.

— Il signor Pompeo dice che se continua di tal passo l'anno venturo non potrà entrare in liceo.

— Poverino!

— Ieri sera ha avuta ancora la sua tirata d'orecchie.

Anna si coperse il volto colle mani.

— Se le merita però!

— Non so, non credo.... no, veramente, non credo. Flavio ha molta intelligenza.

— Se avesse intelligenza studierebbe.

Queste parole suonarono così male là, sul terrazzo, dove volavano ancora tra i rami rinnovellati della glicine le parole calde e pure di Gentile Lamberti che Elvira stessa se ne accorse e volle correggerle:

— O se avesse un po' di cuore.

Anna trasalì. Come non si intendevano! In qual modo si colmerebbe l'abisso? E la prese, come già altre volte, un terrore del vuoto che stava fra loro due, che sembrava scavarsi sempre più profondo, pari a un profondo burrone nelle cui viscere di sasso si ripercotesse il cadere gelido di poche goccie d'acqua. Teneva ancora gli occhi bassi, ma pur senza guardare la sorella sentiva svolgersi dalla sua forma indistinta una segreta repulsione e vedeva, senza guardarlo, quel lobulo dell'orecchio grasso e pieno che la turbava.

— Elvira — (pronunciò le sillabe a stento) — mia cara Elvira — (ora si sentì un po' sollevata) — se comprimiamo questo germoglio di glicine, così, sotto il pugno, e ve lo teniamo stretto lasciandogli mancare luce ed aria finchè secco e morto ci cada di mano, potremo noi valutare giustamente la sua forza e predire come si sarebbe sviluppato in condizioni normali?

La fanciulla non rispose. Attenta, tutta l'energia del suo cervello era volta alla comprensione del nuovo quesito e ciò che vi era in esso di matematico e di positivo la persuase, ma le sfuggiva il sentimento delle cose. Anna se ne avvide e con un moto lento, quasi di sfiducia, sollevò gli occhi verso la meridiana lontanante nel verde, così fulgida nel pieno meriggio del muro bianco che dovette subito ritorcere la vista.

— Ah! come è difficile — pensò.

Era giorno di domenica. Le campane delle chiese più prossime suonavano a distesa nell'aria mite e raggiante attraversata da ondate di profumo.

— Sarà bene l'ora della messa.

Così dicendo Elvira si tolse dalla balaustra, non senza osservare se qualche po' di terriccio le fosse rimasto sull'abito.

— Che bambina giudiziosa! — esclamò il signor Pompeo apparendo sul limitare del terrazzo colla tuba in una mano e i guanti e la mazza nell'altra.

— Lei va a messa?

— Torno.

— Solo?

— Quello scioperato lo mandai subito di sopra a fare i suoi pensi. Ne avrà per tutto il giorno. Il peggio è che in una zucca vuota non ci si può far allignare nulla. Glie ne dico una? Oggi, proprio oggi, nell'andare a messa col tempo che stringeva, che già era suonato l'ultimo rintocco, e caso mai avesse dovuto pensare a qualcos'altro non poteva logicamente pensare che ai suoi compiti, cerca di qua, cerca di là, non lo trovo estatico ed impalato sopra una scala a mano dimenticata dal portinaio ad esaminare il soffitto del portico? Ripeto: il soffitto del portico. Certe cose non si crederebbero se non le si vedessero. Io abito questa casa da dieci anni, ma sa Iddio se ho mai sprecato un momento a guardare i soffitti. Care signorine, quando non ce n'è.... — si toccò la fronte coll'indice crollando il capo. — Non è come loro! Non è come loro!

Il signor Pompeo si raddrizzò, sbuffò, girando intorno due occhiacci che pareva volessero valutare d'un tratto le lunghe tradizioni intellettuali e morali dei Lamberti, godendole di riflesso come pigionale e come amico.

— Vedrà!...

— Ho già veduto abbastanza, signora Anna. Quel disutilaccio ha quattordici anni, capisce?

— Quattordici!

— Eh? sembrano molti anche a lei? Il doppio dell'età del giudizio; non si direbbe eh? Io a quattordici anni avevo già fatta la prima liceo, conoscevo due lingue vive e due lingue morte e trovandomi in grado di dare delle ripetizioni bastavo a me stesso. È in tal modo che si formano gli uomini.

Sopra queste parole si gonfiò, fece la rota. Anna doveva pur convenire che vi era in esse un criterio comune non destituito di un certo peso, ma sentiva ribollire nel suo interno, altre, ben altre ragioni a favore del suo protetto. Come però Elvira la tirava per la gonna soggiunse in fretta:

— Non tutti i frutti maturano ad un tempo. Per alcuni ci vuole molto calore, molto!...

— E paglia — ghignò il signor Pompeo.

Elvira rise.

Gli apprezzamenti del vecchio presuntuoso e dappoco lasciavano Anna indifferente, ma il riso della sorella la ferì nella sua intima sensibilità. Per queste piccole punture inavvertite ella soffriva, per una sola parola che ad altri sarebbe parsa insignificante, per una espressione colta a volo e tosto dileguata che pure tracciava un solco nella sua mente pensierosa.

Giù nella via, lungo le stradicciuole solitarie che conducevano al tempio, ella fece sforzi sovrumani per essere lieta. Sulle creste dei muri, sui davanzali delle finestre, nello scorcio dei giardini intravisti per il vano delle porte aperte, aprile spargeva la tenerezza ridente del verde novello ed ella se ne imbeveva non senza una punta di malinconia così intima, così profonda, che niun varco trovava per uscire nè dai suoi occhi nè dalle sue labbra. Erano i posti noti e cari, le vecchie strade abbandonate, tante volte percorse insieme al padre, dal quale aveva imparato il sottile diletto di unirsi all'anima delle cose; ma ora l'anima propria gemeva, la sua anima rimasta orfana e così lontana. Sì, questa era l'impressione che meglio d'ogni altra le si delineava chiara dinanzi: sentirsi lontana. Il suo modo di amare esclusivo e violento le interdiceva i facili conforti, le comode sostituzioni. In chiesa, aprendo il suo libro di preghiere, fu particolarmente attratta da queste parole di un gran santo: “Adiratevi e non peccate„. Era dunque permessa, secondo i modi ed i casi, anche l'ira? anche lo sdegno amaro, profondo, che solleva il cuore in certe ore della vita e lo spinge alla rivolta come se volesse liberarsi ad un tratto da catene secolari che lo opprimono?

