GUIDA DEL FRIULI
IV.
GUIDA
DELLE PREALPI GIULIE
Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro
con Cormòns, Gorizia e la valle dell'Isonzo
DI
OLINTO MARINELLI
G. Bragato, G. Costantini, G. B. de Gasperi, G. Feruglio,
M. Gortani, P. S. Leicht, A. Lorenzi, F. Musoni, G. Trinco.
Con disegni in penna
di ANTONIO PONTINI
ED ALTRE ILLUSTRAZIONI
UDINE
SOCIETÀ ALPINA FRIULANA
—
1912
Firenze, 1912. — Tipografia M. Ricci, Via San Gallo, 31.
ALLA MEMORIA
DI
FEDERICO CANTARUTTI
CHE CON LUNGA AMOROSA TENACE OPERA
SOMMAMENTE CONTRIBUÌ
ALL'INCREMENTO DELLA SOCIETÀ ALPINA FRIULANA
E NEL RIVOLGERNE L'ATTIVITÀ
ALL'ILLUSTRAZIONE DELLA NOSTRA TERRA
FU IL PIÙ VALIDO COLLABORATORE
DI
GIOVANNI MARINELLI
PREFAZIONE
Corre ormai il quinto anno dacchè venne iniziata la compilazione di questa guida, e già il terzo dacchè ne fu iniziata la stampa. Io non sto a dire delle cause che giustificano sì grande lentezza, nè a cercare quanta parte ne sia da ascrivere alle intrinsiche difficoltà del lavoro, quanta a me, quanta in fine alle molte e diverse persone che erano state chiamate a dar mano a quest'opera. Si trattava di illustrare un nuovo lembo di questa regione, seguendo un piano già ottimamente tracciato, e messo in atto nella Guida di Udine, in quella del Canal del Ferro ed in quella della Carnia. Conveniva che il nuovo volume, nella buona riuscita del quale era impegnato non meno il nome della Società Alpina, che quello del nostro Friuli, non riuscisse inferiore ai precedenti mentre mancava, pur troppo, Colui che a quelli aveva dato vita. Chi ne ebbe ad ereditare il grave compito chiese aiuto a quanti per particolari studi e speciali conoscenze locali fossero in grado di contribuire in qualche modo all'opera. Se non tutti risposero, se alcuni risposero con sole promesse, vi fu pure chi diede intera e disinteressata l'opera propria.
Il nome dei principali collaboratori figura nel frontespizio ed accanto alle parti da ciascuno scritte; ma alcuni — e fra questi mi piace qui ricordare in modo speciale il sig. Giuseppe Bragato — estesero il proprio lavoro al di fuori dei capitoli dei quali risultano autori, altri modestamente e disinteressatamente ci furono larghi di consigli e di informazioni mentre il nome loro non figura in modo alcuno. Agli uni come agli altri esprimiamo qui i nostri ringraziamenti.
Un particolare ringraziamento dobbiamo poi al prof. Antonio Pontini, che, mettendo a nostra disposizione la ricca raccolta di artistici disegni da lui fatti in varie parti del Friuli, ci permise di illustrare convenientemente la guida con ben riuscite vignette, mentre ringraziamo pure tutte le molte persone che fornirono per scopo analogo fotografie di paesaggi, sia o no indicato il nome loro sotto a ciascuna riproduzione.
Dobbiamo anche ringraziare i sindaci dei comuni compresi nel territorio illustrato dalla Guida per le informazioni date. Tutti, salvo alcuni di località d'oltre confine, risposero al nostro appello. Mentre la provincia di Udine ed i comuni di Cividale, Gemona, Fagagna, S. Daniele, S. Pietro, Tarcento, Moruzzo, Ragogna, Segnacco, Buttrio, Lusevera, Martignacco, Nimis, Rodda e Manzano, aggiunsero un aiuto finanziario per l'edizione di questo volume.
Alla quale giovò pure in notevole misura il ricavato di una sottoscrizione che per la morte di Federico Cantarutti la Società nostra iniziò ed a cui contribuirono parenti ed amici Suoi, i quali tutti intendevano che degnamente ne fosse onorata la memoria con la presente pubblicazione.
A Federico Cantarutti quindi la Guida è dedicata.
Dal ricordo di Lui e da quello di Giovanni Marinelli, il compianto mio Padre, la gioia di aver, per ora, finito non è oggi turbata. Mi par quasi vederli rivivere lieti che sia continuata l'opera che l'Uno in varia guisa promosse, l'Altro magistralmente avviò: il Loro giudizio di benevolenza e d'incoraggiamento mi nasconde quasi le non poche nè lievi imperfezioni del mio lavoro.
Ad essi va attribuita la concezione prima della Guida del Friuli, ad essi, per notevole parte, l'esecuzione di questa. Sotto i loro auspici ben vada fra il pubblico questo nuovo volume.
Firenze, maggio 1912.
Olinto Marinelli.
INDICE GENERALE
PARTE PRIMA
IL PAESE E LE SUE GENTI.
| I. Cenni generali sulla regione considerata. (O. Marinelli) | [Pag. 3] |
| La regione presa in esame, sua denominazione e limiti, precedenti illustrazioni | [ivi] |
| II. I monti fra Tagliamento ed Isonzo e la loro struttura. (O. Marinelli) | [9] |
| Le Prealpi Giulie. Limiti e divisioni | [ivi] |
| La serie dei terreni | [11] |
| Tectonica della regione. Alpi e Prealpi | [20] |
| Le catene prealpine. Linee principali del rilievo e suoi caratteri | [23] |
| La regione degli altipiani e le pendici pedemontane | [27] |
| L'anfiteatro morenico del Tagliamento | [30] |
| Altri depositi glaciali | [33] |
| Formazioni quaternarie ed attuali nelle regioni non occupate da ghiacciai | [35] |
| Terremoti | [38] |
| Le valli; il deprimersi dei loro fondi e dell'intera regione verso oriente | [40] |
| I passi | [43] |
| Le regioni naturali | [44] |
| III. Le acque: le loro vie sotterranee e la loro utilizzazione. (G. Feruglio e O. Marinelli) | [46] |
| I corsi d'acqua delle Prealpi Giulie. Il Tagliamento ed i suoi affluenti | [ivi] |
| I corsi d'acqua dell'anfiteatro morenico | [53] |
| Torre e Natisone | [54] |
| L'Isonzo | [58] |
| Le condizioni idrologiche del territorio più interno delle Prealpi | [59] |
| La zona ad idrografia carsica. Le grotte | [60] |
| Le zone povere d'acqua. I canali artificiali | [63] |
| IV. Aria e temperie. (Giuseppe Feruglio) | [68] |
| Le osservazioni meteorologiche | [ivi] |
| Temperatura | [69] |
| Stato del cielo e precipitazioni | [72] |
| Movimenti aerei. Venti e brezze | [75] |
| V. La flora. (Michele Gortani) | [77] |
| La flora delle Prealpi Giulie Occidentali e i suoi elementi più rari | [ivi] |
| Le diverse zone di flora | [80] |
| Relitti glaciali e mediterranei | [82] |
| VI. La fauna. (Arrigo Lorenzi) | [84] |
| La conoscenza zoogeografica delle Prealpi Giulie | [ivi] |
| Caratteri zoogeografici generali delle Prealpi Giulie | [87] |
| Zone ipsometriche e planimetriche. Gruppi biologici e loro gradi | [90] |
| Zona pedemontana | [93] |
| Zona montana. Mutamenti della fauna dovuti all'uomo | [97] |
| Corsi d'acqua prealpini | [100] |
| Zona culminale | [101] |
| Le caverne e le acque freatiche | [104] |
| VII. Gli abitanti: il loro numero e la loro distribuzione. (Francesco Musoni) | [106] |
| I più vecchi dati statistici relativi alla popolazione del nostro territorio | [ivi] |
| Il numero di abitanti nel 1766 | [111] |
| L'aumento della popolazione nell'ultimo secolo | [113] |
| La densità della popolazione dei singoli distretti | [118] |
| La popolazione assoluta e relativa dei singoli comuni | [120] |
| La distribuzione della popolazione in relazione con l'altimetria e con la struttura geologica. L'aggruppamento in villaggi | [126] |
| L'emigrazione permanente | [132] |
| L'emigrazione temporanea. Lo sviluppo e l'intensità del fenomeno | [133] |
| Caratteri della nostra emigrazione. Danni e vantaggi | [137] |
| VIII. Gli abitanti: i loro caratteri fisici, la loro origine e le differenze etniche e linguistiche. (Francesco Musoni) | [140] |
| Alcuni dati antropometrici | [ivi] |
| Alcuni dati nosologici | [144] |
| La pellagra | [146] |
| Note paletnologiche. L'epoca della pietra | [148] |
| L'età del bronzo | [150] |
| Distribuzione delle località ove sono resti preistorici | [152] |
| I primi abitatori della nostra regione | [153] |
| I Celti | [156] |
| Slavi e Friulani | [159] |
| L'immigrazione slava | [161] |
| Il numero degli Sloveni del Friuli | [163] |
| La antica maggiore estensione degli Sloveni | [165] |
| Toponomastica slava e toponomastica friulana | [166] |
| I diversi gruppi dialettali degli slavi | [167] |
| Tradizioni, leggende, usi e costumi degli Slavi | [171] |
| Le parlate friulane | [176] |
| Le «villotte» tradizioni e leggende friulane | [179] |
| IX. Le condizioni agricole. (Francesco Musoni) | [182] |
| Le zone agricole. Zona montana e submontana | [ivi] |
| La zona collinesca | [193] |
| La zona morenica | [203] |
| La regione piana | [207] |
| X. Industrie e commerci. (Francesco Musoni) | [212] |
| Giacimenti minerarî | [ivi] |
| Materiali da costruzione. Cave. Fornaci | [215] |
| Industria della seta | [218] |
| Industria della lana. Tessitura. Cotonifici | [219] |
| Industrie varie | [221] |
| Utilizzazione delle acque | [223] |
| Piccole industrie | [224] |
| Condizioni generali delle industrie | [226] |
| Il commercio | [ivi] |
| XI. Vie e mezzi di comunicazione. (Francesco Musoni) | [228] |
| Le vie romane | [ivi] |
| La viabilità nel medio evo e fino ai tempi moderni | [235] |
| Considerazioni sulla viabilità attuale | [242] |
| Le ferrovie | [244] |
| XII. La Storia. (Pier Silverio Leicht) | [245] |
| La nostra regione nell'antichità | [ivi] |
| Il dominio romano. Le vie commerciali | [246] |
| Il cristianesimo, le prime invasioni barbariche | [250] |
| La caduta di Aquileia e l'importanza assunta da Cividale. Il periodo dei Goti e dei Bisantini | [252] |
| I Longobardi. Cividale capitale del ducato | [255] |
| Invasioni degli Avari e degli Slavi | [257] |
| Il periodo più splendido del ducato Longobardo. Il patriarca a Cividale | [258] |
| La dominazione franca. Berengario. Le invasioni degli Ungari | [261] |
| La decadenza del Friuli. I feudatarî tedeschi | [264] |
| Il dominio della chiesa di Aquileja | [266] |
| Lo sviluppo dei commerci | [273] |
| Il parlamento della Patria. Comuni rurali e città | [275] |
| Il patriarcato di Pertoldo e dei suoi successori | [278] |
| I nemici dei patriarchi | [279] |
| L'importanza acquistata da Udine. I Savorgnano. Il patriarca Bertrando | [282] |
| Le lotte col duca d'Austria | [284] |
| Il Patriarcato di Marquardo | [285] |
| Le ultime vicende del dominio dei patriarchi | [286] |
| Il dominio di Venezia | [288] |
| Lo sviluppo delle arti e delle scienze. Il prevalere della borghesia | [290] |
| Le invasioni dei Turchi | [293] |
| Lotte fra Venezia e l'Impero. La difesa di Osoppo. La guerra di Gradisca | [294] |
| Le benemerenze del governo di Venezia. La rappresentanza dei contadini. Il fiorire delle arti e delle scienze | [298] |
| La decadenza del secolo XVIII. La venuta dei Francesi | [301] |
| Il dominio austriaco. Il 1848 | [305] |
| Il Friuli riunito all'Italia | [306] |
| XIII. Uomini ragguardevoli. (Giuseppe Costantini) | [309] |
| Illustri Friulani anteriori al millecinquecento | [ivi] |
| Secolo XVI | [310] |
| Secolo XVII | [312] |
| Secolo XVIII | [314] |
| Secolo XIX | [315] |
Nota del Trascrittore
La Seconda Parte dell'Indice, che qui segue, si riferisce a un volume separato, non presente in questa edizione elettronica.
PARTE SECONDA
DESCRIZIONI LOCALI ED ITINERARI.
| Premessa | Pag. 323 |
| I. Venzone e dintorni. (G. Bragato e O. Marinelli) | 325 |
| Venzone | ivi |
| I dintorni di Venzone | 337 |
| Da Venzone a Piano di Portis | 338 |
| Salita al S. Simeone | 339 |
| Giro intorno al S. Simeone per il lago di Cavazzo | 342 |
| Salita al monte Plàuris | 347 |
| Salita al Lavri o Làvora | 351 |
| Salita del Jôf d'Ungarina | 352 |
| Salita alla Cima di Campo | ivi |
| Salita del Monte Cadin | 353 |
| Da Venzone a Resia per la forca di Campidello | ivi |
| Salita al M. Ledis | 354 |
| Giro del Monte Ledis | 356 |
| Da Venzone alla Valle del Torre | 357 |
| Via alta per la Forcella di Musi | ivi |
| Via per il fondo della Venzonassa | 358 |
| Via per le forcelle di Ledis e Tacis | ivi |
| Strada da Venzone a Gemona | 359 |
| II. Gemona e dintorni. (G. Bragato e O. Marinelli) | 361 |
| Gemona | ivi |
| I dintorni di Gemona | 376 |
| Passeggiata a S. Agnese ed al Cumièli | ivi |
| Da Gemona a Maniàglia | ivi |
| Salita del Ciampòn od Ambrusèit | 378 |
| Dal Ciampòn al Cuel di Lanes lungo la cresta | 381 |
| Al Cuèl di Lanes per le casere di Gleriis | 382 |
| Salita del Quarnan | 383 |
| Da Gemona a Pradielis per il Forador | 384 |
| Ascesa del Naruint | ivi |
| Escursione al lago di Cavazzo | 386 |
| III. Osoppo, Artegna, Buia, Magnano e i loro dintorni. (G. Bragato e O. Marinelli) | 391 |
| Da Gemona ad Osoppo | ivi |
| Osoppo | ivi |
| I dintorni di Osoppo | 395 |
| Salita al M. Corno | ivi |
| Salita al Covria | 397 |
| Da Osoppo a Forgaria per il Cianèt, ritorno per Cornino | ivi |
| Passeggiata da Osoppo al lago di Cornino, con ritorno per Peonis e Trasaghis | 399 |
| Da Gemona ad Artegna | 400 |
| Artegna | 401 |
| Escursioni da Artegna | 404 |
| Salita del Quarnan | ivi |
| Da Artegna a S. Maria Maddalena di Flaipano | ivi |
| Da Artegna al M. di Magnano | 405 |
| Da Artegna a Montenars | ivi |
| Da Artegna a Buia | 407 |
| Buia | 408 |
| Da Artegna a Magnano | 411 |
| Magnano | 412 |
| Da Magnano a Tarcento | 413 |
| IV. Tarcento e la valle del Torre. (G. Bragato e O. Marinelli) | 416 |
| Tarcento | ivi |
| Gli immediati dintorni di Tarcento | 422 |
| Al castello di Tarcento | 423 |
| Il giro di Sammardenchia | 424 |
| Al monte Ciampeòn | 425 |
| Da Tarcento a S. Eufemia. Segnacco | 426 |
| Il giro di Sedilis | 428 |
| Alla sorgente di Patòchis | 429 |
| Da Tarcento a Torlano per Sedilis e Ramandolo | ivi |
| Da Tarcento a Madonna di Aprato per la Riviera | ivi |
| Salita del Monte Stella | 431 |
| Salita al Monte Bernadia | 433 |
| A S. Maria Maddalena per la valle del rio Zinòr | 434 |
| Salita al Quarnan | 436 |
| Escursioni nella valle del Torre | 437 |
| Escursione alle sorgenti del Torre | ivi |
| Lusevera ed il Gran Monte | 442 |
| Da Lusevera a Monteaperta | 445 |
| Da Lusevera a Villanova | 446 |
| Villanova e la grotta | ivi |
| La grotta di Viganti | 447 |
| Da Villanova a Torlano per Chialminis | 449 |
| Traversata della cresta del Cuel di Lanes | 450 |
| Traversate e salite del Musi | 451 |
| Traversata del Musi per la Stilizza | 453 |
| Traversata del Musi per la forcella del Selenipatok | ivi |
| Traversata della catena del Musi con la salita della cima più elevata | 454 |
| Dalla Valle del Torre a quella di Resia per la forcella di Tasajaur | 456 |
| Dalla Valle del Torre a Resia per Uccea | 457 |
| Dalla valle del Torre a quella dell'Isonzo per Uccea | 458 |
| Da Zaga a Caporetto | 460 |
| Da Zaga a Raibl per il Predil | ivi |
| V. Tricesimo e dintorni. (Giuseppe Costantini) | 462 |
| Da Tarcento a Tricesimo | ivi |
| Tricesimo | 465 |
| Gita a Tarcento, passando per Fraelacco e Loneriacco | 474 |
| Gita a Collalto, Buerîs e Tarcento | ivi |
| Gita a Cassacco e Treppo Grande | ivi |
| Cassacco | 475 |
| Treppo Grande | 477 |
| Gita a Colloredo di Montalbano | 479 |
| Colloredo di Monte Albano | ivi |
| Gita a Felettano e Leonacco | 482 |
| Gita a Tavagnacco per Laipacco, e di là fino a Cavallicco | 485 |
| Tavagnacco | 487 |
| Gita a Reana e Ribis | 489 |
| Reana | ivi |
| Gita al Roiale | 492 |
| VI. I paesi della zona morenica fra il Cormor ed il Corno (G. Bragato e G. B. De Gasperi) | 496 |
| Pagnacco | 496 |
| A Fontanabona | 498 |
| Da Pagnacco a Colloredo di Montalbano | 499 |
| Castellèrio e Zàmpis | ivi |
| Da Pagnacco a Moruzzo | 500 |
| Moruzzo | 501 |
| Passeggiata a S. Margherita | 505 |
| Da Moruzzo a Brazzacco | 507 |
| Da Moruzzo a Colloredo di Montalbano | 509 |
| Da Moruzzo a Fagagna | ivi |
| Alla stazione di Martignacco | ivi |
| Martignacco | 510 |
| Da Martignacco a Pagnacco lungo il piede dei | |
| colli | 512 |
| Da Martignacco a Fagagna | 513 |
| Fagagna | 515 |
| Al Castello di Villalta | 519 |
| Da Fagagna a Caporiacco. Il castello di Caporiacco | 522 |
| Da Fagagna a S. Daniele | ivi |
| Da Fagagna a Rive d'Arcano | 623 |
| Rive d'Arcano | 524 |
| Il Castello di Arcano | ivi |
| Da Arcano a S. Daniele | 526 |
| S. Vito di Fagagna | ivi |
| VII. S. Daniele e dintorni. (G. Bragato e G. B. De Gasperi) | 527 |
| S. Daniele | ivi |
| Gli immediati dintorni di S. Daniele | 537 |
| La passeggiata del colle | ivi |
| Da S. Daniele a Maiano | ivi |
| Passeggiata al lago | 538 |
| Al passo a barca del Cimano | 540 |
| I comuni attorno a S. Daniele | ivi |
| Dignano | ivi |
| S. Odorico | 541 |
| Coseano | 541 |
| Maiano | 542 |
| S. Tomaso | 543 |
| A Susans | 544 |
| A Pers | 545 |
| Ragogna | 546 |
| Escursione al M. di Ragogna | 549 |
| Al lago di S. Daniele | 550 |
| Da Ragogna a Pinzano | ivi |
| VIII. Nimis e la valle del Cornappo. (G. Bragato e O. Marinelli) | 551 |
| Da Tarcento a Nimis | ivi |
| Nimis | 553 |
| I dintorni di Nimis e la valle del Cornappo | 558 |
| Da Nimis al Gran Monte per Montaperta | ivi |
| Da Nimis alla Punta di Montemaggiore per Taipana | 562 |
| Da Nimis per Platischis a Prossenicco e per il Pradolino a Stùpizza | 564 |
| Da Nimis a Montediprato per Vallemontana | 565 |
| Da Nimis alle Zuffine per Cergneu | 566 |
| Da Nimis a Tricesimo | 569 |
| IX. I colli di Attimis e Faedis. (G. Bragato e O. Marinelli) | 570 |
| Da Nimis ad Attimis | ivi |
| Ai castelli di Attimis | 573 |
| Da Attimis a Subit ed alle Zuffine | ivi |
| Da Attimis a Faedis | 574 |
| Faedis | 577 |
| Ai castelli di Zucco e Cuccagna | 579 |
| I dintorni di Faedis | 580 |
| Salita al Monte Juanes (m. 1168) ed al M. S. Lorenzo | ivi |
| Salita del M. Carnizza | 581 |
| Da Faedis a Prossenicco | ivi |
| Da Faedis a Povoletto | 583 |
| Da Faedis a Cividale. Prestento e Torreano | 584 |
| Da Torreano al M. Juanes | 587 |
| X. Cividale e dintorni. (Pier Silverio Leicht) | 589 |
| Cividale | ivi |
| I dintorni di Cividale | 608 |
| Gita a Castel del Monte e di là a Merso, ad Albana, a Purgessimo | 609 |
| Gita al Mladessiena | 611 |
| Moimacco e Remanzacco | 612 |
| Moimacco | 613 |
| Remanzacco | 614 |
| Nella Valle del Judrio | 616 |
| Prepotto | 617 |
| XI. S. Pietro e la Valle del Natisone. (Giovanni Trinco) | 620 |
| Da Cividale a S. Pietro | ivi |
| S. Pietro al Natisone | 622 |
| Passeggiata a Vernasso | 626 |
| Da S. Pietro a Tarcetta | 628 |
| S. Silvestro e S. Giovanni d'Antro | 629 |
| Da Tarcetta al Mladessiena ed a Pegliano | 634 |
| Da Tarcetta a Montefosca. Juanes e Lubja | ivi |
| Da S. Pietro al confine | 638 |
| Salita al Matajur | 642 |
| Dal confine a Caporetto | 646 |
| Da Robic a Bergogna | 648 |
| Diverse vie che da Bergogna conducono al di qua del confine politico | 649 |
| Salita allo Stol | 651 |
| Salita al M. Mia | 652 |
| XII. Le valli dell'Aborna, del Cosizza e dell'Erbezzo. (Giovanni Trinco) | 654 |
| La valle di Savogna | ivi |
| Da S. Quirino a Savogna | ivi |
| Savogna | 658 |
| Da Savogna al Matajur | 660 |
| Da Blasin a Luico per Tercimonte | 664 |
| La vallata di S. Leonardo | 669 |
| Da Azzida a S. Leonardo | ivi |
| Da S. Leonardo a S. Nicolò di Jainich | 672 |
| Da Merso di sopra a Cràvero | 673 |
| Da Scrutto al M. S. Bartolomeo | 674 |
| Da Scrutto a Clodig e il comune di Grimacco | 675 |
| Da Clodig al M. S. Martino | 676 |
| Da Clodig al M. Kum | 678 |
| Da Clodig a Drenchia | 679 |
| Il giro delle borgate di Drenchia | 682 |
| La salita al Colovrat | 684 |
| Da Merso a Stregna | ivi |
| In giro per i paeselli del comune di Stregna | 685 |
| XIII. I colli di Buttrio e di Rosazzo e la pianura del Natisone. (G. Bragato e G. B. de Gasperi) | 689 |
| Premariacco | ivi |
| Da Premariacco a Buttrio | 691 |
| Da Premariacco ad Ipplis | 692 |
| Ipplis | 693 |
| Le colline di Ipplis e Rosazzo | ivi |
| Da Ipplis a Buttrio | 695 |
| Buttrio | 696 |
| I colli di Buttrio | 699 |
| Manzano | 701 |
| I dintorni di Manzano. L'Abazia di Rosazzo | 703 |
| S. Giovanni di Manzano | 705 |
| Corno di Rosazzo | 708 |
| Passeggiate sui colli di Rosazzo | 711 |
| Passeggiate sui colli del Romagno | 712 |
| XIV. Cormòns ed il Collio | 713 |
| Da S. Giovanni di Manzano a Cormòns | ivi |
| Cormòns | 714 |
| I dintorni di Cormòns | 717 |
| Monte S. Quirino | ivi |
| Sul Collio | 718 |
| Da Cormòns a Ruttàrs, Lonzano, Dolegna e Mernico | 721 |
| Salita al Corada | 723 |
| A Medea | 725 |
| A Mariano | 726 |
| Da Cormòns a Gorizia | 727 |
| XV. Gorizia e dintorni | 730 |
| Gorizia | ivi |
| Passeggiate da Gorizia. I dintorni di Gorizia | 736 |
| Da Gorizia a Salcano | 737 |
| Da Gorizia al Monte Santo | ivi |
| Da Gorizia alla Selva di Ternova | 739 |
| Da Gorizia verso la valle del Vipacco | 740 |
| XVI. Una corsa nella valle dell'Isonzo | 742 |
| Da Gorizia a Caporetto risalendo la valle dell'Isonzo. Da Gorizia a S. Lucia | ivi |
| Da S. Lucia ad Idria | 746 |
| Da S. Lucia a Tolmino | 748 |
| Salita al Krn | 751 |
| Da Tolmino a Caporetto | 752 |
| Aggiunte e correzioni | 755 |
| Indice dei nomi di luogo | 765 |
LE PREALPI GIULIE
PARTE PRIMA
IL PAESE E LE SUE GENTI.
I.
CENNI GENERALI
SULLA REGIONE CONSIDERATA
di O. MARINELLI
La regione presa in esame, sua denominazione e limiti, precedenti illustrazioni.
La regione presa in esame, sua denominazione e limiti, precedenti illustrazioni. Il presente volume della Guida del Friuli considera la regione prealpina fra il Tagliamento e l'Isonzo, la quale raggiunge, in Val di Resia e lungo il corso inferiore della Fella, il territorio già illustrato nella Guida del Canal del Ferro e tocca pure, per breve tratto, quello considerato nella Guida per la Carnia. S'intitolò dalle Prealpi Giulie, sebbene vengano considerate anche le colline pedemontane e quelle dell'anfiteatro morenico, nonchè alcuni lembi della stessa pianura, e quantunque, così nella parte generale, come in quella itineraria, ai limiti naturali spesso sieno sostituiti confini amministrativi e talora si sia usciti dagli uni e dagli altri. Si può anzi affermare che questo volume illustri principalmente i cinque distretti di Gemona, di S. Daniele, di Tarcento, di Cividale e di S. Pietro al Natisone.
