OLINDO GUERRINI

(Lorenzo Stecchetti)

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BRANDELLI

A. Gorlini e C. Via Moscova, 39 Milano.

OLINDO GUERRINI

(LORENZO STECCHETTI)

BRANDELLI

Nuova edizione su quella di A. Sommaruga

MILANO
CASA EDITRICE LIBRARIA MODERNISSIMA
«FLOREAL LIBERTY»
di ROSSI ARTURO, Via Pontaccio, 19

1911


IL PRIMO PASSO


Ecco come andò la cosa.

Nell’inverno del 1868 io davo ad intendere alla mia famiglia di studiar legge; anzi per confermarla vie più nell’errore, alla fine di quell’anno mi laureai.

(Parentesi. Mi ricordo che ci chiusero nell’Aula Magna dell’Università. Eravamo otto o dieci candidati, di quelli allegri come non se ne trovano più. Venne il professore di Diritto Canonico, munito di una borsa gigantesca che conteneva la bellezza di sessanta palle. Ognuno di noi immerse la mano nel venerando borsone ed estrasse una palla sola, il cui numero corrispondeva a quello di una tesi da svolgere in iscritto. Mi toccò una tesi laconica: Del Comune; una tesi che non conoscevo nemmeno di saluto. Il professore se ne andò e noi ordinammo la colazione. Ci parve che il vino, che era buono dovesse rischiararci le idee, e ne bevemmo... si sa... ne bevemmo... con molto piacere. Mi ricordo anche, un po’ confusamente, di aver ballato con molta energia, insieme ai colleghi, intorno ad un mappamondo in mezzo all’aula, e di aver riscossi unanimi applausi per l’esecuzione brillante dell’esercizio ginnastico detto l’albero forcuto. Sul tardi ci decidemmo a lavorare, ed io comunicai i miei bollenti spiriti all’opera della mia sapienza giuridica. Cominciai coprendo di vituperii il cranio di Clemente VII perchè distrusse la repubblica fiorentina, e finii rimproverando il ministro Menabrea perchè dopo Mentana non era andato a Roma. Domando io che cosa c’entrava questa roba in una tesi di diritto amministrativo? E tra il principio e la fine ci era una tempesta di punti ammirativi, di apostrofi, di sarcasmi, d’esclamazioni; c’erano dentro tutte le più calde figure rettoriche possibili. Era insomma una tesi un poco brilla. Cinque o sei giorni dopo, la mattina a digiuno, coll’abito a coda di rondine e la cravatta bianca, dovetti recarmi all’Università per leggere e sostenere pubblicamente la mia tesi davanti alla Facoltà ed agli ascoltatori. Lessi, ma in parola d’onore, avrei preferito di non leggere. Mi vergognavo. Tutto quel lirismo bacchico recitato a bassa voce da un giovine a digiuno, in soggezione e colla voce spaurita, doveva fare un bell’effetto. Alle interrogazioni dei professori, m’impaperai, dissi degli spropositi cavallini, feci una figura scellerata, e forse mossa da un delicato senso di compassione la Facoltà mi approvò a pieni voti. Vorrei esprimere la mia gratitudine ai benefattori, ma credo che sia tempo di chiudere la parentesi).

Dunque, nell’inverno del 1868, invece di leggere il codice leggevo dei versi. Ma leggevo per lo più dei versi francesi, non trovando niente in italiano che finisse di piacermi. Giudicavo tutti i nostri poeti recentissimi colla avventatezza dello studente che procede per simpatie ed antipatie e tutta la nostra lirica contemporanea mi pareva vuota, affettata, frigida. L’eterno Iddio Manzoni era l’oggetto del mio odio accanito; e tutto quel cristianesimo nè carne nè pesce degli scrittori che adorano san Pietro e dicono male del suo successore, mi dava delle ore di bile felice. Il mio vangelo filosofico era la Filosofia della rivoluzione del povero e grande Ferrari; e in questo forse ho cambiato poco. Potete dunque immaginare il gusto che mi dettero poi le lodi prodigate all’abate Zanella! Badate bene! Se l’amor di Dio messo in versi mi fa sempre presso a poco lo stesso effetto, non giudico più così sfacciatamente in cose d’arte. Voglio solo dire che allora l’odio al romanticismo cristiano e cattolico mi accecava e mi faceva giudicare colla ferocia di un antropofago.

La sera, prima di andare a letto, facevo dei versi.

Li facevo in pantofole e ci si sentiva. In quelle crudelissime poesie ingiuriavo atrocemente la Trinità ed il resto. Traducevo La Guerra degli Dei del Parny, Voltaire mi pareva fiacco e, quando trovavo qualche cosa che non mi andava a verso, picchiavo coi pugni sul tavolino e insolentivo l’autore e i suoi ascendenti in linea mascolina e femminina in perpetuo. Non mi consigliava nessuno e da nessuno avrei accettato consigli. Avrei scaraventato subito il volume dell’Aleardi in faccia a Mentore stesso. Non si è giovani per niente.

In quell’anno venne fuori il Levia Gravia del Carducci. Non conoscevo l’autore di persona, e quando lo conobbi, mi diede sempre tanta soggezione, che si sono voluti dieci anni di amichevoli relazioni prima di decidermi al tu confidenziale. Anzi è stato lui che ha cominciato col tu, ed anche ora, quando si parla sul serio di letteratura o di storia, mi scappa quel lei benedetto. Allora insomma non lo conoscevo e si può anche dire che egli era conosciuto da pochi. Il Levia Gravia non levò gran rumore, un po’ perchè allora non si credeva possibile di far buoni versi dopo il Manzoni ed anzi pareva sfacciataggine provarcisi; poi, perchè in quel libro non c’era politica. Ma io lo lessi; e stucco e ristucco di tutta quella devozione rimata che stagnava in Italia, rimasi ammirato di non trovarci dentro i soliti angioli e le solite madonne. Trovai finalmente il poeta mondo dalla lebbra del sentimentalismo ipocrita che odiavo, trovai finalmente qualche cosa di nuovo, di originale, e non le solite rifritture manzoniane. Fino i metri non erano più quelli del sempiternale—Ei fu! Siccome immobile—e gli affannosi decasillabi, noiosi nel loro isocronismo come il pendolo dell’orologio. Ma qui non faccio l’autopsia critica del Carducci; dico solo per dire che mi colpì subito e, presa la penna, scrissi due o tre colonnini di roba entusiastica certo, ma sconclusionata parecchio.

Si sa: quando si è scritto qualche cosa adversus genies, viene la voglia di stamparla. Ricopiai la mia sconciatura in magnifica calligrafia e la portai ad un giornale che si chiamava l’Amico del popolo.

Era un giornale repubblicano: lo dice il titolo preso dal giornale di Marat. Scritto da brave persone, aveva però il difetto di quasi tutti i giornali repubblicani, quello di parlare sui trampoli come i proclami. Aveva degli articoli di fondo scapigliati, infocati e sbraculati, e se non si fosse saputo che gli scrittori erano brava gente incapace di torcere un capello a nessuno per cattiveria, si sarebbe potuto credere che l’ufficio dell’Amico del Popolo fosse una tana, di cannibali infermi mezzo d’idrofobia e mezzo di delirium tremens. E il Governo (i Governi, come i mariti, non sanno mai le cose bene) credeva proprio che in quelle innocenti camere terrene della Siliciata di Strada Maggiore accampasse una masnada di settembrizzatori assetati di sangue umano, perchè periodicamente faceva cercare e arrestare qualcuno dei collaboratori. Che tempi erano quelli, dopo Mentana! I repubblicani confessi erano sempre aspettati nelle carceri di S. Giovanni in Monte e, tenuti pericolosi, erano però le persone più sicure della città, poichè la sera andavano a casa scortati dalle guardie di sicurezza vestite da uomini. Ma lasciamo andare.

Piano piano, con un po’ di tremarella, mi diressi all’antro dell’Amico del Popolo. Entrato sotto al portone, vidi un uscio con un cartello dov’era scritto Direzione, e dietro l’uscio si sentiva un rumore di voci, un pandemonic che ricordava una scuola di ragazzi in rivoluzione. Bussai, due o tre voci mi dissero avanti, spinsi, l’uscio, ma non vidi nulla.

Non vidi nulla perchè dentro c’era un fumo tanto denso che si sarebbe tagliato col coltello. Dieci o dodici pipe mantenevano quel nebbione nell’antro. Si capiva che c’era molta gente e si sentiva una voce misteriosa uscir dalla nube come la voce di Dio sul Sinai. Rimasi ritto presso l’uscio e sentii la voce declamare un articolo di fuoco e di fiamme. E’ passato tanto tempo, che non lo ricordo più; ma c’entravano il sangue, le fogne, la spada di Damocle, il toro di Falaride, eppur si muove, la cuffia del silenzio, Dionigi il tiranno, Torquemada, Polignac, i fulmini e le saette. Io rimasi un poco sconcertato in principio, perchè non pareva che dicesse sul serio: ma quando sentii uscire dalla nube alcune voci d’approvazione, la presi sul serio anch’io e, tirato fuori un sigaro, collaborai col mio fumo a quello della comunità.

Dopo un po’ di tempo finì la declamazione dell’articolo di fondo, finirono le approvazioni, e i personaggi uscirono ad uno ad uno, involti sempre nella fitta nebbia di fumo di pipa. Mi avvicinai ad un monumento nero che travedevo in fondo alla camera e che giudicai uno scrittoio. M’immaginavo che dietro ci fosse il direttore del giornale un buon diavolo che andò a finire, credo, nelle ferrovie e che in quei tempi scoccava acutissime quadrella alle borse dei conoscenti. Offersi l’articolo, lo misi sul monumento che il senso del tatto mi assicurò essere uno scrittoio, e non ebbi altra risposta che una serie infinita di grugniti che non sapevo se approvativi o improbativi. Quando ebbi finito di parlare, non sentendo di là del monumento nessun segno di vita umana, tornai indietro, e trovata la porta a tentoni, uscii all’aria aperta. Oh, come respirai largamente! Era ancor freddo, ed il vapore del mio alito mi pareva il residuo del fumo aspirato nell’antro.

Per alcuni giorni lessi assiduamente l’Amico del Popolo sperando di vedermi stampato, ed ogni giorno mi portava una disillusione di più. Finalmente l’articolo apparve in appendice!

Così stampato mi faceva un altro effetto, mi pareva più bello, e l’avrò letto dieci o dodici volte in fila. Non descrivo l’emozione e i palpiti dello sciagurato che ha peccato la prima volta in tipografia. Ferdinando Martini ha descritto tutto con un verismo così preciso, che mi rimetto a lui.

Pareva anche a me che tutti in quel giorno dovessero guardarmi. Ero superbo come uno Scià di Persia e guardavo d’alto in basso l’intera umanità. Però, passeggiando fuori di porta, in un vicolo dove bisogna camminare con precauzione, vidi l’Amico del Popolo tagliato a pezzi e steso a terra come vittima di una faticosa battaglia. Torsi il viso e le nari con dispetto, quasi fossi stato personalmente offeso. Ahimè! Da che altezza precipitai!...

Questa è la vera e precisa relazione del mio primo passo nella via della pubblicità.

Compiangetemi.


SANTO NATALE


La signora Giovanna spalancò la porta e poco mancò che me la sbattesse in faccia. Le scappò un atto d’impazienza e mi disse:

—Senta: faccia a mio modo. Lei vada a letto.

—Dunque—risposi—c’è ancora molto tempo?

—Lei non ci può far nulla. Anzi ci rompe la testa, ci imbarazza... l’abbiamo sempre tra i piedi... Vada a letto. Che cosa vuol farci lei?

E mi voltò le spalle avviandosi verso la cucina che dalla porta aperta fiammeggiava come una fornace accesa.

Io avevo sulla punta della lingua una domanda sciocca.

Volevo domandarle se il nascituro sarebbe maschio o femmina; ma capii che non era il momento di fare domande sciocche. Perchè s’impazientisse la signora Giovanna, di solito così cerimoniosa, bisognava proprio che avesse altro per la testa; e piano piano ritornai a chiudermi nello studio.

Il fuoco era acceso e la poltrona mi tendeva le braccia. Come sono lunghe le ore dell’aspettazione!

Di fuori nevicava e i fiocchi di neve gelati della notte e cacciati dal vento battevano sui vetri, fitti, fitti, con un fremito sommesso, quasi timido e doloroso. Il vento di quando in quando mandava un lamento, poi si chetava, e il silenzio non era rotto che dal rumore strano e velato delle poche e lontane carrozze sulla neve, e dal passo cadenzato e lento delle guardie che passavano sul marciapiede allontanandosi a poco a poco. Il silenzio della notte è sempre solenne e misterioso, ma quando si hanno i nervi tesi dalle veglie e dal caffè, quel silenzio diventa come vivo e pare che qualcuno o qualche cosa vegli in una aspettazione muta e paurosa nelle tenebre profonde. Si attende non si sa che, quasi come il silenzio dovesse essere squarciato dalla rivelazione improvvisa e rumorosa di un mistero. Si aspetta, si tende l’orecchio inconsciamente come per interrogare il grande enigma delle tenebre silenti, finchè la tensione si rallenta e l’incubo dell’aspettazione si risolve nei vaneggiamenti del sogno.

Che libro leggessi non lo so e non lo sapevo neppur quella sera. Ma ricordo bene che presto mi cadde di mano e cominciai a fantasticare così tra la veglia e il sonno. Mi ritornavano in mente i bei giorni trascorsi in villa colla mia povera bimba e sentiva ancora le sue parole come se l’avessi lasciata poco prima. La rivedevo bionda, rosea; sorridente attraversare con me i campi dove le spiche mature erano alte come lei, dove i passeri spaventati dalle nostre risa volavano via cinguettando. Mi ricordavo il giorno in cui andammo assieme a pescare ed io la portavo sulle spalle per attraversar l’acqua e stavamo tutti e due nascosti nell’erba fresca ed alta delle rive, in silenzio, aspettando. Sentivo il suo grido di trionfo quando una lasca minuscola finalmente penzigliò dall’amo, e la vedevo ritta, coi ricci per le spalle e la felicità negli occhi, batter le mani e gridare. Oh quegli occhi, azzurri come foglie di mammole, grandi come occhi di donna, io li vedevo e li vedrò sempre che mi guardano come nell’agonia sua, imploranti un aiuto che io non poteva dare, nuotanti già nelle nebbie della morte, ma sempre grandi, sempre azzurri, belli sempre ed ora per sempre chiusi. Si può soffrire al mondo quanto soffrii adagiandola colle mie mani nella cassa e chiudendole gli occhi, i dolci occhi che non posso ricordare senza sentire qualche cosa che si straccia nelle mie viscere?

