LE
INVASIONI BARBARICHE
IN ITALIA


LE

INVASIONI BARBARICHE

IN

ITALIA

DI

PASQUALE VILLARI


CON TRE CARTE

ULRICO HOEPLI
EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO

1901


PROPRIETÀ LETTERARIA

152-900. — Firenze, Tip. di S. Landi, Via Santa Caterina, 12



[INDICE]


AL

Prof. ALBERTO DEL VECCHIO

PREFAZIONE

Il fine che mi sono proposto nello scrivere questo libro è assai modesto, ma è anche assai difficile a raggiungere. Il lettore giudicherà se sono riuscito. Io dirò solo in che modo sorse in me l'idea di accingermi all'opera.

Non si può negare che dopo la costituzione del regno d'Italia molto si è da noi progredito nello studio della storia. Ne sono una prova il gran numero di Archivi storici, che si pubblicano in ogni regione; le Deputazioni e Società di Storia patria, che sorgono per tutto; la grande quantità di documenti, che ogni giorno vengono alla luce; i progressi che han fatto la paleografia, la diplomatica, la filologia classica e la neo-latina, la storia del diritto, il metodo e l'erudizione storica in genere. Con tutto ciò libri che narrino gli avvenimenti del passato in modo facile e piano, agevolmente leggibili, i quali una volta erano assai numerosi in Italia, e servivano di modello alle altre nazioni, vanno oggi divenendo fra noi sempre più rari. Pure è certo che le ricerche d'archivio si fanno per poter sempre meglio e più sicuramente scrivere le narrazioni destinate alla gran maggioranza dei lettori.[1] Noi invece passiamo dai libri scolastici, che si leggono a scuola, e poi si gettano via, ai libri d'erudizione, che servono solo ai dotti di mestiere o, come oggi li chiamano, specialisti.

È facile capire qual grave danno tutto ciò debba recare alla nostra letteratura, alla nostra cultura; massime se si riflette, che la storia in genere, e quella dell'Italia in ispecie dovrebbe essere un mezzo non solo d'istruzione, ma anche di educazione nazionale, contribuendo efficacemente a formare il carattere morale e politico del nostro paese. Cesare Balbo, animato sempre di nobile patriottismo, deplorò in tutta la sua vita che noi non avessimo una storia popolare d'Italia, tale che tutti potessero leggerla con piacere e profitto. Egli si provò più volte a scriverla, ma rimase come sgomento dinanzi alle molte difficoltà che incontrava. Oggi, dopo la pubblicazione di tanti nuovi documenti, dopo tante nuove e così sottili dispute, le difficoltà sono cresciute piuttosto che scemare. Alcune di esse possono dirsi intrinseche alla natura del soggetto; altre invece dobbiamo riconoscerle conseguenza del nostro modo di trattarlo e dell'indirizzo che abbiam preso nei nostri studi.

Arduo assai deve certo riuscire il narrare in modo facile e chiaro la storia d'un paese che fu nel passato diviso in tanti Stati diversi, ciascuno dei quali ebbe il suo proprio carattere, le sue proprie vicende. Nel mezzogiorno abbiamo una monarchia feudale; nell'Italia centrale lo Stato della Chiesa, con un governo che è diverso da ogni altro, e la cui storia si collega con quella di tutta quanta l'Europa; più al nord abbiamo la moltitudine infinita dei Comuni e delle Signorie. Come, dove trovare un filo conduttore, che guidi chi scrive e chi legge? Queste difficoltà, è ben vero, non s'incontrano solamente in Italia; anche la Germania è stata sempre divisa e suddivisa. Nè sarebbero difficoltà insuperabili, se noi stessi non le rendessimo per colpa nostra anche maggiori; il che avviene in molti e diversi modi. In tutte quante le nostre scuole, in tutte le nostre pubblicazioni ci occupiamo oggi quasi esclusivamente di storia italiana. È divenuto poco meno che impossibile il vedere fra di noi apparire un libro sulla storia della Riforma, della Rivoluzione francese, della Germania, dell'Inghilterra, della Spagna, delle nazioni estere in generale. Ma la nostra storia è così strettamente connessa con quella di tutta l'Europa, che senza studiar l'una non è possibile comprendere l'altra. Chi infatti potrebbe mai intendere la storia italiana del Medio Evo, senza quella della Germania, o indagare le origini prime del nostro Risorgimento, senza occuparsi della Rivoluzione francese? Chi potrebbe farsi un concetto chiaro della Contro-Riforma in Italia, senza aver prima compreso la Riforma di Lutero? Ne segue perciò che, se questa tendenza verso un'erudizione esclusiva ed unilaterale ci fa sempre più diligentemente indagare ed esaminare i particolari problemi della storia italiana, ci rende invece assai difficile comprenderne il carattere generale, e valutare con giusto criterio la vera parte che noi abbiamo avuta nella civiltà del mondo. Più di una volta ci tocca infatti l'umiliazione di vedere gli stranieri scrivere sulla storia dell'Italia antica, medioevale o moderna libri migliori dei nostri: e da essi la nostra gioventù deve apprendere la storia del proprio paese. Pur troppo questi libri, non ostante la molta dottrina ed il buon metodo, sono scritti non di rado con uno spirito ostile all'Italia; il patriottismo degli autori li spinge naturalmente ad esaltare la loro patria a danno della nostra. E così ne segue che si diffondono anche fra di noi sul carattere morale e politico degl'Italiani, sull'intrinseco valore della nostra civiltà, della nostra letteratura idee e giudizi poco esatti, che ci nocciono assai, facendoci perdere la giusta coscienza di noi medesimi.

Non lieve ostacolo a scrivere una storia nazionale che, pur essendo patriottica e popolare, sia imparziale, viene anche dalle relazioni in cui l'Italia si trova colla Chiesa. Noi abbiamo scrittori guelfi e scrittori ghibellini: i primi vorrebbero sempre lodare i Papi, giustificando tutto quello che fecero; i secondi vorrebbero invece sempre biasimarli, cercando di porre in ombra la parte, certo grandissima, che ebbero nella storia del nostro paese. A questo s'aggiunga l'abbandono in cui sono fra di noi gli studi religiosi, la storia della teologia e del Cristianesimo. E come si può senza di essi comprendere la storia d'un popolo, che ha fondato la Chiesa cattolica, d'un popolo la cui vita religiosa fu così intensa, così strettamente unita con la sua vita politica, letteraria, artistica e civile?

Pensando e ripensando a tutto ciò, mi parve che dovesse in Italia riuscire assai utile una collezione di volumi, che trattassero separatamente, in modo popolare, i vari periodi della storia d'Italia, sotto i suoi molteplici aspetti, e con essa anche la storia dei vari popoli civili. Di siffatte collezioni ogni regione d'Europa e gli Stati Uniti d'America ne hanno oggi parecchie; perchè non potremmo, non dovremmo noi averne almeno una? Mi decisi quindi a farne la proposta all'egregio editore comm. Hoepli, che l'accolse con favore, e si pose all'opera.

Due volumi sono già venuti alla luce. Il primo è una nuova edizione del ben noto libro del conte Balzani sulle cronache italiane, da lui riveduto e corretto. Il secondo è una storia del nostro risorgimento pubblicata dal prof. Orsi del Liceo M. Foscarini di Venezia. Altri tre volumi non tarderanno molto, io spero, a veder la luce. Uno, già quasi compiuto, è del prof. Errera, dell'Istituto Tecnico di Torino, sulla storia delle scoperte geografiche. Il prof. Salvèmini del Liceo Galileo di Firenze, ed il prof. Brizzolara dell'Istituto Tecnico di Reggio Calabria scrivono sulla storia moderna dell'Europa. Altri volumi sono in preparazione.

E per contribuire anch'io, come meglio posso, all'opera comune, pubblico ora questo primo volume di storia italiana, nel quale mi occupo delle invasioni barbariche. Non è un libro erudito, nè scolastico, e neppure di storia generale e filosofica, come il Sacro Romano Impero del Bryce, o le Rivoluzioni d'Italia del Quinet. I fatti debbono qui essere narrati nella loro cronologica successione e logica connessione, senza discutere o dissertare, e, per quanto è possibile, senza annoiare. Mi sono, com'è naturale, servito delle opere recentemente pubblicate, come quelle del Bury, del Malfatti, del Bertolini, del Dahn, del Mühlbacher, dell'Hartmann,[2] e più di tutte di quella dell'Hodgkin. Non ho trascurato alcuni autori più antichi come il Gibbon, il Tillemont ed il Muratori, che non invecchia mai; nè ho tralasciato di ricorrere alle fonti. Ma le citazioni, salvo casi eccezionali, sono di regola escluse. Credevo dapprima che lo scrivere questo piccolo volume, che si occupa d'un periodo solo della storia d'Italia, quando questa non era anche divisa e suddivisa, dovesse riuscirmi comparativamente agevole; ma ho dovuto pur troppo accorgermi che anch'esso era, per me almeno, assai difficile. Non mi sono però mancati aiuti e consigli preziosi di due dotti colleghi e carissimi amici, i professori Achille Coen ed Alberto Del Vecchio, ai quali mi è grato manifestar pubblicamente la mia vivissima riconoscenza. Nè posso dimenticare il giovane e valoroso professor Luiso, che volle aiutarmi rivedendo le bozze di stampa.

Se questi primi volumi incontreranno il favore del pubblico; se esso vorrà essere indulgente verso le imperfezioni inevitabili in un'impresa, che fra di noi può dirsi nuova; e se non ci verrà meno la cooperazione degli studiosi, noi crediamo che la nostra collezione potrà riuscire utile alla cultura del paese, ed agevolare non poco la via a scrivere sempre meglio quella storia nazionale e popolare d'Italia, tanto desiderata e tanto desiderabile. Siamo in ogni modo persuasi, che una raccolta quale noi l'abbiamo ideata è oggi non solo utile, ma anche necessaria al nostro paese più che ad ogni altro. E crediamo che, quando pure fossimo condannati a non riuscire, l'impresa verrebbe assunta da altri più fortunati di noi, perchè risponde ad un vero bisogno dell'ora presente. Il materiale storico che si è raccolto, e va ogni giorno più aumentando, è immenso; nè deve rimanere il privilegio e la proprietà di pochi dotti, ma deve essere coordinato e reso accessibile a tutti. Solo così potremo riuscire ad infondere nel paese la coscienza di ciò che esso fu ed è veramente, la cognizione sicura della parte che l'Italia ebbe, di quella che può e deve oggi avere nella storia e nella civiltà del mondo.

LE
INVASIONI BARBARICHE
IN ITALIA

LIBRO PRIMO DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO FINO AD ODOACRE

CAPITOLO I La caduta dell'Impero

Perchè cadde l'Impero Romano? La risposta che subito si presenta è questa: i Romani eran corrotti e dalla corruzione infiacchiti; i barbari, più rozzi, erano anche più morali e più forti. Quando passarono il Reno e il Danubio, la vittoria non poteva essere dubbia; l'Impero doveva crollare, una società nuova doveva formarsi. Ma perchè mai si corruppe e s'infiacchì un popolo, che per tanti secoli era stato l'esempio della disciplina, della virtù e della forza; che aveva saputo conquistare il mondo? La corruzione non era la causa, era la conseguenza, il primo segno della decadenza già cominciata. L'Impero, che Tito Livio già vedeva piegarsi sotto il peso della sua stessa grandezza, non poteva durare eterno.

Esso aveva formato l'unità civile e morale del mondo antico, la quale era stata necessario apparecchio alla costituzione delle nazionalità. Per vivere e prosperare, queste hanno infatti bisogno di essere in relazione fra di loro, di sentirsi come parti diverse d'una stessa famiglia. Ma il loro sorgere rendeva impossibile l'esistenza del mondo antico, il quale riconosceva l'assoluto predominio d'una civiltà sola, al di fuori della quale tutti erano barbari. Se perciò da una parte, e vista da lontano, la caduta dell'Impero ci apparisce come qualche cosa d'inaspettato e straordinario; da un'altra reca maraviglia invece la sua lunga durata. Sotto una forma o l'altra, noi lo vediamo infatti sopravvivere a sè stesso in tutto il Medio Evo. E più tardi ancora tenta, sebbene invano, di rinascere dalla tomba, prima con Carlo V, poi con Napoleone I. Il vero è che l'unità dell'Europa e la diversità dei popoli che l'abitano sono due fatti innegabili del pari, dai quali risultano le vicende della storia moderna.

Roma era stata una città, un municipio, che aveva cominciato col conquistare e romanizzare le popolazioni vicine, con esse l'Italia, con l'Italia quasi tutto il mondo allora conosciuto. Ma il dominio d'una città sola sopra un così vasto territorio, sopra genti così diverse, imponendo a tutte lo stesso governo, la stessa legislazione, la stessa lingua ufficiale, doveva, con l'estendersi, incontrare difficoltà sempre maggiori. Era stato comparativamente facile assimilare le popolazioni romane; ma l'Africa, la Spagna, la Rezia, la Gallia resistettero invece sempre più ostinatamente. E una difficoltà nuova s'incontrò nell'Asia Minore e nella Grecia, dove per la prima volta i Romani trovarono una civiltà superiore alla loro. Conquistato colle armi il paese, furono essi conquistati dalla cultura greca, cui dovettero assimilare la propria, per diffonderle ambedue nel mondo. E così, quando l'Impero fu giunto al Reno ed al Danubio, esso non aveva più nessuna vera unità intrinseca, corrispondente a ciò che di fuori appariva. Non era uno Stato, non era una nazione; era un amalgama di popoli diversi, uniti insieme dalla forza, e sottomessi alla stessa civiltà. Al di là dei confini c'era un paese vastissimo, abitato da popolazioni bellicose e barbare, che s'avanzavano minacciose come un fiume che straripa.

Da un tale stato di cose, la società romana fu profondamente turbata. E prima di tutto ne fu alterata la costituzione stessa dell'esercito, che era stato lo strumento principale della conquista e della fondazione dell'Impero. Una volta, così osservava giustamente il Gibbon, gli eserciti della Repubblica erano formati di proprietari e coltivatori del suolo, i quali pigliavano parte alle assemblee, votavano le leggi di Roma, e la difendevano colle armi. Il benessere della patria era immedesimato col proprio. Una battaglia vinta era la loro fortuna, una battaglia perduta era la loro rovina personale. Tutti gl'interessi morali e materiali, consacrati dalla religione, si univano a fare di essi cittadini e soldati eroici, che dopo la guerra tornavano tranquilli e modesti ai loro campi. Chi potrebbe mai supporre che gli abitanti della Rezia, della Spagna, della costa africana potessero combattere con lo stesso ardore, con la stessa fede, per difendere una potenza alla quale si sentivano spesso estranei o avversi? Questi eserciti mandati a difendere confini sempre più estesi, più lontani e continuamente assaliti, divennero di necessità eserciti stanziali. Chi era chiamato a farne parte, abbandonava il luogo nativo, i campi, se ne aveva, i quali perciò spesso restavano incolti, e rimaneva sotto le bandiere, in paese straniero, fino a che gli bastavano le forze. Di qui il bisogno sempre maggiore e le difficoltà sempre crescenti di trovar nuove reclute, che bisognava allettare con nuovi privilegi, con paghe maggiori. E quindi l'uso d'accogliere sotto le bandiere perfino gli schiavi, ma sopra tutto i barbari, che ben presto formarono la parte maggiore degli eserciti romani. La guerra divenne così un mestiere, e la forza delle armi risiedeva più nella disciplina che nel patriottismo. Pure tale era la potenza di questa disciplina, tale il fascino maraviglioso che il nome sacro di Roma e dell'Impero esercitava sugli animi, che di elementi così diversi si riuscì a formare un esercito formidabile, il quale, per più secoli ancora, continuò ad operare miracoli.

A mantenere questo esercito numeroso e lontano occorrevano spese enormi. Era perciò necessario d'aggravare il paese di tasse. A poco a poco l'occupazione continua della Curia e dei Decurioni nei Municipi si ridusse a cavar denari da popolazioni già dissanguate. Costretti ad essere responsabili di ciò che occorreva, anche se i contribuenti non potevano pagarlo, il loro ufficio, una volta ambito come un onore, divenne un peso da cui ognuno cercava liberarsi, perfino con la fuga, con l'esilio volontario. E così anche qui l'interesse privato, che in altri tempi era immedesimato col pubblico, si trovava ora con esso a conflitto: principio inevitabile di debolezza e di decadenza morale in tutte le società.

Le continue guerre andarono sempre più aumentando il numero degli schiavi. I capi degli eserciti avevano accumulato enormi fortune, al pari dei fornitori di esso, e dei governatori delle province. I ricchi divenivano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e l'usura li riduceva alla miseria. Questi finivano allora col mettersi alla dipendenza dei vasti possessori di terre, sotto forma di coloni più o meno attaccati alla gleba, pagando un affitto sulle terre che erano state già loro proprietà. Ne nacque una vera questione agraria-sociale, causa non ultima delle guerre civili e della totale decadenza. La classe media fu distrutta, e si formò quella dei latifondisti, che furono possessori di più diecine di migliaia di schiavi, di trenta, di quaranta miglia quadrate di terre, quasi d'intiere province. Il latifondo, che di sua natura tende ad ingrandirsi, aggregandosi le terre vicine, porta seco la cultura estensiva dei campi, esaurisce la fertilità del suolo, e ne diminuisce il prodotto. Così l'Italia non bastò più a se stessa, al suo esercito, anche il grano della Sicilia essendo scemato. E cominciò a dipendere dall'Africa, senza il cui aiuto correva pericolo d'essere affamata.

Tutto il vasto territorio dell'Impero era disseminato d'un gran numero di città, molte delle quali, colonie civili o militari. Queste città erano ordinate a similitudine della capitale, colle loro assemblee, coi loro magistrati, le scuole, i tempii, i bagni, gli acquedotti, le caserme, gli anfiteatri. Esse erano congiunte tra di loro da una rete di strade, che è fra le opere più maravigliose di tutta l'antichità. Partendo dal Foro Romano, in mille direzioni diverse, arrivavano ai confini. Ad ogni cinque o sei miglia si trovava un numero sufficiente di cavalli, per tenere fra loro in pronta comunicazione tutte le parti dell'Impero. La campagna affatto deserta, sparsa qua e là di ville o masserie, era coltivata da schiavi e coloni, che non differivano molto fra di loro. La sera si riducevano nelle città o nelle ville. Anche l'industria, assai limitata, era affidata agli schiavi, che arrivarono ad un numero sterminato. Il Gibbon afferma che ai tempi di Claudio la popolazione dell'Impero contava 120 milioni, dei quali 60 erano schiavi. Ma anche senza dar piena fede a queste cifre, è certo che più d'una volta le ribellioni degli schiavi condussero l'Impero all'orlo dell'abisso.

Alla testa d'una tale società si trovava un sovrano con assoluto potere, e sotto di lui spadroneggiavano l'esercito ed i latifondisti. L'esercito volle ben presto fare e disfare, o almeno approvare esso gl'imperatori, dividendosi qualche volta in partiti, e proclamandone più d'uno nel medesimo tempo; il che fu causa di assai gravi e spesso sanguinosi conflitti. I latifondisti avevano i più alti uffici dello Stato, divenuti ereditari nelle loro famiglie, e si trovavano alla testa d'una numerosa burocrazia. Abitavano nelle città insieme con una plebe di nullatenenti oziosi, alla quale, perchè non tumultuasse, era necessario far larghe e continue distribuzioni di grano, allettandola con spettacoli e giuochi: panem et circenses. Se a tutto ciò s'aggiunge che in una società così vasta, divisa e disorganizzata, quegli stessi barbari che la minacciavano al confine, erano già in maggioranza fra gli schiavi e nell'esercito, si capirà facilmente che ormai non c'era più forza umana che potesse evitare una spaventosa catastrofe.

A tutte queste cause civili, militari, economiche di divisione e debolezza, s'aggiungeva non ultima la questione religiosa. Il Cristianesimo s'avanzava trionfante dall'Oriente, annunziando il principio di una nuova rivelazione, d'una nuova vita morale. La sua teologia nasceva, è vero, dall'innesto della filosofia greca col Vangelo; ma esso mirava alla distruzione del Paganesimo, su cui l'Impero era fondato. Il monoteismo era la negazione del politeismo; la rivelazione non s'accordava con la filosofia antica. Il Cristianesimo condannava la forza e la violenza, proclamava tutti gli uomini, tutti i popoli uguali innanzi a Dio, e l'Impero aveva, colla forza e colla violenza, sottomesso tutti i popoli a Roma. Il Cristianesimo inoltre sottoponeva la Città terrena e degli uomini alla Città celeste e di Dio. Per esso la vita sociale in questo mondo aveva valore solo come apparecchio alla vita d'oltre tomba. La società, la patria, la gloria, tutto ciò per cui Roma era stata grande, per cui aveva vissuto, che più aveva ammirato, perdeva il suo valore. E così non si trattava solo di sostituire una religione ad un'altra; si trattava di demolire i principii fondamentali di una filosofia, di una letteratura, di una civiltà intera, di tutto un mondo morale, per sostituirvene un altro. È facile immaginarsi qual profondo sovvertimento tutto ciò dovesse portare nell'animo dei Romani, quali profonde ferite vi dovesse lasciare. E si capiscono perciò le feroci persecuzioni, più crudeli che mai da parte dei migliori e più convinti imperatori. Ma il sangue dei martiri sembrava solo innaffiare la nuova pianta, per farla crescere più rigogliosa. Tutti gli oppressi accoglievano con ardore la nuova fede, che valendosi delle vecchie istituzioni romane, fondava una Chiesa universale, la quale s'impadroniva rapidamente di tutta la società. Abbatteva gli antichi altari, per costruirne dei nuovi; trasformava gli antichi tempii; fondava ospedali, istituti di beneficenza, scuole, che erano tante fortezze destinate a demolire sempre più la vecchia società. La caduta dell'Impero non spaventava punto i Cristiani, perchè menava seco la caduta del Paganesimo. La stessa venuta dei barbari, la più parte già convertiti, appariva loro come provvidenziale, perchè destinata a punire quelli che ancora adoravano gli Dei falsi e bugiardi, che tenevano sempre aperto il tempio di Giano.

Che tutto ciò portasse un profondo disordine morale, che gli uomini dell'antica società si abbandonassero allo scetticismo, alla disperazione, ai vizi più bassi ed osceni, non è da far maraviglia. Ma pur grande veramente doveva esser sempre la vitalità dell'Impero, se potè continuare a resistere più secoli, respingendo l'un dopo l'altro i ripetuti assalti delle numerose orde barbariche. Di questa sua vitalità, non solo materiale ma anche morale, fu prova la diffusione e la importanza in esso assunta dalla filosofia stoica, che venne di Grecia, ma ebbe in Roma un suo proprio carattere pratico, col quale tentò assumere la direzione della vita, pigliando quasi il posto della religione. Difficilmente nella storia del mondo si troverebbe un tentativo più nobile, più eroico e più disperato ad un tempo, di quello fatto dagli stoici. In mezzo alla unione forzata di tanti popoli, alla fusione e confusione di tante religioni, di tante forme diverse del Paganesimo, che crollava da ogni lato, essi cercarono di rinnovarlo e salvarlo dagli assalti vittoriosi del Cristianesimo, fondandosi sul concetto, sul culto della più pura, disinteressata virtù. Rinunziando alla speranza d'una vita futura, ad ogni ricompensa in questo o nell'altro mondo, disprezzando la gloria presso i posteri, non curando la opinione dei contemporanei, raccomandavano la virtù come fine a sè stessa, scopo unico della vita, come quella che trovava in sè ogni compenso, sgorgava spontanea, irresistibile dal cuore dell'uomo. La serena tranquillità con cui gli stoici affrontavano la morte, per difendere la giustizia, parve un momento divenir contagiosa, quasi volessero con una nuova serie d'eroi rinnovar la gloria dell'antica Roma. Ma pur troppo non era che un tentativo filosofico, il quale non poteva esser che l'opera di pochi spiriti eletti. Non era sperabile che penetrasse nelle moltitudini e le esaltasse, come faceva il Cristianesimo, che parlava a tutti e di tutti s'impadroniva. Pure fu come un baleno, che per breve tempo illuminò di luce vivissima l'Impero, e che più tardi sembrò ripetersi novamente colla diffusione del Neoplatonismo, predicato da Plotino e da Porfirio.

Marco Aurelio fu la vivente e più splendida personificazione dello Stoicismo, il quale salì con lui sul trono imperiale. Indifferente alla gloria, disprezzatore d'ogni materiale ed appariscente grandezza, amico della giustizia e della virtù, era nemico della guerra. Ma quando i confini dell'Impero furono minacciati dai Marcomanni, che insieme con altri barbari avevano passato il Danubio, egli assunse il comando dell'esercito, e combattendo fino alla morte con valore di gran capitano, li respinse e disfece. Nè durante il conflitto tralasciò le sue meditazioni filosofiche; ma ritirandosi la sera nella tenda, continuava a scrivere quei Pensieri che rimasero immortali. «Nessuno, dice il Renan, scrisse mai con uguale semplicità, per solo suo uso, senza volere altri testimoni che Dio. Il suo pensiero morale, puro, libero da ogni legame sistematico o dommatico, si sollevò ad un'altezza che non fu mai superata. Ed il suo libro, il più puramente umano che sia stato mai scritto, visse d'una eterna giovinezza.» Nè egli fu il solo dei veramente grandi Imperatori. Dalla morte di Domiziano all'ascensione di Commodo al trono (96-180 d. C.), noi troviamo, con Nerva, Traiano e i due Antonini, una serie di sovrani che rappresentano la giustizia, la sapienza e la virtù chiamate a governare il mondo. Il Machiavelli, repubblicano, aspro nemico di Cesare, esaltato lodatore di Bruto, è pieno della più entusiastica ammirazione per quel periodo dell'Impero. Il Gibbon afferma, che se gli fosse chiesto, in qual tempo mai, durante tutta la storia del mondo, il genere umano fu più felice, non saprebbe indicarne un altro. Ma egli, che qui appunto sorvola più che mai sulle crudeli persecuzioni dei Cristiani, per parte d'alcuni di questi medesimi imperatori, è pur costretto ad aggiungere, che tutto dipendeva allora dalla volontà d'un uomo solo e dall'esercito. Infatti prima e dopo di tali imperatori, ve ne furon dei pessimi. E subito le forze disorganizzatrici, che solo per breve tempo poterono rimanere latenti, si scatenarono, portando alla superficie quella corruzione e decomposizione sociale, che non poteva più essere fermata, e che doveva inesorabilmente aprire la via ai barbari.

CAPITOLO II I Barbari

L'assalto improvviso che nel 114 a. C. dettero i Cimbri, i quali si avanzarono con un impeto inaspettato, disfacendo ripetutamente i Romani, aprì a questi la prima volta gli occhi sul pericolo che li minacciava dalla Germania. C. Mario, è vero, in due grandi battaglie (102 e 101 a. C.), li disfece compiutamente, e per circa mezzo secolo i confini rimasero tranquilli. Ma Giulio Cesare, dopo molte vittorie, si trovò anch'esso di fronte ad un esercito germanico, comandato da Ariovisto che, passato il Reno, era penetrato nella Gallia, combattendo valorosamente. Cesare lo disfece e lo inseguì al di là del fiume. Ma ivi trovò come un mondo nuovo: un popolo numeroso, bellicoso e quasi nomade; una società in tutto profondamente diversa dalla romana; un clima assai rigido; un suolo pieno di paludi e di boschi, senza possibilità di approvvigionamenti, infesto all'avanzarsi d'un esercito romano. Col suo sguardo penetrante, col suo grande senno pratico, capì subito, che non era il caso di pensare ad una stabile conquista, molto meno a romanizzare quelle genti, e si ritirò novamente al di qua del Reno.

Dopo la sua morte, i Romani non imitarono la prudenza del valoroso capitano. Ripassarono il Reno, penetrarono nel cuore della Germania; vi portarono le loro leggi, la loro amministrazione, le loro tasse. E la conseguenza fu una tremenda insurrezione capitanata da Arminio, che distrusse un esercito di tre legioni. Il console Varo ed i principali suoi ufficiali, per non sopravvivere al disastro e al disonore, si dettero la morte (9 d. C.). Arminio era stato educato nell'esercito romano; insieme col fratello aveva in esso valorosamente combattuto, ed era stato colmato di onori. Ad un tratto, tornato fra i suoi, messosi alla testa della insurrezione, aveva tratto in agguato gli antichi commilitoni, dei quali si fingeva sempre amico, e si era scagliato contro di essi con un impeto addirittura feroce. I prigionieri romani furono mutilati, impiccati, trucidati. A molti furono cavati gli occhi, fu strappata la lingua, insultandoli con ogni specie d'ingiurie più sanguinose. Venne perfino disseppellito il cadavere del Console, per poterlo insultare. Anche Marbodio, capo dei Marcomanni e nemico di Arminio, che aveva cercato di fondare un regno a similitudine delle istituzioni dei Romani, dai quali era stato educato, e dei quali si dichiarava fido alleato, venuta l'ora del pericolo, si manifestò nemico aperto. Da tutto ciò appariva evidente, che nelle popolazioni germaniche v'era un odio istintivo, inestinguibile contro i Romani; che nè i benefizi, nè la educazione o la disciplina militare potevano in modo alcuno estinguere. Germanico fu mandato a vendicare la disfatta di Varo, ma le vittorie del valoroso capitano furono pagate ad assai caro prezzo. Nel clima, nei boschi, nelle paludi, più di tutto nell'odio persistente delle popolazioni, trovò ostacoli sempre maggiori. Una formidabile tempesta, distrusse una parte non piccola dell'esercito, che si ritirava dalla parte del mare.

Negli ultimi anni della sua vita, Augusto si era persuaso che l'Impero doveva fermarsi al Reno ed al Danubio, senza pensare a nuove conquiste, e lo raccomandò nel suo testamento. Lungo i due fiumi venne infatti costruita una linea di fortificazioni, e l'Impero si attenne generalmente al savio programma. Solo Traiano, lasciatosi vincere dall'ambizione della gloria, passò il Danubio, avanzandosi vittoriosamente. E se più tardi, rinsavito anch'esso, tornò indietro, la Dacia, al di là del fiume, restò sempre provincia romana, il che fu un grave errore, come poi si vide. Infatti la difesa del Danubio, che facilmente si poteva fortificare, venne trascurata, perchè esso non segnava più i confini dell'Impero, che s'erano portati innanzi fino alla Dacia orientale, dove non era ugualmente agevole fortificarli. Tuttavia, per circa duecentocinquant'anni dopo la disfatta di Varo, gli assalti dei barbari vennero sempre vittoriosamente respinti. Questa difesa anzi fu la costante occupazione dell'Impero, e quasi la sua principale ragione di essere.

Ma chi erano, che cosa volevano questi barbari, che assalivano con tanta persistenza? Vissuti una volta, come è generalmente ammesso, nell'Asia, insieme con coloro che più tardi furono i Greci ed i Romani, avevano con essi fatto parte di quella che venne dai moderni chiamata la famiglia ariana. Dopo un periodo di vita in comune, si divisero, partendo per direzioni diverse. Il clima più mite, il suolo più fertile, la posizione geografica più fortunata, la vicinanza dei Fenici e degli Egiziani, fecero fare un rapido progresso a quelli tra di essi che andarono nella Grecia e nell'Italia. Lo stesso non poteva seguire in Germania, dove invece, per le avverse condizioni del suolo e del clima, per il nessun contatto con popoli civili, s'andò formando, in un periodo di molti secoli, una società affatto diversa, che ai Romani poteva apparire di selvaggi. Non erano però selvaggi, ma barbari, e per poco che fossero mutate le condizioni in cui si trovavano, potevano, al contatto colla civiltà, come poi avvenne, progredire rapidamente.

Giulio Cesare è il primo che ci dia su di essi qualche notizia precisa. Li trovò, esso dice, in uno stato seminomade, con un'agricoltura affatto primitiva. Vivevano della caccia, della pesca, sopra tutto del prodotto degli armenti, loro cura principale. Il latte, la carne, il formaggio erano il loro cibo consueto. Adoravano il sole, la luna, il fuoco, le forze della natura, tutto ciò che vedevano, e da cui ricevevano benefizio. Pieni di grossolane superstizioni, di costumi crudeli, non avevano ancora un ordine sacerdotale. Ma il fatto che sopra tutti richiamò la sua attenzione, si fu il vedere che queste popolazioni, in continuo moto, non conoscevano la proprietà privata della terra, la quale era invece posseduta collettivamente dai villaggi, anzi dalle parentele, Cognationes come esso le chiamava, Sippen come le dicono i Tedeschi. Appena si fermavano, i Magistrati o sia i loro capi, dividevano fra di esse il terreno occupato. E dopo un anno, le costringevano ad andare altrove, dividendo di nuovo, nello stesso modo, il terreno. Le case erano specie di capanne da potersi facilmente decomporre e trasportare, come proprietà mobile, sui carri, colle masserizie, coi vecchi ed i fanciulli. Era un genere di vita che educava mirabilmente alle armi. La caccia, le razzìe, le guerre coi vicini, per acquistar nuove terre, erano la loro occupazione continua, il bisogno costante d'una gente, la quale con la sua rozza agricoltura esauriva subito il terreno che aveva occupato. Cesare restò assai maravigliato in presenza d'un genere di vita tanto diverso da quello dei Romani, e ne chiese spiegazione agli stessi barbari. Gli risposero, che vivevano a quel modo, perchè una troppo assidua cura dei campi non li dissuefacesse dalla guerra, ed una costruzione più accurata e solida delle case, non li rendesse inabili a sopportare il freddo ed il caldo. Ed ancora perchè la disuguaglianza delle fortune e l'avidità del possedere non arricchisse i potenti, spogliando i deboli; si evitasse quella cupidigia da cui hanno origine le fazioni e le guerre civili; si mantenesse con la equità soddisfatta la plebe, che vedeva i suoi campi uguali a quelli dei più potenti.[3] È difficile credere che questo fosse proprio il linguaggio dei barbari. Ma è di certo il concetto che più o meno sorgeva allora in tutti, paragonando la società romana alla barbarica.

Ed è il concetto che domina anche più esplicitamente nella Germania di Tacito, la fonte principale che abbiamo, per conoscere un po' più da vicino quelle popolazioni. Le notizie che ci dà Cesare sono poche e frammentarie, ma chiare e precise, suggerite dalla sua osservazione, dalla sua esperienza personale. Tacito invece ci dà addirittura un breve trattato sul paese. Non sappiamo con certezza se egli lo avesse davvero visitato. In ogni modo ne vide, se mai, una piccola parte, e le notizie che ci dà sono il più delle volte di seconda mano, cavate da Cesare, che egli chiama summus auctor, e da altri, che erano stati oltre Reno. A ciò si aggiunge, che il suo scritto ha uno scopo, anzi una tendenza politica e morale visibilissima. Egli s'era persuaso (simile in ciò agli scrittori del secolo XVIII) che i popoli primitivi, più vicini allo stato di natura, sono perciò, come erano stati gli antichi Romani, più puri, più onesti e valorosi di quelli che una civiltà raffinata ed artificiale ha corrotti, come era seguito ai Romani del suo tempo. Ispirato da un ardente patriottismo, con un sentimento quasi profetico della rovina che minacciava l'Impero, voleva scongiurarla col ricondurre i suoi connazionali all'antica virtù. E quindi descriveva con entusiasmo, esaltava, idealizzava la vita, i costumi dei barbari. Egli è certo un grande storico e pensatore; ma, a differenza di Cesare, sempre chiaro, sobrio e preciso, è anche un manierista, il cui stile vigoroso, ma spesso anche oscuro, si presta a molte e diverse interpetrazioni. Ciò ha dato luogo a dispute infinite, massime quando egli non va pienamente d'accordo con Cesare, il che gli succede spesso. Ma siffatte divergenze hanno un'assai facile spiegazione. Tacito scriveva un secolo e mezzo dopo di Cesare, ed a suo tempo la Germania s'era non poco mutata. Il lungo contatto avuto dai barbari coi Romani, l'avere in questo mezzo trovato chiuso il passaggio del Reno e del Danubio, quando forse altre popolazioni li sospingevano dall'oriente, tutto questo cominciò a rendere impossibile quella vita seminomade dei tempi di Cesare, e li costrinse a prendere sulla terra occupata una dimora, in parte almeno, più stabile.

Comunque sia di ciò, Tacito descrive anch'esso gli abitanti della Germania in uno stato di barbarie, ignari delle lettere dell'alfabeto, con scarsa conoscenza dei metalli, tanto che ne facevano poco uso anche nelle armi; con nessuna conoscenza della moneta, della quale solamente coloro che erano ai confini avevano appreso l'uso dai Romani. Occupati anch'essi, come i loro antenati, principalmente nella caccia e nella guerra, lasciavano per quanto potevano la cura della casa e la cultura dei campi alle donne ed ai vecchi. Si cibavano tuttavia, più che altro, del prodotto dei loro armenti. Conoscevano il frumento e ne cavavano una bevanda, che usavano invece del vino. Temperati in tutto, meno che nel bere e nel giuoco, non vestivano più di sole pelli, ma usavano mantelli di lana. Le loro antiche divinità avevano cominciato ad assumere una forma personale, e Tacito cerca assomigliarle alle romane. Il Tius (Dyaus vedico), Dio supremo del cielo luminoso, divenuto, pel carattere bellicoso del popolo, anche Dio della guerra, è da lui confuso con Marte, e messo perciò in secondo luogo; in primo egli pone invece Wuotan (l'Odino dell'Edda), il Dio dell'aria e delle tempeste, che chiama Mercurio. Donar,[4] figlio di Wuotan, Dio dei fulmini e dei tuoni, dotato di forza prodigiosa, è confuso ora con Ercole, ora con Giove. Queste e le altre poche divinità hanno passioni umane, lottano fra di loro, si mescolano alle querele degli uomini. Ad esse s'aggiungeva una quantità di demoni, che popolavano l'aria, la terra, l'acqua, i boschi, i monti. Un ordine sacerdotale, che Cesare non aveva trovato, si era adesso già formato. Per placare le loro divinità, i barbari usavano anche sacrifizi umani. E quindi non si può credere a ciò che Tacito dice poco dopo, che cioè essi non costruivano tempii ai loro Dei, quasi per non profanarli con un culto materiale, adorandoli invece, come in ispirito, nei boschi, quali esseri invisibili e presenti.[5]

Questi barbari, come già accennammo, avevano ora preso dimora alquanto più stabile sulle terre che occupavano. Ma non conoscevano ancora le città, che ad essi sembravano prigioni, nelle quali «anche i più feroci animali si sarebbero infiacchiti.»[6] Le case non erano più mobili capanne di solo legno; ma l'uso del cemento e dei mattoni era sempre ignoto. Poste, come anche oggi vediamo nei villaggi della Svizzera, del Tirolo, della Germania, le une separate dalle altre, eran circondate da piccoli orti, che insieme con esse appartenevano alla famiglia che vi abitava.[7] E qui si può notare un primo passo verso la proprietà privata, immobiliare. La terra rimaneva però sempre proprietà collettiva del villaggio divenuto più stabile. Non si mutava luogo ogni anno, ma solo quando la necessità di emigrare lo imponeva, sia che fosse del tutto esaurita la fertilità dei campi, e che perciò non bastassero più alla popolazione, sia che le conseguenze di qualche guerra sfortunata costringessero a cercare altra sede. Ma dentro il territorio occupato dal villaggio, o come alcuni dicono la Marca, la mutazione era continua. In che modo poi la terra occupata venisse divisa, e la cultura si avvicendasse, e le famiglie mutassero il terreno che coltivavano, Tacito lo accenna in un luogo, che è dei più oscuri, interpetrato perciò in non meno di sei modi diversi. E la confusione delle molteplici interpetrazioni fu non poco aumentata dal volere in esso cercare, non solamente ciò che lo scrittore aveva voluto dire, ma quello anche di cui non aveva parlato, e che forse ignorava.

Dopo aver detto, che i barbari non conoscevano l'usura, la quale tante rovine aveva portato nella società romana, Tacito continua: «le terre sono occupate da tutti, secondo il numero dei coltivatori, fra i quali vengono divise; e questa divisione è resa più agevole dalla vastità del terreno che occupano. D'anno in anno si mutano i campi messi a cultura, e sempre ne avanza una parte (quella probabilmente abbandonata al pascolo). Non rimangono confinati in breve spazio, non si adoperano a mantenere la fertilità della terra. Si contentano del solo frumento, senza coltivare pometi, prati artificiali o giardini.»[8] Il villaggio aveva dunque perduto l'antica mobilità dei tempi di Cesare; ma dentro di esso la mutazione era continua, nessuno restando più di un anno a coltivare lo stesso campo. La parte via via lasciata a pascolo, rimaneva sempre d'uso comune, perchè la proprietà della terra continuava ad essere collettiva. Altri particolari Tacito non ci dà, ed è superfluo cercarli. Dello stato di cose da lui descritto noi possiamo però farci un'idea più chiara, se gettiamo uno sguardo al modo in cui si trovava costituita la Marca[9] germanica assai più tardi, nel Medio Evo. Era questo uno stato di cose certamente diverso da quello dei tempi di Tacito, ma che pur s'andò da esso, per processo naturale, lentamente svolgendo, e che ne serbava perciò alcune tracce visibili. Una parte del terreno era occupata da case sparse per la campagna, cogli orti come li descrive Tacito. Un'altra era lasciata a pascolo comune. Una terza finalmente veniva posta a cultura con regole assai minute e determinate, che non sarebbero state possibili ai tempi di cui noi ci occupiamo. Questa parte era divisa fra i vari capi di famiglia, i quali dovevano coltivare il loro campo in maniera, che ogni anno un terzo di esso riposasse, ed ogni triennio tutte le tre parti avessero avuto il loro periodo di riposo. Sebbene questi campi fossero, coll'andar del tempo, per un periodo sempre più lungo, assegnati ai capi delle famiglie, pure la parte da ciascuno di essi lasciata a pascolo, tornava ad essere d'uso comune, il che ricordava l'origine antica, ancora non scomparsa del tutto, di proprietà collettiva. Come si vede, un tale stato di cose, pur non essendo quello descritto da Tacito, derivava da esso e giova a farcelo meglio comprendere.

Questi barbari, che non conoscevano le città, molto meno conoscevano lo Stato. Cesare e Tacito li trovarono divisi in molti popoli diversi, ciascuno dei quali ordinato, suddiviso in quelli che, con nomi latini, essi chiamarono Vicus, Pagus e Civitas. Il Vicus o villaggio era l'associazione più elementare, ancora poco determinata, costituita dai vincoli di sangue, che formavano le parentele (Cognationes, Sippen, Sippenschaften), con le quali spesso si confondevano addirittura. La riunione di alcuni Vici formava il Pagus, in tedesco Gau, una specie di Cantone svizzero, che era il nucleo più forte, quasi l'unità organica di questa società. L'unione di più Pagi costituiva la Civitas, il popolo, la schiatta, come dicono alcuni, la maggiore unità sociale barbarica, che a tempo di Cesare apparisce assai più debole che a tempo di Tacito.

Questa società barbarica era in tutto militarmente costituita, tanto che populus ed exercitus, uomo libero ed uomo in armi, erano una sola e medesima cosa. Si direbbe che fin d'allora vi si ritrovasse il primo germe di ciò che, dopo secoli, doveva essere il servizio militare obbligatorio, e l'ordinamento distrettuale dell'esercito germanico. L'esercito era allora formato, secondo un sistema decimale, per centurie, che si raccoglievano e costituivano nei Pagi, con uomini venuti dai villaggi, fra loro imparentati, e comandati dai capi dei villaggi stessi o delle parentele, giacchè anche qui, come sempre, predominavano i legami di sangue. Tutto questo fece sì che alcuni scrittori moderni dettero al Pagus o Gau il nome di Centena, Hundertschaft. Se non che, il Gau era d'assai varia estensione, qualche volta grosso quasi come una Civitas, ed allora naturalmente le centurie si costituivano nei centri minori, e si era quindi indotti ad attribuire piuttosto ai villaggi il nome di Centene, ed a confonderle con essi. Da ciò altre dispute infinite. Ma l'ordinamento civile ed il militare, per quanto sieno in stretta relazione fra di loro, non potevano essere allora, come non furono mai, una sola e medesima cosa. E però, quando anche venisse dimostrato con assoluta certezza, che la centuria si formava solo nel Vicus o solo nel Pagus, non ne seguirebbe perciò che centuria e vicus o pagus potessero confondersi fra di loro. Oltre di che bisogna pur notare che, per quanto simili fossero allora i molti popoli germanici, ed i caratteri generali del loro ordinamento civile e militare, v'era sempre nei particolari una grande varietà da luogo a luogo, da popolo a popolo. Solamente una esatta conoscenza, che pur troppo non abbiamo, e forse non avremo mai, di questi particolari, potrebbe darci modo di definire e determinare con precisione i caratteri generali d'uno stato di cose tanto diverso dal nostro, e che dovrà quindi, in alcune parti almeno, rimaner sempre per noi incerto ed oscuro.

Nel villaggio comandavano i Majores natu, i capi cioè delle famiglie o delle parentele, che nelle cose di più grave importanza consultavano il popolo, di cui in guerra assumevano il comando. Alla testa del Gau si trovavano uno o più Principes, ai quali gli scrittori romani dettero nome anche di Magistratus, e qualche volta di Reges. Erano eletti fra le principali famiglie dei villaggi, essendovi fra i Germani anche una nobiltà ed una schiavitù. La prima era composta delle famiglie più antiche, che avevano formato il nucleo primitivo del villaggio, attirando a sè le altre, o di quelle che più si erano distinte nelle armi. La schiavitù par che fosse abbastanza mite; lo schiavo riceveva dal suo padrone un campo da coltivare, pagando un canone in derrate o animali. Questi Principes erano circondati dai capi dei villaggi, che formavano intorno ad essi una specie di Consiglio ristretto, che decideva le cose di minore importanza. Per le faccende più gravi, sopra tutto se si trattava di deliberare la guerra, si consultava sempre il popolo. Le sue adunanze erano ordinarie, in alcune determinate stagioni dell'anno, e straordinarie. In tempo di pace i Principes amministravano la giustizia nel Gau e nel villaggio;[10] in guerra comandavano l'esercito. Ai tempi di Cesare par che avessero anche un carattere religioso, scomparso in quelli di Tacito, essendosi allora formato già un ordine sacerdotale, che prima non c'era.

La Civitas, come dicemmo, sembra essere stata in origine assai debolmente costituita. Cesare infatti affermava di non avere in essa trovato, in tempo di pace, nessun comune magistrato (in pace nullus est communis magistratus).[11] E l'assemblea della Civitas (Consilium Civitatis), che in Tacito ha una così grande importanza, è di rado menzionata da lui, tanto da far dubitare che fosse allora veramente un organo vitale di quella società. Il Gau o Pagus aveva perciò ai tempi di Cesare maggiore indipendenza; faceva razzìe per proprio conto, senza troppo occuparsi di quel che voleva o non voleva la sua Civitas, da cui qualche volta si staccava addirittura, per andare a far parte di un'altra. Alla testa di essa erano i Principes, che formavano una specie di Senato, il quale deliberava sugli affari minori, ed apparecchiava le deliberazioni più gravi da sottomettere all'assemblea popolare, che approvava col percuotere le armi, disapprovava con grida di fremito. Quest'assemblea aveva le sue ordinarie adunanze in tempo di luna nuova o di luna piena, e le straordinarie, in tempi indeterminati, secondo l'occorrenza.[12] In essa venivano eletti i Principes, e possiam credere che ciò si facesse confermando coloro che erano stati prima proposti dai Pagi. Nella stessa assemblea venivano concesse le armi a quelli che avevano raggiunta l'età legale, il che, secondo la espressione di Tacito, era il primo onore, la toga virile, con la quale venivano ammessi a far parte della Repubblica.[13]

Il governo della Civitas sembra davvero essere stato generalmente ordinato a repubblica, sebbene spesso apparisca un capo con la forma monarchica, massime quando uno dei Gau riusciva a prevalere sugli altri. Quello però che sopra tutto contribuiva a dar forte unità alla Civitas, e stringeva intorno ad essa anche Pagi di altri popoli o addirittura altre Civitates, formando così una confederazione, che pigliava nome dalla principale di esse, era la guerra. Questa richiedeva naturalmente un capo militare, un Dux, quali furono Ariovisto ed Arminio, una specie di dittatore, con assoluto potere, il quale, fatta la pace, rimaneva spesso al suo posto, divenendo allora un vero e proprio re, come di tanto in tanto ne troviamo, e più specialmente nella Germania orientale. Il duce veniva naturalmente eletto per le sue qualità militari; i principi invece per la nobiltà delle loro famiglie: Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt.[14]

Un'altra istituzione assai diffusa in questa società barbarica era il così detto Comitatus (Gefolgschaft), che circondava così il Princeps come il Dux. Lo formavano i giovani più nobili ed animosi, che si stringevano, quasi specie di paladini, intorno ad uno dei loro capi, di cui divenivano indivisibili compagni d'arme. E come era per essi un disonore il sopravvivere nella pugna al proprio capo, così era per questo un disonore il lasciarsi da essi vincere in valore.[15]

Se ora, gettando uno sguardo generale su quanto abbiam detto, paragoniamo la società romana alla barbarica, il contrasto apparirà assai evidente. La prima era formata da una popolazione urbana, divisa in un gran numero di città collegate da strade, con campagne deserte, coltivate da schiavi o coloni. La seconda era invece una società rurale, sparsa pei campi che liberamente coltivava. E sebbene anche in essa vi fossero nobili e schiavi, v'era tuttavia un'assai maggiore uguaglianza. La differenza delle fortune si limitava più specialmente al numero degli armenti. La proprietà collettiva della terra contribuiva non poco a riunire gl'interessi di tutti, che colle armi difendevano il territorio comune, e nelle popolari assemblee deliberavano insieme. Quasi nulla era l'azione dello Stato, che in realtà non esisteva, e tutto aveva un carattere personale. La pena era una vendetta affidata all'offeso ed ai suoi parenti, e si poteva comporre dando soddisfazione ad essi, non alla comunanza. I legami di sangue costituivano la base stessa della società, ed in parte anche dell'esercito, ordinato in gruppi di parentele. A Roma invece predominava su tutti lo Stato, e la società era fondata interamente sulle relazioni giuridiche. I Romani erano stati inoltre i primi a creare la proprietà privata, liberandola dalla forma arcaica, dando così uno slancio febbrile all'attività individuale, al progresso sociale. Ma nella lotta per l'esistenza i più forti e più fortunati spogliarono i più deboli, e distruggendo la piccola proprietà, crearono i latifondi. Si ebbero da una parte fortune enormi; dall'altra una moltitudine tumultuosa di nullatenenti affamati, cui s'aggiungeva un esercito che aggravava ognuno di tasse.

