ROGO D’AMORE.
ROGO D’AMORE
ROMANZO
DI
NEERA
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1914
—
Secondo Migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.
Copyright by Fratelli Treves, 1914.
Milano. — Tip. Fratelli Treves.
ROGO D’AMORE
I.
Le ultime note del duetto di Tristano e Isotta, sollevate da una esecuzione delicata e intelligente a tutte le vertigini del sogno, si rifrangevano nel loro molle abbandono di petali e di perle sulle pareti della sala patrizia che tante note aveva già raccolte e tanti sogni in sue secolari vicende. Le lampadine elettriche dalla vôlta del soffitto istoriato versavano attraverso calici di fiori una luce discreta sulla bellezza delle donne; e queste nel fascino della musica d’amore palpitavano lievemente, ricordando o sperando. Un sottile rivo di linfa inturgidiva le gole nude tra i merletti; sguardi carichi di languore si abbandonavano alla morbidezza del desiderio, appena velati dalle palpebre, in un cadere pudico e lento di cortina.
— I sentimenti elementari sono pur sempre il grande trionfo della musica.
Così disse un signore alto, dai capelli grigi ben pettinati, giovanilmente snello ancora nella aggiustatezza dell’abito nero ornato all’occhiello da una gardenia, al suo vicino più giovane e più piccolo la cui testa bruna impomatata e lucida arieggiava una noce di cocco posata su un trespolo.
— Principalmente l’amore, — rispose l’altro con voce gutturale accompagnando le parole a un movimento inavvertito delle spalle strette e spioventi che gli faceva risalire la giubba sul collo nella goffaggine di una linea ereditaria che i migliori sarti non riescivano a vincere.
— Già! l’amore, e dell’amore le due espressioni fondamentali: ebbrezza e spasimo. È interessante seguirne l’altalena sul volto delle signore. La grossa marchesa col suo mezzo secolo di esperienza è la più commossa. Non vorrei trovarmele vicino questa sera. Ma la graziosa marchesina sua nipote è adorabile.
— E poco adorata, almeno dal marito.
— Appunto per questo l’amore trascendentale di Tristano e Isotta deve essere per lei una rivelazione pericolosa. Un amore fuori del comune.
— Come deve piacere alle donne sentimentali.
— Ma se non ve ne sono più! Del resto piace anche alle altre poichè ognuna se lo accomoda a suo talento e molte invece di morire con Tristano ricominciano con.... Arturo. È forse il caso della signora vestita di lilla che sta guardandoci in questo momento.
— Me o te?
— Entrambi.
— Non è la X?
— Proprio lei.
— Non sai che si conserva meravigliosamente? Quanti anni potrà avere?
— Ogni notte di San Silvestro aggiunge un anno ai mortali; certe donne invece hanno il privilegio di scalarne uno ad ogni nuovo amante e allora, capirai, è difficile fare il conto.
Risero. Il signore alto di mezza età, che portava una corona chiusa nel suo stemma, di un riso sottile un po’ fesso; l’altro con una specie di chioccolamento grasso non molto dissimile dal rumore di un sacco di scudi rivoltati.
— Io in fatto di aritmetica femminile preferisco la più semplice: i vent’anni, per esempio, della marchesina. Non c’è nulla da scalare lì.
— E quant’è carina stasera con quell’abito bianco verginale che nulla mostra e tutto rivela! È come le vetrine delle modiste alla moda dove si avverte che i prodotti migliori si trovano all’interno.
Risero di nuovo, il vecchio signore aristocratico e il giovane plebeo arricchito, nella comunanza di una vita che alle antiche divisioni nobiliari ha sostituito l’eguaglianza del denaro, spinti dalla necessità di sostenersi a vicenda, l’uno democratizzandosi con grazia forzata, tentando l’altro di salire col balzo di un paio di generazioni audaci a raggiungere le conquiste di nove secoli.
— Che musica divina! — esclamò la signora vestita di lilla senza rivolgersi particolarmente a nessuno, per sfogo proprio, socchiudendo gli occhi sopra una visione che ella sola poteva vedere.
La grossa marchesa esclamò pure con un sospiro profondissimo:
— Ah! quel Wagner come doveva conoscerlo l’amore!
Un ufficiale delle Guide che stava in piedi vicino alla signora vestita di lilla cercando da qualche tempo sulla punta de’ suoi baffi rispose a caso:
— La pratica non gli doveva mancare.
— La pratica non basta, — soggiunse la grossa marchesa, — ci vuole il temperamento.
L’ufficiale tornò a scandagliare i suoi baffi in silenzio.
Fu la signora dall’abito lilla che riprese:
— Non credo al temperamento amoroso di Wagner. Pensare che l’amore di una donna gli ispirò questa musica e che egli abbandonò poi l’ispiratrice e la sostituì e la sconfessò quasi nelle memorie della sua vita.... Non ha letto il terzo volume della “Vita„?
— No, non l’ho letto, — rispose l’ufficiale direttamente interpellato; — ma come interpretare le parole di Wagner stesso il quale disse che non avendo mai gustata la vera felicità dell’amore volle con Tristano innalzare un monumento a questo bellissimo fra tutti i sogni?
— Ritenendolo niente altro che sogno.
— Sognare, vivere, essere, non essere... tutte parole che perdono ogni significato quando si ama.
— Ma se non si ama! Se non si sa amare! — ribattè con ostinazione la bella signora.
— Si potrebbe scrivere d’amore se l’amore non esistesse?
— L’amore lo creano i poeti.
— I poeti tuttavia sono uomini.
— Ma uomini sognatori.
— Ogni amante è sognatore.
— Forse, a un dato istante, ma poi distrugge da sè il proprio sogno. Non è vero? Neghi se può.
— Qualche volta, — insinuò il giovane lentamente, — il primo strappo al velo dell’illusione è invece la donna che lo fa. Dica se non è vero?
La bella signora si pose il fazzoletto sulle labbra per nascondere un sorriso che non avrebbe voluto mostrare in quel momento. L’ufficiale allora le si fece più da presso e la conversazione continuò tra loro due, isolando la marchesa che si buttò dietro le spalle senza saper bene dove andava a cadere una frase di sfogo.
— Quella lo ha bevuto il filtro.... e lo dà a bere!
Un cachinno mordace vellicò le spalle della grossa signora facendola voltare di botto. I suoi occhi accesi incontrarono gli occhietti miopi di un piccolo essere quasi gobbo ma così insolente nella sua sventura che la barba da fauno, compiacentemente accarezzata dalla mano scarna sulla quale brillava un solitario diamante, tremava e sussultava sempre in una specie di ebbrezza convulsa.
— Voi che siete poeta spiegatemi un po’ questa faccenda del filtro. Non lo ha mica chi vuole!
Il cachinno si alzò di un tono nella barba irrequieta e qualche parola stava per accompagnarlo quando la marchesa impazientita soggiunse:
— È poi diventata così magra che non si capisce come possa interessare ancora gli uomini.
— Eh! Eh! — fece il gobbetto.
— Non è la vostra opinione?
— La mia opinione, cara ed eccelsa amica, se pur volete attribuirle un qualsiasi valore, è che agli uomini piacciono tanto le magre quanto le grasse; le grasse per quello che vedono, le magre per quello che sperano.
— Ma la bocca, guardate quella bocca tra due parentesi....
Rispose il gnomo con pupille scintillanti di malizia:
— Non è tra parentesi che si dicono quasi sempre le parole più significative?...
In appoggio all’assioma egli si curvò all’orecchio della marchesa mormorando qualche cosa che dovette porla di buon umore perchè diede subito col suo ventaglio un piccolo colpo secco tra la mano e la barba del fauno audace.
I dialoghi si annodavano e si snodavano così nell’ampia sala smuovendo i gruppi, accostando le simpatie, dando esca alla curiosità; mobili, leggeri, superficiali, privi di interesse qual si conviene ad una società bene educata; e scialbi, tranne le brevi osservazioni maligne scambiate rapidamente o le piccole frasi a doppio senso gustate con lentezza dagli uomini che si piacevano a scrutarne l’effetto sul volto delle signore, come già ne erano andati indagando la commozione suscitata dal duetto di Tristano e Isotta.