Per questo desiderava che mi nascesse una bambina, e tremavo pensando che i presagi eran poco favorevoli al mio desiderio. Fino nel sogno mi inseguivano i pensieri angosciosi del giorno e li divideva certo la povera martire che sul suo letto di dolore aveva troppi altri strazi che la laceravano. E così sognavo, quando il silenzio notturno fu rotto da un grido acutissimo, da un vagito lungo che mi rimescolò tutto il sangue dentro e mi fece saltare in piedi desto ed ansante.

Accorsi, ma sull’uscio la signora Giovanna che entrava affacendata mi fermò col suo non si può rigido ed alle mie domande non rispose che con una alzata di spalle chiudendo l’uscio. Non potevo star fermo, mi mordevo le labbra, mi tiravo i capelli ed avevo caldo. Aprii la finestra, dalla quale irruppe nella camera la luce chiara e diffusa del mattino fatta più viva dal riflesso bianco della neve. Di fuori non c’era altri che la guardia del gas che spense correndo gli ultimi lampioni; poi più nessuno. Il silenzio ridivenne profondo e cupo. Mi pareva, non so perchè, che stesse per accadere una disgrazia.

Quando Iddio e la signora Giovanna vollero, potei entrare. Mi chinai sul letto e chiesi a mia moglie:

—Come va?

—È rinata la Lina—rispose sorridendo.

Nella culla bianca, affondata tra i veli ed i pizzi, giaceva la nuova venuta riposandosi della fatica fatta nel venire al mondo. Quando allontanai il copertoio per vederla, la neonata aprì gli occhi e mi guardò.

Era lei! Erano i suoi occhi, i suoi dolci occhi, azzurri come le mammole! Era la povera morta che mi guardava ancora cogli occhi della sorella!

Come non diventano matti i babbi in certe occasioni?

Oh, Santo natale della bimba mia, che tu sia benedetto!


NEVE


C’è la neve?

Vi pare una domanda sciocca, non è vero? Eppure in casa mia ha una grave importanza, poichè in un momento di tenerezza paterna ho avuto la imprudenza di prometterla al mio bambino che non ricorda più quella dell’anno passato. Io gli ho promesso la neve per il giorno di Natale io che l’ho avvezzato a credere ciecamente alle mie parole! La stagione si manteneva sempre eccellente e cominciavo a fare il diplomatico col signorino, cercando di preparare delle scappatoie alla paterna autorità. Ho insinuato così alla larga certi dubbi impertinenti sulla infallibilità dei lunari, e prendendola da lontano, ho fatto per incidente certe subdole supposizioni che implicavano la perfetta serenità del giorno di Natale; ma non c’è stato verso di proteggere decentemente la mia ritirata. Questa sera stessa dipingevo con colori vivacissimi (non faccio per lodarmi) e con eloquenza meravigliosa, le delizie di una passeggiata da farsi nel santo giorno, con un sole splendido ed un cielo sereno, sino ai giardini pubblici, dove al caffè vendono i dolci tanto buoni. Il signorino mi ascoltava serio serio, colle mani dietro la schiena napoleonica, e pareva soddisfatto della magnifica prospettiva di vedere i pesci rossi nel laghetto e di mangiare i pasticcini al caffè, quando ad un tratto mi ha chiesto a bruciapelo se ci sarà anche la neve!

La mia autorità è in pericolo! Come potrò io godere la confidenza del primogenito che ho ingannato così? Mi domando spaventato con quali doni potrò asciugare le lacrime della sua prima disillusione. C’è in una bottega un tramway di latta che gli deve aver ferito la fantasia; ma basterà a fargli dimenticare la neve promessa? Io domando a che cosa serve l’Ufficio meteorologico centrale che manda tanti curiosi telegrammi ai giornali? A che cosa serve leggere nel foglio della sera che oggi è stato bel tempo? C’è bisogno di telegrafarlo da Roma, quando già io sono uscito senza pastrano? Quanto più utile sarebbe quell’Ufficio se sapesse dire in tempo ai poveri padri di famiglia:—Badate di non promettere la neve pel giorno di Natale ai vostri bimbi perchè quel giorno sarà sereno!—Allora si capirebbe il perchè di tanti impiegati e di tanti telegrammi. Ma a mezzanotte non sanno dire che tempo farà al tocco. Oh la scienza! Meglio il lunario, che almeno qualche volta ci coglie.

Iddio misericordioso mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta mai ch’io faccia di questo periodico una cattedra di irreligione, specialmente in questi giorni benedetti. Ma però mi sia permesso di dolermi che la tradizione cristiana, e specialmente cattolica, abbia incorniciata la nascita del suo Messia con tutti gli orrori della stagione invernale. Anche a me sono noti, press’a poco, i risultati della moderna esegesi che tendono a stabilire Nazareth e non Betlemme come luogo di nascita di Cristo, secondo il Vangelo di Giovanni. So benissimo che il censimento di Quirino, che la leggenda ritiene causa del viaggio a Betlemme, è almeno di dieci anni posteriore all’anno della Natività secondo Luca e Matteo, poichè i due evangelisti fanno nascere Gesù sotto il regno di Erode e il censimento non fu fatto che dopo la deposizione di Archelao e che ad ogni modo questa operazione amministrativa dovette aver luogo solo nelle provincie romane e non nelle tetrarchie. Ma non è il caso di sfoggiare una erudizione troppo facile per tacciare di inverosomiglianza tante pie leggende, e ripeto che non voglio tener cattedra di irreligione. Solo mi preme di protestare contro la tradizione della neve natalizia, cui debbo il mio paterno imbarazzo.

Che a Nazareth l’inverno sia rigido, lo credo, benchè io non ci sia mai stato nè d’inverno nè d’estate. Benchè Nazareth sia ad una latitudine anche più meridionale di quella di Tunisi e le linee isochimene notino per quella regione una temperatura invernale di + 10 centig. in media, so che la patria del falegname Giuseppe è sul monte e quindi soggetta a squilibri forti di clima. Ma poichè la tradizione pia fa nascere Gesù a Betlemme, molto più al sud, in latitudine più meridionale di Tripoli, in luogo montuoso ma aperto ad oriente e riparato a settentrione dai monti che limitano la riva sinistra del Cedron, dubito che la neve fosse molto alta la notte del 25 dicembre dell’anno 1.

Sant’Epifane (vedete come la so lunga!) mette il Natale ai 6 di gennaio, e San Clemente Alessandrino dice che ai suoi tempi chi lo celebrava nel 19 o 20 d’aprile, chi al 20 maggio. Nel passato secolo vi fu chi sostenne che il Natale doveva cadere in settembre, ma il calendario del Bucherius mette la festa ai 25 di dicembre, e la Chiesa la celebra in quel giorno.

Certo in dicembre è freddo; almeno per lo più l’inverno è già inoltrato verso la fine dell’anno. Ma se badassimo alle tradizioni ed ai quadri dei pittori, tra i gradi 31 e 32 di latitudine dovrebbe esistere la Siberia e non la Giudea. Ci dipingono certe nevicate da fare invidia alla Groenlandia, mentre anche ora gli ulivi prosperano a Betlemme senza paura di morire gelati. Giacomo de Vitry narra che l’esercito dei crociati, giunto sulle rive del Giordano a metà di Novembre, prese un bagno con molto piacere. E se al 6 di gennaio è solennizzato il battesimo di Gesù che fu dal Battista immerso nel fiume, certo il Giordano non doveva essere gelato anche secondo l’idea della Chiesa. Quanto al bue ed all’asinello, non hanno che una dubbia frase del profeta Abacucco per giustificare la loro presenza nel presepio; e ad Abacucco ne lasceremo tutta la responsabilità.

Dunque il Vangelo non ci dice che nel giorno di Natale, a Betlemme, nevicasse. La geografia fisica lo nega. Perchè dunque dovrà esserci la neve quel giorno? Perchè queste belle ed erudite riflessioni non mi vennero in mente quando promisi la neve al mio bambino? Chi lo persuade ora? Se gli cito Abacucco, ho paura che non lo prenda sul serio. Specchiatevi, padri imprudenti, e vedete dove vi può trascinare una promessa fatta leggermente!

Il profeta Daniele dice Benediciamo i ghiacci e le nevi del Signore, e questo invito mi ricorda l’egoismo de’ miei desiderii. C’è troppa gente al mondo per la quale la neve è una tribolazione: desiderarla è dunque male. Lasciamo che il profeta la benedica e speriamo che i poveri possano farne a meno oggi. Comprerò il tramway al mio erede, che dimenticherà le promesse paterne, ed i bimbi dei poveri saranno contenti perchè oggi avranno meno freddo. Tutto quindi anderà pel meglio.

Ma io l’ho tuttavia colla scienza che non mi ha saputo guidare nelle promesse.

Sono oggi dugentotrentanove anni che il signor Ovidio Montalbani, il Rugiadoso Accademico della Notte e fra gl’Indomiti lo Stellato, pubblicava la sua Chiologia, cioè Discorso sulla Neve, e press’a poco sapeva quel che sa l’Ufficio meteorologico centrale. Sapete come si scriveva nel seicento? Ebbene, il Montalbani dedica il suo libro ad un conte Riario cominciando così: «La neve che io tratto nel presente discorso non sa intiepidire: ella ha riscaldato gagliardamente quel riverente affetto con che gran tempo fa vivo ambitioso della gratia di V. S.» Nientemeno! Egli ci dice più avanti che la neve «coll’inertia d’una quiete stagnante fabrica veloci le ali agli odori, et la medesima si dichiara per indivisa compagna della Mestitia et della Giovialità». Proprio quello che dicevo! Mentre la neve pel mio bimbo sarebbe compagna della Giovialità, per altri bimbi lo sarebbe della Mestitia. E andate poi a parlare di progresso mentre l’Accademico Rugiadoso, due secoli e mezzo addietro, diceva quel che dico io!

Nel 1644 l’Accademico Stellato affermava che l’oroscopo «trigonocratore dell’uno cielo ed oriocratore del proprio luogo» lo induceva a credere che «le feste natalitie non saranno tanto rigorose nel freddo quanto i giorni adietro, overo che riusciranno serene». Non so se l’indovinasse per quell’anno; so che l’indovina per questo. Provino un po’ i meteorologi odierni, che non usano termini meno difficili, ad indovinare che tempo farà per le feste di Natale del 2122? Vedremo se ci colgono. Sì, lo vedremo!

Facciamo pure senza la neve poichè tutti ci guadagnano e tanto il tramway l’avrei dovuto comprare lo stesso; e in questo giorno in cui gli angeli hanno cantato pace in terra agli uomini di buona volontà perdoniamo anche ai meteorologi, che in fatto di buona volontà e di buone intenzioni (l’inferno ne è lastricato) non sono secondi a nessun’altra classe di scienziati. Pace dunque al padre Denza e al Ministero della Marina.


BIBLIOTECHE


Lo Sterne nel Tristam Shandy sostiene che ogni uomo a questo mondo ha il suo dadà, il suo cavalluccio; e da noi si dice che ognuno ha il suo ramo di pazzia, anzi Alfredo de Musset scrisse in versi che in Italia questo grain de folie lo abbiamo proprio tutti. (Tra parentesi, era un verista lo Sterne? Non si direbbe, ma chi seguisse le teorie di certi ipercritici, dovrebbe ammetterlo. Infatti se per quei signori il verismo sta tutto nel parlar di grasso, lo zio Toby non parlò di magro.) Ora il mio dadà sono le biblioteche e non me ne vergogno davvero. Sono stato un pezzo in bilico se dovessi ammattire per le biblioteche o pel giuoco del tresette, quando finalmente mi sono deciso per le biblioteche. Il tresette mi avrebbe dato minori disillusioni; ma la pazzia che ho scelto mi porge almeno il destro di scrivere nei giornali; il che lusinga molto l’amor proprio del mio portinaio che non sa leggere.

L’argomento del resto è appunto arrivato, direbbe Bismark, al momento psicologico. Noi diciamo che è maturo, e la figura rettorica così è più giusta, poichè il frutto maturo o si coglie o marcisce e cade. E poichè l’argomento delle biblioteche marcirà negli archivi del ministero e cadrà in dimenticanza, se già non c’è caduto, è proprio il caso di una locuzione figurata da porgere ad esempio agli sventurati sì, ma infelicissimi studenti dei licei.

Ad una domanda del deputato Martini, il solo, fra cinquecento deputati che si suppone sappiano leggere, il quale si sia fermato a dare un’occhiata a quel capitolo del bilancio, ci è toccato di sentire il ministro per la pubblica istruzione confessare non aver potuto leggere il rapporto della Commissione d’inchiesta sulla Vittorio Emanuele senza arrossire. Quella biblioteca, per norma dei lettori, non è nell’isola di Pantelleria, ma a due passi dalla Minerva.

Vien dunque fatto di ricorrere a quell’aritmetica che par diventata privilegio dell’onorevole Bernardino Grimaldi, e ricordando la regola del tre, brontolare spaventati: «Se tanto mi dà tanto!...»

Come sorveglia il Ministero le biblioteche dello Stato? È una innocente domanda alla quale non so che risposta si possa dare. Il Ministero infatti si contenta dei rapporti, dei conti e delle statistiche che gli mandano i bibliotecari, onestissima gente, incapace di usare nemmeno in sogno de’ quattrini e delle cose pubbliche, ma soggetta come tutti gli uomini di questo mondo a sbagliare. Onestissima gente, piena di buona fede, ma esposta a tutti i pericoli cui la buona fede espone: almeno così si è visto nella biblioteca Vittorio Emanuele. Come dunque sorveglia il governo, come si guarda da questi pericoli? Con un semplicissimo sistema che ho visto nel 1870 applicato alla nettezza pubblica in Subiaco: aspettando cioè che la divina provvidenza mandi un temporale a spazzar via tutto, il buono e il cattivo, le immondizie ed il bucato disteso, aspettando un qualche pasticcio troppo grosso per nominare una commissione d’inchiesta che faccia piazza pulita alle immondizie dell’avvenire. Questo sistema sublacese è economico, ma via, non è igienico.

