NICCOLÒ MACHIAVELLI
E I SUOI TEMPI VOLUME II
PASQUALE VILLARI
NICCOLÒ MACHIAVELLI
E
I SUOI TEMPI
ILLUSTRATI
CON NUOVI DOCUMENTI
3ª Edizione riveduta e corretta dall'Autore
Volume II
ULRICO HOEPLI
EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
—
1913
PROPRIETÀ LETTERARIA
65-912. — Firenze, Tipografia «L'Arte della Stampa», Succ. Landi
Via Santa Caterina, 14
AVVERTENZA
Anche a questo secondo volume debbo premettere solamente, che ho tenuto conto dei principali lavori recentemente pubblicati sul Machiavelli. Questo ha fatto di necessità procedere lentamente la stampa.
Firenze, 11 ottobre 1912.
P. Villari.
LIBRO PRIMO
CAPITOLO IX.
Il Secolo di Giulio II. — Le Belle Arti. — Leonardo. — Michelangelo. — Raffaello. — La nuova letteratura. — Lodovico Ariosto. — Gli scritti giovanili di Francesco Guicciardini.
Il decennio in cui Giulio II sedette sulla sedia di San Pietro (1503-1513), fu un periodo memorabile nella storia della politica, memorabilissimo in quella della cultura italiana. Con una volontà indomabile, con un impeto più che giovanile, guidato sempre dal pensiero di riconquistare alla Chiesa le provincie che, secondo lui, le erano state usurpate; d'ingrandirne, di renderne forte e temuto lo Stato, questo Papa, che aveva già sessanta anni, agitò il mondo. Egli tenne in mano le fila della politica in tutta l'Europa, ora a vantaggio ora a danno d'Italia, che divenne il campo aperto alle grandi battaglie, le quali finirono coll'esserle cagione d'irreparabili sventure. Le proporzioni gigantesche, che questi fatti presero quasi istantaneamente, dovevano lasciare una profonda impressione nell'animo degli uomini, per poco che guardassero e meditassero su ciò che intorno ad essi seguiva. Certo è che si vide allora un grande incremento nella cultura, e nuovo splendore ne ebbero le opere letterarie, massime di politica e di storia, nelle quali gl'Italiani, con insuperabile originalità, riuscirono maestri all'Europa. In verità, quando, in mezzo a quel sanguinoso cataclisma, che, incominciato colle battaglie d'Agnadello, di Ravenna, di Pavia, finì col sacco di Roma e l'assedio di Firenze, noi vediamo che si scrivono le opere del Machiavelli e del Guicciardini, possiamo riconoscere una relazione naturale fra di esse ed i grandi, sebbene dolorosi, tragici fatti, in mezzo ai quali furono composte. Ma quando vediamo che, nel medesimo tempo, si scrivono poemi come quello dell'Ariosto, commedie, novelle, satire, sonetti, poesie burlesche d'ogni sorta, allora chi può negare che tutto ciò abbia l'apparenza d'un singolare contrasto? Pure la verità è, che ora appunto il Rinascimento italiano si manifesta in tutta l'infinita varietà del suo splendore, il quale non solamente sfolgora nelle mille nuove forme della prosa e della poesia nazionale, ma ritrova la sua maggiore originalità nelle arti plastiche, che danno la propria impronta alla cultura di quel secolo, che travagliato da lotte feroci, fu pure essenzialmente artistico. Una nuova primavera intellettuale sembra ringiovanire la terra insanguinata, sulla quale spunta improvvisa una moltitudine di fiori non mai più visti, dalle cui foglie emana una misteriosa fragranza, che c'inebbria anche oggi: in essi è un'armonia di forme e di colori, che lascia estatico e rapito chiunque la contempla. Mentre le furie della rapina e della guerra si scatenano da un lato, si direbbe che dall'altro una musica divina annunzî che gli Dei discendono di nuovo a passeggiare fra i mortali.
I nomi di Leonardo, di Raffaello, di Michelangelo bastano certo alla gloria d'un popolo, alla grandezza d'un secolo. Con le loro mirabili opere l'Italia arriva, specialmente nella pittura, ad un'altezza cui nessun'altra nazione potè mai innalzarsi. È un'arte che, come quella della scultura greca, non nasce due volte nel mondo, perchè, divenuta immortale, non si ripete nè si riproduce. La culla e la scuola principale di questi artisti fu di certo Firenze; ma le loro opere più celebri vennero da essi compiute in Roma, e quindi il secolo, pigliando nome da un Papa, fu chiamato di Leone X. Sebbene però questo Papa fosse della famiglia dei Medici, cui tanto debbono le arti belle, e fosse anch'egli un gran mecenate, è certo che usurpò una gloria assai maggiore di quella che veramente gli spetti. Raffaello e Michelangelo ricevettero da Giulio II le grandi commissioni, e sotto il suo papato compierono quelle pitture, quelle sculture, che fecero di Roma un santuario dell'arte, al quale da ogni angolo della terra muovono, in continuo pellegrinaggio, i popoli civili. E Giulio II non solamente ordinò e pagò quelle opere immortali, ma le volle, le promosse con un ardore di cui egli solo era capace; e quindi, non senza ragione, alcuni moderni da lui e non da Leone X vollero nominare quel secolo.[1]
Delle arti belle noi non abbiamo finora tenuto parola, perchè esse non ebbero sull'animo e sull'ingegno del Machiavelli un'azione visibile. In Roma egli non si fermò una sola volta a notare la grandezza dei monumenti antichi o contemporanei, che erano sotto i suoi occhi. Lo stesso silenzio serbò su quelli in mezzo ai quali visse in Firenze, dove non lo troviamo mai ricordato a proposito dei grandi avvenimenti artistici, che seguirono appunto nel primo decennio del secolo. Eppure essi erano dovuti in gran parte all'iniziativa del gonfaloniere Soderini, ed il suo governo, di cui il Machiavelli fu di certo non ultima parte, dette un nuovo impulso alle arti, proteggendole con ardore, dopo che, sotto Piero de' Medici ed al tempo del Savonarola, erano state invece neglette. E non solamente alle nuove opere artistiche che si vanno ora compiendo a Firenze, in un modo o l'altro, pigliano parte, insieme col Gonfaloniere, tutto il governo, tutta la cittadinanza; ma queste opere ebbero un valore così grande ed universale nella cultura italiana, contribuirono tanto a formare il carattere intellettuale del secolo, esercitarono una così grande azione sulla letteratura italiana, che, indirettamente almeno, dovettero pure esercitarne una non piccola anche sulla mente del Machiavelli. Lo spirito che le animava era nell'aria stessa che si respirava. E se nelle belle arti tutto ciò piglia una forma più concreta e plastica, quindi più visibile e intelligibile, lo studio di esse appunto perciò ci apre la via a meglio comprendere e giudicare il valore e l'indole della letteratura del secolo XVI, nella quale il Machiavelli occupa un così gran posto. Per queste ragioni dobbiamo ora fermarci un momento a parlare delle arti belle.
Nel Medio Evo esse si trovarono come riunite in una sola arte. La pittura e la scultura infatti sembravano essere un complemento dell'architettura, di cui, perdendo la propria personalità, divenivano quasi un necessario complemento nelle grandi cattedrali. In esse tutti gli artisti, che lavoravano insieme a costruirle ed ornarle, sembravano voler nascondere il proprio nome e sparire agli occhi dei posteri. Con Nicola Pisano, Giotto e Arnolfo la loro individualità apparisce finalmente chiara e ben definita; e le arti, affermando la propria indipendenza, cominciano il nuovo e glorioso cammino al tempo stesso che la nuova letteratura apparisce già formata nella Divina Commedia: la figura colossale di Dante giganteggia su tutto. I mezzi principali con cui più tardi, nel secolo XV, venne compiuta questa grande rivoluzione, furono lo studio del vero e dell'antichità, la quale rinacque allora fra noi potente così nelle arti come nelle lettere. Questa rivoluzione era stata già di lunga mano apparecchiata e resa inevitabile. Chi guarda infatti il duomo d'Arnolfo ed il campanile di Giotto, certo non ritrova ancora lo stile greco-romano del Rinascimento; ma non vede neppure quello stile gotico, che fiorì invece in Francia e sul Reno, ed apparisce fra di noi profondamente alterato. Si direbbe che in Italia si cercasse fin dal principio una più solida e simmetrica ossatura classica, la quale costringeva, trasformava sostanzialmente l'architettura medioevale. Infatti i molteplici ornati, rilievi e bassorilievi di scultura, che ne costituiscono uno dei caratteri fondamentali, si mutarono in quelle incrostazioni di marmo, che, secondo l'espressione d'un moderno,[2] sono il nemico capitale del gotico. La linea orizzontale predomina, le foreste di sottili colonne si riuniscono in fasci, le fantastiche curve si semplificano, lo slancio irresistibile che sembra spingere il tempio e l'animo dei credenti verso il cielo, si arresta: anche qui lo sguardo dell'uomo è ben presto richiamato dal cielo alla terra. Da questa fusione di forme classiche e gotiche, cui s'aggiungono ancora forme orientali, il tutto mirabilmente riunito in un solo stile, in un solo pensiero artistico, nasce un'arte affatto nuova, alla quale non si può dare che il nome d'italiana. In essa ancora non è visibile, ma già si trova in germe quello che sarà il carattere proprio del Rinascimento. Chi infatti, ponendosi a contemplare il duomo di Firenze, lo vede a un tratto incoronato dalla celebre cupola del Brunelleschi, resta maravigliato, non tanto della grande diversità dei due stili, quanto del vedere come essi armonizzino mirabilmente fra di loro. Si direbbe che le forme pur tanto più romane e classiche della cupola, si svolgano naturalmente dal seno stesso del mirabile duomo medioevale, e che in esso si trovi sin dal principio nascosta un'altra arte, quella del Rinascimento, che prima o poi doveva di necessità venire alla luce.
È questa infatti che trionfa nel secolo XV, animata da uno spirito nuovo, che le dà una fisonomia, una forma che sembra contradire a quella delle precedenti scuole italiane; ma la contradizione è solo apparente. In realtà così nell'architettura come nella pittura e scultura un'arte si svolge, nasce dall'altra, seguendo sempre la stessa guida. Il principio che le costituisce ambedue è sempre lo studio del vero e dell'antico. È il fatto identico che notammo nella letteratura, quando anche nella Divina Commedia trovammo nascosto il primo germe della erudizione umanista. Ma in questa trasformazione le arti belle non ebbero, come la letteratura, un periodo di sosta, durante il quale il predominio eccessivo del latino parve che sospendesse lo svolgimento naturale dell'italiano. Esse mutarono indirizzo, seguendo sempre il loro cammino ascendente. La pittura specialmente, favorita più tardi anche dalla scoperta dei colori ad olio, venuti a noi dai Fiamminghi, acquistò ogni giorno forza, originalità, indipendenza sempre maggiori. Essa anzi prese fra le arti sorelle il primo posto, non solo per la moltiplicità e varietà infinita delle sue produzioni, non solo perchè il genio italiano riuscì in essa a manifestarsi più ampiamente e compiutamente; ma ancora perchè comunicò, quasi impose il suo proprio carattere alle altre arti, alla letteratura stessa.
L'architettura rinacque con le forme classiche, per opera del genio del Brunelleschi, che studiò a Roma i monumenti antichi, e per opera di Leon Battista Alberti, che fu anche un erudito. Le chiese però ed i palazzi che questi innalzarono, come tutti gli edifizî del Rinascimento italiano, anche quando più s'avvicinavano all'antico, non ne furono mai una materiale riproduzione. Linee e forme, in apparenza identiche alle greche e romane, assumevano un'espressione ed un significato affatto diversi. L'ornato, con carattere sempre vario, nuovo, originale, prese un posto eminente, preponderante, perchè il carattere dell'arte doveva allora essere, sempre ed in tutto, il pittoresco. La scultura fiorentina con Donatello, coi della Robbia, col Ghiberti avanzò del pari, studiando l'antico, ritraendo il vero. Un'espressione di nuova giovinezza, un'insolita energia, una freschezza vergine di movimenti e di forme si moltiplicavano per tutto. Se il Brunelleschi sembra avere nei suoi ardimenti e nella severa semplicità delle linee, che sdegnano ogni gotico frastagliamento, un'anima di ferro, Donatello riesce a dare alle sue statue una forza, un'originalità e semplicità d'espressione tali, che i due artisti si possono dire fratelli in ispirito. E in Donatello si vede già quello che apparisce più chiaro ancora nella gentile vaghezza di Luca della Robbia, nei suoi varî e variopinti ornati, il predominio costante del pittoresco. I bassorilievi delle porte del Ghiberti paiono dei quadri dipinti a chiaroscuro, quelli di Donatello s'abbassano qualche volta fino ad aver tutta l'apparenza di lavori disegnati a contorno. Alcuni ritratti scolpiti da Mino da Fiesole si direbbero dipinti dai Fiamminghi, i quali ebbero pur la loro parte nello svolgimento dell'arte italiana, molte essendo allora le relazioni commerciali fra i due popoli. Non di rado è assai visibile l'azione esercitata sugli artisti fiorentini dalle opere immortali dei fratelli van Eyck. La mescolanza di tanti e così diversi elementi, sebbene in modo mirabile riuniti e fusi dal genio nazionale, che predomina sempre su tutto, toglie all'arte italiana quella severa unità organica, che troviamo nella greca ed anche nella gotica; ma ne risulta invece una varietà infinita. E questo seguiva anche nelle lettere, e per le stesse ragioni, giacchè nel nostro spirito venivano come chiamati a raccolta tutti i più diversi sistemi di letteratura, di filosofia, di arte, di cultura, che in esso dovevano trovare unità nuova e più generale. Si direbbe che l'Italia avesse allora una forza assimilatrice, capace di armonizzare, sotto nuova forma, tutto ciò che l'Oriente e l'Occidente, il Paganesimo ed il Cristianesimo, erano stati capaci di produrre. Ma prima che, con così diversi elementi, si riuscisse a formare un vero organismo, animato da uno spirito nuovo, vi doveva essere, e vi fu, un periodo di preparazione, in cui essi rimanevano ancora assai visibili. A poco a poco s'avvicinarono, s'unirono, ed il primo legame che incominciò a fonderli insieme fu plastico, esteriore, essenzialmente artistico, descrittivo, pittorico. Sarà sempre un onore immortale per l'arte e la letteratura italiana in quel secolo, l'esser divenute l'espressione, la personificazione vivente e visibile d'un vero microcosmo intellettuale. L'armonia plastica, artistica era la manifestazione dell'armonia interiore già seguìta nello spirito, la quale, in mezzo a tante calamità, veniva ad illuminare il mondo di nuova luce, a confortare gli uomini, ad annunziare la fine ormai compiuta del Medio Evo, il principio di un'èra novella. Quest'arte tuttavia non potrà mai perdere del tutto la memoria della sua prima origine, dovrà anzi risentirne le inevitabili conseguenze. Infatti non appena la sua forza creatrice, col decadere della nazione, s'indebolisce, comincia subito a riapparire la diversità degli elementi che la costituiscono, ed il barocco, sempre più esagerato, è allora l'abisso in cui essa dovrà, prima o poi, inevitabilmente precipitare. Ad un tale destino sembrano sfuggire del pari l'arte greca e la gotica, le quali, più semplici, costituite da meno varî e molteplici elementi, morirono di morte naturale, per esaurimento di forze, senza aver mai avuto un periodo di tumultuosa anarchia, come l'avemmo noi nel secolo del barocco.
L'arte fiorentina, specialmente la pittura del secolo XV, ci mostra chiaro l'unione, l'armonia dei diversi elementi, e la grande, ricca, infinita varietà che ne risulta. Dalla profonda espressione religiosa che ammiriamo nel Trecento, dalla classica bellezza greca, dallo studio accurato del vero, che s'incontrano e si mescolano, nasce una nuova eleganza di forme ideali, che si direbbero più che umane, se il loro fondamento, la loro visibile sorgente non fosse sempre la natura. Questo non mai più veduto tipo di bellezza è il vero fiore della nuova arte, è la prova maggiore della sua potenza creatrice. Il primo che si presenti a noi, fra gli artisti del nuovo stile, è Masaccio (1401-28), giovane le cui opere resero subito immortale, la cui vita ci rimane però quasi del tutto ignota. Egli scomparisce ben presto dal mondo, dopo avere aperto una via per la quale tutti debbono seguirlo. Accanto a teste che sembrano fotografie dal vero, troviamo figure maestose, nobilmente avvolte in abiti, le cui larghe pieghe ricordano la toga o la clamide delle antiche statue. Il paese, l'architettura, la natura intera entrano nel quadro, e vengono a coordinarsi fra di loro, a costituire finalmente la nuova arte. Ma per un gran pezzo ancora i pittori fiorentini si danno, ciascuno, ad una parte diversa dell'arte loro, quasi a risolvere speciali problemi. Chi è inteso alla prospettiva; chi alla notomia; chi ritrae il vero con fedeltà fotografica; altri studia l'antico o cerca nuovi tipi e nuove espressioni; altri pone tutta la sua cura nel comporre architetture o paesaggi, che debbono servire come fondo de' suoi quadri. Ma tutti hanno una finezza, una gentilezza, un'eleganza che dimostrano chiaro quale è il genio artistico della nazione. Fu una straordinaria fioritura di opere d'arte, che, incominciata da Firenze, s'allargò e diffuse rapidamente in tutta Italia, rianimando di novella vita ogni cosa. E ben a ragione esclama il Gregorovius: se l'Italia del Rinascimento non avesse prodotto altro che la sua pittura, questa sola basterebbe a renderla immortale.[3]
L'ardore, l'energia con cui è condotto questo grande lavoro nazionale, appariscono di giorno in giorno più evidenti. Gli artisti vanno acquistando una libertà, una potenza sempre maggiore di tutto esprimere; le loro idee, le loro creazioni si sollevano e li sollevano sempre più in alto. L'ora solenne in cui deve nascere quella che sarà veramente la grande arte del Cinquecento è vicina, e, come segue sempre nei momenti decisivi della storia, sono già pronti e impazienti i Titani, che saranno gli autori dell'opera immortale, che l'Italia deve compiere. Tutto ora annunzia il loro rapido avvicinarsi nel mondo dell'arte, nel quale si direbbe che essi sono presenti già prima che arrivino. E, per citare qualche esempio, noi certo non possiam dire che fra Bartolommeo della Porta (1475-1517) sia un uomo di vero genio. Egli non ha la forza d'ingegno e di fantasia, nè l'originalità necessaria a ciò; ma la larghezza del suo dipingere, l'armonia grandiosa e multiforme delle sue composizioni, la dolcezza delle espressioni sono già tali, che chi guarda i suoi quadri, sente, come nel proprio spirito, l'arrivo inevitabile, fatale di Raffaello. E la grande energia con cui, nel duomo d'Orvieto, Luca Signorelli disegnò; l'audacia con cui aggruppò, librandole in aria, alcune delle sue figure, fanno presentire la cappella Sistina di Michelangelo. Par che l'arte incominci essa l'opera del genio, prima che questo sia ancora comparso sulla scena. V'è realmente nella storia un lavoro quasi inconsapevole di molti, che apparecchiano, spianano la via al grande uomo, il quale finalmente arriva come un conquistatore, come un trionfatore, con tutta la piena consapevolezza della sua onnipotenza. Il tempio è finito, manca ancora il Dio che lo abiti e lo illumini; ma tutto ci dice che egli è vicino. Ben presto una luce improvvisa annunzierà la sua presenza.
Questa ultima, grande rivoluzione si compiè tra la fine del secolo XV ed il principio del XVI, per opera principalmente di tre sommi ingegni, che noi troviamo ora a Firenze, sotto il Gonfalonierato del Soderini, occupatissimi a trasformar l'arte di fiorentina in italiana. Fra poco, per opera dei Papi, il teatro delle loro maggiori imprese sarà Roma, che diverrà la capitale artistica dell'Italia. Il primo che si presenti come un vero genio, capace di dare unità organica, impronta propria ed originale al lavoro già apparecchiato dallo spirito nazionale, è Leonardo da Vinci (1452-1519). Il suo maestro, Andrea del Verrocchio, aveva una varietà maravigliosa di attitudini diverse: pittore, scultore, orefice valentissimo; amava la musica, i cavalli, la scienza, e fin dalla gioventù s'era occupato molto di geometria e di prospettiva. Nelle teste da lui dipinte s'ammira una grazia singolare ed uno studio d'espressione notevolissimo; ma appunto in ciò il suo discepolo, anche più di lui splendidamente dotato, lo lasciava subito di gran lunga indietro. È nota la storia dell'angelo che egli dipinse nel quadro del maestro, il quale ne restò scoraggiato. Leonardo, in vero, si presenta sin dal principio come uno di quegli uomini privilegiati dalla natura, che li manda nel mondo a compiere grandi cose. Le facoltà del suo spirito erano, come le membra del suo corpo, armonicamente, mirabilmente formate. Bello e forte della persona, vinceva tutti negli esercizi ginnastici, e la sua intelligenza universale riusciva con uguale eccellenza in ogni umana disciplina. Idraulico, naturalista, inventore di macchine, matematico, vero iniziatore del metodo sperimentale, osservatore e scopritore dei fenomeni della natura,[4] scrittore di cose d'arte, artista valentissimo in tutto, ma nel dipingere sommo addirittura. La irrequietezza febbrile del suo genio gli faceva affrontar sempre nuovi e più difficili problemi d'arte o di scienza, dei quali proseguiva lo studio con ardore indefesso, finchè v'erano difficoltà da superare, per abbandonarli appena s'avvedeva di averle superate.[5] Così ci lasciò un gran numero di lavori incompiuti o anche appena cominciati; e spesso bisogna cercar le più belle idee, le maggiori scoperte di Leonardo ne' suoi numerosi taccuini d'appunti, parecchi dei quali pervennero fino a noi. Tuttavia i pochi quadri che condusse a termine, e i suoi molti disegni bastano non solo a rendere eterna la sua fama, ma anche ad accertare la grandissima azione che egli esercitò sui più celebrati artisti del suo secolo. Nello studio dell'anatomia cercò la sicura intelligenza di tutti i movimenti del corpo umano, come nel moto delle ali studiò il volo degli uccelli; lavorò con indicibile costanza a scoprire, ad immaginare, a ritrarre le più varie espressioni, comiche, tragiche, severe, serene, dell'umana fisonomia. Per opera sua il disegno divenne nella scuola fiorentina, meglio che in ogni altra, il mezzo potente e indipendente d'esprimere i più elevati pensieri, le più riposte passioni dell'animo. Ed in quella sua finezza del disegnare e dipingere, nella verità dei ritratti, nella vivezza e novità delle espressioni, arrivò a tale e tanta perizia, che il respiro sembra uscire dalla bocca de' suoi personaggi. La ricerca principale di tutta la sua vita artistica fu quella d'un tipo ideale di bellezza sovrumana, la manifestazione d'un divino sorriso, che apparisce assai spesso nelle teste da lui dipinte, e si ammirava specialmente nella Gioconda, la moglie di Francesco del Giocondo.[6] Pretendono che nel ritrarla facesse sonare allegra musica,[7] per meglio promuovere in lei quel sentimento d'ideale felicità che egli andava ricercando. Nel guardarla, noi non sapevamo persuaderci che i suoi occhi non si movevano, che le sue labbra non cominciavano a parlare, tanta era la verità e la vita che l'artista era riuscito ad infonderle.
