BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO

pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI (Serie IV — N. 11)


PAOLO PRUNAS

L'ANTOLOGIA
DI
GIAN PIETRO VIEUSSEUX


STORIA DI UNA RIVISTA ITALIANA


ROMA — MILANO
SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
DI
ALBRIGHI, SEGATI & C.
1906


PROPRIETÀ LETTERARIA
DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
DI
ALBRIGHI, SEGATI & C.

Città di Castello, Stabilimento S. Lapi, 1906.


INDICE GENERALE

[A Isidoro Del Lungo] pag. v
[Al Lettore] vii
Cap. I.
[Le origini dell'Antologia.]
Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814 — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21 — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana — Gino Capponi in Londra, e il suo Progetto di giornale — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suo Gabinetto scientifico-letterario — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux 1
Cap. II.
[Lo sviluppo dell'Antologia.]
Il primo gruppo toscano — I varî scrittori dell'Antologia — Le grandi e diverse difficoltà che il Vieusseux doveva via via superare — La censura ne' varî Stati d'Italia, e la censura in Toscana — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori — Gian Pietro Vieusseux alla direzione del suo giornale 69
Cap. III.
[Le conversazioni nel Gabinetto scientifico-letterario di Gian Pietro Vieusseux]
159
Cap. IV.
[Il contenuto dell'Antologia.]
Scritti d'erudizione — Le discussioni su la lingua — La questione del romanticismo — Cose d'arte — Materie scientifiche — Studî geografici e storici — Scritti su l'educazione — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali — Differenze d'opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia — Cose politiche — L'armonia del giornale 183
Cap. V.
[La fine e la fortuna dell'Antologia.]
Alcuni giudizi dati su l'Antologia — I propositi del Vieusseux dopo il 1830 — Nuovi scrittori — I primi attacchi all'Antologia — La Voce della Verità e gli altri giornali avversi — La soppressione dell'Antologia — Come piú volte il Vieusseux tenta farla risorgere — Nuove persecuzioni a lui e all'opera sua — Nuove speranze deluse — Ancora della fortuna dell'Antologia 269
[Documenti] 380
[Spiegazione delle sigle] 435
[Correzioni e note] 439
[Indice alfabetico] 443

A ISIDORO DEL LUNGO

Lavoro migliore, cioè piú degno di Lei, dovrebb'essere questo, perché potessi offrirlo senza rossore. Eppure ho la ferma speranza che l'avere io in esso discorso di quel Gian Pietro Vieusseux, dal quale come altri molti ancor Ella (e con animo grato Le piacque affermarlo) riconosce “la prima occasione e l'impulso ad avere pubblicamente esercitato nella critica storica le proprie forze„, Le renda cara l'offerta.

Firenze, 20 febbraio 1906.

PAOLO PRUNAS.

AL LETTORE

In un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si asseriva che la storia dell'Antologia non piú fosse da scriversi. E l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto lavoro inutile in tutto.

Que' dodici anni di vita dell'Antologia ebbero nello svolgimento del pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne' quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come, giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo (dove spesso è discorso di una Casa d'Est, quasi avesse anche a esserci una Casa d'Ovest), d'altre cose parlando si tocca dell'Antologia; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„; il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo, amico carissimo suo, riconosceva[1] “non assai letteraria„; che da sé stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico il Gabinetto), scriveva al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di lettura„.

Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola dell'Antologia, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche epigramma, attinti all'Archivio di Firenze e altrove. Ma vegga il lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno spiritoso epigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre cose non male, nel fare menzione dell'Antologia i medesimi documenti si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso), perché quantunque si citi in esso non di rado l'Archivio, quel libro piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci. Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che nell'Antologia “si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi articoli„ diede il Mazzini all'Antologia; la quale il Vieusseux diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De Gubernatis afferma[2] che un articolo del Montani fu “involontaria cagione che l'Antologia fosse obbligata a cessare le sue pubblicazioni„!!

A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali, alla storia dell'Antologia.

L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua, di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio) aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di concetti e di fatti.

Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'Antologia; la quale in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'Antologia tante cose pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano non restare) ignoti: di altri, affidandosi alla memoria, benché tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di lontano, spassionato, rimiri.

Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'Antologia non fosse da scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie parti, e le numerose carte del Vieusseux, e i suoi appunti non pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo, talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la vita di quegli uomini o di quegli anni.

Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'Indice generale che dell'Antologia nel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o segni diversi, o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de' numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti. Né mai si rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe Montani.

In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa, quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani; Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí via di séguito.

Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho potuto rintracciare l'autore, ora tra le carte del Vieusseux, ora nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare dell'Antologia che insieme con le altre cose di lui si conserva nella “Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

P. P.


L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX

Cap. I.[4]
Le origini dell'Antologia

Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in Londra, e il suo Progetto di giornale. — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suo Gabinetto scientifico-letterario. — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia. — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux.

“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi.... Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri di Nostra Signora: allora voi potrete mostrare con onore le vostre cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de' troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso, promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza prometteva molto di piú. O paracarri che fuggite, se un poco di tempo vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia “non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa, sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminose speranze, allucinati dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze, risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principi ristoratori dell'ordine, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de' secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de' giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare come figli„[9]. Co' re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono spinti addietro di mezzo secolo.

Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano; a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco, da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel '15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva, senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia, opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero. Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria; confondevansi i mezzi di conquista e di resistenza: gli uni parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo; molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del '12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati ingannati.

L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la “sorte felice„[11] di passare sotto la sua signoria; la regina di Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello; la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno che nasce ma come di giorno che muore.

Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere non ci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que' polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14] alle gare che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati, e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„. Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima occasione a adoprarle co' fatti.

A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta che successe un giorno nella famosa bottega di Demetrio? Entra un incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino, lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta disinvoltura. — “È dunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore, non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia, protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare co 'l nome di forestiere chi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria, accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta, alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie, in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima. Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava, ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].

***

Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario; ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano, e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in luce nella penisola[18], fondava il Saurau la Biblioteca, rivista che nelle idee come nel nome prometteva essere italiana. E ne facevano fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19] che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20] che se cosa desiderabile era che il giornale combattesse le idee rivoluzionarie, già troppo accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione, confidava[21] a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo giudicava[22] “letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai — scriveva a un amico il Giordani[23] — crederai, che ogni volta che ho scritto l'Italia sfortunata, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso doveva essergli l'avere inneggiato[24] al “benigno imperio„ che reggeva la Lombardia e la Venezia.

In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26] che se avesse potuto trovare non un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé stesso di uscir dal giornale; e sebbene il Monti tentava fargli mutar pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27] dell'Acerbi, si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„. Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire, nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome, quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi, che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per occupare degnamente l'officio di direttore: gli mancavano la sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi articoli erano “indegni di venire in luce nella sua preclarissima Biblioteca[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo scritto gli elogi dell'Iliade del Monti, e lui renitente spronava a lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32]. Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli uomini che primi avevano scritto nella Biblioteca, e davano speranza di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.

Ritiratisi intanto dalla Biblioteca italiana, quelli che le avevano dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34] s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di pace, null'altro mostra, pur troppo, se non la dolorosa verità di quelle accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel giornale che fosse “successore legittimo alla Biblioteca italiana„, e la continuasse migliorandola; e si vantavano[35] che già vi era “unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non voleva però concedere la licenza. Temeva[36] il Giordani, che l'uovo del loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente considerò[37] il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non permetteva il governo.

Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, lo Spettatore; e si poneva quasi di fronte alla Biblioteca. Vi comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai, e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto che parve[38] compromettere i buoni successi della Biblioteca italiana. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin l'arbitrio di “mutare a beneplacito gli scritti altrui„[39], come è naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi, e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dalla Biblioteca, irato si proponeva[41] non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42] che lo Spettatore gli era sempre parso “un mucchio di letame„.

Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure, secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono il foglio azzurro. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal di Breme il manifesto, scriveva[43] all'amico Montani: “Quel giornale farà assai male alla Biblioteca italiana, ma non durerà piú di un anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che accrescere, la potenza de' dominatori: era un attentato, al quale l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando affermava[44] che nella Biblioteca italiana avevano combattuto le nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora, perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.

Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare, e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena, morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'Amico d'Italia comparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola Bologna mensilmente dava una Nuova collezione di opuscoli scientifici e letterarî, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio nel dire[45] che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per di piú studiavansi con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46] che in Roma, dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla (anco nel '23) chiamava il Leopardi[47] quella letteratura, ch'ei si pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi, con ripugnanza accettò e “per creanza„ la patente in cui era dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono il Giornale Arcadico. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso Perticari[49] — sapete perché ho scelto quel titolo di Arcadico? Per portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50] di natura “pacifica, avversaria de' litigi„; e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo: “battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne' soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini affermava,[51] che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli scriveva, de' compilatori del Giornale Arcadico poteva dirsi con piú ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

***

Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in uno Stato assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52] al Foscolo, dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha opere periodiche„, diceva la Biblioteca[53] di Milano; e diceva il vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e il nuovo di Pisa ancora non era sorto. A un Giornale di letteratura e belle arti, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del '16. Nel '16 un Giornale di scienze ed arti, che doveva servire di “comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i compilatori annunciavano[55] al pubblico che “varie circostanze impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56] “frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58] forense “il piú classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per titolo al giornale Il Saggiatore, e fece il programma. Del tentativo, come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolini gli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola, e dopo il pranzo. Cosí il nostro Saggiatore sarà mangiato e digerito: se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale intitolato il Parasito o l'Assaggia minestre. Io frequenterò poco questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a' letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60] che quel manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„; e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61] “orrendo e arcirettorico„; e quel che è peggio, la Biblioteca italiana pubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62] che non molto era da sperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro giornale intitolato il Saggiatore: e il Collini, dolente[63] che la Biblioteca avesse fatto menzione del suo manifesto con qualche acerbità, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64] al Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga, consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato. Rispondeagli il Capponi[65], dolente che la Biblioteca italiana avesse già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel suo proposito di rinvoltarsi nella toga, senza aver fatto altro che incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.

Il suo manifesto però, che la Biblioteca italiana chiamava “ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro giornaletto; e i compilatori[67] fecero al Collini il brutto servigio di pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava per nome il Raccoglitore; e il primo numero compariva nel 31 di marzo del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto dantesco: tutte le raccoglie. Non sarà male fermarci su queste cose, che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e insieme morali, della Toscana. I compilatori del Raccoglitore, in un Manifesto unico che voglio in parte riferire, annunciavano al pubblico: “Saranno inserite nel Raccoglitore tutte le notizie mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi, come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti.... Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione popolare„.

Incominciavano mordendo, in certo annuncio di libri nuovi, il Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi aveva timore, ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68] se il Raccoglitore “avesse a che fare col Saggiatore„; e se per chi scriveva vi fosse “nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone, si diceva[69]: “Signor Raccoglitore, ho sentito dire che voi siate un vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali...., m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„. A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori del Raccoglitore non hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò del Raccoglitore sopra i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71] aver dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di compilare e di scrivere„!

Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione del Cioni il primo numero del Saggiatore venne al mondo con la data del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi; e il motto: Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic animum perspicuis cedere: doveva escire una volta per settimana, e i compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„. E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio; come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro nazionale.

“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al cielo è nato il Saggiatore — strideva la granata[73] — Vero è che a chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue...., e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro il Saggiatore), e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. Il Raccoglitore era un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali privati„[74], senza risparmiare neppur le donne[75]: ma con tutti i propositi buoni, il Saggiatore era anch'esso ben misera cosa. Ne sono usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76] al Capponi, “l'uno peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo aver letto tutti i numeri del Saggiatore, diceva[77] che vi era qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.

Vero è che il Saggiatore rifuggiva dagli scandali, tanto che quei del Raccoglitore dicevano[78] ch'esso non stimava di sua convenienza “abbassarsi a ribattere i colpi della granata„; ma in difesa del Saggiatore (com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali nascituri: il Vagliatore e il Volante. “Al primo — dicevano quei della granata[79] — daremo parte della nostra spazzatura....; al secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci mancherà una pertica per arrivarlo„. Il Volante moriva prima ancora che aprisse gli occhi alla luce: ma il Vagliatore uscí nel 30 di giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “ti conviene schiarar„.

“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80] — di rispondere al Raccoglitore illustrandone il bello e il buono...., non senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità della sua spazzatura„. Quei della granata potevano tuttavia stimarsi felici; ché il Vagliatore si agitava, con intenzioni tutt'altro che buone pe 'l povero Saggiatore. “Ho letto il Saggiatore — diceva[81] — e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo cuoco. Ho una servicciuola....„[82].

Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'Uomo di paglia, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo: dare pondus idonea fumo. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva primo di vita il Raccoglitore, che non aveva raccolto se non cattive satire delle cose utili; e l'Uomo di paglia, facendogli esequie degne del merito, lo diceva[83] morto per “fortissima gravezza di stomaco, e per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che, fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino ritrovato il Saggiatore, “tra i piú difficili a digerirsi„.

