IL DUCA D'ATENE
IL
DUCA D'ATENE
NARRAZIONE
DI
N. TOMMASEO
MILANO
PRESSO FRANCESCO SANVITO
1858.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tipografia Scotti
QUI COMINCIA LA STORIA
DELLA CACCIATA DEL DUCA D' ATENE
DALLA CITTÀ DI FIORENZA.
Stavasi Tile de' Cavicciuli lungo il fiume fuor di Porta alla Croce, e guardava, di contro al sole cadente, il Ponte Vecchio, e le pietre che gli operai ne portavano per murare il nuovo recinto al palazzo. Quando Filippo Bordoni, popolano de' ricchi, il quale usciva d'un sentieretto tra i campi e 'l fiume, scese e gli venne a rincontro dicendo: «Tile, che guati?
—Guato al ponte, e penso al covile che la fiera si sta preparando.
—L'uomo ha veduta la Grecia, ove dicesi siano avanzi di begli edifizi: e' vorrà forse far di Fiorenza una macìa greca.
—Ben fa. Quando città già franche lo gridano signore, ben fa egli a usare del titolo.
—Ma cotesto, Tile, non dura.
—Chi ci pon fine?
—Noi, se vogliamo.
—E le forze?
—Un'anima che vuole può contra mille: un popolo non potrà contr'un uomo?
—Quest'uomo ha seguaci e soldati.
—E costoro, hann'eglin altro che due braccia e una lancia? Ma una cosa non hanno, che possiamo aver noi: coscienza.
—Tu, Bordoni, vorresti?...
—E tu no?
—Potessi!
—Possiamo. E dirò 'l come. Ma a chi parl'io?
—A uno Adimari; ad uomo noto.
—Or qual uomo è noto?
—E se non io a te, nè tu a me. Rimanti con Dio.
—Sta.»
E Filippo Bordoni, scopertosi il petto, mostrò a Tile un'imagine del crocefisso, e gli disse: «Giura per Dio, che il segreto custodirai con silenzio; e dì: Nel nome del Salvatore, prometto.» E Tile disse: «Nel nome del Salvatore, prometto.»
Allora, andando contra 'l fiume a passo lento, con voce bassa e con parole pronte Filippo disse: «Una congiura è presta; Antonio degli Adimari n'è capo; poi i Medici, gli Oricellai, Luigi Aldobrandini, casa nostra, e molti mezzani. Siena abbiamo con noi. Si pensava assalirlo nel palagio; ma, sia caso o sospetto, tu sai ch'e' mutò sergenti e famigliari due volte. Or ecco il presente proposito: quand'e' cavalca alla croce al Trebbio per amore di Bice nostra parente, asserragliare la via. Le sbarre abbiam pronte; le case da' due capi son nostre; e armi e balestre non mancano. Cinquanta masnadieri gli si avventano addosso: altri giovani arditi, grandi e popolani, rincalzano: leviam la terra a rumore: i caporali di fuora a cavallo e a piè attendono in arme per venire al soccorso: in men d'un'ora Fiorenza è Fiorenza.
—Ma se il colpo va in fallo? Se, accortosi, e' non passasse di via Bordoni?
—Tu chiedi accorgimento all'amore?
—L'ama egli?
—L'appetisce.
—E Bice?
—Chi intende la donna? Del cavalcare ch'e' fa con armati sotto le finestre di lei, gode nell'animo: lo dispregia, e gli arride siccome a duca. E noi soffriamo gli arrida per dargli baldanza.
—Bada, Filippo.
—Tile, i' non chieggo consigli. Se' tu con noi?
—L'animo è.
—Ma la mano?
—Un legame la tiene.
—Or che giurasti?
—Silenzio.
—Se non altro giuravi, io potevo con pari diletto aprire il mio segreto agli scopeti del fiume. Tile, tu se' con noi.
—Non posso.
—Vuoi tu tradirci?
—E chi tradisce, dic'egli: non posso? Un'altra promessa mel vieta.
—A chi data?
—Non a' Francesi.
—Dunque un'altra congiura! Parla.
—Promisi silenzio. Nè ch'altra congiura sia, t'affermo nè nego. E m'è duro il tacere.
—Ma tu non taci: già so.
—Nulla sai. Questo tanto io dirò, che ad ogni pericolo m'avrai compagno.»
E in così dire, Tile saliva leggiero e si dileguava tra gli alberi. Il Bordoni voleva richiamarlo; ma udendo voci sopravvegnenti, si tenne: diede un guardo al fiume, uno al cielo stellato; e senza sospetto di Tile, rincorato di nuova speranza, mosse con agile passo alla città.
Ma d'altri pensieri si pasceva Matilde Adimari, figliuola d'Antonio; che, presa della bontà di Rinaldo conte d'Altavilla, ed egli della sua, s'amavano dell'anima e senza parole. E, ignara delle più tra le cose che seguivano nella città, non vedeva ella quant'odio sovrastasse alle genti di Francia, quanto pericolo al padre: e dall'ignorare le veniva speranza. Sperava Matilde, e non sapeva che. Poco ella gli aveva parlato, nelle feste di maggio o altrove; e interrotte parole. E sebbene le case degli Adimari in Porta Rossa fossero di faccia al soggiorno di Rinaldo, pur non potevano se non rado affacciarsi all'alte e custodite finestre; e non osavano. Ella di sedici anni, egli di trenta, la prendeva con l'aspetto della forte bellezza, e con la fama che correva del senno di lui, e della continenza, maggiore che di Francese. Onde sotto sembiante di quieta mestizia, ell'era lieta. E ancorchè sentisse per la via e nelle case proprie, un bisbiglio, un andare e venire di gente pensosa; era lieta. Lieta, con un dolce continuo turbamento, che insolita vita aggiungeva, come fiamma in fiamma, alla sua giovane vita.
Era il giorno della Visitazione: e intanto che Matilde pregava in Santa-Maria-Novella, stringendo di più forza le mani giunte in pensare al suo desiderato, nel vicino convento stavano a colloquio frate Angelo dei predicatori, vescovo di Fiorenza, e Cenni degli Oricellai: il quale, già grande nel comune, e padre di quel Naddo che fu morto dal duca, s'era reso dell'Ordine, e preso il nome di frate Domenico. Or, quando il vescovo lo vide entrare, licenziati gli altri: «Che novelle, frate Domenico, dell'anima tua?
—Triste, padre. La battaglia dell'anima mia non ristà. Il dolore ingrossa ad ora ad ora, e trabocca in ira. A giorni, sento una pace stillarmi dentro come la pace degli angeli; e posso piangere. Ma il dì viene quando, non so per quali miei falli irritata, l'ambascia si fa selvaggia. Questo cinto mi pesa, mi pesa l'aria morta di questo chiostro: e per gli altari e per gli avelli, insieme confusi, mi tremano agli occhi mille fantasmi. In ogni imagine dipinta, in ogni cadavere disteso, veggo il figliuolo mio.
—Pace, frate Domenico, pace.
—Oh figliuol mio, e tu potevi scampar la morte. E quando costui stringeva i mallevadori a farti ritornar di Perugia, perchè nol vieta' io? Se danaro chiedeva cotesta voragine, non potev'io ir mendicando danaro, e gettarglielo; e porre per te la mia vita? Questo mi accora: l'inganno; il rimorso di non avere rinvenuto nel mio cuore paterno un consiglio di salute. Oh me perduto! Padre, trovatemi una parola di conforto.... (E il vescovo gli additava un'imagine di Gesù crocefisso. ) Non vale. Allorchè quest'ira accorata mi prende, l'imagine di un uomo morto, pendente, mi ridipinge Naddo mio, il collo in un laccio, la lingua e gli occhi sporgenti.
—Fratello, il vostro dolore ha pochi pari: ma pensate ai dolori della intera città.
—Quale consolazione, accumulare le onte mie con le altrui?
—Grande, fratello. Perchè la pietà si mesce nell'ira, e la fa men acre; perchè all'uomo, sia che voglia essere buono, sia che voglia essere tranquillo, è forza uscire di sè, rompere il chiostro che il dolore o l'orgoglio serrano intorno all'anima sua. Dunque pensate alla patria misera che ha i piedi stretti di catena più ignominiosa di quella....
—Che stringeva i piedi del figliuol mio. Crudeli uomini! Incatenare un cadavere; interdirgli la pace della sepoltura, il lavacro delle lagrime paterne; fare a goccia a goccia stillare su lui la rugiada e la pioggia dall'alto; far nelle misere reliquie incrudelire il cielo stesso ch'è tetto ospitale di tutte le creature; lasciare che le bestie lecchino appiè del patibolo la marcia delle membra fradicie; comandare al vento che nella notte movendo le ossa nudate, ne tragga suono di maledizione. E io sciagurato non potevo torcere la vista di lì; e ad ogni ora mi pareva vedere una parte del caro corpo disfarsi; e sentivo le membra del corpo mio staccarsi e marcire con esso, e il cuor mio vivo battere tra le costole del petto scarnato del figliuol mio.
—Io non oso, fratello, nè piangere con voi, nè interrompere il vostro pianto. Perchè pochi sanno consolare; pochi son degni di tanto. Non posso che levar gli occhi a Dio, e chiedergli che versi in me quanto soprabonda dal calice vostro. L'anima mia è capace, parmi.
—Padre, ben dite: parmi. Perchè qual anima è assai capace di lagrime? E anch'io mi tenevo forte, e contro gli urti nemici immobile. Vero è che voi non avete figli.»
Tacquero un poco: poi frate Domenico seguitò: «Qual uomo perdesti, Fiorenza! E forse avrai tra breve bisogno di tali.
—Credo,» mormorò il vescovo.
«E fosse pur reo: spettava egli a cotesto duca d'ogni peccato, punirnelo?
—Fratello, i più rei son più pronti a punire; e i più stolti, a biasimare: non sai? Fossi tu solo cui dure sventure incolgano! Ma vedi: or fa pochi giorni Bettone de' Cini, di Campi, fregiato d'onori da costui, per avere susurrato di non so quale imposta, e' gli fa strappare la lingua infino alla strozza, e quella fitta in cima a una lancia, lui seguente dietro, fa portare per tutta la terra. E' morì della piaga: stamane n'abbiamo da Pesaro la novella. Pubblicano vile: ma se costui non perdona a' pari suoi, or pensa, ai migliori. E di Matteo di Morozzo non ti rammenti? Per avere detto che i Medici tramavano contro al duca, condotto su un carro, attanagliato, impiccato.
—Oh figliuol mio!
—Almeno il tuo non patì così duri tormenti. Io lo rincontrai quel Matteo, che gli mordevano le carni con tanaglie roventi, e m'adoprai per deliberarnelo: e n'ebbi dal duca pungenti parole. Ma quelle punte saranno ritorte nel petto di lui.
—Padre, tu pensi a vendetta?
