UN VIAGGIO IN LAPPONIA
UN
VIAGGIO IN LAPPONIA
COLL’AMICO
STEPHEN SOMMIER
DI
PAOLO MANTEGAZZA
MILANO
GAETANO BRIGOLA
EDITORE
—
1881
PROPRIETÀ LETTERARIA
868. — Firenze Tip. dell’Arte della Stampa, Via Pandolfini 14.
A
FRANCESCO DE SANCTIS
E
MICHELE COPPINO
Le vicende capricciose della politica possono aver disgiunti i vostri nomi, ma il mio cuore li riunisce insieme con un vincolo di viva riconoscenza e di affetto sincero.
Come amici e come ministri voi mi avete reso possibile un viaggio, a cui le mie sole forze non sarebbero bastate; l’uno fornendomi i mezzi di pubblicare in una mia monografia i ritratti de’ lapponi raccolti nel mio viaggio, l’altro procurandomi i mezzi di portare nelle estreme regioni del polo europeo macchine fotografiche eccellenti.
Possano il mio libro e l’altro che pubblicherò coll’amico Sommier non essere del tutto indegni del vostro aiuto e del vostro nome.
Firenze, 2 giugno 1880.
Mantegazza
CAPITOLO PRIMO
NOTE SCANDINAVE — IL LAGO DELLE BIONDE CHIOME — COPENAGHEN — I CANALI E I LAGHI DELLA SVEZIA — DA GÖTABORG A STOCOLMA — STOCOLMA E GLI SVEDESI — UN PRANZO IN CASA DI RETZIUS — CRISTIANIA — IL SOLE DI MEZZANOTTE E LE COSTE DELLA NORVEGIA.
I
I viaggi fatti in furia hanno il loro vantaggio, e non conviene calunniarli come si suole. E poi nella vita febbrile del nostro tempo che cosa è che non si faccia in fretta? Leggiamo forse mai un libro per intiero? Studiamo forse per dieci anni almeno una riforma politica prima di farla? Ci ricordiamo per caso di ciò che abbiamo fatto ieri? S’è dormito per tanti e tanti anni colla ninna-nanna dei dogmi immutabili, che una volta svegliati ci siamo messi a correre per chi sa fin quando. E poi e poi, quando si sa leggere bene, si può anche leggere presto; meno i rarissimi casi, nei quali il libro sia un gioiello d’arte, che si mira, che si contempla, che si accarezza, e che, come la donna amata, ogni giorno ci rivela un nuovo tesoro e una bellezza nuova.
Così è dei viaggi; si possono anch’essi far presto e bene, e anche dallo sportello d’un vagone e dalla finestra d’una locanda si possono sorprendere colla stenografia del pensiero tante e preziose medaglie estetiche e psicologiche. Attraversi, per esempio, i monti pittoreschi e le valli ridenti del Tirolo; senti alle stazioni della ferrovia lo squillo poetico delle trombe montane, vedi al crocicchio delle strade campestri i grandi crocifissi, che proteggono il maturare delle biade e ricordi i sentimenti profondamente religiosi dei buoni tirolesi. Attraversi le foreste della Selva Nera, i campi della Germania centrale, e vedi sospesi dovunque i nidi artificiali, che invitano gli uccelletti del Signore a vivere presso la casa dell’uomo, ed eccoti rivelata una pagina del sentimento germanico, che protegge con tanto amore le piccole creature. E così di seguito.
Anche a quelli che hanno poco tempo da spendere consiglio un mese di Scandinavia, e non abbiano rimorso di viaggiare in fretta. Sarà una doccia psichica, che rinfrescherà loro il sangue febbricitante. Che bella cosa riposare l’occhio, che nell’estate italiana trova tanti prati riarsi e brulli, riposarlo sopra pianure interminabili, verdi e fresche di prati, o farlo vagare tranquillo sulle dense foreste dei pini e delle betule! Che bella cosa è riposare l’orecchio nel silenzio di una società, che si muove, si diverte e lavora senza far chiasso! Qui anche nelle grandi città le campane non suonano, i cani non abbaiano, i venditori di giornali non gridano, i monelli non bestemmiano: tutto tace e riposa in una serena contemplazione della natura, e l’attività è anch’essa tranquilla e senza rumore. Silenzio per l’occhio, silenzio per l’orecchio, e silenzio anche per quell’altro senso, quintessenza di tutti e che ci innamora delle figlie di Eva. In Italia abbiamo troppe chiome nere, che schizzano scintille, come pelle elettrizzata d’un felino; abbiamo troppe pupille nere, nei cui abissi profondi si perde la pace serena della vita tranquilla.
Qui da Copenaghen in poi nuotate nel calmo lago delle chiome bionde (permettetemi l’innocente secentismo). Oh quanto biondo, oh quanti bellissimi biondi! Biondo di stoppa di lino e biondo di barbe di mais, biondo di chifel e biondo di rame biondo, che al sole risplende come oro fuso e oro castagno, dalle mille ondulazioni di tinte intermedie; e poi sotto quelle cornici bionde tanto latte e tanti petali di rose del Bengala da sentirsi rinfrescati per tutta la vita e guariti dagli incendi delle chiome corvine e delle pupille profonde delle nostre donne.
Vi è qualcosa d’altro che rinfresca e riposa nel mondo femmineo della Scandinavia: la mancanza delle linee curve e del movimento serpentino. (I geografi me lo perdonino, ma etnologicamente e psicologicamente io chiamo scandinava anche la Danimarca). In Germania s’incomincia già a vedere, che gli uomini si muovono con un altro sistema di giunture e le donne, per non farli sfigurare, fanno lo stesso; ma in Scandinavia poi la linea curva del moto è assolutamente proibita in tutti i casi e in tutte le direzioni. Si cammina per angoli, si ride per angoli, ci si siede e ci si leva e si parla per angoli; e sono angoli acuti. Troverete la bellezza, la forza, la maestà, mille elementi estetici della figura umana; ma la grazia è assente e d’ignota dimora. Chi mi dà uno solo di quei movimenti flessuosi, che sono un poema di eleganza e di voluttà; chi mi dà la grazia delle razze greco-latine? Ma gli angoli hanno la loro virtù rinfrescante e calmante e se andate in Scandinavia, vi faranno un gran bene.
Prego però le nostre belle signore a non insuperbirsi troppo. Lassù vi è una coltura nelle loro sorelle, che sorprende davvero, ed è coltura seria, profonda, non vernice di copale e di similoro. A Stocolma ho potuto parlare italiano (immaginatevi con qual piacere) colla contessa Hamilton e colla signora Retzius, moglie di uno fra i più illustri antropologi; e quelle due signore parlavano benissimo anche il francese, il tedesco, l’inglese. Qui i professori più illustri hanno nelle loro compagne veri colleghi nel lavoro. Una di esse fa le fotografie, mentre il marito studia un paese o una razza; un’altra osserva al microscopio o dissecca gli insetti, perchè l’uomo l’ha fatta compagna dei suoi lavori come delle sue gioie; e anche in Italia conosco donne dalle chiome corvine e dalle pupille profonde, che potrebbero e saprebbero far ciò che ogni giorno fanno le loro sorelle scandinave.
A Copenaghen mi ha consolato un’altra cosa: il non vedere straccioni per le vie, e d’allora in poi non ne ho più veduti. Il monello sudicio e lacero non esiste, l’operaio mal lavato e con molte parti del suo vestito assenti, non si trova; ogni uomo e ogni donna hanno l’aspetto decente, pulito; si direbbe che il proletario non esiste o si nasconde. E poi l’uomo si rispetta molto e vuol esser rispettato; nelle botteghe si deve cavare il cappello; non si può fumare in moltissimi luoghi; vi è un grand’ordine dappertutto. Si sente insomma di vivere in una società più sana di dentro e di fuori, che è attonata e vigorosa; non convulsa e stracca, che ora s’agita e ora s’accascia.
Nel parco di Frederikstoy ho veduto a Pentecoste passeggiare migliaia e migliaia di persone; un’onda di gente tranquilla e serena, che sorrideva, parlava poco e mostrava di divertirsi assai. Nel Tivoli poi son rimasto più di otto ore e ho studiato l’ingenuità beata di un popolo, che è felice, perchè si sente bene, e che non ha bisogno di innebbriarsi per godere della vita. L’ingenuità è virtù sparita da un pezzo nelle razze latine: nel Tivoli di Copenaghen ve n’era tanta da allagare tutta l’Italia. Quella brava gente si divertiva sulla slitta russa, si divertiva a tirar le boccie, si divertiva a romper le pipe con palle di legno, e un avviso a stampa invitava il pubblico ad ammirare la straordinaria bellezza della fioritura dei tulipani.... Oh chi darà anche a noi un pochino di questa cara, di questa sancta simplicitas?[1]
Ed ecco che io sto per chiudere la mia descrizione e non vi ho detto nulla di Copenaghen; ma il mio carattere ufficiale di antropologo mi fa studiare con più vivo amore gli uomini; e d’altronde aprite una guida e vi troverete la descrizione dei monumenti, dei musei, delle chiese.
La Danimarca ha eretto al suo Torwaldsen un vero tempio, dove si trovan riuniti in originale o in copia tutti quanti i suoi lavori. È un palazzo e una chiesa nello stesso tempo, dove potete ammirare tutti i frutti di uno dei più operosi artisti moderni.
L’Italia non ha saputo fare altrettanto per il suo Canova, per il suo Raffaello, per il suo Michelangelo; ma è anche vero, che i danesi non erano tanto ricchi di glorie dell’arte, e ogni nostra città è un museo e un tempio in una volta sola.
Il museo preistorico e il museo etnologico di Copenaghen sono i primi del mondo senza contrasto, ed io non ve ne potrei parlare leggermente, come non si può parlare che in segreto e a bassa voce della donna amata. Vi ho passate tante e tante ore da abbacinarmi gli occhi e da rendermi paralitiche le gambe. Steinhauer e Worsoe me ne fecero gli onori con quella grazia e con quella cortesia, che sono una virtù carissima di tutti gli scandinavi.
Da poco tempo nel bellissimo castello di Rosenborg si è fondato un terzo museo, che raccoglie i prodotti artistici e industriali dell’età moderna, e così voi senza uscire da Copenaghen, potete seguire l’evoluzione storica del lavoro umano dalle ciclopiche ascie di selce dei padri degli scani fino alle ultime chincaglierie del nostro secolo chincagliere.
Copenaghen è una città bella e severa. Qualche palazzo con architettura puramente greca, e tutte le case senza balconi; vie larghe e diritte; alberi dovunque. Ciclopismo e mancanza di gusto dappertutto. Tramvays che sembrano torri, omnibus che paiono balene, e gente che cammina vestita in modo da farci credere, che i sarti non esistano in Danimarca e che i vestiti furon mandati a Copenaghen da un lontano paese per gente non mai veduta.
II
Da Götaborg a Stocolma ho attraversato la Svezia, seguendo la via dei laghi e trovando ad ogni momento insufficienti le parole ammirative del nostro dizionario e anche tutte le altre più mirobolanti del vocabolario tedesco, ad ammirare tutte le bellezze, che passavano dinanzi ai miei occhi innamorati: wunderschön, wundergross, wunderhübsch... In Scandinavia bisogna sapere il tedesco, e sulle coste della Norvegia conviene conoscere l’inglese per non vivere isolati in mezzo a un mondo che non intendiamo e che non ci intende. Pur troppo però anche il tedesco e l’inglese non servono che per parlare colle persone colte; nelle botteghe, col popolo minuto, cogli impiegati delle ferrovie ci vuole la lingua universale della mimica e quella ancor più eloquente del denaro e delle minaccie; i due poli entro i quali si muovono e si fanno muovere tante cose di questo mondo sublunare.
La mia ammirazione durò tre giorni e tre notti, e all’ultimo era talmente esaurita da potersi dir morta. I poveri nervi umani hanno anch’essi dei confini e la coppa della gioia ha pur troppo un fondo che si trova presto.
Consiglio i touristes di non prendere il battello a vapore a Götaborg, ma di raggiungerlo colla ferrovia a Traulhettan, per poter visitar meglio e con maggior calma le incantevoli cascate del Gotaelo. Così ho fatto; e a piedi, assaporando voluttuosamente il morbido e fresco contatto dei muschi e delle borraccine, son passato d’una in altra cascata, sulla guida del vispo e biondo monello, che portava scritto sul suo berretto: Cicerone N. 12; una parola italiana giunta fino nell’interno della Svezia e portata in capo del più caro e ingenuo ragazzetto, ch’io m’abbia visto. Altri undici ciceroni gli eran compagni alla stazione, ma appena videro di non essere stati scelti a nostra guida, ci salutarono cortesemente, senza neppur lanciare al cielo una bestemmia o dare un pugno al fortunato rivale. Quanta differenza fra quei ciceroni numerizzati di Traulhettan e i nostri, che non portan numero sul berretto, ma che sono così spesso insolenti, brutali e insopportabili!
Chi ha veduto le cascate classiche della Svizzera troverà che queste della Svezia sono meno grandiose, ma in nessun luogo ne vedete in maggior numero e che si succedono con maggiore varietà. Qui il fiume si precipita d’un colpo da una grande altezza, circondando una rupe con una chiesuola e un po’ più in là raccoglie un getto di spuma per lanciarlo in un abisso nero, stretto e profondo; mentre a un mezzo chilometro di distanza le acque spumeggiando fanno fra le rupi tre o quattro salti, che si alternano con ondosi riposi, a guisa di un cavallo, che fremendo caracoleggi. Fanno cornice alle cascate colline gentili coperte di pini e fabbriche di carta di legno o casette romantiche, che fanno spuntare attraverso gli alberi un profilo civettuolo.
Passate la notte all’albergo di Traulhettan, tutto di legno e fragrante del simpatico profumo del pino e dei mazzi di fiori e dei ramoscelli di ginepro o di pino, che voi trovate sparsi nell’atrio delle case o raccolti in piattini messi per terra in ogni camera; uso svedese e norvegiano che è pieno di selvaggia poesia.
Al mattino seguente lasciate la terra e vi imbarcate nel Baltzan von Platen, vapore che rassomiglia in tutto a un grosso cetaceo, ma che porta un nome illustre, quello dell’uomo, che, con ferrea pertinacia, ha dato alla Svezia una delle vie acquatiche più lunghe e più meravigliose che si conoscano. Non povertà del paese, non avarizia di ministri, non capricci di parlamento poterono farlo recedere dal suo proposito; e oggi coi sistemi di conche, che si succedono le une alle altre, quasi gradini di una scala gigantesca, centinaia di canali serpentini allacciano tutto un sistema di laghi naturali; per cui ferro, legname e passeggeri si muovono da Götaborg a Stocolma, riunendo due mari e due coste in fraterno amplesso. Il povero Platen moriva pochi anni prima che la sua gigantesca impresa fosse ultimata, ma moriva felice di saperla ormai assicurata per sempre. Non volle grandiosi monumenti: egli dorme l’ultimo sonno sulle rive del suo canale presso Motala, all’ombra di betule gigantesche, ed io gli ho cavato il cappello, trovando che aveva scelto a se stesso la più grande e la più poetica delle tombe. L’uomo che dorme al piede della sua opera, deve dormire il più dolce e il più glorioso dei sonni.
Attraverso le conche stupende della Scozia ho ricordato il nostro grande Leonardo e le lontane glorie del mio paese. Come appassionato amante delle bellezze naturali son rimasto estatico cento volte, vedendo da lungi le navi gigantesche, che innalzavano i loro alberi al disopra dei pini, vedendo coi miei occhi avverato il sogno di un battello incantato, che si muove fra le foreste e in cima dei monti. È poi davvero incredibile la somma abilità con cui quei marinari infilano i loro piroscafi e le loro grosse navi in quelle conche, scendendo e montando senz’urti, senza scosse e senza il menomo accidente. Anche il timoniere deve essere abilissimo, perchè ad ogni momento il canale si piega, e si ripiega, come un serpente, seguendo i capricci del bosco e del piano, accarezzando le rive per baciarne i fiori, non già per fare avarie alla nave.
A Venersborg il canale si apre a un tratto nel lago di Vener, il più grande della Svezia, il terzo di tutta l’Europa. Basterà dirvi che ha una superficie di 5,215 chilometri quadrati, una lunghezza di 150 e una larghezza di 75 chilometri. È insomma un vero mare, che ha infatti le sue procelle e i suoi naufragi, ma che io ho trovato tranquillo e carezzevole, coperto da un magnifico cielo azzurro, intorno a cui faceva bella corona un’aureola di nubi bianche con forme quasi meridionali. Dopo aver serpeggiato fra i pini e aver navigato sui monti, quel gran lago silenzioso e calmo produceva in me una sensazione nuova, profonda, che mi rammentava le vicende della vita, che si alternano con quadri così variati.
Finito il lago, rientrate nel canale, e fra l’una e l’altra conca potete scendere e passeggiare lungo le sue sponde, pestando un tappeto morbidissimo di fiori, quasi foste in un parco principesco. Ed è un parco, che è lungo quasi tre giorni di viaggio, e che vi innamora colle sue fresche ombre, coi suoi licheni scintillanti di rugiada, col velluto dei suoi muschi. Ad ogni stazione del vapore bionde ragazzine dal musino sempre pulito, vengono ad offrirvi mazzolini di mughetti, di narcisi, di lilla, e ve li presentano senza parlare, senza insistere, accontentandosi di un soldo, magari di nulla. Come erano belle e carine nel loro silenzio! Mi pareva che fosse la natura stessa, che ci offrisse quei fiori per mezzo di piccole ninfe, che non erano di questo mondo.
Dopo un lungo giro di canali, attraversate un altro lago, quello di Vetter, azzurro come lo zaffiro, e poi altri fiumi e canali senza fine.
Il sole tramonta dopo le nove, in un cielo che fiammeggia fra la porpora e le perle. Nel morbido contorno delle colline lontane un mulino a vento gigantesco, fermo anch’esso in tanto silenzio, riposa l’occhio, e sembra una croce che pianga la morte del sole. I villaggi dalle case porporine di legno dormono anch’essi, e le betule tremolanti muovono appena le loro eleganti foglioline e senza far rumore.
Durante la notte, colla luna che fa all’amore con una luce di sole, che qui e in questa stagione non muore mai, vi sono punti nei quali il nostro battello si fa strada fra i rami delle betule e dei pini, e noi possiamo dal cassero accarezzare le piante.
Alla mattina, passate per Motala, città delle grandi officine, e per una gradinata di conche, scendete nel lago Boven, grazioso, gentile; un vero amore, uno specchio trasparente, nel quale il cielo si guarda civettuolo, e vi si riproduce colle sue nubi bianche. Le coste sono tutte flessuose, tondeggianti, fin voluttuose, con ondulazioni molli di corpo di donna; pubescenti di abeti e di betule.
In una delle più belle colline si nasconde pudica fra gli alberi una villa forata a giorno, e il fortunato mortale che la possiede, nell’atrio della sua casa può vedere in una volta sola due laghi, perchè il Boven, girando intorno ad una penisola, si raddoppia, moltiplicando all’infinito le sue bellezze. La temperatura dell’aria è tiepida e fresca nello stesso tempo, e mi sembra la carezza d’un uomo burbero, che riesce tanto più simpatica quanto più è rara.
Poi passate Husbyfiöl e il lago di Jocksen, posto fra collinette ondulate, lillipuziane, con villaggi sparsi e ville bianche e nere, basse, adagiate in prati molli e fra cornici di pini, e che ti sembrano fatte per nascondervi le delizie segrete di un lungo amore.
Passato Norskolm, il canale corre parallelo a un fiume che si vede dall’alto, e che nella moltiforme varietà delle sue rive si svolge dinanzi ai vostri occhi come un nastro magico. E la corsa fantastica continua, e voi dai laghi, dai canali, dai fiumi entrate di notte nel Baltico, senza accorgervene, e di nuovo per un canale ripassate in un lago, quello di Melarn, che vi condurrà fino a Stocolma. E voi la vedete seria, là nel fondo dei pini, colle sue alte cupole e il suo campanile sforato di ferro nero nero, e acuto come una spada.
O amanti fortunati, che volete un nido fresco e tranquillo per godervi il vostro primo amore, andate nella verde Svezia, e baciatevi sulle rive di quei laghi che mi hanno innamorato.