Quella sera più del consueto tale disposizione erotica fermentava nell’ampio salotto accolta dalle signore, non solo, ma quasi incoraggiata con una disinvoltura equivoca, con una sfida al pudore dove erano in proporzioni per lo meno eguali una certa spavalderia di emancipazione ed un oscuro rimescolìo di sensi eccitati. A tratti qualche parola pronunciata qua e là avrebbe potuto dare appigli ad argomenti diversi, ma l’attenzione non si arrestava. Nessuno voleva occuparsi di cose serie notoriamente noiose. Il piacere era nell’aria; era nel volto sornione dei vecchi, era negli occhi pronti dei giovani, era nel palpito che faceva ondeggiare i leggerissimi veli sul seno alle signore e rendeva le loro labbra un poco aride e inquiete, mentre tutta la persona eretta in posa di sfinge si offriva sicura all’indagine.
Stava appeso alla parete principale del salotto un grande arazzo rappresentante la sete dei Crociati sotto Gerusalemme. Le due teste avvicinate della signora vestita di lilla e dell’ufficiale delle guide ne mascheravano il gruppo di mezzo dove era un soldato morto di una verità impressionante; e per tutto all’ingiro giacevano corpi straziati dallo spasimo, pupille rivolte al Cielo nella disperazione di un’ultima preghiera; ed elmi, scudi, lancie denudate sotto la luce gialla del sole, in vista delle mura fantastiche smerlate sopra un cielo di cobalto che i punti dell’arazzo picchiettavano minutamente.
Ma il piacere dell’istante si moltiplicava intorno alla strage trapassata; similmente passeggiano gli amanti nei viali di un cimitero abbandonato. Luceva il desiderio come ala iridata di farfalla in certe pupille tremule inesperte, mentre cauto se ne stava appiattato in fondo ad altre nell’occulto ansare della febbre che rade la superficie di uno stagno; e vivido balzando da altre ancora correva incontro all’occasione colla sfacciataggine di una girandola accesa improvvisamente.
A un certo punto, poichè divisi erano i gruppi ma un filo invisibile li legava sì che tutti sobbalzavano se uno dei capi veniva scosso, la curiosità si rivolse ad una discussione sorta fra la padrona di casa ed uno de’ suoi ospiti a proposito di un libro recentemente processato per accusa pornografica. Quell’argomento fu come una scudisciata sui lombi di poledri liberi. Tutti si slanciarono, chi difendendo, chi accusando. Buona parte delle signore protestò di non avere letto il libro, ma tutte ne erano edotte: la marchesa che sola non ne sapeva nulla se ne informò premurosamente dalla giovane signora vestita di bianco, la quale potè darle schiarimenti precisi per averlo letto, disse, senza accorgersene.
Alcuni uomini dalle attigue sale si fecero sulla soglia del gran salotto ascoltando. La padrona di casa che aveva preso l’attitudine della lettrice scandolezzata citava abbondantemente per giustificare la propria indignazione; il suo competitore citava anche di più, citava passi di libri antichi, di libri celebri che non erano stati processati, invocando i diritti della natura, la libertà del pensiero, l’arte.... Negli angolucci remoti, dietro paralumi color di rosa, grosse parole cadevano in piccole orecchie.
Una tensione nervosa turbava oramai uomini e donne; più avanti di così non si poteva andare. Eppure sembrava che per una occulta attrazione malsana fermarsi non fosse possibile. L’aria era satura di tutta la leggerezza, di tutta la volgarità che quelle persone educate sapevano una per una nascondere quando fosse necessario, ma che riunite insieme si accalorava, esalando ognuna l’intimo istinto fino a formarne un vapore denso di nausee inafferrabili, ondeggiante fra l’arazzo storico e i bronzi antichi, saliente su per i serici cortinaggi nel tremolio degli specchi a raggiungere i preziosi dipinti della vôlta, pallidi sotto il raggio lunare delle lampadine elettriche.
Nascosta nell’ombra del piano dove si era intrattenuta fino allora a sfogliare musica una persona, una donna, soffriva di quell’afa fino ad averne mozzo il respiro. Nata e vissuta in quella società non era la prima volta che la assaliva il sentimento nostalgico di sentirsi straniera, ma il concorso delle circostanze sembrava quella sera aggravarlo di tutti i fondi impuri vanamente celati sotto l’orpello delle belle maniere e più che mai stridente la sua sensibilità gemeva nell’urto fra tanta ricchezza di decorazioni e sì povero, sì meschino, sì basso palpito d’anime.
— Se nemmeno il Tribunale ha diritto di far cessare lo scandalo, che cosa dobbiamo fare noi donne oneste?
A tale interrogazione profferita con petulanza dalla padrona di casa la persona si alzò nell’ombra del piano, per parlare, per dire una parola che le bruciava le labbra, ma nel medesimo istante, dal lato opposto della sala, una voce d’uomo calma e severa rispose:
— La sola cosa da fare è non parlarne affatto.
La persona si scostò allora dal piano, uscì dall’ombra, guardò in fondo alla sala meravigliata colui che aveva saputo alzare una protesta collo stesso pensiero, quasi colle stesse parole che ella stava per pronunciare, che appunto ella voleva dire essere in tali casi il silenzio la migliore difesa del pudore. Guardò, vide un volto ignoto, meglio del volto sentì l’anima nella voce, e fra tanta gente nota ed amica, là dove si era svolta fino allora la sua esistenza, tra gli oggetti famigliari che costituivano il suo mondo, quell’ignoto, quello solo, le parve che da altri mondi, da altre vite venisse a recarle un verbo inutilmente sognato poichè in lui solo si era ripercosso il grido di rivolta della sua sensibilità offesa, in lui solo.
Di nuovo i gruppi si suddivisero, riprese il parlottare a voce bassa; le signore più giovani incominciarono a girare offrendo tazze di thè e sorrisi; molti uomini si dispersero nelle altre sale; qualcuno consultò l’orologio furtivamente; la signora vestita di lilla trasse pure furtivamente dalla borsetta a maglie d’oro che le pendeva al braccio un minuscolo oggetto che si fece passare sulle guancie e sul collo. Nel vano di una finestra la signora dall’abito bianco rispondeva alle insistenze di un giovinotto che la stringeva da presso:
— No, domani non posso.
— Dopo domani?
— Nemmeno.
— Allora, quando?
Passò un vassoio di gelati. La padrona di casa ne offerse ad una vecchia signora della quale nessuno si occupava.
— A Parigi, a Parigi, bisogna andare a Parigi. Cosa volete mai trovare qui da noi! — strillava di mezzo a un crocchio il milionario plebeo dalla testa a noce di cocco. — L’Italia è l’ultima delle nazioni.
— Quando torneranno di moda gli abiti a volants!
— Grazie, non prendo thè, non potrei dormire.
— La terza in prima fila, vestita da libellula.
— Il quindici per cento, scherzi?
— Non porto busti al di sotto delle cinquanta lire.
A un tratto sull’incrocio delle frasi che volavano di gruppo in gruppo si alzò da una delle sale adiacenti un suono di voci alte e concitate come di rissa. Tacquero le ciarle per incanto e si affollarono gli usci.
Sulle prime non si comprese bene di che cosa si trattasse. Una voce angosciosa gridò:
— Ritiri quella parola, la prego.
Una voce secca rispose:
— Non ritiro nulla.
Allora la voce di prima pronunciò una frase che andò perduta nel tumulto di sedie rovesciate e di esortazioni: basta! basta!
Qualcuna fra le signore si spaventò. Il signore alto dai capelli grigi che rispondeva al titolo di principe, facendo loro baluardo del proprio braccio, riuscì ad allontanarle respingendole verso il salotto principale.
— Calma, calma, non sarà cosa seria.
Ma si voleva sapere. Un tumulto simile in quell’appartamento signorile era troppo fuori delle abitudini. La padrona di casa si mostrava indignatissima:
— Ma che credono, di essere in piazza?
— E chi grida infine? Odo la voce del tenente....
— No, piuttosto del barone....
— Forse una querela di giuoco....
Il milionario plebeo irruppe improvvisamente nel gruppo femminile che il principe aveva allontanato dal campo di battaglia.
— E così? E così?