—Io dico che la giustizia lo troverà. Distinguiamo, figliuolo, vendetta da pena; perchè la verità è nel distinguere. Può l'uomo, anch'offeso che sia, punire il tristo, se lo fa non per vendetta ma per bene, e senz'ira. Perchè qui di nuovo giova distinguere: altro è ira, altr'è sdegno. E lo sdegno del male è santo; ma l'ira è rea.
—Onde, padre, se io potessi punire di mia mano o d'altrui l'uccisore del mio figliuolo....
—Se tu potessi deporre il dolore che ti occupa, e far pura di furore la pena; dovresti punire non l'uccisore del figliuolo tuo, sì 'l tiranno della repubblica: ma questo per ora non puoi.
—Tu dì, padre, che te pure il duca oltraggiò.
—Sì: fu' io che m'adoprai tanto a farlo eleggere signore di Fiorenza; e le speranze che avevo di lui, con incaute parole magnificai. E fu' io che, con parecchi dei grandi, chiesi a' dodici gonfalonieri e agli altri consiglieri del Comune, lo creassero signore; e n'ebbi risposta che già mi parve stolta, e ora la intendo: «Ch'e' non volevano assentire di sottomettere la libertà della repubblica di Fiorenza a giogo di signore a vita, il quale non fu mai da' nostri maggiori acconsentito.» Ma io feci tanto che il mio fallo fu pieno. E le campane sonarono a Dio lodiamo per l'avvenimento dell'oppressore nostro; e sa Dio quando la campana della podestà sonerà la sua fuga.
—Oh fosse!
—Tosto o tardi sarà. Nè questo dico a nutrir di speranze la tua vendetta, ma per preparare la tua mente, che l'aspetto dei mali del nemico tuo non la inebbrii.
—Tutti si lagnano. E quantunque diviso dal mondo, tanto ne sento e so, da vedere alcuna trama apparecchiarsi.
—Da chi lo sai?» domandò il vescovo con ansietà.
«Da qualche parola tronca d'un Pazzi, d'un Medici, e di...
—Segui.
—Di Dino Frescobaldi.
—E che ti diss'egli?
—Accennò a lontani pericoli; volle (perchè mi sanno non nuovo delle cose del Comune) il consiglio mio.
—E tu?
—Risposi: «Tacete: pochi sappiano, sian pronti molti. Non una parola in iscritto: non conventicole, o rade, e mai di soppiatto. Ponete giù gli odii: chè carità è la fortissima delle congiure.» Null'altro dissi; null'altro aggiunsero: e per tema di mescolare alle cure della patria le vendette mie, mi ritrassi.
—Mal facesti. Cerca di loro: io te lo permetto e comando. A Dino Frescobaldi non dar mente, ch'è giovane troppo: ma cerca de' Bordoni e de' Pazzi. Or dì: ti par egli che ambedue siano in uno stesso trattato?
—Non so; non mi pare.
—Conosci ogni cosa, ogni cosa annunziami: il dì, la notte, sii a me, ove bisogni.
—Padre, perdonate: ma l'antico favoreggiatore di duca Gualtieri....
—È il nemico suo: vuoi tu crederlo?»
E con tale accento esclamò l'Acciajuoli, che a frate Domenico non parve poter rispondere con parola; e gli arrise con gli occhi un cenno di fiducia tra torbida e lieta. Poi, dopo breve silenzio, inchinandosi uscì: e scese in chiesa; e, adesso che alcuna speranza gli sorgeva dal fondo della vuota anima, gli parve poter pregare una più tranquilla preghiera.
Come in un incendio le cose che più veggonsi ardere, non sono quelle ove per primo si apprese la fiamma; non dal popolo si rifaceva il moto che tutta già agita la città di Fiorenza; ma nel popolo egli è più intimo, e l'armeggiare dei grandi e dei ricchi s'appoggia ad esso, come posano fondati in terren sodo i palazzi. Pesava a costoro più chinare l'occhio che tendere la mano alla plebe, più diffidenti essi di lei ch'ella d'essi. I migliori nell'anima e più savi ne' pensieri, non boriosi per solito, ora ricevevano il premio della temperanza; chè meno costava ad essi affiatarsi, e con meno abbassamento ottengono più credenza. E sentendosi creduti, non s'affannano tanto a persuadere, nè si perdono in lusingherie, la cui bassezza dall'usata alterigia è fatta più vile, come dal ciglio più fonda la fossa. Ma quanto più impacciati, i superbi più si confondevano nel piaggiare, dipinti non dell'onesto pudore che l'umile sente dinanzi e al maggiore e al minore di sè, ma di falsa e stizzosa vergogna. Si vergognano dell'abbisognare di gente tenuta a vile, e ancora più si vergognano del mascherare il bisogno sotto sembianze d'affetto. E dell'impaccio proprio si vergognavano, e stizzivano, mettendo fuori certi sorrisi attoniti come di persona tra inferma e trasognata.
Ma i popolani migliori, ingegnandosi pur di leggere sotto a que' sorrisi la parola del cuore, non ne facevano fomite, non che a odii o a diffidenza, ma nè a quegli spregi che il debole ha terribili a volte, come sfogo di vecchia vendetta. E siccome in primavera un tepore diffuso per ogni dove comprende le cose, sicchè in breve niuna resiste, e per tutto, più o men agile, ricomincia la vita; così in questo popolo i più diffidenti per prove amare o per indole più chiusa, si aprono a fiducia novella, e senza volerlo, vogliono concordemente. Anco aizzati, respingono gli assalti dell'odio; fatti dalla coscienza più acuti a discernere, veggono più chiari che mai i falli e i difetti dei ricchi e dei grandi, e meno che mai mostrano d'avvedersene; e il sorriso che vorrebbe spuntare dallo scherno, ricoprono con un altro sorriso pio, e quasi pudico. Non jattanza dell'essere chiamati in parte all'opera della comune salute, ma gratitudine del poter, quasi a pubbliche autorità, partecipare ai pericoli.
Gli sgherri del duca, a cui la paura non rubò tutta la mente (che nelle anime fredde riman più serena), lasciano adesso il popolo minuto, come si fa di bestia che vogliasi poi più irritata avventare a un assalto; ma quelle arti cadono ributtate senz'ira, come chi, occupato da più nobile affetto, raccoglie in alto le forze sue, e lascia la passione, quasi serpe intormentita, giacere nel basso. E pure là aveva la tirannia del duca le sue radici più vive; che è istinto dei tiranni rafforzare sè colle speranze e coi sospetti dei deboli, e fare amar sè con l'odio che ispirano contro altrui. L'ora oggimai era giunta: e fino i più cattivi diffidano del cattivo signore, dacchè esso già diffida di sè.
Delle congiure pochi sanno; ma quasi tutti indovinano tutto, perchè non cospirazione ma ispirazione è ormai quella. Con una parola, con un silenzio che interpreta la parola, s'intendono; rispondono con un cenno, con uno di quegli atti delle labbra che il popolano ha più intelligenti, e più eloquenti che niuno; di quelli che serba a sè, come suoi proprii segreti, l'amore. Nè si maravigliano dell'essere a un tratto levati in regione nuova, conscii che quella è la natural sede dell'anima umana; e sanno, essi popolo, appareggiarsi meglio ai potenti, che non costoro ad essi; quasi un presentimento gli vaticinasse nel cuore ch'e' sono destinati a dover prevalere. Ma non se ne accorgono; e verace, piena sentono l'eguaglianza. Così quando un'aura commove di spirito unanime la foresta, le più ardue piante scuotendo i rami non li piegano però, le più gracili docilmente obbediscono all'impulso dell'alto, e s'accostano umilmente alle più grandi, e par che tra loro si bacino.
Di dì in dì, d'ora in ora, cresceva di qua e di là il commovimento. Le chiese, più frequenti di gente che mai, ora sonavano delle grida incomposte di cittadini cantanti a tutta voce, ora tra quelle de' preti spuntavano sole le voci di donne. Per le vie la gente pareva affrettarsi inquieta, e parlarsi con lo sguardo o con cenni; oppure il colloquio era sommesso e lungo, e, dopo molto stare nella via, si ritiravano dietro un antiporto a ragionare più caldo. I Borgognoni e gli amici del duca pareva camminando fuggissero: ma taluni o seduti ne' trebbii, o ritti a' canti, come persone che aspettano.
In tutti, e grandi e popolo, era un'aspettazione di cosa ignota, e pure certa, una sicurezza piena d'ansietà. Quelli dei grandi che o per indole o per casi o per odii si trovavano o si tenevano lontani dagli altri, provavano adesso grave quella solitudine o inimichevole o negligente; come chi si trova in luogo deserto senz'arme a difesa, o per pendío sdrucciolevole senza bastone che regga i suoi passi. Era tra costoro Francesco Brunelleschi cavaliere, nemico antico a Antonio degli Adimari, e uomo di sua natura chiuso, più per debolezza d'animo che per cupezza, in cui l'amore di patria era torbo d'odii e d'orgogli. A lui non s'erano fin dal primo aperti nessuno delle tre congiure, non già per diffidenza o dispregio, anzi per tenersi sicuri di lui: e l'uno si figurava già che l' altro ne lo avesse fatto consapevole, e tutti lo credevano pronto al bisogno: giacchè talvolta accade che la fiducia paja non curanza, e la stessa famigliarità poca stima. Venivano agli orecchi di lui quei mormorii cospiranti, come un lontano suono confuso che non si sa se sia d'allegrezza o d'ira o di pianto, e ora par di sentire nell'aura il grido dell'uno affetto or dell'altro, secondo che in noi parla il cuore o la fantasia parole contrarie e dubbie. Erano in Francesco impeti di passione violenta, ma il volere debole: e i deboli a scosse diventano violenti; e dall'uno all'altro eccesso balzano, prima inconscii, poi attoniti di sè stessi, attoniti o con gioja vana se par loro d'eccedere in bene, e se in male, con ribrezzo ineffabile. E il debole trascende or di qua or di là, o per ammendare il male fatto o temuto, e renderne dimentichi gli altri e sè, o per dileguare i sospetti meritati, o per riguadagnare il perduto tempo, o per generosità, o per paura. Così la mediocrità, per dissimulare sè a sè stessa, trasmoda smaniosa d'apparire grandezza.
Tentato a cose magnanime, il Brunelleschi si sarebbe fin dalle prime messo volenteroso tra i primi; e lo stesso suo odio contro gli Adimari gli avrebbe più istigato il coraggio, per vincere anche in ciò il suo nemico, e scuotere da sè il sospettato disprezzo, il quale alle anime che odiano è più grave d'ogni odio. Parendogli d'essere rigettato, in quel silenzio quasi di deserto ascoltava più intentamente le voci dell'ira vecchia che ora gli susurra scellerati consigli. Egli paventa e di sapere e d'ignorare le trame de' suoi; non sa s'abbia a sperare o a temere i pericoli del duca, i pericoli della patria; non sa da qual parte gettarsi, a qual parte volgere pure il pensiero. E in quella tempesta del cuore, più paurosa per il bujo del dubbio, e' pativa grave la pena dell'avere lungamente odiato in vita sua e dubitato.