Chi esamina i taccuini di Leonardo, vi legge la storia della sua mente singolarissima. Accanto a teste ideali, che sorridono il loro ingenuo sorriso, che pur non è mai privo d'una certa ironica accortezza, si trovano le teste più comiche, più tragiche o più mostruose. Ma anche in questi fantastici e bizzarri capricci, le leggi della natura sono sempre rigorosamente rispettate. Dato il pensiero, data l'intenzione della prima linea, il resto segue come per logica conseguenza; il tipo più ideale o il più grottesco han sempre una mirabile unità e verità artistica. Ed accanto a siffatti lavori d'arte troviamo ora il disegno d'una macchina idraulica, ora le formole d'un problema matematico, ora uno studio anatomico, e massime filosofiche, spesso copiate dagli antichi, e nuove indagini sulle fortificazioni o sulle irrigazioni, e mirabili esperienze sulla caduta dei gravi, che fanno del grande artista il precursore di Galileo. Questo spirito di universale ricerca era in lui tale, che lo spingeva a concepire le più ardite, audaci imprese, come quella di sollevare, a forza di macchine il battistero di San Giovanni in Firenze, e l'altra di deviare il corso dell'Arno. Spesso finiva col non vedere più confini alla potenza dell'umana ragione e della scienza, di che è prova singolare la ben nota lettera a Lodovico il Moro. La sua irrequietezza gli fece ricercare anche nuove composizioni di colori, i quali egli, come gli antichi usavano sempre, apparecchiava colle proprie mani. La chimica però essendo allora nella sua infanzia, più d'una volta Leonardo fallì lo scopo, e i suoi quadri ne restarono col tempo annebbiati, anneriti, come si vede nella Cena, che ora pur troppo è sciupata addirittura. Essa conserva ancora, sebbene assai poco visibili, alcune tracce della sua inarrivabile bellezza; ma solo coll'aiuto delle stampe si può capire anche oggi, che è un'opera la quale basta alla gloria d'un uomo, ed incomincia un'epoca nuova nell'arte. L'effetto prodotto dalle parole di Cristo, — Uno di voi mi tradirà, — è tale nella espressione diversa di tutti i dodici Apostoli, che forma per sè solo un vero poema psicologico. La composizione, divisa in gruppi, due da ciascun lato del Cristo, che siede in mezzo, con una calma inalterabile, ha, è ben vero, qualche cosa di troppo ordinato, quasi di uniforme, che ricorda ancora i Quattrocentisti. Ma, come giustamente osserva un moderno, il divino di quest'opera sta appunto in ciò, che tutto quello che è studiato e calcolato, apparisce come spontaneo, necessario, inevitabile. Un genio potente rivela in essa i suoi inesauribili tesori; armonizza fra loro i contrasti d'espressione che ha creati, riuscendo a dare varietà anche all'apparente monotonia delle linee. E così un soggetto, che per sì lungo tempo era divenuto quasi convenzionale, riuscì a un tratto originale per lo spirito potente che lo animava. La nuova pittura è ormai con questo capolavoro iniziata; essa non ha bisogno d'altro che di qualche maggiore libertà e varietà nel movimento delle figure, nell'aggruppamento della composizione. A ciò Leonardo stesso si provò felicemente nell'Adorazione dei Magi, che trovasi a Firenze, e che egli lasciò incompiuta, forse quando s'avvide d'essere già riuscito a superare le difficoltà che s'era proposte.
Le medesime difficoltà affrontava, come fra poco vedremo, in un'altra sua celebre opera, che andò quasi affatto perduta, e che fu da lui intrapresa quando da Milano tornò a Firenze. Qui pareva allora che tutto fosse pronto per uno dei più grandi trionfi dell'arte. Raffaello d'Urbino era partito dal suo paese, per venire là dove Michelangelo Buonarroti (1475-1564) aveva già compiuto qualcuna delle sue opere più belle, le quali davano anch'esse all'arte nuova la sua vera e propria fisonomia. Dopo avere studiato pittura col Ghirlandaio, e scultura nel giardino dei Medici, presso San Marco, Michelangelo in età di 23 anni appena, rivelava tutta la forza del suo genio nel gruppo della Pietà, che si ammira in San Pietro a Roma. Compiuto negli anni stessi in cui Leonardo dipingeva la Cena, anch'esso ha qualche cosa che ricorda il Quattrocento, e rende visibile la parentela della nuova scuola con quella dei della Robbia, Donatello e Verrocchio, dalla quale infatti deriva. Nè ciò fu senza qualche vantaggio. L'unità della composizione, l'originalità del concetto, l'abbandono del Cristo morto, risplendono insieme colla nobile pietà della Madre, la cui espressione ha, nella sua severa mestizia, una delicatezza e gentilezza di forme, che Michelangelo non ritrovò mai più nelle sue opere posteriori, come non ritrovò la stessa finitezza e castigatezza di disegno. Quest'opera lo mise d'un tratto fra i primi artisti del secolo. La lettura di Dante, le prediche del Savonarola, lo studio dell'antico, l'incremento naturale dell'arte, la fantasia irrefrenabile, potente lo spinsero sempre più nella nuova via, nella quale col suo David, che i Fiorentini chiamarono il Gigante, egli decisamente entrava.
Tornato da Roma, dove aveva studiato assai l'arte antica, fu nel 1501 interrogato dagli Operai del duomo, se gli bastasse l'animo di cavare una statua da certo grosso blocco di marmo, che essi possedevano, e col quale parecchi altri artisti s'erano più volte provati, senza riuscire ad altro che a correre il rischio di sciuparlo sempre più. Lungo nove braccia, e molto stretto in proporzione della lunghezza, era come un pilastro, dentro cui non pareva che fosse possibile dar naturale movimento alla figura che se ne voleva cavare. Michelangelo, senza esitare, assunse volenteroso l'ardita impresa, che gli venne affidata dalla Repubblica nell'agosto di quell'anno, e nel gennaio del 1504 la statua, già compiuta, aveva bisogno solamente d'essere alquanto ritoccata sul posto in cui doveva andare. Dopo lungo disputare fra i primi artisti di Firenze, che erano allora i primi del secolo, intorno al luogo dove metterla, fu accettata l'idea dell'artista, che il David cioè dovesse star dinanzi al Palazzo della Signoria, là dove trovavasi allora il gruppo della Giuditta che ammazza Oloferne, opera di Donatello. I Fiorentini nel 1495, cacciati i Medici, l'avevano portata fuori della Corte del Palazzo, ponendola sulla ringhiera, con la iscrizione: Exemplum sal. pub. cives posuere MCCCCXCV, a simboleggiare la libertà che ammazza la tirannide.[8] Nel 1504 la trasferirono sotto la Loggia dei Lanzi, dove si trova anch'oggi, e nel suo posto venne messo il David colla fionda, quasi a difesa del Palazzo e della Repubblica. Giuliano e Antonio da San Gallo trovarono un modo singolarmente ingegnoso per portarvelo. Infatti, anche ai nostri giorni, quando per riparare la statua dalle ingiurie crescenti del tempo, bisognò metterla altrove al coperto, le molte commissioni di scienziati e di artisti, che più e più volte si radunarono, dovettero finalmente decidersi, non ostante i nuovi trovati della meccanica, a ricercare e seguire il vecchio metodo dei San Gallo, che ricomparve quasi come una singolare e felice scoperta, a cui nessuno dei moderni aveva saputo pensare.[9] Tenuto sospeso, in bilico, dentro un castello di legno, in modo da poter facilmente, nel muoverlo, ceder sempre, ondeggiando, alle scosse, il Gigante venne tirato sulle ruote, e senza difficoltà collocato sano e salvo al suo posto. Colà Michelangelo vi dette l'ultima mano, sotto gli occhi del Soderini, che spesso veniva ad ammirarlo, non senza presumere di dar consigli, che mettevano qualche volta a dura prova la pazienza dello scultore.
Il David posa fieramente in piedi, collo sguardo fisso al nemico che ha già colpito. È immobile ed in apparenza tranquillo; ma il respiro affannoso, ed il movimento convulso delle narici manifestano l'interna agitazione. La destra, che discende lungo il fianco, tiene ancora una pietra; la sinistra, col braccio piegato, s'innalza sulla spalla, stringendo la fionda, ed è pronta ad un secondo colpo, quando il primo non abbia raggiunto lo scopo. Così tutta la figura potè facilmente esser cavata dal lungo ed informe blocco. Affatto nudo sta dinanzi al nostro sguardo questo colossale giovanetto, che nella sua energica semplicità dà prova d'una potenza sino allora ignota nell'arte. Anche il San Giorgio di Donatello, chiuso nella sua armatura, guarda con una semplice fierezza, che fa paura. Ma esso riesce meschino accanto al Gigante, che bisogna contemplar lungamente prima che nelle sue forme grandiose, nel disegno già un po' troppo risentito, nella calma severa e maestosa, si riveli a noi tutta quanta la potenza del genio che lo ha creato. Con questa statua ogni tradizione medioevale è spezzata, ogni forma propria del Quattrocento è sorpassata. L'antichità rinasce trasformata sostanzialmente nella nuova e spontanea creazione dell'artista moderno. Il dì 8 settembre 1504 il David era esposto al pubblico, che l'acclamava più che non fece mai per alcun'altra opera d'arte. Tutto cooperava a dargli favore agli occhi del popolo: le proporzioni colossali, la nuova via che essa apriva nella scultura, e l'esser come posta a guardia del Palazzo, a difesa della libertà.
Guardando le opere posteriori di Michelangelo, si direbbe che da questo momento la figura colossale del David si ponga in moto. In esse egli studiò le nuove attitudini, i movimenti artistici di quel popolo di Titani, che, sotto mille forme diverse, sembrava volesse uscire impetuoso dalla sua agitata fantasia. Michelangelo cercò assai spesso il soprannaturale, ma non più nella sola espressione del volto, principalmente anzi nella sovrabbondanza della vita, della forza, dell'azione di tutte le membra. Fece per tutto ciò un lungo, continuo, paziente studio dell'anatomia. E trascurando ora le altre commissioni, pose mano ad un'opera, che doveva essere un secondo avvenimento nella sua vita e nella storia dell'arte. Il Soderini aveva dato a lui ed a Leonardo incarico di dipingere sulle due opposte pareti principali della sala del Consiglio Grande, due affreschi. Leonardo aveva già messo mano al suo cartone, su cui disegnò la battaglia d'Anghiari, seguita il 29 giugno 1440, nella quale i Fiorentini ruppero l'esercito del duca di Milano, comandato da Niccolò Piccinini, e la celebrarono poi ogni anno colle corse dei barberi. Michelangelo scelse invece un episodio della lunga guerra di Pisa. Di questi due lavori che, condotti a gara dai due grandi artisti, riuscirono di somma eccellenza, poco o nulla c'è rimasto. Di quello di Leonardo, forse anzi d'una parte sola di esso[10], abbiamo una copia poco fedele, fatta dal Rubens. Il cartone di Michelangelo, durante la rivoluzione dal 1512, fu messo in brani, che andarono anch'essi perduti; ci rimangono però antiche incisioni, abbastanza fedeli, della parte principale dell'opera grandiosa.[11] In ogni modo, a giudicare così l'uno come l'altro lavoro, bisogna aiutarsi con le descrizioni e le opinioni tramandateci dai contemporanei.
Il Buonarroti immaginò l'allarme della battaglia, dato quando i Fiorentini si bagnano nel fiume Arno. Sono veramente maravigliose di movimento e bellezza le attitudini diverse con cui tutti escono in fretta, per vestirsi, mettersi l'elmo e la corazza, correre in aiuto dei compagni, che si vedono in lontananza avere già cominciato a combattere. Il Vasari dice, che gli artisti, ammirando quest'opera condotta dalle divine mani di Michelangelo, giudicarono «non essersi mai più veduto cosa che della divinità dell'arte, nessun altro ingegno possa arrivarla mai.» E bisogna crederlo, egli prosegue, perchè «tutti coloro che su quel cartone studiarono, e tal cosa disegnarono..., diventarono persone in tale arte eccellenti.»[12] Il Cellini dice che questa fu la prima bella opera, in cui Michelangelo dimostrò tutte le maravigliose sue virtù, «con tanti bei gesti, che mai nè degli antichi nè d'altri moderni si vidde opera che arrivassi a così alto segno.» E la giudicava superiore perfino alla volta della cappella Sistina. Dell'altro cartone poi egli dice, che in esso «il mirabil Lionardo da Vinci aveva preso per elezione di mostrare una battaglia di cavalli, con certa presura di bandiere, tanto divinamente fatti, quanto dir si possa.»[13] Anch'egli conclude che questi cartoni furono la scuola del mondo; e la tradizione conferma che su di essi studiarono moltissimi, fra cui Rodolfo Ghirlandaio, Andrea del Sarto, Francesco Granacci, Raffaello d'Urbino.[14] In essi noi non vediamo più la calma solenne ammirata nella Pietà, nel David e nella Cena; si manifestano, invece, in tutta la loro tumultuosa energia, l'azione, il movimento e la vita. Nel cartone di Leonardo era tale il furor della mischia, che non solo i cavalieri, ma i cavalli stessi combattevano, mordendosi fra di loro. In quello di Michelangelo non v'era, come si può anche dalle incisioni vedere, una figura che non fosse un capolavoro di unità e d'azione. Il disegno era finalmente riuscito a ritrarre non solo la forma e l'espressione umana; ma il tumulto delle passioni e della vita, nella loro infinita varietà. Le figure per sì lungo tempo, da tante generazioni d'artisti, così faticosamente studiate, sembrano staccarsi dalla tela per muoversi liberamente nello spazio. L'arte e l'artista hanno ritrovato tutta la loro indipendenza; Prometeo ha rapito la scintilla al sole, ed ha animato la sua statua.
Superate che ebbe le maggiori difficoltà, Leonardo abbandonò il suo lavoro, e si dette, secondo il solito, alla soluzione di nuovi problemi artistici. Michelangelo, invece, che pure risentì l'azione del genio di lui, ed in alcuni de' proprî disegni fece studio diligente d'espressioni leonardesche,[15] non ne imitava la irrequieta mutabilità. Per tutta la vita continuò, invece, nella strada iniziata col cartone, nel quale aveva trovato finalmente la sua piena libertà artistica, non temendo d'incontrare più ostacoli nella forma di cui era divenuto padrone, nella materia che dominava, o nei sempre più difficili soggetti che imprendeva a trattare. Tutto sembrava uscire adesso spontaneamente dalla sua immaginazione, che obbediva solo alle leggi dell'arte, unica dominatrice del suo pensiero. Non mancavano certo anche a lui ogni giorno difficoltà nuove; ma egli era costantemente pronto a muovere assalto vittorioso contro di esse, e nella lotta trovava concepimenti e creazioni sempre più originali. Questa tumultuosa esuberanza di vita non gli fece mai raggiungere la calma olimpica della pittura di Leonardo, nè gli permise d'arrivar mai alla serena armonia della scultura greca. Anzi il germe della futura corruzione e decadenza dell'arte italiana trovasi già nelle sue opere più audaci, e divenne visibile negl'inesperti suoi imitatori.
Intanto era assai progredita l'educazione di Raffaello Sanzio d'Urbino (1483-1520), discepolo del Perugino, il principale rappresentante della scuola umbra. Promossa dai lavori di Giotto e de' suoi seguaci nel santuario di Assisi, non ostante le eminenti qualità proprie, essa è una derivazione dalla fiorentina, da cui ricevè continuo alimento. Ed anche Raffaello, sebbene restasse sino al finire del secolo XV in Perugia, venne subito in qualche comunicazione indiretta col mondo artistico di Firenze, in conseguenza delle gite e della dimora che vi fece più volte il suo maestro. Fin dai primi suoi lavori, Raffaello apparve poco disposto ai vincoli convenzionali del maestro, e con una delicatezza, una originalità sua propria, dimostrò di saper condurre la pittura a nuovi e non sperati destini. Quando venne a Firenze (1504-6), e vide che gran cammino l'arte aveva già fatto, sentì subito direttamente gli effetti del nuovo ambiente. Lo studio che allora intraprese di Masaccio, lo avvicinò al fare di Fra Bartolommeo della Porta che lo spinse d'un tratto fuori del Quattrocento. Questi, che fu il primo a comunicargli alcuni pregi della maniera di Leonardo, sapeva armonizzare maestrevolmente larghe masse d'ombra e di luce; superava già tutti, come più sopra osservammo, nell'architettonico aggruppamento delle figure, e nell'unità della composizione; aveva una grande larghezza di dipingere, specie nelle pieghe; una singolare dolcezza d'espressione, che l'esempio di Leonardo aveva resa anco più soave. Migliorò più tardi il suo colorito, in conseguenza d'una gita che fece a Venezia, verso il 1508.
Gli effetti della dimora di Raffaello in Firenze si videro subito nelle sue Madonne, di cui dipinse allora un grandissimo numero, cercando in esse quell'espressione divina ed umana ad un tempo, che è uno dei pregi più belli, e dei caratteri più proprî della sua pittura. Chi lo guarda non solo nei dipinti, ma anche nei disegni, che sono più numerosi e spesso non meno belli, nè meno originali, vede come a poco a poco la Madonna del Quattrocento, che adora il divino bambino, si umanizzi e trasformi nella madre beata di contemplare il proprio figlio: esse costituiscono un vero ciclo dell'amore materno.[16] Guardandole si vede, si sente la vicinanza di fra Bartolommeo e di Leonardo, la cui maniera apparisce anche più chiara in alcuni ritratti, che furono con le Madonne la principale occupazione di Raffaello a Firenze: la sua Maddalena Doni ricorda la Gioconda. Quando manca davvero ogni reminiscenza di Leonardo, i ritratti che Raffaello dipinse in questo primo periodo, riescono più deboli ed incerti. Se Michelangelo s'apparecchiò alle sue grandi opere romane collo studio dell'anatomia, dell'azione e dei movimenti più arditi, Raffaello cominciò invece con quello dell'espressione e della grazia, e continuando poi collo studio dei due celebri cartoni, dei dipinti di fra Bartolommeo, spinto sopra tutto dal proprio genio, si diè finalmente in Roma anch'egli alle grandi composizioni.
Certo è però che Leonardo, seguìto poi subito da fra Bartolommeo, era stato il primo ad aprire la nuova via, nella quale gli altri due grandi genî rivali entrarono, percorrendola in trionfo. Egli riprendeva adesso la via dell'alta Italia; Raffaello e Michelangelo venivano invece chiamati da Giulio II a Roma. Qui s'incontrano ora e si fondono insieme la cultura antica e la nuova, il Cristianesimo ed il Paganesimo, tutte le forme diverse delle arti belle e delle lettere. Fu un momento solenne, in cui lo spirito dell'uomo sentì la piena coscienza di sè stesso nella varietà infinita della vita intellettuale, nella derivazione del presente dal passato, nell'armonia del mondo antico e moderno. Nell'arte soprattutto si manifestò un'esuberanza crescente di grandiose creazioni, quali il mondo non aveva mai viste. Apparivano di continuo nuove forme, nuove immagini, nuovi caratteri, nei quali la mitologia greca ed il sentimento cristiano, l'erudizione e l'ispirazione, il reale e l'ideale si univano a formare quelle opere immortali, nelle quali si rivelava tutta l'anima di un popolo. L'Italia diveniva come il microcosmo della civiltà umana, il foco donde s'irradiava una luce che illuminava il mondo, illuminava l'avvenire. Nè è da maravigliarsi se in mezzo ai grandi, solenni monumenti di Roma, dinanzi alla sua Campagna, maestosa e misteriosa come il mare, che rendono meschina e intollerabile ogni cosa la quale non abbia vera grandezza, gli artisti venuti da Firenze divennero superiori a loro stessi, e manifestarono finalmente tutta quanta la loro potenza.