III
Stocolma è una bella città, severa e grande, e le fanno cornice alcune foreste così profonde, così verdi, così alte da far diventar druido chiunque passeggi sotto le vôlte di quelle betule gigantesche e di quelle quercie, che contano i secoli come noi contiamo gli anni. Chi ha confrontato Stocolma a Venezia non ha visto Stocolma o non è mai andato a Venezia, o, meglio, non ha veduto alcuna di queste città. La capitale della Svezia è posta sull’acqua e circondata dall’acqua; ma non ha il silenzio misterioso dei canali veneziani, non ha i marciapiedi di mezza città cambiati in acqua, non ha la gondola; infine non è un luogo che ti fa dire: Qui non si può che cospirare o fare all’amore. Stocolma è posta sulle rive del lago Målar e sopra un’isola che si adagia sulla sua imboccatura nel mare e l’acqua s’intreccia colla terra in amplesso amoroso; per cui in nessun altro luogo si sente più vivo il bisogno di avere un yacht elegante per muoversi in quel labirinto di acque salse e di acque dolci, di foreste e di ville.
La città è dominata dall’imponente palazzo reale, che innalza le sue mura colossali con pareti di 130 e 137 metri. Di faccia vedete un altro palazzo, che non è fatto per i re, ma per comfort dei viaggiatori; è il Grand-Hôtel, uno dei più belli che abbia veduto in tutta Europa e che domina colla sua posizione il più bel panorama di Stocolma. Tanto qui come in Danimarca vedete alternarsi la pura architettura greca colla scandinava. Parrebbe in teoria che, messe l’una accanto all’altra, dovessero dare una nota stridente di disarmonia, ma le affratella una certa maestà severa, che viene dalla semplicità delle linee. Tutto può passare in architettura, purchè rappresenti un’idea; nulla più mi ripugna del pasticcio, dell’invasione delle chincaglierie e fin delle confetterie nei sacri dominii di quell’arte suprema, a cui dovrebbero attingere ispirazione e guida tutte le altre.
Il palazzo delle Belle Arti, o Museo nazionale, è uno splendido edifizio di architettura veneziana del rinascimento, e noi vorremmo vedere così splendidamente alloggiati i nostri capolavori. Sgraziatamente a Stocolma il contenuto è meno importante del contenente. Nell’atrio vi accorgete subito di essere in Scandinavia, ammirando le tre statue colossali fatte dal Fogelberg, di Odino, Thor e Balder. Al primo piano troverete molti disegni del Dürn, e alcune statue di Sergel, di Byström, di Göthe, di Fogelberg e Quarnström, che non si vergognano troppo di vedersi accanto all’Endimione dormiente, quello stesso che fu trovato nel 1783 nelle rovine della Villa d’Adriano. Come cosa curiosa, non lasciate di guardare una Venere Callipigia, che il re Gustavo III fece fare da Sergel, mettendovi la testa della contessa di Höpken, per vendetta dell’opposizione, che questa dama dell’alta aristocrazia moveva alla Corte.
Stocolma ha anche un museo preistorico dedicato solo alla Svezia, un museo etnologico ricco specialmente in oggetti delle razze iperboree, e un museo antropologico, che è storicamente il padre di tutti i musei antropologici del mondo, essendo stato fondato dal grande Retzius, creatore della craniologia moderna e padre di uno dei più illustri scienziati che abbia oggi la Svezia. Il figlio è professore d’istologia nell’Università e con Kei ha fatto scoperte importantissime sulla fine struttura del sistema nervoso. In questi giorni ha pubblicato un’opera gigantesca sull’etnologia e la craniologia dei finni e che non sarà messa in commercio essendo stata tirata a soli 200 esemplari; ma di questi una dozzina almeno è destinata all’Italia, che Retzius e la sua signora adorano tanto, da aver convertito la loro casa ospitale in un piccolo tempio dell’arte italiana. Mobili, sculture, acquerelli, incisioni, vasi, tutto è italiano, e belle piante del tropico, facendo corona a quei gioielli artistici, ti fanno del tutto dimenticare che tu sei su terra scandinava. Ora Retzius si sta occupando dell’istologia comparata dell’orecchio nei batraci, nelle salamandre e nei pesci, e le sue prime scoperte sono già molto importanti, portando nuovi e preziosi materiali alla scienza darwiniana.
Per non parlare che dei miei studii, quanti grandi scienziati non ha oggi la Svezia; e il Loven, l’Illebrand padre a figlio, l’Axel Kei, il Montelius, il Van Düben, lo Stolpe e tanti altri, stanno a dimostrarci che le terra che ci ha dato Linneo e Berzelius, continua ad esser feconda di grandi uomini, che aprono orizzonti nuovi nel campo della natura.
La fisonomia degli svedesi è caratteristica. Nel basso popolo tu vedi non rare le facce a tipo finnico, direi quasi lapponico; sono quadrate, larghissime con naso piccolo, bocca grande. Nella classe alta vedi invece la fisonomia germanica o meglio scanica. In generale è gente grassa, bionda, robusta e rubizza, che esprime la forza e la bonomia; occhi grigi o azzurri, non grandi. Allegri, senza grazia rotonda nei loro movimenti. Tutto è in essi angoloso; salutano inchinandosi, a guisa di compasso che si chiuda, o abbassano e innalzano il cappello più volte come macchine. Cortesi, ospitali, ti offrono mazzolini di fiori ad ogni momento.
Fu detto che gli svedesi sono i francesi del nord, ma ciò fu detto anche dei russi e queste frasi ad effetto sono quasi sempre dei lieux communs, che ci risparmiano le osservazioni fine e profonde. Un carattere umano è cosa che non si definisce con una frase.
Fu anche detto, che i costumi sono piuttosto facili nella Svezia, e qualche statistica proverebbe che Stocolma è, dopo Monaco, la città che dà in Europa il maggior numero di figli illegittimi. Io vorrei ancora mantenere aperta la questione, perchè ho veduto molto contegnoso il riserbo nelle figlie d’Eva d’ogni classe, e non ho trovato le etarie, che in tante altre città portano in giro le loro provocazioni impertinenti.
Nella Svezia ho trovato assai accentuata una tendenza democratica nelle classi medie e più ancora fra gli uomini di lettere e di scienza. Mentre in Danimarca un nastro all’occhiello fa felici tanti mortali, nella Svezia nessuno porta il nastro e conosco molti professori dell’Università che lo hanno rifiutato. Il Nordenskjöld, il grande esploratore del polo, che si aspetta da un giorno all’altro col bottino glorioso delle sue intraprese, ebbe una volta una lezione dal re. Questi gli aveva conferito non so qual ordine e il Nordenskjöld l’aveva rifiutato. Il grande scienziato alla sua volta offerse al re una magnifica pelliccia portata dal suo viaggio, e Oscar l’accettò, dicendogli: «Tu sei più superbo di me; io ho accettato il tuo dono, tu hai rifiutato il mio.»
Il partito pietista è nella Svezia molto remuant, ed è combattuto con molta vivacità dalle classi medie e dagli scienziati. L’istruzione popolare è coltivata con immenso amore, e le signore più distinte di Stocolma vi dedicano il meglio del loro tempo e del loro danaro.
Ho avuto il piacere di essere invitato ad un pranzo, in cui il Retzius, con squisita cortesia, volle circondarmi degli antropologi e fisiologi più illustri della capitale. Più schietta, più larga, più splendida ospitalità io non aveva mai veduto. Un pranzo in Svezia è qualche cosa di originale, di grande, che rammenta il medio evo nelle sue più belle forme. Innanzi tutto vi vedete schierati in tavola almeno dodici o venti piattini, nei quali la terra e il mare vi offrono i loro tesori più pizzicanti e appetitosi; lingua di bue e uova di merluzzo, aringhe della Norvegia e anguille marinate, salame crudo e prosciutto. Si pizzica qua e là e poi si beve un bicchierino d’acquavite, che potete scegliere profumata in tre o quattro maniere. Poi viene la zuppa, che può essere di tartarughe o di gamberi di acqua dolce o anche d’ortiche. Tengon dietro i grandi pesci di mare o di fiume, il cervo o il bove e i fagiani della foresta; gelati, crema balsamica; i vini di tutti i popoli della terra che hanno una vigna. Il Retzius con delicata premura aveva messo in tavola anche il fiasco del Chianti e il moscato di Gerace. Ed ogni volta che il padrone di casa beveva, m’invitava a bevere con lui, facendomi sempre un nuovo augurio. Ed io beveva e ringraziava; mentre tutti i commensali dirigevano verso di me i loro bicchieri con grazia affettuosa. Sempre che si beve, si invita qualcuno all’amichevole augurio e questo si chiama skole. Circolò anche a metà del pranzo la maestosa Olbolle, immensa tazza di legno dipinto, piena di birra, e tutti bevettero nello stesso nappo fraternamente. Dopo il pranzo ognuno va a stringere la mano al padrone e alla padrona, ringraziandoli. Sono usi patriarcali, pieni di un profumo di antica cavalleria, che ci riportano a un tempo, in cui non si arrossiva di esprimere quel che si sente, per poi imparare con sottilissima ipocrisia ad esprimere quello che non si sente. Benedetti i paesi, nei quali progresso non vuol dire cancellare tutte le memorie del passato e vergognarsi di aver avuto degli antenati.
IV
Cristiania è una delle città più originali di Europa, e solo qua e là ti ricorda qualche lineamento della Scozia e dell’Olanda. Essa è in ordine di tempo la terza capitale della Norvegia. Toccò all’antica Nidaros (oggi Trondhjem) l’onore di essere la prima fino al 1397, quando Margherita, regina dì Danimarca, che fu chiamata la Semiramide del Nord, univa sul suo capo e tramandava ai suoi successori le tre corone di Danimarca, di Svezia e di Norvegia. Dopo il 1397 divenne capitale la città di Opslo, fondata verso l’anno 1100, ma nel secolo XVII fu totalmente distrutta da un incendio. Fu allora che Cristiano IV, re di Danimarca, edificò nel 1624 una nuova città, che dal suo nome fu detta Cristiania.
Nel centro della città avete alcune vie molto larghe e dirette, dove le case si appoggiano le une alle altre come in tutte le città del mondo, ma fuori di lì, senza strozzatura di mura nè tirannia di regolamenti urbani, Cristiania si muove a suo capriccio nel piano, sui colli e lungo il fiord, seminando di ville un largo giro di terreno. Son case isolate, tutte o quasi tutte di legno, ora candide come il marmo, ora bianche e nere, ora gialliccie, coperte di piante arrampicanti, che fanno lieta ghirlanda alle scale esteriori, al balcone e alla varanda e che si nascondono pudicamente fra boschetti di lilla, violetti e bianchi, che in questa stagione mostrano una profusione incredibile di fiori di un raro splendore. Dalla maggior parte di queste ville si gode una vista bellissima sul mare lontano, sui colli e sulla città.
Fra gli edifizi più rimarchevoli di Cristiania ho notato il palazzo reale, imponente e bello che domina l’intiera città, circondato da un gran parco, dove passeggiano i pacifici norvegiani, trovando sotto la frescura degli alberi anche botteghine democratiche, dove bevete dell’acqua di Seltz per cinque centesimi e vi è servita quasi sempre da una bionda e giovane figlia di Thor.
Sotto il castello (che così si chiama il palazzo reale) trovate l’Università, fondata solo nel 1811 e che è divisa in varii edifizi. Uno di essi è la Domus Academica, destinato alle lezioni di teologia, di diritto, di lettere e di filosofia, e dove hanno sede il gabinetto numismatico e il gabinetto delle antichità norvegiane. Nell’edifizio centrale hanno loro stanza la facoltà di medicina coi suoi laboratorii e i musei di storia naturale; mentre un terzo edifizio, parallelo al secondo, non contiene che la biblioteca, ricca di circa 200,000 volumi.
Il professore Roeg mi fece da cicerone nel museo preistorico e archeologico, dove non si trovano che cose norvegiane, che sono del resto molto rassomiglianti alle svedesi. Anche qui manca affatto l’epoca paleolitica che la Norvegia non ebbe mai. Il giovane Nielsen mi fu guida cortese nella corsa che feci nel museo etnografico moderno, che è giovane di età, ma già molto ricco, specialmente in oggetti della Lapponia e della Groenlandia. Vi sono anche molte e buone cose della Polinesia, della Nuova Zelanda e moltissime della China e del Giappone. Il Nielsen è l’autore della miglior guida per la Svezia e la Norvegia, guida che ha il merito raro di essere scritta in lingua tedesca e non in danese[2].
Lo Storthingshaus, o edifizio del parlamento, è più originale che bello, ma ha una fisonomia severa, del tutto medioevale.
Tutta la città coi suoi palazzi, colle sue chiese è però un nulla in confronto dei suoi dintorni, che formano un parco gigantesco, in cui potrebbe muoversi ed anche nascondersi tutta la popolazione di Parigi o di Londra. Vale la pena di venire in Norvegia anche soltanto per ammirare lo splendido panorama, che si gode dall’alto della torre di Oscar’s Hall, villa dei re di Svezia, posta sulla riva opposta a quella su cui è edificata la città di Cristiania. Quel castello, tutto bianco come la neve, innalza le sue torri merlate sopra un oceano di smeraldi, dove vi sembra di nuotare in mezzo a tutte le gradazioni infinite del verde. In fondo il fiord, che è lago, mare e fiume in una volta, colle sue grandi isole; di faccia, la città colla massa imponente del palazzo reale e la gran cupola della chiesa della Trinità.
Tutto all’intorno colline, piani ondulati, monti, prati e ville e villaggi e gruppi di betule, che riposano sopra tappeti molli, smaltati di fiori, o un ondeggiare di ombre e di luci argentine in mezzo ad un silenzio di uomini e di cose, che nei nostri paesi del mezzodì ci è affatto sconosciuto. Mai come al castello di Oscar’s Hall io ho provato l’ebbrezza del verde, del verde fresco, infinito, che riposa e calma i nervi irritati dal nostro cielo caldo e azzurro.
Ho veduto molte terre e molti mari, ma io credo di poter mettere accanto ai divini panorami di Rio Janeiro e di Napoli quello di Cristiania veduta da Oscar’s Hall. Il golfo di Rio è la ricchezza feconda, inesausta, del cielo tropicale; Napoli è uno dei più bei quadri della natura mediterranea; Oscar’s Hall è il quadro più fresco delle verdi bellezze del nord. Nè questo è il solo paesaggio divino, che si può ammirare nei dintorni di Cristiania. Sono salito anche sul colle, dove è posto il grande serbatoio d’acqua dolce per spegnere gli incendi, e ho veduto anche lì profili nuovi e nuove bellezze nel contorno dei monti e dei colli e nell’argentino bagliore del fiord norvegiano, che mi stava ai piedi. Quel serbatoio, quell’acqua e l’apparato dei pompieri mi sembrarono però una grande ironia, perchè proprio in quel momento stesso, in cui mi godeva quello stupendo panorama, bruciavano cinquanta case di legno in Cristiania, senza che si potessero salvare che i camini, che erano di calce e di mattoni.
Nessuno però si inquietava molto per quella sventura, dacchè non si aveva alcuna vittima. I norvegiani sono calmi, sereni, pazienti, come gente che campa molto e che non si affretta mai. Straks vuol dire sul dizionario subito; ma quando un norvegiano vi dice straks, sia pur egli un cameriere o un negoziante, un cocchiere o un medico, traducete pure: mezz’ora.
Un altro carattere del norvegiano è l’indipendenza e l’autonomia dell’individuo. Voi arrivate ad una stazione, dove si deve far colazione o pranzare e voi vi sedete alla table d’hôte, aspettando di esser servito. Potreste aspettare fino al giorno del giudizio universale: voi dovete alzarvi, prendervi cucchiaio o forchetta e servirvi da voi, scegliendo fra i molti piatti, che vedete schierati sopra un tavolo centrale. Così avviene quando in una cariole giungete ad una casa di posta. Prendete pure la vostra valigia, slegatela e portatela al nuovo veicolo o all’albergo. Essa è piccina e il viaggiatore deve avere la forza di portarla da sè. Io non ho mai guidato un cavallo in vita mia, ma qui mi son visto mettere in mano le redini e da me solo ho dovuto guidare la mia cariole lungo gli abissi, per vie impossibili, su ponti rotti, e vi assicuro che lo struggle for life mi ha fatto diventare in due giorni un famoso baroccinaio.
Fuori dell’unica ferrovia che va da Cristiania a Trondhjem, la Norvegia non ha altro mezzo di locomozione oltre le gambe di ogni bipede implume che la cariole; e vi posso dire, che, all’infuori dei suoi pericoli, ha molta seduzione. Figuratevi un guscio di noce, nel quale un olandese non potrebbe far capire la parte molle e posteriore del suo corpo, ma dove ogni altro abitante d’Europa deve adagiare la suddetta, mentre poi non sapete sulle prime dove collocare tutto il resto del vostro corpo. Ben presto però imparate che testa, collo, tronco, braccia e gambe devono restare in aria e che vi si concedono due staffe di ferro per appoggiarvi i vostri piedi. Seduto così in aria e tenuto al disopra della terra da due grandi ruote, avete in mano due redini, colle quali dovete trasmettere i vostri desiderii al cavallo, che rapidamente e quasi sempre senza bisogno di frusta vi trasporta per strade senza pilastrini e dove la menoma distrazione degli occhi o delle mani vi precipiterebbe in uno dei bellissimi torrenti della Norvegia o per lo meno in una torbiera o in un prato. Vi assicuro però, che quando avete scontate le prime paure della vostra inesperienza, voi provate una vera ebbrezza di movimento in quella locomozione semiaerea e originalissima.
V
Frederika Bremer, scrittrice molto popolare della Svezia, ha fatto conoscere nei suoi romanzi, a tutta Europa, le feste che si fanno in Scandinavia per festeggiare nel giorno di San Giovanni la levata del sole a mezzanotte. I touristes volgari leggono nelle loro guide che questo fenomeno è curioso, è interessante; e partono da Londra, da Dublino, da Vienna, per portarsi a Bodö. E là sulle prime frontiere del circolo artico otto volte su dieci accade che il cielo è coperto dalle nuvole e il sole non si può vedere nè di mezzanotte, nè di mezzogiorno. Nel caso fortunato, in cui l’astro maggiore voglia essere cortese, i touristes anzidetti cavano dal baule la loro lente biconvessa comperata ad hoc e concentrando i raggi del sole di mezzanotte sopra un punto qualunque del loro cappello o del loro soprabito, serbano eterna memoria di una puerilità umana e di una delle più grandi scene della natura.
E l’ho veduta anch’io quella scena e me ne sono sentito profondamente commosso; tanto che cavai fuori penna e calamaio e scrissi nel mio giornale la data memorabile, dirigendo il pensiero ai miei cari, che avrei voluto chiamare testimoni del grandioso fenomeno. Humboldt, uno degli uomini che più di ogni altro ha adorato la natura con intelletto d’amore, lasciò scritto, che quando il viaggiatore giunge nell’emisfero australe e si accorge che fin le stelle che brillano sul suo capo sono diverse da quelle che ha ammirato dalla sua infanzia, sente più profonda che mai la distanza dalla patria lontana. Questo stesso fatto si verifica, e con maggiore intensità, quando, giungendo nel circolo artico, si trova abolita la notte e scomparse per giorni e settimane le tenebre.
Io era in mare, quando con un cielo serenissimo salutai per la prima volta l’alba della mezzanotte. Aveva passato di poco l’isola pittoresca di Torghatten e navigava in quel labirinto insuperabile di monti nevosi, di colli, di isole, di canali e di coste frastagliate, che formano una delle scene più originali di questo nostro mondo sublunare. Il cono di Torghatten si disegnava grande e isolato in un campo di opale dell’Ungheria, richiamandomi alla mente il Pan de Azucar, che sta all’entrata della baia di Rio de Janeiro. Era quasi la mezzanotte e del sole non rimaneva sull’orizzonte che un piccol lembo falcato, una pepita d’oro senza raggi, perchè la refrazione dell’atmosfera marina ci dava l’immagine di un sole che era già scomparso per pochi istanti. Da quel punto irradiava una luce d’argento dorato, che illuminava ogni cosa, come si fosse veduta attraverso un topazzo del Brasile. Tutti si domandavano, se quell’arco d’oro fosse di sole morente o di sole nascente. Era l’uno e l’altro insieme, o piuttosto nè l’uno nè l’altro: era un fantasma del nostro padre massimo, del pontefice supremo della vita planetaria, che si faceva rappresentare da una larva, mentre era andato a riposare per pochi istanti. Qualche nubecola crepuscolare riposava l’occhio in tanta allegrezza di luce, quando ad un tratto i monti nevosi a mezzodì si fecero color di rosa; poi quel sorriso innamorato scese giù giù, accarezzando le betule tremolanti, i licheni policromi, finchè tutto il mare fu preso da un fremito di vita al primo bacio del sole nascente e dorò le sue onde di zaffiro con uno splendore di armatura brunita.