E pensare che l’Italia, giardino del mondo è un portento di fecondità meravigliosa in tutto, anche e specialmente in commissioni ed in ispettorati! Pensare che non si può mettere il naso fuor della finestra senza veder passare una serqua di commendatori ispettori de omni re scibili et quibusdam aliis: pensare che i ministri si sono limati il cervello alla penultima cellula per trovare nuove cose da ispezionare, come l’industria e il commercio; pensare che dagli ispettori di pubblica sicurezza fino a quelli di finanza ce n’è tanti che oramai sono più loro che i contribuenti, e pensar poi che a queste povere disgraziate di biblioteche non hanno concesso nemmeno un cencio d’ispettorato nemmeno un commendatore, nemmeno un cavaliere spicciolo, tanto per dire che ce n’è almeno uno! Proprio è difficile spiegarlo, a meno che non si voglia dire, con qualche apparenza di vero, che gli ispettori delle biblioteche non ci sono, appunto perchè ce n’è bisogno.

Ma qui può darsi che questa millesima istituzione di ispettori sollevi qualche opposizione. Delle sinecure ce ne sono tante, che fare una diecina di canonicati di più non torna conto.

È verissimo. Io davvero non so se nel meccanismo della istruzione ci sia qualche ruota, qualche molla che abbia per ufficio questa sorveglianza delle biblioteche; passatemi la figura. Ma se questa ruota c’è, deve essere arruginita da un pezzo; se c’è una molla, non scatta più. Io ho vissuto molto in una biblioteca, dove ad onor del vero non c’era bisogno di sorveglianza o di controllo, ma dove anche ad onor del vero non s’è mai visto nessuno a ispezionare o a controllare. Tutte le relazioni col governo centrale si riducevano a spedire parecchi chilogrammi di statistiche all’anno e a domandare inutilmente i quattrini della dotazione. Mai un cristiano si è presentato a chiedere come andavano le cose, ad informarsi de visu, a toccare colle proprie mani per conto del governo... Sbaglio. Ci venne il re col ministro della istruzione pubblica, con quello degli esteri e con quello dei lavori pubblici; ma era buio e poi ci stettero tre minuti precisi.

Debbo dunque credere che nel meccanismo del ministero manchino le parti necessarie al controllo di cui parliamo: e se, per tema di istituire dei canonicati, non si vuol mettere assieme un congegno fisso, se ne può combinare benissimo uno staccato, intermittente, volante. Voglio dire che si possono mandare delle persone pratiche ora al nord ora al sud, per dare un’occhiata ai libri, ai cataloghi, ai servizi. S’intende che non bisognerebbe avvisare una settimana prima che il commendator tal de’ tali arriva alla tal’ora per fare un’ispezione, e s’intende che non bisognerebbe mandare un bibliotecario a riveder le bucce al collega. Dato che nelle biblioteche avvengano degli inconvenienti, mi pare che il cercare di conoscerli a tempo non sia mal fatto; ma anche qui s’intende che al Ministero dovrebbero leggere i rapporti e non dare ragione a quella tradizione burocratica secondo la quale un ispettore mise una sardella tra le pagine del suo rapporto, e tutte le volte che torna a Roma a domandare un avanzamento, si reca agli archivi dove ha la soddisfazione di constatare che la sua sardella è religiosamente conservata. Il che davvero consola, poichè prova che almeno gli archivisti fanno buona e fedele guardia.

In tutto questo non c’è nulla che possa offendere i bibliotecari. Non c’è un colonnello che si creda offeso quando il generale viene a fare l’ispezione; una misura generale non può offendere le suscettibilità degli individui. La Leda del capitano Salvi era una buona cavalla senza dubbio; ma se il capitano non l’avesse tenuta tra le gambe, credete che sarebbe arrivata a Napoli in tempo per vincere la scommessa? Era una buona cavalla, ma se il capitano si fosse addormentato, credete voi che non si sarebbe fermata un pochino a pascere un po’ d’erba sui margini della strada Non si fa torto alla buona cavalla dicendo che fu aiutata molto dallo stimolo del cavaliere.

Insomma, ispettori o no, pare oramai che a questa faccenda delle biblioteche sia da pensarci sul serio. I nostri nonni avevano l’abitudine di imprimere sul frontespizio dei libri certi bolli madornali che tra l’inchiostro e le frittelle d’olio coprivano ogni cosa. Ebbene, si deve a questa bestiale abitudine, a queste frittelle indelebili, se molti libri non hanno emigrato; e se nella biblioteca Vittorio Emanuele ci fosse stato un frittellume come dico io, l’emigrazione sarebbe stata minore. Parecchie biblioteche non hanno altro riparo contro le ugne dei bibliofili, letterati o no, che il bollo, in mancanza di cataloghi e d’inventarii. E notate che i bibliotecari non ne hanno colpa, poichè a fare un catalogo ci vogliono delle braccia e dei quattrini che il governo non dà, e che i bibliotecari, con ragione, non vogliono metter del loro. Se dunque questa proprietà dello Stato, questa ricchezza della nazione fosse un po’ meglio curata, sorvegliata, difesa, che male ci sarebbe? Almeno il ministro si risparmierebbe di dover confessare i suoi rossori e noi italiani non faremmo la bella figura che facciamo. Dico bene?


DELLE BIBLIOTECHE


Carissimo signor Martini,

Poichè Ella mi tira in ballo citando la mia frase, in Italia non possono studiare che i ricchi, e poichè siamo in carnevale, mi lasci ballare.

Ella sa bene come diavolo vadano le biblioteche italiane e lo sanno tutti gli altri infelici che hanno la disgrazia di studiare. Ma il pubblico che paga e il Parlamento che fa pagare non sembra che lo sappiano. Le nostre biblioteche, meno una o due onorevoli eccezioni, vanno avanti così alla carlona, per forza d’inerzia e nient’altro. Lasciamo che hanno per lo più certe doti (i bibliotecari chiamano così gli assegni annui), certe doti colle quali oggi un povero babbo non troverebbe un cane che gli portasse via una ragazza, fosse anche più bella della bella Elena Lasciamo che la dote del 1879 si paga nel 1880 e che il pagamento per ironia lo chiamano anticipo. Questo di pende dalle condizioni finanziarie dello Stato, e nessuno, o tutti, ci abbiamo colpa. Si potrebbe domandare però, perchè con pochi quattrini si vogliono mantenere molte biblioteche e per giunta scrivere nei regolamenti che esse debbono tener dietro alla coltura generale, speciale, ecc. Se per tener dietro bastasse correre! Ma Fanfulla disse bene a Barletta: I denari sono pochi! e mentre le sullodate colture corrono come locomotive, le povere biblioteche spedate sono rimaste quasi tutte al secolo passato; nè gli articoli dei regolamenti, per quanto pomposi, faranno comprare un libro di più o bestemmiare uno studioso di meno.

Si potrebbe anche domandare perchè certe biblioteche siano figlie e certe altre figliastre, tanto che a pari grado c’è chi nel bilancio segna dieci e chi cinque. Ma la più bella cosa da domandare sarebbe la fotografia grande al vero di quel grande uomo che immaginò di far pagare la ricchezza mobile alla dote delle biblioteche. Costui tradì certo la sua vocazione, che doveva esser quella di scriver farse per far sbellicare dalle risa il pubblico e la guarnigione. E’ buffa l’idea? Le biblioteche sono dello Stato. Ora che lo Stato faccia pagare la ricchezza mobile al bibliotecario, è una riduzione di stipendio bella e buona, ma in fondo chi paga è il bibliotecario perchè lo stipendio se lo gode lui. Ma che lo Stato faccia pagare la ricchezza mobile a sè medesimo è l’ideale della farsa tutta da ridere. Non le pare? E’vero però, che se si dicesse francamente che le doti e gli stipendi sono diminuiti di quel tanto e non tassati, l’amministrazione si semplificherebbe di troppo e non ci sarebbe più bisogno di tanti giri e rigiri, registri e posizioni quanti ne occorrono ora a tessere i conti di questa razza di ricchezze. O che gli impiegati debbono mangiare il pane a ufo?

E i bibliotecari? Ella ne cerchi i nomi nell’annuario della Istruzione pubblica e troverà nomi sempre rispettabili, spesso illustri; ma illustri in tutto fuor che per la loro opera di bibliotecari e di bibliografi.

Come avviene questo?

Avviene perchè fino ad oggi il posto di bibliotecario era riputato dal Governo un canonicato da far godere a persone di merito, fossero o non fossero mai entrate in una biblioteca in vita loro. E i bibliotecari, meno s’intende poche eccezioni, hanno preso in parola il Governo e si sono occupati delle biblioteche quel tanto che occorre perchè tirino innanzi nello statu quo ante. Il Governo poi, quando s’è accorto che nelle biblioteche c’era di tutto fuor che dei bibliotecari, ha pensato che il criterio del merito era errato per quei posti, ed ha accettato nudo e crudo quello dell’anzianità, come ai tempi di Carlo Felice. Di più ha ridotto l’ufficio del bibliotecario, a forza di articoli di regolamento, in modo che di bibliotecario non resta che il nome; sotto al quale non ci sono che le attribuzioni di un impiegatucolo qualunque, anche d’ordine. Quando si nominano e si pagano dei bibliotecari che non possono comprare una canzonetta da un soldo senza il permesso chi una Commissione, l’ufficio loro si riduce a tenere i registri. Ora per questo basta un diurnista. Ma il Governo non ha riflettuto che le biblioteche tutte le hanno fatte i bibliotecari sul serio, e non gli impiegati che sanno tenere bene i conti ed hanno una bella calligrafia.

I regolamenti, altra invenzione prelibata per semplificare le cose, i regolamenti vogliono ora che per diventare bibliotecario si sia stato prima vice-bibliotecario; al qual posto non si può aspirare se non si è prima stato assistente di primo grado, e così giù fino agli assistenti di quarto grado, ai distributori e magari all’usciere. Si sa che questi regolamenti li hanno fatti quelli cui tornava conto, ma lasciamo andare. Resta che la carriera è chiusa a chi non percorra grado a grado tutta la scala. Se tornasse al mondo Ludovico Muratori, dovrebbe cominciare la sua carriera da fantaccino, anzi forse non la potrebbe nemmeno cominciare perchè non avrebbe sostenuto l’esame di licenza liceale. Io conosco un signore, signore per sua fortuna, che è riputato per uno dei primi, il primo forse dei nostri bibliografi. Egli mise alla posizione il povero Panizzi che era pur qualche cosa, egli è domandato di consigli da tutti i bibliografi d’Italia e di fuori, a lui ricorrono tutti quelli che hanno bisogno di sapere quello che nessun bibliotecario nostro s’è sognato mai di sapere. E’un signore, beato lui, e fa il bibliotecario della biblioteca sua; ma se domani, che Dio lo scampi e liberi, gli venisse la bizzarra idea di diventar bibliotecario del Governo, si sentirebbe rispondere a furia di articoli di regolamento che non può essere bibliotecario chi prima non è stato ecc. Insomma, all’età di circa sessanta anni, stimato e rispettato per uno de’ migliori bibliografi viventi, si sentirebbe offrire il posto di alunno. I regolamenti non ci sono per niente ed hanno chiusa la porta in faccia anche a me che scrivo, dopo tre anni di tirocinio. Nessun ministro e nessun regolamento mi ha creduto capace di saper leggere e scrivere, e non lo dico già coll’amaro in bocca. Figurarsi!

Dato per unico criterio l’inesorabile anzianità, a voler provvedere bene, sarebbe necessario un buon sistema di reclutamento. Invece, se ci fu mai cosa che suscitasse l’ilarità generale, fu appunto il regolamento per gli esami ai posti delle biblioteche. Chi non lo ricorda? Si chiedeva al candidato un po’ di tutto, storia, letteratura, legge, medicina, matematica, lingue antiche e moderne... ci fu chi disse che s’era dimenticato un esame pratico di ostetricia. Ebbene, che risultato se n’è avuto? Questo, che i posti secondari nelle biblioteche se li tengono avvocati che non trovarono cause, medici senza clienti, ingegneri in ozio, professori senza scolari, insomma tutti gli spostati che hanno avuto la fortuna di passare all’esame per l’indulgenza degli esaminatori atterriti dall’enciclopedico programma. Ci sono le sue eccezioni, lo so! ma nella massa siamo lì, e da questa massa verranno i futuri bibliotecari del regno d’Italia; quod Deus averta!

Lo strano è che con questo bel sistema di reclutamento si siano avuti fin ora degli impiegati onesti. Ella notava alcuni furti accaduti nelle biblioteche del regno e specialmente nella Vittorio Emanuele di Roma. Non sarebbe difficile farne una lista lunghissima, ed è noto che molte delle cose nostre rarissime od uniche bisogna cercarle ora nelle biblioteche inglesi. Con tutto ciò io dico e sostengo che gli impiegati sono onesti, poichè colla facilità del furto e colla paga derisoria che hanno, avrebbero a quest’ora dovuto vendere anche le scansie.

L’anno passato, mentre facevo il mio tirocinio in biblioteca per il bel sfogo di prenderci cappello, capitarono due tedeschi. Non parlavano nè francese, nè inglese, nè italiano. Io di tedesco ne masticavo allora meno che ora e non c’era modo di intenderci. Finalmente uno di loro, grande e cogli occhiali d’oro, disse: Marcus Tullius Cicero. Oh, il latino! Fu una idea luminosa, e cominciai a parlare la lingua di Cicerone con una eloquenza da fare arrossire il Vallauri. E la dicono una lingua morta! S’intende che in biblioteca non si porta l’abito di società. Il regolamento vuole che in un dato mese dell’anno si spolverino tutti i libri; operazione che richiederebbe parecchi mesi a farla bene, un personale numeroso e sopratutto il trasporto dei libri giù nel cortile, se no la polvere rimane in biblioteca. Il regolamento è furbo! Si fa dunque come si può, e la polvere, si sa, non manca mai nelle biblioteche, che sono chiamate appunto polverose. Ma la polvere dei libri sporca i panni, ed ecco perchè si va vestiti alla meglio. Io poi andavo tanto alla meglio, che molti visitatori, ai quali facevo da cicerone, allungavano la mano per regalarmi mezza lira; rifiutata, s’intende, con un gesto di pudicizia offesa, degno d’esser fuso in bronzo.

I miei due tedeschi parlavano tra di loro in tedesco, e allor chi li capisce? S’entra nella sala dei manoscritti e domandano di vedere quel che c’è delle Epistole di Cicerone. Ne reco parecchi codici preziosi, quando quello dagli occhiali mi strizza l’occhio e mostrandomi un codicetto in pergamena mi dice nella più pura lingua del Lazio se glielo voglio vendere. Mehercule! dissi io: an te pudet, Germane... Chi sa che bella pagina di latino ha perduto la moderna letteratura! S’intende che i due tedeschi se ne andarono scornati e il codice è ancora là, nel suo scaffale. Ma faccia conto che al mio posto ci fosse stato un povero diavolo carico di famiglia e di fame! Non c’è che stracciare una scheda e stender la mano ai marenghi. Dunque? Dunque, cosa strana, gli impiegati delle biblioteche non sono forse al loro posto, ma sono onesti.