Raffaello era in Roma nel settembre del 1508. Egli aveva fatto le prime sue armi in alcune grandi composizioni; ma qui la fiamma già accesa del proprio genio, mandò a un tratto tutto il più vivo splendore. Il suo fu uno spirito felice e quasi inconsapevole di sè, pieno d'una spontanea armonia, che si esplicò senza lotte, senza dolori, senza incertezze o ostacoli di sorta. Tutti lo amavano, tutti obbedivano al fascino della sua indole gentile. Prodigiosa era in lui la forza creatrice, ma non minore quella assimilatrice: tutto ciò che la pittura italiana aveva nelle sue varie scuole fino allora prodotto, si riuniva in lui formando un'arte che egli rivestiva d'una grazia e delicatezza inarrivabili. La sua vita non fu mai una battaglia, ma una continua e tranquilla evoluzione intellettuale. La sua pittura non apparisce mai come il prodotto di uno sforzo; sembra invece emanare da un'armonia interiore, che leva in alto lo spirito dell'artista e di chi lo ammira. Noi non possiamo qui fermarci a parlar lungamente dei più celebri dipinti di Raffaello; ma le migliori opere che da lui furono in questo decennio compiute, sono assai note, nè la sua pittura ha bisogno di commenti: basta contemplarla per comprenderla. Dal 1508 al 1511 venne condotta a termine la prima delle Stanze vaticane, quella che fu detta della Segnatura. Ivi è su tutte le mura dipinto un grandioso poema: la Scuola d'Atene, la Disputa del Sacramento, il Parnaso, la rappresentazione del Diritto canonico e civile. E gli accessori, in ogni parte della Stanza, rispondono al grandioso e sintetico concetto: la Teologia, la Filosofia, la Poesia e la Giurisprudenza sono dipinte sulla volta. Riesce difficile supporre che il pensiero filosofico d'una sì grande opera sia stato trovato, meditato solo da Raffaello, che allora sempre giovanissimo e tutto dato all'arte, non aveva potuto acquistar le cognizioni necessarie a determinarlo e svolgerlo così mirabilmente. Forse vi contribuì lo stesso Giulio II, che dette la commissione, ed è ritratto in uno degli affreschi; certo anche eruditi del tempo vi presero parte; ma un vero inventore non è facile trovarlo, perchè in sostanza era il pensiero del secolo, divenuto creazione pittorica nella mente dell'artista. In ciò sta anzi la vera originalità e individualità dell'opera, della quale nessun altro sarebbe stato capace. I sostenitori della fede che disputano intorno al Sacramento sulla presenza reale di Dio; i filosofi della Grecia che disputano sui sommi veri della scienza; Apollo e le Muse; Giustiniano, Triboniano e papa Gregorio IX si trovano riuniti in quella Stanza da un solo concetto dominatore. Essi non si presentano a noi come personalità storiche o poetiche del passato, fedelmente riprodotte; risorgono, invece, rinascono come esseri viventi e reali, al pari degli uomini in mezzo a cui ritornano. Possiam dire veramente che tutto ciò che della Grecia vive e vivrà nel mondo, dopo essere stato nascosto e dimenticato fra gli oscuri sofismi della scolastica, ricomparisce nella sua immortale giovinezza, illuminato dai raggi del sole italiano, il quale, spazzando le nebbie medioevali, scopre di nuovo agli occhi dei mortali le cime dell'Olimpo, che risplendono nell'azzurro del nostro cielo. E se la potenza creatrice del genio di Raffaello dà a questo mondo, che egli evoca dai secoli trascorsi, e alle Divinità che richiama sulla terra, un colore proprio del suo tempo, quasi una nazionalità nuova, ciò li avvicina sempre più a noi. Così l'arte italiana, riunendo, meglio ancora che non seppe fare la letteratura, il passato al presente, e rendendone visibile l'armonia, ci scopre negli eroi e negli Dei dell'antichità ciò che essi hanno di veramente umano, e ci fa in essi trovare una parte di noi medesimi. In ciò sta appunto l'indole propria di quest'arte, ciò che ne determina la fisonomia ed il valore artistico.
Impossibile sarebbe descrivere colla penna tutte le opere di Raffaello, che specialmente ora si seguono con una rapidità vertiginosa. Egli è al culmine della sua altezza; si trova nel massimo vigore delle sue forze. La grandiosità delle composizioni, la nobiltà dei concetti, la naturale e facile larghezza del dipingere, la varietà dei tipi, la perizia nel disegno, la grazia, l'armonia dei colori gareggiano fra loro con una rapidità, cui a fatica tien dietro l'immaginazione.
Alla Stanza della Segnatura seguirono quelle di Eliodoro, dell'Incendio di Borgo, di Costantino. E intanto nelle Logge annesse nuove composizioni, rapidamente disegnate dal maestro, furono dipinte sulle võlte dagli scolari; e sulle mura rabeschi fantastici, ispirati dagli antichi, vennero da essi riprodotti sotto forme sempre varie, nelle quali lo spirito del Rinascimento manifestava un altro de' suoi mille aspetti. E quando l'artista riposava dal faticoso lavorare a fresco, era solo per dipingere ad olio sulla tavola o sulla tela altri gioielli insuperabili. Chi può dire qual sorgente feconda d'ideale felicità sono state e saranno in eterno la Madonna della Seggiola e quella di San Sisto? In esse il tipo primitivo con tanta cura studiato, ingentilito da Raffaello a Firenze, senza nulla perdere della sua inenarrabile grazia, è divenuto più grandioso nella composizione, più largo nell'esecuzione.
Nel 1509 il banchiere Chigi, consigliere per le finanze di Giulio II, faceva da Baldassarre Peruzzi costruire la sua villa in Roma, e poco di poi (1514) venne Raffaello a dipingervi la Galatea, a disegnarvi la storia della Psiche, che i suoi discepoli colorirono. E la piccola villa, che oggi porta il nome di Farnesina, divenne un nuovo tempio dell'arte. Chi potè una volta rimanere lunghe ore estatico in presenza di quelle pitture, se ne allontana con un desiderio inestinguibile di rivederle, ed il solo rievocarle nella memoria sembra aver la misteriosa potenza di ristabilire in noi la turbata armonia dello spirito.
Raffaello non riposò mai finchè visse; il suo genio sembrava trovar nell'indefesso lavoro energia sempre maggiore. Ma ben si esaurirono le forze del corpo, ed a trentasette anni egli moriva lavorando alla Trasfigurazione, la quale, sebbene poi condotta a termine da Giulio Romano, è pur sempre giudicata la sua opera maggiore, per la forza del disegno, l'ardire michelangiolesco delle figure, il loro vario e mirabile aggruppamento. A lungo andare egli subì l'azione prepotente del genio rivale, che spingeva l'arte ad imprese sempre più audaci, a più pericolose altezze, dalle quali essa doveva ben presto precipitare, quando mancò la forza di coloro che avevano saputo contenerla nei suoi necessarî confini.
A formarsi una giusta idea della inesauribile produttività artistica del genio italiano nei primi decenni del secolo XVI, basta ricordarsi che nel tempo stesso in cui Raffaello dipingeva le Stanze e le Logge vaticane, Michelangelo lavorava alla vôlta della Cappella Sistina. Questi aveva già prima avuto da Giulio II la commissione di fargli un monumento sepolcrale di gigantesche proporzioni, e concepì uno dei più colossali disegni che siano mai venuti nella mente umana. Doveva essere un'epopea scolpita; rappresentare lo spirito, la potenza del Papa, in tali proporzioni da oltrepassare i limiti di ogni cosa mortale. Circa quaranta statue in marmo o in bronzo sarebbero sorte sugli scalini dell'immensa mole, in cima della quale le statue del cielo e della terra avrebbero sostenuto il sarcofago, dentro cui doveva esser posta a giacer l'immagine scolpita del Papa addormentato. E tanto l'animo di Giulio II era invasato da questa grandiosa idea, che per avere un tempio adatto a contenere il monumento, egli deliberò di ricostruir dalle fondamenta San Pietro, in modo da farne la chiesa più vasta di tutta la Cristianità. Il 18 aprile 1506, vecchio com'era, discese, non senza pericolo, per una scala a pioli, ad una grande profondità, e pose la pietra fondamentale dell'immenso edifizio, pochi avendo osato accompagnarlo. L'invidia degli emuli, la stranezza e la impazienza del Papa, che gli commetteva sempre altri lavori, costrinsero il povero Michelangelo ad interrompere di continuo la grande opera, e lo tormentarono per modo, che nelle sue lettere egli esclamava: «Sarebbe stato meglio che mi fossi messo a fare zolfanelli...; sono ogni dì lapidato come se avessi crocifisso Cristo...; mi truovo avere perduta tutta la mia gioventù legato a questa sepoltura.» Ma il peggio di tutto fu, che la grande opera non venne mai condotta a compimento, e non ce ne restano che le statue di due prigionieri legati ed il Mosè, nel quale però vive in eterno tutta l'anima dell'artista. Seduto, con una mano poggiata sulle tavole della legge, e l'altra fra la barba, che discende lunghissima, in larghi avvolgimenti, questo terribile domatore di popoli sembra guardare sdegnoso gli adoratori del vitello d'oro. La fronte bassa colle due corna simboliche, lo sguardo minaccioso, le forme colossali, tutta la figura son tali da persuadere, che se egli si leva solamente in piedi, la moltitudine spaventata si darà a fuga precipitosa: nessuno potrà resistere al suo irrefrenabile sdegno.
Invece di poter condurre a termine questo monumento, Michelangelo fu costretto dal Papa a dipingere la volta della cappella Sistina, e la stessa statua del Mosè solo più tardi fu finita. Egli pose mano alla volta nel 1508, e stimolato ogni giorno dalla impazienza di Giulio II, che minacciava perfino di gettarlo giù dal palco, se non s'affrettava, verso la fine del 1509 ne scopriva una parte non piccola, e nel 1512 tutto era finito. Nulla di simile s'era mai visto al mondo: nei movimenti, nelle forme grandiose e più che umane, nel motivo artistico di ciascuna figura v'è un tale rilievo, una tale energia, che la võlta sembra sfondarsi per dar modo ai personaggi di muoversi liberamente. Alcuni s'avanzano, avvicinandosi a noi, altri invece si levano ancora più in alto. La cappella sembra a poco a poco ingrandirsi, trasformarsi nello spazio infinito: noi non siamo più in presenza d'un dipinto; Michelangelo ha qui evocato un popolo di giganti, vivo e vero dinanzi ai nostri occhi. I personaggi della Bibbia e della storia, dell'allegorìa e della tradizione sacra e pagana, rinacquero nella sua fantasia, formando quasi una nuova mitologia, un nuovo Olimpo, che, creato da un uomo, par creato da un popolo, e resta perciò immortale nel regno dell'arte.
Chi getta uno sguardo a tutto l'insieme delle varie scuole, cui abbiamo rapidamente accennato, s'accorge che, mentre esse sembrano obbedir solo alla libera e quasi capricciosa ispirazione degli artisti, si succedono invece con una logica e fatale relazione fra di loro. Tutte le forme che ciascuna di esse produsse, tutto quello a cui ciascuna aspirava, si riunì finalmente e si coordinò nella mente dei tre grandi, di cui abbiamo parlato; penetrò anche nello spirito di tutto il popolo italiano e del Papa stesso, il quale dava le grandi commissioni, animato dal comune pensiero, pigliando in quelle opere una parte vivissima, promovendole con ardore febbrile, con animo pieno di vera grandezza romana. Egli era sempre sul palco della Sistina, ed aveva fatto costruire un passaggio, che lo conduceva dal Vaticano allo studio di Michelangelo, dove si recava di continuo: pareva che fosse sua la grande responsabilità di condurre l'arte italiana a toccare la mèta altissima. Ed in verità gli uomini ed i mezzi opportuni al grande scopo sembravano sorgere allora spontanei da ogni parte. A Raffaello e Michelangelo s'aggiungeva in Roma Bramante, che, sebbene non si fosse in architettura allontanato ancora dalla scuola del Quattrocento, pur la portò alla sua maggiore perfezione. A lui fu da Giulio II affidata la costruzione delle Logge vaticane e del Museo, nel quale questi mandò dal proprio palazzo, presso la chiesa dei SS. Apostoli, prima l'Apollo di Belvedere e poi il Laocoonte, trovato l'anno 1506 in una vigna, fra le rovine delle Terme di Tito. Più tardi ancora si scoprirono il torso di Belvedere e l'Arianna dormente. Pareva che la terra stessa s'aprisse per far rinascere l'antichità. Al Sansovino Giulio II ordinò in S. Maria del Popolo quelli che riuscirono i due più celebri monumenti sepolcrali di Roma, l'uno pel cardinal Girolamo Basso, l'altro pel cardinal Ascanio Sforza. Qual mecenate riuscì mai a fare altrettanto per l'arte, o può anche da lontano paragonarsi a lui?
Ammirando la maravigliosa bellezza che risplende nelle opere di tanti e così grandi artisti, si presenta continua, insistente la domanda: come mai questa potenza di elevare e purificare lo spirito umano, fu concessa ad uomini nati, educati in mezzo a tanta decadenza e corruzione morale? Noi potremmo innanzi tutto osservare come le relazioni che passano tra lo svolgimento intellettuale e morale dei popoli siano ancora troppo poco conosciute perchè riesca possibile dare una risposta soddisfacente. Ricorderemo in ogni modo d'avere già notato, che la corruzione, molto esagerata, ma pur grande ed innegabile, del Rinascimento italiano, s'era diffusa principalmente negli ordini superiori e più culti della società, massime negli uomini politici, ed anche in quelli di lettere; ma era penetrata assai meno che non credono gli scrittori moderni, negli ordini inferiori.[17] E ciò spiega perchè la storia, così prodiga narratrice delle colpe di quel secolo, assai di rado possa ricordare fatti ingiuriosi davvero al carattere morale di coloro che arrivarono ad esser sommi nell'arte, i quali furon quasi tutti d'origine più o meno popolare. Michelangelo, che pur discendeva da antica famiglia, nacque assai povero. Come figlio, come fratello, come cittadino, ebbe molte rare e nobili qualità, di cui fan fede le sue lettere, i suoi versi, la vita intera. Le sue amicizie sono così fervide, che paiono innamoramenti. E chi può non ammirarlo quando lo vede abbandonar lo scalpello, per assistere il suo servo moribondo, che egli pianse poi amaramente, consigliandone, consultandone i parenti, che lo chiamarono secondo loro padre? Fra Bartolommeo figlio d'un mulattiere, ebbe un carattere pieno di dolcezza e di benevolenza, fido e devoto ammiratore del Savonarola, animato da sincero zelo religioso. Di Leonardo, che fu figlio naturale d'un notaio; di Raffaello, che fu figlio di un pittore non molto noto, la storia, salvo, in quest'ultimo, qualche amore troppo libero e non troppo ben conosciuto, può dir solo che li trova occupati sempre nella ricerca del bello e del vero, nella contemplazione dei più nobili ed elevati pensieri, il che certo non poteva recar danno al loro carattere morale, che ci apparisce gentile, equanime, sereno. Corruzione vi fu senza dubbio anche fra gli artisti; dissipatissimi erano i loro costumi, infinite le loro stranezze, e le loro invidiose gelosie spesso assai meschine. Certo nessuno vorrebbe prendere a modello di condotta morale Benvenuto Cellini. Pure se noi guardiamo alla generalità degli artisti, è certo che essi ritraggono dal popolo, il quale è assai meno corrotto dei letterati e dei politici; hanno minori relazioni con la vita pubblica, che fra noi era più guasta di tutto.[18]
Che poi la vera grandezza d'animo non fosse allora spenta fra di noi, basterebbe a provarlo Cristoforo Colombo, che nel 1504 appunto, vecchio di sessantaquattro anni, dopo aver traversato tante volte l'ignoto Oceano, sostenendo una serie di spaventose tempeste, animato da spirito religioso non meno che da passione di avventure, tornava dal suo ultimo viaggio, per chiudere gli occhi il 20 maggio del 1506. Ciò che v'ha di più grande nella sua vita, nel suo carattere veramente eroico, non è solo il coraggio che egli ebbe nell'affrontare i pericoli; la fermezza con cui seppe resistere alle derisioni, alle persecuzioni, alle calunnie, alla più nera ingratitudine. Non meno ammirabile fu certamente la sua fede inconcussa nelle induzioni della scienza; essa gl'infuse quello spirito d'osservazione, pel quale, in mezzo alle tempeste della natura, ed alle rivolte d'infidi compagni, continuava a registrare, con calma serena, con attenzione non mai interrotta, i nuovi fenomeni che gli si presentavano; esso alimentò quella forza che lo spinse con animo sicuro a navigar nell'ignoto. E questo era lo spirito vero del Rinascimento italiano, senza del quale un tale uomo non sarebbe stato possibile. L'averlo potuto allora l'Italia produrre, dimostra che, nonostante la corruzione, essa avrebbe nella propria grandezza intellettuale saputo trovar la base naturale a ricostruire un nuovo mondo morale, se le invasioni straniere non l'avessero colpita nel momento stesso della sua trasformazione, spezzando a un tratto il corso naturale degli eventi.
Certo è però che, comunque si spieghi, questo contrasto fra il progresso intellettuale e la decadenza morale, si presenta continuo, costante nei secoli XV e XVI, e noi dobbiamo esaminarlo anche nella storia della letteratura, ora che di classica ed erudita, essa diviene nazionale e moderna. Ciò seguiva per opera specialmente del ferrarese Ariosto, il quale componeva in questi anni il suo Orlando Furioso, e più di tutti contribuì, secondo l'espressione del Capponi, a rendere «universale alla nazione la lingua toscana.»[19] Abbiamo già veduto come i romanzi cavallereschi del ciclo carolingio, divenuti, durante il secolo XV, popolarissimi in Toscana, ricevessero nel Morgante del Pulci la loro forma letteraria. Insieme con essi, e più di essi, i romanzi del ciclo brettone, gli eroi della Tavola rotonda divennero popolari fra i castelli della valle del Po, dove una volta s'era scritto e cantato in provenzale, più tardi si scrissero poesie in una forma ibrida di francese italianizzato o d'italiano infranciosato che voglia dirsi, la quale fu però ben presto eliminata dal rapido prevalere dell'italiano e del latino. Più tardi ancora gli eruditi fecero di Ferrara il gran centro da cui la cultura classica s'irradiò nell'Italia superiore. Contribuirono a ciò gli Este, l'Università, sopratutto Guarino Veronese colla sua febbrile attività, coi suoi molti alunni, che diffusero largamente lo studio del greco e del latino. Da questa doppia corrente, quasi mescolanza di classico e di romanzesco, come a Firenze era sorto il Morgante del Pulci, così a Ferrara sorse l'Orlando Innamorato del Boiardo. Dotto nelle due lingue classiche; grande ammiratore dei romanzi cavallereschi; singolarmente, quasi stranamente fiducioso nel risorgimento della cavalleria, egli compose il suo poema, innestando il ciclo brettone sul carolingio, con vera fantasia ed originalità poetica. Tali furono gli antecedenti dell'Ariosto in Ferrara, divenuta emula di Firenze, nuova culla della poesia e cortesia cavalleresca.
Le vie, le case della città, specialmente il castello ducale, non eran però solo un tranquillo ricetto di pacifici studî, ma scene ancora di atroci delitti. Alfonso I, proclamato signore nel 1505, era un capitano esperto, che fondeva le migliori artiglierie d'Europa; protettore degli artisti e dei poeti, ma di un'indole cupa e feroce. Aveva menato in moglie Lucrezia Borgia, la quale, per paura o prudenza o per le mutate condizioni, sembrava divenuta adesso un'altra donna. Frequentava le chiese; donava ai poveri; promoveva pie fondazioni; viveva in mezzo ai letterati, che ne lodavano la bellezza, la castità, la santità e la dottrina. Ma, quasi fosse destino fatale del suo nome e del sangue che le scorreva nella vene, anche allora seguirono intorno a lei strane, orrende tragedie. Una sua damigella, Angiola Borgia, che ella aveva condotta da Roma, era corteggiata da due fratelli del Duca, l'uno il bastardo don Giulio, l'altro il cardinale Ippolito. Questi, che a sette anni era vescovo, a quattordici cardinale, invece della chiesa amava la caccia, la guerra, le donne ed il lauto banchettare, a segno tale che in età di quarantun'anno morì per avere, secondo si narra, mangiato troppi gamberi, e bevuto troppa vernaccia, vino che teneva sempre in fresco nella sua cantina. Era tanto impetuoso, che fece prendere a bastonate un messo il quale gli avea portato un monitorio di Giulio II. Quando l'Angiola Borgia disse ad un tale uomo, di non saper resistere al fascino che avevano gli occhi del rivale fratello, egli lo aspettò, fra quattro sgherri, a Belriguardo, al ritorno dalla caccia, e colà, dopo averlo in sua presenza fatto stramazzar dal cavallo, gli fece cavar gli occhi. Il Duca andò in furore; ma ben presto si calmò, perdonando facilmente il delitto del fratello, essendo egli inesorabile solo coi parenti che aspiravano a levargli il potere, cosa impossibile ad un cardinale. Il bastardo don Giulio ardeva però del desiderio della vendetta. Aveva ricuperato un occhio che gli sgherri non erano del tutto riusciti a staccare dall'orbita; e si unì coll'altro fratello Ferrante, che aspirava alla signoria della città, accordandosi con lui per ammazzare il Cardinale ed il Duca (1506). La congiura però venne scoperta; don Giulio fuggì subito a Mantova, ma don Ferrante ebbe l'ingenuità di gettarsi ai piedi del Duca, che fu questa volta inesorabile. Con una bacchetta che aveva in mano, gli cavò subito un occhio, dicendo di volerlo render simile al complice fratello. Poi lo mise in carcere, dove morì, e dove più tardi fu messo anche don Giulio, che solo nel 1559 venne liberato da Alfonso II. Tre dei confidenti furono squartati; i brani dei loro corpi vennero attaccati alle porte del castello; le teste conficcate su tre lance, ed esposte al pubblico. Il prete Gianni, anch'egli della congiura, non fu ucciso, perchè prete, ma venne chiuso in una gabbia di ferro sospesa alla torre, e così abbandonato al disprezzo universale. Dopo sette giorni il Duca lo fece strozzare, sperando di far credere che si fosse invece suicidato. Il cadavere, dopo essere stato straziato, trascinato per le vie, venne appiccato per un piede ad un palo, e vi rimase fino al suo totale disfacimento.