Dopo una breve pausa, il sole riuniva in una bellezza sola due crepuscoli, quasi due sospiri di un amore stanco di voluttà e d’un altro amore che ricomincia con desiderio nuovo. Un silenzio infinito avvolgeva uomini e cose, quasi tutto volesse salutare rispettosamente quella grande scena della natura, immagine di una vita ideale, in cui il riposo non è che un mutar di lavoro e la luce regna sempiterna e feconda.
Ahimè! tutto ciò che è grande e sublime dura poco; e quando ogni giorno da un pezzo voi vedete il sole per ventiquattr’ore di seguito, incominciate a desiderare le tenebre amiche, che ci riposano gli occhi e i nervi e il cuore, e colle loro ombre pietose coprono tante miserie e tante brutture. Noi, uomini di zona temperata, fin dall’infanzia siamo cresciuti in questa alterna vicenda di luce e di tenebre, e così come il sole ci invita al lavoro e alla gioia col primo raggio dell’alba, così ci riposa e ci addormenta col primo velo di tenebre, con cui ricopre i cieli. L’ombra è il riposo della luce, così come il sonno è l’ombra della vita, e la luce non ha valore senza le tenebre, come senza il riposo ogni forza si consuma. Qui invece, dove mi trovo, la luce ti perseguita sempre, e le case piene di finestre, senza persiane, senza imposte, ti imbevono di sole ogni ora, ogni minuto del giorno e della notte; ed io mi guardo più di una volta per vedere, se mai non fossi diventato trasparente, come un cristallo di rocca. Il sonno scompare e col sonno la pace dei nervi. E chi andrebbe a letto quando il sole fiammeggia nell’orizzonte? E quando ti svegli di notte e ti vedi circondato di luce, ti siedi a soprassalto, credendoti in ritardo e svegliato di pieno mezzogiorno. La luce sempiterna può essere un tormento del troppo, come le tenebre sono una tortura del nulla, e l’estrema Lapponia è nell’estate pessimo clima anche per la sovraeccitazione continua dell’attività nervosa.
Tutta questa trasposizione di luce ha però quadri secondari di singolare bellezza. Ad esempio, tu passeggi per le vie solitarie di un villaggio o di una piccola città: le botteghe attraverso i vetri senza imposte lascian vedere le loro merci, le case mostrano i loro vasi di fiori; tutta la vita intima dell’umana famiglia (di una famiglia senza ladri e senza assassini) si lascia vedere in una nudità pura come l’innocenza.
Eppure per quelle vie non si vede anima viva, e la luce silenziosa e trasparente passeggia sola in un mondo abbandonato dagli uomini. Rumore e luce sono per noi compagni fedeli; qui nelle notti della Norvegia trovi il silenzio e la luce, che sembrano abbandonarsi ai misteri di un amore nuovo, di un amore che si direbbe incestuoso.
Io dovrei descrivervi ora le mille e una bellezze delle coste occidentali della Norvegia, ma chi mi può prestare la magica tavolozza del mio grande De Amicis? Dovrei dirvi di avere ammirato per la prima volta una Svizzera in mezzo al mare, e di aver veduta una nuova e singolare armonia di cose, che sogliono essere disgiunte, quali i ghiacciai che vanno a toccare l’onda azzurra, e le navi che toccano coi loro fianchi i monti coperti di prati alpini. E sono catene di monti che ti accompagnano per giorni e giorni, che si accavallano, che si intrecciano, quasi ti volessero sbarrar la via, e poi ti aprono una porticina, e il tuo sguardo di nuovo penetra in altri fiumi di mare, in altri labirinti di isole, in altri dirupi di roccie scoscese, lacerate dai ghiacci secolari, dalle bufere, dalle valanghe, dai venti, da tutti gli agitatori massimi della natura.
Una fanciulletta, che va colle forbici capricciose ritagliando in un foglio di carta seni e merletti, non potrebbe superare ciò che ha fatto la natura, frastagliando i fiords della Norvegia e facendo penetrare il mare in seni di pochi metri o in labirinti di centinaia di chilometri, che sembrano portare la circolazione capillare della vita fin nei più interni recessi del continente.
Mancano a quasi tutti i monti della costa e delle isole della Norvegia occidentale le foreste delle nostre Alpi, ma non mancano però i piccoli quadri pittoreschi della vita umana e della vita animale. Dopo un lungo deserto di scheletri di monti, in un piccolo seno della costa vedi un prato verdeggiante e un boschetto di betule, e lì annidato un villaggio di legno con cinque o sei case, e all’intorno piccole torricelle di merluzzo che seccano al sole, e vedi biondi e rosei fanciulletti e giovani splendenti di salute folleggiare per i prati. Così su qualche scoglio nero come il carbone trovi casette artificiali di pietra apprestate dall’uomo all’eyder che vi annida, preparando ai suoi figliuoli un letto di mollissime piume, che appresterà più tardi voluttà orientali ai molli fianchi delle nostre ricche signore. Quelle anitre norvegiane si sentono così protette dall’uomo, che non si lasciano sgomentare dalla sua presenza, e perfino si lasciano accarezzare dalle nostre mani. Dove una regione è dichiarata vogel-vere, significa che quel luogo è sacro, che lì annidano gli eyder, una delle ricchezze norvegiane, e che per qualche miglio all’intorno è proibito tirare un colpo di fucile, per non spaventare quelle anitre polari. E qui le leggi si ubbidiscono assai più che tra noi, senza bisogno di policemen o di questurini.
CAPITOLO SECONDO
LA GITA A ÖJUNGEN — I PRIMI LAPPONI.
Ritornando un passo addietro, io voglio raccontarvi una gita fatta sull’altipiano centrale della Norvegia per visitare alcuni lapponi, che abitano da tempo immemorabile le montagne che circondano Röros. Il professor Fries, prima autorità in fatto di cose lapponiche, ci aveva detto a Cristiania, che quei lapponi rappresentavano il tipo più puro della loro razza e per animarci a visitarli, ci aveva dato una lettera di raccomandazione per suo fratello, distinto ingegnere che dirige le fonderie di rame di Röros.
Partii dunque il mattino del 15 giugno da Cristiania coll’amico Sommier, con quell’entusiasmo pieno di curiosità e d’impazienza, che ci porta a veder le cose nuove. Il tempo era di malumore e ci ricordava le giornate bizzose del nostro mese di marzo, quando con bisbetica alternativa piove, tira vento e brilla il sole a pochi minuti di distanza. Il malumore del cielo però non poteva passare in noi; perchè un clima interno di calda contentezza ci corazzava contro tutte le intemperie della Scandinavia. Fra due o tre giorni, fors’anche all’indomani, noi avremmo veduti i primi lapponi; come avremmo potuto essere scontenti?
Alle otto del mattino coll’ultimo fischio d’una piccola locomotiva si lasciava la città di Cristiania e si dirigeva la prora dei nostri ardenti desii (come direbbe un secentista) verso Röros. La pioggia rendeva uggioso il paesaggio e si preferiva cercare nell’interno del vagone un’occupazione al nostro pensiero. La guida tedesca del Nielsen, lo studio di alcune parole norvegiane ci rubarono le prime ore del viaggio; poi si passò all’esame del piccolo ambiente in cui eravamo chiusi. Vagoni piccini, ma puliti: fra l’uno e l’altro scompartimento un’urna di cristallo piena di ghiaccio ci offriva acqua fresca per mezzo di un rubinetto argentino; ma non se ne sentiva davvero il bisogno, involti come eravamo ancora nei caldi soprabiti d’inverno. Un immenso cartone appeso al vagone ci offriva una carta geografica del paese che si percorreva, colle stazioni, coi minuti di fermata e con tutte le notizie necessarie al viaggiatore. Un altro cartello dava i prezzi degli alberghi, che avremmo trovati lungo il cammino e dove si sarebbe potuto passar la notte. Eccovi un saggio di queste preziose indicazioni:
| Hotel di Koppang (Centrale) | |||
| 16 camere e 38 letti | |||
| Una colazione con carne calda o fredda, da | Kr. | 1 | a 0,80[3] |
| Un pranzo con due piatti caldi di carne | » | 1,25 | |
| Un pranzo con un piatto di carne fredda | » | 0,80 | |
| Una cena con carne calda o fredda, da | » | 1,50 | a 1 |
| Un pane burrato | » | 0,10 | öre |
| Un caffè o thè | » | 0,20 | |
| Una bottiglia di birra | » | 0,40 | |
| Un bicchiere di latte | » | 0,10 | |
| Alloggio. Una camera | » | 2,00 | |
| Due letti in una camera, ciascuno | » | 1,50 | |
| Tre o più letti in una camera, ciascuno | » | 1,25 | |
Seguono poi i prezzi di due altri alberghi di secondo ordine.
Un vagone norvegiano è una guida e una scuola. Un terzo cartello in lingua norvegiana e in inglese vi avverte di non gettar dalle finestre i fiammiferi o i sigari accasi, perchè potrebbero incendiarsi le foreste, che attraversate.
Passengers are requested not to throw lighted cigars, matches etc. out of the carriage windows. The doing so has occasionally caused turf, heath and thereby forests to be ignited.
Intanto vengono le 10,46’ e si deve scendere dalla ferrovia alla stazione di Eidsvold per attraversare in un battello a vapore il lago di Mjösen, il più bello di tutta la Norvegia, che ha la forma ad ipsilon come il nostro lago di Como e che per le sue rive, povere di villaggi, ma ricche di pini e di rupi scoscese, rammenta i laghi scozzesi. Pranziamo a bordo serviti da bionde e robuste amazzoni scandinave, che sono assai più lusinghiere dei piatti, che ci sono serviti: montone allesso, l’eterno salmone, l’eterna birra e un’insalata condita con zucchero e latte. Una crema eccellente servita col multeber (frutti del rubus chamaemorus) mi riconcilia però colla cucina norvegiana e mi fa benedire la vita. Benchè lombardo, devo per amor del vero confessare, che la panna della Norvegia è molto superiore alla nostra, che pure è tanto squisita: essa è soave e grassa come la lombarda, ma è più profumata e meno densa; è un vero balsamo per i ventricoli schizzinosi e di difficile contentatura.
Alle 2,15 il lago di Mjösen è tutto percorso e si ritorna in ferrovia, dove con grande compiacenza trovo che il mio biglietto di seconda classe mi dà il diritto di passare in prima ed io entro col fido amico in un vagone tutto specchi e velluto porporino. In quel grazioso salotto si attraversano bellissimi boschi molto fitti di abeti, che s’innalzano sopra molli tappeti della cenomyce rangiferina. Qua e là vediamo casette di legno tutte coperte di terra che alberga arboscelli e erbe, un vero giardinetto aereo posto sul capo dell’abitazione dell’uomo. Sulla riva destra del Glommen incontro sei o sette villaggi, sempre di legno e variopinti. Le stazioni son tutte piccine, ma linde, ma pulite. Non mancano mai i vasi di fiori dietro le finestre e campeggia sempre un enorme termometro, che annunzia a tutti uno dei fatti più importanti per la salute dell’uomo in quei paesi iperborei. Alcune stazioni sono ornate di corna di alce o di rangifero.
A destra ci accompagna sempre il fiume Glommen e qua e là grossi ammassi di ciottoli morenici ci dicono ad alta voce, che noi percorriamo il letto di antichi ghiacciai.
Alle stazioni osservo con attenzione di antropologo la faccia degli abitanti. Fra le faccie lunghi e bionde e le grosse teste degli scandinavi spiccano nel basso popolo altre faccie mongoloidi molto larghe e con naso molto piccolo. Saranno finni o lapponoidi? Non rispondo alla domanda, perchè troppo facile è arrischiare congetture e fabbricare teorie, ma la scienza severa giudica le une e le altre come altrettante pagine di romanzi storici.
La stazione di Koppang ci ferma alcuni minuti e si lascia ammirare. La circondano belle case di legno a grosso bugnato; ma io preferisco sempre ai lavori dell’uomo le opere della natura e sulla guida del mio Stephen, che erborizza anche nelle stazioni, colgo in quei pressi per la prima volta la betula nana, il più microscopico albero dell’Europa, molte viole silvestri del pensiero e una bellissima ericacea, l’andromeda polifolia.
Si giunge a Toenset alle 11,55’ della sera e si cena con salmone salato, uova sode e birra. È in questa stazione che dobbiamo passare la notte: perchè in Norvegia non si viaggia che di giorno e il treno, come una buona e brava diligenza dei tempi passati, sta fermo dinanzi a noi, aspettandoci al risveglio dell’indomani; mentre molti viaggiatori lasciano nei vagoni le loro cose, sicuri di trovarvele intatte all’indomani. Il nostro albergo, tutto di legno, ha sulla porta grandi corna di renne e la nostra cameruccia è piccina piccina, il letto piccino piccino e la luce pacata d’una notte che è giorno c’inonda soavemente, cullandoci in una sonnolenza, che non può esser sonno.
La luce velata si fa poco a poco luce viva, sfacciata; i due crepuscoli della sera e del mattino, come due ardenti innamorati, che non possono separarsi che per pochi istanti, si son dati un nuovo bacio e si sono confusi in un amplesso di una sola aurora. La tromba del treno ci avverte, che convien partire; ma se qualche viaggiatore si è attardato, o se vuole con maggior agio sorbire il suo caffè, il conduttore non ne farà per questo una questione di gabinetto e ritarderà di qualche minuto la partenza. Qui gli uomini non son fatti per i treni, ma i treni per gli uomini e le ferrovie sono piene di bonomia, di pazienza e di condiscendenza.
Siamo rientrati nel nostro elegante salottino di velluto rosso, ma lo possiamo godere per poco più che due ore; perchè la stazione di Röros ci arresta. È qui che dobbiamo raccogliere le notizie sui lapponi di Ojung, è qui che il bravo ingegnere Fries deve servirci di guida e di maestro per la nostra avventurosa spedizione. Egli è così gentile, che mentre ci dirigiamo alla sua casa, egli ci è venuto incontro e ci indovina, senza bisogno di fotografia o di passaporto colle note personali. In casa sua si studia la carta geografica del luogo e si decide di inviare un telegramma all’ingegnere Hauan, che ad Eidet dirige un’altra fonderia di rame. Ci risponde dopo qualche ora, che vi sono lapponi a Ojungstrakten e ch’egli all’indomani ci aspetterà alla stazione di Eidet con tutto il necessario per la nostra spedizione.
Röros è luogo triste e che ti agghiaccia il cuore; è posto nel centro della Norvegia sopra un altipiano a più di 2000 piedi sul livello del mare; nessun albero: una landa quasi deserta, sparsa di rovine di ghiacciai, monti all’intorno mal disegnati, brulli, quasi mai abbandonati dalle nevi. Nell’inverno gela sempre il mercurio e l’ingegnere Fries nell’ultimo inverno ha fatto un bel chiodo argentino di mercurio, battendolo a colpi di martello sopra un’incudine. Le case piccine, grigie; vie selciate di scorie metallurgiche; fumo, vapori di solfo dappertutto; un torrente, che ha lacerato le viscere di quella terra infeconda e mugge fra i massi di carbone e i cumuli del minerale di rame, che dà a quel paese un pane, che deve sapere di solfo ed essere freddo anch’esso.
Anche a Röros raccolgo però due sorrisi di bellezza e di vita. Nelle aride sabbie, che circondano quel paese infernale, fioriscono spontanei cespugli così fitti di viole del pensiero, da farne un mazzo con una sola pianta. Nell’albergo della stazione, fragrante di resina di pino, sorridono altri fiori: sono le bionde e rosee figlie del capostazione, che è anche oste, e che dai loro occhi azzurri lasciano piovere raggi di fresca giovinezza e d’innocente simpatia. Ti portano il caffè di buon mattino, quando tu sei ancora a letto, fidando giustamente nella loro virtù e nel rispetto dell’uomo per la purezza virginea della giovinezza.
Da Röros la ferrovia discende fino ad Eidet e mano mano si va lasciando l’arido altipiano, gli alberi s’innalzano e la foresta si fa più folta. Ad Eidet è pronto l’ingegnere n.º 2, il signor Hauan, che colla sua faccia seria si direbbe molto ammusonito per dover accompagnarci in cima ai monti in cerca di lapponi; ma che invece è tutto cuore, ci ha già preparato un cavallo, un carretto, e gli uomini necessarii per portare alla sua fonderia, che è giù nel fondo della valle, i nostri pesanti bagagli fotografici.
L’ingegnere Hauan, discepolo della scuola di Freiberg, è uomo di poche parole, ma di molti fatti. Egli vede scendere le nostre casse dal vagone dei bagagli e le guarda con straziante silenzio. Alle nostre insistenze, perchè voglia tradurci in lingua tedesca, e magari anche in lingua danese, quel suo silenzio, risponde con degli hum hum, molto lunghi e di pessimo augurio. Siam dunque costretti, io ed il mio compagno, a fare da noi stessi la traduzione di quel tenebroso silenzio ed eccola qui in poche parole: Questi due italiani son due veri matti, se pensano di poter portare sulle alture di Ojung le loro casse fotografiche e sarebbe più semplice far scendere i lapponi e fors’anche le montagne nel fondo della valle.
Nulla di più crudele quanto il dover parlare in una lingua straniera con poche e stentate parole con un uomo che tace in tutte le lingue. Si sentono venire al labbro fiumi di parole e di ragioni e di persuasioni, torrenti d’interrogazioni, di seduzioni e di argomentazioni e si vorrebbero tutte quante schierare in legioni, in reggimenti, in squadriglie, in batterie, per persuadere, per chiedere scusa, per farsi perdonare; e invece da una parte un monolito umano, che vi guarda e tace; e dall’altra le vostre poche parole, che escono ad una, ad una, stentate, storte e sempre male a proposito. Se Dante ritornasse in vita, assegnerebbe un nuovo girone al suo inferno, condannando tutti gli uomini espansivi e ciarlieri alla tremenda pena, che io ho sofferto alla stazione di Eidet nell’altipiano centrale della Norvegia.
Se non si può parlare, vediamo dunque di schierar fatti contro fatti, e là nella stanza delle merci di Eidet, io e Sommier ci mettiamo a semplificare il nostro bagaglio fotografico, riducendolo ai minimi termini possibili. La camera lucida col grande obiettivo Dalmayer, la tenda per lo sviluppo, poche lastre e pochissimi reattivi. E intanto per colmo della nostra felicità, piove.
Il minimum possibile intanto è installato in un baroccino a due ruote tirato da un pachiderma, che ha in una volta sola dell’asino, del mulo e del cavallo e accompagnato da noi, che camminiamo a piedi, scende giù per la china alla fonderia diretta dal signor Hauan. Ospitalità schietta e sincera, signore bionde e rosee, bambini di latte e di miele ci riconciliano colla vita e coi lapponi di Ojung. Finita la colazione, l’uomo dalle poche parole e dai molti fatti ci invita a passare nel cortile, dove è pronta la carovana, che ci deve portare alla meta del nostro viaggio. Un cavallo per il signor Hauan, una cariole per me, una seconda cariole per Sommier, un carretto a due ruote per il bagaglio trascinato dal pachidermo di specie incerta. Ognuno si mette al posto assegnatogli, ed io colle mie redini in mano, per la prima volta in mia vita guido un cavallo, senz’essere a cavallo. E su, e su per erte pendici popolate di pini fino a Törmo, dove anche le cariole non possono più avanzare e conviene trasformare gli animali da tiro in cavalli da sella. La sola carretta e il solo cavallo incertae sedis tireranno avanti così come stanno. Mentre la carovana subisce questa radicale trasformazione, si entra in una casa di Törmo, dove ci offrono latte freschissimo, sedie di legno bianche quasi quanto il latte e volti sorridenti della più cara, della più simpatica ospitalità. Le donne sono occupate nel forno a fabbricare il loro fladbröd o pane piatto. È una scena dei nostri padri dell’epoca della pietra. Una donna dalle robuste braccia nude, con singolare agilità e prestezza foggia un sottilissimo disco di pasta, in cui entrano molti cereali diversi, segale, orzo, fors’anche avena; e appena è fatto lo getta sopra un gran disco di pietra, che è stato riscaldato rapidamente da un buon fuoco di fuscelli. L’alta temperatura di quella pietra e la sottigliezza della pasta rendono la cottura quasi istantanea, e il cialdone scottato sulle due faccie è raccolto secco e semitostato e già pronto ad entrare in bocca di chi abbia appetito. Questo pane nazionale della Norvegia dura mesi ed anni, è saporito, di facile digestione e può sembrare un manicaretto in confronto del pane dei lapponi, più preistorico che mai.
