IL FANTASMA DI CANTERVILLE
E IL DELITTO DI LORD SAVILE


OSCAR WILDE

Il fantasma di Canterville
e il delitto di Lord Savile

Prima versione italiana di G. Vannicola.
con disegni di G. Mazzoni.


Seconda Edizione.


A. F. FORMIGGINI EDITORE IN ROMA


LA PROPRIETÀ LETTERARIA E ARTISTICA

degli ornamenti, delle versioni originali e delle note critiche pubblicate in questa collezione

SPETTA ESCLUSIVAMENTE ALL'EDITORE

il quale, adempiuti i suoi obblighi verso la Legge e verso gli Autori eserciterà i suoi diritti contro chiunque e dovunque.

Copyright 1920: by A. F. Formiggini, Rome.



[INDICE]


INTRODUZIONE

Non rifarò la biografia d'Oscar Wilde, ormai cosa pubblica, ahimè, troppo pubblica. Più che per la grandezza e la decadenza della sua vita, più che per la stessa sua opera, Wilde interessa sopratutto per il particolare significato che possiamo trarre dalla sua personalità d'eccezione.

«Io non rimpiango — scrive egli nel De profundis, che è il migliore commento alla tragedia della sua vita — io non rimpiango un solo istante di aver vissuto per il piacere. Io feci questo appieno, come si dovrebbe fare ogni cosa che si fa. Non ci fu piacere che io non sperimentassi; io gettai la perla della mia anima in una coppa di vino; io scesi pel sentiero fiorito di margherite al suono dei flauti; io vissi di favi di miele. Ma continuare la stessa vita sarebbe stato un errore, perchè sarebbe stata una limitazione. Io dovevo andare innanzi: l'altra metà del giardino aveva anche i suoi segreti per me».

E aggiunge, nel suo orgoglio di scrittore che vive, pur nel carcere da cui scriveva, la sua vita letteraria con profonda coscienza: «Naturalmente, tutto ciò è adombrato e prefigurato nei miei libri.».

Nè avrebbe potuto essere altrimenti. In ogni singolo istante della propria vita, si è quello che si sarà non meno di quello che si è stati. L'arte è un simbolo, perchè l'uomo è un simbolo.

«Io non rimpiango un solo istante di aver vissuto per il piacere!»

Non i piaceri, il Piacere. Il Piacere, per quanto raro, è un fatto: i piaceri, quantunque abbondanti e comuni, sono una ricerca e quasi sempre vana.

Quando si riesce ad opporre al gigante Tædium l'esercito dei nani piaceri, il gigante soffoca i nani con qualche gesto, e riprende la sua posa stanca.

I moralisti non concepiscono la parola «Piacere» se non come un richiamo agli appetiti più umili. Esaltano le idee di dovere, di solidarietà, di sacrificio, mai l'idea di godere, di fare della vita una luce, un infinito, un piacere. Secondo le loro abitudini spirituali, un'idea simile è un'idea che offende e degrada. Una filosofia del piacere! Ma significa mancare d'ideale.

Rispondiamo senza timore: il piacere può benissimo essere un ideale e molto favorevole allo sviluppo e alla grandezza dell'umanità.

Dal Cristianesimo in quà gli uomini non si sono occupati del piacere se non per condannarlo, e gli stessi poeti, così eloquenti sul dolore, hanno trattato il piacere con un certo disdegno. In questi ultimi anni, veramente, è avvenuta una reazione in favore della vita, e la gioia è stata cantata con fervore religioso, troppo religioso forse, ma non con tale famigliarità da far dimenticare la malinconia baudelairiana:

Sois sage ô ma douleur et tiens toi plus tranquille.

Il dolore ha sempre ispirato poeti, moralisti, filosofi, e fatto dire, ahimè, molte sciocchezze. La filosofia del piacere è ancora da farsi. Ma il numero degli uomini che comprendono che il piacere è il migliore impiego della vita, è molto aumentato. L'assurda metafisica tedesca, la secca nozione del dovere astratto secondo Kant, ha fatto il suo tempo. Si comincia a comprendere che il primo dovere dell'uomo è di godere. Se no, perchè vivere? «Il mio dovere, diceva Wilde, è di terribilmente godere».

E godette terribilmente, con passione, con violenza, quasi con delirio. Ogni istante di vita era per lui un'offerta degli Dei. Non si può immaginare nulla di più pagano, di più anticristiano. Riempì di lirismo la sua vita fino all'orlo, come si riempie fino all'orlo una coppa di vino.

Aveva il genio, un nome illustre, un'alta posizione sociale. Pareva vivere con lo spirito di Apollo in una intimità profonda e irradiata. Aveva fatto dell'arte una filosofia, e della filosofia un'arte. I suoi scritti insegnavano un modo di pensare che stupiva, seduceva, incantava, dando alle cose altri colori ed altri profumi, avviluppandole di una veste di bellezza, mettendo una rosa ad ogni chiave della viola e ad ogni corda un colore dell'iride.

Dava alla verità ora il vero e ora il mendace come imperi legittimi, mostrando che il vero e il mendace sono semplici modi d'esistenza intellettuale. Faceva della poesia una realtà suprema, della sua vita una realizzazione poetica verso cui convergevano, come per incantesimo, tutti i raggi della gloria mondana... Era deliziosamente chino verso il sorriso. Salice e acqua insieme, un'acqua che diceva: «Ascoltatemi, ascoltatemi!» e poi se n'andava, con un piccolo fremito, a fare dei glu glu di narghilè in una qualche ironica Mongolia.

Favoleggiava:

«C'era una volta un uomo che la gente del villaggio amava, perchè contava storie. Tutte le mattine egli usciva dal villaggio, e quando vi rientrava alla sera, tutti i lavoratori del villaggio, dopo aver travagliato tutto il giorno, gli si adunavano intorno e dicevano: «Via! racconta: Che hai tu veduto oggi?». Egli raccontava: Ho veduto nella foresta un fauno che suonava il flauto, e faceva ballare una corona di piccoli silvani. — Racconta ancora. Che hai tu veduto? dicevano gli uomini. — Quando sono arrivato sulla spiaggia del mare ho veduto tre sirene a fior delle onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro verdi capelli. — E gli uomini lo amavano perchè contava storie.

Una mattina egli abbandonò come tutte le mattine il suo villaggio. Ma quando arrivò alla spiaggia del mare, ecco che egli scorge tre sirene a fior delle onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro capelli verdi. E continuando la sua passeggiata, egli vide, giunto presso il bosco, un fauno che suonava il flauto a una corona di silvani...

Quella sera, quando egli rientrò nel suo villaggio e gli domandarono come le altre sere: Via! racconta: che hai tu veduto? egli rispose: Non ho veduto nulla».

Nell'atteggiamento di Oscar Wilde non si suole vedere generalmente che un esasperato bisogno di stupire, d'irritare la curiosità del pubblico. Egli stesso, conveniamone, invitava ad un giudizio così superficiale, grazie alle spumeggianti qualità del suo spirito aristocratico, tutto trine e gioielleria. Ma dietro il brillante fantasma del dandy, dietro il gentleman prezioso, estremo, superlativo, ecco apparire il vero personaggio di Wilde, il fascinante favoleggiatore, il prestigioso datore di estasi, il Bugiardo, com'egli dice, il cui scopo è di sedurre e d'incantare. Ed ecco che sotto il suo alito musicale l'albero di Delfi rinfiora, e nella foresta si solleva il vento delle danze silvane, e a fior delle onde appaiono le sirene...

«E la Società non sarà sola a bene accoglierlo, dice Wilde raccogliendo in qualche parola l'essenza stessa della sua estetica. L'arte, evasa dalla prigione del realismo, s'affretterà innanzi a lui e bacierà le sue belle labbra menzognere, sapendo bene che lui solo possiede il segreto delle sue manifestazioni — il segreto che la Verità è assolutamente e interamente questione di stile. E la Vita, stanca di ripetersi a profitto di Spencer, degli storici scientifici e dei compilatori di statistiche, la Vita lo seguirà umilmente e cercherà di riprodurre nella sua maniera semplice e inalterabile qualcuna delle meraviglie ch'egli narra».

