PROFILI
IMPRESSIONI E RICORDI


NEERA

PROFILI
IMPRESSIONI
e RICORDI

EDIZIONE POSTUMA

MILANO
Casa Editrice L. F. Cogliati
1920


PROPRIETÀ LETTERARIA

Stab. Grafico Reggiani — Milano — Via della Signora, 15



[INDICE]


PROFILI

UN IDEALISTA.
ALBERTO SORMANI

Io cerco di essere eclettico od a meglio dire tollerante in fatto d’arte. Ammetto tutte le forme o quasi, purchè vi sieno soddisfatte certe tendenze universali dell’anima umana. Ma la mia natura mi porta a cercare nell’arte le forme più alte, a rendermene conto, a determinarle e a seguirle nell’opera mia se le forze non me ne mancheranno. E per ciò sono e mi dichiaro idealista, altamente, fortemente, fieramente idealista.

(Dagli scritti di Alberto Sormani).

Sono quasi cinque anni; e il tempo che tutto cancella, che tutto affievolisce, non ha ancora cancellata, non ha affievolita la indimenticabile memoria.

Era un giorno della fine di giugno, verso sera. Il caldo, quell’anno, aveva anticipato la sua afa snervante. Egli entrò nel mio salotto un po’ pallido e con un abbandono affatto insolito si lasciò cadere sulla poltrona. — Sono stanco — disse.

Chi lo avrebbe pensato, allora, che quella doveva essere la stanchezza ultima, la stanchezza misteriosa e fatale — a ventisei anni, nel vigore della salute e delle forze?

Sono stanco, aveva detto Lui, che non si confessava stanco mai, mai scoraggiato, mai dômo. Lo guardai in viso e mi parve mesto. Soggiunse: — ho gran bisogno di andare in campagna. — Mi afferrai a questa speranza, esortandolo a partire subito, persuasa che nel suo dolce Pomelasca si sarebbe riavuto prontamente. Poi parlammo d’altro.

Calava la sera, pesante. La stanza riempivasi d’ombre; i due rettangoli delle mie finestre si aprivano alla luce smorta dei fanali, nella via poco frequentata. Gli era cara quella oscurità crepuscolare e per fargli piacere indugiai ad accendere la lampada. Nell’ambiente bigio udivo la sua voce senza quasi vederlo; ah! non era la solita voce potente dallo squillo di bronzo ben temprato; aveva come un velo.

Egli attendeva in quei giorni alla traduzione francese dell’Ultima passeggiata, che avrebbe mandata all’Ermitage, ostinandosi a cercare una parola che non fosse banc per tradurre sedile. Gli dissi che se non l’aveva trovata lui, io non la troverei certamente. Insistette perchè avessi a cercarla e glielo promisi. Mi veniva intanto alla mente «Le banc de pierre» la soavissima romanza di Gounod che ha tanti punti di contatto coll’Ultima passeggiata. Avrei voluto potergliela ridire, ma era impossibile.

Non si riusciva quella sera a entrare in un discorso seguito. Ogni tanto uno di noi lanciava una parola che sembrava cadere e frangersi contro un ostacolò invisibile. La sua attitudine scorata mi disorientava nel modo più assoluto. Pensai di leggergli un breve lavoro del quale Egli aveva già approvata la tesi.

L’abitudine di leggere insieme eragli molto cara. Quando leggeva, leggeva bene, e quando ascoltava, ascoltava anche meglio. Il suo volto intelligente e serio prestavasi ad una attenzione intensa; c’era tanta simpatia nel suo sguardo avido di intellettualità che una corrente si stabiliva subito fra il pensiero di chi leggeva e il suo. Intendeva a volo, gustava prontamente; un leggerissimo movimento della bocca tradiva solo la sua approvazione che restava interna, come un piacere che volesse trattenere, mentre la parola di biasimo gli usciva ratta e decisa. Ma anche la lettura quella sera non andò. Alzando gli occhi lo vidi pallido, con un aspetto sempre più affaticato. Chiusi il manoscritto, sentendomi invasa io pure da un malessere.

Mentre cercavo fra me che cosa avrei potuto dire al mesto amico, il paralume della lampada che avevo accesa allora, prese fuoco. Ci alzammo tutti e due per spegnerlo e quando il pericolo fu finito, Egli mi spiegò concitatamente come dovevo fare per evitarlo un’altra volta. Poi ricadde nel silenzio.

Un odore di bruciaticcio persisteva nella stanza; dalla lucerna tutta nuda diffondevasi una luce antipatica che volli palliare in qualche modo. Egli mi pregò a desistere soggiungendo ch’era già tardi. E restammo così, seduti di fronte, con quella luce sfacciata e malinconica ad un punto. Ma ogni cosa era malinconica quella sera.

Disse: È l’ora.

Io pensai ancora disperatamente che non dovevamo lasciarci a quel modo, che avevo una quantità di cose da dirgli, solo non le ricordavo più, ma perchè non le ricordavo? Anch’Egli sembrava aspettare o cercare qualche cosa. Si alzò, ma non si mosse.

Vidi sul tavolino dei versi per nozze e volli darglieli. — Per far che? — Egli chiese con un sorriso stanco, molto triste. E il sorriso che gli corrisposi fu più triste ancora, perchè l’ombra cresceva dentro di me; mi mancavano ormai anche le parole.

Ci fermammo in piedi davanti al caminetto. L’uscio era lì dietro a noi, l’uscio che doveva aprirsi e chiudersi per sempre sull’amico. Disse ancora: — È tardi nevvero?

Oh! come sentivo la fuga irrimediabile del tempo. C’è un dramma del Maeterlink intitolato «L’Intrusa» dove si vede la morte che passeggia in mezzo ai vivi, suscitando nello spettatore un misterioso turbamento. Ebbene, quel turbamento io e Lui lo abbiamo veramente sentito: io e Lui, non spettatori ma attori della fatale tragedia.

Disse finalmente: Vado.

Allora non trovando più argomenti lo supplicai con gli occhi. Ci guardammo così per alcuni istanti in un modo incredibilmente angoscioso. Nel suo volto pallidissimo l’occhiaia larga e profonda sembrava accogliere un fuoco spento. Tutto doveva accadere come accadde, con uno schianto interno e muto del quale nessuno di noi due sapeva darsi ragione. Ci salutammo colle solite parole: la stretta delle nostre mani non fu nè più intensa, nè più prolungata, ed Egli partì!

Udii sbattere la porta, giù abbasso, udii il suo passo nella via deserta. Mi affacciai alla finestra e quando Egli alzò il capo gli replicai la buona sera.

— Buona sera — rispose, e la sua voce — la voce che non dovevo udire mai più — salì, si disperse nella notte quieta.

Di nuovo la tristezza mi prese con singolare violenza, con un affanno, una inquietudine, una specie di rimorso, e con un terrore ignoto che mi fa domandare anche adesso se realmente i presentimenti esistono, se un filo misterioso tante volte spezzato e sempre rinascente non ci comunica qualche volta i segreti del mondo ultrasensibile.

Sono passati quasi cinque anni ed ho ancora davanti l’angoscia inesplicabile di quella sera. Inesplicabile? Non so. Chi oserebbe affermarlo poichè due settimane dopo Egli era morto?

Prima di parlare di Alberto Sormani, del suo ingegno, de’ suoi ideali, della sua opera, ora che già dissi come lo perdei, mi è di malinconica dolcezza rammentare in qual modo lo conobbi.

Nell’inverno del 1890 ero molto debole, convalescente, per cui vivevo ancor più rinchiusa e solitaria del solito, non ricevendo che gli amici intimi. Una lettera che trovai alla mia porta mi sorprese e mi occupò qualche giorno per un non so che di strano, direi meglio di originale, che trapelava dalla scrittura alta e ferma, quale i grafologhi attribuiscono al genio ed all’orgoglio; dallo stile, dalle idee, da una audacia nuova e altera. L’ignoto scrivente mi apriva una disputa sul mio romanzo, l’Indomani, lusingando il mio amor proprio di autore e mostrando un ingegno acuto; ma io ero debole, malata, e poi non ho mai avuto passione per la polemica; infine, l’esperienza mi aveva raffreddata sulla maggior parte di queste lettere di ignoti che ci destano un palpito così soave per lasciarci, più tardi, una amarezza di più. Mandai una carta di visita in forma di ringraziamento e non ci pensai altro.

Passato qualche tempo l’ignoto tornò a scrivere. Domandai allora a qualcuno che vive nel mondo letterario di chi fosse questo nome a me sconosciuto. Nessuno lo sapeva. Con una seconda carta mi scusai di non potere, per la mia salute, rispondere e credevo proprio che tutto fosse finito.

Invece mi giunsero, con un crescendo di fermezza che dimostrava una fede sicura e un carattere tenace, due numeri della Gazzetta Letteraria (24 e 31 agosto 1889) contenenti una novella intitolata: Speranza triste, firmata Alberto Sormani. Scrivo colla maggiore semplicità, con una schiettezza intera, perchè mi pare il solo modo degno di parlare di lui. Dirò dunque che la mia prima intenzione era di non leggere la novella e la lasciai infatti per due o tre giorni sul tavolino. Fu in un momento di ozio, di noia, di distrazione che la ripresi? Certo fu con somma indifferenza che incominciai a guardare le prime parole:..... «Che cosa è restato a questo mondo di donna Clara Sormani?» — Quando ebbi finito di leggere e che me ne stetti muta, coi giornali aperti sui ginocchi, una completa rivoluzione era avvenuta dentro di me. Vedevo forse per la prima volta sorgere da poche pagine scritte una vera anima ardente e aristocratica, delicata e sdegnosa — e così viva! L’ignoto che aveva bussato alla mia porta sotto un mantello di pellegrino si scopriva e mostrava le sue insegne regali.

Conosco senza dubbio altre novelle più leggiadramente composte, meglio soggette ai freni dell’arte, e neanche potevano sfuggirmi in questa Speranza triste le scorrettezze, le inesperienze, certe crudità, certi stridori di forma; ma come tutto ciò scompare davanti alla straordinaria sincerità della visione, alla elevatezza intima del pensiero! Dal cozzo di frasi potenti con frasi meschine, che non appare nel caso presente frutto di ignoranza o di cattivo gusto ma eccesso di passione, ne viene alla novella un contrasto di bagliori e di tenebre che non è forse la sua minore attrattiva.

Si leggono molte cose vere che non sono così vere come questa fantastica creazione dove un’anima si mostra intera; e succede che mentre vediamo spesso sotto ricche vesti spuntare le ossa rachitiche di un corpo deforme, qui i succinti veli e i poco abili drappeggi e la stoffa maneggiata con dita inesperte non riescono a guastare l’armonia delle forme elette. Non ci troviamo davanti a un capolavoro letterario, ma abbiamo la rivelazione di una individualità superiore; per cui, tutto all’opposto di quanto avviene ogni giorno, invece dell’opera che soprafà l’artista siamo presi dall’artista stesso che ci impone violentemente il dilemma: o amatemi o abbonatemi. È difficile infatti presentarsi in una volta sola con tante qualità e con tanti difetti. Ancor più difficile conoscere quelle qualità e non subirne il fascino e dimenticare tutto il resto.

