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PAOLO VALERA

DAL CELLULARE A FINALBORGO

ILLUSTRATO DA G. ZUCCARO

Non è quello che si è sofferto noi quello che più mi pesa, ma quello che si è fatto soffrire agli altri.

FEDERICO CONFALONIERI.

MILANO

TIPOGRAFIA DEGLI OPERAI (SOC. COOPERATIVA)

Corso Vittorio Emanuele 12-16

1899

ALLA

MIA BUONA MARIA

__L'inverniciatore descrive il camerotto di S. Fedele.__

Ho sempre avuto la fortuna di trovare sul cammino della vita dei simpatizzatori o delle persone che mi volevano bene prima di conoscermi. Al Cellulare, nello stanzone di «carico e scarico», mi si registrava e mi si salutava come un personaggio di casa. Mi si ricordavano episodii della mia vita cui io avevo completamente dimenticati. Come quello di essere stato alloggiato in una cella come scrittore scollacciato o come un égoutier della penna.

Tra gli impiegati che volevano assolutamente essermi utili, era un giovinetto alto, elegante, con una bella faccia illustrata dai baffi superbi e chiari e illuminata dalla lucentezza degli occhioni neri in campo azzurro. L'unghia lunga del mignolo e la cravatta di foulard a palloncini gialli sul fondo solferino pallido, e i manichini che gli uscivano candidi dalle maniche, gli davano l'aria di gran signore.

—Se le occorre qualche cosa non mi dimentichi.

Lo ringraziai con la voce turbata dalla gentilezza. Era una consolazione trovare chi non aveva paura di stendervi la mano nelle giornate di Bava Beccaris. Prima dell'arresto passavo per le vie come un fantasma che faceva germogliare in coloro che mi conoscevano un'interrogazione:

—Come, non è ancora stato arrestato?

Gli intimi sgusciavano via come ombre. Era in tutti lo spavento di compromettersi. Se l'imprudenza mi faceva fermare qualche amico, l'amico diventava smorto e mi diceva, con l'orologio in mano, che doveva correre in qualche luogo.

Domandai subito una stanza a pagamento. Era troppo tardi. Le stanze di lusso erano state tutte prese dai deputati, dai giornalisti e dalle persone facoltose che mi avevano preceduto. Ma non dovevo preoccuparmene. L'impiegato che mi voleva bene se ne sarebbe occupato come di una cosa personale. Per il momento bisognava accomodarsi come si poteva, perchè il Cellulare non era mai stato così pieno.

—Ha dei libri?

—Neppure uno! Mi hanno sorpreso ieri mattina in letto e nella confusione mi sono dimenticato di insaccocciare un po' di munizione intellettuale.

—Non ci pensi, stia tranquillo. Parlerò io al bibliotecario e verrà immantinenti a portarle volumi che le piaceranno. Dei romanzi che ho letto io e che le faranno passare le giornate come in un sogno.

—Di Barrili?

Uscito dalla stanza della registrazione, passai un cancello di color oscuro e mi trovai in un ambiente assai diverso. Non c'erano più riguardi. L'angelo custode mi trattava volgarmente col voi.

—Tirate fuori tutto ciò che avete nelle tasche!

Nella stanza della visita mi ingiunse di svestirmi, e di fare presto, perchè lui non aveva tempo da perdere.

—Fuori anche le calze, mammalucco!

Mi palpeggiò gli abiti e la biancheria con la voluttà dell'aguzzino alla ricerca di qualche cosa nascosta.

—Che cos'è questo?

—Un lapis!

—Vi piacerebbe un lapis! Perchè non l'avete tirato fuori quando ve l'ho ordinato?

Non gli risposi neanche. Era anche lui un'autorità del momento.

Mi condusse di sopra al primo piano, e mi chiuse in una stanza «intermedia». Le «intermedie» servono per i malviventi di passaggio. Hanno sei o sette sacconi di paglia in terra, la secchia dell'acqua e il bugliolo delle evacuazioni nell'angolo. Nei giorni di Bava Beccaris erano affollate di «rivoluzionarii».

Non ci volle molto a capire che i miei cinque compagni erano degli idioti che nessuno sarebbe mai riuscito a intellettualizzare. Erano stati sorpresi dal ciclone militare, ma tre di loro non sapevano neppure il significato della parola rivoluzione. Il quarto era un giovanotto mingherlino che faceva il tintore in una fabbrica a qualche miglia dalla ripa di porta Ticinese, e che nella giornata di sabato era andato con degli altri a bere nelle osterie senza pagare e a domandare dei prestiti a dei fittabili senza l'intenzione di restituirli.

—Credevate di fare la rivoluzione?

—Sì, mi disse egli chiudendo le dita a ventaglio. Facevamo della rivoluzione! Non creda però che si sia fatto denaro. Finita l'escursione, avevamo bevuto mezzo litro di vino e ci saremo spartiti una e cinquanta a testa.

Il quinto era un ex-cameriere che si occupava più della sua pipa e del suo ventre che degli avvenimenti che lo avevano mandato in prigione. Era uno sboccaccione che mi fece sentire più di ogni altro la ripugnanza per la coabitazione forzata. Egli non aveva riguardi. Si scaricava delle ventosità nel modo più indecente.

Il più buono dei tre era un inverniciatore che passeggiava dalla mattina alla sera coi tacchi ferrati come i piedi dei cavalli, zufolando, o dando in ismanie per essere stato arrestato senza colpa alcuna.

—Si figuri che io non ho saputo della morte di Vittorio Emanuele che ieri; questo per dirle che non ho nulla di comune con l'uomo politico. Ero in casa che stavo per andare a dormire. Tra le otto e le otto e mezza sentii bussare. Chi è? Andai ad aprire. Erano due agenti di questura in borghese. Mi domandarono se ero il tale. Nossignori, risposi. Come vi chiamate? Così e così. Venite con noi, che il questore ha bisogno di parlarvi. Il questore? Non me lo feci dire due volte. Chi male non fa, paura non ha, va bene? Avevo lavorato tutti i giorni come nelle altre settimane e alla domenica ero andato col mio ragazzo a pescare.

Di che cosa dovevo avere paura? Dissi alla moglie di non inquietarsi che sarei ritornato subito. Il signor questore non era uno stupido e sapeva quel che si faceva. Mi buttai in dosso la giacca in fretta e giù dalle scale con loro. Mi parevano buoni diavoli. Parlavano come persone dolenti di avere dovuto disturbarmi. Si figurino! Faccio intanto una passeggiata. Sul corso di porta Magenta mi diedero anzi un solfanello per la pipa. Piperei tutta la vita. Quando fummo in questura parlarono con un altro e mi lasciarono dicendo che sarebbero venuti a prendermi. Con tante cose da fare in quei giorni, si saranno dimenticati, perchè li aspetto ancora.

Fatto sta che il nuovo individuo mi disse di vuotarmi le saccocce. Se non ho niente! Guardi pure. Faccia il comodo suo. Sono uscito di casa per un momento. D'abitudine non vado mai attorno coi denari in tasca. Al sabato consegno la settimana alla mia donna e non ci penso altro. Quando ho il tabacco per la pipa, basta. Non sono mica un beone che sciupa il sudore di una giornata nelle bettole. Coloro che frequentano il trani finiscono sempre male.

Dicevo bene? Sicuro che non avevo niente, aperse l'uscio del primo camerotto e felicenotte. Non mi disse neppure che chiudeva. In casa mia, nel casone di via Ochette, siamo in sei e si vive tutti in una stanza. Si sa, un povero operaio non può fare tanto cogli affitti così cari. Si figuri che pago più di cento lire all'anno. C'è di buono che il padrone è una pasta d'uomo. Se non arrivo in tempo non mi butta in istrada. È un padrone di casa che sa anche lui il vivere del mondo. Con dei figli che mangiano tanto pane, un povero padre non può sempre pagare la pigione in giornata. Che cosa dicevo? Parlavo del camerotto. Un vero castigo di Dio.

Mi sono trovato in mezzo a un fumo che mi fece chiudere gli occhi e tossire come un vecchio di sessant'anni. Non ci si vedeva. Era pieno come un uovo. Gli uni erano addosso agli altri e nessuno poteva muoversi. Creda a me che non dico bugie. Erano gli uni sugli altri come le sardine. Fu una vita da cane la notte del mio arresto. L'aria che si respirava rivoltava lo stomaco. Faceva venire voglia di vomitare. Nel piccolo spazio tra l'uscio e il tavolazzo, pareva di essere in una marcita. Gli sputi di tutta quella gente che masticava il tabacco avevano ridotto il terreno molle e sdrucciolevole. Coi piedi nelle pozzanghere si stava malaccio. Si sentivano i reumatismi venire su per le gambe. Non si poteva camminare perchè eravamo in troppi. Quando tiravo su il piede per poggiarsi sulla gamba, sentivo il «ciac» della palta che si staccava dalla suola. I muri sudavano. Era un sudore che restava alle dita come la gomma. Sul tavolazzo non si stava meglio. I seduti dovevano tenervi le gambe piegate fino agli occhi con le dita allacciate. Quando c'era qualcuno che aveva bisogno di spandere acqua, si voleva morire. La tinozza lasciava venir fuori un odore che asfissiava.

Non c'era posto, ma il carceriere era un diavolo che non faceva caso a quello che dicevamo. Apriva e ne cacciava dentro degli altri senza tanti complimenti. Lui non aveva tempo da perdere. Conosceva nessuno e trattava tutti alla spiccia. Cinque o sei erano vestiti bene. Si capiva che dovevano essere persone di considerazione perchè avevano gli anelli brillantati sulle dita che abbagliavano la vista. Un signore grosso, col pancione dell'uomo che mangia bene, faceva compassione. Si asciugava gli occhi e diceva che la sua famiglia avrebbe pensato male a non vederlo andare a casa. C'erano degli altri nella stessa condizione. E la mia Margherita? Mi pareva di sentirla piangere. La vedevo andare alla finestra tutta disperata a cercarmi giù nell'ombra o all'uscio della scala ogni volta che sentiva i passi di qualcuno. In dieci anni di matrimonio non ho mai dormito fuori di casa. E una povera donna che voglia bene al marito si impressiona.

In pochi nasceva il bisogno di parlare. E quelli che dicevano qualche cosa era per lamentarsi di essere stati portati via dalle loro famiglie innocenti. Io ero sempre in piedi che aspettavo il posto d'uno del tavolato. Mi ero straccato a stare lì senza muovermi.

Dovevano essere le dodici. La gente del camerotto sembrava sopita nel tenebrore della lanterna. Si vedevano qua e là teste che precipitavano sul petto come cariche di piombo. I gruppi appisolati avevano pose che in altri momenti avrebbero fatto sgangherare dalle risa. Qua e là si russava come tanti porci. Lungo il corridoio si udivano, in certi momenti, tonfi o corpi che si urtavano violentemente con delle grida che morivano dietro gli uscioni.

Un po' dopo ho dovuto ricaricare la pipa e fumare, per illudermi che gli individui sulla tinozza erano persone sedute. Venivano via i miasmi della fogna che mi andavano per la cappa del naso come della starnutiglia. C'era uno in manica di camicia che non pativa come pativo io. Mangiava il suo pane senza starnutare. Era già stato in prigione e ci aveva fatto l'osso. Mi diceva che era uscito ieri l'altro dal Cellulare e che aspettava la scarcerazione d'ora in ora. Non era però impaziente. Aveva la sorveglianza e con la sorveglianza si sta meglio dentro che fuori. Parola d'onore. Dai tredici ai diciannove anni non aveva fatto altro che uscire per rientrare, sovente senza guadagnare un centesimo. Gli ho domandato che mestiere faceva. Parve sorpreso. Sono cose da domandare? El tirador de sacchett.

Pescava nelle tasche delle signore, mi diceva lui, con una delicatezza che non disturbava le derubate. Doveva essere un buon diavolo, perchè raccontava su tutto, come tra vecchi amici. L'ultima volta era stato côlto in chiesa. Non immaginatevi grandi guadagni, mi diceva. In chiesa si busca da vivere, ma non si fanno quattrini. Le donne vi vanno a pregare con la moneta in saccoccia per la scranna e per qualche povero all'entrata. Non c'è che la signora in via a fare spese di qualche importanza che vi vada col portamonete gonfio. E poi credete che si possa continuare a lavorare nello stesso sito? Se vi ritornate prima di qualche mese vi sentite agguantato da due falsi divoti che vi aspettavano da un pezzo. È una professione piena di rischi. Se non fosse tardi, l'avrebbe cambiata da parecchi anni. Ma adesso c'è e bisogna che vi resti.