De' masnadieri de' grandi pochi se ne vedeva per le vie; o affaccendati, come gente fluttuante tra la torba esultazione e i dubbii d'imminente cimento. Costoro in origine razza d'uomini non trista (nè tristo suonava il nome), già facevano un ordine quasi da sè, preludendo ai soldati di ventura: tra militi e servi, tra mercenari ed amici, tra difensori e protetti, tra complici delle ire e conscii degli affetti ascosi; più cuore che mente, men cuore che braccio, più orecchio che lingua: e la parola così come il ferro nel fodero, breve, acuta, violenta. I grandi si aprivano ad essi con men sospetti che a' proprii pari e con meno vergogna; perchè il superbo ha paura de' pari suoi, e però li astia e piaggia; innanzi ai minori non arrossisce deporre le armi e le vesti, e mostrarsi in nudità turpe, com'uomo dinanzi a bruto, perchè li tiene men ch'uomini. E sprezzando, pur li ama, com'uomo ama la bestia, sommessa e fidata compagna; come ama l' arnese di giuoco e di guerra, da trastullarsi e esercitare sè stesso, da difendersi e offendere. E pure in quelle affezioni prave s'insinua un qualche alito generoso; e il potente a momenti ama in verità l'uomo arnese, e l'uomo animale, come se fosse uno spirito: l'ama perchè sente sè uomo e debole, e si umilia dinanzi alla dignità della comune natura; l'ama perchè ne teme, senza terrore; l'ama perchè non l'intende, perchè il debole al forte è libro più chiuso, che non questo a quello, tuttochè a studio si sforzi di chiuderglisi.
E quei masnadieri leggendo ad ora ad ora nel volto dei padroni la gioja ineffabile della fiducia, in quel lampo fugace si consolavano del servizio lungo e duro, e spesso ignobile e atroce; si sentivano uguali nelle cose degne e nelle indegne; si sentivano sovente maggiori e nell'affetto e nel coraggio e nella fede alla fede altrui: e i men buoni tra quelli gioivano del vedere la propria malvagità necessaria alla malvagità de' signori, e dell'essere partecipi ai lor truci segreti, e del leggerglieli in viso, anco che celati a grand'arte; e insuperbivano dell'apporsi ai feroci imperii non espressi in parola; e alteri del servire più che altri del comandare, si facevano più che ministri alle altrui, autori di proprie prepotenze. Alle quali i signori erano poi forzati a condiscendere, e della loro ombra proteggerle, e infamarsi dell'infamia non voluta; servi essi e alla potenza propria e agli infimi servi loro. E questi, raccattati e di città e di campagna, e di vicine terre e di lontane, formavano una fraternità malaugurata, l'unica che fra le italiane scissure si componesse, e che più e più squarciava le viscere della patria. E siccome ora i servi nelle anticamere tendono dall'uno all'altro palazzo una rete d'insidie ladre e di calunnie falsamente vere, e son quasi tutti congiurati tra sè, e come per vie sotterranee si comunicano i segreti dell'alcova e del gabinetto; così quelli, addestrati a guerra, come veltri alla caccia, fino in pace covavano guerra; nè solo tra i Grandi consorti, ma sotto alle case nemiche tessevano nascose trame e i segreti ora avvertitamente ora a caso manifestavano, come volanti che di terra in terra trasportano, e lasciano cadere dall'alto, maligne e buone sementi.
Or mentrechè il Brunelleschi se ne stava sospeso tra il dispetto e il sospetto, entra a lui un masnadiere senese, de' suoi più fidati, che avendolo la mattina visto parlare lungamente con Francesco del Manzeca, onorevole cittadino di Porta San Piero, e congiurato coi Bordoni e cogli Adimari, credette lui consapevole d'ogni cosa; e si doleva tra sè che il suo signore non se ne fosse aperto a lui diffidandone o disprezzandolo, così come esso Brunelleschi si sdegnava che i concittadini suoi paressero volergli tener nascosta la trama. Se non che nel cavaliere il cruccio era d'orgoglio torbo e cupo; nel masnadiere di affezione fida, mista all'alterezza del servo che, uso ai segreti del maggiore di sè, perciò solo pretende possederli tutti, e, servendogli, dominarlo. All'uomo d'arme che entrava il Brunelleschi affisse gli occhi negli occhi quasi volesse per forza trarne un qualche lume a' suoi dubbii; e dopo breve tacere:
«Che novelle?»
E senza aspettare risposta, come suole chi per affrettarla, la impaccia e ritarda, soggiunse:
«Gravi!»
E sopra pensiero accostò al sinistro fianco la mano. Al quale atto il masnadiere, consentendo prima con la persona che con l'anima, come è vezzo di quella gente, mise la mano alla daga che aveva sotto, e con voce piana rispose:
«Messere, io avrei a dolermi di voi.»
Il Cavaliere, fatto sempre più ansioso, bramava strappargli dall'anima le parole; nè mai l'albagia imperiosa dei grandi gli si fece sentire tanto tormentosa e tiranna. Ma conveniva contenersi, e ricevere a stilla a stilla, come al servitore piaceva, quello di che egli ha sete tanto affannosa. Abbassando gli occhi, che non vi si leggesse la voglia impaziente e lo sdegno mal represso, rispose:
—Di'.
—Voi siete avviato a impresa onorata e di pericolo; e la celate a me che sapete...
—Io ti conosco. Ma dimmi quel che tu sai.
—Mi dolgo a un tempo e mi rallegro dell'affetto magnanimo che vi conduce, per amor di Fiorenza, a stendere la mano al vostro nemico.
A questa lode il Fiorentino, più che arrossire, fremè di vergogna; e con impeto che al povero popolano parve di generosità:
—Or chi è il mio nemico?
—Ben dite, messere. Dacchè è contro il duca, l'Adimari è per voi.
Il Brunelleschi si scosse: ma con quella signoria di sè che per lungo uso e per tormentosa necessità acquistano gli uomini condannati a comandare altrui, rivolgendo l'interrogazione imperiosa in domanda quasi sommessa di consiglio amico:
—A te che ne pare?
—Mi pare bello.
—E che riesca?
—Siete tanti. Forse più che essere non crediate. E noi che osserviamo di fuori, e che penetriamo di sotto, ci vediam forse più addentro che voi.
—Di' quel ch'è a tua notizia.
—Ma, e voi, signore, non aprite a me che l'orecchio? Noi siamo braccio, non lingua.
—Voi siete cuore. Di' quel che sai, acciocchè le parole mie confuse co' tuoi pensieri non intorbidino la verità di quanto hai raccolto tu stesso, e che mi giova conoscere per l'appunto.
La lode tanto più acuta quanto più breve alla sua fedeltà, fece all'uomo quel che fa sprone a cavallo docilmente animoso. E mescendo i conforti e il congratulare alla sposizione de' fatti, narrò cose al cavaliere inaspettate; e da ultimo, come i Fiorentini mandassero per intendersi col Comune di Siena. Questo pareva al masnadiere suggello di buona speranza; onde l'altro coprendo con un sorriso di scherno la confusione dell'animo:
—Ecco il Senese! Ma se il comune di Siena fosse contro di me tuo signore e che t'amo?
—Messere (rispose il servo, levando la fronte altera), io sono di nazione Senese.
Indispettito non tanto della risposta, quanto di sè medesimo, il Brunelleschi gli comanda d'attendere lì presso, e rimane alle prese co' proprii pensieri. E la coscienza e l'odio gli parlarono dentro così:
«L'Adimari de' loro? E io posso con una parola aprirgli sotto i piedi la terra che lo ingoi.—Ma quel sangue chiazzerà il viso mio: e saranno confuse con esso le lagrime d'una figliuola orfana, di Matilde.—E che? se il mio capo stesse sotto la scure d'Antonio degli Adimari, ne asterrebb'egli la mano?—Ma se alcuno de' miei partecipasse alla setta?—I' lo saprei.—E forse questo masnadiere è mandato dal duca a tentarmi: e s'io non rivelo, muojo.—Ma s'io rivelo, non creduto; o se, com'avvenne d'altri, mi si apprestano, a merito del mio zelo, le tanaglie roventi? Da ogni parte la morte: di qui la vendetta, di là la vergogna.—Vergogna? Son io forse di coloro che andarono di notte a Santa Croce a consigliarlo prendesse la signoria? Son io Arrigo Fei creator di gabelle, o Giulio d'Assisi carnefice? O uno de' vescovi che per conservare le loro terre si tengono aggrappati a lui? Ho io mai piaggiata la costui villania? Ho io portate le grosse fibbie e il puntale alla foggia francese, per compiacergli?—Ma che diranno di me? E che si dice del Fei, che del duca? Nulla, o come se nulla. O taccia o mormori, o urli o esclami, il popolo è iniquo o matto: s'impenna come destriero, poi si china e pascola come capra.—E forse le cose che son gridate dannose e infami, son utili e pie. Una parola mia può forse essere risparmio di terrori e di sangue. E chi sa se a questo reggimento non istia sotto un peggiore? Il popolo briaco non sa che sonare campane e bruciar libri, e gridare viva e muoja: ma all'ubriachezza succede il sonno; e allora i forti lo legano, i vili lo rubano; e, desto, e' rigrida viva e muoja, secondo che la memoria o un impeto nuovo gli detta. E chi sa quando un popolo dica davvero? Iddio.—Forse la mia parola affretta a questi o ad altri cospiranti il momento del prorompere, e li fa per disperazione animosi: forse la vita stessa del nemico mio la faranno salva il suo nome, il terrore del duca.—E cotesto duca io l'aborro: e quando il tempo verrà, avventerò anch'io il mio quadrello. Intanto, se questo è un laccio del Francese, strighiamcene; avviluppiamo lui; guardiamogli in faccia, caviamogli parte del segreto suo dalle viscere. Scoprire quel ch'egli sa e quel che pensa, può essere forse salute e benefizio di tutti. Se non è, gastighiamo l'orgoglio dell'Adimari, e in lui de' suoi. E s'egli è detto che s'abbia a morire, (or che è la vita?) morremo.»