Ma noi siamo già a cavallo, abbiamo già salutato le nostre donne del forno e su e su per l’erta del monte, che diventa sempre più ripido. Intanto una pioggia minuta, gelata, uggiosa ci penetra fino alle ossa e ci rende tutti quanti più muti dei pesci. Io guardo Sommier dall’alto della mia sella. Sommier guarda me dall’alto della sua; non possiamo dire davvero di divertirci, ma si subisce il martirio, aspettando i lapponi. Non dallo spegnersi della luce, che in quelle latitudini e in quella stagione non si spegne mai, ma dalla nostra stanchezza si capisce che l’ora d’andare a letto dovrebbe esser già venuta; ma il direttore della carovana tira sempre via e le guide lo seguono ammusonite e di pessimo umore. L’orologio ci dice, che le undici della sera sono vicine e ci viene imposto di fermarci, mentre ingegnere e guide, chi a cavallo e chi a piedi, si sbandano per diversi sentieri, in cerca di qualcuno o di qualche cosa. Cercano forse i lapponi e l’idea di passare la notte in una capanna lappone ci rialza gli spiriti affranti e ci promette molta poesia. Cercavano invece un saeter. E il saeter fu trovato: una casuccia ridotta alle minime proporzioni, di legno e di paglia, dove i pastori passano due mesi dell’estate per far pascolare le loro vacche. La chiave è nascosta nel tetto, a cui si giunge all’altezza del braccio. Si entra chinando il capo e si accende subito la stufa di ferro, che è la parte più importante e più cara di tutta la casa. In un momento i rami di betula schioccano, ardono e riscaldano il piccolissimo nido in cui siamo raccolti, mentre i cavalli lasciati in libertà sotto la pioggia minuta o gelida cercano fra le zolle appena abbandonate dalla neve qualche filo d’erba stenta e gialliccia. Del pane, del burro, della cioccolata e dell’acquavite ci tengon vivi fino all’indomani e distesi sul legno ci prepariamo alle future fatiche. Tre ore di sonno son presto passate e l’alba di un giorno che non è mai morto ci invita a rimontare a cavallo.
Sono le tre del mattino e siamo già tutti raccolti davanti alla porticina del saeter, circondati da un anfiteatro di monti coperti di neve. Ai nostri piedi, nel fondo della valle, dorme il pittoresco lago di Ojung, colle sue isolette multiformi, piene anch’esse di neve e di alberetti brulli, dove col nostro canocchiale possiamo vedere le prime gemme verdeggianti (è il 18 di giugno!). Se gli alberi lassù dormono ancora gli ultimi sonni del lunghissimo inverno, i prati sottili di quelli altipiani sono una vera bellezza, ed anche l’uomo meno innamorato della natura li rassomiglierebbe subito ad un tappeto della Persia, tanto sono variopinti e nel loro disordine policromo seducentissimi. Il mio Stephen, che mi accompagna nel mio viaggio, che mi conforta nella durezza del cammino coll’intelligente affetto e la giovinezza gagliarda, battezza per via tutte quelle gentili creaturine della flora norvegiana, ed io, conoscendole per nome, sento di amarle meglio.
È difficile trovare una vegetazione più originale, più caratteristica di quella che ho ammirato sugli altipiani di Ojung. Lassù alberi, muschi ed erbette, domati dal comune nemico, il freddo, si fan tutti piccini, si livellano alla stessa altezza e formano una superficie a cento colori, quasi una cesoia intelligente li avesse tosati. Fra i cespugli microscopici della Betula nana tu vedi i fiori folti della Azalea procumbens di color di rosa, i cuscinetti bianchi della Diapensia lapponica, i ricami rossi anch’essi della Silene acaulis, le chiazze gialle della Pedicularis oederi, le macchie bianche dell’Arctostaphylos alpina, le testoline dorate della Viola biflora; mentre fra un giardinetto e l’altro si distendono i microscopici boschetti dell’Empetrum nigrum e i larghi ciuffi dei licheni dai cento colori. Fra essi erge il suo capo molle e vaporoso la Cenomyce rangiferina, che ti fa sapere come il renne non debba esser lontano.
Ma pur troppo l’amor della vita non mi lascia ammirar lungamente quel tappeto persiano disteso sugli altipiani della Norvegia. Le difficoltà del cammino crescono ad ogni passo. Ora è una palude torbosa che ci minaccia, ora è un cumulo di neve che intercetta la via e dove i cavalli sprofondano: una volta il mio cadde sulle ginocchia e fu un miracolo se si potè uscirne, io e lui, colle membra sane.
Pioveva, faceva freddo e il silenzio intorno a noi era più freddo della neve; ma al di là del lago vi erano i lapponi e si tirava avanti con molta rassegnazione. Ma ahimè, un fiume spietato, il Galoe, cresciuto colle ultime pioggie, ci arrestava il nostro bagaglio fotografico, e soli col nostro cavallo, a guado e con molto pericolo si passava l’acqua scellerata, che ci impediva di fotografare i lapponi di Ojung.
A un certo punto una guida gridò: Ecco un renne! Era il primo ch’io avessi veduto e il suo bianco profilo e le sue corna gigantesche e il suo passo calmo e compassato mi rimasero scolpiti profondamente, là dove durano fino alla morte le memorie più spiccate dei nostri viaggi. Era un renne sbandato o un renne selvaggio? La nostra fantasia ci portava più volentieri alla seconda ipotesi, benchè si sappia da chi ha viaggiato nelle regioni polari, che dove abitano i rangiferi domestici, i selvatici si allontanano, quasi ripugnassero dall’ambiente della schiavitù che li circonda. Questo fatto però deve avere alcune eccezioni, dacchè il renne selvaggio si avvicina talvolta alle mandre delle renne civili e amoreggia con esse e le feconda, come vediamo accadere fra il cignale e il porco, tra il muflone e la pecora.
L’effetto esilarante di quel renne passò ben presto, perchè il cammino diveniva ad ogni passo più impraticabile e conveniva lasciare i cavalli in libertà e continuare a piedi la ricerca dei nostri lapponi. E i piedi ora si ghiacciavano nella neve ed ora si sprofondavano nella torba traditrice, or scivolavano lungo le pietre domate dalle lunghe carezze del ghiacciaio; ed io, sudato di dentro, inzuppato dalla pioggia di fuori, mi fermai più di una volta, guardando verso il sud e pensando a Firenze, alla mia bella Firenze, che in quella stessa ora doveva brillare nei raggi d’oro della sua aria profumata dai fiori.
L’ingegnere Hauan e le guide correvano dinanzi a noi coi loro garretti norvegiani, ma parevano tutti di pessimo umore, perchè non trovavano i lapponi. Alle nostre domande non rispondevano e dalla loro mimica generale era facile comprendere come dovessero bestemmiare, magari tra i denti, magari nel profondo silenzio della loro coscienza; ma con bestemmie cupe, crudeli, proprio di quelle che si riservano alle grandi occasioni, alle battaglie campali, che si devono combattere cogli uomini e colle cose. A noi incerti se dovessimo andare o stare, bastava vedere di quando in quando il profilo di una guida o il cappello di Hauan; ma a un tratto sparvero le guide, sparve il cappello dell’ingegnere e per più d’un’ora sentimmo intorno a noi il freddo del silenzio, che insieme alla pioggia minuta e ghiacciata, ci demoralizzava profondissimamente. Io, che colla mia fantasia e coi miei nervi corro dalla gioia al dolore con una velocità superiore a quella della luce, mi diedi per morto addirittura e mi sentii tutto quanto sommerso nella più nera nebbia della disperazione. Il bagaglio fotografico al di là del fiume in campagna rasa; i cavalli abbandonati al di qua, ma forse spersi; noi soli nel deserto abbandonati dalle guide e senza provviste. Mi gettai abbandonato sopra un tappeto di neve bianchissima, non contaminata da piede d’uomo o da zampe di animali, desiderando che esso mi avvolgesse come un lenzuolo funebre. E incominciai le lamentazioni di Geremia, accusandomi d’imprudenza e di leggerezza, bestemmiando anch’io come l’ingegnere e le guide contro i lapponi e più ancora contro il mio appetito, che è sempre maggiore del mio stomaco. Senza i conforti del mio amico, sempre sereno, sempre calmo, sempre sicuro di se stesso io mi sarei dato per morto; ma egli mi consolava, mi faceva vedere i lapponi a pochi passi di distanza, mi avviava sui colli fioriti della speranza....
Ma ecco ad un tratto un lontano latrar di cani, che si va facendo sempre più vicino.... Sono i cani dei lapponi. Sorgo dal mio lenzuolo funebre di neve, mi sento palpitare il cuore e rinasco a nuova vita. I piccoli cani neri son già fra noi e ci fanno festa; li seguiamo e in breve siamo dinanzi a due capanne lappone poste nel fondo di due piccole colline. Da una di esse esce una colonna sottile di fumo azzurro, che sembra farci festa e invitarci al desco ospitale di quella buona gente. Poco più che formicai di termiti, quelle due case sono un impasto di torba e di zolle tenute su da pochi pali. Un’apertura di sopra per lasciar escire il fumo, un’apertura triangolare davanti per lasciare entrare gli uomini, chiusa da una tela tenuta distesa da alcune assicelle. Essa è così stretta da dovervi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura. Conviene chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso. Non è comoda davvero quella porta, ma io vi sarei entrato a carponi, pur di poter vedermi in una capanna di lapponi. Qui convien davvero insegnare al corpo a piegarsi ad ogni momento e nelle più strane maniere; perchè appena entrato, devo gettarmi sul letto dei rami di betula, che formano il pavimento della casa, onde non esser soffocato dal fumo.
L’interno di quella capanna era uno dei quadri più originali che avessi veduto. Quanta miseria di agi e quanta ricchezza di vita, quanta povertà di spazio e quanto addensarsi di creature, quali contrasti di tinte per un pittore fiammingo, quante scene psicologiche per un filosofo, quante tenerezze per un amico degli uomini! Un imbuto nero capovolto, ecco la forma della casa; nere le pareti dal lungo bacio del fumo, nere le faccie umane, perchè anch’esse affumicate; neri Fick, Nump e Kiarf, che colle loro orecchie aguzze e i loro occhi più neri e più lucenti di un carbonchio si intanavano nelle pelliccie di renne distese sopra un elastico letto di betule; in mezzo, il fuoco contenuto fra tanta materia combustibile da grosse pietre e sopra il fuoco una catena che sosteneva una pentola. All’ingiro un monte di mestole, di coltelli, di carni affumicate, di redini per le renne, un arruffio di fanciulli, di donne, di ragazze, che sembravano rimescolarsi e fermentare insieme. In un angolo un quadretto di genere, che spiccava lieto e pittoresco nel quadro più grande. Era un bambino impellicciato, che alzava la sua bionda testolina impaurita dal suo letticciuolo e coi suoi grandi occhi ancora lucenti e istupiditi dal sonno beato di quella età ci guardava, senza sapere se dovesse piangere o ridere. Hauan e le guide erano anch’essi accovacciati in quell’antro, che sembrava risolvere il grande problema, che secondo la tradizione sacra dovrà esser risolto nel dì del giudizio universale dalla piccola Valle di Giosafatte. In quella capanna il contenuto pareva molto maggiore del contenente.
Nessuno di noi darebbe una simile abitazione al proprio cane o alla propria capra; eppure quei buoni lapponi, ricchi di più che tremila renne e che portavano anelli d’argento e che erano altrettanti Rotschild della Lapponia, non solo erano contenti di quella casa, ma erano gai, sereni, felicissimi. Quanto son mai diversi i gradi della contentabilità umana! Poco a poco feci conoscenza dei miei ospiti, che ci avevano accolti con una cordialissima stretta di mano. Gli uomini tutti assenti, perchè seguivano le renne, che pascolavano sopra un colle vicino. Margherita, la madre di famiglia, sui quarant’anni, dai capelli biondi castagni, colla sua faccia mongolica, col suo nasino piccino, colle sue mani e la sua pelle annerita dal fumo. Eva sua figliuola, di 18 anni, coi capelli d’oro chiaro, che rideva sempre, mostrando i suoi dentini bianchi, serrati gli uni contro gli altri. Era ingenua, era agile, era fragrante di una selvaggia bellezza. Coi suoi occhi azzurri, coi suoi capelli biondi, col suo piccolo nasino impertinente, coi suoi zigomi sporgenti, colla fresca pelle abbronzata dai lunghi geli, coi suoi piccoli piedi nudi e le sue piccole mani, aveva tutte le pericolose seduzioni di un frutto agreste, di cui s’ignora il sapore. Una sorellina di poco minore d’Eva, e due o tre fanciulli completavano la famiglia.
Quella buona gente parlava discretamente il norvegiano e il bravo ingegnere Hauan ci traduceva in tedesco ciò ch’essi dicevano, mettendoci in continua relazione di simpatie e di idee. La madre si mise subito a macinare dell’ottimo caffè, preparando in un batter d’occhi colle sue mani la bevanda prediletta dei lapponi, e si bevette raddolcita da candidissimo zucchero in pane. Dopo il caffè venne la colazione: carne di renne affumicata con sego di renne pietrificato dal freddo, il tutto cotto rapidamente al fuoco vivissimo di betula. Era un cibo duro ma saporito, fragrante di un aroma ircino, direi quasi selvaggio. Si mangiò tutto, si digerì tutto; ma si dovette lottare contro un vero mal di mare, vedendo la strana pulizia della buona Margherita. Essa aveva un suo grande mestolone di metallo, con cui ci serviva ora il caffè, ora il brodo denso e grasso di renne, ed ora l’acqua da bere. Quell’istrumento universale era sempre lavato colla lingua, che a guisa di strofinaccio mobilissimo ripuliva ogni grassume e rendeva il cucchiaio più terso dell’argento.
La lingua era per quella brava donna il sapone dei saponi, la scopa delle scope; tanto è vero, che quando ci congedammo, Margherita, prima di porgere la mano, se la leccò rapidamente e con straordinaria agilità. Di tanto in tanto la cortese ospite nostra, colle sue dita faceva anche la pulizia del naso, senza ricorrere in questo caso alla lingua.
Margherita era il movimento perpetuo in azione: ora rattizzava il fuoco; ora dava uno scapaccione ad un cane, che allungava il muso con troppa impertinenza verso la carne o il sego; ora puliva il naso colle mani ad una bambina, ora dava un pezzo di carne cruda ad un fanciullo, che aveva troppa fame per aspettare che il bollito fosse fatto; e tutto questo colla pipa in bocca, che si svuotava e si riempiva a brevissimi intervalli.
Saziata la fame e la sete, asciugati gli abiti, innalzati a più spirabil aere dall’ottimo caffè di quei lapponi, venne l’ora delle cortesie squisite, dei doni e del commercio. Uomini più diversi era difficile riunire in più piccolo spazio: latini e goti e scandinavi e figli degli antichi mongoli dell’Altai; gente cresciuta sotto i pampini della vite e i rami dell’ulivo o indurita dai geli sempiterni del polo, figli di Odino e figli di Orazio; ma tutti erano stretti in quel momento intorno ad uno stesso focolare e un unico ambiente li ravvicinava e li riscaldava alla stessa fiamma di simpatia.
Offersi un’eccellente sigaretta a marca dorata ad Eva. La prese con diffidenza, guardando cogli occhi timidi la mamma.
— Le fanciulle non fumano fra noi.
Ed Eva voleva restituirmi la spagnoletta.
Non la volli accettare.
— Signora Margherita, oggi, oggi soltanto per amor nostro, lasci che Eva fumi una spagnoletta.
Chinando il capo, assentì.
Ed Eva, arrossendo di gioia e ringraziandomi soavemente con un sorriso degli occhi, accese la sigaretta e tirò su due o tre boccate di fumo, poi la passò alla mamma che finì di fumarla.
L’ingegnere Hauan versò del cognac ai nostri ospiti e Margherita, Eva e tutti quanti vuotarono i bicchierini d’un fiato, dopo aver tuffato in essi la punta dell’indice e aver segnata una croce sulla fronte.... Perchè non faccia male, dicevano essi.
Offersi della cioccolata. Non l’avevano mai veduta. Margherita domandò se era sapone. Le dissi di assaggiarne e le diedi l’esempio. La trovò eccellente; la fece gustare ad Eva e poi la nascose sotto le coscie, dicendo di serbarla al marito. In quel luogo nascondeva ogni cosa, denaro, sigarette, coltelli. Era il santuario della casa. Era là vicino che aveva un suo banchetto di legno, chiuso a chiave, dove teneva i gioielli d’argento, la bibbia norvegiana, un evangelo in lingua lappone.
Comperai due corna stupende di renne per due corone (tre lire). Mi innamorai di una chatelaine di cuoio, che Margherita teneva al suo fianco e che da una bella stella di ottone lasciava cadere un sonaglio di piccoli strumenti domestici. La voleva ad ogni costo per il mio museo di Firenze.
— Quanto volete, Margherita, per questa chatelaine?
— Non la posso vendere; mi accompagna dal mio matrimonio.
— Vi darò tanti quattrini che bastino per farvene fare una nuova e più bella.
— Non posso, me ne duole.
Offersi un magnifico coltello norvegiano con astuccio scolpito di legno.
Margherita lo trovò bellissimo, lo mostrò ad Eva; fanciulli e bambini se lo fecero passare, ammirandolo uno ad uno; ma il coltello non fu accettato.
Offersi quattro corone, poi sei, poi sette, otto e per otto corone la chatelaine diventò mia.
Il buon ingegnere Hauan dovette però prenderne il disegno e promettere di farne fare un’altra eguale da un orefice di Eidet.
Margherita sapeva vendere, ma non era esosa. Le volli comperare una salciccia fatta di latte e sangue di renne, ma essa me la diede ridendo e dicendo in cattivo norvegiano: Ikke betale, questa non si paga.
Più curioso di tutti fu il cambio di una ciocca di capelli per una bella forbicina inglese, che aveva in tasca e che era piaciuta immensamente ad Eva.
— Dammi una ciocca di capelli ed io ti do la forbice.
— Impossibile, impossibile — e rideva come una pazza.
Io rimetteva in tasca la forbice, ma poco dopo mi era domandata di nuovo. E di nuovo la forbicina esciva dalla tasca e la bionda Eva la apriva, la chiudeva, ammirando il congegno con cui si piegava sopra se stessa, nascondendo le proprie punte. Ed io sperava di nuovo di avere i capelli e di metterli nel mio museo fiorentino.
Ad un tratto Eva si mette a ridere coll’aria di chi ha trovato qualche diavoleria, onde conciliare due opposte cose, e mi propone il cambio della forbicina inglese coi capelli di sua sorella.
Accetto, ed essa colla stessa mia forbice recide una ciocca di capelli alla sorellina, che avevan lo stesso colore dei suoi. Aveva vinto la partita! aveva la forbice e non aveva sagrificato un filo dei suoi bellissimi capelli.
Non volli darmi vinto del tutto alle furberie di una Eva lappone e le dissi, che per di più voleva un bacio da lei.
E la innocente fanciulla mi baciò sulla bocca, senza scrupoli come senza malizia. Ella era però troppo felice, perchè potesse contenere la sua gioia nell’angusto recinto di quella capanna e si offerse a chiamare le renne, perchè le potessimo vedere più da vicino. Imbottì le sue scarpe di renne con un fieno così verde, così profumato, così ben pettinato, ch’io le invidiai quella calzatura. E allora uscita fuori, si mise a correre sulle rupi molli di licheni, balzando di sasso in sasso, come camoscio petulante, coi capelli spettinati dal vento, e aguzzando lo sguardo sul lontano orizzonte per scoprire dove fossero le renne e per additarcele, ridendo e folleggiando. Quanto era bella quella sua innocenza selvaggia, quanto era cara quella giovinezza senza peccati; quella gioia senza rimpianti, quel sorriso di una vita felice, che rispondeva a un pallido raggio di sole, che, fra le nubi rotte dal vento, brillava in mezzo ad una pioggia fina fina di piccolissime perle d’argento.
Eva sapeva leggere, sapeva parlar norvegiano, sapeva munger le renne e guidarle, sapeva cucire e cucinare e vestire i fratellini. Era buona, intelligente e, al modo lappone, sapiente, e quel che è meglio, felice. Quante delle nostre signore non potrebbero invidiarla lassù nella sua capanna di Ojungstrakten!
CAPITOLO TERZO
LETTERE LAPPONICHE DELL’AMICO SOMMIER — UN BAGNO FINLANDESE PRESO A ELVEBAKEN — I LAPPONI A KAUTOKEINO — BOZZETTI LAPPONICI.