Conclusione:

1. L’Italia è il paese che ha più biblioteche e meno bibliotecari.

2. Se ci sono ancora biblioteche in Italia, si deve alla fenomenale onestà degli impiegati retribuiti come tutti sanno.

3. Se si tira avanti così, verrà il giorno che essendo le biblioteche italiane in Germania o in Inghilterra, il bilancio risparmierà le paghe del personale.

4. Il Governo fa il suo dovere; nomina delle Commissioni.


PER UNA GUIDA


Luoghi più belli non ne avevo mai visti.

Sul giogo dell’Appennino centrale, dove la strada, raggiunto il valico tra la valle romagnola del Montone ed il Mugello dall’Alpe di San Benedetto scende a San Godenzo, sono alcune case bige, misere ed aggrondate. Il vento lassù imperversa con furia d’inferno e le case hanno certe finestruole dove, non che il vento, non passa nemmeno l’ossigeno. Ivi, lungo la strada e pel tratto di parecchi metri, sta un muraglione massiccio e gigantesco, ornato di una iscrizione che narra come l’ultimo Granduca facesse costruire quel riparo perchè il vento non travolgesse più le carrozze, i cavalli e di viandanti nei borri lì sotto.

Dante salì a questo valico. Egli vide il Montone alle sorgenti, come ci fa intendere nel XVI dell’Inferno:

Come quel fiume, c’ha proprio cammino
Prima da monte Veso in ver levante
Da la sinistra costa d’Appennino,

Che si chiama Acquacheta suso, avante
Che si divalli giù nel basso letto,
Ed a Forlì di quel nome è vacante,

Rimbomba là sovran San Benedetto
Da l’Alpe, per cadere ad una scesa
Ove dovria per mille esser ricetto;

Così ecc.

e forse fu quando si recò a San Godenzo con altri illustri fuorusciti per indurre gli Ubaldini a quei tentativi su Ganghereto e Gaville che, come gli altri, riuscirono vani. Il Del Lungo fa risalire al 1302 il documento actuu, in choro Sancti Gaudentii de pede Alpium che Dante firmò; ed erano quindi passati 578 anni allorchè noi seguivamo la stessa via.

L’ultima delle casupole che stanno sul valico è l’osteria della Mea, dove giungemmo sull’imbrunire. Ai Poggi, poco lontano, c’era stata in quel giorno una fiera celebre nei dintorni, e la strada davanti all’osteria, era affollata. Eravamo appena giunti, che tutti quei montanari, come presi da una convulsione fulminea, cominciarono a gridare ed a regalarsi reciprocamente certi pugni che parevano catapulte. La nipote della Mea con un coraggio da amazzone si ficcò a testa bassa nella mischia per difendere il fratello Marco che stava facendo una splendida collezione di quei pugni montanari, e noi dietro per strapparla dalla mischia, prendendola a traverso, tirandola e brancicandola senza riguardo. Se non fossero stati quei benedetti pugni che grandinavano fitti e saporiti, la nostra missione di difensori delle dame sarebbe stata invidiabile, perchè l’Agatina è una bella ragazza in parola d’onore; ma avevamo troppe distrazioni per pensarci bene in quel momento.

Il nostro intervento calmò un poco la burrasca, ed era tempo, perchè de’ miei buoni compatrioti che abitano il versante adriatico c’è poco da fidarsi in quelle baruffe. Allora volemmo saperne la cagione per toglierla di mezzo ed impedire che si rinnovasse: ma fu inutile. Nessuno, nemmeno i più accaniti combattenti, seppe mai dire il perchè della faccenda; tutti, nessuno eccettuato, protestarono di aver cominciato a picchiare perchè avevano visto gli altri fare lo stesso, e non rimase che dar la colpa al vino. Allora, per curare i mali secondo il metodo omeopatico similia similibus, consigliammo di far portare nuovi fiaschi, ed a maggior gloria del dotto Hahnemann la ricetta operò bene. Non tardò Marco, il più pericoloso dei pugillatori, ruzzolò in un fosso e cominciò a russare come una locomotiva.

Ma per rendere più solida la riconciliazione, pensammo di ricorrere alle delizie della coreografia. C’era un suonatore d’organetto che per salvare il suo istrumento dalla battaglia aveva preso tanti pugni quanti ne poteva portare. Lo consolammo a contanti e la Mea portò via la tavola della camera più grande, accese quattro candele di sego e diede all’Agatina il grazioso permesso d’aprire il ballo coi pacieri. E si ballò.

Infelicissima idea! Non c’erano donne e i buoni montanari cominciarono a ballare tra loro. Noi, che avevamo in corpo qualche diecina di chilometri di strada montana, dovevamo alzarci alle due dopo mezzanotte per salire la Falterona e scendere a Stia in Casentino; ma quando ci recammo ai nostri canili per riposare, ci accorgemmo con terrore che la sala da ballo era proprio sulla nostra testa. Il palco di tavole, sorretto da un trave lungo ed elastico, salvata fragorosamente sotto le scarpe ferrate dei danzatori montanini, e l’organetto cigolava lamentandosi come una ruota mal’unta, e la casa intera vibrava dalle intime viscere come se le passasse attraverso un reggimento di artiglieria al galoppo. Andate a far del bene!

Non ci fu verso di chiuder occhio. Prima cominciammo a prender la disgrazia con rassegnazione e, distesi sui pagliericci, raccontammo le storielle più allegre, le avventure più galanti del nostro repertorio: poi ci seccammo, ci impazientimmo, ci tornammo a seccare, finchè verso un’ora impresi l’autentica narrazione del mio primo amore ed i miei compagni s’addormentarono.

Ma avevamo appena socchiusi gli occhi, che la guida venne a bussare disperatamente all’uscio urlando che era tempo di partire, e a malincuore lasciammo i pagliericci inospitali. Nell’oscurità, nell’aria viva della notte che ci intirizziva la midolla delle ossa era un silenzio perfetto, quasi di aspettazione o di agguato, allorchè la guida, brontolando ancora per la nostra flemma nell’alzarci, cominciò ad inerpicarsi per le coste sassose del monte dei Tramiti ed a raggiungere in fretta la schiena dell’Alpe di San Benedetto. Mal desti, ci pareva di sentire ancora la frenetica ridda dei ballerini sulla nostra testa; ed i riflessi rossi delle carbonaie accese che rompevano qua e là il buio con un bagliore fantastico e misterioso avevano molto dei sogni cupi che si fanno spesso quando lo stomaco pesa troppo. Queste sono le miglia più antipatiche in una escursione, quando le membra intorpidite chieggono ancora ristoro di sonno e servono per forza. Vengono allora delle vigliacche tentazioni di tornare addietro, che sono ribellioni della pigrizia contro la volontà, vengono certe irritazioni nervose che paiono figlie dell’energia e lo sono invece dello scoraggiamento, e non c’è che un rimedio: il cognac generoso a dose alta.

Camminare la notte nei monti deserti per sentieri da capre e non conosciuti, fa sempre una profonda impressione. Si cammina nell’oscurità e nell’ignoto. Qualche volta la guida vi fa fare un salto nel buio, ma non metaforicamente; fisicamente e sul serio. Si va senza sapere quel che ci sia a destra e da sinistra, o tutt’al più sapendo che sotto quei monti c’è il borro del Forcone, il fosso del San Godenzo, nei quali si può precipitare dall’altezza di qualche diecina di metri; e qualche volta si ha una improvvisa sensazione del vuoto che vi fa allargare le braccia o mettere le mani avanti come se in verità cadeste. Le scarpe ferrate risuonano sulle rocce nude e nel silenzio; poi si cammina sull’erba soffice, sui muschi che paiono velluto, senza alcun timore. V’accorgete di voltare, di salire, di scendere, e qualche volta sentite di passare vicino ad un albero o ad uno scoglio, senza vederlo. Il mistero non vi abbandona mai, vi sforza all’attenzione, vi pesa addosso come quando si aspetta qualche cosa e non si sa che.

All’alba giungemmo ad una casa di pastori, proprio sotto al giogo della Falterona. Una donna non ancora vecchia, ma deturpata dagli stenti della vita nomade, chiamò col fischio certe capre e ci munse il latte caldo e spumante. Il monte ci stava innanzi gigantesco, colle sue coste chiazzate di prati verdi o di abetìe quasi nere, alto alto, tanto che a vederne la cima dovevamo alzare la testa e torcere il collo. Salire dritti alla cima non è facile per le dense fratte di faggi cedui inestricabili come siepi. C’è caso di non poter salire che tagliando i rami fitti e pestando le vipere velenosissime che brulicano nell’ombra umidiccia. Avevamo l’ammoniaca con noi, ma nessuna voglia di usarla, e volgemmo quindi verso levante per avvicinarci alla punta di Modina e dal Pian delle Fontanelle dirigerci alla vetta.

Oh, il magnifico bosco! Gli alberi qui non sono tisici e mortificati come nei nostri civili giardini pubblici, ma alzano superbamente al cielo i fusti rigogliosi e le braccia robuste, si aggavignano alla madre terra con certe possenti radici di cui i primi serpeggiamenti sono scoperti, rugosi, immani. Là bisogna andare per sentire il

Mormoreggiar di selve brune ai venti
Con susurrio di fredde acque cadenti
Giù per li verdi tramiti dei monti:

là bisogna andare per sentire quanto sia meravigliosa la natura e misera la parola che vorrebbe dipingerla; per capire come si possa odiare il consorzio umano e farsi eremita ad adorare il bello... almeno un giorno. Andate là, cercate un pilastro in rovina dove è scritto:

QUESTA MAESTÀ
FECE FARE
LUCA DI LOTTO
PER VOTO
A. D. 1588:

sedete e fate colazione. Se non vi sentite poeti almeno per un quarto d’ora, state certi che non lo sarete mai, campaste più di Matusalemme: se non capite la sublimità di quella viva e giovane bellezza che si desta col giorno ai canti degli uccelli, allo sbocciare dei mughetti, al vibrare dell’aria serena e pura, girate il mondo come commessi di commercio per vendere acciughe e candele di sego, ma non mai colla pretesa di capire che cosa sia la bellezza.

A 1280 metri sul mare mangiammo eccellenti lamponi cogliendoli sul margine nel sentiero come nei prati si colgono le margheritine: a 1650 perdemmo la parola davanti a uno spettacolo immenso. Eravamo sull’ultima vetta della Falterona, e sotto di noi, per quanto l’occhio poteva, non vedevamo che un mare, proprio un mare di monti! La nostra ammirazione non potè manifestarsi che per via d’interiezioni irragionevoli e di gesti illogici. Possibile che il mondo sia così bello?

Tutto l’Appennino centrale dal sasso della Verna al Cimone di Fanano era sotto i nostri piedi, e più lontano, sfumate nell’azzurro, facevano capolino vette più alte. L’Adriatico luccicava a levante, e a mezzogiorno, verde ridente quasi ci tendesse le braccia, si apriva il bel Casentino fino ad Arezzo. Si può campare mille anni, ma quel momento non si può dimenticare. Viene un momento, nel silenzio solenne della montagna, che il sublime vi sgomenta e vi sentite costretti a chiuder gli occhi per la vertigine dell’immenso. La vita ha poche ore così piene, così grandi. Scendere è un dolore.

Eppure, ahimè ci toccò discendere. Sedemmo intorno alla sorgente dell’Arno bevendo l’acqua limpida e gelata del fiumicel che nasce in Falterona, e rovinammo giù a valle per le chine sassose, tra le ginestre dai fiori gialli, sui sentieri arsi e bianchi che menano a Stia.

Entrati nella patria del Tanucci, la gente ci guardava con molta curiosità, quando un giovane ci venne incontro chiedendoci se fossimo soci del Club Alpino.

—Indegnamente,—rispondemmo.

Era socio anch’egli e ci fece un mondo di utili gentilezze. Volle che io dormissi a casa sua, ed il mattino ci accompagnò per un buon tratto di via nella nostra salita per Segaticci verso Camaldoli all’Eremo. Andavamo alle sorgenti del Tevere. Un anno dopo, l’avv. Carlo Beni, il mio gentile ospite di Stia, mi scrisse per annunciarmi che aveva fatto la Guida del suo Casentino e desiderava una mia prefazione. La lettera mi giunse mentre ero afflitto da domestiche disgrazie, e, lo confesso, alle sue cortesie risposi con una villania: non risposi.

Ora la Guida è stampata a Firenze dal Niccolai ed è certo una delle migliori e più pratiche Guide che siano uscite in questi anni ad illustrare una regione bella, industriosa, invidiabile. Colgo dunque questa occasione per fare ammenda onorevole della involontaria scortesia, e per chiedere perdono ai lettori della seccatura.

Ma se capitano in Casentino mi perdoneranno di certo.


MONTE CORONARO


Molti trattati di geografia approvati, lodati e adottati nelle scuole, fanno nascere il Tevere e l’Arno dallo stesso monte, uno di qua l’altro di là, colla fraterna armonia di due gemelli. Non è giovato che Dante, buon conoscitore dell’Appennino, mettesse «il crudo sasso in tra Tevere ed Arno,» proprio quella Verna che, tanto dalla Falterona dove nasce l’Arno, quanto dal Fumaiolo dove nasce il Tevere, si vede azzurra e sfumata nella profondità dell’orizzonte. Non giovarono le parecchie diecine di miglia che sono tra le due sorgenti e le interposte cime di Camaldoli, dell’Alpe di Serra o del Bastione, per convertire i geografi che si copiano a vicenda. Il Governo, le commissioni, i provveditori, gl’ispettori, i maestri, approvano e benedicono le geografie sbagliate, e il Tevere e l’Arno nascono per gli scolari sempre dallo stesso monte. Potete credere, come noi, l’estate scorsa, benedicessimo cordialmente i geografi e le geografie di testo!

Da tre giorni infatti camminavamo in media sedici orette salendo e scendendo l’Appennino. La Falterona da un giorno non là vedevamo più, quando da Camaldoli, per Cotozzo, scendemmo a Badia Prataglia. Gli operai della strada tosco-romagnola, che valica l’Alpe di Serra a Mandrioli, riempivano l’unica osteria, e ci convenne dormire sui banchi e sulle tavole, di dove ci levammo alle tre del mattino indolenziti e pesti. Avevamo bevuto alla sorgente dell’Arno e volevamo bere ad ogni costo a quelle del Tevere.

