IL RICCIARDETTO VOLUME I



CLASSICI ITALIANI

NOVISSIMA BIBLIOTECA

DIRETTA DA

FERDINANDO MARTINI

SERIE III

VOLUME LVII


FORTEGUERRI

IL RICCIARDETTO

CON UNO STUDIO DI GIOVANNI PROCACCI

ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO

MILANO


[INDICE]


NICCOLÒ FORTEGUERRI
(da un marmo del Lotti al Liceo Forteguerri — Pistoia)

Il favore che ottenne dal pubblico la prima serie della nostra BIBLIOTECA DI CLASSICI, sì da richiederne una seconda edizione già sotto ai torchi, e gli incoraggiamenti che da ogni parte ne vennero al nostro Istituto, ci inducono a proseguire nella impresa, guidandoci con più larghi criteri a maggiori intendimenti. I quali forse non consentirebbero che alla raccolta si mantenesse l'antico titolo di BIBLIOTECA DI CLASSICI; ma noi lo manterremo: che se non a tutti gli scrittori ai quali daremo luogo, si conviene quell'appellativo com'è comunemente inteso, tutti meritano d'essere divulgati e ancor letti. E la Biblioteca nostra se non di classici, certo di scrittori eccellenti, conterrà così quanto la letteratura italiana ha in tutti i secoli di più pregiato e famoso.

L'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO


NICCOLÒ FORTEGUERRI


IL RICCIARDETTO


(VOLUME I)

GIOVANNI PROCACCI NICCOLÒ FORTEGUERRI E LA SATIRA TOSCANA DEI SUOI TEMPI

I

Di Niccolò Forteguerri parlano gli storici della nostra letteratura in modo o inesatto o incompleto. Alcuni giudicano del Ricciardetto come non avessero pur veduto la lettera ad Eustachio Manfredi[1], dove l'autore dichiara l'occasione e l'indole del Poema. I men trascurati limitano al Poema i loro giudizi, e si aiutano d'ingegnose induzioni, dimenticando le poesie minori, e anche le Epistole in versi che vanno sotto il nome di Capitoli, senza lo studio delle quali non si può bene intendere né il Ricciardetto nè il suo poeta. È di questi Capitoli, indegnamente dimenticati, che io intendo principalmente occuparmi; e perchè rivelano tutto l'animo del Poeta, e perchè danno carattere storico e autorità morale alla satira toscana della prima metà del secolo XVIII.

La pubblica biblioteca del R. Liceo pistoiese, oltre ad un codice contenente venticinque Capitoli, già tutti pubblicati[2], ha anche un MS. intitolato: «Vita dell'Ill.mo e Reverend.mo Monsignor Niccolò Forteguerri»; breve scrittura di uno dei due fratelli del Poeta, il Prior Bernardino, inedita, secondo io credo, e meritevole di rimaner tale. Ma poche e difettive sono le biografie del Forteguerri, nè al tutto scevra d'errori è la bella Vita che ne scrisse latinamente Angiolo Fabbroni, che pur fu assistito nell'opera da Mons. Giacomelli, concittadino e amico del Poeta[3]. È per questo che la scrittura del fratello Bernardino non può trascurarsi. Essa è studiabile anche nei suoi silenzi, anche nelle sue ingenuità, per non dire ne' suoi errori; ed io ne prendo ora occasione a qualche notizia circa il Forteguerri e i suoi tempi.

D'ordinario il fratello biografo si allarga nelle cose familiari e minute; quelle che a noi sembrano più importanti, o le omette, o le accenna fuggitivamente. Ci fa sapere che Niccolò è nato nel 1674, il 6 Novembre, a mezz'ora di notte; ci recita tutti i nomi di battesimo, e i nomi e i titoli del compare, e anche del suo sostituto; ma dei veri titoli di gloria del suo fratello non se ne cura. Narra che nel 1716 Monsignore è a Pistoia per l'incoronazione della Madonna dell'Umiltà, e fa bene a occuparsi di codesta festa, perchè Niccolò ne fu veramente il promotore e la parte principale[4]; ma della scommessa amichevole che dette origine al Poema, fatta in quello stesso anno, anzi proprio in codesta occasione[5], neppure una parola. «Giudica bene apporre in fine la Nota di tutti i libri sì manoscritti che stampati e delle tante altre composizioni che son venute alla luce tanto in vita che dopo morte di detto Monsignor Niccolò»; e fra i libri e i manoscritti ne annovera soltanto cinque, mentre a noi per solamente contare i manoscritti ora esistenti ci è voluto del tempo, e dimolto. Fu prudenza o ignoranza quella del Prior Bernardino? Certo egli è più fratello del Don Abbondio manzoniano che dell'autore del Ricciardetto, e continua, credo io, a far le parti del furbo e del pauroso per conto di Niccolò anche dopo la sua morte.