E questa Corte era il ricovero, il richiamo di letterati, che in versi elegantissimi lodavano la magnanimità del Duca, la castità del cardinale, la mite pietà e la purità di Lucrezia! Vi primeggiava allora il Bembo, che più tardi fu anch'egli cardinale; ed era allora giovane, bello, elegante corteggiator di donne, grande ammiratore di Lucrezia. Dotto in greco, forbitissimo poeta e prosatore latino, fu nello stesso tempo uno di quelli che contribuirono efficacemente a rimettere in credito lo scrivere italiano. Ma il più gentile, amabile cavalier di Ferrara, da tutti cercato, a tutti carissimo, era il poeta Ercole Strozzi. Molto venivano pregiati i suoi versi latini, alcuni dei quali indirizzati a madonna Lucrezia, celebravano le gesta sanguinose del Valentino. Incoraggiato dal Bembo, ispirato dall'amore per la Barbara Torello, egli scrisse anche alcuni pochi sonetti italiani. Ma in sull'alba del 6 giugno 1508, fu trovato cadavere sulla pubblica via, presso la chiesa di S. Francesco, con la gola segata, e ventidue ferite: ciocche de' suoi capelli, che aveva lunghissimi, inanellati, erano strappate dal cranio e sparse per terra, intorno a lui. Tutti lo piansero, ma nessuno trovò parole di vero dolore come la sua donna, che solo tredici giorni prima egli aveva sposata. — Perchè non posso, essa scriveva, entrar teco nella fossa?
Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccio
Intorpidire, e rimpastar col pianto
La polve, e ravvivarla a nuova vita;
E vorrei poscia, baldanzosa e ardita,
Mostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,
E dirgli: amor, mostro crudel, può tanto.[20]
In mezzo all'eterno cicalare dei Petrarchisti, alle interminabili freddure degli eruditi, l'affetto disperato di questa donna, che, senza nominarlo, sembra, come dice il Carducci, accennare col dito il potente assassino del marito, si fa sentire come una voce della natura, una ispirazione vera della poesia che ritorna italiana. Si disse che Lucrezia Borgia era stata gelosa della Barbara; ma tutto fa credere che fosse invece gelosia del Duca, il quale vendicava nell'infelice e giovane poeta le ripulse avute dall'amante, poi moglie di lui.[21]
E se tale era la società in cui visse l'Ariosto, che fu segretario del fiero e dissoluto cardinal d'Este, neppure in casa sua egli aveva avuto buoni esempi. Non poteva certo ignorare che suo padre Niccolò era stato mandato a Mantova dal duca Ercole I, per avvelenare Niccolò d'Este, che con le armi gli aveva contrastata la signoria di Ferrara. L'assassinio era sul punto di riuscire, il veleno già pronto, quando fu invece scoperta la congiura. Il padre dell'Ariosto allora si salvò fuggendo; i suoi complici furono invece impiccati. Avidissimo di danaro, aveva ancora guadagnato rubando sul vitto dei poveri soldati a Reggio d'Emilia, dov'era capitano della cittadella, e dove suo figlio nacque nel 1474. Chiamato a Ferrara nel 1480, il popolo era quasi per insorgergli contro, ed uscirono poesie che ferocemente lo mordevano, dandogli di ladro, manigoldo, traditore. In una di esse la sua donna si duole di non potere uscir di casa, per non sentirsi chiamare la moglie del ladro, al che egli cinicamente risponde:
Io rubo e ruberò, che in fra le genti
Chi è senza roba matto dir si suole.[22]
A Lugo perdette nel 1496 l'ufficio di commissario, avendo ingiustamente torturato un gentiluomo. Per fortuna, suo figlio era così astratto, così assorto ne' suoi pensieri, che non s'avvedeva di quel che seguiva intorno a lui. Quando il padre lo rimproverava aspramente, perchè non studiava le leggi, egli lo ascoltava tranquillissimo, ma solo per rappresentarlo poi nella Cassaria, commedia che appunto allora scriveva. Il poeta Strozzi ce lo descrive alla caccia, che sguinzaglia i cani, pensando alle sue elegie.[23] Un giorno, senza accorgersene, andò da Ferrara a Carpi in pianelle. Tutto immerso nell'arte sua, non lo toccavano neppure i più grandi avvenimenti del tempo. Quando Carlo VIII s'apparecchiava nel 1496 a tornare in Italia, egli scriveva un'ode latina, nella quale imitava Orazio: Me nulla tangat cura. «Che m'importa di Carlo e de suoi eserciti? Io me ne starò all'ombra, ascoltando il dolce mormorio delle acque, guardando i contadini che mietono. E tu, o Filiroe, stenderai la bianca mano tra i fiori smaglianti, e mi tesserai corone, soavemente cantando.»[24] La morte del poeta Michele Marullo gli pareva sventura maggiore che l'invasione straniera. Che importa l'essere sotto un re francese o latino, quando l'oppressione è la stessa?
Barbarico ne esse est peius sub nomine quam sub
Moribus?[25]
Dal 1495 al 1503 studiò con indicibile ardore i classici, e scrisse versi latini pieni di movimento, di calore, affinando il suo gusto, ripulendo e fortificando il suo stile, che in italiano gli riusciva ancora incerto e scolorito. Poco o punto conobbe il greco. Venuto a' servigi del cardinal d'Este, ne lodò in versi la bontà e la castità! Narrò il fatto atroce dell'accecamento di don Giulio, che chiama invido, ingordo, adultero, scolpando il suo padrone assassino, di cui non vuol riconoscere la parentela con la vittima.[26] Ben la riconobbe più tardi quando si trattava d'esaltare la magnanimità di Alfonso, che non aveva ucciso, ma solo imprigionato i suoi fratelli, rei di cospirazione contro il proprio sangue.[27] Anche di Lucrezia Borgia lodò la castità e l'opere sante! Ma tutto ciò era il linguaggio convenzionale della Corte, qualche volta anche una semplice imitazione d'Orazio. Quando però l'Ariosto apre davvero l'animo suo, come nella satira al fratello Galasso, allora sembra un altro uomo, ed esprime sentimenti che paion quasi di Tacito. Pieno di sdegno, descrive la vita ambiziosa e licenziosa dei prelati, che voglion salire sempre più in alto, avidi solo di temporale dominio. «Che sarà mai se uno di costoro sederà sulla cattedra di San Pietro? Subito vorrà levare i figli e i nepoti dalla civil vita privata. Nè, per la manìa di dar loro regni, s'occuperà punto di muover guerra agl'infedeli, il che sarebbe assai più degno del suo ufficio.»
Ma spezzar la Colonna e spegner l'Orso,[28]
Per torgli Palestina[29] e Tagliacozzo,
E dargli a' suoi, sarà il primo discorso.
E qual strozzato, e qual col capo mozzo
Nella Marca lasciando ed in Romagna,[30]
Trionferà del cristian sangue sozzo.
Darà l'Italia in preda a Francia e Spagna,
Che sozzopra voltandola, una parte
Al suo bastardo sangue ne rimanga.[31]
Ma se così scriveva, l'Ariosto di certo non perdeva per tutto ciò il sonno. La sua vita era solo con le Muse, e da ogni cosa egli cavava argomento di poesia: scriveva e riscriveva i suoi versi, nè mai si fermava fino a che non gli aveva portati alla desiderata perfezione. Non si esaltava troppo contro la corruzione; ma se da essa non lasciavasi turbare, neppure lasciavasi da essa corrompere. Quando il cardinal d'Este insisteva per menarlo in Ungheria, rispose che non voleva di poeta farsi cavallaro, ed abbandonò la Corte per tornare con più ardore che mai agli studî, serbando la sua libertà. Nè ciò gli costava sacrifizio veruno, perchè era così modesto e semplice nel vivere, da scriver egli stesso, che meritava d'esser nato quando gli uomini si cibavan di ghiande. «Piuttosto che arricchire io voglio quiete, per continuare quegli studî che danno cultura all'animo, e fanno sì che non m'incresca la povertà, nè per fuggirla voglio fuggire la libertà. Se il mio signore chiama qualcuno invece di me, io non ne ho invidia. Vado solo e a piedi quando mi occorre, e quando cavalco, lego di mia mano le bisacce alla schiena del cavallo.»[32] E così avvenne che, se ne' suoi scritti cedette spesso ai tempi, non per questo si lasciò mai da essi contaminare; onde non si può di lui citare un'azione disonesta, sebbene si debba desiderare che alcuni versi non fossero mai usciti dalla sua penna. Coi parenti fu sempre affettuoso, negli amori incostante fino a che l'Alessandra Benucci non lo legò per sempre a lei. Pare che la sposasse occultamente, per non perder alcuni beneficî di famiglia. Non era mai così felice come quando poteva passare la vita tra il suo studio ed il suo giardino. In questo, così scrive suo figlio Virginio, «teneva il modo medesimo che nel far de' versi, perchè mai non lasciava cosa alcuna che piantasse, più di tre mesi in un loco; e se piantava anime di persiche o semente di alcuna sorta, andava tante volte a vedere se germogliava, che finalmente rompeva il germoglio.,.. I' mi ricordo che, avendo seminato dei capperi, ogni giorno andava a vederli, e stava con allegrezza grande di così bella nascione. Finalmente trovò ch'eran sambuchi, e che dei capperi non n'eran nati alcuni.»[33] Ad un tale uomo dovette pure riuscire di qualche utilità la dimora nella Corte, perchè l'obbligava ad uscir dalla solitudine, a venire in contatto col mondo. Egli ebbe infatti diverse commissioni diplomatiche a Roma ed altrove; andò governatore nella Garfagnana, dove trovò molte noie e molte faccende; seguì il Cardinale non solamente alla caccia e nei viaggi, ma anche nella guerra: si vuole anzi che l'anno 1510 riuscisse, nel fatto d'arme della Polesella, a prender sul Po una nave veneziana, contribuendo così alla vittoria del Duca.[34] Certo tutto questo dovette giovare al poeta, che fu poi un così mirabile descrittore della natura e degli uomini.
Sino al 1503 aveva continuato a scrivere versi latini; ma allora finalmente pose mano al poema dell'Orlando Furioso, e si cominciarono subito a vedere i maravigliosi effetti del lungo studio. Aveva acquistato un'eleganza, una sobrietà e dignità, un vigore singolarissimi, senza nulla perdere di naturalezza e spontaneità, cose tutte che mancavano prima ne' suoi scritti italiani. Il genio dell'Ariosto si manifestò, si formò a forza di perseveranza e di studio indefesso, correggendo e ricorreggendo mille volte i propri versi, cosa tanto più singolare in uno scrittore, il cui pregio principale è la spontanea semplicità ed eleganza. A questo egli giunse, infondendo vigoroso sangue latino nella poesia italiana del suo tempo, che così potè ringiovanire. L'innesto dei due elementi, l'antico ed il moderno, riuscì nella poesia dell'Ariosto così perfetto ed armonioso, com'era riuscito a Raffaello negli affreschi della Galatea, della Scuola d'Atene e del Parnaso.
La materia epica dell'Orlando Furioso non è altro che la continuazione, lo svolgimento di quella dell'Orlando Innamorato del Boiardo. Ma il modo con cui s'andò formando il poema, le sue diverse sorgenti, i caratteri, l'ironia o non ironia di esso, sulla quale tanto s'è disputato, tutto ciò, se ha un gran valore per la storia e la critica letteraria, non è quello su cui possiamo o dobbiamo fermarci ora. A noi qui importa notar solo, che l'originalità dell'Ariosto sta principalmente nella nuova forma di poesia che egli ha creata. Apriamo a caso il volume, che non ha bisogno d'esser letto di seguito, ma piuttosto gustato con intensità, a brani staccati. Ascoltiamo, per esempio, le avventure di Cloridano e di Medoro nel campo nemico. Noi subito ammiriamo la loro amicizia, la loro fedeltà; il coraggio con cui Medoro difende il cadavere del suo re:
Come orsa che l'alpestre cacciatore
Nella pietrosa tana assalita abbia,
Sta sopra i figli con incerto core,
E freme in suono di pietà e di rabbia: ecc.[35]
Medoro era già prigionero, e Zerbino, adirato pei colpi che i suoi ricevevano dal non veduto Cloridano,
Stese la mano in quella chioma d'oro
E trascinollo a sè con violenza;
Ma come gli occhi a quel bel volto mise,
Gli ne venne pietade e non l'uccise.[36]
Prima però che troppo ci commoviamo, il poeta ci trasporta altrove sul cavallo alato della sua fantasia, e troviamo il semivivo Medoro nelle braccia voluttuose della bella Angelica. Passiamo così sempre d'avventura in avventura, di descrizione in descrizione, ed anche gli oggetti da noi già mille volte veduti, riappariscono pieni di vita e di giovanezza, come se il mondo uscisse ora novamente sotto i nostri occhi dal nulla. La rosa, di cui tanto parlarono i poeti e tante descrizioni ci lasciarono, par che sbocci la prima volta dal suolo, rorida, fresca, piena di nuove bellezze e d'immortale poesia,
L'aura soave e l'alba rugiadosa,
L'aria, la terra al suo favor s'inchina.
Cavalli, cavalieri e dame, tempeste, foreste, paesi incantati, avvenimenti d'ogni sorta, personaggi possibili ed impossibili passano, come se fossero la realtà e la verità stessa, sotto i nostri occhi estatici. Leggendo questo poema ci pare qualche volta d'essere nella Farnesina o nelle Logge vaticane, dinanzi agli affreschi di Raffaello. La Galatea, la Psiche, i filosofi della Scuola d'Atene e gli abitatori del Parnaso si staccano dalle mura, muovon intorno a noi; respirano, ci sorridono come antiche conoscenze. Questa poesia infatti è uno specchio, in cui si riflette tutta la vita esteriore ed interiore, morale, estetica del secolo, con tutti i suoi splendori. Essa lo rende a noi visibile, intelligibile, sempre più chiaro; ne disegna, ne colorisce la fisonomia, ne fa rivivere lo spirito. Ma il poema cavalleresco, dopo avere nell'Orlando Furioso manifestato la sua potenza, la sua infinita varietà e ricchezza d'immagini, sembra che abbia ad un tratto esaurito le proprie forze; esso comincia infatti d'ora in poi a decadere, nè sa far altro che vivere della sua vita passata.[37]
È singolare davvero il vedere come nei due primi decenni del secolo XVI vennero alla luce quasi tutti i più grandi lavori dell'ingegno italiano, così nelle lettere come nelle arti, o si formarono e giunsero a maturità la mente e la cultura di coloro che ne furono gli autori. In questo tempo vennero scritte tutte le principali opere del Machiavelli, e non poche del Guicciardini, il quale, perchè occupatissimo allora negli affari, pose mano solamente più tardi alla sua grande Storia d'Italia. Ma anch'egli aveva già nei primi del secolo scritto alcune delle sue Legazioni, la Storia Fiorentina e la più parte di quelle Opere inedite, che basterebbero sole a renderne immortale la fama, e ci fanno assai bene conoscere il carattere ed il valore d'un uomo, che certo è fra quelli che meglio ritraggono l'immagine vera del Rinascimento italiano. Più volte noi lo incontreremo in questa nostra storia, e quindi non sarà inutile, ora che egli incomincia a comparir sulla scena, fermarsi un momento a dirne qualche cosa coll'aiuto de' suoi Ricordi autobiografici e di famiglia. Sfortunatamente essi restarono ben presto interrotti, e ci danno perciò notizie dei suoi primi anni solamente.
Il Guicciardini discendeva da un'assai antica famiglia fiorentina. La più parte de' suoi antenati furono uomini operosi e d'ingegno, ma dati quasi tutti ai piaceri della vita, ambiziosi del potere, amanti del proprio interesse. Egli stesso ci racconta che messer Luigi fratello di suo avo, più volte gonfaloniere della Repubblica, ebbe quattro mogli, ed era tanto amante delle donne, che perfino nella vecchiaia correva dietro alle serve, fermandole per via. Tra i figli legittimi non ebbe nessun maschio; una schiava[38] però gli dette un figlio naturale, cui lasciò la propria fortuna, e che divenne poi vescovo di Cortona. Costui fu come il padre, lussurioso sino alla vecchiaia, e «nella gola seguitò l'uso degli altri preti, che si stanno in Firenze a poltroneggiare, che il pensare a mangiare è una delle maggiori faccende che abbino.»[39] L'avo del Guicciardini poi, messer Iacopo, dato anch'egli alla gola ed alle donne, era uomo senza lettere, ma assai accorto ed ardito, partigiano dichiarato de' Medici: ottenne tutti i principali ufficî ed onori della Repubblica. Fu lui che, essendo gonfaloniere, compilò, per secondare le voglie di Lorenzo de' Medici, quella legge sui testamenti, che pur sapeva ingiusta e pericolosa, dalla quale venne poi provocata la terribile congiura dei Pazzi nel 1478; fu ancora quegli che tenne il popolo tranquillo, quando Lorenzo dovette andare a Napoli, per liberarsi dalla guerra mossagli in conseguenza della congiura. Piero suo figlio, e padre dello storico, ebbe una discreta cultura letteraria; conobbe il greco, il latino, la filosofia; tenne con onore diverse ambascerie ed altri ufficî politici; fu ammiratore del Savonarola, di cui ascoltava, compendiava le prediche, e ciò non ostante era avverso al Soderini, e fautore dei Medici, come tutti i Guicciardini, senza però mai lasciarsi trasportare dallo spirito di parte; fu anche onesto, amorevole ai poveri, mite nei consigli e nelle azioni. Il figlio, Francesco, fra molte lodi, gli rimprovera solo d'essere stato poco vivace e troppo riservato.
Questo figlio, che nacque nel 1482, accoppiò la prudenza del padre all'energia dell'avo, di gran lunga superando l'uno e l'altro nell'ingegno e negli studî. Temperato nei costumi, dignitoso nei modi, molto ambizioso del potere, egoista, era assai avido del danaro, non però mai a segno da appropriarselo indebitamente; che anzi egli e tutti i Guicciardini godevano in ciò reputazione d'aver sempre avuto le mani nette. Si diede subito con ardore agli studî; apprese assai bene il latino, e quelli che erano allora i primi rudimenti di matematica; studiò anche il greco, che però, secondo egli stesso ci dice, dimenticò affatto. Così i più grandi scrittori di quel secolo erudito, l'Ariosto, cioè, il Machiavelli ed il Guicciardini, o non conobbero punto il greco, o lo conobbero in modo da averlo ben presto affatto dimenticato. Nel 1498, quando fu bruciato il Savonarola, il Guicciardini aveva sedici anni, e cominciò a studiare diritto romano e civile, prima a Firenze nello Studio, poi dal 1500 al 1505, a Ferrara ed a Padova, aggiungendovi anche il diritto canonico. In questi anni, essendo molto turbate le cose di Firenze, il padre pensò di mandargli a Ferrara la somma allora grossissima di 2000 scudi, acciò la tenesse in salvo; ed egli, che era assai giovane, rese scrupoloso conto di tutto. Ciò dimostra la sua prudenza, e la grande fiducia che il padre aveva in lui. Nel medesimo tempo gli s'ammalò gravemente lo zio vescovo di Cortona, che poco dopo morì (1503). Ed egli ci racconta che pensò subito di lasciare gli studî, per farsi prete, chiedendo allo zio, che forse si sarebbe lasciato indurre, la immediata concessione dei benefici che godeva. «Nè ciò, egli aggiunge, per alcuna inclinazione che avessi alla vita religiosa, e neppure per poltronaggine, come allora solevano quelli che vestivano l'abito ecclesiastico; ma solo per farmi strada nel mondo, e riuscire un giorno ad essere cardinale.»[40] Questi fatti dimostrano chiaro quali erano, fin da principio, le buone e le cattive qualità del giovane, quale doveva poi essere l'indole dell'uomo. Fortunatamente allora per lui, Piero Guicciardini, sebbene avesse cinque figli, rinunziò ad ogni idea di aver benefizî ecclesiastici nella famiglia, perchè non voleva che alcuno de' suoi divenisse prete, essendo la Chiesa, così egli diceva, «troppo trascorsa nel male.» Infatti erano i tempi d'Alessandro Borgia.