Tutte le regioni della sua sensibilità sono illuminate da questo pensiero costante, interamente personale, coesistente alla virtù adunatrice di verbi, onnipresente ad ogni manifestazione della sua individualità fino talvolta ad acuirne il senso sottile. Per Wilde, come per Platone, come per Fichte, il mondo reale non è che pura concezione del nostro spirito, e le cose non sono che apparenze delle nostre idee.

Egli andava nella vita esultante, recando nelle mani la sua anima sacra di Poeta. Non era Giacinto che veniva a parlare delle rive del lago di Tiberiade; era l'ombra di Orfeo vittoriosa degl'inferni.

Si esprimeva per apologhi, pensava in brevi significazioni narrative bagnate di un'atmosfera magnetica che permetteva allo spirito un prolungamento e una suggestione indefinita. E la voce era di una musicalità fine e dolce, quasi un accompagnamento avviluppante la frase elegante e perfetta. Parole speciose, silenzi enigmatici, suggestioni, musiche...

E quando egli taceva, tutti lo ascoltavano ancora, commossi e sorridenti, simili a quei marinai delle navi greche, ai quali la voce insidiosa del mare recava il mormorio sommesso delle sirene.

Ma attraverso i più seducenti arabeschi dell'immaginazione e del linguaggio, l'idea era sostenuta ad un'altezza paradossale e logica. Una giuntura sottile e segreta fondeva strettamente l'emozione dell'esteta e l'emozione dell'uomo; e il metallo sortiva puro, lo stilista non aveva che da cesellarlo, gioiello d'arte e di vita, con quella flessibilità intellettuale che può prendere tutte le maschere, insinuarsi in tutti gli atteggiamenti, vivere insieme e volontariamente vite diverse e contradittorie.

A questo punto della sua vita Oscar Wilde è completo; personifica la propria vita e la propria leggenda assaporando la voluttà profonda d'associare degli opposti. Il segreto meraviglioso della vita è suo. Egli può veramente dirsi «re della vita»: The King of the life.

Ma a questo punto comincia una fine e quasi impercettibile deteriorizzazione progressiva. Il soffio del dionisiaco, moderato fin qui come in un concerto il lirismo del solista è sottomesso al bisogno preciso della misura, adesso si fa elemento dominante ed esasperante. L'affermazione della Vita stessa nei suoi problemi più strani e più ardui, la volontà di vita che sacrifica i suoi tipi più elevati a beneficio del proprio carattere inestinguibile, quello insomma che Nietzsche ha chiamato «dionisiaco», sale, si svolge, si diffonde, si esalta.

Egli, giustificò Henri De Régnier, credeva vivere in Italia ai tempi del Rinascimento o in Grecia ai tempi di Socrate...

Lo spaventoso amore ch'egli provava per la vita e per la bellezza della vita, era come una virtù demoniaca che lo innalzava su tutti i culmini e lo profondava in tutti i baratri. Sottili desiderî, voglie squisite, volontà fosche, aberrazioni incredibili, un fervore epicureo da cui s'alza fatidico e quasi rabido l'antico monito pagano: coronemus nos rosis, cras enim moriemus.

Per qualche tempo egli fu così il simbolo di un nuovo Edonismo e andò nel mondo ebbro di arte, con la gola arsa di bellezza, con gli occhi bruciati dalla sua visione, con la febbre di squisiti peccati nel sangue, senza lasciar sfuggire un solo istante, cercando sempre sensazioni nuove, sempre, sempre... Ma il ritmo del pathos travolge e precipita. Incipit tragœdia.

La sventura, come già il piacere, è opera deliberata e necessaria di quel dover terribilmente godere.

«Io dovevo andare innanzi: l'altra metà del giardino aveva anche i suoi segreti per me». Ed egli fa di sè, della sua carne e della sua anima, una belva intelligente e voluttuosa.

Gli amici lo descrivono nei tempi immediatamente anteriori alla prigionìa, vagante per l'Europa e per l'Africa Settentrionale, in preda a non so quale inquietudine.

Ad Algeri, narrò ad Andrè Gide uno degli ultimi suoi miti delicati e sapienti; egli sfuggiva l'opera d'arte, non voleva più adorare se non il sole; il sole detesta il pensiero, lo fa indietreggiare e rifugiarsi nell'ombra, dall'Egitto alla Grecia, all'Italia, alla Francia, alla Russia, alla Norvegia.

L'adorazione del sole era l'adorazione della vita, lirica adorazione che si faceva via più feroce, terribile. Il Gide aggiunge: «Nietzsche mi stupì meno più tardi, perchè avevo inteso Wilde dire: Non la felicità! Sopratutto non la felicità. Il piacere! Bisogna voler sempre il più tragico».

E volle il più tragico.

La storia è nota. Fu lui che intentò il processo contro il più illustre dei suoi diffamatori, entrò quale accusatore in quella «Camera della giustizia degli uomini...». Fu preso, tonduto, vestito di sacco, ammanettato...

Pianse:

«A chi è in prigione, egli dice, le lagrime son parte della quotidiana esperienza: un giorno in prigione senza pianto è un giorno in cui si ha il cuore duro, non un giorno in cui si è felici».

Ma pur dal profondo dell'abisso egli si inebria delle bellezze che lo attendono oltre la porta della prigione:

«Io ho uno strano desiderio delle grandi e semplici cose primeve, come il mare, che m'è non meno materno della terra... Io tremo di piacere quando penso che il giorno stesso in cui lascerò la prigione, insieme il citiso e la glicine fioriranno nei giardini e ch'io vedrò il vento agitare in mobile bellezza l'oro ondeggiante dell'uno, e far che l'altro scuota la pallida porpora delle sue piume, così che tutta l'aria sarà Arabia per me».

Come Gautier, egli è sempre uno di coloro pour qui le monde visible existe. Pur nel profondo dell'abisso la sua anima rimane pagana e s'inebria di piacere, anche se amaro e pieno di pianto. Quello di cui arrossisce, non è quello che la Società gli rimprovera, il «Peccato», ma di essersi lasciato sorprendere per mancanza d'individualismo:

«Naturalmente, confessa Wilde, una volta che misi in moto le forze della società, la società mi si pose contro e disse: Come! tu hai vissuto fin quì sfidando le mie leggi, ed ora vieni ad invocar protezione a queste stesse leggi? Esse ti saranno strettamente applicate. Il risultato è ch'io sono in prigione».

Dalla prigione, egli scriveva a Robert Ross:

«Troppo lunga è stata la mia tragedia, passata è la sua crisi, meschina la sua catastrofe; ed io sono convinto che quando saremo sul finire io farò ritorno, come un ospite male accolto, nel mondo che mi rifiuta. Sarò un revenant, come dicono i francesi, uno dal volto fatto macro per lunga prigionia, affranto per lungo patire. Orribili sono i morti quando si destano dalla loro tomba, ma più orribili i vivi che tornano dalle tombe. Di tutto questo io ho piena coscienza.

Ben lo sapeva, egli che essendo in contatto con Ariel come artista, dovette lottare con Calibano. E Calibano lo vinse. «Avevo un'anima, non so cosa ne abbiano fatto», disse egli un giorno ad André Gide, con un tentativo di riso che aveva il suono di un singhiozzo...

***

«Ciò che il paradosso era per me nella sfera del pensiero — dice Wilde nel De profundis — la perversità lo divenne nel dominio della passione».

Il «paradosso» non è altro, insomma, che una verità poco familiare e che il tempo attenuerà in verità usuale e, forse, in luogo comune: il nome che gl'imbecilli danno alla verità — diceva Jean Moréas, quando lo accusavano d'esser paradossale.

Alcune «verità poco familiari» sono una fra le più notorie caratteristiche dell'opera di Oscar Wilde. Frasi nette, lucide, boutades lanciate col piccolo colpo secco di una tabacchiera che si richiude:

— Nessun delitto è volgare. Ma ogni volgarità è delitto. La volgarità è la condotta degli altri.

— Si dovrebbe esser sempre un poco inverosimili.

— Esser prematuro, significa esser perfetto.

— Una verità cessa di esser vera quando più di uno crede in lei.

— Soltanto gli dei conoscono la morte. Apollo è scomparso. Ma Giacinto il quale, secondo gli uomini, venne sgozzato da lui, vive ancora: Nerone e Narciso son sempre con noi.

— La condizione della perfezione è la pigrizia. Lo scopo della perfezione è la giovinezza.

— Evitate gli argomenti di non importa qual genere. Essi sono sempre volgari e spesso convincenti.