La giovinezza del Forteguerri s'incontrò nel bel mezzo del ducato di Cosimo III, nel fiorire del Gesuitismo e nel nascere e fiorire dell'Arcadia. Non è un bell'incontro! Ma l'aria ossigenata dell'appennino toscano tutto ottunde e consuma, e domò anche, almeno in parte, la ferrea natura di Cosimo. A ogni maniera di prepotenze e di affettazioni il popolo toscano oppone un'arme invincibile, il ridicolo; e non quel ridicolo romoroso e volgare che si annunzia e ti dà difesa, ma quel ridicolo fine e silenzioso che non scopre il feritore ed ammazza il ferito.

Spesso la storia della stampa di un libro è la storia di un governo. Nella pubblicazione del Lucrezio del Marchetti c'è tutta la storia del dispotismo ipocrita di Cosimo III. Protesta il povero traduttore del suo cattolicismo, e vuol mettere il lavoro sotto l'egida del Sovrano; ma il Sovrano ha più paura del traduttore e non se ne fa nulla. Il lavoro è chiesto in copia da gran letterati stranieri, da principi, da cardinali, e gira per tutta Italia e fuori, come, qualche anno dopo, il Ricciardetto, come, un secolo più tardi, i Versi del Giusti. Non importa; giri il Lucrezio, giri il Ricciardetto, girino i Versi, ma non si faccia lo scandalo della stampa. Che povera e ugual cosa è il dispotismo di tutti i tempi!

Dai legami di così bassa e corrotta società si liberò il Forteguerri per la singolare bontà e semplicità dell'animo, come più tardi per la forza e libertà dell'ingegno doveva sciogliersi da ogni servilità accademica. Dannato dalla nascita al clericato, di dodici anni ricevè la prima tonsura[6]; e ognun sa che a codesto fato anche le nature più ribelli finivano col sottomettersi, per non avere il danno e le beffe, e non prolungare di troppo quella crudele ipocrisia dei festeggiamenti, così bene svelata nei Promessi Sposi, con la quale, e monache, e frati, e preti erano accompagnati al sacrifizio. Niccolò ci fu accompagnato anche con pensioni e benefizi, del che si rallegra il Prior Bernardino che pare fosse, oltre che lo storico, anche il fattore della nobile ma non molto ricca famiglia. Dopo gli studi primi nei Collegi di Pistoia e di Siena e dopo la laurea di Pisa, «da noi e da molti dei nostri parenti (dice il fratello biografo dandosi un po' d'aria) si pensò di doverlo mandare a Roma»; per dove infatti partì il 1 Decembre 1695. Ritrovati qui alcuni vecchi condiscepoli e fatta camerata con loro, entrò allegramente nella baraonda curiale senza dimenticare la vita pistoiese, rammentatagli caramente dalla presenza dello Zio materno, Mons. Agostino Fabbroni (creato poi Cardinale nel 1706), al quale la madre Marta lo aveva raccomandato.

Col principiare del secolo, a venticinque anni, egli diè pubblicamente il suo primo e solenne saggio letterario, recitando in Vaticano l'orazione latina nei funerali di Innocenzo XII. Inutile il dire che confermò in così grande occasione la buona fama che già si era acquistata negli studi delle lettere e della giurisprudenza.

La Curia Romana avea sempre più bisogno d'ingegni forti ed acuti per difendersi contro lo spirito di riforma che agitava anche gli uomini più schietti e timorati, e per mandare innanzi quella politica doppia e simulatrice che adoprò sempre utilmente sotto specie d'imparzialità. Ora poi che la guerra della successione di Spagna minacciava tutta l'Europa, un'ambasciata a Filippo V era proprio il fatto suo. Ne fu incaricato Mons. Zondadari, e gli eletti a seguirlo come Segretari furono l'abate Grimaldi e l'abate Forteguerri.

