PROFILI E PAESAGGI
DELLA
SARDEGNA
PROFILI E PAESAGGI
DELLA
SARDEGNA
DI
PAOLO MANTEGAZZA
MILANO
PER L’EDITORE G. BRIGOLA.
1869
Proprietà Letteraria.
Milano. — Ditta Wilmant.
Man möchte glauben, dass diese Insel gar nicht in Europa läge, so wenig kümmert man sich um sie.
Si potrebbe credere che quest’isola non fosse in Europa, tanto poco ce ne occupiamo.
Barone di Maltzan.
UNA PAROLA AL LETTORE
Questo scritterello tirato giù alla buona, più col cuore che colla squadra, era destinato ad uscire modestamente in qualche rivista: ma in questi nostri tempi anche le riviste hanno i loro regolamenti, le loro frontiere, le loro dogane; e il mio lavoro, già piccino per sè, fece il caparbio e il superbuzzo, nè volle rassegnarsi a comparir pei giornali tagliato a fette, nè ci son riuscito a condurlo a più modesti consigli. Ecco perchè un libro, che non è un libro, vi compare impaginato, col suo frontispizio e il suo indice, col nome dell’editore nella prima pagina e colla triste parola di fine nell’ultima. Non badate però alla veste superba, perchè sotto la scorza c’è un galantuomo, che chiacchiera con voi senza pretensione di scrittore che voglia dir cose nuove o ripeter cose vecchie meglio degli altri.
Amando il vero più che il brevetto d’invenzione, io godrò assai di ripetere sulla Sardegna cose già dette da altri; ma ad un patto solo, ch’io sia riuscito cioè a farvi amare un’isola bellissima e infelicissima, che noi altri italiani abbiamo il torto di dimenticar troppo e di amar troppo poco.
Io poi vorrei dirvi un’altra parola che mi riguarda, e per farmela perdonare voglio rubarla al nostro Giusti. Voi sapete che l’Io è come le mosche, più le scacci e più ti ronzan d’intorno; sicchè devo confessare che ho scritto questo libro non libro per amor mio, per pagare almeno in parte un debito di riconoscenza verso i Sardi così cortesi, così ospitali, così delicatamente generosi. Mi parve che a saldare il conto non dovesse bastare quel po’ di lavoro utile che potrò fare in Palazzo Vecchio come membro della Commissione d’inchiesta e come deputato. Mi parve che fosse mio dovere scrivere una parola calda d’affetto per la Sardegna, farla conoscere anche a quei molti italiani che non possono leggere e studiare le grandi opere che son privilegio delle biblioteche e dei pochi signori che comprano i libri grossi e costosi.
Può darsi che la mia parola riesca qua e là severa od acerba; ma son sicuro che i miei amici di Sardegna non vi troveranno ombra di fiele. Chi molto ama, molto castiga; ed io amo fortemente quell’isola, così povera di presente, così ricca d’avvenire; e in nome di questo affetto fraterno, confido che l’asprezza sarà interpretata come burbera tenerezza d’un galantuomo, come rabbuffo amoroso d’amico ad amico.
Rimini, 2 agosto 1869.
CAPITOLO I.
La Sardegna vuol essere amata. — Le città della Sardegna. — Cagliari. — I giardinetti e un pazzo di San Bartolomeo. — Sassari e una lezione di storia. — Le grandi e le piccole borgate della Sardegna. — I villaggi e gli stazzi.
Ho messo il piede in Sardegna con viva curiosità e dopo un lungo giro ho lasciato quell’isola con caldo amore: prima di conoscerla, era per me cosa curiosa; dopo averla conosciuta era per me cosa cara. Gli Italiani della penisola hanno un grave torto di dimenticare questa gemma del Mediterraneo; essi devono studiarla ed amarla; gli Italiani di Sardegna hanno il grave torto di spegnere la loro energia in queruli lamenti, cercando fuor di sè stessi l’origine e il rimedio dei loro mali. Or conviene che isola e penisola si perdonino a vicenda i loro peccati, e stringendosi in un potente amplesso, si preparino a tempi nuovi, e si mettano con forze comuni a fecondare una terra quasi deserta e che ha dinanzi a sè un avvenire senza confini, più splendido del suo passato ai tempi di Roma. Io sento nel cuore molti debiti verso la Sardegna e i suoi cortesi abitanti: come membro della Commissione d’inchiesta farò coi colleghi quanto sta in me, perchè il nostro lavoro non riesca infecondo; come operaio della penna vorrei con queste poche pagine far amare la Sardegna da tutti gli Italiani, invitarli a studiarla, ad accarezzarla. Io ho viaggiato gran parte del nostro pianeta e ho portato il piede in regioni quasi ignote a calcagno europeo: eppure ho trovato in questa italianissima nostra isola molte cose nuove, e belle e originali; e più d’una volta coi miei cari compagni di viaggio ho dovuto esclamare in coro: Oh perchè mai gli Italiani ignorano queste bellezze della loro patria? Oh perchè mai non vi portano i loro occhi per ammirare, le loro braccia per lavorare, il loro oro per raddoppiarlo?
La Sardegna è pur terra feconda e originale! Quasi ignota alle invasioni germaniche, è tesoro per l’etnografo e l’archeologo; e altrove non si saprebbero trovare alcuni tipi che in quell’isola rimasero purissimi, segregati dall’incrociamento moltiforme del medio evo. Un filologo e un antropologo troverebbero nello studio comparato dei dialetti e dei cranii sardi tali tesori da farne una scienza nuova e da ricostruire con facile e feconda fatica la fisiologia delle più antiche stirpi italiane. L’amante del bello trova in Sardegna paesaggi svariatissimi: coste dentellate come le foglie delle mimose; vergini foreste; pianure e stagni; colli e vere Alpi, dove il granito mostra i più bei fianchi ch’io m’abbia veduti al mondo. Costumi pittoreschi intatti da più secoli: tipi umani profondamente scolpiti; poesia popolare, passioni calde; rozze e ardenti nature poco o nulla mutate dagli attriti sociali, nè lisciate dalla pialla della moda francese; scene della natura geologica e umana, quali è difficile trovare altrove e ai tempi nostri; tutta una tavolozza di colori vivi e svariati che può dare materia d’opere immortali al poeta, allo scrittore, all’artista.
E poi in questo secolo affamato d’oro, tu trovi in Sardegna monti solcati da cento e mille filoni di piombo e sul piombo strati di zinco; e presso il piombo e lo zinco altri metalli che non aspettano che la mano del minatore per versare una larga vena di ricchezza nel sangue italiano. E su quei monti una terra che scalda e profuma i pampini delle vigne di Spagna e di Portogallo e promette in epoca non lontana una mina a fior di terra più ricca di quella metallica che s’addensa nelle viscere dei monti. E nel piano una terra che per ritornare ad essere granaio d’Italia, non aspetta che la magia d’una parola, il drenaggio.
Su questa terra benedetta dal sole, ricca di metalli, e di vino; di biade e di poesia, batte l’ali fuligginose un triste vampiro, la malaria; ma questa può e deve esser vinta dall’uomo, purchè il voglia. Nelle vene dei Sardi, intelligenti e morali, serpeggia un veleno più infesto della malaria alla salute di un popolo, ed è l’inerzia: malaria ed inerzia, le due grandi malattie della Sardegna; ma malattie curabili, perchè l’organismo è robusto e malgrado la ricca storia, ancor giovine; perchè quest’isola dà già segni di reazione della natura medicatrice; perchè quest’isola incomincia a voler essere medico di sè stessa. Anche Londra aveva la malaria e per opera dell’uomo è fra le città più salubri del mondo: anche i Tedeschi furono per anni e secoli inerti; ma l’inerzia fu vinta; e la Germania, dopo essersi messa a capo della scienza, ha fatto Sadowa.
Cagliari e Sassari son le due gemme della Sardegna, e son gemme rivali, e di un’antica rivalità, come già lo scrisse Cattaneo col suo scalpello da scultore. «Il solo vincolo che unisce le città sarde, era quello della rivalità anzi dell’odio. La stessa mano che fomentava altrove i rancori tra Palermo e Messina, tra Milano e Pavia, opponeva studiosamente Cagliari e Sassari, Sassari e Alghero. In Alghero si fece statuto, che i Sassaresi non vi si potessero mostrare colla spada al fianco; e in Sassari vi si rispose argutamente, ordinando che li Algheresi non potessero venire a Sassari se non cinti di due spade. La vita delle nazioni era concentrata nei pochi municipi. Cagliari fondava un’Università, e Sassari non rimaneva indietro, e ne fondava un’altra.» — Ed io aggiungerò, che al dì d’oggi la rivalità fra le due prime città dell’isola non è astiosa, e va assottigliandosi di giorno in giorno coi contatti cresciuti; finchè le ferrovie la facciano sparire del tutto.
Del resto Cagliari non può essere confrontata a Sassari, così come una bella bruna non può compararsi con una bella bionda. Cagliari ha più pittoresca posizione e s’adagia in un panorama più grandioso; Sassari è più lieta e si circonda di più amena cornice di colli e di oliveti. La prima città è più severa, più accigliata e più sporca; Sassari è più vivace, più rumorosa, più pulita. Cagliari è città ufficiale, burocratica, con tinta soffusa di orientale e di spagnolesco; Sassari è città più italiana, d’aspetto più moderno, di tinta siciliana; e mi si perdoni il pericoloso confronto in nome dell’amor grandissimo che porto alla Sardegna. L’Italia è così ricca di belle e svariate città, che si dovrebbe poter ragionar senza fiele di ogni gemma che adorna il nostro ricco diadema.
Quando si contempla il golfo di Cagliari dall’alto del bellissimo giardino pubblico, o del castello, o meglio ancora dalla torre di San Pancrazio, si gode d’uno dei bellissimi fra i belli spettacoli che offrono al viaggiatore le cento città d’Italia. Un golfo ampio, dinanzi a cui l’uomo deve arrossire col microscopico porto che offre alle navi; e il faro lontano, e le saline, colle loro piramidi bianchissime, quasi tende di un guerresco accampamento; e gli stagni vicini, veri laghi, popolati da grosse borgate; e il promontorio di Sant’Elia col Bagno di San Bartolomeo; e la città che dal Castello scende a Stampace e alla Marina, quasi volesse imbarcarsi sul mare, e la vasta fascia di agavi americane che cingono il Castello d’una fortezza primitiva; e i lontani gruppi di palme e i tamarischi e le altre piante tropicali danno all’occhio infinita ricchezza di sensazioni; e l’occhio beato si riposa lungamente e amorosamente su quelle mille incantevoli bellezze.
Il Castello è il quartiere più alto e più salubre della città, e s’arrampica sopra un alto colle: ha vie dirette da nord a sud, poco larghe, ripide, con case alte. E strette sono anche le vie di Cagliari alla Marina: vecchia abitudine dei nostri padri, che, vivendo giorni e mesi all’aria libera, volevano nelle loro case ombra e frescura più che aria e luce. Nel quartiere del Castello avete la Cattedrale dedicata a Santa Cecilia e sette altre chiese.
Discendendo dal Castello per la piccola porta del Balice, vi trovate nel quartiere di Stampace, che è il centro del commercio e degli affari. Se per la via di Yenne vi dirigete verso il mare, guardando a destra e a manca le migliori botteghe della città, giungerete alla piazza di San Carlo, che si continua in quella del mercato; e là vi convien sorridere, ma di un sorriso senza amarezza, guardando sopra un gran piedestallo di granito, un re Carlo Felice, fatto di bronzo, con elmo, corazza e paludamento; graniti e bronzi e vesti romane che, davvero, poco convengono ad un re pacifico; due volte pacifico.
Quando siete in Stampace non avete a dimenticare il mercato, che è sempre uno dei quadri più importanti di una città. Vi troverete molto pesce; montagne di arancie dorate e profumate raccolte sotto capanne pittoresche, quasi indiane; vedrete il ricco e svariato selvaggiume della Sardegna. Vi offriranno una pernice per una lira, una beccaccia per dieci soldi; filze di otto tordi polputi e grassi, lessati nelle montagne e ravvolti nel mirto: filze degne di Nembrodde e di Lucullo e che i Sardi chiamano taccole. Fra le capanne dei venditori d’arancie, e le botteghe a ciel sereno dei pesciajuoli, dei salumieri e dei beccai vedrete aggirarsi la gente minuta coi suoi costumi variopinti, quasi sempre pieni di gusto.
Le case di Cagliari son popolate da cento balconi e in molte di esse ogni finestra è un balcone, ciò che non è bello a vedersi, ma è comodo assai per le fanciulle e le signore, che escono assai poco di casa e da quei loro osservatorii studiano il mondo esterno e fanno all’amore. L’amore onesto si fa anzi da una signora che guarda dal balcone e da un giovinotto che impavido e instancabile passa le ore inchiodato nella via come una statua, contemplando la fiamma del suo cuore. E come sia cosa seria il far l’innamorato in Sardegna, lo vedremo più innanzi.
Se dalle vie principali della città vi addentrate nei viottoli e più ancora se cercate i più poveri quartieri, il naso si arriccia e l’igiene pubblica fa sentire i suoi lamenti. Nel quartiere di Villanuova ho veduto le vie convertite in fogne, e anche in alcune case di Stampace ho veduto atrii che devono essere molto pericolosi agli uomini di corta vista. In Villanuova la vita del povero è pubblica nel senso più preciso della parola. Le case per lo più non hanno finestre; e l’aria, la luce e gli sguardi dei curiosi entrano liberissimamente a spiare i costumi degli abitanti. Quando il tempo è buono, non fa bisogno neppure di spinger lo sguardo oltre la soglia delle case, perchè tutta la famiglia si rovescia nella via, dove si lavora, si chiacchiera e si mangia. In Villanuova io mi credevo davvero in Africa, e le donne che mi parevan tutte sorelle, avean gli occhi orizzontali e piccoli, il colorito terreo e quella fisonomia di obelisco che ci hanno tramandati i monumenti egiziani.
E quella gente dal volto egiziano è cortese e sorride al forestiero. Colle migliori grazie del mondo mi lasciarono entrare in casa e mi accorsi che molte di quelle abitazioni sembravan fatte per una cosa sola, adatte ad una sola industria, quella del mugnaio. Le sedie son poche e spesso brillano per la loro assenza, e così dei tavoli e degli altri mobili; ma la nostra attenzione è tutta attratta da un asinello grullo grullo, arruffato, poco più grosso d’un mastino e che così poco rassomiglia a cosa viva da sembrar di legno, quando si arresta nel suo monotono, sempiterno giro intorno alla macina che muove. Quell’animaluccio, il dio penate, la prima ricchezza della casa, costa da cinque a dieci lire, è più parco di un arabo; e divide il tetto col padrone e i suoi figliuoli. Fabbrica il pane alla famiglia e produce spesso il piccolo frutto di macinar il grano ai vicini, industria rovinosa che speriamo veder scomparire dalle classi povere della Sardegna. Le donne della casa son occupate per tre e fin quattro giorni della settimana a fabbricare la farina che stacciano e raffinano con infinite cure per mezzo di crivelli e stacci puliti, fini ed eleganti, intrecciati a varii colori con cannucce di paglia e fibre di palma e che vedete appiccati al muro della casa, di cui insieme a qualche immagine di Santo formano l’unico ornamento.
Il mulino casalingo della Sardegna è la mola asinaria o machinaria degli antichi: poco diversa dalla χειρομύλη dei Greci. Potete vedere in Vaticano sopra un bassorilievo una mola machinaria romana, dove anche il cavallo che la muove ha gli occhi coperti come i rachitici asinelli macinatori della Sardegna. Se son rachitici e nani, son però valenti e pazienti, perchè lavoran fin quindici e diciassette ore al giorno, e Matzan aggiunge, ridendo a proposito, che quei somarelli devono esser anche grandi filosofi, dacchè Pittaco di Mitilene passava molte ore, macinando colla χειρομύλη, movimento che aveva trovato favorevole alla meditazione.
Quando si pensa però che tutte le donne e spesso anche i fanciulli d’una famiglia sono occupati in null’altro che a far pane, è a desiderarsi che la legge del macinato abbia almeno in Sardegna questo vantaggio di far sparir la falsa e fatale industria dei mulini casalinghi.
Cagliari può vantarsi di possedere nel suo Museo un vero tesoro archeologico, a nessuno secondo e che è opera quasi intiera di un solo uomo, il Canonico Giovanni Spano, una delle prime glorie della Sardegna; più che instancabile, miracoloso nella sua attività e ardentissimo e innamoratissimo illustratore del suo paese.
L’Università di Cagliari e la sua minore sorella di Sassari sono una vera vergogna per l’Italia. Non è lecito ad un governo, per quanto povero, lasciare queste larve di insegnamento superiore, dove la povertà dei mezzi concessi alla scienza fiacca e avvilisce i migliori ingegni e la volontà dei buoni è spesso impotente e rabbiosa contro le lesinerie burocratiche dell’alta sfera governativa. Speriamo che per onor nostro questo obbrobrio sarà cancellato. Ho conosciuto a Cagliari e a Sassari ottimi uomini che pur vorrebbero studiare; giovani intelligenti e operosi che pur potrebbero far avanzare la scienza, ma li ho veduti aggirarsi come larve irrequiete per quei muti corridoj e quelle aule deserte che con superba parola si chiamano Università: veri idalghi spagnuoli che domandano l’elemosina con piglio altero e i vestiti laceri.