Co 'l ritirarsi del Niccolini, del Cioni e del Serristori era venuta, fin dal principio, a mancare al Collini quella cooperazione che piú d'ogni altra sarebbe stata efficace: e un po' per la pigrizia di chi avrebbe dovuto tirarlo innanzi, un po' pe 'l timore della censura che aveva cancellato qualche frase, il Saggiatore veniva fuori ogni volta piú stentato. Il cav. Lawley si ritirò pur egli, spinto dal pensiero di fondare un Club; e co 'l suo ritirarsi quasi interamente mancati i fondi, fu deciso sospendere la pubblicazione co 'l finire dell'anno. Sperava tuttavia il Collini,[84] che il pentimento del cavaliere inglese non uccidesse quel giornale, che aveva meritata “la protezione del signor Gino„, e potesse un'altra volta rinascere: ma non vedendolo già da qualche tempo comparire, quei dell'Uomo di paglia dicevano[85] il medico del Saggiatore essere lo stesso che aveva curato il Raccoglitore. “La di lui malattia — continuavano — presenta sintomi totalmente opposti a quelli che si manifestarono nel Raccoglitore, e secondo tutte le apparenze, ove quell'infelice crepò per troppa ripienezza, il povero Saggiatore sembra che voglia terminare i suoi giorni per mancanza di nutrimento„. E cosí fu difatti.

Dopo non molto finiva anche l'Uomo di paglia, senza maggior decoro; e con lui finivano i giornali, o piuttosto libelli, che dava allora Firenze. Erano tutti tentativi falliti, che non avevano forme, né ali per elevarsi; giornali nati morti, perché nessuno sapeva loro soffiar per entro l'alito della vita. E il modo con che erano scritti e condotti, tra il molto male di cui era causa, non aveva se non sola una virtú, anch'essa negativa: quella cioè di mostrare che “non si sapeva fare un giornale„[86].

***

Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux, scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti, la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo, intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda e la Russia.

Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di lavoro.

Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una “miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la speranza e la costanza sono frutto in germoglio.

Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione, ritenendo per sé la direzione[89]: e per l'una cosa e per l'altra si strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R. concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suo gabinetto; co 'l patto però non lo chiamasse Ateneo: ma il Vieusseux, che piú che al nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti, tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al quale poneva nome di Gabinetto scientifico e letterario. E poco di poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto il Gabinetto; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e altri libri di consultazione.

Com'era stabilito, il Gabinetto nel giorno 25 di gennaio fu aperto al pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni d'Austria e di Russia vi leggevano il Censore e la Minerva; ma Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75 associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo Gian Pietro Vieusseux.

Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause della morte del Saggiatore, com'ei diceva[93], non erano nell'infante ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene diceva[94] che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra la Biblioteca Italiana, egli non aveva piú voluto saper di giornali); anche il Monti assentiva che nel Saggiatore, sotto quello del Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la distribuzione del secondo semestre del Saggiatore riunito al Gabinetto; pieno l'anima di speranza, scriveva[95] che il suo infante “nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„ avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini, doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e quell'attesa fu tanta che il Saggiatore non nacque mai piú.

Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: la Biblioteca Italiana. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in sostanza signore[97], un governatore austriaco che all'Austria obbediva. Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98] che mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un giornale leggibile.

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Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini? È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi, di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo giudicava[99] gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa, cosí egli per molti rispetti li trovò[100] ammirabili su tutte le nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101] “invasamento d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa, stringeva relazioni co' piú grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano, tra l'altre, la Quarterly Review, e meglio ancora, l'Edinburgh Review, ch'ei giudicava[102] il piú bel giornale che fosse mai stato fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli, ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo plaudiva al disegno del suo fratello, e con la sua anima ardente attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe conosciuto il Foscolo.

“Mi diverto — scriveva[103] a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e m'impegna. Ma deficiunt vires per molte parti„. Guardiamo un poco a questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire, “tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quel Parere sulla istituzione di un giornale letterario, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore fondasse la Biblioteca italiana: e lo studiò e fece suoi que' pensieri per modo, che chi legga il Progetto di giornale steso dal Capponi, e il Parere del Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza, nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A ogni modo, la raccolta dei materiali e la corrispondenza dovevano essere in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster, e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne' letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi ristoro.

Alla stampa del giornale doveva provvedere la stamperia Fiesolana, diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suo Gabinetto era cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108] al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era: Archivio di letteratura. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti: Letteratura; Scienze Naturali; Appendice o Parte bibliografica: la prima, suddivisa in tre parti, comprendeva la letteratura estera, l'italiana antica, la contemporanea. Poco per vero stimava si dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero, dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani lasciandole nell'oscurità. L'antica voleva studiata senza pedanteria; mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia: soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo i parolai, e raccomandando i filosofi„. Per la parte che toccava della letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parola Romanticismo dava “bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.

Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che “qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.

La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono il Parere, dato dal Foscolo: ma il Progetto del Capponi, non ostante la simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza; e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati, è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore: ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo, avvezzandoli a non riguardarsi piú come individui isolati in mezzo alla società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a' piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da “consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suo Parere: “Ogni governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale capponiano: Patriae sit idoneus, bene indicava la natura e lo scopo dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva pensato.

Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co 'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto allora il Collini, promettendogli[109] sostenere, o almeno non abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la pubblicazione del Saggiatore.

***

Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110] con lacrime. Da Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che tu creda che io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora il piccolo uomo nei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo) avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112] promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e qualche altro articolo.

Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113] che i provvedimenti di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra' letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili erano i tempi, e bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di un signore patriota (cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa, scriveva[115] che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.

Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore, avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi, potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava. “Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117] in un istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo, degno degli uni e degli altri„. E rimpiangendo l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.

Ciò che piú spaventava il Capponi era, a sua confessione[118], “il Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta “l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo vinse che gli parve[119] né anco poter piú pensare al giornale; tanto trovava mutata la situazion delle cose! Certo, la presidenza del Buon Governo aveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima: oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la politica, non erano davvero tali da spaventare un animo che meno del Capponi fosse stato dubitoso e sottile.

Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da far dimenticare: un alberetto della libertà, presso la fonte della piazza non chiamata allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi: “Piccolo son, ma crescerò sull'Arno[120]: e di giacobino ardente convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie. Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, segretarii di Stato, erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando, spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo toscano dormiva il suo sonno tranquillo.

Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il toscano un governo “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.

Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie, chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa, Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i muscoli tra rivi di sangue[124].

Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di “legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza, non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî, si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori patiti e delle amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel cielo d'Italia.

Sotto quel cielo era permesso pensare ed agire: vi si leggevano libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il Gabinetto del Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli spettacoli della Pergola, ma di politica. Bastava non gridar troppo forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.

Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un paradiso terrestre.

Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129] ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare, e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa, per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse, si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci. Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine, comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„ che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„ di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone opere straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„. “Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.

G. P. VIEUSSEUX
(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)

Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo — scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il vostro paese Italia...., e date mano a rendergli tutti quei servigi che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita; assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani, promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la pubblicazione, e lo incitava all'impresa.

Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo l'ostacolo che i professori dell'Università di Pisa, co 'l titolo di Nuovo ridavano la vita al vecchio Giornale dei letterati: eppure, il conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io era volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma “venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore; e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una “pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.

Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è carattere piú proprio alle razze del nord. Non aveva grandi studî su libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un tratto a sedere su 'l letto, e Lei vuol fare un giornale a Firenze?, esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa, giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.

Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche, creava la sua Rivista Enciclopedica, qualche difficoltà pure a lui senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il Vieusseux si accinse all'opera sua, quante prevenzioni trovava da soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a tutto questo.

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Con una circolare[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux, ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani; raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo: Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in italiano. E pochi giorni dopo, un manifesto indicava la natura e lo scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del Cioni, che finanziariamente si era, con un contratto[142], fatto socio al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto; che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.

Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux al suo giornale il titolo di Antologia; forse non gli era ignoto che, co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata. L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole traduzioni, senza accennare che neppur qualche volta avrebbe accolto articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel manifesto affermava, ch'ei non avesse mai avuta l'intenzione di fare un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi, fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143] avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali stranieri.

L'Antologia, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un Proemio di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori, senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della Rivista enciclopedica. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro giornale[145], que' dell'Antologia dichiaravano preferire quelli scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale, per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, paragonarle tra loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.

Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele Leoni, il Discorso all'Accademia francese, e le Riflessioni intorno all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier; alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla Rivista enciclopedica, traduceva[149] l'articolo su la Raccolta di elogi storici dal Cuvier detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il Discorso[150] del prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan: Ferdinando Orlandini le Lettere su l'economia[152] di S. James, e i ragguagli bibliografici[153] dalla Rivista enciclopedica. E dalla stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della Maria Stuarda dello Schiller.[154]

Come ben si vede, il fonte principale a cui l'Antologia attingeva, era la Rivista parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante nell'Antologia perché comprendeva gli articoli originali. Anche in questo dunque il Vieusseux avviava il giornale per via diversa da quella tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi; quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua Rivista enciclopedica; questa, a sua volta venuta in fama, il Vieusseux tolse a modello per fondare la sua Antologia.

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Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il giudizio della Biblioteca italiana[156]. Dopo avere affermato che in Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente maligno, diceva bensí che il Gabinetto letterario era “il piú ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi, “veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma convien dire — subito dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era “pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine proporzioni). In una nota poi biasimava il Proemio, “di 9 (sic) meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella Biblioteca: “l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno dormito questi ultimi cinque anni„.

Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'Antologia, sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.

Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano, di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per essere quello a cui mirava.

“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo onorevolmente per me, io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura in que' due uomini profondamente diversa.

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Nel secondo quaderno, dal Giornale d'educazione di Francia l'Orlandini traduceva un discorso[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle Lettere normanne. Ma la parte maggiore era data alla Rivista enciclopedica: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una notizia[163] su 'l signor di Volney; il Giovannini, un ragguaglio[164] su la Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco Kunstblatt, di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo, composto tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.

Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167] al Capponi dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti già noti: tanto piú essendo sua fonte principale la Rivista enciclopedica, giornale notissimo. E consigliava servirsi principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'Antologia venisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi scriveva[168] al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese, intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva un avvertimento[169] non firmato (scritto però dal Niccolini), nel quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la massima adottata in su 'l nascere dell'Antologia, e a dar luogo anche ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori: “incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima, pervenutaci da una città di questo granducato„.

La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto volume della Proposta; e pur notando che il libro era “sparso di paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„. Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma “senza veleno„; e terminava con l'affermare[171] che se il sostenere la causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a ricambiarli„.

Cosí l'Antologia levava la prima voce in una controversia tanto agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti irrompenti, era voce dignitosa e serena.

Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le facevano bella compagnia un articolo del Benci[172] su 'l Viaggio in Italia di G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174] egli a' lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articoli originali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.

L'Antologia pigliava ardire: simile in questo all'infante che già sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese Cosimo Ridolfi, con alcuni Pensieri intorno ai fenomeni elettromagnetici, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175] ch'era davvero, come disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177] su la musica del Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178] su la legislazione criminale: il Benci varie lettere[179] non senza grazia su le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo di Ellenofilo, alcune considerazioni[180] su la lingua de' greci moderni.

Né solo delle nostre produzioni l'Antologia giudicava, ma già delle straniere: in un articolo[181], il Niccolini diceva franco il suo pensiero su' Rudimenti di filosofia morale dello Stewart, né favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura italiana[182] intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione alla Storia dei Francesi[183].

Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure l'Antologia s'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185] su la Proposta del Monti. “Io fui — scriveva[186] egli stesso — che volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'Antologia, tanto piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli argomenti„.

La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e diffusione de' lumi, prima che il suo giornale godesse generalmente di buona riputazione, e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de' governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare, prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.

Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto, erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187] tra l'I e l'O, leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato due errata-corrige sopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli, si levava difensore[188] degli accademici della Crusca, che morti e vivi il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli imaginava, co 'l Monti.

Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal principio, essere quello che fu piú tardi; ma aveva in sé tutte le promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.

Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni Rosini, tra gli altri, pregava[190] il Vieusseux accettasse la proposta. Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de' suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano, rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si serbasse il nome di Antologia, cui si aggiungerebbe quello di giornale italiano di lettere scienze ed arti, e a lui si serbasse piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di conciliazione; perché risposero[192] non voler essi “rinunciare al guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del Vieusseux.

E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí innanzi venisse catturato, scriveva[193] facondo al direttore complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma Dio voglia — esclamava[194] — che possa proseguire„: e il Foscolo stesso, da Londra, sinceramente confessava[195] al Capponi: “La tua Antologia mi piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'Antologia non solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se nel mese di giugno del 1821 nella Rivista enciclopedica era scritto[196] che l'Antologia, traducendo e pubblicando articoli stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era detto[197] che l'Antologia conteneva articoli interessantissimi, e che dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.

Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva, né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi sufficiente compenso. L'Antologia giungeva, è pur vero, in molti luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da Modena, prometteva[198] al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di libri, ed anche della sua Antologia, ove io pure sono associato„. E piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199] da Vicenza al Capponi: “.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di cento erano allora gli associati, e l'Antologia costava all'anno 36 lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux: e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli affari, in somma, andavano cosí male, che il Vieusseux sentí in coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella pubblicazione dell'Antologia; non parendogli giusto che questi sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di ricavare un utile qualsiasi[200].

Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201] addolorato all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice, e tra le lacrime le sorride.

Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno un francese, Samadet de Holoré[202] — amico mio, voi vi siete in tal modo identificato co' vostri affari, che siete l'Antologia personificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze il Direttore dell'Antologia„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il Vieusseux stesso confessava:[203] “io non vedo piú che l'Antologia, e posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole, meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta piú poesia che non in versi parecchi.

Cap. II.
Lo sviluppo dell'Antologia

Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'Antologia. — Le grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. — G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.

Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi all'Antologia traduzioni da giornali stranieri, poi scritti suoi originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria, poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima la Pulzella d'Orléans e presentare a' Georgofili un nuovo modello d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208] il cosmopolita. Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre Mauro, — scriveva[209] al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in numero da farne piú che un volume ha l'Antologia scritti suoi (benché assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e commedie, meglio che attendere con tutto l'ardore agli studî di critica e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni. Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210] ancora: “.... vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....„.

Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede all'Antologia Michele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso; ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte: cosí che il Foscolo poteva dire[212] di lui, ch'ei traduceva un poeta in meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto. Non molto, invece, scrisse per l'Antologia il Niccolini[213]; ma fu tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne' primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande diceva[214] al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostra Antologia? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso su Michelangelo viverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l non dare piú nulla[215]; a torto pensando[216] che poco egli fosse stimato dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto soffriva[217] del vedersi da lui trascurato.

Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de' lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi ragionamenti lodato[219] dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220] diligente compilatore del Bollettino scientifico, da lui fino al '31 continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale l'essere nato marchese e di antica famiglia fu non freno ma sprone a farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi, che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222] in una sua lettera con l'amico Vieusseux.

Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il De Candolle parlava[223] al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„, diede anch'egli tra' primi all'Antologia la sua scienza. E ne' primi numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224] com'egli chiamato ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila ne aggiunse di nuove.

Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista Zannoni[225] scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226] di Castelsalvi; amico al Cuvier, che gli concesse in Parigi aprire un corso di letteratura italiana; e morí povero.

Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne corregge[227] l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che desiderato, nell'Antologia non appare se non solo una volta[228]. Né a lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere: “manda una volta — scrivevagli[229] Gino Capponi — manda una volta qualche cosa per l'Antologia, che non è un cattivo giornale, e per certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una volta la sua; l'Antologia, che si pubblica qui, non è indegna che l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani, per stimolarlo, diceva[231] ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi, “obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232] al Capponi: “.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei, e me ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.

Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233] già vecchio mandò al Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi della Proposta con que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo dell'Antologia ma del tempo.

Giovine invece, Enrico Mayer[234] su 'l finire del 1821 diede il primo suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'Antologia; e delle altrui innovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne propose.

Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande: e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236] i toscani, che soli avevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto l'Antologia si levasse.

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Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237] aver egli speranza che in breve l'Antologia diverrebbe “tutta nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„; pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'Antologia come “una collezione nazionale„. Primo rispose all'invito con un giudizio[238] su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che, fin dal gennaio del '22, diede all'Antologia Emmanuele Repetti[240]; ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto, tra le altre cose, racconta[241] ammontare a trenta milioni di lire il valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242]. Di pratiche agrarie scrisse nell'Antologia, anch'egli tra' primi, Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa, per cui, fin dal principio, fieramente si stizzí co 'l Vieusseux, che pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per vero gran cosa.

Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'Antologia in Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una memoria diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere, rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava infaticabile la bellezza„.

Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi fu sempre non dirò il piú operoso, certo però il piú gradito a' leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi, divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250], che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere, si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove scriverebbe per l'Antologia, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.

Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze. “Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare dalle mani della polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui, sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'Antologia. Fin da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva a piene mani raccolto nel Conciliatore lombardo. “A' miei occhi — egli scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente — disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una di quelle teste avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de' vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine l'Antologia„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli, che il Pieri diceva testa avventata, si dava interamente allo studio della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era che dell'Antologia il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi scritti[258], e che la fortuna dell'Antologia dovevasi a lui in buona parte.

Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In quelle sue riviste egli scorreva dieci, venti scritti per volta, venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante, indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano. Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel povero Paul Louis Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente: diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse. Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262], postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264] certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.

Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e scrivendo al Vieusseux gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora mia sorella, la quale, ricevendo qui l'Antologia, è molto contenta ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto nell'Antologia, e vorrei che su le Passeggiate, senza complimenti, dicesse tutta la verità....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani, vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non so dove questo diavolo d'uomo (ce diable d'homme) vada a pescare tutto ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue riviste letterarie„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi all'Antologia alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.

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Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'Antologia Tommaso Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio, Federico Del Rosso[271], professore di pandette e gius canonico in Pisa. Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui detta de' padri e delle madri di famiglia, meritamente lodata[272] dal Benci. E l'avvocato Giovanni Castinelli[273] di Pisa vi diede saggi non brevi di un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e avvertiva[275] come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra l'altre cose l'uso delle cambiali.

Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual cosa Luigi Fornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il Lucchesini non a tutte assentisse[278] le massime dell'Antologia, e di talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279] al giornalista pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nel Saggio di una storia universale dice irregolare e scritta in versi sciolti la canzone Chiare fresche e dolci acque.

Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo scritto, la lettera soscriveva[281] co 'l titolo di “corrispondente in Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni di lui, che il De Potter sinceramente lodava[282] per le sue “dotte fatiche„.

Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de' vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'Antologia il maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le conosceva senza neppur riguardarle[283].

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Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato, e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me — scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284] — per me, lo dico aperto, non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, la imboccatura degli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle differenze d'origine di condizioni e di idee: se in altri scorgeva comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde nuove.

Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la sua Storia lodato[285] dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò le altre volte: ma il suo nome nell'Antologia rincontrasi raro. Piú operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu aiutato da lui: e operoso per l'Antologia, fin dal marzo, fu il dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288] trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.

Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse Raffaello.[289] Piú sollecito l'altro ogni due o tre mesi diede notizie copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al Canova, la quale raccontava[290] come egli senza invidia notando un giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.

Ha l'Antologia nel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione rivendica[292] all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo volontario, Bartolommeo Borghesi[294] di fama europea.

Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati, i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché, senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295] che ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe nell'agosto il primo scritto di Pietro Capei[296], che sempre trattò le cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per mezzo dell'Antologia fece conoscere all'Italia quanto di piú notevole per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando Paolini, che rese onore[297] a Girolamo Poggi, il quale non toccò la vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il Romagnosi nell'Antologia amicamente indirizza cinque lettere[299], ove espone le idee capitali della sua Introduzione allo studio del Diritto pubblico universale; idee ch'egli voleva[300] fossero riguardate come l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301] come “esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle cose umane„.

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Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare “all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei “dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, quando ego te aspiciam!„. E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare, vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro! Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe, si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'Antologia il decimo volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che lusingava la sua vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente, anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del suo Pindemonte, e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non sanno, è che gratis usava de' libri del Gabinetto, e gratis riceveva l'Antologia. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era, forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli chiamava[313] complimento a Monsignor Toschi: e anch'egli come il Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ di quel paese, e il principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia, “nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux lo pregò di onorare del suo nome l'Antologia, nel primo suo scritto pubblicamente chiamava[316] felice e fortunatissima la Toscana. Piú o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317] dell'Antologia e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta di prosatori italiani, e per l'Antologia molte cose prometteva di suo. “Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene — scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando sull'Antologia. Vorrei che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per l'Antologia e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'Antologia di Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si conosce del ben dire e del buon pensare„.

Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani, discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322] miseramente. “Come volete considerare per grande scrittore tra gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„, derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani, non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel “puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso, diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran peccato!„

Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece e poco diede all'Antologia, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori. Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare l'imprimatur censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche altra cosa al Vieusseux: una memoria su lo Spasimo di Raffaello, che fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328] al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era “disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la Salve regina, non volle al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome nell'Antologia non comparve mai piú.

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Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte. Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de' tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano, trovava l'Antologia insieme con gli ostacoli da superare molti elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani, fu donato all'Antologia e al Vieusseux il generale Pietro Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333] com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'Antologia trattò da prima[334] di cose geografiche e di viaggi, poi di militari; con uno stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le coste, avrebbe scritto[336] come il buon colonnello, che “non è un continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime isole„; né avrebbe scritto che “l'antropogonia fu l'opera piú momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338]. Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi “virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non negò[339] tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„ e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.

Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi: “ogni suo reddito — scrisse[340] di lui Giuseppe Ricciardi, che lo conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'Antologia, e però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„. Eppure, nobilmente respingeva[341] al Vieusseux la ricevuta di sessanta lire per l'associazione di un anno al Gabinetto, che l'amico con gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta — scriveva[342] — “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le sole cicatrici„.

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Prima che scritti del Pepe, ebbe l'Antologia dall'ottobre del '24 scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo Salvagnoli[343], lodato[344] dal maestro suo Giovanni Carmignani. E Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345] “povero facitore di mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346] all'Antologia che gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno scritto notevole prova[347] che l'Europa deve all'Italia non alla Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci il patrimonio dell'ingegno„.

Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti dell'Antologia notavasi certa servile docilità verso i potenti; come quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi, imagina[348] il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori dell'apoteosi.

Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi de' romantici Carlo Botta, che pregatone dal Vieusseux prometteva[349] in quel tempo scrivere per l'Antologia. Prometteva “volentieri„, purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si levasse; tanto piú che l'Antologia, a parer suo, se ne andava “per certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350] del rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue opinioni, quali che fossero, mandò varî scritti, composti per un giornale inglese; uno de' quali,[351] su 'l carattere degli storici italiani, la censura vietò. E di lui nell'Antologia comparve quella famosa lettera[352] a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo contradisse[353] con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354] intorno al Salvator Rosa, opera di lady Morgan, a proposito della Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di “sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse stesse.

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Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza, scriveva[355] al suo adorato Giacomino per parlargli di uno de' piú bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. E voleva ch'egli desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui. “Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca.... potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356] al Vieusseux, desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli proponeva[357] trattare in una specie di rivista trimestrale le novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al quale pareva[358] che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative, quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delle Operette morali, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscere qualcuna su l'Antologia; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina (che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359] “moltissimo inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel fascicolo dell'Antologia, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.

Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio: avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di un hermite des apenins, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata, e la stessa Antologia: e poi un cittadino dell'Arno, lepido, epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino, il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti insieme i loro scritti avrebbero formato lo Spettatore italiano. Per queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degli Appennini„ — scriveva[362] al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che l'Antologia sia letta con frutto da questa generazione, che va crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro fisso, non potette neppure questa volta assentire[363] all'idea dell'amico, benché la stimasse “opportunissima in sé„. Anni dopo, ritornato nel suo deserto, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364] al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo, non fo cosa alcuna„. E cosí quell'Antologia, ch'egli stimava[365] tale da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.

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Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i lettori dell'Antologia trovarono per la prima volta in fondo a un articolo[366] le tre lettere K. X. Y. “Il mio nome nell'Antologia non appaia: — aveva raccomandato[367] al Vieusseux il Tommaséo — già vi scrissi la sigla K. X. Y.[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto dall'amore ch'io porto all'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'Antologia, da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva profferto[370] i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia. “Il passaporto — scriveva[371] al Vieusseux — mi si nega da tutte le bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372] tuttavia di lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe, né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a sua confessione[373] — gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo — egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere, né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; molti irritava quella sua, piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia, rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'onagro; e il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú preso d'amore per lui, lo dipingeva[374] “piú bue del Montani ed affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui, scriveva[375] al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava davvero.

E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'Antologia, ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376] non esser egli “né romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione; perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto, come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'Antologia„, scrisse[377] il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente, che il Montani non si era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il Tommaséo„[379].

Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli argomenti morali e politici — scriveva[380] egli al Vieusseux — son quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro, arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomenti piú disparati: e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche, politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e' trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi — scriveva[382] il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.

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Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'Antologia. E il professore famoso gli prometteva[383] che avrebbe fatto il possibile, tra le non poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui. Capitategli infatti tra mano le Lettere su l'Inghilterra, di Augusto De Staël-Holstein, scriveva[384] al Vieusseux: “Il libro è invero piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne notizia. Gli rispose il Vieusseux[385] mostrandosi grato alla gentilezza usatagli, ma piú che tutto, sollecito di far intendere che scopo dell'Antologia era non tanto il far risaltare i difetti di un libro, quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo comparve[386] primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387] diretto al Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva davvero: e scrivendo[388] al Vieusseux per chiedergli scusa del poco poter egli per le sue occupazioni giovare all'Antologia, che pur riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas point„.

G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI
(da un quadro ad olio anteriore al 1819)

Piú operoso del Carmignani fu per l'Antologia Silvestro Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha l'Antologia dal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria: scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi, un articolo[390] su la Teoria delle leggi della sicurezza sociale, vólto a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391] procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu inteso da molti[392].

Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il Lambruschini[393] il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux indirizzò egli la lettera[394] su 'l Giornale dei contadini, piena di quella mite sapienza che è frutto della virtú illuminata dall'esperienza e dal senno. Poi nell'Antologia scrisse di cose agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395] — s'avanzano nella carriera che la Provvidenza ha loro tracciata; e l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa. Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi, egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.

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Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini, che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396] di Francesco Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane. Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto meravigliare[398] suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399] la gloria, e il Giordani lo salutava[400] “una cara speranza d'Italia„. Gli scritti che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di argomenti storici e civili. Sensista in filosofia, voleva[401] “dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e pensando[402] che la scienza del Diritto altro non fosse se non “una filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici, cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma questo ben so, che il Tommaséo loda[404] “la sobrietà, dote de' primi scritti suoi quasi meravigliosa„.

Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito: disse[405] piú volte egli stesso non voler entrare in dispute letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e perché si sentiva[406] “inetto a giudicare di tali questioni„. Pure, l'Antologia ha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura; quello famoso, tra gli altri, su' Dubbi ai romantici[407], che parve a torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero, non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi imitatori de' gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili; e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse alla natura e a' bisogni del popolo italiano.

Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'Antologia però lo pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'Antologia; il Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delle Instituzioni civili provvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.

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Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se non uno spillatico che — al dire di lui[408] — “davvero s'affaceva molto al nome e bastava a poco piú che alle spille„. Costretto a campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per l'Antologia: e cosí a ventott'anni diede il primo suo scritto[409], e de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora scriveva[410] ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú “religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare — com'egli diceva[411]il brutto traviamento, è l'elogio migliore che dell'Antologia e del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.

Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò nell'Antologia anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il quale vi parlò poi[414] di quel Nuovo dizionario militare, costato a lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte della lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra gli scrittori dell'Antologia il professore Celso Marzucchi, cui dopo breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili; e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della Biblioteca italiana il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella scienza del diritto.

Nel marzo del 1829 diede all'Antologia il primo scritto[417] Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose ragiona della navigazione a vapore e de' velociferi.

Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta, che piacque, fu riprodotto[420] nell'Antologia, e all'Antologia il Mazzini inviò allora quell'articolo famoso D'una letteratura europea, scritto per combattere “i Monarchici delle lettere„[421]. Il Giordani e il Montani non volevano sentirne parlare[422]; ma il Vieusseux, al quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva dal suo proposito, e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi l'universo concentrico; l'articolo vale meglio che non promette questo principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso, chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso nell'Antologia[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel “giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l Giornale Ligustico, che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427] “sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui parve[429] che il Mazzini onorasse l'Antologia; meglio Michele Leoni, il quale scriveva[430] che i pensamenti di quell'articolo “grandi e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da lui ebbe ancora uno scritto su 'l Dramma storico[432]; e Urbano Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe' suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida parve, benché di sensi italiani, l'Antologia; e corse per altre vie al suo destino.

A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere e dello svolgersi dell'Antologia. Che numero grande di scrittori, e quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne' primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano ancora dato risposta.

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Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'Antologia accoglieva in sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama. Già nel 1824 la Rivista Enciclopedica affermava[434] che per il senno e le sollecitudini del Vieusseux l'Antologia acquistava “ogni mese piú e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella Rivista Europea giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il Giornale Arcadico, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare all'Antologia i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'Antologia avesse preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438] desideroso che nell'Antologia fossero giudicate con tutta la sincerità e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume dell'Amore, “avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia nell'Antologia„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana l'Antologia; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di stampare egli solo per anni sei.... il giornale predetto„.

Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente sapesse dire, farebbe la storia dell'Antologia in modo degno.

Nel quinto anno di vita del suo giornale lamentava[441] ancora il Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi: asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia, commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un anno[445].

Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E io qui non penso all'Edinburgh Review o alla Quarterly Review, ricche di dodici mila associati; né al Blackwood's Edinburgh Magazine, del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla Biblioteca italiana, che nel primo suo anno di vita contava già millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748 lire: penso al Giornale arcadico, che già ne' primi tempi aveva 240 associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma l'Antologia ne' tempi suoi piú felici non raggiunse mai un'edizione di ottocento esemplari, non contò mai piú di 530 associati. “L'Antologia — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti — l'Antologia, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli copie 5!!„.

Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale. Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per l'interesse, ma per amore della sua creazione, per amor della patria.

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Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux) per cui sempre pochi furono all'Antologia i soscrittori, era il doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere certi mai di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo — pur troppo è vero che l'Antologia, nell'Italia Austriaca, non prende. È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' fiori che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono, dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non vale? Basta egli il nome di Giordani a far che in Milano l'Antologia s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non paga, è per voi come se leggere non sapesse„.

Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che l'Antologia è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere, i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni; ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'Antologia ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha fatto sequestrare il primo trimestre dell'Antologia — annunciava[454] al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno„. E poco dopo, il censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo giornale....„.

Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova, il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra' quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà e la dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi, parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua verga censoria io lo amo e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli riprodurlo nell'Indicatore Lombardo, la censura aveva creduto opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua mutilarglielo„: e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia, liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a inganni[463].

Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili erano quelle che toccavano di politica e di diffusione dei lumi) il buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a troppi padroni usare riguardi.

Già nel primo anno dell'Antologia, ristampando il Piatti la Storia Civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo e quindi non permettersi. Io non vo' dire degli scritti rifiutati a Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'imprimatur al Ditirambo del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí “morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo, prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux parlare con lode de' lavori per motuproprio del granduca intrapresi nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il Vieusseux diceva che nell'Antologia si parlerebbe di quanto poteva giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'Antologia nel publico insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.

Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste) creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai sconsolante„.

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Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura (il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne' fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui); quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni, consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare, senza però lusingarle, le facilmente irritabili vanità letterate; il tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti suoi non diede all'Antologia se non poche cose, ma non creò fastidî al Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti all'Antologia, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo, piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava “sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi d'indignazione e le fiere proteste[474] che il giovine dalmata, per la eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui che a sé stesso.

Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo innanzi, pubblicare un articolo su 'l San Benedetto del Ricci; e sdegnato gli parlava[475] dell'indovinare le voglie di chi dirigeva il giornale, o del mestiere buffo dell'indovino, e della servitú dell'intelletto. E il Benci stimava[476] giustissima la collera del professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere, innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato, era una imprudenza grandissima; facendo, tra l'altre cose, sapere che il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con gli articoli suoi non pagati peggiorato il giornale: e accusava il Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi, e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832 voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete esiliato dall'Antologia come rinnovatore di antichi pettegolezzi. In ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.

Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a' suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.

Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de' varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici latini; l'Antologia non ne parla con tanta sollecitudine quanta l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio, e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce i Discorsi sullo scrittore, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si lagna[482] che l'Antologia “quantunque si occupi spesso con molta prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo di alcune inezie nostre, non abbia creduto di farne ancora parola né in bene né in male„. Il Montani discorre[483] brevemente dell'Anacreonte del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un grande scalpore in Bologna; e si pubblica nel Caffè di Petronio[484] un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'Antologia è il giornale “piú grosso d'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino. Il Cesari stampa i suoi Commentarî della vita di Tommaso Chersa (il buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485] che il Chersa visse in perpetua pace con tutti i suoi perch'era il cappio e il concio di tutti loro); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486] se veramente questi vivrebbe in aeternitate temporum fama rerum, il Cesari vuol preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale si scaglia[488] prima per lettera contro quell'“opera scempiata d'un cotale che si sogna K. X. Y.„, e contro quel “giovine abbastanza istruito ma sventato, che aspira a clarescere magnis inimicitiis, e che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi dà lui risposta[489] a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto prudentemente sotto le tre lettere K. X. Y.„, che tanto sa di latino da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua “religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si vendicava anche delle osservazioni fattegli[490] dal solito K. X. Y. per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non leggere l'Antologia. “Voi avrete letto nell'Antologia — scriveva[491] ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io l'abbia lette (che non tantum abs re mea mihi est otii); ma e' mi fu detto„.

Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle poesie del Paradisi, affermato[492] che ne' tumulti del 1821 l'università di Modena era stata chiusa per sempre, Geminiano Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva protestare nell'Antologia: ma perché il Vieusseux gli rispose che stamperebbe la sua protesta, accompagnandola però con quelle note che piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493], dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza dell'Antologia consisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„, e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge provvisioni di un ottimo principe„.

E perché nel dare notizia[494] del monumento ad Andrea Vaccà e del discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia, quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo Gabriele; anonimo annunciava[495] il Rosini che il Vieusseux “da un capo all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava “mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un opuscolo[496] avente per motto “non opus est verbis sed fustibus„, ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che calunnia “viene da calutum supino di calvo„; perché calvo era il Vieusseux. Tante in somma e sí gravi erano le ingiurie, che il Corsini stesso confessava[497] al censore ch'egli non poteva non concedere al Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498] il Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “poema romantico[500] si fece poi bello miseramente.

Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente abbondevoli„ date dal Tommaséo[501] a' suoi versi e al Properzio, sdegnato il Pieri scriveva[502] al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nella Rivista un articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad uno, ma a tre giusti articoli.... Voi sapevate che il mio libro combatte le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co 'l Grassi, che “per amicizia„ lo consolava, ma stimava[503] in cuor suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva cercato[504], ma inutilmente, qualche classicista che degli scritti di lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e giunta la Pasqua lo invitò[505] in casa sua per mangiare con lui “il pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506] di novamente scrivere nell'Antologia, il Pieri rispose[507] con un rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî dell'Antologia, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri, suoi dottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso, “imbeccato da quei suoi illustri colleghi, accusati di soverchia lungheria quei suoi poveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'Antologia, che gratis aveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508] al Pieri brevi parole, con doloroso sconforto diceva: “conserverò la vostra lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.

Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza: ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'Iliade del Mancini è stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'Iliade!„ — scriveva[509] a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale francese[510] si disse che quella versione “altera e snatura il suo modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511] il Mancini stesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512] a quel critico della Biblioteca italiana che, al dire di lui, si era “gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di quelle stanze nell'Antologia pubblicasse saggi non brevi. E quando giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux gli mandò[513] innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto dell'Antologia. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto cortese? Eppure il Mancini rispose[514] che, pubblicando quell'articolo, “ben piú ingiuriosa della Biblioteca italiana con tutte le sue impertinenze„ l'Antologia sarebbe stata all'opera sua; “opera che già si leggeva (ne aveva notizia positiva) in qualche pubblica scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onorasse del suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio Aristarco perché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne' crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de' Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo) anche il Niccolini, affermando[515] che all'Iliade del Mancini, “screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'Antologia era un “giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una specie di Massoneria„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che “non voleva piú ricevere„[516] l'Antologia, che il Vieusseux gli mandava in dono.

Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517] delle versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518] con lo scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non meritava che il suo disprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva “voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia dell'essere io stato uno dei fautori e promotori del suo stabilimento, e dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse di tendenza, che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„

Tutte, in somma, le querimonie bizzose di superbiette insofferenti, tutte le intolleranti acrimonie di vanità insodisfatte, tutte le rabbie smaniose di orgogli feriti, venivano a ricadere su 'l direttore; il quale poteva bensí con pazienza magnanima sopportarle, non però freddamente incurante: e troppo infatti glie le rammentava il sentirne le traccie in certi spasimi al capo, che di tanto in tanto s'inacerbivan molesti. “Ho incominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo che, piú che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno — scriveva[519] al Leopardi — . Inutile è il dirvi che i signori collaboratori, colle loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi spasimi„.

Oh, que' suoi cari amici ponevano a lui sempre l'obbligo di essere tollerante fino al martirio, né mai a sé stessi quello di non essere insopportabili!

***

Giova qui rammentare quali gl'intendimenti del Vieusseux, quali le speranze e i desiderî, per poi vedere con che affabilità dignitosa, con che intelligente esperienza e con che fermo volere egli provvide per dodici anni al giornale; e come egli meriti veramente il titolo di Direttore piú che non se lo usurpino molti, non direttori, ma acciarpatori di giornali. Pieno di fede ne' destini futuri d'Italia, sapeva tuttavia per la temperanza del suo carattere tenersi lontano dagli intrighi delle società segrete: “Io potrei dare — affermava[520] — la mia corrispondenza tutta nelle mani di tutte le Polizie del mondo, senza aver nulla da temere„. Egli infatti non da aggressioni rivoluzionarie sperava il risorgimento della patria, ma dal miglioramento delle sue condizioni economiche e morali, dalla diffusione dei lumi: non pensava eccitare il popolo alle armi per un'idea che non capiva, e alla quale non era per anco né maturo né preparato; ma senza bisogno di mascherarsi o di mettersi al sicuro da' pericoli delle Polizie, voleva di giorno in giorno renderlo piú sempre cosciente de' suoi interessi, de' suoi doveri, perché dopo intendesse i proprî diritti. Ponendo mente a' tempi, ma precorrendoli sempre, si contentava di non voler troppo in una volta per non perdere tutto, come successe all'atleta che soffocò la sua amica stringendola troppo forte: non potendo subito conquistare al popolo la libertà politica, voleva fare però in suo vantaggio tutto quello che consentivano i tempi; e senza sgomentarsi, seminava paziente per la futura raccolta. “Seguitate, ottimo Vieusseux, — gli diceva[521] nell'Antologia il Tommaséo — seguitate, quanto è da voi, a proteggere e propagare la mite cultura e le utili verità: e se l'Italia non sembra, né di fatto né di parole, alla buona vostr'opera corrispondere, vagliavi a mercede la speranza d'un tempo, né forse lontano, in cui fruttificheranno i gittati semi„.

Pieno dunque l'anima di questo pensiero, e fermo di non lo mutare, voleva[522] nel suo giornale evitate “le questioni oziose, le dispute di parole„; voleva invece che si ripetessero certe verità, notissime agli oltramontani e agli abitanti culti delle città grandi, ma a quelli delle provincie e delle campagne, ignote poco meno che il sanscrito: che si spargessero nel suo giornale semi di concordia feconda tra' cittadini di una provincia e quelli di un'altra: che si cogliessero[523] in somma tutte le occasioni per “diffondere idee nuove e buone, e tutte italiane„. “Sarebbe tempo — egli scriveva[524] — che gli autori si persuadessero essere i giornali fatti pel pubblico e non per loro; essere il giornalismo una professione che conviene nobilitare con molta imparzialità e giustizia„: e qui è da cercare in gran parte la causa di que' tanti dolori, a' quali pur dianzi ho non brevemente accennato. Ma a lui, che in un modo o nell'altro mirò quasi sempre a giornali, con sempre un'altissima idea nella mente, a lui era lecito affermare[525] che in Italia a' suoi tempi “la stampa periodica era ancor nell'infanzia„.