E questa definizione delle donne:

— Sfingi senza segreto.

E questo aforisma in difesa dell'egoismo:

— Il mezzo sicuro di non conoscer nulla della vita, è quello di cercare d'essere utile.

Wilde amava suscitare il riso, sorridendo; ma si compiaceva anche ad una specie di emozione quasi ostile al riso, la cui qualità potrebbe definirsi «opulenza», magnificenza, magistero di arte che ordisce la trama con fila d'oro e la ricama con gemme.

Se non precisamente un classico del ridere, Wilde è un classico di quell'humour così particolare agl'inglesi, cui egli aggiunge un sapore di decadenza singolarmente acconcio all'anima pagana che l'invade e lo tormenta:

«Quando Gesù volle rientrare in Nazaret, egli narrava, Nazaret era così cambiata che Gesù non riconobbe più la sua città. La Nazaret ove egli aveva vissuto era piena di lamentazioni e di lagrime, questa città era piena di risa e di canti. E Cristo, entrando in città, vide degli schiavi carichi di fiori affrettarsi verso la scalea di una casa di marmo bianco. Cristo entrò nella casa, e in fondo ad una sala di diaspro, coricato sopra un giaciglio, vide un uomo i cui capelli disfatti erano mischiati alle rose rosse e le cui labbra erano rosse di vino.

Cristo si avvicinò a lui, gli toccò la spalla e gli disse: — Perchè conduci questa vita? — L'uomo si volse, lo riconobbe e rispose: — Ero lebbroso; tu m'hai guarito. Perchè condurrei un'altra vita?

Cristo uscì da quella casa. Ed ecco che nella strada vide una donna il cui viso e le vesti erano dipinti, e i cui piedi erano calzati di perle; e dietro di lei camminava un uomo il cui abito era di due colori e i cui occhi si gravavano di desiderio. E Cristo si avvicinò all'uomo, gli toccò la spalla e gli disse: — Perchè dunque segui questa donna e la guardi così? — L'uomo si volse, lo riconobbe e rispose: — Ero cieco; tu m'hai guarito. Che altro farei della mia vista?

E Cristo si avvicinò alla donna: — La strada che tu segui, le disse, è quella del peccato; perchè seguirla? — La donna lo riconobbe e gli disse ridendo: — La strada ch'io seguo è gradevole, e tu hai perdonato tutti i miei peccati.

Allora Cristo sentì il suo cuore colmo di tristezza e volle abbandonare questa città. Ma come ne usciva, vide infine, seduto sull'orlo dei fossati della città, un giovine che piangeva. Cristo gli si appressò e toccando le ciocche dei suoi capelli gli disse:

— Amico mio, perchè piangi?

Il giovine levò gli occhi, lo riconobbe e rispose: — Ero morto e tu m'hai risuscitato; che altro farei della mia vita?»

Non è agevole cosa definire la qualità del riso di Wilde. È un ridere leggero, un condurre di prato in prato relegante armento di delicate «fumisteries», immaginate e dette su fumo di sigarette.

Di questo suo humour personalissimo diamo esempio, in questa raccolta, con la traduzione dei due deliziosi etchings che seguono, racconti di buffoneria, dove Wilde, come sempre, rimane serio.

G. Vannicola.

IL FANTASMA DI CANTERVILLE

I.

Quando il Ministro d'America, signor Hiram B. Otis, acquistò il castello di Canterville, tutti dissero che faceva una sciocchezza, poichè il castello era abitato dagli spiriti.

Lo stesso Lord Canterville, del resto, nella sua scrupolosa onestà, discutendo le condizioni dell'acquisto, si era fatto un dovere di avvertirne il signor Otis:

— Noi stessi, — aveva detto Lord Canterville, — non l'abbiamo più abitato dall'epoca in cui la duchessa vedova di Belton svenne per lo spavento, sentendo due mani di scheletro posarsi sulle sue spalle; nè si rimise più in salute, dopo tale paura.

La cosa avvenne mentre ella stava vestendosi per il pranzo. Mi sento in dovere di aggiungere, caro signore, che il fantasma fu veduto da molte persone della famiglia ancora viventi, come pure del reverendo Augusto Dampier, rettore della parrocchia e dottore aggregato del Real Collegio di Belford. Dopo il tragico fatto accaduto alla duchessa, nessuna delle nostre giovani domestiche volle più restare presso di noi, e molte notti Lady Canterville non ha potuto dormire per i rumori misteriosi che venivano dal corridoio e dalla biblioteca.

— Mylord, — aveva risposto il Ministro, — comprerò i mobili, compreso il fantasma nell'inventario.

Io giungo da un paese moderno dove si può acquistare tutto ciò che per denaro si può avere, e con i nostri giovani, vivaci e gagliardi, che ne fanno di tutte nel vostro vecchio mondo, che rapiscono i vostri attori migliori, le vostre prime donne migliori, sono sicuro che se vi fosse ancora un vero fantasma in Europa, non si sarebbe fatto a meno d'impadronirsene per metterlo in uno de' nostri pubblici musei, o farlo passeggiare per le strade più frequentate come un fenomeno.

— Il fantasma esiste, — aveva ribattuto Lord Canterville sorridendo, — sebbene non abbia ceduto alle offerte dei vostri impresari, anche fra i più intraprendenti. Sono più di tre secoli che è conosciuto: risale precisamente al 1574; non manca mai di mostrarsi quando deve avvenire una morte nella famiglia.

— Bah! il dottore di casa non fa diversamente, Lord Canterville. Ma, mio caro signore, un fantasma oggi non può più esistere ed io credo che le leggi della natura non faranno eccezioni in favore dell'aristocrazia inglese...

— Certamente voi siete molto positivi in America, — aveva risposto lord Canterville, senza esser riuscito a capire l'ultima osservazione del signor Otis. — Ma se vi piace di avere un fantasma in casa vostra, tanto meglio: ricordatevi solamente che vi ho preavvisato.

Qualche settimana dopo, l'acquisto era concluso e sul finire della stagione il ministro e la sua famiglia si stabilivano a Canterville. La signora Otis, che da ragazza, col nome di signorina Lucrezia R. Tappen, nella 52.ª strada Est, era stata una delle grandi bellezze di Nuova York, era ancora un'avvenente donna di mezza età, dagli occhi superbi ed il profilo regolarissimo.

Molte signore americane, quando sono lontane dal loro paese nativo, prendono un aspetto di persone colpite da malattia cronica e si immaginano che questa sia una forma di distinzione in Europa; ma la signora Otis non era mai caduta in tale errore: essa aveva un'ottima costituzione e una straordinaria esuberanza di vitalità.

Veramente inglese sotto ogni punto di vista, si sarebbe potuta portare giustamente ad esempio per avvalorare la tesi che gli inglesi hanno tutto in comune con gli americani, tranne la lingua.

Il suo primogenito, battezzato Washington dai suoi parenti in un momento di patriottismo, ch'egli non cessava mai di deplorare abbastanza, era un giovanotto biondo, ben fatto, che aveva posto la sua candidatura alla carriera diplomatica dirigendo il cotillon al circolo di Newport per tre stagioni di seguito, ed anche a Londra passava per un ballerino di prima forza. La gardenia era l'unica sua bellezza: tolto ciò, era perfettamente equilibrato.

La signora Virginia E. Otis era una giovanetta di quindici anni, svelta e graziosa come una capinera, con una espressione di franchezza nei suoi grandi occhi turchini. Era un'abile amazzone; cavalcando il suo poney aveva battuto in una corsa lord Bilton, facendo due volte il giro del parco e giungendo prima per una lunghezza e mezzo in faccia alla statua di Achille.

Ciò aveva provocato l'entusiasmo del giovane duca di Cheshire, che le aveva proposto, seduta stante, di sposarla. E i tutori, di lui, la sera stessa, avevano dovuto inviarlo a Loton tutto disperato.

Dopo Virginia venivano due gemelli, conosciuti ordinariamente sotto il nome di Stelle e di Bande, due cari fanciulli che col degno ministro formavano i soli veri repubblicani della famiglia.

Siccome la villa Canterville era a sette miglia da Ascot, la stazione più vicina, il signor Otis, aveva telegrafato che si venisse a prenderlo con la vettura scoperta.

Era una bella serata di luglio e l'aria era pregna dell'odore resinoso dei pini; di quando in quando si sentiva cantare un uccello colla sua voce più dolce o si vedeva fra le frasche e il folto la coda d'oro brunito d'un fagiano.