Se ora per un momento, colla nostra immaginazione, ci provassimo a fondere insieme queste due società, noi vedremmo da un lato sorgere maggiore ordine e disciplina, con l'idea dello Stato, della legge, del diritto impersonale; dall'altro vedremmo rinascere la piccola proprietà, ripopolarsi le campagne di liberi agricoltori. Ma queste chimiche combinazioni nella storia si fanno solo con la violenza, con la guerra; e però nell'urto sanguinoso delle due società, una, pur modificando sè stessa, doveva vincere ed abbattere l'altra. Chi doveva vincere? La società romana era una vasta, maravigliosa organizzazione, con una grande forza espansiva ed assimilatrice. Se non fosse stata minacciata da interna decomposizione, avrebbe di certo potuto continuare a sottomettere, a riunire ed assimilare nuove genti, respingendo qualunque assalto. È quello che aveva fatto per più secoli. Se non che, colle vittorie crescevano gli elementi di decomposizione all'interno, di debolezza all'estero. E intanto le popolazioni germaniche tornavano continuamente all'assalto, spinte dal bisogno irresistibile di nuove terre da coltivare, bisogno che tutte spingeva verso l'occidente. Si avanzavano tumultuose, in numero sempre maggiore, sempre crescente, come le onde di un mare in tempesta.

Fortunatamente per l'Impero, questo mare germanico, diviso in una moltitudine di popoli diversi, di continuo in guerra fra di loro, non aveva unità nazionale, come era provato dal fatto, che nel chieder nuove terre essi si offerivano spontanei a servire sotto le bandiere dell'Impero, e combattevano con valore contro i propri connazionali. Molte infatti delle battaglie romane contro i barbari furon vinte con soldati germanici. Questo poteva far nascere l'illusione, che fosse possibile, per mezzo della disciplina, impadronirsi d'una gran parte di loro, ed assimilarli, per sottomettere, con essi, stabilmente gli altri. Ma l'esempio di Arminio dimostrava la vanità d'una tale illusione. I barbari educati sotto le bandiere romane, divenivano soldati e capitani eccellenti; ma non perdevano mai il loro carattere germanico, fieramente avverso al nome romano ed all'Impero, che pur tanto ammiravano. Anche quando non bastava a tenerli uniti la comune origine, li univa il comune odio. Nè questo, per benefizi ricevuti, si estingueva mai. I più grandi nemici di Roma, quelli che distrussero l'Impero, Alarico, Odoacre, Teodorico, erano stati educati nelle legioni romane. Il sentimento della comune origine, se nei tempi ordinari di calma s'infiacchiva, di fronte ad un pericolo comune, sopra tutto quando trovavano un capo valoroso che li guidasse, si ridestava potentemente, e riusciva ad unirli con una fulminea rapidità, in vastissime confederazioni, animate da uno stesso furore. Si avanzavano allora come un sol uomo, con un impeto irresistibile. Ciò s'era visto fin dal tempo dei Cimbri, di Ariovisto, di Arminio, e continuò a ripetersi continuamente. Questa unione, è ben vero, non durava a lungo. Dopo il pericolo imminente si scioglieva; ma finchè durava, poteva da un momento all'altro riuscire fatale all'Impero, massime se si pensa al numero stragrande di genti che la Germania poteva mettere in armi, ed al numero già grandissimo di barbari che erano nell'esercito e fra gli schiavi romani. Se non che, una volta aperta la breccia sul Reno o sul Danubio, ed inondato l'Occidente, ai barbari sarebbe stato assai difficile, anzi impossibile, organizzare qualche cosa di stabile. Questo, essi, lo sentivano, ed era un'altra causa di debolezza, perchè scemava non poco la loro fiducia in se stessi, di fronte all'Impero, che vedevano sempre fortemente costituito, civilmente non meno che militarmente; e però lo ammiravano come qualche cosa di sacro ed eterno, nel momento stesso che lo aggredivano con tanto furore.

Ma i guai, come abbiamo già visto, erano dall'altro lato anche maggiori. Per poco che quella mirabile unità, che riannodava e stringeva tutte le forze molteplici dell'Impero, dinanzi all'impetuoso urto barbarico, si fosse anche per un momento solo spezzata, avesse in qualche punto ricevuto un forte strappo, tutto sembrava a un tratto minacciare rovina, appunto perchè tutto era collegato, e da questo collegamento riceveva la forza e la vita. L'individuo, educato a vivere per lo Stato e sotto la sua protezione, non capiva come senza di esso si potesse esistere. Quando appena si sentiva abbandonato a se stesso, era come un atomo perduto nel caos; non immaginava neppure che fosse possibile resistere a quella società germanica, di cui ognuno s'avanzava con una sete feroce di sangue. Era un sentimento simile a quello di chi veda improvvisamente, per tremuoto, crollare le case, e senta il terreno mancargli sotto i piedi, o si trovi chiuso in un teatro minacciato d'incendio. Questo sentimento invece era affatto ignoto ai barbari, i quali facevano parte d'una società divisa e suddivisa non solo in popoli, ma in gruppi o cantoni diversi, che colla massima facilità si univano e si separavano, per riunirsi di nuovo. Quando una Civitas era vinta e decomposta nei suoi Pagi, questi facilmente si reggevano da sè soli, o si fondevano con quelli di un'altra, senza perciò sentirsi punto sgomenti. L'individuo, che per la distruzione del villaggio o del gruppo cui apparteneva, si fosse trovato isolato e abbandonato, usato com'era nella foresta, a contare sopra tutto sulla forza del suo braccio e sul suo coraggio personale, non provava nessuno sgomento, si univa facilmente a quelli che prima incontrava. Tutto questo fece assai spesso credere ai barbari, e fece a molti ripetere poi, che dinanzi ad essi i Romani si spaventavano e tremavano come donne. E ciò, sebbene questi li avessero poco prima disfatti, ed ogni volta che riuscivano a riannodare le fila spezzate, tornassero a vincerli ed a metterli in precipitosa fuga.

Così fu che per circa due secoli e mezzo l'Impero dovè non solo respingere i continui assalti parziali d'oltre Reno e d'oltre Danubio; ma più di una volta si trovò di fronte a formidabili eserciti di barbari confederati, che penetrarono dentro l'Impero, e resero necessarie a salvarlo battaglie addirittura gigantesche. Una di queste fu quella da noi già ricordata, combattuta da Marco Aurelio. A un tratto, non si sa come nè perchè, forse cacciate da altre genti, si videro le popolazioni germaniche avanzarsi, riunite in una immensa moltitudine, nella quale primeggiavano i Marcomanni ed i Quadi. Penetrarono nella Dacia, passarono il Danubio, invasero l'Impero, e per la prima volta il sacro suolo d'Italia venne toccato dal piede di soldati germanici (167 d. C.). Fu allora che Marco Aurelio, abbandonati i suoi studi, assunse il comando dell'esercito, e conducendosi da gran capitano, in una serie di battaglie fortunate, respinse il nemico al di là del confine, e combattè sino alla sua morte, seguita il 17 marzo 180. Ma in quella lunga e gloriosa lotta, si vide che le forze dell'Impero cominciavano ad esaurirsi. Era stato necessario combattere i barbari con altri barbari, ed alcuni di essi si erano anche dovuti accogliere dentro i confini, esempio pericoloso che più tardi riuscì funesto. Tuttavia si potè continuare per un secolo ancora a vivere abbastanza tranquilli, fino a che gli stessi eventi, ripetendosi in proporzioni sempre maggiori, portarono finalmente conseguenze assai più gravi.

Infatti un'altra di queste grandi battaglie si dovè dare contro i Goti, sui quali dobbiamo ora un istante fermarci, perchè furono essi che dettero più tardi il colpo mortale all'Impero. Una opinione largamente diffusa, li fa venire dalla Scandinavia, di dove, per ragioni a noi ignote, si sarebbero avanzati verso il sud. A tempo degli Antonini li troviamo nella Prussia orientale, alla bocca della Vistola; circa la metà del terzo secolo erano nella Russia meridionale, verso il Mar Nero, insieme coi Gepidi, divisi in Ostrogoti e Visigoti, cioè Goti orientali ed occidentali. Questa derivazione dalla Scandinavia e questo lungo cammino verso il sud è messo in dubbio da altri scrittori, i quali ritengono invece che i Goti siano addirittura popolazioni germaniche orientali, e più che un popolo, un amalgama di genti diverse, le quali si distesero al nord ed al sud, avanzandosi poi verso l'occidente. Alcuni li fecero derivare dai Geti, coi quali vorrebbero confonderli. Sono però questioni difficili a risolversi con certezza, anche perchè nel Medio Evo il nome di Goti si dava a genti assai diverse.

Comunque sia di ciò, dalla Russia meridionale, avanzandosi verso occidente, cominciarono ad assalire i confini dell'Impero, che, come dicemmo, erano, sin da quando s'era fatta l'annessione della Dacia, divenuti da questo lato assai più deboli. E dopo molti assalti sanguinosi, si mossero finalmente nel 268, con un formidabile esercito, ad una vera e propria invasione, menando seco le donne ed i vecchi. Trovarono però anche questa volta virile resistenza nelle legioni romane, comandate dall'imperatore Claudio. Questi scriveva al Senato che, nonostante il disordine in cui i suoi predecessori avevano lasciato l'Impero, nonostante la mancanza d'armi e d'ogni cosa più necessaria, s'avanzava per difenderlo contro un esercito di 320,000 Goti, che avevano già passato il confine, deciso a vincere o morire. Un sì gran numero di armati è probabilmente esagerato, essendovi forse compresi anche i non combattenti. E così pure deve ritenersi esagerato il numero di 6000 navi, che alcuni danno ai Goti, e che altri riducono a sole 2000. In ogni modo, trattavasi d'una invasione, di cui non s'era mai vista l'uguale, e che pure in due grandi battaglie (268 e 269) fu vinta e respinta da Claudio. La prima ebbe luogo a Naissus, nella Serbia, e fu d'incerto resultato. Pure coloro stessi che la dissero perduta dai Romani, ammisero che vi perirono 50,000 Goti. Nella seconda battaglia questi furono dalla cavalleria romana chiusi nei Balcani, ove dalla fame, dalla peste e dal ferro vennero quasi totalmente distrutti. Dei sopravvissuti una parte si salvò colla fuga, altri rimasero prigionieri o schiavi addirittura, altri accettarono di servire nelle legioni romane. Molta fu la preda, e così grande in essa il numero delle donne, che ogni soldato romano ne ebbe due o tre per sua parte. Il che viene a confermare sempre più, che si trattava non d'un esercito solamente, ma d'una vera e propria invasione. Claudio allora scriveva di nuovo al Senato, dicendo: — Ho disfatto un esercito di 320,000 Goti, ho mandato a picco 2000 delle loro navi. — E per questi fatti egli ebbe il soprannome di Gotico. Ma il gran numero di cadaveri fece scoppiare una peste crudelissima, che uccise anche lui, il quale così potè dirsi vittima della sua stessa vittoria.

Questa vittoria era certamente una prova novella della forza ancora grandissima dell'Impero. Ma quello che nello stesso tempo dimostrava le forze inesauribili dei barbari, si fu il vedere che, dopo perdite così enormi, essi continuarono i loro assalti senza interruzione. È chiaro che le perdite erano subito risarcite da altre e diverse genti, le quali da ogni parte sopravvenivano. L'imperatore Aureliano (270-75), che successe a Claudio, ed era buon soldato, non meno che accorto politico, dopo avere valorosamente resistito, finì col venire ad un accordo, cedendo spontaneamente ai Goti la Dacia, a patto che non avrebbero passato il Danubio. E così si abbandonava ai barbari una provincia fertile, in gran parte già romanizzata, dalla quale moltissimi de' suoi abitanti dovettero emigrare. Si restringevano però, secondo i consigli di Augusto, i confini dell'Impero alla linea più sicura del Danubio. Di ciò infatti Aureliano venne generalmente lodato; e vi fu coi Goti quasi un altro secolo di pace relativa, interrotta solo da tre guerre, mosse a tempo di Costantino, nelle quali essi furono sempre respinti, l'ultima volta con la perdita, si dice, di 100,000 uomini, morti di fame, di freddo e di ferro. Tuttavia questa linea del Danubio, da lungo tempo indifesa, rimaneva ora il lato più vulnerabile dell'Impero. I Goti si trovavano nella Dacia in grandissimo numero, e andavano aumentando pel continuo sopravvenire di nuove genti. E ciò, quando era andato sempre crescendo il numero dei barbari che facevan parte di quell'esercito, che doveva contro altri barbari difendere il Danubio.

CAPITOLO III La riforma dell'Impero — Diocleziano e Costantino — L'agitazione religiosa — Ariani ed Atanasiani — Neoplatonismo — Giuliano l'apostata — Il vescovo Ulfila, e la conversione dei Goti

I pericoli continui a cui l'Impero si trovava esposto, avevano fatto più volte sentire la necessità d'una riforma, la quale fu infatti condotta a compimento da Diocleziano (284-305) e Costantino (323-337). Primo suo scopo era il bisogno di dare una maggiore unità amministrativa e militare, concentrando il potere nelle mani dell'Imperatore, facendone un vero autocrata, conferendogli anche un carattere sacro e religioso. A rendere più agevole l'opera del governo, sopra tutto ad evitare i continui pericoli delle tumultuose successioni, Diocleziano s'era associato, col titolo di Augusto, Massimiano; poi altri due, Costanzo e Galeno, col titolo di Cesari. La divisione del governo non portava quella dell'Impero, che restava sempre affidato alla suprema sua direzione. Ogni volta che uno dei quattro governanti moriva, i tre superstiti dovevano eleggere il successore, e così si sperava di evitare le scosse ed agitazioni continue. Ma questa parte della riforma fallì interamente allo scopo. Infatti, dopo l'abdicazione di Diocleziano, l'Impero cadde, per circa venti anni (305-323), in preda a continui tumulti, fino a che non successe, unico imperatore, Costantino, il quale condusse a compimento la parte veramente utile e necessaria delle riforme di Diocleziano.

L'Impero venne diviso in quattro Prefetture dell'Italia, della Gallia, dell'Illirico, dell'Oriente. Il potere civile fu nettamente diviso dal militare, e procederono parallelamente, emanando però ambedue dall'Imperatore, capo supremo, che circondato dai suoi ministri, comandava ad ognuno. I Prefetti del Pretorio, abbandonato del tutto quel potere militare che avevano avuto in passato, furono messi, coi poteri esclusivamente civili, alla testa delle Prefetture, divise in Diocesi sotto i Vicari, e queste in Province sotto i Presidi, Consolari o Correttori. Seguiva poi una lunga serie di minori ufficiali, che si distendevan su tutto l'Impero, con attribuzioni e gerarchie minutamente, precisamente determinate, per meglio amministrare, e sopra tutto più rapidamente riscuotere le tasse. Lo stesso fu fatto nell'esercito coi suoi Magistri militum (peditum et equitum), sotto cui erano i Duces, i Comites, discendendo con pari ordine sino ai gradi ultimi. Questa riforma prolungò senza dubbio la vita dell'Impero, dandogli maggiore ordine, unità e disciplina, rafforzando l'esercito. Ma essa aumentò anche le tasse e le vessazioni del fisco nel riscuoterle; sottopose l'Impero ad una vasta rete burocratica, con le inevitabili e dannose conseguenze, che non tardarono molto a farsi sentire. Roma, col suo Senato, il quale conservava parte dell'antico splendore, non però l'antico potere, ebbe un suo proprio Prefetto (Praefectus Urbi). Essa e l'Italia furono ridotte alla condizione di province, sottomesse non solo al governo, ma anche alla tassa provinciale sui terreni. Già da un pezzo Roma era solo di nome capitale dell'Impero. Infatti Diocleziano ed i suoi tre colleghi risiedevano a Nicomedia, presso il Mar Nero; a Sirmio, non lungi da Belgrado; a Treveri, a Milano. Il vero è che la necessità di difendere la linea del Reno, del Danubio, ed anche dell'Eufrate, a cagione della continua guerra persiana, spostava da un pezzo verso l'oriente il centro di gravità dell'Impero, come si vide adesso anche più chiaramente.

Costantino, lo abbiamo già detto, condusse a compimento la riforma di Diocleziano. Ma sotto questo Imperatore vi fu una dura persecuzione dei Cristiani, e Costantino invece, riconoscendo la forza irresistibile della nuova religione, l'adottò solennemente, sperando con essa di rafforzare l'Impero. L'altro fatto che, nella sua vita, ebbe una grande importanza storica, fu il trasferimento della capitale da Roma a Bisanzio, sul Bosforo. La scelta della nuova capitale, che da lui ebbe il nome di Costantinopoli, fu assai felice. Essa era non solo più vicina al Danubio, ed un centro commerciale di primissimo ordine, che poteva essere facilmente approvvigionato dall'Egitto; ma era anche strategicamente come una fortezza resa inespugnabile dalla natura. E ciò fu provato dalla resistenza che per molti secoli potè fare contro innumerevoli nemici, mentre che Roma veniva invece di continuo presa e saccheggiata.

Le conseguenze di tutto ciò furono molteplici. Roma e l'Italia si sentirono come abbandonate, lasciate fuori della vita politica. L'unione del Cristianesimo coll'Impero, ambedue di carattere universale, faceva naturalmente sorgere il concetto d'una Chiesa universale, la quale infatti s'andò subito formando e modellando sulle istituzioni stesse dell'Impero. Ricordando il suo passato, ora che cessava d'essere la capitale politica, Roma si sentiva spinta a divenire la capitale religiosa del mondo. Il suo vescovo volle essere non solo il successore di S. Pietro; ma anche di Romolo e di Remo, di Cesare e di Augusto, formando un impero religioso non meno vasto, non meno potente e più solido di quello politico, che ormai minacciava rovina. Ed in ciò era mirabilmente secondato dalle popolazioni italiane, nelle quali la vita religiosa cominciò a manifestare un'attività, che fra poco doveva divenire così febbrile, così generale da confondersi con la vita stessa di tutta la nazione. Se non che l'imperatore Costantino, che era alla testa dell'Impero, cominciato con lui a divenir cristiano, voleva porsi anche alla testa della Chiesa. Convocava e presiedeva i Concili, prendeva parte alle dispute teologiche, faceva pesare la sua autorità nel deciderle, e proclamava le decisioni prese. Eran tutte cose che il vescovo di Roma non poteva tollerare a lungo, spesso anzi già combatteva. Così si ponevano fin d'ora i primi germi di quelle lotte che riempirono poi tutto il Medio Evo. Lo Stato venne ben presto a conflitto con la Chiesa; lo spirito religioso dell'Oriente, l'Imperatore ed il patriarca di Costantinopoli con lo spirito religioso dell'Occidente e col vescovo di Roma, contribuendovi non poco l'indole intellettuale e morale, affatto diversa, delle due popolazioni.

Una prova di ciò si ebbe ben presto nella disputa teologica sorta fra Ariani ed Atanasiani, che si diffuse come un rapido incendio da un capo all'altro dell'Impero. A noi può sembrare oggi assai strano che una sottile controversia sulla Trinità potesse allora tanto agitare gli animi. Si trattava però non solamente d'un domma fondamentale nel Cristianesimo, ma del concetto stesso di Dio e delle sue relazioni con l'uomo. Iddio si presenta alla nostra ragione come causa prima, al nostro sentimento come provvidenza benefica, il che lo avvicina a noi, facendogli assumere forma quasi personale ed umana. Il Cristianesimo soddisfece a questo doppio bisogno del nostro animo, riconoscendo in Dio Padre il creatore del mondo, in Gesù Cristo, suo figlio, lo stesso Dio, che assume forma umana, e subisce la morte per redimerci dal peccato e salvarci. Lo spirito greco, che in sostanza è il creatore della teologia cristiana, cominciò ben presto a sottilizzare, ed Ario sostenne che il Figlio, essendo stato creato dal Padre, non poteva essere identico a lui, non poteva essere ab aeterno, doveva avere un principio, sia pure quanto si voglia remoto.

Contro questo concetto insorse Atanasio, che in Alessandria era stato educato alla filosofia di Platone, che aveva considerato Iddio sotto il triplice aspetto di causa prima, di logos o ragione, di spirito animatore dell'universo. Sostenne perciò risolutamente il concetto del Dio trino ed uno, già penetrato nel Vangelo di S. Giovanni, e disse ad Ario: — Colla vostra dottrina voi negate la divinità di Gesù Cristo. Il Figlio è della stessa sostanza (homoousios) del Padre. — E voi, gli rispondeva Ario, ammettete non più un Dio solo, ma due. — Sinodi e Concili si successero allora rapidamente gli uni agli altri. Vescovi e prelati erano di continuo in moto, a segno tale da far dire perfino che si disorganizzavano le poste dell'Impero. Per le vie, per le piazze, nelle chiese, nelle case non si parlava che del Padre e del Figlio, della loro sostanza identica o no. Il Concilio di Nicea (325), radunato da Costantino, proclamò la dottrina di Atanasio; ma l'Oriente inclinava decisamente a quella di Ario. I suoi seguaci cercarono dei mezzi termini, secondati in ciò da Costantino, il quale, anche per ragioni politiche, si sforzava di mantenere l'unità religiosa dell'Impero. Alcuni, che presero nome di semiariani, dissero che il Figlio era non di sostanza identica (homoousios), ma pur simile (homoiousios) a quella del Padre. Tutta la differenza, osserva qui il Gibbon, si riduceva ad un dittongo, ad una sola lettera dell'alfabeto. Ma ciò non poteva bastare a far cessare l'ardore della controversia. Altri, adottando la formola detta di Sirmio, dal luogo dove fu concordata, cercavano evitare la disputa, sfuggendola con parole vaghe. Atanasio però non ammetteva transazioni di sorta, e respingeva ogni accomodamento. Accusato, calunniato dagli avversari, perseguitato dall'imperatore Costanzo, figlio di Costantino, deposto da patriarca d'Alessandria, cacciato in esilio, continuò la sua propaganda. Rimesso nella sua sede, ripigliò con più audacia che mai l'opera propria. E quando, nella notte del 9 febbraio 356, la chiesa in cui ufficiava fu circondata dalle milizie imperiali, egli, fermo sulla sua sedia, continuò la lettura dei Salmi, nonostante le insistenze de' suoi fedeli, che lo scongiuravano di porsi in salvo; ed ordinava invece che si mettessero essi al sicuro. In fine, quando i soldati s'avanzavano minacciosi contro di lui, ed egli era restato con pochi dei suoi, scomparve improvvisamente con essi, come per miracolo, e si ritirò nella Tebaide, donde continuò la sua propaganda.

Che un uomo solo, di carattere energico, eroico, mostrasse tanta fermezza nella propria fede, non era allora un fatto nè isolato nè strano. Ma ciò che dava alla battaglia da Atanasio così valorosamente sostenuta, un grande valore storico, era il fatto che dietro a lui stava tutto l'Occidente, con alla testa il vescovo di Roma, Liberio. Questi apertamente lo sosteneva, negando all'Imperatore il diritto di deporlo, parlando come se già la Chiesa di Roma fosse superiore a quella di Costantinopoli, e indipendente affatto dall'Impero. Quando si cercò di vincerlo con le lusinghe, inviandogli ricchi donativi, li fece deporre sulla soglia di S. Pietro, perchè non profanassero il tempio del Signore. Quando si volle ricorrere alla forza, ne nacque un così violento tumulto, che solo di notte e di nascosto si potè portar via il Papa a Milano. Ivi, per indurlo a sconfessare Atanasio, gli venne offerta grossa somma di denaro. Ma la respinse indignato, dicendo: «Serbasse l'Imperatore il denaro per pagare i suoi soldati.» Ed all'eunuco che insisteva, aggiunse: «Un ladro tuo pari osa farmi limosina come ad un colpevole? Comincia col farti buon cristiano prima che tu osi rivolgermi la parola.» E piuttosto che cedere, accettò l'esilio.

L'Imperatore gli fece succedere a Roma il vescovo Felice. Ma il popolo disertò le chiese, nè mai lo riconobbe. Quando Liberio, oppresso dagli anni e dai malanni, si lasciò indurre ad accettare la formola incerta di Sirmio, l'Imperatore lo fece tornare a Roma, avendo la strana illusione, che potesse ivi risiedere insieme con l'antipapa Felice. Ma il popolo insorse furibondo, uomini e donne, giovani e vecchi, gridando unanimi: Un Dio, un Cristo, un Vescovo solo! (357). Essendosi Felice provato a resistere, si pose mano alle armi, e così fu messo in fuga. Liberio entrò invece trionfante. Non si tenne però conto alcuno dell'avere esso accettato la formola di Sirmio. Pei Romani l'accettazione fu come non avvenuta.

Questa lotta così vivace poneva in evidenza più cose. E prima di tutto si cominciava a veder chiaro, che lo spirito sempre pratico della Chiesa di Roma era deliberato a mantener salda l'unità della fede, senza venire a transazioni di sorta, senza spaventarsi di nulla, evitando le troppo sottili distinzioni teologiche, alle quali la stessa lingua latina ripugnava, mentre la greca invece mirabilmente vi si prestava. Essa restò inesorabilmente ferma al concetto del Dio trino ed uno della dottrina atanasiana, destinata a trionfare. Si vide oltre di ciò, che il vescovo di Roma assumeva di fronte all'Imperatore una posizione indipendente di capo della Chiesa universale. In Italia, sopra tutto a Roma, s'era nelle catacombe andata formando una generazione nuova, che lo sosteneva, piena di audacia e di avvenire, senza paura nè dell'Imperatore, nè del suo esercito.

Non v'ha dubbio però che la disputa fra Ariani ed Atanasiani aveva diviso i Cristiani. E questo dovette agevolare la via ad un tentativo singolare davvero, ma non senza importanza storica, il quale ebbe luogo appunto allora, e mirava niente meno che a far risorgere il Paganesimo. S'era già visto a un tratto, con inaspettata rapidità, diffondersi in Roma, fra le classi più colte, una nuova dottrina filosofica col nome di Neoplatonismo, venuta d'Alessandria, per opera sopra tutto di Plotino (205-270) e del suo discepolo Porfirio. Con un misticismo e simbolismo orientale, svolgendo la filosofia di Platone, essa esaltava il concetto del divino nel mondo e nell'anima umana, la cui suprema felicità faceva consistere nella contemplazione di Dio, col quale essa cercava confondersi. Questa dottrina, che da una parte mirava alla risurrezione e riabilitazione del culto delle divinità pagane, da un altro risentiva visibilmente l'azione del Cristianesimo che essa, per mezzo del simbolismo, presumeva di porre in armonia con quelle. Era un fenomeno singolare, il quale sembra ricordare ciò che avvenne nel secolo XV, quando Gemisto Plotone voleva anch'esso, per mezzo del Neoplatonismo, rimettere fra noi in onore le antiche divinità greche. Se non che i tempi erano molto diversi. Nel quarto secolo era assai maggiore la forza del Paganesimo, e più viva assai nelle moltitudini la fede cristiana.

Certo è che Plotino predicava con grande esaltamento la sua dottrina, e trovò in Roma ardenti seguaci. Egli aveva un supremo disprezzo pei beni di questo mondo, e si doleva perfino d'avere un corpo, perchè lo credeva di ostacolo alla divina contemplazione, la quale tuttavia, secondo il suo discepolo Porfirio, gli fu più volte concessa. L'oracolo aveva proclamato, che il genio che l'accompagnava era esso stesso divino. E morendo, le sue ultime parole furono: «Io faccio un ultimo sforzo per condurre ciò che v'ha di divino in me, a ciò che v'ha di divino nell'universo.» A Roma venne nella sua età di quaranta anni, ed acquistò subito una incontestata autorità. A lui ricorrevano tutti come ad arbitro, ed i morenti gli affidarono più volte la cura dei propri beni e delle loro famiglie. L'imperatore Gordiano fu tra i suoi seguaci, e fra di essi si trovavano anche parecchi senatori, uno dei quali, Rogaziano, s'era così esaltato nella nuova dottrina, che per essa abbandonò la cura dei propri beni, liberò i suoi schiavi, ricusò i più alti uffici. Tutto ciò è un'altra prova di quella vitalità morale, che continuava ancora nella società pagana della decadenza, sebbene da molti sia negata. Se non che il Neoplatonismo, più ancora dello Stoicismo, era una dottrina filosofica, capace di esaltare solo alcuni pochi spiriti eletti, troppo pieni delle idee del mondo pagano, per potere accettare senz'altro la dottrina del Vangelo.

Uno di questi spiriti fu Giuliano, detto l'Apostata, perchè abbandonò il Cristianesimo, nel quale era stato educato. Della famiglia di Costantino, ed uomo d'alto ingegno, venne più tardi iniziato al Neoplatonismo, all'ammirazione della poesia e mitologia greca, al segreto dei misteri eleusini, cominciando esso stesso colle proprie mani a sacrificare in segreto vittime a Venere ed Apollo. Nel primo periodo della sua vita pubblica (355-61), si trovava, col titolo di Cesare, alla testa delle legioni di Gallia, dove acquistò gran nome, combattendo i Franchi e gli Alamanni, che furono cacciati al di là del Reno. Le legioni lo proclamarono Augusto, e dopo la morte di Costanzo (5 ottobre 361), entrò con esse l'undici decembre in Costantinopoli, cercando subito di rimettervi in onore il Paganesimo. E siccome egli era anche un filosofo, e proclamò generale tolleranza, così ebbe il favore di tutti coloro che erano stati o temevano di dover essere perseguitati. Fra questi furono gli Atanasiani in Oriente, e gli Ariani in Occidente, i quali, felici d'essere per ora lasciati in pace, capivano che il trionfo del Paganesimo non poteva ormai essere altro che un fenomeno effimero e passeggiero.

Il sogno di Giuliano era non solo religioso, ma anche politico. Voleva come Pontifex Maximus, per mezzo del Neoplatonismo, far risorgere le antiche divinità; e voleva, qual nuovo Alessandro Magno, marciare alla conquista dell'Oriente. Nel 363, in fatti, alla testa d'un formidabile esercito, s'avanzò contro la Persia, sempre nemica dell'Impero, ed ora in guerra con esso. Passò l'Eufrate, e respingendo il nemico, procedè fra mille difficoltà, attraversando una regione piena di canali, ed inondata. Sempre combattendo, sempre vittorioso, traversò il Tigri, e per togliere ai suoi ogni pensiero di ritirata, fece bruciare le navi, con cui aveva passato i fiumi; s'avanzò nell'interno del paese, che trovò abbandonato e deserto, bruciati i raccolti e le città. Il ritirarsi era divenuto impossibile, e Giuliano combatteva ancora vittoriosamente, quando il 26 giugno 363 venne mortalmente ferito. Nè in quell'ultima ora smentì se stesso, rallegrandosi cogli amici che l'animo suo, liberato dal corpo, s'andava a ricongiungere con Dio. Ed augurò che l'Impero venisse nelle mani d'un uomo giusto. Con lui spariva il suo sogno, e gli succedeva Gioviano, incapacissimo, che per la fretta di ritirarsi a Costantinopoli, cedette al nemico che non era certo vittorioso, varie provincie; ed abbandonò la protezione dell'Armenia, stata sempre fedele all'Impero, disposta anche ora, pur di non essere separata da esso, a difendersi da sè. Così lasciava la porta aperta al nemico, senza nulla aver guadagnato a suo vantaggio personale, giacchè moriva prima di entrare in Costantinopoli nel febbraio del 364.

Un altro fatto, per le sue conseguenze di assai grande importanza, seguì pure durante la controversia tra Ariani ed Atanasiani, e fu la conversione d'una parte dei Goti al Cristianesimo. E ad essa tenne poi dietro a poco a poco, la conversione di tutti i barbari. Era quasi un secolo che i Goti dimoravano nella Dacia, dove cominciarono subito a sentire l'azione della civiltà romana, che in quella regione doveva essere già profondamente penetrata. Ciò vien provato dal fatto, che nonostante la lunga dimora colà delle popolazioni germaniche, nonostante la invasione e la dura oppressione seguita più tardi per opera dei Turchi, e l'essere ancora oggi quella regione circondata da Magiari e da Slavi, serba pur sempre visibilissimo e tenacissimo il carattere romano, come provano il nome di Romania che porta, la lingua che parla, la sua storia e la sua letteratura. Dimorando nella Dacia, i Goti si trovavano inoltre in continuo contatto con l'Impero. E così cominciarono lentamente ad incivilirsi, fino a che sorse fra di essi un uomo veramente grande, il vescovo Ulfila (311-381), che fu il vero iniziatore della loro conversione e della loro cultura.

Egli passò la sua giovinezza a Costantinopoli, dove apprese il greco, il latino, e fu iniziato al Cristianesimo. Dedicò poi la sua vita intera a tradurre la Bibbia, ed a convertire i suoi connazionali, ai quali insegnò anche l'alfabeto gotico, cominciando così a dirozzarli. La sua traduzione, di cui alcune parti son pervenute sino a noi, è il più prezioso ed antico monumento della lingua e letteratura germanica. Si è molto discusso, per sapere quale potè esser la ragione per la quale Ulfila preferì l'Arianesimo alla dottrina atanasiana, tanto più che sino a che non si convertirono al Cattolicismo i Franchi, tutti gli altri barbari divennero ariani. Ulfila però era stato convertito a Costantinopoli, quando vi prevaleva l'Arianesimo, nel quale fu perciò educato. E si può anche ritenere, che alla mente rozza de' suoi connazionali, e in genere dei barbari, che uscivano da un paganesimo grossolano, dovesse essere più agevole ammettere una differenza tra Padre e Figlio, che arrivare, per mezzo della filosofia neoplatonica, al concetto della identica sostanza del Dio trino ed uno.

La conversione dei Goti però, se da una parte ne promosse l'incivilimento, da un'altra li divise più che non erano, indebolendoli di fronte ai Romani. Infatti gli Ostrogoti, che abitavano la Dacia orientale, distendendosi dentro la Russia meridionale, rimasero pagani, come i Gepidi che abitavano la Dacia settentrionale. Si convertì solo una gran parte dei Visigoti, che abitavano al sud-ovest, e si trovavano perciò a contatto coi Romani. A questa divisione religiosa se ne aggiungeva anche una politica. Gli Ostrogoti avevano in Ermanrico, della nobile famiglia degli Amali, un vero e proprio re, che come tale avrebbe dovuto governare su tutti. Ma da essi s'erano separati i Visigoti, dividendosi anche fra di loro. Alcuni di essi, rimasti sempre pagani, stavano sotto Atanarico, ed erano avversi a quelli divenuti cristiani, che, comandati invece da Fridigerno, si tenevano in assai più stretta relazione coi Romani. Atanarico e Fridigerno portavano il titolo di Giudici, forse perchè erano stati in origine di quei capi di Pagi, ai quali, come vedemmo, gli scrittori romani davano nome di Principes o Magistratus, e che amministravano anche la giustizia.

Siffatte divisioni davano ragione a sperare, che, da questo lato almeno, l'Impero potesse lungamente ancora restare sicuro. E ciò tanto più che, quando nel 365 Procopio e Valente combattevan fra di loro, ed una parte dei Visigoti passò il Danubio, per aiutare Procopio, Valente che trionfò del suo competitore, potè, dopo averli ripetutamente combattuti (367-69), costringerli a concludere la pace ed a ritirarsi. Ma avvenimenti improvvisi ed inaspettati, che nessuna mente umana avrebbe potuto mai prevedere, mutarono affatto lo stato delle cose.

CAPITOLO IV Gli Unni

Tutti i popoli, che abbiamo finora incontrati, Greci, Romani, Celti, Germani, appartengono alla stessa famiglia ariana, che dall'Asia sud-ovest, movendosi per direzioni diverse, venne in Europa. Ma ora comparisce per la prima volta sulla scena un popolo affatto nuovo, che faceva parte di un'altra grande famiglia, sostanzialmente diversa, cui si dà il nome di turanica. Esso era destinato ad avere, per qualche tempo, non piccola parte nei destini dell'Impero.

In quel vasto altipiano dell'Asia centrale, che si distende dall'est all'ovest fino ai Monti Ural, e trovasi fra la catena altaica e quella del Tauro, il quale manda le sue diramazioni verso il sud, abita una vasta moltitudine di popoli diversissimi. Sono all'occidente i Finno-Ugri, più all'oriente i Turchi, i Mongoli, i Mandsciù. Non ostante le molte e grandi loro diversità, essi hanno pure costumi e caratteri etnografici comuni. Anche le molte e molto varie lingue che parlano, sono tutte monosillabiche ed agglutinate. Le condizioni d'un clima assai freddo, con un suolo poco fertile, con fiumi che non irrigano abbastanza da poter rendere la terra coltivabile coll'aratro, non hanno mai lasciato uscir dalla vita nomade quelle popolazioni, che dimorano perciò nelle tende, circondate da numerosi armenti di cavalli, di vacche, e secondo i luoghi, d'altri animali. Si cibano principalmente di carne e di latte, dal quale cavano un liquore, che è loro ordinaria bevanda. Si vestono di pelli, vivono a cavallo, occupati sempre, quando non sono in guerra, della caccia anche d'animali feroci, come la tigre, l'orso, il cignale salvatico. Oltre la tenda, non hanno case, nè villaggi o città. Sono poligami e non conoscono altra forma sociale che la famiglia e la tribù. Ma queste tribù aderiscono facilmente le une alle altre, e quando trovano un capo valoroso che le comandi, s'uniscono qualche volta in moltitudini sterminate. Le quali, per la consuetudine che hanno di vivere in continuo moto, sempre in armi, possono, senza alcuna difficoltà, recarsi, colle tende, i carri, le donne, i bimbi, da una regione ad un'altra. Più volte queste popolazioni ebbero una gran parte nei destini del mondo. Di tanto in tanto le vediamo precipitarsi come valanghe dal loro altipiano, inondando, sconvolgendo tutto, formando dei grandi imperi, che sembrano un momento impadronirsi del mondo, per poi scomparire a un tratto con la stessa rapidità con cui si sono formati, per dar luogo più tardi, con uguale procedimento, alla rapida formazione d'altri imperi, che progrediscono e spariscono del pari. I Mongoli, sotto i successori di Gengis Kahn, combattevano nello stesso tempo in Silesia e sotto il muro della China. È sempre un governo militare affidato a numerosi capi di eserciti, i quali governano con assoluto dominio, pagando solo un tributo al loro capo supremo. Qualche cosa di simile si vide anche negli Arabi, sebbene d'altra indole, d'altra razza, i quali si distesero dall'Indostan al Marocco, alla Sicilia ed alla Spagna. È una forma primitiva ed inorganica di Stato, la quale sembra potersi distendere all'infinito, sino a che l'amalgama dei vincitori coi vinti non ne comincia la decomposizione, che procede anch'essa rapidamente.

Queste popolazioni dell'Asia centrale o turaniche, non portano nel mondo nuove idee, ma spesso diffondono quelle degli altri popoli coi quali vengono a contatto. Esse sembrano dalla Provvidenza mantenute nelle loro prime sedi, in uno stato di perenne giovanezza e barbarie, per agitare e rinvigorire il mondo, ogni volta che intorpidisce e decade. A questa vasta famiglia di popoli appartenevano gli Unni, ritenuti antenati degli Avari e di quei Magiari che più tardi occuparono l'Ungheria, dove sono anche oggi. Erano Finni, che dimoravano nell'Ural. Nel quarto secolo, spinti forse da altre popolazioni più orientali, si precipitarono a un tratto verso il sud, con una furia indicibile, ispirando un terrore universale, producendo un grande spostamento di popolazioni verso l'occidente. Nel 374 piombarono sugli Alani, nella Russia orientale, e dopo averli disfatti, ne aggregarono una parte ai loro eserciti, che così ingrossarono, spingendosi fino alla Palude Meotide o Mare di Azov, dove si fermarono alquanto, prima d'avanzarsi verso i Goti. Il grande terrore che ispirarono in tutti apparisce assai chiaro nelle descrizioni che ce ne lasciarono i cronisti, nelle leggende che intorno ad essi si formarono. Jordanes, il più antico storico dei Goti, che nella metà del sesto secolo, compilò la sua storia su quella che fu scritta da Cassiodoro, e che andò poi perduta, dice di questi Unni, nomadi, pagani e poligami: «Sono più barbari della stessa barbarie. Non conoscono nessun condimento al cibo, nè usano fuoco a cuocerlo. Mangiano cruda la carne, dopo averla tenuta qualche tempo fra le loro gambe e il dorso dei cavalli che cavalcano. Piccoli di statura, agili di membra e robusti, sempre a cavallo; la loro faccia, più che a viso umano, somiglia ad un pezzo informe di carne, con due punti neri e scintillanti, invece di occhi. Hanno pochissima barba, perchè usano tagliar col ferro il viso dei loro bimbi, acciò imparino prima a sopportar le ferite, che a gustare il materno latte. Adorano per loro Dio una spada infissa nel suolo, e sotto forme umane vivono come animali. Nacquero dal connubio di spiriti maligni con streghe cacciate nelle foreste dai Goti, alla cui rovina esse li generarono. Questi medesimi spiriti furon quelli che insegnarono loro la via da tenere nell'andare all'assalto dei Goti. E fu in questo modo. Andando alcuni Unni a caccia, s'imbatterono in una cerva misteriosa, la quale, volgendosi nel suo cammino continuamente indietro, pareva li invitasse a seguirla. Così fecero. E dopo che essa ebbe, camminando, mostrato loro come e dove poteva facilmente passarsi la Palude Meotide, scomparve a un tratto, segno manifesto che essa era veramente uno degli spiriti maligni avversi ai Goti.»

Certo è che da un momento all'altro gli Unni si precipitarono contro gli Ostrogoti, con impeto tale che il resistere divenne impossibile. Il capo degli Ostrogoti, Ermanrico, si uccise colle proprie mani; i suoi, dopo essere stati affatto sgominati, finirono coll'aggregarsi all'esercito unno. E così continuarono per ottant'anni circa, rinunziando alla loro nazionale indipendenza, ma restando uniti sotto propri capi. In questo modo gli Unni, sempre più ingrossati, sempre avanzando, arrivarono al fiume Dniester, al di là del quale erano i Visigoti. Lo passarono improvvisamente di notte (376), assalendo i Visigoti di Atanarico, ed incutendo loro tale spavento, che una parte di essi si rifugiò nei Carpazi, un'altra andò nella Dacia occidentale, dove erano i Visigoti di Fritigerno, ai quali si unirono, comunicando loro il proprio spavento. E fu tale questo spavento che, sebbene Fritigerno fosse assai valoroso e si trovasse, come affermano, alla testa di 200,000 armati, non potè pensare ad altro che a mettersi in salvo, insieme ai suoi, colla fuga. Fu uno spettacolo non mai più visto. Un esercito numerosissimo, con le donne, i vecchi, i bimbi, le loro suppellettili sui carri, sulle spalle; una moltitudine di gente, che si fa ascendere ad un milione, correva al Danubio, per passarlo e mettersi sotto la protezione dell'Impero. I soldati romani cercarono dapprima impedire questa specie di inondazione umana. Alcuni infatti vennero colle armi respinti nel fiume dove affogarono. Ma come si poteva resistere ad un milione di persone d'ogni sesso ed età, che si avanzavano tremando, e colle mani in alto imploravano pietà, accecati, impazzati dalla paura, la quale comunicava ad essi un impeto più irresistibile d'ogni coraggio? Fritigerno dichiarò, che essi erano pronti a servire sotto le bandiere romane, accettando ogni condizione. Ma chi gli poteva credere? Chi poteva prevedere che cosa sarebbe seguito? E chi poteva resistere?

Imperatore d'Oriente era allora Valente, che da suo fratello Valentiniano I era stato associato all'Impero, e dopo avere domata la ribellione di Procopio, regnava sicuro. Di natura debole ed incerta, non vedendo nessuna possibilità di fermare l'onda che s'avanzava, s'illuse nella speranza che l'acquistare un esercito di 200,000 uomini dovesse riuscire utile all'Impero. E concesse loro il passaggio. I patti furono che dovessero cominciare col deporre le armi e consegnare ostaggi. Ma quali patti si potevano in tanta confusione mantenere? E come trovare a un tratto vettovaglie per un milione di persone sopravvenute all'improvviso? Si principiò col numerarli e disarmarli. Ma poi bisognò subito smettere. Alcuni già morivano estenuati dalla fame, altri senza dare ascolto s'avanzavano chiedendo, implorando da mangiare. Gli ufficiali romani, profittando di ciò, cominciarono a vendere cibi d'ogni sorta, anche corrotti, ad altissimo prezzo. Ed i Goti, che eran pronti a tutto, meno che a cedere le armi, davano denaro, suppellettili, stoffe, per aver da mangiare. Si dice, che alcuni, pur di non veder morire di fame le mogli e i figli, s'indussero a venderli schiavi.

E così un milione di barbari, duecentomila dei quali in armi, si trovavano dentro l'Impero. Non il valore, non la vittoria, ma la paura e la fuga avevano loro aperto la via. Ma intanto erano entrati, ed erano sofferenti, affamati, irritati per le violenze ed ingiustizie patite. Fritigerno, uomo valoroso, cercò subito raccogliere ed ordinare i soldati, ristabilire su di essi la disciplina, far rinascere la coscienza del proprio valore, della propria forza. Nel che egli era secondato dall'arrivo di sempre nuovi Visigoti ed Ostrogoti che, passato il Danubio, venivano a raggiungerlo, e dalle simpatie mal represse, che i barbari dell'esercito imperiale mostravano per lui ed i suoi. Ben presto si trasferì con essi a Marcianopoli, capitale della Mesia, a settanta miglia dal Danubio. Ivi i Goti si dimostrarono subito uniti e pronti a procurarsi da vivere anche colla forza delle armi. E si capì allora quali gravi conseguenze era per portare la decisione presa da Valente di lasciarli venire. Ma come avrebbe egli potuto impedire che un fiume così impetuoso, rotto l'argine, straripasse?

La diffidenza fu subito da una parte e dall'altra grandissima. Si narra che, avendo il generale romano Lupicino invitato a banchetto i capi dei Goti, essi vennero, pieni di sospetto, con una scorta numerosa. E quando s'era ancora a banchetto, s'udirono grida di Goti e Romani venuti fra di loro alle mani. Fritigerno, sguainata la spada, uscì fuori, ponendosi senza indugio alla testa de' suoi. Ben presto, a poche miglia dalla città, vi fu uno scontro (377), nel quale Lupicino e gl'imperiali furono battuti. Quel giorno, scrive Jordanes, pose fine alle calamità dei barbari ed alla sicurezza dei Romani. Ed in parte era vero. La battaglia era stata per sè stessa di poco momento, ma grandissime ne furono le conseguenze morali. Coloro che erano entrati nell'Impero come fuggiaschi, implorando pietoso aiuto, s'erano a un tratto mutati in numerosi e minacciosi aggressori, che liberamente percorrevano la Tracia, saccheggiando. Tuttavia quando essi circondarono Adrianopoli, vennero facilmente respinti, giacchè, prima delle armi da fuoco, le mura delle città presentavano al nemico ostacoli quasi sempre insuperabili. Ritiratisi nella Dobruscia, furono dai Romani assaliti, con impeto degno degli antichi tempi, in un campo trincerato dai carri e bagagli; ed ebbe luogo una seconda battaglia, che essendo stata d'esito incerto, ne rese inevitabile una terza.

L'imperatore Valente, che in questo mezzo era a combattere i Persiani, saputo della ribellione dei Goti, concluse in fretta la pace, per venire con le sue genti ad affrontarli. Il 9 agosto 378, a dodici miglia da Adrianopoli, ebbe luogo una grossa e decisiva battaglia, nella quale il valore dei soldati romani dette splendida prova di sè; ma vennero guidati con una così inesplicabile incapacità, che la loro disfatta fu inevitabile. Dopo una lunga marcia, sotto il sole ardente di agosto, si trovarono di fronte al nemico, in un luogo così stretto, che non potevano muoversi nè fare libero uso delle proprie armi. Quarantamila di essi incontrarono eroicamente la morte. Di Valente, che era nella battaglia, non si seppe più nulla, e ne fu quindi in diversi modi narrata la fine. La disfatta fu grande, ed alcuni scrittori, esagerando non poco, la paragonarono a quella di Canne. Certo è che quando i Goti si riprovarono ad attaccare Adrianopoli, dove era il tesoro imperiale, vennero respinti con una energia che non si aspettavano. E quando si ritirarono saccheggiando, dando poi l'assalto alle mura di Costantinopoli, ebbero una lezione anche più severa. La cavalleria saracena, assoldata dall'Impero, li inseguì, sui suoi cavalli arabi, con una fulminea rapidità, e con un furore addirittura selvaggio. Uno di essi fu visto correre nudo sul suo cavallo, inseguire un Goto, raggiungerlo, sgozzarlo e beverne il sangue. Ciò mise un gran terrore, perchè i barbari avevano trovato chi era più barbaro di loro.