Al suo fianco Elvira leggeva la messa, voltando i fogli con un movimento compunto e grazioso della sua mano ferma; movimento che ella compiva da cinque o sei anni, che avrebbe continuato a compiere per cinquanta o per sessanta ancora, mentre Anna inquieta cercava inutilmente la preghiera che rispondesse al suo intimo ardore. Era stata qualche volta accusata di poca religione, eppure ella sentiva slanci di adorazione e di pietà, di umiltà e di rispetto quali non aveva visto mai ne' suoi accusatori. La fede, l'amore, il sapere, tutto ciò che è diffuso per il mondo sotto il nome di bene, può venire ristretto in date forme, in dati modi ed accontentare con tali forme e tali modi tutti i cuori? Piuttosto che un pane offerto, che una preghiera recitata, che un libro mandato a memoria, non è il bene una fiamma imponderabile che irradia da certi esseri privilegiati e riscalda, sole ideale, milioni di anime?

Un ricordo la assalì improvvisamente. L'augusta basilica sparve per un istante da' suoi occhi e si ritrovò in una modesta chiesetta di montagna, la chiesa di Courmayeur. Anche allora (da quando datava il ricordo) era una chiara domenica soleggiata; i villeggianti di Courmayeur stavano aggruppati dinanzi all'altare maggiore abbandonando il resto della chiesa ai contadini, alle donne che erano accorse da Prè Saint-Didier, da Entrave, dalla Saxe, dai vicini e dai lontani casolari, un po' stanche, aspettando il pane benedetto che un'antica consuetudine fa distribuire ai fedeli, porgendo l'orecchio umile e calmo alle parole che un giovane prete diceva dal pulpito. Erano parole così dolci che facevano pensare a un volo di colombe: parole calde di un ardore contenuto, simili a nuvole d'incenso sospese, profumanti la vôlta, acute e morbide insieme; ed uscivano, le parole, da una vibrante anima di asceta, da una forma pallida, emaciata, a cui l'interno calore dava riflessi di fiamma attraverso una lampada. La folla dei contadini, il gruppo dei villeggianti, tutta quella massa variopinta ed immobile accomunata nei banchi, addossata ai pilastri, prona sui gradini dell'altare scompariva, ricchi e poveri insieme, quasi atterrata dall'esile persona che a mala pena si scorgeva nella penombra del pergamo. E la voce continuava dolce, soave, a volte singhiozzante, a volte limpida, ma sempre frenata dalla violenza stessa dell'ardore. Un gemito lungo che parve dover straziare il gracile petto in cui si ripercoteva, scese, tremò sulle teste dei fedeli.... “l'amour paternel, ce dernier couchant du soleil des passions„ aveva detto il giovine prete con tale sentimento della propria rinuncia che Anna aveva trasalito mormorando piano a suo padre: “Oggi abbiamo visto un'anima!„

Quella, quella era la verità. L'anima dell'uomo ispirato, l'anima sensibile spaziante al di sopra dei fedeli che la maggior parte delle volte non la intendono!

Rifece con maggior calma la via dalla chiesa a casa, essendo riuscita ad involgersi completamente nella visione. Suo padre la accompagnava ancora, suo padre era con lei. Questo trionfo dello spirito, sorretto, quasi osannato dalla natura in festa sorridente del suo eterno sorriso di fanciulla, le metteva nel cuore una gioia sopracuta.

— Vivo! Vivo! — esclamò Anna irrompendo nella camera di suo padre, e buttandosi sulla poltrona che era stata la sua, abbracciando il guanciale che serbava quasi intatta l'ombra della di lui fronte, terminò il proprio pensiero singhiozzando:

— E tu pure, in me!

················

Il mobiluccio della nonna, il piccolo stipo dalle tinte chiare di lacca e dai molteplici cassetti, aspettava l'opera di Anna, l'opera amorosa e paziente di vuotarlo, perchè il tempo ne aveva intaccata la solidità e conveniva mettervi riparo. Già il cassetto principale, tutto pieno di modelli di ricamo e di disegni, con qualche fiore dimenticato, con qualcuno di quei misteriosi pezzetti di nastro e di stoffa che dànno tanto fascino e tanta eleganza ai ripostigli femminili caduti in abbandono, quel cassetto era mezzo sfatto; ma molti altri attendevano ed Anna vi gettò uno sguardo non ancora deciso. La dolcezza sognante del pomeriggio festivo la riprese. Ella rinunciò a ordinare, per quel giorno, lo stipo della nonna.

Il terrazzo invece, così lieto di verde, la attirava irresistibilmente. Quando il sole lo ebbe lasciato libero vi tornò, sedendo come già aveva fatto al mattino sul muricciuolo, nel folto delle glicini, prestando la guancia con delizia alla carezza dei grappoli che la lambivano, colle labbra tese verso un bacio ideale di cui smorzavasi il desiderio nella freschezza dei fiori; e un'estasi la prese come di visioni che si svolgessero intorno a lei senza toccarla. I suoi ventun anni compiuti le davano una sensazione di maturità dolce, malinconica e morbida anche e quasi velata, che le faceva riguardare con simpatia più intensa le erbe novelle, i novelli fiori sbocciati su quel vecchio terrazzo tanto caro. Mentre coll'occhio seguiva Elvira che girava intorno coll'inaffiatoio ad abbeverare le pianticelle riarse, aveva pur essa la sensazione di attendere nell'ombra la goccia di una rugiada celeste.

Non si mosse e non volse il capo quando Flavio, all'ora solita, venne e dalla soglia augurò la buona sera. Per qualche tempo lo udì discorrere con Elvira, ma senza ascoltare, tutta immersa nella solitudine che circondava il terrazzo, che copriva i giardini e gli orti sottostanti di una tinta indecisa dove le forme sparivano, come se all'improvviso un mare misterioso ed immobile fosse sorto a dividere la casa felice dalla rimanente città che solo appariva dietro le mura del chiostro con una rada punteggiatura di lumi. Fu dopo, più tardi, che spostandosi per rimuovere un ramo se lo vide ritto accanto. Allora gli sorrise nella semioscurità, assaporando la dolcezza di proteggerlo e con una voce che tradiva sotto il tono ilare una profonda nota di affetto gli disse:

— Come sta?

— Come sto? — rispose Flavio tutto conturbato da quel cambiamento di pronome.