Venni svegliato dal fracasso dell'uscione. Se ne cacciarono dentro altri cinque o sei, venuti da chi sa dove, a pugni sulla testa e sulle spalle. Ero così ingarbugliato dal sonno che non ho potuto vedere le guardie in borghese che pestavano gli arrestati senza misericordia. Forse avevano ragione. I cinque o sei non mi parevano facce da galantuomini. Si erano lasciati battere senza dire una parola. Si tiravano su i calzoni e facevano sparire i pugni dai cappelli, con la grazia più naturale del mondo. Chi erano? Pochi di buono indubbiamente. Sono stato arrestato anch'io, ma non mi si è fatto nulla. Gli agenti non sono poi dei cani, diavolo. Non dànno via per il gusto di dar via. Siate onesti, se volete essere rispettati.

Si respirava come i moribondi. Anche quelli seduti incominciavano a dire che era una vera porcheria chiudere in una stanza lurida tanti cittadini. L'acqua doveva essere diventata calda come l'orina. Pure si beveva con piacere perchè c'era una caldura che toglieva il respiro e c'erano delle ore prima che venisse mattina. Non potete immaginarvi come mi dispiaceva di non avere avuto cinque centesimi in tasca. Sognavo l'alba con un bicchierino di grappa. Fa tanto bene quando si ha i piedi nel sudiciume e si è passata la notte senza dormire. Non so che cosa si faceva di fuori. Ma di tanto in tanto udivo delle persone che s'arrabattavano per la muraglia urtate da qualche prepotente che smanacciava. Erano forse degli altri arrestati che gli agenti spingevano nei camerotti.

Alle quattro non si poteva più dormire. Si sentiva il sussurro del brodo che bolle nella caldaia coperta. Si chiacchierava sottovoce. Si ragionava sui tumulti di Milano.

Nessuno sapeva come avevano avuto principio, ma tutti erano d'accordo nel biasimarli. Perchè avevano fatta la rivoluzione? Si parlava di morti e feriti come se ci fosse stata una grande battaglia. Ho sentito cose da far venir su la pelle d'oca. Perchè avevano fatto la rivoluzione? Era la domanda che si facevano l'un l'altro di tanto in tanto. Non si stava forse bene? Non erano che i lazzaroni che si lamentavano. La gente che lavora non ha tempo di pensare a tante storie. Il lavoro stracca e non lascia il tempo di sentire asinate. Quando io vado a casa alla sera, mangio la minestra con ingordigia, faccio la mia pipata con piacere e vado a letto mezzo addormentato. Gli oziosi vanno in giro e si scaldano la testa.

Si aperse di nuovo l'uscione con fracasso. L'incaricato pareva in collera. Povero diavolo, non aveva chiuso occhio in tutta la notte. Doveva essere sfinito morto. Si fece un'altra infornata. Dicevano che non c'era più posto. Ma gli agenti provavano il contrario. Cacciavano su gli arrestati calcandoli alle spalle con sfuriate di parole porcone. Aspettiamo a biasimare gli agenti. Non si sta su tutta notte senza perdere la pazienza e non si dicono villanie senza qualche ragione. L'uscio si richiuse con rabbia. Gli entrati parevano bruti. Quattro erano malvestiti e dovevano essere vagabondi. Gli altri avevano l'aria di essere signori. Uno di essi era grosso, piccolo, con un cappellaccio in testa che faceva paura. Poteva essere un rivoluzionario. Ho sentito dire che era uno scultore che aveva fatto la barricata con le sue statue e che aveva messo le mani nel sangue di un soldato. Pareva abbattuto. Aveva una faccia scolorata che faceva stremire. Gli altri dovevano essere persone istruite perchè parlavano con parole difficili. Mi fece colpo la parola lubrico—una parola che è sempre in bocca del mio padrone quando dà degli ordini agli spalmatori d'olio.

Dicevano che il suolo era lubricato, per dire che non si poteva stare in piedi. Erano stati arrestati a domicilio. Si capiva, dal tutt'assieme, che erano pesci grossi perchè non si mischiavano con gli altri.

Più tardi è entrato un signore con tanto di catena d'oro. Ci disse che era stato arrestato sullo stradone di Abbiategrasso. Veniva a Milano in carrettella e non sapeva dei disordini. Gli hanno domandato in che mondo viveva. Abbiategrasso non era mica in America. Lui era come me. Non leggeva mai i giornali e ignorava tutto quello che avveniva. Io sono buono di leggere, ma faccio troppa fatica. Cinque minuti dopo, le parole mi vanno insieme e mi pare di essere ciocco. Non sono poi curioso. A me importa proprio niente di sapere gli interessi degli altri. Ho anche troppo da fare a tirare innanzi la mia baracca, senza darmi dei grattacapi.

Dove sono rimasto? Al signore della carrettella. Egli aveva una micca in saccoccia. Gliela avevano fatta comperare i carabinieri a porta Ticinese per paura che morisse di fame. Io cominciavo proprio ad aver fame. Speravo di vedere mia moglie con la sporta. Povera donna. Mi voleva bene e io rimanevo nel camerotto a perdere il tempo.

Alla mattina, con un po' d'aria fresca e un po' più di luce, sembravamo tanti ubbriaconi che avessero passata la notte in un porcile, o in un acquavitaio che ci avesse rasi come una damigiana. Eravamo bianchi come i cadaveri. Il più allegro era sempre il precettato. Egli era rimasto in manica di camicia e con la sua giacca aveva coperto le gambe di uno sconosciuto che tremava dalla febbre e dalla paura. Gli ho dato la pipa da spazzare una seconda volta. All'odore del luogo ci eravamo abituati. Non c'era che l'impazienza di uscire. Chi doveva correre al lavoro, chi aveva degli affari importanti e chi si sentiva voglia di sgarbugliarsi gli occhi con del caffè caldo. Prima delle otto eravamo ricaduti nella disperazione. Perchè non ci si lasciava andare? C'erano gli scalmanati per l'uscita che non si lasciavano acquietare se non dicendo loro di rammentarsi che non avevano da pensare a noi soli. Alle otto venne il carceriere a domandarci se volevamo qualche cosa. Quasi tutti gli domandarono se non era tempo di liberarci. Ci disse di fare presto, che lui aveva tre camerotti zeppi di gente che aveva fame. Allora fu una gara, e il carceriere dovette pregarli di andare adagio. Chi comandava del caffè e dei sigari, chi del pane e salame e chi una frittura di fegato col limone. C'erano signori che si ricordavano del limone in un momento da strapparsi tutti i capelli dalla testa! Non ci furono che due che non gli diedero seccature: io e il precettato. Eravamo tutti e due senza il becco di un centesimo. Venuta la distribuzione, si sono ristorati come hanno potuto. Mangiavano con le mani e stracciavano il pollastro coi denti. C'erano di quelli che avrebbero voluto il tovagliolo. Ringraziate Dio, o brontoloni, si diceva, che avete il fazzoletto.

Le persone di cuore non possono mangiare senza dividere con coloro che non mangiano. Io e il precettato abbiamo finito per menare i denti più degli altri. Della gente buona ce n'è dappertutto. Ci fu quel signore col cappellaccio, che dicevano avesse fatto la barricata con le statue, che mi diede il suo vino. Egli non aveva voglia di bere. Grazie.

Non so come si faceva a non crepare. Ci mettevamo i gomiti sullo stomaco per mancanza di posto e tenevamo la mano sulla schiena di quelli davanti per non buttarci addosso le cose brodose.

I vestiti più bene offrivano i sigari a quelli che non avevano da fumare. In pochi minuti eravamo tutti in una nube, l'uno non vedeva il naso dell'altro. Il fumo purgava il camerotto che alle volte puzzava come una latrina. Verso le dieci o le undici ore eravamo stufi, stufi, più che stufi. Non si sapeva niente, nè se ci si lasciava andare, nè se ci si mandava in qualche luogo.

Il caldo era diventato eccessivo. Si sgocciolava. Finalmente si aperse un'altra volta l'uscione e ci si fece uscire a due a due. Fuori dell'uscita c'erano dei signori in borghese che a certi individui lasciavano andare degli scapaccioni. Probabilmente li conoscevano. A me non si è fatto nulla. Chi male non fa, paura non ha. Mi si fece salire in un carrozzone e mi si condusse qui al Cellulare. Nel carrozzone credevo proprio di lasciarvi la pelle. Nella mia celletta eravamo in tre. Ci mancava il respiro. Provai una grande contentezza quando mi trovai nel cortile del Cellulare.

Me l'ho scampata bella. Dio non c'è per niente.

__Il soccorso.__

È una scena piangevole che potete vedere ogni mercoledì e ogni domenica, tra le dieci e la una, sulla piazzetta Filangeri, dinanzi l'edificio della sventura sociale. Ma in un giorno o nell'altro non troverete mai la folla delle giornate di Bava Beccaris, quando ciascun cittadino aveva paura di non essere più cittadino e ogni donna poteva essere disgiunta dall'uomo da un ordine imperativo o da una mano brutale.

La mia pagina è una fotografia senza ritocchi di una di queste domeniche.

L'orologio di un campanile suonava le otto e il sole bruciava le cervella. Sul piazzale si vedevano alcune carriole cariche di frutta acerbe o sfatte, di dolci perseguitati dalle mosche e di cose mangerecce coperte di polvere. Il portone traduceva un corpo di guardia improvvisato in una città insorta. Un portone coll'andirivieni della gente che fa paura. C'erano soldati in piedi, soldati che riposavano sulla paglia sternita nei fianchi, soldati che entravano e uscivano, soldati che si asciugavano la fronte e si aggiustavano la giberna sul ventre. Si vedevano andare e venire secondini, guardie di finanza, delegati, questurini, carabinieri, ufficiali, autorità carcerarie, autorità militari—tutte persone che ricordavano il momento, persone dalla faccia feroce, persone che passavano come ventate di collera, persone pronte a venire alle mani col primo che avesse detto una corbelleria.

L'ufficiale di guardia pareva, col pensiero, a spasso. Con la ciarpa azzurra a tracolla, seduto sulla sedia addossata al pilastro con una gamba sopra l'altra, si ninnolava buttando in alto il fumo diafano della sigaretta.

Le donne giungevano sole e a gruppi con i fagotti, i canestri e le corbe piene di roba e si appoggiavano al muro della carcere o andavano ad occupare i sedili di granito della piazzetta o si aggruppavano alle altre aggruppate nel largo in faccia al bastione. Tra le popolane dal faccione prosperoso e dalle maniche rimboccate sull'avambraccio bronzato, c'erano vecchie che si reggevano a mala pena in piedi, teste che riassumevano la primavera nella chiarezza mattinale e figure dalla faccia bianca o scolorata che uscivano dalla moltitudine con le loro vesti e i loro cappelli neri come tante ditte di un ufficio mortuario.

Imperava il dolore. Ah, se si potesse uscire dal dolore come si esce dalle porte cittadine! Il dolore distruggeva la ripugnanza delle vestite bene per le vestite male e assorellava le donne colpite da una sventura comune. Tutte queste mamme, tutte queste spose, tutte queste amanti, tutte queste sorelle vedute assieme storcevano il cuore e facevano venir sulle labbra una parola tragica, una bestemmia brunita dal rancore, una maledizione che si rompeva nella testa col suono della lastra di metallo che la martellata manda in frantumi. Riproducevano l'afflizione, l'ambascia, il dietroscena domestico, il naufragio femminile, la devozione sublime delle donne affezionate agli uomini chiusi laggiù, oltre il portone, al di là dei cancelli, negli sgabuzzini del lugubre edificio imbevuto delle lagrime dell'esercito della sventura, che ha patito più del Cristo in croce. Nei loro occhi non era l'ardimento. Nei loro occhi era la stupefazione, lo sbalordimento, l'umiliazione. Povere donne! Erano donne abbattute, costernate, vinte dal supremo cordoglio che non le lasciava disfogare la piena del loro martirio.

I carrettoni chiusi scompigliavano e buttavano manate di nero sulla tela lugubre che s'allargava a ogni minuto. I traballamenti delle ruote andavano sul cuore della moltitudine come fitte che si sprofondavano nelle ferite palpitanti e sollevavano in tutti il vespaio delle supposizioni. A ogni sussulto si correva involontariamente col pensiero nelle cellette del veicolo che accarezzavano l'arrestato come la guaina accarezza la lama, a palpeggiare gli incassati come se si avesse avuto paura che si fossero rotta la testa o stessero in lotta coll'ultimo alito di vita. Chi saranno? E l'interrogazione faceva rabbrividire. Forse saranno dei ladruncoli o dei rivoluzionari o degli innocenti usciti dalle braccia della famiglia, rimasta in casa a piangere la loro sciagura! E i veicoli della tortura scomparivano e lasciavano le donne più avvilite di prima.