La penna irata mi richiama alla mente un tristo ricordo di Cagliari, ed è la mia visita all’Ergastolo di San Bartolomeo; primo passo in una via crucis che dovetti percorrere in Sardegna, visitando tutte le carceri e tutte le galere.
A San Bartolomeo si sta assai bene, molti assassini vi ingrassano a meraviglia, nel lavoro salubre delle saline, negli ampii dormitorii e con sani alimenti. In altre carceri però e specialmente a San Pancrazio in Cagliari e a Sassari e altrove sentii il tanfo di una lenta asfissia e mi si inchiodò nel capo un pensiero che non mi abbandona mai, ed è questo che la società si vendica col suo codice delle pene assai più spesso di quel che si difende; incrudelisce assai più di quello che educa.
Nell’Ergastolo di San Bartolomeo si fondò una colonia agricola penitenziaria che promette assai per l’avvenire. Dinanzi al palazzo della vendetta vedete giardini fioriti che appartengono agli impiegati della galera: ho veduto bambine rosee nel volto, coi nastri rosei pendenti da un lindo cappellino di paglia di Firenze correre per quelle aiuole fiorite dietro le farfalle; mentre uomini dalla faccia patibolare passavano dinanzi a quei giardinetti e coi loro sguardi contaminavano quelle bambine.
E quei galeotti avevano diversi berretti, dacchè anche fra essi v’ha una gerarchia. L’uomo è un animale da gerarchia e pur che ne abbiate tre riuniti avete subito: plebe, aristocrazia e mezzo ceto; è privilegio di tutte le bestie sociali e socievoli e possiamo menarne vanto. Il berretto rosso vuol dire condanna a tempo, berretto verde condanna a vita, fiocco nero omicidio e così via. Le bambine dai nastri rosei conoscono tutte queste differenze e ve le spiegano; e il Procuratore del re, passeggiando col sorriso sul volto mi diceva: stanno benissimo: la è gente fortunata, che mangia e lavora e gode di ottima salute. Nell’ultima epidemia di febbri miasmatiche in Cagliari ebbero tutti la febbre e questi galeotti si serbarono sanissimi; ed egli rideva.
Io però, passeggiando nelle sale destinate ai malati, mi fermai dinanzi ad un volto che parea impietrito nel dolore; un Laocoonte del cuore; sempre vivo e sempre tormentato. Era melanconico e tormentato tratto tratto da accessi di delirio di persecuzione credeva che tutti lo volessero ammazzare. Era divorato dai rimorsi. Era un povero muratore, che, trovandosi senza pane, andò dal suo antico padrone, chiedendogli lavoro. Gli fu negato; ritornò più volte e sempre invano. Un giorno la fame era maggiore del solito: era rabbiosa; egli insiste nell’implorare il lavoro: Ho sei figliuoli; signor padrone. — Oh va all’inferno, tu e i tuoi figliuoli. — Una mazza era sul suolo fra vari attrezzi di muratore e un momento dopo il padrone era steso al suolo cadavere: e il povero muratore condannato nella galera di San Bartolomeo è pazzo di dolore e di rimorsi[1]. —
A San Bartolomeo però si sta bene e si ingrassa; e i giardinetti degli impiegati sono fioriti. Io vi ho vedute le più belle viole del mondo e vi ho colta una rosa più profumata di quelle d’Arabia; i bambini vi acchiappano le più brillanti farfalle; ma a due passi v’è un uomo pazzo di dolore, perchè la società si vendica più di quel che si difende. I nostri figliuoli, però, ne son sicuro, prepareranno ai posteri una giustizia più umana.
Quando voi avete percorso le noiose, lunghe e tristi lande sterili che separano Bosa da Macomer e avete attraversati i paesaggi poco interessanti di Torrealba e i rari boschi di quercie che trovate nella monotona pianura; voi vi accorgete di esser vicini a Sassari, quando la natura diviene ridente; quando i monti, rizzandosi più alti intorno a voi, frastagliano il cielo e la terra in modo da formare quadri svariati e pittoreschi. Ascendete un monte tutto pieno di magnifici olivi, coltivati colla stessa sollecitudine e tenerezza con cui si coltiva un orto cittadino. Io percorsi quei boschi d’argento nel tempo della raccolta e vidi liete schiere di fanciulle e di ragazzi che raccoglievano il frutto in lindi canestri, e a quando a quando interrompevano il lavoro per cantare e ballare. Parevano stormi di passerotti vivaci e protervi; e raccoglievano le olive colla stessa cura e lo stesso amore con cui si farebbe bottino di cosa carissima e preziosissima. E davvero che l’olivo è per Sassari una mina d’argento: mi si diceva che in quest’anno, fortunato fra gli altri, si farebbero 200,000 barili d’olio, che è quanto dire una bella cifra rotonda di sette ad otto milioni di lire. Di questa ricchezza mi accorsi anche entrando in Sassari, dove molte case nuove si stavano rizzando ed erano le olive trasformate in muri e marmi. L’olio di Sassari potrebbe esser fatto meglio: se ne manda a Nizza, dove raffinato cresce di valore e piglia un nome che per la sua squisitezza nativa ben si ha meritato. L’olivo dovrebbe anche esser difeso nei dintorni di Sassari dai cacciatori che spietatamente lo tormentano colle loro fucilate, quando vanno a far bottino di tordi: ma è difficile persuadere quei cacciatori che hanno torto di flagellare la prima ricchezza del paese, quando portano a casa fin sessanta e settanta tordi in una mattinata.
Sassari è città lieta e serena per la bellezza del suo cielo, per la pulita bianchezza di molte sue case, per la rumorosa vivacità dei suoi abitanti. In ogni guida voi troverete la descrizione delle chiese, delle piazze, del castello; ed io non mi son dato a voi per cicerone della Sardegna, e con voi soltanto voglio scorrere le pagine del mio portafoglio di viaggiatore, e voglio far nascere molti desiderii di curiosità e appagarne pochissimi, sicchè nasca in voi il desiderio di veder coi vostri occhi la Sardegna, di toccarla colle vostre mani. Per me la cosa più interessante di Sassari è il monumento di Azuni, nella piazza che ne porta il nome. Quando una città ha la fortuna di aver dato la luce ad un grand’uomo e di ornare una delle piazze colla sua statua, rammenta al viaggiatore una pagina gloriosa della sua storia e può andarne onestamente superba. È la civiltà moderna che demolisce il castello del feudatario e colle vecchie pietre rizza una nuova scuola; è la nuova generazione che ai santi del calendario sostituisce le statue dei santi del progresso. Nella biblioteca dell’Università ho guardato con commozione un manoscritto inedito di Azuni che portava un bel titolo: Dei caratteri della natura umana. Nell’Università ho veduto un altra cosa per me carissima: il rozzo tavolo anatomico su cui Rolando scrutò i misteriosi labirinti del cervello umano.
Ho visitato anche la fontana di Rosello, celebre per la sua architettura; e pei suoi asinelli che portan l’acqua in città e che Valery, il dotto bibliotecario di Versailles, tentò di rendere immortali, descrivendoli con molto amore e cantandone le virtù infinite. Io confesso di non aver sentito l’eguale ammirazione nè l’egual compassione per quelle rachitiche creature, tutte pelo e ossa; e ho trovato che i Sassaresi, che chiamano ironicamente quelle bestioline col nome di filumene (capinere), hanno più spirito del Valery.
I dintorni di Sassari sono belli assai; ed io li vidi bellissimi; perchè su quelle molli colline inargentate dagli ulivi ho potuto ammirare i cupi boschetti di aranci carichi di frutti; e perchè insieme all’oro delle arancie in quella stagione sorridevano i peschi fioriti e un profumo di calda primavera m’inebbriava i sensi e mi faceva innamorare di quella terra e di quel cielo.
Presso a questo quadro ridente a pochi passi da Sassari avete una scena malinconica e una severa lezione di storia. Se dopo aver ammirato i lieti giardini dei Sassaresi e le bianche e liete ville, voi vi dirigete a Porto-Torres; avete una landa sterile, che sente lo squallore e la malaria, e in mezzo a quella solitudine fra le erbe folte vedete rizzarsi gli archi spezzati d’un antico acquedotto romano. Il terreno è tristo, o bruciato dal sole o reso pantanoso dalle pioggie; pecore brulle e nere rodono gli arbusti spinosi e le erbe gialliccie; vi regna un’aria di povertà e di febbre; ma quella triste terra si apre e dal crepaccio alza il capo l’antica civiltà romana coi suoi archi e i suoi acquedotti. È un gigante mal sepolto; la terra divenuta piccina a stento può coprirne le ossa, e dalla tomba ne vedete escir fuori gli stinchi mal coperti. È l’Italia di Roma che sogghigna beffarda all’Italia dell’oggi. La lezione è dura e poco lieta; ma non è finita. Tirate avanti che la lezione continua.
A Porto-Torres poche case, fanciulli cenciosi, un porto che sembra stagno di rospi: eppure voi siete sul suolo dell’antica Torres, una delle maggiori fra le antiche città dell’isola; eppure voi vedete fra i giunchi della palude alzarsi le gigantesche rovine del tempio della Fortuna che con barbara parola chiamano Palazzo del re barbaro. A quelle rovine gloriose strapparono alcune colonne magnifiche che insieme ad altre d’origine romana fanno coro nella Basilica di san Gavino. Son ventotto colonne d’ogni stile e d’ogni pietra, di granito, di marmo bianco, di marmo grigio, di marmo cipollino. Il tetto di quella Basilica, che è tutta una poesia, è degno di quelle colonne, perchè è fatto di travi immensi di ginepro, come non ne sapreste trovare al dì d’oggi un sol tronco in tutta l’isola. Sopra i giganti dell’arte romana, i giganti della natura; membra spolpate del mondo antico, stinchi di marmo che sostengono cadaveri di tronchi dieci volte secolari, e duri e aromatici ancora; cresciuti nel pacifico silenzio dei deserti sardi, quando l’uomo fenicio, corridore dei mari, non vi aveva ancora messo il piede. Sotto quei cadaveri di ginepro; sotto quei cadaveri di marmo avete poi nel santuario sotterraneo tre altri cadaveri di santi martiri, san Gavino, san Proto e san Gianuario: tre cimiteri sovrapposti l’uno all’altro e che si tollerano l’un l’altro con eterna pazienza; il mondo della natura vergine, il mondo romano, il mondo cristiano: ginepri, grandi come le quercie e dopo tanti secoli non tarlati ancora; colonne di marmo; tombe onorate da cento fiammelle di cera. Quanta poesia e quanta storia in sì angusto terreno!
Udite a completare il quadro una pagina di storia:
«Gavinus o Gabinus discendeva dalla famiglia romana Papilia e da un Cajus Papilius Sabellus, e si chiamava Gabinus Sabellus. Esso era stato nominato dall’Imperatore Diocleziano comandante d’una corte di cavalleria, ed in questa qualità si trovava in Torres, dove ebbe occasione di ascoltare le predicazioni di San Proto e di San Gianuario ch’eran stati ordinati preti dal Papa Cajo. Questi, essendo stati accusati di sommuover il popolo, furono assoggettati a crudeli tormenti: come Gavino, per dovere della sua carica fu obbligato di assistere agli atti di barbarie, così fu sorpreso dalla loro costanza e promise di seguitare il loro esempio, e siccome queste due vittime destinate alla morte furono affidate a lui, così egli profittò di iniziarsi nella nuova fede e di battezzarsi; indi mise in libertà i due prigionieri e si presentò al preside Barbaro, dicendogli che anch’esso era cristiano. Fu tosto arrestato, e condotto all’orlo del mare, in un sito detto Balai, ivi venne decapitato; il di lui corpo colla testa fu gettato nelle onde, ma pietose persone raccolsero le spoglie e le depositarono in una tomba vicina scavata nelle roccie. Là pure furono collocati i corpi di San Proto e Gianuario, martirizzati nello stesso sito dopo poco tempo. Il martirio di San Gavino accadde nel 25 ottobre dell’anno 300.
«La principal festa di San Gavino occorre il secondo giorno di Pentecoste, e vi accorre molto popolo. È curioso il vedere le pratiche religiose alle quali si danno i divoti: alcuni fanno in ginocchio il giro delle colonne della Chiesa, e le bacian, come pure bacian il piede del cavallo di San Gavino di legno dipinto, come è la sua cavalcatura. Si crede nel paese che una di queste colonne fosse portata in questo luogo dal Santo, che la prese dal fondo del mare e la portò dritta nell’arcione della sella del suo cavallo. La festa è molto frequentata ed animata; vi si vedono i costumi di tutti i villaggi della parte settentrionale dell’isola. Allorchè la festa è finita, e che i visitatori parton nel martedì per restituirsi nei loro focolari, si vedono di quelli che colle loro donne alla groppa fanno entrare i loro cavalli nel mare sino al petto: ciò fanno coll’idea che i loro cavalli restano benedetti nell’uscir dell’acqua dove una volta furon gettati i corpi Santi, e dove San Gavino prese in seguito la colonna di cui sopra si è parlato. Nel 4 maggio vi si celebra un altra festa coll’intervento del corpo municipale di Sassari, come patrono della Chiesa: essa è meno frequentata che la precedente....»[2]
Le città minori della Sardegna hanno tutte una fisonomia propria, e il lungo isolamento l’ha resa più saliente e durevole.
Quando voi avete attraversato a cavallo i monti e i boschi pittoreschi che separano Perfugas da Tempio, voi vi trovate dinanzi uno dei più bei panorama della Sardegna e dall’altipiano ricco di vigne e di seminati, in cui si adagia quella montana città, voi vi vedete dinanzi lo splendido monte di Limbara, uno dei più maestosi colossi di granito che abbia il nostro paese. Dopo aver passate lunghe ore a cavallo in mezzo a boschi deserti, a valli deserte, per burroni deserti, voi salutate i primi frutteti di Tempio con vera gioia, e affrettate il passo per salutare la città, di cui sentite già vicino il tiepido fiato. L’uomo non ama la solitudine che per vendetta o per malattia, non ama i deserti che per un ora, o quando il deserto è per lui un quadro agli occhi e non una casa o un soggiorno.
La città di Tempio colle sue case di pietre granitiche grigie senza intonaco bianco, e unite da argilla bigia; colle sue vie magnificamente lastricate di granito, ha un aspetto severo e malinconico e sopratutto un colore montano. Non vi vedete intorno che colori oscuri: case grigie, pavimenti grigi, chiese grigie; uomini dal cappuccio e dai calzoni neri; ma su quella città ride un cielo eternamente limpido e azzurro e per le vie e alle finestre vedete volti intelligenti, uomini gagliardi e donne dagli occhi neri e ardenti.
Da Tempio, salto con voi ad Alghero, perchè, non scrivendo io una guida, nè un’itinerario, seguo il filo conduttore della statistica e rendo omaggio anch’io alla legge, che misura la potenza degli Stati, la felicità dei popoli, il prosperare delle città dal numero dei loro abitanti. Se Tempio coi suoi 10,447 abitanti sta dopo Sassari, Alghero vien subito dopo Tempio, perchè ne conta 8,573. Alghero chiusa fra il mare e una angusta cerchia di bastioni respira male, sente il miasma dei luoghi chiusi e aspira ardentemente a rompere la vecchia corazza che la cinge e la stringe, per respirare nelle campagne vicine un’aria più pura.
Ad Alghero il mare è bello e consola gli abitanti, tristi della strettura in cui li tengono i bastioni. Un golfo grande col Capo della Caccia e la sua famosa grotta di Alghero, una delle più belle e sgraziatamente più difficili grotte che si possano visitare; e dietro quel Capo, il Porto Conte, preparato stupendamente per un popolo di naviganti che non giunge ancora. Vedo nel porto schierate con ordine militare molte barche peschereccie e dinanzi ad esse quei trabocchetti di rete che chiaman nasse. Nel lontano orizzonte vedo una vela: è una barca corallina che coi suoi uomini di ferro fra stenti inauditi, strappa ai profondi scogli del mare, quel polipo porporino che andrà poi a posarsi invidiato sul collo delle belle signore d’Italia e sulle spalle delle odalische d’Oriente.
I pescatori di corallo che vengono ad Alghero con più di 200 barche ogni anno; son quasi tutti napoletani e toscani; fanno ottimi guadagni, ma menano una vita d’inferno. Dormono quattro ore al giorno, lottano col sole ardente, cogli aquiloni, colla fame, colle pioggie: le loro mani son rese così callose dal remo e dal maneggio dell’argano che alza e affonda l’ordigno pescatore che, se tu getti loro una moneta sul suolo, non possono spesso piegar le dita a raccoglierla; ma battendola con una mano la fanno balzare nell’altra. La pesca dura dal febbraio alla prima settimana di ottobre, e Alghero, letto di corallo, non dà alla pesca che 24 barche coralline. Eppure una paranza corallina dà in un triennio un guadagno netto di 25 a 26 mila lire.