CAPITOLO V Teodosio

In Oriente adunque non v'era più un Imperatore, e l'esercito era stato battuto. In Occidente, a Valentiniano I era successo il figlio Graziano, il quale, per volere delle legioni, aveva dovuto assumere a compagno il fratellastro Valentiniano II, di soli quattro anni, messo perciò sotto la reggenza della madre Giustina, celebre per la sua bellezza, superata da quella più celebre ancora della figlia Galla. Graziano dette a Valentiniano, cioè alla madre che ne faceva le veci, il governo dell'Italia e dell'Africa. Egli intanto teneva fronte valorosamente, nella Gallia e nella Rezia, ai barbari che cercavano avanzarsi da quel lato. Urgeva però pensare anche all'Oriente, dove il pericolo era maggiore e più vicino. Consapevole della gravità d'un tale stato di cose, e della generale ansietà in cui tutti perciò si trovavano, egli prese una risoluzione assai fortunata. Elesse a suo compagno per l'Oriente Teodosio, nato nella Spagna, la quale aveva già dato grandi imperatori quali Adriano e Traiano. Teodosio era noto pel suo valor militare, per la sua prudenza, e quindi la scelta venne accolta con generale favore.

Senza perdere tempo, egli si recò a Tessalonica, punto strategico, dove raccolse e riordinò l'esercito, cominciando a provarlo in una serie di fortunate scaramucce, che ne rialzarono l'animo, deprimendo quello dei Goti. E quando, per la morte del loro capo Fridigerno, questi cominciarono a dividersi, egli ne seppe profittare, fomentando sempre più la loro discordia, accogliendone parecchi sotto le sue bandiere, mostrandosi loro favorevole per modo, che si fece la reputazione d'amico dei Goti. E così potè nel 382 concludere una capitolazione, con la quale venne ad essi concesso d'abitare stabilmente nella Tracia come foederati. Quali fossero con precisione i patti, nei loro più minuti particolari, noi non lo sappiamo. I Goti restavano come amici nell'Impero, di cui riconoscevano l'autorità, obbligandosi a difenderlo con le armi, ad ogni richiesta. Ebbero case da abitare, terre da coltivare, e i soldati ricevevano anche paga in danaro o in grano. Ma non facevano parte dell'esercito imperiale; restavano uniti come un popolo a sè, sotto i loro propri capi. E qui era il pericolo. Certamente se si pensa che Teodosio li aveva trovati nemici, armati, minacciosi, che scorrevano e saccheggiavano liberamente il paese, senza che fosse possibile ormai cacciare al di là del Danubio, e molto meno distruggere un milione d'uomini, la capitolazione conclusa fu un savio atto di governo. E tale venne generalmente tenuta. Ma intanto l'Impero s'era messo la serpe nel seno. Questi barbari, che potevano da un momento all'altro insorgere, erano il richiamo continuo di altri, i quali passavano il Danubio alla spicciolata, o disertavano le bandiere romane, o spezzavano le catene della schiavitù.

Tuttavia, finchè visse, mercè la sua prudenza e la sua fermezza, Teodosio non ebbe dai Goti altre noie. E la fortuna lo secondava ogni giorno più. Graziano sembrava divenuto adesso un altro uomo. Trascurava il governo e dimostrava un eccessivo favore ai soldati barbarici, per il che le legioni romane, ingelosite, lo deposero, gli dettero per successore Massimo (383), e poi lo uccisero. Massimo ambiva di governar tutto l'Occidente, e quindi, dopo i primi accordi, venne in dissenso con Valentiniano II. Corse in Italia, obbligandolo a fuggirsene con la madre e la sorella in Costantinopoli, dove chiesero aiuto a Teodosio. E questi dapprima esitò, avendo già troppo da fare. Sentiva però i vincoli di gratitudine verso la famiglia di Valentiniano II, e s'era innamorato della sorella di Valentiniano II, che poi sposò, e che ora insieme colla madre lo spingeva alla vendetta. Così fu che nel 388 lo vediamo sulla Sava, alla testa d'un esercito, respingere Massimo, che poi ad Aquileia fu disfatto ed ucciso.

Giustina allora potè tornare in Italia col figlio Valentiniano II, che aveva ormai diciassette anni. Questi era intanto caduto sotto l'assoluto dominio del generale franco Arbogaste, che, essendosi in Aquileia condotto con gran valore, ed avendo colle proprie mani ucciso il figlio di Massimo, pretendeva ora farla addirittura da padrone. Tutto ciò lo fece venire in grande contrasto con Valentiniano, il quale voleva ora mandarlo via. Ma l'insolenza del soldato franco crebbe a tal segno, che l'Imperatore, perduta la pazienza, pose mano alla spada per ucciderlo. Ne fu allora trattenuto dai suoi; ma poco dopo lo troviamo morto (15 maggio 392). Chi disse che s'era ucciso, chi invece che era stato ammazzato dai seguaci d'Arbogaste.

Questi era pagano, e fu il primo generale barbarico che osò farla da Imperatore romano, non di nome, ma di fatto, esempio che vedremo d'ora in poi molte volte imitato. Egli, come seguì poi sempre a questi barbari, non osava salire sul trono, assumendo in proprio nome l'Impero. Elesse invece il retore Eugenio, che doveva assumere la porpora, ed essere suo docile strumento. Infatti, sebbene cristiano, Eugenio, per secondare Arbogaste, si diede a favorire i Pagani, ancora abbastanza numerosi in Roma. Così credeva di trovar seguito contro Teodosio; ma invece gli accrebbe forza. Questi infatti veniva ora spinto alla guerra non solo da ragioni politiche, ma anche dalla moglie Galla, che voleva vendicar la morte del proprio fratello Valentiniano, e dai vescovi, dal clero, dal popolo, che lo incitavano a difesa della religione cristiana. Si decise quindi a prendere le armi. Se non che, sapendo che il generale franco aveva grande valore e molta autorità sui propri soldati, si apparecchiò per due anni interi all'impresa (393-4). La quale fu ritardata anche dalla morte dell'imperatrice Galla (maggio 394), che gli lasciò una figlia, Galla Placidia, più bella della bellissima madre, e destinata, in quel secolo corrotto, ad esercitare un gran potere politico, in mezzo ad una serie di strane vicende.

Riavutosi appena dal suo dolore, Teodosio mosse finalmente alla testa d'un poderoso esercito. Ne facevano parte, fra gli altri, ventimila Goti federati, sotto il comando dei loro migliori generali, e con essi era anche il giovane Alarico, destinato a maggiori imprese ed a grande fama. Percorrendo la stessa via tenuta già per combattere Massimo, presso il fiume Frigido, in un punto equidistante da Emona (Laybach) ed Aquileia, Teodosio s'affrontò col nemico. La battaglia continuò per due giorni con varia fortuna. Ma finalmente, favorito anche dall'impetuoso vento Bora, che suole infierire colà, ed allora soffiava in viso al nemico, il 6 settembre 394 Teodosio ottenne piena vittoria. Eugenio fu preso dai soldati, che gli tagliarono la testa, ed Arbogaste, quando ebbe perduto ogni speranza, si gettò da Romano sulla propria spada. Questa vittoria di Teodosio ebbe una grande importanza storica. Per essa l'Impero rimase politicamente riunito sotto di lui, che lo tenne con mano assai ferma. Aveva nello stesso tempo distrutto gli ultimi avanzi del partito pagano, e potè quindi ricostituire anche l'unità religiosa col trionfo, in Oriente ed in Occidente, della dottrina di Atanasio, alla quale, sin dal principio del suo regno, egli era restato sempre fedele. Tutto questo determina il valore storico di Teodosio, ed è ciò che gli fece giustamente avere il nome di Grande.

Per la sua ferma adesione alla dottrina ortodossa, egli riuscì a stringere anche il connubio dell'Impero colla Chiesa più che non avesse potuto fare lo stesso imperatore Costantino. E la Chiesa se ne giovò grandemente, facendo rapidi progressi, come si vide nel gran numero che ebbe allora d'uomini eminenti per carattere e dottrina, quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo e S. Ambrogio, il celebre vescovo di Milano. Questo fu anche il tempo in cui s'andò formando la teologia latina, la quale si può veramente dire che sia insieme religione, filosofia e disciplina ecclesiastica. Essa mira sopra tutto a tener ferma l'unità della fede, l'autorità universale e la forza politica della Chiesa. Un altro dei grandi personaggi di questo tempo fu Damaso, il vescovo di Roma, che successe a Liberio (366). Egli ascese sulla sedia episcopale, in mezzo ad un violento tumulto; proclamò subito il principio che la Chiesa di Roma è superiore alle altre, che gli ecclesiastici solo da ecclesiastici debbono essere giudicati.

Ma per quanto il connubio della Chiesa e dell'Impero desse forza all'una ed all'altro, v'erano in esso i germi di futuri conflitti, come si vide fin dai tempi di Teodosio. Egli era molto amico del lusso e delle spese, per tenere sempre più alto lo splendore e la dignità del suo grado. Ma ciò portava aumento di tasse, il che fu causa di replicati tumulti. In uno dei quali, seguito in Antiochia, le statue dell'Imperatore furono rovesciate, il suo nome venne ingiuriato. Questa volta egli finì coll'usare clemenza. Più tardi però, nel 390, un altro assai più grave tumulto si ripetè a Tessalonica, e ne fu pretesto l'imprigionamento d'un auriga del Circo. Un generale e parecchi ufficiali vennero uccisi, i loro cadaveri furono ignominiosamente trascinati per le vie. Teodosio, che era allora a Milano, rimase di ciò tanto sdegnato, che ordinò una punizione esemplare, anzi feroce, senza distinguere innocenti o colpevoli. Si parla di settemila uccisi, che alcuni fanno ascendere fino a quindicimila: certo è che il sangue corse a fiumi. E fu allora che il vescovo di Milano, S. Ambrogio, gli scrisse una lettera che è pervenuta sino a noi (Ep. 51), nella quale, condannando l'eccidio, lo invitava a penitenza, giacchè non avrebbe, egli diceva, potuto far entrare nel tempio del Signore, per pigliar parte alle sacre cerimonie, chi aveva ancora bagnate le mani del sangue di tanti innocenti.

S. Ambrogio era certo uno dei caratteri più notevoli del secolo, uno di coloro che dimostravan chiaro il rigoglio, la forza che andava prendendo la Chiesa in Italia. Disceso da una delle più nobili famiglie romane, tenne prima alti uffici politici, e fu poi nel 374 vescovo di Milano, dove il popolo lo adorava. Nel 386 ebbe la fortuna e l'onore di convertire S. Agostino alla religione cristiana. In lui la fermezza della fede era uguale alla energia indomabile del carattere. Nel 385 non volle nella sua diocesi concedere alla imperatrice Giustina neppure una sola chiesa pel culto ariano. Nè fu possibile rimuoverlo. — L'Impero, egli disse allora, può disporre dei palazzi terreni, non della casa del Signore, nella quale non comanda la forza. — Quando, per minacciarlo, furono a lui mandati i soldati goti, egli li affrontò dinanzi alla chiesa, domandando loro: se era per invadere la casa del Signore, che avevano chiesto la protezione della Repubblica. E quando l'Imperatore sparse il sangue degli eretici, seguaci di Priscilliano, egli lo biasimò severamente. Nè meno severamente lo biasimò, quando ordinava che fosse ricostruita una sinagoga bruciata dal popolo. — Il vescovo, così gli scrisse allora, che avesse obbedito ad un tale ordine, sarebbe stato un traditore del suo ufficio. Non si deve ricostruire la casa in cui si rinnega il nostro Signore Gesù Cristo. — E nella basilica, dinanzi all'Imperatore, ripetè le stesse cose, aggiungendo che questi doveva lasciare libertà di parola al sacerdote, cui non è lecito nascondere il proprio pensiero. In armonia con tale suo procedere era la lettera cui accennammo, scritta quando avvennero le stragi di Tessalonica.

Si aggiunge da alcuni scrittori che, quando Teodosio si provò ad entrare nella basilica, S. Ambrogio lo fermò sulla soglia dicendogli: — Se la tua mondana potenza ti acceca a questo segno, ricordati che anche tu sei uomo, e devi perciò tornar nella polvere, rendere conto a Dio del tuo operato. Le anime di coloro che hai uccisi sono sacre quanto la tua. — Allora Teodosio avrebbe mandato a piegar l'animo indomito del vescovo, il suo ministro Rufino, quello stesso che lo aveva incitato alla strage di Tessalonica. E questi si provò dapprima colle lusinghe; ma quando si vide sdegnosamente respinto, disse che l'Imperatore sarebbe in ogni modo entrato. Allora S. Ambrogio rispose: — Dovrà passare sul mio cadavere. — La leggenda ha voluto con tutti questi minuti particolari colorire un fatto vero; ed essi servono mirabilmente a ritrarre il carattere dell'uomo. Per entrare nel tempio Teodosio dovette piegarsi dinanzi a S. Ambrogio, e far penitenza (25 dicembre 390), ripetendo il Salmo CIX. 25: «L'anima mia è attaccata alla polvere; vivificami secondo la tua parola.» Nulla certo è più nobile d'una condotta così ferma, così eroica. Essa è anche una prova visibile della straordinaria potenza che aveva allora assunto la Chiesa, che andava di fatto formando in Italia una generazione nuova di uomini, ai quali spettava l'avvenire. Ma se tale era di fronte all'Impero l'ardimento d'un vescovo di Milano, quale sarebbe mai stato quello del Papa? A questa domanda risponde pur troppo tutta la storia del Medio Evo.

E se i germi di futuri conflitti erano nascosti nel connubio, che Teodosio aveva stretto fra l'Impero e la Chiesa, non minori pericoli minacciavano nell'avvenire le condizioni politiche generali, come si cominciò a vedere subito dopo la morte di lui, seguita nella sua età di cinquanta anni, a Milano, il 17 gennaio 395, quattro mesi circa dopo quella grande battaglia del Frigido, che sembrava aver dato un assetto definitivo all'Impero. Certo Teodosio lo aveva trovato diviso, disordinato, minacciato; e potè ricostituirlo, riunendolo ed infondendogli nuova vita. Ma era pur troppo una ricostituzione solamente temporanea. Sul Danubio, sul Reno, in Persia il pericolo non era mai cessato, era anzi sempre cresciuto. I Goti si trovavano nella Tracia, erano in armi, ed aumentavano sempre. Solo la sua grande autorità ed energia aveva potuto riuscire a tenere in equilibrio forze così diverse e tra loro cozzanti, che da un momento all'altro potevano venire a conflitto. L'aver saputo mantenere un tale equilibrio gli procurò giustamente il nome di Grande; ma a farlo durare occorrevano costantemente una mano ferma e sicura, una mente superiore. Era quello che veniva appunto a mancare colla sua morte, quando l'Impero fu lasciato ai due suoi figli del pari incapaci.

CAPITOLO VI Arcadio ed Onorio — Rufino, Stilicone ed Alarico

Sino dai tempi di Diocleziano l'Impero era stato quasi sempre diviso in varie parti, sotto imperatori diversi, più o meno dipendenti da uno di essi. Questa divisione, che non escludeva il concetto della unità, era stata suggerita dalla grande difficoltà, che un solo doveva incontrare a voler governare e difendere tutto l'Impero contro i nemici, che da ogni parte contemporaneamente lo assalivano. Teodosio, come vedemmo, potè riunirlo sotto il suo scettro; ma alla sua morte lo lasciò nuovamente diviso fra i suoi due figli, Arcadio, cui assegnò l'Oriente, ed Onorio, cui assegnò l'Occidente, senza che intendesse con ciò di formare due Imperi separati,[16] come si è più volte ripetuto. Se non che, questa divisione seguiva ora in condizioni affatto nuove, che ne mutarono il carattere, e col tempo la resero definitiva. Nella elezione degl'imperatori, fatta in modi assai diversi, sempre però con la partecipazione dell'esercito, s'era fin dal tempo di Costantino, e più ancora di Valentiniano I, andato introducendo il principio ereditario, cercandosi, per quanto era possibile, di non uscire dalla stessa famiglia. Prima di morire, Teodosio s'era a questo fine associati i due figli, che ora gli succedevano, l'uno affatto indipendente dall'altro. Ma essi erano ambedue di minore età, Arcadio avendo 18 anni, Onorio soli 10, e però l'uno e l'altro ancora incapaci di governare. E Teodosio, che ben lo sapeva, aveva lasciato il primo affidato alle cure del prefetto Rufino, suo primo ministro; il secondo, al valoroso generale Stilicone, Magister utriusque militiae, un Vandalo che aveva gloriosamente combattuto sotto di lui contro Eugenio, e ad esso aveva raccomandata la difesa dell'Impero. Così non solo i due imperatori minorenni erano l'uno indipendente dall'altro; ma erano stati affidati alle cure di due uomini potenti ed ambiziosi del pari, che tra di loro non potevano andare d'accordo. Tutto ciò portava inevitabili difficoltà per l'avvenire.

L'ordinamento del governo continuava sempre quale lo avevano formato Diocleziano e Costantino. Quattro Prefetti del Pretorio alla testa delle quattro Prefetture: l'Italia cioè con le sue isole e l'Africa, la Gallia con la Spagna e la Britannia, l'Illirico, l'Oriente. A Costantinopoli come a Roma v'era un Prefetto della città con un Senato, che andava sempre più perdendo il suo potere politico, per divenire come una Curia municipale. Le Prefetture erano divise in Diocesi, e queste in Province, a lor volta suddivise in Municipi, i quali erano ordinati a similitudine di Roma, col loro Senato o Curia e la plebe. Essi restarono, nel disfacimento generale dell'Impero, l'unico organismo destinato a sopravvivere, trasformandosi però sostanzialmente. Accanto a quest'amministrazione civile, come abbiamo già visto, era l'ordinamento militare, coi Magistri peditum e Magistri equitum, due uffici che si univano spesso in una persona sola, chiamata allora Magister militum o Magister utriusque militiae. Il numero di questi grandi ufficiali militari variava spesso: in Oriente ne vediamo fino a cinque. In Italia si trova non di rado un Magister utriusque militiae, quale adesso era appunto Stilicone.

Se non che questo doppio ordinamento civile e militare, che procedeva parallelamente, avrebbe dovuto, come abbiamo già visto, metter capo alla sola autorità suprema dell'Imperatore. Ma ciò era divenuto impossibile ora che a due imperatori inesperti e indipendenti l'uno dall'altro, si aggiungeva la gelosia e l'antagonismo dei due consiglieri che dovevano guidarli. Rufino, oriundo della Gallia, avido, furbo, ambizioso e crudele, era per queste sue stesse qualità di grado in grado salito ai primi onori. Costretto a raccogliere danaro per l'amministrazione e per l'esercito, doveva aggravare di tasse il popolo, cui era perciò divenuto odioso. Ma essendo egli Prefetto del Pretorio per l'Oriente, avendo la sua sede nella capitale, ed essendosi a tempo di Teodosio, che negli ultimi anni di sua vita aveva riunito l'Impero, trovato a far le parti di primo ministro, presumeva ora di poter dirigere non solo la politica generale dell'Oriente, ma quella ancora dell'Occidente. Stilicone dall'altro lato, avendo colle armi contribuito a ricostituire l'antica unità, e trovandosi ancora alla testa dell'esercito, col quale aveva a tal fine vittoriosamente combattuto, godeva di questo la piena fiducia. Aveva inoltre sposato Serena, la nipote di Teodosio, che morendo (così generalmente si diceva) gli aveva affidato il mandato di vigilare sui due suoi figli. E però, se Rufino pretendeva di comandare politicamente, Stilicone pretendeva di comandare militarmente su tutto l'Impero. S'aggiungeva a ciò, che come capo dell'amministrazione, Rufino rappresentava i Romani, e come capo dell'esercito, Stilicone, il quale era un barbaro egli stesso, per forza delle cose, rappresentava i barbari, che nell'esercito prevalevano. I due principali personaggi dell'Impero si trovavano adunque fatalmente alla testa di due partiti, con pericolo evidente in un avvenire non lontano.

Certo la posizione di Rufino era assai più difficile, perchè se egli aveva in mano la borsa, Stilicone aveva le armi. E per riempire la borsa erano necessarie le tasse, che partorivano odio. Nella Corte stessa non mancavano intrighi contro di lui, tanto più che Arcadio, non essendo come Onorio un fanciullo, già cominciava a mostrarsi intollerante d'una tutela permanente ed incomoda. E ne diè prova sposando la figlia d'un generale franco, Eudoxia, celebre per la sua bellezza, che gli era stata raccomandata dall'eunuco Eutropio, il quale aveva l'ufficio di Praepositus sacri cubiculi: tutto ciò a dispetto di Rufino, che avrebbe voluto dargli la propria figlia. Nondimeno la sua autorità era sempre grandissima, come si vide ben presto.

I Goti federati, dolendosi ora di non avere i consueti sussidi, e più di tutti dolendosi Alarico loro capo, perchè non aveva potuto avere il titolo chiesto di Magister militum, cominciarono a percorrere il paese, tumultuando e saccheggiando. Stilicone allora s'avanzò alla testa dell'esercito, per sottometterli; ma Rufino potè, in nome d'Arcadio, ordinargli che s'occupasse solo delle cose d'Occidente, e rimandasse a Costantinopoli i soldati che appartenevano all'Oriente, e che erano la più parte barbari, anzi Goti. Stilicone dovette obbedire, e li fece partire sotto il comando del generale goto Gainas, il quale si vuole che cospirasse con lui, d'accordo con l'eunuco Eutropio, contro Rufino. Certo è in ogni modo, che quando i soldati furono presso Costantinopoli, ed il 27 novembre 395 vennero passati in rivista da Arcadio insieme con Rufino, questi si trovò a un tratto circondato; e subito si avanzò un soldato, che dicendo, — con questa spada ti colpisce Stilicone, — lo ferì mortalmente. Il suo cadavere venne dalla moltitudine fatto a pezzi. Alcuni ne portarono in giro pel campo la testa infitta sopra una lancia; altri ne portarono un braccio, con la mano tenuta in attitudine di chieder nuove tasse.

In conseguenza della morte di Rufino crebbe assai il potere di Eutropio, che gli successe; e pareva ancora che i barbari fossero addirittura divenuti i padroni in Costantinopoli, essendo riusciti ad occupare i principali uffici militari e civili. Ma ciò appunto provocava una reazione vivissima del sentimento romano. E di esso il retore Sinesio rendevasi interpetre presso l'Imperatore, incitandolo a porsi «alla testa dell'esercito, come gli antichi Cesari; e non permettere che i barbari piglino posto perfino nel Senato, che portino la toga da essi disprezzata, che riempiano le legioni e facciano tumulto, che mettano a pericolo l'Impero. L'esercito deve essere, egli concludeva, di Romani che difendano la patria.» Ma ciò nonostante il potere di Gainas e dei Goti era sempre grandissimo. Era cresciuto, è vero, anche il potere di Eutropio, che nel 399 fu nominato Console; ma questi, generalmente odiato, venne in discordia con la Imperatrice e con Gainas. Il quale riuscì a farlo condannare a morte, dopo di che assunse l'ufficio di Magister utriusque militiae, e fu davvero l'uomo più potente in Costantinopoli. Se non che, questo suo potere appunto ridestò più che mai la violenta reazione del partito nazionale, la quale s'accese maggiormente quando all'antagonismo politico s'aggiunse il religioso.

Allora era vescovo di Costantinopoli S. Giovanni Crisostomo, uomo di grande autorità e fermezza, irremovibile anch'esso nella sua dottrina atanasiana, già fatta prevalere da Teodosio. I barbari erano invece ariani, e però Gainas loro capo mal tollerava che nella capitale dell'Oriente non vi fosse una sola chiesa destinata al loro culto, e che essi dovessero trovarsi costretti a cercarla fuori delle mura. Se non che tutto ciò era secondo le leggi e gli ordini di Teodosio; e Crisostomo, deliberato a non cedere in nulla, li fece leggere a Gainas, ricordandogli che aveva accettato di servire l'Impero, con l'obbligo di rispettarne le leggi. Non volendosi cedere nè da una parte nè dall'altra, gli animi s'accesero per modo che il 12 luglio 400 scoppiò contro i barbari un tumulto assai violento. Molti ne furono uccisi, gli altri si dovettero ritirare dalla città, e Gainas, combattuto, inseguito, cercò di salvarsi nella Dacia, passando il Danubio con alcuni dei suoi. Ivi fu ucciso dagli Unni, che credettero con ciò di far cosa grata all'Impero. Questo fu il più notevole avvenimento nella vita di Arcadio, giacchè Costantinopoli fu così libera dai barbari; l'Impero orientale riprese il suo carattere greco-romano, che serbò fino alla sua caduta; e l'Imperatore potè governare coll'appoggio del partito nazionale ortodosso. Restavano però sempre i Goti federati, che occupavano la Tracia e si stendevano nella Mesia, ingrossandosi ora con tutti i fuggiaschi dell'esercito sbandato di Gainas, trovandosi sempre più irritati e scontenti, perchè era un pezzo che i soldati non ricevevano le paghe. Che cosa bisognava dunque fare di questa enorme massa di gente scontenta, di questo popolo in armi e minaccioso?

Sin dal tempo di Rufino c'era stato in Oriente il disegno di spingere Alarico coi suoi in Occidente. Così non solo si liberavano colà da un pericolo continuo, ma si dava del filo da torcere a Stilicone. Si voleva però evitare il pericolo che i due generali barbari facessero causa comune contro Costantinopoli; o pure che Stilicone, decidendosi a combattere sul serio i Goti e riuscendo a vincerli, finisse col divenire più potente che mai. E fu perciò che, poco dopo la morte di Teodosio, Rufino lo aveva costretto a fermarsi, togliendogli una parte dell'esercito. Da un altro lato Stilicone, sebbene fido soldato dell'Impero, era un barbaro anch'esso, e non poteva desiderare, quando anche avesse potuto, distruggere affatto i Goti. Non gli conveniva neppure umiliarli troppo, senza addirittura disfarli, perchè così li avrebbe resi sempre più avversi e pericolosi ad Arcadio e ad Onorio. Avrebbe quindi voluto dimostrar loro che poteva colle proprie armi tenerli a freno, e poi, secondo il pensiero stesso di Teodosio, aggregarli all'Impero, aumentandone così la forza. In tal modo se ne sarebbe anche avvantaggiata non poco la sua posizione militare e politica, quello appunto che a Costantinopoli si voleva evitare. Ne seguì quindi per qualche tempo, che l'Oriente spingeva i Goti verso l'Occidente, che a sua volta li rimandava indietro: erano come ballottati da una parte all'altra.

Tutto ciò doveva naturalmente sempre più irritarli. E così finirono verso il 395 (la data non è però sicura) coll'eleggersi un proprio re nella persona appunto di Alarico, che noi abbiam visto fin dalla sua prima gioventù combattere valorosamente in Italia sotto Teodosio. Esso era della nobile stirpe dei Balti, nome che Jordanes dice significare audace (id est audax), e che risponde infatti alla parola inglese bold, ardito. Educato alla disciplina militare romana, egli veniva adesso levato sugli scudi dai suoi connazionali; e ciò aveva una grande importanza, perchè così i Visigoti federati si ricostituivano come nazione, o almeno come esercito indipendente dentro l'Impero. Tanto maggiore si doveva quindi a Costantinopoli sentire il bisogno di liberarsene, spingendoli sempre più verso l'Occidente. Se non che Stilicone si trovava anch'esso alla testa d'un formidabile esercito, di cui, per la debolezza d'Onorio, disponeva a suo arbitrio, e poteva quindi energicamente resistere. Infatti, quando Alarico s'avanzò, saccheggiando, nella Grecia (396), gli andò subito incontro, e respintolo dal Peloponneso, lo chiuse nei monti. Pareva allora che lo avesse già in suo potere; ma invece si seppe a un tratto, che Alarico, insieme con tutti i suoi e col bottino raccolto, s'era per l'Epiro settentrionale messo in salvo. Molte furono le voci allora diffuse. Chi diceva che era stata una sua abile manovra; chi supponeva che era stata negligenza o tradimento di Stilicone, e chi finalmente affermava che tutto era conseguenza di segreti accordi d'Alarico con Costantinopoli. Certo è che Stilicone se ne tornò tranquillo in Italia, senza inseguirlo, e che Alarico se ne andò in quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. Ivi rimase col consenso di Arcadio, che gli concesse anche l'ambito ufficio di Magister militum. E si trovò come a cavallo fra l'Oriente e l'Occidente, con grande facilità di ripigliare la strada momentaneamente abbandonata. Intanto aveva modo non solo di nutrire i suoi, ma di provvederli anche largamente delle armi, che si trovavano nei magazzini dell'Impero.

La sua mira costante era adesso, per più ragioni, divenuta l'Italia. Ve lo spingevano da Costantinopoli, per liberarsi una volta di lui e dei suoi. Dopo la rivolta nazionale del 12 luglio 400, e lo sterminio dei barbari, l'Oriente non poteva più essere una sede nè sicura nè gradita ai Goti. Ve lo spingeva anche la sua personale ambizione ed un vero spirito di avventure. Secondo la leggenda, una voce interiore gli andava continuamente ripetendo: Penetrabis ad Urbem! Quale fosse allora il suo disegno, è difficile dirlo con precisione; probabilmente non lo sapeva lui stesso. Alarico era un ardito soldato, senza un vero genio politico o militare; una specie di capitano di ventura, come la più parte dei generali barbarici di quel tempo, che non avevano una patria, e combattevano sopra tutto per meglio assicurare la loro posizione personale. Si trovava però a capo d'una immensa moltitudine di soldati, vecchi, donne, bambini, e questo gl'imponeva molti doveri, gli dava grandi pensieri. Che sognasse farsi imperatore dell'Occidente, non è possibile. Non avrebbe saputo come governarlo; ed inoltre un tale pensiero sarebbe allora ad un barbaro sembrato quasi un sacrilegio. S'avanzava quindi minacciando, saccheggiando, sperando sempre di trovar finalmente modo di far parte integrante e normale dell'Impero.

In Italia era intanto assai cresciuta la forza e l'autorità di Stilicone, specialmente dopo che gli era riuscito di far domare la ribellione di Gildone, seguìta in Africa nel 398. Egli aveva sposato una nipote di Teodosio, ed aveva dato sua figlia Maria in moglie ad Onorio; nel 400 fu anche nominato Console. Tutto questo lo faceva apparire come un possibile pretendente all'Impero, almeno pel suo figlio; e ciò gli cresceva autorità, ma gli procurava anche nemici. Per necessità delle cose si trovava divenuto come il difensore naturale dell'Italia. E quindi appena seppe che i barbari s'avanzavano, corse nella Rezia e respinse un esercito giunto colà sotto il comando di Radagasio, che era d'accordo, a quanto pare, con Alarico. Raccolse poi quanti più uomini potè, e col suo esercito così ingrossato, discese nell'alta Italia. Ivi pensò, innanzi tutto, a liberare e mettere al sicuro Onorio, che trovavasi allora in Asti, esposto al pericolo d'essere circondato dai nemici. Lo indusse a trasferire la sua sede da Milano, ove s'era quasi sempre fermato, a Ravenna, che si poteva più facilmente difendere, ed aveva il vantaggio del mare. Così dal 402 al 475 essa restò sempre capitale dell'Impero d'Occidente, e poi fu capitale dell'Esarcato, che di là potè facilmente comunicare con Costantinopoli.

Ma ora bisognava provvedere alla difesa contro Alarico, che s'avanzava con un esercito numerosissimo. Stilicone richiamò quindi dalla Britannia la dodicesima legione, e quel che era assai più grave, richiamò anche le legioni che si trovavano a guardia del Reno, lasciando così da quel lato aperta la porta ad altri barbari. Voleva provvedere al pericolo imminente, pensando che, una volta vinto Alarico, avrebbe facilmente potuto respingere gli altri barbari, forse anche facendosi aiutare da lui, dopo averlo battuto. Il 6 aprile 402 (data incerta anche questa), i due eserciti s'incontrarono a Pollenzo sul Tanaro, a venti miglia da Torino, e vi fu una vera battaglia. Era di settimana santa, e Stilicone, senza occuparsi di ciò, sorprese il nemico nel campo, mentre celebrava le sacre feste. La vittoria fu sua, ma i Goti si poterono liberamente ritirare. E sebbene fossero di nuovo battuti presso Verona, se ne andarono a casa senza essere inseguiti. Si tornò quindi, come era naturale, a parlar di tradimento. Nondimeno nel 404 Onorio, accompagnato da Stilicone, entrò da trionfatore in Roma. E furono, in questa occasione, celebrati quei giuochi dei gladiatori, che più volte, per istigazione dei Cristiani, erano stati invano proibiti. Questa volta però un monaco orientale, Telemaco, si gettò in mezzo ai combattenti nell'arena del Colosseo, per separarli in nome di Gesù Cristo. Egli fu lapidato dalla folla, tra le grida d'indignazione; ma si afferma che d'allora in poi i giuochi inumani cessassero davvero. La condotta ardita di Telemaco era un'altra prova dell'energia sempre maggiore, che lo spirito cristiano andava manifestando.

Dopo che Alarico si fu ritirato, Radagasio che era stato già prima battuto nella Rezia, si avanzò con un esercito, che Orosio porta a duecentomila uomini, altri fanno ascendere fino a quattrocentomila, il che prova la poca credibilità di queste cifre. Era in ogni modo un esercito assai numeroso, che Stilicone affrontò in Toscana, riuscendo a chiuderlo nei monti presso Fiesole, dove lo affamò e disfece, pigliando prigioniero lo stesso Radagasio, che fu poi ucciso (405). Tutti gli altri morirono o si sbandarono, andando per fame raminghi. E questa vittoria che avrebbe dovuto crescer favore al capitano che l'aveva ottenuta, rese invece più clamorose le voci di tradimento, massime quando poi arrivò la notizia che moltitudini di Alani, di Svevi e di Vandali, passato il Reno, rimasto indifeso, erano penetrati nella Gallia (406) e liberamente si avanzavano. — Se ha così facilmente disfatto Radagasio, si diceva, è segno che poteva, volendo, fare lo stesso con Alarico. Ma è un barbaro, e vorrebbe lasciar l'Impero in balìa dei barbari. Perciò ha richiamato le legioni dal Reno, lasciando invadere la Gallia, come fra poco sarà invasa anche la Spagna. Onorio dovrebbe imitar suo fratello Arcadio, che seppe liberarsi di Gainas, il quale se non era insieme coi suoi distrutto, avrebbe dato in mano dei Goti l'Oriente, che è invece tornato ad essere romano. Se in ugual modo non si provvede in Occidente, ben presto anche Roma e l'Italia saranno dominate dai barbari. —

Questi sentimenti infiammarono tutta la parte romana dell'esercito, a segno tale che le legioni della Britannia nel 407 proclamarono nuovo imperatore uno il quale pareva non avesse altro titolo che il nome di Costantino, ma che nel fatto poi dimostrò maggiore energia che non si supponeva. Egli venne subito nella Gallia, per combattere i barbari; ma ormai non era più possibile ricacciarli al di là del Reno. Riuscì nondimeno a ripigliar la guardia del fiume, per impedire almeno che ne passassero altri. Intanto arrivavano dall'Italia nella Gallia nuove legioni, mandate da Onorio a ristabilire la sua autorità contro il tiranno, come era chiamato Costantino, perchè non si riteneva legittima la sua elezione. Così in Occidente si trovavano a contrasto due imperatori fra di loro e coi barbari. Tutto ciò si attribuiva a colpa di Stilicone, che veniva perciò sempre più odiato, sempre più calunniato. Infatti, sebbene avesse con tanta energia e fortuna combattuto Radagasio, il quale era pagano, pure lo accusavano di esser fautore dei pagani, aggiungendo che tale era suo figlio, e che egli aspirava a farlo imperatore d'Occidente. Più tardi, quando morì Arcadio (1º maggio 408), si affermava invece che egli presumeva farlo imperatore d'Oriente. — Non contento, dicevano, d'aver dato sua figlia Maria in moglie ad Onorio, dopo la morte di lei, lo aveva indotto a sposar l'altra sua figlia Termanzia, senza curarsi che il clero cristiano condanna le seconde nozze con la sorella della prima moglie. — Insomma ogni arme era buona contro di lui, e si riuscì infatti a renderlo odioso ai Cristiani ed ai Pagani.

Ma quello che era peggio, cominciava ora ad ingelosirsi ed insospettirsi di lui anche Onorio, il quale aveva un certo sentimento tradizionale dell'autorità imperiale, e mal tollerava, sebbene non lo dimostrasse ancora aperto, questo Vandalo che suscitava l'avversione di tutto il partito nazionale romano. Se non che la sua indole incerta e titubante lo faceva sempre oscillare. Dopo la battaglia di Pollenzo, pareva che avesse accettato il disegno di Stilicone, che era di lasciare ad Alarico, sotto la dipendenza dello stesso Onorio, tutta la Prefettura d'Illiria, sebbene questa fosse stata da qualche tempo divisa fra l'Occidente e l'Oriente. Stilicone pensava che così si sarebbero resi contenti i Goti; si sarebbe avuto a propria disposizione tutto l'esercito di Alarico, e si sarebbe, col suo aiuto, potuto rimettere l'ordine nella Gallia e nella Spagna, contro i barbari e contro Costantino, che ora vi spadroneggiava. In conseguenza di ciò, Alarico s'era già mosso dall'Epiro, quando, per ordine improvviso di Onorio, fu inaspettatamente fermato. Un tal fatto, come era naturale, lo sdegnò in estremo grado, e quindi egli s'avanzò minaccioso verso l'Italia, chiedendo quattromila libbre d'oro, per essere indennizzato delle spese che aveva fatte. Ed essendosi Onorio sbigottito, la domanda fu col suo assenso portata e sostenuta da Stilicone in Senato, con la dichiarazione che bisognava consentire, perchè non s'era in grado di resistere. Ed il Senato dovè cedere anch'esso; ma parve che per un momento almeno l'antico spirito, l'antica energia romana si ridestassero, e che il senatore Lampridio esprimesse il sentimento comune, quando esclamò: Non est ista pax, sed pactio servitutis!

In verità Stilicone era un barbaro romanizzato. Dall'unione di questi due elementi, che ne costituivano la personalità, scaturivano la sua forza e la sua debolezza. Essi coesistevano nell'Impero, e fino a che vi si tenevano in equilibrio, e potevano continuare l'uno accanto all'altro, senza venire a conflitto, la personalità di Stilicone rappresentava la società in cui egli si trovava. Di qui la sua forza. L'idea di valersi dei Goti a vantaggio dell'Impero, poteva sembrare una continuazione della politica di Teodosio, che a lui lo aveva raccomandato, sperando che volesse e sapesse difenderlo. Una volta però che dentro l'Impero fosse sorto il conflitto fra i due elementi che lo costituivano, la personalità politica di Stilicone sarebbe stata distrutta, ed egli avrebbe dovuto inevitabilmente soccombere. Purtroppo il conflitto si poteva dire adesso già cominciato. Infatti i Goti, anche dopo ottenuta la chiesta indennità, erano scontenti e minacciavano. Lo sdegno del partito romano era salito al colmo, e si accennava perciò a Stilicone come ad una vittima necessaria alla salute dell'Impero. Nè mancava chi soffiava nel fuoco più che poteva, e fra gli altri un ufficiale della guardia imperiale, di nome Olimpio. A Ticino (Pavia) si trovavano allora le legioni romane, destinate, a quanto pare, a ripigliare la guerra contro Costantino e contro i barbari nella Gallia, dove tutto era in disordine. La colpa d'ogni danno, d'ogni pericolo presente, veniva colà attribuita a Stilicone, che si trovava a Bologna. — Egli, così dicevano, aveva voluto salvare ad ogni costo i Goti; aveva lasciato indifeso il passaggio del Reno, perchè altri barbari come lui inondassero l'Impero, ciò che pur troppo era avvenuto. — Onorio allora si trovava appunto a Pavia, dove a un tratto scoppiò un tumulto violento (408). La città andò a sacco; gli amici di Stilicone furono messi a morte; e l'Imperatore, da nessuno offeso, pareva uno spettatore indifferente, forse già prima consapevole di ciò che ora avveniva.

Alla notizia della rivolta, Stilicone era per muovere subito da Bologna, alla testa de' suoi soldati barbari, per difendere Onorio e domare i ribelli. Ma quando seppe che questi non correva nessun pericolo, che non dava neppur segno di disapprovare quello che sotto i suoi occhi avveniva, non volle, egli generale dell'Impero, al quale era affezionato, provocare una sanguinosa battaglia fra una parte e l'altra dell'esercito. Questo fece scoppiare la rivolta anche fra i suoi, pronti a difendere lui, ed a vendicare i compagni. Il tumulto fu tale che la sua persona si trovò in grave pericolo, e fu costretto a rifugiarsi a Ravenna, in una chiesa. Colà giunsero i messi di Olimpio, che gl'intimarono d'arrendersi, giurando solennemente d'avere ordine di prenderlo in custodia, salva la vita. Ma quando poi, stando alla fede giurata, Stilicone s'arrese, dissero subito che era sopravvenuto l'ordine di ucciderlo. Alcuni de' suoi, che lo avevano colà accompagnato, si dimostrarono pronti a metter mano alle armi, per difenderlo fino all'estremo. Ma esso aveva capito che ormai tutto era inutile; e pensando, anche in quell'ultima ora, alla salute dell'Impero più che alla sua propria, non volle, morendo, provocare la guerra civile. E ordinò ai suoi di deporre le armi, dichiarando d'essere deciso ad arrendersi. Il 23 agosto 408 sottomise tranquillo la testa alla scure. Suo figlio fu ucciso in Roma, sua figlia Termanzia venne dal palazzo imperiale rimandata alla madre Serena, cui era poco dopo serbata, nella stessa Roma, un'assai trista fine. Molti degli amici e parenti di Stilicone, sopra tutto i soldati barbari, vennero perseguitati; le loro mogli e i loro figli uccisi. E quasi a coronare l'opera nefasta, Onorio pubblicò un editto contro gli eretici, ai quali vietava di far parte della milizia palatina, e si mostrò avversissimo ai pagani, confiscando i beni dei loro tempii, ordinando la distruzione dei loro altari.

La prima conseguenza di tutta questa disgraziata tragedia fu, che un numero grandissimo di soldati barbarici, trentamila circa, così almeno si dice, andarono ad ingrossare l'esercito di Alarico, il quale divenne a un tratto più potente e minaccioso che mai. Ma che cosa poteva, che cosa voleva egli fare adesso? Certo non sognava neppure di rovesciare l'Impero o d'impadronirsene. Egli non se ne dichiarava neanche nemico. Si trovava alla testa d'una moltitudine armata, che aveva bisogno di vivere, e però voleva, insieme coi suoi, in un modo o l'altro, ma in un modo riconosciuto e legale, far parte dell'Impero, pronto anche a servirlo, a ricostituirne l'autorità contro i ribelli nella Gallia o altrove, assumendo il grado di Magister utriusque militiae. Ma quando ciò fosse avvenuto, l'Impero sarebbe rimasto in balìa de' barbari, ed era quello appunto che Onorio non voleva consentire. Figlio di Teodosio, per quanto debole e vacillante, esso sentiva, in parte almeno, la dignità del suo grado, e pensava che, cedendo alle voglie d'Alarico, difficilmente avrebbe potuto resistere poi a domande simili di altri barbari. Meno che mai tutto ciò sembrava possibile ora, dopo la insurrezione vittoriosa a Pavia contro il partito barbarico, quando Costantino, alla testa delle legioni, minacciava di staccare dall'Italia la Gallia, la Britannia e la Spagna. Queste erano le grandi difficoltà di trovare una soluzione pratica; e di qui il pericolo gravissimo che correva adesso l'Impero.

Alarico intanto s'avanzava in Italia, con animo d'assediare Roma, e dettare le sue condizioni. Impadronito infatti che egli si fu della foce del Tevere e del porto d'Ostia, la Città eterna, che non aveva un esercito per difendersi, e non era stata approvvigionata, si trovò subito stretta dalla fame, cui tenne dietro la pestilenza. Fu forza quindi venire a patti; ma egli si dimostrava così duro, che gli abitanti, spinti dalla disperazione, minacciavano di uscire in massa fuori delle mura per combattere. — Più fitto è il fieno, così avrebbe risposto il barbaro, meglio si falcia. — E invece di scendere a più miti consigli, alzava sempre più le sue pretese. — Ma che cosa ci lascerai tu allora? — dissero i Romani. Ed egli: — La vita! — Le notizie però che noi abbiamo di questi tempi sono così incerte, e sempre così esagerate in un senso o nell'altro, che poca fede si può prestare alla verità intera di simili aneddoti, tanto più che, se Alarico era un barbaro rozzo e feroce, non voleva essere tenuto un nemico, e molto meno un distruttore dell'Impero. Ma egli aveva bisogno di vivere coi suoi, che erano con le armi in mano, stretti dalla fame. Bisognò quindi rassegnarsi a pagare un tributo di cinquemila libbre d'oro e trentamila d'argento, oltre una quantità di vesti di seta e di droghe. E per raccogliere questa somma voluta dai barbari, i Romani dovettero fondere le statue delle antiche divinità, e gli ornamenti dei tempii pagani. Il che fu non solo una grande umiliazione; ma a molti pareva anche di sinistro augurio, perchè i Pagani non erano allora scomparsi affatto, e fra i Cristiani stessi non mancavano di quelli che speravano tuttavia qualche aiuto da quegli idoli, che sembravano avere così lungamente protetto Roma.

Un gran turbamento invase gli animi nel vedere l'antica capitale del mondo ridotta ad una umiliazione creduta fino allora impossibile, e che pur doveva essere superata da altre ancora più crudeli. Si vuole che ora appunto venisse uccisa l'infelice Serena, accusata, perchè vedova di Stilicone, di benevolenza verso Alarico. Si pretese, che dell'atto inumano e crudele fosse stata istigatrice Galla Placidia, la figlia di Teodosio, celebre per la sua maravigliosa bellezza. Ma essa aveva allora diciotto anni o poco più, e se è facile credere che la sorella d'Onorio dovesse essere avversa a Stilicone ed ai suoi, non è ugualmente facile persuadersi, che in sì giovane età potesse avere l'animo così perverso, ed anche l'autorità necessaria per riuscire a muovere essa il popolo alla vendetta.

Anche in questo momento Alarico era lontano dal voler abusare della forza. Cercava invece di venire ad un accordo, rinunziando a molte delle sue antiche pretese. Non chiedeva più d'esser Magister utriusque militiae; gli bastava d'avere per sè e per i suoi la provincia del Norico, invece delle più vaste e fertili terre domandate in passato. Ma Onorio che, per la morte di Arcadio, sperava si potesse ristabilire l'armonia, se non l'unione dell'Oriente coll'Occidente, ed aspettava gli aiuti che aveva chiesti a Teodosio II, respinse ogni idea d'accordo. Nè bastò a muoverlo il vedere, che molte e molte migliaia di schiavi fuggitivi e di barbari sbandati dell'esercito imperiale, che alcuni fanno in tutto ascendere a quarantamila, andassero liberamente saccheggiando il paese.

Alarico allora impazientito, vedendo di non poterne cavar nulla, circondò Roma per la seconda volta, e tentando di mettersi d'accordo coi Pagani, che ivi si trovavano, e cogli Ariani, gli uni e gli altri irritati per gli ultimi editti contro di essi emanati da Onorio, proclamò nuovo imperatore Attalo, un greco allora Prefetto della Città (409). Sperava d'averlo docile strumento della propria volontà, e indurlo a sanzionare, con qualche forma legale, le sue pretese. Ma invece pareva che nessuno riuscisse a prenderlo sul serio. Lo stesso Onorio, che dapprima se n'era impensierito, e pensava a mettersi in salvo, avuto ora da Costantinopoli l'aiuto d'alcune migliaia di soldati, riprese animo, sentendosi sicuro di potersi con essi difendere in Ravenna. E quello che è più, neppure Alarico riusciva a mettersi d'accordo con Attalo, al quale, come greco, ripugnava d'abbandonare Roma e l'Impero in mano ai barbari, mentre che poi non sapeva prendere nessuna propria iniziativa. E la fame intanto era a Roma giunta a tale, che la moltitudine gli gridava furibonda: Pone praetium carni humanae. Quasi volessero dire: dobbiamo noi dunque mangiarci addirittura fra di noi? Così Alarico, persuaso che non c'era da cavar nulla neppure da lui, finì col deporlo, strappandogli le insegne imperiali, che rimandò ad Onorio, col quale tentò di nuovo, ma sempre invano, d'intendersi. Si decise allora al passo più audace della sua vita, e che doveva avere un seguito funesto, una grande importanza nella storia del mondo.