Profondamente convinto che il giornale fosse un mezzo potente per diffondere le utili verità e la mite cultura fra le persone alle quali il libro non giunge, o raro; per la natura appunto e varietà di persone a cui voleva rivolgersi, e de' bisogni a' quali cercava provvedere, faceva luogo nel suo giornale a una proporzionata varietà di materie e a una conveniente varietà di trattazione. Pochi per questo i versi e gli scritti di frivola piacevolezza; non troppi quelli di erudizione o di scienza: agli argomenti stessi piú nuovi non dava la preferenza, se non veramente importanti o urgenti per le circostanze: ritardava talora la pubblicazione di articoli belli o dotti per dare luogo ad altri men dotti e men belli sí, ma piú fecondi di utili applicazioni o piú efficacemente diretti a maggior numero di persone. Afferma[526] il Valeriani che la prima dimanda che al giungere di un nuovo scritto faceva il Vieusseux, era: “che prova egli? a che serve ciò?„. E in questa breve dimanda si rispecchia tutta l'intelligente esperienza del già negoziante, e tutta l'idealità pratica dell'opera sua.

Né egli tuttavia pretendeva dare arrogantemente giudizio su tutto: ché anzi, benché su molte cose avesse opinioni sue proprie e non a tutte quelle espresse dagli altri assentisse, pur era riverente e condiscendente alla libertà dell'ingegno, perché fornito d'ingegno. Della qual reverente condiscendenza è prova l'Antologia tuttaquanta, ov'egli piú volte dichiarava[527] accogliere scritti in diversa parte autorevoli, e dove infatti piú volte ne accolse alle opinioni de' collaboratori piú amati e alle sue proprie contrarî. Se qualche cosa trovasse all'indole o al fine del giornale non conveniente, pregava l'autore che la mutasse, senza parole però che punto sapessero di censorio: ma non egli certo, per dare agli scritti la stessa uniformità di colorito, osava a suo piacimento mutarli, come solevano invece il Murray, tra gli altri, e il Jeffrey: sistema tirannico odiosissimo a lui, e del quale piú volte il Foscolo e con ragione si dolse[528]. E quando il Botta ebbe qualche timore[529] che agli scritti suoi potesse qualche cosa mutarsi, il Vieusseux se ne dolse[530] oltre l'usato severamente, come di grave onta a sé fatta. Ma per ciò che riguardava, per dirla con sue parole, lo spirito filosofico degli scritti, e il fine morale e civile del suo giornale, poteva bensí con animo grato non raramente assentire a' consigli di amici autorevoli, ma nessuno mai avrebbe potuto piegarlo a pubblicare un articolo, se avverso alle dottrine conformi a' lumi del secolo, e in ispecial modo a' bisogni dell'Italia; se nel difendere una particolare opinione non vi si fossero usati, com'egli voleva[531], “modi urbani e gentili„; e se non vi avesse veduto “religiosamente rispettati gli eterni principî d'ogni sana filosofia„. Per questa parte egli voleva ampia libertà nell'accettare gli articoli, e francamente lo confessava. Trattandosi di inserire uno scritto del professore Del Rosso, “è piú che probabile — diceva[532] a Gaetano Cioni — che mi piacerà; ma potrebbe anche darsi che contenesse qualche proposizione che contrasterebbe troppo col sistema dell'Antologia, colla sua indole, col suo scopo; ed io voglio poterlo dir francamente all'autore senza espormi a vedermi scrivere impertinenze, come quelle ch'egli mi scrisse quando si trattò del Benedetto: io voglio, infine, senza guastarmi coll'amico poter rigettare tutto l'articolo, o domandar delle modificazioni, se il caso facesse che io lo creda necessario„. Poteva cedere, qualche volta, come quando per le pressioni del Giordani, del Forti e del Montani, accolse gli articoli del Manuzzi[533] su 'l Cesari, ch'egli “non voleva[534] ammettere nell'Antologia„: ma piú spesso e piú volentieri si lasciava guidare dalla sua esperienza, dal suo buon senso; e “in ultima analisi — scriveva[535] al Botta — io solo dirigo il mio giornale„. Cosí, contrastando con l'opinione di molti, rifiutava talvolta scritti di persone già note, e altri invece ne accettava o chiedeva di ignote, perché giovani ancora. Anzi, a questo proposito, con rara sincerità confessava[536] quanto a rendere piú degna dell'Italia l'Antologia si adoprassero non pochi giovani, alcuni scritti de' quali parevano a lui “lodevolissimi„: i quali giovani non sarebbero stati certo in su le prime come da lui altrettanto incorati e promossi da altri.

Come volentieri ricorreva e si affidava agli amici per le cose di erudizione e di gusto; come su certe parti del giornale non raramente sollecitava il loro franco giudizio, assicurandoli che non ne resterebbe offeso quello ch'egli diceva[537] “il suo amor proprio antologico„; cosí amava giudicare da sé ciò che era il sentimento e l'opportunità e il fine morale degli scritti: ne' quali giudizi l'animo sempre appariva spassionato e sereno perché non mosso da presunzione né da preoccupazioni o brighe di sette accademiche. “Una volta per sempre — scriveva[538] al Tommaséo — ricordatevi che quando vi farò un'osservazione, qualunque siasi, se non vi dirò essermi stata suggerita da altra persona, potete contare ch'io solo ne sono l'autore. Non essendo io né dotto né letterato, non ci metto nessuna pretensione: ricorro molto al giudizio degli altri per le cose di erudizione e di gusto, che mi mancano; ma per le cose di sentimento e di certe convenienze, ho sperimentato che la prima impressione, in me, è sempre la migliore„. Rifiutando a Celso Marzucchi uno scritto su opera francese poco nota, candidamente riconosceva[539] doversi egli limitare a considerazioni generali, non essendo tanta la sua dottrina da poter fare una critica piú sottile; e diceva com'egli, per giudicare dell'opportunità di uno scritto, solesse porsi nelle condizioni morali e intellettuali di un lettore non dotto dell'Antologia; rileggendolo poi, se non ne restasse persuaso, piú attentamente una seconda volta, e da sé stesso facendo le parti dell'autore. Egli, non cupido e non turbato dalle smaniose prurigini della gloria, non aveva ostinazione né ostentazione: modestamente, anzi, esprimeva i concetti suoi, pur qua e là destando germi di cose nuove; e ringraziava[540] i suoi “cari amici„ dell'indulgenza con che non isdegnavano porgere orecchio alle sue “ingenue osservazioni„: modestamente, e piú anche di quanto a volte dovesse, dimandava dell'opinione altrui, desideroso di apprendere in quell'età in cui i piú pretendono insegnare; e volentieri, quando ne rimanesse persuaso, assentiva perché in molte cose riconosceva la sua insufficienza. Ma voleva tuttavia egli solo dirigere il suo giornale; intimamente convinto che il suo buon senso molte volte valesse piú della scienza, piú di una illuminata fantasia; e che il complesso del giornale dipendesse non da sole circostanze letterarie e scientifiche, ma e dalle politiche, e da un'infinità di rapporti e contingenze locali, che l'esperienza di piú anni poteva sola far apprezzare.

Con questo buon senso che ho detto, e con la pratica della vita, e con l'esperienza sua grandissima delle cose, egli dirigeva il giornale, o per meglio dire, quelle forze del giornale, che pure abbiamo visto non sempre docili. E con l'autorità sua, data dalla fermezza e insieme dalla modestia, e con l'arte del persuadere, potente in lui perché commista con elementi d'amore, or tratteneva i troppo in sé fidenti, ora a' mal sicuri e di sé incerti dava animo e fiducioso ardire: ed egli solo bastava a tutti piú che ciascuno potesse bastare a sé stesso. Al Tommaséo, che lavorava troppo e troppo presto, e gli aveva mandato uno scritto su l'opuscolo di Baldassarre Poli intorno al necessario mutamento della letteratura, al Tommaséo il Vieusseux rispondeva[541]: “Per il mio giornale quest'opuscolo del Poli avrebbe dovuto essere argomento di un lungo articolo e complemento necessario di tutti quelli già pubblicati sul romanticismo, ed il vostro (scusate di grazia) non corrisponde all'importanza dell'argomento: egli è buono, ma potrebbe essere migliore, ed ammetteva piú citazioni e maggiori sviluppi. Insomma, l'articolo è fatto un poco in fretta„. Osservazioni garbate, che stimolavano a fare meglio, e delle quali non si poteva lo scrittore adontare. E un'altra volta (perché meglio si veda quale rispetto il Vieusseux portasse agli autori e a' critici, al pubblico ed a sé stesso) un'altra volta diceva[542] al Tommaséo: “.... Per l'articolo sul Cicerone..., ve lo confesso sinceramente, non sono contento. Non solo ha i difetti di uno scritto fatto troppo in fretta, ma è piú da pedante che da filosofo; e ciò proviene anche molto perché volendo far presto è piú facile attaccarsi a certi confronti di traduzione, che a delle considerazioni di un genere piú elevato. Il vostro articolo non potrebbe soddisfare né lo Stella, né il Cesari, né il pubblico. Poco importa de' due primi, ai quali non dobbiamo che un imparziale giudizio; ma il pubblico merita piú, ed in simile argomento s'aspetta per parte dell'Antologia uno scritto piú elaborato. Mio caro amico, s'io non vi credessi capace di farlo questo scritto piú elaborato, piú filosofico, meno pedante, non ve ne parlerei con tanta franchezza, e m'ingegnerei per farvi inghiottire la pillola il meno male possibile; ma come credo di conoscervi, ed al punto ove ne siamo, sarebbe una viltà per parte mia il dissimularvi la impressione ricevuta dalla lettura di quell'articolo; sarebbe mancare all'amicizia, senza poter evitare di dovervi far sapere, un po' piú presto, un po' piú tardi, che il vostro articolo non può convenire all'Antologia. E, disgraziatamente, non vi si rimedia con cancellare qualche proposizione, né con aggiungerne alcune altre. È falsato l'andamento generale, ai miei occhi almeno. Mio caro Tommaséo, vi lasciate abbagliare dalla facilità colla quale scrivete. Vi sarebbe poco male, si trattasse di riempire le colonne dell'Osservatore Veneziano, o di tutt'altra gazzetta quotidiana; ma per un giornale come l'Antologia, convien provvedere con piú lentezza. In pochi giorni avete scritto tre o quattro articoli piú o meno lunghi. Il Montani, per parlar di quel primo volume, mi avrebbe chiesto almeno un mese di tempo. Voi mi risponderete che per 30 franchi il foglio non si può stare piú settimane sopra 24 pagine; e voi avete ragione, fino ad un certo segno.... Del resto, questo articolo vi sarà portato in conto, come se lo avessi stampato; e voi dal canto vostro mi manderete sul medesimo primo volume un altro articolo, piú breve e meno dotto, ma piú filosofico e (forse giudicherete convenevol cosa) scritto in modo un poco piú rispettoso per la memoria di Marco Tullio, que vous avez traité un peu legérement....

Ammiratore non stupido dell'ingegno e non ombroso malignamente, benché non fornito di soda educazione letteraria, sapeva tuttavia, per una, direi quasi, luce serena d'intelligenza, conoscere gli errori; gli errori non solo, ma gli uomini e le armi adatte a combatterli. Indovinando, da un motto solo talvolta, la disposizione degli animi, e la forza, e la varia qualità degl'ingegni, a tale affidava lavori che certo non avrebbe ad altri commesso: e quando Giuseppe Salvagnoli pedantescamente assalse gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni, al Tommaséo, che pur voleva preparare[543] un articolo, non diede il suo assenso il Vieusseux. “Non ho voluto — scriveva[544] al Mayer — che il Tommaséo gli rispondesse nell'Antologia perché sotto la sua penna la cosa sarebbe degenerata in polemica„: e la risposta affidò al Mayer, piú sereno, piú mite; né volle tuttavia, pubblicarla, innanzi che i due fratelli Salvagnoli ne fossero stati avvertiti[545].

In somma, il Vieusseux faceva anche in questo come il buon medico, che nella cura pon mente all'età, alla complessione de' suoi infermi. Egli, che aveva l'arte di trascegliere gli scrittori, aveva anche il buon senso di ripartire secondo le varie loro tendenze i lavori; l'intuito di ciò che i tempi permettevano manifestare o tacere. Pronto sempre a rendere, entro i limiti del possibile, giustizia a ciascuno, e tanto moderato tuttavia da non darsi intero a un'idea letteraria o politica; sapendo stare sapientemente in dimidio rerum, e portando sempre una parola di pace; con finissimo tatto riusciva, fra tante difficoltà create dalle pretese e vanità letterarie, a mantenere un meraviglioso equilibrio; e quel che è piú, a far concorrere a un'opera comune tanti ingegni per attitudini e per valore contrarî, piú che dissimili. Non pensando egli come l'Acerbi[546], che gli scrittori di un giornale non dovessero “mai riunirsi, anzi neppur conoscersi„, perché non come l'Acerbi stimava i letterati “sublime canaglia„, al suo giornale provvedeva non solo co 'l rispettarli fin nelle debolezze, ma piú e meglio con li adunare familiarmente dintorno a sé. In quel Gabinetto, in quella sala dove soleva ricevere, ei dava la vita all'Antologia: ivi idee nuove destavansi e opinioni diverse venivano a riscontro; e quel rincontrarsi dissipava un gran numero di pregiudizi e di animosità, e se non sempre conciliava gli avversi, spesso però ne ammansiva piú d'uno o li rendeva tra loro tollerabili almeno.