Nel porto di Alghero vedo molleggiarsi soavemente sull’onda un bel bastimento mercantile, domando a chi appartiene. È di un genovese che porta il soprannome di Miseria, soprannome onorevolissimo per lui. Era il più povero degli uomini; fu accolto in Alghero malato, per elemosina assistito e medicato; ora è milionario, è alla testa del commercio, possiede due case, molte navi. — Oh perchè l’Italia non è tutta Liguria?
Le case d’Alghero son bianche e qua e là alza sopra di esse il suo ciuffo maestoso una palma. Sopra la palma torreggia un campanile di bella architettura e la cattedrale è ricca di marmi d’ogni colore. Sopra la città s’innalza con triste cipiglio un altro grande edifizio: l’Ergastolo. La città ha però molte viuzze strette e sucide. Il teatro è bello e mi dissero che fu fatto specialmente per opera e col denaro dei canonici; dei quali formicola Alghero. È certo che i canonici vanno assiduamente al teatro, con minor ipocrisia che fra noi, e furon veduti con santa compunzione assistere alla Traviata, col libretto dell’opera fra le mani.
Gli abitanti di Alghero si dividono in tre grandi classi; pescatori e marinai; pastori e agricoltori; agiati che vivono sonnecchiando sulle loro rendite. Parlan tutti l’algherese, che è poi il dialetto catalano quasi puro. Questa lingua in tutta la Sardegna non si parla che ad Alghero e fin dal 1354, anno in cui la città venne assediata per terra e per mare dal Re D. Pietro Il Ceremonioso: l’assedio durò lungamente e fu poi convenuto che gli antichi abitanti sarebbero tutti usciti e fu occupata da una colonia di catalani. La fisonomia degli algheresi mi parve catalana e ligure, ma la razza è incrociata di elementi sardi, fors’anche napoletani e d’altre provincie italiane. La lingua non è sempre battesimo di sangue.
Se andate ad Alghero, dovete visitare il palazzo del Municipio, dopo aver letto una pagina di storia, che vi consolerà di esser nati tre secoli più tardi di Carlo V e vi farà tollerare con calma e pace serena le miserie dei nostri tempi.
»Questa è l’antica casa d’Albis, appartenente ora agli eredi del Conte Maramaldo della Minerva, vi si conserva la memoria del soggiorno di Carlo V, quando nel 1541 visitò la sua cara città di Alghero. I fatti che in allora vi succedettero nelle due giornate di mezza festa e di mezzo saccheggio, come dice il Valery, hanno un impronto dell’epoca tutta particolare.
»Il primo pensiero che si presero i cittadini d’Alghero all’annunzio dell’arrivo del loro sovrano, fu di radunare la più gran quantità di viveri che fosse possibile per farne regalo alla flotta che accompagnava l’Imperatore, questi prima di sbarcare accettò una partita di caccia nel vicino Monte Doglia, dove immantinenti un cinghiale ebbe l’onore di morire dalle mani auguste. Dopo questa illustre impresa si diresse verso la città, ma prima di entrare volle fare col suo battello il giro delle fortificazioni che riguardavano il mare. Davanti al molo si era preparato un ponte posticcio, perchè Sua Maestà Imperiale discendesse comodamente in terra e l’avevano ornato di ricche stoffe. Le persone che aspettavano l’Imperatore in questo sito, vedendo il battello diretto altrove, credettero che sbarcasse in altro punto della spiaggia, ed abbandonarono in un istante il posto, in allora i soldati di Cesare si lanciarono sopra il ponte, lo misero a ruba, e tolsero tutte le tappezzerie di cui era coperto. Questa scena fu lontana di disgustare Sua Maestà, la divertì molto. Egli montò subito sopra un magnifico cavallo che gli avevano offerto col quale fece il giro interno delle fortificazioni, poi entrò nella casa in discorso, che in allora apparteneva ad un certo D. Pietro di Ferrera. Là si affacciò alla finestra che dava alla strada, e fu testimonio allegro d’una scena, degno compimento di quella del saccheggio del ponte, che l’aveva divertito tanto. I soldati spagnuoli, discesi a terra coll’imperatore, principiarono a perseguitar e ad infilzare colle loro spade, sotto i suoi propri occhi, le bestie che si trovavano radunate in questa piazza e nelle strade vicine: queste bestie erano quelle destinate per regalo alla flotta, e furono scialacquate da una soldatesca sfrenata ed avida di saccheggio, sotto gli occhi del loro sovrano. Si racconta pure che uno degli uffiziali dell’Imperatore dimandò se era permesso di distaccare dalle muraglie le ricche tappezzerie in seta che ornavano l’interno della casa dove questo principe ricevette l’ospitalità, e si dice che Carlo V, rivolto al magistrato che l’accompagnava, gli dicesse ridendo: Jurado, mirad que no hagan danos estos locos (Jurado, badate che questi pazzi non facciano danno).»
In quei tempi esser saccheggiato da una selvaggia soldatesca, servir di spasso ad un Imperatore eran delizie per un popolo. Vedete:
»Appena che Sua Maestà se ne partì, questa finestra fu diligentemente murata, come la è sino al presente, affinchè non fosse profanata da un altro mortale. La casa dove soggiornò il Principe per 48 ore, ha goduto da quell’epoca sino ai tempi a noi vicini, del diritto di asilo, una catena di ferro con due pilastrini collocati davanti alla porta d’ingresso serviva di rifugio alle persone inseguite dalla giustizia o minacciati d’essere arrestati. Il tempo finalmente ha fatto sparire questa scioccheria»[3].
Ozieri è città pittoresca, che sembra accampata fra i monti che danno la mano da una parte ai colossi granitici di Alà e di Buddusò e dall’altra si legano colla catena di Monterasu. È città ad anfiteatro, colle case disposte a piani diversi. Di sera un cinguettìo e un coro di risa rumorose guidano i vostri passi ad una gran fontana messa nel centro della città e dove cento lavandaje d’ogni età a lume di candela lavano e battono spietatamente i panni e schiamazzano fino a tre ore dopo la mezzanotte.
Serberò finchè vivo lieta memoria di Ozieri, perchè vi ebbi la più lieta accoglienza del mondo e mi parve nell’industriosa attività di quelli abitanti di leggere uno splendido avvenire. Quando Terranova rannoderà la Sardegna al continente italiano, Ozieri diverrà una delle città più importanti dell’isola e i nuovi tesori del commercio faranno lieta compagnia alle ricchezze avite dell’agricoltura.
Oristano è città antica, resa triste dalle sue lagune che la ravvolgon tutta quanta quasi in un funebre lenzuolo di miasmi e di febbri. Se venite da Uras, entrate nella città attraverso una porta antichissima con un castello pittoresco, antica residenza dei giudici di Arborea; se escite per la via che conduce a Sassari passate ancora attraverso un altra porta antica e un altro castello. Fra quell’entrata e quell’uscita da medio evo avete molte case vecchie anch’esse e con balconi pittoreschi e arabescati. Per le vie molti preti, molti accattoni; ad onta del freddo vedi molta gente minuta colle gambe e i piedi nudi e spesso montano a cavallo, legandosi lo sperone al piede nudo. Vedi passar uomini a cavallo con una cappa nera da beduino e un nero cappuccio sopra un volto nero e accigliato; veri arabi d’Italia.
Un sobborgo d’Oristano è tutto abitato dai Congiolarius, che di padre in figlio si trasmettono l’arte di far terraglie, e le impastano e le foggiano all’aria libera. La cosa più interessante d’Oristano è però il Museo privato di antichità sarde del giudice Spano, il più bizzarro, il più originale, il più galantuomo degli archeologi ch’io m’abbia conosciuto. Abita un vecchio castello, che fu forse casa della Giudichessa Eleonora; vive fra i suoi camei preziosissimi, fra i suoi vetri di Tharros dai mille colori, fra le sue urne cinerarie: una polvere secolare posa su quelle ricchezze e il Dio di quel tempio appena serba a sè stesso un posticino, il più modesto della casa, che non è casa; perchè è fortezza, è castello, è museo; qua e là nido di gufi. Il giudice Spano fra quelle rovine e fra quei tesori, in quel mondo di cose antichissime e in mezzo a quella polvere antichissima serba l’entusiasmo più giovanile e quando accende le sue candele per farvi ammirare i riflessi iridiscenti dei suoi vetri di Tharros, i suoi occhi fiammeggiano fra quelle urne e quelle ragnatele, come lampi di un uomo felice, di un uomo terque quaterque felice; dacchè una nobile passione lo riscalda; ed egli toglie a sè gli agi della vita per lasciare una delle più splendide raccolte archeologiche che abbia l’Italia.
Oristano serba una gloriosa tradizione, quella della Giudichessa Eleonora, di cui potete vedere il ritratto in Cagliari, regalato dal Canonico Spano alla Biblioteca dell’Università. Quella donna fu soldato, fu generale, fu re, fu legislatore.
Non scrivo storie, ma vi invito a studiare la vita di quella sapiente e generosa principessa. Eccovi un solo tratto della finezza legislativa di Eleonora. Anche ai suoi tempi vi eran donne infedeli e uomini maldicenti: la Giudichessa sapiente per conservare la pace delle famiglie decretò che dovesse pagare lire 15 di multa chiunque avesse chiamato becco un cittadino dei suoi Stati e lire 30 se avesse provato che quel titolo gli era dovuto; e chi non volesse crederlo, legga la Carta de logu della Giudichessa di Arborea Eleonora.
Bosa è fra le piccole città della Sardegna una delle più simpatiche: posta sulla sponda destra del Temo, il Temus di Tolomeo, ha vini; oggi nettare di pochi, ma destinati a glorie mondiali; vicina al mare e sopra un fiume che serpeggia fra colli e campagne fertilissime. Una gita in barca sul Temo è una delle passeggiate più deliziose che si possano fare: in alto sui monti, colonne di basalto che sembran rovine di città e di templi sepolti; in basso cotogni, e olivi e melagrani e aranci e palme che scendono fino a bagnarsi i piedi nell’onda del fiume. Bosa è al piede di una collina su cui si arrampica, ed è dominata dal Castello dei Malaspina, scena pittoresca, che completa la bellezza del quadro. Le lingue malediche vi dicono che a Bosa si beve molto; ma e chi non beverebbe di quei vini, degni fratelli del Xeres e del Tintilla di Rota? Le stesse lingue aggiungono che i preti sono in Bosa padroni di molte coscienze e di altre cose ancora; ma vi ho trovato già sul tramonto la loro influenza, un tempo davvero onnipotente; e vi dicono ancora che i Bosani sono egoisti; ma io non lo credo, tanto mi parvero splendidamente ospitali.
Badate che nel presentarvi le città sarde seguo sempre i gradini della gerarchia numerica, e dopo Bosa vi presento Iglesias che ha una popolazione di più che 6000 abitanti e sempre crescente per la potente attrazione che esercitano la mine vicine di piombo e di zinco e delle quali il Sella ci darà una storia compiuta; fatta con lungo studio e molto amore.
Iglesias potrebbe lavarsi meglio la faccia e i piedi, ricca com’è di fontane e avendo quella di Corradino e Cixeddu e Maimone: ha vie molto strette, mal lastricate, sporche, dominate dalla cattedrale e da un palazzo arcivescovile nero nero. L’unico albergo della Vittoria è appena abitabile. Per le vie ad ogni passo tegami di terra pieni di carbone acceso: in molte case non v’è camino e si fa focolaio della via, sicchè quando soffia il vento vi schizzano fra le gambe faville d’ogni grandezza che appiccan frequenti incendii. Anche al primo piano del Palazzo Vescovile vidi una sera un di quei tegami infuocati, su cui il vento soffiava con tal forza da farlo sembrare un piccolo vulcano, e scintille e faville volavano per ogni parte.
Nelle vie più povere le case non sembran fatte per uomini; entrai in uno di quei covili ed era poco più alto d’un uomo. Nessuna sedia e nemmeno finestre; per la porta entravano la luce e l’aria e per un foro fatto nella parete di fango seccato (ladderi) esciva il fumo. In un angolo del fuoco e intorno intorno ammonticchiati dieci o dodici persone, accosciate per non rimaner spente dal fumo; eran bambini e fanciulli e donne e vecchi. In fondo a quella sala due buchi quadrati, uno più basso e più grande senza uscio, conduceva in una tana dove era un letto pei genitori: gli altri dormivano per terra in un mucchio. Sopra quel buco quadrato un altro più piccolo che s’apriva in un panteon domestico; dispensa, magazzino per tutto e per tutti. Coperto da una cassa di legno grugniva accanto al gruppo umano del focolare, un porchetto; il beniamino, il Dio penate della famiglia; me lo mostrarono con amore, lo abbracciarono con tenerezza: trovai anch’io che era grazioso e quasi parente prossimo di quei poverelli che pagavano per l’affitto di quella tana cento lire all’anno(!).
Sulla città di Iglesias pendono accigliate alcune rovine pisane che vi ricordano il conte Ugolino, una volta padrone e donno di tutta la città e del suo territorio. Deve essere cosa grande il leggere in quel castello il canto XXXIII dell’Inferno.
Sopra un altipiano di granito alto 581 metri sul mare, trovate Nuoro, circondata da bellissimi monti e da valli fiorite; ha una bella e antica cattedrale, ma è più famosa per i suoi abitanti che per le sue industrie o i suoi monumenti; e ne parleremo più innanzi, quando dopo aver veduto le città e i villaggi entreremo nelle case a conoscere gli uomini.
Osilo è una delle più grosse borgate della Sardegna, e gli Osilesi hanno da secoli fama di fieri e di indomiti. Di essi si potrebbe dire anche oggi quel che Tacito scriveva dei Brettoni e Lamarmora ripeteva degli antichi Sardi: jam domiti ut pareant, nondum ut serviant. Il canonico Spano ci racconta che nei primi anni di questo secolo vi era ancora accesa una guerra tra due potenti famiglie di Osilo, i Serra e i Fadda. Anche le donne presero parte ai fatti che accaddero in quell’epoca e le rovine stesse del Castello servirono di rifugio e di fortezza ad uno dei partiti.
E la mia corsa nelle città e nelle borgate della Sardegna è ornai finita. Se avessi spazio dovrei ancora parlarvi di Cagliari fatta ad anfiteatro sopra la lava di spenti vulcani; di Sanluri, che ha storia gloriosa e campi fertili di biade; di Terranuova adagiata sull’antica Olbia, colla fisonomia prosaica di borgo mercantile e consolare; di Lanusey ricca d’acqua ottima e di vini deliziosi, famosa per salubrità; di Macomer fabbricata sul basalto, patria del celebre poeta e improvvisatore Melchiorre Murena, cieco dall’infanzia e che pagò con morte violenta le sue belle poesie satiriche; dovrei parlarvi di Oschiri, di Orosei, di cento altre borgate e villaggi che vanno scendendo la gran scalea della gerarchia che rannoda Cagliari e Sassari all’ultimo stazzo della Gallura.
In Sardegna anche i contadini vivono agglomerati nei piccoli e nei grossi villaggi, ed è questa una fra le massime sventure pei campi che rimangono abbandonati alle rapine dei pastori nomadi, che rimangono vedovi dell’occhio paterno del padrone. È questa un’antica consuetudine venuta fino a noi e sorta in quei tempi, nei quali le continue e facili incursioni dei pirati rendevano pericoloso il vivere isolati in mezzo a campi deserti e smisurati.
V’è un gruppo di villaggi fra Cagliari e Iglesias che hanno una fisonomia così argentina da far credere al viaggiatore che egli si trovi nell’America Meridionale. Una lunga fila di case fatte di fango impastato colla paglia e battuto e che porta il nome latino di ladderi (tapias degli Argentini). E quelle case bigie hanno tutte il solo piano terreno, e sulle mura che cingono il cortile e l’orto vedete piantati i cacti, d’un verde bigio anch’essi, e fra l’una e l’altra schiera di case di fango, vie larghe e piene di fango anch’esse; ora polverose e fetide; ora palustri e fetidissime. Altrove i villaggi sono meno tristi, ma sempre sucidi assai, con un immondo comunismo di bipedi e quadrupedi, di stalla e di cucina; spettacolo umiliante e triste. Convien però ricordare che quella gente vive più che può a ciel sereno, che fa de’ campi, dei monti, dei boschi la propria casa; e nella capanna s’accovaccia per dormire e macinarvi il grano. Anche l’uccello più pulito e più poetico s’accontenta di un nido piccino e fatto spesso di fango, perchè è padrone dell’aria infinita e chiama suoi i campi del Signore. Nell’uomo del nord il culto della casa non è soltanto prova di vita più civile, ma è anche il frutto del cielo inclemente e burrascoso.
All’infuori dei villaggi di ladderi del Campidano che hanno fisonomia propria e caratteristica, gli altri pigliano contorni diversi secondo l’argilla o la pietra che l’uomo ha trovato vicino a sè per farsi la propria casa.