Alcune persone scrupolose non approvarono il soggetto del racconto che è un amore tra fratello e sorella. Confesso che sulle prime l’audacia della narrazione è tale, che ne rimasi io pure impressionata; ma anche senza conoscere Alberto Sormani, come appunto allora non lo conoscevo, l’impressione svanì subito nella purezza del concetto che non lascia alcun dubbio sulle intenzioni dell’autore. Chi poi lo conobbe, chi seppe quale signorile altezza egli portava in tutte le sue concezioni artistiche e ricorda come un altro scrittore egualmente aristocratico, Chatheaubriand, abbia trattato lo stesso argomento forse con minore intensità di sentimento, deve ammettere che non si può imputare la scelta del soggetto a uomini che si mostrano assolutamente superiori alle convenzioni della folla.

Per Alberto Sormani poi c’è una ragione di più. L’individualismo spiccatissimo della sua psiche, la raffinatezza delle sensazioni, l’assorbimento continuo e fisso del pensiero dominante in lui qualsiasi altra manifestazione della vita, non potevano fargli concepire l’amore se non per una sorella. Sorella d’anima, s’intende, nel concetto primo, che restringendosi vieppiù e isolandosi nella contemplazione interna lo condusse alla sublime abberrazione di quel vocativo: sorella, suora, soror mea; il nome divinamente dolce. È come l’amore di Sigmondo e di Brunechilda nell’Anello del Nibelungo; un simbolo, un mito, una condensazione della più vaporosa idealità; ed anche nella celebre Trilogia questo sforzo dell’immaginazione verso un concetto che supera la portata delle menti comuni fu biasimato, ma senza toglier nulla della poesia e della passione di quella immortale leggenda.

In una delle sue prime lettere Egli me ne parlava così:

«È da quei tempi (quando era in collegio) che data la concezione della mia Speranza. Vissi così lungamente con quella mia sorella non mai esistita, sentii così vivamente la necessità ch’ella esistesse, che veramente per me la differenza tra la sua realtà e la sua non realtà non è grande.

«Molte pagine che ho poi messe nel mio scritto non sono che la trascrizione letterale di quei miei pensieri. Da un pezzo mia sorella non la ricordavo più. Solamente qualche volta alla visione od al ricordo confuso di un volto, di un disegno, mi prendeva di soprassalto un desiderio infinito, dolce e torturante nella sua tristezza artistica, di averla ancora viva, di passeggiare con lei, di confidarmi a lei, unica che potessi amare.

«Fu leggendo alcune parti delle Mémoires d’outretombe di Chatheaubriand, ove parla di sua sorella Lucilla che pare lo amasse e che pare egli non sapesse comprendere — una fanciulla triste e fantastica — io mi sdegnai contro quel poeta senza cuore e volli protestare scrivendo in ben altro modo della sorella mia. Tutta la nostra vita mi invase la mente d’un tratto con una tale commozione, che tornando a casa dalla biblioteca per scrivere, facevo fatica a trattenere le lagrime. Quel lavoro fatto affrettatamente mi portò un grande sfogo e dopo mi parve quasi d’aver resa viva la mia povera sorella, di averla vicina quando voglio. La nostalgia appassionata si è mutata in un senso sempre più vago di malinconia dolce e di confidenza amica.»

E in un’altra lettera «Amo quelle mie pagine, perchè c’è dentro qualche cosa dell’anima mia. Ma tuttavia, come Speranza è inferiore a ciò che posso fare, che farò certamente, che sto già facendo! Io vorrei dall’arte qualche cosa di delicatamente bello, delle pagine luminose e profonde, tenebrose e celesti nello stesso tempo.»


Maturata nel pensiero a Pomelasca, la dolce casa de’ suoi avi, nell’età fervida dei vent’anni, quando il sogno femminile domina la mente dei giovani, quasi prodromo ai più forti sogni di gloria, Egli amava questa novella con singolare predilezione.

Speranza, come si vede, era per Lui una persona viva; diceva che avrebbe voluto essere un gran pittore per farne il ritratto, così chiara ne aveva dinanzi la fisionomia e lo sguardo. Creata da lui, inaccessibile e invisibile agli altri, era la sua donna, la sua Musa, il rifugio d’ogni suo desiderio, d’ogni sua fervida immagine. E gli sembrava, nella novella, imperfetta. Voleva ampliarne i contorni, rivederla, correggerla, farne veramente il suo capolavoro. In mezzo alle tante occupazioni degli ultimi anni, alle lotte del giornalismo, alle fatiche della polemica, tornava nei momenti più calmi alla sua Speranza triste (fatidico nome!) e aggiungeva una scena, un periodo, sempre con quell’ardore chiuso e divoratore che era la caratteristica del suo modo di amare.

L’Ultima Passeggiata doveva far parte della novella quando egli fosse riuscito nell’intento di renderla perfetta e di pubblicarla in un piccolo volume illustrato da lui stesso e del quale aveva già in mente il formato, la copertina, i caratteri, tutto corrispondente alla semplice e profonda mestizia del concetto. Ultima passeggiata è una specie di poesia in prosa, che, se come genere appartiene forse alla decadenza dell’arte, rispecchia pure quando è sincera un particolare stato dell’animo non indegno di attenzione.

Egli ripensa l’ultima volta che percorse insieme alla sorella i soavi sentieri di Brianza, le ombre dei boschi di Inverigo e dopo una invocazione alle piante dell’Orrido dice alle stesse piante:

«L’autunno ch’ella incominciava a morire

io pensavo che il vostro dolore fosse per lei;

pensavo che fosse una disperazione in voi

a vedere la vostra povera regina

che si incamminava malinconica e pallida

verso la morte.

Ora lei non c’è più. Ella è nelle regioni oscure

e non può venire insieme a me. Io vengo solo,

io sono sano, io sono forte, io sono anche

malinconicamente felice.

E voi piangete ancora,

voi vi addolorate e vi disperate sempre, egualmente.

A qualcuno questi versi potranno non piacere come versi, ma è innegabile che palpita in essi un vero soffio poetico, una freschezza di ispirazione spesso sorretta da frasi felici.

«I suoi occhi dicevano che non voleva morire

che era così giovane ancora e così bella.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Scendeva sempre tacendo

per le roccie tagliate a gradini;

guardava le acque piangenti come sorelle,

le piante spogliate come sorelle,

le foglie morte in terra come sorelle morte.

La sincerità, l’originalità non vengono meno mai. Il dolore, alato, non perde mai il suo carattere austero e immateriale.

«Ora vedendovi ancora

o cose tristi, come quel giorno,

cerco ancora di lei.

Il poeta è colpito dalla mestizia eterna dei luoghi, mentre egli si trova sano e forte ed anche «malinconicamente felice». Quanta grazia in questo pensiero! E finisce col chiedere a sè stesso se non è tutta la natura e la vita

«una illusione amara

un vano simulacro di un’anima che non c’è.

Il dubbio che l’anima manchi agli esseri ed alle cose è naturale e scusabile in chi sente fortemente e qualsiasi manifestazione gli pare inadeguata all’altissimo ideale suo; ma è anche momentanea quando si trova di fronte a un carattere come quello di Alberto Sormani che nella sua stessa forza ritemprandosi batte il volo ben lungi dallo scetticismo e dallo scoramento.

Il progresso della forma è evidente fra Speranza triste e l’altra novella Gesù e Maria pubblicata nella Vita moderna sei mesi dopo la sua morte (21 e 28 Gennaio 1894).

Scrivendo di queste pagine che scoppiarono improvvisamente nel mondo dei vivi come una voce dell’al di là, come l’estremo saluto d’oltre tomba, mi trema la mano. Ricordo con una lucidità meravigliosa una delle prime volte che Egli me ne parlò fra i tuoni e le tempeste in quell’idillico paese, in quel Lanzo d’Intelvi, dove Fogazzaro pose l’incontro del Poeta con Violet — e il silenzio che seguì e le vicende — e questo riapparire della novella, dopo la di lui morte, per quanto incidentalmente lo spieghi la pedestre ragione umana, mi scuote e mi penetra ancora quasi un misterioso avvertimento.

Il soggetto stesso della novella ha una singolare potenza suggestiva. Gesù, stanco dell’arida e infruttuosa predicazione, sale, in un pomeriggio estivo, alla casetta di Maria. Anche qui il misticismo simbolico domina tutta l’azione. Guai chi lo prendesse alla lettera!

Quell’uomo non è Gesù, quella donna non è nè Maria di Bethania, nè Maria di Magdala, bensì sono l’uomo e la donna dei suoi ideali, il fratello e la sorella ancora che rappresentano l’unione intima, superiore, indistruttibile degli elementi migliori. Gesù pensa che Maria, unica fra tutti, poteva comprendere la sua anima e si abbandona alla dolcezza dell’affetto. Il dialogo, di religioso che era in principio, si fa appassionato: Gesù teme di sè stesso e, per provare Maria, la interroga. Maria gli risponde incitandolo a morire per il trionfo dell’ideale. Gesù vede, per la prima volta, dentro di sè; vede la propria agonia solitaria, il gelido sepolcro, e trema e parla cupamente a sè stesso: «La morte è una cosa triste...» Maria grida, trasfigurata dall’entusiasmo: «Al di là della morte c’è la vita! Va, parti, muori! trionfa! Sieno queste le nostre nozze per l’eternità!» E Gesù si avvia verso il suo Calvario.

È impossibile leggere queste pagine ardenti e non ripensare alle ultime parole di un libro famoso «L’amore di una donna ha dato un Dio al mondo.»

Non occorreva, ma per eccesso di precauzione un poscritto avverte che questa novella non è storica. Che importava dei fatti ad Alberto Sormani, Egli che viveva tutto per le idee! Anche l’amore della donna non era per Lui che un tramite di elevamento, una forma oscura e misteriosa dell’ideale. Guardiamo Speranza, guardiamo Maria. Il loro amore è adorazione. Esse non amano l’uomo, ma il suo genio. Speranza dice ad Alberto: «Sii grande.» Maria dice a Gesù: «Sii grande.» E Speranza, che si chiamava Clara, «era così oscura» e Maria era «bella come i fiori oscuri dei giardini: dolce ed oscura come le figure che piangono sulle tombe nei cimiteri.»

«I capelli dell’una e dell’altra e gli occhi sono scuri.» Questo aggettivo che ritorna spesso alla penna di Alberto Sormani, più che l’imitazione di un maestro a Lui caro, risponde a un vero ideale dell’anima sua, essa pure scura e misteriosa nel fondo benchè attraversata da una gran luce.

Aveva la sua anima i molteplici aspetti di un organismo potente, ricco fino all’esuberanza. Coloro che assistendo alle rumorose riunioni del Circolo popolare o della Associazione degli studenti, udirono Alberto Sormani, tuonante sopra tutti, combattere con ardore le battaglie dell’individualismo, pronto sempre all’attacco, attento alla replica, audace, positivo, violento e così giusto e così fermo nel colpire, trincerato in quella sua dialettica che aveva tutto il bagliore e la resistenza di un’armatura nuova, non può forse immaginarselo passeggiatore sentimentale nei cimiteri, egualmente penetrato di entusiasmo per le bellezze di un’alba pallida o di un tramonto rosato, per le ombre dei cipressi sulle tombe abbandonate, per i fiori e principalmente per i fiori appassiti; infine per tutto ciò che è sogno, poesia, rapimento di una immaginazione oltre ogni dire sensibile.