I
Facendo dolce violenza al mio caro amico e compagno di viaggio in Lapponia, mi dichiaro segretario, o dirò meglio, scrivano del signor Stephen Sommier, e sotto la sua dettatura vi narro che cosa avvenisse a un povero fiorentino, il quale agli ultimi dello scorso luglio si trovava a Elvebaken nel Fiord di Alten, colle sue macchine fotografiche, per vedere se i lapponi di Kautokeino e di Karaschok fossero diversi dai lapponi svedesi veduti e studiati insieme a me nell’isola di Tromsoe.
················
Ieri sono venuto qui in barca da Bossekop coi pesanti attrezzi fotografici per vedere di ritrarre i dolci sembianti di cinque lapponi, che si trovano sparsi sulla spiaggia del mare. Tre di questi sono un curioso esempio del passaggio dal Lappone nomade al lappone pescatore, un bellissimo specimen di evoluzionismo darviniano preso in flagrante. Sono stabiliti qui da cinque anni e lavorano per i pescatori; si chiamano ancora fieldfinne (lapponi nomadi), ma per verità sono già fisckfinne (lapponi pescatori) e i loro figli soltanto avranno diritto di appartenere alla nuova specie del genere lappone. Anche qui le tradizioni hanno la loro forza irresistibile, anche qui come in Italia l’inerzia è la forza più forte fra tutte. Qui mi assicurano che mai o quasi mai i lapponi s’incrociano coi Quæne (Finni).
Ieri sera, dunque, son andato sopra un naes (promontorio) dove i miei lapponi si erano stabiliti da varii mesi, occupati a seccare il clipfisk (baccalà) per i pescatori norvegiani. Ho veduto la loro tenda alta poco più di un metro, larga meno di due, sotto la quale abitano il padre, la madre e una figlia; che è un vero gioiello etnologico; la faccia più mongolica che abbia veduto fin qui tra i lapponi. Là, in un boschetto di betule, ci siamo seduti sull’erba a confabulare. Espressi il desiderio che quei signori venissero il giorno dopo a Elvebaken per farsi fotografare. La vecchia non ne voleva sapere, e la pige (fanciulla) non si lasciò piegare al mio onesto desiderio se non dopo un’ora di discussione persuadendo il papà; che anche in Lapponia, a quanto pare, fa sempre la volontà della figliuola. È strano come questa gente, avara e avidissima di denaro, si ricusi talvolta, pur di non muoversi, a guadagnare senza alcuna fatica due o tre lire, mentre altre volte ti stanno a seccare ore ed ore per avere dieci centesimi più di quanto si è convenuto di dare.
Oggi, dunque, nuovi disinganni fotografici! Credo davvero che la fotografia, coi suoi capricci, colle sue incognite, per le quali non bastano neppure le tre cifre cabalistiche x, y, z, debba far diventare fatalisti, turchi, anche i cervelli più sodi di questo mondo. Il tempo è bello, sereno, caldo, asciutto, i miei obiettivi tersi come il diamante; i chassis si muovono, come se avessero le rotelle, i reattivi freschi, eccellenti; eppure tutte queste belle cose mi dànno questi splendidi risultamenti: Prima negativa tutta macchie. Seconda negativa tutta nera, Terza negativa tutta rigata. Le meno peggio non sono che densamente velate! Peccato per quella ragazzina splendidamente mongolica, che avreste adorata nel Museo di Firenze! Tutti questi disastri non impediranno che domani, posdomani, fra tre o quattro giorni, io non faccia altre fotografie belle, perfette, e che mi faranno credere di essere il migliore fotografo, che fin qui abbia calcato il suolo lapponico.
In ogni modo oggi le cose andavano molto male, ed io avevo bisogno di far qualche altra cosa, per non dire sospirando alla sera: diem perdidi! Mi risolvo dunque a prendere un bagno finlandese. Il mio buon amico Wikstroem, quäene di nascita e che mi accompagnava come alleato in questa battaglia fotografica, mi andava dicendo già da un pezzo: — Prenderemo un bagno finno, ed ella sentirà che cosa stupenda, proverà come ci si sente rinnovellati di novelle frondi!
Per allestire un bagno finno occorre preparare i preliminari qualche ora prima di sottoporsi alle delizie nordiche di questa abluzione; occorre cioè qualche ora per riscaldare le pietre, che devono jouer le premier rôle nel grande cataclisma. Quando le pietre furono quasi roventi, andai col Wikstroem a visitare il luogo del patibolo. Era una casetta alta due metri, tutta di legno e con un solo finestrino di due decimetri quadri: vi era anche una porta degna in tutto di quell’architettura lillipuziana. Nel centro un fornello, e su questo un gran mucchio di sassi caldissimi; all’ingiro diverse panche molto larghe; fornello, sassi e panche di una sola tinta nera, quella del fumo. Sentii una vampa di forno ardente e scappai prima di entrare. Il compagno non si scoraggì per questa mia ritirata e mi condusse in un’altra casa distante un cento passi da quel forno balneario, dove ci si spogliò e col meno possibile addosso, tanto da non crederci nudi si ritornò al forno; e là, lasciato sull’erba quel meno possibile, penetrai nudo come Adamo, seguendo i passi del mio quäene. Il fuoco era spento, il fumo svanito affatto e il calore più secco e più alto dominava sovrano in quell’antro vulcanico. Wikstroem prese subito da una tinozza acqua fredda e la gettò sulle pietre roventi. Un gran sibilo, e una vampa di vapore caldissimo riempì il piccolissimo ambiente, cambiando ad un tratto il caldo asciutto in caldo umido. Io era attonito e impietrito, quando mi sentii gettare molta acqua fresca sul capo; battesimo di cui aveva un grandissimo bisogno; ma pare che quel refrigerio non mi facesse gran cosa, poichè dopo mezzo minuto, che mi parve mezzo secolo, mi entrò nel petto un’aria così rovente da sentirmi ardere naso, faringe, laringe, bronchi, polmoni e ogni cosa. Mi pareva di vedere disegnato in colore di fuoco, come in un atlante anatomico, tutto il mio albero respiratorio; mi sentii quasi trasformato in una fiamma vivente; e se non avessi veduto dinanzi a me un altro uomo vivo, e che rideva e guizzava come un pesce in quell’aria rovente, avrei creduto che fosse giunta la mia ultima ora e sarei fuggito forzando la porta, o demolendo il tetto. Il quale altro uomo era tanto vispo, che mi gridava allegramente: Acqua fredda, acqua fredda, e niente paura! Vidi infatti, che accanto al fornello vi erano due tinozze, una piena d’acqua fredda e l’altra piena d’acqua calda; e mi misi a tuffare nella prima la mia testa, che pareva essersi trasformata in un forno ardente. Nella tinozza d’acqua calda erano immerse due grosse scope fatte con rami freschi di sorbus aucuparia, e il Wikstroem ne prese una e cominciò a frustarmi di santa ragione dal capo ai piedi. Ormai ero uscito dal mio io, aveva perduto ogni coscienza ben distinta della mia individualità, del mio passato e del mio avvenire e mi lasciava fare perinde ac cadaver. E il cadaver che vi parla fu ben insaponato, poi di nuovo frustato e di nuovo spruzzato d’acqua caldissima. Devo aver espresso qualcosa d’orribile, devo aver dato qualche segno di pazzia, perchè anche il mio carnefice si mosse a compassione, mi aperse la porta e mi disse: Fuori!
Il mio io, senza aver coscienza di quell’altro me, che mi accompagna da tanti anni, uscì fuori e si trovò a ciel sereno in costume di Adamo prima del peccato, e senza punto accorgersi che il clima si fosse mutato intorno a me. Mi sentiva trasformato tutto quanto in una scottatura; la testa, non più mia, un tizzone di fuoco; le narici, i bronchi, il petto tutto un fiume di lava glutinosa, che m’incendiava, mi consumava, m’inceneriva. Passavano uomini e donne, che neppur mi guardavano; ed io là, inchiodato nel mio dolore e aspettando da un momento all’altro di essere cambiato nella statua di sale della Sacra Scrittura. Intanto il Wikstroem nel forno eseguiva sopra se stesso ciò che prima aveva inflitto al suo povero amico. Il bagno però non era ancor finito; il calice rovente non era ancora épuisé; fui invitato a rientrare e anche questa volta lasciai fare. Mi coricarono sopra una delle larghe panche di legno e là, a brevi intervalli, botte da orbi e secchie d’acqua calda e d’acqua fredda che si alternavano. Sudavo e tacevo, tacevo e sudavo, e nei primi crepuscoli della coscienza, che rientrava in casa, sembravami che forse tutto quel pandemonio potesse esser piacevole. Una doccia abbondante d’acqua fredda mise fine al cataclisma balneario e si uscì insieme al fido carnefice all’aria aperta, dove rimasi al sole e al vento per più d’un quarto d’ora, senza accorgermi del sole e del vento; senza sentire nè caldo nè freddo. Poco a poco mi parve di sentirmi molto bene e per la prima volta in mia vita, credetti giusta la teoria dello Schopenhauer, che il piacere non sia altro che la cessazione del dolore. Mi vestii e ritornai a casa, senza mal di capo, senza raffreddore, senza bruciore agli occhi; con un senso di piacevole stanchezza, che durò fino all’ora del pranzo.
Questo bagno si fa qui anche di pieno inverno dagli indigeni quaene, che ritornano a casa in naturalibus, pestando la neve coi piedi nudi. La pasta umana deve essere di una singolare composizione per resistere a un tal uragano!
Avrei meritato un ottimo pranzo; ma il mio desinare invece si ridusse a salmone crudo e affumicato, a burro salato, a formaggio putridissimo (gammel-ost), a pane nero e ad acciughe crude in salamoia. Per bevanda acquavite di patate e un brodetto giallo fatto di latte coagulato e stemperato nell’acqua della torbiera; il tutto accompagnato da un coro di zanzare più feroci di Caligola, più numerose delle arene del mare. Io però era felice, non dovendo più dire: diem perdidi!
Quella mia giornata campale di Elvebaken era stata davvero un giorno ben impiegato.
II
Hammerfest, 26 agosto 1879.
Eccomi dunque ritornato da una gita in Lapponia! Se tu mi domandi se io sia contento di esserci stato, rispondo: certo, ma ancora più di esser ritornato. Fin qui non facevo che decantare le bellezze della Norvegia, ma ora che ho visto la Lapponia, faccio per questa parte di terra norvegese le mie brave eccezioni. Non ho mai provato una malinconia, un’uggia profonda come percorrendo quelle lande deserte. Ti aveva giurato di portarti almeno un cranio lappone e mi facevo uno scrupolo di mantenere la mia promessa. Mi risolsi dunque di andare a Kautokeino o, come dicono i lapponi, Guovdagaeino, la città più importante della Lapponia norvegese. Per andarvi da Bossekop vi sono due vie: la via d’inverno e la via d’estate. Questa è un po’ più lunga e si percorre in parte in barca sull’Altenelv. Quella è più diritta e lunga circa 16 miglia norvegiane (180 chilometri). Io per non sbagliare, presi un po’ dell’una e un po’ dell’altra.
Partito da Bossekop con un cavallo per il trasporto del baule e delle provvigioni e con una guida, percorsi a piedi e tutto d’un fiato i primi 28 chilometri, risalendo prima l’Altenelv, poi la graziosa valle di Garkia. Il sentiero passa in mezzo a boschi di pini e di betule. Pioveva dirottamente ed io seguiva a testa bassa il mio cavallo e la mia guida, uno più taciturno dell’altra, meditando sui piaceri d’un viaggio in Lapponia. La mia guida era un uomo di cinquantaquattr’anni, ma che ha le gambe di ferro, ed io che poteva essere suo figliuolo, non voleva mostrarmi meno di lui. Si arrivò quindi in meno di sei ore alla stue di Garkia.
La stue, per chi non lo sapesse, è una specie di chalet in legno con due camere; una per il padrone di casa e l’altra per i viaggiatori. Intorno alle stue un grande steccato racchiude altri chalets minori, che servono di magazzino e di stalle; è insomma una vera seriba. Fra tutte queste «dipendenze» vi è una specie di capanna lapponica, fatta di tronchi di betule e zolle di terra, e serve di albergo per i viaggiatori, che non sono in grado di pagarsi l’alloggio sontuoso della stue. Sulla strada d’inverno tra Bossekop e Kautokeino tu trovi tre di queste stue; furono costruite dal governo norvegiano, il quale paga inoltre 160 corone all’anno al contadino che deve abitare una di esse. I viaggiatori pagano 40 öre al giorno, se occupano la camera aristocratica, e 7 öre se si contentano della capanna lapponica, e con questi pochi centesimi hanno anche diritto all’acqua e al fuoco. Io alloggiai aristocraticamente nella stanza dei forestieri, ed ebbi una bella fiammata, latte di renne e due belle pelli idem, sulle quali dormii saporitamente.
Il giorno dopo fummo raggiunti dalla posta, insieme alla quale si doveva fare viaggio. La posta, che da Bossekop porta le lettere nella Svezia, passando per Kautokeino, si compone di un postino lappone, di un sacco e di un compagno che aiuta il postino quando si deve andare in barca. Questa volta bensì la carovana era più numerosa, e ne facevano parte un bel lappone tipico, dell’altezza di metri 1,40, ed una ragazza norvegese, che andava a prendere servizio dal Lansmand di Kautokeino, uno dei due norvegiani che vi risiedono. Come appendice, aggiungi un cavallo per la roba delle some e un condottiero per il cavallo della serva: una carovana completa di sette bambini e due quadrupedi.
Ci si mise in cammino e dopo una salita di un’ora, vidi sparire anche i poveri alberi di betule, e si giunse sul vasto altipiano di Bescadasfield, dove si doveva camminare per ben quarantacinque chilometri. Figurati una landa deserta, uniforme, una ondulazione continua di terre, che ti restringe l’orizzonte e che non ti lascia mai camminare in piano. Dovunque tappeti di licheni bianchi e gialli, tra i quali crescono rari ciuffi di betula nana, i vaccinium, il sempiterno empetrum, dei carex, delle luzule, delle festuche, dei piccoli salici e poche altre piante. Tutti però camminavano così lesti, che quando io mi soffermavo un solo minuto per raccogliere una pianta, mi trovavo alla coda della carovana.
Tutti i field della Lapponia si rassomigliano, e a conforto della noia continua, non trovi che qualche valle con qualche boschetto di betule e qualche palude torbosa che ti offre qualche fiore. È vero che tu trovi qua e là anche qualche lago, ma colle loro rive basse, colla loro acqua plumbea, che non riflette nè un ramo d’albero nè un profilo di monte ti stringono il cuore invece di dare un po’ di varietà al paesaggio monotono e desolante.
Dopo quattro ore di marcia ci si fermò in una capannetta di rifugio, dove si fece fuoco con legna raccolta nella traversata dell’ultimo bosco. Si prese il solito caffè lapponico, che tu conosci già, e poi altre cinque ore di marcia, e altra fermata con ripetizione dello stesso caffè. La seconda fermata fu più lunga e durò fino alle due dopo la mezzanotte. Un nuovo caffè ci risveglia dal torpore notturno e si entra in una barca, con cui si risale il fiume, ora remando ed ora puntando, secondo la diversa profondità delle acque. Così si giunse a Masi, unico luogo abitato che si trova dopo Garkia.
Masi è la residenza del postino; è un’altra stue, ma il campo chiuso dallo steccato ci rallegra colla vista di pochi montoni e di cinque o sei vacche. È quello il piccolo mondo che basta all’esistenza fisica e psichica di quel povero uomo, che non conosce altro e non desidera altro. Se vuol parlare con anima viva, deve percorrere almeno venti chilometri; vive del prodotto dei suoi montoni, delle sue vacche, della pesca e di quel po’ di farina che compra sulla costa e si porta a casa nell’inverno, quando la neve rende più facili le comunicazioni. Va a segare l’erba, spesso a qualche ora di distanza, e nell’inverno va a raccoglierla colla slitta, o va sui monti a strappare dalle rocce i licheni.
A Masi la carovana si divise: la posta continuò la sua strada, ed io rimasi col postino per la ricerca dei cranii lapponi, che dovevano trovarsi in un antichissimo cimitero, dimenticato da tutti, dove già erano cresciuti arbusti e alberetti, e dove, senza alcuna profanazione di affetti, io potevo sciogliere il mio voto e farti felice.
.... E i cranii si trovarono: appena comparve il primo, posata per un momento la vanga, innalzai al cielo.... il fumo d’una spagnoletta, l’ultima che possedevo e che conservavo da un pezzo. Avevo fatto voto solenne di non fumarla prima di aver avuto un cranio lappone. Non ho bisogno di spiegare a te, paladino degli alimenti nervosi, il dolore che provai, vedendo ridursi in cenere quell’ultima spagnoletta. Rimanere in Lapponia senza quel conforto, senza quell’ultima riserva per i momenti di noia, di malinconia e di fame!
.... Il giorno dopo io era zoppo, e il mio cavallo era destinato al trasporto delle casse dei cranii e dell’altro bagaglio.... Convenne però adattarsi e senza sella mi accomodai fra i cranii e i pacchi di carta sugante. Non era certo il modo migliore di viaggiare: ora paludi nelle quali il cavallo affondava, ora pietre nascoste dai cespugli nelle quali il cavallo inciampava, or boschi folti che mi schiaffeggiavano coi loro rami. Io mi lasciava portare sonnolento, muto e distratto, non senza pericolo. Infatti una volta il mio povero ronzinante fece un buon capitombolo; fortunatamente in un terreno coperto di morbidissimo sfagno. Peccato però che io mi trovai sotto le casse dei cranii!
Non parlo delle zanzare, che sono la prima peste di un viaggio lapponico. Ve ne sono di due specie, una mi sembra essere eguale alla nostra; è soltanto un po’ più grulla, perchè si lascia ammazzare molto facilmente. L’altra è più piccina, ma molto velenosa e ti vola in branchi innumerevoli nel naso, nella bocca e negli occhi, in modo da toglierti il respiro e da accecarti. Per fortuna non ti tormentano nè a tutte l’ore, nè in tutti i tempi; quando tira vento e fa freddo, scompaiono. Io avevo adoperato il barbaro metodo di difesa dei lapponi, dipingendomi il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce, ma benchè mi fossi ridotto un mostro, non trovai che il rimedio fosse troppo efficace.
.... Ti risparmio il monotono racconto della monotona continuazione del mio viaggio e giungo a Kautokeino alle undici di notte. Vi ho veduto le prime stelle, dopo due mesi passati nella luce sempiterna ed ebbi per la prima volta dopo due mesi una candela. Quanta allegrezza! Era però un’allegrezza molto fredda, perchè il termometro segnava cinque gradi solamente sopra lo zero!
Kautokeino è pure una gran bella città! Una ventina di case tutte di legno, 200 abitanti circa in 40 famiglie, e nell’inverno un 600 lapponi nomadi, accampati intorno alla loro metropoli in un raggio di più che 100 chilometri. Vi risiedono un lansmand, un handelsmand e qualche volta anche un prete. Ora, per esempio, non ve n’è e bisogna farne senza. Un paio di volte all’anno viene qui un sacerdote, fin da Tromsoe o da Alten, e battezza, conferma, marita, comunica e dà tutti quanti i sacramenti.
Neanche in questa grande capitale lapponica potei mangiare un po’ di carne fresca di montone. Dicono che le pecore in questa regione sono ridotte dalle zanzare a pelle ed ossa. Dovei quindi contentarmi di carne di renna salata e di pane nerissimo, senza parlare delle altre delicatezze gastronomiche di questi paesi e che tu conosci già.
Uno dei personaggi più interessanti di Kautokeino è la levatrice, che è indigena, ma ha studiato un anno a Cristiania, che è svelta, intelligente, e parla molto bene il norvegiano. Mi dice però che i lapponi nomadi ricorrono raramente a lei, perchè il marito fa da ostetrico alla moglie e poi fa anche da sacerdote battezzando il neonato.
Nel ritorno da Kautokeino fui premiato delle mie fatiche. Figurati che ho trovato la pinguicula villosa e la vahlodea atrapurpurea! Tu, che hai viscere di naturalista, m’intenderai. Ho attraversato il Beskadasfield colla pioggia, con un vento indiavolato e con un freddo.... veramente lapponico. Nella sosta la guida mi fece una specie di muraglia colle casse dei cranii, e raccogliendo lì per lì alcune bracciate di sarmenti di betula nana riuscì ad asciugarmi e a riscaldarmi. Quella povera betula nana era pietosissima; bruciava benchè verde, bruciava benchè bagnata. Scendendo dall’altipiano, salutai il riapparire dei pini colla stessa gioia con cui un arabo, condannato a vivere lungamente nella Norvegia, darebbe il benvenuto alla prima palma, che gli apparisse all’orizzonte. E più tardi salutai con uguale amore il profilo dei monti nevosi e il mare azzurro, che riflettevano un cielo azzurro, anche esso! Una vera orgia meridionale e che nel Circolo polare mi riscaldarono cuore e paracuore agghiacciati da tanta Lapponia! Non ricordò di aver salutato con più caldo amore il divino golfo della Spezia, quando andando a San Terenzio, lo saluto dai colli di Lerici.
