TERREMOTO


PARMENIO BETTÒLI

TERREMOTO

STORIA DEL SECOLO XVI

MILANO
GALLI E OMODEI, EDITORI-LIBRAI.
Galleria Vittorio Emanuele, 17.
1878.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano. Tip. Fratelli Treves



[INDICE]


TERREMOTO

PARTE PRIMA. CAMIA E NICELLI

Capitolo I. L’arrivo del Papa.

Chi, sul finir d’aprile dell’anno di grazia 1538, nel pomeriggio del sabato precedente la domenica delle Palme, si fosse trovato fra le mura allora nuovamente instaurate della buona città di Parma, non avrebbe mancato di meravigliarsi dello insolito moto e della ressa tumultuosa che ne animava le vie.

Un’onda fitta — in cui uomini e donne, giovani e vecchi, laici e religiosi, cavalieri e pedoni, nobili e plebei, andavano necessariamente confusi — scaturendo, a mo’ di fiumana, dalla piazza maggiore e gonfiandosi vievia de’ confluenti che le tributavano le varie strade sboccanti in quella di San Michele; procedeva ansiosa, per questa verso la porta del medesimo nome, che aprivasi allora, come adesso, nel lato orientale della città.

A differenza delle folle de’ nostri giorni che — per la modestia e la uniformità del vestire — sembrano reggimenti di truppa o migrazioni di formiche; quelle de’ tempi andati offrivano le più gradevoli varietà e di tinte e di fogge: pannolani e sciamiti da’ smaglianti colori, bianchi zendadi, lucidi elmetti, piume svolazzanti, gonfaloni effigiati in testa alle associazioni artegiane e fratesche, pertugiane, archibugi, picche, bandierole, zagaglie; tutto un assieme variopinto e screziato da disgradarne la giubba, onde dovette camuffarsi quell’Angelo Beolco da Padova, che inventò la maschera dello Arlecchino.

Dal palazzo della Corte di Giustizia che guardava la piazza, sino alle mura terminanti la strada percorsa dalla moltitudine, tutte le case vedevansi pavesate a festa, e le chiese, ch’erano sette, adorne al di fuori di ricchi arazzi storiati, splendidamente illuminate di dentro, con le reliquie e gli argenti in mostra su le porte laterali, custoditi da scaccini e ramarri, e su la porta maggiore il proposto, i sacerdoti e i chierici in grande pontificato.

Tutte le campane della città suonavano a festa.

Era, senza dubio, uno insueto e solenne avvenimento, che traeva a subbuglio tutta quella popolazione, ed anco di natura gradevole, se si doveva giudicarne dal gaio insieme e premuroso affollarsi dei più. — E tale era infatti poichè si trattasse nient’altro che dello arrivo di Sua Beatitudine papa Paolo III, il quale — partito di Roma il 23 marzo — doveva transitare per Parma, d’onde, per Piacenza, portarsi a Nizza, chiamatovi dal vivo desiderio di comporre a pace que’ due grandi lottatori del secolo, che avevan nome Francesco I re di Francia, e Carlo V di Spagna, imperator di Lamagna e re dei romani.

Di un tanto arrivo Parma si allietava a due titoli: e per salutare il rappresentante di quella potestà, a cui — da poc’oltre un decennio — l’aveva ridata, insieme a Piacenza, la cessione fattane da Francesco II Sforza, duca di Milano, a papa Leone X; e per rivedere nel nuovo pontefice, eletto quattro anni innanzi, quello istesso cardinale Alessandro Farnese, ch’era già stato suo vescovo.

A degnamente riceverlo, sin dal primo luglio dello istesso mese, il Consiglio degli Anziani aveva fermato il partito di «poter trovare e spendere una somma di scudi cinquecento».

Però venivano in testa alla folla che sempre più si accalcava lungo la via principale, primo di tutti, il Magnifico messer Tarusi da Montepulciano vicelegato apostolico, in luogo del cardinale Gianmaria Del Monte, vescovo di Siponto, che un amorazzo con un’accattona del Valnurese teneva inchiodato a Piacenza; poi il podestà Gabriello Boccabarile, dottore in ambo le leggi; poi gli oratori eletti dalla comunità per baciare i piedi e prestare omaggio al Santo Padre in nome del popolo parmense, ch’erano i dottori Federico Del-Prato, Nicola Lalatta e Gianmarco Colla, i nobili Gerolamo Tagliaferri, Agostino Carissimi e Marcello Cautelli, il cavalier Francesco Baiardi ed il merciaiuolo Marco Garsi; e dietro: un codazzo di signori feudali, il collegio de’ dottori, i bacellieri dello studio, gli anziani del Comune e delle arti, il Capitan di Giustizia, i birri della Corte e gli uomini d’arme del patriziato.

Al popolo minuto, al servidorame, a’ villici convenuti dal contado in città, per assistere al festoso momento, mescevansi soldati di ventura, mercatanti ed artisti, fra i quali notavansi due personaggi, su cui ci è mestieri richiamare particolarmente l’attenzione de’ nostri lettori.

Era l’uno di essi un giovine poco più che quadrilustre, alto, pallido in viso, dagli occhi pensosi e melanconici, bruni come le chiome inanellate ed i leggeri mustacchi che gli ombravano il labro, dall’ampia fronte, il naso sottile, il portamento marziale. Una corazza di buffalo, che portava al disopra di un giustacuore di rascia a maniche sparate con sbuffi di tela rensa; una lunga spada a guaina di ferro e il pugnaletto che gli pendevano dalla cintola; un piccolo casco pure di cuoio a costoloni di acciaio e i grandi calzari che gli salivano su su fino quasi al ginocchio a mo’ di schinieri, dicevano chiaro come egli appartenesse al mestiere dell’arme. — Dal fare, a un tempo apatico e curioso, lo si sarebbe detto forestiere e nuovo giunto, e tanto più poteva tenerlo per tale chi ne avesse udito le dimande che — tratto tratto — volgeva a’ passanti sul nome delle strade, delle chiese, de’ palagi, delle persone.

L’altro era un gramo omiciatto su la quarantina, basso di statura, adusto, angoloso, giallastro, dagli occhi porcini, la fronte ed il mento scappanti, il naso a tromba e la bocca tutt’amore per entrambe le orecchie. — Vestiva giubbetto e brache d’un rozzo burello color di cenere e calze nere sbiadate e sdrucite. — Egli pure — a udirlo parlare — denotavasi forestiero, ma, non che a Parma, all’Italia. — Veniva infatti, di Germania e, precisamente, da Leuthen di Slesia, sua patria, donde — così almanco si mormorava — lo aveano costretto a fuggire non sappiamo quali imputazioni di ladroneggi e di broglio, e fra noi si andava accreditando quale antiquario e raccoglitore di medaglie e cimeli. — Ciò che veramente fosse ce lo dirà il seguito: ci basti, per ora, lo averne stretto la personale conoscenza e sapere ch’e’ rispondeva al nome di Pellegrino.

Poco più oltre la chiesa del Santo Sepolcro egli ed il giovane soldato vennero a trovarsi l’uno al fianco dell’altro e giusto nel punto in cui li costringeva ad arrestarsi il regurgito della calca, che indietreggiava e retrocedeva al sopraggiungere del pontefice entrato allora col suo seguito in città.

Due paggi a cavallo, in farsettino cremisi trapunto de’ bei gigli d’oro di casa Farnese, aprivano il corteo, in capo del quale inoltravasi Paolo III, montato s’una bianca giumenta — simbolo di quel tributo di vassallaggio che il reame di Napoli doveva annualmente alla Santa Sede Apostolica — e seguito da un nugolo di principi, cardinali, abati, gente d’armi e staffieri.

Comechè lo immaculato candore della lunghissima barba, che gli scendeva sino a mezzo il petto, lo accusasse — qual’era — più che settuagenario; nella vivacità degli sguardi, nelle calde tinte del colorito, egli conservava tuttavia alcunchè di giovanile e di baldo e, nella fronte alta e rugosa, e nel naso lungo e piovente, il tipo caratteristico della sua possente famiglia: e tanto meno vecchio appariva da che un rosso cappello cardinalizio a cordoni e nappine di oro ne occultasse la quasi completa calvizie. — Sopra una sottana di fino saione bianco ricamato, che gli toccava il malleolo, portava un’ampia cappa di porpora a maniche bordate da ormesino: sul petto una massiccia croce tempestata di gemme sospesa al collo per una grossa catena.

Fu solamente alla sua vista che il giovine soldato parve riscuotersi; impallidì, corrugò fieramente le sopracciglia e, spintosi inanzi a suono di gomitate e rizzandosi su la punta de’ piedi per meglio vedere; domandò ansioso al tedesco, che aveva profittato dei suoi movimenti per avanzarsi a sua volta, chi fossero le diverse persone che accompagnavano il papa.

— Tirfelo supito, supito! — gli rispose premurosamente Pellegrino di Leuthen, che cincischiava l’italiano al modo di tutti i suoi compatrioti — quello fetete sua testra, star gartinale Jagope Satolete, motenese.... prafe gartinale nominate gartinale anne bassate.

— E quello alla sua sinistra? — chiese il soldato.

— Quello star gartinale Casbare Contareno, fenesciane.... altre prafe gartinale nominate anche anne bassate.

— E quel giovinetto, che a pena mette barba e che cavalca pure alla sua sinistra?

— Oh, quello.... più gartinale di tutti.... star suo nibote, gartinale Alessantro Farnese.... nominate guattro anni sono.... lui aferne solamente guattordici....

— E chi è quel piccolo, magro, vestito di nero, che gli vien subito dietro?

— Quello?... referentissime signor Recalcate.... lui scrifere prefi, polle, lettere, tutto... lui secretarie Sua Peatitudine....

— E quel garzoncello che gli sta al fianco?

— Il brincipe Ottavio Farnese.... der bruder, fratelle del gartinale Alessantre....

— E accanto a lui?

— Suo patre, il signor tuca ti Castre, figliuole del papa....

A queste parole, il giovine soldato, di pallido che era, si fece livido in volto, strinse le pugna, digrignò i denti e — come se tutta la tempesta d’odio profondo, che certamente gli ribolliva nel cuore, avesse potuto trovare uno sfogo pel veicolo de’ suoi sguardi — li affisò fulminanti su Pierluigi Farnese, che, in quel momento gli transitava d’inanzi, cavalcando un superbo ginetto di Spagna.

Pellegrino continuava indarno a sciorinargli la sua dotta nomenclatura delle notabilità che seguivano il papa; lo tirava per la manica, onde mostrargli i giovinetti principi Ranuccio ed Orazio, altri figliuoli del signor duca di Castro, e il loro precettore Baldassare Molossi da Casalmaggiore, detto il Tranquillo, e i capitani Giambattista Savelli ed Alessandro Tommasoni da Terni, e il segretario del duca, Apollonio Filareto, ed altri ed altri: il soldato non gli prestava più ascolto. Pareva che tutte le facoltà gli si fossero concentrate negli occhi, i quali — con fissità spaventosa — seguivano sempre il Gonfaloniere di Santa Madre Chiesa, che andavasi intanto perdendo in mezzo alla folla.