Se fosse stato vero ciò che di quel Monarca cantava un caro e venerato amico di Niccolò, Eustachio Manfredi, cioè che innamorava con gli occhi i venti e le onde, talchè pacificava le sue mille Provincie

Usando il ferro no, ma il guardo altero,[7]

bisognerebbe dire che S. M. cattolica dovette essere in codesta occasione molto avara delle sue occhiate. Infatti gli ambasciatori, appena imbarcati a Genova, furono subito dall'ira dei venti e delle onde balestrati sulle coste della Sardegna; e giunti con gran pena a Madrid, trovarono il Re, che, avaro sempre delle suddette occhiate pacificatrici, si preparava a partire per l'Italia, dove il principe Eugenio correva vittorioso i suoi domini. L'ambasciata dovè partire col Re, si trovò alla battaglia di Luzzara, e quando la Corte, per altre necessità di guerra, ritornò in Spagna, dovè pur seguitarla.

Un viaggio così fortunoso e affrettato non fu senza danno della salute di Niccolò; sebbene il fratello biografo, lasciando della salute, ci dice soltanto «che moltissime spese la casa dovette fare per simile congiuntura». Però da varii luoghi delle lettere familiari si rileva che Niccolò era annoiato della dimora in Madrid e dell'ufficio di segretario, onde chiese ed ottenne il richiamo, che dovette essere sui primi del 1705.

Da questo momento egli rientra nella gran vita curiale, di cui percorre di grado in grado gli uffici fino al segretariato di Propaganda[8], e dimora in Roma (tranne qualche villeggiatura o missione) fino alla morte (17 Febbraio 1735); non odiato da nessuno, stimato dai dotti, benvoluto dai quattro Pontefici che servì, e solamente un po' trascurato sotto Benedetto XIII per aver partecipato alla nobile opposizione del Cardinale Fabbroni, nella nomina del vituperevole Mons. Coscia al cardinalato.[9]

II

Il ventennio che corre tra il ritorno da Madrid e la elezione di Benedetto XIII è veramente il bello e operoso periodo della vita di Niccolò. Gli affetti familiari; gli amori femminili tanto in lui più tremendi quanto più contrastati nella loro legittima affermazione; gli uffici suoi pieni di noie e di contese; le ansie mescolate d'applausi infruttuosi per le sue poesie più franche e vivaci[10]; le ambizioni spesso deluse e sempre invano combattute, fanno tempesta nell'animo suo onestissimo, la quale non tace affatto nei versi per monacazione, si annunzia di tratto in tratto nel Ricciardetto e romoreggia tutta nei Capitoli.

Lo studio di questi, utilissimo a chiunque brami conoscere i costumi romani, e specialmente della Curia, nel Secolo XVIII, è assolutamente necessario, come dissi, a chi voglia bene intendere l'ingegno e l'animo del Forteguerri. Nè vi mancano preziosi accenni al suo Ricciardetto. In un Capitolo del 1725, per citare un esempio, è detto chiaramente così:

Ho dato alla perfine compimento

A quel poema di Ricciardo mio.[11]

La qual cosa, scritta a un amico con cui ha continua relazione epistolare, ci fa certi che il poema fu terminato non prima di codesto anno, come siam certi che fu cominciato nel 1716[12]. Ora se avesse letto i Capitoli, e veduto codesto luogo, non avrebbe un illustre storico moderno sentenziato, fra le altre cose, che il Ricciardetto fu scritto per iscommessa un canto al giorno.[13]

Le persone a cui egli manda i Capitoli sono i pochi e più intimi amici. Ai fratelli, a cui dava del Lei, nessuno. Tra gli amici quello a cui più tocca delle sue confidenze, è Liborio Venerosi[14], fratello a Brandaligio di arcade fama; patrizio pisano dei Conti di Strido, ma nato da una pistoiese e dimorante in Pistoia; uomo pieno di studi, e, per i tempi, liberissima e schietta natura. Si lascia andare anche col Tolomei[15] e col Buti;[16] ma le gioie, i dolori, gli sdegni, li versa tutti nel cuore del suo Venerosi. Sono mandati quasi tutti da Roma a Pistoia, e scritti come improvvisando, senza ricopiare, e talora anche senza rileggere, come è chiaro per certi poscritti che sono negli autografi[17]; cosicchè il contrasto tra i suoi uffici e la sua vocazione vi è espresso con ammirabile candore ed efficacia. Il sentimento che vi domina, con forma alternata d'elegìa e d'invettiva, è di paragone e di antitesi tra la libera quiete della sua città, a cui anela, e il servilismo e la lussuria di Roma che detesta:

O mio Liborio, se vedessi quello

Ch'io veggo troppo spesso e che m'annoia

Sì che invidio chi dorme entro un avello,

Perdio non usciresti di Pistoia,

Ancor che Dante la chiami una tana

E dove d'ozio si marcisca e muoia,

E ti parrebbe cosa assai più sana

Andar pescando broccioli e lamprede

Su per la Stella o la brecciosa Brana,

Che stare appresso a questa santa sede,

Ov'io non so per quale alto mistero

Poco di bene e assai di mal si vede.