Ora eccoti alcune notizie sui lapponi di Kautokeino: i fissi vi sono in numero di circa 200, i nomadi in numero di 600.
I lapponi fissi che ho visti a Kautokeino sono in media più alti e più membruti di quelli nomadi visti a Tromsoe. Alcuni (donne specialmente) sono anche addirittura grassi, cosa mai vista a Tromsoe. La maggioranza è di pelo biondo o castagno non scuro. Ho visto delle famiglie numerose di cinque, di sei, e perfino di nove figliuoli. Vi ho visto della gente vecchia assai e ben conservata, senza infermità (da 80 fino a 90 anni). Il padre della levatrice, morto a 90 anni, andava ancora alla pesca e lavorava come un giovane (dice sua figlia). Non pare che si maritino presto; 16 anni, con maternità a 17 è stato il caso più precoce citatomi. Sono tutti o quasi tutti più o meno imparentati coi quäne: ma su questo punto è difficile avere informazioni esatte; quando si tratta di cose che risalgono oltre due generazioni, non ne sanno, in generale, più nulla. Sono quasi tutti vestiti alla lappona (costume di Kautokeino, che è diverso da quello di Karasuando); per lo più parlano anche quäne e niente norvegese. L’insegnamento nella scuola si fa in lappone, ma pretendono d’insegnare anche il norvegiano (con infelice successo, a quanto pare). L’insegnamento è obbligatorio. Anche i nomadi devono mandare i loro bambini a scuola sei o sette settimane all’anno, se non possono da sè dar loro l’insegnamento della lettura e della religione. Però oltre ai due maestri (lapponi ambedue, che ho conosciuti) che insegnano a Kautokeino, ve ne è un terzo, che gira di accampamento in accampamento per insegnare a domicilio (gratis). Non sono confermati altro che quando conoscono la religione, sanno leggere e fare le lettere: e non possono sposarsi se non sono confermati. (Talvolta però, e non di rado, si dispensano dal matrimonio come lo provano due ragazze (pige), che ho conosciute e che avevano un bambino per una). Nell’inverno hanno molti rapporti con la Finlandia, donde traggono specialmente il legname da costruzione. In quella stagione vengono pure in gran numero alla costa occidentale, ai mercati di Bossekop, ove vendono carne, corna e pelli di renne, burro, e comprano acquavite, farina, caffè, zucchero e stoffe di lana. Molti dei lapponi fissi posseggono renne da tiro e le affidano ai nomadi per il viaggio d’estate alla costa. I nomadi lasciano nei piccoli caseggiati inchiusi nelle seribe dei fastboende (fissi), le loro slitte ed altre cose che non portano seco alla costa. Lasciano inoltre i vecchi, che non possono più fare il viaggio e che vivono in parte a spese pubbliche. I fissi hanno per lo più vacche e montoni la cui lana lavorano da sè; pescano e conservano in parte il pesce salato per l’inverno. Quando vi fui io, erano tutti occupati a segare il fieno e nessuno pescava, per cui non potei assaggiare i natanti abitatori della Kautokeinoelv. La coltura della terra si riduce quasi a nulla; pochissimi e piccolissimi campi di rape, ed un solo di pochi metri quadrati di patate, per le quali il proprietario aveva buone speranze quest’anno; cosa rara! Vedendo il bel sole e sentendo il caldo che ci faceva quando c’ero, pareva impossibile che nei mesi d’estate la terra non potesse produrre altro. Ma bastava per convincersene guardare un pozzo ancora coperto da un grosso lastrone di ghiaccio forato nel mezzo per potere attingere l’acqua, e sentirsi dire che a quattro piedi di profondità la terra è gelata tutto l’anno, che la neve copre ancora il terreno nel principio di giugno e comincia a cadere in settembre, e che ogni inverno vi gela il mercurio ed il vino (anche quello di Porto!)
Ho conosciuto avvocati, che difendono i lapponi quando sono chiamati al tribunale per rispondere di furti (solamente di furti e quasi sempre di renne), e dicono che essi sono di un’abilità ed astuzia grandissima nel difendersi, e che hanno metodi molto ingegnosi per rubar renne, senza che poi si possa provare il loro delitto.
Ho avuto in Kautokeino molti particolari sul famoso furore religioso che ha invaso i lapponi e li ha indotti a massacrare il lansmand, l’handelsmand, ed a bastonare il prete, e che ha procurato al museo di Cristiania lo scheletro di uno dei due lapponi giustiziati in conseguenza di quell’assassinio. Fu opera dei lapponi nomadi, i quali pare fossero persuasi di fare opera grata a Dio. Si deve all’intervento dei lapponi fissi se non fu ucciso anche il prete (oggi vescovo).
Il lappone più intelligente fra quanti ne ho visti è un ex-maestro di scuola, ora pensionato, che vive in Elvebaken presso alla missione cattolica, di cui sua moglie è proselita (egli però non si è voluto convertire). Capisce un po’ di tedesco e un po’ d’inglese, s’interessa a molte questioni d’ordine generale, ha letto molto, e da lui ho saputo che vi è una buona descrizione, con considerazioni geologiche, di Elvebaken, fatta dal De Buch. Mi ha assicurato di essere di origine lappone pura, e stando al tipo, potrebbe anche essere, quantunque abbia barba alle gote. Egli è stato qualche tempo a Throndhjem in un ospedale di alienati, e dicesi, dà ancora di quando in quando segni di pazzia. Questo mi faceva pensare che quando si vuol ficcare in un recipiente, che non è fatto per ciò, troppa roba, qualche volta il recipiente si spacca!
Dei lapponi pescatori (sœlappen) ho visti moltissimi; ed in essi come in quelli di Kautokeino si vede l’effetto del miscuglio con altra razza, specialmente nella statura e nella forza; di quando in quando, trovi tra essi, anche in uomini alti, un tipo prettamente mongolico; t’imbatti in alcune ragazze che, quantunque nella loro faccia si scorga ancora il tipo lapponoide, hanno forme rotonde, e vestite all’europea e pulite si possono chiamare belline. Qualche volta parlano bene norvegese, sono abbastanza intelligenti ed istruite, al punto di conoscere che cosa sia l’Italia, e di sapere che vi crescono gli aranci ed il fico, del cui frutto gl’italiani sono molto ghiotti.
In quanto al tipo dei quäni non ci ho capito nulla. Se ne domandi alla gente del paese, ti dicono che riconoscono subito un quäne dalla sua faccia; e ti descrivono una faccia lapponoide. E difatti di quelle facce ne trovi fra quelli che si dicono quäne, ma che io sospetto di esser tutti più o meno imparentati coi lapponi, sia ora con quelli della costa, sia anticamente nella loro prima patria, ove da secoli sono in contatto coi lapponi, poichè ho visto molti quäne, venuti di recente dalla Finlandia, che non avevano nient’affatto quel tipo.
Ieri un norvegese, vedendo una carriola con me, mi disse: Questo è quello che un vostro compatriotta chiama un guscio di noce sopra due ruote! Le tue lettere al Fanfulla sono state tradotte per intero dal Morgenbladet e riprodotte in molti altri giornali norvegesi, per cui tutti qua le hanno lette.
III
Tromsœ, 25 luglio 1879
Ho fatto una visita all’accampamento di Tromsoedalen, composto di tre gamme (capanne), fatte a un dipresso come quelle di Ojung ed abitato da più di trenta lapponi. Era di domenica e in una sola capanna era riunita la maggior parte della colonia. Vi entrai: erano una ventina tra adulti, uomini e donne, bambini d’ogni età; uno poppava, un altro era cullato nella sua cuna dalla madre. Tutti stavano accovacciati sopra pietre o rami recisi di betula e stavano silenziosi, ascoltando il vecchio pater-familias, che, tenendo un libro in mano, salmeggiava preghiere lapponiche, accompagnato da due altre voci, una di uomo e l’altra di donna, che leggevano insieme in un secondo libro. Non si lasciarono per nulla disturbare dalla nostra presenza. I soli cani parvero protestare, volgendosi verso di noi con un sordo grugnito, ma neppur essi si mossero. Si rimase lì finchè il vecchio ebbe finito di leggere. Appena egli ebbe deposto il libro, un altro prese un nuovo libro e si mise alla sua volta a leggere ad alta voce e abbastanza correntemente. Seppi poi ch’egli era un predicatore lappone, che girava di accampamento in accampamento per far udire la parola del Signore. Tre austriaci, che erano con me, mi dissero, che udendo leggere in lappone, pareva loro di sentir parlare ungherese.
IV
Bossekop, 2 agosto 1879
Ieri dalla mattina alle nove di sera, caccia ai lapponi (sölappen). Traversato il golfo a remi, remiganti due donne molto lapponoidi, risalito la Refsbuttenelv, visitate diverse capanne di torba della forma di quelle di cui hai visto un modello nel museo di Tromsœ. Tornato poi lungo la spiaggia, passando a guado due fiumi larghi, ove sono sparse simili capanne e casette di legno, vicino ad ognuna pesci attaccati al sole e spine dorsali di pesci infilzate ad asciugare, ed un puzzo corrispondente. Sono entrato in quante capanne ho potuto, ma non sono riuscito a veder un vero sœlappe!
Gli uomini erano tutti alla pesca o dormivano nelle capanne chiuse. Tutti quelli e quelle che ho visto erano quänen o inquänati. Già credo che nessuno confessa di essere vero lappone, quando ha abbandonato la vita nomade. Ho visto un gran miscuglio di tipi da non ci capir nulla. In due capanne ho visto due vecchie donne, vere lappone ed ancora in costume con figlie maritate a norvegesi o quäni (uno del paese mi diceva ieri che non vi erano matrimoni misti!!) I quänen stessi hanno alcuni tipi lapponoidi, ed altri sono belli, grandi con naso lungo, barba abbondante, ora scuri, molto più spesso biondi. I loro bambini sono vere bellezze. I quäni vengono in parte dalla Finlandia russa, ma in maggior parte dalla Finlandia svedese. Mi è sembrato che erano più frequenti i tipi lapponoidi in quelli svedesi, anzi in tutti quelli russi che ho visto stabiliti qua da una sola generazione non ho riscontrato un solo di quel tipo. Ho visto donne della Finlandia russa, alte, belle, a profilo greco, somiglianti a certe russe che ho viste altrove. Nella Finlandia svedese da tanto tempo vivono a contatto lapponi e finlandesi, che vi deve essere del miscuglio. Mi dicono che grado a grado le gammen di torba sulla spiaggia vanno cedendo il posto a capanne di legno. Ed invero non si comprende perchè vi siano ancora di quelle abitazioni preistoriche con porte meno alte di un metro, ed una sola stanza abitabile, ove non si può star ritti, ed ove non si capisce che possa abitare un’intera famiglia, quando hanno bei boschi di pino, cioè materiale per capanne di legno. Con una giornata stupenda, un sole da spaccare il cervello, il salire e scendere per quei campi lungo il mare, coperti di pini, dai quali i raggi del sole distillavano deliziosi aromi, faceva credere di essere in Liguria e non a 70° lat. nord. Ho preso il pasto meridiano in una di quelle gamme, pasto composto del pane di qua (un’altra specie che non conosci e di cui ti auguro di non far la conoscenza) latte accagliato, formaggio ed acqua: pittoresco se vuoi, ma non adatto a sostenere le forze. Al ritorno ero in uno stato molto vicino a quello nel quale eri ad Ojungen, vicino a quella famosa chiazza di neve! In compenso ebbi a cena del salmone salato per ristorar le forze! Aggiungi il sangue sottratto dalle zanzare e ti potrai immaginare come si sta bene in compagnia dei lapponi!
V
A bordo di Olaf Trygvason-Badö
6 settembre 1879
Come vedi dalla data di questa lettera, anch’io sono finalmente sul punto di ripassare il Circolo Artico, e mi ravvicino a tutto vapore alla famiglia, agli amici. Pure, nonostante il piacere che ne provo, dicendo addio a Tromsœ mi parve di dire addio ad un vecchio amico. Quando ci arrivammo insieme appena sbocciavano le foglie della betula: ora digià cadono, ingiallite dall’autunno.
Ho dunque vissuto un’estate intera della vita di Finmarkia e vi ho quasi acquistato i diritti di cittadino! Se vi ho avuto delle ore di scoraggiamento e di stanchezza, ne riporto anche tanti buoni e piacevoli ricordi da far dimenticare quelle. E poi già, colla lontananza le ombre spariscono da sè: quando avrò messo fra me e la Finmarkia questi cinque giorni di mare (che col vento e la pioggia di questi giorni sono un’ombra molto scura) sono sicuro che tutti i ricordi di quest’estate mi appariranno illuminati dalla medesima lieta luce.
Nel mio ultimo breve soggiorno a Tromsœ ho voluto vedere più da vicino i lapponi nei loro rapporti colle renne, e per questo sono andato nell’isola di Qualö, a poche ore di distanza, a chiedere l’ospitalità ad una famiglia di lapponi che vi ha la sua gamme. Quando vi arrivai la sera, avevano nello steccato circa un 500 renne tutte femmine, coi piccini di quest’anno che sono di già divezzati; le donne erano occupate a mungerle, mentre gli uomini le acchiappavano col lasso e le legavano ad un tronco di betula. È straordinario l’occhio che quella gente ha per riconoscere le renne. In quel luogo vi erano otto famiglie di lapponi, e le renne appartenevano un po’ ad ognuna di queste famiglie. Non solo gli uomini non gettavano mai il lasso ad un animale che era già stato munto, ma neppure scambiavano mai una renna di un altro con una propria.
A cena mi diedero della carne di renna fresca eccellente, del formaggio fresco fatto in mia presenza, della ricotta e del latte fresco, tutte cose ottime. Dopo che ebbero fumate parecchie pipe e chiacchierato fra di loro, si sdraiarono sulle loro pelli di renna stese per terra intorno al fuoco, ed io feci come loro. Per il lappone lo spogliarsi per la notte consiste nel levarsi la cintura; alcuni si levano anche gli stivali. In mezzo alla notte volli godere dello spettacolo, che presentava la gamme e mi alzai cheto cheto per non disturbare nè uomini, nè cani. Una vecchia si era già alzata per fare il caffè per gli uomini, che dovevano partire nelle prime ore del mattino per andare coi loro cani a cercare un’altra mandra di renne e condurla nello steccato.
La vecchia aveva gettato sul focolare nuove legna, che con la loro fiamma rossa illuminarono una scena molto caratteristica. Dapprima non vidi altro, guardando per terra, che un pêle-mêle di pelli di renna buttate là alla rinfusa; ma poco a poco potei distinguere qualche testa d’uomo, di donna o di bambino che sbucava fuori, qualche stivale, qualche piede nudo, qualche muso di cane. Pareva che fossero stati tutti buttati lì a caso, senza ordine, senza direzione; impossibile il contarli; fu solamente dopo, che seppi che eravamo stati quindici cristiani (compreso io) a dormire in quella gamme, con un numero corrispondente di cani (delle altre bestie minori che non dormivano, ma furono molto attive tutta la notte, sarebbe difficile il valutare il numero, anche approssimativamente). Sul fuoco brontolava il bugliolo del caffè ed appesi ai rami di betula inclinati, che formano la parete della gamme, stavano appesi gli stomaci di renna pieni di sangue o di latte, e le graticole di legno sulle quali stavano asciugando i formaggi freschi. Fuori della gamme splendeva la luna piena in un cielo limpido, nel quale a tramontana la luce di un sole di pochi gradi sotto l’orizzonte, si confondeva con quella di una debole aurora boreale. Queste tre luci fuse insieme in un dolce ed armonioso chiarore illuminavano profili arditi di monti nevosi, bracci di fjord, che s’insinuano non si sa come fino in mezzo alle terre e la collinetta, sulla quale le quattro gamme che formano l’accampamento lappone, mandavano ognuna una colonnetta di fumo nell’aria tranquilla della notte.
La mattina ricevei dalle mani della padrona di casa una tazza di caffè preparata ad uso lappone e la bevvi in parte per non offendere chi me l’offriva, in parte per conoscere il lappone anche nella sua arte culinare; però mi ci volle un grande sforzo per trangugiarla, e lo capirai facilmente quando ti avrò detto che oltre al caffè ed al latte di renna collo zucchero, conteneva un bel pezzo di burro di renna strutto e diverse fette di cacio salato e stagionato che mandavano un odore, che secondo le nostre idee armonizzava molto poco con quello del caffè. Tutta la mattina i lapponi rimasero nella gamme, occupati alle loro diverse faccende.
Un uomo faceva il burro; una donna faceva bollire della scorza di salice per conciar le pelli; una altra stropicciava una pelle di renne con un rabot per renderla pieghevole; un’altra cuciva le skalle (scarpe); un’altra faceva il filo coi tendini, alcuni battevano il fieno che serve loro di calze e se lo rimettevano nelle scarpe, operazione delicata e che richiede molta abitudine. Mentre erano così occupati fumavano le loro pipe e chiacchieravano, dicendo probabilmente anche delle barzellette, poichè di quando in quando tutta la compagnia dava in scoppii di riso.
Verso mezzogiorno arrivarono le renne e dagli uomini e dai cani furono cacciate nello steccato. Questa volta erano quasi tutti maschi, e non meno numerosi di quelli della vigilia. Vidi come fanno i segni mediante i quali li riconoscono, tagliando via dei pezzi dell’orecchio e facendovi diverse incisioni col coltello, e come li castrano coi denti. Vidi anche il modo barbaro col quale li ammazzano, ficcando un coltello nel torace in modo che l’agonia dura un quarto d’ora.
Fra pochi giorni anche questi lapponi ritornano nell’interno, facendo attraversare il Sund a nuoto alle loro renne. L’estate prossima troveranno le loro gamme come le lasciano, e le loro botti di latte mescolato ad acetosa (miscuglio che ho assaggiato e trovato pessimo!) che seppelliscono nei paduli ad una profondità sufficiente perchè non gelino.
CAPITOLO QUARTO
L’AMBIENTE SCANDINAVO — IL MARE, IL FREDDO E IL SILENZIO — IL CARATTERE DEGLI SCANDINAVI.
Ogni paese ha il proprio ambiente, e finchè noi non l’abbiamo respirato e assorbito, sicchè penetri nelle ultime venuzze del nostro organismo, non possiamo dire di conoscere la nuova terra, che vogliamo studiare o descrivere.
È una certa quantità e movenza d’aria e di luce, è un certo tepore di fiati umani, è un particolare profumo, che emana la terra; son certi colori dominanti nel cielo o nelle case; son certi suoni che danno le cose morte e le cose vive, incontrandosi tra di loro; son certi profili di donna e caratteri di uomo che si incontrano o si scontrano coi nostri gusti estetici; son correnti ascose di simpatie o di antipatie; infine è tutta quanta un’atmosfera fisica e morale che ci circonda e per i cinque sensi del cervello e per le mille associazioni del nostro passato ci lega coll’odio o coll’amore al paese, che percorriamo per la prima volta.
L’ambiente scandinavo è dei più caratteristici, ch’io m’abbia conosciuto nei miei molti e lunghi viaggi; e se le cose del nostro mondo interiore potessero fotografarsi, come si fa di quelle che si mettono dinanzi all’obiettivo della camera oscura, io sento che ritrarrei fedele e viva l’immagine di quel mondo polare, perchè me lo sento nel cuore e nel cervello come cosa mia.
Quel mondo è freddo e dovrebbe accapponare i larghi pori beanti della nostra pelle italiana: quel paese è deserto e dovrebbe contristare i nostri occhi, abituati a trovare un villaggio sopra ogni pendice e una borgata in ogni vetta; quelli uomini son muti e il nostro orecchio educato alla gaia gazzarra degli interminabili cicalecci dovrebbe aver sete colà di parole e di canti; quelle terre sono sepolte per otto mesi sotto un funebre lenzuolo di ghiacci, e noi cresciuti all’ombra di lauri sempiterni e fra le dorate spighe dovremmo avere in orrore quel suolo di desolazione e di geli. Eppure nulla di tutto questo: la Scandinavia ha per noi un fascino misterioso, che ci attrae, che ci innamora, che ci lascia un lungo ricordo più caro ancora del godimento stesso. L’amor del contrasto, la concentrazione intima, profonda, misteriosa della vita in piccoli punti separati da immensi deserti; la festa ciclopica di un’estate, che non si stanca di un sole di tre mesi; i frastagli infiniti di una terra, che in mille amplessi s’intreccia con un mare turbolento; e una grandezza triste nella natura e un’ingenuità piena di forza e di verginità negli uomini, son cose tutte nuove per noi e che sodisfano ad un tratto gusti sani e vergini, che non avevamo forse sospettato di avere, o appena presentito nelle giovani ore della vita, quando il desiderio è una luce indistinta, che indora tutto ciò che tocca.