Come lo intero corteo fu loro sfilato dinanzi, eglino pure — il soldato e Pellegrino di Leuthen — si risolvettero di piegare verso la cattedrale, dove quello doveva far capo; ma — per quanto studiassero di affrettare il passo e di mettersi per iscorciatoie — tale e tanta era la ressa che queste pure ingombrava, che non poterono giungervi se non molto in ritardo e quando già scesa la notte.

La piazza del duomo risplendeva d’infinito numero di torce, o infitte allo ingiro nelle muraglie, o recate in mano da valletti del vescovado e della comunità. — Su la gradinata adducente al magnifico tempio, che l’antipapa Cadalo fondava nel secolo XII, circondato dall’alto clero ed in solenne pontificale, il cardinale Guidascanio Sforza di Santafiora, che, a soli vent’anni, era già vescovo di quella città, stava aspettando nel Santo Padre il proprio avo materno.

Tanti nipoti del papa scombuieranno senza dubio la intelligenza del nostro lettore, ond’è che reputiamo debito nostro fornirgli qualche più preciso cenno sul conto dell’avo.

Nato da Pierluigi Farnese e da Giovanna Caetani, Alessandro, ch’era salito al trono pontificio il 12 ottobre 1534, doveva tutto il proprio credito alla celebre Giulia Bella, sua germana, una delle concubine di papa Alessandro VI, il quale, creatolo cardinale nel 1493, lo inviò nelle Marche suo legato apostolico. — Ivi il Farnese — per non parere da manco dell’ottimo e massimo suo protettore — s’imbizzarrì d’una Lolla Ruffina di Ancona, che lo fece padre di parecchi figliuoli, tra’ quali Costanza e Pierluigi. — Ma, per un buon papa di que’ giorni, non bastava lo aver prole, come se n’ebbe Rodrigo Lençol-Borgia e Giulio de’ Medici: gli occorrevano eziandio nepoti da farne altrettanti cardinali, vicari, priori e scrittori di lettere apostoliche. — Però, sin da molti anni prima, il Farnese aveva procacciato a prepararsene, maritando la figlia a Bosio II Sforza di Santafiora, signore di Castell’Arquato e dei dazi di Chiavenna e della Rocchetta, ed il figlio, nel 1519, a Girolama di Luigi Orsini, conte di Pitigliano. — Costanza, vedova da tre anni, aveva undici figli: Guidascanio, Carlo, Sforza, Mario, Paolo, Alessandro, Giustina, Camilla, Francesca, Giulia e Fausta; Pierluigi per contro, non ne aveva che cinque: Alessandro, Ottavio, Ranuccio, Orazio e Vittoria. — E l’ottimo avolo, che, più che papa, potevasi chiamar patriarca, appena cinta la tiara, s’affrettò a nominar cardinali i due primogeniti, Guidascanio di Costanza, che non contava sedici anni, ed Alessandro di Pierluigi, appena quattordicenne. — Poi creò il suo proprio figlio Gonfaloniere della Chiesa, gli dètte la signoria di Nepi e il ducato di Castro, compro da Gerolamo Estontevilla: ed in quel torno stava industriandosi per investire il nepote Ottavio della ducea di Camerino e fargli ottenere in moglie Margherita d’Austria, bastarda di Carlo V, che il pugnale di Lorenzino de’ Medici e la draghignazza dello Scoroncocolo avevano vedovata, dopo sette mesi di matrimonio, la notte del 6 gennaio dell’anno precedente.

Il giovane soldato, col quale abbiamo stretto testè conoscenza, erasi spinto giù per le vie secondarie che, da quella maggiore di San Michele, conducono al duomo; ma, impedito dalla fitta di gente che si accalcava dovunque, non eravi potuto giungere se non quando già vi si trovavano il papa e la sua corte.

Lungo la via, erasi separato da Pellegrino di Leuthen, che un orafo aveva trattenuto in cammino per mostrargli alquante vecchie monete di rame, scoperte negli scavi di fondazione delle nuore mura, e quando — rasentando il Battistero da quel lato in cui sorgevano, un tempo, le case de’ Salimbene — giunse a metter piede su la piazza della cattedrale; uno strano ed inatteso spettacolo gli si spiegò sotto gli occhi.

Era un agitarsi incomposto di fiaccole, un tempestoso scalpitar di cavalli, un accozzarsi di spade, un gridìo d’imprecazioni e di lagni, un fuggi fuggi generale di tutto lo immenso popolo ivi raccolto, un trambusto, un tumulto, una indescrivibile confusione.

In quello istesso momento, una giovinetta, che pareva fuggisse inseguita da un gentiluomo a cavallo, gli corse inanzi spaurita come invocando soccorso.

Il soldato la riparò dietro di sè, facendole scudo del proprio corpo, e, cacciata la mano in su l’elsa attese di piè fermo il cavaliere, il quale, per altro — visto appena quell’atto minatorio — fe’ voltar fianco alla sua cavalcatura, e si allontanò.

— Sempre lui! — mormorò trasalendo il soldato, perocchè, nel gentiluomo, avesse riconosciuto Pierluigi Farnese; e tratta la fuggitiva a ricovrare entro la più vicina porta del Battistero, vi si piantò ritto dinanzi a mo’ di sentinella.

Vediamo adesso cosa fosse accaduto.

Capitolo II. La bianca chinea.

Quantunque il medio evo avesse compiuto la sua parabola con lo spirare del secolo XV e fossero insieme cessate le sanguinose lotte fratricide de’ guelfi e de’ ghibellini, che ne furono sintesi; non s’erano tuttavia ancora totalmente attutite certe rivalità di famiglia, che, da quelle fazioni, ripetevano il loro antico rancore.

Nel piacentino, in particolare, scoppiettavano pur sempre, sotto la cinigia de’ nuovi tempi, le mal sopite faville di quegl’intestini dissidi e, tra le possenti casate de’ guelfi Camia e de’ ghibellini Nicelli, emoli nel contrastrarsi il primato del Valnurese, durava sempre acerrimo l’odio, perenni gli sfregi e l’arrecarsi vicendevole danno.

Notammo già del basso amore che il legato pontificio risiedente a Piacenza nudriva per una misera mendicante di quelle istesse regioni. Ora, siccome costei era già stata vassalla dei Camia e dalle costoro famiglie frequentemente beneficata, egli, di rimpatto, mostravasi verso di loro sovrammodo benevolo e parziale; dal che un sempre maggiore argomento all’astio de’ Nicelli. I quali, irritati da un siffatto contegno e resoluti di muoverne querela alla istessa Sede Pontificia; come riseppero che il papa in persona, traendo di Roma, doveva trattenersi alcuni giorni a Parma, fermarono spedirgli il conte Stefano, loro capo principale, ed il marchese Giambattista da Cattaragna, affinchè gli denunziassero i tristi procedimenti del cardinal Del Monte e ne suscitassero le ire contro i loro abborriti rivali. — Ma del partito preso e dello scopo di tale deputazione questi s’ebbero vento e non mancarono, a tempo acconcio, d’inviargli eglino pure i loro più validi rappresentanti.

I due Nicelli contavano in Parma vari aderenti ed amici, primi tra’ quali un Andrea Baiardi ed un Massimiliano Balestieri, giovinastri arrischiati, lesti di mano e facili al sangue, che già più volte avevano stretto parentela con la berlina e sculacciato la pietra e — forse per quell’adagio francese che qui se ressemble s’assemble — fu su costoro che quelli fecero il loro maggiore assegnamento, per trovare appoggio presso la persona del papa.

Abbigliati de’ loro abiti più sfolgoranti; tutti broccato, oro, gemme, pennacchi; seguiti da una serqua di ceffi patibolari in livrea; mossero quindi ad incontrarlo insieme alla folla e lo accompagnarono sino alla piazza del duomo, dov’era proposito di Stefano Nicelli il farglisi inanzi e presentargli certo suo memoriale.

Paolo III — sempre a cavallo della sua bianca chinea — andò ad arrestarsi appiè della gradinata, su cui lo stava aspettando il nipote cardinale, e — mentre questi gli reggeva umilmente la staffa — scese di sella. — Colse la propizia occasione il Nicelli per islanciarsi, nel duplice intento di stendergli il suo memoriale e sostenerne la mula pel morso, onore di que’ giorni ambitissimo; ma un altro il prevenne: un altro, che — circondato pure da congiunti e famigli — teneasi su la scalea poco discosto dal vescovo, si avanzò in pari tempo e, prima di lui, afferrò le briglie della cavalcatura papale.

Quell’altro era un Camia.

Misurando tutto il proprio svantaggio, Stefano Nicelli intravide, d’un tratto, di quale odioso maneggio fosse stato vittima insieme a’ suoi: i Camia, istrutti de’ loro intendimenti e forti dell’amicizia de’ conti di Santafiora e dello stesso vescovo di Parma, li avevano prevenuti e soverchiati in guisa, che non c’era più nulla a sperare.

Acciecato, quindi, da un subitaneo accesso di rabbia:

— Nicelli! Nicelli! — si pose a gridare e, dato un passo inanzi, ghermì quelle istesse briglie che già stavano in mano del suo avversario.

— Camia! Camia! — gridò questi, a sua volta, e, indietreggiando, trasse a sè la chinea, che — per non voler salire su la gradinata — cominciò a recalcitrare e a scuotere impazientemente la testa.

Alla chiamata di Stefano, accorsero subito i suoi, insieme al marchese di Cattaragna, capitanati dal Baiardi e dal Balestrieri, con nuda in pugno la spada: altrettanto fecero i seguaci del Camia al suo grido di allarme; onde ne nacque una colluttazione, una zuffa, un parapiglia d’inferno.

Il mastro di stalla pontificio — dabben galantuomo, più tenero delle sue bestie che non madre de’ figli — erasi intanto introdotto fra’ due litiganti, che a furia di strappate di morso, squarciavano brutalmente la bocca della sua preziosa giumenta, e si destreggiava in varie guise pur di riuscire a levarla loro di mano.

Non lo avesse mai fatto!

L’impetuoso Baiardi — tratto presumibilmente in abbaglio dallo incerto ed oscillante chiaror delle faci — credendo tôrre di mezzo il principale antagonista dell’amico suo; gli vibrò tale una stoccata nel petto da trapassarlo fuor fuora, sì che il meschino andò a ruzzolare boccheggiante traverso i gradini della scalea, mettendo gemiti disperati e contorcendosi nell’agonia.

A simil vista, il papa spaurito e commosso, corse a rifugiarsi entro la chiesa insieme a’ più del suo seguito; il magnifico messer Tarusio Tarusi impartì l’ordine a’ suoi uomini e a quelli del Capitan di Giustizia di far forza d’armi e di sgomberare la piazza; e la folla incalzata e sgomenta, cominciò ad agitarsi, a strillare, a fuggire.

Fu in questo punto che sovraggiunse il nostro giovine soldato.