Onde aspettando io sto che il mio San Piero,

Stanco del più soffrire, un dì ci metta

La santa mano sua ma daddovero.[18]

Questo sentimento dominante non scade mai: è nei Capitoli del 1718, come in quelli del 1734; e dal putre aere di Roma sospira egli sempre alla pace dei suoi colli nativi:

. . . . . . . . . se potessi

Lascerei questo ciel di buona voglia;

E cangerei, per Giove, coi cipressi

Di Giaccherino le guglie di Roma

E i suoi palagi sontuosi e spessi.[19]

E poco dopo:

Liborio, io non canzono, e remo o boia

Mi venga in mano e mi salti sul collo

Se mi piace più Roma che Pistoia[20].

Talora codesto sentimento, in luogo di invettive, gl'ispira co' suoi dolci ricordi affettuosissime descrizioni, com'è quella del Capitolo XXI, e che comincia così:

Signor Giuseppe, se ben vi ricorda,

Partii dalla mia villa alle nove ore,

Come si dice, alla muta e alla sorda.

Le dipartenze sono un crepacuore

Però le fuggo, chè l'ultimo addio

È come l'olio santo a chi si muore.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Adunque io presi l'ambio zitto zitto,

E nel calesse ponendo il sedere,

Mi parve da un coltello esser trafitto.

Rivoltai gli occhi verso Belvedere,

E poi li girai presto intorno a casa,

E crebbe a dismisura il dispiacere.

Le collinette e la campagna rasa

Di Cecina, Lardano e di Castello,

Ove cotanta cacciagione è spasa,

Mi furo alla memoria un tal flagello

Che quelli ch'hanno in uso i missionari

Sarebber come gusci di baccello.

Ma le nipoti e i nipotini cari,

La madre, la cognata e il fratellame

Tutti si trasformaro in rei sicari.

Dormivan essi . . . . . . .

E qui seguita la descrizione così piena di sentimento familiare, che il Berni e tutti i berneschi non sognarono mai.

Ma la buona e franca natura di Niccolò, meglio che negli amori, si manifesta negli sdegni suscitatigli dalla presenza dei vizi tra i quali è costretto suo malgrado di vivere. Della verità del suo sentimento religioso non è nemmeno a dubitare; e quando non apparisse chiaro dai suoi scritti, gli uomini più savi e pii del suo tempo ne farebbero fede[21]. Ma la veracità di codesto sentimento è ciò appunto che più accende i suoi sdegni contro ogni maniera d'ipocrisie, dai quali si salva appena la persona del Papa. Alla morte di Benedetto XIII ha proprio sulle labbra il nunc tandem redit animus[22] di Tacito, e per isfogarsi un po' contro gl'impauriti beneventani (i venuti a Roma da Benevento insieme col Papa che vi era stato arcivescovo) scrive al suo Venerosi:

Liborio, eccoci giunti finalmente

A quel tempo felice e benedetto

Di gastigare e di premiar la gente.

Se più durava il regno maledetto

Della canaglia rea beneventana,

Ella era cosa da passare in Ghetto,

Od in Biserta o nella Tingitana,

E quivi alzare il dito, tanto guasta

S'era per essi la terra cristiana.

Ma venne alfin chi diede loro il basta,

E se piace al Signore, Amico, io spero

Che si farà di tutti una catasta.[23]

E qui viene a parlare delle paurose fughe del Fini e del Coscia, i due più terribili beneventani. Nè pare che questo sia sfogo vigliacco contro i caduti, poichè soggiunge subito francamente:

. . . . eppur l'altr'ieri e questi e quello

Come reliquie in vago tempio esposte

Eran di Roma l'idolo e il flagello,

Ma non già mio, chè sempre di costoro

Ebbi dispregio e mi piacea d'avello.[24]

È questo il solo Capitolo, dove l'ira, mescolandosi alla gioia, lo tira in qualche personalità. Ma ricordiamo che egli mormorava questi suoi sdegni nelle fide orecchie di un amico; che il Menzini e il Sergardi avevan fatto ben altro; nè scandalizziamoci poi tanto anche noi, che cominciamo, o mi sembra, a far peggio.