Gli stazzi della Gallura son le case dei pastori che si raggruppano tra loro con forma di federazione naturale che chiamano cussorgie. Più d’una volta trovate nella stazzo mobilia pulita e qualche agio della vita, qualche crepuscolo d’arte; trovate sempre splendida ospitalità.
Da qualche tempo intorno allo stazzo vi sorride un campo coltivato a biade o a patate, con qualche frutteto. È il pastore selvaggio che si fa agricoltore; primo passo verso una civiltà più matura, più feconda; terreno di transizione che riunisce due epoche geologiche nella storia dell’uomo.
CAPITOLO II.
La natura in Sardegna. — I boschi d’aranci di Millis. — Lande e foreste. — Fauna. — Gli uomini della Sardegna. — Etnografia sarda e tipi più salienti. — Le donne sarde. — Mancanza del proletario. — Carattere e costume dei Sardi. — Aneddoti di vendette e d’amori. — Foggie di vestire. — Ospitalità splendidissima dei Sardi. — Pranzi e gastronomia.
La Sardegna ha molte pianure vaste, deserte, malinconiche; ha lande che la ferrovia non ha ancora accorciate, che l’aratro non ha ancor rotte, e dove gli occhi stanchi e annoiati cercano invano un albero. Cisti dalle foglie rugose; lentischi troppo superbi per esser erbe, troppo nani per esser piante; asfodeli senza fine; qualche arbusto rachitico o spinoso, qualche oleastro bitorzoluto e coi rami contorti dalla lunga tortura della bufera marina. Mi ricordo che, andando da Nuramini per Villasor ed Uras verso Oristano, salutai il primo pioppo come un amico e mi fermai ad ascoltare il lieto mormorìo della brezza che cinguettava fra i suoi rami, fra le sue mille e mille foglie. Dopo gli stecchi con tosco delle lande deserte avevo finalmente dinanzi a me un albero grande, sano, che mi pareva un essere felice. In molte lande presso Porto Scuso e fra Seui e Cagliari vidi molti cespugli di ramerino selvatico che rallegravano gli occhi coi loro mille fiori violetti e ridestavano le narici a ricordi gastronomici. Io lo cimentai alla prova della casseruola e lo trovai assai più aromatico di quello che coltiviamo nei nostri orti.
Dove la pianura fu solcata dall’aratro, la landa è divenuta campo; ma le infinite siepi di opunzie del Campidano e la povertà degli alberi non fanno troppo lieti quei paesaggi della Sardegna. Anche i rari boschi di mandorli son piante troppo cinericcie e che sembrano accordarsi col glauco monotono e triste del cacto. A molte campagne sarde manca la prima allegrezza della casa colonica, dei cento campanili che alzano il capo petulante in mezzo ad una tavolozza tutta verde e tutta allegrezza. Di vivo per molte e molte miglia non vedete spesso che un branco di pecore, nere anch’esse per la maggior parte e che rodono silenziose le erbe fra le pietre sparse anch’esse qua e là come pugno di cenere sul capo di un penitente.
Il più bel paesaggio che la Sardegna deve all’industria umana è la foresta di aranci di Millis. Se visitate Oristano non dimenticate quel paradiso terrestre e scriverete nel vostro libro d’oro una giornata delle più care della vita: intendo sempre, se avete cuore d’artista, se sentite il santo amore della natura. Il villaggio è come molti altri della Sardegna; ma dovete visitarvi il palazzo del Marchese Boys di Putifigari coi suoi cento antenati; dovete gettare uno sguardo amoroso ad una chiesuola circondata da alberi altissimi; chiesuola dalle tinte grigie e dal simpatico rossiccio della terra cotta; tutta quanta coperta di edere, che come fiamme di razzi convergenti la abbracciano con strettissimo amplesso. E poi e poi convien gettarsi a corpo perduto, a cavallo o a piedi in quella foresta d’aranci, dove vi inebbriate d’un profumo orientale e vi trovate sul capo, fra i piedi, dapertutto, una pleiade di milioni d’arancie squisite, che si vendono fin 25 e 15 centesimi al centinajo, degne rivali per profumo e dolcezza delle sorelle di Palermo. Nel bosco d’aranci che apparteneva al capitolo della cattedrale d’Oristano e ch’io trovai in vendita vi sono alberi che danno più di 5000 frutti. È però nel bosco del Marchese Boys che trovate l’arancio più colossale, chiamato il re degli aranci; un uomo non lo può abbracciare, ha maestà e dignità dei maggiori fra i nestori del regno vegetale. Sotto quelle ombre deliziose crescono più modesti, ma più profumati gli alberetti delle mandarine, ch’io trovai ottime fra quante ho mangiate in Sicilia, in Africa e in America. Eppure quei preziosi alberetti si posson contar sulle dita; eppure a Millis imputridiscono ogni anno milioni d’aranci per mancanza di uomini, di strade, di un industria attiva e perspicace. La natura è feconda e impunemente prodiga; e l’uomo povero in mezzo alle ricchezze.
La vita agricola della Sardegna vi presenta un altro quadro interessante ed è quello degli oliveti, e abbiam già avuto occasione di ammirare quei di Bosa e quei di Sassari.
La Sardegna potrebbe far concorrenza coi suoi olii ai migliori del continente e già furon premiati quelli della deserta e sconosciuta regione dell’Ogliastra. Eppure abbiamo foreste di olivastri colossali che nessuno innesta e cadon le ulive sul suolo deserto, preda ai cinghiali e alle capre. Eppure in antichi tempi si comandò per legge che nella terra ferace d’oleastri se ne innestassero almen dieci per anno e si offerse perfino la nobiltà a chiunque allevasse certo numero d’olivi.
Ed ora che vi ho mostrato il brutto convien volgere lo sguardo alle bellezze della Sardegna, che son molte. Avete colli mollemente ondulati e coltivati dal capo ai piedi; avete ruscelletti e fiumi che serpeggiano limpidi e rumorosi fra cespugli di leandri silvestri, veri mazzi di rose nei mesi dell’estate; avete poche, ma belle foreste, ultimi avanzi di un manto imperiale che un tempo copriva splendidamente gran parte dell’isola e che fu strappato lembo a lembo con feroce vandalismo dagli avidi speculatori, ch’io vorrei chiamare i guastatori della Sardegna. Le cifre raccolte dalla Commissione d’inchiesta mostreranno agli Italiani l’estensione di quelle stragi barbariche; a me conviene mettere il dito sul peccato e sul peccatore; alzare il grido d’allarme dell’uccello che vede il falco, lo denunzia ai compagni e tira via nel suo aereo cammino. Milioni e milioni di lecci, di quercie, di sugheri furon convertiti in carbone; una mina d’oro fu distrutta dalla scure spietata e i nipoti, vagando per quelle terre deserte, fra i tronchi monconi degli alberi distrutti malediranno i loro padri, imprevidenti scialacquatori di tanta ricchezza.
A Taquisara fra Lanusey e Seui ho veduto vergini foreste di elci, sicuramente fra le più belle che abbia incontrato nei miei viaggi. Alberi alti così che l’occhio deve cercar posizioni nuove e faticose per trovarne la cima; così folti da doversi intrecciare gli uni cogli altri; e qua e là il cadavere maestoso di un colosso fulminato dal cielo e fraternamente accolto fra le braccia degli alberi vicini che vivono da secoli in confidente famigliarità, in regime di repubblica, primitivo, senza noja di regolamenti, nè balzelli di tasse, nè tirannia di leggi. E fra i lecci giganti un mezzo ceto di corbezzoli dalle foglie lucenti, di tassi dal fiero cipiglio; e più giù un popolo minuto di eriche, di clematidi, di arbusti, di arboscelli, di erbe. E cascatelle di acqua chiacchierina che si lascia cadere e fa capriole fra graniti coperti di muschio, dove le goccie d’acqua fermate dal loro velluto son perle e dove il sole filtrato attraverso quella volta di verdura spande una penombra mite e silenziosa.
La Gallura è la Svizzera della Sardegna, e i graniti son così dislocati in cento modi, e giù per quella china di monti si son fermati mille e mille ciottoloni arrotondati in tante guise che tu crederesti vedere il campo abbandonato dai Giganti che vollero scalare il cielo. La natura coi graniti della Gallura ha saputo fare uno dei quadri più fantastici e bizzarri, dove il tragico e il grottesco si accordano stupendamente, e le forme pigmee e gigantesche dell’estetica minerale si trovan vicine e coi loro contrasti ci danno sensazioni nuove e non aspettate. Duolmi che le nevi e l’insolita inclemenza della primavera di quest’anno mi abbiano impedito di visitare il Gennargentu, il gigante dei monti sardi e che deve muovere colle sue foreste e i suoi macigni fortunata guerra alle bellezze per me carissime della Gallura.
Il cacciatore trova nella Sardegna il suo Eldorado, ed io coi miei occhi ho veduto tante allodole nei campi da poterne far bottino di un centinaio in una mattinata; e dalla mia carrozza ho seguito le pernici che correvan dinanzi ai miei cavalli; e a tiro di pistola ho veduto beccaccie e anitre e selvaggiume d’ogni maniera. Nei boschi poi e fra i cespugli hai tanti cignali, da poterne ammazzare quanti tu vuoi; e sugli alti monti puoi ancora, senz’esser principe, deliziarti della caccia principesca di cervi, di caprioli e di mufloni.
Quest’animale è interessante assai e in Italia non si trova che in Sardegna e in Corsica; ha figura di pecora ma col pelo del cervo, e ha corna che si attortigliano in modo molto pittoresco e che giungono a smisurata lunghezza. Io ne posseggo un pajo che mi fu regalato dai cortesissimi miei colleghi di Nuoro, dottori Alberto e Luigi Calamina, e che per il loro peso impedivano ogni rapido movimento all’animale che le portava; caso strano di corno suicida! Il muflone vive a stormi, salta come il camoscio, e ha carne saporitissima; ed io la trovai ottima anche senza il soccorso di magisteri culinari, cotta coll’acqua e il sale. Il muflone s’addomestica facilmente e si accoppia colla pecora; e i meticci meritano di essere studiati in quest’epoca di idee darviniane. Ho veduto anche molti meticci di cignale e di porco, ma il porco della Sardegna è così poco diverso dal suo fratello selvaggio da potersi confondere facilmente con esso.
Gli animali domestici della Sardegna son celebri per la loro piccolezza, e quell’isola ha cavalli, asini e porci nani. Le razze cavalline sono con torto di tutti (governo e sardi) troppo trascurate. La resistenza alla fatica e la sicurezza del piede del cavallo sardo son davvero sorprendenti, quasi miracolose. Io ho viaggiato per ore ed ore per erti dirupi con un cavallo magro e stecchito, a digiuno da un giorno; e quel cavallo, in ciò superiore alla moglie di Claudio imperatore, giungeva alla meta del viaggio, nè stanco nè sazio. Benchè abbia vissuto per quasi quattro anni sul dorso dei cavalli argentini quasi selvaggi, ho dovuto inorridire alla vista dei miei compagni di viaggio che dinanzi a me scendevano al trotto dalla ripida erta d’un monte d’argilla sdrucciolevole e sfatto dalla pioggia. Mi pareva veder quella gente e me stesso al suolo ad ogni momento; ma i cavalli sardi tiravan dritto e per misteri di un ignota meccanica spostavano ad ogni momento e ad ogni momento ritrovavano il loro centro di gravità. Il cavallo sardo ha tre grandi virtù cardinali: brio, sicurezza di piede, temperanza arabica; e conviene che l’arte, conservando queste virtù, le incarni in un tipo di forme eleganti e allora le razze cavalline sarde saranno fra le prime d’Europa.
I Sardi possono far molto per migliorare la loro razza di capre, animale che in pochi paesi d’Italia trova terreno più propizio che nella Sardegna. Essi devono incrociare le loro capre con quelle delle Isole Canarie; ed io coll’insistenza di un vecchio brontolone voglio ancora una volta ripetere che la capra delle Canarie è una vera specie darviniana, che per la straordinaria copia di latte squisitissimo che somministra deve essere introdotta fra noi. A Teneriffa molti stranieri trovano così squisito il latte e senz’ombra di sapore ircino o salato per cui portano al cielo le vacche di quel paese, ignorando che è invece latte caprino. Io ho veduto alcune capre con poppe così esuberanti da toccar quasi la terra e da rendere impossibile la corsa all’animale che le portava. Ai nostri moderni acclimatori e ai nostri ricchi oziosi possa questa pagina (che ristamperò colla insistenza di un apostolo ostinato e incorreggibile) fermare l’attenzione e far nascere l’idea di una gita amena e il proposito di un’opera buona. E chi può indovinare la squisitezza dei formaggi di latte di capre delle Canarie pascolanti sui monti della Sardegna?[4].
La Sardegna è ricca di pesci squisiti, ha tonni in tanta quantità da arricchire molti possessori di tonnare, ha sardelle, muggini, rombi, triglie e tutta una coorte di saporitissimi abitanti marini: mentre i torrenti di Patadas vi danno trote eccellenti. A Cabras fui testimonio di una pesca miracolosa, grazie alla squisita cortesia dei signori Carta, i quali mi condussero alla loro peschiera che vale più d’un milione.
Con sapiente malizia i Sardi hanno aperto ai pesci del mare ampli bacini d’acqua calda e tranquilla, dov’essi entrano confidenti e sicuri di trovare un nido ai loro fecondissimi amori. E là invece sono in un vasto carcere, dove possono dedicarsi alle delizie della famiglia, mangiare e ingrassarre; dove possono far tutto fuorchè fuggire. E là si aggirano per una lunga distesa di acque, passando d’uno in altro labirinto, finchè i più grossi e paffuti son spinti nella peschiera della morte. Io era sopra un piccolo argine che separava una peschiera dall’altra e guardavo sotto di me l’acqua torbida che appena mi lasciava vedere un profondo e oscuro brulichìo come di cosa viva che si movesse. Tre uomini giovani, belli e robusti ad un cenno del signor Carta si cambiarono in tanti Adami: si legarono intorno al corpo una lunga cordicella e fra essa e la pelle si piantarono una spada di legno, che sembrava piuttosto la spatola tradizionale d’Arlecchino. Gettatisi a capofitto nella laguna con quel legno e quel filo si diedero alla loro pesca che aveva del prodigioso, del magico. Ognuno d’essi si tuffava sotto le acque, e dopo pochi secondi esciva con un grosso muggine nelle mani, che apriva convulsivamente le branchie scarlatte, tentando di sfuggire da quella robusta presa; ma in quell’istante la spada d’Arlecchino dava due o tre colpi sul suo capo, e il pesce era infilato nella cordicella attaccata al corpo del pescatore. Un nuovo tonfo, un nuovo pesce, una nuova martellata sul capo e via così di seguito senza posa. Così mentre andavano rosseggiando quelle torbide acque, quei tre carnefici allungavano le loro filze, e quando si rizzavan dall’acqua guizzava intorno ad essi, quasi un serpente d’argento, il trofeo dei grossi e molti pesci presi, uccisi ed infilati. Non vidi mai una volta sola tuffarsi il pescatore e venir fuori senza il pesce nella mano; talvolta ne aveva due. Dopo otto minuti escirono dall’acqua, gettando ai nostri piedi il frutto della pesca; ed eran più di cinquanta chilogrammi di muggini. Qualche volta il pesce s’addensa in tali masse per quelle peschiere che convien far la pesca alla pala. S’entra allora nell’acqua, e con un gran cucchiajo di rete si getta sulla sponda una massa guizzante, fremente e scintillante di grossi pesci.
Gli operai della gran peschiera di Cabras lavorano assai, ma mangian moltissimo e tre volte al giorno. Son robusti e in mezzo alla malaria famosa di Oristano di raro soffron di febbri; ammogliati han molti figliuoli.
Quali uomini sono gli Italiani della Sardegna? son dessi bambini o decrepiti, sani o malati; s’hanno a scrivere nel bilancio attivo o nel bilancio passivo della nazione? A queste domande credo di poter rispondere subito; che i Sardi hanno dato fin qui poche pagine alla storia gloriosa della civiltà italiana per colpa dell’isolamento in cui son rimasti per secoli; per peccato del luogo più che per colpa degli uomini; essi sono un popolo giovinetto e non decrepito, hanno un povero passato ma un ricco avvenire; al lavoro sociale, alla patria comune essi porteranno due tesori, uno più prezioso dell’altro; un’ottima costituzione non domata neppure dalla malaria e un fondo di morale rimasto intatto anche con tanti secoli di impunità.