Ella mutò il sorriso in una franca risata, comprendendo.

— Sicuro. L'ho sempre trattato da fanciullo, ma seppi oggi che ha quattordici anni e bisogna cambiare registro. È ormai un giovinotto.

— Oh! se non è che questo, non li ho ancora compiuti quattordici anni.

— Davvero?

— Davvero.

Pronunciò l'affermazione come se dipendesse da quella una grande felicità.

— Ebbene — fece Anna solennemente — aspetterò fino a quel giorno. — Poi carezzosa soggiunse: — Oggi continua ad essere il mio fanciullo e approfittane per raccontarmi le tue disgrazie. Poverino, con questa bella giornata hai dovuto star chiuso, che peccato! Quanto verde hai perduto, quanti fiori, che cielo azzurro! Me ne rammaricai per te.

Flavio sentì tutta la tenerezza di quel dolore, di quel materno interessamento e provò il bisogno di contraccambiarlo con una confidenza. Disse:

— Io non sono stato sempre chiuso.... io fuggii.

— Sei fuggito? Senza che il signor Pompeo se ne accorgesse?

— Oh il signor Pompeo non è padrone di tutto! — esclamò il fanciullo con una intonazione di fierezza affatto insolita in lui. — Sono fuggito come e dove il signor Pompeo non può vedere. — E abbassando la voce soggiunse: — Il cielo azzurro l'ho avuto, l'ho fatto io: ho fatto l'erba ed anche i fiori, ed anche questa lucertolina, perchè non so immaginare una giornata di primavera senza la lucertola che scappa fuori dalla sua tana. Vede, vede come è contenta?

Flavio nella sua fanciullesca esplosione dimenticava che sul terrazzo non ci si vedeva affatto. Anna, preso il foglietto che egli s'era levato di tasca, si avvicinò al salotto dove Elvira, sotto la lucerna, ripassava i suoi cómpiti.

— No, no.... — implorò Flavio che temeva i motteggi di Elvira.

Anna, entrando nel suo pensiero, si fermò allora presso la soglia del salotto dove la luce era sufficiente e dove ella potè vedere il disegno del suo piccolo amico. Le parve meraviglioso di naturalezza e di vita. Consisteva in diversi schizzi fatti a memoria, ma con un sentimento della natura così vibrante, così originale, che davano veramente l'impressione della vita. Ella ne fu commossa al punto da non sapere che cosa dire. Mentre ritornava al suo posticino nel folto delle glicini, Flavio la seguì mormorando:

— Non è in collera, vero?...

— Caro, caro Flavio!...

Queste parole pronunciate da Anna con uno slancio grandioso giunsero all'adolescente attraverso l'aria fresca e profumata a guisa di una misteriosa carezza che lo guidasse verso il futuro. La sua giovine anima compressa volò ebbra di riconoscenza alla pietà femminile che tanto dolcemente gli sorrideva.

— Ne fai spesso di questi disegni?

— Sempre, quando posso.

— Forse anche quando dovresti studiare?

— Forse.

— E non ti sembra che sia male ciò?

— No, non mi sembra.

Anna non trovò alcuna obbiezione da opporre alla ingenua confidenza. Per quanto ella ne vedesse il lato intaccabile sentiva che in fondo Flavio aveva ragione e le venne il desiderio di penetrare più addentro in quel piccolo pensiero chiuso.

— Se gli studi che fai non ti piacciono, perchè non lo dichiari francamente? Nè il signor Pompeo, nè gli altri tuoi parenti vorranno costringerti ad una carriera antipatica.

Un grande sbigottimento si manifestò subito sul fanciullo. La timidezza, ceduta un istante nella comunione colla sua protettrice, lo riprese. Anna che non poteva vederlo bene in volto se ne accorse all'attitudine scoraggiata, al mesto silenzio che permetteva di udire l'affanno della sua respirazione.

— È già deciso che io debba fare l'insegnante.

— Ma chi ha deciso?

— Tutti.

Parve ad Anna che sopra questa parola si accentuasse ancor più lo scoraggiamento del suo amico, talchè fu spinta a prendergli la mano nell'ombra.

— Nessuno — pronunciò con voce grave — nessuno, intendi, può disporre della libertà di un altro; se c'è un dovere sacro per ognuno di noi è appunto quello di servirci delle attitudini che abbiamo facendole convergere allo scopo massimo dell'esistenza. Tu devi pensare a questo. La tua vita, la tua coscienza ti appartengono: hai l'obbligo di difenderle.

La mano di Flavio giaceva inerte in quella di Anna, abbandonate entrambe sulla balaustra; ma avendo ella fatto un movimento per ritirare la sua, avvertì una leggera, quasi supplichevole resistenza, che la indusse a soggiungere con maggior tenerezza:

— Io ho tanta fede in te!

Ancora Flavio taceva. Anna, portandosi avanti col volto ansioso verso il volto di lui, scorse con indicibile commozione i suoi occhi bagnati di lagrime. Erano le ultime lagrime di un fanciullo od erano le prime di un uomo? Il silenzio divenne religioso; solamente Anna, sciogliendo delicatamente la mano, la sollevò a tergere gli occhi del suo amico.

L'oscurità li avvolgeva quasi completamente. In fondo al terrazzo, nel vano del salotto illuminato, si disegnava la testa di Elvira curva sopra i suoi cómpiti, ricevendo dall'immediato contrasto colle tenebre esterne un carattere di vignetta ritagliata, inquietante e stonato nella fusione misteriosa del terrazzo colle ombre della notte. Anna prese un ramo di glicine carico di fiori e se ne fece schermo, stendendolo sulla spalla di Flavio, comunicandogli per quella via una specie di carezza lunga e profumata dove si sciolse tutta l'amarezza dell'adolescente. Egli parlò prima a parole brevi e staccate, poi infervorandosi, sorretto dalla inviolabilità delle tenebre e dalla mano di Anna che sentiva palpitare all'estremità del ramo fiorito.

Narrò la sua infanzia malinconica, la privazione dei baci materni, le sofferenze di una sensibilità acuta che l'ignoranza e l'apatia altrui irritava fino allo spasimo. Tutto non disse, per pudore, per fierezza, perchè non sale mai completamente all'espansione delle labbra la radice profonda del dolore. Ma il suo affetto, ma il suo pensiero, ma l'essenza intima e preziosa della sua spiritualità vaporò, si diffuse nella dolce notte primaverile; fu ala, fu profumo, fu raggio. Come nella chiesetta di Courmayeur, più ancora, Anna singhiozzò:

— Vedo un'anima!