Ma o innanzi, o durante, o dopo il pontificato di Benedetto, il Forteguerri, parlando della Curia Romana, non si smentisce mai. Nè occorreva poco coraggio in quel tempo per mandar lettere, sia pure ad amico fidatissimo, dove i propri sentimenti sono espressi in questa forma:

Liborio, qui si fanno assai commedie,

Ma io non vovvi, e bado a quelle, dove

Non v'è cortine e non si pagan sedie;

Ove gli attori son Natura e Giove

E il mondo tutto e quella sciaurata

Di Fortuna che fa sì pazze prove.

Perdio che spesso ne fo tal spanciata

Che per ben digerirla, alcuna volta

Non valmi lunga ed aspra passeggiata.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Sai tu chi sono i Pulcinelli miei,

I Zanni, i Coli e le servette argute

In questa scena d'uomini e di Dei?

Coloro sono su' quali piovute

Vedrai dovizie, ed han l'istesse insegne

Ch'hanno coloro che adornò virtute;

I quai sen van come le donne pregne

Per l'ampio palco, e con un sputo tondo

Dicon per gnome parolaccie indegne,

E ignorantacci dalla cima al fondo

Opran sì strane e così pazze cose

Che rider fan la gran platea del mondo[25].

E con che fina analisi guarda codesta commedia curiale il nostro Poeta! Muore nel Marzo del 1721 papa Clemente XI. Niccolò, sinceramente addolorato, va alla funebre cerimonia, dà un'occhiata investigatrice, vede la brutta rappresentazione, e manda il suo Bozzetto, come oggi si direbbe, all'amico Venerosi:

Liborio, ho visto il Papa in sulla bara

E sono stato con la torcia in mano

Servendo lui in occasion sì amara.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

O morte, tua mercè, quanto si varia

L'umana scena! e qual si fa tragitto

Da ciò che piace alla parte contraria.

Tal vidi altiero e pieno di dispitto

A' quindici di Marzo, e nel diciotto

Il vidi umile, languido e sconfitto.

Insomma andati sono ora al di sotto

Que' ch'eran sopra, ed alzano la testa

Le rozze smesse e comincian lor trotto.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Povero Papa! In due sol giorni amari

Ti ci tolse la morte, e fecci un danno

Che chi sa se mai fia che si ripari.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Eppur nol crederai; ne' dì giulivi

Del pazzo carneval meno si sgrigna

Dai giovinastri del buon senno privi,

Come con faccia di crudel matrigna

Sul male del figliastro, con ischerno

Roma lo guarda estinto e ne sogghigna.[26]

Ma l'egoismo e la venalità non sono, secondo lui, malanno di Cardinali e di Prelati, ma dei preti in generale:

Noi altri preti siamo tutti involti

Nell'amor proprio, ond'è che ognun se adora,

E tutti i voti a se sono rivolti.

E ci piace il buon tempo e la buon ora,

E si strapazza e si lascia l'ufizio,

E per il giulio a messe si lavora;

E s'apre alcuna volta a più d'un vizio

L'uscio dell'orto e quello della via

E vassi enormemente al precipizio.

Liborio, infra noi due detto ciò sia,

Riescono pur troppo iniquamente

Le chierche fatte per economia.[27]

Le quali ultime parole sono un accenno, non senza mestizia, all'uso de' suoi tempi e al suo proprio destino, essendo anch'egli, come sappiamo, una chierica fatta per economìa. Del resto, chi volesse un espressivo ritratto della vita prelatizia del secol passato non avrebbe che a leggere i Capitoli XIV e XV, dei quali la lunghezza del tema (per non dir altro) non mi permette di referire alcun saggio.

Dei frati, come ignoranti ed oziosi, non vorrebbe inquietarsi. Scrivendo alla Lisabetta Montemagni a cui si facea cappuccino un fratello, si frena assai; ma codesto frenamento gli presta un'ironìa così fina e garbata ch'io non so davvero a qual'altra paragonarla dei contemporanei. «Che bella cosa, Bettina, farsi frate! Io mi voglio male perchè non mi feci. Quel non pensare a niente, neanche a andare pulito, neanche a spogliarsi e a vestirsi per andare a letto.

Appunto, appunto, come i can barboni!