Qua e là degli scoiattoli spiavano dall'alto delle querce: dei conigli guardavano attraverso i cespugli o al disopra dei rialzi muscosi, drizzando le loro bianche codine.

Appena entrarono nel viale del castello di Canterville il cielo si oscurò improvvisamente, uno stormo di cornacchie passò silenzioso sopra le loro teste, e prima del giungere all'abitazione grosse gocce di pioggia cominciarono a cadere.

Furono ricevuti sugli scalini dell'ingresso da una vecchia donna vestita di seta nera, con la cuffia e grembiale bianco: era la signorina Umney, la governante che il signor Otis aveva acconsentito di conservare al suo servizio per le vive insistenze di lady Canterville.

Mentre la famiglia scendeva dalla vettura, la signorina Umney fece un profondo inchino e disse con l'accento strano del buon tempo antico:

— Ben venuti al castello di Canterville.

Tutti s'incamminarono dietro di lei, attraverso un bel vestibolo in stile Tudor e giunsero nella biblioteca, una lunga e larga sala, con un gran finestrone a vetri, dove il the era pronto. Poi che si furono sbarazzati degli indumenti di viaggio, si sedettero, e mentre la governante preparava la colazione volsero lo sguardo intorno. Ad un tratto lo sguardo della signora Otis cadde sopra una macchia rosso scura del pavimento, precisamente accanto al caminetto, e senza rendersi esatto conto di ciò che stava per dire, chiese alla signorina Umney:

— Mi pare che sia stato versato qualche cosa in quel punto.

— Sì, signora, — rispose la governante. — Vi è stato versato del sangue.

— È indecente! — esclamò la signora Otis — Io non voglio macchie di sangue nel salone: bisogna farle togliere al più presto...

La vecchia sorrise e a bassa voce, in aria di mistero, soggiunse:

— È il sangue di Eleonora di Canterville, che fu uccisa in quel punto da suo marito, Sir Simone di Canterville, nel 1575. Sir Simone le sopravvisse nove anni e disparve ad un tratto in circostanze misteriose: il suo corpo non fu mai ritrovato: ma il suo spirito continua ad abitare questa casa. La macchia di sangue non si è mai potuta togliere... è impossibile.

— Tutte queste non sono che sciocchezze — esclamò Washington Otis. — Il rimedio per smacchiare dell'incomparabile Pinkerton farà sparire tutto in un batter d'occhio.

E prima che la governante terrorizzata potesse intervenire egli si era posto in ginocchio e fregava il pavimento con un piccolo pezzo di una sostanza che somigliava a cosmetico nero.

In pochi minuti la macchia era scomparsa, senza lasciar traccia.

— Sapevo bene che il Pinkerton avrebbe rimediato a tutto! — esclamò in tono di trionfo, volgendo lo sguardo intorno sulla famiglia piena, di ammirazione.

Ma aveva appena pronunziate queste parole che un lampo illuminò la stanza scura e un rumore di tuono mise in agitazione tutti e in special modo la signorina Umney, che svenne.

— Che brutta stagione, — disse con calma il ministro accendendo un sigaro.

— Mio caro Hiram, — chiese la signora Otis — cosa potremo fare di una donna che sviene così facilmente?

— Le daremo una multa sopra il suo salario e vedrete che non cadrà più in deliqui!

La governante non tardò a riaversi; ma, ancora sconvolta, con voce austera, avvertì la signora Otis ch'ella avrebbe avuto delle noie in quella casa.

— Ho visto coi miei occhi cose tali da far rizzare i capelli sulla testa ad un cristiano e per notti e notti non ho potuto chiudere occhio per le cose terribili avvenute fra queste mura, — aggiunse essa.

Il signore e la signora Otis sorrisero ed affermarono vivamente che essi non avevano affatto paura dei fantasmi. La vecchia governante, dopo aver invocata la benedizione della Provvidenza sui suoi nuovi padroni e domandato un aumento di salario, ritornò zoppicando nella sua stanza.

II.

La tempesta imperversò tutta la notte. Il giorno dopo, quando la famiglia scese per la colazione, la macchia sul pavimento era riapparsa.

— Non credo che sia colpa dell'impareggiabile smacchiatore, — disse Washington — perchè ne ho fatta la prova su ogni genere di macchia. Deve essere stato il fantasma.

Quindi tornò a cancellare la macchia con qualche fregamento, ma questa il giorno dopo riapparve, sebbene la biblioteca fosse stata ben chiusa e la signora Otis ne avesse portata seco la chiave. Da quel momento la famiglia cominciò ad interessarsi della cosa, ed il signor Otis fu sul punto di credere di avere troppo teorizzato negando l'esistenza del fantasma. Sua moglie espresse anzi l'intenzione di affiliarsi alla Società spiritica ed egli preparò una lunga lettera ai signori Myers e Podmore, autori del Phantasms of the liviny, spiegando loro la persistenza delle macchie di sangue che derivavano da un delitto commesso.

Quella notte ogni dubbio sulla esistenza oggettiva del fantasma si dileguò.

La giornata era stata calda e il sole splendente: la famiglia aveva approfittato del rinfrescare serotino per fare una passeggiata in carrozza, e non rientrò in casa che alle nove per una leggera cena.

La conversazione non si aggirò affatto su fantasmi, cosicchè mancarono le più elementari condizioni di attenzione e di impressione che precedono così spesso i fenomeni spiritici. Parlarono, come seppi in seguito dal signor Otis, semplicemente dell'immensa superiorità di Janny Davenport su Sarah Bernhardt come attrice: delle difficoltà di trovare del granturco verde, dei grappoli d'uva, della polenta anche nelle migliori case inglesi: dell'importanza di Boston sull'espansione dell'anima universale; dei vantaggi del sistema di registrare i bagagli dei viaggiatori; e poi della dolcezza dell'accento nuowyorkese in confronto di quello strascicato di Londra.

Non si fece allusione a niente di soprannaturale e neppure indirettamente si parlò di Sir Simone di Canterville; alle ore undici la famiglia andò a coricarsi.

Alle undici e mezzo tutti i lumi erano spenti. Qualche tempo dopo il signor Otis fu svegliato da uno strano rumore nel corridoio davanti alla sua camera; pareva un rumore di ferri agitati che si avvicinassero sempre più. Egli si alzò subito, accese un fiammifero e guardò l'ora. Era un'ora precisa. Calmissimo, si tastò il polso e non lo trovò affatto agitato. Il rumore intanto continuava, accresciuto ora da uno scalpiccìo ben distinto di passi. Allora il signor Otis infilò le pantofole, prese dal cassetto della toletta una piccola bottiglia di forma bislunga, aprì la porta, e vide in faccia appunto a lui, sul pallido chiarore della luna, un vecchio dall'aspetto terribile. Oli occhi sembravano accesi carboni; una capigliatura lunga e grigia ricadeva a ciocche sulle spalle; i suoi abiti, di moda antica, erano sporchi e stracciati, e dai suoi polsi e dal collo dei piedi pendevano pesanti catene, attaccate a ceppi arrugginiti.

— Mio caro signore — disse il ministro, — vogliate avere almeno la bontà di dare un po' d'olio alle vostre catene: io vi ho portato una piccola bottiglia di Tamnany-Soleil-Levant. Si afferma che una sola volta sia sufficiente e sull'etichetta vi sono molti certificati dei più eminenti fra i nostri scienziati che ne fanno fede. La lascio qui vicino ai candelieri e mi farò un piacere di procurarvene ancora, se lo desiderate.

Dopo queste parole, il ministro degli Stati Uniti posò la boccetta sopra una tavola di marmo, chiuse la porta e si rimise a letto.

Per qualche tempo il fantasma di Canterville restò immobile, stupito dallo sdegno; poi, lanciando rabbiosamente la boccetta sul pavimento incerato, fuggì attraverso il corridoio, mandando rantoli cavernosi e spandendo una singolare luce verde. Ad onta di tutto questo, quando arrivò allo scalone di quercia vide una porta aprirsi ad un tratto, due piccole figure ammantate di bianco mostrarsi nel vano e un pesante guanciale gli sfiorò la testa.

Evidentemente non vi era da indugiare, per cui, utilizzando come mezzo di fuga la quarta dimensione dello spazio, svanì attraverso il muro, e la casa ritornò nella calma.