Finito il tirocinio universitario, Francesco Guicciardini venne a Firenze, dove fu chiamato ad insegnare il diritto: ivi si addottorò, e fu subito uno dei primi professori dello Studio. Questo però fu chiuso nel 1506, ed egli si diede allora ad esercitar con fortuna l'avvocatura. Avendo sempre gran voglia di far rapido cammino nel mondo, pensò ad un matrimonio conveniente e sposò nel 1508 Maria Salviati. Il padre di lui era stato contrario a questo matrimonio, non solo perchè avrebbe preferito e sperato pel figlio una maggior dote, ma ancora perchè non vedeva di buon occhio l'imparentarsi coi Salviati, troppo amanti del lusso, troppo avversi al gonfaloniere Soderini, e troppo partigiani. «Ma io,» così scrive il figlio, «pensavo che 500 scudi di più o di meno facevano poca differenza, e volli imparentarmi coi Salviati, appunto perchè, oltre ad esser ricchi, avanzavano tutti di aderenze e potenza, ed io ero vòlto a queste cose assai.»[41] Nè i suoi disegni andarono falliti, avendo subito avuto incarichi, ufficî onorevoli e lucrosi.
In quel medesimo anno pose mano ai suoi primi lavori, avendo il dì 13 d'aprile 1508 cominciato a scrivere i Ricordi[42] e circa il medesimo tempo, la Storia fiorentina, che nel febbraio del 1509 era giunta più che a metà.[43] Di questi due scritti, il primo non ha gran valore letterario, perchè, composto più che altro d'appunti e frammenti staccati, rimase ben presto interrotto. Pure già vi si scorge quel mirabile spirito d'osservazione, e quella precisione d'indagine psicologica, che dovevano poi essere il pregio dominante dello scrittore divenuto più maturo. Vi si trova ancora quella forma semplice, schietta e spontanea che risplende in tutte le sue Opere inedite, ma che nella Storia d'Italia divenne più tardi essai artificiosa. C'è anche un sentimento, un bisogno della verità e della realtà, spinto qualche volta fino al cinismo, notando egli, come abbiam visto, di sè stesso e de' suoi antenati fatti poco lodevoli, con una calma e indifferenza singolarissime, quasi si trattasse di personaggi storici a lui affatto estranei.
La Storia fiorentina, invece, è già lavoro d'un gran merito letterario. Incominciando da Cosimo de' Medici, di cui parla brevemente, per venir subito a Lorenzo, finisce colla battaglia della Ghiara d'Adda, vinta dai Francesi contro i Veneziani il 14 maggio 1509; sicchè può dirsi una storia di fatti contemporanei o poco lontani dall'autore. In essa vediamo chiaramente il passaggio dalla cronica alla storia moderna, che qui apparisce la prima volta già formata. L'autore, è vero, procede ancora con la forma annalistica, cioè notando sempre il principio di ciascun anno, come se dovesse essere il principio di un nuovo periodo storico o di nuovi avvenimenti; ma lo fa in modo così fugace, che il lettore se ne avvede appena. La materia invece è divisa in capitoli, secondo la natura del soggetto e dei fatti narrati, i quali vengono svolti ed esposti con un ordine maraviglioso. V'è una chiarezza, una eleganza, ma sopra tutto una penetrazione nel giudicare i fatti, ed una esperienza degli uomini singolari davvero in chi aveva solo ventisette anni, e non era stato ancora nelle pubbliche faccende. L'acume nel determinare i caratteri, nel descrivere l'avvicendarsi dei partiti, nello scoprire le cagioni personali, le passioni che producono e conducono gli avvenimenti, la sua imparzialità verso i Medici, l'entusiasmo con cui rende giustizia al Savonarola; in una parola, la sua obiettiva fedeltà e precisione storica sono superiori ad ogni elogio.
Egli non solo aveva visto ciò che narrava, o lo aveva appreso da testimonî oculari; ma è certo che ricercò anche i documenti originali, con l'aiuto dei quali espose le leggi, le riforme, le ambascerie della Repubblica, riportando qualche volta quasi le parole testuali dei documenti stessi. Ancora non si spingeva, come fece poi nella Storia d'Italia, in un campo più vasto di avvenimenti molteplici; e non di rado, come del resto in quel secolo seguiva quasi a tutti, gli sfuggiva la concatenazione impersonale degli avvenimenti, che egli voleva sempre e solo spiegare con le passioni, con la volontà individuale, con gl'intrighi diplomatici e politici. Certo, in questo suo lavoro giovanile, il Guicciardini ci ha lasciato non solo il primo esempio della storia civile moderna; ma anche uno dei primi e più splendidi modelli della nuova prosa italiana, semplice, chiara, elegante e spontanea, senza mai cadere nella volgarità, dignitosa e corretta, senza mai cadere nelle circonlocuzioni latine. Nè si lascia mai, come segue spesso al Machiavelli, trascinare dalla propria fantasia; non ama la poesia, non scrive Commedie o Decennali, non cerca teorie, non ha ideali che lo trasportino lungi dalla realtà. E perciò la sua precisione nel descrivere e narrare i fatti supera, come avremo più volte occasione di notare, quella del Machiavelli, al quale sotto altri aspetti riesce assai inferiore. Difficilmente si troverebbe nella letteratura di altri popoli, certo non in quel secolo, un quadro storico così lucido, preciso, elegante, con una cognizione così sicura, profonda degli uomini e degli avvenimenti, quale abbiamo in questa Storia fiorentina. Essa, non ostante le sue divergenze, ha nella sostanza e più ancora nella forma, tale e tanta parentela con gli scritti del Machiavelli, da mostrar chiaramente che le opere di questi due grandi scrittori, pur essendo la creazione personale di due uomini di genio, sono anche un prodotto necessario di quel tempo, una manifestazione del pensiero nazionale.
CAPITOLO X.
Il Machiavelli provvede all'ordinamento della Milizia. — Sua gita a Siena. — Condizioni generali dell'Europa. — Massimiliano s'apparecchia a venire in Italia, per prendere la corona imperiale. — Legazione all'Imperatore. — Scritti sulla Germania e sulla Francia.
Il Machiavelli era adesso occupato in un gran numero di minute faccende. Gli anni 1506 e 1507 li passò di continuo organizzando la nuova Milizia, il cui peso cadde tutto sulle sue spalle, ed egli lo assunse con animo lieto e con grande ardore. Ogni giorno scriveva lettere ai Podestà, perchè formassero le liste degli uomini atti alle armi; ponessero le bandiere; provvedessero alle spese necessarie, per raccogliere ed istruire i fanti iscritti. Mandava le armi e le istruzioni; riceveva notizia dei più gravi disordini, e provvedeva, sia determinando il modo e la qualità della pena, sia inviando, nei casi più gravi, don Michele con la sua compagnia, perchè adoperasse la forza. Spesso la violenza brutale di don Michele era tale che, invece di spegnere, cresceva i disordini, e bisognava allora trovare altro rimedio. Tutto ciò il Machiavelli faceva in nome dei Nove, di cui era segretario; ma di fatto essi lasciavano a lui ogni responsabilità. Onde i capitani a lui si rivolgevano con lettere infinite, delle quali anche oggi troviamo grandissimo numero.[44] Nè ciò bastava. Egli doveva di continuo girare pel territorio della Repubblica, a remuovere personalmente le mille difficoltà che nascevano, a fare egli stesso leve di fanti,[45] a scegliere i capitani delle compagnie, di cui mandava le liste a Firenze, dove venivano senz'altro nominati, come eletti e riveduti dal Machiavelli.[46] I primi esperimenti di queste fanterie si fecero inviandone qualche centinaio al campo di Pisa; ma quando appena esse acquistavano un po' di reputazione nell'armi, subito arrivavano agenti delle compagnie di ventura o degli Stati vicini, con larghe promesse per farle disertare. Quindi nuove cure, nuovi provvedimenti, per impedire che l'opera con tanto stento iniziata, andasse in fumo ad un tratto.[47]
Nè questo indefesso lavoro impediva che di tanto in tanto gli venissero affidate dai Dieci o dalla Signoria nuove commissioni militari nel campo di Pisa; o anche commissioni diplomatiche, più o meno importanti, essendo il Soderini sempre disposto a riporre in lui tutta la sua fiducia. Nell'agosto del 1507 fu spedito a Siena, per vedere che séguito accompagnava e che accoglienza riceveva colà il legato Bernardino Carvaial, cardinale di Santa Croce, che il Papa mandava incontro a Massimiliano,[48] nella supposizione che questi venisse davvero, come diceva, a prendere la corona imperiale. Egli doveva dar notizia di tutto, cercando ancora, se pur era possibile, d'indagare dai discorsi che si facevano qual fosse l'animo dell'Imperatore nelle gravi complicazioni politiche che si apparecchiavano.[49] E noi vediamo il Segretario fiorentino occupato nell'assai umile officio di ragguagliare da Siena sopra i centodieci cavalli, i trenta o quaranta muli che menava seco il legato; le vitelle e i castroni scorticati, le coppie di polli, di paperi e di pippioni, i fiaschi di vino e i poponi, di cui gli facevano presente i Senesi.[50] Aggiungeva d'aver sentito che Pandolfo Petrucci non era contento della venuta dell'Imperatore, perchè la credeva utile solo ai Pisani, ma pur fingeva il contrario; e che il legato aveva commissione di dissuadere l'Imperatore dal venire innanzi, e perciò appunto aveva con un altro cardinale tedesco avuto facoltà di coronarlo fuori d'Italia. Ma anche queste poche e magre notizie non erano che voci raccolte a caso da terze persone.
Il viaggio dell'Imperatore teneva in Italia sospesi tutti gli animi; a Firenze se ne parlava molto in vario senso, e per esso il Machiavelli dovè fra poco abbandonare l'Italia. Non solamente si sapeva che dovunque l'Imperatore passava, chiedeva grosse somme di danari; ma erano tali e tante le cause di complicazioni europee, che ogni più piccolo incidente poteva avere gravissime conseguenze, non prevedibili da nessuno. La morte della regina Isabella ed il sollevamento della Castiglia in favore dell'arciduca Filippo e di Giovanna sua moglie, figlia ed erede legittima della regina, avevano costretto Ferdinando d'Aragona a seguire una politica più cauta e meno aggressiva. Perciò aveva fatto tregua colla Francia, firmato con essa il trattato di Blois nell'ottobre del 1505, ed era venuto in Italia a vedere da vicino lo stato delle cose. La morte dell'arciduca, seguìta in questo mezzo; la pazzia di Giovanna, e la reggenza della Castiglia, in conseguenza di ciò, affidata a lui, lo rendevano più tranquillo; ma gli davano pure abbastanza da fare a casa, dove non mancavano cagioni di turbolenze, nè molti scontenti. Questi potevano facilmente far capo al gran Capitano Gonsalvo, che se ne viveva allora ritirato a casa, per essere quel re venuto in gelosìa e diffidenza di lui, a cagione della grandissima popolarità che aveva nell'esercito ed in tutta la Spagna, le cui armi s'erano sotto il suo comando ricoperte di gloria. Questo nuovo stato di cose faceva subito risorgere la fortuna e la potenza irrequieta della Francia, alle cui armi diede pronta occasione di tornare in reputazione la violenta ribellione di Genova, che Luigi XII, sottomise, con molto spargimento di sangue, alla testa del proprio esercito, nei primi del 1507.[51]
E la fortuna delle armi francesi spingeva subito ad avanzarsi sulla scena Massimiliano I, altro rivale della Francia, il quale, si trovava a comandare un paese che non mancava di forza, ma era reso debolissimo dai disordini politici che lo travagliavano. Il Sacro Romano Impero, d'universale che era stato in passato, si trovava mutato in germanico, per la formazione delle nazionalità, già costituitesi in Stati indipendenti da esso. Poco o nulla poteva più l'Impero in Italia; nulla addirittura nella Spagna, nella Francia, in Inghilterra, divenute invece sue potenti rivali. I principi, i vescovi, le città libere che lo costituivano, erano anch'essi animati da uno spirito d'indipendenza tale che rendeva debolissima l'autorità di Massimiliano, il quale comandava davvero solamente nell'arciducato d'Austria e negli altri Stati suoi proprî, e come signore feudale anche nell'Alsazia, nella Svevia ed altrove; ma contava assai poco come re dei Romani o Imperatore. S'andava, è vero, anche in Germania formando adesso uno spirito di nazionalità, che tendeva a riunire le sparse membra sotto un'autorità centrale, e ciò poteva di certo favorire chi rappresentava appunto l'unità dell'Impero. Se non che Massimiliano mirava a ricostituirla nell'interesse degli Asburgo, per mezzo di un Consiglio da lui nominato, da lui dipendente, e i patriotti tedeschi volevano invece un'oligarchia, che desse nelle loro mani il potere, o facesse da loro dipendere l'Imperatore stesso. Così erano contemporaneamente in moto e spesso in conflitto gl'interessi della casa di Asburgo e quelli degli Stati su cui essa voleva comandare; il bisogno d'indipendenza locale; il sentimento crescente della nazionalità ed unità germanica; le tradizioni sempre potenti dell'Impero: tutto ciò costituiva un insieme di cose che non potevano nè armonizzarsi fra loro, nè separarsi.[52]
A capo d'un paese in condizioni politiche tanto complicate e difficili, trovavasi Imperatore non ancora coronato, e però col titolo di Re dei Romani, Massimiliano, il cui carattere era pieno anch'esso delle più singolari contradizioni. Piacevole con tutti nei modi, non bello, ma proporzionato e forte della persona; prodigo del suo; esperto nelle guerre, massime nel comandare le artiglierie, e però amato dai soldati. Nella sua mente brulicavano i più strani e fantastici disegni, che non poteva mai condurre a termine, perchè, mentre era per eseguirne uno, veniva trascinato a iniziarne un altro.[53] Pieno ancora delle idee medioevali, voleva rimettere il mondo sotto l'autorità dell'Impero; riconquistare l'Italia; andare a Costantinopoli contro i Turchi, e liberare il Sacro Sepolcro: qualche volta sognò addirittura di farsi papa, cosa che non sarebbe credibile, se alcune sue lettere non ne parlassero.[54] Se non che, quest'uomo che voleva sottomettere l'Oriente e l'Occidente, vedeva ogni giorno posto in discussione il numero dei soldati e il danaro dovuto all'Impero dai principi e dalle città libere; nè riusciva sempre a farsi obbedire neppure dai sudditi degli Stati suoi proprî. Spesso non poteva pagare gli uomini che teneva sotto le armi, ed invano piativa e radunava Diete per aver danari. Si ridusse così ad impegnare le gioie della corona, e persino a pigliar servizio presso piccoli signori, stipendiato quasi come un capitano di ventura. Ma tutto ciò non gli faceva smettere i suoi vasti disegni, nei quali di volta in volta la Germania sembrava secondarlo, per poi abbandonarlo improvvisamente; il che nondimeno bastava, perchè egli ripetutamente vi s'ingolfasse, e ne concepisse sempre dei nuovi. Così egli ci apparisce come l'ultimo cavaliere d'un mondo destinato a perire, e, non ostante le sue buone e nobili qualità, si presenta spesso sotto un aspetto comico e grottesco.
Nella sua politica estera egli s'era sempre trovato in antagonismo colla Francia, la quale manteneva perciò segrete relazioni con molti principi dell'Impero, e cresceva di continuo difficoltà al suo avversario. Gl'interessi dei due Stati, se Stato può chiamarsi l'Impero, si trovavano in conflitto permanente così nei Paesi Bassi come in Italia; per il che Ferdinando ed Isabella di Spagna, volendo abbassare la Francia, avevano in quei luoghi secondato la Germania. Ma ora, dopo gli accordi di Blois, Luigi XII, sentendosi sicuro, prendeva animo, e Massimiliano, vedendo inevitabile la guerra, cercava raccogliere uomini e danari. A Carlo, nipote e poi successore nell'Impero, non fu dalla Francia mantenuta la promessa di dargli in moglie Claudia, figlia del Re; e Massimiliano negava alla Francia l'investitura del ducato di Milano, che voleva conquistare per sè. La sottomissione di Genova, che aveva cresciuto animo ai Francesi, lo indusse ad affrettare la sua calata in Italia, per prendervi la corona imperiale, farsi signore della Lombardia, ristabilire per tutto l'autorità dell'Impero. Giulio II seguiva con occhio inquieto questi movimenti, avendo egli sempre un solo e medesimo fine: riprendere le provincie che egli credeva usurpate alla Chiesa, specialmente quelle occupate da Venezia, contro la quale sembrava avere perciò un odio inestinguibile. E già stendeva, per mezzo d'accorti legati, le fila della sua futura politica. Ma finora i suoi disegni non riuscivano, perchè non era possibile riconciliare la Germania colla Francia, che s'avvicinava invece a Venezia. Massimiliano persisteva intanto nel pensiero di venire a prendere la corona, anche se per avanzarsi avesse dovuto combattere i Francesi ed i Veneziani. E questo era ciò che teneva ora sollevati tutti gli animi in Italia, nè meno degli altri quello del Papa, cui non piaceva che gli avvenimenti minacciassero di sfuggire affatto all'azione della sua tenace volontà. Certamente poi, se gli erano giunte, non potevano riuscirgli gradite le voci corse della strana idea che Massimiliano aveva di farsi papa, per quanto la cosa dovesse sembrare a tutti incredibile e puerile.
In ogni modo a Massimiliano occorrevano, per venire in Italia, uomini e danari, quello appunto che ora come sempre gli mancava. Poteva pei primi rivolgersi alla Svizzera, che, dopo la fiera ed eroica resistenza contro Carlo il Temerario duca di Borgogna (1476-77), era divenuta una ricca miniera di soldati. Ma ormai anch'essa faceva parte dell'Impero solo di nome, ed egli stesso aveva, dopo una lotta ostinata (1499), dovuto riconoscere la indipendenza della Confederazione elvetica. A questa, dopo essersi ben presto aggiunti Basilea e Sciaffusa, si unì più tardi anche Appenzel, e furono così tredici Cantoni, cui erano legate, con vincoli più o meno forti, altre piccole repubbliche, fra le altre quella dei tre cantoni retici, che erano allora chiamati in Italia la Lega Grigia, e che poi col nome di Grigioni fecero anch'essi parte integrante della Confederazione. Tutte queste repubbliche eran pronte a mandare le loro eccellenti fanterie in qualsiasi guerra, a difesa od offesa di qualsiasi Stato; ma ci volevano molti danari, che Luigi XII aveva, e Massimiliano cercava invano. Così anche sulle Alpi erano in conflitto la Germania e la Francia con vantaggio evidente di questa, in un paese che sino a pochi anni fa aveva riconosciuto la supremazia dell'Impero.
Nel 1507 Massimiliano chiese un esercito alla Dieta di Costanza, per andare a riconquistare il Milanese, prendere la corona, ristabilire l'autorità imperiale. E la Dieta si mostrò favorevole all'impresa; ma voleva che si facesse in suo nome, scegliendo essa anche i generali, e Massimiliano voleva dirigerla da sè in nome dell'Impero. Di qui le solite conseguenze, cioè provvedimenti temporanei ed insufficienti. Gli concessero 8000 cavalli e 22,000 fanti, ma per sei mesi solamente, cominciando dalla metà di ottobre, e 120,000 fiorini di Reno per le artiglierie e spese straordinarie.[55] Con le incertezze e la prodigalità di Massimiliano, c'era da aspettarsi di vederlo in sei mesi da capo senza danari e senza soldati, prima anche di aver cominciato l'impresa. Tuttavia pareva che, accorgendosi d'essere, come dice il Guicciardini, «in galea con poco biscotto,»[56] volesse questa volta operare con prontezza. Ordinò infatti, che l'esercito procedesse subito diviso in tre parti: una verso Besançon per minacciare la Borgogna; l'altra verso la Carintia per minacciare il Friuli; la terza verso Trento, dove s'avviò egli stesso, per minacciare Verona. E tutto ciò con grandissimo mistero, come soleva far sempre, tenendosi in disparte, ordinando agli ambasciatori presso di lui accreditati di non andare oltre Bolzano o Trento. Era sdegnatissimo contro Venezia, che non s'era voluta unire a lui, ed aveva fatto invece alleanza colla Francia, da cui gli erano stati guarentiti gli Stati di terraferma, ed a cui aveva in compenso guarentito il Milanese, promettendo d'opporsi colle armi al passaggio degl'imperiali. Luigi XII, messosi perciò in difesa dalla parte della Borgogna, mandava G. G. Trivulzio con 400 lance e 4000 fanti a rafforzare l'esercito dei Veneziani, i quali avevano mandato il conte di Pitigliano con 400 uomini d'arme verso Verona, e Bartolommeo d'Alviano con altri 800 uomini d'arme nel Friuli.[57]
Tutto pareva dunque apparecchiato ad un grosso conflitto, che poteva avere gravissime conseguenze in Italia. Nessuna meraviglia perciò che gli animi fossero da per ogni dove agitati, massime in Firenze, a cui Massimiliano aveva in nome dell'Impero chiesto la somma di 500,000 ducati, come sussidio al suo viaggio per la incoronazione.[58] I Fiorentini questa somma eccessiva non potevano in modo alcuno pagarla; ma quando anche fosse stata diminuita di molto, si sarebbero trovati sempre in gravi difficoltà. Temevano di negare ogni sussidio, perchè si sarebbero esposti allo sdegno di Massimiliano, quando fosse davvero venuto a Roma; ed erano certi che una concessione qualunque gli avrebbe esposti a perdere l'amicizia della Francia, per la quale tanti sacrifizî avevano fatti. I nemici del Soderini, sapendolo amico dichiarato dell'alleanza francese, avevano in questa incertezza buon gioco a combatterlo; ed erano istigati a ciò anche dall'ambasciatore imperiale, il quale sparlava del «governo tirannico del Gonfaloniere,» e prometteva che il suo signore vi avrebbe messo rimedio.[59] Da ciò nacque un'animata discussione, che finì colla proposta di mandare un ambasciatore a Massimiliano, come facevano gli altri Stati d'Italia, ma prima spedire qualcuno che s'accertasse se egli davvero s'avanzava, non essendo altrimenti necessario venire con lui a nessuna conclusione. Il Soderini deliberò subito di mandarvi il Machiavelli, come suo fidatissimo, e lo aveva già fatto eleggere dai magistrati. Ma le proteste furono allora così vive contro questo che venne chiamato atto d'indebito favore, che dovette decidersi a mandare invece Francesco Vettori, senza che con ciò si riuscisse a calmare gli animi più irritati.[60]
Ormai si cominciava a formare un partito avverso al Gonfaloniere, ed ogni pretesto era buono per combatterlo. Si diceva che Firenze non aveva la libertà che di nome, facendosi tutto ad arbitrio d'un solo, il quale cercava seguito nel popolo minuto e negli uomini da poco, per mettere da parte i cittadini più autorevoli, dei quali era geloso. S'aggiunse che appunto allora l'ufficiale preposto alla zecca, forse per adulazione, ebbe la strana idea di far coniare un nuovo fiorino, ponendovi da un lato, invece del giglio, il ritratto del Soderini, il quale disapprovò la cosa, e fece ritirar le monete; ma non evitò per questo rimproveri e scherni.[61] Più tardi fu necessario licenziare don Michele, il bargello delle fanterie, perchè i suoi disonesti portamenti e la sua violenza mostrarono chiaro a che cosa menava il prendere dei ribaldi a servizio della Repubblica. E anche da ciò si prese occasione a sparlare, non per difender don Michele, ma «approvandosi più presto essere stato opportuno torli segretamente la vita, perchè con troppa nostra inimicizia si partiva.» Egli veramente potè fare poco altro male, perchè nel febbraio del seguente anno, uscendo una sera di casa lo Chaumont, fu ucciso da alcuni degli Spagnuoli, che erano colà; e così «perdè la vita, come già la aveva a molti tolta.»[62] In ogni modo il Soderini era dagli avversarî accusato, perchè non lo aveva, segretamente e senza processo, fatto ammazzare. Tale era la morale del tempo.