Un giovinotto, che aveva a cottimo alcune opere lungo la via, ci fu guida sino al valico di Mandrioli. Chiuso e freddo come un vero montanaro, camminava tranquillamente nel buio senza dir parola, senza nemmeno animarsi ai dolorosi ricordi di Custoza dove era stato granatiere. Camminavamo silenziosi dietro di lui, senza sapere dove, ora sui ciottoli, ora sull’erba, ora tra i faggi che indovinavamo ritti ed immobili nell’oscurità. Salire i monti a notte alta, sotto i boschi che paiono addormentati, nel silenzio profondo, pei sentieri da capre ignoti e ripidi, è un piacere da non potersi dire. L’aria viva stimola il sangue, l’attenzione aguzza i sensi. Sentite lo scricchiolare sotto i piedi della foglia morta, il fruscìo delle frondi che strisciate, il respiro di chi vi precede. Vi sentite vicino, tra le frasche, certi movimenti misteriosi come se qualcuno ci fosse nascosto, e più lontano certi tonfi sordi come di un sasso che cada nella terra molle. E sopra questi tenui rumori sta il silenzio, il silenzio immane della montagna, il silenzio che sembra vegliare aspettando. E si cammina nel buio umido della macchia per sboccare qualche volta all’aperto in un chiarore grigio e diffuso che non lascia discernere nulla di preciso, ma sfuma in alto i profili dei monti come in una nebbia densa. Di tratto in tratto passa tra i rami immobili come un fremito leggero che si desta: poi si chetano e il cielo che appare tra le frasche diviene più bianco e si travedono come dietro a un vetro appannato i tronchi neri e le striscie chiare de’ torrentelli. Salimmo così fino al culmine dell’Alpe di Serra, e fino all’alba: poichè affacciati finalmente al valico di Mandrioli e ficcato l’occhio giù per l’aperta valle del Savio, una striscia quasi rosea ci segnò all’orizzonte l’aurora vicina e ci indicò il mare lontano, spiagge di Rimini e di Cattolica.

Ivi, proprio sulla spina dell’Appennino, proprio dove le acque si dividono per scendere all’oriente nell’Adriatico, all’occidente nel Mediterraneo, intirizziti dal venticello dell’alba, attendemmo la nuova guida, un operaio di Verghereto, che ci doveva condurre a Monte Coronaro. A poco a poco ci si vedeva meglio e nel versante toscano discernevamo il verde cupo dell’abetìo, mentre giù, nel romagnolo, la vallata più aperta e più nuda si colorava di toni grigiastri e freddi. Il monte Coronaro ed il monte Fumaiolo si disegnavano nettamente nel cielo di un bianco azzurrognolo, e lungo i loro fianchi si distinguevano le larghe chiazze bige impressevi dalla sterilità.

E lungo il crine dell’Alpe di Serra, volgendo colla nuova guida al sud-est-sud, ripigliammo il viaggio. Il mattino era desto, e guardando giù tra i faggi, vedevamo le pecore nei prati verdi salire al pascolo e ci pareva d’essere in Arcadia. L’ecloga era dappertutto e l’idillio cantava dentro di noi. Quanto era lontana la città colle sue vie roventi, colle sue botteghe che soffiano l’afa, co’ bugigattoli dove s’arrostisce vivi! Quant’erano lontani i caffè asfissianti, i teatri ribollenti, gli uffici, le mosche, i telegrammi Stefani! Arcadia! Arcadia! E ci tornavano in mente versi di Virgilio e di Iacopo Sannazzaro, strofe di Andrea Chènier che non sapevamo di ricordare. E laggiù, dall’orizzonte rosso, prorompevano fasci di luce gialla e le cime si coloravano e i monti, gli alberi, i prati si destavano in un inno di gioia e di resurrezione. Il sole! Il sole!

Ma l’idillio finì. In faccia al casale detto Gualchereti lasciammo la schiena dell’Alpe di Serra che segue salendo sino al poggio del Bastione, e scendemmo giù nella valle del Savio, giù sino a Folcente, per risalir poi verso Montioni e Monte Coronaro. La discesa fu terribile e terribilmente lunga. Per coste impervie, aride, sassose, ripidissime, ci convenne ruinare a valle, chiedendo difficili sforzi alle povere gambe già strapazzate da tre giorni di viaggio faticoso. Il sole cominciava a scottare ed i faggetti li avevamo lasciati più in alto. I ciottoli smossi dai nostri piedi rotolavano giù saltando e si perdevano e come loro ci bisognava scendere, scendere sempre, ansando e sudando. Addio l’idillio! Se il breve fiato ce lo avesse permesso, avremmo recitato i più terribili versi della discesa dantesca in Malebolge, tutto di pietra e di color ferrigno.

A mezza costa, in un pianerottolo dove per ironia c’era un po’ d’erba e un po’ d’acqua, sedemmo a mangiare un boccone, e poi giù di nuovo, col sole in faccia e il cielo che pareva uno speccio d’acciaio. E, come piacque al destino, dopo un’ora di questa terribile via, ci trovammo giù in fondo, sotto Folcente, accanto ad una croce di pietra, in un poco d’ombra. Ci buttammo tutti sull’erba a respirare; anche la guida. La voluttà di un quarto d’ora di riposo ce la eravamo guadagnata.

Poi su di nuovo, verso Montioni, sudando sempre, ansando sempre. Non più alberi, non più erba, non un segno di vegetazione. Il terreno duro, friabile, cenerognolo, non consente la vita nemmeno alla gramigna e tutto porta il marchio di una desolazione squallida, di una aridità grigia da non invidiare il deserto. Ci pareva di camminare sulle ceneri semispente di un focolare, e nell’aria secca ed infocata il riflesso del sole accecava e le ombre si disegnavano dure, taglienti, nerissime. A sinistra, negli sbattimenti bianchi della luce meridiana, strizzando gli occhi si discerneva Verghereto, povero comunello perduto su questi monti ingrati cui gli Annali Camaldolesi tentarono indarno di acquistar fama col supposto castello di Uguccione della Faggiola. E via via, per questa cenere maledetta che le acque pioventi trasformano in lisciva e portano al Savio, per questi declivi calcinati che franano ad ogni stagione, giungemmo alle falde del Monte Fumaiolo, nel povero villaggio di monte Coronaro.

Ci parve di entrare in un racconto di Edgardo Poe, in una delle fantasticherie malate dell’Hoffmann. Nelle case cadenti, nelle mura rugginose e sconnesse si spalancavano i vani neri delle finestre ai quali non si affacciava anima viva. Le stradicciole scoscese, arroventate sino al color bianco, erano deserte. Di quando in quanto certe figure lacere o giallastre attraversavano i viottoli senza far rumore, a capo chino, come se pensassero a qualche mistero profondo, e incontrandosi non movevano nemmeno gli occhi, quasi non vedessero, non sentissero, assorte in una paurosa contemplazione. Altrove i fanciulli ci correvano incontro, i villaggi andavano a rumore per l’arrivo dei viaggiatori dai cappelli stravaganti, dalle uose bianche, dai bastoni spettacolosi: qui, niente. Pareva d’essere nel mondo dei sogni, in un mondo di forme senza densità, di spettri pensosi, lenti, muti, che passavano senza vederci e ci lasciavano come una strana impressione d’impassibilità, una penosa sensazione di fatalità indefinita.

Tutte le mosche, delle quali all’aria aperta avevamo osservata e benedetta l’assenza, tutte le mosche erano convenute nell’ampia cameraccia dell’osteria, forse a celebrare un centenario od eleggere un deputato. C’erano tutte e ronzavano lente, solenni, in chiave di contrabbasso attorno all’ostessa, donnona un po’ flaccida che faceva gli occhi di triglia cotta ad un giovinastro fra il giallo e il livido. Presso la cappa del cammino, sopra un alto seggiolone sedeva un povero diavolo, giovane ancora ma curvo e disfatto, con due occhi che parevano buchi con una scintilla in fondo.

Serrava tra le ginocchia le mani stecchite e chinava sul petto la barba nerissima. Era il marito dell’ostessa e la gelosia non lo rodeva, ma la febbre maremmana. Nel pieno vigore dell’età e della forza si sentiva ardere e consumare il sangue dentro e con un accento di cupa malinconia ci contava gli stenti della maremma dove scendeva l’inverno a fare il guardiano per non so qual principe. Di quando in quando un tremito ed una contrazione spasmodica delle mascelle gli strozzavano il discorso nelle fauci e allora fissava gli occhi profondi nei carboni accesi come se ci vedesse qualcuno. L’ostessa intanto, piena di una mobilità nervosa, ammanniva il nostro desinare scherzando ed occhieggiando il cicisbeo, mentre in un angolo la sua figliastra, piuttosto belloccia, filava tutta pensierosa e seguiva ostinatamente cogli occhi le evoluzioni degli innamorati, senza aprir bocca mai, senza scomporre la seria immobilità del volto. Così ci fu spiegato come si possa vegetare su questi monti di cenere arida. I maschi scendono ad avvelenarsi in maremma, e le femmine, prima che siano morti, passano a seconde nozze.

Dopo il pasto frugale gli amici miei si buttarono su certi eculei che a Monte Coronaro chiamano letti. Io che di giorno non posso dormire, volli sedermi sullo scalino dell’uscio, ma le mosche, le quali fin dal pranzo ci avevano intimata una guerra feroce, o fosse per un odio particolare verso di me che non le posso soffrire, o perchè vedendomi solo stimassero più facile la vittoria, mi furono tutte addosso come ad una... no, come ad un vaso di miele. Io poi che non mi lascio posar mosche sul naso, reagii vigorosamente; ma stavo per soccombere al numero, quando un’ombra nera mi intercettò la luce. Alzai gli occhi come Diogene, ma invece di Alessandro vidi il piovano.

Mi parve un buon diavolo, modesto, premuroso, ma un po’ duro di orecchio; e mi pregò, quando i compagni fossero levati, di condurli a bere il caffè da lui. Ringraziai e se ne andò contento. Interrogai gli indigeni per sapere, così senza parere, se facevamo bene o male andando, e le informazioni furono favorevoli. Del resto egli era in paese da pochi giorni. Il suo predecessore, buon diavolo anche lui, aveva avuto una gran debolezza pel fiasco, e i buoni parocchiani mi raccontarono che in una notte oscura dovendo portare i sacramenti ad un infermo lontano qualche miglio, un po’ pel buio, un po’ per l’estratto d’uva, rotolò malamente in un burrone co’ sacramenti addosso e si fiaccò la noce del collo. Del resto i poveri sacerdoti perduti quassù e le briglie della gerarchia senza della disciplina, cascano spesso in qualche vizietto che i parocchiani e la curia sanno compatire. Mi raccontavano di un piovano, là verso Corniolo, che una volta per miracolo fu visitato dal vescovo. L’ottimo prete fece quel che potè per alloggiare bene il superiore e specialmente in cucina si vedeva la solennità. Perpetua faceva prodigi, e un bel bimbo seduto accanto agli alari girava assiduamente lo spiedo. Bisognava attraversare la cucina, e fu proprio vicino agli alari ed all’arrosto che il vescovo chiese al piovano come diavolo facesse a passarsela lassù nei lunghi mesi d’inverno.—Monsignore—rispose il piovano—mi occupo. Faccio dei girarrosti.

Il vescovo guardò, ma finse di non capire.

Ma il piovano di Monte Coronaro non ci parve capace di fare uno sdrucio così largo nei sacri canoni. Ci mostri la chiesa, vasta cameraccia cadente che per fienile sarebbe stata brutta. La pietra di un altare è fatta con una iscrizione cristiana e qui si conservava una croce proveniente dalla scomparsa Abbazia di Trivio. Ma ci colpi più di tutto il confessionale, che consiste in un solo asse mal disgrossato interposto fra il penitente e il prete. Qui dunque la confessione è pubblica, vista da tutti per colpa del confessionale e sentita da tutti per l’udito sordo del piovano.

O come fa a confessarsi l’ostessa?

Ma non è proprio sacrilegio, scherzare su questo povero prete. Quando nell’inverno imperversano certi venti da scornare i bovi e certe burrasche da portar via il monte, quando la neve è per aria e per terra, e i poggi franano, e ad ogni passo si rischia di cascare all’altro mondo, il povero piovano si alza di notte male avvolto nel suo gabbanello e ruzzola giù pei borri a portare l’olio santo a qualche villanzone che non ci crede. Intanto i canonici, che hanno cenato bene, dormono caldo nei loro letti cittadini a maggior gloria della prebenda grassa, e il pievano di Monte Coronaro per campare ha in tutto 38, dico trentotto, lire al mese. Giustizia distributiva! Non hanno ragione questi poveri piovani di montagna se qualche volta cadono in tentazione? Sono preti, è vero; ma sono poi anche uomini, e il canonico che è senza peccato scagli la prima pietra. Così meravigliati e scandalizzati ripigliammo la strada per salire a quelle sorgenti del Tevere che le geografie approvate e adottate fanno nascere coll’Arno. Per via componemmo un abbozzo di petizione al Parlamento, chiedendo per certi geografi un anno di domicilio coatto a Monte Coronaro.


PROPRIETÀ LETTERARIA


Signor Lettore, io sono un modesto editore tipografo, sconosciuto forse a Lei ed a parecchi suoi amici, ma non a tutti coloro che in queste campagne (o rus, quando te aspiciam!) si occupano dei presagi del tempo, dell’epoca migliore per seminare, mietere, vendemmiare, concimare e simili atti ragionevoli che in fondo sono, oso dirlo con legittimo orgoglio, la vera ricchezza della nazione. Qui, in Casalecchio di Reno, florido comune a sei chilometri da Bologna, io solo esercito la nobile professione dell’editore tipografo, io solo ed i miei due compositori possiamo vantarci eredi e continuatori di Aldo Manuzio; io solo e me ne tengo, stampo gli avvisi del municipio in caratteri elzeviriani.

Ma il vanto della mia antica e celebre officina non è solo questo. Video meliora; faccio di meglio. E infatti qui, a Casalecchio di Reno e non altrove, dalla mia tipografia editrice esce alla luce quell’opera lodata, quella illustre fatica d’ingegno e di sapere che è il lunario intitolato il Barbaverde. Ed è il celebre Barbaverde che predice con matematica sicurezza il freddo in gennaio e il caldo in luglio. Al Barbaverde bisogna ricorrere per sapere a puntino le morti de’ principi, le eclissi, i movimenti di truppe; le feste mobili e la vera cabala del lotto. Nessun lunario, nemmeno il Casamia nelle indicazioni relative all’alea del lotto (alea jacta est!) può farla in barba al Barbaverde, che costa soltanto venti centesimi.