Non si può intendere il popolo sardo senza ricordare il lungo, l’incredibile isolamento in cui visse per tanti e tanti anni. Chiudete ad una nazione le vene che le apportano da ogni parte il sangue di altri popoli e di altre civiltà e vedrete di qual vita atrofica e rachitica dovrà vivere; fosse pure la nazione di temperamento più gagliardo, di mente più operosa. Le isole molto lontane dai continenti son fuori della grande corrente della civiltà e ridotte a vivere soltanto dei proprii frutti, delle proprie idee, a cuocere nel proprio succo, hanno isterilita la sorgente più feconda del progresso civile. E parlo di isole molto lontane, dacchè quelle che come la Sicilia e l’Inghilterra son vicinissime a grandi continenti, godono in una volta sola dei vantaggi della terra ferma e dell’isola; e vivendo insieme agli altri popoli della vita comune, difendono più facilmente degli altri, come in una fortezza naturale, i frutti della rapina o della conquista. Un popolo isolano gettato sopra una terra troppo lontana dai grandi centri civili non può salvarsi che a patto di farsi marinajo, e quando invece abborre dal mare e si accontenta di coltivare le zolle della propria isola, allora non può che intisichire e rimanere addietro nella gran corsa dei popoli verso l’excelsior. È davvero un problema che ha del logogrifo il non trovar in Sardegna marinaj, cantieri, navi; il non trovare metà di quel popolo divenuto anfibio; ma non è un fatto nuovo il vedere genti isolane nemiche del mare e ho discorso lungamente nei miei viaggi a Teneriffa di un popolo antico che non osava neppure attraversare un canale più stretto di uno dei nostri laghi.
L’isolamento e la ripugnanza all’onda salsa dei Sardi spiegan tutti i loro peccati e li assolvono. Leggete una pagina tacitiana di storia scritta dal Cattaneo:
«In quel secolo XI tutta l’Europa si sottraeva all’incubo dell’influenze barbariche. Le spedizioni trasmarine dei Toscani, dei Liguri, dei Veneti aprivano agli altri popoli il campo delle crociate. L’amore di un venturoso lucro, il genio militare e l’ardor religioso che si erano congiunti nell’impresa di Sardegna, si svolsero più vastamente nelle famose conquiste d’Inghilterra, di Sicilia e di Palestina. Le armi facevano strada al commercio, e questo rinnovava l’antica ricongiunzione dei popoli, operato primamente dalla sapienza romana. Il pontefice Ildebrando, lagnandosi che li uomini della Sardegna fossero omai divenuti più stranieri a Roma che non li abitanti delli estremi confini della terra, scriveva un imperiosa esortazione ai quattro giudici sardi, Onroco di Cagliari, Orsocorre d’Arborea, Mariano di Logudoro e Costantino di Gallura; e commendando il proposito di Onroco di recarsi a Roma, lo ammoniva a sottomettersi alla prescritta riforma, essendochè molte richieste si facevano da varie genti alla sede romana per la concessione della provincia di Cagliari.»
Saltiamo quattro secoli e vediamo ancora l’isolamento della Sardegna.
«Nei primi anni delli Aragonesi l’isola aveva commercio coi Pisani, Genovesi, Veneti, Anconitani, Napoletani, Marsigliesi, Greci e Israeliti di Barberia. Tutta quella gente sparì al cospetto del feudalismo aragonese. Nel 1479 si cacciarono dall’isola tutti i trafficanti corsi, nel 1492 si introdusse l’inquisizione; e furono espulse tutte le famiglie israelitiche, che omai da quindici secoli esercitavano l’oscura loro industria e noleggiavano il servizio dei loro risparmi ad un agricoltore a cui le usure stesse erano inestimabile beneficio. In breve nell’antico granaio del popolo romano mancò perfino la semente da spargere sugli ubertosi campi. Sassari, la seconda città del regno, si ridusse a meno di tremila abitanti; rimasero deserte molte ville che fiorivano nelli agitati tempi di Branca Doria e d’Ugolino; e furono abolite per mancanza di popolo dieci sedi vescovili. Fu troncato ogni vincolo colla madre Italia, quando appunto Colombo, Machiavello, Ariosto, Michelangelo vi rinnovellavano tutti i prodigi del pensiero. Il distacco dall’Italia fu tale, che li antichi statuti di Sassari, d’Iglesia, di Bosa venivano a preteso servizio della comune intelligenza, tradotti dalla lingua straniera, cioè dall’italica nella catalana....»
Facciamo un altro salto di due secoli.
«In mezzo a tanta esuberanza di derrate, in un’isola più ampia della Lombardia, tutte le merci esportate dal porto di Cagliari appena sommavano al valore di centomila scudi, e ad altrettanto quelle del porto d’Alghero. Nell’interno mancavano le poste, mancavano i corrieri delle lettere, non v’erano strade, e l’isolamento verso l’estero era tale che le carte del governo dirette alla Spagna si ricapitavano prima a Napoli, perchè viaggiassero a bell’agio con quelle delle altre provincie italiane.»
Per quanto la Sardegna sia stata occupata da Fenici, da Greci, da Romani, da Vandali, da Ostrogoti, da Mori e da Spagnuoli, benchè nelle vene dei Sardi scorra forse ancora qualche goccia del sangue dei fuggitivi di Troia o dei quattromila israeliti ed egizii che Tiberio aveva relegati in quell’isola in pena dell’avere essi tentato propagare in Roma l’osservanza dei loro culti, pure io credo fuor di dubbio che l’orditura del popolo sardo sia antichissima, anteriore ad ogni tradizione storica ben accertata, che l’elemento più potente ancor oggi dopo tante invasioni e tanti incrociamenti sia autoctono. Grazia alla cortesia squisitissima de’ miei colleghi di Sardegna ho fatto una preziosa raccolta di tipi dei cranii di quell’isola, e forse vi è in essi un germe di etnografia sarda; ma fin d’ora credo di poter affermare la potenza dell’elemento autoctono in quell’isola.
Esiste un sangue sardo anche dopo i Fenici e i Romani, anche dopo gli Spagnuoli e i Mori, anche coi due dialetti cagliaritano e logudorese; anche dopo le rivalità di Cagliari e di Sassari. Ve lo dice ad alta voce quella pagina di storia che un popolo antico lasciò scritto su tutta la faccia della Sardegna in quei monumenti ciclopici di pietre, che si chiamano nuraghi. Ve lo dice quell’amore tenace, irresistibile del popolo sardo alla sua terra; vera passione del suolo e dell’aratro che resiste alle invasioni di tanti popoli marini, di tante genti che vivevano in mare e del mare. Ve lo dice la lingua sarda che ha parole comuni in tutta l’isola; ve lo dicono alcuni costumi singolari, primitivi che non trovate altrove e che ricordano usi di stirpi antichissime; ve lo dice la fiera resistenza che gli isolani opposero sempre ad ogni invasione; per cui essi combattevano e vincevano quasi sempre, o vinti si ritiravano nei loro monti, portando seco il palladio della loro lingua e dei loro costumi. E lo stesso Lamarmora vi dice che secondo ogni apparenza, i montanari dell’isola che conservarono più a lungo l’antico linguaggio furono anche gli ultimi a perder la lingua romana che avevano adottata, almeno in gran parte; ed è precisamente nel paese più abitato da questi popoli che la lingua latina è parlata, ancora ai nostri giorni, nella quasi sua purezza.
Sul mondo sardo antico preistorico e che attende ancora il suo Colombo, si impiantò una propaggine romana e il popolo sardo di quest’oggi è un innesto latino sull’antica pianta autoctona dell’isola. Elemento latino quasi puro nel nord; con colorito corso nella Gallura; con tinta catalana ad Alghero; con tinta risentita di moresco e di spagnuolo a Cagliari e nel Campidano.
Non saprei dire se più il sangue o più la tradizione lasciasse di elemento spagnuolo a Cagliari; ma questo so di certo che chi ha vissuto, come io, alcuni anni in paesi spagnuoli, trova nella maggiore delle città sarde, ad ogni momento riscontri ed analogie. Il carattere serio, il culto della pompa esteriore e delle riverenze; certa maestà di portamento e simpatia per le rabescature, certa tranquilla inerzia che trovate a Cagliari son tutte cose spagnuole; e anche passeggiando per le vie mi son trovato sorpreso di veder fisonomie che mi richiamavano volti spagnuoli. A Sassari invece il brio chiassoso e il dolce far niente senza rimorsi, vi richiamano la Sicilia e li ultimi figli di Roma stanca.
Non è però nelle grandi città e nei porti di mare che convien cercare i tipi etnografici della Sardegna. Uno di questi fra i meglio definiti, ma anche dei meno studiati è quello dei Maurelli di Iglesias e dei paesi vicini. Studiando bene quegli abitanti t’accorgi subito che dovettero rimanere isolati a lungo, senza miscela d’altro sangue. Non parlo del ceto alto, dove incontri fisonomie italiane e spagnuole, ma parlo del popolo minuto e mezzano che è tutto di uomini e donne più alti che bassi, asciutti, dai capelli neri e folti, e da un cranio così lungo e stretto che è difficile supporlo più dolicocefalo. Anche i meno osservatori rimangono stupiti dinanzi a quei cranii che non è qui il luogo di studiare, ma che devono scoprire un giorno la vera origine di quella gente. Le donne son sottili assai e di corpo elegante, e colla somma sottigliezza del corpo fa splendido contrasto l’ubertosità dei campi consacrati all’amore: hanno viso ovale e pallido, sopracciglia molto folte, occhi orizzontali, spesso grandi, naso diritto affilato, spesso lungo. Vedete lo stesso sangue in Gonesa, in Porto Scuso, ed è sicuramente fra i tipi sardi più singolari e più puri, e certamente nè latino, nè spagnuolo. Il costume del vestire e il culto al caffè vi rammentano insieme al cranio origini africane. Il dialetto è cagliaritano, meno piccole differenze, ed io vi ho potuto notare la r pisana sostituita alla l, ultima e forse unica memoria della dominazione pisana e che vi richiama lo scherzo con cui i Toscani rimproverano ai Pisani la durezza delle loro r messe proprio a sproposito in luogo di una dolcissima consonante: er giuoco der ponte e re cieche.
Lamarmora vi dice: «che gli abitanti del Sulcis e della provincia d’Iglesias sono appellati comunemente Maureddus (mauritani o mauri) che alcuni vogliono derivare dai Mori dell’Africa, che secondo Procopio sarebbero stati trasportati nell’isola, al tempo di Belisario. Io penso senza ingannarmi che quelli che hanno questo nome sono veramente discendenti di colonie africane stabilite nell’isola. Il dialetto infatti attuale dei Maureddus pare aver conservato qualche traccia dell’idioma africano. Dentro la stessa città d’Iglesias vi è una fontana chiamata di Coradino che se non è una prova, è un argomento di più in favore dell’opinione che ricongiunge i Maureddus ai Saraceni[5].»
Anche il barone di Maltzan non osa pronunziare un giudizio sicuro sull’origine dei Maureddi di Iglesias e confessa di non aver saputo trovare in essi che traccie fuggitive che potessero far sospettare una stirpe arabica. La parola Boddeus esprime nel dialetto di quel paese un piccolo gruppo isolato di case, e ricorda il bit (casa) degli arabi. Così furriadroxus (case di campagna degli abitanti delle città) deriverebbe dalla parola sarda fura (fuori) e dall’arabo charadscha (escire). Poveri argomenti davvero per assegnare la genealogia ad un popolo[6].
Ho voluto consultare l’eruditissimo professor Ascoli sull’etnografia dei Maureddus ed ecco le preziose notizie ch’egli mi ha gentilmente trasmesse:
«Si sono in vario modo confusi, da più scrittori, i Barbaricini ed i Maurelli (Maureddi). I primi occupano le Barbagie (Sas Barbagias) nel Logudoro; e par sempre probabile, malgrado i dubbi del Cattaneo (Alcuni scritti, II, 190) ch’essi risalgono ai Mauri Barbari di Procopio, gettati nell’isola tra il quinto e il sesto secolo dell’êra volgare, comechè l’ubicazione delle Barbagie non bene risponda alle parole di questo autore[7]. È manifesto, del rimanente, che i Mauri Barbari di Procopio non potevano essere arabi, come stortamente fu asserito, ma ben piuttosto avranno a reputarsi berbéri, che è quanto dire di quella razza aborigena dell’Africa, a cui più tardi gli Arabi, riproducendo il barbarus romano, diedero il nome di Berber. — I Maurelli si trovano all’incontro nel Sulcis, a poca distanza da Iglesias, e manca ancora (1861) intorno ad essi ogni attendibile ragguaglio. Un indigeno, estraneo a simili studj, descrive il loro parlare a questo modo: idioma misto di genovese, campidanese e africano. Dall’Africa, secondo lo stesso isolano, ivi approderebbe e si stabilirebbe di continuo nuova gente. Nelle Barbagie, all’incontro si parlerebbe il logudorese con insignificanti varietà.»
Anche in Oristano trovai fisonomie orientali. Martini dimostrò con tutta evidenza l’emigrazione in Oristano di cristiani d’Oriente e Maltzan volle anzi con questa spiegare il colore greco-orientale della gente di Cabras. Fu infatti nel 1295 edificata una chiesa in Oristano da Papa Bonifazio VIII onde potessero farvi le loro preghiere i cristiani di Tiro scacciati dall’Oriente dai Musulmani di Egitto.
Un altro tipo sardo è quello che si trova nell’Anglona, dove in alcuni villaggi gli abitanti schierati dinanzi a noi per accoglierci festosamente erano tutti di eguale altezza, e così rassomiglianti da sembrar tutti membri d’una stessa famiglia. Pur troppo a Laerru, ad Oschiri e in altre borgate della Sardegna i matrimoni fra parenti son frequentissimi e l’egregio dottor Paolo Manchia di Oschiri mi ha comunicata una preziosa statistica dei matrimoni avvenuti in quel paese dal 1858 al 1868, dove si leggono scritti a caratteri di fuoco i pessimi risultati delle unioni tra consanguinei. Nell’Anglona gli uomini hanno capelli e barba foltissimi, statura mezzana, corpo asciutto, naso aquilino, occhi grigi o neri ma sempre acuti.
La Gallura è paese corso e certe valli intorno a Tempio hanno tipi così latini che sembrano medaglie antiche. Gli ultimi figli dei Romani etnograficamente son forse a cercarsi in Sardegna.
Nel sud della Sardegna, meno i figli di stranieri o di italiani d’altre provincie, tu non trovi mai occhi azzurri e capelli biondi, e ti accorgi di essere nel nord, quando ti incontri in pupille azzurrine, che non di raro però si accordano con capelli neri; anche questo ricordo romano. Quasi dovunque vedi barbe foltissime e capelli che durano anche sui capi più venerandi[8]. Perciò mi fece sorpresa il vedere in Siniscola quattro consiglieri comunali, due dei quali portavan parrucca ed un terzo era calvo.
In Sardegna è rarissimo trovar uomini contraffatti: non pellagra, non rachitide: nell’interno è quasi sconosciuta la sifilide.
La donna ora è più bella, ed ora men bella dell’uomo, secondo che la razza adatta meglio la fisonomia al tipo virile o al femminile. Così a Nuoro quei montanari hanno sopracciglia nere e foltissime, occhi corvini, naso diritto e non aquilino, labbra dal piglio altero, e questa fisonomia riesce troppo dura per la donna; è invece nell’uomo simpatica fierezza. Le donne si distinguono in moltissimi paesi della Sardegna, ma specialmente a Cabras, a Patadas e nella Barbagia per ricchissimo seno, a cui com’è naturale si associano sempre anche le linee posteriori di Venere Callipigia. Gli eleganti e pittoreschi costumi rialzano poi la bellezza non sempre perfetta delle linee del volto o nascondono quella troppo massiccia e selvaggia del corpo.
La Sardegna non ha proletarii, ha il vanto di non contare fra i suoi abitanti quel gregge umano che noi con beffarda statistica numeriamo fra i cittadini; che brulica stupido e inerte sulle glebe delle campagne o s’addensa sucido e sudato nelle officine della città. In Sardegna avete molti poveri, ma son quasi tutti proprietarii di campi o di greggi, di una capanna o di un albero; ma questa proprietà, che non li salva dalla fame, basta però per alzarli di cento gradini sul nostro colono che prima di nascere ha già dei debiti verso il padrone, e che fra la pallida minestra condita dal lardo e il pane duro e ammuffito in cui coll’alimento trova la pellagra, non ha altra poesia nella vita che quella che gli vende la superstizione. Il pastore sardo rimane più volte due o tre giorni senza cibo, ma è un uomo libero. Il contadino sardo vede spesso sotto i suoi occhi il suo pane divorato dalle cavallette; ma egli ha una zolla di terreno che può chiamar suo: In Sardegna, voi non trovate quei volti ebeti e poco umani dei nostri contadini, sui quali le rughe precoci non furono segnate che dalla fame o dalla stanchezza. Il sardo più povero ha un volto su cui le passioni hanno scritta la loro storia: ignorante, rozzo, spesso brutale, ha però una fibra ancor sana, ha una molla non ancor rotta che gli fa tener alto il capo: egli sente la dignità del possesso.