La fanciulla, di cui s’era creato difensore e campione, non aveva assistito al solenne ingresso di Paolo III in città, ma ne aveva atteso l’arrivo da piedi della scalinata del duomo. — Erale compagno e scorta un vecchio signore di venerando e maestoso esteriore, il quale, non così vide il pontefice scendere d’arcione, che le si staccò dal fianco per essere ammesso tra’ primi al sommo onore del baciapiede. — In quello istesso momento scoppiò l’alterco a cagione della bianca chinea. — Le grida furibonde dei contendenti e, forse più ancora, certe occhiate di fuoco, onde la facea segno un gentiluomo del seguito papale venuto a situarlesi presso, spaurì siffattamente la giovinetta, che, senz’altro riflettere, si dètte a correre verso il Battistero, mentre il gentiluomo, o fosse per trattenerla o fosse per chetarla con rassicuranti parole, spronava il cavallo e le galoppava dietro, cagionandole un sempre maggiore sbigottimento. — Fu allora che intervenne il nostro giovine soldato e che il gentiluomo si allontanò.

Per chi, raffigurando in costui il signor principe Pierluigi Farnese, figliuolo di Sua Santità, duca di Castro e di Nepi e Gonfaloniere della Chiesa, del quale erano abbastanza noti i rotti costumi, si fosse arrestato a contemplare la sgomentata e fuggente fanciulla; facile sarebbe riuscito il trovare una ragione allo strano contegno di quello nella rara bellezza di questa.

Si narra d’uno statuario greco, il quale, volendo plasmare la più bella imagine di Venere, che mai fosse uscita da scalpello scultorio, ricorse allo spediente di modellarne le varie parti su di altrettante donne di beltà peregrina, senza che un simile avvedimento lo facesse approdare a nulla di buono. — Vera o fittizia che sia, questa leggenda giova, se non altro, a mostrare come non basti la innappuntabile perfezione delle forme a rendere una donna attraente, ove non congiunta a quella cara leggiadria dello assieme, che è già, per sè sola, la più efficace estrinsecazione del bello; è l’armonizzanza omogenea di contorni e di tinte, che i pittori dicono intonazione; la qualità che aumenta pregio alle gemme e che i gioiellieri chiamano aqua. Ed era appunto di cosiffatte doti, che si abbelliva particolarmente la giovinetta di cui favelliamo.

Per avventura, quella sua taglia sottile e flessibile, quel pallido sembiante, quei suoi grandi occhi bruni languidi e vellutati, ed una certa cascaggine di tutta la gentile personcina; tradivano in lei alcunchè di un po’ troppo gracile e dilicato. Ma queste leggere pecche — seppur tali apparivano agli occhi di chi sa di stare alla donna come broncone alla vite — venivano largamente compensate da una espressione di angelica dolcezza e di elevato sentire, che le traspariva da tutta la bella persona come profumo da fiore. — E le sue molte attrattive attingevano anco una grazia maggiore da una specie di vezzoso camauro, guarnito di trine, che le stringeva le copiose trecce, e da una veste di ciambellotto cilestrino a leggeri punti di argento, sparata nel mezzo della gonna, con maniche ampie e cadenti, e sovrammessa ad una semplice sottana di bianco zendado.

Tale era la fanciulla, che il nostro giovine soldato aveva impreso a proteggere e che — addossata ad una delle colonnette spirali fiancheggianti la porta del Battistero — teneva le mani incrociate, come pregasse, e gli occhi fisi verso il punto, in cui ferveva tuttora la mischia.

Sino da’ primi rumori, i valletti della Curia e dell’Anzianato, s’erano posti in salvo, l’un dopo l’altro, o nella chiesa o nel palazzo vescovile; attalchè, grado grado, non rimaneva più un solo sprazzo di luce a diradare le tenebre. — Intanto gli armigeri del Vicelegato e della Corte di Giustizia — respinti per le strade adiacenti que’ più arrischiati de’ curiosi, cui la paura non avea fatto spuntare le ali — ritornarono in mezzo alla piazza, nel proposito di far cessare la zuffa e d’impadronirsi de’ tumultuanti. — Ma, caduto nel proprio sangue uno de’ Camia e rifugiatisi anche costoro nella cattedrale, solo i Nicelli ed i loro aderenti restavano sul terreno; di maniera che il tafferuglio si poteva considerare finito. — Senonchè il Baiardi e il Balestrieri, che, pe’ castighi frequentemente patiti, avevano il sangue grosso contro il Vicelegato, non paghi ancora del trambusto promosso, vollero compier l’opera, ribellandosi ed opponendo resistenza a’ suoi birri; e così, tra il buio pesto della notte, ammenando giù colpi da ciechi, all’uno squarciarono sconciamente il viso, all’altro fracassarono bestialmente le gambe; poi — battendosi in ritirata — si evasero con gli amici per le minori viuzze, che toccano al fianco settentrionale del duomo.

Pochi minuti dopo, i soli gemiti dei feriti e dei morienti rompevano il silenzio di quella notte funesta.

Affrettiamoci, intanto, a dire che il giorno 12 del susseguente mese di maggio, raunatisi gli anziani, deliberarono unanimi il partito di dimostrare la «displicentia» grande per la «noglia» causata al pontefice dall’orrendo caso occorso, nella notte fra il sabato e la domenica delle Palme, con lo imporre e promettere «talea di quattrocento ducati d’oro da pagare a ciascuno che amazarà gli capi, cioè Andrea Baijardo et Maximiliano Balistrero, et gli altri loro sequaci cento per ciascuno di loro come rebelli de N. S. et inimici de la patria propria.» — I Nicelli e i Camia, siccome assai meno noti e non cittadini di Parma, andavano compresi tra i «sequaci» del Baiardi e del Balestrieri.

Come parve sedato il tafferuglio, si schiusero le porte della cattedrale, e papa Paolo III, seguito da tutta la sua Corte e da’ più ragguardevoli rappresentanti della cittadinanza, traversò la piazza portandosi al Vescovado; mentre i confratelli della Misericordia raccoglievano d’in sul lastrico i morti ed i malvivi.

Il nostro giovine soldato erasi frattanto mantenuto in fazione su la porta del Battistero, nel vano della quale stava rimpiattata, gemendo e piangendo sommessamente, la leggiadra creatura, ch’egli aveva preso in tutela e su la quale non sapeva astenersi dal volgere, tratto tratto, sguardi improntati del più vivo interessamento. — Avrebbe voluto e non osava indirizzarle la parola, e, siccome gli pareva di scorgerla sempre più accuorata ed inquieta, cominciava a sentirsi in qualche imbarazzo sul partito, cui meglio gli convenisse appigliarsi; quando — all’uscire del corteo pontificio, che tornò a rischiarare la piazza con le sue faci — vide un vecchio gentiluomo guatare ansioso tutto all’ingiro e, preceduto da un fante che recava una torcia, dirigersi verso di lui: nel tempo istesso la giovane sua protetta slanciarsi dal proprio ripostiglio e corrergli incontro a braccia aperte.

Il vecchio se la strinse al seno affettuosamente, chiedendole sollecito ove fosse riparata e per qual modo scampata ad ogni pericolo e — come lo intese — si avvicinò premurosamente al soldato e:

— Il tuo nome, giovinotto? — gli dimandò.

— Neruccio Nerucci — questi rispose.

— Bene! — soggiunse il vecchio, traendosi di collo e porgendogli una pesante catenella di oro — serba questa in ricordo nostro: quanto a noi, stà riposato che nulla al mondo potrà mai farci dimentichi del servigio che tu ci hai reso!

E, con la fanciulla ed il servo, tirò via alla volta della Piazza maggiore.

Quella, per altro, prima di andarsene, rivolse al suo difensore un così tenero sguardo di viva riconoscenza, che a lui riuscì anco più caro del prezioso monile.

Rimasto solo, stette in forse un momento, poi lasciò egli pure la piazza.

Capitolo III. Il nipote del vescovo di Fano.

Benedetto Varchi — nelle ultime pagine delle sue Istorie Fiorentine — narra per filo e per segno come, nell’anno precedente, il duca Pierluigi Farnese, recatosi a zonzo per le Romagne, in compagnia di Giulio da Piè-di-Luco e di Nicolò Orsini, conte di Pitigliano, perpetrasse il più nefando de’ misfatti su la persona di Cosimo Gheri da Pistoia, vescovo di Fano.

Chi ha scorso quelle pagine, conosce abbastanza lo abbominevole caso: chi no, meglio lo ignori.

Sappia unicamente che — per la vergogna del sanguinoso oltraggio patito — il giovine ed infelice prelato cadde sì gravemente infermo che — scorso un mese da quello — trovossi ridotto in fil di vita.

Non contava egli allora nessun altro congiunto fuori di un nipote, solo di un lustro a lui minore d’età.

Era questi l’unico figliuolo di una sua sorella sposatasi giovanissima ad un cittadino pistoiese, che dissidî di parte aveano tratto ad esulare e che, accasatosi da prima in Cortemaggiore, come operaio tipografo presso Benedetto Dolcibello da Carpi; rimasto vedovo, era passato col figlio a Busseto, dove morì nel 1535, mentr’era castellano e mastro di casa di que’ marchesi Pallavicino.

Suo cognato, che trovavasi in quel torno semplice vicario a Borgo San Sepolcro — saputone a pena la immatura fine — s’affrettò subito ad avvocarne presso di sè il figliuolo, che non toccava per anco i suoi sedici anni, e lo tenne poi sempre al suo fianco, servendogli, a un tempo, e da secondo padre e da fratello maggiore.

L’indole del giovane orfano era forse più che altro proclive agli esercizi del corpo ed alla vita militare; ma così sotto la tutela del padre, che le dure sperienze avevano reso aborrente da agitazioni e da rischi, e tanto più sotto quella dello zio prete, tutto mitezza evangelica e amore intenso pe’ suoi prediletti studi di latino e di greco; egli dovette, suo malgrado ed anche con qualche mostra di buona volontà, occuparsi esclusivamente di lettere e d’arti.

Pertanto queste — comunque imparate a rintronico — ma più in ispecie il salutare influsso delle parole e degli esempli che il buon sacerdote gli andava del continuo porgendo, valsero possentemente ad ingentilirne la congenita selvatichezza, a rammollirne la tempra, a renderlo vievia così dolce e mansueto, che non lo si sarebbe tenuto capace di torcere il collo ad una pollanca senza provarne ribrezzo.

Lo zio, che avrebbe aspirato ad identificarselo il più che gli tornasse possibile, lo confortava eziandio a consacrarsi decisamente alla carriera ecclesiastica, la quale se, da un lato, meglio di ogni altra conforme a’ gusti del dabben sacerdote, poteva, dall’altro — massime di que’ tempi — sodisfare interamente anche le più sconfinate ambizioni. Ma il giovine, benchè non osasse manifestargli tutta la sua repugnanza, lo teneva in pastura con risposte evasive, cercando a furia di pretesti, di far conciliare insieme il deliberato proposito di non secondarlo e il vivo desiderio di non causargli un troppo acerbo dolore con un formale rifiuto.