Giunto in un piccolo locale segreto dell'ala sinistra del fabbricato, si addossò ad un raggio di luna per riprender fiato e si mise a riflettere onde rendersi conto della situazione.

Mai nella sua brillante carriera, che durava da trecento anni, era stato così grossolanamente insultato. Si ricordò della duchessa vedova, cui egli aveva provocato una crisi di paura, mentre si specchiava, coperta di trine e di diamanti; ricordò le quattro fantesche, alle quali aveva fatto venire le convulsioni isteriche solo col far loro dei versacci fra le portiere di una delle camere dei forestieri: pensò al rettore della parrocchia, a cui aveva spento la candela mentre usciva dalla biblioteca e che da quel momento era stato uno dei clienti più assidui di Sir William Gulle, martire di ogni genere di disordini nervosi; gli ritornò alla mente la vecchia signora di Trémonillac che, svegliandosi al mattino, aveva veduto nella poltrona innanzi al fuoco uno scheletro intento a leggere ciò che essa aveva scritto, e da allora aveva dovuto rimanere in letto sei mesi, per un attacco di febbre cerebrale. Guarita, si era riconciliata con la chiesa ed aveva rotto ogni relazione con quel terribile scettico di Voltaire. Si ricordò pure di quella notte terribile nella quale quel briccone di Canterville era stato trovato agonizzante nel suo abbigliatojo col fante di picche cacciato in bocca, e aveva confessato che, per mezzo di quella stessa carta, aveva rubato a Carlo Fox presso Crockford, la somma di diecimila sterline: egli giurava che il fantasma gli aveva fatto ingoiare quella carta da giuoco. Tutte le sue grandi imprese gli tornavano alla mente. Vide sfilare nella sua memoria il cantoniere che si era bruciato le cervella per aver visto una mano verde battere nel vetro della finestra; e la bella lady Steelfield, che era stata obbligata di portare al collo un nastro di velluto nero per nascondere il segno di cinque dita, impresse come un ferro rovente sulla sua pelle bianca, e che aveva finito per annegarsi nel laghetto del Viale del Re.

Pieno dell'egoistico entusiasmo del vero artista, il fantasma passò nelle sua mente in rivista le parti più celebri da lui rappresentate, e sorrise amaramente ricordando la sua ultima apparizione nella parte di «Raben il Rosso o il lattante strangolato», il suo debutto in quello di «Gibeone il Vampiro mago della landa di Bexley», e il furore che aveva suscitato in una bella serata di giugno, giuocando alle bocce coi suoi stessi ossi, sulla spianata del lawn-tennis.

E tutto ciò per giungere a quale resultato?

Dei miserabili americani moderni venivano ad offrirgli del grasso alla marca del Soleil-Levant, e a gettargli sulla testa dei guanciali; ciò era assolutamente intollerabile; nessun fantasma, secondo quando la storia afferma, era stato mai trattato così. Bisognava prendere una rivincita. Fino all'alba il fantasma rimase in atteggiamento di profonda meditazione.

III.

L'indomani, quando la colazione riunì la famiglia Otis, si parlò assai lungamente del fantasma. Il ministro degli Stati Uniti era naturalmente un poco irritato perchè la sua offerta non era stata gradita.

— Non ho affatto intenzione di recare ingiuria al fantasma, — e riconosco che, visto il lungo tempo del soggiorno nella casa, non è stato gentile gettargli dei cuscini sulla testa...

Questa osservazione, tanto giusta, provocò da parte dei gemelli un'esplosione di risa.

— Ma d'altra parte — riprese il signor Otis, — se persiste davvero a non adoperare il grasso con la marca Soleil-Levant, bisognerà che noi gli togliamo la sua catena; altrimenti sarà impossibile dormire con tutto quel frastuono alla porta delle camere da letto.

Per un'intera settimana tutto fu calmo: la sola cosa che attirava un po' d'attenzione era il riapparire continuo della macchia di sangue sul pavimento della biblioteca. Era certamente un fatto strano, tanto più che la porta veniva sempre chiusa a chiave la sera e venivano chiuse pure le finestre. Con stupore fu anche osservato che la macchia cambiava di colore frequentemente, come un camaleonte. Certe mattine essa era rossa scura, quasi di un «rosso indiano»: altra volta era vermiglia: poi dell'acceso colore della porpora e una volta, quando discesero per fare la preghiera, secondo il rito della libera chiesa episcopale riformata americana, si trovò la macchia di un bel verde smeraldo.

Naturalmente, questi cambiamenti da caleidoscopio divertivano molto tutti ed ogni sera si facevano scommesse sul colore che le macchie avrebbero assunto il giorno dopo.

Soltanto la piccola Virginia non prendeva mai parte agli scherzi. Per una ragione ignota, essa rimaneva sempre vivamente impressionata alla vista della macchia di sangue ed era stata sul punto di piangere quando era apparsa del colore verde smeraldo.

Il fantasma fece la sua seconda apparizione in una notte di domenica.

Poco dopo coricata, la famiglia fu d'un tratto posta in allarme da un enorme fracasso che veniva dal vestibolo.

Scesero tutti subito e trovarono che una completa armatura si era staccata dal suo posto ed era caduta sul pavimento. Vicino ad essa, seduto sopra una poltrona dall'alta spalliera, il fantasma di Canterville si fregava i ginocchi con un'espressione di vivo dolore sul volto. I gemelli i quali si erano muniti della loro fionda, gli lanciarono subito due pallottoline con la sicurezza di mira che si può acquistare solo a forza di lunghi e pazienti esercizi fatti sopra il professore di calligrafia. Frattanto il ministro degli Stati Uniti puntava sul fantasma la sua rivoltella e secondo la usanza dei Californiesi, gli intimava di alzare in aria le braccia. Il fantasma si levò bruscamente, mandando un grido di selvaggio furore e svanì come nebbia, spegnendo la candela di Washington Otis e lasciando tutti nella più completa oscurità.

Giunto in cima alle scale riprese possesso di sè e si decise a lanciare il suo scoppio di risa satanico, che in mille occasioni aveva sperimentato essere un procedimento di effetto sicuro.

Si racconta che ciò aveva fatto diventare grigia in una sola notte la parrucca di Lord Naker. Certo bastò a decidere le tre governanti francesi a dare le loro dimissioni prima di finire il primo mese di servizio.

Ricordando questo lanciò dunque la sua orribile risata, svegliando ad una ad una tutte le eco delle antiche volte: ma appena le terribili risonanze si dispersero, una porta si aprì e apparve in veste da camera celeste la signora Otis.

— Temo, — disse ella — che siate indisposto e vi porto una boccetta con tintura del dottore Bobell: se si tratta d'indigestione vi farà molto bene...

Il fantasma la guardò con due occhi fiammeggianti di furore e si accinse a cambiarsi in un grosso cane nero: questo era il tiro che gli era valso molta meritata reputazione ed a cui il medico di famiglia aveva sempre attribuito l'idiotismo incurabile dello zio di Lord Canterville, l'onorevole Tommaso Horton. Però, un rumore di passi che gli si avvicinavano gli fece cambiare idea e si contentò di farsi leggermente fosforescente, indi svanì, dopo avere emesso un gemito sepolcrale, proprio mentre i due gemelli stavano per raggiungerlo.

Rientrato nel suo rifugio si sentì finito: egli era in preda alla più violenta agitazione.

La volgarità dei due gemelli e il materialismo della signora Otis erano certamente irritanti; ma ciò che l'umiliava di più, era di non aver potuto reggere l'armatura di ferro.

Aveva pensato d'impressionare anche quegli americani moderni, di farli tremare alla vista d'uno spettro corazzato, almeno per deferenza al loro poeta nazionale Longfellow, l'autore dello «Scheletro nella sua corrazza», di cui le poesie graziose e interessanti l'avevano spesso aiutato a passare il tempo che i Canterville trascorrevano a Londra.

Quella, poi, era la sua armatura; egli l'aveva portata con gran successo al torneo di Kentworth e ne era stato complimentato dalla Vergine Regina.

Ma quando ora aveva voluto indossarla nuovamente, era quasi rimasto schiacciato dal peso enorme della corazza e dall'elmo d'acciaio, ed era caduto pesantemente sul pavimento, scorticandosi crudelmente i ginocchi e lussandosi il polso destro.