Il giorno 24 agosto 410, sia per tradimento, sia per strattagemma di guerra, Alarico, senza incontrare resistenza, entrò col suo esercito per la Porta Salara nella città di Roma. Era un fatto nuovo, da otto secoli non mai avvenuto, nè creduto possibile. La maraviglia fu perciò così grande, che tutti restarono come sbalorditi, e lo stesso re visigoto sembrava esserne così sgomento, che dopo tre soli giorni s'affrettò a ripartire. Certo un esercito di barbari, venuti in sostanza come conquistatori, non potè restare in Roma senza molte violenze e saccheggi. Ma tutto quello che noi sappiamo di sicuro c'induce a credere che le violenze furono assai minori di quel che poteva supporsi, e che s'andò più tardi dicendo. Il palazzo di Sallustio, presso la Porta Salara, fu subito bruciato, ma d'altri incendi non si parla determinatamente, sebbene possa supporsi che ne siano avvenuti. E tutti gli aneddoti tramandatici dagli storici o dalla leggenda tendono solo a provare il grande rispetto che Alarico dimostrò ai Cristiani, alle loro chiese, sopra tutto alle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, e al diritto di asilo. Infatti coloro che si rifugiarono nei luoghi sacri furono salvi. Ma anche fuori delle chiese i Cristiani, quelli sopra tutto che eran dati a vita religiosa, o che avevano la custodia di sacri oggetti, furono dai Goti rispettati, tali essendo gli ordini severissimi del loro capo. Orosio, S. Agostino, S. Girolamo parlano di questo sacco di Roma con orrore; ma vi riconoscono una giusta punizione di Dio contro gl'increduli, che ancora non s'erano convertiti e speravano aiuto dagl'idoli pagani. Per essi Alarico non è che uno strumento nella mano di Dio, il suo ingresso in Roma è destinato ad accelerare il trionfo del Cristianesimo; e riconoscono che i danni furono assai minori di quanto poteva supporsi, e di quanto si disse da molti.

Onorio intanto se ne stava chiuso in Ravenna, dove si trovava anche il Papa, invano andato colà, per tentare un qualche accordo fra Alarico ed il sempre titubante Imperatore. Si narra, a provare sempre più la indifferenza ed indolenza d'Onorio, che, quando gli fu recata la desolante notizia, Roma è perita, egli credette che si trattasse d'un suo gallo prediletto, cui aveva dato il nome appunto di Roma; ed esclamò: «Ma come mai è ciò possibile, se poco fa gli ho dato da mangiare colle mie proprie mani?» Questo aneddoto però lo abbiamo da Procopio, che scrisse centocinquanta anni più tardi, e che quando s'allontana dai suoi tempi, non è più un autore molto credibile.

Certo è invece che, dopo tre giorni di dimora in Roma, Alarico mosse per l'Italia meridionale, e s'avanzò saccheggiando sino a Reggio di Calabria. Colà si apparecchiava ad imbarcarsi, per andare non si sa ben dove. Secondo alcuni voleva recarsi in Sicilia, secondo altri in Africa, che era il granaio dell'Impero, cui sperava così d'imporre condizioni d'un accordo tollerabile. Ma ad un tratto andò tutto a monte. Le navi, su cui doveva traversare lo stretto, naufragarono; ed egli stesso, improvvisamente ammalatosi, morì (410). I suoi, secondo si narra, deviarono il letto del fiume Busento e, dopo averlo colà seppellito, fecero riprendere alle acque il corso primitivo, per nascondere così a tutti la tomba del loro valoroso duce.

CAPITOLO VII Dalla morte di Alarico alla costituzione del regno dei Visigoti nella Gallia

La morte di Alarico mutò sostanzialmente lo stato delle cose. I Goti elessero a succedergli suo cognato Ataulfo, il quale, anche meno di lui, voleva esser nemico dell'Impero. Abbiamo di ciò una preziosa testimonianza in Orosio. Questi narra d'avere incontrato un compagno d'armi d'Ataulfo, del quale gli riferì i discorsi. «Dapprima, avrebbe detto il successore d'Alarico, era stata mia intenzione farmi padrone dell'Impero, ed assumere in esso il posto di Cesare Augusto, trasformando in Gotia la Romania.[17] Ben presto però l'esperienza mi persuase, che ciò non era possibile, perchè Roma aveva dominato il mondo, non solo con le armi, ma anche colle leggi e con la disciplina. E i Goti, per la loro indomita barbarie, non sanno obbedire alle leggi, senza di che Respublica non est Respublica. Pensai perciò di ricondurre, mediante le armi dei Goti, il nome romano all'antica sua gloria. Non potendo essere il distruttore dell'Impero, desiderai, colla pace, esserne il restauratore.»

Ad ispirargli questi sentimenti dovè contribuire ancora un altro fatto. Partendo da Roma, Alarico aveva menato seco, insieme con la preda, molti prigionieri. Fra questi era Galla Placidia, la celebre bellezza, che faceva parte d'una generazione di donne, tutte per questa loro bellezza famose, e che ebbero perciò, come già notammo, una gran parte nei destini del mondo. La sua ava Giustina aveva dominato Valentiniano I. La loro figlia Galla conquistò l'animo di Teodosio I. Galla Placidia, nata dal loro matrimonio, trascinata ora prigioniera in Calabria, innamorò di sè perdutamente Ataulfo, che voleva sposarla, il che lo spingeva sempre più ad atteggiarsi da Romano. Certo è che, appena eletto, Ataulfo abbandonò ogni pensiero della Sicilia e dell'Africa, e ripartì per condurre i suoi nella Gallia, dove sperava trovar per essi una sede adatta, col consenso dell'Impero, di cui voleva possibilmente essere amico. Era il pensiero che, sotto forme diverse, rinasceva sempre, d'unire in qualche modo Romani e barbari, accogliendo i Goti come parte dell'Impero, valendosene a difenderlo. Lo avevano avuto Teodosio, Stilicone ed Alarico stesso; nulla di strano che lo avesse anche Ataulfo. Onorio, è ben vero, s'era a ciò dimostrato avverso; ma lo stato delle cose era divenuto tale adesso, che anch'egli poteva desiderare d'accettare il disegno più volte respinto.

Infatti l'intera Prefettura della Gallia era caduta in gran disordine, un vero caos, e pareva che fosse per staccarsi affatto dall'Impero. Dopo che Stilicone aveva ritirato le legioni dal Reno, i barbari, come vedemmo, erano entrati in essa numerosi (406); e poco dopo arrivava Costantino, già proclamato imperatore nella Britannia. Questi non potè ricacciare i barbari; ma, preso possesso della regione che è ora Alsazia-Lorena, era riuscito ad impedire almeno nuove invasioni, occupando molte città della Gallia, e più tardi anche della Spagna: le altre parti di queste province rimanevano però in potere dei barbari. Il fatto è che dopo la morte di Stilicone e di Arcadio (408), la disciplina militare era andata sempre più scomparendo. I generali, da un pezzo divenuti tutti più o meno quasi capitani di ventura, assai spesso si separavano gli uni dagli altri, operando ciascuno per proprio conto, innalzando nuovi pretendenti all'Impero, che trovavano sempre appoggio in una parte dei soldati. E così, dopo che Costantino era stato eletto nella Britannia, venne nella Spagna proclamato Massimo. In quella Prefettura si trovavano dunque due pretendenti all'Impero, ed una gran moltitudine di barbari, che taglieggiavano e saccheggiavano il paese. Onorio mandò nella Gallia un esercito comandato da Costanzo, soldato valoroso, il quale tentò con energia di ristabilirvi l'autorità del legittimo Imperatore. Massimo allora, ben presto abbandonato dai suoi, fuggì; Costantino, assediato in Arles, si arrese, e fu col figlio Giuliano mandato ad Onorio, il quale, violando la parola del suo generale, li fece uccidere ambedue (411). Così pareva che, spariti i due pretendenti, non rimanessero che i barbari. Ma questi avevano già messo su un altro pretendente all'Impero nella persona di Giovino, appena che il generale Costanzo s'era ritirato in Italia. E da capo scorrevano liberamente per tutto.

In tali condizioni, l'andata d'Ataulfo colà non poteva dispiacere ad Onorio. Prima di tutto si liberava l'Italia dai Goti, il che era già molto. Ataulfo inoltre andava con l'intenzione d'occupare il paese, e per ciò fare doveva combattere Giovino ed i barbari che lo sostenevano. Questo spiega, in qualche parte almeno, il fatto, certo singolarissimo, che Ataulfo potè traversare tutta l'Italia dal sud al nord, senza che si sappia se egli trovò ostacoli di sorta, anzi senza che si sappia nulla addirittura di questo suo lungo viaggio. Entrato nella Gallia (412), egli tenne dapprima una condotta incerta; ma poi attaccò ed uccise Saro generale romano, che s'era volto a favore di Giovino. Subito dopo si mosse contro questo e contro il fratello di lui; li vinse ed uccise ambedue, inviando le loro teste ad Onorio, che le fece esporre a Cartagine. Ivi era stata poco prima domata un'altra ribellione, la quale fece sentire la sua azione indiretta anche nella Gallia.

Ataulfo intanto si mostrava sempre più invaghito di Galla Placidia, e voleva sposarla. Ma ad Onorio ripugnava assai il concedere ad un barbaro la sorella e figlia d'imperatori, tanto più che ne era pazzamente innamorato anche il suo generale Costanzo, cui egli l'avrebbe data assai più volentieri. Ed Ataulfo era tanto desideroso d'accordi, che sembrava ora, non ostante la sua passione, disposto a rimandarla a Ravenna, avendo da Onorio avuto promessa di larghi approvvigionamenti di grano, del quale aveva urgente bisogno per l'esercito. La ribellione d'Africa rese però impossibile il mantener la promessa, ed Ataulfo si sentì allora libero da ogni vincolo verso di Onorio. Prese quindi, per conto proprio Narbona, Tolosa, Bordeaux, e tentò di prendere anche Marsiglia, ma gli fu impedito da Bonifazio, altro valoroso generale di Onorio (413).

Ma quello che è più, invece di pensare a restituire Galla Placidia, la sposò senz'altro a Narbona, nel gennaio del 414. Questo matrimonio, anche pel modo in cui fu celebrato, ebbe addirittura un'importanza storica. Quel giorno infatti non solo la sorella di Onorio, la figlia di Teodosio, sposava un barbaro; ma le nozze furono solennizzate con una pompa affatto romana, in casa d'Ingenuo, uno dei più autorevoli cittadini di Narbona. Il barbaro Ataulfo portava la tunica romana. Dinanzi alla sposa, adorna di splendidi abiti romani, s'inginocchiarono cinquanta giovani, ciascuno dei quali aveva nelle mani due vassoi, l'uno pieno d'oro, l'altro pieno di pietre ed oggetti preziosi, che eran parte della preda fatta nel sacco di Roma, e che ora venivano offerti a lei, preda più preziosa ancora, la quale di prigioniera diveniva regina dei Goti. A rendere sempre più solenne questa singolare cerimonia, si recitarono versi latini. E come per porre il colmo a tutto ciò, il coro era diretto da Attalo, quel preteso imperatore, che noi vedemmo per breve tempo tenuto su da Alarico, il quale poi lo depose. Esso era stato costretto a seguire il campo goto, come una specie d'ostaggio di cui potersi valere qualora se ne presentasse l'occasione. Adesso dirigeva il coro che celebrava le nozze d'Ataulfo e di Galla Placidia! Tutto simboleggiava così quella unione goto-romana, che dopo essere stata un pensiero, un desiderio di moltissimi, doveva finalmente essere in parte attuata da Teodorico. Dal matrimonio allora celebrato nacque un figlio chiamato Teodosio, che ben presto morì.

Di tutto ciò rimasero, per diverse ragioni, scontentissimi Onorio e Costanzo, i quali si trovarono d'accordo nel contrariare i Goti in più modi, specialmente ponendo ogni sorta d'ostacoli all'approdo nella Gallia di navi con vettovaglie. E questo spinse Ataulfo a passare i Pirenei, per andare nella Spagna, paese assai fertile e ricco, non ancora esausto dalle invasioni, più adatto quindi a nutrire le sue genti. Ma qui egli cadde improvvisamente vittima del pugnale d'un assassino (415), sia che fosse una delle vendette molto comuni fra i barbari, sia che fosse opera del partito avverso alle simpatie romane d'Ataulfo, partito assai irritato per le ostilità che in più modi venivano ora dall'Italia. Certo è che fu eletto Singerico, il quale si dimostrò subito avversissimo al nome romano ed alla memoria d'Ataulfo, di cui uccise i figli avuti dalla prima moglie. Non osò fare lo stesso della vedova Galla Placidia; pure la trattò assai duramente, costringendola ad andare a piedi, per dodici miglia, in mezzo ai prigionieri e dinanzi al suo cavallo. Ma anch'egli durò poco, essendo stato dopo soli sette giorni ucciso. Gli successe Valia che, d'indole assai più temperata, venne ben presto ad un accordo con Onorio, cui cedette Galla Placidia, inviandogli anche Attalo; e ne ebbe in compenso 600,000 misure di grano per le sue genti. Onorio celebrò allora il suo undecimo consolato, entrando in Roma come un trionfatore, menando seco, legato al suo carro, Attalo, cui fece tagliar due dita della destra, confinandolo poi nell'isola di Lipari. E Galla Placidia, la quale dapprima sembrava assai restìa a sposare Costanzo, sempre di lei perdutamente innamorato, perchè egli era un soldato rozzo e dedito solo alla vita militare, s'indusse poi a celebrare il matrimonio, e ne ebbe due figli, Onoria e non molto dopo Valentiniano (419), che fu terzo di quel nome come imperatore. Costanzo venne assunto a compagno nell'Impero da Onorio; Galla Placidia ebbe allora il titolo di Augusta, e più tardi, dopo la morte del marito (421) e del fratello (423), fu reggente, perchè suo figlio si trovava tuttavia in età minore.

Valia intanto, mantenendo le promesse fatte, combattè più volte vittoriosamente nella Spagna i Vandali e gli Alani. Prese poi con i suoi Goti stabile dimora nella Gallia (419), occupando varie delle città tenute già prima da Ataulfo, fra cui Bordeaux e Tolosa, dalla quale ultima ebbe nome il nuovo regno visigoto, che fu costituito col consenso d'Onorio, e che si estese poi oltre i Pirenei. Più tardi questo regno ebbe, come vedremo, una grandissima parte nella guerra che l'Impero d'Occidente dovè sostenere contro gli Unni. Narbona però, che da Costanzo era giudicata strategicamente necessaria ai Romani, e Marsiglia furon da essi ritenute. A settentrione e ad oriente scorrazzavano ancora liberamente altri barbari.

Questa può dirsi la fine del primo atto del tragico dramma, cominciato quando gli Unni cacciarono i Goti al di qua del Danubio. Una volta che la Tracia riuscì insufficiente a mantenerli tutti, una buona parte di essi si mossero, sotto Alarico, in cerca di nuove terre; e dopo aver molto vagato e molto combattuto, finalmente si fermarono nella Gallia. E sebbene tutto ciò si fosse da ultimo compiuto d'accordo con l'Impero, fu nondimeno il principio della definitiva separazione dell'intera Prefettura della Gallia dall'Italia. La Britannia infatti, che ne faceva parte, era già abbandonata, e vicina a subire le invasioni barbariche. La Spagna era omai invasa, e tutte le successive spedizioni per riprenderla, salvo le temporanee vittorie di Belisario, non riuscirono a nulla. La Gallia propriamente detta, ad eccezione di poche terre al sud, era interamente nelle mani dei barbari, e quindi destinata anch'essa a separarsi per sempre dall'Italia.

CAPITOLO VIII Galla Placidia — L'invasione dei Vandali in Africa

In Roma, dopo la partenza d'Alarico, lo stato delle cose era andato migliorando. Molti che avevano abbandonato la Città, vi tornavano, e la popolazione quindi rapidamente cresceva. A Ravenna invece cominciavano a germogliare i semi di partiti avversi, ed una vicina crisi era inevitabile. Onorio continuava ad essere geloso della sua indipendenza da Costantinopoli, dove era assai più vivo il sentimento tradizionale della unità dell'Impero, e si mirava sempre ad una supremazia dell'Oriente sull'Occidente. Teodosio II, il quale allora regnava colà sotto l'ascendente della sorella Pulcheria, aveva disapprovato vivamente che Onorio avesse assunto a compagno nell'Impero il generale Costanzo. Ma questi poco dopo morì, e rimase la vedova Placidia, la quale, come figlia di Teodosio il grande, inclinava ad un accordo coll'Oriente, a segno tale da non poter più vivere in buoni termini col fratello. Se ne andò quindi a Costantinopoli, dove rimase fino alla morte di lui, avvenuta nel 423.

Onorio fu un uomo certamente di poco valore, ma non quanto vollero far credere. Egli in sostanza rappresentò tre idee, che formarono il carattere del suo regno: il principio ereditario, la romanità, il Cristianesimo ortodosso. E ad esse si mantenne sempre fedele. Debole com'era, dovette lottare continuamente coi barbari, che invadevano da ogni parte l'Impero, e con un gran numero di pretendenti, che sorgevan di continuo. In teoria tutto l'Occidente obbediva a lui; ma in realtà l'Europa centrale, anzi l'intera Prefettura della Gallia, era già in potere dei barbari. Il dissenso con Costantinopoli, piuttosto che scemare, andò per opera sua crescendo. Ma Placidia, in ciò più accorta, gli si oppose. Essa capì che, di fronte a tanti barbari, i quali d'ogni parte s'avanzavano nell'Impero, solo da Costantinopoli si poteva sperare aiuto.

Così fu che, alla morte d'Onorio, si manifestarono in Ravenna due partiti. Quello che mirava alla indipendenza dell'Occidente scelse, come successore al trono, Giovanni, Primicerio dei notai. Quello invece che voleva l'accordo con l'Oriente, dove Teodosio II aveva subito cominciato ad assumere l'autorità di unico e solo Imperatore, favoriva Placidia come reggente del figlio Valentiniano III, attenendosi al principio ereditario. E per questa ragione anche i due primi generali a servizio dell'Impero d'occidente, Bonifazio ed Ezio, che per la loro nascita ed il loro valore, furon chiamati i due ultimi Romani, si trovarono in lotta fra di loro. Bonifazio, che era in Africa, si dichiarò per Placidia, alla quale mandò subito aiuto di uomini e di vettovaglie; Ezio si dichiarò invece per Giovanni. Ormai i vincoli dell'antica disciplina militare erano sciolti, ed i generali parteggiavano anch'essi, guidati dal loro interesse personale.

Giovanni, per non sembrare di voler rompere ogni relazione coll'Oriente, aveva mandato a chiedere d'essere riconosciuto da Teodosio II; ma sapendo che questi s'era già dichiarato favorevole a Placidia, s'apparecchiava intanto alla difesa, raccogliendo anche una flotta nel porto di Ravenna. E ciò apparve più necessario ancora quando seppe che i suoi ambasciatori erano stati malissimo accolti a Costantinopoli. Non potendo sperare d'aver soldati dalla Gallia, quasi tutta occupata dai barbari; nè dall'Africa, dove comandava Bonifazio; e neppure potendo sperar molto in Italia, dove aveva non pochi avversari, mandò Ezio a chiedere aiuto dagli Unni, presso i quali questo generale era lungamente vissuto come ostaggio, ed aveva perciò parecchi amici. Ezio tornò ben presto con un rinforzo, che si fa ascendere a 60,000 Unni, e giunse in tempo per affrontare le genti mandate da Costantinopoli in aiuto di Placidia. La fortuna pareva che volesse secondarlo, giacchè il naviglio che portava una parte dell'esercito orientale fu disperso da un'improvvisa tempesta, ed il generale Ardaburio, gettato a terra nel porto di Ravenna, fu fatto prigioniero. Ma questi riuscì di dentro la città stessa a cospirare ed a mettersi d'accordo coi suoi compagni d'arme, i quali s'avanzavano per terra, sotto il comando di Aspar suo figlio. E così, quando Giovanni era per uscir di Ravenna a combattere il nemico, che doveva essere contemporaneamente assalito alle spalle da Ezio cogli Unni, Aspar, per gli accordi segretamente presi col padre, potè con un colpo di mano entrare in Ravenna, ed impadronirsi della persona stessa di Giovanni, che menato in Aquileia, dove era già arrivata Placidia, fu subito messo a morte (425). Ed Ezio allora, sebbene avesse già avuto col nemico uno scontro sanguinoso, che fu però di esito incerto, capì che ormai la sua causa era perduta, e passò dalla parte di Placidia, che lo accolse a braccia aperte. Egli stesso riuscì a far tornare indietro gli Unni, mediante buona somma di danaro, e per diciassette anni fu il primo generale della Corte di Ravenna, essendo Bonifazio rimasto ancora in Africa.

La notizia della morte di Giovanni pervenne a Teodosio II, quando trovavasi nell'Ippodromo, a Costantinopoli. Egli fece subito sospendere i giuochi, e condusse il popolo nella Basilica, per rendere solenni grazie al Signore. Restituì a Placidia il titolo di Augusta, che le era stato tolto da Onorio, e quello di nobilissimus a Valentiniano III, il quale allora aveva appena sei anni, affidandolo alle cure della madre. Più tardi gli conferì addirittura il titolo di Augusto, inviandogli il diadema e la porpora. Così, dopo che l'Impero, in apparenza almeno, era stato qualche tempo riunito sotto Teodosio II, fu ora da capo diviso. E per un quarto di secolo (425-450) Valentiniano, o più veramente Placidia, rimase a governare quello che continuò a chiamarsi l'Impero d'occidente, sebbene molte parti già ne avessero occupate i barbari, ed altre dovessero via via andarne occupando, restringendolo finalmente alla sola Italia.

L'antagonismo fra Ezio e Bonifazio, che vedemmo manifestarsi sin dal principio, continuò sempre più vivo anche ora che l'uno e l'altro erano a servizio di Placidia. Ambiziosi e valorosi del pari, Ezio era un uomo assai accorto; Bonifazio invece eccitabile e mutabile in estremo grado. In Africa questi aveva reso grandi servigi tenendo a freno i Mori. Morta la sua prima moglie, pareva che volesse, per zelo religioso, ritirarsi dal mondo; e S. Agostino dovette dissuaderlo, nell'interesse dell'Impero. Sposata allora una seconda moglie, che era ariana, mutò vita, abbandonandosi alle passioni dei sensi, trascurando il governo di quella regione, che restò quasi in balìa ai barbari africani, tanto che lo stesso S. Agostino lo rimproverava nelle sue lettere di non far nulla per evitare tanta calamità: Nec aliquid ordinas ut ista calamitas avertatur. Venne perciò richiamato (427) in Italia, ma non volle obbedire; ed essendo stato mandato colà un esercito, per metterlo a dovere, resistè colle armi. Così vi fu in Africa una specie di guerra civile fra i generali dell'Occidente.

È nota la leggenda a questo proposito narrata da Procopio, il quale dà la colpa d'ogni cosa ad Ezio, divenuto geloso di Bonifazio. Per rovinarlo, egli avrebbe detto a Placidia, che questi la tradiva. Se ne voleva le prove, lo invitasse a Ravenna, e vedrebbe che si sarebbe ostinatamente ricusato d'obbedire. Nello stesso tempo avrebbe segretamente fatto dire a Bonifazio, che Placidia ne tramava la rovina, e che a tal fine lo avrebbe invitato a Ravenna. Così fu che, quando venne richiamato, non solamente ricusò d'obbedire, ma per vendicarsi, si decise al funesto passo d'invitare i Vandali a passare dalla Spagna nell'Africa. Ma venuti che furono, egli, fatto accorto dai suoi amici dell'inganno in cui era caduto, si pentì dell'errore commesso, e voleva colle armi ricacciarli nella Spagna. Era però troppo tardi, e dovette invece tornarsene a Ravenna. Ivi ebbe un combattimento personale col suo rivale Ezio, da cui fu ucciso. E prima di morire, consigliò alla moglie di sposare il rivale, nel caso che fosse restato vedovo, perchè era il solo uomo degno di succedergli.

La forma leggendaria di questo racconto apparisce a prima vista, e ricorda molte altre simili leggende. Infatti anche la invasione della Gallia nel 406, sarebbe, secondo la leggenda, avvenuta per tradimento di Stilicone, come più tardi la venuta dei Longobardi in Italia, per vendetta di Narsete. È sempre lo stesso procedimento, che spiega i fatti d'indole generale con cause esclusivamente personali, le quali certo non mancano anch'esse nella storia, ma non sono le sole. Il vero è che, secondo ogni probabilità, Ezio si trovava allora a combattere per l'Impero nella Gallia, e se anche vi fu inganno o tradimento ordito a Ravenna, non potè essere opera sua. Ma non c'è bisogno di ricorrere a queste spiegazioni, quando la guerra scoppiata in Africa fra i generali romani poteva per sè stessa essere un eccitamento bastevole pei Vandali a venire nel paese, che era il granaio dell'Impero. E s'aggiungeva che l'Africa, dove i Mori spesso si ribellavano, era allora fieramente travagliata anche dalle sette eretiche dei Donatisti, che negavano l'efficacia del battesimo dato da un sacerdote caduto in peccato, e dei così detti Circumcelliones, specie di fanatici vagabondi, che agitavano le moltitudini. Tutti costoro, perseguitati dagli editti di Onorio contro gli eretici, e però avversissimi ai Cattolici, favorivano naturalmente quelli che venivano a combatterli, come i Vandali che erano ariani intolleranti. Così, senza escludere che in mezzo alle passioni di queste lotte civili e religiose, essi fossero da qualche parte incoraggiati o anche chiamati, si spiega assai naturalmente come nel 429 passassero in Africa, mossi dal loro proprio interesse, ed occupassero la Mauritania, avanzandosi verso l'Oriente.[18]

I Vandali avevano stretta parentela coi Goti, insieme coi quali s'erano in origine trovati fra l'Elba e la Vistola. Di là, avanzando verso il sud, presero parte alle guerre dei Marcomanni contro Marco Aurelio. Dopo di che si mantennero lungamente tranquilli, in buone relazioni coll'Impero, che a tempo di Costantino li accolse come federati nella Pannonia, dove restarono circa settant'anni. Quando Stilicone, per opporsi ad Alarico, chiamò in Italia le legioni che guardavano il Reno, essi, come vedemmo, passarono il fiume insieme cogli Alani, cogli Svevi, e nel 409 erano già nella Spagna. Più di una volta si trovarono in lotta coi Goti, dai quali vennero battuti; ed ebbero perciò la reputazione di poco valorosi, come avevano già quella d'avidi, infidi e crudeli fra tutti i barbari. Erano più sobri nei costumi, ma anche più ardenti nello zelo religioso, che li spingeva ad una intolleranza insolita nei barbari e qualche volta addirittura feroce. Nel 427 li troviamo riorganizzati sotto Genserico, che per la morte del fratello era rimasto unico loro capo. Piccolo e zoppo, in conseguenza d'una caduta da cavallo, di poche parole, ma di pronta risoluzione, era audace e crudele. Ariano al pari di tutti i Vandali, lo dissero, non si sa con qual fondamento, convertito a questa fede, rinnegando il Cattolicismo, in cui sarebbe nato, e quindi, come suole in questi casi, tanto più intollerante. Dopo avere sostenuto nel 428 un attacco fortunato contro gli Svevi, lo troviamo l'anno seguente in Africa, dove era andato colle donne, i vecchi e fanciulli: una vera invasione. Gli uomini in armi non superavano i 50,000.

Questo non era di certo un numero tale da poter facilmente conquistare il paese, se non fosse stato già indebolito dalle discordie, e se non vi si fosse trovato un partito favorevole agl'invasori. Essi s'avanzarono saccheggiando, distruggendo le chiese cattoliche, uccidendo vescovi e preti, molti dei quali fecero schiavi. E poterono procedere così rapidamente che nel 430 tre sole delle principali città, Citra, Ippona e Cartagine, erano ancora in mano dei Romani. Bonifazio s'era ormai svegliato dalla sua inerzia, e quando i Vandali s'avanzarono, per mettere l'assedio ad Ippona, venne con essi a battaglia; ma fu vinto, e dovè chiudersi nella città che venne assediata. In essa trovavasi S. Agostino, il quale morì il 28 agosto 430, dopo tre mesi di quell'assedio, che ne durò poi altri undici. Allora, essendo finalmente arrivati da Costantinopoli aiuti sotto il comando del generale Aspar, i Vandali si allontanarono dalla città, e Bonifazio, unitosi ai Bizantini, li assalì; ma venne di nuovo battuto (431). Conseguenza di questa disfatta fu che l'Africa si trovò per qualche tempo come abbandonata al nemico. Aspar tornò a Costantinopoli, Bonifazio a Ravenna, dove Placidia, ricordando i servigi che questi le aveva resi, quando essa era combattuta da Ezio, la cui presunzione cresceva sempre, lo accolse con gran favore, facendo capire a tutti che lo preferiva. Così l'odio fra i due generali si accese, e finalmente vennero presso Rimini a battaglia. Secondo alcuni Bonifazio vinse, ma ebbe una ferita mortale, di cui poco dopo morì. Secondo altri, la vittoria invece fu di Ezio, il quale potè prendere i beni del rivale, e sposarne la vedova, quando esso poco dopo morì di malattia aggravata o cagionata dalla umiliazione patita. E da ciò sarebbe poi venuta la leggenda del duello, e della raccomandazione fatta dal morente Bonifazio alla moglie di sposare il rivale fortunato.

Lo stato delle cose a Ravenna non era di certo consolante. Placidia, dopo la disfatta di Bonifazio in Africa, e dopo la morte di lui seguita in Italia, trovavasi alla mercè di Ezio, il solo generale valoroso che ella ora avesse. E questi, sempre ambizioso, diveniva ogni giorno più imperioso. La Gallia e la Spagna erano corse dai barbari, che d'ogni parte s'avanzavano; i Vandali correvano anch'essi liberamente saccheggiando l'Africa. Questi erano però in così piccolo numero di fronte alla vastità del paese occupato, da non sentirsi punto sicuri di resistere vittoriosamente ad un esercito che venisse da Ravenna, e che poteva essere rinforzato da nuove genti mandate da Costantinopoli. E così da ambo i lati si trovarono disposti, pel momento almeno, alla pace, che fu infatti conclusa il dì 11 febbraio 435 ad Ippona. Ai Vandali venne concesso d'abitare il paese già conquistato, compresa una parte della provincia di Cartagine; non la città stessa, nè il suo territorio, che restavano ancora ai Romani, cui si doveva pagare un tributo. Ma ben presto i patti furono violati, e nel 439 Genserico, profittando della guerra che i Romani avevano nella Gallia, s'impadronì di Cartagine. Essendo così in possesso dei migliori porti della costa, cominciò le sue escursioni marittime nelle isole vicine, massime in Sicilia, dove già sin dal 440 s'era avanzato saccheggiando. Intanto crescevano per l'Impero i pericoli nella Gallia, dove sempre nuove genti erano richieste; e si venne perciò nel 442 ad una seconda pace, per la quale i Romani ritenevano la Mauritania e la Numidia occidentale; ai Vandali restavano la Sicilia, la provincia di Cartagine o Proconsolare, la Bizacena, la Numidia orientale. Allora cominciava a governare in Ravenna Valentiniano III, che aveva ormai raggiunto la maggiore età, e fin dal 437 aveva sposato Eudossia, figlia di Teodosio II.

Con la pace del 442 ai Vandali non era stato solamente permesso d'abitare il paese come federati; era stata invece fatta una concessione incondizionata d'occuparlo, il che finora non s'era consentito mai a nessuno dei barbari. Si ammetteva così un vero e proprio smembramento dell'Impero; cominciava uno stato di cose affatto nuovo. Bisogna però notare che, sebbene i Vandali fossero tenuti, ed erano veramente fra i barbari più crudeli, la loro occupazione riusciva, sopra tutto alle classi inferiori, assai meno gravosa che non si è creduto. Essi si concentrarono principalmente nella provincia di Cartagine, tenendosi uniti, ed impadronendosi delle terre, che divisero fra di loro, possedendole senza pagar tasse. Nelle circostanti province Genserico serbò per sè vasti possessi. Quelli che in tutto ciò gravissimamente soffrirono furono i latifondisti, spogliati di ogni avere, ridotti, quando non emigravano, alla condizione di ministeriali, dipendenti, qualche volta anche di schiavi; costretti ad amministrare o coltivare pei Vandali le terre che una volta avevano possedute, a cedere perfino la loro proprietà mobile. E con essi venne oppresso il clero, che era anch'esso latifondista, e che dai Vandali ariani fu sempre crudelmente trattato. I coloni, i contadini, gli artigiani delle città rimasero più o meno nelle condizioni di prima. E la stessa oppressione dei grandi proprietari non fu generale, restringendosi principalmente alla provincia di Cartagine. Il territorio occupato era così vasto, che la parte maggiore sfuggiva di necessità non solo alla oppressione, ma anche all'azione diretta del nuovo governo, troppo rozzo e primitivo, in confronto del romano, per far sentire al pari di questo il peso della sua fiscalità. Le altre province furono come abbandonate a loro stesse, lasciandovi i Vandali l'antica amministrazione romana, sottoponendole a gravi tasse, che tuttavia non raggiunsero mai la regolarità persistente, continua, opprimente di quelle riscosse dagli agenti imperiali. Qualche cosa di simile avvenne anche nella Spagna e nella Gallia, dove si lasciarono sopravvivere le assemblee provinciali dei notabili per gli affari amministrativi. Colà i Visigoti ed i Burgundi pigliarono due terzi delle terre. Ma anche questo peso, per quanto odioso, ricadeva principalmente sui soli latifondisti. Nell'Africa, è vero, la oppressione esercitata dai Vandali fu più grave assai; era, però limitata ad una parte sola del territorio occupato. Grande fu nondimeno contro di essi l'odio degli spossessati e di tutto il clero, il quale, dove non veniva espropriato, era oppresso dalla intolleranza religiosa. E così si mantenne sempre vivo un rancore universale, anche da parte di coloro che erano meno oppressi, il che fu poi causa non ultima della rapida rovina dei Vandali quando i Bizantini vennero in Africa. Ma che la oppressione barbarica fosse davvero minore che non si crede, è confermato dal fatto che Salviano, scrittore del quinto secolo, dopo aver detto «che tutto nei barbari, persino il loro stesso odore, era odioso ai Romani,» poteva aggiungere, «che assai spesso questi, specialmente i poveri, preferivano la oppressione barbarica alla imperiale. Le assemblee dei ricchi Romani, egli diceva, impongono le tasse, ma essi non le pagano, le fanno pagare ai poveri. E quando per caso vengono scemate, il sollievo non va a questi, ma ai ricchi. Così, se si tratta di pagare tocca al popolo; se invece si tratta di scemare il peso delle tasse, si opera allora come se le pagassero solamente i ricchi. I Franchi, gli Unni, i Vandali ed i Goti non conoscono queste infamie.»[19] Bisogna però aggiungere che tutto ciò non era effetto di virtù o sentimento di giustizia; era invece conseguenza naturale d'un governo troppo imperfetto e rozzo, per riuscire a stendere su tutto il paese occupato una fitta rete amministrativa, cui nulla potesse sfuggire.

In questo mezzo Galla Placidia, che aveva quasi raggiunto i sessant'anni, moriva (27 novembre 450). Essa non ebbe di certo nè un grande ingegno nè un grande carattere; ma la sua accortezza e fermezza, paragonate con la incapacità di suo figlio, parvero a molti assai maggiori che non furono. Essa potè continuare a governare per un quarto di secolo fin quasi alla sua morte; ed in un tempo di aspre lotte religiose, essendosi appoggiata costantemente al clero cattolico, questo assai naturalmente ne esaltò la memoria. Sostenuta, come figlia di Teodosio, dal principio della ereditaria legittimità, che le assicurava il favore di Costantinopoli; aiutata non poco dalla sua straordinaria bellezza, che le dava un grande ascendente sugli uomini, potè esercitare un'azione efficace e costante sulla politica del suo tempo. Chi anche oggi visita Ravenna, città unica al mondo pei monumenti del quinto secolo, che sola possiede in Italia, e vede le molte chiese innalzate colà da Placidia, in una delle quali essa ha la sua tomba accanto a quella d'Onorio suo fratello, di Costanzo suo marito e del loro figlio Valentiniano; chi vede i molti monumenti, gli splendidi mosaici, e ode le varie leggende che la ricordano, deve riconoscere la grande azione esercitata da lei in Ravenna. Il suo spirito sembra anche oggi presente fra quelle mura. Ma con tutto ciò, in parte per le condizioni dei tempi, in parte per le qualità stesse che ella ebbe, la politica che intorno a lei si fece fu una politica d'intrighi e di gelosie. E non ostante qualche guerra condotta, tanto nell'Africa quanto nella Gallia, con molto valore, ma con poca fortuna, si finì col veder l'Impero andarsi sempre più decomponendo e smembrando. Sotto di lei infatti le province cominciarono, l'una dopo l'altra, a staccarsi dall'Italia, che rimase come isolata ed abbandonata a se stessa. Morendo, Placidia lasciava l'Impero nelle mani deboli ed incapaci del figlio Valentiniano III, in un momento che era già grave, e stava per divenire gravissimo.

CAPITOLO IX Attila e gli Unni — La battaglia di Châlons — Il generale Ezio — Papa Leone I

Il problema che si presentava adesso nella storia di Europa, osserva il Ranke, era questo: i popoli latini e germanici, variamente sparsi e mescolati fra di loro, potevano amalgamarsi, fondersi insieme, dando origine ad un popolo solo, ad una civiltà nuova? O pure uno di essi doveva necessariamente sottomettere l'altro, levandogli del tutto la propria fisonomia? Un grande ed inaspettato avvenimento contribuì non poco ad avvicinarli di fronte ad un comune nemico.

Gli Unni, di stirpe, come vedemmo, affatto diversa dai popoli latini e germanici, erano rimasti per mezzo secolo nell'antica Dacia, al di là del Danubio. Fra di essi e l'Impero si trovavano le popolazioni germaniche, che da loro erano state spinte verso l'occidente. Più tardi Alarico era coi suoi Visigoti entrato per la Porta Salara; i Vandali, gli Svevi, gli Alani avevano passato il Reno. Tuttavia le relazioni degli Unni coll'Impero durarono lungamente abbastanza amichevoli, avendogli essi più di una volta reso utili servigi, col mandare in suo aiuto soldati, i quali combatterono accanto alle legioni. Questo contribuì ad insegnar loro una parte della disciplina romana, al che si aggiunse che, avendo Attila adoperato nell'amministrazione anche qualche Greco e qualche Romano, potè renderla più ordinata. Certo è che il suo regno s'era andato estendendo con una straordinaria rapidità, aggregandosi nuovi popoli, i quali restavano sotto i propri capi, che dipendevano da lui, divenendogli subito obbedienti e devoti. Un tale processo d'ingrandimento pareva che si potesse continuare all'infinito sino a che durava l'autorità del comandante supremo. E intanto, secondo l'espressione del Thierry, la valle del Danubio somigliava ad un immenso formicaio di popoli, rovesciato a un tratto. Essi facevano da ogni lato, specialmente nell'Impero, escursioni minacciose, tanto che Teodosio II ricorse all'uso, sempre frequente in Costantinopoli, di pagare ad Attila un tributo, perchè insieme coi suoi restasse tranquillo. Ma ciò dava invece pretesto a nuove minacce, perchè i barbari solevano chieder sempre che il tributo venisse aumentato, e non ottenendolo, tornavano ai saccheggi.

Nel 445 Attila, dopo la morte del fratello Bleda, che forse da lui stesso era stato fatto uccidere, si trovò solo alla testa degli Unni. Per le sue selvagge crudeltà, egli è nella storia conosciuto col nome di Flagellum Dei. Basso di statura, di testa grossa, naso schiacciato, occhi piccoli, aveva il colore olivastro dei Tartari, agitava lo sguardo feroce a destra ed a sinistra: v'era nel suo incesso qualche cosa che gli dava veramente l'aspetto d'un dominatore di popoli. Non si può dire però che fosse un genio militare, perchè, oltre alle sue molte scorrerie, saccheggi e stragi, una sola grande battaglia esso dette, e la perdè. Non mancò a momenti d'una certa generosità, e quasi grandezza d'animo, per quanto ciò era possibile in un barbaro come lui. Ma pur singolare assai dovette essere la sua potenza di comandare e di organizzare, essendo riuscito ad aumentare di molto i popoli che lo seguivano, fra i quali erano Gepidi, Alani, Ostrogoti, Svevi. E si formò così uno dei più vasti regni conosciuti nella storia. Secondo gli scrittori contemporanei infatti, il dominio di Attila s'estendeva dalla Scandinavia alla Persia, e minacciando Persepoli, confinava da una parte colla China, da un'altra coll'Impero. In sostanza però questa era più che altro una vasta agglomerazione di popoli indipendenti, sotto di lui confederati, e che a lui obbedivano, quando sapeva secondarli nelle loro voglie di guerra e di rapina, dalle quali egli stesso cavava profitto. Il potere effettivo e diretto lo esercitava nella Transilvania e nell'Ungheria. Dovendo però contentare e tenere occupate tutte queste genti irrequiete e feroci, egli fu per diciannove anni, dal 434 al 453, come una spada di Damocle sull'Impero d'oriente e su quello d'occidente, i quali perciò si trovarono finalmente uniti contro il comune nemico.

Ambasciatori andavano ed ambasciatori venivano da Costantinopoli e da Ravenna alla Corte di Attila, e viceversa. Invano si cercava di frenare le pretese sempre crescenti di quel barbaro, che si tirava dietro così sterminata moltitudine di popoli. Sin dal 433 due oratori erano stati mandati da Teodosio alla Corte degli Unni, sui quali regnavano allora i due fratelli. Si presentarono ad Attila, che li ricevette a cavallo, e neppur essi scesero di sella. Il resultato dell'ambasceria fu, che bisognò rassegnarsi a raddoppiare il tributo, che l'Impero d'oriente pagava. Ma non bastava; e non molto dopo Attila richiedeva minacciosamente gli arredi sacri d'una città da lui presa, sebbene fossero stati già impegnati per grossa somma di danaro. Il più singolare pretesto di guerra fu però un altro. Onoria, sorella di Valentiniano III, era stata nella sua età di sedici anni scoperta in intrigo amoroso con un basso ufficiale della Corte di Ravenna, e fu per punizione mandata dalla madre a Costantinopoli. Ivi il Palazzo pareva divenuto un convento, e Teodosio II passava la vita raccogliendo reliquie di santi, miniando manoscritti religiosi. Egli era sempre dominato dalla sorella Pulcheria, che nel 421 gli aveva fatto sposare Atenaide, figlia d'un filosofo greco, battezzata col nome di Eudocia. Tutti della Corte passavano colà la vita in orazioni, salmi, visite ai poveri, processioni; e però, quando Onoria vi giunse, si sentì come chiusa in una carcere. Si narra che per disperazione ricorresse allora allo strano partito di mandare il proprio anello ad Attila, perchè venisse a liberarla, accogliendola fra le molte sue mogli. Attila avrebbe dapprima fatto della singolare proposta il conto che si meritava. Ma più tardi, quando voleva attaccar lite con l'Impero, se ne valse di pretesto per chiedere non solo la mano d'Onoria, ma anche l'eredità cui essa aveva, secondo lui, diritto. Nel 447 s'era avanzato fin sotto le mura di Costantinopoli, obbligando colle minacce Teodosio a triplicare il sussidio o tributo come lo chiamava. Ogni anno con nuove ambascerie aggiungeva domande a domande, pretese a pretese.

Fra queste ambascerie, ve ne fu una notevole fra tutte, perchè ne abbiamo assai minuta e autentica descrizione da chi ne fece parte. Nel 448 arrivarono a Costantinopoli Edecone, che alcuni credettero padre di Odoacre, il primo re barbaro in Italia, ed Oreste, padre di quel Romolo Augustolo, che fu l'ultimo degl'Imperatori d'occidente. Essi fecero varie domande, fra cui la restituzione d'alcuni Unni fuggitivi. E mentre che di ciò si trattava, un eunuco della Corte, promettendo danaro a Vigila, che era l'interpetre di quegli ambasciatori, fece, per mezzo suo, la proposta di far uccidere Attila. Edecone finse d'accettarla con animo però di rivelar poi tutto al suo Signore. E intanto, perchè meglio rimanesse nascosta la tenebrosa trama, si faceva, insieme cogli ambasciatori d'Attila, partir Massimino ed il retore Prisco, quello che ci descrisse il viaggio, lasciandoli ambedue affatto ignari della tenebrosa trama ordita accanto a loro. E ciò perchè, ingannati, potessero inconsapevolmente ingannar meglio Attila. Menavano con loro diciassette fuggitivi Unni che dovevano restituire. Con essi, con Edecone, Oreste e Vigila traversarono paesi disertati dalle ripetute scorrerie degli Unni, trovando il suolo sparso di ossa e di teschi umani, e città quasi distrutte, nelle quali erano rimasti solo pochi vecchi e malati abbandonati. Passato il Danubio, arrivarono alla tenda di Attila, che tornava allora da una razzìa. Questi accolse i donativi; ma, sdegnato nel veder soli diciassette fuggitivi, rimandò indietro l'interpetre a chiedere gli altri, e invitò i due inviati di Costantinopoli a seguirlo più oltre nel paese, là dove era il suo palazzo, e dove avrebbe dato loro risposta.

Così Massimino e Prisco s'avanzarono nell'Ungheria, traversando i fiumi sopra alberi scavati o tavole connesse, e giunsero alla capitale unna. Colà videro Attila che arrivava a cavallo, preceduto da fanciulle, le quali cantavano canti nazionali; e passarono tutti sotto veli tenuti distesi da altre giovanette. Il re si fermò a cavallo dinanzi alla porta del suo primo ministro, la cui moglie uscì ad offrirgli cibo e vino, mentre altri tenevano una tavola d'argento accanto a lui. Il palazzo di Attila era come una grossa capanna costruita con tavole di legno, non senza qualche eleganza. Intorno ad essa si vedevano sparse le abitazioni delle sue varie mogli. Un solo edifizio di pietra si trovava colà, ed era un bagno costruito da un Romano. Ma ciò che v'ha di più notevole in questo singolarissimo viaggio, è il dialogo di Prisco con un Greco, che era a servizio degli Unni, dei quali aveva adottato il costume e gli abiti. — Qui, egli diceva, esaltando i barbari, quando non c'è guerra, si gode una piena libertà. Ma voi state male nella guerra e peggio nella pace. Chiamate gli stranieri a difendere l'Impero, perchè i vostri tiranni non vi lasciano libero neppure l'uso delle armi, e siete oppressi dal fisco, dalle spie, dalla grande disuguaglianza: i ricchi sfuggono alle pene ed alle tasse, che s'aggravano invece sul povero. Tutto dovete pagare, perfino chi difende i vostri diritti. — Al che Prisco rispondeva: — Ciò dipende dalla divisione del lavoro, e dal concedere a ciascuno la dovuta mercede. Noi non possiamo, al pari di voi, ammazzare gli schiavi, ma cerchiamo invece come padri correggerli. Le vostre pretese libertà si restringono nel poter tutti andare alla guerra, senza disciplina. Abbiamo leggi a difesa di ogni giusto diritto. È sacra per noi anche la volontà dei morti, che possono per testamento lasciare a chi vogliono i loro averi. — Ah! sì, esclamò piangendo il Greco, le leggi son buone, la legislazione romana eccellente; ma chi le esegue, chi le rispetta? I vostri governanti, non più degni dei loro antenati, spingono lo Stato alla rovina. —

Dopo aver visto Attila rendere sommaria giustizia dinanzi al suo palazzo, i due inviati s'incontrarono cogli ambasciatori d'Occidente, dai quali sentiron dire che esso si teneva padrone del mondo, voleva comandare a tutto l'Impero, e si reputava invincibile, credendo possedere la spada di Marte. Un contadino l'aveva scoperta, confitta in terra, fra l'erba, andando dietro le tracce di sangue d'una sua bestia, che vi s'era ferito il piede nel camminare. Finalmente assisterono ad un gran banchetto nella sala del palazzo reale. Attila sedeva sopra una specie di canapè, dietro cui erano scalini, che conducevano ad un letto nascosto da cortine. Accanto a lui sedeva silenzioso il suo primogenito, alla loro destra ed alla sinistra erano il primo ministro Onégesh, ed un nobile Unno. «Così neppur questi posti furon serbati a noi», osservava Prisco. Di fronte erano i figli del re; intorno alla sala, lungo le mura di legno, stavano i convitati, ai quali fu portato in giro del vino, e poi servito il cibo su piccoli deschi, ciascuno per tre o quattro persone: su di essi erano piatti d'argento e coppe d'oro. Attila invece, con grande semplicità, mangiava solo carne su piatti di legno, e di legno erano anche le coppe. Nè l'elsa della sua spada, che dietro di lui pendeva, nè la briglia del suo cavallo, nè i fermagli dei suoi stivali erano, secondo il costume barbarico, ornati di pietre preziose. Verso sera si cantarono, fra un generale entusiasmo, canzoni in lode delle imprese di lui. E poi vennero buffoni, fra cui un Moro, nano e gobbo, coi piedi torti, che fece ridere tutti, meno Attila, il quale ne pareva piuttosto disgustato. Sebbene egli si dimostrasse assai irritato, per aver saputo della trama contro di lui ordita, pure gli oratori, che sinceramente negarono tutto, dopo lunghe trattative, obbligandosi a pagar nuove somme di danaro, par che riuscissero finalmente a concludere un accordo temporaneo.