E poi c'è di meglio; quell'esser libero dai vostri lacci, o donnette terribili; ed egli, vedi, il tuo fratello s'è levato d'ogni pericolo; non penserà che a fare spropositi per dar nel genio al padre guardiano[28]»,

E quell'ariona di Montepulciano

Dove fa il nettar dell'etrusca gente

Lo ingrasserà come un porcel di piano.

Ma quando scrive al suo Venerosi l'ironia non gli basta; allora anche i frati levan le berze sotto la sua frusta. Essi odiano la fatica

Siccome il volo l'affricano struzzo,

e con la benedizione dell'uva, delle spighe e dei cavalli

Si fan provvista più della formica;

e conclude:

Ah cangia, Italia, i moccoli in bastoni,

E benedici lo suo gran bestiame

Dove vuoi, tutti a benedir son buoni.[29]

Però più che della loro furberìa e del loro sucidume s'inquieta della loro ignoranza. Un Tani ha rubato dei libri alla biblioteca di un convento di Roma; e la sua famiglia sta in pena per il processo. Egli scrivendo al suo Venerosi, manda a consolar la famiglia con pie parole, alle quali mescola una sua bizzarra difesa, della quale ecco una parte:

Ogni libro stampato, ogni scrittura

Si rodono le tarme nei conventi

Pieni di bestie solo da vettura.

Or che ha fatto il buon Tani? ha scossi e spenti

Quei bacherozzi, ed a migliori ingegni,

Alle bell'opre ai chiari studi intenti,

Gli ha dati a poco prezzo; ed atti indegni

Si diran questi? e saranno bastanti

Perchè l'onor di casa sua si spegni?

C'insegnò Cristo molto tempo avanti

A non gettar le margherite ai porci,

E il torle a loro sarà da furfanti?[30]

Talora dalle rime del Forteguerri spira un alito di quella satira edificatrice che dovea più tardi fiorire col Parini e col Giusti. Vede egli i perditempi e le fredde cerimonie del suo secolo, e scrive un Capitolo contro il Cicisbeismo, dove lodando la mala creanza, non fa sfoggio d'ingegno come i berneschi d'un secolo innanzi, ma esprime sentimenti, esagerati se vuolsi, ma vivi e veri. Vede l'abuso dei tridui e delle novene che allontanano le madri da casa e sviano gli uomini dal lavoro; ed egli, degno contemporaneo ed amico del Muratori, assale codesto abuso in un bel Capitolo, tuttora inedito, che incomincia così:

Uscir, Liborio, non vorrei di riga

In dire alcun sproposito solenne

E aver col sant'ufizio qualche briga.

La voglia di dir tutto e la paura di dir troppo, anche nell'intimità dell'amicizia, si manifesta spesso nei Capitoli, e quando le due voglie pugnano insieme, allora n'escono terzine come queste:

O quanti dentro al bagno di Livorno

Starieno meglio che dov'or si stanno

Con perpetuo di Roma affanno e scorno!

Ma qui m'azzitto, ancor che mi fa danno

Il trattener la bile che gorgoglia

Come nel tino le vinaccie fanno;[31]

sebbene codesta bile finiva sempre per traboccare; ed una volta uscì, a proposito della Curia, con questa suprema conclusione:

Però gli è tempo omai e venga ei pure

Che su quest'arbor da' maligni frutti

Io vegga un giorno balenar la scure.[32]

Tale era il voto sdegnoso del Prelato pistoiese, mezzo secolo innanzi le riforme leopoldine, e settant'anni avanti la rivoluzione di Francia! Io non so veramente come non avesse le brighe che egli temeva, da cui pure non si salvarono affatto altri suoi illustri contemporanei, e più di lui temperati, come Antonio Vallisnieri, Lodovico Antonio Muratori e Scipione Maffei.

III

Ma il Forteguerri fu anche un Arcade. Certamente. Com'era fatale che Niccolò nobile e terzogenito fosse prete, era anche fatale che Niccolò prete e impiegato della Curia romana fosse pastore arcade. D'altra parte, chi, anche dei più severi scienziati, non fu ascritto al famoso sodalizio?