Per vari giorni rimase ammalato e fece appena qualche passo; ma a forza di cure finì per rimettersi e si decise a tentare un terzo espediente per spaventare il ministro degli Stati Uniti e la sua famiglia.

Scelse per il suo nuovo debutto il venerdì 17 agosto e consacrò una gran parte della giornata a rivedere il suo costume.

La sua scelta si posò sopra un cappello a falde rialzato da una parte e abbassato dall'altra con una penna rossa: un manto sfilacciato alle maniche e al colletto, e infine un pugnale arrugginito.

Verso sera scoppiò un violento temporale: il vento era così forte che scuoteva tutto il castello e faceva sbattere le porte e le finestre della vecchia dimora: era proprio il tempo che ci voleva.

Ecco quello che egli aveva in mente di fare: sarebbe entrato senza far rumore nella camera di Washington Otis, gli avrebbe sussurrato alcune parole tenendosi ai piedi del letto e gli avrebbe piantato tre volte il suo pugnale nella gola al suono tenue di una melodia.

Egli sentiva un odio speciale contro Washington, perchè sapeva perfettamente che era lui che aveva l'abitudine costante di pulire la famosa macchia di sangue di Canterville, con l'aiuto dello smacchiatore incomparabile di Pinkerton.

Dopo aver ridotto in un profondo stato di terrore lo spensierato giovane, sarebbe entrato nella camera del ministro degli Stati Uniti e di sua moglie, e allora avrebbe posato la mano viscida sulla fronte della signora Otis, e con voce sorda avrebbe mormorato agli orecchi di suo marito tremante i terribili segreti del Carnaio.

Contro la piccola Virginia non aveva stabilito ancora niente: ella non l'aveva mai insultato ed era tanto bella, tanto buona!

Qualche grugnito che partisse dall'armadio gli sembrava sufficiente e, se non giungeva a svegliarla, sarebbe arrivato a tirare la coperta con le sue dita tremolanti di paralisi.

Quanto ai gemelli, era risoluto a dar loro una buona lezione: per prima cosa si sarebbe seduto su di loro in modo da produrre l'effetto della soffocazione in sogno: indi, profittando della vicinanza dei loro letti, si sarebbe rizzato sullo spazio libero, con l'aspetto di un cadavere verde, freddo come il ghiaccio, finchè non fossero paralizzati dal terrore. Poi, gettato via il suo sudario, avrebbe fatto a quattro zampe il giro della stanza sotto forma di scheletro tutto bianco, rotando uno degli occhi nella sua orbita, in modo da rappresentare il «Daniele muto, o lo scheletro del suicida», parte nella quale in mille circostanze aveva suscitato grande effetto. Si riteneva ugualmente abile in questa parte, come in quella di «Martino il pazzo o il mistero mascherato». Alle dieci e mezzo sentì la famiglia che saliva per coricarsi.

Per qualche momento fu disturbato dai sonori scoppi di risa dei gemelli, che, evidentemente, con la loro pazza gioia di scolaretti giocavano prima di mettersi a letto.

Ma alle undici e un quarto tutto era tornato in silenzio e quando suonò mezzanotte, egli si avviò a compiere la sua vendetta.

La civetta volava contro i vetri della finestra; il corvo urlava nella spaccatura d'un vecchio tasso e il vento gemeva, errando intorno alla casa come un'anima in pena; ma la famiglia Otis dormiva tranquilla, senza neppure sospettare la sorte che l'attendeva.

Il fantasma sentiva perfettamente il russare regolare del ministro degli Stati Uniti, che dominava il rumore della tempesta.

Scivolò allora lungo il muro. Un sorriso cattivo increspava la sua bocca crudele, e la luna nascose la sua faccia dietro una nuvola, quando egli passò davanti alla apertura ogivale ove erano impresse in turchino e oro le sue armi e quelle della sua moglie assassinata. Camminava sempre come un'ombra funesta e pareva quasi che facesse retrocedere le tenebre stesse sul suo passaggio.

Ad un certo punto credette sentire una voce che chiamasse. Si fermò; era invece un cane che abbaiava.

Si rimise in cammino, mormorando strani giuramenti del sedicesimo secolo e brandendo di quando in quando nella brezza di mezzanotte, il pugnale arrugginito.

Arrivato finalmente all'angolo del corridoio che conduceva alla camera dell'infelice Washington, si arrestò.

Il vento agitava intorno alla sua testa le lunghe ciocche di capelli grigi, e faceva svolazzare, in pieghe grottesche e fantastiche, l'orrido sudario che recava addosso.

L'orologio suonò il quarto ed egli comprese che il momento era giunto. Fece a se stesso un ghigno e svoltò l'angolo; ma aveva appena fatto un passo che indietreggiò emettendo un gemito di terrore.

Dinanzi a lui si ergeva un orribile spettro, immobile come una statua, mostruoso come il sogno d'un pazzo.

La testa dello spettro era calva e rilucente, la faccia rotonda, grassotta e bianca.

Un riso orribile sembrava averne deformato i tratti in una smorfia eterna; dagli occhi usciva a fasci una luce rossa scarlatta. La bocca pareva un gran pozzo di fuoco, e un vestito orrido come quello di Simone stesso, drappeggiava il suo corpo dalle forme titaniche.

Sul petto era fissato un foglio con una iscrizione in caratteri strani, antichi; era forse un'epigrafe infamante, dov'erano iscritti tremendi delitti, una terribile lista di misfatti.

Finalmente nella mano destra teneva una scimitarra di acciaio luccicante.

Non avendo egli veduto fino a quel giorno fantasmi, provò naturalmente una paura terribile e, dopo aver gettato fuggivamente un secondo sguardo sull'orrido spettro, ritornò alla sua camera a grandi passi, inciampando nei lenzuoli in cui era avviluppato.

Percorse correndo il corridoio e finì per lasciarsi cader di mano il pugnale arrugginito sugli stivali alla scudiera del ministro, nei quali stivali venne ritrovato l'indomani dal cameriere.

Rientrato nel suo recondito asilo, si lasciò abbattere su di un piccolo lettuccio e nascose il viso fra le lenzuola.

Ma dopo un momento il coraggio indomabile dei Canterville d'altro tempo, si ridestò in lui, ed egli prese la risoluzione di andare a parlare all'altro fantasma, spuntato il giorno.

Per cui, appena l'alba ebbe illuminate le colline, ritornò al posto dove aveva visto per la prima volta l'orrido fantasma.

Diceva a se stesso che alla fine due fantasmi valevano più di uno, e con l'aiuto del suo nuovo amico avrebbe potuto combattere vittoriosamente contro i due gemelli.

Ma quando fu giunto, si trovò in presenza di uno spettacolo terribile.

Certamente doveva essere accaduto qualche cosa allo spettro, perchè la luce era completamente sparita dalle sue orbita; la scimitarra luccicante era caduta dalla sua mano ed egli si teneva appoggiato al muro in un atteggiamento incomodo... Si slanciò in avanti e lo prese fra le sue braccia; ma quale fu il suo orrore, vedendo la testa distaccarsi e ruzzolare per terra, il corpo prendere la posizione di coricato.

Allora s'accorse di stringere una tenda di grossa tela bianca e che un manico di granata, un coltello di cucina e una zucca vuota, giacevano ai suoi piedi.

Non comprendendo nulla di questa curiosa trasformazione, prese con mano febbrile lo scritto e vi lesse, alla luce grigia del mattino, queste parole terribili:

ECCO IL FANTASMA OTIS
IL SOLO VERO E AUTENTICO SPIRITO.
DIFFIDARE DELLE IMITAZIONI.
TUTTI GLI ALTRI SONO CONTRAFFAZIONI.

Tutta la verità gli apparve improvvisamente; egli era stato burlato, mistificato, ingannato...

L'espressione che caratterizzava lo sguardo del vecchio di Canterville, riapparve nei suoi occhi; serrò le sue mandibole sdentate e alzando le mani corrose sopra la testa, giurò secondo la formula pittoresca della scuola antica, che quando Chanteclair avesse suonato due volte il suo allegro appello di cornetta, sarebbero avvenuti fatti sanguinosi, e che l'assassino dal piede silenzioso sarebbe uscito dal suo ricovero.

Aveva appena finito di fare questo tremendo giuramento, che da un cascinale lontano, dal tetto di tegoli rossi, partì il canto di un gallo.