E' pensava in sul primo scoprire la cosa a uno dei parenti del duca, e sopra persona più accetta lasciar cadere i primi sospetti, e le ire che genera la paura ne' tristi. Poi gli parve codardia; e volle assumere in sè così il merito dell'atto come la vergogna e il pericolo; sebbene del pericolo sapesse omai essere quasi nulla, perchè Gualtieri, atterrito, aveva fatto spargere nella città, accoglierebbe senz'ira ogni rivelator di trattato. E se dapprima e' li punì, fu per fare le viste di credere le congiure impossibili; poi per sospetto volessero beffarsi di lui, mettendo taglia sui terrori dell'anima sua. Non so se ragione o pretesto, ma certo fu spinta a quel passo del Brunelleschi il pensiero di poter tanto scoprire della verità quanto giovasse meno a lui che a' suoi consorti e al comune di Fiorenza, a cui fin nell'atto del tradimento intendeva lo sciagurato giovare: giovarle, o coll'antivenire la sommossa, se avesse a essere rovinosa, o coll'indirizzarla a termine più sicuro. Condusse il masnadiere seco, maravigliato, ma pur lontanissimo dal sospettare la viltà della cosa; dacchè gli umili, per depravati che siano o che pajano, serbano ostinata la fede alla fede altrui, e i maggiori di sè amano stimare migliori.
Il Brunelleschi parlò spedito, come chi temendo non poter compire cosa, si studia a venirne a fine, o come chi da paura è fatto animoso: ma quella franchezza gli dava sembiante d'uomo che arditamente fa opera buona. Gualtieri affisando gli occhi agli occhi di lui, come belva che non sai se minacci o accarezzi, lo congedò dicendo: «Messer lo cavaliere, se scoprite altro, le porte del mio palazzo vi son note già.»
Queste parole, da lui profferite col men falso animo che la sua tetra natura gli concedesse, parvero al cavaliere, che le ripensava, raffaccio insopportabile. E tra la vergogna del meritare i ringraziamenti di tale uomo, tra il sospetto dell'aver provocato il disprezzo di lui, se n'andava ruminando: Le porte del mio palazzo vi sono già note; e gli pareva che nessuno uomo gli avesse mai detta villania sì fiera, nè egli mai aver pensato che parole simili gli si potessero dire. E' correva per la via con in cuore una smania rabbiosa, simile alla smania del traditore che riconosce sè stesso; e il nome di traditore, non gli pareva tuttavia meritarlo. Ma soddisfatto alla passione dell'odio, le altre, o passioni o affetti che già gridavan men alto, ora si facevano sentire; e l'orgoglio di Fiorentino, e l'odio dello straniero signore, e il timore dell'infamia, e il timore della pena se il duca sospettasse, o se gli altri vincessero; e, più fonda di tutte le voci, ma più potente perchè continua, la coscienza. E vedendosi, per guiderdone, creato dal duca suo delatore, sentì l'odio ribollire. Propose, ormai che n'aveva la chiave, penetrare nei consigli della congiura; e, incerto qual via terrebbe (segno non era mutato che a mezzo), osservare.
Stavano nella casa d'Antonio degli Adimari, stretti a consiglio, que' della terza setta, più pronta di tutte: e il Medici voleva s'indugiasse, l'Aldobrandini s'aspettasse risposta da que' di Prato: il Bordoni, più giovane, mettessesi mano al ferro; di tal fiamma non poter non uscire fumo o favilla; unica salvezza rompere le dimore. Quand'ecco un familiare annunzia ad Antonio degli Adimari, un sergente del duca richiederlo immantinente al palagio. E fu come quando una lieta brigata di viaggiatori è colta dal turbine o da' ladroni. Tacquero tutti: il Bordoni sorrise amaramente in vedere il suo dire avverato: il Medici fisse gli occhi in viso all'Adimari per leggervi il turbamento, ma nulla lesse.
«Amici, disse Antonio levato in piedi: l'ora del pericolo è giunta; e se il mio sangue deve far lubrica la via dove cada il tiranno, vada il mio sangue. Purchè lo vendichiate, fratelli; purchè lo spavento non vi disperda, come passere a un grido; purchè stiate stretti in un volere.»
L'Aldobrandini prendendolo per mano, e con voce commossa: «Tu puoi ancora fuggire: Antonio, che nol fai? Nè egli saprà sì tosto; nè, sapesse, oserebbe inseguirti, chè 'l nome tuo gli farebbe paura.
—Le cose, amico, che più fanno paura, quando il terrore è all'estremo, più audacemente romponsi. Nè io vo' fuggire. Nobile cosa, dopo la minaccia appiattarsi! Gualtieri potrebb'egli far peggio? No. Io mi metterò nella tana del leone; ma voi lascio fuori: e quand'egli esca per nuova pastura, ricordatevi dell'amico vostro.»
I più nuovi al pericolo si turbavano nell'affetto: i maturi stavano con le braccia al petto, in silenzio. Il Bordoni percotendosi a un tratto la fronte, gridava: «Io so il traditore.
—Chi? domandò l'Adimari.
—Un de' tuoi, ma, è gran tempo, diviso da te: Tile.
—Non credere.
—Io posso affermarlo.
—E io giurare che no. Finchè la verità non sia certa, statevi da ogni vendetta: l'ira tutta volgete contro Gualtieri. Non vi lasciate cogliere alla sprovvista. A un cenno ch'e' faccia di correr la terra, corretela voi. Il popolo è desto: gridate, e sorgerà. Picchiate alla porta de' buoni cittadini, siano o no del trattato: a un picchio usciranno. Il frutto è maturo: scotete la pianta, e cadrà. Or tempo è di partirci.»
E chiamato da banda Cosimo Oricellai, l'Adimari gli disse. «Cosimo, agli altri ho raccomandata la vendetta: a te raccomando Matilde. Se io muojo, il tuo occhio non l'abbandoni. Ella è sola: e tu se' padre, o Cosimo.»
L'Oricellai non poteva parlare dal turbamento dell'animo. E' l'abbracciarono ad uno ad uno: e, poichè l'Adimari diede a Filippo Bordoni, che gliela chiese, la sua spada, uscirono. Rimaso solo, Antonio chiamò a sè Matilde, la fece sedere accanto al letto ove sua madre era morta, sull'inginocchiatojo ove sua madre pregava, e con fronte serena disse così:
«Figliuola mia, raccomandati a Dio, prepara l'anima tua a un dolore grande.... Deh non ti turbare: forse quel ch'io sospetto non sarà, o sarà leggier cosa; ma debbo fartene avvertita acciocchè tu non tema oltre al vero. Mia buona Matilde (e le accarezzava con mano i capelli, che mai non fece se non una volta quand'ell'era malata e in fine), tu forse non sai quant'io t'ami: mai non te lo dissi a parole, per non ammollire senza pro l'anima tua nè la mia.—Or sappi che il duca mi chiama a sè con improvviso comando.»
Matilde, ignara delle più fra le atrocità di Gualtieri, e delle macchinazioni del padre, non intendeva; ond'egli: «Che voglia il duca, non so: forse mi prese in sospetto, perchè egli è sospettoso uomo e crudele.
—Crudele! (esclamò la fanciulla, a cui l'affetto diede in un subito l'intelletto del pericolo). Non ubbidite, padre mio; non andate. Le vie di fuggire non mancano.
—Fuggire non posso, figliuola; e sarebbe o vano, o più dannoso, forse a me, forse a molti. Potrebbe dunque Gualtieri tenermi per alcun tempo: se tu non mi vedessi tornare tosto, non ne prendere affanno. O prima o poi avrai novelle di me; e nulla, spero, saprai che faccia onta al nome del padre tuo.
—Deh quali parole, che io non intendo, e mi straziano! dite più chiaro; ah! dite ogni cosa: se c'è pericolo.... Io ho forza di tenere un segreto: e il Signore misericordioso può coprire del suo scudo il petto di una giovane donna così come d'un antico guerriero. Ditemi, signore, il vostro pericolo, tutto quanto: entrerò io al duca per voi; per voi parlerò.
—Non ingrandire, prego, nè il pericolo, nè l'agevolezza del vincerlo. Ascolta i consigli miei, no il tuo cuore. Se io non ritorno quest'oggi, se non ritorno domani....»
Matilde aveva già inteso; ma la novità del dolore, e una segreta speranza, compagna di tutti i suoi pensieri, le lasciavano ancora il varco alle lagrime: e il padre al vederla singhiozzare s'inteneriva a suo dispetto, e con voce tremante seguitava:
—Non piangere, figlia mia. Non potrebb'egli, Dio, domani, quest'oggi, ora, togliermi a te?
—Oh, Iddio nol farà, nè permetterà che gli uomini crudeli lo facciano. Io vi rivedrò, non è vero?
—Mi rivedrai, figlia mia. Un giorno o due passan presto: un po' di lagrime, qualch'ora di sonno; e poi tutti desti nella luce di Dio. Che è mai la vita, Matilde mia? Ma in questa breve giornata che passerai senza me, abbi in onore la memoria del padre tuo. Tu se' sola erede del nome d'Antonio degli Adimari; e Matilde lo porterà puro, puro lo lascerà a' figli suoi, se Iddio le dà figli. Quand'io non sarò più teco, abbi rispetto ai consorti della nostra casa; ma tieni in luogo di padre messere Cosimo degli Oricellai, buono uomo, e amico nostro; e con le figliuole di lui abbi dimestichezza. Alle altre fanciulle fiorentine sii piuttosto affettuosa che amica: quelle ch'han nome di avere amata o sofferta la signoria de' nemici di Fiorenza, fuggi siccome tocche da pestifera malattia. In te, Matilde, il senno e la bontà prevengono gli anni: onde non temo da te cosa vile, come nè da me stesso. Una sola preghiera ti lascio nel nome di tua madre, nel nome della Vergine beata, nel nome di Fiorenza, infelice e gloriosa madre nostra. Tu ami, Matilde, un uomo straniero; io lo so: nè mai te ne feci motto; chè 'l silenzio vigilante stimai essere guardia più sicura. Non vergognare dell'amor tuo: perchè Rinaldo, conte d'Altavilla, tuttochè Francese, è forte uomo, e pieno del timore di Dio: e, comechè amico de' miei nemici, io gli ho riverenza. Ma s'egli mutasse, se nell'ora della battaglia si gettasse da' suoi contro la patria tua, se di macchia veruna si contaminasse la vita di lui o la fama; Matilde, abbandonalo: abbandonalo, figliuola mia; e la benedizione del cielo coronerà il tuo dolore. Io non ti dico: Se tu lo segui, sarai maledetta. Non te lo comando come padre; ma come compagno della madre tua, come cristiano a cristiana, come Fiorentino uomo a donna Fiorentina, ti supplico: tra la passione e la patria, fa che vinca il migliore. Se il conte si serba qual fu sin ora, e tu sposati a lui. (Deh non piangere, Matilde: vedi, già mi forzi al pianto. Lasciami finire in pace.) Sposati a lui, figliuola mia, nella benedizione di Dio. Séguilo in Francia, se così è destinato: e Iddio benedica i tuoi figli, e i figli de' figli tuoi. Non dimenticare mai che sei nata cittadina della città di Fiorenza; insegna a' tuoi figliuoli per primo il tuo dolce idioma natio: parla loro di questa repubblica, e di tuo padre. E non temere che tuo marito ne adonti: se altro facessi, allora e' ti sprezzerebbe; perchè l'anima che rinnega la patria e la lingua e il legnaggio suo, è la più vile e la più sprezzata delle anime.»