Questa campana! Si aspettava la campana del soccorso, la campana che doveva far dimenticare ai cellularizzati la smisurata intelligenza malvagia degli uomini, degli uomini che hanno per idealità il male, la campana che consolava lo stomaco di chi mangiava poco e male. Fate presto, in nome del Signore. Spalancate il cancello, prendetevi la corba delle vivande divenute fredde lungo la strada, divenute immangiabili aspettando qui sul selciato due ore, tutto un secolo. Siate buoni, siate caritatevoli con le povere donne trambasciate!

Il convoglio degli arrestati che veniva verso il Cellulare a piedi suscitava in ogni seno un orrore indicibile. Non poche donne erano state obbligate a chiudere gli occhi come quando si riceve un'ondata di luce in pieno viso. Era una banda che falciava gli ideali di redenzione più modesti. Sfilavano appaiati ai polsi come individui usciti da un porcaio o da un sotterraneo, con le ragnatele sulle spalle, con l'umidore nella gonfiezza sotto gli occhi, con i capelli irrigiditi in una zuffa spaventosa. Erano laidi, stracciati, dilaniati dai patimenti. Circondati dai questurini, dai carabinieri e dai soldati, il loro volto assumeva il colore acceso degli aggressori di strada che stramazzano i viandanti a coltellate. Alcuni, con gli abiti che non avevano perduta tutta l'eleganza e con la faccia cadaverica fino alla fronte, davano l'idea degli insorti còlti sulle barricate colle mani odoranti la polvere.

Altri, a piedi nudi, coi gomiti all'aria come le ginocchia, traducevano la loro vita grama di poveracci che basivano sul marciapiede e stendevano la mano ai passanti.

Le donne si lasciavano commuovere. Alcune singhiozzavano e dicevano che era meglio morire che vedersi trattati come birbaccioni che avevano fatto del male. Altre si mordevano le labbra e si scricchiolavano le dita per reprimere la sensazione che dava loro stille di sudore e faceva loro pulsare le tempie dal disgusto e dalla furia.

Non mancavano più che cinque minuti. La calca piegava verso l'entrata.

La prima fila, spinta dai nuovi venuti che si cercavano un posto al centro tra le proteste generali, andava più di una volta sul cordone militare che non si rompeva.

La ragazzaglia aveva dimenticato la tensione dell'angoscia generale e si era abbandonata al chiasso, e le donne, le più attempate, che si straccavano a stare in piedi, mormoravano con la voce piagnolosa.

Proprio, non si aveva pietà per le donne dei poveri prigionieri. Con tanta gente che soffre e con tanti soccorsi, la direzione non s'era commossa. Continuava a ricevere alla stessa ora, nelle stesse ore, come se nulla fosse avvenuto di straordinario. Inzuccherate il veleno, o signori! Ci farete penare meno, ci farete! Non ci voleva un gran giudizio per capire che bisognava far porta un po' prima. Pazienza! pazienza! pazienza! Sì, pazienza se si avesse avuto il buon senso di mettere alla porta un cristiano che non strapazzasse tutti come tanti servitori! Ma no! Ci avevano lasciato quell'anticristo di vecchio sciancato che aveva l'anima nera con le povere donne.

Tutte le volte che si doveva passare sotto un volpone di quella fatta ingrossava il cuore davvero. Era un secondino ripugnante, col collo che si gonfiava come quello del serpente quando va in collera, con la faccia ridotta a una grossa cipolla ammaccata. Bastava spremerla per vederla colare di marcia. Dio non poteva dare del bene a questi mostri verdi come la bile. Respingeva la gente dilatando la gola e dicendo parole che facevano andare il sangue in acqua. Pazienza. Si era nelle sue mani e non c'era che dire.

Anche quegli altri del soccorso erano buone lane. Non sapevano dove stava di casa la buona maniera. Bastava non aprir bene il canestro o avere dimenticato di fare la lista come volevano loro per vederli dar fuori come vipere.

—L'ultima volta m'hanno mandata a casa la figlia tutta piangente. Era uscita dalla coda per isbaglio. Si sa, una povera tosa non può sapere i regolamenti. L'hanno mandata in fila con un codazzo di rimproveri come se fosse stata la loro figliuola! Porconi! Non hanno creanza, non hanno. Ci vorrebbe…. Lo so ben io cosa ci vorrebbe. Acqua in bocca, che i tempi sono tristi.

—A me mi è toccato di peggio. Mi hanno lasciato il mio Alberto per ultimo perchè non aveva la lista scritta. Noi, povera gente, non si ha tempo di scrivere. Loro hanno un bel dire. Vorrei vederli al nostro posto. La ragione volete che ve la dica io? Hanno la bocca larga come quella dei coccodrilli e i denti in gola. Quella è la ragione. Ma i miei denari li mangio io. Sissignori, li mangio io. C'è già troppo da fare colle disgrazie che ci manda il Signore, per avere da pensare a queste sanguisughe che ci beverebbero tutto il sangue in una volta!

—Se ci fossero delle persone con due dita di testa ci lascierebbero entrare senza farci fare anticamera e senza buttar all'aria i cesti come se fosse roba rubata. Tirano fuori tutto, mettono le mani in tutto, cacciano il risotto nel salame, la torta nello stufato, le ciliege nell'insalata e l'arrosto nella minestra. Ci vuole dello stomaco a mangiare il soccorso.

—Non ditelo a me, per amor del cielo, che ho veduto quello che voialtri forse non avete veduto. Ho veduto al di là del terzo cancello come si trattano i cesti. Non ne avete idea. Non ci sarebbe che la morte che potrebbe farmi dimenticare il disgusto che ho provato in quella mattina che ho assistito a tanto scempio. Credetelo, in certi luoghi si ha più considerazione per i torsoli che si gettano ai maiali. Vuotavano i canestri come se fossero stati sacchi di patate. Rovesciavano sul tavolo tazzine, piatti, scodelle, tegami, stoviglie, senza badare se il condimento dell'insalata andava sul minestrone o se la marmellata si versava sull'arrosto. Erano sgarbati che facevano venire la rabbia. Ma quando si ha bisogno di loro, bisogna tacere. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandata. Con lo stesso coltellaccio facevano tutto. Assaggiavano, tagliavano, mettevano sottosopra. Con lo stesso coltello infarinato e impiastricciato di intingoli affettavano le pera, rivoltavano la minestra e il risotto, dimezzavano il pane, facevano in due i limoni, sparavano i polli, dividevano lo stracotto, mettendosi in bocca ora una fetta di coratella, ora una striscia di anitra, tra le risate che facevano male. Riducevano le torte e i pasticci, fatti in casa chissà con quanti sacrifici, in una condizione compassionevole. Siate poveri diavoli e vedrete come è dura la vita. Voi state a casa a darvi del male per mettere assieme un pranzetto come si deve, per il povero diavolo che avete in prigione, correte come una disperata o prendete l'omnibus per farglielo mangiare caldo, e poi vedete che tutto va alla malora, che tutto diventa freddo, che tutto si mescola, le cose giulebbate con la carne arrostita nel brodo succoso e la cipollata col fegato nel piatto delle fragole o dei lamponi grossi come le more. Portate le uova fresche per tirar su lo stomaco a chi ne ha tanto bisogno e poi venite a sapere che gli sono arrivate in cella sfracellate, coi tuorli dispersi per le vivande. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandata! Ah sì, non credevo che si potesse penare tanto a questo mondo! Si fa di tutto per risparmiare i soldi per un cartoccio di tabacco e al colloquio vi si dice che non avete cuore di lasciare il vostro uomo senza una pipata per passare il tempo che non passa mai!

—I sigari o il tabacco, pazienza. Se non si fuma, non si crepa. A me è andato perduto il cesto, una volta dopo l'altra, per due o tre giorni. Se non ci fosse stata una buona guardia, mio marito sarebbe morto consunto di fame. Con una pagnotta di regalo ha potuto tirar innanzi e scrivermi per domandarmi se ero morta, se l'avevo dimenticato. È stato un vero crepacuore. Gli avevo mandato un pranzo da far risuscitare i morti, un cesto pieno di grazia di Dio, e lui, povero diavolo, era rimasto in cella a straziare il mio nome onorato con delle ingiurie che non meritavo. Avete ragione voi, Antonia. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandato!

Finalmente! I primi rintocchi rovesciarono la folla verso il banco delle guardie. La gente sgomitava, si sbuttonava, si riversava tenendo in alto i canestri, protendendo le borse e i fagotti, pregando di accettare la corba e supplicando gli agenti a essere buoni, che erano lì da un pezzo con la roba gelata.

Le guardie non avevano tempo da ascoltare storie. Prima della una dovevano verificare circa mille soccorsi. Prendevano quelli che capitavano loro alle mani, senza guardare e senza commuoversi. Chi non rispondeva sollecitamente alle domande, veniva lasciato col pranzo in mano. Ogni donna era obbligata a dire, in fretta e in furia, nome e cognome del detenuto, il numero della cella, se il padre e la madre erano morti o vivi.

—Cella 89, Giuseppe Agesilao, del fu Pietro e della vivente Teresa
Baragni.

—Avete fatta la lista?

E il braccio di chi non poteva farla vedere, veniva scansato e buttato dall'altra parte.

Alla una pomeridiana, le donne giunte tardi o rimaste tra quelle che non avevano potuto consegnare i fagotti, piangevano dirottamente.

La campana aveva chiusa la consegna e la campana non aveva budella.

Era un grande dolore rifare la strada con il mangiare, dopo aver fatto tanta fatica e avere speso tutto quello che c'era in casa per consolare i poveri cristi in prigione.

—Aveva ragione Antonia di dire che era una grande punizione questa che Dio ci aveva mandato!

__Il diario di un mese di Cellulare.__

La mia cella è una fornace. Ho il sole sulla muraglia esterna dal sorgere al tramonto del sole. Subisco una trasudazione che mi snerva. Preferisco però l'isolamento alla compagnia della stanza intermedia. Coi miei compagni sarei divenuto uno scemoide. A poco a poco il loro linguaggio antintellettuale e trivialmente sbracato sarebbe divenuto il mio. In otto giorni mi ero già abituato a passeggiare sull'ammattonato fracido dei loro sputacchiamenti.

Gli habitués del carcere manifestano ogni giorno, alle finestre, i loro rancori contro i cosidetti rivoluzionari. La polizia ne ha fatte delle retate e l'autorità carceraria ha dovuto affollarli nelle celle. Ci accusano di essere gli autori delle loro disgrazie. Dicono che i giudici, in conseguenza dei tumulti, sono diventati eccessivamente severi. Coloro che in tempi ordinarii se la sarebbero cavata con delle settimane o dei mesi, ritornano al Cellulare con degli anni di lavori forzati e di sorveglianza.

—La sorveglianza—disse uno di loro—conduce al domino (domicilio coatto).

Il capoguardia è uno sbilucione con tanto di pancia. In questo momento è impossibile dire se egli sia un burbero con del cuore o se sia in lui l'anima dell'aguzzino. Perchè il personale di custodia è come invaso dalla paura di riuscire mite. Parla a monosillabi, ha una voce che sente del carceriere e preferisce dire di no ai detenuti che gli domandano qualche cosa. Ieri, dopo tanta insistenza, ho ottenuto il permesso di tagliarmi le unghie vellutate e lunghe. Ma ho dovuto tagliarmele alla presenza di questo omaccione che rintuzza ogni desiderio col regolamento. Il suo ufficio è un bugigattolo in faccia all'ufficio di matricola. È in esso che ho avuto il primo colloquio. Il capo metteva la sua faccia tra la mia e quella del mio amico. Ci teneva addosso gli occhi semichiusi e ci interrompeva tutte le volte che tentavamo di parlare degli avvenimenti e di scambiarci notizie che sapevano tutti.

Gli ho ridomandato una cella a pagamento per avere il chiaro alla sera, la materassa sulla branda e un tavolino con la scranna.

—Ce ne sarebbero così delle persone che vorrebbero questi comodi! Abbiamo faticato a trasformare una cella a pagamento per don Davide Albertario, venuto qui il 24. Con un prete non potevamo fare diversamente. Con le guardie occupatissime siamo anzi obbligati a mandarlo al passeggio solo per impedire che qualche mascalzone lo insulti. Si sa, il Cellulare non è un collegio.