Nel 450 però lo stato delle cose mutò affatto. Teodosio moriva per una caduta da cavallo, senza lasciar figli maschi. La moglie Eudossia era da più tempo in esilio per accusa d'infedeltà. Successe la sorella di lui Pulcheria con Marciano, soldato valoroso, avanzato in età, cui pel bene dello Stato ella dette nome di marito, a condizione di non avere nessun contatto con lui. Ed egli cominciò a governare, condannando a morte l'eunuco Crisafio, che aveva ordito la trama segreta contro la vita di Attila. Ciò fece credere che il nuovo Imperatore volesse rendersi benevolo il re degli Unni. Ben tosto però si vide che egli non era della tempra mite di Teodosio II, perchè quando Attila, con le solite minacce, richiese il pagamento del tributo, rispose subito: «Agli amici i doni, ai nemici il ferro.»[20] Così la guerra si poteva ritenere ormai inevitabile.

Attila si trovava allora nell'auge della sua potenza, alla testa d'un formidabile esercito, che alcuni fanno ascendere a 500, altri a 700 mila uomini. Tutto era pronto per mettersi in moto; bisognava solo decidere se attaccar l'Oriente o l'Occidente. Ad attaccar l'Oriente, che era più vicino, sarebbe stato necessario traversare un paese già più volte saccheggiato, per trovarsi poi sotto le mura di Costantinopoli, posizione fortificata, che avrebbe presentato una formidabile resistenza, specialmente ora che Marciano era deciso a difendersi. Inoltre un esercito barbarico come quello di Attila, composto di genti assai diverse, se non vinceva nel primo impeto, facilmente poteva disciogliersi. Nell'Occidente invece, sebbene più lontano, tutto pareva che promettesse una facile vittoria agli Unni. L'unico generale che vi fosse, era Ezio, valoroso di certo, ma stato sempre in buoni termini con Attila, e più volte da lui aiutato. La Gallia era occupata quasi tutta da barbari fra loro in discordia. Una parte dei Franchi già incitava gli Unni a passare il Reno. Il forte regno dei Visigoti era alleato dei Vandali, che promettevano di secondare l'impresa di Attila con uno sbarco nella Gallia meridionale. Pretesti di guerra a lui non mancavano mai. Chiese allora appunto non solo la mano d'Onoria, che gli aveva mandato il proprio anello, ma anche la parte d'Impero che le sarebbe, secondo lui, spettata in dote. E quando gli fu risposto, che essa era già moglie d'un altro, disse che lo avevano fatto per non darla a lui, e ordinò ai suoi di avanzare.

Se non che, lo stato delle cose in Occidente era in realtà ben diverso da quel che pareva, e che Attila credeva. Prima di tutto Teodorico re dei Visigoti, uomo di molto valore, non che essere avverso ai Romani, inclinava non poco ad essi. Egli, è ben vero, aveva data la propria figlia in isposa al figlio di Genserico, e così s'era legato con vincolo di sangue ai Vandali, nemici acerrimi del nome romano. Ma Genserico, credendo o fingendo di credere, che la figlia di Teodorico lo volesse avvelenare, l'aveva rimandata al padre, mutilata del naso e delle orecchie. Così l'alleanza s'era mutata in nimicizia mortale, che richiedeva una delle sanguinose vendette barbariche. Il generale Ezio era stato amico degli Unni, ma si trovava in una posizione simile a quella di Stilicone; anzi, se questi era stato un barbaro romanizzato, egli era invece un Romano lungamente vissuto coi barbari. Non si poteva quindi supporre che, quando l'Impero si fosse trovato in guerra cogli Unni, Ezio potesse esitare, e non sentire scorrere nelle sue vene il sangue romano. Ma v'era di più. Gli Unni, essendo di sangue e di razza diversa affatto da quella dei Germani non meno che dei Romani; essendo nomadi, pagani e poligami, la loro vittoria sarebbe stata un trionfo della barbarie orientale, delle popolazioni turaniche e tartare sulle ariane. Sarebbe stato come se i Persiani avessero vinto a Salamina, o i Turchi a Lepanto. La storia del mondo avrebbe potuto non poco mutare il suo cammino. In ciò stava la grande importanza storica della prossima lotta. Tutto dipendeva ora dal sapere se i Visigoti erano di ciò consapevoli, e se nell'interesse comune di razza e di civiltà, si sarebbero uniti ai Romani. Ezio, per mezzo del suo amico Avito, cittadino autorevolissimo dell'Impero, seppe indurli a stringere l'alleanza. Lo scontro decisivo s'avvicinava a gran passi.

Nel 451 Attila, passato il Reno, s'avanzava saccheggiando il paese, trucidando gli abitanti, che sembravano incapaci di resistenza, salvo in alcune poche città, nelle quali lo spirito religioso s'accendeva contro la pagana barbarie. Dopo infatti che Metz e Rheims furono desolate, santa Genoveffa riuscì ad animare la popolazione, assai scarsa allora, di Parigi, che restò, come per miracolo, incolume. Orléans, resa più tardi assai celebre dalla difesa di Giovanna d'Arco, fece anche allora viva resistenza, per eccitamento del suo vescovo, il quale, quando la vide d'ogni parte circondata, andò ad avvertire Ezio, che non era possibile tener testa all'onda sterminata dei nemici oltre il 24 giugno. E già la città era agli estremi, quando apparvero gli eserciti riuniti di Teodorico e di Ezio, che obbligarono Attila a retrocedere, per apparecchiarsi alla battaglia, la quale non molto dopo ebbe luogo, fra Châlons sur Marne e Troyes. Anche questa seconda città, che era aperta e poteva facilmente essere saccheggiata, fu salva per opera del suo vescovo Lupo, il quale seppe in modo singolare, quasi misterioso, imporre rispetto ad Attila.

Questi, secondo il suo costume, prima di cominciar la grande battaglia, fece consultar le viscere degli animali, e la risposta degli auguri fu, che gli Unni avrebbero perduto, ma che il generale nemico sarebbe morto. Ciò lo impensierì non poco; pure i due eserciti s'attaccarono finalmente (451). Gl'Imperiali si schierarono, ponendo al centro gli Alani, di cui non parevan molto sicuri. A destra erano i Romani, comandati da Ezio; a sinistra i Visigoti, comandati da Teodorico. Invece Attila stette al centro coi suoi Unni; a destra e sinistra pose i popoli a lui confederati: i Gepidi e gli Ostrogoti erano di fronte ai Visigoti. Questa battaglia, notevolissima per la sua storica importanza, fu anche una delle più terribili che si ricordi. Bellum, dice Jordanes, atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nullum narrat antiquitas. Ed aggiunge che il sangue versato fu tale e tanto, che mutò in grosso e rosso torrente un vicino ruscello, liquore concitatus insolito, torrens factus est cruoris augmento: e in esso dovevano dissetarsi i feriti! I Visigoti si batterono con molto valore, ma Teodorico perde la vita sul campo. Attila fece coi suoi sforzi sovrumani, e pareva un leone ferito. Ma ben presto cominciò a dubitare del resultato finale, tanto che aveva fatto apparecchiare un monte di selle, per farsi su di esse bruciar vivo, se la fortuna gli fosse stata veramente avversa. Jordanes afferma che in quel giorno morirono 162,000 combattenti, senza tener conto di 15,000 caduti in uno scontro precedente. Idazio fa arrivare i morti a 300,000. Ciò dimostra la parte non piccola, che in tutte queste notizie ebbe la fantasia, allora e per molto tempo di poi. Una leggenda posteriore illustrata dalla poesia e dalla pittura, aggiunge che, nella notte seguita alla battaglia, si videro in cielo le anime dei morti affrontarsi, e cominciar di nuovo a combatter fieramente fra di loro. Certo è che, sebbene l'esito della battaglia non fosse stato veramente decisivo, pure Attila si ritirò. E così, essendo morto Teodorico, si potè affermare che la profezia fatta dagli auguri si era avverata. Il merito principale del felice resultato fu certo di Ezio, che, oltre all'essersi mostrato soldato assai coraggioso e di gran valore strategico, era riuscito ad assicurare all'Impero l'alleanza dei Visigoti. Ma pareva fatale che il suo destino dovesse sempre somigliare a quello di Stilicone. Infatti, non avendo egli inseguito Attila, subito si disse che tradiva, che non voleva la totale distruzione dei nemico, per non lasciar divenire ancora più potenti i Visigoti, i quali avevano, secondo lui, già troppo contribuito alla vittoria. La verità è invece, che i Visigoti proclamarono sul campo stesso di battaglia il successore di Teodorico nella persona di Torismondo, che dovè subito ritirarsi nel suo regno, per rafforzare la propria posizione già assai incerta e combattuta. Così non era facile allora misurarsi nuovamente con Attila, il quale dapprima, non vedendo che lo inseguivano, temette di qualche agguato; ma poi, fattosi anime, ripassò il Reno, e si ritirò nella Pannonia, per riordinare i suoi ed apparecchiarsi a nuove imprese.

Pareva che egli meditasse ora d'andare a Roma, giacchè s'avanzò subito verso l'Italia, e nel 452 era già sotto le mura d'Aquileia, dove trovò una così tenace resistenza, che stava per levare, scoraggiato, l'assedio. Narra però la leggenda, che in quel momento appunto vide alcune cicogne le quali, volando coi figli, abbandonavano la città; il che gli fece capire che dentro le mura non c'era più cibo per nessuno. Sospese quindi l'ordine di ritirata, e poco dopo la città si arrese a lui, che la distrusse a segno tale da lasciarne appena le vestigia. Altino, Concordia, Padova sopportarono la stessa sorte; altre terre si salvarono dalla distruzione, aprendo le porte e sottomettendosi, senza resistenza, al saccheggio.

Questi sono i fatti che fecero in Italia dare ad Attila il nome di Flagellum Dei, e spinsero i profughi d'Aquileia e delle vicine città a riparare nella laguna veneta, dove fu così fondata la città di Venezia, unica al mondo per la sua storia, la sua posizione e la sua incantevole bellezza. Molti fiumi, come l'Adige, la Brenta, la Piave, il Tagliamento, il Po ed altri, a breve distanza, l'uno dall'altro, sboccando nel mare Adriatico, e quasi tutti, eccettuato il Po, scendendo rapidamente dai monti vicini, portano sassi che, secondo la grossezza ed il peso, si arrestano più o meno lontano dalla riva. Così si formarono prima la Laguna, e poi il Lido, che costituisce dalla parte del mare come un forte antemurale, superato il quale, può navigare nella Laguna solamente chi ne è assai pratico. Tutto questo costituisce come una grande fortezza naturale, a sicura guardia delle isole che vi sono sparse. Su di esse i profughi italiani, per salvarsi dalle orde finniche degli Unni, fondarono la città che, come osserva l'Hodgkin, doveva più tardi eroicamente difendere l'Europa contro i Turchi.

Nulla pareva che potesse ora fermare l'avanzarsi di Attila verso Roma. Se non che il suo numeroso esercito, che tutto distruggeva, facendo intorno a sè il deserto, cominciava a soffrire la fame, e ad essere decimato dalle malattie. Ezio, è vero, non s'era anche mosso, di che molti lo accusavano; poteva però da un momento all'altro apparire. L'imperatore Marciano non solo prometteva di mandare aiuti da Costantinopoli, ma pareva accennare a volere esso stesso direttamente attaccare le terre degli Unni. Tutto ciò poneva naturalmente non poca incertezza nell'animo di Attila. Pagano, barbaro e feroce, egli era anche superstizioso. Il nome stesso dell'Impero metteva a lui, come a molti dei barbari, una specie di spaventoso terrore, e la fine di Alarico gli era sempre presente. La religione cristiana, a cui egli non credeva, ma che pure, pel numero grande de' suoi credenti e per la sua propria natura, esercitava su tutti una straordinaria azione, anche a lui ispirava un'istintiva, misteriosa, irresistibile reverenza. A coloro che in nome di essa autorevolmente gli parlavano, pareva che non sapesse più che cosa rispondere: restava confuso. E fu quando era in queste disposizioni d'animo, che gli venne annunziata una solenne ambasceria, arrivata da Roma, e della quale facevano parte l'ex-console Avieno, l'ex-prefetto Trigezio. La guidava lo stesso capo venerabile della cristiana religione, il successore di Pietro, il rappresentante di Dio sulla terra, Leone I, il vescovo di Roma, l'uomo forse più grande in quel secolo.

Nato da genitori romani, egli univa al suo spirito altamente cristiano l'antico spirito di Roma. Da questa unione nasceva e si determinava in lui per la prima volta chiaramente il concetto della chiesa universale cristiana, quale possiamo leggerlo anche oggi formulato ne' suoi discorsi. «S. Pietro e S. Paolo sono, egli diceva, i Romolo e Remo della nuova Roma, tanto superiore all'antica, quanto la verità è superiore all'errore. Se Roma antica fu alla testa del mondo pagano, S. Pietro, il principe degli apostoli, venne ad insegnar nella nuova Roma, perchè da essa si diffonda sulla terra la luce del Cristianesimo.» Questo concetto ricorre continuamente nei suoi discorsi semplici, chiari, precisi, pieni di senno pratico. Essi non hanno nulla della passionata sottigliezza teologica dei Greci, anzi non si occupano di teologia. Parlano assai poco dei santi e della Vergine, molto invece di Gesù Cristo; raccomandano la carità, condannano l'usura. E quando le questioni teologiche si presentavano inevitabili, egli non disputava, ma, con uno sguardo sempre sicuro, vedeva quale, fra le opposte dottrine, era destinata a trionfare nell'interesse della fede e della Chiesa, e la proclamava senza esitare. Non fu solo una grande intelligenza, ma sopra tutto un grande carattere. Mirabile è l'energia, la fermezza incrollabile di volontà, con la quale, in mezzo alla tumultuosa, disordinata agitazione di quel secolo, sostenne l'unità e l'autorità della Chiesa di Roma, fondata da S. Pietro, che solo ebbe da Dio la facoltà di legare e di sciogliere, e solo poteva trasmetterla ai suoi successori. Intorno ad essa vuole raccogliere tutto il mondo cristiano. «L'autorità regia e la ecclesiastica debbono, egli diceva, procedere d'accordo. La prima è data all'Impero per reggere i popoli e difendere la Chiesa, alla quale è affidato il governo delle anime. Esulta, o Roma, festeggia i natali di S. Pietro e S. Paolo, pei quali da maestra d'errore sei fatta discepola di verità, e messa alla testa del mondo, per tenere con l'opera della religione più alta ancora la tua dignità.» E questi pensieri non solo riempiono i suoi discorsi, i suoi scritti, ma animarono tutta quanta la sua vita, formarono, costituirono il suo carattere; lo misero al di sopra di tutti i suoi contemporanei. Leone I lavorò continuamente per sottomettere all'autorità del Papa, come capo della Chiesa romana i vescovi non solo dell'Occidente, ma quelli anche della Chiesa d'Oriente. È ben vero che, fin da quando il Concilio di Sardica (344) sottopose alla decisione di Roma la questione sorta in Oriente per la deposizione di Atanasio, i Papi cercaron sempre di fondare su questo caso speciale un diritto generale a favore dell'autorità superiore della Chiesa romana. Ma Leone I dedicò la vita intera a far riconoscere, a porre in atto questo principio, ed in parte vi riuscì, avendo investito in nome di S. Pietro un vescovo della Macedonia; il che voleva dire estendere la sua autorità ecclesiastica in tutta la Prefettura dell'Illirico, anche in quella parte di essa che apparteneva all'Oriente. Così apparecchiò l'avvenire, entrando per la via che doveva essere costantemente percorsa dai suoi successori, fino al raggiungimento dello scopo prefisso, di fare cioè di Roma la capitale della Chiesa universale. Ed è singolare davvero l'osservare come tutta la storia posteriore del Papato si trovi già quasi in germe nella mente superiore e nella volontà incrollabile di questo grande vescovo, e che da esso si vada lentamente svolgendo attraverso i secoli.

Era questi appunto l'uomo, il quale, animato da quella fede inconcussa che nulla teme, si presentò ad Attila, alla testa dell'ambasceria venuta da Roma, come il vero rappresentante della Città eterna, la personificazione vivente della Chiesa universale, e della sola vera religione, con la ferma persuasione che tutti ad essa, volenti o nolenti, dovevano obbedire. L'incontro ebbe luogo nella state del 452, presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il Papa veramente dicesse ad Attila. Certo è che, dopo il colloquio, con generale maraviglia, questi si ritirò. Qual parte abbiano avuto a promuovere una tale risoluzione le parole e l'autorità del Papa, quale invece v'abbiano avuto lo stato generale delle cose, e le condizioni difficili in cui l'esercito unno si trovava allora, non è possibile dirlo.

La leggenda s'impadronì del fatto, dando tutto il merito a Leone I. Alludendo a lui ed al vescovo Lupo, che gl'impedì di saccheggiare Troyes, Attila avrebbe detto: Io so vincere gli uomini; ma un leone ed un lupo hanno saputo conquistare il conquistatore. Un'altra di queste leggende fu resa immortale dal pennello di Raffaello, il quale ci rappresentò nelle sale vaticane Attila spaventato al vedere dietro del Papa, che tranquillamente s'avanza a cavallo e gli fa segno di retrocedere, S. Pietro e S. Paolo librati in aria, colle spade sguainate e fiammeggianti. Ma quello che rese ancora più singolare, circondandola di maggiore mistero, la ritirata di Attila, fu il fatto che, avendo poco dopo sposato una nuova moglie, finito appena il lauto banchetto nuziale, venne soffocato da una emorragia. Quella stessa notte l'imperatore Marciano disse d'aver visto in sogno l'arco di Attila spezzato. Gli Unni deposero nelle pianure d'Ungheria, sotto una tenda, il corpo del loro eroe, tagliandosi il viso col ferro, perchè vi scorresse sangue invece di lacrime. E intorno alla tenda correva rapidissima una squadra di cavalieri, cantando canzoni nazionali, le quali celebravano le doti dell'estinto, e deploravano che fosse morto, non per mano nemica, non in mezzo ai pericoli di guerra, ma fra i piaceri e la gioia; e quindi non v'era contro chi vendicarlo.[21] Per gl'Italiani Attila restò sempre il Flagellum Dei, e tale ce lo rappresentano le loro leggende. Quelle degli Ungheresi, degli Scandinavi e anche dei Teutonici ne esaltano invece le gesta. Dopo la improvvisa sua morte, il vastissimo regno si decompose e scomparve colla stessa rapidità con cui s'era formato.

Se l'ambasceria di papa Leone è il primo fatto che ci renda visibile la enorme potenza morale che andava assumendo il Papato, la battaglia contro gli Unni, che fu chiamata di Châlons, quantunque avvenuta assai lungi da questa città, fu a giusta ragione considerata come l'ultimo fatto eroico dell'Impero di Roma. La vittoria essendo stata attribuita al generale Ezio, questi fu tenuto come il salvatore dell'Impero, sebbene non si fosse poi fatto vivo quando gli Unni s'avanzarono in Italia. Certo esso era un gran capitano, di valore strategico singolare, di straordinaria forza muscolare: era perciò instancabile nel lavoro, che pareva gli aumentasse energia, come si legge nel suo panegirico. Ma la grande fortuna che ebbe e gli eminenti servigi che rese all'Impero, ne aumentarono l'ambizione a segno tale, che voleva farla addirittura da padrone, e si rese quindi sempre più insopportabile a Valentiniano III, il quale era senza figli maschi, e gli aveva promesso in isposa la propria figlia. Ma ora che non aveva più la paura degli Unni, divenuto orgoglioso e intollerante, mandava in lungo l'adempimento della fatta promessa, per la quale Ezio insisteva con tale alterigia, che l'Imperatore meditò di liberarsene, come Onorio s'era liberato di Stilicone. Verso la fine del 454 lo invitò al suo palazzo in Roma, e quando egli tornò ad insistere sul promesso matrimonio, Valentiniano gli saltò addosso ferendolo colle proprie mani, ed aiutato subito da sicari ivi apprestati, lo finirono. Procopio racconta che, avendo l'Imperatore chiesto ad un Romano, se credeva che avesse fatto bene o male a disfarsi di Ezio, gli fu risposto: — Se bene o male non saprei; certo è però che con la sinistra voi avete tagliato la vostra destra. — E così fu veramente.

L'anno seguente Valentiniano venne ucciso nel Campo Marzio, mentre guardava i giuochi atletici, da due soldati, i quali vollero vendicare il loro generale, ed uccisero poi anche l'eunuco Eraclio, che aveva ordito il tradimento, facendo la parte stessa di Olimpio contro Stilicone. Con Valentiniano si estinse affatto la dinastia di Teodosio, la quale aveva governato settantaquattro anni in Oriente (379-453), e sessantuno in Occidente (394-455). Cominciava così per l'Impero un'epoca nuova, la quale si può dir veramente il principio della fine. Già la rapida decomposizione cui esso andava incontro appariva sempre più chiara nello straordinario potere politico, che erano andate assumendo le donne da un lato, i generali dall'altro. Dopo la morte d'Arcadio aveva di fatto governato Pulcheria, la quale ridusse la Corte ad un convento, e prese poi a compagno Marciano, che era un capitano valoroso. In Occidente aveva lungamente governato Placidia, e sotto di lei erano divenuti potentissimi Bonifazio ed Ezio, il quale ultimo, rimasto solo, divenne onnipotente fino a che non fu levato di mezzo a tradimento. Colla estinzione della casa di Teodosio quei generali simili a capitani di ventura divennero sempre più frequenti nell'Impero d'occidente, e ne affrettarono la precipitosa rovina. Intanto ora la sede di esso era vacante, ed i Vandali s'avanzavano minacciosi, facendo escursioni continue nella Sicilia, nella Corsica, nella Calabria e più oltre ancora, senza che qualcuno fosse in grado di opporvisi.

CAPITOLO X Massimo Imperatore — I Vandali saccheggiano Roma — Ricimero, Oreste ed Augustolo

Nel marzo 455 venne eletto imperatore Petronio Massimo, senatore romano, che era già stato Console e Prefetto: un uomo di circa sessant'anni, ritenuto avverso alla dinastia di Teodosio, e però a molti assai poco gradito. Questo malumore venne aggravato dal fatto che egli accolse subito fra i suoi protetti i due uccisori di Valentiniano, il che fece nascere il sospetto che avesse tenuto mano all'assassinio, di cui ora profittava. S'aggiunse che volle per forza sposare la giovane Eudossia, la quale aveva soli trentaquattro anni; era figlia di Teodosio II, vedova di Valentiniano III, ed avversissima ad unirsi con un vecchio, creduto assassino del proprio marito. Tutto ciò fece al solito nascere la leggenda che, per vendetta, ella avesse invitato a venire in Italia i Vandali, i quali allora presero e saccheggiarono Roma. Ma questa notizia, che è data da Procopio, è ignota affatto ai contemporanei, o è ricordata da qualcuno di essi con un semplice si dice. Il tempo che sarebbe corso fra la chiamata e la venuta dei Vandali è troppo breve, per potere dar fede alla leggenda. Il dubbio è poi confermato anche dal fatto, che Eudossia non fu risparmiata, ma venne menata in Africa, prigioniera colle due sue figlie. In ogni modo neppure qui v'è bisogno di artificiose spiegazioni, giacchè l'invito d'avanzarsi veniva ai Vandali, che già più volte avevano fatto scorrerie sulle coste dell'Italia meridionale, dallo stato d'anarchia in cui si trovava adesso Roma, priva d'ogni mezzo di difesa, incapace affatto di qualunque resistenza. I Vandali, uniti ai Mori d'Africa, coi quali avevano ingrossato il loro esercito, erano divenuti una specie di pirati, che mettevano terrore nel Mediterraneo; e le loro selvagge crudeltà venivano esagerate dalla leggenda. Si raccontava, fra le altre cose, che quando non potevano subito prendere una città, facevano strage nel contado, accumulando i cadaveri sotto le mura di essa, perchè vi scoppiasse la peste, che obbligava poi la popolazione ad arrendersi; come se in questo caso non sarebbero stati essi i primi a soffrirne. Certo è che distruggevano le chiese, trucidavano o pigliavano prigionieri i prelati, i vescovi: spesso anche li menavano schiavi. La parola vandalismo è perciò rimasta nel linguaggio comune.

Per tutte queste ragioni, quando si seppe che i Vandali erano alle bocche del Tevere, vi fu a Roma come un timor panico, non avendo l'imperatore Massimo provveduto a nulla addirittura per la difesa delle mura. Egli non seppe far altro che dichiarare di lasciar libero chiunque volesse abbandonare la Città, apparecchiandosi egli stesso alla fuga. Ma di fronte a questa condotta vigliacca lo sdegno del popolo romano fu così grande, che ne scoppiò un tumulto violentissimo. L'Imperatore venne ucciso, ed il suo cadavere, fatto a brani, con grida feroci d'imprecazione fu portato in giro per le vie, e poi gettato nel Tevere. Intanto la Città restava senza Imperatore, senza governo e senza difesa, contro un barbaro nemico, che rapidamente s'avanzava. Il disordine e l'anarchia furono al colmo. V'erano amici della dinastia teodosiana, che maledicevano l'elezione di Massimo; pagani, che si rivolgevano agli antichi Dei; cattolici, che di ciò restavano inorriditi, e prevedevano la vicina vendetta di Dio; barbari soldati in armi, i quali, essendo ariani, invece d'apparecchiarsi alla difesa, stavano a guardare che cosa stessero per fare i Vandali, ariani anch'essi.

In mezzo a questo spaventoso disordine, una sola voce si alzò ferma, dignitosa, sublime, e fu anche questa volta quella di Leone I. In uno de' suoi più celebri discorsi, fatto nel giorno di S. Pietro e S. Paolo, egli esclamava: «Umilia il dirlo, ma non si può tacere, che si ricorre adesso più ai demoni ed agl'idoli, che agli Apostoli, e più attenzione si presta ai nuovi spettacoli che ai beati martiri. Ma chi difende, chi salva questa Città, i giuochi del circo o la fede nei Santi? Tornate al Signore, intendendo le cose mirabili che Esso ha operato per noi, riconoscendo la nostra libertà non già, secondo l'opinione degli empi, dalla influenza degli astri, ma dalla misericordia dell'onnipotente Iddio, che s'è degnato di mitigare il cuore dei furenti barbari.» Questo discorso, che secondo alcuni (Papencordt) si riferisce appunto alla venuta dei Vandali, e secondo altri (Baronio e Milman) alla invasione degli Unni, ci descrive in ogni modo qual'era in Roma, nella metà del secolo quinto, lo stato degli animi, e quale la condotta del Papa. Anche questa volta Leone I fu il solo che osò uscire dalla Città per affrontare i barbari; ma con Genserico non potè ottenere lo stesso resultato che aveva avuto con Attila. I Vandali, insieme coi Mori anche più selvaggi, erano già vicini alla Città eterna, assetati di preda e di sangue. Fu tuttavia promesso che le chiese cristiane non sarebbero state bruciate, che sarebbe stata risparmiata la vita di coloro che non avessero fatto resistenza.

Pochi giorni dopo la morte di Massimo, i Vandali entrarono in Roma (giugno 455), aiutati, a quanto pare, dal tradimento d'un barbaro ariano, che avrebbe insegnato loro la via più facile. Per quattordici giorni la Città andò a sacco; e tutto ciò che avevano di prezioso il palazzo imperiale e i tempii pagani fu messo sulle navi e portato via: oro, argento, pietre preziose, un gran numero di statue greche e romane. Lo stesso si fece nella Campania. Furono imbarcati anche i sacri e venerati arredi, che dal tempio di Gerusalemme erano stati portati in trionfo a Roma, e che si vedono ancora oggi scolpiti sull'Arco di Tito. Sebbene questo fatto sia stato messo in dubbio, esso trova conferma nel racconto di Procopio, il quale narrò più tardi, che Belisario li tolse in Africa ai Vandali, e li portò a Costantinopoli. Certamente si può credere che la rovina generale di Roma per opera dei Vandali, quale alcuni la descrivono, sia esagerata, come è provato dal fatto che, dopo la loro partenza, la Città si trovava tuttavia piena di chiese e di monumenti splendidi. Ma è certo pure, che dai tempi di Brenno in poi, essa non aveva sopportato mai uguale sventura e vergogna. Insieme colle statue, coi metalli e colle pietre preziose, i Vandali portaron via moltissimi prigionieri, la più parte dei quali ridussero in ischiavitù. E fra questi prigionieri v'erano, oltre un gran numero di religiosi, anche l'ex-imperatrice Eudossia con le due figlie Eudocia e Placidia. La prima di esse venne poi da Genserico data in isposa al suo figlio Unnerico, che così mescolava il sangue vandalico con l'imperiale; la seconda invece fu con la madre tenuta sette anni in onorevole prigionia, per essere finalmente rimandate entrambe in Costantinopoli all'imperatore Leone, che da lungo tempo le richiedeva. Tutti gli altri prigionieri vennero divisi come schiavi fra i barbari conquistatori, separati i genitori dai figli, i mariti dalle mogli. Grandi furono le loro sofferenze, alleviate solo dalla carità veramente eroica del vescovo Deogratias in Cartagine. Egli trasformò le chiese in ospedali per i prigionieri ammalati; vendette gli arredi sacri d'oro o argento, i vasi preziosi, per comprare e liberare gli schiavi, riunire i figli ai genitori, i mariti alle mogli. La sua chiesa divenne l'infermeria generale, nella quale egli, vecchio com'era, assisteva giorno e notte i malati, fino a che ne morì di fatica e di stento. I suoi fedeli lo seppellirono allora devotamente in luogo segreto, per metterlo al sicuro dalle violenze ingiuriose dei barbari. E così, in mezzo alla spaventosa rovina del mondo romano, solo i rappresentanti della religione e della Chiesa sapevano dar prova di umana dignità e di eroica grandezza. Certo è che col sacco dato dai Vandali, l'antica Roma è caduta, la nuova già comincia a sorgere, facendo prova d'una grandezza diversa, ma non meno ammirabile. La gloria del Campidoglio più non esiste, comincia quella del Vaticano.

Lo sgomento in cui rimase l'Italia, dopo la partenza dei Vandali, fu tale, che per alcuni mesi essa non pensò punto ad eleggersi un nuovo Imperatore. Se ne occupò invece il re dei Visigoti, Teodorico II, il quale, secondato dall'aristocrazia gallo-romana, radunata in Arles, e dall'esercito romano, fece eleggere Avito, che nel luglio del 455 assunse la porpora. Questi era un nobile dell'Auvergne, valoroso soldato di Ezio, che per mezzo suo era riuscito a concludere l'alleanza dei Visigoti coi Romani contro Attila. Ma la sua elezione, come quella che rappresentava la prevalenza della provincia e dei barbari, piacque poco a Roma ed al Senato, sebbene venisse approvata a Costantinopoli.

Il pericolo maggiore per tutto l'Occidente, veniva adesso dai Vandali; e perciò contro di essi Avito mandò il valoroso generale Ricimero, figlio di padre svevo e di madre gota, il quale era loro acerrimo nemico, e si mosse subito a combatterli. Nel 456 ottenne contro di essi una clamorosa vittoria, secondo alcuni nelle acque della Sardegna, secondo altri, della Corsica; ma in verità par che si combattesse presso l'una e presso l'altra isola. Questa vittoria fece di Ricimero un uomo più potente dello stesso Imperatore.

Egli si trovò a un tratto nella condizione medesima di Stilicone e di Ezio. Se non che, fatto accorto dalla esperienza del passato, pensò di non lasciarsi, come era seguito ad essi, disfare dagl'imperatori; ma invece disfarsi egli di loro appena che li vedeva divenire a lui pericolosi. E così, l'un dopo l'altro, ne mandò via dal mondo quattro, sostituendoli con sue creature, alle quali serbava sempre la stessa sorte. E fu questo il processo della finale distruzione dell'Impero d'Occidente, che, per mezzo appunto di Ricimero, passò definitivamente in mano dei barbari. Ciò avvenne non solo perchè un generale barbarico come lui faceva e disfaceva a sua posta gl'imperatori, ma ancora perchè, lasciando egli correre più mesi tra la morte dell'uno e l'elezione dell'altro, l'Occidente restava qualche tempo senza un proprio sovrano. E questi lunghi interregni finirono col persuadere, che si poteva facilmente fare a meno di un Imperatore, sostituendovi un barbaro, ciò che avvenne poi con Odoacre, che assunse il potere in suo proprio nome.

Primo a subire il duro destino che Ricimero serbava ai suoi eletti, fu Avito. Quando egli s'avvide che a Roma non trovava favore, che il barbaro faceva da padrone, si sentì come mancare il terreno sotto i piedi, e pensò d'andarsene nella Gallia, dove era stato eletto, per raccogliere colà un esercito e tornare con esso in Italia, sperando così di potersi meglio raffermare sul trono. Ma questo suo intendimento accrebbe invece le antipatie dei Romani, ai quali non poteva certamente piacere il vederlo andare a cercare aiuto nella provincia, diffidando della capitale. E nell'ottobre del 456 Ricimero potè arrestarlo a Piacenza, costringendolo poi a prendere la tonsura ed a farsi vescovo. Il potere imperiale si trovò allora nelle sue mani, fino a che egli non si decise a far eleggere un successore.

Uno stato di cose affatto simile si riproduceva quasi contemporaneamente in Costantinopoli, per arrivare però ad opposti resultati. Dopo la morte di Marciano, si poteva dire anche in Oriente estinta ogni traccia della dinastia di Teodosio. Il potere effettivo cadde del pari nelle mani d'un generale barbarico, Aspar, il quale era ariano e comandava i soldati goti. Ciò nonostante, egli fece eleggere imperatore Leone I, valoroso soldato della Dacia, ortodosso, che fu acclamato dall'esercito il 7 febbraio 457. Questi assunse la porpora e fu consacrato dal patriarca di Costantinopoli, consacrazione che era un fatto assolutamente nuovo. Si volle forse con essa supplire alla mancanza d'ogni titolo ereditario. Non parendo che bastasse la sola acclamazione dell'esercito, si dette alla Chiesa un'autorità che essa non aveva mai avuta in passato, e della quale seppe meravigliosamente profittare nell'avvenire. Se ne avvantaggiò intanto il nuovo Imperatore, che ben presto dimostrò di essere un uomo atto più a disfare gli altri che a lasciarsi disfare.

Vedendo che l'Italia dal 456 ai primi mesi del 457 era rimasta senza imperatore, egli propose che s'eleggesse Giulio Valerio Maioriano. Questi era stato un altro valoroso soldato di Ezio, era amico di Ricimero; e dopo aver con onore combattuto i Vandali, l'aveva aiutato a deporre Avito, ricevendone in compenso la nomina di Magister militum. La proposta della sua elezione fu subito accolta con favore, non tanto da Ricimero, che in sostanza pareva più che altro piegarsi per prudenza alla volontà di Leone I, quanto dai Romani e dal Senato, i quali, dopo un imperatore straniero come Avito, ne vedevano assai volentieri uno che tenevano dei loro. E così il 1º di aprile, presso Ravenna, Maioriano prese la porpora, e subito dopo scrisse al Senato una lettera nella quale, con un linguaggio degno degli antichi tempi di Roma, assicurava che la giustizia, la virtù, la lealtà avrebbero sotto di lui trionfato. E fece quanto potè per mantenere la promessa. Cercò di sollevar le province dalle troppo gravi tasse, sopra tutto dagli arbitrii del fisco, che le rendeva ancora più incomportabili; e tutte le sue leggi furono ispirate da questi nobili sentimenti. Egli sapeva d'essere stato messo sul trono con uno scopo più militare, che politico; appoggiandosi quindi al Senato ed ai Romani, cominciò col tenere a freno le province, sopra tutto i Visigoti, verso i quali die' prova di grande energia in una spedizione che fece nella Gallia.

Il pericolo dominante erano però sempre i Vandali. A combatterli, nell'interesse dell'Occidente e dell'Oriente, egli s'apparecchiò per tre anni continui, cercando di mettere insieme un poderoso esercito, che venne ingrossato ancora cogli aiuti mandati da Costantinopoli. Apparecchiò una flotta di 300 navi, essendo suo intendimento andare nella Spagna, e di là passare poi in Africa. Ma le difficoltà furono assai maggiori che non pensava. Ricimero sembrava starsene a guardare senza aiutarlo; i Visigoti nella Spagna gli si mostravano avversi. Genserico, sempre minaccioso e forte, devastò la costa africana, perchè il nemico non vi trovasse vettovaglie, ed avvelenò anche l'acqua dei pozzi. Ma quello che è più, riuscì a forza d'astuzie e di tradimenti ad impadronirsi d'una parte della flotta di Maioriano, ed a distruggerne il resto. Se questi fosse riuscito nella sua impresa contro i Vandali, sarebbe certo divenuto potentissimo, ed avrebbe annullato la forza e l'autorità di Ricimero. Ma successe invece il contrario: fu vinto, e dovette ritirarsi umiliato. Traversando la Gallia, venne poco a poco abbandonato dai suoi alleati; e giunto al di qua delle Alpi, colla propria guardia, fu il 2 agosto del 461, a Tortona, affrontato, disfatto ed ucciso dai soldati di Ricimero, che di nuovo restò solo padrone in Italia.

Nel novembre egli fece eleggere Libio Severo, che stette quattro anni sul trono; ma di lui non si sa nulla, giacchè par che Ricimero continuasse a farla da padrone. Genserico intanto, il quale non aveva mai dimenticato la rotta che da questo aveva avuta nel '56, cercava ora di rendergli avverso Leone I, con la speranza, dopo averli prima o poi separati del tutto, di riuscire a far eleggere in Occidente un imperatore di suo gradimento. A tal fine aveva già mandato a Costantinopoli Eudossia con la figlia. Ma Ricimero sapeva anche giocare d'astuzia; e quando dopo la morte di Severo (novembre 465) l'Italia era restata diciotto mesi senza imperatore, e Leone I mostrò desiderio che venisse eletto Procopio Antemio, egli, pigliando la palla al balzo, lo fece subito eleggere (467), e poco dopo ne sposò la figlia. Così l'Oriente e l'Occidente si trovarono invece nuovamente alleati, e si cominciarono insieme grandi apparecchi di guerra, per farla una volta finita coi Vandali. Si narra che a Costantinopoli raccogliessero 130,000 libbre d'oro e mille navi, che partirono con 100 mila uomini nella primavera del 468. A questa impresa però, con tanta cura apparecchiata, nocque assai l'attitudine ostile dei due generali barbari, onnipotenti l'uno a Roma, l'altro a Costantinopoli. Essi temevano che la vittoria aumentasse, a loro grave danno, l'autorità dei due Imperatori. E quindi Ricimero colla sua opposizione fece sì che Maioriano mandasse poca gente all'impresa, alla quale Aspar metteva dal suo lato più ostacoli che poteva. Fu lui che appoggiò l'infelice idea d'affidare la direzione della guerra a Basilisco, affatto incapace, ma fratello della imperatrice Verina che lo aveva proposto. E così, nonostante il numero preponderante ed il valore grandissimo dimostrato dai soldati romani, l'impresa andò a male, per gl'inesplicabili errori commessi dai generali, sopra tutto da Basilisco. La pubblica fama accusò di tradimento Aspar e più ancora Ricimero, il quale in un momento decisivo avrebbe, così almeno si diceva, impedito che andassero in Africa i rinforzi, necessari ad assicurare il resultato dell'impresa.

Le conseguenze di questa guerra furono molte e gravi. L'orgoglio dei Vandali ne crebbe a dismisura, l'Oriente ne sentì il danno finanziario per moltissimi anni; ma quello che è più, le relazioni tra Leone I ed Aspar s'inasprirono per modo da rendere inevitabile un'aperta rottura. Aspar andava da un pezzo divenendo sempre più insolente. S'era fatto promettere, che uno de' suoi figli sarebbe stato assunto dall'Imperatore a compagno nel governo, e più volte richiese con modi poco rispettosi l'adempimento della promessa. Queste sue pretese destavano nella popolazione vivissimo scontento anche perchè egli era ariano. S'abbandonò poi a una vita dissoluta, e nell'ultima guerra aveva, come vedemmo, per sua colpa messo a gravissimo pericolo l'Impero. A tutto questo s'aggiungeva che egli non aveva nè l'audace energia, nè il valore di Ricimero; che Leone I non era uomo da rassegnarsi a rimanere strumento passivo nelle mani d'un suo generale; e i barbari non potevano mai sperare d'acquistare in Oriente la forza che avevano in Occidente. Consapevole di tutto ciò, l'Imperatore aumentò nel suo esercito il numero degl'Isaurici, montanari indipendenti e valorosi del Tauro. Con essi cominciò subito a porre un argine alla prepotenza dei Goti e degli altri soldati germanici; e quando nel 471 gli parve giunto il momento opportuno, per mezzo di questi suoi nuovi soldati, e di Tarasicodissa loro capo, che poi gli successe nell'Impero col nome di Zenone, fece uccidere Aspar. Ordinò anche l'uccisione dei tre figli di lui; ma uno si trovava lontano, un altro si riebbe dalle ferite avute, e quindi ne morì uno solo. Per questi fatti a Leone I fu dato il titolo di Macellus. Egli s'era però liberato da un padrone incomodo e minaccioso, liberando l'Impero dalla prepotenza dei Goti e dei loro compagni.

In Italia le cose finirono assai diversamente. Ogni giorno cresceva la discordia fra Ricimero e l'imperatore Antemio, che pubblicamente si doleva d'aver dovuto dare sua figlia in isposa ad un barbaro ancora vestito di pelli. Anche qui un conflitto era quindi divenuto inevitabile; se non che la forza e l'accortezza del generale barbarico erano assai preponderanti. Ricimero trovavasi a Milano, alla testa d'un esercito, col quale nel 472 mosse addirittura all'assedio di Roma, dove era Antemio, che aveva sempre il favore d'una parte della popolazione. Nell'esercito assediante si trovava Olibrio, un romano, che Ricimero voleva far salire sul trono dopo d'aver deposto Antemio. E così si vide un generale dell'Impero assumere la parte d'Alarico, assediando la Città eterna, dentro la quale era l'Imperatore stesso. L'assedio durò alcuni mesi, e finalmente Ricimero entrò in Roma, che s'arrese, parte per fame, parte per tradimento. Antemio fu ucciso l'11 luglio 472; poco dopo lo stesso Ricimero morì di emorragia (18 agosto), e ben presto lo seguì nella tomba Olibrio (28 ottobre). Così ebbe fine il lungo, confuso e penoso dramma di Ricimero, che lasciò tuttavia dietro di sè un breve strascico di avvenimenti non molto diversi da quelli finora narrati.

Egli era stato per sedici anni il padrone dell'Italia, che per opera sua venne in piena balìa dei barbari. In ciò sta anzi il suo vero carattere storico. Egli fu il precursore di Odoacre e di Teodorico, che sono ora per sorgere sulla scena: quasi anello di congiunzione fra di essi e i generali Stilicone ed Ezio. Durante la sua vita l'Italia si assuefece a vedere il potere effettivo esercitato da un barbaro, spesso anche senza pur l'ombra di un Imperatore, che questo potere esercitasse almeno di nome. E non solo essa venne allora in piena balìa dei barbari, ma si andò sempre più staccando dall'Africa, dalla Spagna, dalla Gallia, per costituire una nuova unità politica. I vari elementi che costituivano ancora l'Impero, l'esercito, cioè, il governo di Costantinopoli e quello di Ravenna, finirono col venire fra di loro a conflitto, chiudendo un'epoca, iniziandone un'altra.

Pareva che a Ricimero, nella stessa singolare condizione, collo stesso potere, dovesse succedere il nipote Gundobaldo, un soldato burgundo, venuto in Italia per far fortuna coll'aiuto dello zio. Dopo aver lasciato per cinque mesi vacante il trono d'Occidente, egli fece nominare imperatore Glicerio, che era Comes domesticorum, e fu proclamato a Ravenna il 5 marzo 473. Ma ora appunto scoppiò il dissenso con Costantinopoli, dove essendo vicino a morte Leone I, sua moglie Verina, sempre inframmettente, fece nominare imperatore d'Occidente Giulio Nepote, suo parente, che però rimase in Oriente fin verso la metà del 474. Giunto in Italia, esso venne acclamato il 24 giugno di quell'anno, e vediamo scomparire dalla scena Gundobaldo, che pare andasse a prendere il posto di suo padre, re dei Burgundi, allora morto. Glicerio scomparve anch'esso, senza che si sappia nè come, nè perchè. Certo è solo che fu costretto a lasciarsi consacrare vescovo in Dalmazia, e che non molto dopo morì.

Del governo di Giulio Nepote, che pur rappresenta la fine di un periodo storico, sappiamo assai poco. Imposto da Costantinopoli per opera del partito che aveva colà vinto i barbari, non piaceva punto all'esercito, che in Italia era barbarico ed aveva eletto Glicerio. Il fatto più notevole del suo regno fu la pace conclusa coi Visigoti della Gallia. Con essa, per salvare l'Italia dalla guerra, egli concedeva a quei barbari ariani l'Auvergne, che dopo essersi validamente difesa, voleva rimanere unita all'Impero. E ciò gli fece perdere la stima dei Romani, senza fargli riguadagnare quella dei barbari, che già aveva perduta. Così lo scontento andò sempre crescendo, e finalmente scoppiò una nuova ribellione, della quale, come per forza naturale dalle cose, si trovò a capo il generale Oreste. Questi non ebbe nessuna difficoltà, ora che l'Impero d'Oriente era in gravissimi disordini, a vincere Nepote, che, assalito a Ravenna, si rifugiò nell'agosto del 475 a Salona. Colà si trovava probabilmente ancora vivo Glicerio, che da lui era stato vinto e costretto a divenir vescovo in quella stessa città della Dalmazia.

Oreste è l'ultimo di quei generali, che per molti anni fecero e disfecero gl'Imperatori, tenendo nelle loro mani il potere, fino a che non lo lasciarono addirittura ai soli barbari. E questo definitivo mutamento fu compiuto appunto per mezzo suo. Nato nell'Illirico, egli era d'origine romana, e tale era anche sua moglie. Aveva però dimorato lungamente presso Attila, che lo aveva, come vedemmo, mandato ambasciatore a Costantinopoli. S'andò così immedesimando sempre più coi barbari; ed è questa forse la ragione per la quale, riuscito come i suoi predecessori barbarici ad impadronirsi del potere, non osò neppur lui assumere la porpora. Osò invece attuare quello che era stato il disegno invano vagheggiato lungamente da Stilicone e da Ezio. Fece cioè eleggere imperatore suo figlio, il quale non era vissuto coi barbari, da parte di madre era più romano di lui: portava il nome di Romolo Augusto, che per la sua giovane età, venne mutato in quello alquanto dispregiativo di Romolo Augustolo. E così, come per ironia della sorte, colui che fu l'ultimo imperatore d'Occidente, portava il nome del primo re e del primo imperatore di Roma.

Sembrerebbe che Oreste, alla testa dell'esercito, col figlio ancora minorenne dichiarato imperatore, avesse dovuto sentirsi in una posizione incrollabile, tanto più che ora appunto Genserico, divenuto vecchio, s'era indotto a concludere con Ravenna e con Costantinopoli una pace, per la quale, durante due generazioni, l'Occidente e l'Oriente furono lasciati tranquilli dai Vandali. Ma invece il germe della debolezza era nascosto appunto là dove pareva che dovesse essere l'origine della forza. Le qualità di romano e di barbaro non si potevano facilmente immedesimare; una delle due doveva soccombere. In Stilicone noi vedemmo il barbaro soccombere al romano; in Oreste, pei tempi mutati, avvenne il contrario. L'esercito, alla testa del quale egli si trovava, era composto di molti e vari elementi: Turcilingi, Sciri, Eruli, che tutti poco differivano dai Goti. Questi barbari erano andati da principio aumentando, mediante una continua infiltrazione; ed ora che essi formavano addirittura l'esercito imperiale in Italia, volevano prendervi stabile dimora, assicurandosi nella pace e nella guerra la propria sussistenza, come era seguito in altre province occidentali dell'Impero. Chiesero perciò il terzo delle terre. Ma qui appunto nacque il conflitto, che doveva portar la rovina d'Oreste. La concessione delle terre voleva dire la permanente dimora dei barbari nell'Italia, lasciata in loro balìa. A questo passo Oreste, che era e si sentiva di origine romana, non potè decidersi, anzi deliberatamente si oppose. Ne nacque allora una ribellione dei soldati che lo abbandonarono, levando sugli scudi Odoacre (23 agosto 476), un barbaro dell'esercito di Ricimero, con cui aveva assediato Roma. Egli promise di dare ai soldati quello che avevano chiesto, e che era stato loro negato. Oreste dovette fuggirsene a Pavia, dove fu inseguito dal suo rivale, e donde potè a mala pena scampare. La città venne messa a sacco con una strage che durò due giorni interi, e cessò solamente quando giunse la notizia che il 28 agosto 476 Oreste era stato preso ed ucciso a Piacenza. Questa tragedia somiglia molto a quella di Stilicone, nel 408 avvenuta nella stessa città. Allora però il grido era stato: morte al barbaro; ora invece era: morte al romano.

Odoacre corse a Ravenna, dove trovò il misero Augustolo, ultimo avanzo della imperiale romanità. Non lo uccise, ma lo confinò nella villa Lucullana a Pizzofalcone,[22] presso l'antica Napoli, con una pensione di 6000 solidi. Colà questi visse tranquillo, non si sa bene quanto tempo, e si adoperò, come vedremo, ad agevolare il trionfo di Odoacre. Dopo poco tempo morì Genserico, ed anche questo contribuì molto a rendere più sicura la condizione di Odoacre, col quale si chiude l'antichità e s'inizia finalmente il Medio Evo. L'Impero d'Occidente è caduto, la storia d'Italia incomincia.