Matilde, che lungamente era stata col viso tra le mani, piangendo, ora si getta a' piedi del padre; e posta la fronte sulle ginocchia di lui, interrompeva le parole paterne co' singhiozzi, e con dire: «Che farò io sola al mondo?»
—No, tu non sarai sola, figliuola mia: io veglierò sempre invisibile sopra di te. Quel Dio che provvede di cibo ai nati della rondine, provvederà a te, unica mia.»
Qui levando la faccia piena di lagrime, e singhiozzando come fanciullo, il forte guerriero esclamò: «Dio de' padri nostri, pietà di quest'orfana: non cadano sul suo capo i peccati del padre suo. Beneditela, Signore, dall'alto, com'io la benedico qui 'n terra; e lascio a lei, poichè forse i beni non potrò, il nome e lo spirito e l'onor mio.»
S'inginocchiarono ambedue sulla sponda del letto, e recitarono insieme un'orazione pe' morti. E Antonio alzandosi disse: «Ogni sera, Matilde, reciterai quest'orazione per l'anima del padre tuo. Ma no (tutt'a un tratto rassicurando la voce): noi ci rivedremo fra poco.»
E la baciò in fronte frettoloso; e s'involò, non com'uomo che affronti il pericolo, ma che lo fugga.
E si presentò al palagio; e, cercato del duca, gli si offerse in quella vece Giulio d'Assisi bargello; ond'e' credette venuta la sua ultim'ora: ma dato sfogo agli affetti di padre, e attutati dalla fine imminente i pensieri della vendetta, non altro senso l'occupava che della eternità. Quel d'Assisi l'accolse con meno bestiali modi di quel che in palagio si solesse, e dissegli, essere piacere del duca ch'e' dimorasse quivi alcun tempo, infino che la verità, dubitata, d'alcuni fatti venisse in chiaro. Antonio voleva in sul primo con la risposta affrettare il supplizio: ma pensando essere impazienza nè lecita nè animosa picchiare all'uscio chiuso della morte; e che quella impazienza poteva farsi confessione di cosa non più che sospetta, si tacque.
L'annunzio del fatto sparse nella città lo sgomento: e allora si vide qual fosse l'animo di molti congiurati, e de' più caldi a parole. Salvestrino de' Rossi fuggì ne' suoi poderi; il Mancini si nascose; Cosimo de' Medici aveva paura e di nascondersi e di fuggire e di mostrare la faccia, onde il suo peritarsi faceva a' compagni, più che ira, pietà. Altri predicava con insolito ardore prudenza, pazienza, carità: altri tessevano cagioni d'indugio. Che se in quel tentennare della città Gualtieri l'avesse afferrata, e gettatasela a piedi, di tante catene e colpi forse poteva fiaccarla quanti bastassero a servitù lunga: ma il suo peccato l'acciecò, e gli mise tanta viltà nell'anima che non sapeva che si fare. Credette più spediente il lento tradimento: e intanto che i soccorsi di fuora giungessero, addì XXV di luglio chiamò a sè trecento de' maggiori cittadini, come a consiglio, da tutti i sesti della città; argomentando: o e' fuggono, e portan via il mio pericolo; o vengono, e gli ho a terrore degli altri e ad ostaggi. Erano tra costoro non pochi de' congiurati; degli Altoviti, de' Pazzi, de' Cavicciuli, de' Rossi, dei Frescobaldi, de' Bardi. I non consapevoli delle congiure vennero: de' consapevoli altri ricusò (e s'affaccendava a maturar la vendetta): altri, per non dare sospetto, andarono devoti a morte. Avuti ch'e' gli ebbe, impacciato di così grossa preda, chiamò i suoi sgherri a consiglio, il Fei, quel d'Assisi, il Visdomini: e ben di consigli sentiva necessità, perchè 'l senno e l'animo d'ora in ora più gli fallivano, com'uomo che senta il suolo affondarsegli sotto a' piè.
Ma Cerrettieri primo e più franco (perchè tra' servi del tiranno straniero i cittadini della terra tiranneggiata sono i più libidinosi d'infamia), consigliò: «Poichè la gran sala del palagio è munita di grosse porte, e di valide inferriate le finestre, siano munite a qualch'uso. Chiudiamvi cotesti leoni dal cuore di cervo, e le quadrella e le spade de' Borgognoni faranno la caccia.
—Il consiglio di messer Cerrettieri, soggiunse Arrigo Fei, è degno invero dell'arguzia fiorentina. E sarebbe pur bello vedere grandi e popolani in un fascio, fare schermo l'uno al petto dell'altro, e raggomitolarsi sotto alle panche, e strisciare sotto a' piedi altrui per cansar le saette, e trarsi le quadrella confitte negli occhi o nel dorso, e rovesciarsi bianco su nero e nero su bianco, e, una volta prima di morire, abbracciarsi.»
E Giulio conservadore: «Io consiglierei messere lo duca a cominciare lo spettacolo dalle quadrella; e quando ciascuno n'abbia almeno una coppia, sì che si sentano i diversi accenti dello stridere, e si veggano i varii modi del difendersi; allora entrar colle spade, e trinciare.
—Ma se, riprese il Visdomini, vestendo di celia un pensiero, non so come venutogli, d'umanità, se al signor nostro piacesse serbare taluno di questi uccellacci, come dei molti accivettati si fa, che ad altri allungasi il collo, altri cacciansi in gabbia; e' farà il senno suo.»
Gualtieri a tali motti, a' quali era solito rispondere con ghigno turpe o con turpi parole, diceva nulla: ma al consiglio poneva mente; se non che pareva a lui non gustare tanto il crudo sapore della vendetta, quanto altre volte soleva.
De' trecento rinchiusi i pensieri, sotto sembianze conformi, erano diversi, e d'altri, sotto diverse, conformi: nè i più loquaci nè i più taciturni, nè i più vantatori nè i più dimessi era da credere che fossero i più tranquilli nello spirito e più animosi; chè nessun segno di parola o d'aspetto è comunemente e perpetuamente verace. I men timidi per sè, temevano per i cari loro, per la patria temevano, e gli sapeva amaro vivere e morire in gabbia, e non nella luce dell'aperta battaglia. E però l'esultazione minacciosa e gli scherni di taluni tra' compagni guardavano con disdegno o con pietà, temendoli alla stretta della prova estrema ineguali. Altri si rammaricava dell'aver poco osato, altri del troppo; nè i primi erano i più coraggiosi: altri chiedevano consigli, altri più abbisognanti ne offrivano. Chi tentava il vicino per iscoprire in lui qualche segno di trepidazione che fosse scusa alla sua, e gli desse adito a sfogarla, o a temperarla vigore. Chi meno ebbe parte nella trama, non tanto perchè più timido s'aspetta peggio, quanto perchè sa, nei men forti quasi sempre riversarsi la tempesta dei casi. Tutti però, qual più qual meno, speravano nel timore del duca, e negli inesplicabili ma infallibili augurii della giornata; nè cercavano, come un tempo, dei servitori di lui per ammansarli o per conoscere il proprio destino; e questi, cercanti di loro con nuova affabilità, e' li accoglievano come se il duca prigione, essi in seggio.
Questa medesima sera che precedeva il dì di sant'Anna, nelle case degli Oricellai s'erano adunati i consorti di Antonio degli Adimari, e tutti que' della terza setta, con altri nuovi, chiamati in parte dell'opra. Tra i quali era Francesco Brunelleschi: a cui, veggendo le forze della città crescere, sempre più pareva diventar cittadino: nè egli della cagione del suo infervorarsi ben s'accorgeva. Agli adunati Cosimo Oricellai prese a dire:
—Cittadini, non tutti di voi sanno appieno le cose da noi ordinate per trarre la nostra repubblica di mano al tristo signore, del quale i misfatti non è necessità ch'io rammenti. Basta che, ne' dieci mesi di sua signoria e' s'appropriò quattrocentomila fiorin d'oro del nostro, senza quelli ch'e' trae dalle terre circostanti: col quale oro avremmo noi potuto innalzare e tempio maggiore di santa Reparata, e altri pubblici edifizii da chiamare sopra la nostra città le benedizioni del cielo e l'ammirazione del mondo. Tempo è oramai di sapere se il giglio rosso debba in perpetuo cedere il luogo al leone a oro; e se dal collo del leone debba pendere, quasi preda o trastullo, l'arme del popolo fiorentino. Quale sia l'animo de' più, e de' più ragguardevoli fra' cittadini, gli occhi e gli orecchi vel dicono. Siccome a' grandi e a' popolani ed al popolo minuto e' promise fallaci promesse, e popolani e grandi e popolo minuto stann'ora contro lui: e siccome e' fu creato signore della città e del contado, giusto è che l'oppressore della città e del contado sia dall'armi dei cittadini e dei contadini, insieme pronte, punito. Le antiche gare tacciano, o cittadini, per poco. Rammentatevi che sola la nostra grande discordia ci diede alle costui lorde mani. Sian tutte contro lo straniero le ire, e contro i satelliti suoi. E, pure tra gli stranieri, discerniamo i baroni e i contestabili al lor tristo uffizio repugnanti, da quelli i quali gustano a sorsi il vitupero: chè non ogni guarnacca stretta copre il petto d'un cavaliero sleale, nè ogni manica pendente a terra nasconde una mano artefice di viltà. Ma de' consiglieri e de' bargelli del duca, corrotti in ogni vizio, quello si faccia che sarà in piacere al Comune ed al popolo di Fiorenza. L'iniquo duca, su quella ringhiera dove sedette il dì di Nostra Donna, e ne scese oppressore nostro, su quella gioverà che riceva gli omaggi debiti a signore turpissimo. E prima che sperdere il tempo e i fiorini ed il senno in luminare e in falò, siccome facemmo allorchè creammo il tiranno (ed era degno auspizio di tirannia), meditiamo fin d'ora come sanare le piaghe dell'afflitta città; richiamare gli sbanditi e i rubelli; rendere i debiti, per cagione de' quali, altri (e nol dico a rimprovero) tolse in casa lo straniero vorace, sperando per sua soperchianza francarsene; rimettere in onore gli ordini antichi delle arti, i quali da' minuti artefici furono dimembrati per volere maggiori salarii, e non li ebbero. E poichè la comune calamità fece a ciascuno riconoscere i propri errori, facciam senno, carissimi cittadini; e la impresa nostra a Dio misericordioso e a Cristo liberatore e al Battista, della nostra città protettore validissimo, raccomandiamo.»