Il giovine, malgrado avesse di assai mitigato il proprio carattere naturalmente vivace ed incline al fantastico, pure — ne’ suoi medesimi studi — lasciavasi il più sovente regolare da quello, ed a’ libri ascetici e filosofici, ond’era stipata la biblioteca vescovile dello zio, preferiva di gran lunga le storie di Tacito e di Livio, il Cortegiano di Baldassare Castiglioni e i versi del Petrarca e, meglio ancora, i poemi cavallereschi del conte Matteo Boiardo da Scandiano e di messer Lodovico Ariosto, che, di que’ giorni appunto, cominciavano a farsi tanto di voga.

Fingendosi nel pensiero le guerresche vicende, che pur sempre travagliavano il mondo, pari a quelle poeticamente descritte in siffatte sue letture; tra i polverosi stalli della sagristia e le fredde chiostrate dell’episcopio, e’ non sognava che Durlindane e Belisarde, Vegliantini e Frontini.

Era l’anima di un cavaliere errante, che si dibatteva entro il corpo di un semplice chiericuzzo.

Quando il suo misero congiunto soggiacque alle bestiali violenze del Farnese, egli trovavasi nella prossimana borgatella di Cartocceto, dove — tre dì inanzi — lo aveva mandato lo stesso suo zio, per recare a quel proposto taluni amuleti e reliquie venuti di Terrasanta.

Una staffetta gli fu subito spedita acciò lo istruisse prudentemente dell’orrendo accaduto e lo sollecitasse ad immediato ritorno. Nè di questo eravi mestieri, perchè il giovine — udita una volta la funesta novella — rompesse ogni indugio ed, inforcato il suo modesto ronzino, non gli lasciasse smettere il trotto chè non fosse giunto, trafelato ed ansimante, appiè della scala del vescovado.

Ivi, sceso di sella, divorò i gradini a quattro a quattro.

Era in su l’imbrunire.

Cosimo Gheri, pallido come cadavere, giaceva sul proprio letto.

Non una parola venne profferita tra il nipote e lo zio che alludesse alla triste circostanza. — Bastò lo scambio di una semplice occhiata a renderli intesi a vicenda di quanto avrebbero dovuto soffrire amendue, se l’uno avesse ascoltato, l’altro narrato i particolari della vituperevole scena, ond’era stato la vittima.

E si tacquero.

Solo il vescovo sporse la mano tremante dalle lenzuola e la stese al nipote, come per ringraziarlo del suo sollecito accorrere. Questi glie la strinse, cuoprendola di baci e, caduto ginocchioni appiedi del letto, ruppe in singhiozzi.

Quaranta giorni dopo, il misero Cosimo Gheri entrava nella sua estrema agonia.

— Figliuolo — egli diceva con voce spirante al nipote che, pure in quell’ora, gli stava genuflesso al capezzale — lascia che in questi brevi momenti che mi rimangono ancora di vita, io ti rinnovi le mie esortazioni ed i miei consigli.... meglio accetti riescono dalle labra di un moribondo e più profondamente s’imprimono nel cuore!

— Dite, dite su, zio — gli rispondeva il giovine, raffrenando a stento le lagrime — ogni vostra parola sarà per me una legge, un altro vangelo, ma non state a ripetermi, in carità del Signore, che siete presso a morire!

— È inutile che ti faccia illusioni!.... mi restano pochi minuti a pena!.... nè di ciò devi affliggerti.... è una grazia della suprema provvidenza questa di ottenere la morte, quando, nella vita, ogni scaturìgine di bene m’è inaridita per sempre!

— Oh, il Farnese.... l’infame!

— Chetati, chetati!.... te l’ho già detto che io non amo udirti favellare in tal guisa!

— Ma io detesto quell’uomo, ecco! io l’odio di un odio legittimo e vi giuro, zio... sì, lo giuro su questo vostro letto di patimenti e di angosce; lo giuro su quel crocifisso che tenete fra mani.... dovunque lo trovi, dovunque il raggiunga, vendicherò nel suo sangue le atroci torture che vi ha fatto soffrire.

E si drizzò in piedi.

— No, no — soggiunse allora il vescovo, sollevandosi con un ultimo sforzo sino a sedere sul letto — per la salvezza dell’anima mia non pronunziare di simili bestemmie!

— E un così nero delitto dovrà rimanere impunito?

— Perdoniamo, figliuolo... obbediamo a’ sublimi precetti del divin redentore!

— Ma il redentore, a sua volta, si lasciò sopraffare dalla sua collera santa e flagellò di funate i profanatori del tempio.

— Cristo era un Dio!

— Ed io nol sono, ed io non sono che una fragile creatura umana e, perciò appunto, nemmanco la suprema sapienza può esigere da me quanto è attributo esclusivo della divinità.

— Ho perdonato io: devi perdonare tu pure.

— Oh, mai.... mai!

L’accento di energica risolutezza col quale il giovine ripetè questo semplice monosillabo sbigottì siffattamente Cosimo Gheri, che ricadde accasciato sul proprio letto, e:

— Misericordia del cielo — sospirò sommesso tentando congiungere le mani convulse all’atto della preghiera — perchè non affrettate il mio trapasso così da risparmiarmi questo nuovo tormento?.... perchè dalla persona che mi fu la più cara sovra la terra debbo ascoltare propositi d’ira insensata, che sgomentano il mio spirito, che mi turbano l’agonia?

— Oh, no, no, perdono — fu sollecito a sclamare il nipote, cui già rimordeva la pena causata all’infelice suo zio — non c’è nissun proposito in queste mie parole!.... sono uno sfogo, una espansione del mio dolore.... nient’altro! Oh, non ve ne date pensiero!

Un sorriso lieve come bagliore di tramontano crepuscolo sfiorò le smorte labra dell’agonizzante, che:

— Grazie, oh, grazie, figliuolo! — mormorò stentatamente — mi hai fatto del bene.... sì, codesta tua remissione mi ridà un po’ di calma.... ma non basta.... non basta! tu lo hai giurato... solennemente giurato sul legno della santa croce.... e un primo giuramento non si proscioglie che per via di un secondo anche più solenne.... e tu me lo devi.... oh, non rifiutarmelo, se vuoi vedermi spirare tranquillo!...

— Ma sì, ma sì — fece il nipote, cercando di rassecurarlo e di schermirsi ad un tempo — come vi ho detto, zio, quelle parole mi sono sfuggite nell’impeto del dolore; ma non dovete dar loro importanza di sorta.

— E tanto meglio.... tanto meglio!... così potrai farmi, in tutta coscienza, la formale promessa che ti domando.... potrai giurarmela su questa medesima croce...

E, in così dire, cercava brancicando su le lenzuola il piccolo crocifisso che gli era sfuggito di mano:

— Giurami — soggiunse quindi, a pena se ne fu impadronito — giurami che rinunzierai alle tue stolte idee di vendetta.... che dovunque ti avvenga d’incontrare, di raggiungere quell’uomo.... il signor duca di Castro.... tu non tenterai nulla in suo danno.... tu gli perdonerai!...

Il giovine stornava gli sguardi per non affisarli in volto allo zio e si teneva muto ed immobile come una statua.

Ma quello:

— Oh, non esitare — continuò a dire, con voce già resa afonica dall’agonia — non lasciarmi morire con lo sgomento e la disperazione nell’animo.... giurami.... giurami che gli perdonerai.... giurami che gli hai già perdonato!...

E fatto un altro e più penoso sforzo per raddrizzarsi di nuovo, non riuscendovi, con la mano che restavagli libera, afferrò intanto la mano del nipote.

Al gelido contatto, questi rabbrividì in tutta la persona, come se côlto dal fricasmo della terzana, e con un senso indefinibile di angoscia tôrse lo sguardo sul povero moribondo, il quale — non potendolo più della voce — gl’indicava con gli occhi vitrei e semispenti il sacro legno che gli tremolava tuttavia fra le dita.

Il giovine non resse a simile vista; una pietà profonda lo strinse al cuore; allungò la mano sul mistico simbolo della redenzione e già era sul punto di pronunziare il suo secondo e più solenne giuramento; quando Cosimo Gheri, che — a quell’atto aveva dato segno di rasserenarsi, — lasciò sfuggire di un tratto e il crocifisso e la mano del nipote, e s’arrovesciò supino sopra il guanciale.

Con moto irresistibile, il giovine lo seguì della testa; lo stette a contemplare un istante preso da una specie di vago terrore; lo palpò su la fronte, alle mani, quasi non prestasse fede a’ propri occhi, lo sentì freddo, rigido, stecchito, ed, allora, vinto dall’affanno ma senza lacrime, ricadde alla sua volta in ginocchio.

Cosimo Gheri non era più.

Cresciuto di povera gente, tratto dalla sua eccessiva pietà a dividere i benefizi e le decime tra’ suoi diocesani peggio conciati dalla fortuna; il buon vescovo non lasciava dietro di sè che una lunga e copiosa eredità di rimpianto; attalchè suo nipote non soltanto rimaneva isolato nel mondo, ma con l’isolamento rincarato dalla miseria.

Su le prime, per altro — assorbito qual’era dall’intenso dolore della sciagura che lo aveva colpito — nemmanco davasi pensiero della triste sua situazione; continuava a soggiornare nell’episcopio; si compiaceva di abitare quelle medesime stanze, di assidersi su que’ medesimi scanni, che — per così dire — serbavano tuttora l’impronta ed il profumo del suo caro estinto.

Sono le voluttà del dolore.

Ma non istette guari chi si pigliasse lo ingrato incarico d’illuminarlo sul vero e misero suo stato: e fu il governatore della città, un frate sbandito della Mirandola, che — per la sua cupidigia e sordida tirchieria — erasi guadagnato il nomignolo di Vescovo della Fame.

Costui lo fece chiamare ed, avutoselo inanzi, gli intimò brutalmente di lasciar sgombri gli ambienti del vescovado e di sbrattare il luogo issofatto.

Fu allora che — senza nobiltà di casato, senza nè beni di fortuna, nè aderenti, nè più casa e focolare domestico — il meschinello, gittato nudo e crudo sul lastrico dalla ruvidità del governatore, richiamò a presidio della disperata sua situazione le proprie fantasticherie giovenili e fermò in animo di dedicarsi al mestiere delle armi.

Barattò, quindi, la sua lunga cappa e le sue negre calze da chierico e tutto il resto dal berretto alle scarpe, contro le vesti e gli arredi soldateschi d’un lanzo, che gli furono ceduti da mastro Efraimo d’Ancona, rigattiere ambulante, e con que’ pochi che gli guernivano il borsello, s’avviò alla bella pedona ed a piccole giornate in busca di migliore ventura, pigliando per Pesaro, Rimini, Cesena, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, Modena e Parma.

E adesso il lettore lo avrà già indovinato. Il nipote del vescovo di Fano, della misera vittima di Pierluigi Farnese, altri non era che Neruccio Nerucci, il giovine soldato che imparammo a conoscere nell’ultima delle mentovate città, quando vi giunse Sua Beatitudine papa Paolo III.