— Pare impossibile, — chiocciò il giovane sollevando le spalle strette e allargando le braccia con tutti i segni della sorpresa.
— Che avviene dunque?
— Una sfida, nientemeno.
— Una sfida? — esclamò il principe enfiando le narici.
— E per una sciocchezza, questo è l’assurdo.
— Chi? Chi? — chiesero ansiose le signore stringendosi intorno al narratore. — Chi deve battersi? Perchè?
— Una sciocchezza, una sciocchezza, — continuava a ripetere il giovine scuotendo da destra a sinistra la testa impomatata. — Si parlava di cappelli tirolesi, figuratevi! Qualcuno nominò il Trentino. “Che Trentino! disse il barone. Il Trentino politicamente e normalmente non esiste; è un paese bastardo„. Allora quel signore nuovo, quello che fu presentato questa sera, credo, quel Moena, gli fu addosso con un balzo gridando: “Ritiri subito la parola bastardo che è un insulto ad una delle più nobili terre italiane„. Naturalmente il barone non volle ritirar nulla. L’altro, ostinandosi, pretendeva che ritirasse. A un secondo diniego del barone l’insensato grida: “È bastardo chi rinnega il proprio paese„. “Faccia il nome se osa!„, urlò il barone. E il suo nome gli fu gettato sul volto come un guanto.
— Ooh! — fecero le signore.
Il vecchio principe, un po’ pallido, chiese:
— Non si è tentato di intervenire?
— Certamente; ma quel Moena sembrava un pazzo. Non fu possibile fargli intendere la ragione. Pensare che l’origine di tutto ciò è un cappello....
— Cioè, cioè, — interruppe il principe.
— Sì, capisco, ma via, non era il caso di fare una simile quarantottata proprio la prima volta che si è presentati in una casa.
Tutti approvarono. Una signora che portava al collo ventimila lire di perle e altrettante le baluccicavano in brillanti soggiunse:
— Per un paese poi che nessuno conosce.
Intanto nel piccolo salotto dove era avvenuta la sfida, rimasto vuoto, due signori si disponevano ad accompagnar fuori Moena che alterato in volto e pallidissimo sembrava non vedere nulla intorno a sè. Il biasimo della elegante società che si era allontanata da lui, offesa ne’ suoi sentimenti superficiali dall’impeto di uno sdegno giudicato di cattivo gusto, lo cingeva di una zona ostile; si sentiva rinnegato, bandito per sempre, e la furia che pochi istanti prima gli aveva fatto ribollire il sangue nelle vene si congelava in una sensazione di amarezza infinita.
Lieve un fruscìo di gonna ed un sommesso accento lo arrestarono sulla soglia mentre usciva.
— Mi permetta, signore, di ringraziarla per la sua nobile difesa di una terra che amo. Qualunque sia l’impressione che ella riporterà di questa serata sappia che un cuore italiano l’ha compresa.
Uno sguardo ricambiato colla rapidità inconsapevole di due fanali che si urtano nella notte; una stretta di mano senza sentire la mano; un volo d’anime. Non altro.
II.
— Signora contessa, non c’è più posto, — disse l’inserviente inchinandosi con rispetto dinanzi alla signora che entrava allora nell’atrio del Circolo affollato di uomini. — La sala è colma.
Molti di quegli uomini si scostarono aprendo un passaggio fino all’uscio dove la signora fu arrestata da una muraglia di persone già tutte in possesso di una sedia, di un cantuccio, di uno stipite, nella attesa impaziente del grande conferenziere. Un rapido giro delle pupille la fece persuasa che sarebbe stato impossibile penetrare là dentro e già stava per retrocedere quando un giovane alzandosi le offerse la propria sedia.
— Moena? — fece la signora con una sorpresa piacevole e calda, che si tradusse nell’espansione della voce, nel baleno dello sguardo.
Dalla sera della sfida non si erano più riveduti. Si riconobbero quasi per istinto, per un impulso magnetico che li attraeva l’uno verso l’altro da reconditi misteri del loro essere. Era in loro la sensazione confusa di un vincolo anteriore al caso che li aveva posti di fronte, una specie di voce del sangue che li segnava col suggello di una razza.
— Devo ringraziarla, — disse Moena senza calore nell’accento, ma con una persuasione intima che dava alla sua bella voce una nota di gravità. — Ella è stata molto buona a interessarsi di me per tutto il tempo che la ferita mi tenne infermo.
— È ora almeno guarito perfettamente?
— Sì. Sono già scorsi due mesi da quella sera sciagurata.
Un impeto di sdegno retrospettivo colorì di una vampa improvvisa il volto del giovane. Egli soggiunse:
— La costanza di lei nel mandare a prendere notizie mi provava che la causa da me difesa era giusta e questo è pure un grande conforto per uno che combatte da solo sopra un campo abbandonato dai compagni.
Dalle ultime parole di Moena trapelava uno scoramento, una tristezza profonda.
— Lei si è forse meravigliata che una sconosciuta osasse ciò? — disse la signora con un poco d’ansia nell’accento.
Moena ristette, dubbioso, mentre la signora continuava:
— Io mi interessai sinceramente a quel suo nobile entusiasmo così raro a trovarsi nella gioventù dei nostri salotti. Lei è trentino nevvero? Conosco il Trentino e posso ben dire di amarlo per tutte le sensazioni nuove dolci e melanconiche che m’ha suscitate; lo amo nella sua bellezza, lo amo nel suo dolore; sopratutto nel suo dolore.
L’entrata del conferenziere interruppe il colloquio. La signora si raccolse quietamente sulla sedia offerta da Moena; il giovane stette ritto al suo fianco, un po’ indietro, per modo che ella ne scorgeva appena la linea della persona in attitudine di grande attenzione. Lei invece si accorse più tardi di aver perduto il principio della conferenza per essersi soffermata a rifare colla mente il loro singolarissimo incontro primo, poi le notizie del duello propalate dai giornali e commentate in diverso modo, poi l’interessamento e la pietà che l’avevano spinta a inviare tutti i giorni un messo quando si era parlato di imminente pericolo per il ferito. Un biglietto di visita: “Ariele Moena„ l’aveva ringraziata allora sobriamente e correttamente e tutto sembrava finito.
Ma quel ritrovarsi improvviso concretava la visione in un fatto di vita; Ariele Moena non era più un’astrazione, un sentimento, un soffio di idealismo sopra l’onda volgare della comune esistenza. Egli era lì, dietro a lei, silenzioso ma vero. Non visto, lo sentiva nella sua stessa immobilità e appunto perchè non lo vedeva, lo pensava. Le parole dell’oratore cadevano su entrambi, udivano insieme lo stesso suono, penetravano nello stesso pensiero, seguivano con ansia eguale (ella non ne aveva nessun dubbio) l’ascensione di uno spirito elevato nei puri dominî dell’idea.
Quando, a conferenza finita, la signora si alzò e voltandosi immerse lo sguardo nello sguardo del giovane, rivisse l’identico istante della prima volta che lo aveva scorto, colla stessa impressione di trovarsi davanti alla rivelazione di un’anima.
Uno scroscio d’applausi faceva rimbombare la sala fra l’urtarsi affannoso della gente che tentava di raggiungere il conferenziere, per mettersi in vista, per complimentarlo, per raccogliere le briciole del suo trionfo. La signora si ritrasse in un cantuccio a aspettare che sfollasse e Moena le rimase al fianco, tacito. Ella comprese la protezione delicata senza mostrare di rilevarla; osservò anche che il giovane prendendo una sedia vicina la scostò innanzi di sedervisi. Ogni suo gesto aveva questa signorile impronta di distacco, quasi di immaterialità, che costituiva la di lui espressione più caratteristica.
— È suo concittadino il conferenziere?
Un’ombra discese sulla fronte di Moena. Rispose:
— Abbiamo entrambi l’orgoglio e il dolore di chiamarci trentini, ma non siamo dello stesso paese. Egli è della valle di Non.
Fu un appiglio per riparlare del Trentino.
— Conosco la valle di Non, — disse con calore la signora. — Quanto è bella!
— Ma quanti italiani la conoscono? — soggiunse Moena con infinita tristezza.