È suonata la campana che annuncia la distribuzione del pane. I prigionieri la chiamano la «voce di Dio». È un minuto di raccoglimento. Le finestre diventano quelle di un edificio disabitato. Non si sente più un'anima. I detenuti sono all'uscio ad aspettare che si apra l'usciuolo con la parola che li invade di piacere: «Pane»! Il distributore che è uno scopino la ripete a ogni pagnotta che passa per il buco. Lo ricevo anch'io, ma lo passo, colombando, al delinquente vicino alla mia cella che ha sempre fame. È un ragazzo di diciassette anni, scolorato come un onanista, e già recidivo. L'ultimo furto lo ha consumato nello studio del capomastro suo padrone. Egli si aspetta il dibattimento di giorno in giorno.

La vita carceraria è fatta per imbestiare le persone più buone e più altamente educate. Dall'oggi all'indomani si passa dal finimento da tavola alla scodella di terraglia del cane dell'accattone orbo. Non c'è più biancheria, non ci sono più posate, non ci sono più cristalli, non ci sono più tondi, più tondini, più fruttiere, più portampolle, più insalatiere, più portastecchi. Non c'è più che il maiale con un pezzaccio di legno scavato malamente in fondo.

Come, o signori, ma io sono un inquisito, sono una persona che deve essere creduta innocente fino all'ultima parola della Cassazione, e voi mi punite mettendomi in mano uno scopino disfatto e laido perchè mi scopi la cella, e voi mi obbligate, con le mie mani abituate ai guanti, a portare fuori e dentro la mia tana il vasone da notte come un latrinaio qualunque! No, accidenti, no, mi ribello! capite, mi ribello! Voi non siete autorizzati a punirmi. Voi dovete rispettare in me il cittadino anche se fossi uno squartadonne.

Ho perduto. Mi è toccato proprio scopare e mettere fuori le porcherie con le mie mani. La guardia al mio no! di stamane se n'è andata chiudendomi l'uscio sui piedi. Ella mi avrebbe fatto marcire nella puzza e nel sudiciume. Potevo ringraziare Dio—diceva—che non mi aveva fatto rapporto. I superiori mi avrebbero convinto che avevo torto, con dei giorni di pane e acqua.

Sia fatta la volontà degli altri. Ma se divento io direttore generale delle carceri!…

Noiosi! gente noiosa! Sono entrati per la seconda volta i battitori e mi hanno stordito. Battono i ferri delle finestre con un gusto e con dei finali che spaccano la testa. Tirlic-tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac! Tirlic, tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac, tirlac, tirlac, tirlac, lac, lac, lac, lac, lac!

Di che cosa avete paura? Come è possibile che io possa segare o schiantare i bastoni di ferro se mi avete fatto svestire e se vi siete assicurati che non è a mia disposizione neppure un chiodo? Se le vostre guardie non sono corrotte, voi potete smettere di sciupare il tempo e il personale per rintronarmi le orecchie!

Mi è rimasto in mano il manico del chiccherotto e la terraglia è andata in frantumi. È come se avessi rotto un caraffa di cristallo finissimo. C'è tutto il Cellulare sottosopra.

Il secondino di servizio guardò i cocci con aria di sospetto, fece un'annotazione e richiuse l'uscio. Rividi lo stesso agente con un sottocapo, il quale entrò a dare un'occhiatina ai frantumi.

—Come avete fatto a romperla?

—Cadde. Me ne faccia dare un'altra a mie spese.

—Uhm!

Stamattina sono stato chiamato ad «udienza». Tra le sette e le otto il direttore viene al centro della carcere, va in una stanza che partecipa della rotonda lambita dagli esagoni e dà «udienza».

Coloro che si sono fatti iscrivere e coloro che sono stati iscritti a loro insaputa, escono dalla cella al suono della campana che chiama a «udienza», discendono e si fermano sulla punta del raggio, dove aspettano che Minosse vada in sedia.

È una mezz'ora che l'ho veduto.

Il direttore era seduto a un tavolo di cucina, con la faccia sullo sfogliazzo e le braccia sul tavolo come pesi in riposo. Con una mano faceva dei segni rossi in margine al nome e con l'altra andava alla ricerca della pagina.

—Come avete fatto a romperla?

—Mi restò il manico in mano.

Mi entrò negli occhi come per precipitarsi negli abissi della mia coscienza e risalirne con la bugia in mano.

—Andate! mi disse.

Ho saputo dopo che ero stato condannato a pagarla. Non sono i venti o i trenta centesimi che mi fanno sprecare l'inchiostro. Ma io domando se è giustizia di farmi pagare un chiccherotto che mi si è dato slabbrato e pieno di crepe e che aveva servito a chi sa quanti detenuti. Vi pare, o signor direttore, è giusto che un poveraccio sconti col digiuno un avvenimento che può avvenire a voi, alle vostre figlie, alla vostra signora, alla vostra serva, a tutti coloro che bevono?

Mi tocca proprio dare dell'animale all'avvocato Guglielmo Gambarotta. È qui nel mio raggio, sullo stesso piano, ha la cella piena di volumi, mi ha lasciato supporre che mi avrebbe fatto fare un'indigestione di libri e poi mi tiene qui a penare e ad aspettarli ad ogni piede che passa! Che la guardia non abbia voluto prenderli? Ma e la «colomba», non ha ancora imparato a «colombare»?

Non ho ancora finito di scrivere l'interrogazione che sono stato chiamato alla spia da una voce sconosciuta.

—L'avvocato Gambarotta è uscito. Lo saluta.

—Chi siete?

Nessuna risposta. La sua uscita mi lasciò fantasticare. Che si sia incominciata la scarcerazione degli innocenti?

Il passeggio è monotono. È come un'altra cella scoperchiata. Il gruppo dei passeggi è di venti raggi che fanno capo a una rotonda di mattoni, circondata di pietre, sull'alto della quale è la guardia seduta che sorveglia i detenuti. In direzione opposta i raggi si slargano fino a far posto a una filata di otto uomini, l'uno al gomito dell'altro. Il cancello dalla parte più larga del passeggio ha un lastrone di ferro che impedisce di vedere il viso di chi passa. I muri divisori sono alti quattro metri, così che i passeggiatori di un passeggio non possono vedere, nè capire quello che dicono, i passeggiatori di un altro.

In venti raggi passeggiano dagli ottanta ai cento individui. Una volta che i raggi sono popolati, la guardia discende la scaletta che conduce alla sua altura con una manata di fidibus, li accende e li distribuisce, di raggio in raggio, ai fumatori.

—Fuoco!

Chiusi tra queste pareti vi accorgete subito che il detenuto che possegga un pezzo di matita lascia traccia della sua passeggiata, quantunque sia proibitissimo insudiciare o scrivere sui muri. In questi segni grafici io non vedo nè il grafomane, nè il delinquente. Vedo semplicemente l'individuo che dice sul muro quello che non può dire su un pezzetto di carta. Supponete che un condannato di ieri possa credere che i suoi amici, oggi o domani, passeranno per lo stesso passeggio. Non esiterà un minuto a scrivere: «Amici, salute. Condannato a 14 anni e otto mesi. Uscirò il 1913. Coraggio! Salutatemi la Nina. Addio.»

Si è detto che la muraglia è il libro della canaglia, perchè vi si leggono ideacce che non possono nascere nel cervello dei galantuomini. È dubbio. Io vorrei vedere costoro per qualche mese o qualche anno nello stesso ambiente. A nessuno di noi, liberi, viene in mente di scarabocchiare sui muri i «morte ai boia!» State in prigione e vi vedrete un giorno o l'altro trascinati a manifestare il vostro odio contro la spia che vi avrà denunciato, o al giudice per salvarsi, o alla guardia per ingraziarsela, o al direttore per ottenere qualche favore. Le stesse guardie carcerarie, le quali sovente sono vittime dello spionaggio, partecipano di questo sentimento che erompe e trova il suo sfogo sulle muraglie delle casematte, degli ergastoli, dei bagni di tutto il mondo. In Francia i delatori sono perseguitati sulle muraglie come in Italia.

—«Mort aux vaches

Ci è toccata la prima ora di passeggio. Si esce volentieri alla mattina, specialmente quando si ha avuto una notte fosforescente come quella passata. Non sarebbe mancata che l'imprudenza di un solfanello per metterci in mezzo alle fiamme. I miei compagni sono quelli di ieri.

Passeggiavano col piacere delle persone che godono mezzo mondo a sentirsi in mezzo all'aria fresca. Il detenuto che ha i capelli ritti come setole piantate nella testa, spingeva innanzi la faccia per sentirsela alitare sugli occhi. Andavamo in su e in giù fumacchiando e sparlando della direzione.

Un compagno ci raccontava che in un libro, che gli aveva prestato il cappellano, era detto che al bagno di Tolone i forzati avevano due arie di un'ora ciascuna. Qui invece ci si lesina anche quella poca ora regolamentare.

Col sistema della direzione che ci conta l'ora dal primo tocco della campana d'uscita al primo tocco della campana d'entrata, il prigioniero del Cellulare non sta mai a passeggio più di cinquanta minuti. Non c'è errore e ve lo dimostro. Siamo in un raggio di cento persone. Ci sono due o tre guardie di servizio. Le celle non si possono spalancare che tirando indietro il catenaccio. Mettete quattro o sei mani ad aprirle tutte, e poi ditemi se gli ultimi non devono uscire otto o dieci minuti dopo. La rientrata ha gli stessi inconvenienti. Perchè i primi a uscire sono anche i primi a rientrare. Il regolamento non è oscuro. Dice chiaro e tondo che ci si deve, nei giorni feriali, «almeno un'ora» e maggior tempo «alla domenica». Invece alla domenica ci si rubano degli altri minuti. Nei giorni domenicali non si sta mai a passeggio più di tre quarti d'ora. La ragione è che si aumentano i servizi con lo stesso personale di sorveglianza. È facile capire perchè non si protesta. Prima di tutto non è possibile trovarsi d'accordo in un carcere che ha tanti detenuti che vanno e vengono in un giorno. Poi si farebbe del male alle guardie che stanno più male di noi che abbiamo svaligiato o assassinato qualcuno. Hanno un servizio di diciassette o diciotto ore sulle ventiquattro e pagano, con le trattenute sullo stipendio ridevole, i pisolini notturni, e le mancanze che fuori di questo luogo farebbero storcere le budella dalle risa.

La barba lunga mi ha sempre fatto schifo. Al largo me la faccio radere una volta al giorno. In questo periodo di Bava Beccaris ho dovuto lasciarmela crescere quattordici giorni. I peli mi pungevano come tante pagliuzze.

Adesso sono sbarbato e non mi pento. Ma vi so dire che ho passato un brutto momento. È entrato nella mia cella un uomo che mi pareva avesse gli occhi lucidi del bevitore. Il suo alito puzzava di grappa e le maniche della sua giacca sucida erano lastricate del pattume del mestiere. A ogni movimento sputava in terra la saliva negra della cicca che egli rivolgeva come un boccone sotto i denti. Mi ha messo al collo uno straccio sporco come un cencio di cucina. Gli aveva servito per sbarbare un raggio intiero. A ogni rasoiata sudavo come sotto un'operazione chirurgica. Avevo sempre paura di vedermi cadere una sleppa di carne insanguinata. Sbatteva sul pavimento, che avevo reso lucido con le mie braccia, le ditate della spuma coi peli che si era accumulata sul suo rasoio. Il suo modo era spiccio. Dalla eminenza dello zigomo passava per la guancia come una strisciata di rasoio.

Lascia peli dappertutto, specialmente dove il rasoio non può scorrere liberamente, come nella pozzetta del mento.

Mi brucia la pelle della faccia come se fosse stata scorticata e ho ancora per il naso l'odore putrilaginoso del suo sapone orribile.

Stamattina riandavo la canzone:

C'est aujourd'hui mon jour de barbe

con piacere.

Alle undici maledivo il barbitonsore del Cellulare come un rasoio di punizione. Egli rade e punisce.

Mi sono messo in corrispondenza con uno scarpa internazionale che ha la cella al pianterreno. Fu lui che mi scrisse per dirmi che aveva letto tanti anni sono un mio libro.

Egli è il Rousseau dei borsaiuoli d'alto rango. Si sbottona senza reticenze. Egli è quello che è, e non ha bisogno di far misteri con uno che egli chiama un «dottore sociale». Non ha fatto studii, ma ha letto e viaggiato molto. In un bigliettino di ieri l'altro mi faceva sapere che non voleva nè la mia commiserazione, nè il mio compianto. «Il delitto della vita mi ha frustato e fatto saltare al di là della sbarra del codice penale, ed io non farò mai sforzo alcuno per rientrare nell'orbita della legge.»