Ma le più ardenti discussioni nascevano dalle lettere di Francesco Vettori, il quale scriveva che Massimiliano era per adesso contento di soli 50,000 ducati; li voleva però subito, altrimenti l'oratore fiorentino non gli venisse più innanzi. E questi aggiungeva, che il decidersi era necessario davvero, perchè le cose di Germania sbandavano di giorno in giorno riscaldando. Bisognava dunque o pagare e farsi nemica la Francia, o ricusare e farsi nemico l'Imperatore. E qui si riaccendeva la disputa in Firenze più viva che mai. Dopo lungo discorrere fu deciso nella Pratica di mandare nuovi ambasciatori, e gli Ottanta elessero Piero Guicciardini ed Alamanno Salviati. Ma nei Dieci e negli Ottanta si oppose all'ambasceria lo stesso Guicciardini, il quale ricusava l'ufficio, dicendo come il mandarli senza commissione di stringere l'alleanza era superfluo, ed andare a concluderla fra tante incertezze era pericoloso, perchè si perdeva l'amicizia della Francia senza esser sicuri dell'aiuto tedesco. Il 17 dicembre 1507 si discusse di nuovo lungamente nella Pratica in senso diverso, senza venire a nessuna conclusione. Fra tanti dispareri il Gonfaloniere credette rimediare a tutto portando l'affare nel Consiglio Grande, e lasciando a ciascuno facoltà di esprimere liberamente il proprio avviso. Era questo un procedimento allora così insolito, che parve una violazione della libertà, ed ognuno si tacque. L'uso voleva che il governo presentasse le sue proposte, e che i cittadini si raccogliessero poi a deliberare nelle pancate, ognuna delle quali eleggeva il suo rappresentante, il quale doveva o parlare per difendere la legge e votare in favore, o tacere, se voleva votar contro. Il dare ad ognuno assoluta libertà di parola, sembrò quindi, secondo la espressione del Parenti, un aver «perduto in facto la libertà, sotto dimostrazione di così largamente cederla.»[63] Finalmente, come meglio si potè, fu deliberato di stabilire gli ultimi termini d'un accordo possibile, e mandarli per lettera al Vettori, non per concludere subito, ma solo per trattare e scriverne poi a Firenze. Ed allora il Gonfaloniere, pigliando la palla al balzo, riuscì a persuadere i Dieci, che non era prudente mandare per mezzo dei soliti corrieri istruzioni tanto gravi e gelose, potendo le lettere venire intercette; essere pertanto necessario spedire un uomo fidato, che, occorrendo, riferisse a bocca; e così gli riuscì d'inviare il Machiavelli, lasciandolo accanto al Vettori, come da molto tempo ardentemente desiderava. Si mormorò com'era naturale, e si disse che l'aveva mandato, perchè suo mannerino, e perchè gli faceva scrivere quel che voleva, «secondo il proposito dei loro fini e disegni.»[64] E veramente il Gonfaloniere fidava più nel Machiavelli che nel Vettori, e non voleva da questo essere trascinato in una politica di pericolose avventure.
Nel dicembre del 1507 il Machiavelli adunque partiva, apportatore delle istruzioni, le quali erano: che a Massimiliano si offrissero 30,000 ducati, per arrivare, in caso di estrema necessità anche fino ai 50,000 da lui chiesti. Si sarebbe però cominciato a pagarli solo quando s'avesse la certezza che egli veniva in Italia, continuando secondo che si avanzasse. Ed il Machiavelli dovè per via stracciare le lettere, temendo che non gli fossero trovate addosso nella Lombardia, dove, come aveva preveduto, venne minutamente esaminato.[65]
Questa legazione, di cui non si hanno che sedici lettere, tre delle quali firmate dal Machiavelli, le altre scritte da lui, ma firmate dal Vettori, che di rado v'aggiunse qualche parola di sua mano, non poteva avere grande importanza politica, trattandosi solo di portare in lungo Massimiliano, e, per ora almeno, non dargli nulla.[66] Ha però un valore non piccolo, per le osservazioni che il Machiavelli ebbe occasione di fare sugli Svizzeri e sui Tedeschi, e per le notizie che dette in essa dei fatti allora seguìti nell'alta Italia. Il 25 dicembre era di passaggio a Ginevra, il dì 11 gennaio 1508 arrivò a Bolzano, e di là scrisse il 17 due lettere. Nella seconda, firmata Vettori, racconta come l'offerta di 30 mila ducati non era punto piaciuta a Massimiliano, onde erano subito saliti a 40,000, il che lo aveva reso assai più benigno, sebbene sospettasse sempre che fossero arti dei Fiorentini, per tenerlo a bada. Trovavasi a sette leghe da Trento, e già era in grandissime strettezze di danaro; sarebbe quindi stato assai facile contentarlo con una somma non molto grande, purchè data senza indugio. Ma questo era quello appunto, che nè il Vettori nè il Machiavelli potevano consentire.[67]
La prima lettera, scritta lo stesso giorno, in nome proprio dal Machiavelli, dava un minuto ragguaglio del viaggio da lui fatto; e si vede subito con quanta attenzione, con quanta cura aveva osservato i paesi pei quali era così rapidamente passato. «Da Ginevra a Costanza,» egli scrive, «mi sono fermato quattro volte sulle terre degli Svizzeri, ed ho ricercato con la diligenza che ho potuto maggiore di loro essere e qualità. Ho inteso che il corpo principale degli Svizzeri è composto di dodici Cantoni,[68] collegati insieme per modo, che quello è deliberato nelle loro Diete, viene da tutti osservato.[69] Perciò s'inganna chi dice, che quattro sono con la Francia ed otto con l'Impero. Il vero è che la Francia ha tenuto nella Svizzera uomini che hanno con danari, in pubblico ed in privato, avvelenato tutto il paese. Se l'Imperatore avesse danari potrebbe avere anche gli Svizzeri, i quali non vogliono averlo nemico, ma neppure vogliono servirlo contro la Francia, che ha troppi danari. Oltre i dodici Cantoni, vi sono anche altri Svizzeri, come i Vallesi e la Lega Grigia, i quali confinano coll'Italia, e non sono per modo collegati coi primi, da non poter fare diversamente da ciò che deliberano le Diete di questi. Nondimeno s'intendono tutti fra loro a difesa della libertà. I dodici Cantoni danno, per difendere il paese, quattromila uomini ciascuno, di cui mille in mille cinquecento da mandar fuori. E questo perchè nel primo caso sono dalla legge forzati tutti a prendere le armi, nel secondo, cioè quando si tratta di andare a militare con altri, va solo chi vuole.»[70] Non è certo da meravigliarsi che il Machiavelli si fermasse subito a studiare, con gran cura, una Repubblica fondata sulle armi proprie, quale egli avrebbe voluto che divenisse Firenze, dandone perciò minuto ragguaglio ai Dieci. E per concludere anche questa seconda lettera con qualche cosa relativa alla sua commissione, dice che a Costanza aveva con insistenza interrogato un oratore del duca di Savoia circa il procedere o no della impresa di Massimiliano, e gli era stato risposto: «Tu vuoi in due ore sapere quello che in molti mesi io non ho potuto intendere. L'Imperatore procede con un gran segreto, la Germania è grande assai, le genti arrivano in diversi luoghi, da provincie assai lontane; bisognerebbe avere troppe spie per tutto a sapere il certo.»[71]
Seguono quattro lettere, due delle quali, del 25 e 31 gennaio, sono quasi del tutto in cifra, e contengono notizie insignificanti e poco intelligibili, o anche allusioni oscene. Queste erano state scritte solo col proposito di farle cadere in mano del nemico, a fin di potere più facilmente salvare le altre due, che davano notizie riservate sulle persone che erano presso Massimiliano, e sulle arti da esse adoperate.[72] Il dì 8 febbraio il Machiavelli scriveva poi da Trento una lettera firmata Vettori, nella quale narrava come Massimiliano, arrivato colà, era il 4 del mese, colla spada sguainata, preceduto dagli araldi, andato nel duomo, dove il suo cancelliere Matteo Lang, vescovo di Gurk, arringando il popolo, aveva solennemente dichiarato che l'Imperatore scendeva in Italia. Ed è singolare che qui egli non si fermò punto a notare, che Massimiliano assunse allora il titolo d'Imperatore dei Romani eletto, facendo a meno della incoronazione in Roma, senza che Giulio II, il quale non lo voleva in Italia, protestasse. Il fatto era assai importante, perchè così l'Impero si rese indipendente dalla sanzione papale.[73]
Continuava la medesima lettera dando notizie sul modo molto singolare, con cui la impresa era cominciata. Il marchese di Brandeburgo era con 5000 fanti e 2000 cavalli andato verso Roveredo, per tornarsene poi improvvisamente. L'Imperatore con 1500 cavalli e 4000 fanti era andato alla volta di Vicenza, ed aveva preso e devastato i Sette Comuni, che si reggevano liberi sotto la protezione di Venezia. Parlavasi ancora d'un castello da lui assediato, quando si seppe invece che anch'egli era tornato indietro per Trento, ed alloggiava a dieci miglia dalla città, nella via di Bolzano. «Ora io vorrei domandare al più savio uomo del mondo, che avesse la commissione che le Signorie Vostre mi dànno, quello che farebbe. Se le vostre lettere[74] fossero arrivate tre giorni fa, io avrei subito pagato, credendo certa la venuta dell'Imperatore, e sarei stato approvato, per essere poi oggi, visto l'effetto, condannato. È difficile prevedere gli eventi. L'Imperatore ha molti e buoni soldati, ma non ha danari, nè si vede chi possa darglieli, ed è troppo liberale di quello che ha. Or, sebbene l'essere liberale sia una virtù nei principi, non basta soddisfare a mille, quando ve ne sono ventimila, e la liberalità non giova là dove non arriva. Egli è esperto nell'armi, duro alla fatica, ma è tanto credulo che molti dubitano della impresa; sicchè ci è da sperare e da temere. Quello che fa credere alla sua riuscita è che l'Italia è tutta esposta alle ribellioni e mutazioni, ed ha triste armi; onde ne sono seguiti i miracolosi acquisti e le miracolose perdite. Vi sono è vero i Francesi che hanno buone armi; ma essendo senza gli Svizzeri, coi quali furono consueti vincere, e tremando loro il terreno sotto i piedi, fanno anch'essi dubitare. Considerando adunque tutte queste cose, io resto sospeso, perchè a volere che la vostra commissione abbia effetto, bisogna che l'Imperatore assalti e che vinca.» Questa lettera era scritta come le altre dal Machiavelli, e firmata dal Vettori, il quale di sua mano v'aggiungeva pochi versi, dicendo che non giudicava, «per cosa al mondo, opportuno richiamare il Machiavelli: lo star suo è necessario fino a che le cose non sono composte.»[75]
Tutta la legazione continua sullo stesso argomento. L'Imperatore insiste per aver danari subito, e i Fiorentini discutono per pigliar tempo e non dar nulla, profittando dello stato delle cose sempre più incerto e confuso. Un esercito di 400 cavalli e 5000 fanti entrò nel Cadore, che era devoto ai Veneziani, e raggiunto da Massimiliano con 6000 fanti percorse e devastò da quaranta miglia di paese nel Veneto. Ma ad un tratto l'Imperatore, trovandosi senza danari, tornò ad Innsbruck, per mettere in pegno le proprie gioie. Ivi lo seguirono i due oratori fiorentini, e seppero che, non avendo egli pagato gli Svizzeri, i Cantoni avevano permesso alla Francia d'assoldare fanti, e già essa ne aveva in Italia 5000, e 3000 ne avevano i Veneziani. Bartolommeo d'Alviano circondava intanto le genti restate nel Cadore, e dopo averne uccise mille, faceva prigioniero il resto, pigliando le fortezze che erano colà. Andò poi oltre, ritirandosi il nemico, e prese Pordenone, che ebbe in feudo, Gorizia, Trieste e Fiume. Un assalto tentato dai Tedeschi fra Trento ed il lago di Garda, ebbe dapprima per essi qualche buon successo, che poi andò presto in fumo. I due eserciti nemici restarono di fronte nella valle dell'Adige, ma poco dopo i 2000 Grigioni, essendo male pagati dall'Imperatore, si ritirarono e furono seguiti dagli altri: arrivati a Trento si sciolsero tutti. Massimiliano non aveva potuto aver dall'Impero mai più di 4000 fanti per volta, e sempre per sei mesi solamente; sicchè gli uni arrivavano, quando gli altri partivano; ond'egli, per mettere insieme un esercito grosso, avrebbe dovuto spendere danari che non aveva. Intimò una Dieta in Ulm, per chiedere nuovi aiuti, e corse in Germania; ma ad un tratto nessuno sapeva più dove fosse, perchè se ne stava nascosto a Colonia, dove gli giunse notizia che la Dieta s'era prorogata senza concludere nulla.[76]
La lettera del 22 marzo 1508, scritta da Innsbruck, dopo aver dato alcune di queste notizie ai Dieci, concludeva: «Voi mi dite che paghi la somma fatta sperare, se credo, a quindici soldi per lira,[77] che l'Imperatore passerà. Ma io credo a ventidue soldi per lira che passerà; non posso però prevedere se vincerà e se potrà continuare; giacchè finora di due eserciti, composti di sei o sette mila uomini ciascuno, l'uno è stato battuto, l'altro non ha concluso nulla. Da un altro lato la Germania è assai potente e, se vuole, può vincere. Ma vorrà?» Il Vettori poi aggiungeva che, stando poco bene, aveva deliberato mandare il Machiavelli presso la Dieta e l'Imperatore. Questa proposta venne subito accolta dai Dieci[78]; ma non potè essere recata ad effetto,[79] perchè coloro che erano vicini a Massimiliano e ne godevano la fiducia, fecero sapere che non conveniva nè andare, nè mandare. Onde i due oratori restarono a continuare la solita altalena, di che erano omai stanchi. «Vostre Signorie,» scrivevano essi il 30 maggio, «hanno filato questa tela sì sottile, che gli è impossibile tesserla. Se voi non cogliete l'Imperatore nella necessità, vorrà più che non gli offrite; e se lo cogliete nella necessità, allora non si può, come voi richiedete, prevedere la sua venuta a quindici soldi per lira. Bisogna decidersi; vedere dove è manco pericolo, e quivi entrare, fermando una volta l'animo in nome di Dio, perchè volendo queste cose grandi misurarle colle seste, gli uomini s'ingannano.»[80]
Gli eventi provarono tuttavia, che la tela non era stata poi tessuta così male, come gli oratori dicevano. Il dì 8 giugno essi davano la notizia, che tra Massimiliano e Venezia s'era venuto ad accordi, per una tregua da durare tre anni (6 giugno 1508). Vi si comprendevano da un lato il Papa, l'Inghilterra, l'Ungheria e l'Impero; dall'altro i governi d'Italia, la Spagna e la Francia. Questa però, non essendo stata nè consultata, nè avvisata di nulla, si mostrò scontentissima, e più tardi ne pigliò pretesto alla sua iniqua condotta contro Venezia, lasciandosi indurre dal Papa alla lega di Cambray conclusa a sterminio di quella Repubblica. E intanto, fra tutti questi mutamenti, l'Imperatore non ricevè più nulla dai Fiorentini, che ottennero così il loro scopo. Il Vettori chiese congedo, dichiarando ormai inutile la sua dimora colà; e quanto al Machiavelli, che pareva minacciato dal mal della pietra, partì senz'altro. Il 10 giugno aveva lasciato Trento, il 14 era già a Bologna, donde scriveva le ultime notizie raccolte per via intorno alla tregua.[81]
Egli era stato assente da Firenze 183 giorni. Partito il 17 dicembre 1507, trovavasi a Ginevra il 25, e di là, il giorno seguente, s'era mosso per Costanza, viaggio che durava allora sette giorni, e nel quale potè rapidamente traversare da un estremo all'altro quasi tutta la Svizzera, non perdendo nessuna occasione per osservarla e conoscerla. Il 17 gennaio 1508 scriveva da Bolzano, e fino al dì 8 giugno, quando, per tornare a Firenze, partì da Trento, era restato sempre fra questa città, Bolzano ed Innsbruck.[82] Colà vide arrivare e partire continuamente Tedeschi di ogni grado e condizione: soldati, generali, principi, vescovi, diplomatici; e così ebbe opportunità di studiare quei popoli, e lasciarcene una breve descrizione. Gli oratori fiorentini non avevano, come i Veneti, l'obbligo di fare, in fine della loro ambasceria, una relazione generale sullo stato del paese in cui erano andati. Pure di tanto in tanto si fermavano nei loro dispacci a fare osservazioni e considerazioni acutissime. Questa era anzi la parte, in cui primeggiavano gli uomini come il Guicciardini ed il Machiavelli, i quali, senza esservi obbligati, usavano, sia per proprio diletto, sia per utilità dei magistrati, scrivere non di rado anch'essi qualche loro relazione.
Noi abbiamo inoltre una Istruzione scritta dal Machiavelli nel 1522, quando da più tempo era fuori d'ogni ufficio, all'amico Raffaello Girolami, che andava ambasciatore nella Spagna appresso all'Imperatore.[83] Ed in essa, consigliandogli i modi che doveva tenere nella sua ambasceria, ci fa chiaramente vedere quale era il metodo che egli stesso aveva sempre seguito. «Voi dovete,» così scriveva, «attentamente osservare ogni cosa: il carattere del principe e di chi lo circonda, i nobili, il popolo, e dipoi darne una piena notizia.» Proseguiva dandogli norme su quello che più particolarmente doveva osservare nella Spagna, aggiungendo che un ambasciatore deve acquistarsi reputazione d'uomo da bene, il quale non pensi una cosa e ne dica un'altra. «Ne ho conosciuti molti, che per essere tenuti sagaci e doppî, hanno in modo perduta la fede col principe, che è poi stato loro impossibile il poter negoziare seco.» Concludeva con alcuni suggerimenti sui piccoli artifizi del mestiere, osservando che, quando si tratta di fare induzioni generali, e cercare d'indovinare i fini cui mirano gli uomini, o l'andamento più riposto delle cose, è assai odioso l'esprimere in nome proprio l'avviso che uno si è formato da sè, e però riesce invece opportuno, anche per dare maggior peso alle proprie parole, metterle in bocca di autorevoli personaggi, dicendo: «considerato adunque tutto quello che si è scritto, gli uomini prudenti che si trovano qua, giudicano che ne abbia a seguire il tale effetto e il tale.»[84] Queste parole, infatti, noi le troviamo di continuo nelle sue legazioni, e possiamo ora comprenderne tutto il valore. Ma per quanto minute e pratiche fossero tali avvertenze al Girolami, il Machiavelli faceva anche più e meglio che non consigliava. E massime in questa legazione all'Imperatore, non avendo affari molto gravi da trattare, si dette per suo proprio conto ad uno studio attento e coscienzioso del paese nel quale si trovava.