Egli amava pure con passione l’ambiente intellettuale delle biblioteche, delle pinacoteche e l’ambiente mistico delle chiese. Il Duomo lo attirava colle ombre de’ suoi colonnati, colla profondità e l’altezza delle vôlte, col suo silenzio, col suo mistero. Per un gran tempo vi passò qualche ora tutti i giorni, uscendone esaltato e commosso. Era poeta nel significato più intimo della parola, ed era artista, ed era pensatore. Tolgo ancora dalle sue lettere: «Io sento dappertutto delle sensazioni vivamente, straordinariamente eccitanti. Io mi meraviglio e mi diverto sempre di tutto, sempre fremente di non riuscire a vedere l’intimo fondo di tutto. Vedo in tutto una gran luce di mistero, sento delle intimità nascoste; riunisco sempre tutto a qualche cosa di sublimemente grandioso e a qualche cosa di sublimemente grandioso lancio continuamente, senza tregua, tutto il mio essere, tutte le mie forze, tutto il mio amore. Provo una gran sete e mi disseto continuamente. Tutto mi sembra grande, profondo, inenarrabile e a tutto mi unisco con una specie di dolcezza... Cerco di vivere molto con me stesso e colle grandi cose senza parole. Quello che mi circonda pensa con me, si commuove con me. Mi sono abituato così fin da ragazzo, fin da bambino. Ripeto la frase di Marco Aurelio e dico al mondo: Io amo con te!» «Questo mi pare di dovere applicare a tutta la vita e non per un esercizio della fantasia ma per un bisogno del cuore. Il mondo è per me non solo ciò che posso sentire, ma tutto ciò che posso pensare, e dirigo il mio pensiero sempre a ciò che posso trovare di bello e di profondo; immagino le cose più delicatamente vibranti, immagino specialmente delle anime che diventano per me come cosa viva e le amo! — in un modo sfrenato, appassionatamente dolce, con una compassione che entra in loro, che si confonde a loro e che abbraccia lo spazio ove io le pongo colla mente e le cose che riflettono su di loro il loro incanto.»

E ancora «Quante volte perduto nei pensieri della natura e dell’arte, ho sprezzato tutto ciò che le misere creature umane potrebbero darmi; ho sentito un desiderio di essere solo, di non avere alcun contatto irritante ed abbassante. Mi pareva di avere nell’anima mia dei popoli e dei mondi che erano già troppi e che amavano misurarsi coll’infinito. Chi mi darà solamente la parola per esprimere, le lagrime per sfogare un sentimento al di cui paragone ogni altro mi sembra freddo e gretto e limitato e vile?»

Non ho mai conosciuto un’anima così ardente per tutte le cose ideali, così aperta al sentimento raro e squisito dell’ammirazione e così larga ne’ suoi voli da comprendere in un eguale entusiasmo Gesù e Darwin con un ecletismo grandioso che faceva stupire molti, che sembrava qualche volta una posa, una ricerca paradossale. Ma se posa c’era, se c’era il paradosso, queste erano manifestazioni inerenti al suo specialissimo modo di sentire e per ciò assolutamente sincere. Temperamento complicato ma schietto, padrone di sè eppure sempre pronto a darsi, a profondersi tutto fino al sacrificio per una idea che gli sembrasse nobile e alta; di una onestà e di un disinteresse rari a trovarsi, la sua vita era una ricerca febbrile della perfezione.

Sottoporre la materia al pensiero era uno de’ suoi ideali più vagheggiati; era anzi il suo punto di partenza per raggiungere tutti gli altri ed aveva riportato in questo campo tali vittorie che lo rendevano un po’ sdegnoso e superbo per le debolezze degli altri. «Non ho tempo di essere buono» mi disse una volta in cui gli avevo rimproverato la sua mancanza di carità e sotto questa dichiarazione ingenua e profonda si intravvede la lotta per uscire dalle piccole virtù, dalle virtù a buon mercato che dovevano riuscire così facili a lui e che egli calpestava sprezzantemente, fisso lo sguardo a una meta sublime. In quest’impeto di calda giovinezza aveva talvolta una foga barbara che il tempo avrebbe mitigata.

Non si accontentava facilmente degli altri è vero. Quando si ha un forte ideale è impossibile ammirare incondizionatamente una porzione di esso, che per quanto perfetta ci lascierà ancora un desiderio insoddisfatto; ma, è d’uopo aggiungere, non si accontentava interamente neanche di sè. Pur ritenendosi superiore, vagheggiava una scala sempre più ascendente e le sue potenze altruistiche si concentravano con indicibile amore nel sogno di una umanità più alta e più pura.

Preferendo la superiorità all’eguaglianza non impediva a nessuno di arrivarvi; al contrario invitava, incitava all’altezza, persuaso che tale modo di amare gli uomini è il solo veramente inefficace. E se qualche volta la sua parola prorompeva irruente era perchè amava la battaglia e stuzzicava per il desiderio della risposta e gettava nel mondo come una sfida le sue ragioni colla palpitante commozione di provocarne delle altre, anche migliori, anche più grandi, divorato come era del bisogno della luce!

Francesco d’Assisi si sentiva tormentato fin da giovinetto dall’idea di uscire dalla volgarità e di raggiungere una meta alta. Soleva dire a’ suoi compagni: «Vedrete che un giorno sarò adorato dal mondo intero.» E intanto era così allegro, così gaio, che in alcuni momenti dubitavano della sua ragione.

Come era gaio, come era allegro qualche volta anche Alberto Sormani, senza perdere mai di vista il suo scopo, conservando nell’apparente abbandono un substrato di personalità intangibile!... Tanto ricca e poliedrica è la sua figura che se per un lato non temetti di confrontarlo a Francesco d’Assisi, oso anche più applicargli alcuni canti di Walt Whitmann. Quella pienezza di vita e di sogni, quell’ardore di ideale, quella coscienza superba del proprio valore, ma con qualche cosa di più delicato e di più simpatico, erano anche suoi. Ognuno può riconoscerlo nel canto dell’Excelsior:

«Io domando. Chi è colui che è proceduto più innanzi? Perchè io voglio procedere più innanzi ancora.

«E chi è il più giusto? Perchè io voglio essere il più giusto della terra.

«E chi è il più cauto? Perchè io voglio essere il più cauto altresì.

«E chi è il più felice? Questi son io, perchè nessuno è più felice di me.

«E chi è il più prodigo? Perchè io prodigo incessantemente tutto il meglio che ho.

«E chi è il più franco e il più veritiero? Perchè io vorrei essere il più franco e il più veritiero degli uomini.

«E chi è colui che ha goduto l’amore di maggior numero di amici? Perchè lo so ben io che vuol dire l’amore appassionato degli amici.

«E chi ha gli ideali più vasti? Perchè io vorrei cingerli tutti colle mie braccia.

Alla pagina 71 del secondo volume di Walt Whitmann, Egli stesso segnò i passaggi seguenti:

«Oh! qualche cosa di pernicioso e di spaventoso!

«Qualche cosa molto diversa da questa vita piccina e pia!

«Qualche cosa di non ancora provato e che rapisca in estasi!

«Qualche cosa sfuggita alla presa delle àncore e che veleggi libera!

In queste parole del Canto dei tripudii, Egli vedeva forse riprodotta la parte più segreta del suo io, quella che chiamava colla sua parola prediletta oscura e di cui esageravasi forse la impenetrabilità; come pure gli piaceva in certe occasioni a negare la propria schiettezza, mentre era così sincero sempre, anche quando per vaghezza di parere più complicato caricava le tinte del suo colore preferito. Ma ad ogni modo un fondo oscuro c’era nella sua anima e vi si agitavano strane passioni, flore fantastiche e grandiose di un oceano in tempesta.

Penso ancora a lui irresistibilmente leggendo il Manfredo di Byron:

«Il mio spirito non camminò colle anime degli uomini;

nè guardò sulla terra con occhi umani;

la sete della loro ambizione non fu mia;

le mie gioie, i miei rancori, le mie passioni e le mie potenze

mi fecero straniero.

Questo sentimento di trovarsi straniero in mezzo agli uomini, Alberto Sormani lo provava vivamente e numerose pagine delle sue lettere ne fanno fede.

Prendo una frase: «Non potete credere come mi sento solo anche colle persone più care».

E soggiungeva che in tale solitudine gustava una malinconica dolcezza mista di compassione e di orgoglio.

Egli, così ricco di passioni, non aveva però nessuna di quelle che corrono per il mondo. Le esche meglio apprezzate dagli altri lo lasciavano indifferente; la febbre delle ricchezze e dei piaceri non alterava di una benchè minima pulsazione il battito delle sue arterie; solo le conquiste del pensiero gli sembravano degne di Lui, e per questo i versi del Manfredo lo rammentano con una precisione scultoria.

Egli era veramente — prendo a prestito una frase che sembra creata per lui — il solo uomo in piedi in mezzo ad una generazione di vecchi adolescenti sdraiati.

Ma come Alberto Sormani non ebbe della sua generazione i gusti molli e sensuali, non ebbe neppure l’arido scetticismo e la calcolata maniera. Io so con quale sdegno giudicava queste animuccie fredde dall’alto e dal fondo de’ suoi entusiasmi generosi e so anche con quale amore misterioso e ardente slanciavasi verso ogni manifestazione di vita spirituale, fiutando quasi nell’aria con una finezza meravigliosa ogni grande anima che si schiudeva: «Se sapeste (ancora le sue lettere) a qual punto io sento l’ammirazione e l’entusiasmo! Sono gioie immense, quasi tremende, e pensando che le ho e le avrò sempre alla mia portata, quando vorrò, mi par quasi di sfidare ogni cosa nella vita, sicuro di una specie di felicità che non mi verrà tolta mai.»

Ma era egli dunque così tetragono alle voci della natura umana, da non ascoltare nemmeno l’appello della gloria? A questo risponde egli stesso in una lettera della sua polemica con Pietro Sbarbaro: «Anch’io sogno la gloria, ma una gloria appartata, ristretta, supremamente aristocratica. Parlare a poche anime, ai migliori, agli eletti, ai fratelli. Se per mezzo di questi il mio pensiero potrà passare nel mondo e dominarlo ed inspirare magari gli Sbarbari dell’avvenire, non me ne lamenterò; ma passare senza essere profanato, senza il tramite volgare della popolarità, senza che io mi sia mai dato un momento in pascolo alla folla. Il sospiro eterno di chi pensa altamente è di essere amato da poche anime alte, di possederle come cosa nostra. Fosse un’anima sola, essa può bastare all’anima nostra e può bastare in qualche caso ad irradiarne la luce per tutto il mondo e per tutto l’avvenire.»

Aristocratica — altra delle parole che Egli amava — è l’aggettivo proprio della sua mente e chi lo conobbe può dire se anche le forme esterne corrispondessero a quest’intima armonia, se veramente fosse l’anfora di squisito lavoro contenente uno squisito profumo. Tante doti riunite lo rendevano fiero di sè stesso, ma la sua era l’alta fierezza di chi prende per motto: nobiltà obbliga. Egli si sentiva orgoglioso dell’influenza esercitata su chiunque lo avvicinava; influenza elevatrice e purificatrice, di una portata morale di cui è difficile in così poche pagine rilevare l’estensione. Tutti i suoi amici conoscono il bisticcio che Egli fece sul proprio nome, metà per scherzo, metà sul serio, come gli accadeva spesso:

«Albero erto io son Sor agli umani.