Capitolo IV. Una occhiata in giro.

Quanto eragli occorso in circostanza della zuffa tra i Camia ed i Nicelli per la mula papale, aveva suscitato nel cervello del nostro Neruccio un tumulto d’insueti pensieri e forse nell’animo un primo e nuovo ed incompreso affetto.

Orbato della madre sino da’ suoi più teneri anni, privo di una sorella, di una congiunta; l’elemento feminile non aveva mai esercitato nessuna influenza su la monotona e triste sua vita trascorsa sino a quell’ora sequestre dal mondo, al fianco, prima, di un padre operaio, poscia, di uno zio sacerdote. Laonde la leggiadra fanciulla inseguita dal Farnese e, per un momento, affidata dal caso alla sua salvaguardia doveva necessariamente produrgli un’assai viva impressione.

L’ultimo sguardo lanciatogli da quella giovinetta nell’atto di staccarsi da lui, eragli parso come un’arcana promessa e gli aveva fatto germogliare nel cuore tutto un vivaio di care speranze, delle quali, per altro, non giungeva a comprendere nè la natura, nè il vero obbiettivo.

Ci volle la notte ed il sonno per restituirgli la calma.

L’indomani gli parve aver sognato.

Pure l’imagine diletta gli si riaffacciava pertinace alla mente; ma egli si studiava cacciarnela quasi pensiero molesto.

Ed, invero, a quale pro’ trattenersi a vagheggiarla? — Sapeva egli solo chi ella fosse? — L’avrebbe mai più riveduta nell’avvenire? — Il suo destino non lo spingeva forse lontano da quella terra, in cui l’aveva per la prima volta incontrata?.....

Partì, infatti, il dì successivo da Parma e, pei monti del piacentino, si diresse in Piemonte, dove prese soldo, alla fine, nelle milizie di don Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara e del Vasto, governator di Milano per Sua Maestà Cattolica il re di tutte le Spagne.

Prima di più oltre procedere, o — a dir meglio — prima d’internarci nel drama di cui non abbiam fatto che presentare taluno de’ personaggi principali a’ nostri lettori; gettiamo, per un momento l’occhio su una carta geografica d’Italia e vediamo in qual maniera si trovasse frazionata nella primavera del 1538.

È uno studio che — se non altro — può tornare alquanto proficuo a quei non pochi giovanetti, i quali — per esser nati ieri ed aver trovato la patria risorta a dignità di nazione e fatta una, senza loro fatica — non sanno capacitarsi della via lunga, penosa ed accidentata che dovette percorrere per giungere a tanto; onde — per un’arcadica ubbia imparata a strafalcione dalla prima mala copia di Robespierre che abbiano il malanno di rasentare — si arrischiano a cimentarne le sorti come si trattasse di nulla.

Si curvino alcuni istanti con noi sovra l’italico stivale, che oggi si disegna su la carta d’Europa con una sola linea unicolore e veggano come — a que’ dì — fosse in siffatto modo screziato da offrire tutti quanti i colori dell’iride.

Facciamoci dal Piemonte che — sin d’allora — cominciava a manifestarsi siccome stella polare degl’italiani e che Carlo III il Buono, duca di Savoia, recuperò da’ francesi nel 1539, in forza del trattato di Cambrai conchiuso tra Carlo V di Spagna, suo cognato, e Francesco I di Francia, suo nipote. — Questi, tuttavia, oltre al mantenersi in possesso delle valli di Oulx e di Fenestrelle, antiche dependenze del Delfinato, erasi creato arbitrariamente tutore di Gabriele, ultimo de’ saluzzesi, e ne teneva il marchesato per sè; mentre quello di Monferrato — morto improle nel 1533 Giangiorgio Paleologo che il reggeva indipendente — passava, dopo tre anni di litigio, a Federico II Gonzaga, duca di Mantova, Pizzighettone, Goito e Canneto.

Il Milanese, che stendevasi dall’Alpi alla Sesia, dalla Brenta al Po, abbracciando Pavia, Lodi, Cremona, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina con le contee di Bormio e Chiavenna, Angera e Geradadda — per testamento del suo duca Francesco II, ultimo degli Sforza — era scaduto alla Spagna, che vi teneva a governo il sunnominato marchese del Vasto.

La serenissima di Venezia possedeva, tra l’Isonzo ed il Mincio, dal litorale Adriatico alle foci eridanie, le provincie di Bergamo, Brescia, Verona, Padova e Vicenza, la marca Trevisana con Feltre, Belluno, Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria meno Trieste città imperiale, la contea di Gorizia, Zara, Spalatro, le isole fronteggianti la Dalmazia e l’Albania, quelle di Veglia e di Zante. — Fuori d’Italia poi, in Grecia, occupava Corfù, Lepanto e Patrasso; nella Morea, Morone, Corone, Napoli di Romania, Argo e Corinto, varie isolette dell’Arcipelago e, finalmente, le isole di Cipro e di Candia. — Ne reggeva il dogato quello istesso Andrea Gritti che — già capitano e proveditor generale della republica — cacciò gl’imperialisti da Padova ed i francesi da Brescia e che — battuto a sua volta e menato prigioniero a Parigi da Gastone di Foix — seppe sì finamente destreggiarsi con re Luigi XII da volgerlo in favore della sua patria e stipulare secolui un vantaggioso trattato di pace.

Genova non occupava di territorio italiano chè la esigua striscia delle sue due Riviere, il marchesato del Finaro e la Corsica. In compenso — da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana — esercitava i suoi commerci col Levante per una serie di scali toccanti, da un lato, sino alla Cina, dall’altro, alle coste del golfo arabico, e molti ancora ne teneva nella Romania, nella Macedonia, nell’Arcipelago, nelle Sporadi e nell’Anatolia. — Da trent’anni, il settuagenario Andrea Doria avea dato un migliore assetto ed una nuova costituzione alla sua republica, escludendo da’ publici affari le antiche e faziose casate degli Adorno e de’ Fregoso. — Onnipotente nella sua patria, che da lui ripeteva il riconquisto della propria indipendenza, per alcun tempo erasi legato a’ francesi; ma poi — scontento della costoro iattanza e massime della malafede del loro monarca — si dètte animo e corpo a Carlo V di Spagna, del quale si rese uno dei più devoti e validi campioni.

Ferrara, Modena e Reggio obbedivano al duca Ercole II d’Este, figliastro alla famigerata Lucrezia Borgia, che il Gregorovius, addì nostri, ha tentato riabilitare, e marito alla celebre Renata di Francia.

Firenze, che val quanto dire: Toscana tutta — ad eccezione di Lucca e Siena che si reggevano a popolo — dacchè due anni inanzi erasi liberata da quell’anima nera del bastardo il papa Clemente VII, che fu il duca Alessandro — un po’ per amore e molto più per intrigo, aveva chiamato a signore il non ancor quadrilustre Cosimo de’ Medici, figliuolo a messer Giovanni dalle Bande Nere, creato duca nell’istesso anno dall’imperator Carlo V ed unitosi allora allora in matrimonio con donna Eleonora di Toledo.

Oltre del Milanese, anco le due Sicilie e l’isola di Sardegna spettavano a Carlo V di Spagna, scendente, per via del padre, dallo imperatore Massimiliano e da Maria di Borgogna e, per via della madre, da Ferdinando il Cattolico ed Isabella. — Così dall’ava paterna, aveva eredato gran parte de’ Paesi Bassi e la Franca Contea: dalla madre i regni di Leon e di Castiglia; dall’avo materno, que’ di Aragona e Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra, Napoli, Sicilia e Sardegna; poi, da Massimiliano, l’Austria, la Stiria, la Carinzia, la Carniola, il Tirolo e la Svezia australe, che cedette poscia a suo fratello Ferdinando: arroge un lembo di Africa e metà buona di America e si comprende come potesse ripetere: sovra i miei regni mai non tramonta il sole! — Di Napoli era vicerè don Pedro di Toledo; di Sicilia, don Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla.

Tolgansi adesso Urbino e Camerino, quello del duca Francesco-Maria dalla Rovere e questo di suo figlio Guidubaldo, siccome marito di Giulia da Varano, che lo teneva dal padre; Sabbioneta, ch’era del duca Rodomonte Gonzaga; Mirandola, Quarantola e Concordia, dei conti Pico; Malta, dei cavalieri gerosolomitani; le signorie di Castiglione, del Finale di Modena, di Luzzara, Poviglio, Montechiarugolo, Masserano e alcune altre; un cento di feudi imperiali situati nelle Langhe, nel Genovesato ed in Lunigiana, e la microscopica republica di San Marino; e poi tutto il restante — di dritto o di traverso — apparteneva a quella istessa Chiesa, cui oggi si contendono persino le poche sale del Vaticano e di San Giovanni Laterano.

Ciò che maggiormente contribuì ad aumentare i dominî di questa — dopo le donazioni di Pipino il Breve, di Carlomagno e della contessa Matilde — furono le scellerate imprese di un altro figlio di papa, il duca Cesare Borgia, il quale — domati, a furia di tradimenti, di veleni e pugnali, i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani, i Riario, i Freducci, gli Sforza, i Malatesta, i Manfredi — aggregò al Patrimonio di San Pietro tutta Campagna di Roma, Sermoneta, Imola, Forlì, Fermo, Pesaro, Rimini e Faenza: Giulio II, nel 1513, vi aggiunse Perugia; Leone X, nel 1520, Bologna, e poi, come il dicemmo, Parma e Piacenza. — Così la Chiesa fece come il fiocco di neve che, dal vertice alla china del monte, si converte in valanga.

Forse il Valentino, per un’audacia tutta sua peculiare rimbaldanzita dall’essere figliuolo al pontefice, genero al re di Navarra e carissimo a quello di Francia e dalle molte spogliazioni già allegramente compiute; forse più ancora di lui quello scaltrito di messer Nicolò Machiavelli, segretario della Signoria Fiorentina, s’ebbero qualche proposito di raccogliere in un corpo solo le sparte membra d’Italia e di levarle il giogo straniero di collo; ma di sentimento patrio e nazionale, quale lo s’intende addì nostri, non se ne aveva nemmanco il più piccolo indizio.

Era cessata la lotta secolare e titanica fra il papato e l’impero; sminuita la tracotante indipendenza de’ signorotti feudali; spirato cioè il medio evo: di questo rimaneva tuttavolta la coda, che — dice il proverbio — è la più dura da rodere: le istituzioni abbastardite, ma non mutate; le nimicizie intestine non più nascenti da un principio costante, ma sempre vive ed acerbe; la stessa ignavia, gli stessi vizî, lo stesso ordinamento gerarchico nelle costituzioni sociali.

Si era nel periodo di transizione, il quale non aveva per anco assunto nissuna nuova e caratteristica fisonomia, allo infuori del sempre crescente gonfiare delle riforme religiose, scaturite — come tutte le altre invasioni — da’ settentrionali recessi, e di quella sorta d’immane duello, che — già da quasi vent’anni — si andava combattendo fra due personali ambizioni, che rinnovavano in grande le guerricciuole di casato dei tempi precedenti e cui lo sventurato nostro paese serviva spesso di palestra e sempre di pallio.