Il nome di Prealpi Giulie dato alla parte montuosa di questo territorio è ormai entrato nell'uso degli scienziati e degli alpinisti e viene completamente giustificato da una lunga tradizione. I nostri monti rappresentano infatti la parte più esterna e più occidentale di quell'ampio sistema, che la Fella ed il Tagliamento separano dalle Alpi e dalle Prealpi Carniche e che, in molteplici catene ed altipiani, si estende, col Carso, fino ai confini orientali d'Italia. Il nome di Alpi Giulie compare già nell'antichità classica: Tacito[1] è il primo autore che lo ricorda, mentre Ammiano Marcellino[2] ci avverte che in suo luogo precedentemente era usato quello di Alpi Venete. Il nome di Alpi Carniche è, anche esso, d'uso più antico, poichè lo troviamo già in Plinio[3] per indicare i monti ove nasce la Sava. Il nome di Giulie prevalse però su ogni altro, sia presso i geografi dell'antichità, sia presso quelli del medio evo: però in genere è adoperato, dagli uni e dagli altri, in forma assai vaga, talora ad indicare soltanto i passi attraverso i quali si valicavano le Alpi (generalmente quello di Nauporto, importante già al tempo della repubblica e più comunemente conosciuto col nome di monte Ocra), tal'altra a designare tutte le montagne che segnan le frontiere d'Italia verso nord-est. Solo alcuno degli umanisti cominciò a contrapporre Alpi Carniche ad Alpi Giulie, mentre i più usavano i due nomi isolatamente o promiscuamente ritenendoli sinonimi. Onde non poca confusione; la quale del resto non cessò fino al secolo testè trascorso, quando i geografi moderni, ripresa la questione, s'accordarono quasi tutti (e in ciò merito non piccolo spetta a Giovanni Marinelli), se non nei confini precisi, certo nel distinguere le montagne Friulane in una parte occidentale, cui si assegnò il nome di Carniche ed in una orientale, cui si attribuì quello di Giulie[4].
Che questo alluda alla gente Giulia, e probabilmente ad alcuno dei suoi più illustri rappresentanti, forse ad Augusto, appare fuori di dubbio, ma il suo tardo apparire mostra come non sia di derivazione diretta in quanto indica un gruppo montuoso; è più verosimile che esso come tale provenga dall'insieme delle località che, nelle stesse Alpi Orientali erano chiamate Giulie, ovvero da una di esse: se mai con maggior probabilità, da quel Forum Julii, l'attuale Cividale[5], da cui più tardi doveva designarsi l'intera nostra provincia. Nel nome di questa, qui ai confini d'Italia, risuona ancora nella bocca del popolo il ricordo del dominio romano; mentre presso gli studiosi e le persone colte, accanto al nome di Friuli, s'è diffuso quello, pur regionale, di Venezia Giulia e altresì le designazioni orografiche di Alpi Giulie e di Prealpi Giulie. Che se l'esatta storia del nome è quella accennata per ultima, in alcuna altra parte del sistema alpino il suo uso è meglio giustificato che in questa, la quale si stende fra il Tagliamento e l'Isonzo, divisa in due porzioni disuguali dalla valle del Natisone, nella quale, dove s'apre verso la pianura, siede appunto Cividale.
Il territorio che consideriamo comprende però, come già s'accennò, oltrechè la regione montuosa e qualche lembo di piano, anche una serie di colline, di cui alcune rappresentano solo le ultime falde prealpine, altre invece ne sono quasi staccate, formando vere isole nella pianura, come i colli di Buttrio e quello di Medea, ovvero sistemi di rilievi del tutto indipendenti per la costituzione geologica e per l'aspetto loro. Tale è il caso delle molteplici cerchie di colline che si distendono fra S. Daniele e Tarcento.
Nel complesso non si può dire che l'area da noi considerata costituisca una regione naturale, nel senso che i geografi sogliono attribuire a questa espressione. Non è il caso quindi nè di insistere in tentativi di designarne partitamente i confini, nè in quello di ricercarne l'estensione[6]. Tanto meno si potrà sperare di trovarne precedenti illustrazioni complete. Per ciò bisognerà richiamarci, da un lato alle monografie geografiche dell'intero Friuli, quali quelle del Girardi[7] e del Ciconi[8], dall'altro ad opere statistiche e storiche pure interessanti l'intera provincia, come, per ricordarne una sola, l'Annuario statistico della Provincia di Udine pubblicato negli anni 1876, 1878, 1881 e 1889[9], dall'altro ancora a singoli studî di vario argomento e di diverso valore, che, più o meno completamente, saranno citati, a suo luogo, nel presente volume.
Anche per ciò che riguarda la sua rappresentazione cartografica, la regione non può tenersi distinta dal resto del Friuli[10]. La prima esatta carta topografica fu certamente quella del Regno Lombardo Veneto all'86400[11] pubblicata dall'Istituto topografico militare dello Stato Maggiore austriaco nel 1833. Oggi però questa ha perduto ogni suo valore di fronte ai rilievi dell'Istituto Geografico Militare al 25 ed al 50 mila, eseguiti fra il 1885 ed il 1891, ed alla carta[12] al 100 mila che risulta dalla riduzione di questi, e di cui è riprodotta con qualche correzione ed accompagna questo volume la parte che comprende le Prealpi Giulie ed il territorio vicino.
II.
I MONTI FRA TAGLIAMENTO ED ISONZO
E LA LORO STRUTTURA
Cenni di O. MARINELLI
Le Prealpi Giulie. Limiti e divisioni.
Le Prealpi Giulie. Limiti e divisioni. Non può essere discussione sui limiti delle Prealpi Giulie verso mezzogiorno, ove le ultime falde s'immergono nella pianura, nè ai lati, dove Tagliamento ed Isonzo, i maggiori fiumi friulani, costituiscono ben segnate linee divisorie; qualche incertezza invece si ha nello scegliere il confine settentrionale, che Giovanni Marinelli, badando alle condizioni orografiche, indicava nella sella di Carnizza (1109 m.)[13], mentre, tenendo conto piuttosto dei caratteri geologici, converrebbe[14] fissare nella valle di Resia e nella sella del M. Guarda (m. 1682). Non è questa una depressione molto notevole, ma chi dal fondo della vallata di Resia volga lo sguardo verso l'origine di questa, scorge ben netto il distacco esistente fra la verdeggiante e morbida catena, la quale comincia col Guarda e prosegue col Suovit, col Chila, col Niska ecc. da un lato e quella aspra e rocciosa che con i due Baba, con lo Slebe e col Lasca Plagna raggiunge dall'altro il Canin. La selletta rappresenta del resto la diretta continuazione tectonica della Valle di Resia, la quale segna poi, come meglio si dirà appresso, una decisa separazione fra due zone montuose a struttura assai diversa e di aspetto pure ben distinto, quella alpina da un lato, quella prealpina dall'altro.
Tav. I. Monte S. Simeone e Gemona visti dalla via di Artegna (fot. di A. Malignani).
Quest'ultima, per il tratto che qui ci interessa, presenta una sola profonda valle che l'attraversa completamente, quella cioè del Natisone, alla cui testa la bassa soglia di Starasella (256 m.) conduce, dopo breve percorso, all'Isonzo. Sotto l'aspetto puramente orografico le Prealpi che consideriamo vengono separate quindi in due parti, che in genere si distinguono coi nomi di Prealpi Giulie occidentali o del Torre e di Prealpi Giulie orientali o del Judrio[15]. Abbastanza staccate, non solo dalla regione di vera montagna, ma anche dalla meno elevata che a quella s'appoggia, appaiono così le alture fra S. Daniele e Tarcento come le colline fra Buttrio e Gorizia, fra le quali la pianura occupa una zona abbastanza continua, mentre però s'insinua tra i singoli rilievi in modo da isolarli spesso più o meno completamente. Per la prima soltanto di queste regioni collinesche è usato ormai, anche dai non geologi, il nome espressivo di anfiteatro morenico del Tagliamento.
Qualora si badasse al semplice rilievo esterno, si sarebbe indotti a considerare le Prealpi del Torre come una serie di catene e di contrafforti i quali dal gruppo del M. Plauris, la cui cima, con i suoi 1959 m. di altezza, rappresenta il punto culminante della regione, si distendono, per varî rami più o meno tortuosi, in differenti direzioni, ma specialmente verso oriente e verso mezzogiorno, degradando in questo senso fino alla pianura; si sarebbe pure indotti a riguardare le Prealpi del Judrio come un sistema di dossi staccantisi dal groppone del Matajur (m. 1643); nell'anfiteatro morenico un insieme di poggi riuniti attorno a due rilievi principali, quelli di Ragogna e di Buia, e finalmente nelle alture pedemontane fra Buttrio e Gorizia una serie di colline sporadicamente elevantesi dalla pianura.
Il quadro della regione appare però un po' diverso quando si tenga debitamente conto della struttura. Diciamone brevemente, considerando anzitutto
La serie dei terreni.
La serie dei terreni[16]. I più antichi sono quelli ritenuti raibliani (trias superiore) che nelle Prealpi Giulie compaiono sotto forma di marne scure, con lenti o vene di gesso subcristallino, bianco o leggermente roseo, di dolomie cariate ad esso associate e di una dolomia marnosa friabile e facilmente erodibile, frequentemente caratterizzata pure da numerose superficie speculari. Codeste formazioni hanno sempre un limitato sviluppo, salvo che nella valle di Resia, ove soltanto si presentano gessifere.
Ben maggiore importanza nella costituzione dei nostri monti, anzi la massima per quelli più interni ed elevati, ha la formazione che fa seguito alla precedente e che comprende una pila di strati misuranti uno spessore complessivo di forse 1000 metri, e costituiti da calcari i quali si sogliono ascrivere complessivamente alla così detta dolomia principale, sebbene una parte di essi sia forse più antica, ed una parte più recente spetti secondo ogni probabilità ai più antichi piani del lias. In questa potente formazione non è facile stabilire distinzioni, data la uniformità litologica e la scarsezza, ovvero la scarsa conservazione dei fossili. Come altrove nel Veneto, non si tratta mai di vere dolomie, ma di calcari che contengono meno del 20 per cento di magnesia e che sono ben stratificati e spesso con struttura zonata. Presentano poi intercalazioni bituminose ed in qualche punto lenti del così detto boghead, cioè d'una specie di carbon fossile, compatto, bruno, che brucia facilmente, il quale fu anche, a più riprese, scavato nelle località di Rio Serai e di Rio Resartico non lungi da Resiutta e ricercato nel M. Musi sopra Tanataviele. Sembra che questo boghead provenga dalla accumulazione nel mare triasico di talli di alghe (fucacee). I pochi fossili finora ritrovati nella Dolomia principale delle Prealpi Giulie (pseudomelanie, myophorie, Megalodon Gümbelii, Turbo solitarius, ecc.) provengono da una zona appena superiore a quella dei calcari bituminosi. Negli strati più elevati della serie dolomitica si notano con relativa frequenza sezioni di grosse bivalvi, sembra Megalodon e Dicerocardium, inoltre i calcari sono spesso più bianchi e farinosi alla superficie, hanno talora aspetto brecciato, nè mancano venature e sottili intercalazioni di sostanza marnosa rossastra.
Fig. 1ª. — Schizzo geologico di una parte delle Prealpi Giulie. Scala: 1:500.000.
Alla serie triasica fa seguito quella giurese, e forse in parte cretacea, rappresentata da un complesso di calcari della potenza in generale di 200-400 m., che si distinguono per la presenza di liste e noduli di selce per lo più grigia o nerastra. Questi calcari selciferi, sono ora chiari e compatti, ora rossicci e ammandorlati, ora verdognoli (cloritici) e brecciformi o nodulosi. Le liste ed i noduli di selce grigi, rosei o neri, sono costituiti, come è dato scorgere nelle sezioni microscopiche, in gran parte di scheletri di radiolarie; qualche fossile macroscopico, specialmente ammoniti ed aptici, si presenta, però, quasi sempre, in cattivo stato di conservazione, sulle superficie esposte agli agenti esterni degli strati calcarei, più che altro in quelli nodulosi ed ammandorlati. Del resto il materiale paleontologico finora raccolto nella regione è insufficiente per stabilire quali livelli del giura od eventualmente della stessa creta siano in essa rappresentati.
Nell'area più interna delle Prealpi ai calcari selciferi fa seguito una formazione, quasi ovunque di assai scarsa potenza — da 40 a 100 metri — e della quale sono conservati lembi poco estesi, costituita da una marna scagliosa, rossa o bruna raramente selciosa ed alla quale sono talora intercalati strati di calcare compatto bianco ovvero di calcare brecciato. Questa marna scagliosa, sebbene qua e là sembri passare lentamente alle marne ed arenarie eoceniche, si giudica in genere cretacea. Tuttavia le condizioni stratigrafiche nelle quali codesta formazione si trova verso Uccea e nella valle di Dresenza (Caporetto), appena oltre Isonzo, ove la formazione stessa ha uno sviluppo ed una potenza assai più considerevole che nel nostro territorio, indurrebbero a ritenerla piuttosto eocenica. Per decidere la questione mancano elementi paleontologici, poichè finora nella marna scagliosa in parola furono trovati unicamente fossili microscopici (Globigerina, Textularia), che giovano solo a precisare la natura dei sedimenti non la loro età.
Finora poi questa «scaglia» fu tenuta distinta da un'altra marna calcarea simile come aspetto, la quale compare, sia pur raramente, nelle colline più esterne, a contatto con la creta e la quale, essendo evidentemente ed in più luoghi intercalata con strati nummulitici, si ritenne spettasse certamente all'eocene. Questa marna vinacea eocenica si distinse dalla precedente anche per essere meno scagliosa e per rappresentare in molti casi quasi il cemento di una specie di conglomerato con elementi di calcari secondarî.
Va aggiunto come nella regione più esterna delle Prealpi manchino in genere così i calcari selciferi come la marna scagliosa ritenuta cretacea, sembrando quei terreni sostituiti da una formazione, potente nell'insieme 500 o 600 metri e forse talora anche più, di calcari grigi più o meno compatti, caratterizzati specialmente dalla presenza di camacee. Queste sono in generale comprese nella roccia in modo che difficilmente si possono isolare e per lo più si è in grado di osservarne solo le sezioni, spesso assai caratteristiche, alla superficie dei massi rimasti a lungo esposti alle intemperie. In questi calcari a camacee è possibile fare una distinzione grazie alla presenza, almeno locale, di una sottile zona di strati più sottili bituminosi, i quali dividono una serie più profonda spettante, a quanto si crede, alla creta inferiore ed al giura, da una più elevata ascritta alla creta media e superiore. Nella prima fu trovato nella valle del Cornappo un livello fossilifero con coralli, itierie, diceras ecc. che sembra titonico, nella seconda un notevole orizzonte a caprinide, nerinee, lime, ostree ecc. probabilmente turoniano, come è indicato dalla presenza, in strati appena superiori, di ippuriti (Hippurites cfr. giganteus). Al livello a caprinide forse corrisponde l'orizzonte fossilifero del colle di Medea, la cui fauna consta quasi per intero di radioliti, le quali là si presentano abbastanza bene isolate dagli agenti meteorici.
I piani più recenti della creta sono rappresentati da masse che compaiono isolate nell'eocene sotto forma di scogli (Klippen). I più notevoli sono quelli di Vallemontana, ove si ha un calcare grigio suboolitico ed un calcare bianco subcristallino con serpula, lima, cidaris ecc., e quello di Vernasso, ove compare un calcare bianco e grigio, bituminoso, con filliti e ostriche, inocerami, echini ecc. Questa ultima massa fa evidentemente parte, assieme ad altre, pure cretacee, di uno strato eocenico. Si ha cioè da fare con un conglomerato di questa età ad elementi calcarei talora giganteschi, conglomerato diffusissimo nel Friuli orientale e dal quale appunto provengono alcuni fra i migliori fossili cretacei descritti dal Pirona. Questo autore chiamava i conglomerati stessi pseudocretacei; i più vecchi geologi li avevano ritenuti come spettanti alla creta. Però mentre le osservazioni da me fatte alcuni anni or sono inducevano a ritenere eocenici tutti i conglomerati di questo tipo, le recenti ricerche del Kossmat, fanno dubitare che, almeno nella valle dell'Isonzo, una parte di essi sia veramente cretacea.
I conglomerati eocenici talora sono costituiti da elementi minuti, qualche volta anzi minutissimi, in modo da presentarsi sotto forma di brecce calcaree o di veri calcari a grana. Sono allora conosciuti col nome espressivo di piasentine e si lavorano come buona pietra da taglio. Talvolta sono nummulitici e contengono, oltre a varie specie di nummuliti, orbitoidi, crinoidi, radioli d'echini, alghe calcaree, ecc. Più raramente i calcari sono compatti, ovvero presentano disperso nella massa qualche piccolo ciottolo di selce. Essi formano poi zone dello spessore da qualche metro a qualche decina di metri, le quali alternano con zone di marne e di calcari marnosi, talora utilizzati per cementi, e di arenarie, qualche volta grossolane ed assai compatte, in modo da prestarsi alla estrazione di mole, altra volta più minute e meno resistenti e tali da servire solo come poco pregiato materiale da costruzione (la pietra così detta vernadie). In questa zona compaiono anche banchi bituminosi (Flaipano, Taipana, Cergneu, fra Forame e Subit, Canale di Grivò, Canebola, fra Montefosca ed Erbezzo, presso Tribil di Sopra ecc.) che non forniscono però materiale sfruttabile industrialmente.
In alcune delle zone arenacee — la cui natura si riconosce anche da lontano per la più abbondante vegetazione che le riveste e perchè ad esse corrispondono parti di suolo incavate e meno pendenti, mentre i calcari son più nudi e corrispondono a rilievi sporgenti — sono marne con ciottoli di varia natura nelle quali non è riconoscibile una stratificazione, ovvero, se lo è, dà a divedere che la roccia fu profondamente rimestata. Ciò è del resto provato anche dall'aspetto dei ciottoli, che di frequente mostrano di essere stati frammentati e le loro parti malamente risaldate, e dalla deformazione dei fossili spesso da esse contenuti. Rare sono le nummuliti e le altre foraminifere tipiche dell'eocene, assai più comuni gasteropodi e lamellibranchi, nè mancano coralli, alghe calcaree ecc. Le specie più caratteristiche sono la Crassatella plumbea, la Velates Schmideliana, la Natica hybrida e la sphaerica e lo Strombus Tournoueri, tutte spettanti all'eocene medio.
A questo piano appartiene l'intera serie calcareo — arenacea, la quale forma in generale la parte più profonda dell'eocene friulano, come pure quella superiore, di cui diremo appresso. Manca cioè, per quanto è noto, tanto l'eocene inferiore quanto il superiore. Che poi vi sia un hyatus fra la creta e l'eocene risulta non solo dalla mancanza, in posto, dei piani superiori del primo terreno ed inferiori del secondo, ma altresì dal fatto che il contatto fra i due avviene per una superficie non piana, ma con irregolarità che indicano una erosione della creta intervenuta prima dei depositi eocenici.
Nella parte più elevata della formazione, l'eocene ha sviluppo prevalentemente marnoso-arenaceo, sebbene non manchi qualche lente più o meno notevole di calcare nummulitico. Le rocce del resto sono simili a quelle della serie inferiore. Notevole per l'abbondanza dei fossili è un livello di marne a coralli con numerose specie di gasteropodi e lamellibranchi, un secondo, che sembra un po' superiore, caratterizzato specialmente dalla grande ricchezza delle nummuliti e delle assiline ed un terzo, che sembra il più recente, di brecciole con Rotularia spirulea ed echini oltre a varie specie di nummuliti. Marne a coralli compaiono nei monti di Buia e Tarcento, ma specialmente abbondanti presso Noax (Rosazzo), Brazzano e Cormons; strati a grandi nummuliti più che altro nei dintorni di questa ultima località, presso l'Abbazia di Rosazzo e nel lembo isolato di Rio Lavaria sopra Piano di Portis; gli strati ad echini sono specialmente nel colle di Buttrio.
L'eocene, potente poche decine o poche centinaia di metri nella regione più interna, raggiunge spessori che credo non inferiori ai 1000 metri nell'area montuosa più bassa e nelle colline; esso è quindi il terreno che occupa una maggiore estensione superficiale ed è altresì quello che costituisce, ove ha sviluppo la zona arenacea superiore, i colli più feraci delle nostre prealpi; in qualche tratto però «ove le marne sono prevalenti senza l'intermezzo di brecciole e di puddinghe, come avviene presso Orsaria di Buttrio, presso Ipplis e nei monti di S. Lorenzo, a levante di Faedis, quivi la vegetazione è scarsa e si stende il vago pascolo. È sempre però la regione più produttiva del Friuli, specialmente per frutta e vigneti, i quali ultimi, in genere di uve bianche, danno delle pregiatissime specialità enologiche, quali la Ribolla di Cividale ed il Romandolo di Tarcento» (Taramelli).
I più recenti terreni eocenici del Friuli orientale hanno a ridosso la pianura o l'anfiteatro, e le alluvioni e le morene seppelliscono quasi completamente la serie miocenica. Questa, come è noto, nel Friuli, consta alla base di glauconie, nella parte media di arenarie, argille e sabbie micacee che, verso l'alto, alternano con conglomerati, i quali nella parte superiore divengono via via prevalenti. Sebbene saltuariamente e con la mancanza dei membri più profondi, la serie si può seguire quasi per intero entro l'area da noi considerata, lungo la sponda sinistra del Tagliamento, ma assai meglio si osserva sulla destra. Al piccolo rilievo isolato che sorge presso i piedi settentrionali del colle di Osoppo, fanno riscontro, oltre il fiume, i maggiori lembi miocenici di Braulins e del Cianet di Peonis, mentre la zona di Susans e del colle Ragogna, più o meno completamente nascosta da morene ed alluvioni, si continua con sviluppo ben più considerevole nei poggi fra Forgaria e Pinzano.
La serie spetta per la massima parte al miocene medio, i conglomerati di Ragogna si ritengono però del superiore. Già in questa epoca forse la nostra regione era entrata nel regime continentale; tuttavia le formazioni sicuramente di tale natura finora note sono quasi tutte e forse tutte quaternarie. Esse poi assumono importanza notevole specialmente nell'anfiteatro morenico del Tagliamento a proposito del quale ne faremo parola.
Qui invece importa esaminare come e con quale disposizione i terreni che abbiamo brevemente descritto prendano parte alla formazione delle nostre Prealpi.
Tectonica della regione. Alpi e Prealpi.
Tectonica della regione. Alpi e Prealpi. Al qual proposito avvertiremo come, prescindendo dai limitatissimi lembi miocenici che compaiono nelle parti più esterne della nostra regione e in condizioni tectoniche non sempre ancora ben precisate, i terreni che la formano sono quelli che si succedono dal raibliano all'eocene medio, durante il quale lungo periodo geologico la regione, salvo una breve interruzione, alla fine della creta, fu costantemente nel regime marittimo. Il fatto però, che, se non nell'area da noi considerata, certamente nel Friuli occidentale, il tortoniano è ancora compreso nelle pieghe prealpine più esterne, mentre non lo è in quelle più interne, fa pensare alla circostanza, che nelle nostre Prealpi il ripiegamento cominciasse già verso il termine dell'eocene e proseguisse, almeno per le regioni più esterne, fino alla fine del miocene. Non è ancora accertato se esso andasse di pari passo colla progressiva emersione del territorio, ovvero se questa fosse posteriore; alcuni indizî accennerebbero poi ad un sollevamento in massa della regione avvenuto probabilmente nel pliocene, e misurante alcune centinaia di metri. Comunque, quale si sia l'età e la natura di questi movimenti orogenetici, essi ebbero, se non caratteri, certo conseguenze diverse nella regione più interna delle prealpi, in quella media ed in quella pedemontana.
Nella prima, che chiamai zona montana, la coltre dei terreni triasici (raibliano e dolomia principale), giuresi (calcari selciferi), cretacei (scaglia) ed eocenici, potente intorno ai 1500 m., appare sollevata e compressa in modo da costituire un fascio di pieghe ristrette, allungatissime, complicate localmente da accavallamenti (pieghe-faglie) e scorrimenti, arrovesciate, salvo alcune interne, verso la pianura. Queste pieghe sono dirette quasi esattamente da est ad ovest, deviano però assumendo direzione di sud-est in corrispondenza presso a poco all'Isonzo; trovano tuttavia la loro continuazione tanto oltre questo fiume, quanto in senso opposto al di là del Tagliamento. Le pieghe stesse presentano ondulazioni trasversali che si manifestano col diverso livello a cui compaiono le formazioni giuresi, cretacee ed eoceniche le quali costituiscono in generale i nuclei dei sinclinali. Queste formazioni e le ultime specialmente, dove l'erosione non le ha asportate completamente, non compaiono in genere nel fondo delle valli meglio incise, ma in limitati lembi sulle più alte insellature o nei pendii più interni; onde percorrendo il fondo delle valli del Tagliamento e del Torre la presenza di alcune pieghe può completamente sfuggire all'osservatore e si ha l'illusione che la formazione della dolomia principale, già di fatto così potente e diffusa, lo sia ancor maggiormente; onde pure l'impressione di un territorio ancora più nudo e desolato di quanto sia in realtà. Ciò non avviene della valle dell'Isonzo, in corrispondenza alla quale i sinclinali si deprimono assai, onde la presenza lungo il percorso del fiume, ovvero lungo i suoi affluenti, di ampî e ridenti bacini eocenici (Plezzo, Uccea, Dresniza) che ricordano, per le condizioni geologiche e geografiche loro, quelle delle prealpi Carniche (Claut, Erto).
Fig. 2ª. — Profilo geologico attraverso le Prealpi Giulie. Scala 1:150.000.
Si può tuttavia affermare che questa zona montana sia costituita, nel complesso, prevalentemente dalla dolomia principale, la quale del resto forma quasi totalmente anche i più interni gruppi montuosi delle Giulie, come quelli del Canin e del Montasio. Il paesaggio orografico di questi differisce però profondamente da quello dei rilievi prealpini, ciò che sta in relazione, anzitutto con la diversa struttura dei due territorî, poi con la diversa misura del sollevamento e infine con la diversa azione glaciale; là le grandi masse calcaree sono continue e in genere debolmente inclinate, qui disposte a zone e con forti pendenze, onde là il prevalere degli altipiani, qui delle catene; là le cime più eccelse raggiungono quasi i 2800 metri d'altezza, qui no toccano mai i 2000; là l'azione glaciale fu intensa in modo da dare alle cime ed alle creste l'impronta dell'alta montagna, qui più debole e limitata ai versanti settentrionali, onde forme di media montagna dovute al prevalere dell'azione delle acque correnti. Una misura della differenza altimetrica esistente fra le nostre prealpi e le alpi retrostanti può essere data dai seguenti valori di media elevazione: Gruppo del Canin: metri 1240, Prealpi Giulie occidentali: metri 690, Prealpi Giulie orientali: metri 380[17].