È forse meno noto questo autoritratto:

«Severo, fier, bastevole a me stesso,

son cortese con tutti e tutti sdegno,

Penso molto all’amor, lo sdegno anch’esso

fissa la mente a più splendente regno.

Ho pochi affetti: la mia mamma morta,

una sorella che non visse mai...

qualche memoria... Poche donne amai

d’una passione austera, oscura e smorta.»

Come si vede la preoccupazione dell’altezza lo seguiva sempre anche nelle cose apparentemente frivole, alle quali egli non dava certo importanza, ma dove gli riusciva pure impossibile di dimenticarsi del tutto. E in questo ritratto che gli assomiglia tanto, la sua schietta originalità gli ha fatto evitare lo scoglio nel quale urtarono molti dei nostri uomini più insigni, giustamente rimproverati dal Carducci di aver posto in rima i connotati del loro passaporto. Egli, natura interna se ve ne furono, non fa cenno alcuno della propria persona, non si guarda nello specchio per copiarsi i lineamenti del volto; volendo esattamente riprodurre sè stesso tocca la sua anima e la fa vibrare sdegnosa e sincera.

Sdegnoso, sincero, ardente, ecco come appare Alberto Sormani in tutte le sue manifestazioni; tuttavia quest’ultima parola ardente non va presa nel significato volgare che si è soliti attribuirle. Corretto e spesso rigido e altero, il suo fuoco era tutto nell’anima «una calma perennemente ardente» diceva lui stesso. I suoi sensi gli ubbidivano sempre o piuttosto Egli li avvinceva alle sue idee al pari di ignobili schiavi.

Essendogli impossibile di vivere senza entusiasmi, era sempre innamorato di qualcuno o di qualche cosa: di un prato, di un monte, di una combinazione di nuvole, di un profilo visto da lontano, di un quadro di cui aveva letta la descrizione, di un poema sognato, di un colore, di una nota, di una semplice parola, di meno ancora; ed è incredibile lo spreco di forze che Egli si regalava, che prodigava in queste orgie della fantasia da vero poeta pazzo e sublime che brucia sè stesso per conoscere l’intima essenza della fiamma. Si capisce che dovesse disprezzare, essendo lui tanto prodigo, i poeti freddi che giuocano colle rime senza darsi mai alla musa. Una sua pagina su tale argomento può servire di scuola a molti:

«Ho riletto la *** di *** e mi ha dato da pensare. Adesso che lo conosco bene non ho più la minima opinione della sua poesia. Eppure il temperamento non gli mancherebbe, ma è una cosa che mi fa male a vedere come ispirazione, commozione, meditazione e concentramento sono per lui cose vuote di senso. Egli prende un foglio di carta, prende quel soggetto qualunque, molto vago, che gli pare si possa prestare a fare dei versi e comincia a scriverne uno, proprio così come vien viene; un verso sonoro, un verso dolce un po’ generico, che si presti ad essere continuato... Poi non ha altra preoccupazione che di trovare dei versi che si riuniscano coi primi che ha scritto. I pensieri vengono di volta in volta naturalissimamente, insieme alle rime; o ripete qualche suo movimento antecedente, oppure prende nell’immenso serbatoio delle reminiscenze qualche frase, qualche idea di patrimonio comune, di quelle che possono sempre piacere quando sieno manipolate in qualche combinazione nuova e così la poesia si finisce quasi per incanto. Questo non è il metodo del solo *** ma di molti altri. Non potete immaginarvi quale sia la mia repulsione per roba scritta così. Se mi venisse il dubbio che Dante componesse in questo modo non saprei più trovarci nè bellezza, nè forza, nè altezza. Ciò che si scrive deve essere cercato con passione, anche con fatica, deve essere quello o null’altro. Accontentarsi di ciò che capita è prostituire l’arte.»

Con tanto sentimento della poesia, con tanta genialità di concetti, era Alberto Sormani poeta? Io non esito a dire di sì. Non si deve giudicarlo da alcuni versi scritti in fretta o per celia e con giovanile irriflessione pubblicati. Egli ne lasciò pure taluno degno di lui. Scelgo questo saggio da un piccolo poema intitolato «Il giorno e l’anima» che parmi renda abbastanza bene i caratteri generali della sua poesia, pregi e difetti insieme.

MEZZOGIORNO.

Arde il cielo purissimo d’incanto

che si dilata grave e sonnolento

Tutto — pare — potrebbe in un momento

incendiarsi e bruciare. Io son d’amianto.

Io non brucio e nell’anima mi sento

sol di domande come dolce canto

placido e molle un desiderio. E intanto

del mondo nel pensier colgo un accento,

E rispondon per me su dal villaggio

le campane dii Dio tenere e gravi

che misteriosamente san le ore.

«Se a mezzo sei dell’arco del vïaggio,

non t’arrestar. Temi i consigli pravi

del Sol ch’è insieme padre e corruttore.»

Tuttavia, mi affretto a dirlo, non è scrivendo versi che egli avrebbe spiegate le sue forze maggiori. La poesia non era campo sufficiente, nè completamente adatto a tutte le sue qualità; parodiando un altro suo motto dirò che non aveva tempo di essere poeta. E del resto potrebbe la mia parola rendere i foschi ardori della sua anima, le sue speranze ed i suoi ideali meglio della sua parola stessa? Ascoltiamolo:

«In tesi generale il mio ideale è questo — dedicare la mia vita ai miei simili, all’umanità, al mondo, nel modo che può essere più utile. Per me personalmente ho pochissimi bisogni. Posso quindi offrirmi il lusso di vivere per gli altri, di darmi, di espandermi, di gettar via la parte migliore della mia attività. È l’amore fatto in grande, perchè anche l’amore è fondamentalmente qualche cosa in più che ci avanza fisicamente e che si dà per le future generazioni. Questo bisogno di darmi arriva in me a un colmo frenetico; non capisco più niente altro di bello al mondo; per me tutta la vita è lì; il resto non diventa bello e grande se non in quanto vi è riunito. L’amore, l’amicizia, l’arte, la scienza, la gloria, la bellezza, la natura — tutte cose per me magnifiche quando abbiano una connessione con un ideale di ragione sociale — da sè sono pulvis, cinis, umbra.

«Da questo lato non intendo ragioni, è la mia unica passione assorbente, è la mia ragione di vivere. Se non avessi cominciato fino da un’epoca che non ricordo più, per una fatalità insita nel mio sangue ad eccitarmi dalla mattina alla sera coi sogni dell’opera mia a favore dell’universo, credo che potrei essere come tutti gli altri, interessarmi per sè, all’arte, alle donne, a centomila altre cose. Ma così non si ritorna più indietro. Se mi persuadessi di non poter far nulla per l’ideale credo che rinuncerei molto facilmente ad una vita che mi sembrerebbe arida, fredda, noiosa, che non avrebbe più per me alcuna attrazione. Io credo d’avere tutt’insieme un aspetto normale, qualche volta perfino quieto. Ma per capire qualche cosa di me, pensate che sotto al mio vestito del secolo XIX batte costantemente quell’entusiasmo mistico, chiamatelo pure ascetico, che portava gli Apostoli a spargere per tutto il mondo la nuova fede odiata e perseguitata, quell’ardore maniaco che trascinava i martiri ad amare quasi i terribili supplizi da cui erano minacciati. Io non ci tengo certo al martirio per il martirio, ma il martirio per l’ideale è qualche cosa che mi esalta positivamente. Vi basti il dirvi che ho pensato spesso alla possibilità che anche nei tempi moderni c’è di sacrificarsi e di pagare di persona. Nelle grandi lotte che forse s’impegneranno fra poco, io ho opinioni così terribili e sono così deciso a sostenerle apertamente che vedo la possibilità di esser preso di mira e di cadere vittima di qualche attentato, se non addirittura d’essere appeso alla lanterna. Ebbene penso a questa eventualità con una specie di gioia; ci vuole forse più ardore per questo, di quello che fosse necessario ai cristiani in vista del paradiso.

«Voi non potete credere, non ne avete una idea, non l’avete forse mai sentito a dire da nessuno, ma io mi sento la febbre materialmente tutte le volte che penso a ciò che potrei fare e che devo ad ogni modo cercare di fare. Notate una cosa — nel campo dell’ideale non mi sento più alcuna superbia, nessuno mi riconoscerebbe più. Sono pieno di umiltà — non pretendo ad alcun primo posto — io non esisto più, se non come mezzo; se il mio posto, se il mio dovere è d’essere avanti, vado avanti — altrimenti sto indietro colla stessa serenità di cuore e collo stesso ardore. Se non sono Gesù sarò S. Pietro, od un apostolo qualunque, o l’ultimo dei discepoli e dei credenti — l’unica mia ambizione è di fare il massimo che mi è concesso dalle mie forze.

«Non sentite la grandezza e la semplicità di un tale programma?

«Quello che io voglio è l’unione degli uomini di buona volontà, ognuno occupando le sue forze, coll’intento deciso e completo del Bene. È un’utopia? Sì, se si pretende questa unione perfetta. No, se ci accontenteremo di promuoverla, di incoraggiarla, di avvicinarci lontanamente all’unione vera. Ad ogni modo — questa è la gioia — nessuno può impedirmi di fare io il mio dovere rispetto agli altri, anche se gli altri non lo faranno per la loro parte. Basterebbero dieci persone al mondo come le penso io per indirizzare tutta l’umanità su nuova via di progresso vero. E probabilmente ce n’è più di dieci. Bisogna trovarle e riunirle. Io le cercherò dalla mia parte; esse cercheranno probabilmente dalle loro e ci ritroveremo. Non ho mai preteso di essere io il migliore di tutti; se lo penso qualche volta è per eccitarmi di più. L’unione degli uomini di buona volontà! — è la semplicissima idea che deve rigenerare il mondo. Non sapete che non sono stati uniti mai? Non pensate che cosa possono fare insieme? Le opere che disgiunti essi non riescono mai a compiere verrebbero fuori allora in una luce sfolgorante. È terribile, sapete, vivere soli per fare le cose grandi! Lo scoraggiamento entra per tutte le parti. È per questo che in una mattina nebbiosa e solitaria come oggi, ho sentito il bisogno di scaldarmi con uno dei libri ove il fuoco dell’anima è più chiaro ed evidente (Il Diario di Cavour alla Biblioteca di Torino). Da letture come queste, esco sicuro e baldanzoso. Oh! quando questi solitari si daranno la mano! Una catena di ferro, indissolubile! Non è facile, è una impresa grandiosa, bisogna prepararla pazientemente. Io forse, chissà, non la vedrò... ma spero che potrò lavorare per renderla possibile.»