L'intima armonia venne interrotta dallo scricchiolìo di una sedia.

Elvira aveva terminato i suoi cómpiti e moveva verso il terrazzo. Anna, abbandonando bruscamente il ramo che sparse intorno una pioggia di petali odorosi, soggiunse a bassa voce:

— Coraggio. Io ho tanta fede in te. L'aveva anche mio padre; non ti abbandoneremo, sai? qualunque cosa avvenga.

La soave promessa salì alta verso le stelle. Anna, non paga, disse ancora con un crescendo di ardore:

— Ma tu sii forte! Promettilo.

E Flavio promise, senza parole, con una muta dedizione di tutto sè stesso.

Anna era sola in casa. C'era stato un temporale nella mattina e pioveva ancora un poco lentamente, a fili sottilissimi, quantunque già il sole sforzasse le nubi. Da ogni foglia della glicine pendeva una gocciola; su ogni gocciola batteva un raggio di quel tenue sole e tutta una gamma di gradazioni color lilla e verde danzavano sotto il pergolato nelle faccette luccicanti dell'acqua. Anna vi gettava tratto tratto uno sguardo irresistibile, mentre colle agili mani apriva e chiudeva i cassetti dello stipo, impaziente di terminare. Ed aveva già quasi terminato, quando una resistenza insolita la avvertì che qualche cosa di estraneo doveva essersi introdotto nel doppio fondo; allora scosse il mobiluccio con una certa violenza, il fondo si ruppe e balzò fuori una lettera suggellata. Portava l'indirizzo alla signora Antonietta Lamberti; era raccomandata; veniva da Tunisi.

Una grande commozione si impossessò di Anna; Antonietta Lamberti era il nome di sua madre. Nella fervente ammirazione del padre suo ella aveva forse soffocato il culto della memoria materna e la sorpresa e lo sbigottimento della scoperta si mescevano a un senso penoso di rimorso. Sua madre! una figura alta, evanescente; un volto scolorito, un sorriso senza luce, un abito grigio con trine bianche; così la rivedeva, non più di così. Invano cercava ne' suoi ricordi una parola speciale, un gesto, uno sguardo che ve l'avesse scolpita. Era strano! In quella casa popolata di memorie, dove la nonna riviveva ancora fresca e ridente nel suo gaio temperamento di donna felice, dove l'uomo ammirabile che le era stato padre aveva diffusa tanta parte della sua anima, lei, la madre, era passata come un'ombra senza lasciare traccia.

Anna dovette appoggiarsi un istante ai bracciuoli della sedia; una grande tristezza l'aveva invasa e come un presentimento di sciagura. Tremava per tutte le fibre colla lettera in mano, guardandola. Rilesse due o tre volte l'indirizzo e si assicurò che i suggelli non erano stati toccati; sulla ceralacca rossa si intrecciavano confusamente due iniziali. Il timbro postale recava come data di arrivo il giorno antecedente alla morte di sua madre. Di chi era, ora, quella lettera? Chi aveva il diritto di aprirla?

Un fascino misterioso usciva dalla busta che sembrava un sepolcro, così breve, così fragile, eppure così terrorizzante nel muto pallore della superficie che portava impresso il nome di una morta! Anna la posò leggermente sullo stipo, obbedendo a un confuso sentimento di rispetto e di timore; poi si alzò in piedi guardandosi attorno, quasi chiedendo un consiglio alle vecchie pareti da cui pendevano i ritratti della nonna, del padre e della madre anche. Si avvicinò a quest'ultimo. Era un pastello di graziosa fattura, a due sole tinte. La posa della testa, un po' china, non lasciava scorgere gli occhi e la mancanza dello sguardo materno le fu in quell'istante così dolorosa che ne ebbe uno schianto al cuore. Si accusò di non ricordare gli occhi di sua madre. Fece sforzi crudeli per frangere il velo dei dieci anni che la separavano da lei. Invano. Sempre la stessa figura alta, evanescente; il volto scolorito, il sorriso senza luce, l'abito grigio colle trine bianche. Null'altro....

Mosse alcuni passi, girando dietro la scrivania di suo padre, affacciandosi alla soglia del terrazzo dove tutta la glicine piangeva irrorata di pioggia novella, e ritornò presso lo stipo, pensosa. Di chi era, ora, quella lettera? Chi aveva il diritto di aprirla? E perchè nessuno lo aveva fatto prima? Chi l'aveva messa nello stipo?

Chi? Anna gettò un grido. Improvvisamente la fitta tenebra del passato le si squarciò dinanzi. Rivide sua madre nelle ultime ore di vita, in un atteggiamento che ritornandole ora alla memoria le sembrava di grande significato per il tempo e per il modo — allora le era sfuggito; ma ricordava, ricordava con una precisione straordinaria. Era entrata in camera della madre quasi di furto, per vederla intanto che la custode s'era momentaneamente allontanata. L'inferma era scesa dal letto, pallida, disfatta dalle brevi ma acute sofferenze, e colle mani tremanti stava chiudendo il cassetto dello stipo che si trovava in quel tempo nella sua camera ai piedi del letto. Quando si accorse della bimba la sgridò per essere entrata senza chiederne il permesso.

Tutti i particolari della scena le ritornavano in mente con una evidenza straziante. Le coltri del letto rigettate indietro nel movimento brusco di una decisione suprema, un libro caduto a terra, l'ammalata ritta, spettrale, colle mani febbricitanti intorno allo stipo. Ancora, nella evocazione di questa visione, non vedeva gli occhi; gli occhi di sua madre si erano distolti prontamente da lei od ella aveva abbassato i propri nella confusione del rimprovero? Lo ignorava, ma quegli occhi le sfuggivano sempre, sempre....

Che sua madre fosse discesa dal letto in un momento in cui trovavasi sola, per riporre la lettera, sembrava evidente. L'agonia sopravvenuta poi l'aveva tolta a qualsiasi preoccupazione terrena.

Restava ad Anna un'idea confusa del funerale, della camera aperta e vuota, del dolore serio e tranquillo di suo padre; non sapeva in quali circostanze lo stipo avesse cambiato posto, ma risultava palese che nessuno vi aveva mai praticato alcuna ricerca, considerato qual era da molto tempo come oggetto di ricordo più che di uso. Dieci anni dunque gravavano a guisa di tomba inviolata su quella lettera e dopo dieci anni ecco che l'avello si schiudeva sotto la mano innocente di una fanciulla. Ma poteva lei frugarvi?