L’amor della terra è così appassionato nei Sardi da divenire una vera manìa; esso ha rovinato in più luoghi l’agricoltura, sminuzzando, polverizzando quasi la proprietà fondiaria. Nel Campidano i figli si dividono il campo, la selva, la casa del padre in tanti frammenti, ed ognuno di essi vuol avere la sua parte di campo, di selva, di casa; talchè s’arriva a coprire le terre di siepi e a sminuzzare la proprietà in parti così lillipuziane da potersi mettere in tasca. Si vedono campi, dove la terra è di un proprietario e le piante son di un suo fratello, e si vide in Oristano una camera con tre padroni; esempio raro ma non unico[9].
Il pastore della Sardegna non è quello degli idilli di Teocrito e di Gessner, è un uomo risoluto, fiero, che ha sempre sulle spalle un fucile e che lo adopera troppo volentieri. Abbronzito dal sole, indurito alla fame, alla sete, è un vero arabo che spesso fa da beduino; non ha della proprietà altrui idee molto precise, spesso apre le siepi col coltello per farvi entrare le sue pecore; e difende il sopruso a fucilate. Talvolta non si accontenta di ingrassare il suo gregge coll’erba, coll’orzo, col frumento dei campi altrui, ma miete anche le spighe non seminate da lui, raccoglie il frutto innestato da altri. Il pastore errante, bellissimo tipo per l’antropologo e per il romanziere, è la rovina della Sardegna; spesso è sinonimo di ladro. Si son visti alcuni, che dopo aver messo insieme colla elemosina di incauti generosi un gregge di 10 o 12 pecore, battevano la campagna, vivendo di furti e di rapine. Fonni, piccola borgata delle montagne del nord, manda ogni anno fin 500 pastori nel Campidano, che coprono dall’inverno fino al maggio intiere pianure coi loro armenti; con quanto frutto dell’agricoltura è facile immaginare. E sì che a Fonni si spergiura senza molto scrupolo nel nome di Dio, ma non mai in quello di sant’Antonio! È vero che a sant’Antonio si affidano i ladri dei greggi e a lui consacrano con voto una parte del bottino, quando le rapine riescon fortunate.
Quando la cresciuta civiltà avrà cancellato dalla Sardegna il pastore errante, quell’isola sarà uno dei paesi più morali del mondo; perchè se la facile impunità rende così comune il furto campestre, nelle città e nei villaggi i ladri son pochi. Nello scorso anno Sassari e Cagliari erano invase da migliaja di cenciosi venuti dai campi a chiedere il pane che le cavallette avevano loro divorato; le case erano tutte aperte e non si avevano furti. Il senso del giusto è incarnato nel sangue dei Sardi; i testimoni affermano il vero anche quando riesce loro pericoloso il farlo, e minuto popolo e alto si associa con vero entusiasmo nelle vie per arrestare un ladro e consegnarlo alla questura. Le stesse impressioni crudeli che provaron tutti in Sardegna quando si seppe che una diligenza era stata aggredita, mostra quanto quel fatto fosse raro e inaspettato. Trent’anni or sono un corriere a cavallo portava lettere e denari da Sassari a Cagliari e impiegava otto giorni in quella corsa, guadando fiumi senza ponti, attraversando boschi deserti senz’altr’armi che un pistolone rugginoso e una lastra d’ottone colle armi del re di Sardegna. Giammai fu torto un pelo a quel corriere e da tutti si sapeva che nella sua bisaccia fulva di pelle che portava ad armacollo stavano molte carte relative ai processi dei banditi erranti per la campagna.
Un’altra virtù dei Sardi è il rispetto all’autorità. Nel 1848 si volevano in Cagliari ammazzare i Gesuiti; e già si sentiva nel popolo accalcato per le vie quel muggito indistinto che precede una procella. I padri pallidi e quasi svenuti dalla paura attraversavano quelle masse; già già si stava per metter loro le mani addosso, quando un impiegato inerme si presenta e con voce alta grida: Figliuoli, rispettateli; e la procella si calmò.
I carabinieri si presentano più d’una volta in capanne deserte sui monti più alti, nel folto dei boschi e la donna di casa corre incontro a baciar loro la falda dell’abito, dicendo: Vene lu re!... dacchè i Sardi del campo personificano ancora nel re ogni idea di autorità e di governo. In pochi paesi d’Italia le tasse son pagate con maggior scrupolo e con più serena rassegnazione. In Sardegna non si aveva la leva militare e il nuovo tributo di sangue non accrebbe di molto i banditi.
Il sardo si fa difficilmente operaio; è temperante, intelligente, ma come lo dicono i grossi intraprenditori di strade o di mine, lavora il trenta per cento meno dell’operaio del continente; mangia poco e sopratutto beve assai meno di questo. I fanciulli operai lascian spesso il pane per correr nei prati a cercarvi con istinto selvaggio erbe e radici e rosicchiarle con più selvaggia voluttà.
Nella classe media esser impiegato; aver il pane a giorno fisso e sicuro e lontana prospettiva di pensione e aver fissata l’ora e il lavoro da altro impiegato è l’ideale della vita; grossa e lurida magagna che i sardi hanno comune con molti italiani del continente; malattia cronica, scrofola vecchia che convien sanare col ferro e col fuoco. E nel mezzo ceto, la donna esercita troppo piccola influenza, anzi quasi nessuna; relegata com’è alle voluttà del talamo e alle noie delle cure domestiche; per cui essa cerca la poesia per cui è nata, nelle volte delle chiese e porge ai figliuoli un’educazione quasi sempre bigotta, piena sempre di ubbie e di pregiudizi. La donna sarda, sensibile, sensuale, intelligente, fantastica, ma incolta e messa dall’uomo in troppo umile posizione, passa lunghe ore al confessionale, affida al prete gran parte della sua anima; divide coll’uomo una profonda apatia della vita politica.
A Cagliari ho veduto processioni fatte con molto entusiasmo, con vero culto dell’arte; con grande accompagnamento di confraternite gialle, rosse, verdi, con cappelli di raso; e signore prostrate dinanzi a quegli arlecchini policromi, e udii gravi discussioni sulla bellezza maggiore o minore dei verdi, in confronto dei gialli e degli azzurri. Anche a Sassari avete ancora gli avanzi di antiche corporazioni, conosciute sotto il nome di gremii: avete quello degli ortolani, che coltivano il tabacco, e che nelle processioni vestono alla Don Basilio; avete quella dei viandanti che una volta trasportavano lettere e merci e conservano un uniforme spagnuolo; avete il gremio dei muratori che hanno il loro costume: avanzi del medio evo, con professioni che si trasmettono da padre in figlio senza diserzioni nè mutamenti.
I Sardi hanno un fondo di indomita e appassionata fierezza e in molti paesi ci troviamo ancora in pieno medio evo; dacchè ancora si preferisce rendersi giustizia sommaria da sè stessi e le rapine fatte alla luce del giorno e con molti combattenti hanno l’aria di conquiste più che di grassazioni.
Nuoro è paese terribile, dove il sangue corre ad ogni momento. Nel giugno dello scorso anno uomini a mano armata cambiarono il Municipio; e le truppe e i carabinieri non osarono combattere quei sollevati con forze troppo disuguali. Il rubare un paio di bovi, e l’esserne poi derubato di due paia e saldare i conti colle fucilate è cosa assai comune. Il sindaco di Posada fu ucciso a tradimento nell’ultimo gennaio, perchè aveva deposta la verità dinanzi al Tribunale. Il villaggio di Nule fu saccheggiato da venti o trenta armati; e il bottino fu diviso patriarcalmente dalle donne di quei disperati. Questi delitti sono i frutti di pianta antica; dacchè prima del 1830 si comperava l’impunità a pronti contanti.
A Nuoro si videro crescere le grassazioni dopo che fu introdotta la leva: ma i nuovi assassini non erano disertori, ma contadini che andavano a pigliare nelle saccoccie altrui il denaro per pagarsi il cambio. Avuta l’esenzione del tributo di sangue, il ladro ritornava all’aratro, alla vigna, all’amplesso della sua donna e de’ suoi bambini.
Dorgali, Orosei, Galteli, Irgoli, Loculi, Lula, Mamoiada, Saruli, Orali, Oroteli, Nules son tutti comuni, dove vi si racconta una storia di sangue, fresca di ieri: posdomani ve ne sarà una nuova. Anche qui l’assaltare, il rubare non costituiscono un mestiere, ma son cose d’occasione; e l’assassino, deposto il fucile omicida, ritorna pastore o contadino.
Ad Aggius avete ancora al dì d’oggi tre o quattro banditi: in tutta la Gallura gli odii di famiglia e le vendette corse durano ancora, benchè gran passo si sia fatto verso una vita più civile e più mite. Non son però rari gli incendi di foreste di sugheri fatti per vendetta (Tempio). A Lanusey anche al giorno d’oggi si hanno parecchi banditi, ma dopo esser stati condannati in contumacia, si tengono in buoni rapporti cogli abitanti del paese, onde non esser denunziati. Il bandito Manca Macco fu arrestato da poco tempo: era tra i più fieri ed è quello stesso che nel 1867 organizzò una banda armata che devastò il Campidano.
Anche Bono è paese di tremende memorie. Negli ultimi anni dello scorso secolo Bono si difese contro le truppe e a prenderlo convenne bombardarlo. Ora è poco, i bonesi attaccarono il villaggio di Nughedu per saccheggiarlo; ma respinti lasciarono sul terreno morti e feriti: scene di sangue comunissime in tutta Italia, or son pochi secoli, sopravissute ora e morenti in Sardegna.
Quando in Sardegna odio e amore si chiudono in petto dello stesso uomo; la vendetta è sicura, è pronta, è spesso feroce. Eccovi alcuni bozzetti dell’amore crudele: e anche dove v’è più tradizione che storia, leggerete spiccato il carattere di quelli abitanti.
Un giovane soldato fa la corte ad una bella sarda, le promette mano di sposa e ottiene sicure e precoci garanzie d’amore. Fatti i preliminari, l’ufficiale dimentica le promesse e di giorno in giorno differisce la ratifica del trattato. Riceve lettere anonime che dapprima cortesi e amichevoli lo consigliano a far il suo dovere; poi sempre più minacciose, promettono punizione alla colpa. Quel signorino non vuol diventar marito e dicendo d’imbarcarsi in un porto, attraversa tutta la Sardegna e si imbarca in un altro. È già nella barchetta con molti altri passaggeri che si dirigono al piroscafo postale; già sta per inviare l’ultimo saluto all’isola troppo esigente, quando s’ode un tiro di fucile e l’ufficiale cade morto nella barchetta.
Un giovane carrettiere si innamora di una giovane; la visita, le parla; vuol sedurla; ma essa resiste ad ogni seduzione: un giorno l’innamorato è più ardente, è più esigente, ma la virtù della bella sarda è sempre salda come rocca. Quegli le dà una pistola carica, dicendole: Se ti tradisco, se non ti faccio mia sposa, e tu con questa mi uccidi. La cittadella è caduta, ma la pistola è accettata. — Alcuni mesi dopo di pieno giorno quel galante era in una bottega. La tradita vi entra anch’essa, lo saluta, gli ricorda la promessa e l’uccide. Fu a costituirsi essa stessa al giudice e fu assolta dai giurati.
Non son molti anni che un ingegnere che aveva troppo promesso e poco mantenuto ad una graziosa vedovella; mentre galoppava verso Sassari, cadde morto per una fucilata; ed io coi miei occhi ho veduto i cespugli fra i quali giacque per alcuni giorni cadavere insepolto.
In una chiesa solitaria della Gallura sopra i monti entrava un giorno un giovane cacciatore, per riposarsi dalla lunga corsa e respirarvi un’aria fresca. Un lamento quasi soffocato ma straziante sembra uscire dall’altare; un altro lamento più crudele gli tien dietro; e la chiesa è solitaria e deserta. Il cacciatore rimane stupito, ricorda i pregiudizi dell’infanzia; è sgomento; ma la voce della compassione grida in lui più forte di tutto e per la cappella segue le grida del lamento e trova una giovane donna che partorisce sul nudo marmo, senza una mano che la soccorra. Il cacciatore divien levatrice, salva a quell’infelice, e colpevole madre la vita, il bambino, l’onore; con nuovo e paziente eroismo nasconde il frutto d’un amore tradito, nasconde la traccia insanguinata del sacrilegio; diventa prima il medico, poi amico, amante, marito di quella donna. Due anni dopo nella sua capanna si udivano nuovi lamenti; era un figliuolo del cacciatore che stava per nascere; ma il parto era più doloroso che mai e la donna gridava in modo da straziare le orecchie degli astanti. Il cacciatore era in quel giorno poco cortese e dinanzi a molti esclamò: Tu non gridavi tanto or son due anni, in quella chiesa, quando partorivi il figlio di un altr’uomo. Quella povera donna guarda il marito con uno sguardo senza nome, gli dirige una mano supplichevole e rimane morta di dolore.
Un artista trova in Sardegna ricca messe di osservazioni nei costumi degli uomini e delle donne che si conservano inalterati da tanti secoli con isolana tenacità. La migliore descrizione dei vestimenti svariati dei Sardi non varrebbe quanto uno sguardo gettato sopra una raccolta di fotografie o sopra un atlante.
Il vestito degli uomini in Sardegna varia assai meno di quello della donna e il suo carattere generale è severo e selvaggio. Nel collettu alcuni eruditi trovano ancora la mastruca degli scrittori romani, ma è più probabile l’opinione che esso sia il colobium, il thorax degli antichi. La gran pelliccia nera di pecora che portano i Sardi sulle spalle, fatta di quattro pelli di montone o di capra è uno degli abiti più antichi dell’uomo, e per cui ognuno può farsi sarto di sè stesso.
Col pelo all’infuori o all’indentro seconda le esigenze delle stagioni quest’abito è citato da Eliano: «La Sardegna per quel che ne dice Ninfodoro, è ricchissima di pecore e di capre, e le loro pelli servono al vestito degli indigeni; di maniera che l’uomo che le indossa può, mettendone il pelo all’indentro riscaldarsi in inverno e col pelo all’infuori difendersi dall’eccessivo calore dell’estate.»
Nel vestito dei Sardi predomina la lana, e a noi fa paura il vederli sudare sotto pelliccie e grossi tessuti anche nelle più calde stagioni, ma quell’uso è pienamente giustificato dalla malaria e dai rapidi cambiamenti di temperatura. Quando a San Luri vedete i contadini recarsi al lavoro col loro grosso grembiale di cuoio, che copre loro quasi tutto il corpo e che sembra meglio una corazza che un vestito, colla pelliccia, col cappuccio in capo, colle loro lunghe zappette appoggiate alle spalle, quasi fucili o lance, voi vi trovate sotto gli occhi una scena originale, che sa dell’Oriente e del medio evo in una volta sola.
Il sardo si copre sempre il capo; se lo copre con amore, quasi con caldo furore; or con berrettoni di lana, or col cappuccio del mantello; ora con berrettone e cappuccio in una volta sola. Eppure hanno folte e lunghe capigliature e gli uomini calvi vi sono rarissimi.
Il sardo brilla in tutta l’estetica della natura e dell’arte, quando è a cavallo. È allora che la sua asciutta e bruna figura s’accorda col suo vestito severo e pittoresco; è allora che brillano la sua agilità, la sua forza, il suo coraggio, la sua natura indipendente, selvaggia, avida d’aria e di libertà. Le sue virtù si maritano con quelle del suo destriero: son due creature fatte l’una per l’altra che sommano insieme in un sol quadro pieno di vita le loro bellezze, le loro forze, vorrei quasi dire i loro pensieri.
Nell’Anglona ogni villaggio ci mandava ad incontrarci una squadra di cittadini a cavallo, tutti muniti del loro fucile a due colpi, tutti pronti a caracollare intorno a noi, e a mostrarci la stupenda pieghevolezza della loro cavalcatura. Noi ce li vedevamo venire incontro di lontano; e il grido degli evviva che ci salutava s’andava facendo sempre più vicino; finchè il sindaco del villaggio coi più saputi consiglieri ci veniva incontro a stringerci la mano e a darci il benvenuto. E così scortati come principi s’andava innanzi, finchè un’altra squadra ci veniva incontro e si univa alla prima: e così noi ci siam veduti intorno centocinquanta cavalieri, che ci facevano ala e scorta, facendoci credere per un momento sultani dell’estremo Oriente o condottieri del medio evo. La nostra vanità non era però puerilmente solleticata da quel corteggio; ma in noi batteva il cuore per un sentimento più nobile e più caldo. Io guardava quegli uomini, che eran tutti individui, tutti padroni del loro bellissimo cavallo, tutti armati, tutti intelligenti, vivacissimi e diceva: sono italiani; e poi aggiungeva un’altra cosa: ecco un’armata, ecco l’armata dell’avvenire!