Non sono squarci di letteratura questi che io cito, nè esercizi di bello scrivere da inserire nelle Antologie. Sono le semplici manifestazioni di un’anima nei colloqui dell’amicizia; ma è così appunto che io spero di far conoscere Alberto Sormani, perchè molto probabilmente una grande maggioranza dei lettori si sarà già domandata: Chi era questo Alberto Sormani? — e che abbiano oppure non abbiano visto il suo nome in calce a qualche articolo disseminato su per i giornali, resterebbe sempre per i più inesplicabile l’immenso dolore lasciato dalla sua perdita e il lutto che perdura in pochi cuori a lui fidi, quel lutto che fece dire a un suo compagno di battaglia: Nessun morto è più vivo in mezzo ai vivi. — Questa è l’impressione che devono provare necessariamente tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato.

Invano si cerca intorno a noi una tale forza di entusiasmo unita alla conoscenza esatta del proprio valore, un tale ardore di vita ideale, una rinuncia così completa delle gioie materiali ed un olocausto così pieno d’amore alle più alte cime del pensiero. Alberto Sormani non fu solamente un uomo morto giovane, una bella intelligenza troncata sul fiore; egli fu sopratutto l’espressione più ardita della nostra fede, colui che ci sosterrà ancora nelle lotte dell’avvenire facendoci pensare nei momenti di maggior scoraggiamento: «Eppure l’ideale esiste, noi lo abbiamo veduto!»

Gli avrebbe la società concesso il modo di esplicare tutte le sue potenze? Sarebbe egli diventato un uomo grande, un riformatore o un apostolo?... Tutte le volte che mi propongo questo quesito mi sembra di veder ridere sinistramente nell’ombra la Sfinge della vita. Certo la vita Egli non la conosceva ancora. La sorte che fu per lui la più amorosa delle madri gli aveva sgombrato di ogni spina il sentiero; nessuno può dire come Egli avrebbe sostenuto l’urto della sventura; tuttavia questo sorriso del destino che lo accompagna nella breve carriera, se appare a tutta prima una menomazione di merito, risulta in ulteriore esame quasi la prova del fuoco del suo carattere.

La prosperità più assai che non la sventura ammollisce gli animi, li rende inetti, voluttuosi, egoisti; ed appunto perchè egli era ricco, libero e felice, il suo austero distacco dalle morbidezze e dalle blandizie acquista una vera espressione di superiorità, e la sua scelta fra una esistenza sicura appoggiata a un materiale benessere e la malagevole, aspra, lontana vetta a cui egli tendeva prodigando le intere sue forze come il giovinetto di Longfellow, innalza tutta la sua vita a una nobiltà di concetto che risponde anticipatamente con sicurezza all’avvenire che gli fu negato. — Ma la Sfinge ride, ride ancora... ed io accolgo questo riso crudele quasi con riconoscenza, rammentando l’antica fede che faceva morir giovane il prediletto.

Aveva Egli mai pensato a questa possibilità di morir giovane? Seriamente e a lungo credo di no. Si sentiva così forte, così sicuro, così pieno di ardire! pure, troppe volte l’immagine della morte si affaccia al suo pensiero perchè si possa negare in lui un misterioso presagio. Fra le abitudini intellettuali, che occupavano tutta intera la sua giornata e parte delle sue notti, c’era anche quella di scrivere su foglietti volanti ogni idea che gli passava per la mente. Codesti fogli, ammucchiati a diverse migliaia senza ordine di data, sono una prova dello spaventoso lavorìo di quel cervello e in uno di essi appunto trovai questa nota: «Muor giovane chi al cielo è caro — dunque io morirò?»

Alcuni versi sulla propria tomba che cito, non per il loro valore, ma perchè hanno, come ogni cosa che usciva dalla sua penna, un profondo senso di realtà, sono per tale aspetto significativi:

SULLA MIA TOMBA.

Colui che dorme qui forse fu grande:

Ei lo credette. Forse si sbagliò.

Il verbo suo nel mondo non s’espande,

del genio sue vestigie non restò.

Ora tace per sempre il suo pensiero;

neppur la sua superbia esiste più;

ogni cosa di lui nel fondo nero

del nulla e dell’oblio travolta fu.

Morì giovane o vecchio? ah, cosa importa?

che importa il nome suo, la sua città?

È tutta roba intieramente morta;

nè per lui, nè per voi, senso non ha.

Amò? sognò? soffrì? Vano è cercare

il segreto de’ suoi finiti dì.

La sola cosa ch’ei volea lasciare

dopo di sè, nel nulla lo seguì.

Tutto ciò che di grande egli ha pensato

insieme a lui è morto intieramente

Il mondo suo con lui si è inabissato;

era tutto per lui; ora è niente,

Questa tomba di un Grande senza gloria

non offre nome o data al passeggier,

nulla che possa servire alla storia

di un mondo che del tutto gli è stranier.

Passate. Questa tomba alta e severa

non domanda nè lagrime, nè fior.

Assoluta è la sua morte ed intiera,

senza sdegni, senz’odio e senza amor.

Osservo che nella terza strofa Egli pone in dubbio se la morte lo côrrà giovine o vecchio, ma nella quinta esprime sicurezza che tutto ciò che era di grande in lui non avrebbe potuto esplicarsi nè sopravvivergli. Un po’ di maniera è l’ultima, dove il terzo verso suona fiero e schietto, ma che termina con una specie di negazione di ciò che Egli fu e resterà nella memoria di tutti; un ardente amatore, un implacabile odiatore.

Ma la passionalità intensa del suo temperamento si dimostra anche meglio in questa pagina delle sue ultime lettere:

«Sento una grande malinconia a pensare alla mia morte... Veramente la morte è quasi l’unico ostacolo vero che mi vedo davanti per riuscire a fare quello che vorrei. La morte o la pazzia. Alla pazzia non penso perchè è inestetica e repugnante. Ma se morissi giovane, ecco che di me non resterebbe assolutamente nulla. Porterei via tutto con me nella mia testa. Tanto pensiero, tanto amore non rifiorirebbero più!... di ciò che ho pubblicato non conta neppure parlare. Forse Speranza potrebbe cadere sotto gli occhi di qualche anima gentile e profonda che resterebbe un po’ commossa e si domanderebbe cosa sia successo del mio nome ignoto. Nulla più. Di utile per il mondo non ci sarebbe una frase, una parola. Come è doloroso questo pensiero! Quando avrò prodotto, quando avrò dato il frutto mio, mi parrà di respirare. Sarò sicuro di qualche cosa che non potrò perdere più.

E poi c’è l’altro modo di rivivere dopo morto; se non nell’opera per sempre, almeno nell’affetto e nel cuore per qualche tempo.

«Vorrei qualcuno che pensasse a me, spesso e molto, che sapesse chi ero io e che venisse sulla mia tomba a darmi lagrime e fiori. Mi pare che le mie ossa fremerebbero di gioia!»

O amico, ecco le lagrime, ecco i fiori! Perchè l’immortalità è concessa solo al genio e non è dato all’affetto di rendere immortale l’affetto? Ho invidiato la rosa vermiglia che spuntava dopo poche settimane sulla sua zolla, al disopra del suo cuore, e che potrà dare sempre rose vermiglie alla sua tomba!

Riposa, la sua tomba, nel piccolo cimitero di Inverigo, a destra, appena varcato il cancello; riposa nella terra nativa che gli era tanto cara. E ancora gli danno ombra gli alti cipressi dalla chioma severa, ancora fremono intorno alla sua spoglia le brezze aleggianti dalla Grigna e dall’Albenza, ancora il Lambro mormora a’ suoi piedi la canzone eterna dell’amore e del dolore, la canzone della vita.

L’affetto per la Brianza, per Inverigo, e principalmente per la vecchia casa che sorge fuori del paese, sopra una piccola altura circondata di rosai e di olea fragrans, era vivissimo in Alberto Sormani, ed era quasi atavistico, unito a memorie vicine e lontane, compenetrato nei muri e direi nell’aria e nel cielo dell’antica terra feudale.

Da Missaglia, dove il conte Paolo Sormani moveva nel 1635 conducendo quattromila brianzuoli a sostenere l’assalto del duca di Rohan, venne poi la famiglia a stabilirsi nel territorio di Inverigo, ivi continuando le tradizioni patriarcali e di stretta vita intima che avevano da tempo surrogate le fiere gesta di Paolo Sormani.

Ma qualche cosa di ferreo e di severo restava ancora nel sangue dei Sormani della penultima generazione quando venne a portarvi una corrente di dolcezza nuova e quasi una forma più mite e più gentile degli antichi ideali, quell’angelo che fu la madre di Alberto Sormani. Nessuna penna è abbastanza delicata per descrivere il puro idillio che precedette la nascita di Lui; ma è con uno slancio di irresistibile simpatia, quasi di riconoscenza, che una penna di donna deve portare il suo tributo umile e modesto ma pieno di calore alla donna ammirabile della quale, morendo, tutti dissero: È salita al cielo una santa.

A dipingerla basterebbe una frase, una frase breve e sublime pronunciata una sera in cui per dedicarsi tutta al marito abbreviò le solite orazioni e si scusava con sè stessa e con Dio pensando che forse «Amarsi così equivale a pregare». Da parte di un’anima profondamente religiosa non conosco niente di più elevato, più umano, più squisitamente femminile di tale pensiero, ed è pure essa la donna che nell’attesa della maternità vi si iniziava con un fervore intimo e raccolto penetrata dal mistero altissimo, della missione di «preparare un’anima» come ella stessa diceva.

Per trovare nella storia una creatura che le assomiglia dobbiamo pensare alla madre di Lamartine, quale il grande poeta ce la descrisse nelle sue memorie dall’infanzia.

Come si intende che il figlio di una tale creatura debba essere Egli stesso un uomo eccezionale! Ho osservato molte volte che la maggior parte degli uomini grandi ebbero per madre una donna di speciale sensibilità.

Non ho tempo ora, nè sarebbe mio compito, il raccogliere dati in proposito; è però facile scorgere anche da un rapido esame che quasi mai il genio passa direttamente da uomo a uomo; sembra che la sua condizione di vita sia quella di maturare in un caldo e appassionato cuore di donna.

È questa pure la ragione più intima della mancanza di genio nella donna; ella può avere la diatesi del genio, cioè quegli elementi misteriosi e profondi che la destinano ad essere madre dell’uomo superiore, a cui il sesso darà i mezzi opportuni per esplicare la lunga ed occulta preparazione del grembo materno. Ed ecco pure una ragione per frenare le donne nella loro smania di produrre opere di mente; ogni conquista da esse fatta in questo campo è un furto all’uomo futuro.

L’eccezionalità benefica che aveva preparato la culla di Alberto Sormani in quel dolce nido di rose e di olea fragrans, che lo fece nascere da una famiglia distinta per ingegno e per virtù, in un ambiente di assoluta purezza e di moralità severa, lo accompagnò poi per tutta la vita. Morta appena trentenne l’angelica madre, Egli trovò nella seconda madre la continuazione delle stesse virtù; così che nel suo cuore l’adorazione per l’estinta si mesceva al più caldo, al più riconoscente affetto per la nobilissima donna che ne tenne le veci con tanta intellettualità amorosa, e che lo comprendeva, che sapeva seguirlo negli alti voli della mente, che — degna del doloroso compito — ne raccolse l’ultimo respiro.

Ma perchè la natura che aveva profusi nel formarlo i suoi elementi migliori, lo ritolse così presto alla sua gioia ed all’altrui aspettativa?.... Ah! l’ipocrita domanda del Fariseo, il commento volgare del poema altissimo. Ben sta a noi il piangerlo perchè siamo deboli e piccini, e perchè avendolo amato, non ci riesce di strapparci dagli occhi la sua immagine; ma che cosa deve rimpiangere la natura? Essa lo fermò a scopo ideale, non per lui, nè per noi, ma per tutti.