Anna era troppo seria e troppo coscienziosa per appigliarsi ad una scappatoia che la liberasse da qualsiasi responsabilità. Riconobbe per sè sola il dovere di decidere accettandone le conseguenze, e una volta ferma su questo punto non esitò che un brevissimo istante fra leggere la lettera o distruggerla intatta. Se la morte ha dei diritti ne ha pur anche la vita. Non era essa figlia ed erede? Un sentimento di delicatezza abitudinaria la rendeva esitante a violare il segreto di una lettera non indirizzata a lei, ma un sentimento più profondo e più vero le suggeriva che i vivi si sostituiscono ai morti.

Fu con un rispetto sacro che ruppe il primo dei cinque suggelli. Pensò che forse il plico conteneva dei valori da rendere a qualcuno e che ella si faceva ministra di un tardivo dovere. Oh! qualunque fosse stato l'obbligo se lo assumerebbe intero fino alle ultime conseguenze. Sotto il calore di questa riflessione caddero prontamente gli altri suggelli ed Anna, respirando appena per l'intima attesa, ritirò dalla busta un fascicoletto di pagine scritte minutamente in aspetto di giornale più che di lettera, colla stessa calligrafia ignota della soprascritta e firmate con un segno convenzionale, inintelligibile. Tutto lo scritto era nitido, elegante, contenuto fra margini di una scrupolosa correttezza.

Lasciandosi sfuggire il manoscritto con un lieve moto di disinganno, Anna giudicava inutili le sue ansie ed i suoi timori; nè si sarebbe sentita in alcun modo attirata a leggerlo se l'abbattimento stesso che faceva seguito alla eccitazione di prima non avesse condotto indolentemente e con molta distrazione i suoi sguardi sulle prime righe, dove era descritta una felice traversata da Genova a Tunisi. Si trattava del primo capitolo di un romanzo, od era veramente il racconto di un viaggio? Quella nota terminava con parole d'affetto alla donna lontana, ma così vaghe, così spoglie di personalità che il dubbio non era risolto.

Ancora Anna si lasciò sfuggire il manoscritto, porgendo orecchio alla pioggia che aveva vinto definitivamente e che cadeva ora fitta sulle foglie producendo un rumore molle e cadenzato di una dolcezza avvinghiante. L'aria che veniva dal terrazzo fresca ed umida dava alla fanciulla una voluttà soave fatta di purezza e di tripudio giovanile che ammorbidiva i contorni della sua malinconia. Sempre, quando si abbandonava alla contemplazione della natura, trovava in essa inauditi conforti. Ella era ben persuasa che nulla si forma della vita degli uomini, delle loro passioni, delle loro lotte, che già non esistesse prima nella natura e guardava intensamente i fiori della glicine pesti e disfatti su quello stesso ramo dove avevano brillato di sì vivaci colori. Macchinalmente tornò a leggere.

Non mi pento della risoluzione presa; spero che voi stessa, quando la calma sarà rientrata nel vostro cuore, direte che ho avuto ragione. La mia vita era divenuta impossibile in una situazione precaria, meschina, dove le amarezze di un amore pieno di ansie e di contrarietà non faceva spuntare che troppo rari e troppo pallidi fiori. Ah! non ditemi che a queste cose dovevo pensare prima; sarebbe una inutile crudeltà. Io spero piuttosto, spero fermamente, che un giorno mi darete ragione. Allora parleremo del nostro amore come due buoni amici che hanno fatto un viaggio insieme e che dopo una lunga separazione si ritrovano e rammentano con dolcezza le ore passate.

Che quelle parole “lunga separazione„ non vi spaventino troppo. Tutto è relativo, e non vedo perchè l'anno venturo, in questa medesima stagione non potrei fare una corsa in Italia. Voi che avete la fantasia molto fervida potete fin d'ora immaginarvi lo squillo del campanello e l'apparizione dell'esule sulla soglia del vostro salotto, magari del vostro terrazzo coperto di glicini. E forse non vi troverò sola, Lui o Lei, sarà sui vostri ginocchi.

················

Ricevo la vostra lettera che mi annuncia la nascita della bambina. Sono contento e nello stesso tempo mi dispiace di sapervi ancora agitata e triste. Quando vorrete essere ragionevole? Ora vi crucciate perchè io non vedrò nostra figlia. Ma sì, la vedrò, ve lo prometto. Chiamatela pure Elvira; è il nome che io vi davo nei primi tempi, ricordate? quando non conoscevo ancora il vostro. È un nome che amo e pronunciandolo penserete che io pure l'ho tante volte pronunciato. Mi dite che non somiglia all'altra vostra figlia. Meglio. Datemi presto notizie della vostra salute che desidero e vi auguro buona sotto tutti i rapporti; ma siate calma. Non avete mai temuto i sospetti, eppure essi potrebbero nascere quandochessia da un contegno imprudente. Siate cauta. Come vedete sorveglio anche da lontano la vostra felicità; essa non può fondarsi, specialmente per la donna, che in una grande normalità di condotta e di ambiente. Sarei veramente mortificato se mia figlia dovesse crescere con idee esaltate e violenti le quali, mi dispiace dirlo, non sono affatto estranee alla famiglia in cui vivete; adoperatevi dunque a moderare il vostro cuore e la vostra fantasia; sarà bene per tutti.

················

Per un caso singolarissimo e che non perdo tempo a raccontarvi, ma che trova la sua giustificazione nella vita irregolare che conduco in questi giorni, scopro nella valigia i fogli che mi tenevo sicuro di avervi già mandati. Ve ne chiedo scusa; ma, buon Dio, come vi allarmate facilmente! La vostra lettera di questa mattina è disperata. Mi dite che state male, ma permettetemi di pensare che il vostro male risieda piuttosto nella immaginazione. Curatevi e state tranquilla. Dite che Elvira ha la mia fronte, i miei occhi e la mia bocca. Non sarà troppo compromettente questa somiglianza? Io giudico anche che non sia conveniente scriverci spesso. Il nostro amore fu una debolezza; altri lo potrebbe giudicare una colpa.