Presso la fine di queste parole era entrato Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e postosi a sedere non lontano da Francesco Brunelleschi e da Filippo Bordoni. Finito ch'ebbe l'Oricellai, sorse il Bordoni, e traendo la spada, senza far parola s'avventò sopra Tile, il qual non trasse la sua. Ma il Brunelleschi ed altri tenendolo: «Che fai?» gridarono.
«Punisco un vil traditore, quello per la cui tristizia, o Adimari, il consorte vostro è in palagio.»
Tile senza mutare nè viso nè voce disse: «Filippo, i' ti perdono, perchè tu se' ingannato.»
Ma il Brunelleschi intendendo la cagione dell'ira, e morso dalla coscienza, parlò: «Filippo, tu se' ingannato. Non Tile, ma uno masnadiere sanese noto a me, rivelò quello perchè l'Adimari è nelle mani del duca. Ad altro tempo ogni cosa ti sarà chiaro: ma questo io giuro dinanzi a tutti; e chieggo a voi, cittadini, che il capo di Tile sia salvo e onorato.»
E perchè tutti sapevano la forte e schietta e non loquace virtù di Tile, assentirono. Filippo, preso da subita fiducia e vergogna, gli tese la mano: ma Tile, la mano di lui posando sulla propria spalla, e le sue braccia stringendo al petto del Bordoni, l'abbracciò senza far motto: di che fu grande negli astanti la gioja.
Allora l'Oricellai ripigliò: «Cittadini, il pericolo stringe: e l'indugio d'un'ora può essere ruina. Domani innanzi all'alba, si farà nelle case de' Bardi adunata de' cittadini di tutti i sesti della città: questo i Bardi chiesero a me spontanei, pregando, che quanti io stimavo da ciò, convocassi. I capi di ciascuna via o setta (se sette sono) convengano; e, s'hanno fede nella fede nostra, si scoprano.»
Era già tarda la notte. Usciti delle case degli Oricellai, molti stettero vegliando e aspettando l'aurora.
Andavano taciti di contrada in contrada per cercar dagli amici, da' congiunti conforto ai dubbii, esca alle ire, alle speranze alimento. Ma dei dubbii rimaneva sol tanto quanto servisse a ispirare prudenza e modestia; e le ire, consentite da molti e rallegrate dalla speranza, si mutavano quasi in affetto. I sensi, più acuti che mai, recavano ad ogni momento nuove impressioni di sospetto; e ad ogni momento gli animi, ancor più acuti al bene desiderato, trovavano nuova cagion di sperare. Lo scalpitare ardito, il ciampeggiare sommesso, il picchiare piano alle porte, qualche mal compresso grido di dentro, il tintinnire dell'armi smosse, gli antiporti socchiusi, uomini sui veroni in atto di guardare e d'attendere; segnali di fuoco su Arno, segnali sui colli dintorno; e apparire e sparire di lumi che trapelavano dalle accostate finestre; dappertutto un commoversi pieno di vita e di minaccia.
I Francesi, usati in parte al brulichio delle notti estive fiorentine, poi stanchi dal lungo vegliare, poi rassicurati dagli ostaggi che avevano in palagio e dalla naturale spensieratezza e animosità, e rinvolti in quel velo di caligine che scende sugli occhi alla gente, condannata a perire, non s'addavano del pericolo. Solo il duca affacciandosi, e tendendo gli orecchi all'insolito bisbiglio, temeva; ma spaurito del proprio spavento come di malo augurio, non osava nè ad altri dirlo nè a sè, simile a fanciullo che chiude gli occhi e si rannicchia per paura.
I messi del vescovo circondavano non visti il palazzo, correvano la città, annunziavano ogni cosa a lui, pieno di fiducia inquieta. E' s'ingegnava in quell'impresa discernere la giustizia dalla vendetta; e delle due cose insieme attortigliate non sapeva come spegnere questa senza offendere quella. Pregava ad alta voce; e ogni tratto nuovi messi e dubbii nuovi, e nuovi alimenti all'ira interrompevano la preghiera; ed egli la rannodava da capo inginocchiandosi: e poi quando l'imagine dell'urgente pericolo gl'invadeva l'anima tutta quanta, allora, con la faccia china nelle palme, e' si perdeva quasi in un sogno affannoso, e se ne riscoteva a nuovi colloquii e a nuova preghiera. Chi dirà quante volte egli fu vincitore dell'odio suo, quante vinto? Chi dirà come gonfi, e dove franga, e in quanti sprazzi se ne vada ciascuna onda di mare in tempesta.
Fu picchiato sommessamente alla porta di molti conventi, e chiesta da uomini preparati a morire la confessione, il viatico, la benedizione dell'armi. Cenni degli Oricellai, ora frate Domenico, dalle finestre del chiostro ascoltava il confuso rumore delle voci, de' passi, dell'armi; e le antiche ire gli ribollivano, come lava freddata che si rinfiamma e scorre in rossi torrenti. Gioiva della imaginata vendetta, vedeva il carnefice di Naddo essere straziato da lunghe carneficine: e perchè la ingiuria propria gli pareva di tutte più rea, a quella avrebbe voluto che il duca morendo pensasse, a quella recasse, come a principal causa, la sua rovina. Anelava a pascere gli occhi negli occhi del tristo morente, a conficcargli nel cuore qualche parola apportatrice d'affanni intollerabili. Si vedeva rivestito dell'armi, ringiovanito nell'ira; e gli pareva avere dai proprii affanni acquistato diritto a aggravare fino alla disperazione gli altrui affanni. Nell'ebbrezza della fiera gioja esultava, misurando la cella, come tigre che si rigira nella gabbia ferrata, e di tanto in tanto scrolla con l'ugna le sbarre sonanti.
Mentr'egli agitava nell'anima questi pensieri, viene uno de' grandi, pronto a battaglia, a confessarsi a' suoi piedi. E detto che ebbe gli altri peccati, confessò gli odii che gli parevano inestricabili dalle speranze, e chiese consiglio come combattere con amore, come morire senza paura e senz'ira. A questa domanda il vecchio si riscosse, e interrompendo all'altro le parole: «Fratello, gli disse: a me chiedi consigli d'amore, a me, anima dall'odio ulcerata? Tu non sai i miei dolori: non sai quanti peccati furtivi, impotenti, vili, si vengono consumando nei segreti dello spirito mio. Io non son degno nè di consigliarti, nè d'udirti, nè d'alzare gli occhi a questo crocefisso che morì perdonando. Che vuoi tu ch'io ti dica? Di quale peccato poss'io riprenderti? Da quale proscioglierti? Io confesso innanzi a Dio e innanzi a te l'indegnità mia, e te prego, preghi per me ch'e' m'ascolti. Oh fratello, preghiamo insieme!»
Il vecchio s'inginocchiò accanto al guerriero armato, si chiuse il volto nelle mani, e singhiozzando gridava: «Perdonaci, come noi perdoniamo.—Noi perdoniamo», ripeteva, come per figgersi in mente il senso di quella dolce parola; e abbracciava l'inginocchiato al suo fianco, e piangeva. La canizie del frate, mista all'ondeggiante capigliera del giovane armato, implorava mercè da Dio, e l'otteneva. «Figliuol mio, disse riscosso a un tratto, così Dio assolva me com'io nel suo nome t'assolvo.» E dicendo, figliuolo, pensò all'unico suo, pensò all'uccisore di lui; e ambedue li congiunse in una ineffabile comprensione di carità.
Nelle case, chi traeva fuora le vecchie lance o balestre, chi le spade affilava. I fanciulli riscossi dal sonno domandavano senza paura il perchè del trambusto, e dell'ignota novità giubilavano. Altrove pregavasi a bassa voce devotamente: molti de' più animosi dormivano, e sognando battaglia, si risentivano ad ogni tratto.
Coloro stessi che prima non davano mente a ciò, in quella notte macchinavan trattati, e agli amici, già d'altra congiura partecipi, li esponevano. Andavano spontanei, e non consapevoli, a profferire ai congiurati l'opera loro; e questi allo sguardo, all'accento riconoscevano la franchezza dell'amica profferta. Gl'incerti e i timidi strascinava l'esempio; e coraggiosi li faceva la paura di tanto coraggio. Così nella mischia il temente, dalla calca sospinto, corre al pericolo con quant'impeto da lui fuggirebbe. Ma i tementi eran pochi: uno spirito nuovo li portava insieme con pari impeto tutti. Non pensavano nè alla sconfitta, nè alla vittoria; pensavano a combattere, come l'affamato s'avventa a mangiare. Del come, del perchè, dell'esito, non disputavano; e la semplicità dello scopo a cui miravano tutti, li faceva concordi. Delle donne stesse non molte temevano, molte confortavano di parole e d'amplesso i lor cari: un solo pericolo stava nelle menti di tutti, il pericolo del Comune.
Sole le innamorate del soldato straniero tremavano: e qual piangeva celatamente, quale sconsigliava il marito o il padre dal combattere; quale confessava gli adùlteri amori, forsennatamente disperata. Quella dura notte scontò quante mai gioje, o infelici, provaste nei brevi colloquii e nei lungamente desiderati e temuti abbracciamenti. E alle più di loro il pericolo del capo amato apportò maggiore ambascia che non facesse la perdita; e più piansero temendoli che sentendoli uccisi.
Siccome agli oppressi da grave malattia un punto che varchino è morte o salute; così quella notte agitava i tuoi destini, o diletta città. Una subita pioggia, un incendio, una falsa novella, eran forse sufficienti ad allentare quell'impeto: ma le stelle del cielo, quasi guerrieri armati in ischiera, vegliavano, Fiorenza, su te. I Santi nati e cresciuti nel tuo dolce seno ti guardavano dall'alto pregando; e ai tuoi passati mali, e ai mali e alle vergogne avvenire questa gloriosa tregua, questa espiazione memoranda impetravano. A te, gentile atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali, conservatore d'un'immortale parola, a te gli spiriti del cielo congioivano di questo, ahi troppo breve, trionfo. O città de' miei desiderii, poichè non tu per la mia parola, possa la mia parola essere illustre per te; e i Fiorentini che di qui ad età molte, più pii e più fortunati, vivranno, sentire che amor di fratello moveva il mio canto, e con amore fraterno ridire il povero nome mio.
Dopo la mezzanotte, quando il rumore dei passi, il bisbiglio delle voci, il cigolio delle porte, e quell'indistinto susurro che annunzia un agitarsi insolito di anime umane fu queto; s'udì, dopo la mezzanotte, un picchio sommesso alla porta delle case degli Adimari, il qual riscosse Matilde, che, stanca del piangere, giaceva sul letto trasognata. La scosse come suono amico, aspettato: ond'ella balzando, scese animosa, ansiosa, quasi lieta, ad aprire, come se corresse a rincontro del padre. Gli era Cosimo Oricellai, che tra l'uno colloquio e l'altro, sacri alla salute della città, si ricordò del dolore della fanciulla e delle raccomandazioni d'Antonio: e abbracciate, forse (pensava) per l'ultima volta, le figliuole proprie, veniva a lei.