Che importa l’essere? Egli fu. Possiamo noi immaginarci il raggiante amico passato come una meteora nei nostri sogni, passato nella intatta bellezza dei vent’anni, possiamo immaginarlo invecchiare poco a poco, ingrassare, divenire padre di famiglia, consigliere municipale, deputato, ministro, «raccogliere il frutto delle onorate fatiche» e morire coperto di decorazioni e perpetuarsi nell’oltraggio di un monumento mal riuscito?

Ridi, Sfinge, ridi. Anche noi rizziamo il capo già curvo dai singhiozzi e teniamo alto il cuore davanti alla luce del suo ideale, che è la sola cosa che Egli amasse in terra, quella che non morrà.

Così non fiori tristi io reco sulla tomba dell’Amico, ma fiori di gloria, fiori olezzanti che ne recingano degnamente la fronte altera.

E rivivo dolcemente con Lui sui sentieri di Brianza che Egli percorse passo a passo, la mente piena di sogni.

Lo rivedo nella prima infanzia tanto giuliva, quando apriva gli occhi al mattino con quell’appassionato destarsi che la madre con una delle sue frasi felici descriveva così bene in una sua lettera; quando, primogenito adorato, era il sorriso della vecchia casa; quando la sua mente così attenta, così seria, veniva aprendosi via via a tutte le bellezze. Saluto i suoi primi, forse i suoi soli dolori, che non dovevano lasciare lunga traccia nell’animo infantile: la morte di un fratellino e la morte della mamma. Egli ha narrato questi episodî della sua puerizia in due bozzetti «Gita triste» e «Morticino» che sono un gioiello di spontaneità, di grazia, ma più ancora di quella sua dote specialissima che era la sincerità. — Poi le memorie della scuola, il collegio, il ginnasio, il liceo. Egli notava tutto. Poi l’Università a Torino, dove si era iscritto al corso di medicina, a dove era sempre mischiato ai crocchi nei quali c’era un’idea da discutere, gridando sempre più di tutti, esaltandosi, proclamando il trionfo di tutto ciò che è alto, tenendo conferenze, discorsi, arringhe, facendo anche delle stravaganze, ebbro della sua forte gioventù e del suo indomito idealismo, esercitandosi a quella potenza di attrazione e di dominio che lo designavano irresistibilmente al comando.

Le sue lettere da Torino spesso scritte a matita portano le date le più eccentriche: dalla Biblioteca — dalla sala di Clinica — dalla lezione di Anatomia — dai boschetti lungo il Po — dal Monte dei Cappuccini in una sera di luna. Ampia, ricca, esuberante esistenza la sua, dove la noia non trovava mai posto e di dove erano bandite tutte le occupazioni, tutti i pensieri volgari.

De’ suoi professori, di qualcuno de’ suoi amici di Università, serbava un ricordo appassionato e profondo.

Tornò a Milano nel 1891, affrontando il difficile problema di sapere come avrebbe meglio potuto dirigere le sue facoltà a servizio dello scopo umanitario che si era prefisso: aveva allora ventiquattro anni e gliene restavano due di vita....

Un sottile conoscitore degli uomini disse che la natura degli ingegni, la loro luce naturale e non il grado di forza, variabile come la salute, forma il loro vero pregio e la loro eccellenza. Vi sono cervelli luminosi atti a ricevere e a trasmettere la luce. Essi irradiano e rischiarano; la loro azione finisce qui. È necessario unire all’opera loro quella di agenti secondarî per darle efficacia. Così anche il sole fa sbocciare ma non coltiva. La tendenza verso il bene, la prontezza nell’afferrarlo e la costanza nel volerlo; l’intensità, la pieghevolezza dell’impulso, la vivacità e la giustezza degli slanci verso lo scopo indicato sono gli elementi che formano combinandosi la tassa intrinseca dell’uomo e che determinano il suo valore.

Tale era Alberto Sormani; un ingegno irradiatore e rischiaratore; una volontà pronta, elastica, tutta di slancio. Se si tien conto degli uomini nulli che l’occasione trasforma in eroi, è pur giusto valutare alla loro stregua ideale gli uomini a cui l’occasione manca, che non hanno la fortuna di poter lanciare una pietra o una parola nel momento opportuno, ma che lanciano continuamente dal fondo delle loro anime superiori ininterrotte scintille di luce, che sono quasi polle aperte nella mediocrità umana perchè i migliori possano dissetarsi e ritemprarvi le loro aspirazioni.

E però negli ultimi due anni, Egli trovò modo di impiegare anche le facoltà dell’azione e datosi con quella foga entusiastica che gli era propria alla fondazione del giornale l’Idea Liberale vi trasfuse tanta parte della sua mente e con tanta genialità di forma, giovanile arditezza e calore di persuasione che non solo gli crebbero intorno gli ammiratori e gli amici, ma gli stessi avversarî tenne in rispetto. Originale, audace, paradossale qualche volta, elevato sempre e largo nel volo, affrontò gli argomenti i più disparati, forte di una dialettica seducente e di uno stile limpido e sicuro.

Le questioni morali e sociali lo interessavano in prima linea, ma Egli sapeva con pari fortuna svolgere un tema d’arte, dotato come era di un gusto squisito che non lo ingannava quasi mai. Mostrò pure di possedere in un grado sorprendente la finzione poetica con quell’articolo sopra un Wirdtel immaginario che sbalordì tutti i suoi amici e più ancora coloro che, avvezzi a conoscerlo sotto il punto di vista di un positivismo pratico, non potevano supporgli uno sfondo di dilettantismo. Ma egli possedeva, l’ho già detto, un temperamento ricco fino all’esuberanza, complicato di innumerevoli filoni dove la vena aurifera predominava senza escludere le altre.

L’Idea Liberale promulgata da una piccola schiera di giovani intelligenti, nata a lottare sopra un terreno aspro e impreparato, contro un nemico forte dell’ora propizia e del numero, con scarsi mezzi, senza esperienza e pochi aiuti, rappresentando la battaglia dei meno contro i più, doveva necessariamente tentare il suo ingegno ardimentoso; ed Egli vi si slanciò con incredibile entusiasmo, con quella dedizione eroica e febbrile che nessuno può immaginare di coloro che non lo hanno intimamente conosciuto: perchè non prendere nè cibo, nè sonno e non riposarsi mai, sono frasi di cui parecchi fanno uso per accentuare una piccolissima attività; ma Egli veramente era riuscito ad eliminare dalla sua vita ogni cura materiale, tutto prono al suo ideale di spiritualismo ardente, di propaganda del pensiero.

La morte lo colse sulla breccia, a tradimento. Non sogliono morire così gli eroi?

Molte volte, trovandolo sordo ai consigli dell’amicizia, confidai in qualche saggio ammonimento della natura per frenare l’eccesso del suo zelo. Pensavo nella mia lunga e malinconica esperienza: vivrà, saprà! Invece non visse e non seppe; scese nel mistero della tomba tutto intero, senza avere lasciato ai rovi del cammino un lembo solo del suo ideale, senza menomarsi, senza concedere senza piegare. Non flectar potrà dire la sua ombra grandiosa affacciandosi sulla soglia dei regni bui.

Ed ora che cosa spero io da queste pagine? Gloria per Lui? Fama per me? No. Non spero, non desidero che amore per tutte le alte idealità che Egli ha amate, perchè esse continuino invisibili e sparse ad alimentare la grande anima umana. Mi sembra di interpretare in tal modo il più profondo de’ suoi desideri, quello che deve essergli rimasto prima di spegnersi nell’ultimo raggio della intelligenza, quello a cui pensava forse scrivendomi in uno di quei lampi presaghi che ora non posso rammentare senza una commozione che rasenta il terrore: «Qualche volta la morte può rendere eterno ciò che la vita avrebbe consunto ed ucciso.»

Così, in queste pagine dedicate all’opera di pace che Egli sempre promulgò e sostenne[1], risuoni ancora una volta la voce di Alberto Sormani, ad altre lotte ad altre guerre eccitando che non sieno le stragi fratricide del passato; risuoni nel cuore dei forti, memento e stimolo alla unione superiore che Egli vagheggiava fra gli uomini di buona volontà; risuoni eziandio per coloro che temono e paventano.

Alberto Sormani, il prode caduto nelle battaglie dell’ideale, solleva dal sepolcro la bellissima testa e dice a costoro:

«Non è la terra una valle di lagrime

«Ma un monte luminoso da salir.

«Si cade. Non importa. Altri rimangono

«E ascendon l’erta con novello ardir.

UN NOME CHE RISORGE.

Il materialismo, dall’ultimo quarto del secolo scorso fino allo scoppio dell’immane tragedia che insanguina il mondo, sembrava avere travolto nelle sue branche di piovra arte, letteratura, costumi. Nella corsa vertiginosa al denaro che dà il piacere immediato agonizzavano i nobili sentimenti di amor patrio, le sante tradizioni della nostra storia, e anche i nomi di coloro che la patria e la storia dovrebbero incidere nelle loro pagine più gloriose giacevano dimenticati in ingiusto oblio.

Fra essi lontana più di tutti nelle nuvole di quel tempo detto, non senza una punta di sarcasmo, romantico, Giuseppe Mazzini. Se accadeva di pronunciare il suo nome, subito lo si faceva seguire dalla qualifica di visionario e pur ammettendone le buone intenzioni gli veniva negata la praticità dell’ingegno, il concetto esatto della realtà. Una generazione cresciuta nell’idolatria del proprio benessere non poteva seguire i voli di una mente che, oltrepassando le meschine verità dell’ora, fissava con lucidità profetica quello che doveva essere l’avvenire d’Italia. Occorse che un branco di barbari si levasse in armi contro le nazioni civili perchè dai rivi di sangue e dai mucchi di cadaveri l’ideale del grande italiano prendesse consistenza di fatto e i traviati del materialismo si avvedessero finalmente che la sola via di salvezza era quella indicata nella preghiera di Mazzini: «Signore, salvaci, oh! Salvaci dalla morte dell’anima!»

Ora il nome di Mazzini appare in tutti gli scritti che si occupano del nostro risveglio patriottico; un’onda di idealismo ha sollevato i cuori dei nostri giovani, essi riconoscono l’opera fecondatrice del profeta ed apostolo il quale predicò non solo col verbo, ma fu nella vita uno degli esemplari più alti e più puri della razza umana. È una gloria imperitura per Genova l’aver dato i natali ai due uomini che più poeticamente e idealmente rappresentarono le aspirazioni dell’Italia: l’Aedo impersonato nella bionda giovinezza di Goffredo Mameli; il Veggente, Mazzini, dalla figura austera, dall’occhio profondo, scrutatore. Giorgio Sand venendo in Italia non oserebbe più definire Genova con questo giudizio sommario: Rien qu’a se mettre à la fenêtre on se sent devenir pain de sucre, caisse de savon ou paquet de chandelles.