Egli è divenuto la mia miniera. Mi sono attaccato a lui con la tenacia dei cercatori d'oro capitati in una terra aurifera. Per vederci egli mi scrisse di piegarmi sulle calcagna domattina al passeggio, vicino alla cancellata, in uno dei primi raggi, o di fare di tutto, con un pretesto qualunque, per mettermi fra gli ultimi. Indosserà un gilet e una giacca di velluto di seta e terrà il cappello duro in mano.

Mi sono stati raccontati gli ultimi particolari di Enrico Corio. Egli era un tipaccio di giovine che si lasciava concitare dalla libidine dinanzi la carne del suo sesso.

Dopo avere straziato il ragazzo fino alla strangolazione lo chiuse, nel luglio del 1896, in una fogna, credendo di seppellire con esso anche il delitto.

Al Cellulare, durante la lunga istruttoria, egli era preoccupatissimo di farsi credere innocente. Di carattere piuttosto esaltato, dava in ismanie, spesso, per convincere la guardia di servizio che egli era veramente mondo di ogni delitto. E quando gli si diceva che se era innocente non doveva avere paura, finiva per disperare della giustizia.

L'accusa non gli impediva di mangiare tutti i giorni con appetito sempre crescente.

Occupava la cella 53 del sesto raggio. Terminata l'istruttoria nell'aprile del 97, e saputo che avrebbe dovuto comparire dinanzi i giurati, divenne inquieto. Pare che non fosse più sicuro della sua innocenza.

Prima si lasciava trasportare e cercava di convincere le guardie che non sarebbe mica il primo che si manderebbe in galera innocente. La direzione, che temeva un tentato suicidio, gli mise alla spia una sorveglianza speciale e gli fece togliere dal letto le lenzuola che gli potevano servire per appendersi all'inferriata.

Era domenica, tre giorni prima del processo. In domenica le guardie sono spostate e sopraccariche di lavori. Il Corio aveva mangiato più del solito, perchè dopo il pranzo del bettoliniere gli era giunto anche il soccorso che gli aveva mandato o portato la moglie. Alle tre del pomeriggio era ancora vivo. La guardia era entrata e lo aveva sorpreso che stava lavando il fazzoletto senza sapone. Stava appunto mollificando la tela con la quale intendeva stringersi violentemente lagola. Alle tre e mezza lo si trovò sdraiato sulla branda, con la coperta fin su intorno al collo e la testa come affondata nel guanciale. Pareva addormentato, Il sangue gli aveva ammantata la faccia di un acceso bruno. Il fazzoletto bagnato con lo stringimento dell'uomo determinato a morire gli era entrato nella carne e gli si era perduto sotto il gonfiore. Tagliatogli il laccio tirò una fiatata che gli sollevò il petto. Egli era ancora tepido. Sul muro col lapis aveva scritto queste parole commoventi:

«Moglie mia, muoio innocente. Vieni a trovarmi al cimitero.»

Alla mattina del lunedì la Corte andò alla sua cella a redigere il verbale del suo suicidio, e la direzione mandò il cadavere a Musocco.

Le prove contro di lui erano schiaccianti. Incapace di resistere al fuoco dei testimoni, volle morire lasciando credere alla persona che gli era forse ancora cara che egli moriva vittima di un'accusa infame.

Non si capisce come un edificio di circa mille persone possa tirare innanzi senza un medico in casa. Una volta passata l'ora della visita medica, potete essere presi dai dolori di pancia, indemoniati da un'emicrania, disturbati dai crampi allo stomaco o istitichiti fino alla soffocazione da qualche porcheria che avete ingollato, non c'è più cane che si commuova del vostro malanno.

Pauroso di morire premete il bottoncino, fate cadere la banderuola per avvertire la guardia che avete bisogno di lei e poi le dite che state male, molto male.

—Non sarà niente. Domani mattina fatevi annunciare al medico.

—Signora guardia, non posso aspettare fino a domani. Mi sento morire ed ho come un martello nella testa che mi dà degli stiramenti nervosi fino al collo. Mi faccia la grazia di chiamarmi il medico. Veda come sudo. Sudo come in un bagno a vapore. Favorisca dirlo al direttore.

La guardia, se è buona, chiude l'uscio adagino dicendovi di avere pazienza che domattina sarete uno dei primi. Se è invece di quelle che fanno il mestieraccio senza sentire i dolori degli altri, vi scuote con una sfuriata di parole che vi lasciano tramortito e vi chiude l'uscio in faccia, dicendo che mancherebbe che si desse ascolto a tutte le frignate.

—Non dovevate andare in prigione, se eravate ammalato. Andate là che non morirete. Non è l'anno delle bestie cattive!

Al passeggio non parlavamo che di ammalati, di medici e di infermieri. I miei compagni erano d'accordo che non c'è carcere o reclusorio o ergastolo che abbia un'infermeria che s'avvicini a quella delle persone libere di due o tre secoli sono. È un'infermeria a celle o a stanzoni che passa sopra qualsiasi precauzione.

—Quella a celle deve essere preferibile.

—Illusione! È un'illusione di credere che quella a celle dia maggiore sicurezza di quelle a letti a poca distanza l'uno dall'altro. Forse voi non siete mai stato in infermeria. Io ci sono stato e mi sono convinto che è migliore quella a stanzoni e a finestroni. Almeno in uno spazio grandioso, coll'aria che si cambia più rapidamente, si respira più liberamente e si ha la consolazione di essere con qualcheduno.

—Convenite che in quella a sistema cellulare c'è meno pericolo d'infezione.

—Illusione, caro mio. Trovate un pretesto qualunque, fatevi condurre di sopra e scenderete del mio parere. Voi vedrete che le celle angustissime—larghe per un letto, col passaggio di un uomo che non sia troppo grosso—sono allineate su due file di un corridoio largo poco più di un metro. Avete capito? Gli ammalati, divisi dalle pareti, vivono in uno stesso ambiente e respirano la stessa aria.

—Con delle malattie contagiose state fresco.

—Così è del sistema curativo. V'immaginate un medico enciclopedico, che sa tutto, che non consulta che sè stesso, che si sbarazza in un'ora di cinquanta o sessanta ammalati raccolti nell'ottagono, alla presenza di tutte le guardie che vanno e vengono, di tutti i prigionieri che passano e ripassano, e che deve limitare le sue ricette a cinque giorni di latte, a delle polverine innocue o al pane bianco con tre dita di una carne soriana che non si lascia masticare che dai denti d'acciaio, in quattro dita di brodo così detto o di minestra così detta al brodo? Volete la mia opinione? Prima di abbandonarvi al delitto interrogate la vostra salute. Se non siete sanissimo, curatevi, evitate il pericolo di andare in prigione.

—Me l'ha detto anche la guardia, stamane. Non dovevate venire in prigione.

L'altro, quello coi capelli ritti, fece osservazioni di un altro genere.

—Non sono così pessimista, ma convengo che in tutto questo sistema c'è qualcosa di sbagliato. Vi racconto quello che è avvenuto a me in otto mesi di prigionia. Ho notato, prima di tutto, che per andare in infermeria bisogna essere più che moribondi. Il medico è sempre riluttante a mandarvi in una cella d'infermeria. E io non posso dargli torto. Una volta che egli vi accorda il permesso di sdraiarvi sulla branda, si sta meglio nella cella del raggio. In quest'ultima c'è più luce e aria più pura. Il guaio grave, secondo me, è che se m'annuncio ammalato mi si punisce sopprimendomi l'ora d'aria. Come, il mio malessere è forse dovuto alla mancanza di moto e d'aria libera e voi mi tappate in cella tutte le volte che vado dal medico?

Al detenuto che non abbia studiato bene il regolamento possono capitare giornate dolorose. La guardia di servizio tra le sei e le sette vi domanda: ammalato? qualche volta, salta una cella senza accorgersene. E spesso registra il trentatrè invece del trentacinque. Non c'è più rimedio. Bisogna stare attento domattina e suonare se non la si vede.

La settimana passata mi sono annunciato ammalato: la guardia mi rispose:

—Incominciate a mettere fuori la vostra pulizia—cioè a metter fuori il catino coll'acqua sporca, il vaso da notte e la spazzatura della cella.

Sono ammalato e si esige da me il servizio della pulizia!

Il quarto compagno è un galeotto. Egli è già stato in galera e ha fatto il giro di parecchie carceri giudiziarie.

—L'infermeria carceraria è una nota dolorosissima. A Milano gli ammalati sono trattati, direi quasi, meglio che negli altri luoghi. Ma qui e dappertutto ho dovuto convincermi che nei casi d'urgenza si muore come cani. Vi narrerò due casi che non ho ancora dimenticati. Ero a Bologna al tempo del processo Luraghi, Favilla, Platner e non so chi altro. Il Luraghi era alloggiato nella mia stanza con altri e il Platner dimorava in infermeria perchè sofferente di non so quale incomodo. Erano le nove di una notte buia. Qualcuno di noi russava e qualcuno di noi si voltava sui fianchi per addormentarsi. Sentimmo un grido d'uomo spaventato o d'uomo colto da un malore.

—Guardia! guardia!

La guardia non era vicina o era altrove o non sentiva.

—Guardia! guardia!

La voce del detenuto era diventata rantolosa.

—Guardia!… guardia!…

Dopo un quarto d'ora di questo lamento che ci lacerava il cuore sentimmo dei passi che andavano verso la cella del disgraziato.

—Che c'è? gli domandò la guardia.

—Sono ammalato…. muoio! Signore, fatemi morire!

—Adesso vado a prendere le chiavi.

Di notte le chiavi delle carceri sono in direzione. Nessuna guardia può aprire le celle. La parola lenta e straziante del disgraziato discendeva dal terzo al primo piano come un gemito che rimescolava il sangue.

—Muoio….

La guardia era in viaggio. Doveva discendere al piano terreno, passare una corte che non è mai finita, andare in ufficio, svegliare la guardia scelta in possesso delle chiavi e rifare la strada e le scale fino alla cella di colui che moriva.

Non esagero dicendo che ci vollero venti minuti. Le guardie, abituate a questi avvenimenti quotidiani o settimanali, ci fanno il callo.

Mezz'ora dopo sentimmo una moltitudine di piedi che discendeva e faceva tremare le pareti della scala come gente che portasse un peso enorme sulle spalle.

Il mio vicino di letto mi disse sottovoce:

—Lo portano via!

Vi fu un momento lugubre per tutta la camerata. Ciascuno era compreso della notizia e ciascuno pensava che un giorno o l'altro poteva trovarsi nella stessa condizione.

All'indomani si seppe che il detenuto era morto.

Il Luraghi che aveva visto il Platner ci raccontò la scena notturna.

—Ho veduto stamane il Platner, sbattuto come un individuo che non ha dormito. Gli chiesi se se si sentiva male.

—Non sto affatto bene. Stanotte poi non ho potuto chiudere occhio. Ci hanno portato su, verso le dieci, un uomo quasi morto. Spirò cinque minuti dopo che l'avevano adagiato sul letto. Morì mandando uno di quei gridi che restano nelle orecchie per tutta la vita. Pareva una voce di rame andata a schiantarsi su una pietra della muraglia. Se dovessi morire così anch'io? Senza un'anima che mi porga un bicchiere d'acqua o mi lenisca il passaggio dalla vita tribolata alla pace della tomba con una parola soave? Mi trovai sotto le coltri terrorizzato dal brivido che mi aveva dato il pensiero triste. Il medico? Egli è venuto troppo tardi. Passammo la notte a recitare il rosario dei morti. Col cadavere nella stanza non c'era altro da fare. Dopo la visita lo portarono nella cappella mortuaria. Povero diavolo! Nessuno sapeva chi fosse. Morto, aveva assunta un'aria così feroce che mi faceva chiudere gli occhi.

Il secondo episodio è identico al primo. Erano forse le dieci. Come al solito non potevo dormire. Luraghi mi raccontava un incidente del suo processo.

—Guardia! guardia!

Era un grido che usciva da una finestra delle celle disotto. Tra il grido e la chiave vi fu l'intervallo di una mezz'ora. Sentimmo i prigionieri della camerata che lo portarono in infermeria. Morì anche lui, poco dopo, senza sapere di che male moriva. Quando si fece vivo il medico, il sole era alto e gli ammalati avevano già pregato per la sua anima da tanto tempo.

Il Platner rinunciò all'infermeria.