Nel vederlo, Matilde, che lo conosceva buono ed amico, e che voleva di tutta forza sperare, prima ancora di aprirgli la porta socchiusa:
«Egli viene!» esclamò, come persona che crede già vero quel che domanda. Ma il silenzio di Cosimo, e l'entrare sommesso, e il chiudere sollecito, e il prenderla pietosamente per mano, la fece dalla lieta fiducia trabalzare a certezza disperata; onde, coprendosi il viso con le palme, e il viso e la persona chinando verso terra:
«Egli è morto!» esclamò singhiozzando.
Allora non fu difficile al buono uomo riconfortarla, dicendo che il suo padre viveva, tuttavia nel palagio, ma che la città tutta s'armava per trarnelo.
«Quand'udrai domani Fiorenza levata a rumore, tu non aver paura, Matilde; ma pensa che quella è la libertà di tuo padre.»
—E se l'uccidono intanto?
—Non oseranno.
—Lo scoppiar del tumulto affretterà la sua fine. Che importano a me l'ire vostre, se mio padre muore?
«Morire!» esclamava, e le pareva non intendere bene il senso di quella parola; e la ripeteva gridando senza lacrime.
«No, vi dico, Matilde: la paura li terrà dall'ucciderlo.
—Oh no, non l'uccideranno. Non è possibile ch'egli muoja; non è possibile che io non l'abbia a vedere mai....» E quest'ultima voce ripeteva piangendo.
«Sì, lo vedrete, figliuola mia.
—Lo vedrò! Perchè dunque non dirmelo al primo venire? Lo vedrò? promettetelo.»
E perch'egli taceva: «Accertatemi ch'egli vivrà.
—Che poss'io? salvo che promettervi ajuto a scamparlo, e, se altro accade, vendetta?
—E che mi fa a me la vostra vendetta? I' vo' mio padre. Che mi fa a me ch'altri sia ucciso dopo lui o per lui?»
Allora un altro pensiero le balenò nella mente, e la trafisse come doppio rimorso. E domandò:
«Credete voi che zuffa segua?
—Seguirà: e i nemici della città nostra sentiranno alla fine quanto caro costi l'oltraggio.
—I nemici? Ma non tutti sono nemici i....» Non osò dire i Francesi: e arrossì. Voleva pensare al padre solamente, e non poteva; voleva parlar di Rinaldo, e non osava. S'assise guardando Cosimo con occhi supplichevoli, quasi lo pregasse d'intendere la sua secreta preghiera. E perchè quegli taceva, ed ella ripeteva, come uscita del senno: «I nemici!» Poi riscuotendosi a un tratto: «Deh non sia; non m'aggiungete dolore a dolore. Voi sapete, signore, di chi parl'io; non me lo uccidete: egli non ha l'anima di Francese.»
Cosimo impietosito, per rassicurarla rispose: «Il conte d'Altavilla non vorrà combattere contro noi.
—Ma se volesse?
—Oh fanciulla, tu vuoi di forza ch'io vinca i tuoi timori; e a' conforti miei non dai retta. Poss'io piegare a tua voglia i casi e gli animi altrui? Volgiti a Dio, pensa a messere Antonio degli Adimari tuo padre. Egli mi ti ha raccomandata nel partire, ti consolassi, ti tenessi vece di lui.
—Vece? Egli pensa dunque a morire? Oh dite ogni cosa; fate ch'io sappia s'io sono orfana o no. Non venite a mescermi a goccia a goccia il terrore e la morte. Come sono crudeli gli uomini! E che vi ho fatt'io?
—Figliuola mia, i' ti perdono, perchè tu se' addolorata; ma credi tu che gli altri non abbiano anch'eglino i suoi dolori? Nel mezzo della notte, nell'ora del pericolo, poche ore forse innanzi di morire, io lascio le figliuole e la moglie mia; e hanno anch'esse le mie figliuole, e lagrime negli occhi e parole di rimprovero disperato: le lascio per venire a veder te, per amore del buono messere Antonio tuo padre, per compassione della tua desolata giovanezza; e tu così mi ricevi? Poich'io ti sono, e voglio esserti padre, perchè non hai viscere di figliuola tu verso di me? Oh mia Matilde, raccomandati, raccomandaci a Dio, ci soccorra, c'insegni a vivere da uomini e da cristiani a morire.»
Ella lo abbracciava senza parola; e l'Oricellai seguitava:
«Di me non so quel che Dio abbia destinato. Forse quando tuo padre correrà negli abbracciamenti tuoi, io giacerò cadavere nella vicina via. Se mai, le mie figliuole a te raccomando, come tuo padre ti ha raccomandata a me: sii loro amica, e col buono esempio le illumina, e coll'amor tuo le consola: parla ad esse di me, e delle dipartenze di questa notte, quando gl'impeti dell'angoscia siano allentati, quando si può con lagrime dolci e tranquille parlare di quelli che sono morti. Ma le mie parole, o infelice, ti sconsolano; e a questo non sono venuto io qui. Vinceremo, Matilde. Tu sentirai da lontano scalpitare il cavallo che ti riporterà libero il padre, e me vedrai di lontano correre alle mie case giubilando; e poi le giostre e le danze e le preghiere della vittoria, e poi queta e franca e civile la vita.
—Ma Rinaldo!
—Ben mi rammenti, o figliuola, che ancora non è passato il pericolo. Tu del vicino agitarsi non sbigottire; i miei ti difenderanno, e ti difenderà, meglio d'ogni cosa, la stretta in cui saran posti i nemici.
—Potess'io combattere!
—Prega.
—Oh sì, per il padre insieme e per voi.
—Buona Matilde! Tu se' la figliuola mia, non è egli vero? Chiamami dunque padre.»
E mentr'egli la baciava in fronte, Matilde, abbassando il viso, lo chiamava col nome di padre. E pur tuttavia la speranza, come il più leggiero degli affetti, galleggiava sull'anima di lei: al che le giovava non conoscere il duca, nè le vie lunghe e segrete della sventura, e il credere con tutta l'anima in Dio.
Consolato dell'aver consolata un'anima, l'Oricellai moveva Oltrarno verso le case dei Bardi, che l'alba appena vinceva le stelle: e gli uccelletti la chiamavano con ancora sommessi e radi canti; e il vento piegava le cime degli alberi che pareva se ne lamentassero con basso stormire. E' fermò un poco il passo sul ponte di Santa-Trinita, e guardò al fiume pensando: «Oggi forse uscirai fuor di porta tinto di sangue: forse me pure voltolerai fra' tuoi sassi; poi, stanco della preda, mi lascerai sotto qualche macchia di Valdarno. E chi sa quanti ch'ora dormono, o vegliano sognando vendetta, stassera dormiranno sopra un letto di carne umana e di sangue!» Volse il viso alle sue case, pensò alle figliuole e alla moglie; e guardando il cielo: «Signore, disse, a voi raccomando loro e l'anima mia. Fate che il mio corpo non sia strazio de' cani stranieri, ma posi onorevole nel sepolcro de' miei antichi.» E seguitava la via a capo chino: poi, volgendosi ad un rumore, gli venne guardato il tempio di Santa Reparata, e disse tra sè: «Oh se l'Acciaiuoli fosse con noi, quanta forza verrebbe alle nostre armi dalla sua croce! E' si stette sempre in disparte, quasi animale nè timido nè audace, ma astuto: e non come volpe foresta che dà a divedere l'astuzia, ma come gatto domestico e quietone, che aspetta il momento di spiegar l'ugna, e il quando non sa. Tanti vescovi trovò favoreggiatori l'iniquo, e la misera città nostra non avrà il suo per sè!» Così pensando entrava alle case de' Bardi, dov'erano già radunati, o venivano mano mano, molti de' Rossi, e de' Frescobaldi, Vieri degli Scali; poi parecchi della seconda e della terza congiura. Seduti ch'e' furono, Andrea di Filippo de' Bardi incominciò:
«Cittadini e fratelli, poichè l'estremo pericolo minaccia la patria, noi senza molte parole v'annunziamo essere pronti ad opporgli i petti nostri; noi Bardi e consorti, Frescobaldi e consorti, Rossi e consorti, gli Scali ed altri; tutti d'una setta e d'uno animo. E voi all'opera fraterna invitiamo; e con voi facciamo comuni le armi, l'amore, la gloria, la morte.»
E Tile de' Benzi de' Cavicciuli levatosi, disse così: «Noi vi rendiamo grazie, o cittadini e fratelli, della profferta vostra, e di buono animo l'accettiamo: e io, col consentimento di quelli della mia setta, fo manifesto a voi come in altra parte della città gli animi erano all'impresa medesima apparecchiati; i Donati, i Pazzi, parecchi degli Albizzi, io parlante, e molti de' miei. Che se, giorni fa, interrogato da voi, messere Filippo Bordoni, io tacqui, fu per serbare il giuramento dato alla mia setta sopra i sacrosanti vangeli.»
Filippo Bordoni, tra lieto e vergognoso (ma la gioja e la maraviglia vincevano), s'alzò; e voltosi a Tile in atto fraterno: «E io a messer Tile, onorevole cittadino, chieggo, innanzi a questi spettabili uomini e innanzi a Dio, perdonanza dell'avergli fatt'onta; e di qualsiasi ammenda a lui ed a voi piaccia imporre alla mia subita diffidenza, sarò contento e onorato. Poi debbo, in nome della mia setta (a queste parole corse per gli astanti un mormorio di maraviglia ineffabilmente lieta; e si guardarono tutti in viso, come gente che, stata sotto maschere, si scoprano, e si riconoscano amici desiderati); debbo in nome della mia setta, della quale era capo messere Antonio degli Adimari, e ora sono Simone e gli altri consorti suoi, alla quale appartengono e gli Oricellai e altri molti (non dico de' Medici paurosi che qui non vedete, e degli Aldobrandini, de' quali i più fuggirono all'ombra di qualche foresta o nel campanile di qualche badia); debbo in nome della mia setta, alla quale altre parecchie si sono unanimamente congiunte, con artigiani, e popolo minuto, e stranieri, buona gente tutti, rendere grazie, o messere Andrea di Filippo de' Bardi, a cotesta spontanea significazione delle vostre volontà, alla quale acconsentiamo, e promettiamo comuni con voi le forze e gl'intendimenti nostri.»