LIBRO SECONDO GOTI E BIZANTINI

CAPITOLO I Odoacre

Odoacre era nato nel 433, e si trovava ora, a 46 anni, alla testa d'un esercito composto di popolazioni diverse, ognuna delle quali pretendeva che fosse suo connazionale. I più lo dicono Sciro, e qualcuno lo suppone figlio di quell'Edecone che insieme con Oreste vedemmo ambasciatore di Attila a Teodosio II. Certo era di quei barbari che a tempo di Attila si unirono agli Unni, separandosene poi alla sua morte. Era ancora assai giovane, quando con una banda di suoi seguaci si mosse a cercar fortuna in Italia. Traversò allora il Norico, provincia che per trent'anni (453-82) fu desolata, saccheggiata, abbandonata all'anarchia. Ivi non esisteva più nessuna forma di governo, e la sola autorità rimasta a mantenere in vita la società, pareva che fosse quella di S. Severino, il quale dal suo chiostro, nella solitaria cella, esercitava una prodigiosa azione morale sulle moltitudini, che volontariamente gli obbedivano. Ed in quella piccola cella, così narra la leggenda, entrò Odoacre, che era allora un uomo ignoto. Dovette piegarsi, perchè era assai alto, e chiese la benedizione del Santo, il quale, dopo avergliela data, disse: — Vade ad Italiam, chè, sebbene tu sia vestito di vilissime pelli, ti aspetta colà grande fortuna. — Fra il 460 ed il 470 Odoacre infatti era già in Italia, e nel '72 combatteva nell'esercito di Ricimero sotto le mura di Roma. Nel '76 i suoi soldati lo levarono, come vedemmo, sugli scudi, e prese il posto di Oreste e di Augustolo ad un tempo. L'ufficio d'Imperatore d'Occidente, già ridotto ad un'ombra, per la soverchiante potenza dei generali che ne facevan le veci, è ora scomparso affatto nel barbaro che ne ha usurpato il posto. E per la prima volta nella storia del mondo, apparisce l'Italia come una nuova unità politica, indipendente. Ma un barbaro, che comandava in essa alla testa di un esercito di barbari, era un fatto talmente privo d'ogni precedente, che non si vedeva su quale base legale si potesse fondare la sua autorità. Odoacre non osò quindi assumere il titolo nè d'Imperatore, nè di re d'Italia; non fu che un re di barbari. E con quale diritto poteva egli allora comandare nella Penisola, sede antica dell'Impero?

Il solo vero e legittimo sovrano era adesso a Costantinopoli, ed a lui, tra il 477 e 478, si presentarono perciò due solenni ambascerie. L'una veniva da Salona, in nome di Nepote, che chiedeva d'essere reintegrato nei suoi diritti a Ravenna, di dove era stato colla violenza cacciato. L'altra veniva in nome del Senato e di Augustolo, il quale, assai probabilmente secondo un patto già prima stipulato con Odoacre, cercava ora ricompensarlo dell'avergli esso lasciato la vita nel privarlo del trono. Infatti gli oratori di questa seconda ambasceria erano venuti per dire, che i Romani non sentivano nessun bisogno d'avere un loro proprio Imperatore, bastandone uno solo per l'Oriente e per l'Occidente.[23] Odoacre avrebbe potuto governare l'Italia col titolo di Patrizio, in nome dell'Imperatore, a cui rimandava perciò le insegne imperiali, ornamenta Palatii.

In Costantinopoli a Leone I era nel 474 successo il nipote Leone II. Questi essendo ancora un giovanetto, restò sotto la reggenza del padre Tarasicodissa, che i Greci chiamarono Zenone, e che, morto ben presto il figlio, divenne addirittura imperatore. Poco dopo insorse contro di lui Basilisco, monofisita, favorito dalla sorella Verina, vedova di Leone I, sempre intrigante, e lo cacciò dal trono, su cui fu nel 477 rimesso da una controrivoluzione ortodossa. Quando adunque, fra il 477 e '78, si presentarono a lui gli ambasciatori del Senato e di Augustolo, egli si trovò in una condizione molto difficile, perchè non voleva riconoscere Odoacre, che era fuori di ogni legalità; ma sentiva di non essere allora in grado di deporre chi s'era colla forza impadronito del potere in Italia. Ricorse perciò ad un mezzotermine diplomatico, di quelli che erano molto in uso presso i Bizantini. Ufficialmente rispose ai Romani: — Due imperatori vi furono mandati da Costantinopoli, Antemio e Nepote; il primo voi avete ucciso, il secondo deposto. Ora dovete rivolgervi a Nepote, che riman sempre in Occidente il solo sovrano legittimo e riconosciuto. — Se questa fu però la risposta ufficiale, scrivendo privatamente ad Odoacre, gli dava il titolo di Patrizio. In sostanza, accettando il fatto compiuto, intendeva fare ogni riserva sulla questione di diritto, tenendo ferma la sua propria autorità. Odoacre intanto assunse il governo d'Italia, teoricamente sotto la dipendenza di Costantinopoli, in realtà operando a suo modo, come principe indipendente.

Il primo e principale problema di cui si dovette subito occupare, fu la promessa divisione delle terre, promessa dalla quale aveva avuto origine il suo potere. In che modo questa divisione, nei suoi particolari, venisse fatta, noi non sappiamo. Tutto si riduce a semplici ipotesi. Certo è però che non si tratta di un sistema nuovamente introdotto, come molti supposero, in conseguenza della conquista. Invece esso fu in Italia ed altrove, la modificazione d'un sistema già prima esistente nell'Impero. E l'aggravio che ne venne alle popolazioni, fu assai più apparente che reale. L'esercito, in un modo o l'altro, era stato sempre a carico delle popolazioni, come a loro carico erano stati i molti sussidi che si davano ai barbari per tenerli tranquilli, e le enormi spese sostenute per le guerre dell'Impero. Dove i soldati venivano alloggiati, occupavano di diritto un terzo delle case dei loro ospiti, nelle quali anch'essi erano chiamati ospiti: e ciò naturalmente oltre le paghe che ricevevano. Quelli poi che erano lasciati permanentemente a difesa dei confini (limitanei) avevano, oltre l'alloggio, una parte delle terre, e le coltivavano per proprio conto. Se dunque i soldati di Odoacre, i quali erano l'esercito che doveva difendere l'Italia, avevano adesso un terzo delle terre, per coltivarle e vivere del prodotto di esse, questo in fondo non era qualche cosa di sostanzialmente nuovo. Bisognava però adesso mantenere i barbari, anche quando non prestavano servizio, e non solo gli uomini atti a portare le armi, ma i vecchi, le donne, i bimbi. E ciò in conseguenza d'una ribellione militare, che imponeva la sua volontà colla forza. Questo era veramente odioso, se anche non era effetto della invasione e della conquista.

Non bisogna però credere, che una tale divisione si facesse a un tratto per tutto, nè che dove si faceva, tutte le terre venissero divise. L'esercito di Odoacre era ben lungi dal potere occupare l'Italia intera. I suoi barbari alloggiarono quindi in alcune province, ed in esse solamente fu fatta la divisione. I piccoli possidenti, là dove ancora ce n'erano, furono lasciati in pace, non mettendo conto dividere le terre che bastavano appena a sostenere i loro possessori. Essi quindi restarono nello stato di prima, e furono anche meno aggravati dalle tasse, che i barbari non erano in grado di riscuotere o far riscuotere colla regolarità opprimente del fisco imperiale. Nè mutò gran fatto la condizione degli artigiani nelle città. E così anche i coloni, i contadini, gli schiavi che coltivavano le terre, e passarono con esse ai barbari, restarono più o meno nelle condizioni di prima, spesso anzi migliorarono. Quelli che veramente soffrirono furono i latifondisti, i quali è però da credere che pagassero minori imposte sulla parte che loro restava delle proprie terre. In ogni modo la proprietà fu assai più divisa. E siccome i barbari, per antica consuetudine, preferivano la campagna alla città, così i campi pei quali da un pezzo mancavano le braccia necessarie a lavorarli, furono ora più e meglio coltivati. In tutto il paese rimase inalterata l'antica amministrazione romana, ed anche l'antico sistema di tasse, le quali non crebbero; anzi, per quanto possiamo indurne, scemarono. Considerevoli esenzioni ottenne pei suoi fedeli il vescovo Epifanio a Pavia ed in tutta la Liguria, dove le imposte erano negli ultimi tempi enormemente cresciute.

Il regno di Odoacre, che durò circa 13 anni, era limitato quasi esclusivamente all'Italia, da cui si staccarono affatto le altre province. Anche la Provenza, la parte cioè più romanizzata della Gallia, venne abbandonata ai Visigoti. La Rezia, considerata sempre come appendice integrante dell'Italia, ne faceva parte al pari della Sicilia, la quale era però in più luoghi occupata dai Vandali, secondo il trattato concluso nel 442. Questi occupavano anche la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Il nuovo stato di cose, per ora almeno, evitava quelle grosse guerre che dissanguavano le popolazioni, e quindi il regno di Odoacre fu per qualche tempo come un periodo di sosta alle patite calamità, sebbene di tanto in tanto si trovino ricordate nuove violenze e spoliazioni, che negli ultimi anni andarono crescendo. Sotto un certo aspetto le condizioni in cui Odoacre si trovava, coll'andar del tempo migliorarono assai. Il suo regno infatti, che era cominciato coll'essere sostanzialmente illegale, e tale durò finchè visse il deposto imperatore Nepote, fu in assai diversa condizione quando questi nel 480 morì. Certo Odoacre restò ancora col solo titolo di Patrizio, non potè mai assumere quello d'Imperatore, e neppure di re d'Italia; ma potè sempre più agire da principe indipendente. Cominciò a nominare anche i Consoli occidentali, che furono riconosciuti in Oriente. L'unità generale dell'Impero, cui era a capo Zenone, teoricamente non fu mai messa in dubbio; ma l'autorità di Odoacre divenne di fatto assai maggiore, ed implicitamente almeno fu anche riconosciuta. A Ravenna egli potè mettere insieme una flotta, colla quale si difese dalle incursioni vandaliche, e fra il 481 e 482 si spinse fino alla Dalmazia, che aggregò al proprio Stato. E se questo passo spiacque assai all'Imperatore, nè restò più tardi senza gravi conseguenze a lui dannose, per ora egli accrebbe il suo territorio, e non ne risentì nessun danno.

In tale stato di cose la vita politica del popolo italiano può dirsi spenta del tutto. Con tanto maggiore energia si svolgeva quindi in esso la vita religiosa, alla cui testa si trovava il Papa. Ma in parte non piccola l'indirizzo dell'attività religiosa, era determinato dalle relazioni o per meglio dire dalla opposizione che persisteva sempre fra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, dove non avevano mai posa quelle dispute dottrinali, cui lo spirito romano-cattolico ripugnava affatto. In Oriente combattevano ora accanitamente i Nestoriani, i quali dicevano che la Vergine era madre di Gesù Cristo, solo in quanto uomo; gli Ariani ed i Monofisiti, i quali ultimi sostenevano che la natura umana e divina di Gesù erano una sola e medesima cosa. Siccome però in nome appunto di questa dottrina Basilisco aveva cacciato dal trono Zenone, che v'era stato rimesso dagli Ortodossi, così questi voleva ora in ogni modo evitare il riaccendersi della disputa. Fra il 482 e 83 pubblicò quindi una sua lettera conosciuta col nome di Henoticon, la quale si credette suggerita o anche scritta dal patriarca Acacio. In essa, tenendo una via media, cercava di conciliare ortodossi e monofisiti. Ma Roma non ammise mai queste vie di mezzo, nè ammise mai che l'Imperatore decidesse le dispute religiose. Papa Simplicio (468-483) condannò quindi senz'altro l'Henoticon ed Acacio che lo aveva ispirato.

Questa lotta nella quale Simplicio, sostenuto dagl'Italiani, dimostrò al solito una tenacia veramente romana, mantenne vivo l'antagonismo fra l'Oriente e l'Occidente, il che riusciva a vantaggio di Odoacre. Il Papa era allora moralmente, e non solo moralmente, il personaggio più potente in Italia. Se Odoacre, come ariano, si fosse messo in aperta opposizione con lui, questi gli avrebbe facilmente potuto sollevar contro tutto il paese, e rendergli impossibile il reggersi a lungo in Italia. Ma finchè durava la lotta religiosa fra Roma e Costantinopoli, il Papa ed Odoacre si trovavano dal comune interesse spinti a sostenersi vicendevolmente.

Il 2 marzo 483 moriva Simplicio, e Odoacre dette allora un passo falso, del quale non tardò molto a sentire le conseguenze. Per lui era certo cosa di grande importanza assicurarsi della nuova elezione. Voleva non solo evitar quei tumulti che in simili occasioni avevano assai spesso insanguinato le vie di Roma, ma voleva anche avere un Papa amico. E così, quando l'assemblea che doveva procedere alla elezione, non potè riuscire a mettersi d'accordo, v'intervenne improvvisamente, in nome di Odoacre, il Prefetto del Pretorio, Cecina Basilio, dichiarando che sarebbe stata nulla l'elezione, senza la rappresentanza del Re. Questi, egli aggiunse, procedeva in ciò d'accordo colla volontà del defunto Papa, il quale prima di morire gli aveva raccomandato la nuova elezione. Fu inoltre emanato un decreto col quale veniva proibita l'alienazione dei beni della Chiesa, minacciando l'anatema contro chiunque non avesse a ciò obbedito. S'invitava poi l'assemblea a sanzionare il decreto, ed a procedere alla elezione, la quale riuscì a favore di Felice II[24] (483-92), che era appunto il raccomandato di Odoacre. Non pare che allora sorgessero gravi lamenti contro questo procedere del Re. Ed in verità non solamente l'Imperatore di Costantinopoli aveva sempre avuto grande ingerenza nei Conclavi, nei Sinodi, nei Concili, in tutte le faccende della Chiesa; ma anche in Italia l'imperatore Onorio aveva nel 418 e 19 definito la contesa fra Eulalio e Bonifacio ambedue eletti pontefici. È provato poi che l'Imperatore d'Occidente aveva il diritto d'intervenire e decidere in siffatte questioni; anzi non di rado il clero stesso ricorse a lui per risolverle. Può supporsi perciò che, nonostante ogni contraria apparenza, Odoacre non avesse creduto di far nulla d'illegale, e molto meno di usare violenza per imporre un Papa di suo arbitrio; che la scelta di Felice II fosse veramente stata suggerita a lui da Simplicio. Se non che egli non era un Imperatore, ma un re barbaro ed un ariano. Non poteva quindi sperare che la Chiesa romana, sempre gelosa delle proprie prerogative, avesse mai potuto approvare il suo procedere. Comunque sia di ciò, anche Felice II continuò con ardore la lotta contro l'Henoticon e contro Acacio, che scomunicò, inviando a Costantinopoli la sentenza. E tutto ciò fu causa d'uno scisma durato 35 anni (484-519), nei quali Roma non cedette mai, ottenendo finalmente il trionfo delle dottrine ortodosse. Ma se questo dissidio era tutto a vantaggio di Odoacre, l'essersi egli ingerito nella elezione papale aveva seminato nella Chiesa romana il germe pericoloso d'una profonda diffidenza verso di lui.

Intanto sorgeva un'altra e più grave complicazione d'indole politica. Al di là della Rezia c'era il Norico, la regione in cui ora è Salzburg, e che arrivava fino al Danubio, oltre il quale abitavano i Rugi. Questa regione, come già vedemmo, era stata desolata, ridotta ad estrema rovina dal continuo passaggio dei barbari; ed unica autorità, che vi avesse mantenuto ancora una qualche forma di vivere sociale, era stata quella di S. Severino, che il suo biografo Eugippo dice uomo interamente latino: loquela tamen ipsius manifestabat hominem omnino latinum. Nella sua cella raccoglieva abiti, cibi a sollievo dei miseri, e di là dava consigli e ordini cui tutti, anche i barbari, volontariamente obbedivano. Era questa un'altra prova visibile della forza quasi onnipotente, che la religione esercitava allora sugli animi. A S. Severino si dovè se la popolazione romana di quella regione non fu totalmente distrutta. Ma circa l'anno 482 egli morì, e fu questa una grande calamità per il Norico. I Rugi s'avanzarono subito devastando, saccheggiando ogni cosa, perfino il convento e la cella del Santo. Avrebbero, se avessero potuto, dice Eugippo, portato via anche le mura. E se i Rugi si fossero stabilmente impadroniti di quella regione, sarebbe stato di certo un gran pericolo per Odoacre, che li avrebbe avuti ai confini del suo regno, colla voglia e, per la desolazione del paese, con la necessità d'avanzarsi. A questo li spingeva ora Zenone, per la solita politica orientale di neutralizzare i barbari, spingendo gli uni contro gli altri, e perchè era assai insospettito di Odoacre, il quale non solo agiva sempre più da principe indipendente, ma si era recentemente impadronito della Dalmazia. Oltre di ciò, a lui s'erano poco prima rivolti coloro che cospiravano contro Zenone; e sebbene egli avesse ricusato d'aiutarli, ciò non impedì che crescessero di molto i sospetti ed il mal animo dell'Imperatore contro di lui. La conseguenza fu che i Rugi s'avanzarono, ed Odoacre fu costretto a muover loro guerra.

Nel 487 egli si avanzò col suo esercito barbarico, nel quale, secondo Paolo Diacono, presero parte anche Italiani, nec non Italiae populi. Con esso vinse i Rugi, fece prigioniero il loro re, ne mise in fuga il figlio. Molte però e gravi furono le conseguenze di questa guerra. Una gran parte, la meno disagiata, della popolazione del Norico, emigrò in Italia, dove fu menato anche il corpo del Santo, che dopo essere stato portato in vari luoghi, venne finalmente, per intercessione d'una vedova, deposto presso Napoli, nel luogo che si chiama ora Castello dell'Uovo. Il figlio del re dei Rugi si ricoverò presso gli Ostrogoti, che erano allora comandati dal valoroso Teodorico degli Amali, e cercò d'incitarlo a muover guerra contro di Odoacre. Siccome poi lo stesso incitamento veniva a questo, come vedremo, anche dall'Imperatore, così ne seguirono avvenimenti di grande importanza nella storia d'Italia.

CAPITOLO II Teodorico e gli Ostrogoti in Italia

La più parte degli Ostrogoti era rimasta unita agli Unni nell'antica Dacia, e se ne separarono, al pari degli altri popoli germanici, quando, dopo la morte di Attila, il suo impero andò in fascio e sparì come un sogno. Essi occuparono allora la Pannonia, sotto il governo di tre fratelli della nobile stirpe degli Amali. Ivi pare che restassero nella condizione, più o meno, di federati; ed ebbero al solito dispute continue coll'Impero, per le terre che chiedevano, per lo stipendio o tributo che pretendevano. Questo portò ad un conflitto, dopo del quale fu fissato un annuo tributo, e per garanzia di pace fu mandato in ostaggio a Costantinopoli il giovane Teodorico allora di soli otto anni, figlio di Teodemiro, uno dei tre fratelli Amali. Questo fatto ebbe grande importanza, perchè fu data così una educazione militare romana a quel giovinetto pieno d'ingegno, di valore e di ambizione, che era destinato ad un grande avvenire. Dei tre fratelli Amali intanto uno morì, un altro, cacciato dalla fame, andò con parecchi de' suoi a cercar fortuna in Italia, di dove, come già vedemmo, fu per mezzo di donativi, indotto ad andarsene in Gallia. Nella Pannonia restava così solo Teodemiro, il padre di Teodorico, che nel 472 tornò da Costantinopoli, nella età di 18 anni, gettandosi subito, per proprio conto, in una impresa militare contro i Sarmati, nella quale fece prova di gran valore. Nel 474 morì suo padre, e sebbene egli fosse figlio d'una concubina, pure il sangue illustre degli Amali ed il valore da lui dimostrato lo fecero agevolmente nominare capo del suo popolo. Allora incominciò per lui la difficoltà di far vivere i suoi, perchè la Pannonia era esausta, ed i sussidi dell'Imperatore venivano assai scarsi.

Nell'Impero d'Oriente v'erano intanto altri Goti, comandati da un altro Teodorico figlio di Triario, e soprannominato Strabone, perchè guercio. Questi aspirava a prendere in Costantinopoli il posto del generale Aspar, la cui misera fine lo aveva irritato profondamente. Si era perciò unito a Basilisco, quando questi si sollevò contro Zenone, e lo cacciò dal trono. Teodorico degli Amali invece prese le parti di Zenone, che col suo aiuto trionfò, e come era naturale, lo colmò di onori, nominandolo Patrizio, Magister militum, suo figlio adottivo. Ma dopo ciò l'Imperatore si trovò stretto fra le pretese sempre crescenti dei due capitani goti, che, ambedue in armi, volevano del pari esser presi agli stipendi dell'Impero. Ben volentieri Zenone si sarebbe invece disfatto dell'uno e dell'altro; ma non era possibile. Consultò quindi il Senato, che rispose non doversi aggravare l'erario con la spesa necessaria a pagare i due capitani coi loro eserciti: ne scegliesse uno. E naturalmente egli scelse Teodorico l'Amalo, da cui era stato aiutato nel pericolo, e lo incaricò di tenere a freno l'altro. Ma quando i due barbari si trovarono di fronte, finirono coll'unirsi a danno di Zenone, cui non restava perciò altro che fare assegnamento sulla loro mutua gelosia, cercando con ogni mezzo di aumentarla. Così, costretto ad oscillare continuamente dall'uno all'altro, fino a che, morto nel 481 Strabone, Teodorico l'Amalo si trovò solo, più potente che mai, alla testa dei Goti insieme riuniti. E per sei anni lo vediamo ora avvicinarsi all'Imperatore, cui rendeva importanti servigi, ricevendone onori e danari; ora invece separarsene, ritornando a saccheggiare, per ottenere poi anche di più. Nel 483 fu Magister militiae praesentis; nel 484, Console. Rese allora di nuovo grandi servigi a Zenone, combattendone i nemici; ma da capo cominciò a minacciarlo fin sotto le mura di Costantinopoli, saccheggiando la campagna, incendiando i borghi.

È chiaro che Zenone doveva desiderare di liberarsi in qualche modo da un sì incomodo vicino, e liberare l'Impero da questa barbarica prepotenza, che minacciava di far rinascere i tempi di Aspar, di fare anzi sorgere in Oriente un altro Ricimero. Ma come fare? L'antico sistema di opporre un barbaro ad un altro non sembrava più possibile ora che uno dei due goti rivali era morto. C'era però sempre in Italia Odoacre, di cui, per le ragioni da noi già esposte, Zenone doveva essere scontentissimo, massime dopo che s'era sparsa la voce di suoi segreti accordi coi ribelli all'Imperatore. Un tale sospetto, come già vedemmo, aveva indotto Zenone a far muovere i Rugi contro Odoacre. Ma questi li vinse, ed occupò il Norico, penetrò nel Rugiland, ne imprigionò il re colla moglie, ne mise in fuga il figlio, che andò da Teodorico per eccitarlo alla vendetta. E Teodorico pareva assai ben disposto a gettarsi nell'audace impresa, sia perchè i Rugi confinavano colla Pannonia, e la loro disfatta era per lui pericolosa; sia perchè sperava, vincendo, di occupare le fertili pianure d'Italia, e trovare così pei suoi una stabile e sicura dimora. A tutto ciò si aggiungeva, che la discordia già cominciata fra Odoacre ed il Papa aveva indebolito e reso quindi assai meno temibile il primo. L'occupazione della Dalmazia, l'entrata nel Rugiland, il farla Odoacre sempre più da sovrano indipendente, l'appoggio dato per lungo tempo al vescovo di Roma contro l'Imperatore facevano a questo desiderare un radicale mutamento in Italia. Teodorico, allontanandosi da Costantinopoli, fermandosi nella Penisola, avrebbe potuto non solo punire Odoacre, ma pigliare anche una più ferma attitudine di fronte al Papa.

Tutto questo spingeva lui a partire, e Zenone a mandarlo. Gli storici hanno lungamente disputato se la prima iniziativa venisse dall'uno o dall'altro. Secondo Jordanes, Teodorico avrebbe fatto la proposta a Zenone, dicendo: — Se io sarò disfatto, non mi avrai più a tuo carico; se invece vincerò il tiranno (così chiamavano Odoacre, perchè non legittimo sovrano), governerò io il paese in tuo nome, vestro dono vestroque munere possidebo. — Procopio scrive invece che Zenone persuase Teodorico ad andare in Italia, e l'Anonimo Valesiano dice che lo mandò ad defendendam sibi Italiam. Il fatto vero è che l'uno voleva andare, e l'altro voleva mandarlo; i comuni interessi li spingevano verso la stessa meta. E però Teodorico si mosse finalmente per l'Italia nell'autunno del 488.

Non era una impresa esclusivamente militare, ma piuttosto la invasione d'un popolo in armi; giacchè Teodorico, che si moveva ora in nome dell'Impero, menava seco le donne, i vecchi, i fanciulli, con carri che trasportavano le masserizie, e servivano da case, durante il viaggio, con mulini mobili per macinare il grano. Tutta questa moltitudine portava il nome di Ostrogoti; ma era al solito una mescolanza di genti diverse, alle quali gli Ostrogoti, che in essa prevalevano, davano il nome. Erano riunite dal valore e dalla reputazione del loro capo, dalle guerre e saccheggi fatti sotto il suo comando, dal bisogno comune, urgente di trovare un paese in cui potessero stabilmente fermarsi e vivere. Non è possibile dire qual fosse il loro numero preciso. Chi li porta a 40,000 uomini in armi, chi ad una cifra anche maggiore. Tutto compreso, fra uomini, donne, vecchi e fanciulli, gli scrittori variano da 200 a 300 mila individui. Presero la via delle Alpi Giulie, e fu una marcia faticosa, qualche volta disastrosa. Il freddo era grande, il gelo induriva i loro capelli, la barba, gli abiti. Dovettero procurarsi il cibo, strada facendo, colla caccia, o combattendo, o saccheggiando i paesi che traversavano. Un primo scontro sanguinoso lo ebbero coi Gepidi; ne seguirono poi altri, e finalmente, dopo otto mesi di pericoli e di stenti, percorrendo la stessa via percorsa già da Teodosio, da Alarico e da Attila, nel luglio del 489 erano in Italia. Il 28 agosto, sull'Isonzo, non lungi da Aquileia, ebbe luogo la prima battaglia con Odoacre.

Questi, che pur era capitano di valore, e si trovava alla testa di un esercito più numeroso, aveva preso anche una forte posizione. Ma dovette cedere dinanzi al primo impeto dei Goti, ed alla superiore capacità strategica del loro capo. Un'altra battaglia fu data sull'Adige, presso Verona, il 30 settembre 489, e sebbene anche questa fosse da Odoacre perduta, Teodorico dovette subire gravissime perdite, giacchè, invece di avanzare, si ritirò fino a Milano, per chiudersi poi in Pavia. Odoacre allora andò verso Roma, sperando di potere senza difficoltà entrare nella Città eterna, e stabilmente occuparla, il che gli sarebbe stato di grande aiuto, non solo morale, ma anche materiale, perchè gli avrebbe, nel continuare la guerra, assicurato alle spalle tutta l'Italia meridionale. Ma qui si cominciò invece a delineare assai chiara la difficoltà della posizione in cui si trovava. Roma gli chiuse le porte in faccia, e le popolazioni italiane gli si cominciarono a manifestare avversissime, in parte per la lotta da lui recentemente sostenuta con la Chiesa, in parte per le spoliazioni in numero sempre maggiore da lui fatte negli ultimi anni, sia pei cresciuti bisogni della guerra, sia per la poco regolare amministrazione. E di tutto ciò la Chiesa aveva saputo profittare, per eccitar contro di lui le moltitudini, tanto che poco dopo si parlò addirittura d'una generale cospirazione, di una specie di Vespro siciliano organizzato contro di lui dal clero.[25] Ma quel che è più, nelle sue file cominciò la diserzione, la quale sembra che pigliasse proporzioni grandi davvero, dopo che il suo Magister militum Tufa passò al nemico insieme con altri. Se non che Tufa, avuti da Teodorico alcuni Goti a suo comando, disertò nuovamente, per tornare con essi a Odoacre, al quale li consegnò, e dal quale furon subito fatti uccidere. Si potè quindi dubitare, che il primo tradimento fosse stata una finzione per poter compiere il secondo. Diserzioni vere e proprie ve ne furono però non poche, ed anche fra i soldati di Teodorico. Il fatto vero è che questi eserciti misti di varie genti barbariche, erano, come abbiamo detto più volte, quasi compagnie di ventura al servizio dell'Impero, senza patria e senza fede, guidate dall'interesse personale dei loro capi, spesso anche dei sotto-capi, che agivano per proprio conto.

Così le difficoltà divenivano da una parte e dall'altra sempre maggiori; ma non meno grandi furono gli sforzi fatti per superarle, sì che la guerra andò assai in lungo. Odoacre si mostrò degno di tener testa a Teodorico, che s'era dovuto chiudere a Pavia, dove la calca, nel suo primo entrare, era stata tale e tanta, che le sofferenze de' suoi furono davvero enormi. A soccorso della loro miseria venne il clero, alla cui testa si trovava il vescovo Epifanio, il quale si adoperò eroicamente a sollievo di tutti coloro che soffrivano, senza distinzione di partito o di origine, pagando di suo per liberare dalla schiavitù coloro che erano stati fatti prigionieri da una parte o dall'altra. Intanto Odoacre, messe di nuovo insieme le sue forze, entrò con esse in Milano, pronto ad affrontare il suo rivale. Se non che, altri barbari vennero a mescolarsi ora in questa guerra, modificandone e confondendone di molto l'andamento. Scesero i Burgundi a difesa di Odoacre, ma in realtà più che altro a saccheggiare il paese per proprio conto. I Visigoti invece, mossi dalla comunanza di sangue, vennero a difesa di Teodorico, e pugnarono con lui nella battaglia, che fu data sull'Adda il dì 11 agosto 490. E qui la disfatta di Odoacre fu inevitabile. Aveva potuto con energia resistere a Teodorico, in cui favore erano l'autorità dell'Impero e della Chiesa, non che le popolazioni insorte; ma di fronte alla coalizione dei Visigoti e degli Ostrogoti, dovè cedere ritirandosi a Ravenna. Ivi sostenne valorosamente un assedio che durò tre anni, non potendo Teodorico stringere il blocco dalla parte del mare, e dovendo dalla parte di terra resistere a sanguinose sortite dalla città. Intanto questi poteva dirsi già padrone di tutta Italia, nella quale andava ogni giorno acquistando maggior favore, divenendo sempre più forte. Quasi da per tutto pareva che fossero cessati il rumore delle armi ed il grande spargimento di sangue: ubi primum respirare fas est a continuorum tempestate bellorum.[26]

Presso Ravenna però la lotta continuava con gran vigore. Teodorico potè da ultimo bloccarla anche dal mare, quando, essendogli riuscito d'entrare in Rimini, gli fu possibile raccogliere un certo numero di navi. L'assediata città cominciò allora a soffrire crudelmente una fame, la quale, dice il cronista ravennate Agnello, uccise molti di coloro che il ferro aveva risparmiati. E finalmente, nel febbraio 493, quinto anno della guerra, terzo dell'assedio, Odoacre dovè cedere. Il 25 di quel mese egli consegnò suo figlio in ostaggio, ed il 27 l'accordo della resa era definitivamente concluso, per mezzo dell'arcivescovo di Ravenna. Altra prova anche questa della straordinaria importanza assunta allora dal clero, e quindi dalla Chiesa in tutti gli affari di maggiore gravità.

I termini precisi dell'accordo non sono ben noti, e dettero perciò luogo a moltissime dispute. Certo è che Odoacre s'arrese, salva la vita, accepta fide, securus se esse de sanguine, come dice l'Anonimo Valesiano. Ma a questa condizione gli scrittori bizantini ne aggiungono un'altra assai singolare, secondo la quale il vinto avrebbe ottenuto di partecipare al governo insieme col vincitore, restando a capo anche d'una parte delle forze militari. Riesce in verità assai difficile capire come mai ciò potesse avvenire, tanto più che Teodorico era stato mandato da Zenone a sottomettere, a cacciare Odoacre. Ed ammessa pure la poco credibile esistenza d'un tale trattato, non è credibile che potesse essere stato concluso in buona fede da nessuna delle due parti, ed avesse potuto illudere qualcuno. Infatti il 5 marzo 493 Teodorico entrava solennemente in Ravenna, dove gli vennero incontro l'arcivescovo ed il clero recitando salmi. Il 15 dello stesso mese invitava a solenne banchetto Odoacre, il quale appena giunto venne aggredito da persone ivi nascoste; e poi lo stesso Teodorico sguainò la spada per ucciderlo colle proprie mani. — Dov'è Dio? — esclamò il decaduto principe. E l'altro, nel sentire che il fendente della sua forte spada scendeva, profondamente tagliando, senza quasi trovar resistenza, osservò con cinico e barbarico sorriso: — Si direbbe che non ha ossa. — I parenti e gli amici d'Odoacre subirono tutti, più o meno, la stessa sorte. Non mancò chi disse che Teodorico aveva scoperto, e perciò voluto vendicare insidie e tradimenti orditi da Odoacre contro di lui; ma ciò prova solo l'odio e la diffidenza reciproca, quindi la impossibilità di un vero accordo.

CAPITOLO III Il regno di Teodorico

Dopo questo atto da vero barbaro, Teodorico si potè dire solo padrone in Italia. La condizione in cui egli si trovava adesso non era in verità molto diversa da quella di Odoacre. Questi aveva comandato una moltitudine incomposta di genti varie, Eruli, Turcilingi, sopra tutto Sciri. Teodorico era anch'esso alla testa d'una mescolanza di varie genti, Gepidi, Rugi, Breoni, e Romani o romanizzati,[27] principalmente però Ostrogoti, che davano a tutti un nome comune. Non era quindi neppur questo un popolo unito da sentimento nazionale; era una banda di ventura, unita dal bisogno di vivere saccheggiando e guerreggiando, organizzata, come quella d'Odoacre, colla disciplina militare appresa dai Romani. Teodorico veniva, noi lo abbiamo già visto, non come il re di un popolo germanico, ma come un Patrizio, rappresentante dell'Imperatore e da esso mandato. Al di sotto di lui c'era un Magister militum, ed a capo delle varie parti dell'esercito erano i Comites, che risiedevano nelle diverse province d'Italia. La grande differenza fra lui ed Odoacre stava solo nel carattere, nell'ingegno politico e militare assai superiore di Teodorico. La sua educazione, in parte anche il suo spirito, si erano formati a Costantinopoli, dove egli era divenuto ammiratore della civiltà romana, senza mai cessare affatto d'essere un barbaro. Quantunque sia certo che egli non avesse nessuna cultura letteraria, riesce difficile credere, come pur generalmente si dice, che egli non sapesse addirittura scrivere il proprio nome. È vero che per firmare si serviva d'una lamina d'oro, in cui erano intagliate le prime quattro lettere del suo nome; ma questo poteva anche essere un modo di guadagnar tempo quando doveva sottoscrivere in forma diplomatica i molti atti ufficiali del suo governo.

Noi non dobbiamo aspettarci che negli Ostrogoti di Teodorico persistessero ancora le antiche e primitive istituzioni germaniche. Sebbene avesse menato seco anche i vecchi, le donne ed i bimbi, tutto un popolo, o per meglio dire una gran moltitudine, egli era in sostanza il capo militare, il duce d'un esercito di varie genti vissute dapprima cogli Unni e poi dentro l'Impero. Non era quindi possibile trovare più fra di loro la proprietà collettiva dell'antico villaggio germanico, nè quelle assemblee popolari che frenavano il potere regio. Teodorico comandava con assoluto imperio di capitano, solo in casi eccezionali consultando il suo esercito. In ogni modo essi non avrebbero potuto mai legiferare pei Romani, nè i Romani pei Goti. Egli era venuto col titolo di Patrizio, per riconquistare l'Italia all'Impero, che restava sempre, teoricamente almeno, nella sua unità, non mai interamente distrutta. Infatti anche quando v'erano due Imperatori, se quello d'Occidente moriva, il suo potere ricadeva in quello d'Oriente, fino a che non veniva eletto il successore. Di certo, come Ricimero, come Oreste, come Odoacre, anche Teodorico voleva essere il vero, effettivo padrone in Italia, possibilmente una specie d'imperatore d'Occidente. Ma questo potere cui egli mirava e che in parte raggiunse, era in contradizione manifesta con la missione a lui affidata, e che egli aveva accettata: bisognava quindi legalizzarlo, e ciò non poteva farlo che l'Imperatore, a cui egli si rivolse quindi senza indugio. Subito dopo la battaglia dell'Adda, nel 490, quando ancora non era entrato in Ravenna, ma già si sentiva padrone dell'Italia, aveva mandato un'ambascerìa all'Imperatore, per potere assumere la dignità regia, ab eodem sperans se vestem induere regiam.[28] Questa ambascerìa non ottenne però nessun resultato, essendo nell'aprile del 491 morto Zenone, cui successe Anastasio, che non mandò risposta. E, Teodorico, il quale era allora già entrato in Ravenna dove aveva ucciso Odoacre, si lasciò nominare re dai suoi Goti, che non aspettarono la risposta del nuovo Imperatore.[29] Una tale elezione non gli dava però sui Romani, quella legale autorità che solo dall'Imperatore poteva venirgli. In sostanza non era un re, ma un tiranno come Odoacre, che egli perciò appunto era venuto a combattere in nome dell'Impero.

Questa sua difficile condizione migliorò non poco nel 498, quando, essendo divenuto di fatto assai più potente, riuscì finalmente, con una nuova ambascerìa, ad ottenere dall'Imperatore Anastasio le insegne, omnia ornamenta Palatii, che Odoacre aveva mandate a Costantinopoli. Non bisogna però credere che la nuova autorità gli fosse concessa, senza fissarne limiti e senza qualche determinazione. Tanto Cassiodoro quanto Procopio accennano a patti e condizioni. Il secondo di questi scrittori ci narra infatti come i Goti, quando più tardi furono vinti da Belisario, gli affermassero d'aver sempre fedelmente rispettato i patti e le condizioni imposte ad essi dall'Impero. Teodorico di certo aveva il comando dell'esercito, era giudice supremo, nominava tutti gli ufficiali dello Stato. Ma s'illuderebbe assai chi lo credesse perciò divenuto una specie d'Imperatore d'Occidente, o anche un re dei Romani indipendente da colui che lo aveva mandato. Egli non poteva promulgar vere e proprie leggi, ma solo editti per l'Italia, i quali dovevano restare dentro i confini di ciò che avevano già prescritto le leggi, che si facevano a Costantinopoli, e si applicavano a tutto l'Impero. Continuò pure a far l'elezione dei Consoli, i quali erano una magistratura comune del pari a tutto l'Impero. Uno di essi veniva eletto in Oriente; l'altro era eletto in Italia da Teodorico, ma doveva essere confermato a Costantinopoli. E così pure solo l'Imperatore poteva coniar moneta colla propria effigie. Son tutte cose che riconfermano la persistenza della unità dell'Impero.

Il potere di Teodorico si limitava alla sola Italia, sebbene qualche volta egli pretendesse di esercitarlo anche nelle isole e nell'Africa. D'impero di Occidente non si parlava neppure. Anzi l'Imperatore non riconobbe mai un regno goto ereditario, e perciò i successori di Teodorico dovettero sempre essere riconfermati a Costantinopoli, altrimenti rimanevano solo tiranni. Il suo regno ebbe un altro carattere affatto speciale. Tutta l'amministrazione rimase nelle mani dei Romani; le armi restarono ai Goti, che formarono l'esercito. E questo fece dire a più d'uno scrittore, che fu allora vietato affatto l'uso delle armi ai Romani. Si fece confusione con un ordine di severa proibizione, emanato assai più tardi da Teodorico, quando egli cominciò a temere di una ribellione in Italia. Anzi non è facile neppur credere alla loro esclusione assoluta dall'esercito, massime se si pon mente al significato assai lato, che aveva allora la parola Romano, ed all'essere l'esercito goto composto di genti diversissime. Esso era certamente goto, e chiunque ne faceva parte aveva quel nome. Ma lo stesso Cassiodoro, il quale ripete più volte che la difesa dello Stato era affidata ai Goti, cita nelle sue lettere (VIII, 21 e 22) l'esempio di qualche nobile romano, sotto la sorveglianza di Teodorico, educato nella lingua dei Goti, e insieme con essi nell'esercizio delle armi. Dei Romani certo ne furono ammessi pochi e con difficoltà, ma non vennero esclusi del tutto. Altra prova che l'uso delle armi non era ad essi vietato, l'abbiamo nel fatto ricordato dallo stesso scrittore, quando narra che una volta dovè abbandonare il proprio gabinetto, ed armare le sue genti per difendere l'Italia meridionale, minacciata da un assalto dei Bizantini. Una divisione assoluta e matematica non era possibile. E quindi sebbene l'amministrazione fosse certo in mano dei Romani, non si può neppure presumere che i Goti ne fossero esclusi del tutto. Alcuni dei loro grandi erano intimi consiglieri di Teodorico, e nella condotta della politica generale, esterna ed interna, avevano una parte importante, assai più reale che apparente.

I Goti serbarono le proprie leggi, e furono giudicati dai Comites Gothorum; lasciarono ai Romani le loro leggi, le loro istituzioni, i loro giudici, che erano i rettori delle province, nelle quali i Comites comandavano solo come capi militari. Nelle cause miste il magistrato goto doveva aggregarsi un Romano, e giudicare secondo equità, il che finiva col far prevalere anche in questi casi il diritto romano. Essendo poi i Goti un esercito, la loro legge aveva naturalmente un carattere principalmente militare. Nel diritto civile, e più ancora nel penale, che è di sua natura territoriale, prevaleva la legge romana. Così si spiega come quello che si chiama l'Edictum Theodorici, perchè è il più importante di quanti egli ne fece, venisse compilato su leggi romane, e fosse obbligatorio anche pei barbari, sebbene non si trovi in esso traccia visibile di quelle consuetudini germaniche, che certo non potevano presso di loro essere spente del tutto.

Quantunque le due legislazioni, gota e romana, restassero in vigore, e si possa anche credere, che tra le condizioni imposte dall'Impero a Teodorico, vi fosse quella appunto di lasciare agl'Italiani l'uso della loro legge, pure si afferma che da principio egli non volesse concedere un tal privilegio a nessuno di coloro che avevano combattuto a difesa di Odoacre. — Un principe nuovo, egli avrebbe detto, si trova spesso nella necessità di punire, senza poter gustare la dolcezza della pietà. — Ma Epifanio vescovo di Pavia lo condusse a più mite consiglio. E Teodorico allora non solo rinunziò al suo primo proposito; ma gli dette anche larghi sussidi in danaro, per aiutare le oppresse popolazioni. Il concetto fondamentale del nuovo governo fu certamente la unione, la fusione dei Goti coi Romani. I primi dovevano avere le armi, i secondi dar loro da vivere. L'amministrazione doveva restare in mano dei Romani, cui correva l'obbligo di cedere una parte delle terre, di riscuotere le tasse, e raccogliere il danaro necessario allo Stato. I due popoli però restarono lungamente l'uno accanto all'altro, senza potersi mai fondere insieme; restarono anzi in continuo antagonismo fra di loro. Non era possibile andar contro le leggi della natura.

Liberio, che aveva fedelmente servito Odoacre, ebbe l'amministrazione delle finanze, e con essa l'incarico di condurre a termine l'operazione difficilissima della nuova divisione delle terre, che egli eseguì con tanta prudenza da non far nascere nessun malcontento. E non era poco. Si trattava di dividere fra i Goti quello che era stato dato ai soldati di Odoacre, e i Goti erano in numero maggiore. Ma questa divisione, come vedemmo, era omai divenuta nell'Impero un fatto quasi ordinario e normale. Molti dei seguaci di Odoacre erano morti, altri partiti, altri s'erano aggregati ai Goti, i quali, di fronte alla popolazione ed alla estensione del paese, erano anch'essi in piccolo numero. Le guerre, le stragi avevano, è vero, diminuito non poco il numero degl'Italiani, ma ciò rendeva più estese le proprietà da dividere, e tornava perciò, in qualche modo, a vantaggio dei latifondisti, sui quali ricadeva il peso della divisione. Anche sotto Teodorico l'aggravio delle imposte fu minore che sotto l'Impero. Più di una volta egli avrebbe detto che gli doleva di dover riscuotere tasse da paesi esausti, da contribuenti impoveriti (Cassiodoro, III, 40). Le condizioni dell'agricoltura continuarono a migliorare. S'aggiunse, che per molto tempo non vi fu guerra, e che il governo barbarico aveva meno lusso, meno bisogno di danari. L'Italia quindi, sebbene fosse in balìa dei barbari, ebbe anche ora un periodo di pace e di tregua.

Fra i più ricchi e celebri latifondisti erano i Cassiodoro delle province meridionali. Colui che fra di essi fu terzo di questo nome, era anche un gran possessore d'armenti di cavalli, dei quali fece largo dono a Teodorico, che servì fedelmente come aveva già fatto con Odoacre. Egli fu padre di quel Cassiodoro, che ebbe anche il nome di Senatore, ed è notissimo come il Ministro per eccellenza degli Ostrogoti. Nato a Squillace, nella Calabria, verso il 480, fu Patrizio, Console, e nella sua qualità di Questore fece addirittura le parti di primo ministro; fu anche Magister officiorum, Prefetto del Pretorio. Le lettere d'affari, scritte da lui quando era in questi vari uffici, sono il monumento più prezioso della storia di quei tempi. Tutto pieno dell'idea romana, egli cercò di mantenerla viva sotto i Goti; la infuse in Amalasunta, la figlia di Teodorico, che sembra essere stata da lui educata, e che egli certo servì col suo solito zelo quando ella successe al padre. Continuò, anche dopo la morte di lei, a lavorare pel governo goto fino al 539, quando si ritirò definitivamente nel suo paese, dove fondò, come vedremo, due monasteri, dandosi in essi a vita religiosa e letteraria. Egli era stato sempre un uomo dato agli studi, ai quali attese con ardore anche quando si trovava in mezzo agli affari: alle lettere infatti dedicò ogni momento di libertà, che gli restava. E così fece più che mai quando si ritirò finalmente nella solitudine. Scrisse, fra le altre sue opere, una storia dei Goti, dei quali cercò esaltare le origini ed il destino. Di essa c'è rimasto solo il compendio che Jordanes ne fece di memoria, come egli dice, dopo averla rapidamente letta una volta sola. Cassiodoro fu certo un uomo d'assai buona indole, che avrebbe voluto romanizzare i Goti, da lui sinceramente amati ed ammirati; un ottimo e fedele impiegato; un facondo e fecondo scrittore, ma senza originalità e senza energia di carattere. Cominciò la sua vita pubblica con un panegirico di Teodorico, e si piegò di continuo alla volontà dei suoi vari padroni. Come scrittore fu quasi sempre retorico ed ampolloso, affogando il proprio pensiero in un mare di parole e di frasi convenzionali, abbandonandosi a lunghe, eterne digressioni, le quali assai spesso poco o punto avevano da fare col soggetto che trattava. Si potrebbe dirlo addirittura il primo dei seicentisti. Era nondimeno un uomo d'ingegno, instancabile nel lavoro; e la stessa sua poco originale loquacità, con la quale riproduceva e ripeteva le idee, i sentimenti de' suoi tempi, ne fece come uno specchio di essi. Dei quali assai spesso potè darci un ritratto più fedele, perchè più impersonale ed obbiettivo, che non avrebbe saputo fare uno scrittore di più alto ed originale ingegno, di più vigorosa personalità.

Teodorico, che era in sostanza un alto ufficiale militare e politico, mandato dall'Imperatore a governare l'Italia, lasciò inalterate in Roma e nelle province l'antica amministrazione, le antiche magistrature, che affidò esclusivamente a Romani. Le province restarono sotto Judices da lui nominati, che amministravano la giustizia. A Ravenna c'era un Prefetto del Pretorio, a Roma un Vicarius Urbis. Il Senato serbava l'antico splendore ufficiale, senza l'antica autorità. Esso non legiferava ora nè pei Goti nè pei Romani, pei quali ultimi le leggi vere e proprie si facevano a Costantinopoli. V'era però sempre una nobiltà senatoriale ereditaria, che aveva uffici determinati, ai quali erano annessi doveri e diritti. Ed accanto a Teodorico s'andò formando, per forza inevitabile delle cose, un'altra nobiltà di grandi personaggi goti, i quali facevano parte del suo seguito, lo circondavano e consigliavano sui grandi affari di Stato. In tutte le città continuava l'ordinamento municipale con a capo i Duumviri, ed insieme con essi, quasi come regi ufficiali, erano il Defensor, che sorvegliava l'amministrazione, ed il Curator, che s'occupava della finanza. La Curia continuava ad essere destinata più che altro a riscuoter tasse.

Questa monarchia era quindi, nello stesso tempo, una continuazione dell'Impero, ed una istituzione germanica; era formata cioè di due società diverse, che restavano sempre separate, ma che pure s'andavano vicendevolmente modificando, per la vicinanza e contatto in cui si trovavano. Il disegno però di fonderle insieme era un sogno: una delle due doveva inevitabilmente, prima o poi, soccombere, cedere all'altra. Teodorico non creò nessuna nuova istituzione; nulla anzi di veramente nuovo egli fece nè amministrativamente nè legislativamente. A tutto credeva di poter provvedere con una ben regolata amministrazione della finanza e della giustizia. Il Goto intanto restava sempre fuori dell'amministrazione, non era cittadino romano, nè tale poteva esser fatto dallo stesso Teodorico. Era un forestiero, che formava l'esercito, di cui i Romani non potevano come tali far parte: questi avevano diretta ingerenza nell'indirizzo generale della politica. Il carattere sostanziale della monarchia rimaneva quindi militare e straniero, sebbene Teodorico fosse stato nominato Patrizio e Console, adottato come figlio dall'Imperatore che lo aveva mandato. Era uno stato di cose assai pericoloso, perchè pieno di sottintesi, di finzioni, di forme, che non rispondevano, che anzi contradicevano alla sostanza e realtà vera delle cose; non poteva perciò durare a lungo. Tuttavia il primo periodo di questo regno assicurò alle popolazioni alcuni anni non solo di pace, ma anche di prosperità.