La sera dopo era tra noi a ripeterci coi colori dell'ambiente quello che vi ho raccontato in poche parole.

Ci salutammo colla promessa che all'indomani mi avrebbero spiegato che cos'era la «pulce».

Questo sì che fa male! Non posso sentir piangere i ragazzi in prigione. Perchè li mettono in prigione come gli adulti?

Ce n'è uno che deve essere in fondo a una camerella sotterranea. Piange come una disperazione. Il suo lamento arriva nella mia cella come quello di uno che sia stato male ammazzato in una cantina. Ecco che grida più forte. Mamma! mamma! Taci, taci, tormento delle mie viscere, tu mi passi per le orecchie come uno spillone puntuto. Abbiate pietà di un povero ragazzo. Sentite come piange dirottamente! Con che voce chiama la mamma! Forse egli ha peccato, forse egli ha disubbidito, forse egli vi ha insultati, ma pensate ai suoi anni, perdonategli… Bravo, taci, mi fai tanto bene. Il pianto lo ha vinto. Probabilmente egli è sdraiato nel sonno. Se vedrò il cappellano farò di tutto per indurlo a gettarsi ai piedi del direttore. Non è un'umiliazione, quando si è impotenti, genuflettersi ai piedi della iena che lo ha rinchiuso. Il cappellano non c'è più. Me ne ricordo adesso. Egli è stato vittima non so se dell'autorità carceraria o militare. Peccato, era così buono. Ecco che si risveglia, santo cielo. Dormi, dormi, perchè morirai a piangere in questo modo.

—Oh mamma! mamma! oh la mia mamma!

Carnefici, non capite che vuole la mamma? Lasciatelo andare a casa, lasciatelo! Siate buoni, sono io che vi prego.

Che cosa volete che abbia fatto un fanciullo di pochi anni? Bisogna avere le viscere di ferro per resistere alle sue grida, che vanno al cuore come tante pugnalate! Potessi aiutarti, ma sono chiuso, ermeticamente chiuso in un buco. C'è nessuno che senta, che si commuova? E andai all'uscio e premetti il campanello, e feci cadere la banderuola.

—Che volete?

—Sentite come piange quel ragazzo!

—Badate ai fatti vostri!

—La «pulce» è una visita improvvisa. È avvenuta a me nelle carceri di Bologna. A Bologna nessuno entra nella cella. Chi fa la pulizia sono i detenuti incaricati dei servigi domestici. Il coperchio del bugliolo bacia bene e questo vasone da notte rimane chiuso in un buco che ha l'apertura anche lungo il corridoio esterno. Lo scopino lo porta via e ve lo rimette senza annoiare i detenuti nella stanza. Acqua, vino, cibi vengono serviti dal buco dello sportellino.

Eravamo in quattro. Si fumava. Io penso adesso, quando la Cassazione mi farà indossare la casacca del recluso, come potrò vivere senza fumare. Fumo più di quaranta sigarette al giorno.

Una volta ne fumavo cento. Eravamo dunque in quattro. Non si pensava a nulla. Si spalancò l'uscio senza darci tempo di buttar via sigarette e pipe. Entrarono quattro guardie, le quali, dopo averci ingiunto di non muoverci, ci ordinarono di spogliarci. Nudi ci fecero mettere in quella parte della stanza dove non era che la parete. Ci passarono le mani per il corpo dal capo ai piedi, ci guardarono tra le dita, ci frugarono per i capelli, ci palpeggiarono qua e là, ordinandoci di alzare le braccia e di fare dei passi. Poi ci passarono minutamente gli abiti premendoli, piegandoli, dissaccocciandoli, guardando dappertutto. Terminata questa visita minuziosa, la ricominciarono guardando negli angoli, sui banchi, dovunque poteva essere nascosto qualche cosa.

Sfecero il letto, cacciarono le mani nel pagliericcio, spiegarono la coperta, sgrupparono i fagotti e misero le mani nei tascapani. Non trovarono nulla. Pareva proprio che fossero alla ricerca delle pulci.

__Noterelle del mio amico alla matricola.__

Maggio 1898.

So quanto deve avere sofferto in una stanza con degli altri di un'altra condizione. Ma non ho potuto aiutarla. Dalla sua entrata sono avvenute cose incredibili. Il personale di custodia è terrorizzato. Noi scrivanelli non abbiamo più modo di entrare nei raggi dei politici. L'Astengo se n'è andato. Era un direttore umano. Il suo delitto è di avere permesso ai più grossi detenuti politici di pranzare insieme. Siccome non ci sono locali sufficienti e siccome anche nella cella i prigionieri sono appaiati per mancanza di spazio, così non si capisce il rigore della direzione carceraria di Roma. Provvisoriamente ha preso il suo posto l'ispettore De Luca. È uomo di cuore. Se ce lo lasciano non abbiamo perduto nulla. Ha fatto migliorare il vitto e non punisce che quelli che vogliono proprio essere puniti.

È la prima volta che mi capita di vedere una testa direttiva che riconosce i diritti dei carcerati. Di solito i direttori dei nostri giudiziari sono un po' come i direttori delle caserme dei forzati in Siberia, descritti dal Dostoïewsky—un autore che non mi lascia mai uscire dalla tristezza. Individui che hanno sempre bisogno di passare sul regolamento per schiacciare qualcuno o levare qualche cosa a qualcun altro.

Ho ricevuto la sua noticina. Si fidi pure. È un uomo che per me andrebbe nel fuoco. La guardia che sorveglia la sua cella non è cattiva, ma dice tutto quello che avviene nel suo raggio. È dunque pericolosa. Non ci sono stanze a pagamento a pagarle un occhio. È inutile strepitare. Procuri di adattarsi. Sono momenti eccezionali. Il suo pranzo è andato per due giorni in qualche altra cella. Si consoli che lo avrà mangiato un povero diavolo. La confusione è inevitabile. C'è una media di settecento soccorsi al giorno. Si raccomandi alla madonna perchè non le capiti qualcosa di peggio. Va bene, va bene. Dia sempre retta ai miei suggerimenti. Io la so più lunga di lei e non lo dico per vantarmi. Lo dico perchè la mia esperienza è più lunga della sua. Ascolti attentamente. Un buon prigioniero deve essere sempre pronto a subire la perquisizione. Ravvolga i miei fogliolini nella carta incerata che le mando e appenda il sacchetto dove la camicia è più nascosta. In queste giornate di sorprese è una precauzione necessaria.

Sugli arrestati di maggio non posso giovarle molto, perchè una volta registrati noi non abbiamo più alcuna comunicazione con loro.

Il giorno sette, cioè sabato, eravamo qui che aspettavamo, di minuto in minuto, gli arrestati della giornata. Ma non abbiamo registrato che quattro imputati di delitti comuni, completamente estranei ai tumulti. Non ricordo bene la data dei primi rivoltosi capitati al cellulare. So che i primi sono entrati alle sei ore mattina, la seconda o terza giornata che fosse dei tumulti di Milano. Erano gli arrestati di porta Ticinese. Sono giunti in uno stato da far pietà ai sassi. Erano stati trattenuti, nella caserma di S. Eustorgio, più di quarant'ore colle manette ai polsi. È un po' troppo. Non siamo mica in Russia. La mia speranza era il dubbio. Non volevo credere che ci fosse gente con tanto di pelo sullo stomaco. Ho interrogato coloro che li avevano accompagnati al Cellulare. Il fatto è vero. Le autorità militari, senza locali adatti, avevano dovuto assicurarsi dei barricatisti con le manette. Poca gente di buono e fra loro parecchi già noti ai nostri registri.

Il grosso convoglio degli arrestati è stato quello di domenica. Parlo sempre delle quattro giornate. Era accompagnato dal delegato Birondi. Egli entrò nella nostra stanza smorto che faceva paura. Ci si diceva che aveva sofferto orribilmente a passare per le vie con tanti arrestati e cogli ordini severi che avevano soldati e agenti di P. S. Un molla! molla! di qualche matto al largo poteva far nascere chi sa che tragedia. Tra gli arrestati c'erano il deputato De Andreis, il direttore dell'Italia del Popolo, l'avvocato Romussi, direttore del Secolo, l'avvocato Federici, Valentini, ex direttore della Sera, Ulisse Cermenati dell'Italia del Popolo e il professore Gilardi del Secolo.

Lunedì ho registrato gli onorevoli Turati e Bissolati e la dottora
Anna Kuliscioff.

Il Turati, non appena libero dalle manette, ci disse che non era nuovo ai nostri registri. Era stato qui, non so quando, a scontare una sentenza per un reato di stampa.

L'avvocato Leonida Bissolati, direttore dell'Avanti!, parla con la grazia di una signora altamente educata. È tutt'assieme una faccia intelligente ammantata di un'ombra spirituale. So che ha tradotto Carlo Marx con un suo amico cremonese. Ma non ho mai potuto leggerlo. Non c'è ancora nella nostra biblioteca. Se avrà occasione di vederlo me lo saluti tanto e gli dica della mia simpatia per lui.

La dottora venne registrata dopo. Io non l'ho veduta. Ma mi s'è detto che essa è venuta qui in vestaglia. È stata arrestata alle cinque del mattino in casa sua e non le si è dato tempo neppure di acconciarsi alla meglio. La sua guardiana mi ha raccontato che la prima cosa che fece in cella fu di accendere una sigaretta. Ho saputo che è una fumatrice instancabile.

È avvenuto quello che doveva avvenire. Coi continui arresti non sappiamo più dove mettere gli arrestati. Ieri eravamo 1048. Il numero eccessivo ha obbligato il direttore a ficcarne, parecchi, tre per cella, coi pagliericci in terra. Fortuna che non fa troppo caldo. L'ultimo pesce grosso che registrai fu don Davide Albertario. È alto, dalle forme erculee. Venne da San Fedele con una comitiva di venti individui della peggior specie. Quasi tutti recidivi. Per impedire agli screanzati di dirgli qualche insolenza, il direttore lo manda al passeggio solo. Mangia bene e riceve il pranzo e la colazione da una trattoria esterna. Fuma anche lui come un turco. Dopo alcuni giorni gli concessero, come ai deputati e ai giornalisti, carta, penna e calamaio. Scrive tutto il giorno ed è sempre in nota per della carta. Deve essere un grafomane.

Domenica si sarà accorto che diceva messa un'altra voce. Il cappellano Enrico Villa è stato sospeso e non può più mettere piede nel carcere. Al suo posto officiava un frate. Lei sa che io sono religioso e può darsi che pecchi d'indulgenza. Ma credo che sia impossibile trovare un cappellano come don Enrico. Era un sacerdote che adempiva al suo ministero con entusiasmo. Lo si vedeva andare e venire come il moto perpetuo. Appena uno era in cella, andava a trovarlo, a consolarlo, a incoraggiarlo. Non lasciava mai alcuno senza libri e diceva a tutti parole che aiutavano a tirare innanzi la vitaccia del cellularizzato.

Il nuovo direttore è tra noi come un flagello. Non dissimula. È una sovrapotenza assoluta, arricchita dalla funzione di punire. È in lui come una spaventevole rettitudine. Respira il dolore degli altri come una donna virtuosa la spiritualità dell'incenso.

La sua vanteria è di essere il direttore che ha fatto mangiare, come si esprime lui, più cella di rigore ai detenuti di tutti i direttori d'Italia. Le guardie che vogliono entrare nelle sue grazie devono dargli ogni mattina prova del loro zelo. Non si sono mai visti tanti puniti a pane ed acqua come in questi giorni. Se qualcuno si lamenta dicendo che la sua infrazione non è di quelle punibili col regolamento, il direttore gli risponde, in modo piuttosto brusco, che il regolamento interno del carcere lo fa lui, perchè ne è il giudice e il responsabile.

Il mio compagno all'ufficio di matricola è stato castigato stamane con dieci giorni di camicia di forza. La sua mancanza era grave. Aveva dato uno schiaffo a un collega che lo aveva accusato di poltroneria in questi giorni che non abbiamo avuto tempo neanche di dormire! Era qui con me da diciannove mesi. Lavorava come un negro ed era forse, tra noi, il più intelligente. Dopo un semestre di tirocinio gratis il suo «stipendio», per un lavoro di diciotto ore sulle ventiquattro, era di dodici lire il mese. Aspetti a dire che non c'era male. Perchè il governo, sulle dodici lire guadagnate dal detenuto, se ne prende sette e venti. Non ho mai capito perchè il governo si trattiene sui guadagni dei carcerati il sessanta per cento. Per me è una truffa. E lo dirò sempre anche se si tenterà di convincermi del contrario, come si è già fatto, mettendomi nella camicia di forza. Rubare al detenuto è il più delittuoso dei delitti. Non le pare?