L’uomo nella Scandinavia sembra sbarcato sulla terra e pronto a ripigliare il mare, donde è venuto. Là il mare è tutto, la terra nulla: qui la vita avara, stenta, breve; là la vita feconda, inesauribile, sempiterna. Le isole son tante, che appena le puoi numerare, ma la terra ferma è isola anch’essa e le coste, non le vie, segnano la strada al viaggiatore. Suprema voluttà dei signori di Stocolma e di Cristiania è quella di bordeggiare in un elegante yacht nei loro fiords e nei loro fiumi; e nel Mar Glaciale ti incontri ad ogni momento in barche guidate da braccia di donna. E la pesca è più che mezza la vita di quella gente, e segue nelle sue vicende capricciose l’alto e il basso della ricchezza nazionale. Le aringhe, che ora è un secolo, affollavano le acque di Gotaborg, sparvero a un tratto al principio di questo; poi a poco a poco ritornarono, finchè nell’inverno 1878-79 si lasciarono vedere a stormi, a coorti, a legioni. A questi salti corrispondono cifre diverse di mortalità, di ricchezza; corrispondono la prosperità e la miseria di tutto un popolo. Quando le aringhe si mostrano numerose verso la fine dell’estate, nei fiordi della Lapponia, la tristezza è universale, perchè i pescatori sanno per lunga esperienza, che le aringhe e i merluzzi non frequentano mai successivamente le stesse acque nello stesso anno. Quando invece vi son poche aringhe, si costruiscono nuove barche, si apprestano lenze e reti e si pregusta la gioia della ricchezza vicina.
Il mare, trasformato nella via maestra di tutti, rende uomini e donne coraggiosi e robusti; e certe svenevolezze isteriche delle nostre signore e certe scrofole dell’animo, comuni a tanti nostri giovani ingialliti alla ribalta dei teatri o nell’afa dei caffè, sono impossibili in quel paese, tutto imbevuto del salso aroma dell’onda. Per una fanciulla norvegiana, andare da Tromsoe a Bergen, per visitare un’amica o una parente, è una gita di piacere, e basti gettare uno sguardo sulla carta geografica per misurare la lunghezza di quella corsa.
Quando poi tu sei sbarcato su quel lembo strettissimo di terra, chiuso per ogni parte dall’Oceano, ti par sempre di doverti incontrare in belve preistoriche, che hai sognate in qualche notte insonne della tua fanciullezza. Temi o speri ad ogni momento di imbatterti in un rangifero dalle lunghe corna, in un alce ciclopico, in un orso bianco, o in una frotta di lupi[4]. Dove non vi son uomini, la terra dovrebbe essere in balìa delle fiere.
E invece quella terra è in balìa del silenzio, che forma la nota più caratteristica e, per noi italiani, più sorprendente di quella bella e cara Scandinavia. Io non mi sapevo dar pace per quella mutolezza continua di tutta la natura. Non fragore di tuoni nel cielo, non frangersi d’onde nel mare, non canti di fanciulle nel campo; non cicale sugli alberi, non grilli nei prati: muta la terra, muti gli uccelli e i quadrupedi, muti gli uomini e i fanciulli, muti i cani e gl’insetti. Tutta quanta la natura sommersa in un silenzio infinito, in una serena e tranquilla contemplazione di se stessa. Non dimenticherò mai la strana impressione di una mia passeggiata in un bosco di pini, che sta intorno alla stazione di Kopang, nell’altipiano della Norvegia. La casa d’alloggio era tutta di legno, a grosso bugnato; sulla porta due grandi teste cornute di renne e al primo e unico piano, un terrazzino poetico con sedie di rami intrecciati di nocciuolo. Nelle spianata, che stava davanti alla casa, un microscopico palazzino albergava i colombi, che sul far della sera, silenziosi accorrevano al loro asilo notturno. Neppur quei colombi tubavano, ma mordendosi silenziosi coi becchi si davano l’ultimo bacio, accavallandosi amorosamente gli uni sugli altri e corruscando con un muto tremito le loro penne. Più in là abbandonato il treno sulla ferrovia, senza strider di ferri, nè grido di uomini. Nella casa di posta tutto taceva. Escii a passeggio nella foresta di pini, dove non un uccello cantava, o faceva stormir le foglie; non un insetto sussurrava. Il silenzio mi affascinava e mi assorbiva nei misteri della sua impenetrabilità; a un tratto rimarcai, quasi con terrore, che non udiva neppure il rumore dei miei passi; i cespugli di mirtilli erano adagiati sul molle cuscino del lichene rangiferino e anche i miei passi si smorzavano in quel tappeto molle e soave, che sembrava messo lì per togliere ogni rumore e non disturbare i sonni eterni della natura. Ebbi quasi paura di non esser più vivo, pensai che forse la mia coscienza di sentirmi vivo, non era che un ricordo di una vita già spenta e che si andava anch’essa disciogliendo nell’infinito di quel silenzio; e preso da uno strano capriccio picchiai col bastone sul tronco d’un albero. Quel rumore rimase solo e si spense senza un’eco, senza una risposta di spavento o di sorpresa d’uomini o d’animali; quel rumore mi sembrò una profanazione e non lo ripetei più, immergendomi tutto quanto in quel mistero affascinatore.
E se tu pensi, che a quel silenzio si associa per otto o nove mesi dell’anno anche un altro compagno più muto che mai, il freddo; potrai indovinare qual concentrazione di sè in sè debba venire agli uomini di quelle terre. Fra noi la casa è un rifugio contro il sole, è un nido per deporvi il nostro riposo o il nostro amore; ma la vera nostra casa è l’aperto campo, che ha per soffitta il cielo azzurro e per pareti le lontane cortine dei monti e dei colli. Per lo scandinavo la casa è il guscio dell’ostrica, è l’elitra del coleottero, è una seconda pelle, quasi viva come l’altra, che ci ha tessuto la mamma, e forse più calda di quella. Togliere la casa all’uomo del nord è strappare il guscio all’ostrica, l’elitra all’insetto; è straziare e metterne a nudo le viscere. E in quelle case, dove si passano notti che durano mesi, ogni tavola di legno, ogni libro, ogni porta, ogni gradino di scala e ogni quadro si imbeve di emanazioni umane, di desiderii e di ricordi; e la casa vive, palpita, pensa, s’accende e si agghiaccia insieme all’uomo, che vi dimora. Di qui un’intimità profonda della famiglia; di qui le lunghe meditazioni solitarie, che rafforzano la dignità della coscienza e le interminabili letture, fatte in comune, che raddoppiano le più care famigliarità del pensiero e affinano le più celate delicatezze del cuore.
In quelle case di Svezia e di Norvegia anche il giardino entra in casa e ne fa parte, e gli architetti hanno dovuto raddoppiare le finestre, non tanto a far più aperte e larghe le vie della luce, quanto per render possibile la vita ai fiori, che quelle donne coltivano con arte infinita. Io ho veduto nelle sale dei signori di Tromsoe, a quasi 70° di lat. nord, le più belle rose, le più belle margherite del mondo; perfino cactus fiammanti del tropico.
Marmier vide una signora di Tromsoe piangere di commozione per un ramo fiorito di lillac, che suo marito le aveva portato da Cristiania. — Oh Dio mio! gridava essa, sono sette anni, che non ho veduto nulla di simile. — Era il ricordo dell’infanzia, il ricordo di un paese che per lei era più ricco di sole, più ricco di fiori.
Il freddo ha molte altre virtù; il freddo rallenta ogni atto della vita e rallentando conserva. Uno di noi vede, e non ha visto ancora che ama ed odia, adora o disprezza e nel vortice di un incendio subitaneo s’accende, divampa e si spegne. L’uomo del nord vede e pensa e poi ripensa ancora, per poter precisare se sente davvero e come sente. Domani e posdomani ancora il lento pensiero lo condurrà ad un lungo travaglio per deliberare e fare. Intanto le sorprese dei sensi e le intemperanze della passione riescono impossibili e l’uomo si conserva più immacolato e più sereno.
La lentezza a rispondere, a decidersi, a capire ci impazienta sulle prime, ma poi ci persuade, che essa è una quasi virtù. Una volta Marmier s’impazientì in una casa di posta, per aver aspettato tre ore il cambio dei cavalli per il suo kärra. Allora il maestro di posta gli si avvicinò con un’aria solenne, dicendogli: — Come, signor mio, voi vi lamentate per aver atteso i vostri cavalli tre ore? Si aspettano qualche volta anche quattro ore.
A questa lentezza va però congiunta una grande tenacità di sentimento. Dopo parecchi anni di assenza voi potete esser sicuri di ritrovar sulle istesse labbra lo stesso sorriso di un’amicizia, che non ha dimenticato. Aggiungete a tutto questo una semplicità ingenua, un’onestà profonda, una naturalezza seducentissima, tutte quelle virtù simpatiche, che poggiano sul fondo d’una sincerità spontanea. Io non ho veduto mai una barba tinta, una capigliatura posticcia, io mi son sentito nell’ambiente scandinavo come trasportato in un mondo antico, come in un paradiso terrestre, prima del peccato di Eva; mi son sentito come lavato e purificato delle cento e una ipocrisie, colle quali ci si tinge, ci si maschera, ci si traveste ogni giorno, ogni ora della vita. Io ho trovato in quella terra ghiacciata una società umana fondata sulla reciproca stima; mentre fra noi vedo una società, che appoggia le sue leggi, i suoi costumi sopra una mutua diffidenza, tantochè una metà dei cittadini è incaricata di vigilar l’altra[5].
Nè crediate che io, idealizzando, esageri; no, anche là vi sono vizii e delitti, anche là si beve a iosa e si amano le femmine libertine, ma il vizio è un episodio o una malattia; non è penetrato in tutte le vene, in tutte le fibre, in tutte le midolle delle ossa. Là, non ho veduto in ogni via un birro, e in ogni stazione un carabiniere; là io mi son sentito libero da quell’inquisizione quotidiana, lenta, tirannica dell’esattore, del prete o del giudice. Là ho veduto le ombrelle lasciate sulle vie per non bagnare le scale. Là ho veduto tutte le notti le botteghe del gioielliere non chiuse da imposte di legno, ma solo difese da un fragile vetro, e là ho saputo che tutta la grande città di Trondhiem non aveva che otto poliziotti; e anche quelli non escivano mai dalla caserma, per mancanza di occupazione!
Ma sarà dunque vero, che l’uomo non si moralizza, che quando è tenuto nel ghiaccio, a guisa della carne, che non si conserva che sotto la neve? Ma sarà dunque vero, che quello stesso sole, che accende il nostro sangue agli impeti della passione, ci infiammi alla bassa lussuria; che quella stessa luce, che ci abbrucia le carni e ci esalta i nervi, ci conduca all’ombra dell’ipocrisia, ai tradimenti e al delitto? Ma sarà dunque inesorabile questa sentenza, che vuole concessa all’uomo una sola virtù, o quella dell’impeto o quella della tenacità? Non potremo dunque mai, noi altri figli del cielo azzurro, aspirare alla luce serena e sempiterna degli astri, per divampare soltanto nelle eruzioni dei vulcani o per ardere nelle afe della canicola?
L’ardua sentenza ai posteri; noi per ora accontentiamoci di salutare con amore quella terra vergine del nord, dove gli uomini son così sinceri, le donne così serene e la libertà non è scritta soltanto sulle superbe tavole di bronzo delle nostre leggi; ma è fusa nel sangue e nelle carni di ogni cittadino dal re al lappone, e forma la prima luce di quel cielo inclemente, la prima nobiltà di quella gente operosa e valente.
CAPITOLO QUINTO
STORIA NATURALE DEI LAPPONI — LORO NUMERO E LORO NOME — RITRATTO DEI LAPPONI FATTO DA UN POETA E DA UN PRETE — ABITUDINI E COSTUMI — LE SLITTE, LE CAPANNE E LA VITA NOMADE — LORO PSICOLOGIA — LE NOZZE E I FUNERALI — ORGANISMO SOCIALE ED ECONOMIA POLITICA — LORO INDUSTRIA — ORIGINE DEI LAPPONI.
Che cosa sono dunque questi lapponi? Qual posto dobbiamo assegnare nella gerarchia dell’intelligenza e del sentimento a questi nostri fratelli geografici, che sono così poco europei e sono così diversi da noi? Incominciamo dalla parte più facile, contiamoli: l’aritmetica sarà sempre l’alfabeto della scienza e la base più sicura per appoggiarvi l’edifizio delle nostre cognizioni.
Frijs e Rèclus sono i due autori più attendibili per ciò che si riferisce al censimento dei lapponi. Il dottissimo professore di Cristiania ci dice che son poco meno di 30,000, sparsi sopra una superficie di 10,000 miglia quadrate norvegiane[6]. La Norvegia ne conta 17,178 di sangue puro e 1,900 incrociati; la Svezia 7,248; la Finlandia 1,200; la Russia 2,000.
La statistica del Rèclus è più recente. Egli ne calcola il numero a 30,000 così distribuiti:
| Lapponi norvegiani e meticci | 21,179 | 1875 |
| Lapponi svedesi | 6,600 | |
| Lapponi russi e finlandesi | 2,822 | 1859 |
A questo censimento è necessario contrapporre quello delle renne, animale così intimamente collegato al lappone e senza di cui questa varietà del genere Homo sparirebbe senza dubbio.
| CENSIMENTO DELLE RENNE | ||||
| Svezia nel 1870 | 220,800 | cioè | 165 | per famiglia |
| Norvegia nel 1865 | 101,768 | » | 130 | » |
| Finlandia nel 1865 | 40,200 | » | 325 | » |
| Russia nel 1859 | 232? | |||
Secondo Rèclus i lapponi, invece di scomparire, crescerebbero di numero, specialmente in Norvegia. Secondo le liste di imposizione fatte nel 1567, nel 1799 e nel 1815, i nomadi sarebbero triplicati in tre secoli, e nella sola Norvegia settuplicati.
Von Buch dà per il 1799 queste cifre:
| Svezia e Finlandia | 5,118 |
| Norvegia | 3,000 |
| Russia | 1,000 |
| 9,118 |
Ma ognuno sarà del mio parere, che quando si rimonta a statistiche così antiche, le cifre non sono che pie intenzioni di un’esattezza impossibile, specialmente quando si tratta di un popolo nomade.
Ed ora che son contati, battezziamoli: anche nella storia naturale è questo il primo sacramento che si deve imporre ad ogni creatura viva. I lapponi chiamano se stessi col nome di salme o same (plurale samek). Il nome con cui noi li chiamiamo fu dato loro dai finlandesi, che li dicevano lappalainen (plurale lappalaiset). Questa parola deriva probabilmente dal finlandese lappaa, che vuol dire avanti e indietro (dalle loro abitudini vagabonde). I norvegiani, e più specialmente quelli del nord, li chiamano col nome di finner, battesimo falso, nato dalla confusione di due razze diverse, benchè strette fra loro con vincoli di remota parentela.
I lapponi si distinguono in fieldlappen o lapponi di campo e fisklappen o lapponi pescatori. Questi, che in lingua lappone si dicono jaure-kadde-sameh, costituiscono tutto quanto il gruppo che si trova in Russia, mentre nella Svezia non son che pochi e per lo più costituiti da nomadi impoveriti, che, avendo perduto le loro renne, hanno cercato nel mare il pane, che negava loro la terra. Alcuni autori distinguono anche i lapponi in nomadi e fissi, ma è una classificazione arbitraria e molto artificiale, dacchè nomadi sempre per natura e per antiche tradizioni, possono per eccezione fissarsi per alcuni anni in un porto, per ritornare poi alla vita vagabonda, appena il terreno non dia sufficiente pascolo alle loro renne.
Anche le divisioni geografiche, benchè traggano seco differenze di dialetto, non mutano però essenzialmente la pronuncia e il carattere dei lapponi, che possono essere studiati tutti insieme, come uno dei gruppi più naturali e più omogenei della grande famiglia umana. E diciamo omogenei, perchè l’incrociamento dei lapponi coi finni è un fatto raro; rarissimo quello cogli scandinavi.
Ed ora che li abbiamo contati e battezzati, guardiamoli in faccia per vedere quanta parte di essi sia in noi e quanta parte di noi si ravvisi in essi.
Heine ce n’ha dato un ritratto umoristico in alcuni versi famosi, dove però l’umorismo si associa al tratto sicuro dell’uomo di genio. Spesso la caricatura è più rassomigliante che il ritratto.
In Lappland sind schmutzige Leute,
Plattköpfig, breitmaulig und klein,
Sie kauern um’s Feuer und backen
Sich Fische und quäcken und schrei’n.
Un altro ritratto a stile linneano ci fu dato dal Knud Leem, ma non vale quello dell’Heine: Vultum habent fusci et luridi coloris, capillos curtos, latum os, genas cavas, menta longa, oculos lippos. Qui si vede, che il prete studiava assai meglio l’anima che il corpo e non sapeva vedere che le guance erano sporgenti, che il mento era piccino e che la pelle era sudicia e non fosca. Il poeta ha saputo vedere molto meglio che il prete, ma è naturalissimo. Se il poeta non avesse lo spirito acuto e profondo dell’osservatore, mancherebbe la corda più potente alla sua lira.
L’impressione prima, che ci fa un lappone, è quella di una creatura umana povera, modesta, che chiede scusa ai forti di trovarsi in questo mondo, di cui domanda d’occupare il menomo posto possibile. È tanto piccino il poveretto, è così poco agile nel suo inviluppo di pelliccia, ha così poche pretensioni a tutti gli excelsior della nostra vita europea, che noi proviamo per lui quella simpatia piena di compassione e di benevolenza, che ci ispira ogni uomo che non desta in noi nè invidia nè ira. Infatti tutti i viaggiatori hanno sempre parlato con molta simpatia dei poveri lapponi e alcuni si spinsero fino al lirismo del sentimento, che falsa la verità; e lo vedremo più innanzi, parlando del carattere morale di questi nostri terzi cugini della grande famiglia europea. Rèclus, che è forse l’ultimo scrittore che ci abbia parlato dei lapponi, ne fa davvero un ritratto troppo lusinghiero, seguendo il Van Düben. Dice, che la loro fronte è nobile e più grande di quella degli scandinavi e aggiunge: La bouche est souriante, l’éclair du regard vif et bienveillant, le front élevé est d’une veritable noblesse.
Questa è una vera adulazione, ma si avvicina assai più al vero che lo sprezzo e la ripugnanza, che hanno quasi tutti i norvegiani per i loro poveri vicini di stirpe mongolica. Sono espressioni comuni: ne faccio caso come di un lappone. — Un lappone non vale più di un cane. È il Von Buch, che ha raccolto questi insulti, che oggi si ripetono forse meno spesso, forse perchè i lapponi si ubriacano meno di una volta. In ogni modo è sempre assai diverso il punto di prospettiva, da cui un popolo inferiore è veduto da un viaggiatore e dai vicini di casa. Il viaggiatore è quasi sempre di buon umore e disposto all’ottimismo e colora quindi con tinte rosee tutti gli oggetti che vede e che riproduce nei suoi libri; quando invece una razza superiore ha nelle sue costole uomini molto inferiori, che non può nè educare, nè uccidere, si sente poco disposta ad essere indulgente. Se voi andate in Norvegia e parlate con i prefetti delle provincie, occupate anche da lapponi, non vi siete ancora seduti, che avete subito a udire le lamentazioni dello scandinavo contro il same: — Son sudici, son furbi, colle loro renne ci invadono i campi; non se ne può far nulla, essi sono il flagello della mia provincia. Hanno in parte ragione, ma dimenticano ancora che il nord della penisola non saprebbe dar nè pane nè salute alle razze scandinave e che queste dovrebbero nell’inverno far senza dei ghiotti bocconi della carne di renne, se quei poveri same sparissero dall’oggi al domani dalla faccia della terra.