È solo in parte chiarito in quale rapporto tectonico stieno le masse del Canin e quelle del Krn, — che, oltre Isonzo, ne rappresentano la continuazione — con quelle della Prealpi: sembra però si tratti di una piega-faglia, per cui le dolomie del trias, sovraspinte verso mezzogiorno, possono poggiare anche sull'eocene. Meglio accertato è che la zona montana delle Prealpi è separata dalla submontana con una serie di pieghe faglie — dai vecchi geologi interpretate come vere fratture — che rappresentano l'accidente tectonico forse più notevole della regione. All'esterno di queste pieghe-faglie la coltre dei terreni sedimentarî — che qui è costituita diversamente da quella delle aree più interne, perchè diverso e più notevole è lo sviluppo della serie cretacea, come pure talora di quella giurese (calcari a camacee), e ben maggiore quello della eocenica — fu assai meno sollevata — onde in un sol caso sono a giorno le roccie triasiche — e corrugata in modo assai meno accentuato e direi quasi opposto che nella zona montana. Anzichè pieghe lunghe compresse e coricate, ne abbiamo di assai brevi ed ampie: si presenta cioè quella struttura che è stata detta ad elissoidi. Questi elissoidi hanno talora la gamba esterna raddrizzata, mentre i terreni più recenti che vi si appoggiano possono essere addirittura ribaltati verso il piano; onde si può parlare, sebbene il fenomeno non sia costante, di un grande rovesciamento pedemontano. Questa zona del rovesciamento ovvero del forte rialzamento degli strati, coincide col predominio dei terreni marnoso-arenacei dell'eocene, i quali però nel tratto fra Buttrio e l'Isonzo fanno forse parte di un piatto sinclinale che intercede fra gli elissoidi cretacei di Prepotto e di Salcano da un lato e quello di Medea dall'altro. Comunque sia, questa zona fra gli elissoidi e la pianura può chiamarsi pedemontana.
Le catene prealpine. Linee principali del rilievo e suoi caratteri.
Le catene prealpine. Linee principali del rilievo e suoi caratteri. Assai diverso, in relazione con la diversa natura dei terreni e col modo con cui questi sono disposti, è il rilievo delle tre zone indicate.
Fig. 3ª. — Schizzo Orografico DELLE PREALPI GIULIE. Scala di 1:600.000
Quella montana è il territorio delle catene, lunghe ed uniformi, interrotte da poche valli trasversali, separate invece da notevoli depressioni longitudinali. In relazione con la forma delle pieghe e con la loro troncatura per azione degli agenti esterni (sul principio forse la stessa abrasione marina) sta infatti la disposizione dei terreni diversamente erodibili a striscie allungatissime da est ad ovest; alla scaglia ed alle arenarie ed alle marne eoceniche, come pure alle formazioni raibliane, corrispondono le aree più facilmente erodibili e in esse si svilupparono le valli e le selle, alla dolomia principale corrispondono le zone più resistenti alle azioni subaeree e in esse rimasero le creste e le cime. Queste nella regione sono singolarmente uniformi e livellate; supponendo di colmare completamente le valli si otterrebbe la superficie di un altipiano in nessun punto raggiungente i 2000 m., in nessuno scendente sotto i 1500, inclinato uniformemente verso sud. Ci rappresenta su per giù la regione quale si può imaginare sarebbe se su di essa non avessero esercitato negli ultimi tempi geologici il loro lento lavorio le acque correnti e gli altri agenti della degradazione ovvero quale essa fu realmente alla fine di un ciclo d'erosione sviluppatosi con un livello del mare (di base) 1500 metri più alto dell'attuale. Fra le masse in cui l'altipiano fu smembrato la più elevata è quella interna del Plauris (m. 1959), che trova la sua continuazione verso oriente nel Làvora (m. 1907) e poi, geologicamente, nel minore rilievo del M. Cuzzer (m. 1463) e finalmente nella catena del Chila (1421), del Guarda (m. 1760), la quale recinge superiormente la valle di Resia riattaccandosi al gruppo del Canin. In questa serie di monti, che le valli strette del Rio Nero (Cernipotok) e del Rio Barman dividono in tre parti diseguali, la più notevole ed anche la più complessa è quella più occidentale. Una serie di valli (Resartico, Serai, Campers, Lavaria, Varuzza) penetrano profondamente nella giogaia montuosa rendendo questa aspra ed irregolare specialmente nei versanti settentrionale ed occidentale. La giogaia stessa che, oltre il Plauris, presenta, notevoli, le cime del Jof Ungarina (1845 m.) e del Làvora (m. 1907), si riattacca per mezzo della forca di Campidello (m. 1462) — alla quale corrisponde un lembo di marne scagliose, che ad oriente collegandosi con gli altri di casera del Confine, Ungherina, della chiesetta di S. Antonio e ad occidente raccordandosi con la zona eocenica della valle di Uccea, segua uno dei più notevoli sinclinali delle prealpi Friulane — al monte Musi.
Costituisce questo una vera catena, notevole per l'uniformità della sua cresta che in nessun punto sale oltre i 1875 metri, mentre in parecchi supera i 1800 e non scende sotto i 1700 se non al passo di Tasajaur (1612) presso la sua estremità orientale, onde «da lungi, specialmente dalla pianura friulana, presenta propriamente l'aspetto di una vera e continuata muraglia. La quale poi per essere elevata in media un 200 metri più di quelle più meridionali del Ciampon e del Monte Maggiore, ma, in pari tempo, trovandosi di qualche chilometro più di esse lontana dall'occhio dell'osservatore, per effetto di prospettiva, pare non più alta di esse, fra le quali apparisce parete di congiunzione posta sull'istesso piano prospettico» (G. Marinelli). La continuazione occidentale del Musi va cercata nel Monte Ledis (m. 1055) dal dirupato fianco meridionale. La forcella di Ledis (m. 764), quella di Musi (m. 1012) alla testa della Venzonazza, la soglia di Tanamea (m. 853) fra il rio di Mea e la valle di Uccea, limitano verso nord la più meridionale delle catene montuose delle nostre prealpi, quella che corre diritta fra Tagliamento ed Isonzo per 35 chilometri, divisa in due parti disuguali dalla incisione del Torre, l'occidentale che culmina col Ciampon (m. 1716) e l'orientale che prende nome dalla punta di Montemaggiore (m. 1626) e dallo Stol (m. 1668). Queste due catene presentano caratteri assai differenti negli opposti versanti. A sud si hanno pendii assai erti e singolarmente uniformi; alla sommità si scorgono infatti le testate dei calcari dolomitici formare una specie di orlo alle catene, inferiormente invece estesi ricoprimenti di falda, qua e là interrotti dalle bianche righe dei solchi torrentizî, costituiscono chine erbose ad inclinazioni via via degradanti; più in basso si staccano le boscose colline formate dai terreni eocenici, che, per le pieghe-faglie accennate, qui rappresentano in certo modo l'imbasamento della serie triasica. Ben differenti sono i versanti settentrionali: meno ripidi ed assai irregolari già per la presenza delle formazioni selcifere e, in qualche caso, delle marne scagliose cretacee, subirono poi l'azione di piccoli ghiacciai, che lasciarono evidenti tracce del loro passaggio in depositi morenici (Val Moeda, Valle Pozzus, Rio del Sole, Pian di Tapou) ed in circhi. Questi pendii settentrionali sono ricchi di faggete e nella parte più elevata presentano, qua macchie isolate, là una zona continua di pini mughi. La cresta delle catene è sempre relativamente ristretta, ma non al punto che non riesca possibile percorrerla senza difficoltà per quasi tutta la sua estensione; è poi singolarmente uniforme, cioè piccoli sono i dislivelli fra le punte e le insellature intermedie. Nella catena del Ciampon, oltre alla cima suprema (m. 1716) è notevole il caratteristico cocuzzolo detto Cuel di Lanes (m. 1630). Nella catena Montemaggiore Stol, oltre alle cime che portano questi nomi, le quali pure poco bene si distaccano dalla linea uniforme della cresta, nessuna altra merita di essere menzionata; ricorderemo piuttosto che tutta la parte occidentale della catena prende il nome di Gran Monte.
Tav. II. La catena del Musi dalla valle di Resia (fot. di A. Malignani).
La regione degli altipiani e le pendici pedemontane.
La regione degli altipiani e le pendici pedemontane. A sud delle catene ora descritte si stende la regione che dissi submontana, caratterizzata geologicamente dagli elissoidi ed orograficamente dai monti a dossi e ad altipiani. Fra le due s'interpone quella serie di ampî bacini, di cui i maggiori sono quelli di Vedronza e di Bergogna, i quali, per la natura del suolo (eocene ed a Bergogna depositi morenici), per le forme di questo, per la flora, per le colture e per le abitazioni, ricordano le ridenti colline pedemontane recingenti la nostra pianura; essi si presentano infatti quasi oasi di vegetazione e di vita in mezzo a regioni desolate, oasi che si possono raggiungere solo superando montagne elevate e rocciose ovvero percorrendo gole anguste e selvagge. Specialmente strette si presentano quelle (Torre, Cornappo, Pradolino, Natisone) che conducono alla pianura, le quali sono appunto le stesse che, attraversando l'intera zona submontana, separano in questa l'uno dall'altro i singoli dossi ed altipiani onde la regione risulta costituita. Due sole montagne per l'altezza ed anche per la costituzione loro si avvicinano a quelle della regione più interna, cioè da un lato il Quarnan (m. 1372), dall'altro il Matajur (m. 1643); nello spazio intercedente fra le due montagne, che sorgono simili per forma e in posizione analoga, alle due estremità della zona, sono, procedendo dal Tagliamento: il dosso eocenico che prende nome, prima di Monte di Magnano e poi di Ciampeon (m. 764), il piccolo lembo cretaceo di Stella (m. 791), il quale, col maggiore altipiano del Bernadia (m. 879) ed il minore di Montediprato (m. 627), forma geologicamente l'elissoide più caratteristico della regione, mentre orograficamente le due prime sono montagne che stanno completamente a sè, l'ultimo si riattacca al sistema di altipiani che culmina con le Zuffine (m. 1094), il Jauer (m. 1094) ed il Juanes (m. 1168) e termina verso nord-est col Ljubja (m. 1124) che fa già parte tectonicamente dell'anticlinale del Matajur. A questo spetta anche l'altipiano cretaceo del Mja (m. 1244), che la valle del Natisone e la forra di Pradolino isolano da ogni lato.
Ad oriente del Natisone e fino all'Isonzo, pur seguitando la caratteristica formazione degli elissoidi (uno con nucleo giurese è traversato dall'Isonzo, sopra Ronzina ed uno cretaceo sopra Salcano, senza tener conto dei minori di Prepotto e di Medea), manca quasi il carattere di altipiano e nell'orografia della regione prevalgono lunghe dorsali collinesche, che dal Matajur (m. 1643) e dal rilievo del Colaurat (M. Kuk, m. 1243), il quale in qualche modo ne rappresenta la continuazione oltre la sella di Luico (m. 720), scendono verso la pianura in direzioni prevalentemente parallele al Natisone ed all'Isonzo. Fra i rilievi più notevoli di questa zona collinesca ricorderemo il S. Martino (m. 983) di fronte a Cepletischis, l'Hum (m. 917) a nord-est di Tribil, il Kuze (m. 807) presso Stregna, il monte Spigh (m. 661) sopra il santuario di Castel del Monte ed il Corada (m. 812) dal quale si diramano i dossi del Collio. La tipica conformazione ad altipiano torna a prevalere nei monti oltre l'Isonzo, con caratteri così accentuati che con la montagna di Locavez, subito ad oriente di Canale e con quella di Ternova che ne rappresenta l'immediata prosecuzione verso oriente, entriamo già nel Carso propriamente detto. Nelle stesse Prealpi Giulie, tanto ad est quanto ad ovest della valle Natisone, le regioni cretacee sono assai ricche di manifestazioni carsiche sotto forma di solchi, di doline, di voragini e di grotte[18]; questi fenomeni, sia pure con distribuzione più sporadica, non mancano nemmeno negli altipiani eocenici (Campo di Bonis, Pian delle Farcadizze ecc.) ove alternano zone calcaree con zone arenacee.
Il paesaggio morfologico delle aree culminanti della zona di cui parliamo, contrasta con quello delle aree più basse — siano queste le strette gole che incidono la regione, sieno le aree collinesche che la circondano — non solo per la frequenza dei fenomeni carsici, ma per tutti i caratteri del rilievo; fra i dossi spianati, abbiamo valli dal fondo assai ampio e dai dolci fianchi, pochi e a lento corso i torrenti, che in qualche caso scendono in cascata nelle depressioni inferiori. Tutto dà l'idea che si abbia da fare con una regione la quale fu in altri tempi, probabilmente nel pliocene, soggetta ad un lunghissimo periodo erosivo con un livello del mare qualche centinaio di metri superiore all'attuale, in modo da risultarne se non spianata, certamente ridotta a quelle forme che i morfologi sogliono dire mature se non anche vecchie. Poi un sollevamento relativamente rapido, rinnovò l'attività erosiva dei corsi d'acqua, che incisero le profonde gole del Torre, del Cornappo, del Natisone ecc., ed in genere delle altre valli, che mostrano tutte caratteri di gioventù. Solo nelle aree eoceniche facilmente erodibili questo ciclo attuale d'erosione potè procedere più spedito. Comunque rimane, in alto, conservato in parte dallo stesso processo carsico, un territorio che deve le sue forme ad un ciclo più antico; dal quale l'attuale ereditò i suoi fiumi; almeno i principali fra essi.
Anche per la loro storia gli altipiani montani delle Giulie rappresentano forse gli avamposti del vero Carso; un tempo ammantati tutti da ricche faggete, sono oggi, prescindendo dalle ristrette aree coltivate, in buona parte nudi o rivestiti da magri prati o da rade macchie e cespugli; solo le loro pendici meridionali e cioè dove nell'eocene prevalgono le formazioni marnoso-arenacee, il suolo è tutto ormai si può dire nel dominio del bosco di castagno e del vigneto. Onde il contrasto fra le colline pedemontane, con le molli ondulazioni, con il verde rivestimento arboreo, con i sentieri ombrosi, con i casali e le case isolate sparsi sui dossi e sulle chine a solatio e la regione più interna in gran parte nuda e povera di coltivazioni e di villaggi. Le più umili e più esterne colline eoceniche per l'aspetto loro talora si assomigliano ai rilievi morenici, pure così estesi nell'area che consideriamo.
L'anfiteatro morenico del Tagliamento.
L'anfiteatro morenico del Tagliamento. La serie più notevole di questi rilievi è quella che forma il già menzionato anfiteatro morenico friulano, quell'insieme cioè di alture costituite dai materiali abbandonati alla propria fronte dal grande ghiacciaio che nel quaternario scendeva dalla valle del Tagliamento fino a raggiungere il piano. Non è a credere che il ghiacciaio accumulasse le sue morene su di un'area spianata, o quasi, bensì su di un suolo collinesco assai irregolare, che il ghiacciaio stesso modificò poi profondamente sia con la sua azione erosiva sia col suo potere d'accumulare. Della prima azione si scorgono, a dir vero, tracce quasi soltanto nella regione a monte dell'anfiteatro, ove ne sono testimonianza il colle arrotondato del Comielli e la conca racchiudente il lago di Ospedaletto e la soglia rocciosa d'Interneppo e i rilievi montonati sopra Bordano, le stesse valli principali del Tagliamento e del Fella sovraescavate e sovralluvionate e con vallette pensili (per es. Val Varuzza, rio Lavaria) e cascate laterali, ed anche il campo di Osoppo, resto di un antico lago d'erosione piuttosto che di sbarramento glaciale. Di questo ampio specchio d'acqua, di cui un ramo si protendeva a guisa di fiord, verso la Carnia, ultimo relitto, non ancora interrato, può considerarsi il lago di Cavazzo, profondo appena 38,5 m. e col pelo d'acqua a 195 m. sul mare. L'accumulamento glaciale prevalse invece nella vera area dell'anfiteatro; tuttavia nella parte più interna e precisamente a nord di una retta che unisca Ragogna con Tricesimo non fu tale da mascherare completamente la topografia originaria. Onde sporgono tuttora dalle morene, spesso però senza bene distaccarsi da queste, rilievi terziari; fra i quali come già si disse, i più notevoli sono quello di Ragogna (m. 512) costituito da conglomerati miocenici e quello del castello di Buia (m. 332) formato da marne ed arenarie eoceniche.
Prescindendo da cotesti rilievi terziari ed anche da alcune basse colline verso Leonacco, ove sembra sieno tracce di una più antica glaciazione (rissiano), l'intero anfiteatro si crede opera dell'ultimo periodo glaciale (vurmiano) ed appare costituito da tre cerchie principali, via via scemanti d'altezza dall'esterno all'interno e separate una dall'altra da ripiani e di cui le due interne sono multiple, in relazione con l'ostacolo che i rilievi preesistenti doveano opporre alla massa fluente del ghiaccio. La cerchia esterna è quella che ha per suoi punti culminanti i colli di S. Daniele (m. 267), di Fagagna (m. 266), di Moruzzo (m. 270), di Brazzacco (m. 249) e di Tricesimo (m. 241); essa si estende, con forma regolarmente arcuata, da questa ultima località a Ragogna, passando perifericamente in modo insensibile al conoide fluvio-glaciale, cioè alla inclinata pianura fra il Tagliamento ed il Torre. A monte, cioè internamente, si stende, ad essa parallela, una zona, elevata dai 180 ai 200 m., pianeggiante e paludosa, con depositi alluvionali recenti, alcune torbiere (le più importanti sono quelle del bacino del Rio Lini presso Fagagna, conosciute comunemente dal nome di questa ultima località) e zone acquitrinose. La cerchia frontale esterna prosegue verso oriente nella morena laterale sinistra, che forma i colli morenici fra Tricesimo e Tarcento; a monte di questo borgo, la morena stessa è conservata in pochi lembi, come quello su cui poggia Billerio (elevazione massima circa m. 300), quello che si stende a nord di Artegna (elevazione massima circa m. 350) e finalmente quelle di Montenars (elevazione massima 476 m.). Non è facile decidere se queste morene laterali si devono raccordare alla più esterna delle cerchie ovvero ad alcuna delle susseguenti; lo stesso vale per le morene laterali di destra, che sono oltre il Tagliamento, sui colli di Flagogna e Forgaria, verso i quali del resto si spingeva solo una digitazione del grande ghiacciaio, determinata dal Colle di Ragogna, il quale non sembra sia stato mai ricoperto completamente dal ghiacciaio stesso nemmeno durante il periodo della massima espansione di questo.
La seconda cerchia morenica, cioè la media, non è continua, come la più esterna, ma si divide in tre lobi principali, corrispondenti ai tre rami nei quali il ghiacciaio, ormai dimagrato, era scisso dai rilievi di Buia e di Susans. Ad occidente si ha il cordone elevato fino a 300 m. di S. Giovanni, Pignano, Ragogna, Canodusso, dietro il quale è l'interessante lago di S. Daniele (m. 188 sul mare, prof. m. 9,5) e quello, meno conservato, che va da S. Tommaso a Muris; nel mezzo sono i colli elevati in pochi punti oltre i 210 m. di Caporiacco e Colloredo che si continuano lateralmente da un lato verso Majano dall'altro verso Buia; in fine ad oriente sorgono le morene di Treppo e Collalto, che raggiungono i 220 ed anche i 230 m. d'altezza, e che di fianco proseguono, esse stesse, verso Buia. Anche a monte di queste cerchie si trovano spianate alluvionali acquitrinose e torbiere (fra queste le più importanti sono quelle di Collalto e Bueris).
La terza e più interna cerchia dell'anfiteatro è essa pure biforcuta in corrispondenza al colle di Buia; in questa è specialmente ben conservato, quasi nella freschezza originaria, il ramo orientale, che si stende a ridosso del Campo di Osoppo, fra la Madonna di Buia e Magnano, elevandosi al massimo fino a m. 231.
Nell'insieme le colline dell'anfiteatro del Tagliamento con le dolci ondulazioni separate da ampi avvallamenti e con la incerta idrografia, presentano i caratteri tipici del paesaggio morenico; esse però non sempre sono ridenti per rigoglioso rivestimento di vegetazione spontanea, o per ricche coltivazioni o per densità di abitati; non ostante la varietà degli elementi che costituiscono il suolo, questo è nelle bassure nel dominio delle paludi e degli acquitrini, nelle alture spesso ricoperto appena da prati o da radi querceti o da acacie e presenta poche località abitate. Se non mancano i vigneti ed i campi ben coltivati, nel complesso la regione appare assai meno fertile di quella eocenica e di parte della stessa pianura. Più nudi ancora dei morenici sono poi i rilievi di conglomerati terziari racchiusi dall'anfiteatro, tale è il caso di quello di Ragogna, dove non mancano nemmeno manifestazioni carsiche[19].
Altri depositi glaciali.
Altri depositi glaciali. Il grande ghiacciaio del Tagliamento lasciò entro l'area da noi considerata ben pochi depositi morenici oltre quelli dell'anfiteatro qui sommariamente considerati, in genere abbandonò solo massi erratici più o meno dispersi. Un sottile velo morenico riveste la sella pianeggiante di Togliezzo (m. 510) e materiale glaciale contribuisce, assieme ad una caratteristica soglia rocciosa, a chiudere, salvo il breve varco del fiume, la valle di Resia presso Resiutta. Resti morenici di una digitazione del ghiacciaio del Fella sono anche nella valle di Resia fra Stolvizza e Coritis.
Una serie di piccoli ghiacciai ebbe, come già s'accennò, il versante settentrionale della catena del Ciampon; ne sono testimonianza sicura i piccoli apparati morenici che si trovano al pian di Tapou (da 850 a 950 m.), nella valle del Rio del Sole (a circa 750 m.), in quella di Pozzus (fra 750 ed 800 m.) ed in quella della Moeda (verso i 750 m.), ed altresì il circo della casera superiore di Gleriis. Circhi sono anche nella catena Montemaggiore-Stol, solo però al nord dei due tratti più elevati della cresta. È incerto se alcune piccole conche che sono a settentrione della punta del Matajur sieno in rapporto con azioni glaciali, comunque l'insieme dei dati finora raccolti nelle Prealpi Giulie tende a provare che il limite climatico delle nevi trovavasi durante l'epoca glaciale (vurmiano) intorno ai 1300 metri sul mare.
Ben più notevoli delle morene ultimamente indicate sono quelle abbandonate dal ghiacciaio dell'Isonzo. A dir vero nella valle principale i terreni glaciali, pur essendo abbastanza frequenti specialmente nel tratto fra Caporetto e S. Lucia — l'ultimo lembo che segnerebbe il limite inferiore del ghiacciaio, è quello presso Sala — non sono però molto considerevoli, nè costituiscono un apparato in alcun modo paragonabile a quello del Tagliamento. Lo sarebbe piuttosto, salvo le dimensioni assai minori ed altri caratteri speciali, l'insieme dei depositi abbandonati nella regione fra Louch, Prossenicco, Bergogna, Sedula, Boreana e Creda, dal ramo del ghiacciaio dell'Isonzo che, insinuandosi per il passo di Starasella, occupava l'alta valle del Natisone. Prescindendo anche dalla singolare barra rocciosa di Robic, la di cui presenza va certamente posta in relazione col lavoro erosivo del ghiacciaio (soglia di diffluenza) alla potenza accumulatrice di questo si deve in buona parte la morfologia di quella ridente regione; accanto alle vere morene, costituenti rilievi con caratteristiche forme d'erosione, sono qua e là pure argille le quali sembrano depositate in raccolte d'acqua di sbarramento glaciale.
Del resto il ghiacciaio dell'Isonzo — come in qualche caso quello stesso del Tagliamento — potè determinare sbarramenti di valli laterali, ma dove poggiava la sua fronte produsse una escavazione che come quella del campo di Osoppo, fu occupata da acque lacustri e poi interrita. Si hanno appunto tracce di un lago posglaciale nella regione fra Caporetto e Tolmino. Altri indizi di una notevole azione erosiva del ghiacciaio sono del resto nella valle principale dell'Isonzo ed in quelle laterali, come alla soglia di Starasela, donde passava il ramo del Natisone (il quale mandava anche una digitazione a sud fin verso il Pulfero, mentre il ramo principale penetrava nella conca di Bergogna, profittando per lo scolo delle acque di fusione della stretta di Pradolino), e alla confluenza del rio Uccea. Anche questo era infatti rimontato da un ramo del ghiacciaio dell'Isonzo, che sembra in uno dei più antichi periodi glaciali superasse anche la sella di Tanamea e penetrasse nella valle del Torre fino al bacino di Vedronza. Questo ramo ha però lasciato resti insignificanti.
Nelle Prealpi Giulie non mancano nemmeno tracce di morene non spettanti ai periodi glaciali, ma agli stadî d'arresto o di piccolo avanzamento che ebbero luogo durante l'ultimo ritiro dei ghiacciai. Tali sarebbero alcune morene locali della Valle di Resia ed il minuscolo, ma caratteristico apparato morenico — deposto da un piccolo ghiacciaio della catena del Musi — della Madonna di Carnizza. Queste morene spetterebbero allo stadio detto di Bühl durante il quale il limite climatico delle nevi era da 200 a 300 m. superiore che non nell'epoca glaciale (vurmiano), da 900 a 1000 più basso di oggi.
Formazioni quaternarie ed attuali nelle regioni non occupate da ghiacciai.
Formazioni quaternarie ed attuali nelle regioni non occupate da ghiacciai. Però, conviene avvertirlo, la maggior parte delle Prealpi Giulie, e specialmente delle regioni montana e pedemontana, rimase al di fuori di qualunque invasione glaciale. Nell'area stessa continuarono quindi, si può dire ininterrottamente, i normali processi del disfacimento meteorico e dell'erosione delle acque correnti, onde la maggior estensione dei suoli di trasporto o di locale alterazione e la impossibilità di una netta determinazione dell'età dei terreni stessi in relazione con l'epoca glaciale. Lungo i pendii dei monti si formarono estesi ricoprimenti detritici di falda, che oggi si presentano sotto forma di brecce, quali si osservano per esempio nel versante meridionale del Bernadia o di crostoni conglomeratici, sviluppati, come si disse, specialmente sui declivi meridiani della catena del Ciampon e di quella Montemaggiore-Stol; simili formazioni si osservano nella stessa valle del Tagliamento, ove si fondono alla base con le antiche alluvioni fortemente cementate di questo fiume[20]. Le formazioni stesse stanno ad indicare effettivamente i fianchi, tuttora conservati nelle parti superiori, ove non giunse l'azione erosiva del ghiacciaio, della valle preglaciale del Tagliamento. Mentre nella regione montuosa prima, durante, e dopo l'epoca glaciale, si andavano accumulando abbondanti materiali di falda, nelle basse colline e specialmente nella regione verso Cormons i terreni eocenici subivano un processo di disfacimento meteorico per il quale appaiono rivestiti di suoli argillosi rossastri simili al lehm. Ma, come ovunque, i materiali di accumulazione furono abbondanti specialmente nei fondi delle valli e nella pianura ove li portavano i varî corsi d'acqua della regione. Abbondanti alluvioni quaternarie non mancano nelle stesse valli occupate dai ghiacciai, sono anzi assai diffuse in quella di Resia, in quella dell'Isonzo e nella stessa del Tagliamento. Nelle due prime anzi formano notevoli sistemi di terrazzi. Ma più abbondanti che mai appaiono le alluvioni quaternarie nelle valli prealpine che furono in parte sgombre di ghiacciai e specialmente dove sboccano nel piano. Caratteristiche serie di terrazzi alluvionali presentano le valli del Torre presso Tarcento, quella del Cornappo presso Nimis, quella del Natisone da S. Pietro in giù e parecchie altre. Nella regione pedemontana fra il Torre e l'Isonzo con i grandi trasporti di materiali avvenuti durante il quaternario determinarono un caratteristico fenomeno che si può dire di sovralluvionamento della pianura, per cui lembi di questa penetrano in certo modo nelle valli occupandone anche le più interne insenature laterali e seppellirono d'altra parte le falde prima subaeree dei colli pedemontani in modo che alcune parti più sporgenti di questi poterono qua e là rimanere come rilievi isolati che sorgono dai materiali di trasporto fluviale. Codesto sovralluvionamento — il quale va accentuandosi verso l'Isonzo — fu opera soltanto dei corsi d'acqua maggiori, onde in corrispondenza a quelli meno attivi poterono risultarne ristagni d'acqua, di cui si trovano talora anche oggigiorno le tracce, tanto fra le colline a contatto col piano, quanto nell'interno delle valli. Le aree tuttora paludose attorno alla collina di Buttrio, molti depositi di argilla dei margini della pianura, i sedimenti con conchiglie lacustri della valle inferiore di S. Leonardo di Savogna, sono tutti da mettersi in relazione col sovralluvionamento accennato.