— È vero, il Trentino è poco noto agli italiani. Fu per me quasi una scoperta. Eppure l’impressione di bellezza che esso dà è nulla in confronto alla sua fisionomia sentimentale, se così posso esprimermi. Mi ricordo di aver visto nella fuga del treno una casetta bianca nel mezzo di un prato intensamente verde e sul tetto della casetta sventolava una bandiera rossa. Rapida apparizione subito scomparsa, ma commovente e poetica tanto che ancora quando vi penso rivedo il verde all’asta e il rosso al vento di quella singolare bandiera, quasi un augurio ed un presagio per la terra sventurata.
Il giovane aveva ascoltato attentamente senza che si mutasse una linea del suo volto severo ed astratto, come se una parte sola di lui fosse presente e rimanesse l’altra celata nelle nubi di un mondo invisibile. Usciva tuttavia da quella forma muta un fluido di simpatia spirituale che trascinò la signora a proseguire le sue confidenze.
— E a Trento, passando in carrozza il ponte sull’Adige, quando il cocchiere mi disse che il ponte è minato, che altre mine sono intorno, che dai forti sulla città stanno rivolte le bocche dei cannoni, ebbene, non l’ho mai detto a nessuno, lo dico a lei, un gruppo di pianto mi salì alla gola....
Si interruppe, meravigliata essa stessa di avere concesso tanto dell’anima sua ad uno straniero di cui appena conosceva il nome.
— È questo che gli italiani non sanno, — disse Moena colla sua voce profonda e un po’ velata, come erano profondi e un po’ velati i suoi occhi perduti nel vuoto, lontani.
L’inserviente che aveva inchinata la signora al suo apparire le stava ora dinanzi in attitudine di attesa. Ella si accorse della sala e dell’atrio deserti e sorse prontamente in piedi avviandosi alla carrozza che l’aspettava nel cortile. Mentre saliva il predellino Moena disse ancora:
— Il conferenziere che abbiamo udito oggi terrà una lettura prossimamente alla società nostra sulle valli e le acque del Trentino. Le interesserebbe di assistervi?
— Come no? Lo desidero vivamente.
— Se mi permette le manderò un invito.
— La ringrazio, ma non vorrei crearle un imbarazzo: gli inviti saranno ricercati.
— Oh! il tema non interessa molti! — rispose il giovane, intanto che l’accenno ad un malinconico sorriso interrompeva per un attimo la linea chiusa della sua bocca.
Ripromettendosi di non mancare, la signora partì trasportata a un trotto rapido. Le rimaneva tuttavia in fondo alla pupilla la visione di Moena con una vaga curiosità e un materno interessamento per quel giovane che le suscitava rimembranze romantiche di eroi d’altri tempi. Questa era la sua impressione esatta: un eroe d’altri tempi.
Quale donna passerà mai nel sogno di quegli occhi?... — pensò. Ma non era ancor giunta a casa che le solite preoccupazioni e i pensieri inerenti alla sua vita l’avevano ripresa.
Qualche settimana dopo, in un mattino freddo della fine di marzo, sul punto di recarsi alla stazione chiamata al letto di una parente moribonda, la signora ricevette l’invito promesso e tornandole subito a memoria l’ultimo incontro con Moena si rammaricò sinceramente del contrattempo che le toglieva la possibilità di approfittarne. Durante il viaggio solitario la figura del giovane le passò una o due volte attraverso la mente, più che in forma materiale in quella sua particolare espressione di sentimenti rari e di misteriosa anima ardente che lo faceva diverso dagli altri: — Peccato! — mormorò fra sè.
Fuggivano intanto dinanzi ai suoi sguardi gli alberi raggricciati e tristi nella repressione delle prime gemme che un ritorno inaspettato dell’inverno sembrava congelare sui rami.
Sotto sì malinconici auspici la dolente visione a cui andava incontro si impossessò interamente del suo spirito. Colei che moveva a visitare era l’ultima della sua famiglia, l’ultima di quei parenti che l’avevano veduta bambina, poi giovinetta, poi sposa, sempre giovane per loro — quantunque in realtà non più giovane — ed amata del sicuro e placido affetto dei vecchi.
Giunse tardi; l’inferma era spirata la sera prima. Una povera serva piangeva silenziosamente accanto al letto del quale aveva rimboccato il lenzuolo sul volto della morta.
— Oh! signora contessa, — disse subito, — arriva a proposito. Non c’è nessuno per ordinare il funerale.
La signora dette un’occhiata in giro. Da molti anni non veniva più in quella casa; le parve misera più che non fosse mai stata; una fredda casa di zitellona provinciale dove ogni suppellettile era muta e stantia, pervasa da un odore di muffa e di mandorle amare, con una poltrona sotto la finestra incavata come una tinozza. — Ecco, — pensò — ha vissuto qui.... dalla poltrona alla finestra, per anni ed anni!...
Un fischio la fece sobbalzare lievemente. Alzò gli occhi e vide un merlo sospeso in una gabbia.
— Dov’è il dottore? — chiese la signora.
— È venuto a verificare la morte e poi è partito.
— E il sacerdote?
— Anche lui è venuto; son venute le vicine, è venuto un uomo a proporsi per la guardia, son venuti tutti, ma ora non c’è più nessuno.
Le ultime parole della domestica risuonarono col tonfo cupo di una pietra gettata in un pozzo. Il merlo fece eco. Quella riprese:
— Non ha lasciato testamento.
Continuando la signora a tacere, l’altra svolse una lunga litania di miserie, di denari perduti, di roba sciupata, di conti da pagare; e ancora il medico, e ancora la chiesa, ancora il funerale; quante torcie? quanti preti?... E di lei, poveretta, che avverrebbe? Non aveva da parte neppure un soldo....
Un senso di puntura nella nuca avvertì la signora che c’era un vetro rotto alla finestra; la cortina stessa, strappata dalla verga di ferro, penzolava con una non lontana somiglianza di impiccagione, gonfia nel ventre dei pappagalli che vi erano disseminati, opaca per la molta polvere raccolta e grigia sotto antiche traccie di amido che vi facevano delle placche qua e là.
Dovunque l’occhio si posasse non incontrava che abbandono e desolazione. Quella casa che pure era stata graziosa una volta aveva seguito fedelmente la decadenza della sua proprietaria; non più illusioni, non più fiori, non più giovinezza, non più canti. Non più passione di vita, non più attaccamento agli oggetti, non più bisogno della bellezza, non più cure attente e previdenze amorose. Un cuore era morto, la casa era morta anch’essa. L’amore forse vi aveva battuto un giorno la sua ala vittoriosa. Che ne era rimasto? Nulla.
Un brivido che non appariva solamente di freddo spinse la signora a muoversi. Occorreva abboccarsi col curato e col medico: ella uscì. Ognuno le parlò della defunta, lodandola, s’intende, con una mal celata curiosità di conoscere le intenzioni dell’erede.
Essendosi stabilito il funerale per l’indomani, il medico le propose di passare la notte in casa sua, ma la signora dichiarò che non si sarebbe coricata. Accettò appena l’uomo che si era offerto per fare la guardia al cadavere permettendo alla serva di prendere qualche ora di riposo mentre ella stessa si sarebbe coricata senza spogliarsi sul divano del salotto.
Quando rientrò un fitto nevischio punteggiava l’aria di innumerevoli spilli. La signora si strinse il velo intorno alla faccia attraversando rapidamente le strade poco note dove la sua elegante figura attirava l’attenzione dei rari passeggeri. — È l’erede, — mormorava qualcuno che l’aveva vista discendere al mattino alla casa della morta. Sulla soglia si accorse di una vecchierella che la seguiva umilmente.
— Se volesse farmi la carità di un po’ di spoglio.... Siamo tanti in famiglia.... qualunque oggetto sarà buono.
La signora promise; ma da un cantuccio dove stava appiattata, un’altra misera forma umana mosse verso lei implorando i rimasugli della cucina, un pugno di riso, un fondo di bottiglia, il cartoccio del sale....
Anche a quella promise.
Durante la sua assenza la donna di casa aveva acceso nel salotto un fuocherello di sarmenti dei quali appena entrata ella non vide che il fumo. La donna si scusò adducendo che la defunta padrona per non rimanere sola nel salotto andava a scaldarsi in cucina.