La camicia di forza è di tela grossolana come quelle delle brande dei soldati e va giù fin quasi alle ginocchia. Gli occhielli per stringervi il condannato al supplizio corrono per il dorso da una estremità all'altra. Le maniche non hanno uscita per le mani. Il supplizio maggiore è intorno al collo. È una tela rigida che lo sega. Se le guardie incaricate di chiudervi l'individuo non sono umane, la camicia di forza diventa una vera tortura. Io credevo di non arrivare alla fine. Vi respiravo con una fatica rantolosa e lo stringimento mi dava una molestia che mi faceva impazzire. Dopo qualche ora passata con le braccia legate sulla schiena, come Gesù Cristo, diventai furioso. Gridavo, mi rotolavo per il suolo della cella buia e sotterranea con degli sforzi per liberarmi dal camiciotto che mi dava un tormento spasmodico, ma nessuno veniva a calmarmi o a vedermi. Non fu che il sonno che mi diede un po' di requie. Molti dei condannati al camiciotto che sopprime ogni movimento, implorano la commutazione del castigo. Preferiscono un periodo più lungo di camerella con pane e acqua alla tela che pigia le carni su sè stesse con intendimenti assassini. Ma è difficile che si riesca ad ammansare i direttori. La clemenza non è il loro forte. Ho conosciuto un detenuto, imbestialito dagli spasimi atroci, che portò via coi denti un pezzo del tavolato sul quale doveva dormire.

La maggioranza tace. Essa soffre il supplizio senza mandare un lamento. Ci sono individui che si farebbero attanagliare piuttosto che domandare perdono al loro carnefice, come ci sono nature che possono resistere a tutte le pene dell'inferno.

Il regolamento è meno scellerato dei loro interpreti. Esso dà dei riposi anche alla camicia di forza e ingiunge che dopo quarantotto ore consecutive rimanga inoperosa per ventiquattro.

Le infrazioni di poco conto, come le infrazioni al silenzio, sono punite secondo il sistema del direttore. Alcuni—e sono, mi pare, i più saggi—puniscono con la soppressione del diritto al passeggio per tre giorni, altri preferiscono dare addosso allo stomaco dei disgraziati. Diminuiscono loro la razione del pane di trecento grammi o l'aumentano dello stesso peso sopprimendo loro la minestra. La diminuzione del cibo del carcerato non è un castigo. È un omicidio. Il povero diavolo che sconta parecchie di queste sentenze, anche se rimane in vita, non è più un uomo. È un invalido. Glielo dice uno che studia l'ambiente da qualche anno.

La seconda infrazione al regolamento aggiunge alla dieta assassina la cella di rigore o il rigore del cubicolo o cella sotterranea, dove ero io quando avevo la camicia di forza.

Se l'infrazione commessa dal detenuto deve essere punita con più di dieci giorni, allora si raduna d'urgenza il Consiglio composto del direttore, del contabile, del capoguardia e del cappellano. Bisognerebbe essere imbecilli per credere all'indipendenza dei subordinati di un direttore di carcere. Una volta fatto questo Consiglio, non si esce che condannati. È inutile che le dica che le guardie hanno sempre ragione.

Non so se le hanno detto che sono qui anche Vittorio Luraghi, l'Herra e l'avvocato Gelmi. Del secondo non le parlo. Mi pare un incosciente. Non dimentichi che io sono un condannato comune come loro, e che perciò sento profondamente il loro grido angoscioso di gente finita. Di me non ho compassione. Se mi risovvengo dei miei trascorsi gli è per punirmi con una serqua di vituperi. Con gli altri, sono indulgente. Trovo in ogni loro delitto una scusa.

Nell'Herra non c'è nulla del Roberto Macaire. Non ne ha nè l'astuzia, nè l'inquietudine, nè l'audacia. È in cella come un rassegnato. Egli è caduto come una ragazza che si lascia abbracciare con un bacio lungo.—Lo aspettiamo alla matricola. Il direttore gli ha promesso un posto di scrivanello.

Il Luraghi mi desta una compassione indicibile. Tutte le volte che posso andare nella cella mi sento riempire gli occhi. Non mi parla mai dei suoi patimenti. Non mi parla che della sua mamma. Egli la piange come uno sciagurato che dispera. Mi diceva l'altro giorno che la sua povera vecchia di ottant'anni è il suo grande tormento. Ha paura di non poterla più vedere. Perdere i denari, perdere una fortuna nelle speculazioni bancarie è una cosa che si può anche sopportare. Ma perdere la mamma che si adora, in prigione, è superiore alle forze del condannato. Io spero che questo terribile dolore gli sarà risparmiato.

La sua vita è triste. Non spende per il vitto che una media di due lire il giorno. Non va mai al passeggio. Gli ho detto più di una volta che fa male. Che il moto è una necessità dell'esistenza carceraria. Ma non sono riuscito a smuoverlo. È testardo, è nemico della propria salute. Un giorno o l'altro lo porteranno in infermeria perchè non potrà più andarvi con le sue gambe. Fuma e legge avidamente. Il suo disgusto è per i battitori e per le mani dei secondini che lo palpeggiano.

L'avvocato Gelmi è un altro anacoreta che non vuol uscire dal suo guscio. Non so se sia povero o se voglia tenersi i quattrini. So che mangia come tutti i prigionieri che non hanno da spendere. Col suo, non si compera che cinque centesimi di latte. Le confesso che non ha le mie simpatie, pur essendo in questo luogo. Per me egli è troppo furbo e i furbi mi spaventano. La mia ripugnanza per lui non mi ha impedito di domandargli alcune note per il suo libro. Ma egli mi ha risposto che non potrebbe aderire al mio desiderio che commettendo un parricidio. Non appena ritornerà tra i vivi, pubblicherà un'opera intitolata: La Bancarotta della Giustizia. La prega di perdonargli questa gelosia di mestiere, concepibile in un uomo che ha bazzicato nella redazione di qualche giornale letterario.

Non si dimentichi delle tre giornate di gozzoviglia carceraria. Sono tre giornate che si segnano lungo l'anno colla matita rossa.

Alcuni si preparano la pancia come se dovessero andare a un banchetto. A Natale, a Pasqua e nel giorno dello Statuto ci si serve un pranzetto che ci fa venire l'acquolina. Invece di darci la solita sboba terrosa, ci si porta un piatto di pasta asciutta o un piattone di risotto giallo fumante, con della cipolla arrostita e annerita che mette in mente i funghi, con ottanta grammi di carne in umido che commuove le budella. Di vino non ce n'è che un bicchiere. Ma anche brusco, per la gola che non beve che acqua, diventa del Falerno o del Ghemme. Ah, il Ghemme!

È stato la mia perdizione. Vorrei essere fuori per inaffiarmene il ventre. Mi piace il Ghemme. Con tre o quattro bicchieri di questo vino sfido un esercito.

Fuori di queste giornate, non c'è che l'avvenimento reale che possa portarci del benessere.

Va a nozze un principe, o nasce una principessa, o accade al re qualche cosa che viene celebrato come una gioia nazionale? Il prigioniero rinasce. Egli vede una sosta nell'applicazione del regolamento e sogna una diminuzione della pena. Egli è sicuro che si distribuiranno dei piattoni di risotto e della carne annegata nella bagna e che verranno probabilmente delle grazie.

Questa è una delle ragioni per cui in carcere siamo più monarchici del re. Non è che lui che si ricordi degli afflitti sepolti nelle celle. È lui che ci diminuisce i tormenti. Pur troppo non sempre. Ma qualche volta, qualcuno gode di questa sua prerogativa. È il re che ci fa mangiare un po' meglio quando il suo cuore è in giubilo. E non vi maraviglierete, o signori increduli, se vi dico che gliene siamo grati e se aggiungo che più di una volta gridiamo viva il re! viva la regina! con entusiasmo.

Stanotte abbiamo avuto un aumento di detenuti senza aprire il portone d'entrata. È nato un bimbo. Mi dicono che sia belloccio. È sempre così. I figli dei tribolati sbucano dall'utero fiorenti di salute. Sembra che le loro madri siano state lì a covarli nella bambagia, mangiando bene e bevendo meglio.

La guardiana, che è venuta dabbasso, mi ha assicurato che ha le guance rosse come una mela e gli occhi azzurrati e lucidi da mangiarseli a baci.

La madre è una ragazza di vent'anni, o di circa vent'anni, recidiva, abituata ai furti domestici.

Sa far da mangiare, sa stirare, sa rammendare, ma sa anche involare la roba dei padroni. Non c'è pericolo che se ne vada da una casa senza lasciarvi il segno delle proprie dita. La colpa è forse del suo amante che vive, sovente, alle sue spalle.

Durante la mia breve carriera di matricolatore, l'ho registrata nel librone infame tre volte. Il bimbo, anche se nato nella carcere, non viene registrato. Il regolamento non permette di mettere a matricola che i ragazzi superiori ai due anni. Il legislatore deve avere creduto che, se si può nascere delinquenti, si possono commettere delitti anche in fasce. Il bimbo della ladra verrà mandato all'ospizio dei bambini lattanti.

I questuanti sono una vera piaga. Vanno e ritornano periodicamente, eternamente. Dicono che qui si sta meglio che fuori. Qui, hanno l'alloggio e il vitto sicuri. Fuori, sono perseguitati, o inseguiti, o trattati come cani e agguantati come birbe non appena stendono la mano o cercano di appollaiarsi in qualche luogo.

Il maggior contingente degli accattoni lo dà la campagna. Mi è capitato di registrare dei pezzi di giovinetti che mi facevano venire sulla lingua una folata di interrogazioni. Ma loro me le portavano via dicendo che in campagna, d'inverno, non si trova lavoro. E anche d'inverno, loro, i loro figli e le loro donne, non si dimenticano di mangiare.

Dal dicembre del '97 al maggio '98, la questura ce ne ha condotti al
Cellulare una media di quindici al giorno.

I pretori li condannano da tre giorni a un mese di detenzione.

C'è per aria qualche cosa di grosso. Da domani non potrò più tenerla al corrente. Il nostro amico è sospetto e la vigilanza è stata raddoppiata. Le guardie cambieranno raggio magari ogni giorno. Il loro posto non lo sapranno che al momento di andare in servizio. Non si scoraggi e lasci passare la bufera. Dopo vedrà che non mi chiamo mica quello che mi chiamo per nulla. Mi cambi il nome se non riuscirò a riallacciare il filo stroncato dal temporale.

__La pagina intima del processo dei giornalisti.__

Il processo dei ventiquattro è stato chiamato dei giornalisti per fare del lusso.¹

¹ Il processo dei giornalisti è stato il più strepitoso di tutti i processi delle Corti militari. I Tribunali—divenuti quotidiani durante lo stato d'assedio—hanno raggiunto, con esso, la massima tiratura, di 35.000 copie. Col processo dei deputati l'interesse era diminuito e la tiratura discese alle 10.000.

In verità, i giornalisti rappresentavano la minoranza. Tanto è vero che ciascuno di loro leggeva l'atto d'accusa facendo tanto d'occhi.

—Come, che c'entro io con costoro?

Si conobbero, o almeno si videro, alle tre del mattino del 15 giugno 1898, nella stanza ove si «caricano e si scaricano» gli arrestati che vanno e vengono dal Cellulare. Fuori e dentro c'era ressa di carabinieri silenziosi, tetri, colle mani piene di ferri. Il loro capo era un capitano con l'occhialino nel cavo dell'orbita, con una cera accigliata, con due baffi marziali, che passava da una parte all'altra, col frustino in mano, facendo risuonare gli speroni degli alti stivali alla scudiera, mentre assisteva all'ammanettamento.

Romussi pareva un po' più ingrigiato. Era ilare, salutava gli amici e presentava i polsi al suo ammanettatore con la faccia illuminata dal sorriso. I carabinieri giovani che adempivano a questo servizio erano più spietati dei vecchi. Continuavano a dare dei giri anche quando si diceva loro che i polsi facevano sangue.

Don Davide era conosciuto da tutti, ma lui, personalmente, non conosceva che l'avvocato Romussi, Valera e Zavattari. Non si capiva se era seccato in mezzo a tanti ignoti che lo guardavano come una bestia rara. Il capitano lo squadrò dal capo ai piedi, gli girò intorno col fare di un domatore di belve, e si voltò dall'altra parte percotendo leggermente lo stivalone. Si capiva che l'aveva su coi preti o che ci aveva gusto a vederne uno nelle peste.