Dodici anni di vita onorata ha il mio Barbaverde. Nessuna delle sue predizioni, e ne vado altamente superbo, nessuna fu oggetto di richiamo per parte de’ compratori, il che dice a troppo chiare note come le abbiano viste verificarsi. Ed io lieto, orgoglioso dell’opera mia, anche in quest’anno (il tredicesimo!) coll’illuminato concorso del brigadiere dei reali carabinieri avevo fatto gemere i torchi, avevo gettato nel burrascoso mare della pubblicità il mio lunario pieno zeppo di saggi consigli e di utili predizioni. Quand’ecco un’infausta voce giunse al mio orecchio. La tipografia editrice del dottor Balanzoni in San Lazzaro di Savena presso Bologna, con insigne spreco di ogni elementare regola di educazione e di proprietà, riproduceva parola per parola il mio tredicenne lunario, cambiando solamente il suo antico ed onorato titolo in quello volgare ed osceno di Barbagialla! Malesuada fames!

Raccapricciai! Così a Bologna dal mio avvocato, che mi consigliò di munirmi della Proprietà letteraria.

Per questo, stia a sentire, comprai due fogli di carta bollata da una lira e venti centesimi l’uno. Ci stesi, in doppio originale firmato, la mia brava domanda al signor prefetto della provincia, a norma dell’articolo 1 del regolamento per l’applicazione delle leggi 25 giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1875, n. 2652, approvato con R. Decreto pure 10 agosto 1875, n. 2680. S’intende che le due domande erano scrupolosamente stese secondo il modulo A, e portavano in seno due esemplari del mio Barbaverde, che costa venti centesimi. E s’intende pure che, prima di portare le domande in prefettura, portai la mia persona dal signor ricevitore del registro, in mano del quale pagai dieci italiane lire di tassa a norma dell’articolo 2 del citato regolamento. E colla ricevuta, le domande e un po’ d’asma, salii le interminabili scale del palazzo del governo.

L’impiegato che mi ricevette fu gentilissimo. Si cavò e si rimise la pipa in bocca in segno di saluto, come noi facciamo col cappello, e mi permise di accostarmi al caminetto. Quando gli ebbi contato il mio affare, pipò alquanto ironicamente, prese con delicatezza le mie domande e ci scrisse sopra un certificato secondo il modulo C., da esser poi trascritto sopra apposito registro a norma del noto regolamento. Ed Ella crede senza dubbio che la cosa finisse qui, ma sbaglia! errando discitur, e l’impiegato mi raccomandò di tornare dopo tre giorni.

In questo frattempo (rebus sic stantibus) l’impiegato ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al rettor magnifico della R. Università di Bologna, nella quale fosse detto che in esecuzione dell’articolo 6 del regolamento 10 agosti 1875, n. 2680, per l’applicazione delle leggi 25 giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1865, n. 2652, si trasmetteva un esemplare del Barbaverde agli effetti di tutelare la proprietà letteraria ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto, protocollata e spedita al suddetto rettore, in unione al citato esemplare del Barbaverde che costa venti centesimi.

Il rettore, ricevuto il messaggio prefettizio, lo consegnò al suo segretario, il quale ordinò al suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al bibliotecario, dove fosse detto che in esecuzione dell’articolo 6 del regolamento 10 agosto 1875 ecc. ecc., gli si mandava un esemplare del Barbaverde agli effetti di tutelare la proprietà letteraria ecc. e che si domandava ricevuta del deposito. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, protocollata e spedita al bibliotecario coll’esemplare del mio Barbaverde.

Ella crede che qui sia finita? Sbaglia anche questa volta non bis in idem! Il bibliotecario infatti, ricevuta la missiva del rettore, chiamò un suo assistente e gli ordinò di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra una minuta di lettera al rettore, nella quale si accusasse ricevuta dell’esemplare della proprietà letteraria a norma dell’articolo 6 del regolamento 20 agosto ecc. ecc. L’assistente scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal bibliotecario, protocollata e spedita al rettore.

Il quale così rassicurato sulla sorte del mio Barbaverde che costa venti centesimi, consegnò la ricevuta al suo segretario, che ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al prefetto, nella quale si accusasse ricevuta del mio Barbaverde depositato in biblioteca per gli effetti della proprietà letteraria a norma dell’articolo 6 del regolamento ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal rettore, protocollata e spedita al prefetto.

È lunga la camicia di Meo! Longum est indusium meum! Eppure anche il prefetto ordinò ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera a S. E. il signor Ministro di agricoltura e commercio, nella quale si trasmettesse la ricevuta del rettore insieme ad una delle mie dichiarazioni in carta bollata col relativo certificato, e ciò per gli effetti della proprietà letteraria a norma dell’art. 6 ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto, protocollata e spedita al ministero.

Innalzo alla Divinità ardentissime preci perchè mi sia risparmiato il sapere quello che poi sia successo al ministero, quante minute siano state scritte, quanti registri siano stati incomodati, quanti numeri di protocollo occupati, quanta carta, quante firme e quanto tempo sciupati in forza dell’art 6. Mi contristerebbe il saperlo (tristis est anima mea), e del resto gl’impiegati non hanno a mangiare il pane a ufo. Intanto, dopo tre giorno e dopo aver rifatto coll’asma i sei chilometri di via e gli scaloni della prefettura, riebbi una delle mie famose dichiarazioni in carta bollata, corredata finalmente da un certificato del deposito fatto, e me ne ritornai a Casalecchio allegro come un fringuello.

Ebbene, lo crederebbe Ella? Credat Judaeus Apella? Tornato a Casalecchio, ritrovai sul mio scrittoio un esemplare dello scellerato, dell’empio Barbagialla; e questa oscena contraffazione mi era stata spedita dalla stessa tipografia Balanzoni, con tanto (pro pudor!) con tanto di proprietà letteraria stampato sulla copertina!

La mia indignazione fu gigantesca. Non posi tempo in mezzo, rifeci la strada volando e capitai come una saetta addosso al mio avvocato. Costui, annusando una causa, mi fece bere un bicchierino di vermutte e volle sapere per filo e per segno tutta l’odissea del mio povero lunario. Gli contai tutto, gli consegnai il certificato della prefettura, mi lasciai dire che bisognava far causa, che ero sicuro del fatto mio e che i birbanti l’avrebbero pagata. Intanto gli lasciai mandato di procura e duecento lire di deposito per le spese.

Signor Lettore, la causa fu discussa oggi e il tipografo Balanzoni mi aveva dato contro querela. Egli provò con documenti alla mano che aveva eseguito il deposito del suo ignobilissimo Barbagialla a norma dell’art. 6, non solo, ma che l’aveva depositato un giorno prima del mio Barbaverde! Naturalmente il suo avvocato provò senza fatica che il contraffattore, il birbone, il ladro era io. Me ne dissero di tutti i colori, ed il mio avvocato vedendo inevitabile la condanna volle alleggerirla provando chiaramente che sono uno stupido, un imbecille, un cretino. Nessun vituperio fu risparmiato alla mia onorata calvizie, e la fama del Barbaverde e del suo editore è rovinata per sempre. Per fortuna il tribunale, mosso dalle ragioni giustissime del mio avvocato, si piegò all’indulgenza e fui condannato soltanto a duecento lire di multa, più le spese ed i danni da liquidarsi in separata sede. E il Barbaverde costa soltanto venti centesimi!

Signor Lettore, favete linguis, mi ascolti? Valeva la pena di spender tanti quattrini, di far tante miglia e tante scale, d’incomodare tanta gente, di sporcar tanta carta di perder tanto tempo e di sopportare tante seccature e impertinenze, per sentirmi poi condannare come un birbante? Sono questi i risultati di tutti quei regolamenti arruffati che non ci lasciano più nè mangiare nè dormire in pace, tanto spesso cambiano, ricambiano e tornano a cambiare che sembrano le vedute della lanterna magica? È questa la legge sui diritti di autore (dura lex, sed lex) più complicata di un orologio e più elastica di un paio di calze a macchina? Ah, io da oggi, profondamente amareggiato e disgustato, negherò alla società ingrata i lumi del mio lunario; come Achille mi ritiro sotto la tenda; come Scipione grido: Ingrata patria, tu non avrai il Barbaverde!

Questa mia virile protesta serva di meritata lezione ai legislatori ed ai cittadini. Io non cercherò più la proprietà letteraria per omnia sæcula sæculorum. Amen.


LA PROPRIETÀ LETTERARIA


Eran già i versi ai poeti rubati,
Com’or si ruban le cose tra noi...
A me quei d’altri son per forza dati,
E dicon tu gli arai, vuoi o non vuoi.

Così diceva il Berni alcuni secoli addietro, quando la proprietà letteraria era ancora nella mente del Signore Iddio, o tutt’al più era rappresentata dai privilegi che i sovrani concedevano agli editori per un numero di anni limitato; e così ci tocca sentire anche oggi da Edmondo De Amicis, non solo derubato del suo, ma caricato per forza di quel d’altri. Dopo tanto gridare intorno alla proprietà letteraria, dopo tante chiacchiere di progresso, di civiltà, di leggi e di diritti; siamo al punto in cui si trovava Berni: che anzi i tempi suoi possono invocare come attenuante l’assenza dei codici, dei procuratori del re, e delle guardie di pubblica sicurezza. E poi andate a negare il progresso!

In questa settimana stessa, la Corte d’Assise di Bologna condannò a due anni di prigione un tale che rubò dieci galline: che anzi i giurati, teneri di cuore come sono, ammisero le circostanze attenuanti; se no il ladro di galline avrebbe avuto forse un anno di carcere per ogni gallina rubata. Questa severità, non solo fa onore alla giustizia del nostro paese, ma è un titolo di gloria per la nostra polizia. Le galline rubate sono soggette ad esser mangiate; il che rende difficilissimo il seguire le tracce della refurtiva. Ma nulla sfugge alla sagacia della nostra polizia, che sa fiutare le tracce delle galline digerito colla stessa acutezza d’olfato con cui il bracco annuncia la pastura delle starne o delle quaglie. E facendo questo dovuto elogio alla polizia del mio paese, voglio mostrare d’esser giusto con lei, dovendo poi biasimarla per l’ottusità d’odorato che l’affligge quando si tratta di altre materie.

I procuratori del re spiegano giustamente tutto il rigore di un animo onesto, offeso dalla scelleraggine dei ladri di galline: e dal loro gabinetto firmano ordini severi per assicurare l’inviolabilità dei volatili domestici, istruiscono importanti processi contro i perturbatori della sicurezza dei pollai, e in faccia ai giurati spiegano tutte lo forze della dialettica, tutte le furberie degli esordi ex abrupto e delle perorazioni fondate sulla commozione degli affetti, per ottenere il sì che condanna, per liberare la società dei galantuomini dal pericoloso contatto dei ladri da polli. Nè crediate ch’io scherzi.

Anch’io posseggo dieci galline, tre delle quali fanno l’ovo; e rendo grazie alla polizia che le protegge ed alla magistratura che ne fa trionfare i sacrosanti diritti. Ma oltre alla galline posseggo qualche altra cosa, e vedrei volentieri l’abilità della polizia e la severità del procuratore del re occuparsi anche di questa qualche altra cosa che mi preme almeno quanto i bipedi interessantissimi che fanno la gloria del mio pollaio. E sono certo che l’egregio De Amicis sarà della mia opinione.

Il caso del De Amicis è noto ai lettori. Un libraio che aveva parecchi esemplari invenduti di due romanzi, fa stampare tanti frontispizi nuovi quanti sono gli esemplari: o per facilitare la vendita, invece del nome del vero autore mette quello del De Amicis, simpatico al pubblico italiano e garanzia di esito certo. Il De Amicis protesta, il vero autore del libro protesta anch’egli, tutti protestano, ma... in fondo chi ha avuto, ha avuto.

Il caso del povero Lorenzo Stecchetti ve lo dirò io. Quel disgraziato mise al mondo un libro di versi col titolo di Postuma al prezzo di lire tre italiane, e il libro, indegnamente, fece fortuna. Un editore pensò allora di contraffare l’edizione e di venderla a miglior mercato. Esaurita la prima falsificazione, ne fece una seconda, e i librai girovaghi la portano in giro e la vendono a buon mercato alle guardie di pubblica sicurezza che hanno istinti letterari. (Sono pochine, ma ce ne sono).

Il caso di Giosuè Carducci è lo stesso. Le Odi Barbare facevano meritamente fortuna e furono falsificate e vendute a buon mercato.

Il caso di.... Lasciamo andare, poichè i casi sono infiniti.

Per tornare a quel povero Lorenzo Stecchetti, cui voglio un bene grandissimo, vi dirò che appena se ne accorse s’informò, e seppe nome, cognome, patria, età, insomma le generalità del suo ladro. Ma siccome le seppe, come accade sempre, sotto il sigillo di confessione, non potè citare testimoni. Egli si ricordava benissimo che in Italia c’era una polizia astuta che aveva sorvegliato attentamente la sua porta invece di quella d’un vicino che si querelava di tentativi di furto con chiavi false. Egli si ricordava che chiamato come testimonio in un processo, aveva sentito il Pubblico Ministero leggere preti per poeti in un’ode della Polemica, e gli era toccato di confessare le proprie opinioni politiche e sociali davanti ai giurati come se fosse lui l’accusato. Indusse non ostante l’editore delle cose sue a ricorrere ai magistrati.

Non solo tutto questo è vero come il vangelo e forse più, ma dopo gli accadde quel ch’è narrato nel vangelo Anna lo mandò a Caifa, Caifa ad Erode, Erode a Pilato e così via. La Questura, la Procura e il resto si rimandarono l’una coll’altra il povero editore, al quale furono fatte stendere querele, istanze, ecc. Chi sa sa quanti quintali di carta furono scarabocchiati!

Uno di questi procuratori del re, in una città lontana di qui quanto Roma, pregato, invitato, spinto anche da pezzi grossi che l’autore e l’editore avevano persuaso, mostrò la buona voglia di far qualche cosa, ma disse chiaro che se l’editore non indicava chi era il contraffattore e chi vendeva le edizioni contraffatte, sarebbe stato tempo perso. E infatti, se non si sa contro chi procedere, come si fa a procedere? Il desiderio dall’egregio magistrato era giusto: ma pel ladro di dieci galline non si chiese ai derubati altrettanto. L’applicazione di questo nuovo canone di procedura condurrebbe a questo, che se l’assassinato non rivela il nome dell’assassino, non si potrà fare il processo: e in certi casi gli assassinati hanno delle forti ragioni per non rispondere.