— Ebbene, sarei venuta anch’io in cucina, — rispose la signora sorridendo. — Mi dispiace che vi siate presa questo disturbo.
La donna rimase confusa per tanta semplicità e sempre scusandosi ammannì una piccola cena improvvisata sopra un tavolino rotondo verniciato di nero con nel mezzo una gondola tra flutti cerulei. Il tavolino aveva un solo piede nel centro e traballava appena tocco.
— Frutta non ce n’è, — disse ancora la serva zelante, — ma ci deve essere qualche biscotto.
Cercò da prima sul piano del caminetto in un vaso che doveva essere stato anticamente un vaso da tabacco; era vuoto; poi aperse un armadio a muro scoprendo un panierino con dentro cinque o sei bozzoli, una matassa di lana scura, una bottiglia di tamarindo.
— Lasciate, lasciate, — insisteva la signora.
Ma la buona donna aveva finalmente posto la mano sopra un piatto dove alcuni biscotti stremenziti sorgevano da una pagoda chinese. Solamente nel trarli alla luce si accorse che i sorci vi avevano lasciato le loro traccie ed arrossendo li ripose.
Bisognò ancora dare gli ordini per la mattina seguente: il funerale, le torcie, i preti, i poveri....
Rimasta sola, la signora vide nello specchio a cornice di legno che sormontava il caminetto un volto femminile intelligente e grave, vide la goccia dei piccoli brillanti appesi all’orecchio e l’iride aperta degli occhi che sembravano guardare meravigliati i suoi.
Era infatti una meraviglia ch’ella si trovasse in quell’ora così lontana da casa sua, dalle sue abitudini, dalle sue amiche. Con un gesto impulsivo di donna accurata si ravviò i capelli e girando lo sguardo intorno sullo squallido mobilio rievocò in un baleno di desiderio il suo appartamento così comodo, così tiepido, così pieno della sua vita. — Povera donna! — mormorò pensando alla defunta. Avvicinando poi alle pareti la candela che la domestica aveva lasciato sul tavolino rimase fissa in contemplazione di un dagherrotipo che rappresentava la sua parente a diciotto anni, vestita di bianco, con cinque piccole balze in fondo alla gonna e una ghirlandina di rose sui capelli pettinati a bandò. Per spontaneo contrasto le si affacciò alla mente l’ultima volta che l’aveva veduta, in negre vesti, con una giacca di flanella ovattata e una treccia di color castagno torreggiante su pochi cespugli di capelli grigi.
Tutto era triste intorno, di una tristezza vuota e meschina, colla sola grandiosità della morte che si sentiva presente nel silenzio.
La signora tentò di adagiarsi sui guanciali già apparecchiati, ma non aveva sonno. Si alzò, fece qualche giro ancora nel breve salottino rattizzando il fuoco, malinconica, coi nervi abbattuti, pensando al dimane che le avrebbe recato una giornata densa di occupazioni e di nuove tristezze, chiusa in un cerchio di piccole avidità e di invidie che non conosceva esattamente ma che presentiva sospese su quella casa in rovina come si intravede da lontano il volo dei corvi attratti dall’odore dei cadaveri.
— Ma tutto lascerò a loro! — concluse la signora allargando le braccia con un movimento di rinuncia e di sollievo insieme.
Allora, su dal cuore, con un gesto improvviso d’acqua che rompe la durezza del suolo e si afferma in polla cristallina, un pensiero che fino a quell’istante era stato compresso e soffocato dalle imperiose necessità dell’ora le balzò netto dinanzi: Moena doveva averla aspettata alla conferenza.
Moena. Un amico? No. Un conoscente? Quasi neppure. Sapeva così poco di lui! E dunque? Ma aveva promesso, aveva ella stessa sollecitato l’invito. La sua squisita gentilezza soffriva di ciò che avrebbe potuto interpretarsi nel senso di una goffa trascuranza. Rivedrebbe ella mai Moena?... forse no. Allora si decise.
In una cartella di marocchino rosso spelacchiata agli angoli rimaneva uno di quei fogli di carta da scarto che i rivenduglioli smerciano nei paesi. Poche goccie di inchiostro in un calamaio di vetro e una penna spuntata bastarono al breve biglietto che ella scrisse in piedi. Nessuna preoccupazione della povera forma in cui si chiudeva il suo pensiero la turbò menomamente. Ripeteva a sè stessa con una certa dolcezza che Moena ricevendo il biglietto avrebbe scorto l’impossibilità assoluta in cui ella trovavasi di assistere alla conferenza, che questo gli avrebbe fatto piacere almeno perchè il suo amor proprio rimaneva illeso.
Tranquilla, serena, chiuse il foglio in una busta troppo larga, vi appose l’indirizzo e lo lasciò sul tavolino nero del quale mascherava in parte la gondola.
Colla prima posta di domani sarebbe partito. Ma non vi era pericolo che lo dimenticasse?... Si tolse dal collo la sottile catena dell’orologio e ve la posò sopra, delicatamente, intanto che rileggeva la soprascritta: Signor Ariele Moena.
— Così — disse a voce alta — tutto è in regola.
III.
Si ritrovarono in società. Questa volta la signora, pur ricordando la soave impressione del loro primo incontro, quando la voce di lui dal fondo del salotto signorile e volgare si era alzata come un biancheggiare d’alba, non potè difendersi da una particolare ansia che era forse una sfiducia di sè stessa, quasi il timore di veder sciupato in una consuetudine senza interesse il bel gesto che l’aveva per un istante accostata ad Ariele Moena. Intuiva che nessuno dei discorsi soliti avrebbe potuto interessare quel giovane cui una invisibile corazza sembrava cingere di spiritualità e che aveva nello sguardo una inquietante ricerca, come l’inseguimento perenne di una idea, come un palpito d’ala ininterrotto che gli mantenesse intorno una atmosfera più pura.
La fredda correttezza che era nel volto e nei gesti di Moena non lasciava adito a facili indagini.
Si videro, si salutarono, poi furono divisi; Moena entrò in un crocchio di giovani, la signora si pose a ciarlare con qualche amica. Solo più tardi poterono avvicinarsi e ancora la signora fu assalita dalla curiosità di quell’anima.
Un lento e dolce conversare si svolse subito fra loro, pari a sottil rivolo che nutrisse in entrambi occulti germi, girando per oscuri meandri dalla bassa poltroncina di vimini dove egli stava seduto al piccolo divano sulla cui sponda ella abbandonava il braccio; così placido, senza turbamenti, appunto come rivo d’acqua limpida, ma che pure sembrava in certi istanti fiotto di sangue pulsante blandamente ai polsi. Più la signora persuadevasi che la sua compagnia non era sgradevole a Moena e più le cresceva l’ansia di penetrare nel di lui pensiero.
— Sa, — gli disse a un tratto — anderò presto a salutare le sue montagne. È molto tempo che non vede Trento?
— Anni, — fece egli con un gesto scorato.
— Ho cari amici lassù, vado a compire un pellegrinaggio di affezione.
— Prende la linea di Ala o fa il lago?
— Altre volte andai per Ala, ma non le nascondo che il lago mi tenta assai.
— Non conosce il Garda?
— No, — rispose la signora quasi vergognosa della confessione. — Ho torto, nevvero?
— Ha torto perchè il Garda è uno dei più poetici laghi d’Italia ed amarissimo, come un certo mare....
— Oh! anderò senza fallo questa volta, — esclamò la signora con slancio.
— Quanto sarei lieto di poterle servire da guida! Io lo conosco palmo a palmo.
L’inaspettata proposta sorprese la signora, quantunque Moena l’avesse annunciata nel modo più semplice, senza alterare una linea del volto che solo si animò un poco continuando:
— Il Garda apre la via ai laghi del Trentino che tra grandi e piccoli sono più di trecento. Ha una sua impronta particolare schiettamente italiana che tutti gli sforzi del pangermanismo non riescono a snaturare. Invano accorrono ad esso i capitali tedeschi popolando le sue rive di alberghi e di ville tedesche, invano una canzone di irredentismo a rovescio suona la diana per persuadere che il Garda italiano è una usurpazione; le sue acque profondamente azzurre, il suo cielo, i suoi fiori, i suoi aranci, i suoi ulivi, la sua storia, la sua gente, tutto grida Italia.