Don Davide pareva imbronciato. Rispondeva al buon giorno di qualche amico con la voce grossa di chi è in collera con sè stesso.

La sua veste talare ambrosiana e il suo paltò di panno nero sentivano il bisogno di parecchie spazzolate. Indossava la veste, cinta dalla fascia di seta nera, dal giorno in cui dieci tra carabinieri e soldati di linea entrarono nella casa paterna di Filighera ad arrestarlo. Il suo paltò polveroso era stato buttato nell'angolo della cella dal momento che vi era entrato.

L'avvocato Bortolo Federici, noto a molti come repubblicano, attirava l'attenzione di parecchi per il suo cappello Oberdan nero, sopra un «completo» caffè scuro. Zavattari era abbattuto, dimagrato, colle guance infossate e biancastre e con le mani che tremavano come se avesse avuto la febbre. A uno degli arrestati, che gli aveva dato il buon giorno, rispose che era ammalato, gravemente ammalato e che, se non lo si lasciava andare presto, sarebbe morto in prigione. Fu una nota che diffuse un po' di tristezza in coloro che gli erano vicini. I carrettoni che li portavano al Castello erano nicchie che obbligavano gli ammanettati a stare con le labbra ai fori della respirazione.

Smontarono nel cortile ducale pallidi come cadaveri. Il primo a discendere fu Del Vecchio, un omettino che nessuno, prima dell'accusa, aveva sospettato che fosse un leone capace di arringare la folla sulle barricate. Girava gli occhi come trasecolato. Non sapeva trovare una parola e non seppe trovarla neanche al processo. Accompagnati da molti carabinieri, si fecero passare in mezzo a due file di soldati e salire per le scale anguste, al primo e al secondo piano, disperdendoli per gli stanzoni anticamente occupati dalla Corte degli Sforza. Lungo la ringhiera del primo piano, avevano messo Chiesi, Seneci, Cermenati, Federici, Valera, Lallici, Ghiglioni, Romussi. Al secondo piano, Lazzari, Valsecchi, Zavattari, qualche altro socialista, parecchi anarchici e il direttore dell'Osservatore Cattolico, il quale occupava la stanza N. 10, colla finestra sul tetto che gli lasciava entrare l'aria, il vento e la pioggia. Il primo temporale della seconda notte lo obbligò a salvarsi dall'acqua torrenziale che lo aveva sorpreso in letto in mutande.

I buchi al centro degli usci dei ventiquattro processandi permettevano di andare cogli occhi negli stanzoni in faccia, gremiti di arrestati. Davano a volte l'impressione di un immenso lazzaretto pieno di colerosi, e a volte di lunghi corridoi affollati di insorti che agitavano entusiasticamente i cappelli, i fazzoletti e le mani.

All'uscio di ciascuno dei ventiquattro, era una sentinella. Al minimo rumore che la seccava, metteva la bocca al buco e diceva:

—Eh, fate silenzio o vi mando dentro una pallottola!

Più di uno degli arrestati, per proteggersi dalla «pallottola», è stato obbligato a far chiamare il capoposto. Don Davide, che non ha mai avuto paura di farla a pugni con coloro che lo hanno insultato e come uomo e come prete, nella sua stanza si sentiva a disagio. Temeva sempre che un Misdea qualunque o una sentinella che esagerasse nella consegna lo allungasse cadavere. Una sera, mentre passeggiava fumando un virginia, una sentinella, che doveva essere anticlericale, continuava a perseguitarlo dalla spia dicendogli di non fare fracasso, di buttare via il sigaro che era proibito fumare e di andare a letto se non voleva che ve lo mandasse lui.

Il sacerdote, che non aveva angolo che non fosse visibile alla bocca di fuoco, venne preso da una specie di panico che lo obbligò a chiamare ad alta voce il capoposto, il quale, per fortuna, era un chierico.

I ventiquattro, dopo dieci ore di processo, ritornavano in camera sfiniti o stracchi morti, mangiavano un boccone e si buttavano sul pagliericcio con la speranza d'addormentarsi subito e dimenticare ciò che avevano sentito nella giornata. Le venti o le trenta sentinelle, alla distanza di pochi passi l'una dall'altra, alle otto precise incominciavano a gridare con delle voci sgangherate: Sentinella all'ertaaa!—All'erta stooo! Sentinella all'ertaaa!—All'erta stooo!—Sentinella all'ertaaa!—All'erta stooo!—Sentinella all'ertaaaaaaaa!—All'erta stoooooooo!—Sentinella all'ertaaaaaaa!—All'erta stooooooooooooooooo!

Una voce seguiva l'altra con degli o e degli a larghi che spesso morivano nell'aria come un'agonia e talvolta si rompevano con un fracasso che metteva sottosopra il cervello dei detenuti che non potevano dormire. E dopo dieci o quindici minuti di riposo, ricominciavano a gettare le voci per lo spazio più sgangherate di prima.

Gli accusati si alzavano al suono della campana con le occhiaie della gente che patisce d'insonnia. Il direttore del Secolo, che non può dormire che al buio e in un luogo tranquillo, tormentato dalle grida degli incappottati, si voltava e si rivoltava sul giaciglio anche quando aveva preso un po' di solfonal o di trional.

Il Chiesi, che non sa leggere in letto perchè gli si chiudono subito gli occhi, in Castello aveva dei momenti di disperazione perchè non gli si concedeva il riposo notturno. Ulisse Cermenati, che sa stare ritto sulle gambe, andava al processo dinoccolato e pieno di sonno, e Federici raccontava agli amici che accendeva, spengeva e riaccendeva il lume con dei tentativi di passare la notte leggendo.

Si credeva che il processo fosse ancora più sommario di quello che è stato. E ognuno che aveva qualcosa da dire si era alzato nell'ultima notte prima dell'alba, col permesso del capoguardia, a buttar giù qualche nota. Alcuni dei ventiquattro avrebbero voluto che si fosse andati al Tribunale col proposito dell'on. A. Costa, quando era tra gli arrestati al Cellulare. Lasciarsi trascinare dinanzi il Tribunale di guerra senza dire una parola.

Ma quest'idea non ha potuto prevalere, un po' perchè non si conoscevano tutti, un po' perchè nessuno poteva comunicare coll'altro e un po' perchè gli accusati appartenevano a diversi partiti in lotta fra di loro. Valera, andata a male la proposta del silenzio, credeva che sarebbe stato utile, per suo conto, di servirsi del sistema di O' Donovan Rossa, cioè di guadagnar tempo e provare, con la lettura dei documenti sparsi per i libri e per i giornali, che l'Italia era gravida di socialismo.

Ma il tampone presidenziale gli è stato messo in bocca tante volte che dovette sedere come un uomo letteralmente imbavagliato.

Il sistema di O' Donovan Rossa, il quale, tra parentesi, non era ancora il capo dei dinamitardi, era di valersi del Tribunale per far conoscere al popolo la condizione del suo paese e protrarre il giorno della sentenza con la lettura della storia irlandese attraverso gli ottantatrè Acts o leggi eccezionali, che avevano coercizzata la nazione per punirla di domandare con insistenza la libertà che avevano gli Inglesi.

Dopo tre giorni il giudice tappò la bocca al feniano, ma il suo sistema divenne un'arma poderosa nella Camera dei Comuni, ove i parnellisti costringevano i deputati coercizionisti ad assistere a delle sedute parlamentari che duravano perfino quarantadue ore e impedivano ai ministri, per delle settimane e dei mesi, di far votare i bills che dovevano imbavagliare gli Irlandesi.

Don Davide, che era sempre stato tenuto separato dagli altri e che anche al Cellulare si mandava al passeggio da solo, si era preparata un'autodifesa di circa venti o venticinque fogli da protocollo, per provare, con grande semplicità, la sua innocenza. Cominciava dal dire di ignorare il perchè era stato arrestato, carcerato e condotto al Tribunale, e tirava via affermando che, nè direttamente, nè indirettamente, aveva mai preso parte ai tumulti.

«Non solo, diceva egli in terza persona, nè indirettamente, nè direttamente non ha preso parte a tumulti, ma sempre in vita sua usò dello scritto e della parola per l'ordine nella religione, maestra di rispetto, fonte di civiltà e di proprietà. Lo stesso avvocato fiscale che lo incolpa di fini speciali, confessa di non sapere il perchè lo si perseguita. Fini speciali? Dunque, non connivenze con altri partiti, ma un'azione solitaria. Quale? Repubblicana, no; socialista, no; dunque? Distruzione dell'Italia attuale e ricostituzione del poter temporale del papa; questo, suppone l'accusatore. Ora, questo è assurdo, perchè don Davide Albertario in proposito ha per programma di attenersi a quello che gli altri poteri, l'ecclesiastico e il laicale, concertino tra di loro.

«Domando dunque, concludeva don Davide, che mi si lasci libero al mio lavoro benefico, al mio altare, alla mia famiglia. Sono cittadino e sacerdote e scrittore che ha fatto il suo dovere. Non rapitemi la libertà. L'onore, nè voi nè nessuno me lo rapiranno giammai. Rimandatemi al mio luogo di lavoro.»

Romussi, che, come tutti sanno, è un lavoratore instancabile, si era alzato alle due antimeridiane a gettar giù cartelle sopra cartelle, dolendosi, di tanto in tanto, di non avere avuto con sè la collezione del Secolo per poter documentare la sua vita di giornalista.

Ciononostante, scrisse un mucchio di cartelle che sono state distrutte o perdute.

Al Castello vi doveva essere un raccoglitore di manoscritti. Perchè di tanto in tanto si sentiva qualcuno dei ventiquattro lamentarsi di avere smarrito dei foglietti pieni delle idee che intendeva svolgere al Tribunale militare. Don Davide fu il più sventurato di tutti. Perchè, oltre all'avere sciupata la fatica per l'autodifesa, trovò che una mano ignota gli aveva involato dalla valigia un manoscritto ch'egli aveva preparato nelle lugubri giornate al Cellulare e che intendeva pubblicare subito dopo la sentenza. Egli ha potuto far avere a me una di queste cartelle, scritta con una calligrafia quasi femminile, e piena di parole feroci contro quelli che chiama i suoi delatori.

La cosa più noiosa durante gli otto giorni di processo erano le manette. A tutti noi si mettevano i ferri quando si usciva dalla stanza per andare al tribunale nel cortile della Rocchetta, quando dal tribunale si era accompagnati nella stanza a far colazione, quando ci si riconduceva sul banco degli accusati e quando ci si riconsegnava al secondino per essere chiusi in prigione fino all'indomani alla stessa ora. Lungo il passaggio tra un cortile e l'altro, v'era sempre folla. In quello ducale, era una siepe di ufficiali che amavano vedere da vicino queste persone pubbliche che avevano scritto delittuosamente nel giornale socialista, repubblicano, radicale, liberale, cattolico. In quello della Rocchetta, era la moltitudine, composta di curiosi, di amici, di preti, di soldati, che sgomitava per mettersi in prima fila a vedere, salutare, commuoversi, piangere. Si vedevano persone che si tergevano le lagrime col dorso della mano, persone che agitavano il cappello per dir loro: coraggio! e persone che levavano in alto le mani giunte per tradurre la loro desolazione.

La prima volta che riattraversavano il cortile della Rocchetta per salire a colazione, vi fu un fotografo che sentiva indubbiamente la prepotenza della funzione del giornalismo moderno di riprodurre la vita sociale illustrata. Si staccò da un capannello e si presentò colla sua macchina sullo stomaco dinanzi i primi due dei ventiquattro, i quali erano il direttore del Secolo e il direttore dell'Osservatore Cattolico colle mani legate assieme. Romussi si mise un braccio attraverso il naso e don Davide si tirò il cappello sugli occhi voltandosi di fianco—entrambi per tradurre la loro indignazione e per impedirgli di esercitare la sua professione. Anche adesso che correggo le bozze mi duole di questo loro scatto antigiornalistico. Perchè ci hanno soppresso uno dei documenti più preziosi delle giornate di Bava-Beccaris. Se fossi direttore di giornale vorrei che tutti i miei corrispondenti avessero l'audacia del fotografo giornalista. Allora sarei sicuro che il mio quotidiano sarebbe il primo quotidiano d'Italia.

Tra la folla degli avvocati accorsi a dare l'ultimo addio ai condannati, si distingueva il Majno che camminava con l'ombrello in una mano e il cappello nell'altra, salutando dappertutto: «Addio, Chiesi, ciao, Federici, coraggio, Romussi, sta allegro, Valera, arrivederci presto, don Davide, ecc.»