Noi abbiamo già visto con quanta cura avesse osservato e descritto nelle sue lettere le condizioni generali della Svizzera, che così rapidamente aveva traversata. Tornato che fu a Firenze, si pose subito, il 27 giugno 1508, cioè il giorno dopo il suo arrivo, a scrivere il Rapporto di cose della Magna, in cui diede un ritratto fedelissimo dell'Imperatore, ed un quadro generale del paese. Questo quadro egli cominciò a riscriverlo più tardi, verso la fine del 1512, in una forma più letteraria, col titolo di Ritratti delle cose dell'Alemagna. Sembra che dopo la battaglia di Ravenna (1512), la quale è in essi rammentata, avesse intenzione di comporre sulla Germania un nuovo lavoro, riassumendo ciò che aveva già scritto, per continuare a fare altre osservazioni; ma lo lasciò poi interrotto, non avendone scritto che un brano. Nè ha importanza di sorta il Discorso sopra le cose di Alemagna e sopra l'Imperatore, scritto nel 1509, quando Giovanni Soderini e Piero Guicciardini furono inviati a Massimiliano, perchè è di sole due pagine, nelle quali non fa che rimettersi a quanto aveva già detto nel Rapporto. Questo, adunque, che in sostanza è una breve relazione fatta ai magistrati della Repubblica, è il solo lavoro veramente originale del Machiavelli sulla Germania, salvo qualche piccola osservazione aggiunta nel frammento dei Ritratti.[85]
Il Rapporto è stato dai Tedeschi variamente giudicato. Il Gervinus afferma che esso e l'altro simile scritto, dettato poco più tardi, sulla Francia, provano quanto acutamente il Machiavelli «sapesse indagare il carattere proprio dei popoli, e con quanta profondità giudicasse le condizioni politiche, lo stato interno dei paesi stranieri, la natura delle nazioni e dei governi. Le sue notizie statistiche sulla Francia, egli dice, sono eccellenti, e sul carattere dell'Imperatore Massimiliano e del governo tedesco in genere non si è forse mai detto nulla di meglio.»[86] E questa opinione è stata in Germania più volte ripetuta fino ai nostri giorni.[87] Ma con essa non vanno punto d'accordo alcuni moderni, tra i quali il professor Mundt, il cui libro, sebbene venuto alla luce parecchi anni dopo, è pure assai inferiore a quello del Gervinus. Secondo lui, il giudizio del Machiavelli sui Tedeschi e sul loro paese è una fantasmagoria, ispirata in parte dalla Germania di Tacito, ma senza riscontro alcuno colla realtà delle cose nei primi del secolo XVI.[88] Lo stato delle finanze quale egli lo descrive, la purità di costumi, la libertà e l'eguaglianza che egli vuol farci ammirare, non son altro che un idillio della sua fantasia, non vedendosi donde mai abbia potuto cavare il ritratto che ci presenta.[89] Basta leggere le opere di Lutero, e gli scritti del contemporaneo Fischart, dice il Mundt, per esser subito persuasi che la virtuosa semplicità tedesca, al tempo in cui comincia la Riforma, è un sogno, che in alcune città il lusso era grande, e che la corruzione non mancava.
Noi abbiamo già osservato, e avremo più volte occasione d'osservarlo nuovamente, che quanto alla precisa esattezza nel determinare i fatti particolari, il Machiavelli è spesso poco esatto, e vien sempre superato dagli ambasciatori veneti, i quali lo vincono non di rado anche nel determinare il carattere vero dei personaggi, con cui trattano, dei quali sanno meglio indovinare le più riposte intenzioni. Ed anche ora, se esaminiamo la relazione sulla Germania, che dall'ambasciatore veneto Quirini fu letta ai Pregadi nel dicembre del 1507,[90] troviamo una conoscenza assai più sicura del paese, che egli aveva lungamente percorso, attentamente esaminato, ed un numero assai maggiore di notizie, che sono anche più esatte. Il Machiavelli resta però senza rivali, quando si tratta di determinare l'indole ed il valore politico dei popoli o dei principi; l'azione che queste loro qualità esercitano sugli avvenimenti contemporanei; la natura propria delle istituzioni, e gli effetti che ne risultano. Se si deve indovinare che cosa faranno oggi o domani il re di Francia o l'Imperatore, che passioni o desiderî, in un dato momento, li muovono, il Segretario fiorentino può essere vinto dai Veneziani, ed anche da qualche Fiorentino assai pratico degli affari, come era per esempio il Guicciardini. Forse questa è anche una delle ragioni, per le quali il Machiavelli non riuscì mai ad avere il grado di ambasciatore. Ma se si tratta invece di determinare in che consista la forza politica della Francia o della Germania, del Re o dell'Imperatore, egli dimostra allora tutta la potenza del suo genio, e riesce superiore ad ogni altro. L'osservazione fedele, accurata dei fatti politici e sociali era antichissima in Italia, e ne abbiamo molti esempî così nei cronisti del secolo XIV, come negli eruditi ed ambasciatori del XV, i quali ci lasciarono nelle loro lettere ammirabili descrizioni dei paesi che visitarono e dei personaggi politici che conobbero. Ma il Machiavelli è il primo che veda i fatti sociali coordinarsi in una vera unità organica, e su di essa principalmente si fermi. Lo stesso Guicciardini, che nella sua legazione nella Spagna raccolse una moltitudine di preziose notizie, esponendole con una mirabile precisione e chiarezza, quando volle poi raccoglierle insieme, per darci un giudizio generale sul carattere, sulla forza politica di quel paese e dei suoi ordinamenti, riescì, come vedremo in altro luogo, quasi inferiore a sè stesso. Si direbbe, che l'immenso materiale d'osservazioni, che l'Italia aveva in più secoli raccolto, e continuava a raccogliere, s'andasse la prima volta ordinando nella mente del Machiavelli, il quale cominciava così a porre la base della scienza politica. Di tutto ciò si vedono i primi segni così nel suo Rapporto sulla Germania come nell'altro simile, che scrisse poco dopo sulla Francia. In essi, ma specialmente nel primo, si ritrova anche un'altra qualità, che pochi riconobbero in lui, ma senza la quale molti de' suoi scritti resterebbero inesplicabili affatto. Egli andava dietro a certi proprî ideali, i quali s'impadronivano della sua fantasia per modo, che li vedeva spesso anche là dove non erano, ed essi lo conducevano allora a dare un colorito personale ai fatti che descriveva ed agli avvenimenti che narrava.[91]
Chi ricorda ciò che dicono della Germania il Bracciolini ed il Piccolomini, i quali, specialmente il secondo, dimorarono a lungo in quel paese, e minutamente lo descrissero, senza mai finir di lamentarne l'ignoranza, la rozzezza, la barbarie; chi legge il Viaggio in Alemagna[92] di quello stesso Francesco Vettori, che era stato col Machiavelli nel Tirolo, e non trova in esso quasi altro che una raccolta di novelle oscene, si sente come in un mondo nuovo, quando legge le poche, ma eloquenti pagine del Machiavelli, nelle quali è una così grande ammirazione per quel medesimo paese. Non si può certo disconoscere l'acume col quale egli, ammirando la semplicità del vivere e l'educazione militare della Germania, ne pone in evidenza la forza reale, anche in mezzo all'anarchia ed alla impotenza politica presente, e spiega la debolezza di Massimiliano, nonostante le sue buone qualità, il suo valor militare, la molta popolarità, il vasto impero. E fin qui tutto conferma il giudizio dato dal Gervinus.
Bisogna però ricordarsi che il Machiavelli aveva assai rapidamente traversato la Svizzera, e s'era fermato nel Tirolo, arrivando fino ad Innsbruck, senza andare più oltre. Colà aveva, è vero, visto moltissimi Tedeschi, e ragionato con alcuni di essi, i quali parlavano il latino o l'italiano; ma il loro paese non lo aveva visitato, nè lo potè quindi conoscere per esperienza propria. E sebbene ne' suoi scritti egli distingua abbastanza la Svizzera dal Tirolo e dalla Germania, pure sembra che assai spesso li consideri più come parti d'un medesimo paese, che come regioni e popoli diversi. Già nella sua Commissione coll'Albizzi al campo di Pisa, notammo che egli, parlando degli Svizzeri, li chiamava quasi sempre Tedeschi. Ed in questo suo presente scritto si vede chiaro, non solo che, ragionando della Germania, v'include sempre la Svizzera ed il Tirolo; ma che anzi, essendo questi i soli paesi di parlare tedesco che aveva visitati, gli accade di attribuire a tutta la Germania i costumi e il vivere che in essi aveva osservati. Egli s'era esaltato alla vista di quelle popolazioni sobrie, armigere, fiere, e nella «libera libertà» delle repubbliche svizzere aveva ritrovato il suo ideale della nazione armata; quindi le presentava all'Italia come un esempio da imitarsi. L'arrivo di continue bande di Tedeschi, che partivano per dar luogo ad altre; la notizia da essi avuta delle molte repubbliche colà ancora fiorenti; il loro aspetto marziale, la loro reputazione militare colpirono la sua immaginazione per modo che vide nella Germania un paese tutto dedito alle armi, sobrio, amante della libertà, e così la descrisse, attribuendole, troppo spesso, i costumi degli Svizzeri e dei Tirolesi, coi quali essa aveva ed ha certamente molta somiglianza e parentela, ma con i quali non si può confondere. Tutto questo può spiegare le inesattezze osservate dal Mundt, il quale non si occupò di rintracciarne le cagioni, e non riuscì a formarsi un chiaro concetto del molto valore che, non ostante i difetti, ha lo scritto del Machiavelli.
«Non si può,» questi dice, «dubitare della potenza della Germania, che abbonda d'uomini, di ricchezza e d'armi. Spendono i Tedeschi poco in amministrazione e nulla in soldati, perchè esercitano nelle armi i propri sudditi.[93] Invece di giuochi, nei giorni di festa la loro gioventù si occupa a maneggiare lo scoppietto, la picca, chi un'arme e chi un'altra. Sono parchi in tutto, perchè non edificano, non vestono con lusso, non hanno molte masserizie in casa. Basta loro lo abbondare di pane, di carne, ed avere una stufa dove rifuggire il freddo, e chi non ha dell'altre cose, fa senza esse, e non le cura. Quindi il loro paese vive di quello che produce, senza avere bisogno di comprar dagli altri; vendono le loro robe lavorate manualmente, di che condiscono quasi tutta Italia,[94] ed il guadagno è tanto maggiore, in quanto nasce tutto dal lavoro con pochissimo capitale. Così si godono quella lor rozza vita e libertà, e per questa causa non vogliono ire alla guerra, se non soprappagati, nè ciò anche basterebbe, se non fossero comandati dalle loro comunità.» Qui par veramente di sentire come una rimembranza della Germania di Tacito. V'è quasi un accento di dolore, che rivela l'animo trafitto dal paragone, che il Machiavelli fa, senza esprimerlo, del paese che descrive con l'Italia. E par che, prorompendo, esclami ai Dieci: Ecco come dovreste voi ordinar la Repubblica, se veramente la volete libera e forte. Lo splendore delle arti, delle lettere, della ricchezza italiana, che aveva fatto velo al giudizio di tanti fra i nostri scrittori, i quali perciò disprezzavano gli stranieri, non offuscò mai quello del Machiavelli, il cui sguardo acutissimo andava diritto alla sorgente prima delle cose, e nella corruzione del suo paese vedeva la causa inevitabile delle future calamità.
C'è però un punto assai notevole e sostanziale su cui l'attenzione del Machiavelli sembra non essersi mai fermata. Egli, che pure aveva tante volte meditato sulla opportunità di riunire l'Italia, per costituire una forte nazione, non si fermò, nel traversare la Svizzera, sui vantaggi che essa ritraeva dalla Confederazione dei suoi Cantoni. Non si fece mai la domanda: perchè i Comuni italiani non si uniscono in Confederazione? E c'è un altro punto non meno sostanziale su cui non si fermò mai. Nella Svizzera, ed in parte anche nel Tirolo, le popolazioni rurali avevano una parte importantissima nella vita nazionale, e ne accrescevano grandemente la forza. Presso di noi invece erano state da essa affatto escluse, il che fu causa di debolezza dapprima, e più tardi anche della rapida decadenza dei nostri Comuni. Questi sono due punti sui quali i politici italiani non riuscirono mai a portare la loro attenzione.
Ed ora, continuando, il Machiavelli cerca avvicinarsi sempre meglio alla realtà delle cose, e descriverla anche più fedelmente. «La Germania è tutta divisa fra i comuni ed i principi, che sono nemici fra di loro, ed insieme nemici dell'Imperatore, cui non vogliono dar troppa forza, perchè non domi il paese loro come in Francia hanno fatto i re. E questo si capisce da tutti; ma pochi capiscono per qual ragione le città libere della Svizzera si dimostrino così avverse, non solo ai principi ed all'Imperatore, ma anche alle comunità della Germania, con le quali hanno pur comune l'amore della libertà, ed il bisogno di difendersi dai principi. La ragione vera è che gli Svizzeri non sono nemici dei principi e dell'Imperatore solamente, ma anche dei nobili che sono in Germania, non però del loro paese, dove si gode, senza distinzione alcuna d'uomini, fuori di quelli che seggono nei magistrati, una libera libertà. Così avviene che questi gentiluomini fanno ogni opera per tenere le loro comunità divise dalle svizzere. Da un altro lato l'Imperatore, il quale è avversato dai principi, aiuta contro di loro le comunità, che sono il nerbo della Germania; e così essi si trovano deboli, perchè doppiamente combattuti, e perchè i loro Stati si dividono nelle successioni. Se a ciò si aggiungono le guerre dei principi e dei comuni fra loro, di questi con quelli, degli uni e degli altri coll'Imperatore, si capirà come, sebbene sia assai grande la forza di quel paese, venga poi assai indebolita nel fatto.»[95]
Tutte queste considerazioni trovansi, quasi con le stesse parole, così nei Ritratti,[96] che poco altro contengono, come nella seconda metà[97] del Rapporto. Esso però, che è, come vedemmo, quasi una relazione d'ufficio, incomincia col parlar delle condizioni presenti degli affari, e del carattere dell'Imperatore, di cui dice che, non ostante la sua apparente grandezza e potenza, trovavasi difatti poi debolissimo, perchè la Germania, divisa com'era e gelosa, non gli dava mai i danari necessari. «Dicono che i suoi Stati gli rendono 600,000 fiorini d'entrata netti, e che 100,000 gliene rende il suo ufficio imperiale. Ciò basterebbe a pagare molta gente; ma invece, per la sua grande liberalità, egli è sempre senza soldati e senza danari; nè si vede dove questi ne vadano. Prè Luca (il prete Luca dei Renaldi) che è sempre presso di lui, mi disse che l'Imperatore non chiede mai consiglio ad alcuno, ed è consigliato da tutti; vuole fare ogni cosa da sè, e nulla fa a suo modo, perchè quando, non ostante il misterioso segreto in cui sempre s'avvolge, l'andamento delle cose scopre i suoi disegni, egli è subito tirato da chi gli è vicino. Questa sua liberalità e questa facilità lo fanno lodare da molti, ma son poi la sua rovina, perchè tutti ne profittano, tutti lo ingannano. E uno che gli è vicino mi disse che, sebbene una volta avvistosene, non si lascia ingannare di nuovo; pure son tanti gli uomini e tante le cose, che gli potrebbe toccar d'essere per tutta la vita ingannato ogni dì, quando anche se n'avvedesse sempre. Se non avesse questi difetti, sarebbe un ottimo principe, perchè è virtuoso, giusto ed ancora perfetto capitano.[98] La sua venuta in Italia è spaventosa a tutti, sapendosi che con la vittoria crescerebbero i suoi bisogni, quando non avesse addirittura mutato natura. E se le frondi degli alberi d'Italia gli fossero divenute ducati, non gli basterebbero. Notate poi che dagli spessi suoi disordini nascono gli spessi bisogni, dai bisogni le spesse domande, e da queste le spesse Diete, come dal suo poco giudizio le deboli risoluzioni e debolissime esecuzioni. Se però fosse venuto, voi non lo avreste potuto pagar di Diete.»[99]
I Ritratti delle cose di Francia[100] sono, più che altro, pensieri staccati, scritti dopo la sua ultima legazione in Francia nel 1510. In essi tuttavia egli nota subito la forza crescente di quel paese, in conseguenza del suo grande accentramento, che risulta dalla unione e sottomissione delle diverse provincie e dei baroni alla Corona. Di qui una forza politica nell'interno, una forza militare fuori, le quali sono maggiori della forza sociale e reale del paese: il contrario precisamente di quel che aveva notato in Germania. «La nobiltà è tutta data alla vita militare, e quindi gli uomini d'arme francesi sono fra i migliori d'Europa. Le fanterie invece sono cattive, perchè composte d'ignobili e genti di mestiere, sottomessi ai baroni, e tanto in ogni loro azione depressi, che sono vili. Bisogna eccettuarne però i Guasconi, che, vicini alla Spagna, hanno dello spagnuolo, e sono un poco migliori degli altri, sebbene da qualche tempo in qua si siano mostrati più ladri che valenti.[101] Pure fanno buona prova nel difendere ed assaltare fortezze, ma cattiva in campagna aperta.[102] Anche in ciò sono il contrario dei Tedeschi e degli Svizzeri, i quali alla campagna non hanno pari, ma per offendere o difendere luoghi fortificati valgono poco. Queste son le ragioni per le quali i re di Francia, non fidandosi delle proprie fanterie, assoldano Svizzeri e lanzichenecchi. In sostanza sono più fieri che gagliardi o destri, e se si resiste al loro primo impeto, diventano così timidi che paiono femmine, come notò anche Cesare, il quale disse appunto, che in principio sono più che uomini, in fine meno che femmine. E però chi vuole superarli, deve intrattenerli e guardarsi dai primi loro impeti. Non sopportano i lunghi disagi; ed è facile, trovandoli in disordine, sopraffarli, come se n'è avuto esperienza nell'ultima guerra cogli Spagnuoli sul Garigliano.»
«Il paese è ricchissimo di prodotti dell'agricoltura, ma povero di danari, ogni cosa andando nelle mani dei gentiluomini e dei vescovi, i quali ultimi ritraggono due terzi delle ricchezze di quel regno, ed hanno un grandissimo potere politico, essendo assai numerosi nel consigliar la Corona. Sono i popoli di Francia umili e ubbidientissimi, ed hanno in gran venerazione il loro re. Vivono con pochissima spesa, per l'abbondanza grande delle grasce, ed anche ognuno ha qualche cosa stabile per sè.[103] Vestono grossamente e di panni di poca spesa; non usano seta di alcuna sorta, nè loro, nè le donne loro, perchè sarebbero notati dai gentiluomini.»[104] Ed altrove in questi medesimi Ritratti, che procedono sempre a paragrafi staccati: «La natura dei Francesi è appetitosa di quello d'altri, di che insieme col suo e dell'altrui è poi prodiga. E però il Francese ruberìa con lo alito, per mangiarselo e mandarlo a male e goderselo con colui a chi lo ha rubato, natura contraria alla spagnuola, che di quello che ti ruba mai non ne vedi niente.»[105]
Evidentemente il Machiavelli non aveva nessuna simpatia pei Francesi nè per la Francia, che conosceva assai meglio della Germania; e di essi veramente la Repubblica non aveva nessuna ragione d'esser contenta. Di questa sua antipatìa abbiamo una riprova anche in alcuni pochi e brevi pensieri staccati, che nelle sue Opere vengono intitolati: Della Natura dei Francesi.[106] «Sono umilissimi nella cattiva fortuna, nella buona insolenti. Sono piuttosto taccagni che prudenti. Tessono bene i loro male orditi con la forza. Sono vani e leggieri. Degli Italiani non ha buon tempo in Corte, se non chi non ha più che perdere e naviga per perduto.»
Nei Ritratti delle cose di Francia egli passa inoltre a rapida rassegna anche i varî Stati che la circondano, per dimostrare come essa non abbia molto a temere da nessuno. Accenna alle gabelle; alle entrate del paese; all'ordine del governo, dell'esercito, delle Università, della Corte, dell'amministrazione, e sopra tutto all'arbitrio e potere regio, che è quasi illimitato. Sono notizie rapide, brevi, staccate, come appunti presi in viaggio. Ma quello che sopra tutto richiama la nostra attenzione, qui come negli scritti sulla Germania, è la continua, quasi involontaria, irresistibile tendenza dell'autore a coordinar sempre le notizie particolari che ha raccolte, intorno a pochi fatti generali, quali sono la natura del paese, il carattere del popolo, l'indole del governo. Questi fatti generali divengono poi il centro da cui partono ed a cui tornano le sue osservazioni più speciali e minute, e spiegano così le condizioni sociali e politiche del paese che egli esamina. In Francia il Machiavelli si ferma ad osservare che tutti gli uomini, tutte le attività nazionali sono raccolte, accentrate sotto l'unità di un solo comando, e ne vede nascere aumento di forza politica e militare; ma non gli sfugge, che tutto ciò può a lungo andare essere pericoloso, perchè ne rimane sacrificata la libertà individuale, e le moltitudini ne restano oppresse. Dopo trascorsi più secoli, dopo tanti casi diversi e clamorosi, dopo tante rivoluzioni, questo suo giudizio resta sempre verissimo. Anche oggi la Francia soffre del suo accentramento, assai più antico che non si crede, come dimostrò il Tocqueville,[107] e come si vede qui nel Machiavelli; anche oggi dura tuttavia quella eccessiva potenza del clero che egli osservava allora. Perfino la grande estensione della piccola proprietà, su cui tanto s'è scritto, che tanti han dichiarato conseguenza esclusiva della Rivoluzione, e però affatto moderna, ha, come notò lo stesso Tocqueville, origini assai più antiche, e neppur essa, come abbiam visto, sfuggì all'attenzione del Machiavelli. A lui in fatti non sfuggiva mai nulla che avesse una vera importanza politica e generale; era nei particolari che s'ingannava spesso, e qualche volta non li osservava addirittura.