I lapponi sono fra gli uomini più bassi della terra. Dalk trovò la statura media dei lapponi pastori di metri 1,60; secondo Van Düben e Humboldt sarebbe invece di 1,50. Ecker trovava queste misure:
| Nilla ♂ | d’anni | 20 | metri | 1,53 |
| Puches ♂ | » | 17 | » | 1,37 |
| Kaisa ♀ | » | 24 | » | 1,42 |
| Ippa ♀ | » | 20 | » | 1,44 |
Le misure prese da Sommier e da me darebbero i seguenti risultati:
| Statura med. di 59 uom. | Met. | 1,52 | Mass. | 1,70 | Min. | 1,32 |
| Stature med. di 22 donne | » | 1,45 | Mass. | 1,60 | Min. | 1,27 |
In questi calcoli furono escluse tutte le persone aventi meno di venti anni.
Il lappone non ha di certo l’aspetto d’uomo atletico, ed è più spesso asciutto che grasso; posso anzi dire di non averne mai veduto uno solo, che meritasse questo aggettivo. I bambini, come avviene in pressochè tutte le razze umane, sono paffutelli ed anche grassocci, ma coll’età diventano magri.
Il Knud Leem li dice magni roboris, benchè piccoli, e cita come una prova della loro robustezza il fatto di una donna, che cinque giorni dopo aver partorito, faceva nell’inverno un lungo viaggio a piedi attraverso monti nevosi per essere purificata nella chiesa. Questa è invece una prova di resistenza al freddo e null’altro. Tutti i lapponi veduti da me e da Sommier furono sottoposti all’esperimento del dinamometro e diedero cifre generalmente più basse assai della nostra media.
Quando sono vestiti delle loro pelliccie e sembrano fagotti ambulanti, nessuno li crederebbe agili, ma invece lo sono per gli esercizi ai quali li costringe la loro vita polare. Sui loro pattini sembrano volare e il Knud li descrive con parole poetiche: Et tanta feruntur pernicitate, ut venti circa aurea strideant, crinesgue surrigant. Per il buon parroco norvegiano è prova di grande agilità il potersi sedere piegati in due coi talloni sotto le natiche, e di questa virtù è anche da farsi parte meritoria all’olio di pesce con cui si ungono continuamente(!). È questo stesso olio, di cui sono imbevuti anche i loro abiti, che li rende fetidi anzi che no: Eundem foetorem non aliunde quam ex vestibus hujus gentis perpetuo in tuguriis fumo et oleo ex pinguedine piscium expresso, imbutis et perunctis, provenire.
I lapponi sono tra gli uomini meno pelosi. Gli uomini hanno poca barba e spesso ne mancano affatto alle gote, non avendone che al labbro superiore e al mento. Ne abbiamo veduti senza peli alle ascelle ed un uomo robusto fotografato da noi nudo non aveva peli al pube. Alcune donne, nelle quali con grande stento si potè esplorare le ascelle, le avevano pelose; ma fu assolutamente impossibile esplorare regioni più basse. Questo esame ci permise di riscontrare mammelle floscie e pendenti in donne giovani e che dicevano di non aver mai partorito, fatto singolare in gente, che vive in clima così rigido.
Hanno molti capelli e le donne sempre più lunghi che gli uomini; non mai ricciuti, ma neppure rigidi e grossi come li presentano molte razze mongoliche e americane. I colori più rari sono il biondo chiaro e il nero intenso. Fra i lapponi svedesi fotografati da noi a Tromsoe, uno solo aveva i capelli veramente neri e il biondo chiaro non fu veduto che a Ojung e qualche altra rara volta. La tinta più generale è il castagno, che oscilla dal chiaro all’oscuro, presentando talvolta anche una bella tinta fulva. Non abbiamo mai veduto capelli albini o rossi. Incanutiscono più tardi di noi e anche la calvizie è assai rara e per lo più parziale. I capelli lapponi conoscono ben di raro il pettine e la loro acconciatura si potrebbe chiamare scapigliata o arruffata. Anche le donne si accontentano spesso di raccogliere i loro capelli in un fascio, legandoli sul vertice del capo; le più civili fanno treccie molto semplici, che spesso dimenticano per giorni e settimane.
I lapponi hanno la pelle bianco-bruna e molti fra di essi, quando fossero ben lavati, sarebbero più bianchi di un italiano.
La fronte del lappone è bella, ampia, alta e tale da fare singolare contrasto con altri lineamenti proprii di razze inferiori.
Gli occhi per lo più grigi o d’un azzurro chiaro, non di raro però anche castagni. Sono piccoli, con poche ciglia e spesso lagrimosi ed anche cisposi, ciò che si deve al viver sempre tra il fumo e il baglior delle nevi. Il Leem racconta, che nell’inverno al ritorno dalla caccia rimangono ciechi per varii giorni. Eppure non sogliono portar occhiali per difendersi dalla bianchezza delle nevi, come fanno altri popoli circumpolari. Alcuni di essi mi dissero di averli gettati via, perchè indebolivan loro gli occhi, che devono invece fortificarsi contro il riflesso bianchissimo dello nevi e del ghiaccio[7].
Il naso è in quasi tutti i lapponi di una stessa forma e può dirsi uno dei caratteri più salienti della loro razza; è corto, appiattito, larghissimo alla base e con una punta piccina, talvolta rivolta anche all’insù. La bocca è grande, con labbra sottili e denti stupendi; sia per la loro regolarità, quanto per la loro bianchezza e resistenza. Anche i ciukci avrebbero queste preziose prerogative e lo stesso si afferma anche di altre genti iperboree, per cui si potrebbe sospettare, che la bellezza dei denti fosse in essi conservata dall’atmosfera fumosa delle loro capanne e dall’azione del freddo.
La faccia è sempre larghissima, ma questa larghezza diminuisce rapidamente verso il mento, che termina quasi a punta, essendo il mascellare inferiore piccolo e delicato. È questo che dà alla faccia d’un lappone il carattere tipico del mongolo, che talvolta trovasi evidente come nelle razze più turaniche del nord dell’Asia orientale, mentre per gradazioni infinite può svanire tanto da dare alla fisonomia il carattere ariano. È difficile dire se ciò si debba alla mischianza di altro sangue o alle variazioni individuali, delle quali è suscettibile ogni uomo nato sotto il sole.
Le mani e i piedi sono piccoli, come la piccolezza del corpo lo esige e il dito indice della mano è sempre più corto dell’anulare, talvolta in modo veramente rimarchevole. Quest’osservazione, che fu fatta per la prima volta da noi darebbe ragione all’Ecker[8] che in questo fatto trovava un carattere proprio delle razze inferiori, e che le ravvicina alle scimmie antropomorfe.
I lapponi son gente longeva e sana. Il mio compagno di viaggio ne vide parecchi ottuagenarii e anche nonagenarii. Non hanno malattie speciali e il Leem dice di non averli mai veduti nello spazio di dieci anni malati di dissenteria, di lebbra o di febbri maligne (febbri tifoidee?). Pare che soffrano rarissime volte di tisi, spesso di cefalea, ma è assai difficile raccogliere notizie positive sulla loro patologia, perchè si curano da sè e ben di raro ricorrono ai nostri ospedali. Dicesi che sieno loro rimedii popolari i rivellenti e l’assa fetida. Curano molti mali interni, bevendo sangue caldo di foca o di renna. Curano il leucoma, mettendo nell’occhio un pidocchio, e il mal di denti, fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine. Adoperano il filo tolto dai tendini del renne per legare le membra rotte o lussate, ma le donne devono prenderlo da un animale femmina e i maschi da un maschio. Il grasso d’orso era rimedio sovrano contro i reumi, ma anche in questo caso uomo e donna dovevano servirsi dell’adipe tolto dall’animale dello stesso sesso.
Qualche rara volta entrò in essi il vaiuolo e ne fece strage.
I lapponi non son brutti, e le fanciulle nel sorriso della loro primavera possono talvolta dirsi anche belle.
Il concetto, che ho potuto formarmi della loro fisiologia generale, non può dare appoggio alla opinione del Virchow, che vorrebbe fare dei lapponi una razza patologica. È una razza piccola, meschina, ma adatta all’ambiente che li circonda. Tanto varrebbe dire che la betula nana è una specie patologica. Del resto non insisto nel combattere il mio illustre amico di Berlino, non avendo mai creduto che le frontiere fra la fisiologia e la patologia esistano davvero nella natura; sono confini segnati dalla nostra matita nei nostri libri e nulla più.
L’alimentazione del lappone è quasi esclusivamente animale: carne, latte e cacio presso i nomadi; pesce presso i pescatori.
Nell’inverno mangiano sempre carne fresca di renna, cotta nell’acqua o bollita prima e poi tuffata nel grasso strutto. Il Leem dice: Crudis carnibus lappones vesci a non nemine quidem relatum est, sed invita veritate. Io però ho veduto dare ai bambini carne cruda, ma salata. Non mangiano mai il polmone delle renne, ma lo danno ai cani. Mangiano poi intestini, visceri ed ogni cosa, mostrandosi ghiottissimi del midollo delle ossa. Il Leem descrive a questo proposito una scena che ha un colorito preistorico: Dum hoc agit, humi sedet et super corium rangiferinum, quod in gremio expansum habet, ossa malleo confringit, confractaque elixanda curat, donec, quidquid pinguedinis in illis residuum fuerit, extractum sit. Non possono mangiare la carne di porco, ma mangiano bensì l’orso, le pernici ed altra selvaggina.
Io ho veduto salciccie e pasticci fatti di latte e sangue di renne, ma erano cibi talmente ripugnanti, che, ad onta del mio largo eclettismo gastronomico, non osai assaggiarne. Sommier li vide mangiare un budino fatto di cervello, sangue e farina. I pescatori usano spesso un loro manicaretto di acqua, sego e farina. Ne mangiano un altro, detto vuorra-maelle, fatto di acqua, sangue, sego contuso e farina.
Il renne non dà latte nell’inverno, perchè partorisce nel maggio; e non si può mungere le renne che dalla fine di giugno alla fine d’ottobre; ma il lappone ha sempre del latte in casa, perchè lo conserva gelato per molti mesi. Quando i nomadi devono lasciare sul finir dell’estate la costa norvegiana per portarsi all’interno, seppelliscono in vasi di terra il latte di renne ad una grande profondità e lo ritrovano l’anno dopo, come si trattasse di vino conservato in una cantina. Il latte gelato si fonde al fuoco e mentre si fonde, si leva col cucchiaio la parte liquida che galleggia. Quando il lappone è satollo, si riporta al freddo il prezioso liquore, che si rapprende di nuovo e si conserva per un altro pasto. Il latte congelato si considera come ghiottissimo e si conserva in vasi di betula. È la prima cosa che si offre al curato o all’ospite, che si vuol onorare. Quest’uso ci fa ricordare i ciukci, i quali nelle loro capanne tengono appeso il latte gelato e lo succhiano uno dopo l’altro, quasi bambini che poppassero.
Il latte si fa coagulare col Rumex acetosa o coll’Empetrum nigrum. Colle bacche di questo arboscello si fa anche un pasticcio di latte e empetro, che si conserva gelato in uno stomaco ben ripulito di renna. Quando si vuol mangiare, si fa fondere al fuoco o si tagliano insieme le bacche del frutto, il latte e le pareti del ventricolo.
Il formaggio di renne è per i nostri palati esigenti un pessimo cibo. È così grasso, che brucia come una candela. I lapponi lo mangiano com’è, o cotto nell’acqua, o arrostito sul fuoco. I lapponi pescatori fanno anche un ottimo burro colla crema delle vacche, delle pecore o delle capre.
Il pane è usato ben di raro dai lapponi, ed anzi il Knud Leem dice di non averlo veduto mangiare neppure coi cibi più grassi. Oggi però per eccezione essi mangiano un pane ributtante fatto d’orzo e segale con moltissima crusca. Tutti i viaggiatori parlano di pane di scorza d’albero, mangiato non solo dai lapponi, ma anche dai norvegiani, ma si fabbrica invece ben di raro. Si sospende in questo caso alla capanna la parte più interna della scorza del pino, poi si fa seccare al forno, si polverizza e si mescola con paglia sminuzzata, con avanzi di spighe e con alcuni licheni e se ne impastano dei pani della grossezza di un dito.
È un alimento amaro, astringente e ripugnante. Quando i norvegiani se ne alimentano per una gran parte dell’inverno, si sentono poi in primavera deboli, affranti e soffrono di dolori al petto. Anche la sola scorza interna del pino si conserva nelle capanne come arma di riserva per i giorni di più crudele carestia. Allora la raschiano e la mangian cotta nell’acqua, a guisa di pappa.
In quei paesi sterili e poverissimi anche gli animali devono essere sottoposti talvolta a diete singolari. Così Von Buch dice di aver veduto dare a Roeros alle vacche, ai cavalli e ad altri animali domestici gli escrementi del cavallo, che talvolta si facevano anche bollire e si mischiavano con un po’ di farina.
Anche i poveri frutti della flora polare sono mangiati dai lapponi, che li usan freschi o li conservano gelosamente per l’inverno: frutti del Rubus chamemorus e del R. arcticus, frutti di Empetrum e di varie specie di Vaccinium; tutto mangiano, dalle bacche più astringenti alle più amare e alle meno nutritive. Aveva ben ragione quella fanciulla lappone, che era levatrice e sapiente, di dire con immensa invidia all’amico Sommier: Ah voi siete dunque del fortunato paese, dove crescono l’arancio e il fico!
Non sarà inopportuno confrontare l’alimentazione dei lapponi con quella degli esquimesi. Questi si nutrono specialmente di cibi animali e più particolarmente di foche, di balene, di mammiferi terrestri e di grasso di morsa. Questo si mangia crudo e si dà come una fina ghiottoneria ai bambini. Quello delle morse non è dispiacevole e rassomiglia molto al formaggio, quello delle balene ha invece un sapore di rancido. È indifferente per gli esquimesi se la carne sia fresca o semiputrida, cotta o cruda. Le carni degli animali selvaggi, anche se cotte, sono sempre condite con una salsa d’olio di pesce. Questo si prende anche coi frutti di cui si cibano. Il pesce si mangia quasi sempre crudo o seccato al sole o conservato nel suolo ghiacciato. I cibi vegetali sono molto scarsi e si riducono alle foglie crude e acidule del Rumex domesticus e alle radici del ma-shu (Polygonum bistorta), che arrostite sulla cenere rammentan la patata. Per l’inverno si fa grande provvista dei frutti gelati dell’Empetrum nigrum, del Rubus acaulis, del R. chamaemorus, del Vaccinium uliginosum, del V. vitis-idaea, del V. oxycoccus, del Cornus suecica e dell’Arbutus alpinus[9].
Anche l’acqua per i poveri Lapponi è ghiacciata o torbosa e scarsa. Nel primo caso fanno cuocere il ghiaccio per renderlo potabile, nel secondo la sorbiscono dalle pozze sottili con un osso forato o una cannuccia.
Sono delizie della povera cucina polare il caffè e il tabacco. Avete già veduto come preparano il primo; usano del secondo, fumandolo nella pipa o ciccandolo. La pipa è sempre nella bocca d’ogni lappone di ambo i sessi e d’ogni età e ciò impedisce loro di essere più spesso ciccatori. Quando il tabacco è scarso, si mettono in giro seduti per terra e da una sola pipa passata in giro fumano tutti. Quando manca del tutto la divina nicoziana masticano perfino i vasi di legno o le boccie che lo hanno contenuto. Si assicura anche che ciccando sputano nella palma della mano e tiran su per le narici quel succo prezioso, onde nulla vada perduto del loro divino narcotico. Aveva dunque ragione il mio Sommier di dirmi, che i lapponi hanno tre Dei: il fuoco, il caffè e il tabacco. Per me è fuor di dubbio che l’abuso del caffè e del tabacco contribuisca assai a dare ai lapponi un nervosismo singolare, che tanto spesso li porta alla allucinazione e a tutti i più strani isterismi della fantasia; ma quei poveri uomini come potrebbero tollerare la loro vita polare senza quei due alimenti nervosi?
I lapponi hanno tutti i caratteri più salienti dei popoli bassi. Spensierati, inerti, o per eccezione, affaccendati; capricciosi e in tutto simili ai nostri fanciulli. Sono i figli di una terra fra le più sterili della terra, coperta dai ghiacci per tanti mesi dell’anno, e nulla hanno fatto per tentar di corregger la terra e renderla più feconda. L’ambiente li domina, non essi l’ambiente. Senza il renne cesserebbero di esistere o si trasformerebbero (se pur fosse possibile) con costumi o indole affatto diversi. D’inverno è notte eterna ed essi dormono lunghissimamente: nell’estate il sole brilla sempiterno sull’orizzonte ed essi dormono poco o nulla. Quando Forbes si meravigliava di veder lavorare a Bosekop anche di notte e di veder la gente dormir pochissimo e irregolarmente, gli si rispondeva: abbiamo tempo abbastanza per dormire nell’inverno. Io però li ho veduti anche nell’estate dormicchiare di giorno e di notte. Quando non hanno altro a fare di meglio, si sdraiano lì per lì sopra il suolo, nel canto di una via, sopra un mucchio di pietre o di tavole, e lì ammonticchiati gli uni accanto agli altri sembrano fagotti di pellicce e di panni sudici.
Il vestito, la casa e la slitta del lappone dicono gran parte della sua vita.
Se volete fare uno studio accurato del vestiario dei lapponi, leggete il capitolo IV dell’opera del Knud Leem, già tante volte citata, e che è uno dei migliori. Dopo più di un secolo quella brava gente si veste ancora nello stesso modo, senza sacrificare alla capricciosa Dea della moda. Hanno sempre i loro calzoni di pelle di renna, la loro grande casacca di pelliccia di renna, le loro scarpe di pelliccia di renna, e i loro svariati berretti. Pare soltanto che nel secolo scorso portassero più spesso il kersey o berretto in forma di pan di zucchero. Le donne si distinguono dagli uomini quasi unicamente per la copertura del capo, che ora è una cuffia, ora un elmo di legno coperto di stoffe dai vivi colori. La camicia, le calze, tutto ciò che è bisogno urgente di pulizia per tutti noi, brilla per la sua assenza e non so davvero capire come l’abitudine possa render loro sopportabili quelle ruvide pelliccie, che d’estate portano col pelo infuori e nell’inverno col pelo in dentro. In questa stagione al di sopra della prima casacca pelosa ne portano una seconda col pelo all’esterno e aggiungono spesso un terzo vestimento di panno. Per i più ricchi o i lyons questo vestito si sostituisce nella stagione calda alle pelliccie. Non portano mai quel soprabito di pelle d’intestino di foca o di balena, che in altre razze iperboree impedisce che la neve si appiccichi al pelo e formi una irta crosta di ghiacciuoli.
La calzatura è la parte più originale e civettuola del vestito lappone. Sono scarpe di pelle di renna col pelo all’infuori, che si fermano con lunghi lacciuoli di lana intrecciati sopra il calzone di pelle e sono imbottite di morbido fieno, che chiamano sueinek e i norvegiani dicono sene, senne, sennegraes o lap-renne o komagraes. I lapponi svedesi lo chiamano invece col nome di kappnocksuini, e gli svedesi lapsko-graes. È il Carex vesicaria di Linneo. I lapponi portano spesso sopra di sè anche un’altra specie di odorosissimo fieno (l’Anthoxantum odoratum) che nascondono nel petto e sotto le ascelle per profumarsi. È questa davvero una leccornia epicurea, che non si crederebbe trovare in un popolo di gusti così semplici e selvaggi.
La casa si distingue in quella d’inverno e in quella d’estate. Avete già veduto nella gita a Ojung come sia fatta la prima, ma vi descriverò meglio la povera porta di quella capanna collo stile pittoresco del Leem:
Janua tentorio ex tegillo laneo, in formam pyramidis secti conficitur, cujus pars interior tendiculis, qualibus fumatus salmo distendi solet, dispanditur. Hujusmodi tendiculis, quos zangak appellant lappones, si careret tegillum, vicem januae praestare nequiret. Ad utrumque ostii latus tenuis pertica birshiamas lapponice dicta, postium suppletura defectum erigitur. Vento increbrescente, janua, quae superne tantum, et quidem e solo loco, suspensa est, alberi perticarum alligatur, ita ut ad illud latus, cui ventus instat, prorsus occlusa sit, quod ni factum fuerit, perflante vento turbaretur in foco ignes, sufflaminatusque fumus totum tentorium compleret[10].
Quando un lappone in un viaggio marittimo deve sbarcare sovra una costa deserta, con tre remi e un pezzo di stoffa si improvvisa una capanna. E poco diverso da questa è la tenda d’estate fatta di tela e rami d’albero.