Particolari alla valle del Tagliamento sono gli ampî conoidi torrentizî, generalmente terrazzati, di cui i più notevoli sono quello del Rio Vegliato di Gemona e i Rivoli Bianchi di Venzone. Gli ultimi sono tuttora assai attivi e presentano per gran parte della loro estensione un suolo ghiaioso in continuo movimento ed aumento. Questi conoidi costituiscono rispetto al campo di Osoppo qualcosa di simile ai ben maggiori dei fiumi prealpini rispetto alla bassa pianura veneta, onde la presenza ai loro piedi di una zona di grosse sorgenti simili a quella ben nota dei fontanili. Il sottosuolo del campo di Osoppo è, in parte almeno, costituito da materiali sottili, e ciò in relazione con la esistenza al suo posto di un lago di escavazione e di sbarramento glaciale successivamente colmato; ma alla sua superficie prevalgono i materiali ghiaiosi portati dal Tagliamento che oggi stesso ha un amplissimo letto di piena. Gli altri fiumi della regione entro l'area da noi considerata corrono per lo più in letti ristretti e affondati nei terreni sedimentari della regione o nelle loro stesse antiche alluvioni. Suoli recenti sono abbastanza estesi nell'area dell'anfiteatro morenico, sotto forma di alluvioni minute o di torbiere, ma di essi si fece già cenno precedentemente. Qui basti rammentare che alle torbe sono sempre associate argille, spesso, come quelle, utilizzate industrialmente e che le une come le altre sono indizio di stagni o di laghi.
Oltre a quelli di escavazione glaciale, a quelli di sbarramento alluvionale ed a quelli intermorenici, altri laghi quaternarî di cui restano tracce sono esistiti alle sorgenti del Torre, sotto Vedronza, presso Serpeniza; essi però nulla hanno da fare con le circostanze finora brevemente accennate, ma furono, a quanto sembra, originati da frane. Di frane posglaciali non mancano altri esempi; presso Venzone, nelle colline di cui una porta le rovine del vecchio castello e nei grandi massi sparsi nel letto del Tagliamento, è da riconoscere il materiale — in gran parte sepolto dalle alluvioni — accumulato da un grande scoscendimento; uno di notevole è rappresentato pure dal mucchio di frammenti angolosi di roccia che si osserva al passo di Starasella. Alcune di queste frane possono eventualmente porsi in relazione con la circostanza che i ghiacciai, sovraescavando le valli, lasciarono nei fianchi di queste pendii eccessivamente ripidi. Oggi del resto le frane costituiscono nella regione un fenomeno poco comune; la costituzione dei monti in genere poco le favorisce; di notevoli, avvenute in epoca storica, quasi non se ne conosce; il Ciconi[21] ne ricorda però una che, nel 1748, avrebbe arrestato momentaneamente il corso della Venzonazza, le cui acque poi, rovesciandosi furiosamente su Venzone[22], vi avrebbero atterrato la chiesa ed il convento di S. Giorgio ed allagato e guasto tutto il borgo di sopra; il Girardi d'altra parte fa parola di un'altra, la quale nel 1825 sarebbe scesa dal monte di Magnano; mentre piccoli smottamenti del suolo, come quello del rivolo di Vicinale descritto dal Lorenzi[23], sono comuni in tutte le colline eoceniche pedemontane.
Terremoti.
Terremoti. Se poco la nostra regione ebbe a soffrire per le frane, non molto ha da temere per i terremoti. Sebbene l'Hoernes[24] facesse correre attraverso la regione pedemontana delle Giulie la zona di più frequenti terremoti delle Alpi Venete e cercasse inoltre di stabilire l'esistenza di una grande linea radiale di scotimento Venezia-Villacco — la quale naturalmente passerebbe nel bel mezzo del territorio da noi considerato — e quantunque d'altra parte l'Hoefer[25] sostenga l'esistenza di una linea sismica del Tagliamento e di altre due che interesserebbero le nostre prealpi cioè la Tolmino-Adelsberg e la Gemona-Muggia e, finalmente, non ostante che il Baratta nella sua Carta sismica d'Italia (1901), segni due aree di scuotimento principali in corrispondenza a Gemona ed a Cividale ed una minore a sud-ovest di questa località, considerando i terremoti veramente notevoli che colpirono le Prealpi Giulie[26], si ha l'impressione che manchino ben definiti centri locali, salvo forse quello, in ogni caso poco notevole, di Cividale, e che l'origine delle scosse più violente deva cercarsi quasi sempre al di fuori e prevalentemente nell'area sismica di Tolmezzo ed in quelle ben più importanti della Carinzia (Villacco) e della Carniola (Lubiana). A queste ultime conviene riportare secondo ogni probabilità tanto il terremoto del 25 gennaio 1348, quanto quello del 26 marzo 1511, i due che, per quanto la storia ricordi, furono più disastrosi per la nostra regione[27]. Nel primo caddero due torri del castello di Ragogna, crollò quello di S. Daniele facendo molte vittime, Gemona e Venzone furono pure assai danneggiati, a Cividale il duomo rovinò facendo molte vittime; nel secondo vennero gravemente colpiti molti dei castelli dell'anfiteatro morenico (Moruzzo, Villalta, Fagagna, Colloredo, Pers, Mels), Osoppo pure diroccò in parte, a Gemona caddero moltissime case, la torre delle ore, buona parte delle mura comunali, il dormitorio del convento di S. Agnese, la massima parte del monastero di S. Clara, le chiese di S. Maria La Bella e di S. Biagio di Sopra; fuvvi rovina di case pure a Venzone; a Tarcento il castello fu quasi distrutto; a Cividale rovinarono la chiesa, i campanili di S. Domenico e S. Francesco e del monastero di Valle e circa ventotto case; anche Tolmino ebbe gravi danni, lievi invece Gorizia e Cormons. Si vuole che, nel 1511, a Cividale più che le scosse del 26 marzo abbia recato danni una replica dell'8 agosto; è da dubitare però dell'esattezza di questa notizia desunta da un solo cronista; essa forse indusse qualcuno a pensare ad un centro locale, al quale fu ascritto anche il terremoto, abbastanza forte, sebbene non disastroso, del 20 febbraio 1898[28]. Seppure esiste, questo centro non dà luogo a manifestazioni sismiche notevoli per la intensità; lo stesso dicasi delle altre pretese aree di scotimento della nostra regione.
Per quanto si può dedurre poi dai pochi dati che finora si posseggono, non risulta nemmeno alcun evidente rapporto fra i danni maggiori o minori dei terremoti che colpirono le nostre prealpi e la loro struttura.
Le valli; il deprimersi dei loro fondi e dell'intera regione verso oriente.
Le valli; il deprimersi dei loro fondi e dell'intera regione verso oriente. Non è escluso che nel determinare il tracciato della valle del Tagliamento e di quella dell'Isonzo e forse di altre, possa aver avuto qualche influenza il diverso andamento delle superficie strutturali[29], tuttavia noi possiamo affermare che lo scavo di tutte quelle delle Prealpi Giulie, comprese le maggiori che ne segnano i confini, fu opera quasi esclusivamente dell'erosione. Seppure esse coincidono con linee tectoniche, non si può infatti in alcun caso riconoscere una loro relazione diretta con movimenti orogenetici, mentre è spesso evidente una coincidenza con zone di terreni più erodibili. Ciò vale naturalmente solo per alcune valli longitudinali, come quella di Resia e la superiore d'Uccea; le trasversali, in relazione con la diversa natura dei terreni, presentano una successione di tratti più ampî con vere strette. L'alternanza di anguste chiuse con larghe conche, è senza dubbio caratteristica tanto della valle del Torre, quanto di quelle del Cornappo e del Natisone. Così la prima, dopo essersi espansa nel bacino di Vedronza, diviene assai ristretta fra i monti Stella e Bernadia, e similmente quella del Cornappo esce dal bacino di Monteaperta per la gola che separa il Bernadia dal Montediprato. Ambedue queste chiuse fanno pensare a fenomeni di sovraimposizione se non addirittura, per il Torre, di antecedenza rispetto al sollevamento della regione più esterna delle Prealpi. Nella vallata del Natisone sono da distinguersi poi due bacini, quello superiore a monte della stretta di Robic, e quello inferiore, nel quale, fra S. Pietro e Cividale, convergono le valli secondarie di Savogna, Grimacco e S. Leonardo[30]. Queste ultime, come le altre minori di Cergneu, di Attimis, di Faedis, e quella del Judrio, traversando prevalentemente od esclusivamente terreni eocenici, anche se abbastanza lunghe, si presentano diritte ed uniformi e, fra altro per non essere mai state occupate nemmeno parzialmente dai ghiacciai (solo nella valle della Riecca penetrò per breve tratto dal passo di Luico, m. 695, una digitazione del ghiacciaio dell'Isonzo) mancano di alcuni dei caratteri che si notano nelle altre e specialmente in quelle del Fella e Tagliamento e dell'Isonzo. Queste valli che limitano la nostra regione sono assai complesse ed irregolari, però non soltanto per l'azione che su di esse esercitarono i ghiacciai, ma anche perchè risultano dalla congiunzione di elementi morfologici diversi. Queste valli si possono dire infatti, solo nell'insieme, trasversali, per alcuni tratti sono invece evidentemente longitudinali. In quella dell'Isonzo non si ha poi solo la struttura a bacini; ma il decorso complessivo di questo fiume, simile ad una gigantesca linea spezzata, apparve strano anche ai vecchi geologi (Stur), i quali però non seppero darvi una spiegazione plausibile; spiegazione che manca del resto anche oggi. L'Isonzo fu poi oggetto di molti scritti che trattarono di supposti antichi corsi suoi o del Natisone. Richiamò l'attenzione specialmente la soglia di Starasella, che alcuni ritennero anticamente percorsa dall'Isonzo, altri, con più verosimiglianza, dal Natisone e la chiusa di Pradolino — singolare gola che nessun corso d'acqua tiene sgombra dai materiali che, cadendo dalle pareti, si accumularono irregolarmente nel suo fondo — che da molti si considerò un tronco morto di una vecchia valle del Natisone e che, comunque, sembra servisse ad allontanare le acque di fusione del ramo di Bergogna del ghiacciaio quaternario dell'Isonzo.
Per quanto riguarda le condizioni altimetriche generali delle nostre valli prealpine, va notato il deprimersi del loro fondo man mano si procede dal Tagliamento all'Isonzo; così il Torre presso Tarcento ha il suo letto a 215 m. sul mare, il Natisone presso Cividale a 110, l'Judrio presso Visinale a 50, l'Isonzo presso Gorizia ad appena 40. Questo abbassarsi del fondo delle valli verso oriente significa l'abbassarsi di tutto l'imbasamento delle nostre masse montuose ed anche il diminuire della loro media altezza. Questa effettivamente è di 500 m. per la zona montana e pedemontana delle Giulie Occidentali, di 380 per le Giulie Orientali. L'abbassamento stesso trova un riscontro naturalmente anche nel deprimersi della pianura; fenomeno questo che ha la sua ripercussione nelle condizioni climatiche ed agricole della zona collinesca e piana delle nostre prealpi, nella quale specialmente i vini e le frutta mostrano il progressivo diminuire dell'umidità e l'aumentare della temperatura verso oriente. Tutti i limiti altimetrici sono del resto singolarmente depressi specialmente nella regione verso Gorizia, come notarono già i vecchi studiosi della flora di quella regione.
Per quanto riguarda poi l'anfiteatro morenico del Tagliamento, questo, come già s'accennò, non presenta vere valli, ma irregolari avvallamenti, congiunti fra di loro in modo più o meno completo da corsi d'acqua, degni d'attenzione quasi solo per il loro cammino tortuoso ed incerto. Si può infatti malamente parlare anche di una valle del Corno e di una del Cormor, in corrispondenza ai due maggiori torrenti della regione. Questi però, giunti alla zona pedemorenica, cioè al conoide di transizione dell'anfiteatro, corrono in letto incavato; ma qui, come nel caso dei percorsi d'alta pianura del Tagliamento, del Natisone e dell'Judrio, non si ha da fare con valli, ma solo con alvei incisi nelle antiche alluvioni. Tali solchi fluviali che si continuano entro le valli sono notevoli specialmente nella pianura di Premariacco, dove presentano sulle loro sponde interessanti fenomeni d'erosione[31]. Anche molti dei minori corsi, d'acqua sia provenienti dalla regione morenica, sia prealpini, hanno affondato nella pianura in modo notevole il letto loro. Ma di ciò sarà detto più a lungo nel capitolo seguente.
I passi.
I passi. Le valli delle Prealpi Giulie sono quasi sempre chiuse, cioè non presentano alla loro testa un passo notevole. Il caso più tipico di queste condizioni di cose è fornito da quella del Torre, che ha origine ai piedi dell'alta ed uniforme catena del Musi, la quale in corrispondenza ad essa non mostra alcuna notevole depressione della linea di vetta. Sui due lati però, cioè rimontando i corsi d'acqua che, confluendo sotto Tanataviele, danno origine al Torre, si raggiunge verso oriente la bassa soglia di Tanamea (m. 853), che mette nella valle di Uccea, verso occidente le forcelle di Musi (m. 1012) e di Tacis (m. 1103) per le quali si raggiunge la valle della Venzonazza. Trasversali e quindi giovevoli piuttosto per le comunicazioni fra Tagliamento ed Isonzo, che per quelle fra le Alpi e la pianura, sono anche la maggior parte delle selle della regione più interna, fra le quali veramente importante è solo quella di Carnizza, che mette in comunicazione la valle di Resia con quella di Uccea. Il più depresso dei passi delle nostre prealpi è certamente quello di Starasella (256), ove si ha da fare con una tipica soglia alluvionale a spartiacque poco netto. È anche l'unico dei nostri varchi superato da una strada carrozzabile. Ad oriente del Natisone le Prealpi presentano un solo passo notevole, quello cioè di Luico (m. 695), alla testa della valle della Riecca.
Le regioni naturali.
Le regioni naturali. Fu già accennato precedentemente come l'insieme del territorio considerato in questa guida non costituisca una regione naturale, nel senso comprensivo che si suole attribuire dai geografi a codesta espressione; aggiungeremo qui come essa non costituisca nemmeno un complesso di regioni naturali ben deliminate e distinte e designate con nomi speciali. Ciò non toglie che alcuni dei bacini e delle valli o tronchi di valli precedentemente indicati non rappresentino piccoli territori abbastanza isolati e con speciali caratteristiche e che si denominano o da un corso d'acqua o da una località notevole — così per esempio si parla di un canale di Uccea, di un canale di Musi (regione sorgentifera del Torre), di un canale di S. Pietro (valle del Natisone fra S. Pietro e Robic), di un canale di Savogna (valle dell'Alberone-Riecca), di un canale di S. Leonardo (valle della Cosizza-Erbezzo), di uno del Judrio e via di seguito[32] — ma non sempre questi limitati territorî rappresentano regioni naturali nel senso più comprensivo della espressione; nè i loro nomi corrispondono ad un lungo uso tradizionale. Pur riferendosi ad aree meno individualizzate orograficamente rispondono piuttosto a questo concetto la designazione di Schiavonia (Sclavonie) — alla quale più modernamente volentieri si sostituì quella di Slavia italiana — con la quale si designa la regione occupata da genti slovene, quella di Riviera (Riviere), con cui si indica la costiera di poggi tra Magnano e Nimis, e quello di Collio (Cuèj, in sloveno «Briske», in tedesco «in den Ecken»), col quale è conosciuta da secoli l'area collinesca fra Prepotto, Cormons e Gorizia. Hanno poi carattere territoriale anche alcuni nomi di comuni o di frazioni che non si trovano usati per designare alcuna singola borgata di questi, come è il caso di Buia, di Ragogna e di Montenars, di Rodda ecc.
III.
LE ACQUE
LE LORO VIE SOTTERRANEE E LA LORO UTILIZZAZIONE
di G. FERUGLIO e O. MARINELLI
I corsi d'acqua delle Prealpi Giulie. Il Tagliamento ed i suoi affluenti.
I corsi d'acqua delle Prealpi Giulie. Il Tagliamento ed i suoi affluenti. Le Prealpi Giulie, per la ristrettezza dello spazio occupato e per le condizioni orografiche, non posseggono fiumi importanti che si possano considerare loro proprî per avere in esse le sorgenti e la maggior parte del loro corso. Il Natisone ed il Torre, che pure sono i maggiori, non reggono certo a confronto, nè per lunghezza, nè per estensione di bacino, nè per portata col Tagliamento e coll'Isonzo e nemmeno col Fella, i quali riguardano la nostra regione in quanto ne segnano i limiti per una parte più o meno considerevole del suo contorno[33].
Il tratto di Tagliamento che ci interessa è quello fra la confluenza della Fella e la sua uscita dalla stretta di Pinzano; se convenga considerarlo come tronco medio del fiume o come spettante ancora al superiore o come pertinente all'inferiore è difficile decidere; certo si è che mentre da un lato esso attraversa territorio montuoso e riceve ancora ricco alimento da corsi d'acqua alpini e prealpini, in esso si anticipano quasi le condizioni del piano. Nel campo di Osoppo infatti il Tagliamento, non solo si espande e si dirama in amplissimo letto ghiaioso, ma subisce già quelle notevoli perdite d'acqua caratteristiche dell'alta pianura friulana; acque che poi riacquisterà[34], grazie ad una serie di abbondanti risultive e al Ledra, dal corso lento e tortuoso, che riproduce ottimamente il tipo dei fiumi litoranei delle Basse[35]. Anche la pendenza è piccola, poichè su di uno sviluppo di 27 km., quale si ha dalla confluenza del Fella al termine della stretta di Pinzano, la caduta di appena 110 m. cioè del 4 per mille. Incompletamente si conosce il regime del fiume, sebbene qualche misura di portata sia stata fatta isolatamente e alcune serie di determinazioni idrometriche a Venzone, alla presa del Ledra e presso Pinzano.
Per ciò che riguarda in generale le piene e le magre del fiume si rimanda a quanto è stato detto in precedente volume della guida (Carnia, pag. 30), qui si avverte solo come sembrano esagerate, se non pure le portate medie attribuite al fiume in 70 e 90 mc. al secondo, rispettivamente a Venzone ed a Pinzano, certo le minime di 35 e 50 mc. Alla presa del canale sussidiario del Consorzio Ledra-Tagliamento, secondo le osservazioni fatte per conto del Consorzio stesso, le portate ordinarie sarebbero di inverno da 20 a 25 mc. al secondo, d'estate da 30 a 35 e le massime magre scenderebbero fino a soli 12-15 mc. Va notato però che, per l'assorbimento del suolo alluvionale di cui sopra si fece cenno, nel punto al quale si riferiscono queste misure si hanno quantità d'acqua di alcuni mc. inferiori che non a Venzone e di parecchi che non a Pinzano. Si avverta pure che, secondo i dati ufficiali, il bacino del Tagliamento misurerebbe una superficie di 1940 kmq. a monte di Venzone e di 2280 a monte di Pinzano.
Fig. 4ª. — Schizzo idrografico delle Prealpi Giulie. Scala 1:600.000.
Almeno un terzo delle acque che il Tagliamento ha sotto la confluenza del Fella provengono da questo ultimo fiume. Su di esso non intendiamo qui fermarci poichè ne fu trattato espressamente nel secondo volume di questa guida. Diremo solo che lambisce le Prealpi Giulie per una lunghezza di 11 chilometri (quanti se ne contano fra la confluenza della Resia ed il suo sbocco nel Tagliamento) mantenendo una pendenza media dal 6 al 7 per mille, e che le pubblicazioni ufficiali gli attribuiscono una portata media di 22 mc. al secondo ed una minima di 11 ed un'area del bacino di 710 kmq.; tali valori sono però forse, pure in questo caso, eccessivi. Anche della Resia, già altrove considerata, diremo solo che, secondo i dati ufficiali, l'estensione del suo bacino sarebbe di 116 kmq. e la sua portata di minima magra di 3 mc. al secondo; anche questo valore stimiamo però eccessivo.
Dopo la Fella, il Tagliamento riceve sulla sua riva sinistra due soli affluenti notevoli, i quali ambedue spettano alla regione prealpina da noi considerata, cioè la Venzonazza ed il Ledra. Il primo è un torrente montano che ha tutto il suo corso — che misura una lunghezza di poco più di 10 km.[36] — incassato in una valle diritta e ristretta. L'area del bacino è, secondo i dati ufficiali, di 56 kmq., la portata minima è stimata di 0,60 mc. al secondo, e di 0,75 in magra ordinaria.
Al Ledra ed ai suoi caratteri generali s'è già accennato precedentemente, si aggiungerà qui come il fiume consti dalla riunione di una assai considerevole massa di acqua la quale ha origine, da un lato in una serie di sorgenti che sgorgano alle falde dei conoidi — il maggiore è quello del Vegliato su un lembo del quale siede Gemona — fiancheggianti verso oriente il campo di Osoppo, dall'altro in alcune grosse polle, di cui la maggiore è quella del così detto Rio Gelato, che nascono nel bel mezzo della pianura ora indicata. Evidentemente doppia è la provenienza delle acque che formano queste sorgenti e quindi il Ledra, da un lato i torrenti prealpini che si perdono nelle alluvioni dei conoidi sovraindicati, dall'altro le dispersioni stesse del Tagliamento. Solo in rari casi di forti piogge, il Rio Vegliato, l'Orvenco ed altri torrenti minori raggiungono con acque superficiali il piano, e in questo le acque meteoriche sono generalmente assorbite senza riunirsi in ruscelli superficiali; onde si può dire che il Ledra riceva il suo alimento quasi unicamente da sorgenti, quali costanti o quasi nella loro portata (Rio Gelato), quali variabili, ma sempre entro limiti ristretti. Dagli studi fatti alcuni decennî or sono per la costruzione di un canale di cui sarà detto fra breve, appariva che la portata media del fiume fosse di circa 20 mc. al secondo, aumentante a 100 nelle piene e discendente a soli 9 nelle grandi magre. Secondo le osservazioni fatte negli ultimi anni dal consorzio Ledra-Tagliamento sembra invece che la portata ordinaria si aggiri intorno ai 9 mc. al secondo, quella della massima piena raggiunga gli 80, mentre nelle maggiori magre si scenderebbe a 6,5 o 7[37].
Questa, sempre notevole, massa d'acqua, assieme ad altra derivata dal Tagliamento, è stata incanalata e condotta nella pianura friulana; ma di ciò si dirà a proposito delle modificazioni apportate dall'uomo al reticolato idrografico della nostra regione.
I corsi d'acqua dell'anfiteatro morenico.
I corsi d'acqua dell'anfiteatro morenico. Dopo il Ledra, il Tagliamento non riceve dalle nostre prealpi alcun fiume o torrente notevole, poichè i colli dell'anfiteatro morenico non mandano che in minima parte le loro acque verso quel fiume ed in piccola parte pure nel Torre, formando essi nell'assieme una speciale regione idrografica. Due sono i torrenti maggiori dell'anfiteatro, il Corno ed il Cormor, che nascono entrambi nei colli di Buia a non grande distanza l'uno dall'altro, mentre vanno poi allontanandosi tendendo l'uno verso SO, l'altro verso S, lasciando posto nel mezzo ad una serie di torrentelli conosciuti sul luogo col nome generico di lavie, i quali, avendo origine nella cerchia morenica esterna, scendono in pianura mantenendosi indipendenti l'uno dall'altro e dai corsi d'acqua maggiori. Nella regione pedemorenica in questi torrentelli avviene la perdita completa, non solo delle acque assorbite dal bibulo suolo alluvionale, ma altresì dell'alveo. Nel Cormor questo traversa tutta l'alta pianura, per terminare poco a valle delle prime risultive, senza inserirsi però a nessuno dei rivi da queste formati. Il Corno invece, dopo aver attraversato la pianura e oltrepassata la zona delle risultive, ha continuità di alveo col Taglio, il qual nome designa l'affluente dello Stella che porta a questo le acque dei fontanili della regione sotto Codroipo e Bertiolo. In via ordinaria tanto il Corno però quanto il Cormor perdono le acque che ricevono dai numerosi, ma insignificanti, ruscelli provenienti dalle torbiere e dalle bassure intermoreniche (il Corno riceve fra altro l'emissario del lago di S. Daniele)[38] dopo pochi chilometri di corso. Ciò avviene tuttora per il Cormor ed avveniva per il Corno. Di questo però si approfittò ora per il canale Ledra-Tagliamento di cui diremo in seguito, come del resto si usurpò, per un tratto al di fuori della regione da noi considerata, l'alveo al Cormor, per la roggia di Udine. Dato il carattere effimero ed accidentale delle lavie e la loro scarsa importanza (la maggiore quella di Peraria non supera che di poco i 16 km. di sviluppo) non è il caso di parlare di portate, vanno piuttosto ricordate le loro piene che scendono rapide e quasi inopinate in seguito a rovesci d'acqua. In quanto al Corno ed al Cormor, essi entro l'area dell'anfiteatro morenico, che traversano ambedue con un percorso di quasi 17 km., hanno per un tratto più o meno lungo acqua (il Cormor per solo 7 km.), ma la portata di magra non raggiunge, nemmeno nel primo, che pure ha maggiore importanza, i 300 litri al secondo.
Torre e Natisone.
Torre e Natisone. Assai maggiore che l'area delle Prealpi Giulie la quale idrograficamente spetta al Tagliamento, ovvero ai varî bacini dell'anfiteatro, è quella che manda direttamente od indirettamente le sue acque all'Isonzo; però a questo proposito va tenuto conto di una circostanza che induce a considerare come fiumi quasi a sè tanto il Torre quanto il Natisone. Le acque di questi e dei numerosi loro affluenti giungono infatti soltanto in parte all'Isonzo e ciò avviene non solo al di fuori del territorio da noi considerato, ma in condizioni tali, per il quasi costante totale assorbimento esercitato su quei fiumi dalle alluvioni del piano, che una vera continuità idrografica manca quasi sempre: manca fra Isonzo e Torre, come del resto manca fra Natisone e Torre[39]. Quindi per doppio motivo noi possiamo parlare dei nostri due fiumi veramente prealpini come se fossero ambedue indipendenti dall'Isonzo e l'uno dall'altro.