— Queste parole accrescono il mio rimorso, — disse la signora.
— Santo è il rimorso — ribattè il giovane — se conduce alla conversione. Vada, vada al Garda e ne parli e lo faccia conoscere. Noi trentini ci interessiamo a tutte le questioni che interessano il regno, ma abbiamo bisogno che anche i nostri fratelli si interessino a noi. — Il Garda è una delle porte del Trentino, la più affascinante, e l’oro tedesco la insidia senza posa. Noi dobbiamo vegliare per conservarla italiana.
— Fare dell’irredentismo?... — mormorò la signora scrutando fissamente colle pupille le pupille di Moena.
Egli ebbe un movimento di grazia improvvisa nella piega malinconica della bocca. Rispose:
— Basterà amare. L’irredentismo per la maggior parte di noi è un sogno angoscioso, un anelito continuo anche se nascosto a liberarci da una oppressione che si traduce in cento forme di umilianti angherie, è una tensione spasmodica dei nervi, è un sospiro dell’anima, è un contrasto sempre più insopportabile fra il sentimento e la vita, fra l’aspirazione e la realtà, fra il nostro diritto naturale e la legge che ci è tirannicamente imposta. Per voi, per gli italiani liberi, sia l’irredentismo una forma di infinita pietà, un fraterno desiderio di saperci felici, un orecchio aperto ai nostri gemiti, una mano tesa alla nostra debolezza, un cuore che batta apertamente e lealmente accanto al nostro. Chiediamo troppo?
L’ardore del giovane contenuto in una giusta padronanza di gesti e di voce trovava nelle più nobili fibre della donna un’eco già pronta. Ella non ebbe bisogno di molte parole per affermarsi. Dal suo sguardo, da quel tutto insieme misterioso e profondo per cui traluce il pensiero, Moena dovette sentirsi compreso. Soggiunse senza guardare la signora, già perduto nella visione dell’avvenire:
— Quando parte?
— Ma.... a giorni.
— Se posso appena mi troverà a Desenzano, — disse improvvisamente. — Da troppo tempo non rivedo più il mio lago; sarebbe un piacere per me fargliene gli onori.
La signora sorrise a guisa di assentimento con quel lieve imbarazzo di chi si sente preso in un cerchio non voluto e pure piacevole.
C’era sempre questa specie di inconsistenza nei loro rapporti, come se invece di trovarsi di fronte un uomo ed una donna fossero due sogni che si sfiorassero.
Alcuni giorni dopo scendendo sotto la tettoia elegante della stazione di Desenzano la signora non fu troppo meravigliata di non scorgervi Moena. Una sottile impressione di disinganno, forse, le attraversò la mente subito assorbita dalle necessità dell’ora, e mettendo piede sul battello si ripromise con tanta intensità di non lasciarsi sfuggire nessuna delle bellezze del lago che tutta la sua potenza di pensiero parve concentrarsi nella vista.
La nobile Sirmione col sottile gruppo di abeti, col suo bel Castello, le sfilarono dinanzi mentre appoggiata al parapetto dell’Angelo Emo affondava lo sguardo e l’anima nelle rive fuggenti calde di luminosi colori, e morbide e carezzevoli tanto, specchiate in quelle acque di un azzurro straordinario, che la dicitura di un albergo apparsa fra sì delicate bellezze le diede un urto al cuore. Hôtel Eden diceva la scritta sfacciatamente esposta al sole, rammentandole di un subito l’invasione utilitaria e straniera di quelle rive nate per il sogno più puro di un poeta. Quasi per purificarsi gli sguardi li riportò sul nome del battello, Angelo Emo, dal quale una visione di venete bandiere sventolanti in trionfo parve venirle incontro a guisa di promesse e fu di nuovo tutta presa nell’ardore dell’ammirazione, sfuggendo i pochi passeggieri che si trovavano intorno a lei, che sentiva indifferenti al suo entusiasmo.
Salò, Gardone, Gargnano le strapparono un piccolo grido di meraviglia. Dire che aveva per tanto tempo ignorato quella spiaggia incantevole e quel lago unico nella sua tinta di cielo, intensificata come se i profumi degli aranci in fiore passando e ripassando vi avessero spremute le nuziali ebbrezze della terra!
Profonda e malinconica una commozione la strinse a sentirsi sola in quel momento, così staccata dalla sua propria esistenza, presa in una parentesi di impressioni che allontanava smisuratamente tutto ciò che soleva occuparla e interessarla. Vogava ella su quelle acque cerule nello splendido meriggio estivo verso l’ignoto domani con un cuore alleggerito da torrenti di lagrime, un dolce cuore rassegnato e tranquillo che più nulla chiedeva al destino.
Per un istante i suoi amici, le sue amiche, i parenti le si affacciarono alla memoria, ma nello stesso modo che passano le figure sulle lastre di una lanterna magica, piatte, tremolanti, confuse. Nessuna si mesceva particolarmente al suo intimo senso di vivere, nessuna sorgeva al suo fianco colla imperiosa evocazione del desiderio.
E il battello andava, andava dolcemente verso le terre trentine dove le prime case di Riva già biancheggiavano in una luce dorata di paesaggio meridionale.
Il minuscolo treno che pare un balocco da bimbo accolse la viaggiatrice allo sbarco trasportandola subito per Arco e per Mori verso la foce del Sarca, lungo canali sinuosamente diffusi tra i prati, in vista delle belle montagne cinte di silenzio. Suonerebbe mai un giorno fra quelle balze l’inno della libertà?...
La signora si accorse a un palpito accelerato del cuore che la sua immaginazione le anticipava avvenimenti chiusi ancora nei misteri del tempo. — Non importa. — ella pensò — che il cuore batta! nella speranza o nella disperazione, nell’anelito o nella preghiera, nella pugna o nell’attesa, che batta! ciò solo conta.
Non aveva detto qualche cosa di simile pochi giorni prima Moena? Ah! sì, Moena. Doveva trovarsi a Desenzano, ma non era naturale che avesse dimenticato l’incontro a Desenzano? Un giovane doveva avere ben altro per il capo. Meglio così, forse. Si riversò tutta sulla spalliera del sedile, allentando il velo del cappello, sola nello scomparto e quindi libera e quasi felice. Socchiudendo gli occhi al molle ondeggiamento del treno, pur senza perdere di vista la fuga verde dei campi che le appariva a guisa di nastro serpentino tra la frangia delle palpebre, le irrompevano su dal petto le prime note dell’inno di Mameli: e a dischiuderle a mezza voce su quella strada, di fronte a quei monti, intanto che il treno correva verso Trento, la prese tale ebbrezza di sfida che per naturale consenso della fantasia parve le ritornasse da ogni balza e da ogni fratta l’eco di simpatie fraterne.
Giunse a Trento che ancor batteva il sole in un barbaglio di raggi sulla statua di Dante.
— Albergo Trento, — ordinò al fattorino che le portava le valigie.
Ma quando, arrestata dinanzi al grandioso edificio, lesse sul frontone Impérial tornò a ripetere con impazienza:
— Trento, Trento.
— Appunto, — rispose l’uomo, — è questo; solamente ora si chiama Impérial.
Lo contemplava ella curvo sotto il bagaglio, mansueto, con una nube di tristezza forse inconscia in fondo agli occhi. Disse:
— Brutto nome.
— Eh! — fece l’altro sorpreso e dubbioso.
Concluse la signora con slancio: — Ma per noi italiani è sempre Trento nevvero?
E al gesto comune della mancia aggiunse un sorriso buono, quasi un sorriso di amichevole intesa che stabilisse il loro vincolo di nazionalità.
Poche ore dopo, dall’ampio terrazzo che domina la piazza, la signora assisteva alla gloria del tramonto i cui ultimi raggi avevano già abbandonato il Dos, rifugiati sulla cima delle più alte montagne, indugiando in un dispiego di veli sanguigni striati di punti d’oro. La crocetta della chiesa di Sant’Apollinare, in basso, presso l’Adige, emerse per un istante o ella credette di vederla, memore del luogo antico e del piccolo cimitero dove riposano i padri all’ombra della loro fede.