Quasi ogni villaggio della Sardegna veste le sue donne in diverso modo e la tavolozza più tizianesca del mondo basterebbe appena a tanti quadri ricchi di colorito e di fantastiche combinazioni. Ad Osilo ho veduto le donne vestite a festa con insolita pompa, con fascette rosse tutte adorne di merletti, con gonne scarlatte, e sul capo una pezzuola scarlatta di panno, orlata di seta di vivaci colori. A Dorgali vedete il rosso, il bianco, l’oro intrecciarsi intorno alle forme di Eva che sembra ornare le bellezze della natura d’un culto sacro, ieratico; sicuramente orientale. Ad Aritzo gonnelle orlate, pezzuole rosse sul capo, fascetta variopinta con nastri di colori diversi dalla gonna e dalla fascetta, e maniche candidissime che escono da stoffe di vivi colori e orlate anch’esse. A Lanusey un grazioso panno rosso orlato d’azzurro che nasconde il capo in un nido d’amore; e una catenella d’argento che fa prigioniero il mento e il collo. In alcuni villaggi la donna veste come l’uomo colori bruni e tristi, e sembrerebbe una monaca, se la nessuna ipocrisia del sesso e il lampeggiar degli occhi non portassero l’osservatore a tutt’altro ordine di idee.
Per quanto svariati siano gli acconciamenti femminili della Sardegna, hanno però quasi tutti questi due caratteri essenziali: molta copertura del capo e una grazia infinita per lasciar indovinare il più che si può le bellissime bellezze del seno. Più d’una volta vedete intorno a quel nido d’amori un duplice, un triplice, un quadruplice sistema di baluardi, cortine, fossi, contrafforti e contraffossi: tutta una strategia di fascie, fascette, e camicie e merletti; un arsenale strategico che dovrebbe esser fatto alla difesa, ed è invece un’offesa continua, formidabile; tutto un labirinto di parapetti attraverso a cui gli occhi profani non dovrebbero neppure gettare uno sguardo; e dove invece e occhi e sguardi si ostinano ad entrare; tutto un’artificio di grazia che vuol molto nascondere e riesce invece a mostrare assai; tutto un sistema di graziosissima, castissima e provocantissima ipocrisia.
In molti paesi della Sardegna le donne si coprono oltre il capo anche la metà inferiore della faccia; od anche tutta la faccia meno gli occhi. Una volta fuggivano, quando giungeva un forestiere, lanciando dalle finestrelle dei loro occhi le freccie del Parto. Ora esse son divenute più umane o forse gli uomini si son fatti meno gelosi; sicchè a Nulvi, a Martes, a Laerru, quando s’entrava nei villaggi, le donne ci si facevan vicine, ci salutavano e in coro gridavano festose: Bene sean bennidos! (Benvenuti).
La donna però in Sardegna, che va scoprendosi la faccia, man mano la civiltà toglie a lei un’ipocrisia e al marito una tirannide, rimane però ancora troppo segregata dal suo compagno. A Calangianus, dopo aver attraversato bellissimi boschi di sugheri e di lecci, le nostre carrozze furono circondate da cento cavalieri armati che ci venivano incontro. Entrati con essi nel villaggio, la guardia nazionale era sotto le armi, sventolavano per ogni parte bandiere tricolori, suonava il tamburo: e l’aria era rotta da proterve e capricciose fucilate. La festa era dedicata specialmente al Deputato Ferracciù, nato in quel paese. Un prete, maestro di scuola, con vero furore di entusiasmo, faceva sfilare a passo di carica innanzi e indietro di noi i suoi scolari, che al suono d’un tamburo tempestoso seguivano una bandiera tricolore che era presa anch’essa da tumultuoso entusiasmo: e quei ragazzi ad un cenno del prete gridavano a squarciagola. Evviva la Commissione, evviva Ferracciù, evviva l’Istruzione! E noi si prendeva caffè, vini, chicche; tutto ciò che quella buona gente ci aveva apprestato, e anche noi si gridava in coro, perchè l’atmosfera dell’entusiasmo ci avvolgeva tutti quanti. Ebbene fra tante grida, in tanta febbre di feste, le donne del paese stavano a parte tutte sopra un promontorio, e là col capo coperto e facendo della pezzuola che le copriva una visiera al volto non ci mandavan che i baleni dei loro occhi; e là dove i nostri si fermavano più a lungo, chiedendo una risposta, quelle pudiche pezzuole ci rispondevano, aprendosi rapidamente, quasi a mostrarci che alla bellezza degli occhi il resto rispondeva. Quel gruppo di donne su quella rupe di Calangianus, di quelle donne mute e isolate in mezzo alla festa mi pareva un quadro vivente della donna euperea, fatto senza studio d’artista, e senz’arte di filosofo moralista; ma che nel suo silenzio era pur eloquente!
Quante bellezze non ha isterilito la moda francese, obbligando le donne d’ogni nazione che voglia chiamarsi civile a vestire nella stessa maniera, della stessa stoffa, degli stessi colori; curvando sotto lo stupido giogo d’un sarto parigino bionde e nere, alte e basse; tutto il variopinto e infinito stuolo delle donne d’ogni città, d’ogni borgata, d’ogni campagna. A questo io pensava più che mai, trovandomi la domenica delle Palme nella Cattedrale di Nuoro; dove stava ammirando un gruppo di ben cento donne colla gonna bruna e l’orlo rosso nel fondo; con una giacchetta scarlatta che copriva una fascietta azzurra quasi aperta e colle punte rivolte all’infuori, una camicia a merletti e una pezzuola o bianca o gialla sul capo. Com’eran più belle quelle donne che le poche signore vestite alla parigina! Com’eran graziosamente montanare! Com’era artistica quell’interpretazione dei monti! Il bruno maritato allo scarlatto; un bosco di pini con una chiesuola ornata di terra cotta: un castagno indorato dal rosso d’un tramonto alpino!
E questo basti per farvi venir la voglia di studiare cogli occhi vostri in Sardegna la bellezza degli acconciamenti femminili; a studiarla come pittore o come poeta; come etnografo o come un semplice curiosus naturæ.
Molti fra i viaggiatori della Sardegna, più maligni indagatori del male che sapienti osservatori, si guardano bene dall’ammirare la larga, la generosa ospitalità dei Sardi; e se voi insistete per avere da essi una pallida lode, vi rispondono sogghignando: Questa non è virtù ma è dovere dei più elementari; è questa una virtù selvaggia e che non prova altro se non lo stato bambino della civiltà di quell’isola. — Io invece che ingenuamente ammiro il bene dovunque lo trovo, io che ho trovato inospiti molti paesi selvaggi, non finisco nè rifinirò mai di ammirare la calda, la franca cortesia di quelli isolani; e se non cito nomi e se non ricordo squisitissime prove dell’ospitalità dei Sardi, è perchè avrei paura, tacendo qualche nome o qualche villaggio, di voler pagare colla penna un debito di riconoscenza che sarebbe poi coll’involontario silenzio un offesa per molti. Il sardo che in molte delle sue borgate non può offrire al viaggiatore nè una locanda, nè un bugigattolo, non subisce il dovere dell’ospitalità, ma l’accetta con gioia; e quando stringe la mano al suo ospite, è orgoglioso di dividere con lui il meglio della sua casa, il meglio della sua mensa. Le sue insistenze son forse troppo ingenue, ma son sempre cordiali; i suoi pranzi troppo splendidi sono le feste della sua ospitalità; egli ha l’entusiasmo, la passione, quasi vorrei dire il furore dell’ospitalità.
Perfin nei paesi dove vive ancora il medio evo, dove le donne eccitano i mariti al saccheggio d’un villaggio vicino, là dove la giustizia si rende colle fucilate, ed è quasi sinonimo di vendetta; anche là il forestiere è rispettato, e si considera quasi come cosa sacra. Nessun dolore è per il sardo più grande di quello che gli arreca il suo ospite quando troppo breve è il soggiorno ch’egli fa nella sua casa; quando non accetta cordialmente ciò che cordialmente gli è offerto. E noi, che per la gravità della nostra missione politica, avevamo a render conto severo del nostro tempo e perfino delle nostre ore, dei nostri minuti, abbiamo dovuto esser cento volte scortesi; e attraversare fuggendo villaggi che ci avevano apprestato una festa; e combatter palmo a palmo contro l’ospitalità sarda che ci tendeva ad ogni passo lacciuoli per arrestarci, ad ogni casa apparecchiando un caffè che era un pranzo; una colazione che era convitto splendidissimo e pranzi che eran cene luculliane.
Possano quei cortesi e cari nostri isolani, leggendo queste pagine, perdonare il nostro peccato; possano essi intendere il grosso sagrifizio che ci costava. E noi, ricordando quelle lotte singolari di viaggiatori fuggenti, stringiamo la mano caldamente e fortemente a quelli ospiti generosi.
In alcuni villaggi della Sardegna l’abitudine di dare ad ogni uomo un soprannome si coltiva con innocente passione e piglia carattere di uso nazionale. Così a P... un onorevolissimo cittadino, un vero padre del popolo, si chiamava calzone, perchè per il primo nella riforma della moda, osò affrontare il ridicolo universale, portando calzoni lunghi e neri; e quel brav’uomo aveva un figliuolo che si chiamava buon appetito; ed altri si chiamavano tabarro, bancarota, pugnale, magangia (destrezza, astuzia), perra (gemello), mazzone (volpe).
I Sardi son quasi astemii, tanto son temperanti nel bere; ma sono invece ghiottoni. La loro cucina è ricca di succulenti vivande e i pranzi che offrono ai loro ospiti sono cene romane, dove molte volte il solo antipasto coi suoi pizzicanti e svariatissimi manicaretti può durare anche un’ora. L’intero pranzo poi dura tre o quattro ore e i piatti possono essere numerati più facilmente col metodo decimale che colle dita o coll’aiuto d’un abile memoria. È questo costume antico, dacchè fin dal tempo del dominio feudale spagnolesco, il barone Manno ci narra che in un convitto rusticale convennero 2500 persone, alle quali si imbandirono con rozza pompa 740 montoni, 22 vacche, 26 vitelli, 300 tra capretti, porcellini e agnelli, 600 galline, 3000 pesci, e si prodigarono nelli intingoli 50 libbre di pepe (Cattaneo).
Il porceddu furria furria (porcellino di latte cotto sulla brace) è un cibo luculliano e a questa vivanda nazionale della Sardegna fan lieta ghirlanda i cignali, i cervi, i tordi lessati col mirto, e le confettare squisite e gli amaretti e cent’altri cibi uno più saporito dell’altro. Talvolta il pranzo sardo è tutto una poesia; dacchè, per esempio, in una delle più alte città montanare, a Tempio, in paese alpino fra i graniti della Gallura, senza sospettare che mare esista in quei paesi, voi vedete imbandire alla mensa accanto al lepre e alle beccaccie, triglie di scoglio, grosse come il pugno e che pur poche ore prima guizzavano nel mare; e ostriche di Terranova così grosse che voi potete fare succulenta colazione con due di esse.
I pastori sardi sogliono fare un arrosto singolare che potrebbesi chiamare sotterraneo. Scavano nel terreno una fossa, vi adagiano un pezzo di carne od anche un animale intiero; lo ricoprono di terra e di questa fanno focolare; dopo alcune ore si scava e vi si trova un arrosto eccellente. Più d’una volta nell’inverno il proprietario di una pecorella smarrita, andando in volta per cercarla, si riscaldò ad un allegro focherello della campagna, dove a sua insaputa stava cocendo nelle viscere della terra quel ch’egli andava cercando.
Tra i cibi nazionali ricordo il mediolatu, che è latte coagulato e principal cibo dei pastori della Gallura, il coco che è pasta non fermentata cotta sulla cenere; e il pane d’orzo di Patadas, sottile come un cartoncino, largo come un lenzuolo; vero cibo di biblica origine e di biblica semplicità.
In Ozieri mangiai capellini fatti a mano; e ad uno ad uno; al certo una delle più straordinarie e stravaganti prostituzioni del tempo e del lavoro.
Le due cose più curiose della gastronomia sarda sono però il miele amaro e il pane di ghiande.
Il miele amaro si trova specialmente a Monti, ma è proprio anche di altri paesi della Sardegna. È fatto dall’ape comune, ma dall’ape che si ciba d’assenzio e d’altri fiori amari. A chi ripugna dal dolce soverchio, il miele amaro riesce cibo saporito, ed io posso farne fede per mia esperienza. In Sardegna è stimato come cibo tonico e buon amico dei ventricoli stracchi e bislacchi. Questo miele era conosciuto fin dai tempi di Dioscoride, perch’egli parla del miele comune, del miele sardo, del miele pontico e del Mel saccharum e ci dice che il miele sardo è amaro, perchè le api in quel paese succhiano l’assenzio. E davvero che anche al dì d’oggi, specialmente nel nord dell’isola, è questa erba comunissima. Anche Plinio ci racconta che in Corsica si aveva un miele amaro.
Il pane di ghiande è uno dei cibi più curiosi e che deve rannodarsi ad usi di popoli antichissimi; forse ai primi abitatori della Sardegna. Questo pane si prepara nell’Ogliastra, ma specialmente a Baunei, ad Urzulei e a Talana. Si fanno cuocere le ghiande della quercia comune o della quercia sughero per circa otto ore, aggiungendovi acqua in cui si è stemperata un’argilla rossa finissima. Così cotte si mangiano le ghiande sotto il nome di a perra (metà del frutto) ed hanno un colore bruno nero; oppure si impastano con acqua di ceneri di vite e si fanno asciugare i pezzetti sopra lastre di sughero, ravvolgendoli poi in foglie d’arancio o d’altra pianta aromatica; e son queste le ghiande a fette. Tanto le ghiande cotte come il pane di ghiande hanno un sapore di pattona o polenta di castagne della Toscana; certo che mangiandone io trovavo assai più ripugnante l’aspetto che il sapore di questa vivanda singolarissima. Pare che sia però cibo nutriente e salubre, dacchè specialmente a Baunei lo mangiano anche nelle annate d’abbondanza; nel resto dell’Ogliastra invece è cibo di riserva in tempo di carestia, e che ha salvato la vita in epoche diverse a migliaia di abitanti. Io m’ebbi di questo pane per la squisita cortesia del farmacista di Lanusey, signor Agostino Gaviano, abilissimo fabbricatore di vini; e ne ebbi anche dal cortese signor Giuseppe Zoccheddu, segretario comunale di Baunei, e qui li ringrazio del dono gentile e delle molte notizie che mi hanno dato sulla preparazione di questo pane.
CAPITOLO III.
I proverbi sardi. — Classificazione e statistica dei proverbi. — Le superstizioni studiate nel proverbio. — Virtù, vizi ed usi ricercati per questa via. — L’agricoltura, la medicina popolare e la meteorologia dei proverbi. — Corsa attraverso i proverbi morali, filosofici e satirici.
Nei proverbi e nella poesia popolare di un popolo sta gran parte del suo carattere, e chi volesse tentare una psicologia comparata delle razze umane troverebbe in essi preziosi elementi per tracciare le prime linee del suo ardito lavoro. Noi studieremo i proverbi e la poesia popolare in Sardegna e verremo così a conoscere più da vicino la natura di quelli italiani che nascono e vivono nell’antica Icnusa.
Nei proverbi d’un popolo voi avete sempre la sua sapienza e i suoi pregiudizi; la sua morale e la sua ironia; che è quanto dire che in questo evangelo inedito e anonimo d’una nazione voi potete trovare il pensiero colle sue malattie; il carattere coi suoi sali. Sia che il pensiero scatti come scintilla improvvisa dal cervello d’un uomo d’ingegno; sia che maturi lentamente come grano nella spiga del granaio; sia che guizzi come lampo nelle lotte amichevoli della conversazione o fra il tintinnio dei bicchieri; o sorga come grido di tutto un popolo dinanzi ad un grande avvenimento; il pensiero non diventa proverbio, se non quando passa di bocca in bocca e perde le asprezze o si aguzza, secondo che è aforismo di morale o arguzia di satira; non diventa proverbio, se non quando, perduto lo stampo dell’individuo, diviene patrimonio di un popolo intiero.
Un uomo di ingegno, innanzi morire, dice e scrive mille pensieri diversi, ma pochi fra questi diventano popolari, pochissimi passano alla gloria immortale del proverbio. Un pensiero di poeta o di filosofo non diventa proverbio, se non incarna in sè stesso una parte dello spirito nazionale, se non s’informa alle tendenze, alle glorie, alla storia intellettuale e morale d’una nazione. Allora dinanzi a questo sublime battesimo del consenso di tutti, il pensiero perde la sua firma e l’autore ne perde per sempre la proprietà; ma divien goccia di sangue che circola nell’organismo di un popolo; moneta che sdruscita dagli anni non porta più immagine di re o di console, ma ha un valore riconosciuto da tutti. I proverbi sono quindi fra i libri sacri d’una nazione, e tu trovi in essi l’aforismo del vecchio che in sè concentra l’esperienza di una lunga vita, l’ingenua parola dell’uomo bambino e la perla escita dalle rosee labbra d’una fanciulla in un bel mattino della sua primavera; tu trovi il morso della satira e l’amara ironia del giovane isterico o dell’uomo stanco d’aver troppo vissuto.