..... In Arcadia nostra oggi son scesi

Così sublimi e nobili pastori

Che son di tutte le scienze intesi;

Ci son poeti, ci sono oratori

Che passan quelli degli altri paesi,

canta nel Ricciardetto[33] il nostro poeta; e noi dobbiamo ritenere che egli accogliesse con molto piacere la sua elezione accademica, che fu nel 1710 col nome di Nidalmo Tiseo.[34]

Se il Forteguerri non stava di mala voglia in Arcadia come nel sacerdozio, non è da creder però che egli fosse un pastore modello. L'obbligo perpetuo dell'argomento amoroso e della divisa pastorale non era per lui, animo libero e ingegno originale. Certo anche Nidalmo ha il diritto di avere un obiettivo femminile ai suoi sonetti amorosi, che nei più freddini si chiama Niside o Fille, nei più riscalducciati si chiama Dorinda (a cui è pur dedicato un grazioso Capitolo), ma in quelli di sentimento più vero ed umano si chiama Argìa e ispira sonetti come questo, che nel concetto fondamentale e nel colorito, ha piuttosto del foscoliano che dell'arcadico.

La rocca del mio cor non è più forte

Come soleva e gran nemici ha drento,

E già veggo per l'aspro tradimento

La deploranda sua ultima sorte.

Chè di Ragion le cure saggie e accorte,

Come nocchier ch'ha il mar contrario e il vento,

Non pon far sì ch'Amore a suo talento

Non apra com'ei vuol ripari e porte.

Anzi lo veggio in queste parti e in quelle

Spiegar la vittoriosa sua bandiera

E gridar Viva Argìa fino alle stelle;

E Viva Argìa gridar lieta ogni schiera,

E Ragion, posta tra le vili ancelle,

Pianger la persa signorìa primiera.[35]

Così degna e forte battaglia fa l'amore nell'onesto animo del Forteguerri, in un secolo, che o lo velava delle ipocrisie platoniche, o lo scopriva nelle indecenti arguzie del Conte Algarotti. Non voglio dire per questo che Niccolò andasse esente dal tributo di moda al platonismo; chè anzi la sua Canzone

Qualora io penso e qualor gli occhi volgo[36]

non bastò ad Angelo Fabbroni dichiararla fra le poesie di Niccolò la più pregiabile, ma volle anche soggiungere che è splendida, ingegnosa, elegante, nella quale più cose inserì tratte dalla più recondita filosofia di Platone.[37] Ma è notabile che il platonismo del Forteguerri non si rivela che nelle forme allora più afflitte dalla malattia accademica, come le Canzoni e i Sonetti, e mai nei Capitoli e nel Poema, dove l'espressione dei suoi sentimenti è sempre libera ed originale. Ecco, in prova di ciò, un'ottava del Ricciardetto (XXII, 33)

Però ridete pur quando ascoltate

Che son le belle donne come scale

Per girsene al Fattor che l'ha formate,

Perchè per esse a contemplar si sale

Le divine bellezze a noi negate.

Avanti del peccato originale

Forse questo accader potea nel mondo,

Ora son buone per mandarci al fondo.

Come poi la scortese dichiarazione di questa ottava possa mettersi d'accordo con la filosofia platonica della Canzone, sarebbe indiscreta domanda a un Poeta del settecento.

Del resto, pochi, mirabilmente pochi, sono i versi amorosi del Forteguerri, massime se si pensa alla fecondità della sua vena e al mal'esempio dominante.

Dopo l'amore, la religione. Parole e cose sante, ma che tradotte nel linguaggio dei settecentisti significano Arcadia e Gesuitismo, dalla cui unione nacque la numerosa e noiosa prole degli Applausi poetici per vestizioni, nozze e messe novelle.

Chi ha dovuto, come me, pescare per qualche pagliuzza d'oro nel loto delle Raccolte del 700[38], pur sorridendo talora, si sarà vergognato del punto estremo a cui è scesa la cultura italiana. Bassi e scempi gli argomenti, povera e spesso ridicola l'invenzione, sciatta, non senza pretensione d'arguzia, la forma. Vi si trovano dialoghi tra la Sposa monaca e il Demonio, dove i due interlocutori si vantano e si minacciano in senari sdruccioli che è un gusto a sentirli. Ci sono Canzoni distinte in capitoli e strofe; e in una di queste, che è un dialogo tra il Crocifisso e la Sposa monaca, la cosa va tanto per le lunghe che non avrebbe più fine se non intervenisse come terzo, e non davvero importuno per questa volta, l'Autore, che intìma alla Canzone di chetarsi per l'ottima ragione che «lingua mortale non può ridire lo sposalizio di lassù».