Immediatamente sotto a lei, intorno al monumento del Grande, suonava la banda militare e passeggiavano i cittadini a lento passo sparendo e ricomparendo d’in fra gli alberi novellini, nella cinta della graziosissima piazza, collo sfondo della neve sulla cresta dei monti più lontani.
Erano uomini, erano donne e bambini, come dovunque. Erano vesti chiare, pennacchietti brillanti, ciarle e risa. Era la vita, la piccola vita individuale che si svolgeva in tenui fili dalla matassa aggrovigliata della vita comune. Affari, piaceri, amori, speranze, tradimenti, lutti, rinascite, tutto ciò fluiva sotto gli occhi della spettatrice che pur non volendo dimenticare il dolore intimo di quella gente lo andava indagando di gruppo in gruppo e soffermavasi con acuta penetrazione sui capannelli degli studenti, per passare egualmente acuto e penetrante agli ufficiali dalle divise variopinte, dal portamento spavaldo sotto i ciuffi di mortella dei loro kepy in forma di vasi di fiori rivoltati. — Però le fanciulle non li guardano, — pensò la signora con orgoglio solidale di sesso.
Così, isolata, mirando dall’alto la folla, quel terrazzo le parve a un tratto un simbolo della sua vita. Non aveva ella al pari di quelle fanciulle, di quelle giovani donne, percorsi i viali verdeggianti del sogno? non aveva spiccato fiori sui suoi passi? e ciarlato e riso agitando veli bianchi e veli rosei dinanzi all’invito di pupille innamorate? Una bronzea figura di poeta non aveva indicato alla sua anima schiava le vie della liberazione oltre i confini segnati da prepotenti passioni? Quante musiche soavi avevano accompagnati i suoi ritmi! Quanti raggi si erano posati sulla sua fronte, avevano lambiti i suoi capelli, le erano scesi ardenti e turbatori al cuore! E i purpurei meriggi succedendo alle rose dell’alba non le avevano preparato la pioggia delicata delle viole nei vesperi sospirosi di che s’era inebriata fino allo spasimo?
Ed ora, ecco, riposava tranquilla su quel terrazzo, affacciata alla vita degli altri, mentre la notte stava tessendo alle sue spalle il nero manto dell’oblio.
Giovinetta, aveva qualche volta pensato con terrore all’istante fatale della trasformazione. Certo se a vent’anni lo specchio che rimanda il fresco volto in cui s’aduna tutta la gioia di quell’età dovesse immediatamente sostituirvi la pallidezza sfiorita dei quarant’anni, una donna morrebbe di dolore; ma il passaggio avviene per gradi, per lievi insensibili gradi dove l’illusione spegnendosi a poco a poco attutisce i desideri e sui campi disertati dall’amore aduna le molli letificanti carezze della rassegnazione. Ella se ne era già imbevuta. Era l’albero che dati al vento i suoi pollini e i suoi profumi, dati alla terra i suoi frutti e il germe dei frutti futuri, sta ritto nella casta e appagata nudità del suo tronco non vissuto indarno. Era la fontana che zampillava un giorno in getto protervo iridescente al sole, fulgida di tutti i colori della terra e del cielo, sonante per gli echi della selva, florida dei pingui muschi che la cingevano di velluto e che pure ridotta a un sottile filo d’acqua vede ancora la rondine fedele attingere al suo umore e sostare nelle tiepide sere gli amanti attirati dalla sua mesta solitudine.
Placido così il distacco dalla sua giovinezza, non strappo brutale, sibbene un lento cedere di forze, un digradare di colori, uno scambio di visuali per cui da combattente si era fatta spettatrice. Tale sensazione specialissima nella quale la dolcezza si fondeva alla malinconia, ma una malinconia senza rimpianti, una malinconia alata che sfiorava sorpassandoli i perduti beni, trovava in quell’ora del tramonto, in quel posto, in quella città bella e dolorante la sua estrinsecazione più compiuta. Ella si sentiva una cosa sola coll’aria, colla luce morente, colla solitudine del terrazzo, col primo arco di luna apparso timido in cielo. I sensi, la fantasia, gli affetti, tutto era calmo in lei come la dolce sera estiva, della calma pensosa di chi ha vissuto e non chiede e non desidera e non attende più nulla.
La banda aveva finito di suonare. I capannelli ciarlieri diradavano intorno al monumento di Dante e ad essi si veniva sostituendo un raro passaggio di solitari affrettati verso la città. Appena una indistinta coppia nella zona degli alberi appariva e spariva con caratteristica lentezza indugiando dove più fitta calava l’ombra; poi anche quella dileguò e la piazza rimase deserta con nel mezzo l’alta figura del suo poeta.
Notte! parola e cosa affascinante. Ogni rumore omai era cessato, ogni movimento, ogni segno di vita. La città dormiva assorta nelle memorie, cullata dalle speranze, sulla porta socchiusa del sogno. Solo la stazione co’ suoi larghi occhi di fiamma vegliava, sentinella vigile del domani che si avanza in silenzio.
Una singolare forza di attrazione teneva la signora immobile sul terrazzo, avvinta da una indicibile dolcezza nuova, così soave e penetrante e lieve che quasi non sentiva più il corpo; la brezza stessa fresca e pungente che le stringeva le braccia sotto il velo onde erano coperte le dava un brivido vago di carezza immateriale, di sensazione indefinita, come un palpito che non fosse nato ancora e pur vivesse nel profondo dell’essere, nel mistero della notte, nell’aria, nel cielo, nella rugiada sparsa, nell’invisibile giro degli atomi, nel sospiro eterno delle cose.
IV.
Otto giorni di riposo sereno in una vecchia casa in fondo a una vecchia valle dove non giunge ancora fischio di locomotiva nè rombare di treni. Un silenzio altissimo fra mura nitide odoranti di freschi bucati casalinghi, di mele cotogne riposte negli armadi e fascetti di menta sospesi a seccare all’ombra. Una luce tranquilla, eguale, trattenuta da tende di percallo bianco con orlature rosse dietro le quali tremano i rami curvi di un salice piangente, onore e vanto del piccolo giardino. Una carezza degli occhi su mobili semplici un po’ antiquati, ampie poltrone, ampi letti, quadri ingenui, abbondanza di felci in vasi dalle sagome vecchiotte e gioconde. E poi un luccicare pallido di argenti secolari su tovaglie profumate di spigo, tra un sorriso di maioliche fiorate e di barattoli di conserve fatte in casa coi frutti dell’orto. Tutta la poesia sana e forte della tradizione, dell’ordine, della felicità, raccolte e custodite in quel fondo di valle, protetta dalle alte montagne, idealizzata nella solitudine.
Questa era la dimora ove la signora stanca della vita cittadina andava a ritemprare i nervi e l’anima quasi in un bagno di pura linfa, accolta da fidi amici, riannodando fila interrotte di memorie e di affetti con quella soave malinconia che rievoca il passato senza amarezza e senza rimpianti.
E poi un’altra corsa per monti e per valli ancora, attraverso le variatissime bellezze del suolo trentino; da val Redena a val di Sole, dal gruppo di Brenta ai gioghi della Presanella e ai ghiacci dell’Adamello, passando per tutte le graduatorie di una vegetazione che dagli ulivi del Garda sale ai prati alpini ed alle conifere della Madonna di Campiglio, per riparare infine in un piccolo, ignoto, remoto paesello composto di poche umili case e di due o tre pure umili alberghetti, aperti solo nella stagione estiva, all’entrata di un bosco magnifico.
Lì il piacere della solitudine era perfetto, accresciuto quell’anno da una quasi totale mancanza di viaggiatori. La signora trascorreva le giornate nel bosco, così distaccata dalla sua vita solita, col pensiero addormentato in sì oblioso e dolcissimo torpore che un pacco di lettere venute a raggiungerla lassù le fu quasi cagione di meraviglia. Per una maggior sorpresa vi era fra esse anche una lettera di Moena affatto inaspettata.
Diceva la lettera in frasi succinte l’impossibilità avuta di trovarsi a Desenzano nel giorno prestabilito e la decisione di venire a presentarle le sue scuse in terra trentina. Questa decisione gettò la signora in una specie di sgomento. Se la breve traversata del lago le aveva sorriso, il fatto che egli imprendesse un viaggio per venirla a trovare nella solitudine del suo ritiro, dove mancava qualsiasi forma di attrattiva socievole, la metteva nella necessità di supplire da sola a intrattenerlo ed ella era ormai entrata così bene nella sua parte di personaggio accessorio che la responsabilità di una prima parte la atterriva.