Allora messere Agnolo Frescobaldi parlò in questo modo: «Il vecchio nostro zio, priore di Sa' Iacopo, o cittadini, saputo che ebbe della nostra impresa, volle esserne partecipe anch'egli: e disse, tra i più santi uffizii del ministro di Dio essere questo di difendere da ogni reo la città nella quale Iddio lo fece nascere, e il fonte del suo battesimo. Ond'egli da più giorni va seminando nel popolo: e già molta messe è matura. Ma perchè l'uffizio suo lo tiene altrove a quest'ora, comandò a me vi facessi noto il suo animo ed alla impresa v'incuorassi, e vi pregassi per lo nome di Dio, deponghiate ogni ingiuria e malevolenza, e siate tutti un cuore ed un braccio. Al qual fine, celebrando la messa d'ieri, il venerabile vecchio posò sull'altare queste due spade che qui vedete; e dinanzi al santissimo corpo di Cristo le benedisse; e a que' due le destinò che, nemici o avversarii, in questo consesso primi si abbracciassero in abbracciamento di pace.»
Dopo le quali parole Corso d'Amerigo Donati si levò, e andando a Giramonte Frescobaldi con quell'empito che altra volta l'avrebbe cercato per forargli il costato, lo abbracciò strettamente; e ad un punto entrambi proferirono la parola fratello. Della qual cosa Antonio degli Albizzi lieto, tolse le due spade, e portele a loro, esclamò:
«Queste spade sull'altare di Dio consacrate, e ministre d'amore, siano senz'odio e senza paura adoprate contro i nemici nostri. E tu, Bindo de' Pazzi, prenditi in quella vece la spada che Giramonte de' Frescobaldi portava; e tu, Piero de' Bardi, quella di Corso Donati.»
Filippo Brunelleschi si stava confuso in un canto, e voleva pure consumare un duro sacrifizio, a che era venuto: ma la vergogna, e parte il timore, ne lo ratteneva. Alla fine, fatto animo (e come peccatore ipocrita che deliberi svestirsi l'uomo reo, e rivelare al confessore le sue brutture), parlò:
«Cittadini, io vengo, fidato nella magnanimità vostra, e più nel mio pentimento, a confessarvi un peccato che mi fa insopportabile l'aspetto vostro e del sole, e la vita. Pregovi non vogliate interrompere le mie parole.» (Ciascuna di quelle parole era come ferita che un ferro scanalato gli aprisse nel petto: ma più andava egli, e più si sentiva alleggerito; e quanto spregevole agli occhi degli uomini, tanto meno indegno si faceva ai proprii e di Dio.) «Messere Filippo Bordoni, jernotte, io vi dissi che non già Tile ma un Senese, masnadiere de' miei, ebbe al duca rivelato il trattato. Ora vi dico che quel masnadiere io condussi al palagio. Temetti, codesta non fosse insidia di Gualtieri per tentarmi; e l'antico odio contro gli Adimari, confesso, mi vinse. Potrei recarvi cagioni da alleviare il mio fallo; ma sarebbero del fallo più ree. D'ogni qualsiasi pena io mi sento meritevole: chè nessuna m'è più terribile del mio rimorso. Or tutto me nelle mani vostre abbandono. Ma se non credete la mia miserabile vita indegna che sia spesa per la nobile patria da me vituperata, questa grazia, cittadini, vi chieggo: e il corpo mio, dalle spade francesi straziato o monco, siccome leal debitore, alla vostra giustizia renderò.»
Tutti tacquero. Nessuno osava rimproverarlo, nessuno difenderlo. Moveva a maraviglia il tradimento; la confessione del tradimento a non minor maraviglia. A tutti pareva non si sarebbero lasciati ire così basso: a nessuno pareva ch'e' si sarebbe potuto levare a sì ardua umiliazione. Tacevano, pensando al pericolo corso e al da correre, all'Adimari prigione, alle calamità della patria. Ma ne' più giovani potendo più il disprezzo del male che la stima del bene, l'ira a poco a poco cominciò a ribollire: e Filippo Bordoni parlò, sommesso in prima e quasi vergognoso, poi tanto più s'accendeva quanto più sentiva i rimproveri essere importuni e crudeli.
«Dunque per lui poco stette ch'io non mettessi le mani nella vita d'un onorevole cittadino!
—Per lui, soggiunse Bindo de' Pazzi, Antonio degli Adimari sarà preda al lupo d'Assisi!»
E il Bordoni: «Per costui tante congiurazioni, tanto faticosamente condotte, e con tanto duro sacrifizio degli odii fraterni, sarebbero cadute a vuoto!
—E forse sono: rincalzò il Pazzi infuriando. Ah se mai l'empio straniero dovesse dissetar la sua rabbia con nuovo sangue, io spero almeno che Dio ci lascerà libero il braccio tanto da fare vendetta del costui tradimento.»
Allora il Brunelleschi accostandosi al Pazzi senz'audacia e senza paura: «Le ire vostre, gli disse, non temo, nè i ferri: ma l'infamia, e la coscienza mia temo. Se credete me vittima necessaria, eccomi. Nè fuggirò cotesta spada; e son venuto qui senz'armi ad affrontarla, e, più pungenti d'ogni spada, gli sguardi e il silenzio degl'incolpabili cittadini che sono qui. Se aver confessato il peccato, se chiedere d'espiarlo non basta; che altro volete da me?
—Che tu taccia (gridò imbestialito il Pazzi), e tolga a noi il malo augurio dell'aspetto tuo. Se per confessioni e per tarde ammende si potessero lavar, come cenci, i tradimenti, l'arte del traditore sarebbe tra tutte più facile e più gloriosa.»
Antonio degli Albizzi non potendo patire tanta durezza: «Messer Bindo, disse, vo' sete giovane, e le ire vi abondano sopra la pietà, perchè non sapete ancora nè le difficoltà della vita nè i pericoli della virtù. Io qui non entro difensore di Francesco Brunelleschi, nè egli vorrebbe: ma dico a voi, messer Bindo, che preghiate Iddio caldamente, vi guardi dalle tentazioni del male; perchè l'uomo è debole e cieco, e il suo domani non sa.
—Sere Antonio, rispose superbamente il giovanetto, mi credereste voi anima già fradicia e già disposta a viltà?
—Io vi credo un'anima umana. E se uomo siete, piangete gli errori degli uomini, e non vogliate incrudelire in colpa che Iddio forse ha già perdonata.
—Fratelli, non siamo più severi di Dio.» Questa voce uscì d'una stanza vicina, e parve venire dall'alto. Poi l'uscio s'aperse, e l'Acciaiuoli apparve, il vescovo di Fiorenza. Tutti assorsero (confortati e parte maravigliati a quell'aspetto): e si fece silenzio.
«Altra impresa, cominciò il vescovo, abbiamo alle mani, che gastigare i fratelli nostri pentiti; ed è male, mentre che gli odii antichi si spengono, attizzare odii nuovi. Correggiamo i difetti nostri, o carissimi cittadini, prima che fulminare gli altrui; abbiamo tra noi carità, acciocchè piacciamo all'Altissimo. Noi siam qui per riprendere di forza la potestà che il duca d'Atene ha con tradimento usurpata sopra il Comune e popolo di Fiorenza: e a voi più che a me sono chiare le cagioni perchè ci è forza ribellarci dalla costui signoria. Sola una io aggiungerò, che più s'appartiene al mio ministero: gli scandali de' quali costoro ingombrano la Chiesa di Dio e 'l disprezzo in cui tengono le cose sante. Già questo è antico vezzo della casa di Francia, sotto colore di proteggere Chiesa Santa e i pastori di lei, quella porre a mercato e fare prostituta, questi rubare e avvilire. E sapete quello che il nostro poeta Dante cantò della mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia. Gli strazii che di Bonifazio, amico e nemico, e poi di Clemente, furono fatti, son tuttavia fresca cosa: e duca Gualtieri dimostra anima e ingegno accomodati a seguire i turpi esempi de' suoi. Non mandò egli al papa per licenza di disfare tre nostre chiese, a fine di meglio munire e d'ampliar la sua tana? Buon per noi che da Roma non gli fu consentito: ma da lui non mancò. Adunque ogni divina legge ed umana ci persuade a ribellione contro cotesto iniquo uomo: al che, Fiorentini, certo non vi bisognano incitamenti. Or vediamo de' modi.»
L'Oricellai disse: «Io propongo, se a voi parrà, che qui da Oltrarno i Bardi e i Frescobaldi sieno conduttori d'ogni difesa ed assalto; dalla nostra banda, quest'onore si renda, per Antonio degli Adimari, a' consorti suoi, ch'eglino siano capi de' cinque sesti.»
E tutti assentirono. Iacopo de' Bardi allora:
«I popolani, per contrade, si ridurranno ciascuno a' suoi gonfaloni. Sarà nostra cura abbarrare i capi de' ponti, acciocchè, se tutta la terra di là (che non sia) si perdesse, possiamo tenerci francamente di qua.»
E Simone Adimari: «Tutta sarà similmente abbarrata la città ad ogni capo di vie, sì che debba il nemico, prima di correre una strada, assalire più ripari, e combattere ad ogni passo, e snidarci, se può, di serraglio in serraglio.»
Qui l'Oricellai: «Il tempo stringe. L'ora del movere?»
E l'Albizzi: «Sonato nona, quando i lavoranti escono delle botteghe, si levi rumore, e s'assalga il palagio.
—Bene sta (concordarono tutti): sonato nona.»
Allora Bindo de' Pazzi con aria grave: «Una cosa rimane a risolvere; chè non tutti siamo intorno a ciò d'un avviso. Vuolsi egli togliere all'uomo pure la signoria, ovvero, la vita?
—Giovanetto (parlò il frate vescovo con atto d'amore che all'altro fece dispetto), finchè l'uccello è su per le tetta, non pensare al modo del cuocerlo. Di ciò terremo disputa poi. D'una cosa vi prego, cittadini: sia franca e leale e pia, quanto potete, la guerra. I nemici vostri tale non la faranno; ma voi non pigliate esempio da gente, i cui tristi esempi siete chiamati a punire.»
Taciuto un poco, riprese: «E qui un duro uffizio mi resta a compire: e perch'io possa compirlo efficacemente, all'amor vostro, fratelli, mi raccomando. Abbiamo di Siena, di Perugia e d'altrove promesse d'ajuti; ajuti avremo da Pisa, e saranno debiti al buono zelo de' Frescobaldi, e de' Bardi nelle cui case siamo. Ma io non posso tacere a questi onorevoli cittadini, che l'aver loro chiamato in nome proprio, e non del Comune, il soccorso di gente a noi non amica, e confederata al traditore, turbò forte taluni della città nostra. A torto, ben so: ma nell'ora del pericolo giova che sia cansata pure l'occasion del sospetto. Onde per l'amore della comune patria vi supplico, o buoni cittadini, vogliate provvedere che scandalo di ciò non segua.
—Non seguirà, disse Andrea di Filippo de' Bardi. E se i Frescobaldi consentono (Agnolo e i suoi accennarono di sì), noi siam pronti a rimandare indietro i sospettati sussidii.