Francesco I di Francia, il quale già — come scendente dallo angioino Carlo di Provenza e da Valentina Visconti — armava pretese sul reame delle Due Sicilie e sul Milanese, che appartenevano a Carlo V di Spagna; al sangue grosso che però nodriva contro di questi, aggiunse altro maggior soggetto di risentimento e d’invidia, quando se lo vide anteporre dagli elettori di Aquisgrana che, nel 1519, lo proclamarono imperatore e re de’ romani. — Come la rana delle favole esopiane gonfiò talmente dinanzi al bue sino a schiattarne. — E non perennità di sfortuna, non esauste finanze, non reiterate sconfitte e prigionia della sua istessa persona, valsero ad acchetarne il rabbioso dispetto.

Era un francese puro sangue: tutto francese dalla radice de’ capelli alla pianta dei piedi: avventato, loquace, vago di lettere, di belle arti e d’amori, azzardoso in ogni sua impresa, vanesio, smargiasso, il proto-tipo de’ paladini ariosteschi, l’uomo di due secoli prima.

Il suo emulo, per contro, vario di qualità quanto di dominî; fiammingo per nascita, tedesco per prudenza, spagnolo per gravità e per buon senso, italiano; era l’uomo di due, di tre secoli dopo; l’uomo che — senz’anacronismo — avrebbe potuto esser padre del terzo Napoleonide, tanto — al pari di questi — era freddo, calcolato, di lunghi divisamenti e, nell’arte del menare un intrigo, promettere, eludere, corrompere, a nessuno secondo.

Naturale però fosse sempre sua la prevalenza.

Laonde — meno Venezia, riamicatasi alla Francia pel trattato di pace conchiuso dal Gritti; meno Ercole II Estense, legato a questa da stretti vincoli di sangue; e meno, se vogliamo, Carlo III di Savoia, che stava infra due, non tanto per simpatia maggiore dell’uno o dell’altro, ma forse perchè mal sofferente che stranieri la facessero da padroni in casa sua — tutto il restante d’Italia, direttamente od indirettamente, non solo gli obbediva, ma parteggiava per lui.

Tra’ ciurlatori nel manico potevasi, per altro, mettere in lista anche Paolo III, il quale — nel suo carattere di pontefice — non giungeva probabilmente a dimenticare come Carlo V — benchè spagnuolo — fosse divenuto il legittimo successore di quell’Enrico IV di Franconia, che ammanì tanto refe da dipanare a papa Gregorio VII, e di quel Federico II di Hohenstaufen che non ne dètte manco a Gregorio IX e ad Innocenzo IV. — Non sapeva ciecamente fidarsene: tuttavia ne temeva troppo la strapotenza, perchè avesse mai il coraggio di chiarirglisi aperto nimico — Stava, invece, a sportello; lavorava sott’aqua e giuocava con dadi segnati: uso codesto assai comune a’ successori di San Pietro, non pochi de’ quali seppero egregiamente valersi del gesuitismo anche molto prima che i proseliti del da Loiola ne avessero conseguito privilegio. — E papa Farnese — volpe fina se ce ne avea una — doveva esser primo del numero, se fu egli stesso che, nel 1540, ne rilasciò il brevetto d’invenzione a Sant’Ignazio in persona.

Quando Paolo III mosse da Roma per condursi a Nizza, ferveva più che mai accanita la guerra in Piemonte, dove i francesi, col Montmorency — il famoso contestabile de’ paternostri — e con Guido Rangone da Modena, occupavano tutto il paese tra Moncalieri e le Alpi; mentre gl’imperiali, col marchese Alfonso d’Avalos e Giangiacomo Medici da Trezzo, detto Il Medeghino, tenevano presidio in Asti, Fossano e Vercelli. Ma, in quel torno, volgevano allo imperatore poco prospere le sorti ne’ Paesi Bassi, che mal comportando di vedersi spogliati in uno con la libertà religiosa, anche delle comunali franchigie, si ribellavano contro la tirannide spagnolesca; nel contempo, il granturco Solimano — sospintovi dal re Francesco — invadeva l’Ungheria e — con l’aiuto dell’algerino Haireddin, Barbarossa — minacciava Napoli e Toscana.

Il furbo Farnese colse a volo la propizia occasione di portarsi inanzi mediatore, non già per schietta e cristiana tenerezza di pace; ma perchè — certo di rendere per tal modo un servizio a Carlo V — si riprometteva di farglielo pagare al più alto prezzo. — Voleva tradurre in pratica il detto che, fra due litiganti il terzo gode, e conseguire dalla imperiale riconoscenza l’agognata ducea di Milano pel suo prediletto Pierluigi, l’ingrandimento della propria famiglia essendo, non solo il primo, ma quasi l’esclusivo suo pensiero. Nè di ciò tanto poteasi muovergli troppo acerbo rimprovero, perocchè «non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d’infamia, che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali».

Partito da Parma due giorni dopo la sanguinosa scena per noi descritta, egli giunse a Nizza il successivo 17 dello stesso mese di maggio e — non potendo penetrare in città, perchè chiusone il castello dal duca di Savoia — s’attendò ne’ dintorni, dove si trattenne per un mese di seguito, sprecando la sua più fina dialettica in appartati convegni or con l’uno or con l’altro, dei due regali antagonisti, senza mai approdare a nulla di concreto e di buono.

Finalmente, ai 18 di giugno — acchetandosi al fringuello dacchè sfuggitogli il tordo dal paretaio — potè comporre i due sovrani ad una tregua decennale stabilita — come oggidì si direbbe — su la base dell’uti possedetis.

Ma, di Milano, Carlo V non volle intenderne verbo.

Per quanto il papa si avvolpacchiasse in studiati argomenti ed artefiziose girandole, gli fece sempre le orecchie da mercante.

Solo — per non lasciarlo andare troppo scontento e con tutte le pive nel sacco — gli concedette il marchesato di Novara per Pierluigi, e — pel costui figlio Ottavio — la mano della sua Margherita di Austria.

Quindi si separarono.

Egli, l’imperatore, per correre a domare i riottosi fiamminghi, nel che raggiunse il suo scopo, e per combattere — in alleanza con le armi pontifice e con quelle di Venezia, che aveva tratto dalla sua — i turchi e gli algerini, nel che fece un buco nell’aqua: e il papa per ricondursi a Roma, e preparare le feste per le nozze del nipote e la conquista di Camerino, onde s’era prefisso infeudarlo.

Non fu, per conseguenza, se non tra la primavera e la state del 1539 che si cominciarono a provare i benefici influssi della tregua conclusa e che, dagl’imperiali in ispecie, molti uomini di truppa raccogliticcia vennero mandati in congedo.

Era tra questi il nostro Neruccio Nerucci, che noi seguiremo.

Capitolo V. Castel Canafurone.

Sul confine piacentino verso il genovesato, alla destra dell’Aùto, poco prima del punto in cui questo modesto torrentello, che sgorga da’ pinacoli del Barbagelata, va a mettere foce nella Trebbia; sorgeva di que’ giorni, o — a più giusto dire — già cominciava a cascare in ruina un castellaccio dell’undecimo secolo, eretto nel più orrido a settentrione del Groppo della Vèzzera e appartenente a’ conti Nicelli, allora potenti e prepotenti in Valle di Nure.

Lo si chiamava Castel Canafurone.

Adesso non ne rimane altro vestigio che il nome.

E — sin d’allora — scassinato e cadente in più parti, con rotte le catene de’ levatoi e arrugginite a’ subbi quelle delle serracinesche, senza più nè mobilio, nè arredi, nè imposte di usci o finestre; lo si lasciava in balia de’ quattro venti abbandonato e deserto.

Le inevitabili leggende di scellerati delitti ivi compiuti in remotissimi tempi, e di spiriti maligni che vi convenivano la notte in diabolici sinedri, e d’ombre vagolanti e gementi che ne popolavano i più secreti penetrali; circolavano naturalmente accreditate più che vangeli per le circostanti campagne e non c’era familio, o servo che — indugiato per via, oltre lo imbrunire — non la pigliasse lunga, descrivendo un arco di circolo per evitarlo, o — se costretto a passargli di costa — non si lasciasse vincere dalla battissoffia e non iscongiurasse tutt’i santi del paradiso a tenergli lontani i cattivi incontri.

E come fondate sul vero quelle paurose dicerie, meglio lo avrebbe creduto chi vi fosse passato in su la mezzanotte del 4 giugno 1539, tanto n’era strano e spaventevole l’aspetto.

Su la bassa fronte del tozzo e diforme edificio, che disegnava la sua negra mole s’un cielo annuvolato e procelloso, brillavano altrettanti occhi di brage: erano le finestre del pianterreno, dalle quali traspariva una luce rossastra e fumosa come d’incendio. Dallo interno s’udiva un confuso frastuono d’armi e di persone e un alternarsi di voci minacciose e di esecrande bestemmie. Ci sarebbe stato a scommettere che là dentro si celebrasse la messa nera o, per lo meno, si ripetessero le mostruose orgie di sangue, per cui, cento anni prima, quel Gilles di Laval, ch’erasi guadagnato il nome di Barbe-Bleu, lasciò il capo sul ceppo.

Un mistero vi si nascondeva di certo.

Ma non mancava probabilmente chi proponevasi penetrarlo, perocchè vi fosse qualcuno che — strisciando catellon catellone fra l’intricatoio di licheni e di arbusti che circondavano il castello e ne vestivano il piede — cercasse accostarsi ad una di quelle sue finestre che davano luce.

Adagio adagio e proprio come la dònnola quando s’insinua nel pollaio, vi giunse finalmente e — mascherato dal fogliame d’un càppero che ne otturava gran parte del vano — vi spinse in mezzo la faccia e cacciò dentro lo sguardo.

L’ambiente era una lurida stanzaccia a vôlto depresso, che originariamente aveva dovuto servire di tinello pe’ famigli e gli armigeri, le cui pareti, annerite dalla fuliggine del tempo e luccicanti per le viscide striscie de’ lumaconi, annebbiava uno spesso velame di polverosi ragnateli. Vi si tenevano in giro una dozzina d’uomini da’ ceffi promettenti nulla di buono e più vestiti di armi che non di panni, taluni de’ quali — i peggio in arnese — reggevano a mano torce resinose, d’ond’emanava la luce rossastra che si travedeva di fuori.

Erano signori e servi.

A capo di quelli figurava uno, col quale femmo già conoscenza a Parma in occasione della contesa per la mula papale; era il compagno di Stefano Nicelli, il conte Giambattista Nicelli, marchese della propinqua terra di Cattaragna e signore eziandio delle crollanti mura di Castel Canafurone, che — una volta fattesi inette alla difesa — egli aveva derelitto e lasciava cadere completamente in isfascio.