Il fantasma emise un riso prolungato, lento, amaro ed attese.

Attese un'ora, poi un'altra, ma non si sa per quali misteriose ragioni, il gallo non cantò più.

Finalmente, verso le sette e mezzo, l'arrivo delle cameriere lo costrinse a lasciare la sua fazione.

Rientrò nel suo asilo con fiero passo, pensando al suo inutile giuramento ed al suo inutile e mancato progetto.

Quando vi giunse, consultò varie opere dell'antica cavalleria, la cui lettura l'interessava enormemente, e vi lesse che Chanteclair aveva sempre cantato due volte quando si era ricorso a quel giuramento.

— Che il diavolo porti via questo stupidissimo animale — mormorò egli. Nel tempo passato sarei corso su lui con la mia buona lancia e gli avrei passato la gola e l'avrei forzato a cantare un'altra volta per me, avesse anche dovuto crepare...

Ciò detto, si ritirò in una comoda bara di piombo e vi rimase sino alla sera.

IV.

Il giorno seguente il fantasma si sentiva debole e stanchissimo: le terribili agitazioni delle ultime quattro settimane, cominciavano a produrre su di lui il loro effetto.

Il suo sistema nervoso era completamente disordinato, e il minimo rumore bastava a farlo trasalire.

Non uscì più dalla sua camera per cinque giorni e finì col decidersi di non più curarsi della macchia di sangue sul pavimento della biblioteca.

Dal momento che la famiglia Otis non la voleva, significava che non la meritava; questo era chiaro.

Quella gente apparteneva evidentemente ad una razza inferiore, incapace di apprezzare il valore simbolico di fenomeni sensibili.

Le apparizioni dei fantasmi, lo sviluppo di astrali, tuttociò era per essi incomprensibile, non alla portata delle loro intelligenze.

Rimaneva quindi suo stretto dovere farsi vedere nel corridoio una volta la settimana, e di gesticolare dalla finestra ogivale, il primo e il terzo mercoledì d'ogni mese: non trovava nessuna ragione plausibile per sottrarsi a tale obbligo.

In verità, la sua vita era stata molto colpevole, ma però egli era coscienziosissimo in tutto quello che riguardava il soprannaturale; e così i tre sabati successivi traversò, come al solito, il corridoio, fra mezzanotte e le tre del mattino, prendendo tutte le possibili precauzioni per non essere veduto nè sentito.

Si levava gli stivali, camminava il più leggermente che gli fosse possibile sopra le vecchie tavole tarlate, s'involtava in un grande mantello di velluto nero e non dimenticava di ungere col grasso Soleil Levant le sue catene.

Solo dopo lunghe esitazioni egli si era deciso ad adottare questo mezzo di protezione.

Una sera, mentre la famiglia pranzava, egli si era insinuato nella camera da letto della signora Otis e ne aveva rubato una boccetta.

Al primo momento si era sentito umiliato, ma poi aveva dovuto persuadersi che quella invenzione meritava i maggiori elogi e che cooperava in un certo modo a favorire i suoi piani.

Non trascuravano frattanto gli Otis di mettere attraverso il corridoio delle corde perchè egli potesse inciampare, nel buio, e una volta infatti, dopo che egli si era vestito per la parte di «Isacco il Nero o il Cacciatore del bosco di Hogsbery», era caduto per aver messo il piede sopra delle tavole insaponate, poste dai due gemelli sulla soglia della camera delle tappezzerie ed al principio della scala di quercia.

Quest'ultimo affronto lo mise in furore tale che risolvette di fare uno sforzo supremo per imporre la sua dignità e riaffermare la sua posizione sociale.

Si decise quindi di far visita la notte seguente agli insolenti giovani Etoniani nella sua celebre parte di «Ruperto il Temerario o il Conte senza testa».

Non si era più mostrato da settanta anni sotto tale travestimento, e cioè dalla volta in cui aveva fatto una tal paura a lady Barbara Modish, che essa aveva ritirata la sua promessa di matrimonio al nonno dell'attuale lord Canterville, ed era fuggita a Gretna-Green con il bel Giacomo Casteltown, giurando che per nessuna cosa al mondo avrebbe più consentito di allearsi ad una famiglia che tollerava ad un orribile fantasma di passeggiare al crepuscolo sulla terrazza del castello.

Il povero Giacomo era stato in seguito ucciso in duello da lord Canterville sul prato di Wandsworth, e lady Barbara era morta di dolore a Tunbridge Wells, prima della fine dell'anno.

Il suo successo non avrebbe quindi potuto essere più bello e più completo.

Se mi è permesso di usare un termine teatrale parlando di uno dei più grandi misteri del mondo soprannaturale, o un termine scientifico parlando del mondo superiore alla natura, devo dire che era una delle sue creazioni più difficili. Gli occorsero tre ore buone per terminare i preparativi.

Gli stivaloni alla scudiera, facenti parte del costume, erano invero un po' troppo larghi per lui e delle pistole da arcione non riuscì a trovarne che una; ma insomma fu soddisfattissimo e alle una e un quarto passò attraverso il muro e scese nel corridoio.

Giunto presso la camera occupata dai gemelli, che io chiamerò la camera turchina dal colore delle tappezzerie, trovò la porta socchiusa.

Per fare un'entrata di grande effetto, spinse con forza l'uscio, e stava per entrare, quando una pesante brocca piena d'acqua si rovesciò su di lui, inzuppandolo fin dentro le ossa; nello stesso tempo scoppi di risa soffocate partirono dal letto su cui sovrastava un grande baldacchino.

Il suo sistema nervoso ne rimase così vivamente scosso, ch'egli rientrò ne' suoi appartamenti a gambe levate e l'indomani dovè rimanere a letto per un forte raffreddore.

La sola consolazione che provò, fu di non aver portato seco la sua testa, perchè in tal caso le conseguenze sarebbero state assai più gravi.

Dimessa ormai ogni speranza di poter terrorizzare quella terribile famiglia americana, si limitò allora a percorrere il corridoio con scarpe di corda, col collo avvolto in una grossa cravatta, per timore delle correnti d'aria e munito sempre di un piccolo archibugio in caso di attacco da parte dei gemelli.

Il diciannove settembre ebbe il colpo di grazia.

Egli era disceso per la scala, fin nel vestibolo, sicuro che almeno in quel luogo non sarebbe stato tormentato, e si divertiva a fare delle osservazioni satiriche sopra le fotografie del ministro degli Stati Uniti e di sua moglie, fotografie che avevano preso il posto dei ritratti della famiglia dei Canterville.

Indossava un costume semplicissimo, ma decente, un lungo sudario cosparso di musco di cimitero, e teneva in mano una piccola lanterna e una vanga da becchino, alla guisa di «Giovanni il dissoterrato o il ladro di cadaveri di Chertsey Barw», una delle parti più famose, di cui i Canterville avevano ragione di ricordarsi maggiormente, perchè era stata la vera causa della loro querela col vicino lord Rufford.

E, così travestito, circa le due del mattino, si dirigeva tranquillamente verso la biblioteca, per vedere ciò che ancora rimaneva della macchia di sangue, quando a un tratto vide balzare contro di lui, da un angolo scuro, due figurine che agitavano follemente le braccia sopra la loro testa e gli gridavano negli occhi:

— Buum!

Preso da panico, — il che era naturale in quella circostanza, — si precipitò allora verso la scala, ma subito fu arrestato dalla vista di Washington Otis che lo attendeva armato di un grande annaffiatoio da giardino; circondato da ogni parte da nemici, e ridotto agli estremi, non gli rimaneva che dileguarsi nella grande stufa di ghisa che, per fortuna, non era accesa, e così fece, aprendosi un passaggio fino al suo ritiro, attraverso i tubi e le cappe dei camini.

Vi giunse in uno stato di compassionevole disperazione; e da quel momento non lo si rivide più in spedizione notturna.

I due gemelli si misero mille volte in agguato, onde sorprenderlo; seminarono nel corridoio gusci di noce tutte le sere con grande noia dei loro genitori e dei domestici, ma tutto invano.

L'amor proprio del fantasma era così profondamente ferito ch'egli non volle più farsi vedere. Dato ciò, il signor Otis, si rimise a lavorare alla sua grande opera sulla storia del partito democratico, opera cui accudiva da oltre tre anni.