Eppure tutto ciò sarebbe ancora sopportabile senza le continue proteste, ora di cattolicità a proposito del linguaggio mitologico; ora d'ignoranza a proposito dei titoli e degnità de' poeti; ora di rispetto alla uguale eccellenza di tutti gli autori nonostante l'ordine tenuto nella Raccolta, poichè uno bisognava pure tenerlo. Or bene, tra codeste bassezze morali, tra codeste forme false e puerili, il nostro Forteguerri è un gigante. Di rado egli scrive per le Raccolte, di radissimo per monacazioni, anzi soltanto quando non può farne a meno, perchè le monacande son sue nipoti; sebbene di queste gliene procurò tre in tre anni il fratello Atto. Della prima nipote egli canta umanamente così:

. . . . . Ella s'affanna e appella

Il Padre che non più sente vicino,

E s'industria a far lungo il suo cammino.

Ma il padre obbedisce all'avaro e crudele uso dei suoi tempi, e seguita a far monache le figliole, e invano lo zio mette fuori con garbo le comparazioni di Ecuba e d'Ifigenìa.[39]


A chi desiderasse la ragione prima di codesto uso, allora comune, delle forzate monacazioni, la svela il Forteguerri stesso in un Capitolo inedito, dove deridendo il miserabile fasto de' suoi contemporanei, conchiude:

Che se non fosse lui, Piero ed Antonio

Avrebber figli, e, chiuse in monastero,

Non si darien più monache al demonio.

Del resto gravi e solenni sono le tre canzoni accennate, e una di esse ha questa eroica introduzione:

Allor che Serse di cavalli e fanti

Vide ingombrato interminabil suolo

E disparire il mar di Salamina

Per le gran navi e i bianchi lin tremanti,

Fama antica ragiona come solo

Salisse sovra bella alta collina,

Ed ora alla marina

Gli occhi volgendo, ora alle tende sparte,

Desse un sospiro e lacrimasse un poco

Nel pensar che tra poco

Tutto doveva in cenere cangiarsi

Il fior di tante genti,

E quindi divenir gioco dei venti.

A chi di noi la movenza di codesto Serse non rammenta il Simonide del canto leopardiano? E ugualmente gravi e solenni sono le altre due Canzoni sullo stesso argomento.

Ma nè il Forteguerri nè alcun altro poteva con siffatti mezzi promuovere la riforma morale e letteraria del nostro paese.

IV

Esterminare il cattivo gusto e procurare che più non avesse a risorgere non era cosa tanto facile e piana come parve a quel buon'uomo di G. M. Crescimbeni quando dichiarava il fine propostosi dalla nuova Accademia. Anche l'Arcadia rappresenta un periodo importante nella storia della nostra cultura, e lo rappresenta non tanto nella buona intenzione di curare la malattia quanto nell'errore della cura. Ella prese come segno di eccessivo vigore la turgidezza delle forme, e curò il male col dissanguamento, costringendo parecchie generazioni a morir di languore, da cui si salvarono, per singolare complessione, pochissimi fortunati. Ciò che veramente salvò dalla malattia secentistica e dalla cura arcadica le lettere nostre fu l'introdurvisi di due giovani e vigorosi elementi, lo scientifico e il popolare, i quali presero presto il di sopra, e divennero, come oggi sono, nerbo e sostanza della letteratura moderna. Centro dell'elemento scientifico fu la scuola galileiana con le sue accademie, le sue cattedre, i suoi libri; centro dell'elemento popolare, la satira, con la sua larga e libera accettazione degli schietti ed arguti parlari toscani.

Da qui innanzi l'ingegnosa ma spesso incivile poesia bernesca cede il campo alla nuova satira contro le ipocrisie, letterarie, politiche e religiose; satira che ripigliando le traccie delle invettive dantesche e petrarchesche, delle ironìe dell'Ariosto e del Machiavelli, si determina in una forma semplice e precisa qual'è rimasta su per giù fino ai nostri giorni.

Stanno sulla soglia del secolo XVII e aprono la doppia battaglia, due poderosi ingegni, il Galilei e il Tassoni, e la seguitano valorosamente i galileiani e i satirici del secento e del secolo susseguente. Talora uno solo adopra le doppie armi, e Galileo stesso, tra le sue speculazioni scientifiche, crea nei Dialoghi il tipo del Simplicio (di cui non è che una graziosa caricatura il Don Ferrante dei Promessi sposi); nel Capitolo In Biasimo della Toga, dopo mille bizzarrìe sugli inconvenienti di quella veste, così morde le vanità professorali:

Se per disgrazia un povero Dottore

Andasse in toga e fosse scompagnato,