Il Torre ha le sue sorgenti nella zona più interna delle Prealpi, non così il Natisone, tuttavia quest'ultimo ha più lungo il suo corso ed esteso il suo bacino; non però maggiore copia d'acque nelle magre. Il Torre inoltre nasce da una fonte ben determinata ed assai abbondante, poichè non consta abbia avuto mai una portata inferiore a 700 litri al secondo (febbraio 1909), mentre il Natisone risulta dalla riunione di più torrenti di poco diversa importanza fra i quali è difficile decidere quale sia il vero ramo sorgentifero. Assai diverso è anche l'andamento dei due fiumi rispetto alle linee orografiche e tectoniche della regione.
Da sotto Tanataviele, ove nasce a 529 m. sul mare, il Torre raggiunge Tarcento dopo un corso di appena 12 km., e qui esce da una valle per traversare una zona di basse colline e toccare il piano poco sopra Zompitta. Coll'avvicinarsi al piano cominciano anche qui le dispersioni, le quali fanno sì che non molto a valle dell'ultima località indicata il letto del fiume si traversa generalmente a piede asciutto. A rendere più breve il corso superficiale contribuì però da secoli ed in non scarsa misura, anche l'uomo mercè le due rogge che si derivano appunto alla presa di Zompitta; ma la totale scomparsa delle acque avverrebbe per lo più egualmente, solo un po' più a valle. Il fiume del resto presenta non solo questa caratteristica degli altri fiumi friulani, ma un analogo regime (piene primaverili ed autunnali, magre estive ed invernali, queste ultime più persistenti), salvo le piene più repentine e di più breve durata di quelle, per esempio, del Tagliamento. La portata media del fiume a Tarcento, dove si raccolgono le acque di un bacino esteso 80 kmq.[40], è stimata a 4 mc. al 1, quella delle magre ordinarie di 1,6-1,9, delle eccezionali di 1,2[41], nelle piene si sale ai 200 o 300 mc. al 1″ e in qualche caso sembra si sieno raggiunti i 500 mc. al secondo[42]. Mentre a monte di Tarcento il Torre ha di affluenti degni d'essere ricordati solo la Vedronza (7 km.) ed il Rio Zimor (6 km.), a valle riceve il Cornappo che ad esso porta oltre 300 litri al secondo anche nelle massime magre. Il Cornappo ha un corso di 15 km. ed è formato da più rami sorgentiferi che scendono dal versante meridionale del Gran Monte.
Sebbene il nome non cominci che alla confluenza dei due torrenti, l'origine del Natisone si può riconoscere o nel Rio Bianco o nel Rio Nero, i quali scendono, poco lontani uno dall'altro ed ambedue relativamente ricchi d'acqua, dal versante meridionale della catena di Monte Maggiore. Altri torrentelli notevoli riceve il Natisone nel suo corso superiore, ma una volta uscito, presso Robic, dal suo alto bacino, il fiume, mentre fruisce ancora di notevoli contributi d'acqua da sorgenti (Poiana, Arpit, Naklanz), non ha alcun affluente notevole; un gruppo di questi (Alberone, Cosizza, Erbezzo) si riunisce poi a formare l'Azzida, il quale però, pur raccogliendo le acque di un esteso territorio (113 kmq.), porta, in condizioni ordinarie, alimento assai scarso al Natisone, onde a Cividale, quantunque il bacino sia più che doppio (294 kmq.)[43] di estensione, le portate minime (0,8) sono minori di quelle del Torre a Tarcento.
Le piene del Natisone sono rapide e talora assai notevoli, grazie però all'alveo del fiume generalmente assai incavato, di rado furono causa di danni[44]. Le condizioni di altimetria e pendenza dei letti del Torre e del Natisone sono qui posti a confronto:
| Torre | |||
| PUNTO | ALTEZZA LETTO | DISTANZA DALLE SORGENTI | PENDENZA ‰ |
| m. | km. | ||
| Sorgente | 529 | — | — |
| Vedronza (ponte) | 313 | 5,5 | 39 |
| Tarcento (ponte) | 215 | 11,8 | 16 |
| Confluenza Cornappo | 179 | 17,3 | 6 |
| Zompitta (inferiormente alla diga) | 170 | 19,2 | 5 |
| Strada Udine Cividale | 109 | 30,0 | 5 |
| Ponte ferrovia Buttrio | 75 | 37,3 | 5 |
| Presso Percotto | 55 | 42,0 | 4 |
| Confluenza Natisone | 40 | 47,0[45] | 3 |
| Natisone | |||
| Sorgente (confluenza Rio Bianco-Rio Nero) | 420 | — | — |
| Presso Robic | 244 | 11,7 | 15 |
| Alla sorgente Naklanz | 203 | 16,8 | 8 |
| Pulfero | 179 | 22,0 | 5 |
| Ponte S. Quirino | 126 | 29,5 | 7 |
| Cividale (ponte) | 107 | 34,3 | 4 |
| Premariacco (ponte) | 87 | 40,0 | 4 |
| Ponte ferrovia Udine-Cormons | 57 | 49,7 | 3 |
| Confluenza Torre | 40 | 55,0[46] | 3 |
Questi dati mostrano non solo le minori pendenze del letto del Natisone rispetto a quello del Torre, ma anche le maggiori irregolarità, irregolarità che non crediamo solo apparenti, cioè dovute unicamente alla insufficiente precisione dei dati altimetrici. Qualora le tratte considerate fossero state più brevi le pendenze risultavano però crescenti con minore uniformità nello stesso Torre.
Fra il Torre e il Natisone e fra il Natisone e l'Isonzo è posto per alcuni corsi d'acqua che, anche questi, possono considerarsi quasi indipendenti l'uno dall'altro e dai fiumi maggiori. Da un lato abbiamo la Malina, il Grivò ed il Chiarò[47] i quali, assieme col Lagna affluente del Cornappo, scendono dagli altipiani che culminano con le Zuffine e col Juanes, dall'altro, oltre a ruscelli minori, si ha il Judrio dal corso assai lungo (km. 55), ma con bacino poco esteso (64 kmq. a monte di Prepotto) e poverissimo d'acque negli stati ordinarî anche nel tratto montano; è noto più che altro perchè segna per buon tratto il limite politico fra Italia ed Austria. Il Judrio nelle magre perde del tutto le sue acque nella pianura, per riprenderne una parte verso l'estremo suo corso, non portando all'Isonzo mai meno di 400 litri al secondo.
L'Isonzo.
L'Isonzo. Questo fiume, che limita ad oriente le nostre Prealpi gareggia per importanza col Tagliamento ed ha con questo alcuni caratteri comuni, ma non poche particolarità. Esso, mentre attraversa la zona prealpina (circa 62 km.), conserva ovunque i caratteri di corso montano, poichè trovasi sempre nel fondo di una valle e spesso corre rinserrato fra strette pareti rocciose[48], solo a Gorizia o poco al di sotto esce nel piano, l'alveo si allarga e cominciano, come negli altri fiumi friulani, le divagazioni e le dispersioni, le quali fanno sì che fra Cassegliano e Pieris, per un tratto di pochi chilometri, nelle maggiori siccità il letto rimanga quasi asciutto. Sul suo regime abbiamo notizie sempre incomplete relative a vecchi studî fatti a proposito del problema di irrigare l'agro monfalconese e recenti determinazioni all'idrometro di Gorizia. Anche questo fiume, come il Tagliamento, va soggetto a piene specialmente primaverili ed autunnali, mentre sono stagioni di basse acque l'inverno e l'estate. Sembra che a Gorizia l'Isonzo non abbia mai meno di 12 mc. al secondo, mentre le portate minime ordinarie per la stagione estiva si possono stimare fra 20 e 30 mc. al secondo, per l'invernale da 15 a 20. Si badi che a monte di Gorizia il bacino dell'Isonzo ha una estensione di circa 1600 kmq.[49].
Per l'Isonzo, oltre che osservazioni idrometriche si fanno, a Gorizia, determinazioni di temperatura. Risulta da esse che l'acqua del fiume, eccetto che nei mesi invernali, è più fresca dell'aria, nella media annua di circa 3°, nelle medie di alcuni mesi estivi di 9° e più. Del resto le medie mensili della temperatura dell'acqua del fiume salgono, in modo analogo a quelle dell'aria, raggiungendo generalmente in luglio od agosto i valori massimi e scendendo in dicembre o gennaio ai minimi.
Degli affluenti montani dell'Isonzo noi abbiamo motivo qui di ricordare solo il rio di Uccea, il quale ha un corso complessivo di 15 km. (di cui 9 in territorio italiano) ed è sempre assai ricco d'acqua, specialmente dopo la confluenza del rio Bianco (7 km.) che scende dal Musi passando presso alla soglia di Tanamea.
Le condizioni idrologiche del territorio più interno delle Prealpi.
Le condizioni idrologiche del territorio più interno delle Prealpi. I principali corsi d'acqua prealpini da noi ricordati, come risulta dalle indicazioni finora fornite, hanno la loro origine e principale loro alimento dalla parte più interna ed elevata delle nostre montagne, ove sono la catena del Musi e quelle del Ciampon e di Montemaggiore. Parecchie circostanze spiegano questa condizione di cose, le più notevoli precipitazioni e l'essere queste in maggior proporzione sotto forma di nevi, il ricoprimento di boschi relativamente più denso ed esteso; ma sopratutto una condizione favorisce l'abbondante raccolta di acqua nel sottosuolo ed il lento suo ritorno a giorno, la diffusione relativamente grande di terreni sciolti superficiali. Più spesso che vere alluvioni sono falde detritiche, talora attuali, altra volta quaternarie e debolmente cementate; non mancano nemmeno depositi glaciali e fluvioglaciali. Abbondanti questi ultimi sono però quasi solo nel versante settentrionale della catena del Ciampon, mentre ricoprimenti di falda rivestono quasi tutti i pendii che erano scoperti durante l'epoca glaciale, onde estesissimi sono per esempio sulla china meridionale del Gran Monte, dove hanno origine le molte fonti del Cornappo e del Natisone. A masse alluvionali è invece da attribuirsi principalmente la sorgente del Torre. Nella regione che consideriamo non mancano però sorgenti di origine diversa da quella qui accennata, poichè i calcari delle aree più elevate del Musi, del Ciampon e del Montemaggiore sono ovunque fessurati, spesso rigati da solchi carsici e qua e là cospersi di doline. Fra le più notevoli sorgenti dovute a queste masse calcaree foracchiate è da ricordarsi qui il fontanon di Barinan nella valle di Resia.
La zona ad idrografia carsica. Le grotte.
La zona ad idrografia carsica. Le grotte.[50] Però l'idrografia tipicamente carsica, caratterizzata dalla mancanza di correnti superficiali anche mediocremente importanti e dalla presenza invece di una complicata idrografia interna per la quale le acque, assorbite dalle doline, circolano per grotte e canali più o meno ampi, per venire a giorno nelle valli più profonde sotto forma di grosse sorgenti, assume il suo massimo sviluppo nella zona montuosa più esterna delle Prealpi. Come fu altrove (pag. 29) avvertito, tali condizioni di cose si presentano in tutti gli altipiani submontani, in grado diverso però a seconda che ci si trova in territorî completamente calcarei (cretacei), ovvero in quelli (eocenici) dove calcari ed arenarie e marne si succedono ed alternano. Mentre nei primi mancano completamente i corsi d'acqua superficiali questi si possono invece trovare nei secondi, sia pure con esiguo sviluppo e per lo più destinati prima o poi a scomparire completamente, o quasi, sotterra. A queste perdite dei ruscelli talora, ma non sempre, corrisponde un brusco chiudersi delle vallette da essi percorse. In ogni caso, sieno le acque meteoriche assorbite quasi appena cadute dalle cavità carsiche, ovvero abbiano prima potuto per un tratto più o meno lungo riunirsi in corsi d'acqua superficiali, esse sono egualmente destinate ad alimentare una circolazione sotterranea di tipo ben diverso da quella che si osserva nei consueti terreni permeabili.
Quantunque l'attività di parecchi studiosi, organizzata in questi ultimi anni dal Circolo Speleologico ed Idrologico di Udine, si sia rivolta alla loro ricerca, specialmente nel territorio qui considerato, tuttavia poco sappiamo delle vie che le nostre acque percorrono sotterra. Delle molte grotte finora esplorate, alcune sono del tutto asciutte e seppure hanno in altri tempi rappresentato canali percorsi da acque, sembrano troppo superficiali per aver avuto una grande importanza per la idrografia sotterranea; altre tuttora attive poterono essere solo in parte seguite nel tortuoso loro cammino. Fra le più importanti, delle quali però particolarmente verrà detto nella parte itineraria di questa guida si possono qui ricordare, quella di Vedronza, quella di Villanova, quella di Viganti e quella di Proreak; la prima rappresenta lo sbocco di un temporaneo corso d'acqua sotterraneo, di cui è ignota la provenienza; la seconda è notevole, per un perenne ruscello che oggi ne segue le gallerie più profonde e per la complicazione e ristrettezza di queste; la grotta di Viganti è lo sfogo della piccola valle chiusa di Tapoteletia che, scavata nelle marne ed arenarie, è verso sud sbarrata da una massa calcarea in cui si apre la grotta, la quale poi si continua (come è presumibile, sebbene la esplorazione completa non sia ancora stata fatta) con quella di Proreak, che s'apre a pochi metri dal fondo della valle del Cornappo, dando uscita, durante le piogge, ad un vero torrente. Questo sistema ricorda, per la grandiosità, le grotte del vero Carso; esso è sviluppato nei calcari cretacei, mentre la grotta di Villanova caratterizzata dai canali piccoli e ristretti è scavata nei terreni eocenici.
In connessione con la regione del Bernadia, ove sono le caverne ora indicate, è certamente la grossa sorgente che sgorga a Torlano (ora utilizzata per l'acquedotto di Nimis), sulla destra del Cornappo, mentre quella sulla sinistra è in rapporto evidente con l'altipiano carsico di Montediprato.
Fra il Cornappo e l'Isonzo sono pure grotte degne di attenzione: quella cioè di Canal di Grivò, il Foran di Landri, il Foran des Aganis presso Prestento, la Tapotcelan Jama presso a Tercimonte, quella di S. Giovanni d'Antro, la Velika Jama presso Blasin di Savogna, quella di S. Ilario presso Robic ed altre ancora; tuttavia, se alcune presentano grande importanza non solo sotto l'aspetto fisico, ma, come meglio si dirà in seguito, anche sotto quello paletnologico e storico, tutte però hanno limitato interesse dal punto di vista idrologico. Da questo punto di vista non hanno grande importanza nemmeno le numerose voragini (pozzi verticali) finora esplorate, voragini che del resto, se sono degne di studio per ciò che riguarda la loro origine e per i caratteri morfologici (tipiche fra altre sono alcune bottigliformi), non possono certo competere, come dimensioni, con quelle del Carso ovvero delle Cevenne, nè in genere sembrano condurre a corsi d'acqua sotterranei.
Notevoli invece in questa regione sono le sorgenti più o meno tipicamente carsiche. Ricorderemo anzitutto quella di Montina, con una portata nelle magre ordinarie di 20 litri al secondo[51], che venne utilizzata per l'acquedotto di Premariacco. Notevolissime poi, sebbene per alcune possa essere dubbio sulla loro vera natura, sono quelle della Pojana, la quale ha presumibilmente il suo bacino di raccoglimento sul Mia e sgorga sulla destra del Natisone appena oltrepassato il confine politico, e quelle di Naklanz ed Arpit, le quali si crede derivino dalle acque cadute sul massiccio del Matajar e sgorgano alla sinistra del Natisone un po' più a valle della Pojana; la quantità d'acqua che esce dalle 3 sorgenti, e che è stata calcolata in 80 litri al secondo per la Naklanz, 175 per la Pojana e 370 per l'Arpit, è così grande che il Natisone dopo il loro incontro ha più che raddoppiata la sua portata.
Le zone povere d'acqua. I canali artificiali.
Le zone povere d'acqua. I canali artificiali. Relativamente poveri d'acque sotterranee e superficiali sono i territorî costituiti dalla zona marnoso-arenacea dell'eocene e da quello morenico. Le piogge che cadono sul suolo poco permeabile scendono quasi tutte direttamente e per lo più sollecitamente ai corsi d'acqua, che hanno, od assumono in questa area, regime spiccatamente torrentizio. La zona pedemontana però, sia perchè per essa passano necessariamente i corsi d'acqua che hanno origine nelle regioni più interne, sia perchè da queste non lontana, non ha sì grande scarsità ovvero sì grande difficoltà di provvedersi di acque per gli usi comuni della vita come quella dell'anfiteatro. In questa, dove sono pure tanti tratti di suolo paludoso e acquitrini — questi non mancano del resto, come s'è accennato altrove, nemmeno ai piedi delle colline eoceniche — ed estese torbiere, che attestano l'esistenza in passato di numerosi laghi — uno solo è tuttora conservato, quello cioè di S. Daniele — è la regione del nostro territorio che più difetta di sorgenti costanti di discreta portata ed, in genere, di acque utilizzabili dall'uomo[52]. I terreni morenici sono infatti quasi del tutto impermeabili e troppo limitate ed isolate sono le masse alluvionali quaternarie e quelle conglomeratiche mioceniche affioranti nell'anfiteatro per costituire notevoli sistemi d'idrografia sotterranea, troppo piccole e male sviluppate poi le valli per dare luogo ad un notevole reticolo di corsi d'acqua superficiali. Questa scarsità di acque si accentua divenendo vera mancanza in tutta l'ampia zona pedemorenica o dei depositi fluvioglaciali, dove, come si disse, sono totalmente assorbite le acque dei torrenti che scendono dall'anfiteatro; tale zona è del resto sotto l'aspetto idrografico la continuazione di quella dei conoidi di deiezione di tutta l'alta pianura Friulana. In completo contrasto con la regione morenica e con quella esterna dell'anfiteatro sta la ricchezza già indicata di quella interna, cioè del campo di Osoppo. È facile comprendere come da molto tempo si pensasse di trarne profitto a beneficio delle aride terre del medio Friuli, tanto più che le condizioni speciali della valle del Corno rendevano assai facile traversare l'anfiteatro e la testa della valle stessa era separata dal Ledra da una soglia non molto larga ed alta appena 3 metri sul livello di questo[53]; solo nel 1881 fu inaugurata la nuova opera per la quale le acque del Ledra, a cui furono poi aggiunte, mercè un canale sussidiario (lungo 9 km.), una parte di quelle del Tagliamento, sono portate nella nostra pianura a beneficio delle industrie e della agricoltura[54].
Ben prima che di fronte a Branlius si facesse la derivazione del Tagliamento per il canale del Ledra[55], cioè già nel Medio Evo (XII o XIII sec.), una minore ne era stata fatta più a monte, quella cioè della roggia di Gemona (detta anche Piovega), la quale, raccolte le poche acque che provengono per vie sotterranee dal laghetto di Ospedaletto e quelle di alcune sorgenti che escono all'unghia del conoide del Rio Vegliato, va poi ad ingrossare il Ledra. Altra derivazione del Tagliamento è la roggia della fabbrica Stroili, che, appena passata la Fabbrica, si divide in tre rami, di cui un primo si dirige verso Gemona, un secondo passa per l'abitato di Osoppo ed un terzo si scarica nel Tagliamento.
Altra diversione notevole ed antichissima di corsi d'acqua è quella del Torre presso Zompitta, dove hanno principio le rogge di Udine e quella di Povoletto detta prima di Sciacco, poi Cividina. Le rogge di Udine sono di data assai remota poichè, se non si conosce precisamente in qual modo, quando e da chi siano state per la prima volta costruite, certo si è che esistevano già nel 1171. Per il loro percorso attuale rimandiamo, a quanto se ne dice nel 1º volume di questa guida (pag. 32 e 33). La roggia di Povoletto, la cui costruzione rimonta al sec. XIII, un tempo al di là di Remanzacco si perdeva nella Malina, mentre ora passa sotto il letto di quel torrente, prosegue per Buttrio e raggiunge nuovamente il Torre. Le acque del Torre in altri punti sono pure, per brevi tratti, tolte dal loro alveo per utilizzazioni industriali; i due canali più importanti di tal genere son quelli di assai recente costruzione, di Ciseriis, che fornisce la forza motrice al cascamificio di Bulfons (Tarcento) e di Pradielis, che dà l'energia elettrica per il tram di Udine. La diga di presa del primo costituì un notevole sbarramento del Torre onde la formazione di un lago artificiale, lungo in origine intorno ad 1 km., ma ridotto ora ad appena 400 metri.
Un altro canale che qui merita di essere ricordato è la roggia di Torreano, la quale porta le acque del Chiarò al Natisone passando per Cividale. Ha una lunghezza di circa 6 km.
Le opere idrauliche qui indicate hanno tutte scopo industriale od irrigatorio, poche invece nella regione da noi considerata furono fatte per bonifiche. La più importante è quella, in via di esecuzione, intesa a prosciugare la palude di Bueris. Del resto acquitrini e ristagni d'acqua, comuni come s'è detto specialmente nell'area morenica, non richiedono fra noi provvedimenti molto solleciti; perchè assai raramente, nel nostro clima, favoriscono la malaria.
Per completare il breve cenno sulle modificazioni apportate dall'uomo sulla idrografia della regione diremo anzitutto che numerose sono le diversioni d'acqua per acquedotti. Gemona, prescindendo dalle vecchie condutture, si provvede d'acqua potabile al rio Pozzolons, S. Daniele al Rio Gelato, Udine alle sorgenti di S. Agnese (ove rinascono o si raccolgono in galleria filtrante le acque del vicino Torre), Nimis alle sorgenti di Torlano, Cividale a quella (carsica) di Torreano, Premariacco a quella di Montina, S. Pietro a quella di Naklanz e via di seguito. Un cenno meritano forse le due derivazioni attualmente allo studio, delle quali una partirebbe dal Rio Gelato e si diramerebbe in moltissimi paesi alla destra del Torre, l'altra usufruirebbe l'acqua della sorgente Pojana già accennata e la porterebbe a Cividale ed ai paesi dei conoidi del Torre (riva sinistra) e del Natisone che sono poverissimi d'acque.
Lungo e forse fuor di luogo sarebbe tanto fare una enumerazione completa di tutte le acque utilizzate in qualche modo dall'uomo, quanto seguirne la dispersione fino alle ultime diramazioni delle condutture.
Fuor di luogo sarebbe anche trattare qui delle opere di difesa che l'uomo, ha dovuto costruire contro la violenza dei torrenti. Diremo soltanto che simili opere, nel nostro territorio, sono più che altro nel campo di Osoppo e riguardano tanto il Tagliamento quanto l'Orvenco e i minori torrentelli dei dintorni di Magnano, tutti dall'alveo pensile. Gli altri corsi d'acqua, almeno entro l'area prealpina, hanno invece il letto o nel fondo di valli o più o meno profondamente incastrato nel piano, onde raramente richiedono ripari.
IV.
ARIA E TEMPERIE
Cenni del Dott. GIUSEPPE FERUGLIO
Le osservazioni meteorologiche.
Le osservazioni meteorologiche. Le notizie che si possono dare intorno alle condizioni climatiche della regione illustrata sono poche, giacchè le osservazioni non solo scarseggiano, ma molte volte sono tali da non potersene ricavare alcuna conclusione positiva. Limitandoci al territorio entro i confini del Regno, la prima stazione meteorologica fondata nel 1876 fu quella di Cividale, per iniziativa di G. Marinelli. La stazione stessa funzionò poco regolarmente e per un periodo inferiore ai due anni. Più tardi, nel 1888, per iniziativa del Prof. Giovanni Clodig a Faedis, Gemona e Podresca vennero piantate stazioni facenti parte della rete termo-udometrica provinciale. Di esse solo la seconda funzionò per un numero di anni abbastanza lungo (19) arrivando fino al 1906; la prima cessò dopo sole due annate, la terza invece ebbe una vita di 14 anni, di cui però i primi sei come sola stazione pluviometrica, gli altri anche come stazione termometrica. I dati raccoltivi sono stati pubblicati negli «Annali del R. Istituto Tecnico di Udine» fino al 1897 dal Prof. Giovanni Clodig, dal 1898 in poi dal Prof. Nazzareno Pierpaoli[56].
Verso il 1905 si vennero poi piantando dalla Società meteorologica italiana per merito specialmente del Prof. Achille Tellini[57], numerose altre stazioni e precisamente a Ciseriis, Lusevera, Monteaperta, Pradielis, Tarcento nel bacino del Torre, Montemaggiore, Oblizza, S. Pietro al Natisone, Stupizza in quello del Natisone, Montenars in quello del Tagliamento, ma alcune di esse funzionarono per tempi brevissimi mentre delle altre non sono ancora pubblicati i dati e solo si sono potuti avere dalla gentilezza di alcuni osservatori. In questi ultimi tempi ha poi provveduto all'impianto di parecchie stazioni pluviometriche, in qualche caso fornite anche di termometro a massima e minima, il R. Magistrato alle acque per le provincie venete e di Mantova.
Oltre a queste osservazioni, eseguite da enti speciali con un piano determinato e abbastanza regolari, si devono annoverare poi quelle fatte da altri enti o da singoli privati che hanno tenuto regolare nota di alcuni fenomeni meteorologici. Di tutte è stato tenuto conto, per quanto era possibile, per le conclusioni generali sul clima della nostra regione.
Vediamo ora i fatti meteorologici che maggiormente interessano.
Temperatura.
Temperatura. I dati che si hanno sulla temperatura della regione sono forniti dai 19 anni di osservazione di Gemona, e dagli 8 di Podresca. Ma purtroppo la maniera con cui furono fatte le osservazioni o meglio ancora il criterio col quale nelle suaccennate pubblicazioni i dati stessi sono stati riassunti fanno loro perdere ogni più piccolo valore quando da esso si voglia ricavare un dato sulla temperatura media delle due stazioni. Infatti fino al 1898 incluso, si è usato riportare per ogni mese esclusivamente le temperature minima e massima assolute. Voler da queste ricavare la media di ogni mese o pure anche di ogni anno sarebbe cosa che molto probabilmente porterebbe ad una determinazione grossolanamente errata. Tutt'al più si possono ricavare per i singoli mesi la media delle temperature massime e minime assolute il che è appunto fatto nello specchietto seguente:
Medie delle temperature massime e minime assolute.
| GEMONA | PODRESCA | |||
| (17 anni) | (8 anni) | |||
| massima | minima | massima | minima | |
| Gennaio | 10,4 | -5,1 | 11,1 | -7,0 |
| Febbraio | 10,5 | -5 | 13,9 | -5,9 |
| Marzo | 15,7 | -2,6 | 16,9 | -3,1 |
| Aprile | 20,2 | 2,0 | 21,3 | 1,5 |
| Maggio | 25,8 | 5,5 | 25,7 | 4,6 |
| Giugno | 28,8 | 10,1 | 28,6 | 7,6 |
| Luglio | 31,0 | 12,4 | 31,8 | 10,1 |
| Agosto | 30,0 | 12,0 | 31,0 | 9,3 |
| Settembre | 26,2 | 8,7 | 28,0 | 8,1 |
| Ottobre | 21,1 | 3,6 | 23,2 | 3,4 |
| Novembre | 14,6 | -1,4 | 16,1 | -2,1 |
| Dicembre | 11,6 | -4,0 | 12,3 | -5,0 |
Dallo spoglio dei dati raccolti si può ricavare la media (per gli anni di osservazione di ciascuna stazione), della escursione annua della temperatura. Essa risulta per
| Gemona (17 anni) | 38,2 |
| Podresca (8 anni) | 41,6 |
La massima escursione riscontrata fu per Gemona di 44,9 nel 1901 e per Podresca di 44,2 nel 1893.