Cap. III.
Le conversazioni nel Gabinetto scientifico letterario di G. P. Vieusseux

Io non so quanti nel passare per la piazza di Santa Trinita, tra la vecchia chiesa da una parte e dall'altra il severamente leggiadro palazzo Spini e la colonna di granito che regge la Giustizia medicea di porfido, non so quanti sostino un poco meditando dinanzi alla casa che ha nome dai Buondelmonti; e (seppur ve n'ha, oltre quelli attràttivi ora da altre faccende) quanti ne salgano con trepida commozione le scale. Me un senso di tristezza pervade quando su la porta di quella casa in cui gran tempo visse Gian Pietro Vieusseux, e dalla quale tanta onda di pensiero e di luce si diffuse non a sola Toscana ma a tutta quanta l'Italia, vedo quella lapide di marmo modesta, segno di tante civili splendide benemerenze, come soffocata dalle grandi insegne di un venditore di mobili, e di una società di assicurazione. Provvide cose anche queste per certo: ma io amo meglio pensare quella casa da altre faccende animata, risonante di ben altre voci, in altri tempi men lieti certo di questi, ma altresí piú fecondi di magnanimi sacrifici e di speranze animose.

Nel primo piano aveva il Vieusseux disposto il suo gabinetto di lettura, a simiglianza di quelli ch'egli aveva ne' suoi viaggi veduto in piú luoghi: ma piú importanza scientifica e letteraria ebbe il suo, e significazione civile e morale, di quanta e prima e poi ne ebbero que' molti Reading Rooms in Londra e quello del Galignani in Parigi. E quando altro merito non avesse per renderlo famoso, pur basterebbe l'aver esso dato il concetto in Italia di sí utile instituzione; per cui da Jacopo Balatresi in Lucca nel '26, e in Venezia nel '32 dal Missiaglia, e in Livorno dal professore Doveri, e in Pisa e in Siena e in Arezzo e in Pistoia e in Verona, altri gabinetti furono aperti a imitazione di quello, non simili certamente.

Una stanza accoglieva i giornali letterarî piú importanti, italiani e stranieri; un'altra, i politici di varie parti d'Europa e d'America: da sé restavano, in stanze diverse, i giornali inglesi e i nostri, non molti di numero. E poi, a disposizione de' leggenti, enciclopedie, dizionari, atlanti, e una ricca biblioteca, fatta con gli anni piú ricca, ove con dispendio affluivano da diverse parti le produzioni nostre e straniere migliori, di letteratura e di scienza, d'arte, di economia, di politica. Ma per il numero de' libri e de' fogli cotidiani divenuto via via sopragrande, salí il Vieusseux all'altro piano, e neppur questo bastando a contenerli, al terzo[547], edificato a sue spese. Nel secondo abitava, mobiliato da lui con semplicità decorosa; e l'ultima stanza, sufficientemente grande ma non ampia, posta a destra di chi guardi la casa de' Buondelmonti, serviva a lui per il disbrigo puntuale della corrispondenza e delle molte e diverse faccende. Ne erano l'ornamento maggiore uno scaffale ampio di libri e qualche busto in gesso, il suo scrittoio presso la finestra, alcuni divani in giro ricoperti con stoffa di cotone a fiorami, e in mezzo una tavola grande con sopravi le piú recenti pubblicazioni.

In quella stanza ogni giovedí primo del mese, e in un altro giorno da stabilirsi, teneva le sue adunanze[548] la Società medica fiorentina fondata nel '22, a similitudine[549] di quella del Vieusseux letteraria, dal Magheri, dal Betti e dal Nespoli; dietro l'esempio della quale, un'altra Società medica si costituiva in Livorno, che si adunava anch'essa[550], come la fiorentina, nel gabinetto letterario del professore Doveri. Ma quando la rinomanza del gabinetto Vieusseux, uscendo fuor di Toscana, si affermò per l'Italia tutta e per molte parti d'Europa; e per il numero de' visitatori e degli ospiti accolti divenuto grande oltremodo, il Vieusseux non poté piú assegnare alle sue adunanze solo un giorno per settimana determinato; avvertí[551] egli la Società de' medici, che i giorni di posta (martedí, giovedí, sabato e domenica) non poteva piú concedere la sua sala, e che anzi, terminato il 1824, le sue condizioni non gli avrebbero piú permesso di porla a loro disposizione.

Secondo i tempi e le stagioni, in giorni diversi (ora il lunedí, ora il sabato, ora il giovedí) soleva in quella sala raccogliere a crocchio scienziati e scrittori e cittadini illustri d'ogni parte d'Italia e del mondo: ma alle adunanze consuete, altre poi ne seguivano nel corso della settimana, straordinarie, per rendere onore a stranieri o Italiani capitati improvvisi in Firenze; molti de' quali attraeva la città con la fama de' suoi agi e vantaggi, molti ci facevano sosta da sé, per indi proseguire per Roma: cosí che raro accadeva che in quella sala non fossero frequentatori ogni sera. E quelli che là si recavano, accolti con festa grande ricevevano tanto dolci impressioni e gradite, che ritornati alle città loro, e ripensando con desiderio a Firenze, non tralasciavano raccomandare al Vieusseux nuovi ospiti e visitatori; desiderosi essi stessi d'intervenire a quelle riunioni ove era la parte piú eletta degli scrittori d'Italia, e dove erano certi di trovare accoglienza grata e giudici capaci di estimare l'altrui valore.

Ecco il poeta spagnolo Martinez de la Rosa, presentato[552] al Vieusseux da Marcantonio Jullien, direttore della Rivista Enciclopedica: ecco, tra i frequentatori piú assidui, il De Potter, che poi, lontano, rimpiangendo gli amici e le “belle riunioni settimanali„, gli raccomanda[553] l'amico Stendhal: ecco il Fauriel, “uomo dotto, amabile, e bel parlatore, e gran conoscitore della letteratura tedesca„[554]. E poi, Casimiro Delavigne, che pieno di ammirazione pe' greci prometteva[555] scrivere su la caduta di Missolungi: e il Witte, giovine ancora, che onorato con una speciale adunanza[556] dottamente parlava de' codici e de' commenti danteschi studiati in Venezia: e il Savigny[557], che a lungo discorreva, a preferenza con Pietro Capei, della nuova scuola storica tedesca, e della sua Storia del Diritto Romano nel Medio Evo. Quarantadue persone fecero festa[558] al celebre fisiologo Edwards, e al Ministro di Prussia barone Carlo de Martens, e al consigliere russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. E in quella sala echeggiò[559] la voce del celebre viaggiatore Guglielmo Ruppel, di ritorno allora dal suo grande viaggio; e quella del romanziere Cooper[560], che in que' suoi lunghi parlari soleva[561] fare del tavolino sedile; e quella[562] di Duvergier di Hauranne, e di St. Aignan, e del visconte Beugnot, e del conte Jaubert.

Rammentava[563] il Reumont, famoso per la sua bruttezza e per l'anima buona, rammentava, dopo piú che mezzo secolo, com'egli giungesse in Firenze la sera del 5 dicembre 1829, e smontasse nel palazzo Acciaioli, allora albergo tenuto da madama Hombert; e come[564] dal Vieusseux conoscesse primamente il Capponi, che cieco doveva egli anni dopo incitare alla stampa della sua Storia di Firenze. E in quella sala con grandi feste fu accolto[565] S. E. Falck, ambasciatore d'Olanda in Londra; e il Michelet, raccomandato[566] al Vieusseux dall'Edwards perché gli facesse conoscere gli amici del gabinetto; e Augusto Platen, con molte lodi presentato[567] da Niccolò Puccini. I quali stranieri ho qui voluto rammentare per primi, come testimonianza piú autorevole e della fama e del valore che il Vieusseux seppe dare a quelle sue radunanze; le quali, siccome ottenute per merito solo di lui, furono e resteranno sempre splendido, ma non facilmente imitabile, esempio di cordiale ospitalità del pensiero.

E che solo da lui provenisse e dalle qualità sue singolari il valore di quelle adunanze, e la possibilità stessa del numerare a sé d'intorno i compagni suoi di lavoro e altri uomini molti di varî paesi, ne fa fede il ripensare che Saverio Baldacchini affermava[568], parlando del Progresso, che “solamente di rado poté ottenersi che i principali suoi compilatori convenissero insieme„; lo dimostra il paragone delle riunioni del Vieusseux con quelle e prima e poi tenute in altri paesi. Gentile senza affettazione (cosa ignorata dai piú del cosí detto mondo elegante), e sapendo secondo i casi prevenire ed essere riservato, a giovani e a vecchi, noti che fossero o ignoti, faceva accoglienza conveniente. Trattava con dignità affabile e con familiarità rispettosa; pareva che avesse l'istinto di ricevere, di guidare la conversazione; e soprattutto si rivelava abilissimo nel saper mettere ogni nuovo venuto in grado di trovare ben presto nella sua sala un compagno di studî, di gusti, un concittadino, un amico. Parlava non eloquente, ma con urbanità dignitosa, con schiettezza rara a trovarsi in chi tratta molte e diverse persone e cose: e come sapeva avviare e tenere vivi i colloqui, sapeva altresí (pregio piú raro) “tacere; tacere e ascoltare: il silenzio e l'attenzione animando d'un sorriso, ch'era talvolta un giudizio eloquente„.[569] È quindi naturale che queste che erano virtú proprie a lui, e insieme i vantaggi e le comodità ch'egli liberalmente sapeva offrire nel suo gabinetto, non solo gli conciliassero la stima affettuosa di quanti lo conobbero, ma altri in gran numero invogliassero e a conoscere lui e a ritrovare con lui molti de' proprî amici. Frequente, per salutarlo, veniva da Pisa il Vaccà, che al dire[570] del Montani pareva “piú un distinto guerriero che un celebre professore„: e si era infatti trovato con la guardia nazionale di Parigi alla presa della Bastiglia, e poi a capo di quella di Pisa nella presa di Viareggio: e soleva, ridendo, contare come al professore Corvisart, non anche famoso, la signora Necker volesse vedere su 'l capo una parrucca a tre nodi, perché fosse degno del posto di direttore in uno spedale da lei fondato: ma che il giovine medico non volle accettare il patto, sembrandogli che il rimanere senza posto fosse minor male che il rendersi volontariamente ridicolo. E soventi veniva (finché non si stizzí del giudizio dato dall'Antologia su la sua Monaca) il ponderoso professore Giovanni Rosini, che il Pacchiani mordacemente chiamava[571] “il monacone di Monza„; il Rosini che non nominava mai l'Alfieri senza chiamarlo conte, né il Monti senza chiamarlo cavaliere, né il Condorcet senza chiamarlo marchese; pieno di sé e delle sue mani bellissime[572]. A quelle adunanze intervennero il predicatore Giuseppe Barbieri, e Carlo Troya[573], che lavorava allora su 'l famoso Veltro dantesco, e il prof. Giacomo Tommasini di Bologna: intervennero il Guerrazzi, che vi apprendeva[574] “a pesare, comecchè giovine, ognuno„; e Alberto Nota[575], e il traduttore di Sofocle e d'Eschilo, Felice Bellotti[576].

E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in contemplazione„ del quale fu fatta[578] un'adunanza che riuscí “numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo dell'arcadico — come lo definiva[581] il Vieusseux — il bello ideale di quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale confessava[582] che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non pubblicare “per rispetto al pudore„[583].

Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala, come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e divertente degli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co' suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva vivacemente ripetere[586] che avrebbe assai di buon grado patteggiato co 'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo, “disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588], atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e adirarsi[589] con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in previsione della morte tribolare[590] il Niccolini perché nel fargli l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591] “il piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore Poerio, uscito or ora stanco da una casa da giuoco. Vedo il Forti, che discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il toscano non c'è divario d'eleganza„[592].

Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città — scriveva[593] nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale, meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594] che Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro Manzoni?[595] La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe accolto da lui.

È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni compare in quella sala; tutti lo accolgono con grandi ovazioni, e tutti gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda, ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de' principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.

***

Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio — diceva[596] il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede, tour à tour piacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna (non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„ Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598] “piú cara di qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o apparizioni fugaci, parve[599] in un certo tempo al Vieusseux che fosse divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze nel palazzo Buondelmonti preferiva talvolta restarsene in casa “colla sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601] il Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone che noi amiamo e stimiamo!„. Egli però sapeva richiamare ben presto gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima, allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.

Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte; piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante: “ricordatevi — scriveva[602] agli amici il Giordani in una breve corsa alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux — sospirava[603] — non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli — scriveva[604] lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suo club dei sabati„: e il Leopardi affermava[605] ch'egli non vedeva altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le lagrime agli occhi — scriveva[606] al Vieusseux — quando mi ricordo di voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito — egli diceva[607] — or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„. Rimpiangeva[608] Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove altre volte in lieta e scelta compagnia aveva passato alcune serate, le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu felice — scriveva[609] al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad entrambi. “Il buon Vieusseux! — esclamava[610] — Quanto e con quanta gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.

Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611] a' suoi cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata, meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'Antologia è fatta parola[612] di una gita a Meleto, e di un'altra[613] al monte Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614] una visita co 'l Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615] il Pieri — “veramente assai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa d'Albany che riceveva, adorna del suo “gran fichu di linon alla Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati, distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente paragonabile, devo, risalendo con la memoria a una piú antica Firenze, ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera: devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera si adunavano nel Caffé Fiorio da prima, e poi nel Caffé di Piemonte, disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617]; ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una fucina, per breve tempo si preparò il Conciliatore, e tutte vi arsero le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e gl'intendimenti civili.