La quistione sta qui: che mentre pel furto di dieci galline si procede d’ufficio, si mette in moto la pubblica sicurezza, s’incomodano i giurati con orazioni ciceronianissime; nel furto invece di diecimila lire fatto ad uno che il difetto di scriver versi (pare che i pennaruoli siano amati come li amava il re Bomba) bisogna che il derubato sporga querela e denunzi da sè stesso i rei, altrimenti i magistrati hanno diritto di sorridere e di scherzare. Ora, non vorrei parere adirato, ma con tutta la freddezza possibile debbo dire che questa è una vergogna, non solo per quelli che sorridono e scherzano, i quali hanno tutti i diritti di non prendere sul serio altro che il ventisette del mese, ma pel nostro paese tutto che si vanta d’esser colto e lascia che simili delitti si compiano impunemente.

Non crediate che il dispetto mi faccia uscire dai gangheri. Parlo tranquillamente e noto che il De Amicis ha protestato energicamente in molti giornali, che il Carducci e lo Stecchetti sporsero querela, presentarono esemplari delle falsificazioni commesse a loro danno, fecero insomma più di quel che si domandi per fare capire ai magistrati che fu commesso un reato... Ebbene, mentre i querelanti offrivano come saggio ai magistrati gli esemplari delle falsificazioni, i magistrati, con tutti i mezzi di azione di cui dispongono, non sono riusciti a sequestrarne uno; dico uno solo. Ma dunque le guardie di sicurezza pubblica debbono servire soltanto a votare pei candidati del governo?

Vedete dunque che non è il dispetto che mi fa parlare: oltre all’interesse privato offeso, mi pare che ci sia in ballo anche un poco l’interesse pubblico. Il pubblico infatti ama e stima le istituzioni a seconda dell’utile che gli fruttano, ed il contribuente in particolare venera la giustizia, rispetta la Questura e le salaria tutte e due solo perchè gli danno la sicurezza del viver sociale. Ma quando la Questura ha troppo da fare per elezioni e la giustizia pei ladri da polli, tanto che il resto va come va, è ben naturale che la magistratura non sia presa sul serio e le guardie di sicurezza pubblica siano bastonate come bistecche; il che in Romagna accade troppo spesso.

Visto che la polizia era inutile per noi, cercammo di supplirla e molte volte abbiamo detto ai magistrati: badate; nella tal città un venditore ambulante vende pubblicamente edizioni contraffatte.—I magistrati erano subito infiammati dal santo zelo della loro professione e pareva che rispondessero:—Ah! c’è un venditore ambulante, mettiamo a Viterbo, che si permette questo sfregio alle vigenti leggi! Ora vedrà! ora l’avrà da fare con noi!—E qui carta, penna, calamaio, numeri di protocollo, firme, controfirme, lettere di un procuratore del re all’altro, di un questore all’altro; e dopo quindici giorni di tempo, dopo un quintale di carta sporcata e un litro d’inchiostro sparso, si arrivava a constatare colla massima serietà che il venditore ambulante di cui nella nota a margine segnata era già partito da Viterbo. Un’altra volta fu comprato un esemplare falsificato nella bottega di un libraio. Si ricorse subito al magistrato, il quale prese la cosa a petto e ci si mise con tanta energia che i preliminari furono finiti in una settimana e si riuscì a risparmiare una dozzina di chilogrammi di carta. Intanto però la cosa era diventata così nota ai lippi ed ai tonsori, che quando la bottega del libraio fu finalmente perquisita si trovò che il libro meno innocente che ci fosse era il catechismo. Il magistrato si adirò giustamente perchè gli avevano fatto scomodare un innocuo libraio. Amen: il torto era diventato nostro!

Così tutto è stato inutile e si è dovuto venire al punto di far concorrenza ai ladri vendendo la roba a un prezzo derisorio. E poichè oramai l’edizione a buon mercato è tutta smaltita, ne farò un’altra a miglior mercato ancora con una prefazione davanti, ornata dei nomi, cognomi e connotati di tutti quegli egregi uomini che si sono degnati di scriver tante lettere d’ufficio a proposito di un reato che non poterono scoprire benchè fosse consumato e si consumi ancora sulle pubbliche piazze. Noterò come in Italia si spendano più di ottanta milioni all’anno tra il Ministero di grazia e giustizia e quello dell’interno, e che quando un autore è leso ne’ suoi interessi, come il De Amicis, trova più naturale ricorrere all’associazione della stampa che alle autorità che costano ottanta milioni: e finirò notando che se quel che si chiama il prestigio dell’autorità scade tutti i giorni in Italia, la colpa non è tutta di quelli che mettono l’autorità in burletta, ma anche dell’autorità stessa che si diverte a farcisi mettere.

Poichè alcuni fatti audaci hanno attirato l’attenzione del pubblico sopra le falsificazioni che si commettono impunemente in Italia e poichè i giornali hanno gridato all’autorità che bisogna provvedere, vi dirò io quel che accadrà. Il Ministero, scriverà una circolare ai Procuratori generali perchè veggano, ecc. ecc. Questi alla loro volta..... Insomma tra carta scritta e carta stampata si consumerà qualche centinaio di lire, e tutti pari. A far molto, qualche venditore minchione le farà tanto grosse che per forza bisognerà sequestrargli la mercanzia e farlo condannare a due lire di multa con una requisitoria, dove sarà constatato che la vigile giustizia protegge i diritti di tutti e che non è poi vero che di certe cose non si occupi affatto.

Mi pare dunque che il De Amicis abbia mostrato troppa ingenuità protestando con tanta energia. Egli fa vedere di conservare ancora troppe illusioni per un uomo che ha viaggiato e conosciuto il mondo come lui. Crede dunque ancora a tutte quelle frasi fatte che si leggono nei giornali, che si sentono nelle Camere e nei Tribunali, come «la santità, l’inesorabilità, la severità della giustizia, l’oculatezza, la perspicacia della polizia giudiziaria» ed altre belle cose? Sono cose che si dicono così per dire e tutti sappiamo oramai quel che valgono. Io ho giocato al tresette quasi tutte le sere per un anno intero con un Sostituto Procurator Generale, e quando nell’aula della giustizia lo vedevo in toga con tanto di fascia e di berrettone e sentivo che gli davano del rappresentante della legge e qualche volta dell’Eccellenza, non potevo dimenticarmi che al tresette era una sbercia di prima qualità. Così quando sento dire tutte queste bellissime cose a proposito della giustizia e della polizia, mi ricordo che tutte le cose umane, anche le guardie di pubblica sicurezza, sono imperfette e che io non ho potuto ottenere che i miei diritti siano tutelati e che siano puniti coloro che li offesero.

Faccia come me l’egregio De Amicis. Si consenta che la Questura gli fa la guardia al pollaio e che, in caso, i giudici, i giurati, il Pubblico Ministero e il resto, puniscono chi gli rubò le galline. Non sia indiscreto e non chiegga alla magistratura più di quel che possa dare. Io, per cacciare il malumore che qualche volta m’invade, in faccia a certe enormità, mi distraggo raccogliendo molti casi che illustrano «la santità, l’inesorabilità, la severità ecc. della giustizia». Da quella Antologia si vede chiaro come noi ci contentiamo spesso delle parole e poco dei fatti. Vuole il De Amicis collaborare con me a questi Fasti? Se il procuratore del re ce li lascerà stampare, gli assicuro che saranno un bel libro.


[IL MONTE SANTO DI DIO]


Non c’era più nessuno in biblioteca, ed il bibliotecario, appollaiato sulla scaletta a pioli, sfogliava rabbiosamente un volume.

Sappiate che l’età sviluppa l’intelligenza ne’ libri come negli uomini. L’esperienza ammaestra i libri a temere l’uomo e difendersi da lui come possono, e se aprite un volume antico, sentirete come scricchiolano dolorosamente i cartoni, come geme il dorso, come si lamentano le giunture. Le carte si ostinano a rimanere appiccicate colla tenacità dell’ostrica che serra le valve al pericolo, ed annebbiano l’aria colla polvere, proprio come la seppia intorbida l’acqua coll’inchiostro per sfuggire al nemico. Si possono anzi notare certi fenomeni che confortano le teorie darwiniane e provano vera la sentenza che gli organi si modificano per adattarsi all’ambiente in cui debbono operare. Infatti la seppia allevata nell’acquario secerne meno inchiostro che quando è libera, e il volume nella domesticità della libreria privata secerne meno polvere che allo stato selvaggio, ossia nelle biblioteche del governo. Quanta sapienza c’è nei libri!

Il bibliotecario, sulla scaletta, leggeva brontolando con certi gesti d’impazienza che stimolavano nel volume la secrezione della polvere. Dall’alto della scansia il busto di Giustiniano guardava in giù e sorrideva con una certa malinconia rassegnata da far credere che pensasse piuttosto all’imperatrice Teodora che alle Pandette. In biblioteca non c’era di vivo che il bibliotecario, poichè l’Anobium pertinax e l’Anobium stratium, non desti ancora dal letargo invernale, dormivano nelle Bibbie e nelle pubblicazioni del Ministero. Ma dai finestroni spalancati un fiume di luce allegra prorompeva nella sala, ed i raggi del sole primaverile, pieni di pulviscolo d’oro, strisciavano sulle scansie cercando inutilmente il lucido delle cornici. E col sole entrava l’eco di una battaglia di passeri sulle grondaie, il rombo lontano delle carrozze, il rumore delle voci, tutto il fracasso della città, rammorbidito, armonizzato dalla distanza. La vita era tutta fuori, la vita nuova del mondo e degli uomini, la primavera.

Si vede che il bibliotecario aveva bisogno di uno sfogo, perchè chiuse seccamente il volume e dall’alto della scaletta lo buttò giù sulla tavola. (Santi Numi, che polvere!) Discese brontolando e, attirato dalla luce e dal rumore, s’incamminò verso il finestrone; ma a mezza strada si volse tutto d’un pezzo come se lo avessero chiamato, e guardò Giustiniano tra gli occhi come un avversario dicendo:—Dichiaro che l’Heinecken ha torto.—E poichè Giustiniano seguitò a sorridere ma non rispose, riprese con voce più alta:—Sissignore; dichiaro che l’Heinecken ha torto: torto marcio!—E volse dispettosamente le spalle al povero imperatore, incamminandosi al balcone.

Il libro che il bibliotecario aveva scaraventato giù dalla scaletta era appunto: Idea di una collezione di stampe, con una dissertazione sull’origine dell’incisione, stampato a Lipsia nel 1771 in ottavo. Ivi l’Heinecken osserva che il Tolomeo stampato a Roma nel 1478 non contenendo altro che carte geografiche incise in metallo e fuori del testo, il primo libro con rami inseriti è il Dante commentato dal Landino e stampato a Firenze da Nicolò di Lorenzo della Magna nel 1481 in folio. Gli esemplari di questo raro volume che si trovano ancora nelle nostre biblioteche hanno per lo più due sole incisioni ed un’altra ripetuta, rimanendo in capo ad ogni canto vuoto lo spazio delle incisioni assenti: ma la Vaticana deve averne un esemplare con una serie di 18 incisioni incollate al loro posto, ed il catalogo della biblioteca Marchi ne annunciò uno con 19 stampe; il che mostra come le incisioni fossero in gran parte eseguite se non inserite. Siano queste incisioni o no disegnate da Sandro Botticelli ed eseguite da Baccio Baldini, (non pare verosimile che siano di Maso Finiguerra, come vorrebbe una nota manoscritta della Biblioteca nazionale di Parigi), questo libro è creduto il primo che porti incisioni in metallo inserite nel testo, ed è appunto contro questa affermazione dell’Heinecken che il bibliotecario protestava.

Sotto al balcone c’era il prato della scuola veterinaria. Di là dal prato le case, e sopra le case facevano capolino i colli oramai vestiti di verde. Il sole d’aprile certo aveva letto male il lunario, e, saltando un mese, s’era messo a splendere come agli ultimi di maggio, tanto esultava nel cielo turchino, tanto i suoi raggi scaldavano. E giù, nel prato rinverdito, le margherite novelline alzavano curiosamente la testa nelle cuffiette bianche per spiare i fiori candidi dei mandorli, i fiori carnicini de’ peschi primaticci e tutta la nuova festa delle foglie giovani, dei getti freschi, dei ramoscelli gonfi di linfa, delle gemme turgide di succhio. Le finestre delle case circostanti erano spalancate al sole, addobbate di biancheria messa ad asciugare, sonanti di grida fanciullesche, di canti femminili. L’atmosfera limpida non sfumava i colli col solito velo di nebbia ma lasciava distinguere le casine bianche, tra siepi ed i campi verdi. Fino le campagne parevano assorte in questa fulgida ora di rinascimento e rispettavano tacendo la gioia della terra e dei viventi.

Qualche volta a dispetto dei regolamenti, un bibliotecario non è una macchina, ma un uomo. Il nostro aspirò sonoramente l’aria libera, spianò le ciglia corrugate e immerse profondamente le mani nelle tasche. L’ho a dire? Ve lo dirò; purchè non lo ripetiate al ministro Baccelli. Il bibliotecario cavò di tasca una vecchia pipa, la riempì e, dopo averla accesa, puntò i gomiti sul balcone fumando saporitamente! Ma se proprio volete raccontare questa infrazione dei regolamenti al ministro che governa le biblioteche, ecc., raccontategliela pure: tanto lo sanno tutti che, mentre nelle sale di lettura, dove non c’è pericolo d’incendio, è rigorosamente vietato di fumare, nelle altre sale si chiude un occhio, e una fumatina, via, si può fare. O che male c’è? La Regia ci guadagna, gli impiegati ammazzano il tempo, e il fumo del tabacco nuoce solo all’Anobium pertinax e all’Anobium striatum.

Dunque il bibliotecario fumava come un tizzo verde e pensava:—Che bella giornata! Nitida come un Aldo in quarto, splendida come un Bodoni in carta distinta... ma l’Heinecken ha torto. Prima del Dante ci dev’essere un altro libro con incisioni in metallo. Ah, bibliotecario di poca memoria, se lo sapesse il ministro! Quanti passeri! passer, deliciae meae puellae, e sono eccellenti in umido. Il Missale Herbipolense è anche lui del 1400 dunque non è quello; ma come si chiama quell’altro? Come si deve star bene in collina oggi! Ma come si chiama quell’altro libro, come si chiama?