Intorno a lui, stavano diversi altri Nicelli, tra i quali i conti Melchiorre da Niceto e Gianfrancesco da Ebbio: e — dallo atteggio di tutti e specie da’ loro discorsi — chiaro appariva come attendessero persone, con le quali s’erano dati la posta in quel luogo solitario e selvaggio.

Nè queste tardarono gran pezza ad arrivare.

Primo fu il capitano Lorenzo Villa, con dietro un centinaio d’uomini d’arme, uno de’ quali il nostro Neruccio: poscia, il conte Giovanni Nicelli da Monte Ochino, uomo prepotente e feroce, il quale, dopo di Stefano, vantava la maggiore primazia su le genti del suo casato.

Apparentemente era costui che gli altri aspettavano, poichè quasi tutti — al suo sovraggiungere — dèttero in una esclamazione di sodisfacimento: ed il marchese di Cattaragna, affrettandosi ad incontrarlo:

— Ebbene? — gli chiese con ansia.

— Ebbene — rispose il nuovo venuto, mentre gli altri gli formavano cerchio d’intorno — il tradimento è proceduto dai Santafiora e dai Camia!

— N’ero certo! — fece il da Niceto.

— Scellerati! — sciamò il da Ebbio.

— E come sono andate le faccende? — dimandò il marchese di Cattaragna.

— Ve lo dico subito — soggiunse l’interrogato — e, perdio, se avete sangue che vi scuota i polsi dovrete inorridirne con me. V’è noto come al nostro misero Stefano, nella sua qualità di capo delle nostre famiglie, grandemente premesse il portarsi a Piacenza, per ivi regolare co’ Mandelli e coi Landi le questioni pendenti su i dazi dello Spettine e della Crocelobbia e su gli scavi delle Ferriere; ma non vi si affidava, la cagione del malaugurato affare ch’ebbe l’anno scorso a Parma e che gli tirò su la testa la taglia di cento ducati. Stava appunto nella maggiore incertezza, quando, imbattutosi a Fiorenzuola nel Legato, cardinal Del Monte, gli parve saggio umiliarglisi e richiederlo d’un salvacondotto, che questi non gli ricusò. Ma Sforza Pallavicino, il signore del luogo, ne dètte subito aviso secreto a’ Santafiora di Castellarquato, i quali sapete quanto agognerebbero spogliarci ed impadronirsi de’ nostri feudi del Valnurese. Costoro però s’accontarono coi Camia e concertarono insieme la trama infernale. Quando Stefano, valendosi del suo salvocondotto, fu penetrato in Piacenza e mentre il Legato, per un intrigo de’ Santafiora, portavasi a Busseto presso Gerolamo Pallavicino, i Camia lo denunziarono codardamente all’Orsini di Farfa, luogotenente della legazione, il quale, senza tener calcolo del salvocondotto e senza nessun riguardo per quei molti nostri aderenti e parziali, che s’intromisero e lo scongiuravano a soprassedere fintanto almeno che si fosse ricorso a Roma ed avutone risposta; fece procedere alla cattura di Stefano e volle, senz’altro, mandare ad esecuzione il bando degli Anziani di Parma.

— Maledizione! — mormorarono cupamente taluni.

— Il ventotto dello scorso aprile — seguitò a dire il conte Giovanni da Monte Ochino — sono oggi trentasei giorni, il conte Stefano Nicelli, il nostro congiunto, il nostro capitano, l’amico nostro, s’ebbe mozzo il capo in cittadella e il cadavere abbandonato ignudo su la piazza, scherno alla bordaglia, ludibrio alle cornacchie ed ai cani.

Un sordo mormorio di mal represso furore tornò a circolare fra gli astanti.

— Il Farfa — continuò il Monte Ochino — fu compro dalle blandizie e dall’oro de’ nostri giurati nemici; ma siccome non voleva apparirlo e che costoro andavano sfrontatamente millantando d’aver cavato la castagna dal fuoco con la zampa del gatto; tanto per scagionarsi, e’ ne fece sovraccogliere due, Gilberto Camia e Alfisio Malvicino, e, dichiarando publicamente..... buono per cui ci crede!.... di non aver ceduto a nissuna subornazione, ma solo ottemperato agli ordinamenti, li dannò a quattro giorni di berlina, che queglino, come potete idearvi, scontarono del più lieto core, ben sapendo quanto mite ed insignificante fosse la pena in raffronto dello enorme benefizio ottenuto. Ecco in qual modo andarono le faccende!

Ed erano andate veramente così, come ce lo attesta il dabben cronista, il quale, dopo averci narrato essersi detto «che mirando la Santa Costantia filiola di nostro papa e signora de Castello Arquato farse signora della valle per esserne Stepheno da Nicelle il capo, che avendolo tolto via luio facilmente havrebbe ottenuto lo intento suo» — ingenuamente conclude: «pur sia come se volia, luio morse.»

I raunati accolsero le ultime parole del Monte Ochino con più chiassose manifestazioni di sdegno.

— Ah, scontarono di lieto core la pena! — sclamò ghignando il marchese di Gattaragna — penseremo noi ad infliggerne loro una più aspra.

— Altro che berlina.... le forche! — aggiunse il conte da Ebbio.

— E a filo di spada tutti i loro aderenti, i loro familiari, i loro servi! — urlò il da Niceto.

— E saccheggiate e diroccate le loro case — concluse il capitano Lorenzo Villa, il quale — naturalmente — pensava anzitutto al bottino.

— È appunto per codesto — disse il conte Giovanni — che vi ho dato convegno in quest’avanzo di rôcca ed incarico a voi, capitano, di raggranellarci il più possibile d’uomini d’arme.

— Ed io l’ho fatto, mi pare! — osservò spavaldamente il Villa, segnando della mano i suoi molti gregari che gli si schieravano dietro — ce n’è che vengono di Piemonte, ce n’è che vengono di Lamagna, ce n’è persino che vengono dalle coste di Barberia... e ce n’è d’italiani, ce n’è di svizzeri, ce n’è di spagnuoli.... una vera insalata cappuccina!

— Provenienza e nazione non ci fan nulla — fece il conte Giovanni — sappiano menar bene le mani ed arrisicare la pelle e, per noi, son tutti pari: la nazione cui apparteniamo noi stessi non è più ormai che il nostr’odio e la nostra vendetta!

— E come intendete regolarvi? — gli chiese il Cattaragna.

— Semplicemente — rispose, con riso feroce, il Monte Ochino — i Camia ci hanno colpito nel nostro capitaneo, e noi colpirli nel loro; che Giovanni il Grosso paghi per Stefano il Giovine: occhio per occhio, dente per dente.... la pena del taglione!

— E quando? — interrogarono più voci.

— Quando più presto si possa: se non stanotte, la notte di domani!

A queste parole, pronunziate solennemente dal conte di Monte Ochino, la forma umana, ch’erasi tenuta speculando ed origliando fuori della finestra, sgattaiolò carpone tra i rovi e le ortiche e sparve nell’ombra della notte.

Capitolo VI. Giovanni il Grosso.

Da castello a castello.

È necessità questa, ed è, in uno, carattere distintivo de’ tempi che abbiamo impreso a descrivere.

Dalla crollante torre de’ Nicelli, passiamo alla rôcca dei Camia, sita in luogo avvallato e pantanoso su la riva sinistra della Nure, quattro miglia più in su di San Giovanni di Bèttola, tra Olmo e Revigozzo.

Ivi dimora Giovanni il Grosso, capo principale delle famiglie avverse a’ Nicelli, che contendono a questi il predominio del Valnurese.

È il mattino poco più tardi dell’alba.

Un omicciatto dalle grame apparenze, tutto da capo a’ piedi, vestito di bigio — traghettato che s’ebbe il torrente su la barchetta del navichiere — s’avvicinava al castello e — fattone scendere il ponte col declinare il suo essere — penetrava ne’ cortili e richiedeva del signor conte.

Seguiamolo.

In una piccola stanza tappezzata a scuri arabeschi, che, addì nostri, diremmo gabinetto, dove — su una grezza e pesante tavola di quercia voluminosi in folio de’ filosofi greci s’affastellavano con seste e fiale ed altri arnesi di matematica e di alchimia, tenevasi seduto il conte Giovanni Camia il Grosso, vecchio più che settuagenario, alto e corpulento, cui una lunga e candida barba dava severo aspetto di autorevole maestà, mentre un cotal risolino che gli errava continuo su le labra e negli occhi lo diceva ad un tempo benevolo ed astuto.

Noi lo trovammo già a Parma, compagno alla vezzosa fanciulla, che vedemmo fidarsi alla custodia del nostro Neruccio.

Era sua nipote.

Bianca — perocchè tale il nome di costei — era nata a Perugia da una sua figlia e da Sigismondo della Staffa gentiluomo di quella città.

Nel 1534 fu questi tra i non pochi che, nella notte del 1.º ottobre, ne apersero le porte al fuoruscito Ridolfo Baglioni e gli tennero mano ad impadronirsi del vescovo di Terracina, vice-legato pontificio, che, poscia, in uno co’ suoi auditori e cancellieri, venne posto a’ tormenti e decapitato su la publica piazza.

L’anno di poi, papa Paolo III vi spedì le sue genti capitanate da Alessandro Vitelli, il quale volse in fuga il Baglione, diroccò dalle fondamenta le sue terre di Spello, Bettona e Bastia e fece mettere a morte vari de’ suoi fautori, tra’ quali Sigismondo della Staffa.

Fu allora che Bianca trasse presso dell’avolo, insieme alla propria madre, la quale — uscita quasi di senno pel tragico fine del consorte — morì di crepacuore pochi mesi dopo.

Bianca della Staffa, orfana a quindici anni, rimase però sola col vecchio nonno, i cui molti figliuoli — uno de’ quali quel Gilberto, che udimmo menzionare dal Monte Ochino siccome dannato alla gogna in seguito del supplizio di Stefano Nicelli — vivevano con le mogli e la prole sparsi per altre terre e castella della valle di Nure.

Quando un valletto salì ad annunziare a Giovanni il Grosso la persona che chiedeva parlargli:

— Pellegrino di Leuthen? — fece questi, inarcando le ciglia — che diamine può mai volere da me?.... digli pure che salga!

E chiuse il volume, cui stava leggendo, cacciandovi trammezzo come indice la lama di un pugnale, mentre il servo introduceva quel mal sagomato tedesco, che pure vedemmo a Parma, in occasione dello ingresso del papa.

— Ben venga il nostro mastro Pellegrino — gli disse affabilmente il conte Giovanni, appena lo scorse — qual vento vi sbatte quaggiù nella rôcca di Camia?

— Fente cattife, magnifiche messere — rispose il tedesco nel suo solito gergo, allungando il labro inferiore in aria sconsolata e crollando melanconicamente la testa — prutte notiscie.... crante prutte notiscie!

— Oh! oh! voi mi sbigottite, Pellegrino!.... forse che Sua Beatitudine si trova male in salute, o che Sua Maestà Cattolica non attiene le sue promesse?