Soltanto nel 1899 si cominciò nelle due stazioni a calcolare la temperatura media mensile e quindi annuale e soltanto sui dati posteriori a quell'annata sono stati ricavati i dati del seguente specchietto:
Temperature medie mensili ed annuali.
| GEMONA | PODRESCA | |
| (8 anni) | (3 anni) | |
| Gennaio | 2,898 | 2,950 |
| Febbraio | 3,696 | 3,420 |
| Marzo | 7,007 | 5,920 |
| Aprile | 11,061 | 10,283 |
| Maggio | 15,265 | 14,623 |
| Giugno | 19,632 | 18,810 |
| Luglio | 22,108 | 21,006 |
| Agosto | 21,543 | 20,280 |
| Settembre | 17,542 | 17,460 |
| Ottobre | 12,482 | 12,820 |
| Novembre | 7,601 | 7,943 |
| Dicembre | 4,032 | 4,333 |
| Anno | 12,445 | 11,666 |
Considerata l'altezza e la latitudine delle due stazioni da cui sono stati ricavati i dati (Gemona, altezza m. 280 circa, latitudine 46° 17′; Podresca alt. 205 m., latitud. 46° 5′) si può dire che la regione gode di un clima mite abbastanza temperato. La leggera diminuzione della temperatura media annuale che si verifica per Podresca, che, data la posizione astronomica e l'altezza sul mare di questa, dovrebbe essere invece in aumento, dipende molto probabilmente dal fatto che il paese si trova nella valle dell'Judrio battuta dal vento di bora che, provenendo da nord-est, può portare un non indifferente abbassamento di temperatura. Gli inverni non sono eccessivamente freddi, come eccessivamente caldi non sono neppure gli estati: a Gemona la minima temperatura raggiunta nel periodo dei 19 anni di osservazione fu di -11,7 (13 Gennaio 1893) e la massima di 35,2 (21 Agosto 1892), a Podresca furono per 8 anni di osservazione rispettivamente di -13,9 (23 Gennaio 1901) e di 36,5 (31 Agosto 1898).
I mesi nei quali si verificano i minimi assoluti sono per lo più il dicembre ed il febbraio per Gemona, il gennaio per Podresca, quello nel quale invece si hanno le massime è per Gemona e Podresca, il luglio.
Tenendo conto soltanto delle osservazioni posteriori al 1893, si ha che i mesi più caldi sono per le due stazioni il luglio e l'agosto, i più freddi gennaio e dicembre.
Stato del cielo e precipitazioni.
Stato del cielo e precipitazioni. Molto più numerosi ed esaurienti che per la temperatura sono i dati che in vari luoghi della regione in esame sono stati raccolti intorno alle precipitazioni meteoriche.
Osservazioni sullo stato del cielo si fecero però esclusivamente a Gemona, Faedis e Podresca; esse ci danno:
| STAZIONI | GIORNI | ||
| sereni | misti | coperti | |
| Gemona (19 anni) | 111 | 155 | 97 |
| Podresca (14 anni) | 162 | 102 | 100 |
| Faedis (3 anni) | 121 | 163 | 83 |
Le osservazioni naturalmente non hanno che una importanza relativa essendo prese a stima dagli osservatori e quindi troppo incerte, tuttavia esse già ci mostrano come la percentuale dei giorni sereni vada aumentando da Gemona (la stazione più settentrionale) a Podresca (la più meridionale); fenomeno che si constata anche nella precipitazione e della cui causa verrà detto più avanti.
Le osservazioni sulla grandine, sulla nebbia e sulla brina, vennero fatte a Gemona e a Podresca soltanto dal 1894, esse ci danno rispettivamente per ogni anno 11 e 1 giorni di grandine, 21 e 17 di brina ed 8 e 7 di nebbia, in complesso come si vede i tre fenomeni non sono molto frequenti nella regione, tranne naturalmente in certi luoghi e questo in modo speciale per quanto riguarda la nebbia, che è piuttosto frequente sul piano alluvionale d'Osoppo e nelle bassure che si trovano fra le tre cerchie dell'anfiteatro morenico.
Per quanto riguarda la caduta della pioggia si hanno osservazioni oltre che nelle stazioni, ormai tante volte citate, di Gemona e Podresca in quella di Faedis pel periodo di 2 anni ed in quella di Tarcento per 3 (1897-98-99). La media dell'acqua caduta durante l'annata è la seguente:
| Gemona (19 anni) | mm. | 2288,4 |
| Podresca (14 anni) | » | 2037,1 |
| Tarcento (3 anni) | » | 1471,0 |
| Faedis (2 anni) | » | 1369,3 |
La distribuzione mensile della pioggia nelle 3 prime stazioni è poi data dal seguente prospetto:
| Pioggia mensile in mm. | |||
| Gemona | Podresca | Tarcento | |
| Gennaio | 96,7 | 80,5 | 48,3 |
| Febbraio | 129,9 | 92,7 | 110,3 |
| Marzo | 209,3 | 195,6 | 155,5 |
| Aprile | 210,9 | 188,2 | 75,0 |
| Maggio | 251,3 | 193,2 | 109,6 |
| Giugno | 242,4 | 216,4 | 153,0 |
| Luglio | 211,8 | 204,4 | 182,0 |
| Agosto | 182,1 | 138,2 | 129,3 |
| Settembre | 204,5 | 186,1 | 139,3 |
| Ottobre | 299,5 | 275,3 | 179,0 |
| Novembre | 199,3 | 143,1 | 69,3 |
| Dicembre | 161,9 | 108,5 | 218,6 |
Considerando le differenti stagioni[58] si hanno i seguenti dati:
| Gemona | Podresca | Tarcento | |
| Inverno | 288,5 | 281,7 | 377,2 |
| Primavera | 671,5 | 577,0 | 340,1 |
| Estate | 636,3 | 559,0 | 464,3 |
| Autunno | 703,3 | 604,5 | 387,6 |
Dall'uno e dall'altro prospetto risulta chiaro che il periodo più piovoso dell'anno è l'autunnale ed in esso specialmente il mese d'ottobre, il periodo meno piovoso è invece l'inverno ed il mese con minori precipitazioni quello di gennaio. Nel calcolo dell'acqua caduta nei mesi invernali è stata compresa anche la neve sciolta. Osservazioni speciali sulla caduta di questo elemento non sono state fatte in nessuna delle tre stazioni suaccennate, nè sulla sua altezza nè sulla frequenza, solo pel 1906 si hanno per Gemona due giornate di neve.
Il Tellini che ebbe nei suoi studî[59] ad occuparsi anche di questo elemento dà una media altezza di mm. 901 per Gemona, di 616 per Lusevera, di 207 per Faedis, di 446 per Podresca, non è però noto da dove questi dati sieno stati ricavati, non avendo la seconda delle pubblicazioni accennate in nota un opuscolo illustrativo.
In ogni modo, fatta eccezione per i luoghi elevati sul mare e per le vallate più interne, si può ammettere che la quantità inedia annuale di neve non è troppo abbondante, nè troppo frequente e non persiste nemmeno per lungo tempo sul suolo. Dalla predetta seconda pubblicazione del Tellini si può ricavare che i giorni di neve sono annualmente a Gemona 7, a Lusevera 6, a Faedis 6, a Podresca 8, a Caporetto 10, a Palmanuova 7, a Gorizia 3, e che essa permane in media da 10 a 25 giorni sul suolo in quasi tutta la regione illustrata, escluse naturalmente le zone più elevate dove permane molto di più.
Ritornando alle precipitazioni acquee si deve anche ricordare come, oltre ai dati delle citate stazioni, se ne abbiano anche altri come quelli di Caporetto (mm. 2321,3 dal 1901 al 1905), Cividale (mm. 1939,0 per il 1876), Gorizia (mm. 1650,6 dal 1870 al 1901 escluso il 1880), Maria Zell (mm. 2377,3 per il 1899-1900), Lusevera (mm. 2484,3 per il 1884-85), ecc.
Tenendo presenti tutti questi dati una cosa risalta subito agli occhi; la stessa che abbiamo qui visto risaltare dal computo annuo dei giorni sereni, misti e coperti. La precipitazione va aumentando gradatamente dal sud verso il nord della regione studiata. La ragione è semplicemente rintracciabile. Come è noto sono specialmente i venti di scirocco, provenienti quindi da sud ovest quelli che portano per solito la pioggia. Arrivando in Friuli essi incominciano a incontrare le basse montagne eoceniche e poi proseguendo a nord sbattono contro alle alte catene secondarie del M. Ciampon, dei Musi ecc. le quali essendo più alte hanno un potere di condensazione molto maggiore delle prime e quindi producono via via una più grande quantità di pioggia.
Movimenti aerei. Venti e brezze.
Movimenti aerei. Venti e brezze. Le cose che anche su questo punto si possono dire non hanno una base sicura, non essendo fondate su alcuna osservazione regolare. La parte orientale della regione, specialmente quella corrispondente in senso lato al bacino del Natisone è battuta come la pianura Friulana, dalla bora, prevalentemente nell'inverno, nella quale stagione qualche volta assume una impetuosità veramente straordinaria, dal vento stesso sono invece quasi completamente esenti per le loro particolari condizioni geografiche trovandosi riparati dalle prossime elevazioni la riviera di Faedis, Tarcento e Magnano e la stessa valle del Tagliamento, nonchè l'anfiteatro morenico. In questa ultima regione è invece abbastanza comune il vento di nord o tramontano che pure può soffiare con forte violenza. I venti prevalenti nelle varie parti delle nostre Prealpi sono in fondo in stretta relazione con l'orografia della regione; la completa protezione poi delle correnti settentrionali che offrono le catene più interne ad alcune aree pedemontane (la Riviera predetta, il Collio ecc.), spiegano assieme alla scarsa altezza ed alla meno alta umidità ed alle minori precipitazioni, la mitezza del clima, per cui esse meriterebbero la stessa celebrità che sotto tale aspetto già gode Gorizia. Meno mite è invece il clima appena ci si interna nelle vallate e ciò non solo per il crescere dell'altezza, ma anche per la maggiore esposizione ai venti. Fra questi vanno qui menzionate le brezze di monte e di valle, caratteristiche specialmente delle giornate calme e comunissime particolarmente nella regione corrispondente al bacino del Tagliamento, dove si presentano con sufficiente costanza e regolarità; meno notevoli, sebbene frequenti, sono nella valle del Torre, più rare in quella del Natisone. Con le brezze di valle che, come è noto, soffiano durante la parte calda del giorno, sta evidentemente in rapporto il frequente coprirsi di nubi delle creste montuose più elevate, durante le ore meridiane delle giornate serene di estate, nubi che talora danno luogo a piogge. Moti temporaleschi sono però generalmente di provenienza occidentale e si risolvono talora in grandinate devastatrici, che colpiscono specialmente la regione pedemontana.
V.
LA FLORA
Brevi cenni di MICHELE GORTANI
La flora delle Prealpi Giulie Occidentali e i suoi elementi più rari.
La flora delle Prealpi Giulie Occidentali e i suoi elementi più rari. La flora delle Prealpi Giulie Occidentali è nota solo in modo incompleto e saltuario[60]. Accanto a territori accuratamente perlustrati, come i dintorni di Gemona, S. Pietro, Buttrio, Cormons, Gorizia, S. Daniele e Fagagna, abbiamo plaghe quasi ignote, come i bacini superiori della Torre, del Cornappo, del Grivò, del Corno e dell'Judri; e, dal poco che ne sappiamo, non sembra davvero che queste siano le più scevre d'interesse e povere di flora. Le nostre cognizioni son monche sopra tutto nelle variazioni e nelle piccole specie; talchè, sopra 1750 forme vegetali che sappiamo crescere spontanee nella regione considerata, appena 500 spettano a queste minori entità tassonomiche[61].
Malgrado le ampie lacune, possiamo tuttavia stabilire fin d'ora le principali linee fitogeografiche del territorio. Il quale, prossimo al confine tra le due province italiana ed illirica, partecipa in varia guisa dei caratteri botanici dell'una e dell'altra; e, mentre per la sua storia neogenica e la sua vicinanza all'Adriatico serba vestigia di una già ricca flora mediterranea, le sue vicende nel quaternario antico e i legami con i massicci alpini hanno contribuito a popolarlo di elementi propri dell'alta Europa centrale.
Tali motivi, e sopra tutto la posizione geografica eccezionalmente favorevole, mentre spiegano la notevole ricchezza di flora delle nostre Prealpi[62], ci fanno pure intendere come possiamo quivi trovare e il limite orientale di diffusione di qualche forma (ad es. l'Euphorbia carnica Fiori), e il limite occidentale di altre parecchie (quali Cerastium sonticum Beck, Spiraea ulmifolia Scop., Astrantia carniolica W., Hacquetia Epipactis D. C., Rhamnus rupestris Scop., Homogyne silvestris Cass.). Vi è quindi più spiccato che non in Carnia il carattere di transizione che ha la flora dell'intero Friuli e che assume qui un particolare rilievo. Sono invece due soltanto i vegetali la cui area geografica non si estende oltre i confini della regione in esame: Gentiana rhaetica Kern. var. candida De Toni in Gort., propria dell'anfiteatro morenico del Tagliamento, e Senecio pseudo-crispus Fiori, delle colline eoceniche orientali. Accanto a questi vanno ricordati, perchè endemici del Friuli, Polygala forojuliensis Kern., Gentiana sturmiana Kern. var. pseudo-pilosa Gort., Leontodon Brumari Rchb., Hieracium Gortanianum Arv.-T. et Belli; nonchè, honoris causa, Alyssum petraeum Ard. e Medicago Pironae Vis., che, noti oggi in più larga plaga, furono scoperti quello dall'Arduino sulle rupi di Gemona, questa dal Pirona sulle rocce del Mataiur.
Le diverse zone di flora.
Le diverse zone di flora. Studiando la distribuzione verticale delle piante nelle Prealpi Giulie, vediamo rappresentate largamente quattro regioni botaniche: submontana, montana, subalpina e alpina. A queste è da aggiungere la mediterranea, cui appartiene, come i non lontani rilievi del Carso, almeno una gran parte dell'isolato Colle di Medea. Convien dir subito che i caratteri della tipica flora mediterranea sono qui attenuati, e che essa vi è prevalentemente rappresentata da elementi sparsi o da piccole colonie piuttosto che dalle associazioni sue proprie; ma non per ciò è meno interessante questa località, come la più settentrionale, forse[63], a cui giunga la flora che abbellisce le coste del mare nostrum.
La regione submontana abbraccia per intero il Coglio e l'anfiteatro morenico; comincia a restringersi nel bacino del Natisone, si riduce nel bacino della Torre, e, passato Osoppo, si assottiglia ancor più lungo il Tagliamento fino a lambire soltanto il piede delle Prealpi e a perdersi nel greto della Fella vicino alla sua confluenza. I caratteri di questa zona, varia più di ogni altra per costituzione del suolo e modellamento del rilievo, sono tutt'altro che uniformi. Intensamente coltivata nella parte più meridionale, ancora selvaggia a settentrione, coperta di castagni nell'alto Cividalese e di querceti sui dossoni aridi prevalenti a nord-ovest, talora rupestre come attorno a Gemona e sparsa altrove di paludi e torbiere come fra le cerchie moreniche, e abbellita dai due soli bacini lacustri del territorio, la regione submontana ha largamente rappresentate le più diverse stazioni, che vi si succedono e alternano in modo saltuario. Per l'intervento dell'uomo, pascoli e prati abbondano, e non piccola è l'area occupata dalle colture e dalle specie arvensi e ruderali; ma il fattore antropico, a differenza di quanto avviene nella pianura, si aggiunge per lo più agli altri senza soverchiarli e lasciando così largo campo libero di diffusione alla flora spontanea. Si spiega in tal modo come nella regione submontana troviamo quasi tutte le specie più rare, interessanti e caratteristiche del territorio.
Poco minore della precedente è l'area della zona montana. Il suo limite inferiore, oscillante in generale intorno ai 400 metri s. m., si innalza talvolta fino a 500 nei luoghi meglio esposti, come a nord di Gorizia e sul monte Bernadia, e scende fino ai 250 al piede dei monti dolomitici e nelle gole chiuse, come la stretta di Pradolino. Si spinge in alto a 1500 o 1600 metri, elevandosi di rado a 1700 nelle posizioni meglio favorite e retrocedendo di qualche centinaio di metri sulle pendici più ripide volte a settentrione. È da notare la poca altitudine di questi limiti, che è generale per tutto il Friuli e si collega a tutta una serie di fenomeni e di problemi degni di studio. Ma su ciò non possiamo fermarci. Entro i confini accennati, spettano alla regione montana quasi tutte le cime meridionali a cominciare dal m. Corada, gran parte del bacino del Natisone, quasi per intero i gruppi dolomitici. L'essenza forestale dominante è il faggio, a cui si mescolano sovente larici e abeti. Presso il limite con la regione submontana, nella zona del faggio può penetrare anche in massa il castagno, come in alcuni punti del Cividalese, o sostituirsi al faggio il consorzio del pino (Pinus silvestris e P. nigricans), come sulle falde montuose che prospettano il Tagliamento. Passando alla vegetazione erbacea, va ricordato, accanto al consorzio del pino, quello della Centaurea rupestris, che, associata alla Spiraea decumbens e alla Scabiosa graminifolia dà una fisonomia caratteristica alle grandi conoidi dolomitiche. Elementi non privi di interesse ha la flora rupestre, sviluppata sopra tutto al nord; fra i prati e pascoli meritano particolare ricordo quelli del Quarnan e del Mataiur, esaurientemente studiati.
A questi ultimi, sul Mataiur ove è ridottissima la vegetazione arborea e arbustacea, seguono con passaggi lenti e graduali i pascoli della regione subalpina. Essa domina in un territorio così poco esteso, da occupare, insieme con la regione alpina, 3⁄100 appena dell'intero distretto. Le appartengono infatti soltanto le cime del Mataiur e dello Stol, e delle creste Cianipon-Gran Monte e Plauris-Musi; e solo in quest'ultima le piante esclusive della regione alpina abbelliscono le vette supreme. Si tratta però in ogni caso di associazioni vegetali povere e poco variate, anche per l'uniforme natura del suolo. Gli arbusti subalpini non dànno al Mataiur che cespugli isolati di alni; su tutte le altre montagne più alte domina il mugo associato col Rhododendron hirsutu. Molti i pascoli, ma in prevalenza sassosi e legati quindi strettamente alla flora rupicola; manca invece la vegetazione palustre. Con tutto ciò, l'insieme delle piante subalpine e alpine è tutt'altro che scarso e non privo di interesse; vi si notano elementi di rarità eccezionale, e alcuni sembrano mancare agli altri monti friulani. Così Cerastium subtriflorum, Beck, Arabis serpyllifolia Vill., Astrantia carniolica W., Hladnikia Golaka Rchb.
Relitti glaciali e mediterranei.
Relitti glaciali e mediterranei. Se è ristretto il campo ove domina sovrana la flora propria dei luoghi elevati, son però innumerevoli i punti in cui essa manda lontane propaggini o ha lasciato sparse colonie. Queste e quelle, per la loro frequenza particolare nei monti dolomitici, si possono spiegare in gran parte con la facilitata discesa offerta da simili terreni agli elementi microternaici; ma in parte devono l'origine loro anche a un altro fenomeno. Tutta quanta la zona submontana, massime nell'anfiteatro morenico del Tagliamento, è sparsa di vegetali termofughi o psicrofili (propri delle regioni montana o subalpina), che vi si trovano ora isolati, ora in gruppi e colonie anche assai numerose. Quando si noti che fatti analoghi ci mostra altresì la pianura friulana, e che perfino il nostro lido marittimo è abbellito da piante che hanno sui monti la loro abitazione consueta, non si può disconoscere a tutto ciò una causa comune. E tale causa va ricercata nella storia geologica della regione, che nel quaternario antico fu invasa e ricoperta a lungo da immensi ghiacciai.
Ma prima delle invasioni glaciali le nostre colline, lambite dal mare, erano coperte da una flora di tipo piuttosto caldo; e questa flora, benchè ricacciata e in massima parte distrutta nel periodo frigido, potè in qualche punto meglio riparato resistere o rimmigrare più tardi. Testimoni di tali vicende sono alcune specie schiettamente mediterranee, che vivono tuttora sui colli di Quisca, Gorizia e Cormons, e per Albana, Faedis, Tarcento si spingono fino a Gemona lungo l'antichissima costa del golfo friulano.
VI.
LA FAUNA
Schizzo zoogeografico di ARRIGO LORENZI
La conoscenza zoogeografica delle Prealpi Giulie
La conoscenza zoogeografica delle Prealpi Giulie[64]. La fisonomia delle diverse contrade della Terra dipende da un insieme di circostanze esteriori, quali il profilo delle montagne, la colorazione del cielo, la forma delle nubi, la trasparenza dell'aria, le piante e gli animali. Così il modo di essere della natura esterna conduce la mente dell'osservatore ad avvezzarsi e a certe formule definite della vita, espresse da specie viventi in determinate condizioni, e a certi quadri complessivi risultanti dal convegno delle dette specie in uno spazio. Studiare, con la guida dei risultati della geografia fisica regionale, una regione ristretta come sede della vita animale, cioè la costituzione dei gruppi biologici della sua fauna nelle stazioni disponibili, le correlazioni spaziali di queste e la reciproca distribuzione di quelli, è il tema della zoogeografia speciale (regionale, locale), fondamento primo e indispensabile per la soluzione di più generali e vasti problemi sulla distribuzione della vita. Il metodo dello studio corologico delle faune locali è simile a quello delle flore, ma non può dirsi ancora bene stabilito.
Sin dalla metà del secolo scorso non mancarono tuttavia naturalisti che si diedero a illustrare almeno parzialmente alcune faune locali, con criteri topografici e geografici: ma questo indirizzo fu quasi del tutto trascurato in Italia, dove gli zoologi più spesso attesero alle pure determinazioni sistematiche, accontentandosi il più delle volte di segnalare le specie in un catalogo. Per quanto riguarda il Friuli, un primo breve sguardo sintetico alla flora e alla fauna si trova in una pubblicazione del prof. G. A. Pirona, al quale si deve anche un catalogo di molluschi; dove di molte specie egli riferisce le condizioni di dimora, senza però prendere in particolare esame la distribuzione altimetrica, per cui allora mancava il sussidio delle carte topografiche con piani quotati. Questo catalogo, non è ricco di località: servì tuttavia a determinare il posto tenuto dalla fauna friulana nelle grandi divisioni della regione paleartica; posto geobiologico intermedio, precisato dalle ricerche posteriori, e che sembra anche confermato dalle ricerche del Gortani sui coleotteri e trova riscontro nella coesistenza di elementi nordici e pontici nella flora.
Caratteri zoogeografici generali delle Prealpi Giulie.
Caratteri zoogeografici generali delle Prealpi Giulie. Cinque regioni faunistiche abbastanza bene individuate s'incontrano in Friuli: la germanica, l'alpina meridionale, l'alpina orientale, la carsica e l'italica. Affinchè però non sia dato un valore troppo generale a tale classificazione zoogeografica del Friuli occorrerà tener presenti le grandi differenze che si verificano nella distribuzione geografica dei vari gruppi del sistema zoologico, rispetto a molti dei quali si richiedono ancora ricerche metodiche di specialisti.
I molluschi proprii dei paesi settentrionali d'Europa (come alcuni Limax, Conulus fulvus[65], Helix hispida, H. arbustorum, H. ruderata, Balea perversa, Planorbis spirorbis, Pl. rotundatus, alcune Limneae, Pisidium pusillum) si trovano nelle Prealpi Giulie insieme a specie della regione mediterranea (come alcuni Zonites, Pomatias, Cyclostoma elegans, alcune Clausiliae, del qual genere vi è gran numero di specie in Friuli e nelle contigue province orientali) e a specie dell'Europa orientale (Helix solaria, H. candicans, H. austriaca, Bulimus quinquedentatus, Clausilia filograna). Altre specie sono invece ristrette all'Italia settentrionale o alla regione alpina in senso largo: Vitrina elongata, Buliminus tridens, Helix personata, H. ciliata, H. fruticum, H. intermedia, Clausilia ventricosa, alcune Pupae ecc. ecc. Il genere Horatia, della penisola balcanica, è nella valle del Natisone rappresentato da un particolare sottogenere (Hauffenia) che con H. Tellinii e H. valvataeformis costituisce un notevole endemismo: anche Paludestrina forojuliana e Acme Pironae, come le due precedenti, descritte dal dott. C. Pollonera, sono proprie delle nostre prealpi. A esse si possono aggiungere le specie cavernicole esclusivamente friulane, che saranno nominate più avanti.
Siffatti convegni di forme provenienti da diversi centri dispersivi sono il risultato di cause molto complesse, che agirono lungamente e variamente, e per le quali la regione friulana assunse l'attuale fisonomia fisica e biologica. Così, analogamente a quanto fu già dimostrato per la flora friulana e dallo Heer per la flora e per la fauna svizzera, la presenza di molluschi nordici nelle nostre prealpi, ai quali si possono aggiungere alcuni coleotteri (Harpalus laevicollis, Oreina tristis, O. gloriosa ed altri) sembra non potersi attribuire se non alle antiche glaciazioni, che della loro esistenza, insieme alle morene ed ai massi erratici, lasciarono testimoni piante ed animali che giustamente furono chiamati erratici[66]. In complesso però l'epoca quaternaria è ben lungi dal determinare un hiatus tra la fauna attuale e le precedenti, colle quali è intimamente collegata; la distribuzione di molti gruppi zoologici inferiori risalendo a remoti periodi geologici. Ma non è questo il luogo di trattare delle vicende geologiche e climatiche del Friuli e delle ardue questioni zoogeografiche che vi sono connesse.
Ci limiteremo invece ad osservare come, assai meglio dei mobilissimi e molto diffusi omotermi o dei pochi vertebrati eterotermi, a caratterizzare nettamente la fauna locale servirebbero molti gruppi di invertebrati che sono ricchi di specie, compiono movimenti più o meno lenti e sono più intimamente legati ai molteplici fattori della dimora e del clima. Li additiamo alle ricerche dei giovani alpinisti; per i quali in queste pagine non intendiamo certo di presentare una sequela di tanti nomi scientifici quante sono le specie del paese; bensì di tratteggiare rapidamente, servendoci anche di qualche notizia inedita, le condizioni di habitat; affinchè il dilettante o lo studioso, con la scorta della bibliografia regionale, possa tener presente sotto quali condizioni varî la distribuzione degli animali e delle loro comunioni, e quali, per intenti così generali come speciali, siano le stazioni ove rivolgere le ricerche[67]. E come l'artista getta su un foglio uno schizzo, qua con linee nette e precise, là ancora incerte e indefinite, e attende un miglior momento per la sua concezione, così la zoogeografia deve oggi accontentarsi di trattare a grandi linee, e con diversa misura, dei gruppi zoologici delle Prealpi Giulie, perchè non debba un giorno pentirsi della smania di concludere.