Si spalancò una porticina, due bimbi irruppero nella sala gridando:—Babbo! babbo!—e la signora bibliotecaria in guanti e cappelline, sollevando con garbo la veste per non tuffarla nella dotta polvere, entrò nel regno del marito. Il bibliotecario vuotò la pipa e la rimise in tasca.

I bimbi saltarono in giro schiamazzando, e si fermarono a studiare profondamente ed a far girare sui perni una sfera celeste, dove un frate del seicento aveva dipinto tutti i cancri, i capricorni e gli altri mostri delle costellazioni. La signora raggiunse il bibliotecario, che da buon marito non s’accorse come nella disinvolta cera della moglie un secreto desiderio e una novità d’appetito covassero insidiosi. Già egli pensava all’Heinecken.

—Che bella giornata!—cominciò la signora.

—Bellissima!—rispose il bibliotecario quasi sospirando.—E dove conduci i bimbi?

La bibliotecaria non rispose subito, ma si accomodò il nastro del cappellino che non ne aveva bisogno.—Li conduco fuori—disse poi.—E tu non vieni?

—Vedi, verrei volentieri, ma debbo lavorare. Sappi che l’Heinecken dice...

—Lascialo dire. Oggi si deve star bene fuori. Vieni con noi. Anzi—(il segreto desiderio stava per vedere la luce)—anzi, non si potrebbe trovare un po’ di svago pei bimbi... e per te che stai qui sempre chiuso....

—T’ho pur detto che non posso. Senti; il primo libro con incisioni...

—Perchè non puoi? Ecco, se s’andasse tutti a pranzo fuori di porta, in campagna.... (il segreto! il segreto!) si andrebbe coi bimbi, sai, là nei giardini, sotto il pergolato... Ti ricordi come ci si stette bene l’anno passato? Ti ricordi? Non mi dire di no... sii buono...

Ah, donne seduttrici! Ella aveva posato la manina inguantata sulla spalla del marito e lo guardava di sotto in su, sorridendo colle labbra fresche e con gli occhi pieni di furberie e di tentazioni. Sulle gronde i passeri cinguettavano più che mai e le margheritine bianche parevano tanti occhi curiosi che spiassero il balcone.

—Abbi pazienza—disse il bibliotecario dopo aver superato la tentazione.—Abbi pazienza. L’Heinecken...

La bibliotecaria battè il piedino per terra e ritirò la mano dalla spalla del marito. Era offesa, stizzita della negazione e della mala riuscita del suo disegno.—Caro mio—riprese, sporgendo il labbro inferiore ed aggrottando le ciglia—caro mio, son pur seccanti i tuoi libri! Quando ci avrai rimesso la salute! E a contentar noi non ci pensi mai? Quando ci farai un piacere, nel nome Santo di Dio?

Il bibliotecario diede un guizzo e spalancò le braccia.

L’ho a dire? Scaraventò la papalina di velluto contro Giustiniano, e e.... via, lo dico... baciò sonoramente la bibliotecaria su tutte due le gote. La povera signora che si aspettava un rimprovero, rimase attonita, poi arrossì un pochino e, rassettando il nastro del cappellino che questa volta ne aveva bisogno, rivolse istintivamente la testa. Ma i bimbi studiavano le costellazioni.

Il Monte Santo di Dio—diceva il bibliotecario, gesticolando allegramente.—Il Monte Santo di Dio di Antonio Bettini da Siena, stampato da Nicolò di Lorenzo della Magna in Firenze il 10 settembre 1477 in quarto grande, caratteri tondi, senza numerazione ma con segnature. È proprio quello, sai, ed è rarissimo! Ce n’è uno nella Casanate; un altro è indicato nel catalogo Jackson di Livorno 1756, ma dev’essere andato nella libreria del Duca della Vallière. E sai dove l’ho visto? Vuoi vederlo anche tu? È nell’Avvertimento del tomo III del catalogo stampato dalla Casanate. Quello è il primo libro con incisioni in metallo inserite nel testo; proprio quello!

Il bibliotecario era raggiante. La bibliotecaria rasserenata non capiva bene l’importanza della notizia, ma capiva che una esclamazione fortunata le aveva fatto vincere la causa. Quel giorno pranzarono coi bimbi sotto la pergola dove erano stati tanto bene l’anno passato.

La sera, la bibliotecaria era già in letto e sorrideva cogli occhi semichiusi. Il bibliotecario in abbigliamento molto leggero... molto beduino, puntò il ginocchio sul letto per saltarvi dentro, ma alla prima non gli riescì.

—Com’è alto il nostro letto—disse.—È un vero monte!

La bibliotecaria aprì gli occhioni birbi, fece una risatina piena di malizia e di carezze e susurrò:—Monte Santo di Dio!

Ah, l’irriverente!


LE POESIE DI ANGELO VIVIANI


Le Poesie di Angelo Viviani stanno tutte in un fascicoletto di ottanta pagine, compresa la prefazione: sono stampate a Firenze dalla tipografia del Vocabolario, e sono tra le più brutte che siano venute alla luce in questi anni di versi scellerati.

Nella estate scorsa mi fermai due giorni in una città che non nomino, per ragioni che il lettore vedrà più avanti, se la buona volontà gli dura. Mi fermai solo, alla locanda, per l’amore non corrisposto che porto ai libri vecchi ed alla carta scritta da un pezzo e, conservando l’incognito meglio dei sovrani, avevo il melanconico aspetto di un viaggiatore di commercio, piuttosto che quello di pretendente alle compiacenze delle vergini Muse, da buon cittadino ossequioso alle leggi, avevo dovuto scrivere il mio nome e cognome sui registri dell’albergatore, il cui aspetto poco letterario del resto mi rassicurava.

Dopo essermi lavato dalla dotta polvere, scesi nella sala a pian terreno destinata al pasto degli avventori e alle esercitazioni coreografiche delle mosche. Ivi, contendendo con una costoletta che pretendeva di non lasciarsi mangiare sotto il futile pretesto che nel censimento degli animali regnicoli era stata compresa nella categoria asini, colla coscienza tranquilla di chi si ciba di tenero vitello, guardavo alla strada deserta bruciata dal sole, e pensavo a Fano, di dove ero partito il giorno prima, ed alla felicità di sentirsi due metri d’acqua salata sulla testa.

Leggermente intontito dal lavoro del giorno e quasi assopito dal caldo, non davo altro segno di vita che un movimento isocrono delle mascelle ed un abbondante sudore. L’ora, e la distensione di nervi che succede alla fatica, mi davano una calma stupida ma piacevole. I pensieri mi venivano in mente quasi velati, e le stesse mosche mi trovavano senza dubbio indulgente; quando il cameriere mi si avvicinò colla ciera trasognata ed irresponsabile di un ambasciatore che porta cattive nuove, dicendomi sottovoce:—C’è un sacerdote che le vuol parlare.

Un sacerdote? Ma io non ho relazioni col presbiterato! Qui non conosco nessuno, tanto meno poi preti! Vi pare l’ora questa di seccare un galantuomo che pranza? E chi è questo sacerdote?

Il cameriere alzava le spalle a maggior confermazione della propria irresponsabilità e non sapeva ripetermi altro che:—Quel sacerdote le vuol parlare.

Forse la costoletta che tentavo di mangiare mi suggerì l’idea della pazienza. Del resto, come ho detto, l’ora persuadeva alla calma. Dalla finestra socchiusa vedevo una striscia di strada bianca, arroventata, popolata soltanto da un cane che accovacciato nel rigagnolo con pazienza esemplare andava a caccia di selvaggina sul proprio individuo. Il silenzio era profondo e il ronzìo incessante delle mosche non lo interrompeva. Tutto disponeva alla tranquillità filosofica, e mi rassegnai a dare udienza al reverendo.

Era un uomo robusto, bruno di pelle e di capelli, lucido in viso come fosse unto. Si avvicinò mezzo sorridente e mezzo imbarazzato, ed al mio invito di sedersi, rispose con un gesto negativo risoluto e forte come la sua persona. Il collo toroso e le spalle quadrate indicavano che il sacerdote doveva avere dei terribili accessi di tentazione, ed auguro alla chiesa che il suo ministro abbia avuto la forza dell’anima uguale, a quella del corpo: se no, poveri voti!

Così in piedi, davanti alla tavola, il reverendo mi disse che era curato in montagna, che aveva saputo per caso la mia presenza all’albergo, e che aveva voluto procurarsi l’onore ecc., ecc. Aveva un vocione robusto come le spalle, e certi scoppi di voce che facevano vibrare i cristalli. La salute e la vita traboccavano in lui, e non l’avrei certo consigliato per confessore alle damine che soffrono di debolezze. Sicuro di sè dopo due minuti di conversazione, piantato energicamente sulle gambe muscolose e sui piedi da montanaro, gestiva largamente, franco come chi non teme ostacoli e non sa che sia la paura del ridicolo. Sarà un buon curato, non dico, ma a prima vista non ricordava le macerazioni dei perfetti servi di Dio.

Dopo i primi complimenti tirati a bruciapelo, saltò a parlare di scuole poetiche. Ne parlava ruvidamente con idee vecchiotte, reminiscenze forse del corso di retorica fatto in seminario, ma con una schiettezza cui sono poco usati i critici di mestiere. Ricordava il tipo del bello, la verità eterna e tante altre cose che ora non si ricordano più, e di quando in quando puntava le mani aperte sulla tavola con certi «che ne dice lei?» baritonali e sonori, senza attendere la mia risposta. Poi s’imbarcava di nuovo ne’ suoi ragionamenti antiquati, di dove scoppiettava qua e là qualche idea bizzarra o ingenua, con una foga di uomo convinto e militante che mi meravigliava.

Mi meravigliava e m’imbrogliava. Che diavolo voleva egli da me? Per grande che sia la mia presunzione, non arriva fino ad ammettere che un curato di montagna venga a cercarmi pel solo gusto di fare la mia conoscenza. Un perchè dunque ci doveva essere. Ma quale?

Pensai di offrire da bere al mio reverendo interlocutore, ma egli, senza interrompere il suo discorso, fece il suo solito segno di negazione colla mano, e tirò avanti a parlare di idealismo e di realismo.

Io cominciavo a riflettere seriamente alla digestione.

Quando Dio volle, cominciai a capire dove andava a cascare tutto questo discorso. Il curato tirò fuori di tasca un mazzo di bozze di stampa e vidi con raccapriccio che erano versi. Sono parecchi anni che passo la mia vita a trovare delle scappatoie per non leggere i versi che mi mandano perchè io dia un parere secondo il mio illuminato giudizio. Ho finito col non rispondere più a nessuno; ma questa volta dovevo pur dir qualche cosa. Un curato di quella robustezza non si può lasciar senza risposta come una lettera. Mi convinsi che la costoletta era decisamente asinina. Come mi pesava sullo stomaco!

Pensai, così alla prima, che i versi fossero del curato in persona: ma me ne diceva male con troppa convinzione perchè io credessi ad una finta da parte sua. Ne diceva corna; dunque doveva esser roba di un suo amico.

Così difatti era. I versi di Angelo Viviani sono di un suo amico, curato anche lui! Ero proprio cascato nelle braccia della Chiesa.

Il curato poeta ha voluto fare anch’egli la sua gherminella come un tale di mia conoscenza, ed ha fatto precedere ai versi una prefazione firmata Un amico, nella quale si legge come qualmente Angelo Viviani era un giovane pieno di buone qualità, bersagliato dalla fortuna, innamorato senza speranza (hai! ahi!) ed altre belle, ma vecchie cose. Solo che il romanzetto, invece di finire al solito colla morte del protagonista per via della solita tisi, finisce colla emigrazione del Viviani per la libera America. È vero: Ecclesia abhorret a sanguine.

Il curioso poi era che il curato presentatore dei versi del Viviani non aveva abbastanza parole per biasimare la gherminella che gli pareva irriverente pel pubblico, indegna di uno che ha fede nelle cose proprie, e via di questo passo. Non si ricordava forse a chi parlava. La costoletta era dura a digerire, ma il curato peggio.

E poichè parlo di gherminelle, intendiamoci bene. Protesto che vi racconto la verità senza abbellimento di alcuna sorta, e solo con quelle poche velature che valgono a far perdere la traccia de’ miei due curati ai rispettivi vescovi, se per caso leggessero queste righe. Il fatto è verissimo, dal principio alla fine, e pur troppo mi è capitato. Dio nella sua misericordia perdonerà ai curati peccatori. Io li punisco con questo racconto: ma mi dorrebbe che li punisse il vescovo. Sarebbe un rimorso che mi peserebbe sullo stomaco più della costoletta.

Mentre il curato parlava, io andavo leggendo qua e là i versi che sono davvero bruttini. Ce ne sono di quelli che, se non sono zoppi affatto, sono molto sciancati: ma poichè ormai il notare i versi che non possono camminare la dicono pedanteria, mi fermo a dire che quel libretto mi dà un po’ l’idea d’un magazzino di rigattiere, tante sono le ciarpe vecchie che l’ingombrano, come i sonetti alla luna, alla malinconia e simili. Ci sono poi delle idee curiose, come quelle d’una quercia che crescendo addosso ai morti allevia i loro giacigli, e degli errori curiosi di storia naturale, come quello che fa le gaggìe cerulee. Si vede che il curato poeta non ha molta pratica di fiori e di fioraie.

L’odor di prete si sente dappertutto, poichè ad ogni pagina s’incontrano Dio, il purgatorio, le campane, i mistici fiori, i martiri, gli eletti ed altre sacrosante cose. Ma in mezzo a questo c’è un amore; anzi, a quanto pare, più d’uno.

Voglio credere, per l’onore del sacerdozio, che quegli ardori profani siano una reminiscenza di gioventù, una reminiscenza che ha preceduto la solennità della tonsura. Ma tuttavia il sentire un reverendo curato cantare alla luna i rigori di una Emilia in carne ed ossa, mi fa un certo effetto!...

Così andavo leggendo, quando mi capitò sotto gli occhi questo sonetto sgangherato, ma strano in bocca a un prete:

20 settembre 1880

Da questa eccelsa vetta abbandonata,
D’alberi monda e sol d’erba vestita
E d’ermi fiori, dove cento han vita
Ruscelli d’acqua limpida e gelata,

O il bel cielo ch’io miro, o quale aurata
Spera di sole, o l’Alpi, o l’infinita
Cerchia di mar e i fertil pian (gradita
Stesa di ville!) o Ausonia mia adorata