Ricordatevi pure di distruggere di volta in volta le mie lettere; io faccio altrettanto colle vostre. Quello che è stato è stato. Abbiamo avuto la fortuna fino ad ora di una assoluta impunità. Non affondiamo le nostre navi in vista del porto.

Anna lesse tutto ciò senza battere ciglio, immobilizzata dalla violenza stessa delle sensazioni che l'orribile lettura le suscitava. Sulle prime non aveva capito, poi aveva tentato di non capire; ma l'illusione era impossibile. Onde di gelo e onde di fiamma la investivano volta a volta.

Nulla di quello che aveva supposto durante il periodo della esitazione si avvicinava, neppure lontanamente, alla verità. Come avrebbe ella potuto immaginare quella verità obbrobriosa che metteva una macchia nella sua famiglia? accanto al nome di suo padre? in quella grande aureola di virtù a cui erasi scaldata tutta la sua giovinezza assorbendole le migliori vigorie?

Ah! il grido disperato, il ruggito che le uscì dal petto pensando a suo padre! il desiderio folle di opporsi, di resistere, di gridare: Non è possibile! Non è vero! Ciò non deve essere! — e il torrente torbido, profondo, minaccioso, che gorgogliava già nelle intime sue fibre, quell'istinto di ribellione, di guerra senza tregua ai sentimenti ipocriti, ai convenzionalismi volgari dell'educazione! l'impeto di una natura onesta e libera che consacra nell'odio il suo ardente amore, che nella stessa sua forza di sacrificio e di dedizione ad un alto ideale disprezza e calpesta tutto ciò che ne inceppa il volo!

Suo padre! Suo padre! Non vedeva, non sentiva altro. Le tornava in mente nella sua nobile e fiduciosa semplicità, così alto sempre, così al disopra delle miserie terrene e la prendeva uno struggimento di passione, un dolore nuovo senza nome al cui confronto impallidiva il dolore della morte — poichè in tutto il corso dell'esistenza egli avesse seminato frutti di virtù e germinasse invece sulla tomba l'albero del male.

Ma chi era l'uomo che aveva osato mettersi di fronte a Gentile Lamberti? l'uomo freddo che aveva abbandonata la donna amata alla vigilia di diventar madre? l'uomo calcolatore che misurava odiosamente in una lettera di amore le parole e le espressioni? Anna si provò a rievocare le persone che frequentavano la casa dieci anni prima e tornò a guardare le confuse iniziali del suggello, ma non resistette all'indagine. Un sentimento di pudore la arrestò. Le parve all'improvviso di vedere arrossire il volto di sua madre; quel volto senza sguardo che le stava davanti nel pastello a due tinte, che ella pure ricordava scolorito e privo di luce, come ravvolto nella nube di un mistero.

Avrebbe potuto essere il momento della pietà, eppure Anna non ebbe pietà. La sua austerità di vergine forte le rendeva ignoto il compatimento facile a coloro che già piansero e patirono sul calvario della passione. Le era ignoto l'amore, ma se lo avesse conosciuto sarebbe stato tutto una purezza ed un inno; non lo avrebbe mai compreso così. Così, erano due profanazioni che le si manifestavano contemporaneamente; una, vaga, lontana, ne' suoi sentimenti di donna, l'altra acuta, violentissima, nella sua idolatria figliale. Ciò che l'immaginazione casta non poteva affermare con sicurezza le appariva come una vergogna secreta, impenetrabile e buia ma tanto più orrenda per la viltà di cui si circondava; e quando nella cocente ambascia, nel turbine dei pensieri che la investivano, si fece strada il volto freddo e indifferente di Elvira: — Straniera! — gridò — straniera! — Poi si coperse il volto colle mani e scoppiò in singhiozzi alti, irrefrenati.

Ritornando in sè, Anna vide ritta a pochi passi di distanza la cameriera che la guardava con somma commiserazione e che si arrischiò a dire:

— Signorina, si dia pace alla fine. A furia di piangere in tal modo si ammalerà.

Anna la guardò senza capire. Che cosa voleva da lei quella donna? In quel momento non avrebbe potuto ascoltarla per nessuna cosa, onde la pregò di allontanarsi. L'altra, obbedendo, disse ancora a guisa di conforto:

— Il signor padrone è certamente in un luogo migliore.

Ah! pensò Anna, comprendendo, crede che io pianga ancora mio padre. Ecco che la catena delle menzogne si allarga e stringe gli innocenti.

Ella doveva adunque nascondere il suo dolore e la sua disperazione; doveva sorridere quando aveva l'inferno nel cuore; doveva fingere, doveva mentire, ed aveva pur pianto lagrime disperate sulla tomba di suo padre senza sapere che altre più amare la aspettavano — le lagrime che bisogna nascondere! Ma fin dove arriva il potere del male? Basta che una donna manchi alla sua fede perchè tutta la famiglia ne resti colpita, perchè oltre il silenzio della morte i figli abbiano a piangere ed a maledire?

No. La terribile parola non uscì dalle sue labbra, non si affacciò al suo pensiero; pure l'impossibilità di perdonare le metteva nell'animo una tale amarezza che ogni più dolce affetto ne rimaneva offuscato. Era tutto l'edificio della sua esistenza che crollava, quell'immenso amore di famiglia, quell'orgoglio di appartenere a gente senza macchia, quel sogno alto e benefico dell'onore eretto a tradizione, quell'aureola che da anni, quasi da secoli, raggiava sui Lamberti e di cui ella sentiva con tanto ardore l'obbligo della continuazione. Erano i sentimenti in cui aveva maggiormente creduto, era lo scopo della vita, l'elevazione della felicità — tutto! — e si frangeva, diventava polvere, diventava fango; il nulla saliva dalle solitudini devastate della coscienza a guisa di mostro invisibile di cui solo si udisse, fischiante nel silenzio, l'orribile riso.

Ed era una fanciulla, una semplice ingenua fanciulla che si trovava di fronte a questi crudeli problemi sui quali affaticarono tante intelligenze di filosofi e di moralisti. Ella sentì tutta la sua debolezza, tutta la sua meschinità. Si vide perduta in un paese nemico senza appoggi e senza consigli. Sollevando gli occhi alle care pareti dove aveva ricercato tante volte la traccia della serena esistenza de' suoi avi, il velo delle lagrime le impediva di scorgere nulla. Quante macchie sulle ghirlande, sui nastri azzurri, sugli specchi, perfino negli angoli umili e tranquilli dove ella aveva portato da bambina le sue bambole, dove pensava che altre bimbe buone e felici come lei avevano pure giuocato, così, silenziosamente, accanto ai genitori sorridenti, nella vecchia casa benedetta! Ogni oggetto era adesso profanato; quale mai poteva salvarsi dal sospetto?