Gli uomini del tempo di Mazzini nutriti di una fede ardente, volte le forze del pensiero alle misere condizioni della patria, vivevano di timori e di speranze che affinavano il loro modo di sentire tenendoli in una atmosfera di sentimenti elevati teneri ed eroici. Erano gli anni delle congiure e dei grandi amori. Quei giovani pronti a dare la vita per il trionfo dell’idea, i pensatori, i soldati, i martiri della forca e del boia erano pur anche squisiti e fedeli amanti. Quale donna non invidia colei che Pisacane amò per diciassette anni fra i contrasti e le tristezze? O l’idillio commovente del Duca di Castromediana che le carceri borboniche strapparono dalle braccia della fidanzata e che ella raggiunse, già vecchia, per mescolare un’ultima volta insieme le loro chiome bianche?

La donna non era allora come nella letteratura moderna la creatura malefica, la distruggitrice. Prati la chiamava l’angelo che ha «lagrime negli occhi e rose in fra le dita»; Mazzini, grande estimatore della donna, arse per lei di un culto simile a quello della patria. Credente nell’immortalità dell’anima credeva nell’immortalità dell’amore, Egli chiama l’affetto condiviso «una cosa di Dio». La storia contemporanea deve perciò, rievocando il morto di Staglieno, non disgiungerlo dalla donna che egli amò più di ogni altra, anzi la sola che tenne posto nella sua vita, indivisa dal suo stesso ideale. Scrittore focoso e trascinante, dotato di un fascino personale che la luce della vita interiore rendeva più intenso, molti cuori femminili si accesero per il pallido asceta; le ammiratrici, le amiche, le discepole gli facevano ressa intorno e se egli non fu insensibile a tutte una sola amò di vero, alto, tenerissimo amore: Giuditta Sidoli. Nessuna romanzesca avventura presiedette a questa unione, neanche il pimento dell’adulterio, chè, liberi entrambi, il solo olocausto che il cospiratore aveva fatto di se stesso alla patria e la possibilità di morire da un giorno all’altro per essa fu la ragione che gli impedì di contrarre un vincolo di famiglia colle responsabilità e i doveri da quella derivanti. Ma aveva il Mazzini incontrato nella Sidoli un cuore all’altezza del suo e la loro intesa fu mirabile di costanza, di dignità, di fusione perfetta. Noi non siamo obbligati qui a chiudere gli occhi sulle stravaganze e peggio di certe coppie amorose scusando tutto in nome della passione. Fa tanto bene all’animo riconoscere che la passione non è necessariamente corrompitrice e che i suoi gesti possono comporsi in armonia di virtù quando le anime sono pure.

Giuditta nacque in Milano da Cesare Bellerio e da una nobile Sopranzi nel 1804 un anno prima che nascesse Mazzini: fu posta in educazione nel collegio di S. Filippo e secondo l’andazzo del tempo aveva appena sedici anni quando, nel collegio stesso, le presentarono lo sposo scelto dai suoi genitori. Per sua fortuna non era un vecchio reduce da tutte le battaglie di Citera, come avveniva spesso, ed anche di questo dobbiamo rallegrarci, che la bella figura di lei non esce contaminata dal sozzo mercato tra la gioventù e la vecchiaia. Giovanni Sidoli era un ardito, avvenente e facoltoso giovane di Reggio Emilia, patriota anch’esso e cospiratore e fu presso a lui certamente che Giuditta sviluppò il sentimento della patria oppressa. Breve per altro fu la luna di miele. Sidoli inscritto nella lista dei Carbonari e perseguitato dalla polizia dovette prendere la via dell’esilio; Giuditta lo raggiunse lasciando alla custodia dei suoceri una bambina appena nata; Sidoli intanto veniva condannato a morte in contumacia. Alcuni anni rimasero gli sposi a S. Gallo di Svizzera, ma in seguito a una grave malattia di lui si trasportarono a Montpellier dove, malgrado le cure assidue della moglie, Sidoli dovette soccombere.

Giuditta vedova a ventiquattro anni con tre altri bambini nati in terra d’esilio ritorna a Reggio; vi torna col cuore gonfio di tutte le amarezze dei proscritti, portando un lutto nel quale si accresce l’odio per il tiranno e l’aspirazione a liberarsi dal giogo straniero. Nella casa del suocero, reazionario sanfedista attaccato al vecchio regime, ella freme non nascondendo i sentimenti liberali che le facevano quasi un obbligo di continuare l’opera del marito; infatti compromessa per le sue relazioni coi capi del partito liberale già amici di suo marito venne bandita dal Ducato. Eccola a riprendere la fuga all’estero, colla dolorosa necessità di lasciare i suoi piccoli ai nonni, triste per il passato, incerta dell’avvenire. Sostò dapprima in Svizzera, poi accompagnata da un parente seguì il consiglio di portarsi a Marsiglia, ricetto di una numerosa colonia di profughi italiani. A Marsiglia il destino che riunisce qualche rara volta le anime gemelle sparse per il mondo le fece incontrare Giuseppe Mazzini.

Di ciò che fu questo legame fra due esseri di eccezione dànno fede le lettere dello stesso Mazzini. Al Melegari scrive: «Se amo la Sidoli? Io, anima perduta, quando amo è per sempre; nella mia morale la costanza sta in cima, complemento necessario di tutti gli affetti». E sempre e con tutti dichiara altamente non solo l’amore, ma la stima e la venerazione per le virtù superiori della sua amica. La presenta a Gino Capponi ed egli a sua volta subisce il fascino di quella nobile personalità femminile; dice poi il Capponi al marchese Potenziani presentandogliela a sua volta: «Ben difficilmente potreste trovare persona che la valga per ogni dote della mente e dell’anima, degna d’ogni interesse e d’ogni stima».

Ma più ancora pone sulla fronte della Sidoli una mistica ghirlanda di fidanzata ideale l’affetto che ebbe per lei la veneranda madre di Mazzini. È un caso raro, forse unico, nella psicologia femminile che, per chi sa quale virtuosa donna ella fosse, circonda subito la Sidoli del più alto rispetto. I rigori della polizia intercettavano la corrispondenza di Mazzini coll’amica, allora Mazzini ne chiedeva ansiosamente alla madre e questa gli ricopiava le lettere ricevute. Calmato ma non pago egli risponde:

«... ditele, sia presto sia tardi, ch’io l’amo; l’amo più assai ch’ella non creda e ch’io possa dirle e sono certo d’amarla fino all’ultimo giorno dacchè, non solo non ho diminuito il mio affetto, ma l’ho ritemprato e infiammato quando pure cessai di sperare per la mia vita individuale; gli uomini, generalmente, non durano in un affetto quando non ne sperano più gioie; se durano amano davvero! Diteglielo».

Lettere di vero amore, ardenti e delicate, quelle di Mazzini a Giuditta: «Io ti benedico non una, ma mille volte; o angelo di consolazione, tu sei la mia vita; il resto non è che dolore e tristezza», così scrive il baldo giovane alla donna che ha sì biondi capelli e bruni occhi incantatori; mia quando, vecchi entrambi, ella agonizza lontana, le scrive ancora non aver mai cessato un momento di pensare a lei.

L’amor di patria che tanto aveva contribuito a unire indissolubilmente queste due nobili creature fu pure la cagione d’ogni loro amarezza per le continue persecuzioni e i bandi in una esistenza agitata, piena di sorprese e di pericoli. La Sidoli soffriva anche per la lontananza dei figli e tale sofferenza, accettata nei primi tempi come momentanea, aumentando vieppiù i figli crescevano in età, ella si adoperava affinchè le fosse concesso di tornare in patria. Questa decisione la obbligava a separarsi da Mazzini sempre proscritto, ma per quanto egli ne soffrisse e di ciò tenesse parola colla madre e cogli amici il sentimento che faceva agire la sua amica era troppo legittimo e coscienzioso perchè egli, l’autore dei Doveri, potesse nemmeno pensare a contrastarlo. Non fu il più lieve dei sacrifici che quei due nobili cuori compirono insieme. Il decreto però che doveva far rimpatriare la Sidoli non veniva ed ella per portarsi almeno vicina alla sua prole tentò di soggiornare a Parma dove, tollerata dal Governo indolente di Maria Luisa, rimase alcuni anni ottenendo tratto tratto il permesso di una corsa a Reggio per abbracciare i figli, ma scortata dai gendarmi e vigilata come un malfattore finchè, assolta in collegio l’educazione delle figliuole, potè finalmente, secondata dal desiderio stesso delle fanciulle, averle presso a sè.

Non era tuttavia la pace. Morta Maria Luisa nel 1847 le succedette quel tiranno di triste memoria che fu Carlo III e le condizioni pubbliche peggiorarono. L’amicizia della Sidoli con Mazzini la rendeva oltremodo sospetta, si violava il segreto della sua corrispondenza, i suoi passi erano spiati e riferiti all’autorità suprema; fu sottoposta a perquisizioni e per quanto ella avesse saputo sottrarre destramente le carte più compromettenti, venne arrestata e chiusa nella prigione di S. Francesco in Parma.

Non per questo la forte donna si lascia abbattere, ma solo preoccupata delle figlie che aveva dovuto abbandonare, è lei che infonde a quelle magnanimità e coraggio mostrandosi perfettamente tranquilla, ripetendo loro le più tenere frasi d’affetto materno, consigliandole a vivere nei giorni di prova come se fossero sempre insieme. Dice ancora: «Vi confesso che l’essermi sentita chiudere l’uscio dietro non mi diede quel senso molesto che potete pensare. Mi riesce invece insopportabile il vedermi aprire la porta a voglia altrui». Delicatezza di donna e di signora che le mie lettrici comprenderanno bene.

Liberata dal carcere è bandita anche da Parma; ripara in Svizzera per la terza volta, ma portando con sè le figlie tanto amate.

Durante questi anni Mazzini scriveva alla madre: «Vorrei vi giungessero nuove della mia Giuditta. Ci penso spesso e ne sogno» ed all’amico Elia Benso: «Non ho più riveduto Giuditta; abbiamo dovuto rompere ogni corrispondenza perchè le era apposta a delitto». E ancora alla madre: «La lettera di Giuditta che mi trascrivete mi è stata cara, cara. Ditele quanto mi fu cara e che l’amo come l’amavo; ditele che sotto questo cielo di Londra vivo più concentrato che mai, vivo d’anima; nella mia anima essa è scolpita ed io, lontano, parlo, penso vivo con lei».

L’ultimo pellegrinaggio di Giuditta Sidoli fu per prendere definitiva dimora a Torino, movendo verso una vecchiaia serena, circondata dalle figlie spose e dai nipotini che l’adoravano. Se qualcuno, verso il 1870, vedendo passare sotto i portici di Po una signora distinta, dal portamento eretto, bella ancora nella aureola dei capelli bianchi e delle vesti abbrunate, chiedeva al vicino: Chi è?... udendone il nome si fermava riverente e commosso quasi sentisse passargli vicino il grande spirito di Giuseppe Mazzini.

L’AMORE CHE NON MUORE

Vi è un’ora, la più dolce e insieme la più malinconica, ora che volge il desìo non solo dei naviganti ma di tutti coloro che i flutti della vita solcarono nel lieve burchiello del destino. Dolce e melanconica ora del vespero sopra ogni altra contemperata di sogni e di nostalgie! Tutti i poeti la cantarono, tutti gli amanti la vissero. La prima falce di luna che tra le affaccendate opere del giorno e i silenzi della notte pone la sua parentesi d’argento sa quanti cuori aspettarono quest’ora, quante ombre radettero i muri, quanti femminei petti balzarono nell’attesa di un passo.... di un uscio che si apre....