Secondo Procopio, Teodorico «difese l'Italia, amò la giustizia, fu tiranno di nome, ma di fatto veramente re.» Molti esempi s'adducono della sua giustizia, della sua tolleranza religiosa, la quale qualche volta par degna di un vero filosofo, quasi d'uno spirito moderno. Nelle lettere scritte per lui da Cassiodoro, egli dice, «che non si può a nessuno imporre la fede religiosa, perchè nessuno può essere costretto a credere contro sua voglia.» (II, 27). Non solo rispettò i cattolici, ma adorò solennemente in Roma le reliquie di S. Pietro. Moltissimi sono gli edifizi e le opere pubbliche da lui compiute, sopra tutto in Ravenna, nella quale si può dire che lasciasse la propria impronta. Ivi è la chiesa bellissima di S. Apollinare; ivi sono gli splendidi mosaici, gli avanzi del suo palazzo, la sua tomba di stile romano, coperta da un gran monolite. Altre opere pubbliche fece a Verona ed in molte città dell'alta Italia. Restaurò gli acquedotti, le mura di Roma; prosciugò una parte delle Paludi Pontine; promosse l'industria, il commercio e l'agricoltura, a segno tale che il prezzo del grano scemò grandemente, e l'Italia cominciò a bastare a sè stessa, cosa che da lungo tempo non succedeva più. Nè sotto di lui fioriron solo le arti belle, per opera di quegli artisti italiani e bizantini, i cui lavori si ammirano anche oggi in Ravenna; ma rifiorirono del pari le lettere. Se gli scritti di Cassiodoro, nonostante un valore incontestabile, hanno pur molti difetti nella forma ampollosa e retorica, quelli di Boezio, del quale avremo occasione di parlare più oltre, hanno anco nella forma pregi non comuni, che dettero al loro autore una fama ben meritata. Ma s'illuderebbe chi volesse attribuire tutto ciò all'opera esclusiva, all'azione diretta e personale di Teodorico: fu piuttosto conseguenza indiretta del suo governo. La pace da lui assicurata all'Italia, l'amministrazione affidata alle mani esperte di ufficiali romani contribuirono non poco a fare per qualche tempo prosperare il paese. Ma non era una civiltà nuova che nascesse; era l'antica società e l'antica civiltà che risorgevano di sotto alle rovine lasciate dalla barbarie.

Tutto ciò avvenne in modo così rapido e generale, che Teodorico stesso finì coll'impensierirsene assai. Ed era naturale, perchè diveniva sempre più evidente la diversità grande, irreconciliabile, che per sangue, tradizioni, lingua, costumi, religione, passava fra Goti e Romani. Ariano e capitano di barbari ariani, egli si trovava in un paese essenzialmente romano e cattolico. Generale di un impero teoricamente indiviso, e sotto la dipendenza di un imperatore, cui diceva di volere obbedire, era e voleva essere re indipendente dei Goti, che lo avevano levato sugli scudi. E però anche ora, come a tempo di Odoacre, fino a quando l'Imperatore si trovava in lotta col Papa, a questo ed al Re conveniva essere buoni amici, proteggendosi a vicenda contro le pretese di Costantinopoli. Il giorno però in cui Papa e Imperatore si fossero intesi, il pericolo per Teodorico poteva divenire gravissimo.

Ma anche senza di ciò, la questione politica era per sè stessa molto pericolosa. L'Impero era pieno di barbari. Seguendo il vecchio sistema bizantino di rivolgerli gli uni contro gli altri, l'Imperatore poteva facilmente ripeter contro Teodorico quello che, per mezzo di lui appunto, aveva fatto contro Odoacre. Teodorico perciò volse ben presto il suo pensiero a fortificare il proprio Stato, essendo chiaro che non poteva fare sicuro assegnamento su Costantinopoli, dove non si era punto disposti a riconoscerlo in modo definitivo. Possedendo egli già la Rezia, tenuta sempre come parte integrante dell'Italia, s'avanzò nell'Illirico, l'anno 504, per impadronirsi di Sirmio, dove era stato in passato un Prefetto del Pretorio, e che era la prima stazione dei barbari, quando dal Danubio venivano in Italia. Così poteva difendere da quel lato i confini d'Italia contro nuove invasioni. Ma ciò appunto irritava grandemente l'Imperatore, perchè Teodorico s'impadroniva di quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. E dette nel 508 occasione ad un assalto improvviso di navi bizantine contro le coste dell'Italia meridionale, dove esse riportarono, come dice uno scrittore del tempo, «una disonesta vittoria di Romani contro Romani.» Era sempre la stessa perenne contradizione, che si riproduceva. Le lettere di Teodorico riconoscono l'autorità dell'Imperatore di tutto il mondo, totius orbis praesidium. Da lui egli desidera essere riconosciuto, da lui ha imparato a reggere i Romani. Il suo governo altro non vuole, altro non può essere, «che una copia dell'unico e solo Impero, unici exemplar Imperii. Come si potrebbe separare da voi uno che da voi è plasmato? Una divisione fra le due Repubbliche, che hanno sempre formato un sol corpo, non è possibile. Un solo volere, un solo pensiero è quello che deve animare tutto il regno romano, romani regni unum velle, una semper opinio sit» (Variae, I, 1). E mentre che colla penna del suo ministro, Teodorico scriveva queste lettere, quando si trovava invece fra i suoi intimi consiglieri goti, vedeva in ben altro modo lo stato delle cose, e mirava ad una politica assai diversa, se non addirittura opposta. Egli voleva allora comandare in Italia come un principe affatto indipendente, il che non piaceva certo all'Imperatore, che perciò da un momento all'altro poteva decidersi ad assalirlo o a farlo assalire da altri barbari. Questo suggerì a Teodorico il pensiero d'imparentarsi, ed allearsi con i barbari della Gallia, della Spagna, dell'Africa, costituendo sotto la sua egemonia, una specie di confederazione, quasi d'Impero barbarico di Occidente.

Una sua sorella, Amalafrida, egli dette in moglie a Trasamondo re dei Vandali; una figlia ad Alarico II re dei Visigoti, i quali a lui ed ai suoi erano affini; lo avevano aiutato a vincere Odoacre: essi occupavano la Provenza, gran parte della Gallia, della Spagna, ed avevano la loro capitale a Tolosa. Un'altra figlia dette all'erede presuntivo del regno dei Burgundi, il figlio di re Gundobaldo. Era un regno assai vasto, travagliato allora da interne dissensioni, delle quali profittarono ben presto i Franchi. Questi fin d'allora procedevano rapidamente alla formazione di un nuovo Stato barbarico più vasto e forte degli altri, sotto Clodoveo, che, convertitosi al Cattolicismo, ebbe l'appoggio potentissimo della Chiesa romana. Teodorico sposò la sorella di Clodoveo, Audefleda, da cui ebbe la figlia Amalasunta, sua unica erede. Il non avere figli maschi era ciò che lo rendeva sempre più ansioso d'assicurare la successione e la stabilità del proprio regno.

Fra i barbari, quello che continuò più di tutti a progredire era Clodoveo, il quale a forza di guerre, di violenze, di delitti d'ogni sorta, riuscì a disfarsi de' suoi nemici, de' suoi parenti e rivali. Vinse i Burgundi, che divennero suoi dipendenti; si volse contro i Visigoti che sconfisse del pari, uccidendo il loro re. Ottenne poi non solo il favore del Papa, come abbiam visto, ma quello anche dell'imperatore Anastasio, che lo nominò Console onorario, mostrando così di volerlo opporre a Teodorico. E però questi, dopo che ebbe fatto invano ogni opera per impedire l'avanzarsi dei Franchi contro i Visigoti, si decise a muover loro guerra, quando vide che assediavano Arles, ed erano per prenderla. Due eserciti ostrogoti passarono quindi le Alpi fra il 508 ed il 509; e il primo di essi arrivò in tempo per liberare la città, che validamente si difendeva. I Franchi uniti ai Burgundi ebbero poi una rotta, nella quale, secondo Jordanes, che sempre esagera le cifre, perdettero 30,000 uomini. E così Teodorico fu padrone non solamente della Provenza, che ritenne per sè, come appartenente all'Italia; ma anche di quella parte della Spagna e della Gallia che era dei Visigoti, e che egli governò in nome d'Amalarico giovanetto, suo nipote, figlio di re Alarico II. Nel centro e nel nord della Gallia il forte regno dei Franchi, cominciò dopo la morte di Clodoveo (511) ad essere travagliato da interne dissensioni; e così per qualche tempo non fu più pericoloso all'Italia.

Teodorico allora, quasi fosse veramente divenuto Imperatore, ordinò nella Provenza un governo alla romana; mandò in Gallia un Prefetto del Pretorio, ed un Vicarius Urbis. A quest'ultimo scriveva, raccomandandogli di mostrarsi tal governatore, «quale un Romanus Princeps poteva mandare alle sue province» (Variae, III, 16). A quei provinciali diceva poi: «richiamati per divino aiuto all'antica libertà, adottate i costumi romani, vestimini moribus togatis, abbandonando la barbarie e la crudeltà; obbedite alle antiche leggi, e siate così degni nostri sudditi» (III, 17). Un'altra prova manifesta di questa affettata romanità si trova nella iscrizione a lui dedicata in Terracina, a proposito del prosciugamento di una palude. Ivi Teodorico è chiamato victor ac triumphator semper Augustus, bono Reipublicae natus, custos libertatis et propagator romani nominis.[30] È sempre la ripetizione dello stesso singolare fenomeno, la stessa contradizione. Essendo e volendo essere un re barbaro, pretendeva di legalizzare e legittimare questo suo stato, atteggiandosi a principe romano, a nuovo Imperatore d'Occidente, cosa che Anastasio certamente non avrebbe potuta mai tollerare in un barbaro. E però invano il re ostrogoto fece di tutto per renderselo propizio. Il non potervi riuscire lo angustiava ora più che mai, giacchè avendo data sua figlia Amalasunta in isposa ad Eutarico, che era un barbaro, diveniva sempre più necessario, perchè questi potesse legalmente ascendere al trono, ottenere l'approvazione dall'Imperatore. Se però Teodorico non riuscì mai ad averla da Anastasio, l'ottenne invece dal successore Giustino, dopo che ebbe promosso un accordo fra questo ed il papa Ormisda. Le conseguenze però di tale accordo furono a lungo andare assai diverse e più gravi di quel che non si sarebbe pensato. La questione religiosa, che aveva in Italia una straordinaria importanza, mutò adesso sostanzialmente carattere, e s'aggravò in modo da divenire più tardi causa non ultima della rovina del regno ostrogoto.

Sebbene ariano, Teodorico era stato lungamente in buona armonia col Papa, favorendolo nel conflitto religioso, che tra Roma e Costantinopoli da lungo tempo continuava assai aspro. Già papa Gelasio I (492-6), sostenitore fermo e costante della supremazia della Chiesa di Roma, aveva, come vedemmo, condannato l'Henoticon, dichiarando eretico Acacio, aggiungendo, che se l'Imperatore ne avesse seguito le idee, sarebbe stato eretico anch'esso. «Come romano, così egli scriveva, io dovrei esser sempre favorevole all'Imperatore; ma la tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei barbari.» Nè c'era ragione che mutasse attitudine o linguaggio per favorire Teodorico, il quale non aveva interesse alcuno di contrariarlo nella disputa, perchè il dissidio era tutto a suo vantaggio. Se non che l'Imperatore d'Oriente che aveva mandato Teodorico, sperando fra le altre cose che egli avrebbe saputo meglio di Odoacre tenere a freno il Papa, restava affatto deluso, e quindi sempre più irritato contro di lui.

A Gelasio successe Anastasio II (496-8), che aveva il nome stesso dell'Imperatore, ed era un Romano d'indole assai più mite del suo predecessore. Teodorico ne profittò, per mandare a Costantinopoli un'amichevole ambascerìa, alla cui testa era il patrizio Festo, il quale s'adoperò molto ad ottenere una conciliazione politico-religiosa, lasciando sperare all'Imperatore di far piegare il Papa nella questione dell'Henoticon, ed in questo modo riuscì a far mandare a Teodorico le tanto desiderate insegne. Pace facta de praesumptione regni, dice a questo proposito l'Anonimo Valesiano. Ben presto però papa Anastasio moriva, e ne seguì una elezione violentemente contrastata, durante la quale Teodorico si condusse con grande prudenza. I candidati eran due. Lorenzo, tenuto più pieghevole e meno avverso all'Henoticon, aveva il favore dei Senatori, e quello sopra tutto di Festo, come era naturale per le speranze che appunto l'Henoticon egli aveva date a Costantinopoli. L'altro candidato, Simmaco, era invece più fermo nella dottrina ortodossa, e godeva quindi il favore degli ardenti cattolici. Così la lotta fra i due partiti s'accese per modo, che ne venne minacciato l'ordine pubblico, e Teodorico fu costretto ad intervenire. Con molto accorgimento egli dichiarò, che l'eletto doveva essere colui al quale s'era dato un maggior numero di voti. E così vinse Simmaco (498), quegli appunto che a lui conveniva di più, perchè meno disposto a troppo sottomettersi a Costantinopoli.

Nell'anno 500 Teodorico fece il suo ingresso solenne in Roma. Fuori delle mura gli vennero incontro il nuovo Papa, il Senato, i nobili. Egli andò in S. Pietro ad adorare le reliquie del Santo; dichiarò di voler concedere tutto ciò che gl'Imperatori avevano promesso a vantaggio della Città eterna; attese con ardore al restauro dei monumenti; fece celebrare i giuochi nel Circo; assegnò al popolo un annuo sussidio di 120 mila moggia di grano. Intanto gli oppositori di Simmaco non si erano acquetati; mossero anzi contro di lui ogni sorta d'accuse, perfino di adulterio. Teodorico dichiarò di non volersene mescolare, e rimise la decisione ad un Concilio, che fu chiamato Sinodo palmare (501), nel quale mandò suo rappresentante il vescovo di Altino. Gli fu opposto che il Concilio doveva essere radunato dal Papa, non dal Re; e Teodorico rispose, che aveva in tutto proceduto d'accordo con Simmaco. Si protestò allora che non si voleva il regio visitatore, che non si poteva da nessuno giudicare il capo della Chiesa; e Teodorico disse che egli pregava solamente il Concilio di ristabilire la pace religiosa nel modo che credeva migliore. Si sarebbe, egli aggiunse, uniformato senz'altro alle deliberazioni prese, limitandosi da parte sua a mantenere l'ordine, a difendere da ogni minaccia la persona del Papa. Il Concilio finì col riconoscere Simmaco senza giudicarlo; e Lorenzo, dopo avere invano tentato di resistere, si ritirò. La pace religiosa fu così ristabilita in Occidente; ma ricominciò subito la lotta con Costantinopoli. Ben presto Simmaco assunse un'assai decisa attitudine; ed in un Concilio tenuto l'anno 502 fece leggere ed annullare i due decreti di Odoacre (483) circa la elezione papale e la proibizione d'alienare le proprietà della Chiesa, ritenendoli illegali, come opera di un laico, indebitamente poi sanzionata. E quanto all'Henoticon, scrisse all'Imperatore: «Invano tu credi di poterti levare contro la potenza di S. Pietro, e liberarti dal giudizio di Dio.» Nè l'Imperatore poteva allora reagire, perchè il popolo era a Costantinopoli divenuto fautore della dottrina ortodossa. Il Papa quindi procedeva fermo e sicuro, occupandosi, senza altri pensieri, di costruire in Roma nuove chiese, dando le sue cure maggiori ad abbellire S. Pietro, iniziando la costruzione del Vaticano: e così, per opera sua e di Teodorico, l'antica capitale dell'Impero sembrava fiorire di nuovo. A Costantinopoli invece la disputa religiosa dava origine a tumulti, a ribellioni, che indebolivano l'Imperatore ed incoraggiavano sempre più il Papa. E quando a Simmaco successe Ormisda (514-23), anche questi continuò a lottare con energia contro l'Imperatore, che finalmente, perduta la pazienza, mandò via gli ambasciatori papali dicendo, che poteva sopportare d'essere addolorato ed anche ingiuriato, ma non voleva rassegnarsi a ricevere comandi da Roma.

Inasprite le cose fino a questo punto, cominciavano a dar grave pensiero anche a Teodorico, cui certo non giovava che l'Imperatore venisse troppo irritato. E fu questo il momento nel quale la questione religiosa subì la profonda modificazione, più sopra accennata. Morto l'imperatore Anastasio, gli era successo Giustino (518-27), un contadino ignorante della Dardania, valoroso soldato, affatto ortodosso in religione, che si lasciò guidare da suo nipote Giustiniano, uomo di grande ingegno e ortodosso al pari di lui. Fu questo veramente il principio di un nuovo indirizzo religioso e politico nell'Impero, anzi di un'era novella. Il popolo a Costantinopoli esaltava con grande ardore le dottrine cattoliche, e gli eretici erano perseguitati: il Papa naturalmente ne gioiva. Teodorico, impensierito allora del nuovo stato di cose in Oriente, e della opposizione crescente che vedeva sorgere contro di lui in Italia, pensò di farsi addirittura iniziatore d'un accordo fra Papa e Imperatore, sperando così di guadagnarsi il favore dell'uno e dell'altro. La cosa riuscì dapprima assai facilmente; ma le conseguenze furon poi inaspettate. Nel 519 arrivavano a Costantinopoli gli ambasciatori del Papa, che furono solennemente accolti dal popolo, dal Senato e dall'Imperatore. Essi portavano il libellus, o sia la formola già concordata della esplicita sottomissione dell'Impero alle dottrine cattoliche; e fu subito accettata. L'Henoticon, cagione di tante dispute, venne solennemente condannato; Acacio fu anatemizzato. Così Roma, dopo una lotta sostenuta sempre con energia, senza mai nulla cedere, aveva finalmente trionfato. E pareva che l'Imperatore si fosse stabilmente messo d'accordo non solo col Papa, ma anche con Teodorico. Infatti Eutarico fu nominato Console e adottato come figlio, per arma filius (Variae, VIII, 1): era questa la formola usata. Se non che ben presto tutto si volse a danno di Teodorico, il quale era ariano, e non poteva andare a lungo d'accordo con un Papa e con un Imperatore, che, essendo ambedue ortodossi, dovevano trovarsi, come ben presto si trovarono, uniti contro di lui.

CAPITOLO IV Fine del regno di Teodorico — Governo di Amalasunta

Verso il 524 l'imperatore Giustino cominciò a perseguitare gli Ariani, il che rese subito assai difficile la condizione di Teodorico, massime perchè suo genero Eutarico era un ariano fanatico ed intollerante. Il Re fu quindi costretto a reagire, perseguitando i Cattolici, e si trovò subito in urto col Papa, eccitando lo scontento delle popolazioni. In questo tempo appunto, avendo il popolo bruciata la Sinagoga a Ravenna, Teodorico lo costrinse a ricostruirla; il che aumentò sempre più il malumore. E non era cosa di poco momento. Nei Romani, sopra tutto nei Senatori e nei latifondisti, che più avevano sofferto per la divisione delle terre, dirigevano l'amministrazione ed avevano i principali uffici civili, s'era, insieme colla prosperità favorita dalla pace, cominciata a manifestare una crescente avversione ai Goti, con una maggiore fiducia in sè stessi. Questa fiducia, come era naturale, aumentava grandemente ora che si poteva esser sicuri del favore del Papa e dell'Imperatore. Così la società e la cultura romana guadagnavano rapidamente terreno, e i fautori di esse cominciavano a intendersela direttamente coll'Imperatore. Tutto questo finì coll'irritare assai Teodorico, il quale vedeva a un tratto minacciato di rovina l'edifizio con sì gran cura innalzato. L'alleanza, la fusione dei Goti e dei Romani da lui tanto vagheggiate, apparivano ora come un sogno che s'andava a un tratto dileguando. Fu allora che egli emanò contro i Romani l'ordine ricordato dall'Anonimo Valesiano, ut nullus eorum arma usque ad cultellum uteretur. Ed a poco a poco parve che in lui andasse scomparendo ogni traccia di romanità; tornò ad essere il feroce barbaro d'una volta, quello stesso che colle proprie mani aveva, nel banchetto di Ravenna, assassinato Odoacre.

Non tutti i Romani erano però concordi, essendovi fra loro, anche negli ordini superiori della società, di quelli che restavano ciecamente attaccati ai Goti, e che, come tutti i rinnegati, erano intolleranti e vendicativi. Alla loro testa si trovava il referendario Cipriano, che fu poi Conte delle sacre largizioni, Maestro degli uffici, e che non solamente aveva egli stesso preso servizio nell'esercito dei Goti, ma da essi aveva fatto educare nella loro lingua e nelle armi i suoi propri figli. Costui ad un tratto accusò il patrizio Albino d'avere scritto all'Imperatore lettere segrete, per cospirare contro Teodorico. Albino negò recisamente ogni tentativo di congiura; e la cosa non avrebbe avuto le grandi proporzioni che prese, se all'agitazione che già s'era manifestata nei Romani, ai sospetti già fieramente accesi nell'animo di Teodorico, non si fosse aggiunto l'intervento inaspettato e spontaneo d'un personaggio di grande reputazione ed autorità.

Il senatore Boezio della illustre famiglia Anicia era stato amico di Teodorico, e ne aveva fatto l'elogio in Senato; nel 510 era stato Console, dignità che nell'anno 522 venne contemporaneamente conferita ai suoi due figli, fatto eccezionale davvero. Egli era studiosissimo dell'antica filosofia, sopra tutto di Aristotele, di cui aveva commentato la Logica; di Platone e dei Neoplatonici. Aveva tradotto dal greco opere di matematica e di magia; aveva scritto opere filosofiche, ed anche teologiche: Cassiodoro ce lo descrive come un uomo enciclopedico. «A lui si ricorse, egli dice, quando si voleva costruire un orologio ad acqua, ed uno a sole pel re dei Burgundi; quando si cercava un buon citaredo per mandarlo al re Clodoveo, e così pure quando si volle scientificamente esaminare se era stata alterata la moneta con cui venivano pagati i soldati.» Egli era un cristiano, ammiratore dello spirito dell'antica Roma, animato fino all'entusiasmo da un sentimento stoico e neoplatonico. Una prova di questo suo esaltamento si vide nel modo con cui si gettò nella pericolosa disputa, a proposito di Albino. Ne difese a viso aperto l'innocenza, sostenendo esser falsa l'accusa fattagli da Cipriano, aggiungendo che i sentimenti d'Albino erano quelli di tutto il Senato; che congiura non v'era stata, e se vi fosse stata, nessuno dei Senatori l'avrebbe rivelata. Cipriano allora portò falsi testimoni, che riconfermarono l'accusa mossa contro Albino, estendendola anche a Boezio. E così furono ambedue chiusi in carcere.

Non sappiamo qual fosse il destino finale di Albino, ma Boezio venne processato e condannato dal Senato. La forma del processo ci è però ignota: non si può dire con certezza se la condanna fu pronunziata da una commissione o da tutto il Senato. Ma quest'ultimo caso non par probabile, se si pensa ai sospetti che Teodorico continuò sempre ad avere contro i Senatori. Non si sa neppure qual fosse veramente la sentenza pronunziata contro Boezio, che se aveva con troppa audacia sparlato del Re, aveva però a viso aperto difeso il Senato. Assai probabilmente venne da una commissione condannato al carcere, pena che più tardi Teodorico, accecato dall'ira, mutò di suo arbitrio in una morte crudele, anzi barbara addirittura.

Nella lunga prigionia Boezio scrisse la sua Consolatio Philosophiae, che è la propria confessione ed apologia, il libro che rese immortale il suo nome. «Di che cosa sono io accusato?, egli diceva. Di avere amato la libertà di Roma, difeso la dignità del Senato.» Chiamava corrotti i suoi accusatori, e si doleva di essere stato condannato, senza venir prima interrogato, da quel Senato stesso di cui aveva assunto le difese. La ragione dell'accusa, egli proseguiva, «furono gli odii contro di me suscitati nell'adempimento del mio ufficio, opponendomi io alle ingiustizie di cui erano vittime i provinciali romani. L'avidità dei barbari, sempre impunita, diveniva ogni giorno maggiore verso le terre dei provinciali, dei quali assai spesso volevano la testa, per aver poi gli averi. Quante volte non difesi e protessi i miseri contro le infinite calunnie dei barbari, che volevano divorarli!» Questo libro dettato nel carcere, senza l'ampollosa retorica di Cassiodoro, in buona e corretta prosa latina, di tanto in tanto interrotta da versi, è un vero inno alla virtù. E fu scritto colla certezza della morte vicina, perchè la irritazione di Teodorico, già arrivata al colmo, divenne, come era naturale, per questo audace linguaggio, addirittura furibonda. Boezio si dichiarava apertamente difensore della giustizia e degli oppressi, pei quali non aveva mai ricusato nessun sacrifizio. «Gloria, potenza, ricchezza, egli continuava, sono vanità. Solo la virtù ha valore, essa sola rende l'uomo veramente libero. Iddio che è il sommo bene, cui l'universo intero aspira, deve essere anche la mira costante del filosofo.» Fra i caratteri più singolari del libro, che ebbe una prodigiosa popolarità in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua, v'è ancora questo, che, leggendolo senza conoscerne l'autore, sarebbe difficile dire se esso è l'opera d'un pagano o d'un cristiano. È di certo la manifestazione d'un eroismo, che potrebbe credersi pagano e cristiano ad un tempo. Non si può affermare che vi sia nulla di sostanzialmente contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che un cristiano, il quale s'apparecchia alla morte, non accenni una sola volta nè al Paradiso, nè all'Inferno, nè a Cristo, e neppure alla speranza d'una vita futura. Pare il linguaggio d'uno stoico, tanto che per qualche tempo si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero cristiano e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma la grande popolarità che nel Medio Evo godette il suo libro fra i Cristiani, rendeva assai difficile ammettere il dubbio, ed oggi la critica storica lo ha interamente eliminato. C'è in lui qualche cosa che ricorda i Neoplatonici italiani del secolo XV, come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, nei quali Paganesimo e Cristianesimo sembravano fondersi e confondersi in una dottrina sola. I cospiratori allora affilavano i pugnali contro i tiranni, invocando Bruto, e nello stesso tempo si raccomandavano alla Madonna, perchè guidasse il loro braccio, e non facesse fallire il colpo omicida.

Teodorico si decise finalmente a far morire il prigioniero. Una fune venne legata intorno al capo di Boezio così strettamente, che gli occhi quasi ne schizzarono fuori, ed allora con un colpo di mazza sulla testa lo finirono (524). Nè contento di ciò, Teodorico, che aveva ormai perduto il dominio di sè, temendo che Simmaco, capo del Senato, anch'esso della famiglia Anicia, e che aveva dato sua figlia in moglie a Boezio, potesse voler vendicare il parente suppliziato, fece prendere e porre a morte anche lui, senza neppur fargli processo. Ciò dimostra che Albino e Boezio non erano soli ad avere sentimenti romani nel Senato, e fa quindi sempre più credere che questo non sarebbe stato allora concorde a pronunziare, per ragioni politiche, la sentenza di morte contro uno dei suoi membri.

A papa Ormisda era successo Giovanni I (523-6), che si mostrò lieto anch'esso che l'Imperatore perseguitasse gli Ariani, ciò che spinse il furore di Teodorico fino al parossismo. Egli, nonostante la viva resistenza, costrinse il Papa a partire per Costantinopoli, pretendendo che andasse colà a difendere la causa degli Ariani, a chiedere la restituzione delle loro chiese; altrimenti minacciava severe rappresaglie. Il Papa assai di mala voglia partì per l'Oriente, e fu accolto con grande entusiasmo. Ottenne tutto quello che domandò nell'interesse del Cattolicismo; nulla però, com'era naturale, ottenne, nè gl'importava ottenere, a favore degli Ariani. Lo sdegno di Teodorico fu tale allora che, quando Giovanni tornò, lo chiuse in carcere, dove il 25 maggio 526 morì. Ed ora il Re volle, per propria sicurezza, ingerirsi nella elezione del nuovo Papa, indicando colui che fu poi eletto col nome di Felice III. Tutto questo destò d'ogni parte uno straordinario ed universale malcontento contro di lui. Pareva che l'Impero ed i Vandali, profittando della occasione, fossero per mettersi d'accordo, e muovergli guerra da un momento all'altro. Ma quando egli con febbrile attività raccoglieva navi ed armati per difendersi, fu improvvisamente sorpreso dalla morte.

In questa morte, avvenuta solo novantasette giorni dopo quella di papa Giovanni, molti videro la mano di Dio, e più d'una leggenda s'andò formando intorno ad essa. Procopio racconta che, trovandosi Teodorico ad un banchetto, gli fu portato un grosso pesce, il quale, digrignando i denti e rivolgendo minacciosamente gli occhi, pareva che assumesse le sembianze di Simmaco. Spaventato di ciò, il Re si sentì preso da brividi che lo costrinsero a mettersi in letto, dove non vi furono panni che bastassero a riscaldarlo, ed il 30 agosto 526, in età di settantadue anni, fu da una forte dissenteria condotto a morte. Un'altra leggenda, narrata assai più tardi nei Dialoghi di Gregorio Magno, racconta che un collettore di tasse, passando per l'isola di Lipari, vi trovò un eremita che subito esclamò: — È morto Teodorico! — Come mai, rispose l'altro, se non è molto che io lo lasciai in buona salute? — Eppure, soggiunse l'eremita, io l'ho visto or ora passare colle mani legate, fra papa Giovanni I e Simmaco, ed essere gettato nel cratere del Vulcano di Lipari. — Questa leggenda si connette assai probabilmente al fatto, che qualche tempo dopo la morte, il corpo del Re non fu più trovato nel suo mausoleo, e se ne perdè ogni traccia. Nel 1854 si credette che alcuni muratori, i quali scavavano la terra non molto lungi dal mausoleo, avessero trovato colà sepolto il suo cadavere. Ma anche allora, per colpa di quegli operai mal fidi, tutto scomparve insieme colla corazza d'oro, che era stata del pari trovata, e di cui solamente alcuni brani si salvarono.

Teodorico, morendo, lasciava la figlia Amalasunta, vedova per la morte già avvenuta del marito Eutarico, da cui aveva avuto un bimbo, Atalarico, che era allora di dieci anni circa. E però, quando Teodorico si sentì vicino a morte, chiamati intorno a sè i capi dei Goti, presentò loro il nipote, raccomandando, come dice Jordanes, «che lo rispettassero quale loro re, amassero il Senato ed il popolo romano, tenessero soddisfatto e propizio l'Imperatore: Principemque orientale placatum, semperque propitium haberent post Deum.» Necessariamente il governo venne di fatto nelle mani della madre Amalasunta, la quale aveva avuto un'educazione romana; parlava il goto, il greco ed il latino. Ella ci è descritta come bella e d'animo virile; ma in realtà non riuscì pari alle molte e gravi difficoltà in mezzo alle quali si trovò. A tempo di lei non solo l'Impero d'Occidente si decompose affatto, ma s'avviò a rovina anche il regno ostrogoto.

E prima di tutto, la sua successione al governo, non approvata dall'Imperatore, non era, neppure secondo le consuetudini gote, legale. Si cercò di rimediarvi, facendo prestare giuramento dal popolo goto e romano ad Atalarico, che a sua volta dovè giurare ad essi ed al Senato. Jurat per quem juratis, scriveva Cassiodoro (VIII, 3), il quale divenne ora nella Corte più potente che mai; fu Maestro degli uffici, Questore, e più tardi Prefetto del Pretorio, tanto che diceva di sè stesso: Erat solus ad universa sufficiens (IX, 25). Amalasunta sembrava che volesse seguire una politica mite e conciliatrice, senza troppo allontanarsi dalla via seguita da suo padre nei primi anni del regno. Restituì ai figli di Boezio e di Simmaco i beni loro confiscati; e nello stesso tempo, con singolare contradizione, favorì ancora il partito avverso. Infatti Cipriano, l'accusatore, il calunniatore di Albino e di Boezio, ritenne i suoi alti uffici. Sotto di lei vi furono Romani che ebbero nell'esercito gradi elevati, e Goti che entrarono nel Senato.[31] La forza delle cose la costringeva a tenere una via diversa da quella seguìta da Teodorico; e ciò nella politica estera più ancora che nella interna.

Il concetto d'una grande confederazione barbarica, sotto la presidenza del re ostrogoto, andò in fumo. L'Italia si trovò isolata, ed a Costantinopoli s'aveva ora assai buon gioco, e si cercò presto di trarne profitto. Intanto Amalasunta faceva scrivere da Cassiodoro, in nome di Atalarico, una lettera che diceva all'Imperatore: «Mio avo fu innalzato da Onorio alla dignità di Console, mio padre fu da voi adottato per arma filius; questo è un titolo, che a me adolescente s'addice anche meglio» (VIII, 1). Ma nulla s'ottenne da Giustino, chè anzi l'Italia meridionale si trovò da lui minacciata di guerra, tanto che fu allora appunto che Cassiodoro dovè accorrere per assumerne coi suoi la difesa. A settentrione minacciavano i Gepidi; all'interno v'era un grandissimo scontento fra i Goti, i quali si dolevano aspramente, che il giovane Atalarico venisse educato alla romana piuttosto che alla gota, alle lettere piuttosto che alle armi. Nel 527 Giustino associava all'Impero suo nipote Giustiniano, il quale dopo quattro mesi (1º agosto 527), per la morte dello zio, divenne Imperatore. Egli era un uomo assai più accorto, che ad una grande ambizione univa un altissimo ingegno. Riconobbe subito la successione di Atalarico e la reggenza di Amalasunta, non per affetto che portasse loro; ma perchè voleva assicurarsene il favore, meditando adesso di muover guerra ai Vandali. Finita questa, avrebbe poi pensato ad attaccare l'Italia. Intanto era lieto che il malumore dei Goti crescesse, perchè così si spianava a lui la via per mescolarsi nelle loro faccende, e trovar futuri pretesti di guerra. Già i loro capi protestavano ogni giorno più vivamente contro Amalasunta, per la educazione che dava al figlio. Teodorico, essi andavano ripetendo, aveva giustamente affermato, che non avrebbe saputo mai affrontare le spade nemiche colui che temeva la sferza del pedagogo. Ed un giorno che il fanciullo piangeva per una guanciata ricevuta, chi dice dal maestro, chi dalla madre, le sdegnose proteste arrivarono a tale, che essa dovette cedere, affidandolo a capi militari, i quali lo educarono fra le armi, le donne, il vino, i cavalli. Ed egli allora, per questo subito mutamento, datosi alla dissolutezza, cominciò a deperir tanto nella salute, che si previde subito non poter vivere a lungo.

In Italia si trovava un altro nipote di Teodorico per nome Teodato; questi era figlio d'Amalafrida e di un Goto, morto il quale, ella aveva in seconde nozze sposato Trasamondo re dei Vandali, l'uno e l'altro già morti adesso. Da lei Teodato aveva ricevuto un'educazione romana, ed era divenuto appassionato cultore della letteratura latina e della filosofia di Platone, il che lo rendeva poco accetto ai Goti. Pure, secondo le loro consuetudini, la successione sarebbe toccata a lui, come figlio d'una sorella di Teodorico, in caso che Atalarico fosse morto prima, cosa che pareva assai probabile. Ambizioso ed avido, egli s'era reso poco accetto anche ai Romani, per le sue prepotenze. Teodorico gli aveva concesso vaste terre in Toscana, ed egli le aveva, a forza di astuzie e di prepotenze, aumentate in modo da rendersi padrone di quasi tutta quella regione. Amalasunta dovette quindi porre un freno a queste ingiustificate spoliazioni, e ciò le rese Teodato avverso per modo che cominciò a tramare contro di lei a Costantinopoli.

L'avversione dei Goti per Amalasunta era intanto giunta a tale, che ella dovette mandarne ai confini tre dei più potenti e riottosi. Tuttavia si sentiva sempre così poco sicura, che si rivolse anch'essa a Giustiniano, al quale aveva, come vedremo, reso già assai utili servigi nella guerra contro i Vandali (533). Voleva rifugiarsi presso di lui, ed a sua dipendenza governare poi l'Italia. Giustiniano, come è naturale, accolse la proposta; e già le aveva apparecchiato splendido alloggio a Durazzo (Dyrrachium), dove essa spedì sopra navi i tesori dello Stato, 40,000 aurei. Ma Amalasunta, che era donna assai mutabile, essendo in questo mezzo riuscita a disfarsi dei tre Goti che aveva confinati, richiamò le navi e depose a un tratto ogni pensiero di lasciare l'Italia.

Giustiniano allora, non sapendo qual fosse veramente l'animo di lei, mandò tre ambasciatori per indagarlo (534). Egli adesso aveva vinto i Vandali, e s'apparecchiava a fare l'impresa d'Italia. Aveva in passato chiesto ad Amalasunta la fortezza di Lilibeo (Marsala) in Sicilia, e la chiedeva ora nuovamente. Questa fortezza era stata concessa in dote ad Amalafrida; e i Goti ritenevano che, per la morte di lei, tornasse di diritto a loro. Giustiniano invece riteneva che, avendo egli sottomesso i Vandali, la fortezza spettasse a lui, e la chiedeva con insistenza anche perchè gli poteva giovare non poco nel cominciare l'impresa d'Italia. Amalasunta l'avrebbe facilmente ceduta; ma temeva lo sdegno del suo popolo, e però esitava.

Il 2 ottobre 534 moriva Atalarico, ed Amalasunta si trovò in una nuova, difficilissima condizione. Non poteva essere regina, perchè le leggi dei Goti non lo consentivano; non poteva essere reggente, perchè il figlio era morto; non poteva quindi neppur trattare in proprio nome con Giustiniano. Capì allora che bisognava rivolgersi a Teodato, e gli propose d'associarsi a lei nel governo dell'Italia. Sperava di contentarlo coll'apparenza del potere, che egli invece intendeva assumere ben presto nelle sole sue mani. Ma intanto le lettere sempre ampollose e retoriche, scritte da Cassiodoro in loro nome, annunziavano all'Imperatore la nuova unione: «Come il corpo umano ha due orecchie, due occhi, due mani, così il regno goto ha ora due sovrani.» E con altre lettere, scritte sempre da Cassiodoro, essi facevano vicendevolmente le proprie lodi presso l'Imperatore, e dinanzi al Senato. Pare che Giustiniano, persuaso che non vi fosse da temer grande resistenza da parte di due sovrani deboli e discordi, si dimostrasse pronto a riconoscerli senza difficoltà. Ma intanto Teodato, già stanco d'avere il secondo posto, riuscì a confinare Amalasunta nel lago di Bolsena, dove fu ben presto strangolata nel bagno (535) dai parenti di quei Goti, che essa aveva fatti uccidere. Procopio, nei suoi Anecdota, pretende che istigatrice di questo assassinio fosse stata l'imperatrice Teodora, la quale temeva che Amalasunta, venendo a Costantinopoli, avesse colla sua bellezza potuto esercitare troppo grande predominio sull'animo dell'Imperatore. Teodato da parte sua si dichiarò affatto innocente, ma nessuno gli credette, massime quando si vide che gli uccisori furono da lui premiati. Chi intanto da tutto questo potè veramente cavar vantaggio fu Giustiniano. Appena che Amalasunta era stata messa in prigione, egli aveva protestato, dicendo che l'assumeva sotto la sua protezione. E quando la seppe uccisa, egli, sotto l'apparenza di vendicare la giustizia offesa, si credette in pieno diritto di muover contro Teodato e gli Ostrogoti quella guerra, che già da lungo tempo meditava.

CAPITOLO V Giustiniano e Belisario — La guerra vandalica — Il principio della guerra gotica

Ci è forza ora tornare un passo indietro, per parlare di Giustiniano, che così gran parte ebbe nelle cose d'Italia.

Egli nacque nella Dardania l'anno 482 o 83; ebbe a Costantinopoli una educazione ed istruzione greco-romana. Nel 521 fu da suo zio Giustino nominato Console. Ed in questa occasione vi furono feste straordinarie davvero, nelle quali si spesero 280,000 aurei, e furono adoperati venti leoni, trenta pantere ed altri animali feroci. Questo fu il primo segno di quel sontuoso lusso, di cui Giustiniano fu sempre assai vago, in parte per sua propria indole, in parte perchè lo credeva utile a crescergli autorità presso le moltitudini. Nel 527 venne associato all'Impero da suo zio, cui poco dopo successe. Egli era certamente un uomo di grande ingegno, ed aveva un alto concetto dell'Impero, che voleva restaurare in Occidente. Mirabile fu in lui l'attitudine a scegliere le persone adatte all'attuazione de' suoi disegni. Questo si vide nella scelta che fece prima di Belisario, poi di Narsete, il quale a sessant'anni venne per la prima volta messo alla testa d'un esercito, e riuscì ottimo generale. La stessa felice attitudine dimostrò nella elezione di Triboniano e degli altri che chiamò a compilare il Corpus Juris, non che degli architetti che costruirono il meraviglioso tempio di Santa Sofia. Non aveva però capacità amministrativa; profondeva danari nelle opere pubbliche, nelle molte fortezze che costruì, nelle continue guerre. Tutto questo lo portò ad aggravar di tasse il popolo, provocando un gran malcontento, che, aggiunto alla continua mancanza di danaro, più d'una volta mandò a monte i disegni meglio concepiti. Oltre di ciò s'innamorò d'una bella e trista donna, che fu addirittura una specie di Lady Hamilton, dissoluta, crudele e di un orgoglio smisurato. Figlia d'un guardiano delle bestie del circo, morto il padre, essa si sarebbe, secondo la pubblica fama, prostituita a tutti, mostrandosi anche nuda nel teatro; e finalmente, tornata dopo molte peregrinazioni a Costantinopoli, sposò Giustiniano, che, salito sul trono, la volle partecipe al governo. Certo è però che d'allora in poi ella seppe frenarsi, menando vita decorosa, e si dimostrò donna di molto ingegno, di grandissimo coraggio.

La fonte principale e più autorevole di tutto questo tempo è Procopio, che accompagnò Belisario nelle sue guerre, delle quali ci lasciò un diario fedele e prezioso. Più tardi egli scrisse una seconda opera, conosciuta col titolo di Storia arcana o anche Anecdota, nella quale dimostrò contro Giustiniano e Teodora un'avversione di cui non v'è traccia nella prima storia. Pare che, dopo la loro morte, si sentisse più libero nello scrivere, e che ciò lo inducesse a parlare assai più chiaro, qualche volta anche ad eccedere ne' suoi giudizi.

Quello che più di ogni cosa tramandò ai posteri il nome di Giustiniano fu la sua opera legislativa. Varie commissioni da lui nominate, sotto la presidenza di Triboniano, riunirono in diverse raccolte tutte le fonti del diritto romano, aggiungendovi anche un Manuale (Institutiones) pei principianti, e formando così quel Corpus Juris, che è la gloria principale di Giustiniano. Una di queste raccolte è il Codice (Codex constitutionum), collezione in dodici libri degli Editti imperiali; la più importante è però quella conosciuta col nome di Digesto o Pandette. In essa la Commissione riassunse tutti gli scritti classici dei giureconsulti, scritti che contenevano i loro pareri sulle Leges e sui Senatus-consulta, di cui qualche volta riproducevano preziosi frammenti. Fu un'opera veramente immane, divisa in cinquanta libri, nei quali erano compendiati duemila volumi. E venne condotta a termine nel breve spazio degli anni 530-33. Ciò che domina in tutto quanto il Corpus Juris è il concetto dell'assoluta autorità imperiale, uno spirito coordinatore ed accentratore, che era il carattere di quel tempo, privo d'ogni produttiva originalità intellettuale, come si vide anche nella filosofia e nella teologia. Gran torto fece a Giustiniano l'avere per eccessivo zelo religioso, soppresso la scuola di filosofia greca in Atene, che sebbene fosse già decaduta, aveva pur sempre un nome antico e gloriose tradizioni.

Nonostante le grandi qualità e le grandi opere di Giustiniano, la sua cattiva amministrazione, le continue spese, le tasse oppressive produssero ben presto uno straordinario malcontento. Si aggiungeva ancora un profondo dissenso religioso fra i Monofisiti, che erano protetti dalla Imperatrice, e gli Ortodossi, che erano sostenuti dall'Imperatore. E tutto ciò condusse ben presto ad una violenta rivoluzione, la quale scoppiò nell'Ippodromo, dove la moltitudine era già divisa negli Azzurri, che inclinavano ai Monofisiti, e nei Verdi, che inclinavano agli Ortodossi. Una tale divisione turbava allora ed agitava tutte le principali città dell'Impero; ma a Costantinopoli essa aveva preso proporzioni addirittura spaventose. L'Imperatore fu nell'Ippodromo insultato con una indegna violenza di linguaggio, specialmente da parte degli Azzurri, che, accusandolo di favorire i Verdi, gli davano di ladro, di traditore, di asino. Per mostrarsi imparziale, egli fece uccidere alcuni malfattori dell'uno e dell'altro partito, ma ciò invece li unì tutti contro di lui. La rivoluzione che ne seguì ebbe il nome di Nika (Vittoria), dal motto d'ordine, che avevano assunto i due partiti temporaneamente riuniti. In conseguenza di essa, scoppiò un incendio, che durò cinque giorni, accumulando grandi rovine; e venne proclamato perfino un nuovo Imperatore, tanto che Giustiniano, persuaso di non poter più resistere, voleva abbandonare Costantinopoli e l'Impero. Teodora diè prova allora del suo virile coraggio. — Morire bisogna pure una volta, ella esclamò al marito, ma condurre l'esistenza da principe fuggiasco non è vita. Fuggi, se tu vuoi, io non voglio vivere senza la porpora. — E allora venne chiamato il giovane Belisario, il quale condusse la repressione con tale energia, che si parlò di 35,000 morti. Ipazio, che era il nuovo imperatore proclamato dai ribelli, fu anch'egli ucciso, e Giustiniano restò finalmente sicuro sul trono (532), che dovette a Teodora ed a Belisario.

L'Impero di Costantinopoli era una singolare mescolanza, non solo di Greci e di Romani, ma di popoli diversissimi: Slavi, Bulgari, Turchi, Finni, Armeni, Persiani, Egiziani, anche Mori. E tutte queste genti di razze, di costumi, di religioni, di lingue diverse, che non potevano essere unite da spirito nazionale, erano unite dalla legge e dalla disciplina romana. È questo un fatto veramente straordinario, reso ancora più notevole dalla lunga durata che, in mezzo a tante rovine, ebbe l'Impero d'Oriente, fino cioè alla metà del secolo XV. l'Imperatore, che si trovava alla testa dello Stato e della Chiesa, aveva ai suoi ordini una burocrazia accentrata e potente, una diplomazia accortissima, un esercito valoroso, che ai tempi di Giustiniano si faceva ascendere a circa 150,000 uomini. Composto principalmente dalle popolazioni montanare della Tracia, del Tauro, della Valachìa, non fu in tutti i tempi uguale a sè stesso; ma più volte dette splendide prove del suo valore, ed ebbe una serie di generali di merito veramente eccezionale. Questi solevano come Belisario, che fu certo dei più illustri, avere anche una propria guardia d'alcune migliaia di soldati scelti, da essi dipendenti e da essi pagati. La flotta, che era composta di gente venuta dall'Asia Minore, dalla Tracia, dalla Grecia, mantenne del pari lungamente onorato il suo nome.

Giustiniano acquistò una grande importanza storica pel fermo proposito che ebbe di restaurare l'antica unità, l'antico splendore dell'Impero, iniziando una grande reazione del Romanesimo contro il Germanesimo: reazione che per qualche tempo fu davvero trionfante, sino a che la mancanza d'industria e di commercio, lo scontento prodotto dalle tasse eccessive e dalle angherie del fisco, la corruzione e le gelosie della Corte, che alimentavano sempre la discordia dei generali, non mandarono a rovina un'opera gloriosamente iniziata, e favorita anche dalla fortuna. Lo strumento principale di questa impresa fu Belisario. Nato (505) nella Dardania, come Giustino e Giustiniano, egli entrò assai giovane nell'esercito, e diè subito prove di grandissimo valore nella guerra contro i Persiani (530), nella quale con 25,000 uomini potè respingerne 40,000. Conchiusa la pace, tornò a Costantinopoli dove, come vedemmo, ebbe occasione di domare la rivoluzione del 532. Aveva allora già sposato Antonina, una donna che molto somigliava a Teodora. Figlia anch'essa di gente dell'Ippodromo, e già due volte madre quando sposò Belisario assai più giovane di lei, dissoluta, energica, intrigante, esercitò sul marito, che accompagnò in tutte le imprese militari, un'azione grandissima, la quale riuscì spesso a lui funesta.