Un impeto di furore la prese. Si alzò e nel vano del caminetto dove restava ancora qualche ceppo degli ultimi giorni dell'inverno accese una fiamma e vi pose a distruggere la infame lettera provando un momentaneo senso di sollievo. Così forse avrebbe fatto sua madre dieci anni addietro se ne avesse avuto la forza. Questo intanto la consolava; la certezza che la lettera non esisteva più e che tutto ciò che era già morto prima di essa — amore, illusioni, colpa — tornava a morire. Qualche cosa dell'orgoglio dei giustizieri sosteneva la sua mano tremante intanto che colle molle andava raccattando i più piccoli frammenti di carta mezzo bruciati per ricacciarli nel fuoco.

Ma Elvira? Questa era l'atroce realtà, la prova indistruttibile, l'onta fatta carne ed ossa, la straniera, la ladra!

Il furore la riprese, sordo, intenso. Scorgendosi improvvisamente nello specchio ebbe paura di sè stessa, tanto il suo volto alterato conteneva di odio e di disperazione; e proprio in quel momento le sovvenne di un giorno in cui, dentro al medesimo specchio, ella si era guardata insieme al padre, sorridendo entrambi della grande somiglianza che avevano. Ad una evocazione così precisa provò come una fitta acutissima. Tutto il ricordo sorse luminoso, solenne; quella fronte altera dove gli occhi profondamente dolci sembravano scavare un rifugio per le anime; quei lineamenti puri, quella bocca cui l'eccesso della sensibilità spostava continuamente le linee adducendovi volta a volta l'amarezza e la pietà, lo sdegno dai solchi dolorosi e il sorriso alato, spirituale che vi lasciava, anche quando non era presente, il riflesso di un bagliore! A guisa di una molla che lungamente schiacciata riprende il suo vigore, si distende e scatta alla fine nella piena conquista della sua integrità, Anna riprendeva il possesso di sè medesima.

“Io però sono sua figlia!„ disse, e si sentì calmata.

Fu veramente come se avesse cinto una corazza magica. Egli riviveva in lei, parlavano in lei i sentimenti generosi di Gentile Lamberti, il suo modo alto di giudicare. Poteva lei, sua figlia, e lì in quella casa dove egli era stato così grande e puro non cercare almeno di imitarlo? Il vuoto che le creava intorno il recente dolore non era un mezzo per stringersi maggiormente a lui? Chi nel passato, nel presente, nel futuro potrebbe oramai dividerli, poichè ella era, sola, la continuatrice?

Molti anni erano passati.

Un acuto freddo decembrino teneva chiusi i doppi vetri del terrazzo che sembrava dover esser per tal modo escluso dalla intimità della famiglia; pure esso vi penetrava ancora misterioso e profondo attraverso la limpidità del cristallo, torcendo nella notte i rami brulli della glicine, alcuno dei quali profilavasi dietro la finestra nell'attitudine curiosa di un amico che vorrebbe entrare e non osa.

Le due sorelle ricamavano al lume di una lucerna antica, dal piedistallo di bronzo e dal paralume di seta verde tesa sopra un telaio d'ebano. A intervalli Anna lasciava cadere l'ago e il suo pensiero assente le faceva volgere gli occhi verso le penombre del terrazzo. Il segreto ch'ella aveva scoperto non era uscito, per volgere di anni, dal suo petto, anzi standosene in lei era giunto a fare una parte sola con sè stessa rendendole sempre più difficili i rapporti colla sorella.

Quella istintiva antipatia del sangue che la sua sensibilità le aveva avvertita prima ancora che il caso ponesse nelle sue mani i documenti della nascita di Elvira, cresceva nello sviluppo dell'età e degli istinti contrari, avvalorata dal fatto preciso. Ora ella sapeva perchè vedendo la mano di Elvira appoggiata sui libri di suo padre le scoppiasse dentro al cuore un movimento di rivolta; sapeva perchè quella mano densa, forte, dalle attaccature grossolane, le sembrasse un oltraggio alla memoria di quell'altra mano venerata di cui non poteva rammentare il tocco leggero e scottante senza fremere dalla testa ai piedi; e se quando Elvira diceva nostro padre il sangue le saliva alla fronte accendendole negli occhi un lampo d'odio, ella sentivasi forte del suo diritto e del suo immenso amore.

Invano esaminando Elvira e sè stessa e il ritratto della madre cercava ansiosamente un legame che all'infuori del sangue dei Lamberti le svelasse la sorella. La donna che le aveva portate in grembo entrambe nulla aveva concesso della sua personalità nè alla prima nè alla seconda figlia; come sul pastello dove la luce dello sguardo mancava, mancava al frutto delle sue viscere l'impronta della sua passione. Erano dunque straniere di corpo e d'anima. La piccola calcolatrice anima dello sconosciuto svolgevasi in Elvira sotto l'attraente sviluppo di una florida e superficiale bellezza che Anna interrogava con terrore, temendo di veder sorgere da essa con linee precise il fantasma contro cui si dibatteva angosciosamente. Tutto nella psiche della fanciulla rivelava la irritante mediocrità di colui che aveva scritto la lettera funesta e il pensiero che Elvira era innocente la lasciava senza dolcezza. Lei pure era innocente e soffriva e non poteva dimenticare. Se in certi istanti credeva di esservi riuscita, un gesto di Elvira, una espressione lontana e straniera la facevano sobbalzare, dandole i morsi di una gelosia quasi selvaggia durante i quali la vista le si intorbidava di strisce sanguigne.

Guardando fuori nella oscurità del terrazzo Anna, che aveva ancora lasciato cadere l'ago, mormorò quasi suo malgrado:

— Come sono commoventi le tenebre! Mi pare che esse racchiudano i misteri di tutto il mondo.

— Sì — ripetè Elvira — sono commoventi.

Ma l'accento parve falso ad Anna che non compì il suo pensiero ad alta voce, provando sempre una grande ripugnanza ad aprirsi con chi non la intendeva. Per lei le parole non avevano senso se non rispondevano ad una intima vibrazione.