— Niente! niente! Sua Peatitudine sempre fegete e ropuste, sempre ciofine malcrado fecchiaia.... Sua Maestà mantate da Parcellone tiplome infestitura marchesate Nofare Sua Eccellensce il tuca di Castre, con penscione tuemila seicento cinquanta scuti d’oro da cinque lire imberiali ogni scuto.... matrimonie brincipe Ottafie con tonna Marcherite celeprate Rome.... lui afute tucate Camerine da Cuitupalte dalla Rofere... Farnesi tutti gontenti, molto gontenti.... ma io barlare di foi, magnifiche messere, di foi che state minacciate crantissime tiscrazie.

— Io?

— Foi... foi, magnifiche messere!.... conti Nicelle, topo Stefene lasciate testa Biacenza, molto arrapiate, molto stegnate, molto tesiderio fenticascione.... oh, cente furba e cattifa conti Nicelle!.... supito capito fostro tratimente.... supito tetto: Camia fatto ammazzare Stefene, noi ammazzare Camia.... tente ber tente..... pena del taglione!

— Poter del mondo, mastro Pellegrino, voi mi parete la Cassandra, di cui stavo appunto leggendo le profezie in questi oscuri versi di Licofrone!... e d’onde viene che mi scioriniate di siffatte malinconie?

— Fiene, magnifiche messere, che Bellecrine stare ciorno e notte sempre ficilante per suoi poni batroni.... io bresentemente essere incaricato Santo Batre scantagliare medalli delle Ferriere.... io essere da fari ciorni in quelle barti.... ieri sera, passanto Gastelle Ganafurone fetute crante luciore fenire dalle finestre.... der teifel! subito tetto a io metesimo, qui star cosa straortinaria e, biane biane, atace atace, antate ficine una di quelle finestre e fetute e sentite tutto quanto si facefa e ticefa di dentro... stare tutte Nicelle condurate, Mont’Ochine, Gattaragne, Eppie, Nicete e capitani e soltati, e tire e ciurare questa notte metesima folere voi assaltare e brentere fostre gastelle e foi e fostra cento e tutti fostri barenti e sequaci tutti bassare file di spate e rufinare fostre gase e rupare fostri guadrini e fare crante cenerale fenticascione sopra di foi!

Il conte Giovanni, che aveva seguito la tartagliata del tedesco con un misto crescente d’interessamento e di stupore, come quello si tacque, corrugò fieramente la fronte e, rizzandosi in piedi:

— Voi avete udito tutto codesto? — esclamò, ficcandogli gli occhi negli occhi.

— Udite e fetute come io fetere e utire foi metesimamente — rispose il tedesco.

— Erano molti?

— Aferne gontate tuecento.

— E dite che questa notte?...

— Folere foi assaltare e fare crante fenticascione sopra di foi.

— E sia: mi troveranno pronto a riceverli!.... intanto vi sono grato della vostra sollecitudine: uomo avvisato, mezzo salvato!

— Foi pone amiche conti Sandafiore; conti Sandafiore pone barente e niboti Sua Peatitudine; Sua Peatitudine mio pone batrone: io niente fatto chè mio tofere pono e fetel serfitore.

— Lo so, lo so: mi ripeteste codeste istesse dichiarazioni quando assumeste sopra di voi di denunziare al pro-legato la clandestina intrusione in Piacenza di quello sciagurato di Stefano....

— Ciustamente!... conti Sandafiore molto tesiterare sua scompariscione del mondo.... io molto tesiterare serfirli.... poi afere cento pelli ducali da cuataniare.

— Comunque sia e per allora e per adesso so di dovervi una gratitudine che non verrà mai meno.

— Troppe penefole.... troppe intulcente!

— Ma, dico: per giungere da Castel Canafurone sin qui, a quest’ora del mattino, dovete aver galoppato più di un cervo.... sarete stanco, affamato....

— Stanco no: oh, io afere campe di ferre.... fiacciare come temonio.... ma anche fame come temonio... fentricole parere porsa senza guadrini!

— E voi affrettatevi a ristorarlo — gli disse il conte Giovanni e — richiamato il valletto — commise a costui di menarlo dal credenziere con ordine gl’imbandisse quanto di meglio serbava in dispensa.

Chetàti, con un mezzo pollo allo spiedo, un quaccino dì segala ed un buon fiasco di vino del sito, i morsi dello stomaco; intascati, senza cerimonie, gli scudi d’oro, che il conte gli snocciolò in compenso del salutare suo avvertimento; mastro Pellegrino di Leuthen riprese la via dei monti, diretto, com’e’ diceva, ad istruire di quanto accadeva i feudatarî di Castell’Arquato.

Pellegrino di Leuthen — come lo avranno già avvertito i nostri lettori — sotto la maschera di metallurgo e antiquario, altro non era che un attivissimo spione del papa e di tutti i costui aderenti. — Paolo III, infatti, sino dal 1538, gli aveva dato incarico, con apposito Breve, di ormare e consegnare in potere della giustizia i non pochi falsari, che, abusando il nome pontificio, avevano preso a fare spaccio di apocrife patenti largitrici di dispense, di perdono e d’altro, per mezzo delle quali andavano squattrinando a scapito dell’altrui buona fede, e — più tardi — quello di scandagliare e studiare le miniere della valle di Nure; ma, nel medesimo, era segretamente istruito di tener d’occhio agl’interessi tutti di casa Farnese e di riferire a tempo e luogo, quanto gli accadesse notare che ne valesse la pena.

In altri termini, Pellegrino di Leuthen era niente più niente meno di ciò che al giorno d’oggi si chiama un agente secreto di publica sicurezza.

Mentre costui saziava il suo vorace appetito tedesco e si rimetteva in via per la montagna; Giovanni il Grosso — fatti venire i suoi familiari ed uomini d’arme ed impartiti loro gli ordini opportuni perchè procacciassero il necessario alle difese — aveva spedito procacci e staffette a cavallo a’ suoi figliuoli e congiunti, alfine che prima dello annottare convenissero tutti al suo castello.

Il sole non aveva, infatti, per anco raccolto i suoi ultimi raggi, che — alla spicciolata, l’uno dal monte, l’altro dal piano — vi giunsero tutti, di guisa che quando, alla ritirata serale, si rialzarono i ponti e si situarono le scolte su i merli, più di quattrocento uomini parati al combattere trovavansi chiusi entro la rôcca di Camia.

Ma quella notte trascorse, e un’altra, e un’altra ancora, senza che di nemici si avesse il minimo indizio.

Si ritenne allora che Pellegrino avesse preso un granchio a secco e, a poco a poco, i convenuti si licenziarono e fecero ritorno alle rispettive dimore: compagni al vecchio Giovanni non rimasero ultimi chè suo figlio Gilberto, suo genero Alfisio Malvicino, un Cristoforo Chinello, e un Battistino ed un Franceschino Zazzera, i quali pure — traendo ottimo auspicio da una quarta notte passata nella più completa tranquillità — cominciavano a parlare di andarsene l’indomani.

Capitolo VII. La via sotterranea.

Ma la pace perfetta goduta in quelle quattro notti dagli abitanti della rôcca di Camia potevasi paragonare alla bonaccia di mare precurritrice quasi sempre di spaventose procelle.

Pellegrino di Leuthen — noi lo sappiamo — non s’era punto ingannato; e se i Nicelli riuniti in Castel Canafurone non avevano dato compimento a’ loro feroci propositi nel tempo e nel modo deputati, lo si doveva appunto allo averne egli istrutto Giovanni il Grosso e alle disposizioni assunte da costui.

Per mezzo de’ loro parziali, disseminati qua e là nella valle, eglino pure erano stati, a lor volta, messi in su l’avviso del frettoloso accorrere che i Camia facevano dai dintorni al castello paterno e avevano compreso come il loro divisamento di cogliere il nemico alla sprovista e di sopraffarlo fosse interamente frustrato. — Il vecchio Camia era avvertito: impossibile, quindi, trovarlo con le mani alla cintola; arduo già forse il solo avvicinarsi al suo covo senza destare l’allarme. — Due cose decisero però: l’una di aggiornare la loro spedizione; l’altra di affidarla piuttosto all’astuzia che alla violenza.

Come il più dei castelli medioevali anche la rôcca di Camia possedeva una via sotterranea, che — dalle sue casematte — andava a riuscire in un punto rimoto su l’alveo della Nure.

Destinata ad offrire uno estremo scampo quando il sostenere la piazza fosse reso impossibile; e del suo accesso nello interno della rôcca e del suo sfogo in riva al torrente, il segreto era gelosamente custodito dal signore del luogo, siccome quello da cui sapeva dipendere e la sua propria salvezza e quella de’ suoi.

Eravi tuttavia qualcun’altro che lo conosceva: l’ottuagenario Luca Rinolfo, antico castaldo de’ Camia, il quale, allora, viveva ritirato, con la moglie ed un unico figliuolo, nel vicino casolare della Chiappa appiedi di monte Osèro.

Fu sopra di costui che volsero il pensiero i Nicelli e principalmente il conte di Monte Ochino, che — se non certezza — ragioni molte inducevano a supporre dovesse Luca non ignorare del tutto il segreto di quella via.

Con un drappello de’ suoi tra’ più resoluti ed audaci, camuffati da villano al pari di lui, ma con le vesti soppannate di stocchi e pugnali, scese egli però la quarta sera dopo il convegno in Castel Canafurone sino alle falde del monte Osèro e — a notte chiusa — intorniò ed invase la modesta casuccia del vecchio castaldo.

Non ci tratteremo molto su i particolari di tale invasione.

Troppe scene di sangue sono destinate a cadere sotto la nostra penna, perchè non accogliamo, con piacere, la opportunità di accennarne a pena talune e di sopprimerne altre del tutto.

Basti al lettore, che gli sgherri del Monte Ochino colsero l’infelice vegliardo nel più intenso del sonno lo imbavagliarono per soffocarne le grida; lo avvolsero entro un lenzuolo per schermirlo dal freddo pungente della notte e — gittatoselo così su le spalle più a mo’ di cosa chè di persona — lo portarono via.

Il Monte Ochino, rimasto ultimo — mal sapendo come chetarne la consorte che strillava a squarciagola e per tema il compromettesse col denunziar l’accaduto — stimò del suo meglio assecurarsene il silenzio con due stilettate che la freddarono sul colpo quindi raggiunse i suoi cagnotti, i quali — col loro fardello umano su gli omeri — si erano intanto ridotti presso la sponda della Nure a pochi tiri d’arco dal castello di Camia.

Buon per costoro che il figlio delle loro vittime fosse stato costretto ad abbandonare i vecchi ed amati suoi genitori, per chiudersi nella rôcca insieme agli altri vassalli, e non dovesse chè due dì dopo apprendere in parte ed in parte indovinare l’atroce colpo che gli era toccato. — Sventura a loro se fosse stato presente! — E il Monte Ochino lo sapeva così che s’era fatto accompagnare da dodici scherani scelti fra’ più arrisicati; mentre — lui assente — due sarebbero stati più che sufficenti a sbrigar la bisogna.