Scopo principale di Giustiniano fu il riconquistare l'Italia all'Impero; ma per ciò fare occorreva assicurarsi prima le spalle, ripigliando l'Africa, dopo aver vinto i Vandali. Colà da un pezzo i disordini interni e la conseguente debolezza del regno non erano molto diversi da quel che abbiamo visto in Italia. Nel 528 era salito sul trono Ilderico, poco atto alle armi, che dalla madre Eudocia, figlia di Valentiniano III, aveva ereditato simpatie romane e cattoliche. Questo provocò nei Vandali una reazione del sentimento ariano e barbarico, tale che ne scoppiò una rivoluzione, promossa da Amalafrida sorella di Teodorico, e vedova di Trasamondo, al quale era successo Ilderico. La rivolta fu domata, ed Amalafrida venne messa in carcere, dove restò fino alla morte di Teodorico, quando, non essendo più necessario usarle riguardi, la uccisero. Si accese perciò un odio profondo tra gli Ostrogoti ed i Vandali, che tornò a vantaggio di Giustiniano, il quale potè sperare, come difatti avvenne, d'essere secondato dai primi nel combattere i secondi. Ma Ilderico non restò a lungo sul trono, perchè i Vandali ne lo cacciarono, ponendovi invece Gelimero (531), uomo bellicoso, senza simpatie romane. E anche da ciò Giustiniano seppe trarre profitto, pigliando occasione a muover guerra ai Vandali, dal pretesto di voler difendere tanto il giusto diritto d'Ilderico, quanto i sentimenti romani e ortodossi di lui.

Nel 533 salpava finalmente da Costantinopoli una flotta condotta da un numero assai grande di marinari, con un esercito di 10,000 fanti e 5 o 6000 cavalieri, la più parte della Tracia. Li comandava Belisario, che era accompagnato dalla moglie e da Procopio, il quale era stato suo segretario anche in Persia. Sotto Belisario combatteva il valoroso capitano armeno Giovanni. Dopo due mesi d'una navigazione piena di pericoli, arrivarono a Catania, dove poterono liberamente sbarcare, perchè avevano il favore degli Ostrogoti. Colà seppero che i Vandali erano affatto ignari della loro venuta, tanto che il fratello di Gelimero era andato ad una impresa militare nella Sardegna. Dato quindi l'ordine della partenza, Belisario sbarcò ben presto a nove giorni di marcia da Cartagine. Si presentò in Africa non come un conquistatore, ma come un liberatore dei Cattolici, dei Romani, del clero e dei proprietari, tutti ugualmente oppressi dai Vandali, eretici, stranieri e barbari. Dette ai suoi soldati ordine severissimo di rispettare le proprietà e le persone; e col favore delle popolazioni potè condurre assai fortunatamente la guerra. Il 13 settembre ebbe luogo la prima battaglia, che fu da lui vinta, nonostante il numero superiore dei nemici. Il 15 entrò in Cartagine, e prese alloggio nel palazzo stesso di Gelimero, dove invitò i suoi uffiziali superiori al pranzo, che il re vandalo aveva, nel giorno precedente, apparecchiato per sè e per i suoi, ritenendosi sicuro della vittoria.

Ritiratosi allora nella Numidia, dove fu raggiunto dal fratello venuto in fretta dalla Sardegna, Gelimero dette una seconda battaglia, che andò anch'essa perduta. E così, dopo avere assistito allo scempio de' suoi, dopo aver perduto il proprio fratello, si ritirò in mezzo ai Mori, sostenendo ogni sorta di crudeli privazioni. Narra la leggenda, che si ridusse a tale estremità da dover supplicare Belisario, perchè gli mandasse un pezzo di pane, chè da più tempo non ne aveva avuto; una spugna per lavarsi gli occhi, dal lungo piangere divenuti malati; ed una lira, per sollevar col canto lo spirito umiliato. Nel marzo del 534 finalmente si arrese, e fu allora assai onorevolmente accolto da Belisario.

Il resultato più notevole di questa guerra fu che i Vandali, dopo avere portato tanto terrore, tante rovine nell'Impero, scomparvero affatto dalla storia, senza che più se ne sentisse parlare. Questa rapida caduta dovette essere in gran parte conseguenza del loro governo oppressivo e male costituito, come più sopra accennammo. Molti di essi furono mandati ai confini dell'Impero, verso la Persia; non pochi vennero incorporati nell'esercito di Belisario, ed alcuni furono ammessi addirittura a far parte della sua guardia. Quelli che, per conto proprio, rimasero in Africa, ebbero confiscati i beni, e furono cacciati dalle loro chiese, messi in carcere o fatti schiavi.

Dopo una sì pronta vittoria si cominciarono subito a vedere le conseguenze di quella gelosia, di quella discordia che, ora come sempre, era il verme roditore della Corte bizantina. Quando Belisario aveva in tre mesi compiuta una campagna che sembrava miracolosa, e doveva perciò aspettarsene riconoscenza ed onori, cominciò invece a sentire i morsi dell'invidia e della calunnia, che lo lacerarono sanguinosamente. Lo avevano accusato presso l'Imperatore di sfrenata ambizione, dicendo che voleva farla da re, avendo osato assidersi sul trono stesso di Gelimero. Giustiniano insospettito, lo invitò a mandare subito i prigionieri a Costantinopoli; ma Belisario volle andarvi anch'egli, per smentire le accuse degl'invidiosi. Il suo ingresso fu trionfale davvero: precedevano i prigionieri, fra cui lo stesso Gelimero, insieme con le spoglie ricchissime. Fra queste erano anche quelle che dal Tempio di Gerusalemme Tito aveva menate a Roma, di dove Genserico le aveva portate in Africa. E Giustiniano temendo che, come ai Romani ed ai Vandali, così anche a lui portassero sventure, le restituì al luogo di loro prima origine. In Africa rimase un governatore, e si mandò subito un esercito d'impiegati, che incominciarono a tormentare, a dissanguar colle tasse il paese.

Ed ora Giustiniano rivolse il suo pensiero alla guerra d'Italia. La uccisione di Amalafrida, che aveva seminato odio fra gli Ostrogoti ed i Vandali, gli aveva offerto un primo pretesto. Trovandosi inoltre, per la disfatta dei Vandali, padrone dell'Africa, chiedeva, con maggiore insistenza, la fortezza di Lilibeo in Sicilia; ed Amalasunta, come vedemmo, esitava ancora, non volendo offendere sempre più l'amor proprio nazionale degli Ostrogoti, a lei già assai poco benevoli. Quando però, dopo la morte di Atalarico (534), Teodato la confinò, e poi la fece uccidere (535), Giustiniano che l'aveva presa sotto la sua protezione, disse di volerla vendicare, e si decise a cominciare la guerra.

Amalasunta era morta nella primavera, e già nella state un esercito di tre o quattro mila uomini partiva da Costantinopoli per la Dalmazia, a combattere i Goti che erano colà. Così si costringeva il nemico a dividere le sue forze, e si rendeva più facile il vincerlo in Italia, dove già s'era avviato Belisario con un esercito di 7500 uomini, oltre la sua guardia. Questo esercito, composto anch'esso principalmente di montanari della Tracia, della Georgia, dell'Isauria, fece ben presto prodigi di valore. Belisario, che lo comandava, disse un giorno a Procopio, che egli doveva in gran parte le sue vittorie alla cavalleria, la quale era stata da lui riformata. S'era accorto, che la cavalleria gota combatteva solo col giavellotto e la spada, occupata principalmente a difendere la fanteria, quando era impegnata corpo a corpo col nemico. Pensò quindi a fondare la forza del suo esercito sugli arcieri a cavallo, educandoli a questa nuova forma di combattimento. Ma nonostante il suo valor personale, i suoi infiniti accorgimenti, la sua capacità strategica, egli non avrebbe mai, con le poche sue genti, per quanto valorose, potuto fare tutto quello che fece, se non avesse avuto il favore e la cooperazione dei Romani, ai quali, con molta accortezza, seppe presentarsi fin dal principio, come uno che veniva a liberarli dal giogo barbarico e dalla persecuzione ariana, ed anche come un restauratore dell'antica grandezza romana.

Infatti, appena sbarcato in Sicilia, tutti gli aprirono le porte, e potè facilmente percorrere l'Isola in lungo ed in largo, senza trovar vera resistenza che a Palermo, dove era una forte guarnigione gota, difesa dalle mura. Belisario allora fece entrare nel porto alcune navi cariche di soldati, i quali, arrampicandosi agli alberi di esse, poterono inaspettatamente coi loro archi saettar dall'alto nella città, con grande maraviglia e spavento della guarnigione, che poco dopo s'arrese. In sette mesi la Sicilia fu riconquistata all'Impero. Alla nuova di questi fatti Teodato rimase così impaurito, che già voleva cedere, offrendo addirittura di rinunziare allo Stato, mediante una ricca pensione. Ma quando la sua proposta era stata accolta, gli pervenne notizia di qualche rovescio avuto dagl'imperiali in Dalmazia, e subito, mutato animo, non volle più arrendersi. Poco dopo, verso la fine del 535, gl'Imperiali riguadagnarono anche colà il terreno perduto, entrando in Salona, la moderna Spalato; ed allora fu Giustiniano a non voler più sentir parlare di patti e di accordi con Teodato. Ogni decisione dovette quindi essere inesorabilmente rimessa alle armi.

Se non che, appunto allora Belisario venne improvvisamente chiamato d'urgenza nell'Africa, dove, per la tirannia e la incapacità di chi governava, era scoppiata una minacciosa rivoluzione capitanata da un tale Stuzza, che pareva volesse formare un principato indipendente, e si trovò subito alla testa di 8000 ribelli, cui s'aggiunse un migliaio di Vandali. La vita del governatore imperiale si trovò in grave pericolo, il moto si estendeva minaccioso; ed egli corse subito insieme con Procopio in Sicilia, per informare di tutto Belisario, che partì come un fulmine, e si trovò in Cartagine quando i ribelli s'avvicinavano per impadronirsene. La notizia del suo improvviso arrivo bastò a sgomentarli per modo, che si ritirarono subito a cinquanta miglia dalla città, e colà furono raggiunti da Belisario, che con soli 2000 uomini osò affrontarli, e li debellò interamente. Dopo di che, saputo che un altro valoroso generale, capace di mantenere stabilmente l'ordine in quelle province, era già partito da Costantinopoli, se ne tornò in Sicilia; e lasciata una piccola guarnigione in Siracusa, un'altra in Palermo, passò sul continente.

Anche qui egli potè procedere assai rapidamente, aiutato non solo dal favore delle popolazioni, ma anche dalle diserzioni dei Goti, che incominciarono allora e furono in tutta quella campagna assai frequenti. A Napoli però la guarnigione e la popolazione si mostrarono decise a fare aspra resistenza; e quando Belisario parlò coi capi del popolo per indurli a cedere, li trovò insieme coi Goti risoluti a tutto. Gli stessi Ebrei, che s'erano adoperati molto a procurare gli approvvigionamenti, fecero ad una delle porte ostinata resistenza. Quel popolo adunque, romano o italiano che dire si voglia, che tanti scrittori presumono spento del tutto, combatteva e contava ancora nella decisione delle battaglie. Teodato intanto se ne stava lontano, e non s'indusse punto a mandare gli aiuti urgentemente richiesti. Secondo la leggenda, consultò la sorte in un modo assai singolare. In tre diverse stie pose dieci maiali, distinguendoli coi nomi di Goti, di Romani e d'Imperiali. Dopo dieci giorni, aprì le tre stie, e trovò che i Goti eran morti tutti, meno due; i Romani metà eran morti e metà vivi, avendo però questi perduto le setole; gl'Imperiali invece eran tutti vivi. E ne indusse la disfatta dei Goti e la vittoria degl'Imperiali con la cooperazione dei Romani, metà dei quali avrebbero perduto la vita, metà i loro averi. È chiaro che una tale leggenda riconosce anch'essa nella guerra la cooperazione dei Romani, la quale poi apparisce più volte manifesta nella narrazione stessa di Procopio, sebbene questi, come greco, cerchi sempre di attenuarla, dimostrando poca o nessuna stima pei Romani. In ogni modo a Napoli la resistenza fu tale, che Belisario, contro il suo solito, ne fu addirittura sgomento, e pensava di ritirarsi, quando seppe che si poteva, pei condotti dell'acqua, entrare inavvertiti nella città. Ed allora egli mosse da una parte ad un finto assalto delle mura, per richiamare colà l'attenzione degli assediati, mentre che dall'altra 600 de' suoi, entrati per gli acquedotti, corsero improvvisamente alle porte, e dopo avere ucciso i soldati che v'erano a guardia, le aprirono. Allora l'esercito entrò, e cominciò subito il saccheggio; ma Belisario, minacciando pene severissime, lo fece cessare. Così gl'Imperiali furon padroni di Napoli, e presero prigionieri gli 800 Goti che la difendevano.

A Roma intanto lo sdegno contro Teodato, per la sua condotta vigliacca, era giunto al colmo. E quindi radunatisi i Goti nella Campagna, lo deposero, eleggendo in sua vece Vitige, che ben presto trovò modo di disfarsi di lui. Fece poi divorzio dalla moglie, per sposare una figlia di Amalasunta, colla speranza, certamente vana, di rendersi così amico o meno avverso Giustiniano. Ma ormai solo il ferro poteva decidere la lite; tutto il resto era inutile. La elezione di Vitige, che Cassiodoro, pomposamente al solito, annunziò a tutti come fatta «per grazia divina e volontà libera del popolo, nell'aperta campagna,» non fu punto felice. Egli era un soldato valoroso, non già un uomo di Stato, nè un buon capitano, ed aveva contro di sè il primo generale del secolo. Cominciò coll'abbandonare Roma, lasciandovi una guarnigione di 4000 uomini, ritirandosi verso Ravenna per riunire colà tutte le sue forze. Non tenne conto dello straordinario effetto morale, che avrebbe avuto l'entrata di Belisario nell'antica capitale del mondo. Questi sarebbe sempre più apparso come il restauratore dell'Impero, e virtualmente padrone dell'Italia. Vitige intanto cercava da Ravenna di far pace a qualunque costo coi Franchi, che Giustiniano aveva tentato muovere contro di lui, per potere così assalire i Goti da tre parti contemporaneamente: dalla Gallia cioè, dalla Dalmazia, dall'Italia meridionale. E quindi Vitige, per poter ritirare le sue genti dalla Gallia, ed ingrossare con esse il proprio esercito in Italia, senza dover pensare a difendersi da più nemici ad un tempo, cedette loro la Provenza e il Delfinato, pagando anche 2000 libbre d'oro, cose tutte certamente umilianti per lui. Ma il pericolo era assai grave, ed il tempo stringeva.

Tutto andava invece per Belisario a seconda. Papa Silverio, che pur sembrava essere stato amico di Teodato e di Vitige, lo invitava adesso a Roma; ed egli, lasciata in Napoli una guarnigione di soli 300 uomini, potè avanzarsi per Cassino, favorito al solito non solo dalle popolazioni, ma anche da altre diserzioni dei Goti. Fra il 9 ed il 10 dicembre 536, senza difficoltà, entrava in Roma per la Porta Asinaria, mentre che i Goti ne uscivano per la Porta Flaminia. E così, dice Procopio, dopo 60 anni di barbarico dominio, Roma tornò di nuovo all'Impero. Belisario s'istallò sul Pincio, di dove, dato uno sguardo alla Città, piena ancora di quasi tutti gli antichi monumenti, ordinò subito che si cominciasse ad approvvigionarla, che si ponesse mano a restaurarne, fortificarne le mura. Costruite 260 anni prima da Aureliano e da Probo, dopo 130 restaurate da Onorio, erano rimaste da quel tempo in poi affatto trascurate, ed avevano quindi grande bisogno di riparazione.

Vitige, che presso Ravenna raccoglieva quante più genti poteva, era riuscito a mettere insieme 150,000 uomini, coi quali s'avanzò verso Roma (537). Essendosi avvicinato a Ponte Salario, la piccola guarnigione che Belisario v'aveva posta si sgomentò per modo, che una parte di essa, composta di barbari, disertò al nemico; un'altra si ritirò, sbandandosi. Mille uomini che, nulla ancora sapendosi dell'arrivo d'un così formidabile esercito nemico, erano stati mandati a rinforzarla, incontrate le forze preponderanti dei Goti, dovettero retrocedere. Belisario allora, avvertito del pericolo, corse subito in aiuto, gettandosi in mezzo alla mischia. Il suo cavallo aveva sulla fronte alcuni peli bianchi, che formavano come una stella, e però i Greci lo chiamavano Phalion, e i Goti, Balan. Non appena questi ebbero riconosciuto il generale nemico, che subito tiravano tutti a lui, che ciò nonostante restò miracolosamente illeso. Dopo essersi dinanzi al suo impeto ritirati alquanto, i Goti, avuti altri rinforzi, ritornarono all'assalto in così gran numero, che gl'Imperiali dovettero retrocedere più che di passo fino alla Porta Salaria. La trovarono chiusa, nè vi fu modo di farla aprire, perchè i Romani temevano che amici e nemici sarebbero entrati insieme. Il sole cadeva; si era sparsa la voce che Belisario era morto; e però, quando egli sopraggiunse co' suoi, gridando che aprissero, trasfigurato com'era pel lungo combattere, non fu riconosciuto, e non gli dettero ascolto. Ma neppure in così grave momento si perdè d'animo. Visto il pericolo in cui si trovava, visto che i Goti già gli erano addosso, egli che più d'una volta, per le subite, audaci risoluzioni, ci apparisce quale un Garibaldi d'esercito regolare, rivoltosi improvvisamente ai suoi, e stringendoli intorno a sè, li condusse ad un ultimo impetuoso ed inaspettato assalto contro il nemico, il quale, credendo che nuovi rinforzi fossero allora usciti dalla Porta, si ritirò spaventato. E così finalmente Belisario potè, alla testa de' suoi, entrare in Città, dove fu clamorosamente accolto.

CAPITOLO VI Roma assediata dai Goti — I Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna

Ed ora incomincia il più lungo assedio di Roma, che la storia ricordi. Esso durò dai primi del marzo 537 al marzo inoltrato del 538, un anno e nove giorni, nel qual tempo Belisario dette prove infinite del suo genio militare e del suo valore. Egli era partito con un esercito di 7500 uomini, oltre la propria guardia; ma aveva per via perduto parecchi de' suoi, massime dinanzi a Palermo ed a Napoli. Alcune guarnigioni aveva dovuto lasciare nelle città principali dell'Italia meridionale; e però si trovava adesso, secondo Procopio, con un esercito di soli 5000 uomini, in una città che aveva 12 miglia di circuito. Resistere con tali forze ad un esercito di 150,000 uomini sarebbe stato impossibile addirittura, senza la cooperazione efficace del popolo romano. E questa cooperazione apparisce ora manifesta dalle parole stesse di Procopio, sebbene egli cerchi al solito nasconderla. Certo nei casi più difficili, nei punti più pericolosi il prode capitano fece assegnamento principale sulle truppe regolari; ma nella difesa delle mura i Romani ebbero una parte notevole assai. Fortunatamente esse erano state già restaurate, quantunque in fretta, ad eccezione di quella parte che, presso la Porta Flaminia (del Popolo), è chiamata Muro torto. Questo era assai forte, e generalmente si credeva che fosse sotto la protezione diretta di S. Pietro: nessuno infatti osò attaccarlo.

I Goti dunque circondarono la Città con sette accampamenti, dinanzi alle principali porte: uno di essi era al di là del Tevere, nel così detto Campo di Nerone. Infiniti furono gli accorgimenti da una parte e dall'altra adoperati in questo assedio. Vitige cominciò col far rompere gli acquedotti, costringendo i Romani a valersi della sola acqua dei pozzi, e privandoli così della forza motrice pei mulini. Belisario fece allora costruire nuovi mulini fra gli archi del Ponte Elio, ora S. Angelo, e altrove, mediante ruote mosse dal fiume. Ed i Goti subito mandarono giù per esso lunghe travi, cadaveri d'uomini e d'animali, per intralciare così il moto delle ruote, e corrompere sempre più l'acqua. A questo si riparò, in parte almeno, ponendo catene attraverso il fiume. Ma i Goti non se ne stavano, e ricorsero a molti altri stratagemmi di guerra. Idearono alcune torri mobili, tirate da bovi, che dovevano trascinarle presso le mura, perchè così i soldati potessero salire su queste. Quando però le torri erano vicine alla Porta Pinciana, Belisario ordinò ai suoi che mirassero ai bovi, uccisi i quali, esse restarono ferme in mezzo alla Campagna. Nello stesso tempo l'assalto nemico era dato anche ad altri punti della Città, e sopra tutto vicino alla Porta Prenestina (Maggiore), presso la quale era un doppio muro. Ma quando i Goti, superato il primo, si trovarono ammassati, coi loro arnesi di guerra, fra esso ed il secondo, che cercavano di superare, Belisario avvertito vi corse subito, ed uscito dalla Porta, ordinò che fosse dato contemporaneamente l'assalto alle spalle e di fronte. Il nemico allora si pose in fuga, abbandonando torri, arieti ed altre macchine d'assedio, che furono bruciate dai Romani. Un altro assalto dettero i Goti al di là del Tevere, presso la tomba d'Adriano, ora Castel S. Angelo, rivestita allora di marmo, piena all'esterno di statue, e già ridotta a fortezza. Pareva dapprima che i Goti avessero il vantaggio; ma quando i difensori si videro a mal partito, cominciarono a gettar su di essi le statue, recando loro tali danni, che li costrinsero alla fuga. Procopio parla di 30,000 Goti uccisi, il che può essere un'esagerazione; ma prova in ogni modo che la strage fu assai grande. Belisario scriveva a Costantinopoli, che era stato veramente un miracolo l'aver potuto con un esercito di 5000 uomini resistere vittoriosamente a 150,000. Adesso era però necessario mandargli aiuti, se non si voleva da un momento all'altro essere esposti ad una catastrofe. Finora s'erano avute le simpatie e l'aiuto dei Romani; ma se questi per le continue sofferenze e i pericoli dell'assedio, per le tasse enormi, mutavano animo e divenivano favorevoli ai Goti, che cosa sarebbe mai seguito?

Le condizioni di Roma e dei Bizantini si facevano sempre più gravi. Vitige mandava ordini a Ravenna, che fossero uccisi i Senatori tenuti colà in ostaggio; occupava Porto, cosa che Belisario non potè far prima di lui, non essendogli possibile disporre neppure d'una guarnigione di 300 uomini, necessari a tenerlo. E fu grave danno, perchè da Porto sopra tutto Roma veniva pel Tevere approvvigionata. Ostia era allora assai meno adatta a ciò. La fame si faceva quindi sentire nella Città, e bisognò allontanare le bocche inutili. Gli uomini validi, divisi in ischiere, furono messi a guardia delle mura; alcuni vennero anche mescolati nell'esercito. Queste schiere mutavano assai spesso di luogo; i nomi di coloro che le componevano venivano riscontrati di continuo; le chiavi delle porte erano anch'esse di tanto in tanto mutate: tutto ciò per assicurarsi contro ogni possibile tradimento, ora che le sofferenze crescevano, e lo scontento cominciava a manifestarsi. Sebbene Roma fosse ormai da gran tempo divenuta cristiana, pure vi furono allora alcuni i quali, non sapendo che fare in mezzo a tante calamità, cercarono aprire di nascosto il tempio di Giano, sperando aiuto dal Dio pagano, stato sempre favorevole ai loro padri. Se non che le porte di bronzo, da lungo tempo chiuse, s'erano arrugginite per modo che si potè appena muoverle tanto da lasciarle accosto.

Finalmente arrivò un rinforzo di 1600 cavalieri, la più parte Unni; e questo aiuto, con la speranza non lontana di altri, avendo rianimato gli assediati, fece subito incominciare una serie di nuove scaramucce che, nonostante la inferiorità del numero, riuscirono sempre assai fortunate ai Romani. Di ciò inorgogliti, essi volevano procedere subito ad un assalto generale, cui Belisario s'oppose energicamente, conoscendo lo scarso numero delle sue forze regolari. Ma il cieco ardore de' suoi soldati non conosceva adesso misura nè prudenza, e bisognò cedere. Ordinò quindi che da Porta Salaria a Porta Pinciana si movesse all'assalto; che al di là del Tevere, da Porta Aurelia (S. Pancrazio) si facesse un finto attacco verso il campo di Nerone, e ciò solo per impedire che i molti Goti ivi stanziati, passato il fiume, andassero in aiuto dei loro compagni, là dove si doveva combattere davvero. Le turbe popolari che volevano pigliar parte a questo finto attacco, non essendo ancora bene educate alle armi, ebbero ordine di restar ferme, contentandosi di tenere in rispetto il nemico col loro numero. Dall'altro lato del fiume, Belisario voleva combattere colla sola cavalleria, perchè di essa solamente si fidava, come quella che era più disciplinata e non aveva accolto nelle proprie file cittadini inesperti; ma dovette cedere alle insistenze della fanteria, che volle anch'essa prender parte alla mischia. E tutto ciò fu per riuscirgli funesto. Cominciato infatti l'assalto, i Romani s'avanzarono vittoriosi; ed anche nel Trastevere i Goti, vedendo il gran numero di genti ivi schierate, cominciarono a ritirarsi. Allora però quelli che avevano avuto ordine di star fermi, vollero avanzarsi; ma invece d'inseguire il nemico, si dettero a saccheggiarne il campo, dandogli così modo di riordinarsi, di assalirli e metterli in fuga. Quando poi dall'altro lato del fiume, la cavalleria romana fu costretta a retrocedere dinanzi ai Goti che s'avanzavano numerosissimi, la fanteria, invece di venirle in aiuto, si dette alla fuga. Fortunatamente i capitani di essa, quelli appunto che avevano insistito per condurla al combattimento, fecero onore al loro nome, dando prova d'un grandissimo coraggio. Con pochi dei più valorosi tennero fronte al nemico fino a che vi lasciarono la vita; ed in questo modo assicurarono la ritirata dei Romani. Quando i Goti, arrivati alle mura, le videro guardate da una gran moltitudine d'uomini in armi, si ritirarono. Così tutto fu salvo, ma il grave pericolo che s'era corso fece capire quanta ragione Belisario avesse avuta di non volere arrischiare un generale assalto contro un nemico tanto più numeroso. Si ritornò quindi alle ripetute scaramucce, le quali riuscirono di nuovo vittoriose pei Romani, ed assunsero qualche volta carattere addirittura eroico.

Da Ostia intanto arrivavano vettovaglie, che entravano nella Città. I Goti non potevano impedirlo, perchè la estensione delle mura era tale, che riusciva assai facile ai Romani chiamar colle scaramucce l'attenzione del nemico in un punto, per potere in un altro liberamente aprire le porte ai soccorsi. Nel giugno del 537, terzo mese dell'assedio, secondo anno della guerra, si seppe che un drappello di cento uomini era giunto da Costantinopoli a Terracina, con denaro per dar le paghe ai soldati. Era cosa di somma importanza, e Belisario, per assicurare l'entrata di questi aiuti in Città, ordinò una doppia sortita, che fu delle più vigorose. Al di là del Tevere, verso il campo di Nerone, i Goti vennero facilmente respinti. Fuori di Porta Pinciana invece la lotta fu accanita, ed i soldati di Belisario dettero prova d'un entusiasmo singolare, d'un valore straordinario, e vi furono episodi veramente omerici. Un capitano nativo della Tracia continuò a combattere quando aveva un giavellotto infitto nella testa; un altro combatteva del pari, quando una freccia gli era penetrata tra l'occhio ed il naso. Il primo di questi due valorosi dovè soccombere; il secondo potè, mediante un'operazione, farsi estrarre la freccia e salvarsi. Colui che aveva guidato il combattimento al di là del Tevere, per le molte ferite finì col soccombere anch'esso. Tutto questo ci racconta Procopio, il quale aggiunge che i combattimenti seguiti finora nell'assedio arrivavano già al numero di sessantasette.

Vitige adesso, ricorrendo ad un nuovo accorgimento di guerra, accampò 7000 de' suoi a tre miglia dalle mura, in un luogo dove s'incrociavano due acquedotti, formando così come un punto fortificato, assai adatto a porre di là ostacoli all'approvvigionamento degli assediati. Certo è che la fame divenne insopportabile; e di nuovo i Romani, spinti dalla disperazione, volevano uscire a combattere per vincere o morire. Ma di nuovo Belisario si oppose energicamente, cercando di calmarli coll'assicurar loro, che altri soccorsi di uomini e vettovaglie sarebbero giunti fra poco. Infatti egli mandava a Napoli Procopio, per vedere quanti ne fossero già arrivati colà; e questi trovò 500 uomini con vettovaglie, che avviò subito verso Roma, con altri che erano già nella Campania.

Ma se questa gita di Procopio riuscì utile agli assediati, essa gli fece interrompere il racconto assai prezioso, che finora abbiamo avuto della guerra da un testimone oculare. Siamo quindi poco informati di quello che fece adesso Antonina, la moglie di Belisario, la quale da Napoli andò verso Roma per essere accanto al marito. Pare che, fra le altre cose, andasse a secondare le mene della imperatrice Teodora, che voleva far deporre papa Silverio, ed eleggere in sua vece Vigilio. Questi già da un pezzo aveva aspirato al papato, invano adoperandosi a ciò con ogni sorta d'intrighi. A Costantinopoli però s'era guadagnato il favore di Teodora, facendole sperare che avrebbe favorito il Monofisismo; e potè quindi, con una lettera dell'Imperatrice arrivare a Roma, dove fu assai bene accolto da Antonina, la quale s'adoperò energicamente a favore di lui. La conseguenza fu che papa Silverio venne da Belisario accusato di voler dare la Città ai Goti, e quindi fu deposto. Gli successe Vigilio (537), che tenne ora come sempre una condotta ambigua e mutabile, cominciando col non osservare le promesse fatte all'Imperatrice. L'arbitraria deposizione di Silverio, che morì esule nell'isola di Palmarola presso Ponza (21 giugno 538), e la non meno arbitraria elezione di Vigilio seminarono il primo germe di discordia fra Belisario e la Chiesa romana, il che fu poi causa di debolezza pel dominio bizantino in Italia.

Intanto arrivavano nuovi aiuti. Trecento cavalieri erano già entrati in Roma, 3000 Isaurici ebbero ordine di recarsi da Napoli ad Ostia, 2300 uomini sotto il comando del capitano Giovanni e di altri scortavano verso Roma carri di vettovaglie. Belisario faceva allora sortite vittoriose da Porta Pinciana e da Porta Flaminia, per agevolare l'entrata degli uomini e delle vettovaglie. Ed i Goti, stanchi finalmente del lungo ed infruttuoso combattere, fecero proposte di pace. — Poniamo fine, così dissero a Belisario, ad una guerra che non giova a nessuno, e nuoce a tutti. Perchè mai combattete contro di noi, che in Italia venimmo, non di nostro arbitrio, ma per volontà dell'imperatore Zenone? Fu lui che mandò Teodorico, nostro capo, a combattere Odoacre, il quale s'era fatto tiranno, ed a prendere in suo nome legittimo possesso del paese. Noi rispettammo le leggi, le istituzioni, la religione romana. Teodorico ed i suoi successori non fecero nuove leggi; tutte le magistrature le lasciammo ai Romani, che ebbero anche il Consolato. Se dunque abbiamo rispettato i patti e gli ordini dell'Imperatore, che ci mandò, perchè ci fate voi guerra? — E chiedevano che i Bizantini si ritirassero, portando pur via la preda che sino allora avevano fatta. Ma Belisario rispose: — Teodorico fu mandato a punire Odoacre, a restaurare l'autorità dell'Impero, non a farsi signore dell'Italia. Che cosa importava all'Imperatore sostituire un tiranno ad un altro? Non sarà mai da noi ceduto un paese, che appartiene all'Impero. —

I Goti allora offrirono di abbandonare la Sicilia, Napoli, la Campania, e pagare anche un annuo tributo all'Impero; ma tutto fu vano. Proposero finalmente una tregua di tre mesi, per potere intanto trattar direttamente a Costantinopoli; e questa fu da Belisario accettata subito, profittandone per far entrare in Roma altri uomini e vettovaglie, fortificare le mura, prendere tutti i provvedimenti che voleva. E sebbene tutto ciò non fosse giustificato, non fosse legale, Vitige si tacque. Protestò invece, ma senza resultato, quando essendosi egli ritirato da Porto, da Albano, da Civitavecchia, quei luoghi furono senz'altro occupati da Belisario. Questi mandò inoltre il suo capitano Giovanni alla testa di 2000 uomini negli Abruzzi, con ordine di stare colà fermo finchè durasse la tregua; ma non appena venisse rotta, fare man bassa su tutti i Goti, che si trovavano nel Piceno, e prenderli schiavi; confiscare, saccheggiare i loro averi e dividerli fra i suoi soldati. Infatti, quando i Goti, stanchi di veder Belisario giovarsi della tregua a tutto suo vantaggio, tentarono con un colpo di mano d'entrare in Roma, essi non solo furono respinti, ma Giovanni ebbe l'ordine di saccheggiare il Piceno. E questi, dopo aver messo quel paese a soqquadro, andò a Rimini, che prese facilmente, essendosi la guarnigione ritirata a Ravenna. Alla quale s'avvicinò subito Giovanni, perchè di là, retrocedendo, poteva anche minacciare alle spalle i Goti che erano accampati presso Roma. Tutto questo li sgomentò per modo che, finiti i tre mesi della tregua, levarono senz'altro l'assedio il 12 marzo 538, cioè trecento settantaquattro giorni dopo averlo cominciato; e bruciati i loro accampamenti, cominciarono a ritirarsi. Belisario non poteva, per la insufficienza delle sue forze, inseguirli e dar loro una vera battaglia; ma li assalì quando passavano il Tevere, ponendoli in gran disordine, sì che molti ne affogarono.

Nonostante questi suoi fortunati successi, si presenta naturale la domanda: Come mai Belisario che in tre soli mesi, con scarse forze, aveva quasi sterminato i Vandali, non era invece, dopo tre anni, riuscito a vincere del tutto i Goti, che resistevano ancora? Arrivato a Roma, non s'era potuto più avanzare, e solo dopo altri due anni potè entrare in Ravenna. Tutto ciò sembra anche più strano, se si tien conto dell'aiuto che ebbe dalle popolazioni, e delle diserzioni che di continuo avevano luogo fra i Goti. Il fatto è che Belisario era venuto in Italia con un esercito assai scarso, il quale, prima di giungere a Roma, fu ridotto a minime proporzioni, per le guarnigioni che era stato necessario lasciare in Sicilia e nel continente dell'Italia meridionale. Si trovò quindi con assai deboli forze di fronte ad un formidabile esercito di Goti. Più tardi, è vero, cominciarono a giungere aiuti da Costantinopoli; ma allora appunto le gelosie dei cortigiani operarono sull'animo di Giustiniano in modo, che egli dette ai nuovi capitani che mandò in Italia poteri quasi uguali a quelli di Belisario; il che fu disastroso all'andamento d'una guerra, la quale desolava il paese, ed aggravava colle tasse le popolazioni. In esse cominciò subito uno scontento che andò sempre crescendo, e fu anche inasprito dalla condotta tenuta ora da Belisario verso il capo della Chiesa romana.

La guerra intanto continuava lungo la via Flaminia, che da Roma per Fano conduceva a Rimini. A sinistra v'erano, tutte più o meno sui monti, Orvieto, Chiusi, Todi, Urbino, occupate dai Goti; le città a destra, ad eccezione di Osimo, erano invece in mano dei Bizantini. L'avanzarsi perciò, senza prima impadronirsi di quelle tenute dal nemico, esponeva i Bizantini ad essere assaliti alle spalle. E però Belisario, temendo che Giovanni, con soli 2000 uomini, si potesse trovare a mal partito fra Rimini e Ravenna, gliene mandò in aiuto altri 1000, con ordine che, lasciata in Rimini una piccola guarnigione, tornassero tutti indietro per unirsi a lui. La cosa pareva che riuscisse felicemente, perchè le genti colà mandate s'avanzarono senza difficoltà. E giunte che furono al passo del Furlo, detto anche Pietra Pertusa, una specie di tunnel, che è come una fortezza naturale nell'Appennino, ebbero colà uno scontro coi Goti, i quali, dopo essere stati vinti, s'unirono ai Bizantini, proseguendo insieme con essi il cammino. Ma quando furono a Rimini, Giovanni dichiarò di non volere obbedire agli ordini che essi portavano da Roma, per il che dovettero senza di lui tornarsene a Belisario, che ne restò indignato.

Intanto sbarcavano nel Piceno nuovi aiuti, comandati da Narsete, che veniva con ampi poteri di generalissimo, non solo per aiutare, ma anche per tenere a freno Belisario, contro il quale la Corte pareva ingelosita. Nato nel 478, questo nuovo capitano aveva allora già sessant'anni; era uomo accorto ed ambiziosissimo, di grado in grado salito ai più alti uffici amministrativi. Ma, quello che è singolare davvero, egli arrivava adesso in Italia investito dall'Imperatore del grado di generale, senza aver mai prima servito nell'esercito. Infatti, anche quando aveva efficacemente cooperato con Belisario a reprimere la rivolta seguita nell'Ippodromo, lo aveva fatto solo corrompendo i capi con danaro. L'avergli perciò, in tali condizioni, affidato il comando d'un esercito, era cosa davvero senza esempio. E l'essere poi Narsete riuscito uno dei primi capitani del secolo, fece grandissimo onore all'accortezza, alla conoscenza quasi divinatrice che, in questa come in tante altre occasioni, Giustiniano mostrò avere degli uomini. Se non che, arrivato che fu in Italia, Narsete, sicuro della piena fiducia della Corte, consapevole della crescente gelosia che v'era colà contro Belisario, lo trattò subito alla pari, senza punto curarsi di nascondere la propria alterigia. E di ciò si ebbe una prima prova nel Consiglio di guerra tenuto a Fermo in quello stesso anno 538. Giovanni chiedeva allora da Rimini soccorsi, perchè, dopo avere respinto i primi assalti dei Goti, si trovava, come Belisario gli aveva preveduto, ridotto ad assai mal partito, minacciato da tutto l'esercito di Vitige. Si trattava dunque di decidere se si doveva correre in suo aiuto, avanzandosi per la via Flaminia sino a Rimini, lasciando le città fortificate, come Osimo, in mano dei Goti, o pure abbandonar per ora al proprio destino chi aveva con la sua disobbedienza messo a grave pericolo il resultato finale di tutta la guerra. Belisario era per questo secondo partito, al quale Narsete decisamente s'oppose. Si poteva, questi diceva, pensare più tardi a prendere Osimo; non si doveva intanto permettere che i Goti, appena sfiduciati, ripigliassero animo, e s'impadronissero di Rimini, colla disfatta ed umiliazione d'un generale romano e de' suoi soldati. Quanto al punirlo della disobbedienza, si poteva aspettare a farlo più tardi, senza mettere adesso a repentaglio la fortuna e l'onore dell'Impero.

Belisario assai di mala voglia si dovette arrendere a queste ragioni, che non eran di certo senza valore. Mandò quindi 1000 uomini a tenere in iscacco la guarnigione d'Osimo, ch'era di 4000 Goti. Ed a Rimini mandò una parte dei suoi per mare, un'altra per terra, avanzandosi egli con Narsete alla testa d'una colonna volante, per dare, quando se ne presentasse l'occasione, il colpo decisivo. L'esercito imperiale s'avanzava sparso per la campagna, accendendo la notte un gran numero di fuochi, che lo facevano parere assai più numeroso che non era. E però quando i Goti videro da un lato le navi entrare nel porto di Rimini, da un altro la campagna sparsa di uomini, che di notte sembravano coi loro fuochi occupare una vastissima estensione, temettero d'esser presi in mezzo, e si posero in ritirata verso Ravenna. La guarnigione di Rimini era troppo estenuata per inseguirli; ma gl'Imperiali sopravvenuti poterono saccheggiare i loro accampamenti. Giovanni si ritenne in questa occasione liberato dal grave pericolo per opera di Narsete, al quale solamente si dichiarò riconoscente. E questo fu il principio d'una discordia che doveva essere funesta all'Impero, alimentata com'era continuamente anche dagli altri generali.

Tutto ciò seguiva in un momento assai difficile. Vitige era a Ravenna con 30,000 uomini; Osimo, Orvieto, Urbino e molte altre città dell'Italia centrale erano occupate dai Goti. Al nord i Franchi pareva che minacciassero di scendere in loro aiuto; a Milano si trovava una guarnigione di soli 300 imperiali, in mezzo ad un paese tutto in potere del nemico. E questo fu il momento in cui Narsete decise di mettersi addirittura in aperta opposizione col generale in capo. Belisario propose in un consiglio di guerra, che l'esercito si dividesse in due grosse colonne, una per occupare Milano e tutta la Liguria, l'altra per pigliare Orvieto e le città dell'Italia centrale; dopo di che si poteva pensare ad una grossa battaglia campale contro Vitige. Narsete voleva invece che si occupasse anche l'Emilia, e si attaccasse Ravenna, insistendo molto su di ciò. E quando Belisario impazientito gli disse che il comandante era lui, mostrando le lettere di Giustiniano, Narsete gli rispose, che esse imponevano di operare nell'interesse dell'Impero, e che questa solamente doveva essere la norma. La conclusione fu che nell'esercito mancava ora ogni unità di comando. Belisario si decise quindi a prendere Urbino, poi Orvieto (538), e Narsete insieme con Giovanni andò nell'Emilia. Vitige allora dette ordine a suo nipote di assediare Milano, mentre che Teudiberto, re dei Franchi, lasciava scendere in Italia 10,000 Burgundi suoi sudditi, i quali dicevano di venire in aiuto dei Goti, ma per ora non facevano altro che predare il paese. La piccola guarnigione di Milano, ridotta agli estremi, chiedeva aiuto a Belisario, che mandò alcuni de' suoi; ma questi, trovando già occupato il paese da Goti e da Burgundi, non poterono avanzare. E quando Narsete, sollecitato da ogni parte, si decise finalmente a mandare anch'egli i necessari aiuti, era già troppo tardi. La piccola guarnigione di Milano s'era dovuta arrendere, salva la vita; ma i cittadini furono trucidati fino al numero di 300,000, se si deve prestar fede a Procopio. Le donne vennero lasciate schiave ai Burgundi, per l'aiuto da essi dato nell'assediare la città, che venne ora uguagliata al suolo. E così la Liguria fu ora dei Goti. Pure da tutto ciò ne venne un vantaggio a Belisario, il quale, rendendo conto a Costantinopoli del disastro seguito, potè dimostrare che esso era conseguenza inevitabile della mancata unità di comando, ed indurre finalmente Giustiniano a lasciar di nuovo a lui solo il comando supremo, richiamando Narsete (539).

E ve n'era veramente bisogno, perchè le difficoltà della guerra si andavano sempre moltiplicando. Vitige era riuscito a spingere la Persia a minacciare Giustiniano, il quale si mostrava perciò inclinato alla pace, che Belisario non voleva, pieno com'era sempre di fiducia nella vittoria. Questi si fermò intanto ad assediare Osimo, fece assediar Fiesole da due suoi capitani, ed inviò anche alcune genti nell'alta Italia, verso Tortona. In questo momento precipitarono giù dalle Alpi i Franchi, sotto il comando del loro re Teudiberto, in numero, dice Procopio, di 100,000. Pareva che venissero in aiuto dei Goti, ma giunti che furono a Pavia, la saccheggiarono, uccidendo uomini, donne, bambini. Corsero verso Tortona, e sbaragliarono i Goti, che si ritirarono a Ravenna; affrontarono poi gl'Imperiali che, presi alla sprovvista, si ritirarono anch'essi, cercando di raggiungere Belisario, il quale si trovava ancora all'assedio di Osimo. Fortunatamente questa bufera dei Franchi scomparve a un tratto, perchè essi, trovandosi in un paese esausto e privo di tutto, costretti a bere acqua del Po, furono colpiti da una dissenteria, la quale fece tra loro tale strage, che moltissimi ne morirono, e gli altri si ritirarono (539).

Fiesole adesso si arrendeva, e le genti che l'avevano assediata poterono riunirsi a quelle che circondavano Osimo. Essendosi poi dovuta arrendere anche questa, sebbene fosse in una posizione strategica importantissima, la guarnigione gota, che s'era ivi battuta con valore, sdegnata di non avere ricevuto soccorsi da Ravenna, disertò, passando a servizio dell'Impero sotto Belisario. Il quale si mosse ora verso Ravenna, che sperava avere per accordi, non essendo possibile prenderla colla forza fino a che non riusciva ad avere un naviglio. E non si poteva sperare d'averlo ora che l'Imperatore, spaventato dalle minacce della Persia, e dalle promesse d'aiuti considerevoli che i Franchi facevano a Vitige, desiderava in ogni modo conchiudere la pace in Italia. I Franchi infatti promettevano di venire in aiuto dei Goti con un esercito di 500,000 uomini, quando Vitige avesse consentito a divider con essi il regno dell'Italia superiore. Ma questi preferiva dividere l'Italia coi Bizantini piuttosto che con barbari infidi, potenti e crudeli come i Franchi. E Belisario, che era anche accorto diplomatico, seppe aumentare la naturale diffidenza del re goto, ricordandogli i saccheggi che poco prima i Franchi avevano fatti in Italia, pur dicendo di venire ad aiutarlo. Intanto egli stringeva sempre più l'assedio di Ravenna, e d'ogni parte aumentavano le diserzioni dei Goti, che abbandonavano Vitige per venire a lui. A tutto ciò s'aggiungeva, che nella già affamata città bruciarono i magazzini del grano, chi diceva in conseguenza d'un fulmine che vi cadde, e chi a cagione d'un incendio provocato dalla trista moglie di Vitige, la quale nell'ora del pericolo lo tradiva (540).

Per tutte queste ragioni, quando Giustiniano cominciò a parlare d'accordi con Vitige, Belisario fece il sordo, affermando che prima condizione di pace doveva in ogni caso essere la resa di Ravenna. Ed i Goti, che si trovavano già ridotti all'estremo dalla fame, finirono col credere che l'Imperatore volesse ingannarli, fingendo di desiderare la pace; ed unitisi perciò a consiglio, mandarono ambasciatori a Belisario, facendogli la singolare proposta di riconoscerlo come Imperatore d'Occidente, e di prestargli obbedienza, come a loro duce e signore. Ma Belisario, che era deciso a non tradire la bandiera sotto cui aveva finora combattuto, continuò a temporeggiare ed a trattare, sapendo che la fame avrebbe fra poco costretto i Goti a cedere senz'altro. Ed infatti non andò guari che egli potè entrare in città, promettendo solo di rispettare la vita e gli averi dei Goti: quanto al farsi Imperatore, se ne sarebbe parlato poi con Vitige. Così nella primavera del 540 Belisario, alla testa de' suoi soldati, entrò in Ravenna. I Goti che avevano ceduto la città senza dar prima una battaglia, e avevano proposto di rinunziare anche alla loro personalità nazionale, se ne stavano ora umiliati, quasi semplici spettatori, a guardare l'esercito bizantino che, assai meno numeroso di loro, s'avanzava trionfante per le vie della città. Più di tutti parevano sdegnate le donne, alle quali s'era parlato sempre del gran numero, della gran forza fisica dei Bizantini, e invece li vedevano ora pochi, piccoli e scuri, assai meschini di fronte ai Goti biondi, robusti, alti. Esse, dice Procopio, erano così inferocite, che sputavano in faccia ai loro mariti, chiamandoli vili.

Belisario, secondo il suo solito, serbò fede ai patti giurati. La vita e gli averi dei cittadini furono, sotto minaccia di gravi pene, fatti rispettare dai soldati. S'impadronì del tesoro reale, e tenne prigioniero Vitige insieme coi suoi nobili: tutti gli altri Goti, lasciati liberi, andarono dove vollero. Ravenna d'ora in poi fu dei Bizantini, che la tennero fino al 752, quando venne loro tolta dai Longobardi, ai quali poco dopo la tolsero i Franchi. Treviso, Cesena ed altre città s'arresero subito anch'esse; resistettero invece Verona e Pavia, nella quale i Goti offerirono la corona ad Uraias, valoroso nipote di Vitige. Ma egli la ricusò, per non volere aver l'aria d'usurpare il trono dello zio prigioniero, e consigliò che l'offrissero invece a Ildibaldo, il quale si difendeva allora in Verona, ed era parente del re dei Visigoti. E Ildibaldo l'accettò, proponendo però che si facesse prima un altro tentativo d'indurre Belisario a farsi Imperatore d'Occidente, dichiarandosi pronto senz'altro a prestargli obbedienza. Ma tutto fu invano, perchè Belisario s'apparecchiava già a partir per Costantinopoli, dove era con grande istanza chiamato, e dove andò, menando seco insieme col tesoro goto, Vitige ed i nobili, che dovevano come prigionieri seguire il suo carro trionfale. Con l'entrata in Ravenna, e col trionfo di Belisario in Costantinopoli finisce il primo periodo della guerra bizantina in Italia. Avrebbero dovuto cominciare adesso i grandi trionfi ed onori resi a Belisario; ma ben presto cominciarono invece quelle sventure che ne dovevano avvelenare l'esistenza. Con tutti i molti elementi di forza, che si trovavano pur sempre nella società bizantina, la corruzione, l'invidia, la gelosia erano in essa tali da rendervi impossibile ogni vero e sicuro progresso. E noi vedremo fra poco colmata d'ingratitudine e di amarezza la vita di colui che aveva dato tante splendide prove di fedeltà all'Imperatore ed all'Impero, ai quali aveva reso così segnalati servigi in Persia, in Africa, in Italia; ed altri ancora, nonostante la nera ingratitudine, doveva continuare a renderne.

CAPITOLO VII Desolazione dell'Italia — S. Benedetto fonda il suo Ordine