Il signor Pompeo che si era appisolato in una poltrona accanto al fuoco sbarrò gli occhi improvvisamente e perchè non si sospettasse che aveva dormito pronunciò con dignità:

— È quasi sempre nelle tenebre che si compiono i delitti.

Anna si alzò ed andò ad appoggiare la fronte contro i cristalli. Due o tre stelline bucavano il nero del firmamento; del resto non si vedeva nulla. Una volta le anime pietose come la sua avrebbero pensato ai poveri pellegrini erranti in una notte come quella per le strade mal sicure, lontani da ogni tetto ospitale. Ella invece aveva in mente il lungo convoglio di una ferrovia e i grandi occhi infiammati della locomotiva correnti nel buio.

Un rumore di usci dischiusi ed un passo nel corridoio la fece volgere bruscamente, con un sorriso pronto a uscirle sulle labbra, tutto il corpo slanciato in avanti.

— Chi può essere! — esclamò il signor Pompeo, avvezzo a riconoscere per sè solo il diritto di venire alla sera in casa Lamberti.

Elvira sollevò il capo dal ricamo, preparando il volto all'amabilità convenzionale che la faceva trovare da molti più gentile della sorella e che era in un certo modo il suo abito di società.

Tutti e tre rimasero delusi per diverse ragioni, vedendo entrare un vecchio signore che riconobbero subito per il pensionato loro vicino.

— Che bella sorpresa — disse Anna, aggiungendo un aggettivo pietoso al sostantivo schietto.

Il vecchio pensionato spiegò come venisse in anticipazione ad augurare le buone feste perchè i suoi reumi gli annunciavano poco di lieto per la fine dell'anno.

— Fortunata combinazione di trovarci insieme — aggiunse il signor Pompeo, cedendo al nuovo venuto il suo posto accanto al fuoco.

Egli aveva per agire così due moventi naturalissimi. Prima di tutto si era già scaldato e poi non gli dispiaceva di assumere in presenza del suo vicino l'attitudine vanitosa di amico della famiglia. Spinse la cortesia fino a prendere dalle mani del vecchio l'alto cappello a tuba, iniziando in pari tempo la conversazione.

— È la stagione questa delle visite, dei ritrovi, della pace e del raccoglimento famigliare, in cui tra genitori e figli, tra amici e amici si stringono maggiormente i vincoli d'affetto.

La sua voce d'organetto montato rimase senza eco; il vecchio non sembrò occuparsi per qualche istante che della difficoltà di mettersi a posto. Le due sorelle lo aiutarono ponendogli dei cuscini dietro le spalle e solo quando si trovò ben disteso, colle mani sui ginocchi, davanti al caminetto che ardeva, egli si guardò attorno malinconicamente esclamando:

— Ecco che succede qui come nella vita; occorre tanto tempo per preparare la nicchia e quando è preparata bisogna andarsene.

Elvira pensò: “Non avrà l'intenzione di chiederci da dormire?„ Anna, davanti al volto sofferente del vecchio, sentì il bisogno di un'altra parola pietosa, disse:

— Ma lei può fermarsi fin che crede.

Per molto tempo non dovè dimenticare lo sguardo che il vecchio le gettò allora. Era un misto di amarezza, di sconforto e di paura insieme, col fondo misterioso di un'idea fissa che dava alla sua pupilla la immobilizzazione cristallina degli allucinati. Egli non veniva che un paio di volte all'anno a far visita alle sue padrone di casa, ma dall'ultima volta l'attitudine triste e sofferente che gli era abituale aveva assunto un aspetto tragico che tolse momentaneamente la parola anche agli altri.

Il signor Pompeo tuttavia non poteva rassegnarsi ad un silenzio che lo avrebbe screditato presso sè stesso, inducendo il sospetto che a lui, professore di belle lettere, fosse mai per mancare la replica a qualsiasi argomento.

— Le idee pessimiste — sentenziò, rimettendo legna al fuoco — guastano il naturale concetto dell'esistenza, la quale è in realtà molto migliore della sua fama. Certo bisogna essere filosofi ed accettare le cose come sono.

— Non l'ho sempre trovato così ottimista, signor Pompeo. Per esempio quando impreca contro quel giovinotto, quel suo parente che non vuol saperne di studiare il latino....

Il signor Pompeo scattò come un razzo:

— Ma c'è confronto? C'è confronto? Domando io! Se mi adiro contro quel disutile è perchè ho davanti il problema dell'educazione, capisce? cioè della cosa più importante che vi sia.

— Non mai quanto la vita — rispose il vecchio con voce profonda.

— Ma l'educazione....

— Un bel cerotto l'educazione! Pensare che si nasce costando tante sofferenze a nostra madre, che subito andiamo incontro noi stessi a mille mali; che mettiamo i denti con dolore, che lottiamo colla pertosse, col morbillo, con una filza di guai, che ci tocca di imparare l'alfabeto e poi l'abaco e poi la grammatica e altre diavolerie....

— Tutto ciò per....

— Mi lasci dire che non ho finito. Tutto ciò per educarci nevvero? Difatti ci si insegna che non dobbiamo correre e saltare negli appartamenti perchè si disturbano i vicini, nè buttarci per terra perchè rompiamo i calzoni. Ci fanno eseguire una giudiziosa ginnastica per sviluppare le nostre membra e in seguito ci si inizia ai doveri morali secondo i quali non ci è permesso di dare un pugno ad un compagno che ci incomoda, nè di impadronirci dei frutti che ci ingolosiscono, nè di dire liberamente ciò che pensiamo e nemmeno di guardare tutte le donne che ci piacciono. Arrivati a questo punto ci fanno l'onore di chiamarci galantuomini, ma evidentemente non basta; bisogna che ci perfezioniamo ancora; ed ecco l'arte che ci schiude i suoi miraggi dorati, la scienza che ci attira coll'altezza delle sue cime, la politica che ci vuole nell'ardore delle sue lotte. E la fine di tutto ciò? Quei denti che abbiamo messi con tanto dolore si guastano, traballano, cadono; quei capelli dove una mano cara soleva sprofondarsi nelle ore della nostra giovinezza, incanutiscono e cadono anch'essi. Che avviene delle belle membra sviluppate secondo i precetti dell'igiene? Turpi ed avvilenti malattie ce le rattrappiscono. E il nostro ingegno, i nostri studi, il nostro orgoglio di conquistatori? E il frutto dell'educazione? Si muore! Si muore! Si muore! Ecco.