“In questa sera veramente invernale — scriveva[618] Mario Pieri — che bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini, ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de' libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica, si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la stampa gli articoli suoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima della versione della Pulzella d'Orléans, “grazioso lavoro e tutto naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come latinamente dovesse dirsi Gonfaloniere, essendo l'ora già tarda il Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620] dell'Antologia. Racconta[621] il Capponi, che solo a porre in carta ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie del Colletta, e dell'Antologia, sarebbe stata la piú efficace delle sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva, Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli contro questo epigramma[623]:

In ogni opera sua vero ed espresso

Sempre il buon dipintor pinge sé stesso.

Vedete un poco il professor Rosini

Come dipinge i birri e i birichini.

Né io già dico che in quelle riunioni tutto fosse utile quello che ciascuno diceva, né che in tutti i colloqui si trovasse materia da apprendere. Forse non altro che diletto poteva ritrarsi dal sentire Angelica Palli (la sola donna cui dal Vieusseux fu concesso una volta prendere parte a quelle adunanze, e che l'Antologia giudicò[624] “il piú bell'ornamento„ dell'accademia di Livorno), dal sentire, dico, la Palli improvvisare[625] prima in versi sciolti italiani una scena tra Ippolito e Fedra, e un'altra poi in alessandrini francesi tra Enea e Didone. Certo non utile grande potevasi ricavare dal sentire alcune terzine del Pacchiani in morte del granduca, o un discorso umoristico del Niccolini su la difesa di Erode, e uno del De Potter su San Francesco, e un altro del Cioni su San Domenico. E il conte Pagani Cesa che, non contento una sera di avere letto, incitatovi dal Mustoxidi, un suo scherzo poetico intitolato l'amore cappuccino, volle anche recitare un suo poema sopra un fatto scandaloso di una fanciulla veneta, che trovandosi in un monastero aveva a tutte le monacelle fatto un certo lavoro, che qui non posso ridire; fu a poco a poco abbandonato da tutti. Ed era in dodici canti quel poema: roba, dice[626] il Pieri, “da far morire di noia un povero cristiano„.

Tutto questo, che il Vieusseux doveva a malincuore bensí, ma pur qualche volta tollerare, tutto questo non era granché bello, né molto istruttivo per certo. Pure, in un certo senso, giovava: giovava, non foss'altro, a disamorare da certe cose, e a far in tutti sentire il bisogno di altre civili e morali, dove potessero con maggiore utilità propria e comune piú degnamente esercitare l'ingegno. Vi fu un tempo, ad esempio, in cui ogni domenica molte ore spendevano nella lettura[627] di varî canti della Divina Commedia: e questo ritorno al Poeta italiano ha tale significazione civile e morale, che certo non può essere da storico non leggiero dimenticata.

Chi potrebbe ridire i discorsi gravi, animati, su 'l bonificamento delle maremme, su le scuole di mutuo insegnamento, su' metodi varî di educazione, su' varî progressi dell'agricoltura; chi le discussioni, e i propositi, e le speranze, quando dal Mayer ritornante dalla Germania, dal Benci ritornante dalle sponde della Senna e del Reno, o da qualche altro venuto di fresco da lontane regioni, si apprendevano assai cose nuove, e nuovi e dolorosi confronti sorgevano spontanei nel cuore di ognuno? Ragionavano — dice[628] il Pieri — “di cose piccole, e grandi, e grandissime, senza nessun timore della Polizia„: e certo da lontano erano vigilati, secondo il costume toscano. Si diceva bensí in un rapporto[629], che nel gabinetto Vieusseux era stato veduto un rame rappresentante tutti i sovrani principali d'Europa stretti insieme da un imbasamento su la testa, su cui pesava la statua della costituzione; del qual rame era padrone il Capponi, che lo aveva per vie segrete ricevuto dall'estero: ma i birri toscani giravano intorno a quel gabinetto come lupi a presepi, senza avere l'ardire di entrare: né mai osarono imporre al Vieusseux, come in Venezia al Missiaglia, l'obbligo di “tener sempre aperta la porta d'ingresso nell'orario stabilito„[630]; né mai giunsero al punto che in Verona, dove il gabinetto era stato nel 1821 legalmente riconosciuto dal governo co 'l patto che le adunanze “fossero sempre sotto la presidenza di un delegato politico„[631].

In quella sala, senza nessun timore potevano liberamente parlare di tutte quelle cose di cui non era possibile nel giornale. Parlavano — un amico del Vieusseux lo assicura[632], che dell'ipocrita amicizia si valse per essere spia — parlavano di materie “politiche o letterarie, o di arti o di altre, ma sempre applicate alla promozione del liberalismo, e non di rado mettendosi a rigoroso scrutinio la condotta de' principi e loro ministri„: discutevano su “la necessità di eccitare in Italia lo spirito di associazione„; e si proponevano fare quanto era in loro potere per “illuminare il popolo, e prepararlo a gustare i benefici effetti di un regime costituzionale„. Cosí essi venivano fecondando nel suolo toscano i germi di quella nuova scuola del liberalismo, nemica alle congiure e alle rivoluzioni violente; meno splendida forse, ma piú costante e meglio assicurata; forte del sapere con prudenza aspettare, perseverantemente operando, e ferma nel credere che la grande impresa dell'indipendenza italiana non era da tentare senza prima avere conseguito il miglioramento morale del popolo, e l'armonia de' propositi, e la fermezza de' voleri.

Ben disse quella spia nel giudicare il Vieusseux “centro del liberalismo di tutta Firenze„: ma non di sola Firenze. Nella sua casa — afferma[633] il Guerrazzi — “l'eletta degli uomini divini, i quali levarono in mezzo a tutti i popoli la fiaccola della libertà, si stringevano le mani e baciavansi in volto„. Lí essi pensavano a distruggere tanti errori, lí a creare tanti strumenti di civiltà: e vi crescevano i sogni generosi, e calde vi rinverdivano le speranze. Era un'oasi ridente tra i silenzi del deserto, una piccola Italia libera in mezzo alla schiavitú della grande Italia. E quegl'Italiani e stranieri di nome, ma di cuori e sensi italiani, che lí si accoglievano, mettendosi in corrispondenza co 'l Vieusseux portavano tutti, per ciò che concerne il giornale, il loro contributo d'informazioni[634]. Cosí il Vieusseux riusciva da tutte le parti d'Italia e di fuori ad avere notizie su lo stato intellettuale ed economico, su' varî progressi, su' desiderî fuor di Toscana: e tutto ciò era messe feconda che arricchiva l'Antologia. Ma ciò che è piú, e che piú importa, per questi contatti amichevoli, per queste relazioni intellettuali, si formava via via una catena di propositi e di speranze, che inanellandosi insieme diffondevano in parti lontane e comunicavano tra parti divise l'idea della patria.

Cap. IV.
Il contenuto dell'Antologia

Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche. — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. — Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.

Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo ora all'insieme dell'opera.

Secondo il desiderio[635] del Vieusseux, che gli articoli fossero rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse lo scopo dell'Antologia, alle cose d'erudizione questa non mirò di proposito. Deplorava[636] anzi il De Potter, scrivendo nell'Antologia, “l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta animati„. E il Vieusseux concedeva[637] che una medaglia, un sonetto, un sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.

Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca del giornale pisano e dell'Arcadico di Roma; di cose d'erudizione l'Antologia è ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano l'Antologia gli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa operoso Giovan Battista Zannoni, nell'Antologia onorato piú volte dal Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639] all'Antologia: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale fiorentino rammenta[640] com'egli notasse che fino dal 1480 in luogo acconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641] e sanscritiche[642] ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644] Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645] de' Greci Enrico Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647] e il Montani[648]; e della greca poesia, a proposito de' canti popolari[649] raccolti dal Fauriel, Luigi Ciampolini, lodato[650] pe 'l suo commentario delle guerre di Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte nell'Antologia Sebastiano Ciampi, che vi annunciò[651] la sua opera su le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso discopritore di testi inediti a sue spese stampati. Né tacque l'Antologia, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657], uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron, lodato[658] dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal Valeri[659] per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di lui su' papiri greci, illustra[660] in tre lettere le leggi egiziane Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

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Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologia le cose filologiche: anzi, le prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661] che il giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662] il Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi filosofica — senza risalire ai principî ideologici, tutte le dispute intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa chiamata[664] “lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati disdegni invelenivano in odio; non poteva l'Antologia consentire. E ad abbattere l'edificio della Proposta scrisse[665] nell'Antologia Giuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„ che, spesso obliate nella Proposta, non dovrebbero mai disgiungersi nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri — diceva[666] — le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre la Biblioteca italiana con acri parole asseriva[667], che “il vanto de' Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da' ragionamenti e da' fatti, dalla filosofia e dalla storia„; pacatamente Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669] “meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e dell'arte; affermava[671] che la nostra lingua dovevasi “nella massima parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'Antologia è da lui[672] contro le accuse del Monti, e dal Botta[673] contro quelle della Morgan, e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani avvertiva[675] che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„. Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del Montani, e piú spesso dell'accademico Francesco Poggi[676], ampi resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero non impedí che nell'Antologia si riconoscessero[677] i pregi veri del Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nella Proposta, dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'Antologia definito le questioni su la lingua, può essere prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il Vieusseux esprimeva[680] il desiderio ben fermo che tali questioni non dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre una sola famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'Antologia: “I nostri posteri — scriveva[681] il Niccolini — chiederanno quale utile abbia tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682] che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683] il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fra Monna Proposta e il vero Ser Frullone„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava le dispute su la lingua per affermare[685] ancora una volta, che “una e unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del vero e carità pia della patria, furono nell'Antologia trattate le questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo il Tommaséo voleva[686] che Italiana si chiamasse la lingua, perché tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti altri toscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non altro nome potesse darsi se non d'Italiana.

Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità; l'Antologia (anche nelle cose di lingua come in tutte le altre aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de' puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688] meritate Prospero Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo, molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia, che in una orazione scriveva sempre lustri, quasi sdegnoso di adoperare il vocabolo anni; “lustri certamente è un illustre vocabolo — diceva[689] il Tommaséo — ma né anche anni, poi, non mi pare una parola oscena„. E se l'Antologia con rara imparzialità loda[690] nel Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691] di Giuseppe Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepe nell'affermare[692] con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però l'Antologia fu tutta volta a propugnare[693] l'uso di una lingua non morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste parole[694] di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.

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Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo insieme, l'Antologia: romantica, non ostante i pochi scritti del Botta, non ostante gli sdegni[695] del Niccolini contro gli ammiratori del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che definiva[696] il romanticismo “una novità di forma contraria al vero bello delle lettere, delle arti, della poesia„.

Ma se l'Antologia nella sua vita non breve ebbe difesa la libertà dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697] — da uomini che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si giudichino le opere da sé — diceva[698] il Tommaséo — senza badare a qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí l'Antologia poteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700] il Buondelmonte del Fores, come anni innanzi nel Conciliatore il Berchet la Narcisa. Affermava[701] infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il Forti[702] e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]: “vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„. Affermava[705] il Montani, proscrivere bensí il romanticismo ogni servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora, avvertiva[706] al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il Benci, notando[707] come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose, sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.

Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708] che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “un ricettario tragico infallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il Montani, prendendo in esame[709] la non meno famosa lettera del Manzoni al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco, ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E rintuzzando[710] la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si compiaceva[711] che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti, avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico si potesse dire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegni di giornale francese, il quale facendo notare[712] che il Montani credeva essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche dettaglio storico nuovo se non esatto„.

Come nell'Antologia fu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era detta[713] “un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714] nel giornale, recando in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715] di nuovo il Montani a difendere l'audace scuola assalita; affermando che neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era, di far notare[716] a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi di poeta sí grande non era prudente consiglio. Sorse tuttavia lo Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718] a reggere il trono della mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli chiamava[719] “predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si stizzí[720] co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata “agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che il popolo manda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda, quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'Antologia, dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della letteratura. Non dissimile in questo dal milanese Conciliatore, il giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera l'Antologia rendeva[722] onore a quei “romantici screditati, che parlavano.... nel Conciliatore di riforma del teatro..., della lirica e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'espressione della società„. Voleva[723] il Montani, che la letteratura significasse “non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724] che cosa di massima importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo, al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni offesa alla morale o civile o domestica„.

Non classica dunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire, volevano gli scrittori dell'Antologia la nuova letteratura; o come il Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendo tutta italiana, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo egli nell'Antologia si doleva[726] co 'l Benci, che troppo in Italia quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove avvertiva[727], che se lo studio dell'arte greca e romana e italiana molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo studio vero dell'arte straniera.

A lungo parlò[728] egli delle memorie del Goethe; e in una serie di lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a' grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„, raccomandava[729] il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730] che l'Antologia rappresentasse all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere: e nell'Antologia infatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne recano[731] alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732] Michele Leoni delle tragedie di Byron: dà[733] saggi il Montani della traduzione del Prigioniero di Chillon, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734] l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio l'indagine profonda del cuore umano: e altrove il Leoni reca[735] tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736] Camillo Ugoni all'Antologia ragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo: diede[737] Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e ampiamente il Montani discorre[738] del Villemain, udendo una lezione del quale il Lampredi confessava[739] che nell'antica Sorbona per piú di un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'Antologia dello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740] “una mirabile vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori del Journal des savants; e in nominarlo una volta, per commento aggiungevano[741] al nome: “intelligenti pauca„. Ha[742] l'Antologia notizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743] della russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse avvertire[744] “lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si diffonde da quelle gelide regioni„.