La signora Otis, da parte sua, organizzò uno straordinario manicaretto americano, il clan-cake, che fece epoca in tutto il paese; i ragazzi si dettero al gioco dell'écarté, del poker ed altri svaghi americani; e Virginia cominciò a fare lunghe passeggiate a cavallo per i boschi in compagnia del giovane duca di Creshire, venuto a passare l'ultima settimana di vacanze a Canterville.

Tutti ormai ritenevano che il fantasma fosse scomparso ed anzi il ministro scrisse a lord Canterville una lettera per informarlo della cosa, e ricevette in risposta un'altra lettera dove questo gli esprimeva tutto il piacere che gli aveva procurato tale notizia e mandava le sue più sincere felicitazioni alla degna consorte del ministro.

Ma gli Otis s'ingannavano.

Il fantasma era sempre nella casa, e, benchè ridotto male, non si sentiva affatto disposto a farla finita, ora sopratutto che sapeva trovarsi nel numero degli ospiti il giovane duca di Cheshire, un prozio del quale, lord Francesco Silton, aveva una volta scommesso col colonnello Carbury di giuocare ai dadi col fantasma di Canterville e l'indomani era stato trovato sul pavimento della sala da giuoco, paralizzato.

L'infelice, malgrado fosse vissuto ancora molti anni, non aveva mai più pronunziato altra frase che questa:

— Doppio sei!

La storia era molto nota a suo tempo, benchè, in riguardo ai sentimenti che univano le due nobili famiglie, si fosse fatto di tutto per metterla in tacere: anzi, un racconto particolareggiato di essa, si trova nel terzo volume delle «Memorie di lord Tattle sul principe reggente ed i suoi amici».

Il fantasma desiderava dunque di provare ch'egli non aveva perduta la sua influenza sui Silton, coi quali del resto era parente per alleanza, avendo una sua cugina germana sposato in seconde nozze il signor di Bulkeley, del quale erano discesi, com'è noto, in linea diretta i duchi di Cheshire.

Fece quindi i suoi preparativi per mostrarsi al piccolo innamorato di Virginia, nella famosa parte del «Monaco Vampiro, o il Benedettino svenato».

Si trattava di uno spettacolo terribile: infatti la vecchia lady Startuy, quando l'aveva veduto rappresentare, alla vigilia del nuovo anno 1764, si era messa ad urlare perdutamente ed aveva finito per esser colta da un violento attacco di apoplessia, per cui era morta in capo a tre giorni, dopo aver diseredato i Canterville e lasciato tutto il patrimonio al suo farmacista di Londra.

Ma, all'ultimo momento, il terrore che gli incutevano i due gemelli, gli impedì di uscire dalla sua stanza, e per quella notte il piccolo duca dormì tranquillo nel gran letto a baldacchino, coperto di piume, sognando Virginia.

V.

Pochi giorni dopo, Virginia e il suo innamorato dai capelli ricciuti si recarono a fare una passeggiata a cavallo nei prati di Brockley, e Virginia si produsse nel saltare una siepe un tale strappo alla sua Amazzone, che, rientrando in casa, pensò di prendere la scala posteriore per non essere veduta.

Mentre passava correndo davanti alla camera delle tappezzerie, la cui porta era aperta, credette vedervi qualcuno e, persuasa che fosse la cameriera di sua madre, la quale era solita ritirarsi ivi a lavorare, si arrestò per pregarla di raccomodare il suo abito; ma, con grande sorpresa, si avvide di trovarsi invece davanti al fantasma di Canterville in persona.

Stava questi seduto presso la finestra a contemplare gli alberi che ingiallivano e le foglie arrossate, svolazzanti nel grande viale.

Aveva la testa appoggiata alla mano, e tutto il suo atteggiamento rivelava una profonda desolazione.

Il poveretto era così abbattuto, così demolito, che la piccola Virginia, anzichè cedere ad un istintivo sentimento di paura e correre a chiudersi nella sua camera, fu presa da compassione e volle provarsi a consolarlo. Si avvicinò a lui in punta di piedi, così lievemente, che egli sprofondato nella sua tristezza, non si accorse della sua presenza se non quando la fanciulla gli volse la parola.

— Sono addolorata per voi, — disse; — ma i miei fratelli torneranno domani a Eton; se dunque vi condurrete bene, nessuno vi tormenterà più.

— È assurdo domandare di condurmi bene, — rispose il fantasma, guardando con aria stupita la fanciulla che aveva avuto il coraggio di rivolgergli la parola. — È assolutamente assurdo, bisogna che scuota le mie catene, che grugnisca dai buchi delle serrature, che cammini la notte, che faccia tutto ciò che voi chiamate condursi male.... È l'unica mia ragione di essere.

— Non è affatto una buona ragione di essere; e siete stato ben cattivo, sapete! Mistress Umney ci ha detto, lo stesso giorno del nostro arrivo, che avete ucciso vostra moglie.

— Sì, ne convengo, — rispose storditamente il fantasma, — ma fu un affare di famiglia e non riguarda che me.

— È sempre un delitto ammazzare una persona, — sentenziò Virginia che prendeva alle volte una graziosa piccola aria di gravità puritana, ereditata certo da qualche avo venuto dalla Nuova Inghilterra.

— Oh, io non posso soffrire la moralità a parole.... Mia moglie era molto brutta, non stirava mai convenientemente i miei polsini e non s'intendeva affatto di cucina. Ascoltate: un giorno avevo ucciso un magnifico cervo maschio di due anni nei boschi di Hogley; non indovinereste mai come lo cucinò!.... Ma lasciamo questo tema: è affare finito, ormai, e trovo che non fu giusto da parte dei suoi fratelli farmi morire di fame perchè l'avevo uccisa.

— Farvi morire di fame?... Oh! Signor fantasma.... signor Simone, volevo dire, avreste per caso ancora fame? Ho un sandwich nel mio cestino.... vi piace?

— No, grazie, ora non mangio più; ma è molto gentile da parte vostra l'offerta. Voi siete più cortese di tutti gli altri della vostra famiglia, ch'è volgare, rozza, disonesta....

— Basta! — gridò Virginia battendo il piede. — Siete voi ora rozzo, villano e volgare! quanto a disonestà, voi sapete bene di aver rubato i colori della mia scatola per rifare quella ridicola macchia di sangue nella biblioteca. Avete cominciato col prendermi tutti i rossi, compreso il vermiglione, di modo che mi è impossibile ora dipingere i tramonti. Poi avete preso il verde smeraldo e il giallo; infine non mi è restato altro che l'indaco e il bianco di Cina. Non ho potuto più dipingere che chiari di luna, i quali fanno sempre pietà a vederli e sono difficili a dipingersi. Non ho mai detto nulla contro di voi, benchè sia stata molto seccata e tutto questo per una cosa ridicola. Si è mai visto del sangue verde smeraldo?

— Vediamo, — disse il fantasma molto cortesemente, — come potevo io fare? È difficile al giorno d'oggi procurarsi del vero sangue, e poichè vostro fratello adoperava lo smacchiatore incomparabile, non vedo perchè non avrei dovuto impiegare i vostri colori per resistere a quello. Quanto alla tinta, è questione di gusto: così i Canterville, per esempio, sono del sangue più turchino che vi sia in Inghilterra.... Ma so che voialtri americani non tenete conto di queste cose....

— Che ne sapete voi? quello che potete fare di meglio ormai è di emigrare: ciò vi formerà lo spirito.

Mio padre sarà ben contento di farvi dare un biglietto gratuito e, benchè vi siano dei diritti di dazio molto alti per tutti gli spiriti, non vi saranno fatte difficoltà alla dogana; tutti gli impiegati sono democratici. Giunto a New York, voi potreste avere un grande successo: conosco molta gente che darebbe centomila dollari per avere un avo e che darebbe assai di più per avere un fantasma in famiglia.

— Io, invece, sono persuaso, che non mi troverei bene in America.

— Forse perchè non abbiamo delle rovine, delle cose strane? — chiese ironicamente Virginia.

— Non avete rovine! Non cose strane! Ma avete bene la vostra marina e i vostri modi.

— Buona sera, vado a chiedere a mio padre di accordare una settimana di più di vacanze ai miei due fratelli gemelli.

— Vi prego, miss Virginia, non ve ne andate, sono così solo, così infelice.... non so più come tirare avanti; vorrei andare a coricarmi e non lo posso.