Zone ipsometriche e planimetriche. Gruppi biologici e loro gradi.
Zone ipsometriche e planimetriche. Gruppi biologici e loro gradi. Accanto a specie animali ristrette a determinate zone altimetriche dei nostri monti, ve n'ha delle altre che si mostrano indifferenti a condizioni di clima molto diverse. Di queste specie localmente estese, citeremo alcuni esempi: la Daphnia obtusa, piccolo crostaceo, dagli stagni presso Udine (m. 100) sale a m. 1702 sulle Alpi Gortane; Polyphylla fullo, il grosso maggiolino marmorato, in Friuli vive tanto nelle basse pianure quanto presso i ghiacciai del m. Canin (m. 2130); le vitrine, piccole conchiglie sottili e pellucide, dalla pianura salgono ad altitudini considerevoli, fino a strisciare sui nevai; l'ululone Bombinator igneus si trova nelle pozze di pianura e nell'alta montagna; la lucertola, Zootoca vivipara ha un'analoga distribuzione.
Ma simili casi di specie che si direbbero resistenti, perchè ubiquitarie, non sembrano essere molti: in generale le parti alte dei monti escludono molte specie delle regioni basse, talvolta sostituendole con altre strettamente affini, sì da aversi anche, dal basso all'alto una seriazione di forme affini (p. es. farfalle del gen. Parnassius); in generale ogni specie ha un limite altimetrico superiore (e spesso anche inferiore) cioè abita una determinata zona ipsometrica conveniente alle sue esigenze biologiche, rispetto ai varî fattori climatici, topografici ed edafici[68]. Questo in tesi generale: uno spigolo montuoso sufficientemente alto, ha le sue falde fasciate da tali zone ipsometriche della vita, che nelle Prealpi Giulie si presentano nettamente nelle catene interne, nelle quali è spiccato il contrasto biologico tra le parti più basse e le più elevate. Ma se consideriamo la distribuzione della vita nell'insieme della regione montuosa qui esaminata, vediamo che sulla ripartizione in zone altimetriche prevale quella in zone planimetriche, dall'esterno verso l'interno, in corrispondenza alle tre zone geognostico-tectoniche distinte dal prof. O. Marinelli[69]. Oltre alle molteplici azioni esterne attuali, entrano a complicare la distribuzione altimetrica, togliendo anche ai limiti il carattere della fissità rigorosa, le peculiari e svariatissime attitudini biologiche delle specie (prima fra queste attitudini la facoltà di moto), dipendenti dalle organizzazioni e funzionalità tanto diverse per grado di complicazione e per varietà di adattamenti. Gli aspetti di quel complesso poliedro che è la vita animale, non possono restringersi in definizioni unilaterali dei limiti altimetrici o nel semplicismo delle cause: la molteplicità e interferenza di queste, la reciprocità fra esse e i loro effetti, esigono che nello studio delle variazioni corologiche, come in quello delle somatiche, si tenga presente e si scruti un gran numero di fatti. Diremo brevemente che tutti gli animali, la cui esistenza è in qualche modo subordinata a tutto un insieme di determinate condizioni esterne, variabili essenzialmente nel caso nostro, con l'altitudine e dall'esterno all'interno della regione montuosa, si daranno convegno nella stessa zona, di cui si ripartiranno la dimora, formando così comunioni (biocenosi), abbastanza ben definite da una sorta di equilibrio biologico. Nelle Prealpi Giulie, in relazione allo stato attuale delle nostre cognizioni e provvisoriamente, possiamo distinguere tre zone o regioni corrispondenti a tre biocenosi fondamentali: 1º regione delle colline pedemontane; 2º regione degli altipiani; 3º regione delle creste o culminale. Nella prima comprendiamo non solo le vere e proprie colline pedemontane, ma anche l'anfiteatro morenico del Tagliamento, e i rilievi più bassi delle due zone interne; nella seconda oltre agli «altipiani submontani» anche la zona delle medie altezze più interne, nella terza le parti cacuminali delle montagne più elevate. Queste tre regioni esprimono in modo sintetico un complesso di fattori climatico-edafici, dai quali, perchè fissa al suolo, è influenzata intensamente la vegetazione, con cui l'animalità vive, per così dire, consocialmente. La regione delle colline corrisponde alla regione fitogeografica della quercia, del castagno e dell'orno; quella «degli altipiani» principalmente alla zona del faggio; quella culminale alla zona degli arbusti alpini. In ciascuna regione ci accontenteremo di distinguere gli animali terragnoli dagli animali acquatici, accennando, secondo l'opportunità, alle distinzioni di gruppi biologici minori: nelle biocenosi dei terragnoli potremmo distinguere i boschi fitti e radi, i prati secchi e umidi, i greti asciutti e le rupi, tenendo conto della insolazione, della ventilazione, ecc.; e potremmo passare a distinzioni di terzo e quarto grado fino a considerare separatamente, per esempio, nei boschi gli alberi, il sottobosco, il suolo; e poi le cortecce, i tronchi infraciditi, l'humus, i muschii, i sassi smossi, i fiori, come altrettante sedi particolari di insetti, miriapodi, onischi, aracnidi, molluschi, con tutta la varietà più o meno legata a quelle condizioni tanto speciali, di animali superiori, dalle vipere insidiose agli uccelli canori. Altrettanto potremmo fare per la stazione acquatica e distinguere non solo le acque stagnanti, le sorgive e le correnti, ma dalle stazioni intermedie con le terrestri (terricoli, muscicoli, limicoli) passare alla stazione riparia con le sue numerose gradazioni e varietà, per considerare poi le acque libere in uria infinità di contingenze. E, in tutte queste diverse condizioni di ambiente, vedremmo animali fitofagi (p. es. di certe crittogame, di radici o tuberi, di legno, di foglie normali o florali, di nettare, di frutti ecc.), animali che tramano insidie, esercitano violenze sopra altri e li divorano, animali che costruiscono difese contro i nemici, che si riparano contro l'inclemenza delle stagioni, che presentano curiose armonie di colorazione con l'ambiente, che sono gregarî o solitarî, che presentano singolari fenomeni di sviluppo, che abbandonano i loro nati o invece li guidano e li allevano, e via via, pur senza entrare a discorrere delle specie men note o delle questioni meno facili di biologia. Ma non occorre essere naturalisti, per veder subito la vastità e complessità di tali quadri biologici, per i quali potrebbe essere insufficiente un grosso volume.
Zona pedemontana.
Zona pedemontana. Nella regione pedemontana comprendiamo le colline più basse, dal Collio all'anfiteatro morenico, fino ai limiti della quercia e del castagno che sono le essenze vegetali caratteristiche di questa zona, limiti che qua non sono superiori ai 300 m. là possono attingere i 600 metri. Notiamo subito che l'anfiteatro morenico, come si distingue dai rilievi d'origine marina per la natura geologica e per le condizioni topografiche che ne sono la conseguenza, e ha particolari caratteri fitogeografici, così anche sotto l'aspetto faunistico, per ripercussione delle predette circostanze, merita di essere considerato a parte. Particolarmente le numerose basse raccolte d'acqua in diversi stadî di evoluzione (laghi, pozze, torbiere) recinte dalle morene, assai ricche di crostacei, insetti, molluschi e vertebrati acquatici, formano un vero contrasto biogeografico tra la regione morenica e l'attigua regione prealpina propriamente detta, priva, può dirsi, di cavità limniche. Anche il lago di Ospedaletto, scavato nei calcari giuresi dall'antico ghiacciaio, subito a nord dell'anfiteatro morenico, e di carattere stagnale, può includersi nell'aggruppamento zoogeografico delle colline glaciali.
Molte e svariate sono le forme riparie che trovano alimento e albergo tra gli anfibiotici canneti marginali: le succinee, i carichii tra i molluschi gasteropodi; esapodi quali parnidi, Donacia sericea, reticulata, typhae, alcune larve di lepidotteri; efemere Libellula, Agrion, Lestes barbara, Diplax flaveola, Gomphus vulgatissimus ed altri insetti le cui larve vivono nell'acqua; in questa, tra le idrofite marginali, si agita un minutissimo microcosmo di entomostraci, alcuni dei quali limicoli, di briozoi, vermi (naidi, gordiidi) che darebbero molto da fare allo specialista. Sulle rive della piccola pozza a nord di Ceseretto, origine di un ramo della Lavia, tra le foglie infracidite raccolsi in dicembre il Trichoniscus pusillus Bd. L., piccolo crostaceo isopodo. I coleotteri acquatici (Diticus marginalis, D. circumflexus; Graphoderes austriacus, Acilius fasciatus, Hydrophilus piceus, Gyrinus natator); e i rincoti acquatici (Corixa Geoffroyi, C. striata Latr., Notonecta glauca Fab., Gerris paludum Latr., Gerris lacustris Latr.) sono cumuni nelle pozze anche artificiali; coi gasteropodi dei generi Limnea, Paludina, Planorbis, Physa; le bivalvi Unio pictorum e Anodonta cygnea trovansi nelle maggiori raccolte d'acqua. Le acque delle sorgenti e dei ruscelli limpidi albergano un'idracna (Lebertia insignis), molti crostacei del genere Gammarus assai diffuso in Friuli dalla bassa pianura ai laghi alpestri; lungo le rive dei canali un emittero (Velia currens Latr.); i gammari si trovano anche nel canale del Ledra, mentre l'Asellus aquaticus preferisce acque lente o stagnanti dove talora si trova in gran numero. Il lago torboso di San Daniele ha un notevole specchio di acqua libera e una profondità discreta, cosicchè offre albergo non soltanto a specie riparie, ma anche a specie limnetiche (pelagiche): Ceratium furca, Cyclops minutus, Diaptomus gracilis, Bosmina longirostris; mancherebbero, secondo il Senna, le forme pelagiche tipiche. Il lago di S. Daniele alberga anche parecchie specie di pesci: Anguilla vulgaris, Tinca vulgaris, Alosa vulgaris, Alburnus alborella, Scardinius erythrophthalmus, Leuciscus Aula, Petromyzon Planeri, Squalius cavedanus, Cottus gobio, Barbus plebeius; alcune di queste, insieme a poche altre, si trovano in altre acque dell'anfiteatro, che per la povertà di rivi perenni esclude le specie che amano le correnti ricche e profonde. Il fiumicello Ledra della pianura a nord dell'anfiteatro mette foce nel Tagliamento e ne ricetta alcune specie (trota, temolo) che si pescano anche nella derivazione. Il lago di Ospedaletto, pochissimo profondo e ricco di idrofite, ha una fauna stagnale caratteristica. Compiono il quadro delle stazioni acquatiche gli anfibi schiettamente acquaioli (Triton punctatus e taeniatus, Rana esculenta); accanto ai quali possiamo porre quelli il cui sviluppo avviene nell'acqua e che abitano i luoghi umidi (Rana Latastii, Bufo cinereus, Salamandra maculosa) sono pure frequenti le biscie d'acqua (Tropidonotus natrix e Tropidonotus tessellatus). Stazionarie o di passaggio si notano parecchie specie di uccelli che vivono lungo le ripe Alcedo hispida, Acrocephalus arundinaceus e parecchi trampolieri o che hanno speciali disposizioni per il nuoto come le anitre selvatiche e i tuffetti.
Nella regione eocenica le stazioni d'acqua corrente (superficiali e sotterranee) predominano sulle limniche, le quali si riducono alle piccole bassure paludose, prive di torba, alla periferia dei colli e alle pozze artificiali che in molti luoghi, specialmente nel Collio ed altri punti della zona marnosa, suppliscono alla deficienza di sorgenti e di pozzi. Il ciprino dorato della Cina (Carassius auratus) si è acclimato qua e là negli stagni della regione eocenica; presenta un grande numero di variazioni. Tra le specie legate alla presenza delle acque nella regione pedemontana ricorderemo Rana agilis, e Bufo viridis, specie questa in Friuli, a quanto pare, piuttosto rara, mentre è comune in altre province del Veneto.
I luoghi ombrosi ed umidi sono generalmente la dimora di molti molluschi terrestri; alcune specie però si trovano anche sulle rupi soleggiate, come Helix (Xerophila) unifasciata, H. obvia, Pupa secale, Clausilia binotata. Nella zona pedemontana è notevole il fatto che alcune specie di molluschi rimangono confinate nelle colline eoceniche fra Natisone e Isonzo, mentre altre si trovano nell'area occidentale dalla valle del Cornappo o del Torre all'anfiteatro morenico: facendo attenzione alle molte località date dai cataloghi, sembra risultare che le forme nordiche ed alpine si presentino specialmente nella regione morenica. Invece le specie politiche e nordorientali vivrebbero nella plaga più a levante: nel bacino Torre-Natisone passerebbe pertanto una linea zoogeografica importante, come termine d'area di specie orientali: analogamente sulla collina di Buttrio passa il limite occidentale della Hacquetia Epipactis, pianta della regione pontica. È un fatto che merita ulteriori ricerche.
Lasciando ciò che si riferisce alla distribuzione orizzontale, per riguardo a quella verticale diremo che la regione pedemontana ha molte specie d'insetti comuni con la pianura. Ne fanno fede, tra i lepidotteri: Papilio Podalirius L., P. Machaon L. (che sembra elevarsi più del precedente), Aporia crategi, varie Pieris, Colias Edusa Fabr., Polyommatus virgaureae L., Tecla rubi L., Lycaena Icarus Rott., alcune Vanessae (atalanta, antiopa, urticae). Invece Anthocharis cordamines L., Leucophasia sinapis L., Colias Hyale L., Rhodocera rhammi L., Polyommatus Phleas L., Erebia Medea W. V., Epinephele Janira L. si spingono alquanto al di sopra della regione pedemontana, la quale rispetto alla montana, non presenta neppure riguardo ai coleotteri, secondo il Gortani, nette differenze. I boschi sono poveri di coleotteri, le ricche associazioni di coleotteri floricoli della pianura si riscontrano anche nei prati secchi delle colline pedemontane, dove si notano quasi gli stessi neurotteri ed ortotteri: lo studio accurato della dott. Mei si riferisce tutto alle prealpi Giulie da Gorizia a Gemona, ma il numero delle località e delle specie non permette conclusioni di corologia altimetrica. Tra i fiori pratensi ronza una schiera svariatissima di insetti d'altri ordini, dei quali finora si sa assai poco: l'entomologia friulana, considerata non come un'arida ricerca fatta con criterî da raccoglitore di francobolli, ma intesa sotto il duplice aspetto corofenologico offre un campo interessantissimo quasi del tutto inesplorato.
La fauna pedemontana dei vertebrati oltre ai pesci ed anfibi già nominati, annovera alcuni rettili, dei quali si dirà più avanti, e parecchie specie di uccelli, sedentarie (come Accipiter nisus, Syrnium aluco, Corvus corone, cornix, frugilegus); estive (Coracias garrula, Oriolus galbula, Iynx torquilla, Silvia nisoria, Lanius rufus, Columba oenas, livia ecc.). Alcune altre come Garrulus glandarius, Picus major, Sitta europaea, Parus major, P. coeruleus, Turdus viscivorus, musicus, Fringilla coelebs, Ligurinus chloris; Hirundo rustica, Muscicapa grisola, Lanius collurio, Columba palumbus ecc. si trovano anche nella regione montana. Dei mammiferi si dirà complessivamente trattando di quest'ultima.
Zona montana. Mutamenti della fauna dovuti all'uomo.
Zona montana. Mutamenti della fauna dovuti all'uomo. La regione montana (degli altipiani), può ritenersi compresa fra i 500-600 m. e i 1500-1600 m. è fitogeograficamente distinta dall'associazione del faggio, ma può poco nettamente separarsi dalla regione inferiore: queste due zone sfumano l'una nell'altra, e i loro contrasti corologici si notano tra le quote estreme. I luoghi montani scoperti, come nella zona pedemontana, sono in gran parte dovuti al disboschimento, per il quale l'uomo ha in qualche luogo del tutto sostituito alle associazioni arboree le coltivazioni e i prati, alterando l'economia delle biocenosi originarie: così, ad esempio, dovette diminuire il numero degli uccelli silvicoli; e i gruppi biologici degli insetti pratensi dovettero estendersi grandemente. Inoltre l'uomo ha distrutto a poco a poco molte specie di vertebrati pericolose e dannose ed ha diminuito di assai la selvaggina, mentre ha introdotto specie domestiche, estranee alla fauna regionale.
Un'idea della vertebro-fauna originaria, molto più ricca dell'attuale, ci può essere data dai recenti reperti d'avanzi di mammiferi nelle grotte abitate dall'uomo neolitico, dove accanto a specie domestiche (cane, gatto, capra, pecora, bue, maiale) s'incontrano i resti di prodotti della caccia. Il cervo e il cinghiale della grotta Velika ci fanno pensare ad un paesaggio prealpino ben diverso dall'attuale; così ad un ammanto d'alto fusto sugli elevati dossi delle montagne, come a folte macchie scendenti a confondersi nelle distese paludose, alla periferia dei colli. Altri reperti delle grotte sono di specie ancor oggi viventi (lepre, ghiro) o divenute rare (gatto selvatico) o di recente scomparse (lupo). Gli avanzi dell'orso delle caverne (Ursus spelaeus Blum. et Ros. e U. minor) trovati nelle grotte di Viganti e S. Giovanni d'Antro, ci riconducono alle specie estinte, ancora poco note in Friuli. Meritano speciale menzione i resti di marmotta (Arctomys marmotta L.). secondo il prof. Gortani, di tipo antico: questa specie, se ancora esiste nelle nostre prealpi, deve trovarsi confinata nelle parti più elevate, come doveva esserlo già all'epoca neolitica, in seguito al definitivo ritiro dei ghiacciai che seguì quello dei limiti altimetrici della vita. Dell'attuale fauna mammalogica pedemontana e montana si conoscono le seguenti specie: Myoxus glis, Sciurus vulgaris, Lepus timidus, Mus amphibius, Mus musculus, Arvicola arvalis, Talpa europaea, Erinaceus europaeus, Sorex araneus, S. fodiens, Vespertilio noctula, murinus, Vesperugo serotinus, Plecotus auritus, Rhinolophus ferrum equinum, R. hipposideros; Meles taxus, Mustela martes, M. foina, M. vulgaris, M. putorius. Il vero gatto selvatico non è ancora scomparso dal Friuli: recentemente ne fu ucciso uno nei dintorni di Pontebba. La lontra (Lutra vulgaris) si trova lungo il Natisone e qua e là in tutta la regione prealpina e morenica. La lince e l'orso sono del tutto scomparsi come il lupo: questi carnivori delle Alpi, presenti in Europa ancor prima dell'epoca glaciale, giungevano un tempo sino alla regione dell'olivo: perseguitati dall'uomo, ne furono respinti nei recessi delle nostre valli e snidati infine anche da queste. E giacchè abbiamo incominciato dai mammiferi, continuiamo dicendo degli altri vertebrati della regione montana. Tra le specie di uccelli sedentarie nella regione montana citeremo Buteo vulgaris, Bubo maximus, Dryocopus martius, Troglidytes parvulus, Regulus flavicapillus e ignicapillus, Dandalus rubecola, Lullula arborea, Parus ater, P. cristatus. La maggior parte delle specie montane scende a svernare al piano, mentre altre specie sono soltanto estive e per la zona montana considerata e per l'intero Friuli. Tra queste menzioneremo: Phyllopneuste sibilatrix, Ph. trochilus, P. acredula, P. Borelli, Sylvia curruca, S. hortensis, Monticola cyanea, M. saxatilis, Arthus arboreus, Agrodroma campestris, Pyrgita petronia (sedent.?), Chrysomitris spinus, Serinus hortulanus: esse si spingono sino a circa 1000 m. di altezza.
Tra i sauri si annoverano: Lacerta viridis e Anguis fragilis in molte varietà di colorito, Zootoca vivipara che si spinge anche nella zona culminale, Podarcis muralis di cui sono notevoli le varietà dal ventre rosso, Zamenis viridiflavus, con la varietà carbonarius, si trova tanto nelle parti basse quanto nelle montane; così gli altri due serpenti innocui Coronella austriaca e Callopeltis Aesculapi. Ma il fatto senza dubbio più interessante nella corologia dei rettili è la presenza di tre serpenti velenosi: la vipera del M. Corno presso Purgessimo è Pelias berus; nel Cividalese si trova anche la Vipera aspis; la terza specie è così ben distinta da caratteri rilevati anche dai nomi volgari, che sembra impossibile sia stata confusa con le altre due: la Vipera ammodytes ha il capo nettamente cordiforme, con all'apice una verruca conica. L'esemplare che conservo al liceo di Rovigo proviene dal Monfalconese, ha il tronco superiormente marezzato di cinereo e bruno, inferiormente grigio acciaio, l'apice della coda rossastro: la striscia dorsale è fatta di macchie romboidali leggermente nere col margine fortemente segnato, oblique rispetto all'asse del corpo, tra loro parallele e unite dai vertici appuntiti. Degli anfibi anuri già presenti nella zona submontana alcuni si elevano alquanto nella regione montana come la Rana esculenta, superata però dalla Rana muta. Un notevole abbassamento ha il limite inferiore del Triton alpestris, la cui forma branchiata fu trovata dal Lazzarini presso Tarcento a circa 250 m. sul mare.
Quel fenomeno che alcuni autori hanno chiamato abbassamento dei limiti altimetrici nelle nostre prealpi è del resto, come s'è già detto, già da tempo dimostrato per le piante e recentemente constatato per i coleotteri, dei quali alcune specie (Harpalus luteicornis, Aphodius fossor, Geotrupes autumnalis, Athous aterrimus, Otiorrhyncus bisulcatus var. longicollis) alla stretta di Pradolino furono dal compianto ing. Luigi Gortani trovate più in basso del consueto. Analogamente si comportano le farfalle: Parnassius Apollo fu da me trovato in val del Torre, appena a 300 m. d'altezza, nell'agosto del 1892. Tra gl'invertebrati terrestri della regione montana è da ricordarsi la Clausilia ventricosa, mollusco caratteristico delle faggete. Alcuni ortotteri e rincoti, araneidi e falangidi potrebbero menzionarsi; ma qui non facciamo un catalogo; e in uno studio come questo è necessario lasciar da parte ciò che per ora non si presta a considerazioni corologiche.
Corsi d'acqua prealpini.
Corsi d'acqua prealpini. E veniamo alla stazione acquatica superficiale della regione montana: della sotterranea parleremo trattando della fauna oscuricola. Fatta eccezione delle pozze e bassure giacenti alla periferia dei colli, ancora poco note, e delle raccolte d'acqua artificiali, che suppliscono alla scarsità delle sorgenti e dei pozzi, le acque superficiali sono tutte correnti. Le acque fredde e calcaree dei rapidi e sassosi corsi superiori offriranno certamente allo specialista una messe ricchissima d'invertebrati: là sono da studiarsi i tipici rappresentanti delle forme torrenziali: larve d'insetti, idracnidi, crostacei e turbellari. Le sorgenti montane poi albergano molluschi (Bythinia Lacheineri ed altre) gammaridi ed entomostraci; meritano poi speciale attenzione le uscite a giorno dei ruscelli delle caverne.
I corsi d'acqua della regione prealpina, eccettuati alcuni brevi affluenti di sinistra del Tagliamento, sono tutti affluenti di destra dell'Isonzo: quantunque siano alimentati da una ricca ed ampia superficie imbrifera, la infiltrazione li esaurisce ben presto quando entrano nella ghiaiosa pianura pedemontana, nella quale gli ampi alvei, normalmente asciutti per parecchi chilometri, dopo le piogge e gli acquazzoni montani sono caricati da enormi masse d'acqua torbida ed effimera. A tali condizioni è da attribuirsi non solo la mancanza o rarità dei pesci migranti che pur si trovano nell'Isonzo e ne' suoi affluenti di sinistra, ma anche la esclusione di molte specie puramente fluviatili, generalmente comuni nell'Italia settentrionale. Le specie di pesci si riducono a 13: Anguilla vulgaris (assai rara, è l'unica migratrice), Salmo fario, Tinca vulgaris, Barbus plebeius, Alburnus alborella, Squalius cavedanus, Phoxinus laevis, Chondrostoma Genei, Cobitis barbatula, C. taenia, Cottus gobio, Gobius fluviatilis, Carassius auratus acclimato qua e là negli stagni. Tutte queste specie si trovano negli affluenti di sinistra o nell'Isonzo stesso che complessivamente ne alberga 43, delle quali quindi appena il 30,2 per cento si trova nel bacino di destra Torre-Natisone. La forma fluviale della trota se non manca nelle parti basse, caratterizza però le parti più elevate dei bacini idrografici; anche il Phoxinus si spinge talora molto in alto si trova nelle sorgenti e ne' ruscelli montani e subalpini, come pure nel laghetto inferiore del monte Krn (m. 1383). Il barbo è invece più proprio delle parti meno elevate del corso del Natisone. Questi fatti accennano chiaramente alla legge ittiocorologica del von der Borne, già riscontrata per molti fiumi delle Alpi. Ma un fatto ben più importante è quello della stretta somiglianza che presenta la fauna ittiologica del bacino dell'Isonzo con l'attiguo della Sava. Se si prescinde dalle specie migranti dell'Adriatico e del Mar Nero, naturalmente diverse, e si considerano attentamente le altre, si trova che a molte specie proprie di un bacino corrispondono delle affinissime nell'altro, dello stesso genere. Tale è il caso di alcuni ciprinidi, che anzi dai moderni non si considerano più come specie distinte. Da tali fatti il Glowacki conclude che le due faune debbano avere un'origine comune: esclude in generale la possibilità di una migrazione e crede che l'affinità stretta delle due faune non possa spiegarsi se non in base ai risultati paleogeografici e paleontologici. Verso la metà dell'èra terziaria, l'Europa era un arcipelago di grandi e piccole isole separate da bracci di mare. Una parte dell'ittiofauna d'acqua dolce di allora, proveniva da un'età più antica (cretaceo, eocene), un'altra invece apparve nel miocene e si distinse in una serie multiforme: nell'insieme la ittiofauna terziaria dell'Europa era essenzialmente simile all'attuale e i bracci di mare facilitarono la sua dispersione da isola a isola. Verso la fine del terziario si compì il lavoro delle forze che eressero la chiostra alpina, determinando la principale linea di spartiacque dell'Europa centrale e separando l'ittiofauna d'acqua dolce mediterranea da quella pontica, l'una e l'altra più antiche dei rispettivi bacini idrografici. A simili conclusioni si giunse con lo studio della fauna dei molluschi, dei quali molte specie comuni ai due versanti delle Alpi Orientali hanno una distribuzione più antica del corrugamento alpino.
Zona culminale.