È certamente in quest’ora che l’appassionata Marcellina Desborde-Valmore cantava con tutto lo schianto della donna abbandonata:

Devant ma chaise

Une chaise attend.

Ce fut la sienne.....

La nôtre un’istant

e chi ha provato quanto spasimo vi può essere nella contemplazione di una sedia vuota comprenderà il pianto che goccia da questi versi così semplici e così veri.

Io penso, in quest’ora dolce e malinconica; a un’altra donna che pure nei vesperi solinghi conobbe l’amore ammantato di tutta la poesia che vi porta il fascino dell’arte e di un’alta intellettualità. Al di sopra di Zurigo stretta nelle linee cosmopolite della sua cultura e del suo commercio deve aleggiare ancora, raccolto, appartato su quella collina Verde che ne conobbe i sospiri, il nobile spirito di Matilde Wesendonk. Per l’amore che la commosse, per il silenzioso dolore che la sublimò, amo questa donna e mi è grato parlarne ad altre donne che al pari di me la ameranno.

Fu nel 1852 che Riccardo Wagner incontrò nella casa di un amico i coniugi Wesendonk. Egli era già ammogliato e già aveva conosciuto le amarezze di una unione male assortita cui inasprivano le continue lotte finanziarie trasportate da una città all’altra, dall’uno all’altro alloggio nelle disagiate condizioni di una vita errabonda, perseguitato dai creditori, incerto sempre dell’indomani.

I Wesendonk furono subito per lui buoni amici e in quella casa largamente ospitale, circondato da un lusso che egli aveva sempre inseguito senza poterlo raggiungere, apprezzato, fatto segno a squisite gentilezze, colmo di onori e di affetto, l’animo esacerbato di Wagner si adagiò nella morbidezza suadente di un sogno.

Non paghi di accoglierlo nella propria famiglia i Wesendonk posero a disposizione di Wagner e di sua moglie una graziosa casina attigua al loro palazzo, sulla collina Verde che domina Zurigo. Da allora, è facile immaginarlo, la relazione si fece più intima, i rapporti quotidiani. Al cader del sole il Maestro prese la dolce abitudine di recarsi dalla sua vicina a suonarle sul piano le composizioni elaborate durante il giorno. Gli spiriti fraterni si attiravano, le anime si comprendevano.

Era Matilde Wesendonk una leggiadra creatura, intelligente, fine, distinta, dal cuore leale e sensibile. Il musicista poeta non poteva fare a meno di ammirarla e lei di subire il fascino del suo ingegno. Musicista ella stessa divenne a poco a poco sua allieva, sua collaboratrice. Matilde scriveva piccoli poemi in versi e Wagner li vestiva di note. L’ora del vespero li trovava riuniti sulla tastiera, chini entrambi, entrambi rapiti in una di quelle sovrumane dolcezze dove pare che la materia si sciolga per lasciar vaporare l’anima verso l’infinito.

Terribile l’amore che si insinua per le vie ideali; esso distrugge i forti di difesa prima ancora che si avverta il pericolo. La donna che respingerebbe indignata un attacco diretto si addormenta nel profumo di una simpatia spirituale come sotto un padiglione di rose.

Wagner non può vivere oramai lontano dall’amica; non gli basta vederla tutti i giorni, le scrive per un invito, per un annuncio, per un convegno. Gradatamente i biglietti si accalorano, la frase diventa più tenera, più espressiva. Nell’incanto di questo amore nascente concepisce il gran dramma passionale di Tristano e Isotta; parola per parola, nota per nota esso è scritto sotto l’ispirazione di Matilde. L’ultimo giorno dell’anno le invia, insieme ad una pagina dello spartito, i seguenti versi:

Bienheureux

Arraché à la doleur

Libre et pur

Toujours a toi —

Les lamentations

Et les renoncements

De Tristan et Isolde

Dans le chaste langage des sons,

Leurs larmes, leurs baisers,

Je depose cela à tes pieds

A fin qu’ils celébrent l’ange

Qui m’a porté si haut.

Amore nobile e puro; ma quale è il più nobile il più puro degli amori che abbia potuto interamente sottrarsi alla legge comune, che non abbia provato almeno la tortura della rinuncia? È significativo questo punto di una lettera di Wagner

«Il demonio lascia uno dei nostri due cuori per entrare nell’altro. In qual modo vincerlo? Oh! quanto siamo da compiangere! Non ci apparteniamo più. Demonio, Demonio, torna Dio!»

La volgarità di un duplice adulterio consumato fra i queruli sospetti della signora Wagner e la dignitosa serenità del signor Wesendonk doveva ripugnare innegabilmente alle loro anime elette. Pare si affacciasse alla mente di Wagner la possibilità del duplice divorzio; ma troppo era Matilde ligia al decoro della sua casa, a’ suoi figli, al marito stesso che, se non amava d’amore, era pur sempre stato un leale compagno. Dinanzi alla passione crescente e turbatrice i due amanti non trovarono altro scampo che in una eroica separazione.

Come, dove, attinsero essi la forza sovrumana di rompere una consuetudine che durava ormai da anni è il segreto della loro grandezza. Solo sappiamo che soffersero immensamente e l’uno e l’altra.

Wagner descrive nel suo giornale la notte che precedette la partenza. Fu un supplizio. Esaltato dall’insonnia dolorosa egli pensò al tempo in cui si era immaginato di morire lì, in quella camera, coricato come ora, e che Lei verrebbe a trovarlo per l’ultima volta circondandogli la testa colle sue care braccia, ricevendone l’anima in un bacio supremo. Questa morte se l’era rappresentata tante volte quasi con felicità nei minimi particolari. Ecco: l’uscio verso la scala era chiuso. Ella entrava sollevando la portiera dello studio, lo abbracciava, lo guardava morire.... Nell’ultima luce de’ suoi occhi si fissava il volto dell’amata... — Ora anche la possibilità di morire così gli era tolta per sempre!

Questa la notte di passione dell’uomo; la donna non lasciò scritto quale fu la sua....

Wagner scende in Italia per la via del Sempione. Sulla terrazza dell’Isola Bella, con un tempo troppo splendido per poter durare, egli pensa alla felicità imperitura di essere amato da Lei. Da Venezia le scrive:

«Senza dubbio tu non credi che io voglia lasciare senza risposta la tua lettera meravigliosa. Le formidabili lotte che noi abbiamo sostenute potevano finire diversamente che con la vittoria riportata sopra tutte le nostre aspirazioni, sopra tutti i nostri desideri? Forse non sapevamo, anche negli istanti più ardenti, quando eravamo l’uno presso all’altro, che questa era precisamente la nostra meta?»

Sì, ma altro è parlare di un sacrificio lontano intanto che le mani si stringono, che le labbra si incontrano, che tutto l’essere trema ed avvampa nel contatto; altro è ritrovarsi soli nel posto dove si fu in due, penetrarsi di vuoto e di silenzio nell’aria stessa che fremette sotto le note di una voce adorata, e pensare che tutto è finito, irremissibilmente finito! Anche nel fastoso salotto dei Wesendonk vi doveva essere una sedia bagnata di lagrime.

Tuttavia alla donna squisita nel gran dolore della rinuncia sarà stato di conforto e di sublime elevazione una lettera come questa:

«Spero di guarire per te. Vivere colla mia arte per consolarti ecco il mio còmpito ed ecco ciò che si accorda col mio temperamento, col mio destino, colla mia volontà, col mio amore. Così sono tuo. Qui finirò Tristano e con lui, se posso, tornerò per vederti, per consolarti, per farti felice. Su valoroso Tristano, su valorosa Isotta! assistetemi, venite in mio aiuto. Di qui il mondo saprà il nobile cordoglio dell’amore, i lamenti della più dolorosa voluttà — e raggiante come un Dio, e puro, tu mi vedrai allora! Credi o mia unica! tu mi tieni nelle tue mani, è con te sola che posso arrivare alla finalità estrema. Abbi fiducia in me; una fiducia assoluta, illimitata. Ciò vuol dire solamente: sii persuasa che posso tutto con te, nulla senza di te!»

La corrispondenza epistolare continua per molto tempo in questa forma ardente e poetica. La donna gentile che aveva fatto altre volte miracoli d’affetto per mitigare nelle forme più delicate la penosa esistenza dell’amico non si stanca di inviargli nuove prove di intima tenerezza. Sono doni delicati e gentili. È un servizio di thè affinchè egli abbia ancora l’illusione di ricevere dalla sua mano la tazza ospitale; è un piccolo cane che ella alleva per lui e che gli manderà solo quando le si sia molto molto affezionato....

Per un’anima come quella di Matilde Wesendonk l’unione spirituale, l’amore che è ancora amore avendo rinunciato ai diritti dell’amore, doveva essere una squisita e torturante voluttà. Certo ella non chiede più altro al destino: sapere di essere per lui l’unica donna al disopra delle contingenze della vita, la sua fede, la sua coscienza, l’amica ideale, le basta. Chiude il suo spasimo in sè, dignitosa e muta. Si rivedono un giorno e Wagner è sorpreso e profondamente colpito dal mutamento che la sofferenza rinchiusa ha stampato sul di lei volto. L’amore e il dovere non hanno ancora finito di straziare il nobile cuore di Matilde Wesendonk.

For ever or never. Meglio non incontrarsi mai che incontrarsi per lasciarsi. Tuttavia questo volontario abbandono confortato da tanto ricambio di tenerezza doveva ritornare come raggio di giorni felici alla memoria della sventurata quando Wagner, seguendo il suo volubile miraggio, tolse da lei la fiaccola dell’ideale per accenderla ai piedi di un’altra donna. Quanto è pietosa la morte ai grandi amori! Matilde Wesendonk dovette invidiare la sorte di Isotta che portò intatto nella tomba l’amore di Tristano, mentre ella vide il suo smarrirsi lentamente e finire nelle ombre dell’oblìo.

Il bisogno di essere felice, di avere una casa e una donna presso a sè «la pace! la pace!» guidarono Wagner, rimasto vedovo, a un secondo matrimonio. Matilde, soave larva ammantata nel silenzio, si allontanò definitivamente verso il passato.

Ma non fu questa la colpa di Wagner. Era uomo. Ciò che non si avrebbe voluto vedere in lui è quella viltà di maschio appagato che gli fa rinnegare dinanzi all’idolo nuovo l’idolo tanto adorato un tempo e il modo egoistico ed ingrato di abbandonare colei che egli aveva chiamata l’unica, che era ben degna di rimanere nel suo cuore come in un tempio. Una indignazione e una amarezza ci coglie nel leggere con quanta fredda indifferenza dettando le sue memorie alla seconda moglie egli parla di Matilde che era stata l’angelo de’ suoi giorni più travagliati. Si sa che la gratitudine non fu la miglior dote del grande Maestro, ma quando si apprende che l’autore di Tristano e Isotta rinnegando la vivida fiamma che lo aveva così altamente ispirato tentò di distruggere le lettere d’amore scritte a Matilde Wesendonk, l’ammirazione per l’artista si risente della antipatia che ci desta l’uomo.