Il canonico Spano ci ha dato una buona raccolta di proverbj sardi, dove ci duole per la storia completa del pensiero di non trovare che pochissimi degli immorali, degli indecenti e dei superstiziosi. Io ne ho fatto una statistica e li ho potuti distribuire in questi gruppi naturali.
| Proverbi filosofici | 928 |
| Proverbi satirici | 905 |
| Proverbi morali | 383 |
| Proverbi medici | 102 |
| Proverbi agricoli | 38 |
| Proverbi meteorologici | 27 |
| 2383 |
Accanto a questi metterei sette od otto proverbj di pregiudizj che l’illustre Spano ci regalò nella sua preziosa raccolta, e che gli sfuggiron di mano, mentr’egli tentava invano di escluderli dai suoi studj.
E noi, quasi a punirlo della sua avarizia, incominciamo da questi.
Bier de s’abba de sa billellera: vuol dire un pazzo; e l’origine del proverbio è da Sorso, dove si crede esistesse quest’acqua, billellera, che alla sua volta potrebbe esser corrotto da elleboro.
Sa luna est affacca ad s’isteddu, homine que bocchint, o cosa que succedit. La luna è vicino alla stella, uomo ammazzano o disgrazia succede.
Ingenua espressione del sacro terrore che diffonde la luce misteriosa della luna.
Qui naschet sa nocte de Nadale bardiat septe domus de su bighinadu. Chi nasce la notte del Natale guarda dalle disgrazie sette case del vicinato.
Proverbio religioso che misura il rispetto per uno dei più santi giorni dell’anno.
Deus nos bardet de oju de literadu. Dio vi guardi d’occhio di letterato.
Dice lo Spano che questa è una superstizione che hanno i rozzi e le femminuccie che gli ammaliamenti dei letterati sono più potenti degli altri; ed io aggiungo che è questo un grido selvaggio che in ogni paese si eleva dai bassi fondi della società.
Sonar campaneddas in s’orija, suonar campanelle nell’orecchio.
Proverbio antico fondato nella credenza del volgo che dice, quando uno ha i zuffoli all’orecchio destro, ne dicono bene; al contrario se nell’orecchio sinistro. L’istesso credeva il popolo romano ai tempi di Plinio (Spano).
Su solitariu cantat in cobertura, cosa mala que succedit. Il passero solitario canta nel tetto; qualche disgrazia ci accade.
Proverbio superstizioso di origine romana. Importunæque volucres signa dabunt... (Virgilio, Georg. I. 470). Fra i segni superstiziosi della morte di Cesare fu riferito questo: Aves solitariae in forum delatae. (Spano).
Sos canes urulant, malu signale. I cani urlano, cattivo segno.
Proverbio romano come il precedente di cui è quasi gemello. Obscoenique canes signa dabant. (Virg. Georg. I, 470). Appiano riferisce tra i segni che precedettero la morte di Cesare: canes ululabant ex composito instar luporum. (Spano).
E lo studio dei proverbi superstiziosi della Sardegna è finito; perchè lo Spano, troppo caldo amatore della sua patria, ha voluto che conoscessimo meglio che i pregiudizi, la sapienza e il nobile carattere dei suoi paesani.
Bellissimi infatti sono i cinque proverbj sardi che io ho potuto spigolare fra i 2000 dello Spano, che riguardano l’ospitalità. Son degni d’esser tradotti e segnati nel libro d’oro di un popolo.
Sa domo est minore, su coro est mannu. La casa è piccola, il cuore è grande.
Ad s’istranzu non l’abbaides sa bertula. All’ospite non guardar mai la bisaccia.
Mossu partidu bene odidu. Boccone diviso fa buon pro.
Mossu partidu appizzigat de plus. Boccone spartito fa più buon pro.
De su pagu, paghittu. Del poco pochetto. Dicesi per indicare il buon cuore, quando si fa un regalo insignificante.
Non semus de cuddas partes. Non siamo di quelle parti.
Proverbio curioso dei Sardi per esprimere un piacere quando fanno un favore pregiandosi dell’ospitalità. Cuddas partes chiamano ogni terra al di là del mare (Spano).
La gelosia, passione di tutti i popoli orientaleschi, è condannata crudelmente dai Sardi nel loro proverbio, belosu ses, corrudu moris; geloso siete, morirete cornuto.
Sull’amore hanno i Sardi bellissimi e caldissimi proverbj, incominciando da questo: Ogni dolore est dolore; ogni sentimentu est dannu; pero non est tantu mannu, que i su perder s’amore; ogni dolore è dolore, ogni angoscia è sventura; ma nessuna è tanto grande quanto perder l’amore. — Son pur belli anche questi altri:
Amore et signoria non querent cumpagnia, amore e comando non vogliono compagnia.
Amare et non esser amadu est tempus ingannadu, amare e non essere amato è tempo perduto.
Qui de amore se leat, de arrabbia si laxat. Chi si tol d’amore di rabbia muore.
Amore et tussin non si podent cuare; l’amore e la tosse non si ponno nascondere.
S’amore noa que cazzat sa bessa. L’amor nuovo caccia il vecchio.
Ama si queres esser amadu, amate se volete esser riamato.
Fratelli dei proverbj d’amore son quelli sulle donne.
Femina tabbaccosa, femina vitiosa, donna che prende tabacco, donna viziosa.
Inue non penetrat sa femina, mancu su diaulu, dove non arriva la donna, nè manco il diavolo.
Niente plus pestiferu de sa femina; che non ha bisogno di traduzione.
Femina lanza, corriatta; donna magra, forte.
Sa femina est que i sa mela, fora bella et intra puneta: la donna è come la mela, fuori bella e dentro tarlata.
Sa femina est su retàulu. De sa morte et de s’inferru. Pro qui tenet in s’internu. Sas transas de su diaulu. La donna è il fondamento della morte e dell’inferno, perchè cova le massime del diavolo.
So battu et sa femina jughent septe fiados. Il gatto e la donna hanno sette fiati.
Tres cosas sunt reversas in su mundu, s’arveghe, s’ainu et i sa femina. Tre cose sono testarde nel mondo, la pecora, l’asino, e la donna.
Non son certo proverbi galanti, nè son questi i peggiori che i sardi scaglino contro la donna.
Nei suoi proverbi il sardo confessa le sue predilezioni e i suoi vizi. Ottimo cavaliere egli vi dice: S’homine de paga impita, abbaidadilu a caddu, l’uomo di poco valore, guardatelo a cavallo. — Facile alla vendetta e assetato di giustizia vi dice spesso: Justitia pronta, vindicta fatta; e Megus terra senza pane, que terra senza justitia; meglio terra senza pane, che terra senza giustizia. Su perdonare est de Deus, su ismentigare est de macus; il perdonare è di Dio, il dimenticare dei pazzi. — Il sardo adula sè stesso con molta grazia, là dove fa l’elogio degli uomini piccoli: linu muzzu, tela longa; lino corto, tela lunga.
Il rispetto all’autorità, che è uno dei caratteri più salienti del sardo, figura nei suoi proverbi: Contra ad su Re non andat niune. Contro il re non va nessuno — Cum Deus et cum su Re, pagas paraulas. Con Dio e col re poche parole — Sa casaca de su Re iscuru ad quie non la rispectat. Guai a colui che non rispetta la divisa del re; — Sas minetas de su Re si devent timire. Le minaccie del re si devono temere.
Il canonico Spano non ha potuto raccogliere che tre proverbi sardi che parlan del mare; e anche in questa lacuna vediamo fedelmente rappresentata la ripugnanza di quel popolo per l’onda salsa che pure offriva loro tante liete promesse di commerci e di ricchezze. Anzi di questa ripugnanza non solo abbiamo nei proverbi le prove negative, ma troviamo anche quello che dice: andare ad s’imbarcare, e che indica una cosa grave, difficile, complicatissima.
È singolare la ricchezza di proverbi che parlano della pazienza. È forse perchè questa è virtù difficile ai Sardi, o meglio forse perchè essi ebbero per molti secoli occasioni frequenti per esercitarla? L’arduo problema ai posteri.
Mettete assieme i pochi proverbi da me citati e vi troverete dinanzi già a quest’ora un quadro del carattere dei Sardi, più fedele di quello che traccia l’artista che alla natura aggiunge troppo del suo; un vero quadro come lo vorrebbe Tacito, fatto sine ira et studio. Ma non è qui tutto il tesoro psicologico che possiamo scavare dal vangelo popolare, chè dopo aver veduto il cuore e palpate le carni, i proverbi ci riveleranno anche le foggie del vestito e la varietà delle forme. Vediamo le rivelazioni spontanee che ci offrono sui costumi e la storia della Sardegna.
Qui non hat amigos non andet a festa. Chi non ha amici non vada alla festa. — Non trovandosi locande in molti paesi della Sardegna questo proverbio dice che chi non ha amici sta male.
Faghere sa figura de s’assu de cupas, far la figura dell’asso di cuori. — Vale fare una tristissima figura, e la similitudine è presa da un giuoco sardo in cui l’asso è di nessun valore.
Sos qui ti toccant sa barba ti querent narrer corrudu. Toccarti la barba è lo stesso che dirti cornuto. — Qui troviamo che in Sardegna così come in molti altri paesi maltrattare la barba è un segno d’ignominia.
Sos benes de Don Nofre Foi. I beni di Don Onofrio Fois. — Questo proverbio ha avuto origine da uno straricco del Maghine, il Creso sardo e ironicamente dicesi ad un povero (Spano).
Ingher su brassu de Jorgie Laiosa. Avere il braccio di Giorgia Laiosa. Proverbio preso dalla tradizione popolare di una gigantessa di questo nome.
Non hazu pagadu ancora sa Citade. Non ho anco pagato la città, che è quanto dire non son facchino; perchè questo proverbio ha origine dalla città di Sassari in cui i facchini pagavano un diritto alla Città.
Esser comente Sanctu Johanne ad sa festa, esser come San Giovanni alla festa. — Vale uno ha fatto l’opera e l’altro ha gli onori. L’origine è dalla festa di San Giovanni Battista che fanno i servi di Maria in Sassari nel dì del Santo, giorno della fondazione della Confraternita dei dolori, portano in processione la Vergine, mentre il Santo sta nell’altare (Spano).
Alcuni proverbi ricordano persone e fatti che la tradizione ha smarrito, per cui riesce impossibile interpretare la loro ragione. Così gli scrupoli di frate Giovan Gallo, così la giustizia di Rivalò, così la fortuna di Pietro Feghe; così i bosani citati parecchie volte in proverbi satirici, come in quel che dice fagher comente faghent in Bosa, quando pioet laxant pioer. Far come fanno in Bosa, quando piove lasciano piovere.
Uno di questi però ha infamato per sempre un tale che per giuoco si divertiva a pungere col coltello la moglie Sos jogos de Donnu Jagure che dicesi a chi scherzando punge troppo.
Della passione dei Sardi per le fave trovate le traccie in parecchi proverbi, e tra gli altri in questo: S’anna qui det pioer faa cum lardu, l’anno che pioverà fave con lardo.
Maccu que loa, pazzo da catena. Questo proverbio pare abbia avuto origine da qualche pazzo così appellato, oppure dalla lua (titimalo) che rende stupidi i pesci nell’acqua. Simile a questo avevano i Siciliani il proverbio antico, stultior morycho. Morico è un epiteto di Bacco, al quale facevan i mustacchi col sugo di questo frutto, il moro (Spano).
Sardu villanu, è proverbio della Gallura, di Sassari e di altri paesi settentrionali dell’isola; e lo Spano ne cava un segno che queste son colonie sopraggiunte nell’isola.
Tristu que i s’annada mala, tristo come l’anno 1812, anno fatale per la Sardegna, in cui si provaron tutti i mali della carestia (Spano).
Infine questi due proverbi sullo staccio, vi dicono quanto importante sia l’industria della farina nella casa del sardo — Sedattu meu sedattu, su qui mi faghes ti facto, setaccio mio, quello che mi fate vi faccio — Su zoccu de su sedattu est s’allegria de domo. Il rumore del setaccio è l’allegria di casa.
L’asino, uno dei penati della casa sarda, ha l’onore di dare trentasei proverbi alla raccolta dello Spano; e la filosofia e la morale e la satira attingono bellissime ispirazioni da quel povero animaluccio ridotto in Sardegna a mostrare l’ultimo, l’infimo anello della scala dell’asinità. Il gatto, che è pur il gatto, non ha che dieci proverbi, il cavallo ne ha trentaquattro, la volpe diciannove; per cui nella fauna dei proverbi rimane pur sempre la palma all’asino.
L’agricoltura è bambina ancora in Sardegna; ed io non ho potuto raccogliere che 30 proverbi che la riguardano. Eccovi alcuni dei più espressivi.
Abba et sole, trigu a muntone, subta sa cappa de nostra Segnora. — Acqua e sole, grano in quantità sotto la protezione di Dio nostro Signore.
Quando s’aradu non fundat, su trigu non affundat. Quando l’aratro non affonda, il grano non mette le radici. — Proverbio che vi sembrerà tanto più saggio, quando sappiate che si usa soltanto nel Logudorese dove le terre sono argillose.
Sa fa bettala in infusta et su trigu in asciutu. Le fave seminatele in tempo piovoso e il grano in terreno asciutto.
S’annu qui hat a pioer faa cum lardu, l’anno che pioverà fave e lardo.
Attunzu ispilidu, baccarzu famidu, autunno spelato, vaccaro affamato.
Iscassia et fogu, saccajos cum piogu, scarsezza di pascoli e calori dell’estate, agnelli coi pidocchi.
Silva manna, fructu minore, selva grande, poco frutto; proverbio sapientissimo.
Dai sa die de Sanctu Larentu mandiga mendulas chentu, dai sa die de Sancta Rughe mundiga chentu nughe. Dal giorno di San Lorenzo (7 agosto) mangiate cento mandorle. Dal dì di Santa Croce (14 settembre) mangiate cento noci. Proverbio economico per significare che a quel tempo son maturi quei due frutti e che non conviene far prima la raccolta.
Sarmentu curtu binnenna longa; ramo corto vendemmia lunga; proverbio che sicuramente vorranno sottoscrivere i migliori viticultori, e che è quasi sinonimo di quest’altro:
Binza manna et paga ua, vigna grande e poca uva.
E l’uva ha questi altri:
Ua agra binu aghedu. Uva acerba, vino acido.
Non seghes mai ua pioende, non mozzar mai l’uva allorchè piove.
Nei proverbj di tutti i popoli la medicina occupa sempre un posto distinto, ed ora accigliata e con piglio ippocratico ti schicchera un aforismo diagnostico o prognostico; or penetrando nei più segreti misteri della generazione, predice le virtù o i vizj del neonato, or fa da fisiognomista, or insegna l’igiene ed ora il pregiudizio. Fra i proverbi sardi ne ho trovati 102 di medici. Eccovene alcuni dei più interessanti.
Abba currente non fràzigat bentre, acqua che scorre non fa marcire il ventre.
S’appititu et su mezus condimentu de su cibu, l’appetito è il miglior condimento delle vivande.
S’aranzu su manzanu est’oro, su mesu die meighine, su nocte est velenu. — L’arancia la mattina è oro, a pranzo medicina, la notte è veleno. — Proverbio che ha il suo corrispondente nello spagnuolo.
Su bezzu o morit de guta o morit de ruta. Il vecchio o muore di gotta o di caduta.
Si ti queres sanu abba su vinu, se volete esser sani, inacquate il vino. Proverbio molto igienico nella Sardegna che ha vini spiritosissimi.
Su casu fittu, su pane ispugnatu; il cacio fitto, il pane spugnoso.
Ad su cattarru su carru. Al catarro il carro, cioè lo stomaco pieno. In questo proverbio la rima potè più della sana igiene.
Su dolore pius duru est su morrer de famine. Il dolore più forte è morir di fame.
A sa femina partorza istat sa sepoltura baranta dies abberta. Alla puerpera sta la sepoltura aperta quaranta giorni.
Sa bezza quando benit ad su fogu si offerit. Quando la donna diventa vecchia ha bisogno di fuoco.
Sa frebbe continua finit sos meuddos, la febbre continua consuma le midolle.
Sa frebbe terzana non est toccu de campana. La febbre terzana non fa mai suonar campana.
Sa frebbe quartana sos bezzos bocchit et sos jovanos sanat. La febbre quartana i vecchi uccide e i giovani risana.
Sa frebbe attunzale o est longa o est mortale. La febbre autunnale o è lunga o è mortale.
Sa frebbe atterat finza su leone. La febbre atterra anche il leone.
Sa frebbe senza sidis, malu signale. La febbre senza sete, cattivo segno.
Furfurinu, paga vida — Passerotto (libertino) vita corta.
Homine in pasu ischini forte, uomo che riposa ha la schiena forte.
S’imbreagadura noe dies durat, una buona imbriacatura nove giorni dura.
Sos cegos hant pius penetra, i ciechi hanno maggior talento.
Conca manna, conca de judiciu, testa grande, testa di giudizio.
Corpus qui non dormit, malaidu sinde pesat, corpo che non dorme, ammalato se alza.
Su corpus istat ad su qui li ponent. Il corpo sta a quello che lo avvezzano.
Dentes biancas, gente sana, denti bianchi, gente sana.