Appunto perchè Moena le era apparso superiore al comune degli uomini, appunto perchè lo trovava interessante e più ancora e sopratutto perchè temeva di distruggere in lui una impressione simpatica, l’annuncio della sua visita le fu cagione di perturbamento e di angustia. Gli rispose secondo legge di cortesia che lo avrebbe riveduto volentieri, ma affrettandosi a soggiungere che il paesuccio dove ella contava di trascorrere una quindicina di giorni in solitudine non offriva nessuna risorsa per un giovane avvezzo alla vita cittadina; vi si sarebbe annoiato indubitabilmente.
Se Moena, come ella pensava, aveva solo avanzato la proposta per mantenere la parola data, poteva tenersene all’offerta e afferrare la scappatoia dell’abile insinuazione. Ma così non fu. Di lì a pochi giorni Moena scrisse annunciando il suo arrivo.
Ella non era tuttavia ancor sicura che venisse, quando se lo vide dinanzi nell’ora del vespero, sulla strada, all’entrata del bosco. Lo salutò con la mano ed egli discese subito dal veicolo che lo trasportava per raggiungerla.
Leggermente imbarazzati tutti e due da una situazione che non appariva ben definita, il loro incontro si risentì dell’incertezza dei loro sentimenti. Precipitavano le parole senza guardarsi, camminando fianco a fianco sulla strada polverosa, parlando di argomenti che non li interessavano, pur di parlare e di mostrarsi disinvolti. Alle prime case del paese si disgiunsero. Moena andò in cerca del piccolo albergo che si era scelto per pranzare, la signora rientrò nel suo.
Non entrò veramente: sedette su una panchina all’aperto chiedendosi che cosa avrebbe offerto a Moena per passare la giornata di domani. Un quartetto di musicanti girovaghi sulla soglia dell’albergo suonava per il diletto di due vecchie inglesi. La sera era dolce, serena: le note si spandevano armoniche sotto un pergolato di clematidi mezzo sfiorite; macchinalmente la signora raccoglieva i petali che le cadevano in grembo e li accostava alle labbra. A un tratto Moena le fu d’appresso:
— Come, è già qui? E il pranzo?
— Lo stanno preparando.
Il giovane parlava a scatti, guardando nel vuoto. Si pose a descrivere il suo alloggio e la signora descrisse il paese, poi soggiunse:
— Sono i luoghi dei quali abbiamo parlato senza immaginare allora che ci saremmo trovati insieme.
Non disse quanto ne fosse meravigliata e un po’ anche inquieta, per non offenderlo. Era in lei vivissimo il desiderio di mostrarsi gentile, ma il pensiero del breve tempo che si conoscevano le ingombrava la mente di punti oscuri che la rendevano perplessa.
L’orchestrina intanto suonava un notturno. Essi stavano seduti sulla medesima panchina, lontani l’uno dall’altra, e ascoltavano. Il tempo passava; ne passò molto, placido, tranquillo, su quello spianato quasi deserto, dinanzi all’albergo quasi vuoto, in un silenzio che la musica sembrava accompagnare come avrebbe accompagnato una canzone. Alfine la signora si sentì in obbligo di rammentargli il desinare.
— Oh! c’è tempo, — fece Moena con tale accento staccato e deciso che anche alla signora parve che il tempo veramente si fosse arrestato.
Tornarono ad ascoltare la musica e tratto tratto a bassa voce si scambiavano una parola, una impressione; raccolti ognuno ad una estremità della panchina, contegnosi eppure non indifferenti.
Era in entrambi un vigilare di chi si avventura per sentieri nuovi verso una mèta indecisa, attraente ed ignota. Non si vedevano in volto, ma la voce che usciva dai loro petti somigliava un arpeggio iniziale di interne armonie; e nell’aria e nel cielo e nella sabbia fine che la signora avvertiva attraverso l’esile calzatura con una singolare sensazione di piacere, che il giovane incideva con la punta della sua mazza, pensoso, fremeva il mistero di un incantamento.
In seguito ad uno sfoggio di composizioni straniere l’orchestrina attaccò un motivo italiano.
— Verdi, — disse Moena, come uno che si sveglia accennando alle prime battute del Rigoletto.
— Viva Verdi, ora come allora, — soggiunse la signora con una allusione che egli afferrò a volo.
Sorrisero per essersi compresi. Il sentimento della patria che primo li aveva avvinti li dominò rapido, su quella terra irredenta che entrambi amavano, dando loro una straordinaria dolcezza.
Benchè quasi sconosciuti e non sapendo nulla delle loro reciproche vicende, si indovinavano, si sentivano della stessa famiglia, avvertiti da un movimento, da uno sguardo: meno ancora, da qualche cosa di invisibile che sembrava allacciarli e cingerli in un magico anello.
I concertisti si disponevano a riporre nelle guaine i loro istrumenti.
— Ma che ora abbiamo fatta? — chiese la signora.
— Che importa l’ora?
— Anche il pranzo non importa?
— L’ho dimenticato.
— Se è così, buona notte, — disse la signora ridendo.
— A rivederci domani.
Purchè non s’annoi! — ella pensava salendo alla propria camera. La preoccupazione che Moena dovesse annoiarsi non l’aveva lasciata ancora.
Il giorno seguente fu speso a visitare il paese, il bosco, i dintorni. La signora affrancandosi a poco a poco dai suoi scrupoli andava in cerca di argomenti nuovi per intrattenere l’ospite; ma le frasi non erano mai molto lunghe ed avevano sempre da una parte e dall’altra quella ritenutezza di scandaglio che li teneva entrambi in uno stato specialissimo nel quale la commozione della scoperta si avanzava senza scosse, lentamente e morbidamente come un’onda.
Parlarono di poeti. Egli aveva con sè un volume di Carducci. La signora non lo aveva letto da molto tempo; corse all’albergo a prenderlo e sotto gli alberi, all’entrata del bosco, lessero insieme il Saluto italico.
La passione contenuta in quei versi, rivelata in lui dal pallore del volto e dalla intensità dello sguardo, si ammantava in una forma di aristocratica fierezza che tutta la sua persona, il suo atteggiamento, i suoi gesti accompagnavano con un ritmo di grande nobiltà.
Alla sera presero posto sulla medesima panchina del giorno innanzi. Oramai la signora non temeva più che egli si annoiasse. Correva tra loro un accordo spirituale così perfetto che talvolta non avevano bisogno di parlare per intendersi; bastava un monosillabo pronunciato da Moena perchè ella terminasse il periodo, e tale scherma dove l’intuizione faceva miracoli di veggenza li rivelava l’uno all’altro in un modo inaspettato, sempre più profondo, dolcissimo.
Pareva sulle prime che egli dovesse fermarsi un giorno solo; invece i giorni passavano meravigliosamente brevi e di partenza nessuno parlava.
Stavano sempre insieme, tranne le ore del pomeriggio durante le quali si ritiravano ognuno nella propria camera per un reciproco riguardo di libertà, della quale tuttavia non usavano se non per pensare all’istante in cui si sarebbero riveduti.
Il caso li pose di fronte un giorno nell’unica via del paese e senza dir nulla s’appaiarono uscendo a passi lenti per la campagna, lungo una stradicciuola che li condusse al cimitero. Quell’incontro fortuito aveva un sapore di frutto rubato al destino, contenente la trepida gioia dell’imprevisto. Il sole poteva essere splendido e il paesaggio magnifico, essi non se ne accorsero. Tutte le loro sensazioni movevano dall’interno, poichè le loro anime racchiudevano già un quadro compiuto che non aveva bisogno di cornice. Nulla del loro passato, comunque fosse, gravava su di essi; nè l’avvenire aveva potenza di distrarli da quello stato di perfezione in cui si movevano i loro corpi leggeri sfiorando appena la terra, come trasportati su una nuvola. Solo a tratti, quasi pavidi di un soverchio appagamento, interrompevano il silenzioso incanto con brevi osservazioni dove le voci tremavano e gli occhi non osavano scontrarsi.