Bene dunque può dirsi che l'Antologia, nel rendere onore a' grandi ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745] dell'Hernani, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746] che in Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nel Fausto fare un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.

Ma se l'Antologia fu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo degli imitatori servili fu sempre nemica l'Antologia: e quando (per citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli imitatori legge davvero; derise[747] il Tommaséo l'anonimo autore di un romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dalla Divina Commedia: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe: Non uomo, uomo già fui„; e cosí via di séguito, con finissima arguzia.

Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande arte straniera propugnava l'Antologia: “Non imitiamo i Tedeschi — scriveva[748] il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria, ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.

Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse l'Antologia di correre dietro alle servilità forestiere, le lodi da essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori. Affermava[749] lo stesso Vieusseux essere vanto dell'Antologia dimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'Antologia reso[750] al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le lodi concesse[751] da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto rappigli il poco, dirò solo di Dante.

Assentiva il Monti, che nell'Antologia vedesser la luce due lettere sue[752] intorno alla questione, dal Valeriani ben detta magra, sorta fra varî su l'intelligenza del verso: poscia piú che il dolor poté il digiuno: e di cose dantesche scrisse nell'Antologia Carlo Witte, il quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753] l'insufficienza di ciò che intorno alla Commedia e alle altre opere del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse il Cioni piú volte una rivista dantesca[754], promessa dal Giordani che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'Antologia, “abituale indolenza„: vi diede[755] il Tommaséo saggi di quel suo, quasi per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [Dante] non altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.

Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'Antologia, è da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studî nuovi qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756] l'Antologia, che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757] che anco delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„. Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758] il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere della Divina Commedia„. E quando il Nuovo giornale dei letterati ebbe a dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi privatamente scrisse[760] al direttore di quel giornale, dichiarando cessata la sua associazione; ma nell'Antologia con una lettera al Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo studio delle opere di Dante — egli scriveva[761] — è sí necessario, che se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.

Cosí appunto l'Antologia serbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe' nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera, voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti, nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.

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È dunque naturale che l'Antologia mirando nelle cose letterarie piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763] bensí il suo direttore, che volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori del Conciliatore, i quali pensavano[764] che piú che dilettare era necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe meditazioni.

Di scritti ameni infatti può l'Antologia numerare solo una descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766] delle cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle Tiberina: una prosa[767] del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e due[768] del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769] del Borrini, in vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di Cristo: la cantica[770] del Niccolini, la Pietà, ch'egli diceva scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771] dell'epistola ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della sua Iliade italiana diede[772] Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773] di Teocrito e delle odi[774] di Pindaro; di non poche delle quali via via il Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha l'Antologia un sermone[776] e un'ode[777] di Giovanni Paradisi; un'ode[778] del Monti, e un carme[779] del Lamartine: nel recare i versi del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra. E al Vieusseux il poeta francese mostravasi[780] grato di quella nota “letterariamente lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.

Altri versi non ha l'Antologia: e per le stesse ragioni dette riguardo a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781] le melodie di Paisello e di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo paragonato[782] al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete fece[783] al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784] il Franceschini; rispose[785] il Benci, riportando le lodi date al Rossini dallo Stendhal.

Scritti migliori e piú frequenti ha l'Antologia, che toccano di pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786] a Gino Capponi una lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787] del distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788] su le arti belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789] “difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790] della pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791] in ridicolo dalla Biblioteca italiana, imaginando che Raffaello da Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792] il marchese Ridolfi intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.

Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che nell'Antologia Leopoldo Nobili espose[793] i suoi tentativi, dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i metalli, da lui chiamato metallocromia: e di certe pratiche nuove per dipingere ad olio, loda[794] Melchior Missirini Marianna Pascoli Angeli. Prima l'Antologia agli studiosi additava[795] un dipinto di Giulio Romano; primo il Montani parlava[796] di una tavola di Leonardo, agli studiosi nota solo di nome. E l'Antologia fa[797] le lodi di Pietro Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco, morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799] l'animo buono di lui, dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.

Per ciò che riguarda la scultura, sono da rammentare soltanto le pagine[800] del Niccolini su Michelangelo, e due scritti del Giordani: l'uno[801] su la Psiche del Tenerani, l'altro[802] su la Carità del Bartolini: diretto quest'ultimo scritto all'amico Cicognara, il quale per la fusione in bronzo del gruppo della Pietà canoviano rende[803] onore a Bartolomeo Ferrari.

Di cose di architettura ha l'Antologia uno scritto[804] dell'ingegnere Rodolfo Castinelli intorno al restaurato palazzo Spini; a proposito del quale, discorre di uno stile architettonico, da lui notato in Firenze, che egli chiama repubblicano. E nel parlare di varî generi d'architettura, non so chi nell'Antologia si sdegna[805] della “prosaica monotonia„, e della “gretta ed inelegante mondezza„ delle costruzioni moderne; sperando per opera di artisti valenti abbelliti i passeggi, le contrade, le piazze, le case. I quali scritti, da me fin qui ricordati, possono ben dimostrare, che se le cose spettanti l'arte non ebbero mai nell'Antologia il primo posto, non furono però trascurate del tutto, né svogliatamente trattate. Lo stesso Vieusseux, prima che iniziasse il giornale, poneva[806] a disposizione degli artisti il secondo piano della sua casa perché vi esponessero le loro opere d'arte: e delle esposizioni annuali tenute in Firenze e in altre parti d'Italia, piú volte nell'Antologia è data[807] notizia; e cosí pure delle varie accademie nostre e straniere di belle arti. Nel parlare delle quali, saggiamente il Cicognara avvertiva[808] che esse, piuttosto che utili, dannose sono allo scopo per cui si creano, e che senza il loro concorso fiorirono gli artisti piú grandi. E discorrendo di certi artisti venuti fuori dalle accademie di second'ordine, “quante mediocrità — esclamava[809] un anonimo — destinate a patire nel mondo, ad avvilirsi per vivere; quanti ingegni rapiti ai mestieri utili!„.

Ma queste osservazioni non impedirono tuttavia che nel giornale fiorentino si lodasse[810] l'accademia di belle arti nel 1827 fondata in Ravenna dal conte Alessandro Cappi e da monsignore Lavinio de' Medici; non impedirono che nell'Antologia si ammirasse la grande arte e si lodassero, come si è visto, gli artisti veri. E in essa uno scrittore con animo “veramente amareggiato„ veniva notando[811] i guasti prodotti dagli anni, e piú dalla negligenza, in certi tabernacoli di Firenze: delle quali amarezze, se quello scrittore potesse oggi vedere l'Italia, non troverebbe per vero motivi da confortarsi di troppo.

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Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologia gli argomenti di scienza, secondo i desiderî del Direttore e lo scopo al quale in ogni cosa mirava, trattati non tanto in sé e per sé espressamente (ché altri giornali in Italia erano a ciò destinati), quanto rispetto alle utili applicazioni che ne' diversi rami dell'industria se ne potevano trarre in vantaggio del popolo, e in preparazione del suo morale e materiale progresso. E per dire anzi tutto delle scienze mediche, piú volte l'Antologia propugnava l'uso della vaccinazione; e in essa Cesare Lucchesini proponeva[812] non doversi ammettere nelle scuole di mutuo insegnamento i fanciulli a' quali non fosse stato innestato il vaiuolo. Degli studî dell'Edwards su' caratteri fisiologici delle razze umane, e della scoperta di Girolamo Segato, di pietrificare i preparati anatomici, l'Antologia dà notizia[813]: e del magnetismo animale, e dell'opera del Puccinotti su le febbri intermittenti, discorre[814] il dottore Emmanuele Basevi, il quale proponeva[815] cosa che non so di quanti medici oggi troverebbe l'assenso: proponeva che di tanto in tanto subissero esami tendenti a rendere conto della loro cultura ne' progressi teorici della scienza, e del modo con che si comportano nel metterli in pratica. De' risultati dell'adunanze tenute dalla Società medica fiorentina, regolarmente l'Antologia ragguagliava i lettori: né mancano ad essa scritti[816] del Magheri né del professore Pietro Betti.

Per ciò che piú propriamente riguarda la storia della medicina, ha, pubblicato dal Capponi, uno scritto[817] inedito di Antonio Cocchi, decoro della medicina toscana, sopra Asclepiade; del quale è detto, tra l'altre cose, alcunché di simile concepisse alla stessa attrazione newtoniana. Ed ha un elogio[818] del grande anatomico Paolo Mascagni, nome caro a' Toscani ancor esso.

Di un altro grande nella scienza anatomica, di Antonio Scarpa, ammiratore intelligente dell'arte, il nome è ricordato[819] a proposito di un elmo di ferro: ma non so quanto di vero sia in quella “fredda durezza del cuore„ rimproveratagli[820] dal Tommaséo: questo so, che Giovanni Bell nel passare da Pavia diceva[821] che mai non gli uscirebbe dall'anima quella tanta dolcezza che vi aveva instillata la conoscenza di lui. Parlando del quale, il Libri racconta[822] che nel momento dell'invasione francese non volle lo Scarpa giurare fedeltà al nuovo governo; per il che fu deposto dalla cattedra: e racconta come Napoleone, venuto qualch'anno dopo a incoronarsi in Milano, visitando l'università di Pavia e conosciutivi i professori, chiedesse dello Scarpa: gli dissero la cosa; “Eh, che importano, — rispose — il giuramento e le opinioni politiche? Scarpa onora l'Università ed il mio Stato„. Nel che il grandissimo despota mostravasi in verità assai meno illiberale di certi ministri dell'istruzione pubblica.

Nell'Antologia scrisse, tra gli altri, il dottore Luca Stulli, il quale in uno de' suoi scritti ragiona[823] di un modo singolarissimo con grande fiducia usato dagli abitanti del villaggio di Lastra, nell'Erzegovina, per guarire dalla pleurite: legano a un palo il malato, coperto di un panno inzuppato d'acqua diaccia, e il palo collocano tra due fuochi, girandolo a guisa di spiedo finché il panno sia asciutto; e la cura è finita. Ma senza andare tra' Turchi, nell'Antologia si assicura[824] che nel 1830, nell'ospedale di Genova amministrato da una giunta di nobili e di negozianti, a' giovani chirurghi fosse vietato l'assistere a' parti per istruirsi nell'ostetricia: e al visitatore che dimandava come potessero essi istruirsi in quel ramo di scienza importante, un giovine assistente rispondesse: “imparano il tutto sulla macchina: e quando sono invocati, operano come sanno. Del rimanente le donne fanno loro„. Sistema cotesto non so quanto scientifico, e del quale non so quante donne potessero dirsi contente.

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Per dire ora di ciò che tocca le altre parti della scienza, prometteva[825] il Vieusseux, per meglio ragguagliarne i lettori, trattazione di queste piú ampia nel suo giornale: e nell'ottobre, infatti, del '23 cominciò[826] pubblicare un bullettino scientifico valentemente compilato dal Gazzeri, cui fornivano materia l'Antinori ed il Nesti, il Pagnozzi, il Raddi, il Repetti, e piú specialmente il Ridolfi, il Libri e il Tartini: bullettino dove gli studiosi trovavano sollecita e concisa notizia d'ogni cosa importante. Rammenta sempre l'Antologia i lavori dell'Accademia di scienze di Torino e quelli della Gioenia di Catania: e nell'Antologia Giuliano Frullani espose[827] una formula nuova per rappresentare le coordinate de' pianeti nel moto ellittico; formula che ebbe le lodi del celebre Poisson. Diede[828] l'Antologia a suo tempo notizia dell'avere il Padre Inghirami tra' primi in Europa osservata la cometa comparsa nel gennaio del '22, che fu “la prima regolarmente e con opportuni mezzi osservata in Firenze„: e di comete parla[829] egli stesso, il Padre Inghirami, scrivendo lodi sentite di quel Luigi Pons, che, ignoto custode dell'osservatorio di Marsiglia, si rese poi celebre meritamente. Del Padre Inghirami comparve[830] anche un saggio notevole di livellazione geometrica della Toscana; e del Volta una lettera[831] su la tanto discussa invenzione de' paragrandini. Nell'Antologia si ragiona[832] delle ipotesi del conte Paoli di Pesaro su 'l moto molecolare de' solidi: Silvestro Gherardi vi parla[833] di alcune esperienze su le nuove correnti e le scintille magneto-elettriche; e delle sue esperienze[834] su l'elettricità de' raggi solari, Carlo Matteucci; come delle loro ricerche[835] sopra le forze elettro-magnetiche, il Nobili e l'Antinori, difesi[836] entrambi dal Gazzeri contro un giornale inglese, che negava loro la priorità di certe scoperte, tempo innanzi spontaneamente riconosciuta. Al quale Gazzeri, Luigi Napoleone Bonaparte indirizza due lettere[837] intorno alla direzione degli aereostati: e Carlo Luciano parla[838] di una nuova specie di uccello di Cuba, da lui chiamato Ramphocelus Passerinii, in onore al benemerito zoologo italiano; parla[839] delle variazioni a cui, come certi deputati, vanno soggette certe farfalle. Né all'Antologia manca il nome di Paolo Savi, di cui si annunciava[840] aver egli scoperto un nuovo genere di salamandra e di talpa; né quello del Raddi, il quale discorre[841] di nuove specie di piante trovate da lui nel Brasile: e in essa il Repetti loda[842] il tipografo Marsigli dell'avere iniziato la pubblicazione degli Annali di Storia Naturale per maggiormente diffondere questa scienza.