Zona culminale. La zona superiore ai 1700 metri forma delle aree disgiunte comprendenti le parti cacuminali delle catene Plauris-Musi-Tasajaur; Gran Monte-M. Maggiore; M. Ciampon; M. Matajur. Questa zona culminale è fitogeograficamente distinta dai pini mughi, dai rododendri e dai ginepri nani, corrisponde cioè alla regione botanica degli arbusti alpini o «subalpina», dove si fa già sentire l'influenza del clima delle zone elevate. Il livello infatti delle massime condensazioni rimane certo al di sotto delle zone culminali, dove appaiono i consorzî di xerofite. La siccità delle parti elevate dei monti, per la quale (congiunta alle oscillazioni termiche) queste presentano riscontri con la steppa, è un fattore geobiologico tutt'altro che trascurabile; diminuzione rapida delle precipitazioni oltre una certa altezza, diminuzione della pressione atmosferica, diminuzione della temperatura, variabile con lo stato igrometrico e la nebulosità, aumento delle differenze termiche fra il giorno e la notte, fra i luoghi a bacío e a solatío: tali i caratteri del clima culminale, i quali si estrinsecano nella fisionomia spiccata della fauna, che per certi riguardi richiama quella polare, per altri quella insulare: ma l'azione singola dei detti fattori climatici sugli animali, complicata dalle condizioni di alimentazione e da quelle topografiche fisiche e chimiche del suolo, è quasi del tutto sconosciuta per la difficoltà o l'impossibilità di studiarne separatamente gli effetti. Nelle parti cacuminali può vivere l'ovovivipara Salamandra atra; priva di ogni legame con le raccolte d'acqua ove si sviluppano i suoi affini, s'incontra nei giorni piovosi qua e là sulle creste, verso i 1800 metri. Nelle pozze dovute a qualche sorgente o all'arte s'incontrano il tritone alpestre e l'ululone, il quale ultimo con la Rana muta rappresenta in questa zona gli anfibi anuri. L'avifauna, secondo le particolari informazioni favoritemi dal distinto ornitologo signor G. Vallon, annovera: Gyps fulvus (raro), Aquila crysaëtos (rara), Pyrrhocorax alpinus, P. graculus, Corvus corax, Tichodroma muraria, Accentor alpinus, Merula torquata, Anthus aquaticus, A. pratensis, Montifringilla nivalis, Lagopus alpinus (quasi completamente candido d'inverno), Perdix saxatilis. Queste specie sono sedentarie per il Friuli; ma relativamente alla zona cacuminale non tutte, nè in tutti gl'inverni. Così alla fine d'ottobre del 1908 mi consta che un grifone (Gyps fulvus) fu catturato in basso, a Torreano di Cividale; il corvo e la ticodroma citati scendono anche molto in basso negl'inverni rigidi; i due gallinacei si abbassano negl'inverni nevosi; i due Anthus vanno in gran numero a svernare nella regione litoranea. Le specie estive della zona superiore ai mille metri sono, secondo il Vallon, Cypselus melba, Hirundo rupestris, Ruticilla titis, Pratincola rubetra, Saxicola Oenanthe, Linaria rufescens, Pyrrhula europaea, Eudromias morinellus.
Tra i mammiferi d'alta montagna è accertata la presenza del camoscio Rupicapra europaea, del capriolo, Cervus capreolus, della lepre alpina, Lepus variabilis, dell'ermellino Foetorius Erminea: i due ultimi presentano il cosidetto albinismo di stagione.
Pochissimo conosciuti sono invece gli artropodi delle zone elevate, mentre meriterebbero serio studio per la grande quantità di questioni biologiche e geografiche che essi presentano. Le farfalle, perchè facilmente richiamano anche l'attenzione dei profani, sono particolarmente raccomandabili agli alpinisti ed ai dilettanti: esistono forme a colori scuri (melanotiche) tra i nostri lepidotteri d'alta montagna? P. es. la fauna dei Pirenei, secondo Harcourt-Bath, è priva di forme melanotiche, mentre in altre montagne europee sono state segnalate interessanti varietà dai colori scuri. Le tinte scure degli insetti d'alta montagna non sembrano costituire quella regola generale che Heer ammetteva: così i rincoti (Gerris) dei nostri laghetti e delle pozze d'alta montagna hanno tinte relativamente chiare, mentre i colori scuri si riscontrano frequentemente nei coleotteri.
Anche i molluschi terrestri delle cime prealpine sono poco conosciuti; il Pirona però ha segnalato, come propria delle elevate cime calcaree, la Helix (Campylaea) phalerata Ziegl., la quale specie, certamente non artica, secondo la verosimile spiegazione del Kobelt, deve considerarsi come uno di quei relitti glaciali che, derivati da specie preesistenti adattatesi al freddo, seguirono poi il regresso dei ghiacciai, sopravvivendo nelle nostre disgiunte aree culminali al definitivo mutamento climatico.
Le caverne e le acque freatiche.
Le caverne e le acque freatiche. Un cenno a parte, come ben distinta è la natura dell'ambiente, deve farsi della fauna oscuricola, cioè delle caverne e delle acque freatiche: in queste ultime è notevole un crostaceo cieco, Niphargus dolenianensis, del pozzo co: Trento di Dolegnano, recentemente trovato anche nel Covolo della Guerra (Euganei)[70]. Crostacei ciechi (troglobii) si trovano anche nelle numerose caverne delle Prealpi Giulie: alcuni, molto piccoli, del gruppo degli oniscidi, appartengono certamente al genere Trichoniscus e si trovano nelle grotte di Villanova, Robie, Ciastita e Clenia. La specie acquatica più interessante è quella descritta dal dottor G. Feruglio, e dall'Alzona prima e dal Racovitza poi, riferita al genere Monolistra. Sono poi di grande importanza le scoperte malacologiche fatte dal dott. Pollonera nelle posature (in friulano menadizzis) del Natisone; Zospeum isselianum, Z. Tellinii, Z. venetum, Z. lyratum, provengono indubbiamente dagli scoli delle grotte dell'alta valle del Natisone: tale genere di molluschi veniva, su materiale friulano, per la prima volta segnalato in Italia; anche la Paulia? Tellinii, interessante conchiglietta descritta dal Pollonera, tra quelle raccolte dal Tellini nelle posature del Natisone, deve provenire da caverne che hanno sbocco nella valle. Cinque specie di aracnidi furono segnalate nelle nostre grotte: in quella delle Agane (Prestento): Meta Merianae, M. Menardi che con Pholcus phalangioides si trova anche nella grotta di S. Giovanni d'Antro; Tegenaria campestris e Nesticus cellulanus nella cavità del M. Roba presso S. Pietro al Natisone; a queste aggiungasi Pholcus opilionoides della grotta di Villanova, determinato dal mio Maestro Giovanni Canestrini: occorre ricercare le specie scolorate e cieche, molto modificate, che numerose nella vicina Carniola, dovrebbero essere bene rappresentate anche nelle nostre grotte. Ospiti accidentali o abituali delle caverne sono alcune specie di chirotteri, sovente aggrediti da un parassita (Nycteribia), moltissime di insetti (ditteri, stafilini); sono costanti due specie di ortotteri: Troglophilus cavicola e Tr. neglectus, che trovansi anche nelle caverne del Carso, ove sostituiscono le dolicopode dell'Europa occidentale. Ma non sarebbe il caso di istituire confronti per ricercare i caratteri della nostra fauna cavernicola, sia rispetto a quella superficiale della regione, sia a quella del Carso e della Francia, che sono le più studiate del continente europeo. La contiguità geografica e la comunanza della storia geologica facevano a priori pensare all'affinità della fauna delle nostre grotte con quella, assai ricca, del vicino Carso. Di tale affinità si hanno già alcuni importanti indizii; ma i dati raccolti sono ancora troppo pochi, e non consentono alcuna sintesi. Conosciute le condizioni topografiche e fisiche delle nostre grotte, può ora inoltrarsi in esse lo specialista, cui attendono certamente molte gradite sorprese. E queste non mancheranno neppure a coloro che vorranno dedicarsi ad una metodica esplorazione della fauna superficiale, per una compiuta illustrazione zoogeografica di queste prealpi.
VII.
GLI ABITANTI
IL LORO NUMERO E LA LORO DISTRIBUZIONE
Cenni di FRANCESCO MUSONI.
I più vecchi dati statistici relativi alla popolazione del nostro territorio
I più vecchi dati statistici relativi alla popolazione del nostro territorio[71]. Riassumere la storia del movimento demografico della regione da noi considerata, non è cosa facile, perchè le più antiche notizie che abbiamo sull'argomento sono o incomplete o di dubbia fede; e quando incominciano ad essere attendibili, si riferiscono sempre a circoscrizioni ecclesiastiche od amministrative che non corrispondono alle odierne, come quelle che furono più volte mutate e rimaneggiate.
Il primo computo di tutta la popolazione delle città e terre della Repubblica Veneta fu quello ordinato nel 1548 dal Provveditore generale Stefano Tiepolo che ci diede pel Friuli d'allora ab. 182,744[72]; mentre un'altra numerazione fatta pochi anni dopo, cioè nel 1557, ce ne diede 157,030[73]. Senonchè è da notare che, specialmente in quest'ultima cifra, non tutti i paesi facenti parte della Patria erano compresi, per cui il Beloch giustamente argomenta doversi le medesime portare a 210,000 pel 1548 ed a 230,000 pel 1557[74].
Ma se dai menzionati documenti possiamo dedurre la popolazione di tutto il Friuli e da alcuni altri anche quella di singoli paesi o villaggi, tuttavia per esser questi raggruppati insieme secondo le giurisdizioni feudali da cui dipendevano, estendentisi spesso con molta irregolarità a varie parti della Provincia, nessuna cifra esatta possiamo ricavarne relativamente all'intera plaga da noi considerata. Limitandoci perciò a riportare alcuni dati, riferentisi alle terre più grosse ed illustri, diremo che Gemona nel 1548 contava 614 uomini da fatti e 2080 inutili; Fagagna rispettivamente 269 e 684; Tricesimo 109 e 310 e, colle ville sotto la sua giurisdizione, 1811 e 5529; Tarcento, colle terre che ne dipendevano, 539 e 2867; Venzone, con giurisdizione su Bordano, Pioverno, Portis, Interneppo, 330 e 1530; infine Cividale contava complessivamente 2903 ab. in città, e in tutto il territorio 15815 nel 1548 e 16035 nel 1557[75].
Molte delle suddette cifre appaiono notevolmente più basse riferite all'anno 1557[76]. Per capirne la ragione convien notare che nella seconda metà del secolo XVI vi fu in Friuli, un decrescimento generale della popolazione tanto che il Luogotenente Stefano Viaro nel 1559 ebbe a scrivere che la medesima era discesa a 97,000[77]. Certamente il fenomeno va attribuito alle tristissime condizioni in cui versava la Patria in quell'epoca secondo la testimonianza di tutti i Luogotenenti, che ne attribuiscono la causa alle prepotenze, alle usurpazioni, alle angherie d'ogni specie da parte dei signorotti feudali; alle continue lotte sui confini, male stabiliti, tra i nostri e gli Imperiali, con relativi incendi di boschi e furti di bestiame; da ultimo alle frequenti inondazioni, carestie e pestilenze[78].
Nel 1559 Cividale col suo territorio fu separata dalla rimanente provincia ottenendo propri Provveditori, che dipendevano direttamente dal Governo centrale. Esistono molte relazioni di questi funzionari che contengono interessanti notizie d'ogni specie: storiche, geografiche, economiche, militari; e vi sono anche notizie relative al numero degli abitanti le quali però spesso presentano sensibili differenze tra loro, tanto da sembrare quasi contradditorie e fanno pensare o a reali oscillazioni nel numero degli abitanti stessi o ad errori di calcoli, i quali certamente non dovevano essere fatti con soverchia meticolosità[79].
Così la relazione di Francesco Soranzo nel 1583 ci dà la cifra di 17.000 anime per tutto il territorio e il corpo della città. Vincenzo Bollani nel 1588 calcolava 3300 ab. in città, 3904 nelle contrade di Antro e di Merso, comprendenti 72 villette di poca importanza che formavano insieme 33 comuni; più altri 2569 ab. di lingua slava divisi fra 30 villette pure nei monti e 6 nel piano; da ultimo 32 ville non slave nel piano con 29 comuni e 6985 anime: complessivamente, in tutto il territorio, ville 135, comuni 80, anime 13,458. Il Bollani osserva che la regione era scarsamente abitata e povera e ne attribuisce la colpa alla dappocaggine degli abitanti che coi molti pascoli e luoghi incolti avrebbero potuto allevare gran copia di bestiame, mentre non ne possedevano che pochissimo e nemmeno di biade producevano a sufficienza; solo il vino era un raccolto importante e quando veniva esportato in Austria per la strada del Pulfero rendeva un dazio annuo di 2000 ducati.
Domenico Bon nel 1595 calcolava che tra città e territorio gli abitanti fossero 14000, dei quali appena 2700 nella «Schiavonia». Alvise Marcello in una sua prima relazione del 1592 scrisse che nella città grande di circuito si trovavano non più di 2800 anime, pochissimi negozi e molta miseria; e in una seconda relazione del 1599 ne assegnava 12,000 a tutto il territorio, dei quali 3400 appartenenti alla Schiavonia, comprendente 100 villaggi e ricca, come oggi, di bestiame, latticini, formaggi, castagne, frutta, noci. Francesco Boldù nel 1602 ci dà 3000 ab. per la città e 11000 pel territorio. Tre anni dopo Tomaso Lipomano riportava a 12000 quelli del territorio; ma nel 1607 Francesco Valier, in base all'ultima descrittione, li riduceva a 8000, 3000 essendo quelli della città; e Lorenzo Longo nel 1609 a 7000! Quest'ultimo si dice stupefatto di vedere che «sendo il territorio amplissimo et fertilissimo di biave, vini et pascoli, siano quei contadini et per numero si pochi et per povertà si miserabili che si posson dire la miseria stessa»; e anch'egli ne attribuisce la colpa alle estorsioni esercitate dai padroni, oltrecchè al malo modo con cui era amministrata la giustizia civile e penale, per cui intere famiglie erano costrette ad emigrare trasferendosi nei luoghi soggetti agli arciduchi d'Austria. Tutti i provveditori poi sono unanimi nel deplorare le continue discordie tra popolani e nobili in Cividale città, causa anche questa non ultima della poca floridezza economica della stessa.
Senonchè già un anno dopo del Longo, Andrea Pisani faceva risalire a 4000 gli abitanti di essa e ad 11,000 quelli del territorio; e nel 1615 Giovanni Soranzo ci dava rispettivamente le cifre di 4000 e 16,000. Esse rappresentano un considerevole aumento sulle precedenti; tutte però, qualunque valore possano avere, date le oscillazioni e contraddizioni che presentano, sono sempre basse e indicano che la popolazione dei nostri paesi non andava affatto aumentando, se pure non era in diminuzione. Il Pisani, il Querini, il Soranzo affermano come una delle principali cause della decadenza del Cividalese in quest'epoca fosse stata la chiusura per parte del Governo della Serenissima della strada del Pulfero al commercio del ferro che già scendeva di qui dalla Carinzia proseguendo fino a Marano e quindi per mare fino a Venezia. In città erano stati già 2000 operai addetti alla lavorazione di detto minerale e molte botteghe; i carri adibiti al trasporto di esso, facendo poi ritorno in Carinzia, vi esportavano il nostro vino che in seguito rimase invenduto e vennero a mancare i lauti dazi di confine, come vennero a mancare i guadagni di molti campagnoli che in detto commercio trovavano occupazione coi loro carri ed animali. La Repubblica chiuse la strada del Pulfero perchè vi si esercitava il contrabbando, sostituendo ad essa quella della Pontebba, che per Venzone e Gemona conduceva a Portogruaro. Cividale non risorse più, mentre assai guadagnò e crebbe rapidamente di case e di popolazione Gorizia, dopo che gli Austriaci, cogliendo il destro che loro si offriva, resero ruotabile la strada di Caporetto, Ronzina per Gorizia e S. Giovanni di Duino; strada per la quale cominciò presto a discendere anche il ferro di Carinzia ed a risalire il vino del contado goriziano, sostituendosi a quello del cividalese. I Provveditori furono unanimi nel reclamare dalla Serenissima, allo scopo di togliere il malessere economico onde era travagliato il territorio, il ripristino del commercio del ferro per la via del Pulfero, chiusa del resto inutilmente in quanto che il contrabbando, che aveva fornito il pretesto al divieto, veniva egualmente esercitato per la nuova via di Gorizia[80].
Il numero di abitanti nel 1766.
Il numero di abitanti nel 1766. Per le altre parti della zona da noi considerata troviamo notizie nelle relazioni dei Luogotenenti della Patria; senonchè i dati statistici in esse contenuti, che vanno dalle dianzi ricordate cifre del 1548 e 1557 fino al 1626, non riguardano speciali luoghi, ma sempre si riferiscono più o meno all'intera provincia. Notizie particolareggiate sicure si cominciano ad avere appena nel 1766, quando la Serenissima compilò per la prima volta le anagrafi di tutti i suoi dominî[81].
Ma quella più antica regolare e metodica numerazione aveva a base le parrocchie di allora a cui non sempre corrispondono le odierne. Ve n'è parecchie che nel 1766 non esistevano, istituite in séguito per frazionamento delle già esistenti; esempi: Billerio, Magnano, Sedilis, Portis, Segnacco, S. Maria di Rosazzo; altre si estendevano oltre gli attuali confini politici del Regno a paesi che più tardi vennero aggregati alla diocesi di Gorizia: così Nimis comprendeva Bergogna; Attimis Long; Prepotto Collobrida, Mernicco, Scriò, Vercoglia, Sinicco: viceversa parecchie cappellanie, dipendenti da parrocchie d'oltre confine, oggi fanno parte di parrocchie site di qua del medesimo; esempi: Mediuzza, già sotto Chiopris austriaco ora sotto S. Giovanni di Manzano; S. Andrat, Vicinale e Villanova, già sotto Brazzano, ora le due prime passate a Corno di Rosazzo, l'ultima a S. Giovanni di Manzano. Inoltre non sempre le parrocchie sono comprese entro i confini amministrativi di un solo distretto, esempi: Attimis e Nimis che sono in parte sotto Cividale e in parte sotto Tarcento; Artegna sotto Tarcento e Gemona: anzi talune volte invadono i territori di distretti che escono dalla stessa zona da noi considerata; esempi: S. Giovanni di Manzano che con Manzinello; S. Margherita di Gruagno con Ceresetto e Torreano; Cicconicco con Plasencis penetrano in quel di Udine: Cavazzo Carnico che in parte è sotto Tolmezzo e in parte con Bordano e Interneppo sotto Gemona. Si badi che le anagrafi della Repubblica veneta non dànno la popolazione distinta per villaggi e comuni o cappellanie, che è lo stesso, ma raggruppati per parrocchie e si comprenderà la difficoltà di stabilire quanta parte di essa fosse in ciascuno dei territori corrispondenti agli odierni distretti[82]. Ciò io ho cercato di fare con una serie di trasposizioni, sottrazioni ed aggiunte, applicando alle singole cifre riduzioni corrispondenti all'aumento percentuale della popolazione dal 1766 ad oggi nei vari luoghi, lavoro che mi diede i seguenti risultati:
| DISTRETTI | Popolazione nel 1766 | Popolazione nel 1901 |
| Cividale | 25,995 | 44,745 |
| S. Pietro al Natisone | 9,645 | 15,699 |
| Tarcento | 13,044 | 33,653 |
| Gemona | 14,638 | 35,374 |
| S. Daniele | 19,599 | 38,452 |
| TOTALE | 82,921 | 167,923 |
L'aumento complessivo fino ai nostri giorni (ultimo censimento) fu di 102,36%, ossia di 0,75% l'anno: massimo nel distretto di Tarcento (157,99%), minimo in quello di S. Pietro (62,66%). Che se badiamo alla popolazione delle singole parrocchie, troviamo spesso dati addirittura sorprendenti. Così, per citare alcuni esempi, quella di S. Lorenzo di Buia da 2700 è salita a 10,000; Venzone-Portis da 1339 a 5305; Susans da 844 a 3144; Cassacco da 880 a 3226; tutte con popolazione quasi quadruplicata. Sembra poi incomprensibile come la parrocchia dei SS. Gervasio e Protasio di Nimis da 991 sia aumentata a 8574, secondo il computo ecclesiastico del 1907, pur comprendendo in passato oltre le attuali cappellanie, quelle di S. Elena di Grivò, ora sotto Faedis, e di Bergogna, ora parrocchia austriaca a sè[83].
L'aumento della popolazione nell'ultimo secolo.
L'aumento della popolazione nell'ultimo secolo. Nel 1802 il governo austriaco compilava anch'esso un computo anagrafico redatto col precedente sistema veneto: ma la popolazione vi è raggruppata per giurisdizioni feudali non coincidenti con alcuna circoscrizione o ecclesiastica o amministrativa d'altra specie. A Cividale città vi sono attribuiti appena 2846 abitanti; 5890 alla convalle d'Antro, 6187 a quella di Merso, compresi i villaggi dell'odierno comune di Luicco che ne contava 600; complessivamente ab. 11477 entro i confini dell'attuale distretto di S. Pietro. Altri 1938 ab. formavano la popolazione del distretto dei Roiali comprendente gli odierni comuni di Torreano e Prestento; e 1318 il distretto del Bassopiano. Quanto ai centri maggiori, Gemona coi borghi contava ab. 4685; S. Daniele e borghi 635, Artegna 2013, Tarcento 1982, Tricesimo 832, S. Pietro al Natisone, detto allora degli Schiavi, 258[84].
Durante il breve periodo napoleonico (1806-1814) la nostra regione faceva parte del Dipartimento di Passeriano, diviso in Cantoni, dei quali Cividale, S. Pietro degli Slavi e Faedis costituivano il distretto del Natisone; Gemona, Tricesimo e S. Daniele facevano parte di quello di Udine. Essi nel 1810 avevano la seguente popolazione:
| Cividale | ab. | 21,951 |
| S. Pietro | » | 13,044 |
| Tricesimo | » | 13,191 |
| Gemona | » | 23,984 |
| S. Daniele | » | 8,766 |
| Faedis | » | 8,663 |
| Totale | ab. | 89,599 |
Si noti però che i cantoni napoleonici non coincidevano se non in parte coi successivi distretti austriaci, sebbene abbiano fornito ad essi la base, e nemmeno con quelli d'oggi. Faedis, per esempio, abbracciava Bergogna e Robedis-ce, più tardi passati all'Austria; Cividale comprendeva Starasella, Patocco, Creda, Boreana, Dolegna, pure appartenenti all'Austria, inoltre i paesi sulla destra del Natisone, oggi dipendenti da S. Pietro, il quale a sua volta si estendeva fino a Luicco e Ravne, oggi austriaci; Gemona abbracciava buona parte del distretto, allora cantone, di Tricesimo, oggi Tarcento, il quale a sua volta aveva parte del suo territorio nell'odierno distretto di Udine[85].
Ed ecco ora la popolazione durante i primi anni del dominio austriaco, rinnovellato nel 1814, secondo il compartimento territoriale promulgato dall'i. r. Governo di Venezia il 30 novembre 1815 ed entrato in vigore il 1º gennaio dell'anno successivo, aggiuntivi gli abitanti nel 1821: S. Daniele ab. 19,542; Gemona 16,853; Tricesimo 11,497; Faedis 9,545; Cividale 19,546; S. Pietro 10,450[86]; totale: 87,433.
Il territorio di questi sei distretti — come pure, presso a poco, di quello degli odierni comuni che da quell'epoca ripetono le loro origini — corrisponde a quello dei cinque distretti da noi considerati in seguito al distacco che venne fatto dal regno Lombardo-Veneto dei più sopra menzionati paesi (Bergogna, Starasella, ecc.) assegnati definitivamente all'Austria, notando inoltre che il distretto di Faedis veniva più tardi conglobato in quello di Cividale, tranne i comuni di Platischis e di Nimis i quali furono uniti a quello che poi in luogo di Tricesimo diventò, come dicemmo, Tarcento; e che di due comuni, pur rimasti nell'ambito del medesimo distretto, il primo cambiò il nome di Collalto in quello di Segnacco, il secondo, cioè Castelmonte, si fuse con Prepotto: perciò i calcoli anagrafici successivi a quello del 1821 cominciano ad essere suscettibili di confronti fra loro per l'intera nostra regione.
Comunque, la sensibile diminuzione delle cifre relative al 1821, rispetto a quelle più sopra ricordate del 1810, dipende non tanto dagli avvenuti restringimenti territoriali, quanto da una reale diminuzione degli abitanti di tutta la provincia causa la carestia onde fu afflitta durante gli anni 1816 e 1817[87] e la conseguente epidemia cui diede luogo. Infatti mentre il numero dei medesimi nel 1815 raggiungeva i 335,623 nei limiti del Friuli odierno, lo troviamo ridotto a 323,861 nel 1818, e nel 1823 non era ancora superiore a 327,497[88]. E nella nostra regione la popolazione del distretto di S. Pietro, come vedemmo più sopra, già nel 1802 aveva raggiunto gli 11,477, mentre ora la vediamo ridotta a 10,450.
Altri due compartimenti territoriali colle relative popolazioni vennero pubblicati nel 1839 e nel 1846. Eccone il prospetto:
| 1839 | 1846 | |||
| Cividale | ab. | 23,652 | ab. | 24,525 |
| S. Pietro | » | 13,497 | » | 13,658 |
| Faedis | » | 13,667 | » | 13,992 |
| Gemona | » | 21,383 | » | 22,245 |
| Tricesimo | » | 15,074 | » | 15,251 |
| S. Daniele | » | 23.876 | » | 24,318 |
| Totale | ab. | 111,249 | ab. | 113,989 |
In 32 anni di dominio austriaco l'aumento complessivo era stato di 26,556, ossia di circa 30%, e di quasi 1% all'anno. Fino a quest'epoca però in Austria i calcoli della popolazione erano fatti dall'Ufficio statistico e topografico di Vienna in base a dati forniti dai parroci e i quali venivano manipolati separatamente e se ne lasciava trapelare solo quanto era giudicato non pericoloso. Fu solo nel 1859 che, rompendola colle troppo prudenti tradizioni del passato, fu dato luogo alla prima seria numerazione da parte di quel Governo: numerazione statistica cui seguirono poi i censimenti italiani del 1871, 1881 e 1901. Eccone i risultati:
| 1857 | 1871 | 1881 | 1901 | |
| Cividale | 36,571 | 38,591 | 38,637 | 44,745 |
| S. Pietro | 13,892 | 14,051 | 14,239 | 15,699 |
| Tarcento | 20,248 | 25,776 | 27,678 | 33,653 |
| Gemona | 24,344 | 27,972 | 28,886 | 35,374 |
| S. Daniele | 25,205 | 28,668 | 31,013 | 38,452 |
| Totale | 120,260 | 135,058 | 140,453 | 167,923 |
Lo straordinario aumento del distretto di Cividale nel 1857 rispetto al 1846 dipese dall'annessione surricordata al medesimo della maggior parte del distretto di Faedis; quello più che normale di Tarcento dalla pur accennata annessione al medesimo dei due comuni di Nimis e di Platischis.