Nel descrivere la Germania egli era invece partito dalla grande varietà dei costumi, degl'interessi, delle passioni e delle libertà locali, che, se generavano confusione, se toglievano unità d'azione, e quindi forza al governo, non spegnevano però la forza vera del paese, la quale veniva, in mezzo al disordine, alimentata dalla indipendenza individuale, dalla educazione militare. Ed anche questo è rimasto per secoli il fatto, il carattere predominante nella storia della Germania, che pur oggi mantiene la forma federativa, e dopo i tanti trionfi, dopo le tante guerre per costituire la sua unità nazionale, sostiene ancora una lotta interna a cagione dei diversi elementi che la costituiscono. V'è però un fatto assai importante, che al Machiavelli sfuggì del tutto, del quale non dice una sola parola, ed è la grande agitazione religiosa che già apparecchiava la Riforma. Ma ciò si spiega se ricordiamo che egli non dimorò mai nell'interno della Germania propriamente detta, di cui non conosceva neppure la lingua, e se ricordiamo la sua profonda indifferenza per tutte le quistioni religiose, la poca o nessuna cognizione che di esse aveva, difetto dei resto che fu comune alla maggior parte degl'italiani del suo tempo.[108]
CAPITOLO XI.
Nuovo guasto alle campagne pisane. — Trattative con la Francia e con la Spagna. — Pisa è stretta da ogni lato. — Il Machiavelli va a Piombino per trattare della resa. — Pisa s'arrende ed è occupata dai Fiorentini.
Quando scoppiò la rivoluzione di Genova, Luigi XII aveva promesso all'ambasciatore fiorentino, Francesco Pandolfini, che, dovendo venire in Italia con un esercito e domare quella città, si sarebbe fermato anche in Toscana, per sottomettere finalmente Pisa ai Fiorentini. E questo lo disse e fece dire con tale asseveranza, che si trattò anche della somma da doverglisi dare a cose finite. Ma quando ebbe sottomesso Genova, se ne tornò invece in Francia, non mantenendo, secondo il solito, nessuna delle sue promesse ai Fiorentini.[109] E però appena che essi furono liberi dalla paura di Massimiliano, il quale s'era ritirato dopo aver fatto tregua coi Veneziani, si credettero in grado e in diritto di pensare ai casi loro, facendo assegnamento solo sulle proprie forze. Deliberarono quindi di cominciar subito col dare il guasto alle campagne pisane, il che avevano tralasciato nello scorso anno. Non mancarono neppure ora vive opposizioni dei nemici del Gonfaloniere, ai quali si univano altri, che incominciavano a trovar questa guerra assai crudele, e sentivano rimordersi la coscienza, vedendo i contadini di Pisa ridotti ad una estrema miseria, e specialmente le donne rifinite per modo che molte ne morivano di stento o di fame.[110] Tuttavia il partito fu vinto, perchè s'era ormai deliberato di farla una volta finita, ed il momento pareva opportuno.
I Pisani rimasero assai avviliti dal guasto subìto nel giugno. Ed a stringerli ancora più, i Fiorentini assoldarono, con 600 fiorini il mese, il Bardella corsaro genovese, acciò con tre navi tenesse chiusa la foce dell'Arno, impedendo che di là arrivassero vettovaglie all'assediata città.[111] Il Machiavelli, dopo essere stato nel marzo e nell'aprile mandato in giro pel territorio a raccogliere fanti, fu dall'agosto al novembre rimandato al campo. Colà egli pagava le fanterie; spingeva innanzi le operazioni di guerra; ordinava la continuazione del guasto; girava a raccogliere altri fanti; proponeva la elezione dei caporali di compagnia, dei quali in poco tempo ne troviamo, a sua proposta, nominati dai Nove quattrocento circa.[112] Pareva che i Dieci avessero a lui affidato la direzione di tutta l'impresa. In fatti, il 18 agosto gli scrivevano: «Tu se' prudente, e per avere el secreto di tutte le cose, non è necessario discorrerti altrimenti el desiderio nostro.[113]» Ed egli non solo fece nell'ottobre ripetere il guasto già dato nell'agosto alle campagne pisane; ma lo dette ancora dalla parte di Viareggio, nelle terre dei Lucchesi, così che li obbligò ad un accordo per tre anni, con promessa solenne di non dare più alcun aiuto d'uomini, denari o vettovaglie ai Pisani.
Ma quando la Francia, s'avvide, che in questo modo i Fiorentini conducevano a fine la guerra di Pisa senza il suo aiuto, e senza che essa ne cavasse vantaggio di sorta, incominciò subito a protestare. Protestò pel guasto dato, senza prima chiederne il permesso a Sua Maestà, per le trattative d'accordo con l'Imperatore suo inimico; fece poi sapere di voler subito mandare nel Pisano il generale G. G. Trivulzio con 300 lance, e questo perchè la resa non avesse effetto senza il suo aiuto, ed essa potesse così prenderne occasione a nuove e sempre maggiori pretese. Ai Fiorentini sarebbe stato facile dimostrare, che la Francia non aveva diritto alcuno di muovere lamento; ma con ciò non si sarebbero liberati dalle domande insistenti del Re, che voleva danari in ogni modo. Sapevano però che Giulio II era finalmente riuscito nel disegno da lungo tempo meditato della lega di Cambray, con la quale, nel dicembre del 1508, egli, l'Imperatore, la Spagna e la Francia si univano a sterminio di Venezia. E così l'attenzione generale era deviata dalla Toscana, che trovandosi fuori di quella grossa guerra, poteva sentirsi più libera, ed osare di più. Ma da un altro lato l'obbligo che la Francia aveva assunto di scendere con un grosso esercito nell'Italia superiore, la rendeva maggiormente avida di danaro, più vicina e pericolosa.
Gli ambasciatori Alessandro Nasi e Giovanni Ridolfi si trovavano quindi già a Blois, con istruzione di venire ad un accordo, e pagare il meno possibile alla Francia ed alla Spagna, che subito aveva messo innanzi uguali pretese. Questa mercanteggiava con Firenze, adducendo l'antica amicizia, che affermava d'aver sempre avuta pei Pisani, e quella mercanteggiava, per concedere alla sua antica alleata il diritto che incontrastabilmente aveva di provvedere colle proprie forze ai proprî interessi. Pure bisognava piegarsi. Le trattative andavano in lungo, perchè si disputava non solo sulla somma da dare, ma anche sui modi di pagamento; ed intanto occorreva far donativi al Rubertet ed agli altri ministri di Francia e di Spagna, i quali, dopo aver graziosamente accettato, chiedevano sempre di più, e non dimostravano perciò nessuna fretta di concludere gli accordi. Finalmente il Nasi ed il Ridolfi scrivevano, che il 13 marzo 1509 era stato firmato il trattato, con cui Firenze s'obbligava a pagare in diverse rate 50,000 ducati al Re di Francia, ed altrettanti a quello di Spagna, al cui ambasciatore s'era dovuta promettere una mancia di 1500 ducati, non essendosi voluto contentare di mille. E non bastava. S'era dovuto firmare un secondo trattato con la Francia solamente, cui si promettevano altri 50,000 ducati con l'obbligo del più stretto segreto, che altrimenti la Spagna si sarebbe subito ingelosita, e avrebbe preteso altrettanto.[114] In sostanza la Città doveva pagare 150,000 ducati ai suoi amici, perchè le lasciassero quelli che sono i diritti naturali d'ogni Stato.
Intanto però essa spingeva innanzi la guerra, ed al Machiavelli che era sempre in campo, i Dieci scrivevano il 15 febbraio, che desse pure tutti gli ordini che occorrevano, «perchè noi abbiamo posto in sulle spalle tue tutta cotesta cura.»[115] Era una responsabilità immensa per chi, come lui, non era uomo di guerra; ma egli faceva miracoli, provvedendo a tutto con un ardore febbrile, e le cose procedevano assai bene. I Genovesi avevano ordinato al corsaro Bardella di ritirarsi, e subito i loro mercanti erano arrivati con navi cariche di grano, a portare per Arno soccorso ai Pisani. Il 18 febbraio furono però respinti, essendosi mandati in tempo alcuni uomini d'arme, 800 fanti dell'Ordinanza e qualche pezzo d'artiglieria a San Piero in Grado, per guardare la foce.[116] Un altro uguale drappello di uomini fu mandato nella valle del Serchio, a guardare la foce del Fiume Morto, come chiamavasi un canale, pel quale le barche, passando nell'Osole o Oseri, soccorrevano Pisa. Ed arrivava poi il celebre architetto Antonio dan San Gallo, con maestri d'ascia e con sufficiente quantità di legname, per fare una palafitta la quale, traversando l'Arno, lo chiudesse del tutto ai nuovi soccorsi. Un simile lavoro ordinò subito il Machiavelli anche attraverso il Fiume Morto.
Per tutto ciò egli corrispondeva direttamente coi Dieci, lasciando un po' troppo da parte il commissario generale Niccolò Capponi, che se ne stava tranquillo, ma poco contento, a Cascina, tanto che il Soderini ne fece fare amichevole rimprovero al Machiavelli, affinchè cercasse di salvare almeno le apparenze.[117] Ed egli scrisse subito al commissario, avvertendolo che trovavasi alle mulina di Quosi, «per vedere se nuovo barchereccio venissi per entrare, per impedirlo come si è fatto dell'altro.»[118] Ma dopo ciò continuò come prima, mancandogli il tempo per pensare alle convenienze. Corse a Lucca per muovere lamento dei soccorsi che sempre partivano di là, e ne ebbe promessa di buona guardia.[119] Il 7 marzo aveva finito la palafitta nel Fiume Morto, con tre ordini di pali fasciati di ferro, al di sotto dell'acqua, e trovavasi al campo di Quosi, dove faceva porre attraverso il fiume Oseri tre navicelli tolti ai Pisani, acciò i soldati fiorentini potessero passare. E lo stesso giorno scriveva ai Dieci, «che Iacopo Savelli era passato e ripassato due volte con otto cavalli; e quando dovessero passare le nostre genti e portassero seco 50 fascine, allora passerebbe anche l'esercito di Serse.» E dimostrandosi sempre più fiducioso, aggiungeva: «Le compagnie dell'Ordinanza sono bellissime, e non danno una briga al mondo. Io credo ancora che i Lucchesi terranno questa volta la promessa di non mandare soccorso, e d'impedire che i privati li portino, o che i Pisani vengano a prenderli. Altrimenti, come io ho detto loro, sarebbe stato inutile fare il trattato coi Fiorentini, ai quali bastava in ogni caso una sola corazza all'una briga ed all'altra.»[120] Cioè potevano con la stessa guardia impedire che i soccorsi fossero mandati da Lucca, o che i Pisani fossero venuti a prenderli.
Arrivate le cose a questo punto, essendo l'esercito diviso, e varie le operazioni da compiersi, pareva strano assai che tutto il peso della guerra dovesse continuare a ricadere sulle spalle del Machiavelli, il quale non era nè generale, nè commissario, ma solo un uomo di fiducia del Soderini. Il Consiglio degli Ottanta elesse perciò due nuovi commissari[121] nelle persone di Antonio da Filicaia e Alamanno Salviati, essendosi, a quanto pare, ricusato il Giacomini, che era malato e disgustato. Essi s'adunarono il 10 marzo a Cascina col Machiavelli e col Capponi, per deliberare sui provvedimenti da prendere, acciò l'impresa fosse subito condotta a fine. Decisero di formare tre campi. Uno a San Piero in Grado, dove sarebbero restati il Machiavelli ed il Salviati, con Antonio Colonna, incaricati di guardare l'Arno ed il ponte, che era già quasi finito, attraverso il Fiume Morto, col bastione per difenderlo. Il secondo campo doveva formarsi a Sant'Iacopo, a fin d'impedire che da Lucca venissero aiuti per Val di Serchio a Pisa, ed ivi doveva stare il commissario Antonio da Filicaia. Rimaneva però sempre la via dei monti, per la quale i Pisani potevano da Lucca portare roba in sulle spalle, e quindi il terzo campo venne formato a Mezzana, chiudendo così tutte le altre strade ed ivi fu commissario il Capponi. In ciascuno di questi tre campi, coi quali era tolta a Pisa ogni speranza d'aiuto, dovevano stare mille uomini, due terzi dei quali dell'Ordinanza fiorentina.[122]
Prima però che siffatte deliberazioni fossero tutte recate ad effetto, il Machiavelli riceveva, con lettera del 10 marzo, ordine di recarsi a Piombino, dove arrivava con salvocondotto un'ambasceria pisana assai numerosa, per proporre le condizioni della resa.[123] Si temeva che volessero solamente pigliar tempo, e però i Dieci lo mandavano a scrutare le loro intenzioni, con incarico di chiedere resa incondizionata, e ritirarsi subito, quando fossero venuti senza facoltà di concluderla.[124] La città di Pisa era veramente ridotta agli estremi. I Fiorentini le avevano, con la formazione dei tre campi, chiuso la via ad ogni speranza di soccorso esterno, così dalla parte di Lucca, come da quella del mare; e per le somme pagate alla Spagna ed alla Francia, avevano ora piena libertà di operare. La grossa guerra che si apparecchiava, in conseguenza della lega di Cambray, teneva l'attenzione e le armi dei grandi potentati, non escluso il Papa, occupate nell'Italia superiore: non restava quindi, neppure da questo lato, speranza d'aiuto ai Pisani. Essi avevano fatto sinora una lunga, eroica, fortunata difesa, e l'avrebbero di certo continuata, se a tutti i pericoli esterni non si fossero uniti ora gravi e non più evitabili disordini interni.
L'energia e l'ostinazione fortunata della loro difesa erano derivate principalmente dall'avere i Fiorentini finora combattuto quasi sempre con soldati mercenarî o ausiliarî, mentre essi avevano non solo armato tutti i proprî cittadini, ma anche gli abitanti stessi del contado, chiamandoli anche a parte del governo. Questa unione, della città e della campagna, nuova affatto nelle nostre repubbliche, aveva loro dato una forza grandissima, e fatto sorgere esempî di virtù, di abnegazione, d'eroismo, insoliti nella storia italiana di quel tempo, tali che gli avversarî stessi ne rimanevano ammirati, ed il Machiavelli ne traeva argomento a sperare sempre più nell'ordinamento delle milizie nazionali. Ma dalla lunga guerra erano in Pisa risultate ancora altre conseguenze. I contadini, primi ad essere ogni giorno assaliti, costretti perciò a fare i più duri sacrifizî di sangue e d'averi, finirono col prendere necessariamente una parte sempre maggiore nel governo della città, divenuto in sostanza un governo militare di pubblica difesa, nel quale era naturale che fossero più potenti coloro che più erano esposti a combattere il nemico. Ciò non ostante, i cittadini, per la maggior pratica che avevano degli affari, e per la maggiore accortezza politica, riuscivano sempre a condurre le cose dove essi volevano. E così poco a poco nasceva un conflitto d'interessi, cui era difficile trovare rimedio.
Il contado era tutto guasto ed esausto, ed i Fiorentini, come già notammo, non dimostravano più nessun desiderio di vendetta; volevano resa incondizionata, ma promettevano di trattar tutti umanamente, come loro proprî e antichi sudditi. Queste condizioni convenivano agli abitanti del contado, i quali sapevano che, finita una volta la guerra, sarebbero stati trattati come sottoposti anche dai Pisani, secondo l'uso generale di tutte le repubbliche italiane; non convenivano però punto agli abitanti della città, i quali avrebbero, con la resa incondizionata, perduto quella indipendenza che apprezzavano sopra ogni altra cosa al mondo. Così incominciò la discordia. I contadini dicevano, che le loro campagne erano ridotte a tale, che il prolungare la difesa era divenuto ormai impossibile, stretti com'erano dal nemico e dalla fame; volevano quindi arrendersi. I cittadini, invece, sempre ostinati, temporeggiavano in mille modi, pur di pigliare tempo a continuare la guerra. Ora proponevano di cedere il solo contado, ora cercavano invece di spaventare i contadini, dicendo che su di essi sarebbero cadute le vendette maggiori dei Fiorentini; ma questi in mille modi facevano capir chiaro di essere veramente decisi alla clemenza con tutti. L'idea di cedere il solo contado non era poi accettabile da nessuno, perchè la guerra sarebbe continuata contro la città, il che avrebbe reso inevitabile anche la devastazione delle campagne.[125]
L'ambasceria, in queste condizioni, mandata da Pisa a Piombino, era composta di contadini e di cittadini, i quali non potevano essere dello stesso animo, come il Machiavelli già sapeva, e come ebbe subito a sperimentare. Il 15 marzo infatti egli scriveva, rendendo conto ai Dieci della sua commissione, che i Pisani, venuti in gran numero, s'erano doluti che, invece di due o tre autorevoli cittadini, si fosse mandato un semplice segretario, il quale neppur veniva direttamente da Firenze. In ogni modo chiedevano la pace, salve le vite, la roba e gli onori; non avevano però mandato di concludere. A questo il Machiavelli, assai poco contento, si era, dopo poche parole, rivolto al Signore di Piombino, dicendo, «che non rispondeva nulla, perchè non avevano detto nulla. Se volevano qualche risposta, dicessero qualche cosa. Vostre Signorie volevano obbedienza, e non si curavano di lor vita, nè di lor roba, nè di loro onore, e avrebbero lasciato libertà ragionevole.» I Pisani fecero allora la proposta di cedere il contado, e di essere lasciati chiusi nelle mura della loro città. «Non vedete,» rispose il Machiavelli, rivolgendosi di nuovo al signor di Piombino, «che si ridono di voi? Se non si vuole rimettere Pisa in mano dei Signori fiorentini, è inutile di trattare; e quanto alla sicurtà, se non si vuole stare alla loro fede, non c'è altro rimedio.» E ai contadini poi disse, «che gl'incresceva della loro semplicità, perchè giocavano un giuoco in cui dovevano perdere in ogni modo. Se Pisa doveva essere sottomessa colla forza, essi avrebbero perduto la roba, la vita ed ogni cosa. Quando invece avessero vinto i Pisani allora i cittadini non li avrebbero voluti per compagni, ma per servi, e li avrebbero fatti tornare ad arare.» A questo punto uno dei cittadini presenti cominciò a gridare, che quelli non erano termini convenienti, perchè si cercava dividerli; ma i contadini parevano invece consentire, e uno di essi, Giovanni da Vico, esclamò ad alta voce: «Noi vogliamo la pace, noi vogliamo la pace, imbasciatore.» Il Machiavelli non si occupò d'altro, ed il giorno seguente partì, sebbene due volte, anche quando era montato a cavallo, fossero tornati da lui per riannodare i discorsi.[126]
Egli dovè subito recarsi a Firenze, dove i Dieci lo chiamavano allora in grandissima fretta,[127] con tutti gli uomini che poteva menar seco. Pare che fossero in grave pensiero, perchè da ogni parte le genti del Papa e della Francia movevano già contro Venezia. Ben presto però lo troviamo di nuovo nel campo a Mezzana, donde, avendo da essi ricevuto invito d'andare a Cascina, per ivi fermarsi, rispondeva il 16 aprile. Dopo avere minutamente ragguagliato sullo stato dell'esercito, dicendo che le fanterie erano così buone come ogni altra che si potesse avere in Italia, concludeva raccomandandosi vivissimamente, che lo lasciassero dove si trovava, altrimenti non avrebbe potuto occuparsi nè dei fanti nè del campo, ed a Cascina bastava mandassero un uomo qualunque. Capiva bene che l'andare colà sarebbe stato per lui meno faticoso e meno pericoloso; «ma se io non volessi nè pericolo nè fatica, non sarei uscito da Firenze; sicchè mi lascino Vostre Signorie stare infra questi campi, e travagliare fra questi commissari delle cose che corrono, dove io potrò essere buono a qualche cosa, perchè io non sarei quivi buono a nulla, e morrei disperato; e però di nuovo le prego disegnino sopra qualche altro.[128]» I Dieci gli risposero, che stesse pure là dove credeva più utile la sua presenza;[129] ed egli fu quindi in giro pei tre campi, a sorvegliare l'andamento delle cose, trovandosi sempre ov'era necessaria l'opera sua, perchè nulla mancasse ai soldati. Ora distribuiva le paghe, ora mandava le vettovaglie, ora consigliava e dirigeva le operazioni necessarie ad impedire che entrassero aiuti nella città.[130] Il 18 maggio era a Pistoia per sollecitare l'invio del pane che era stato ritardato, e dava ordini severi perchè non seguissero più simili inconvenienti.[131] E queste cure indefesse ebbero finalmente il desiderato effetto, perchè i Pisani si trovarono così stretti e vigilati da ogni lato, che dovettero ormai decidersi a cedere.
Il 20 di maggio, infatti, i tre commissari scrivevano ai Dieci,[132] annunziando che quattro Pisani erano venuti a chiedere salvocondotto, per mandare a Firenze ambasciatori che trattassero della resa. Ed il 24 questi ambasciatori, con cinque cittadini e quattro contadini[133] si presentarono al campo e partirono subito con Alamanno Salviati e Niccolò Machiavelli, tanto che la sera stessa erano arrivati a San Miniato.[134] Il giorno 31 il Machiavelli si trovava di ritorno a Cascina, e gli ambasciatori, avendo concordato a Firenze i termini della resa, che in sostanza era incondizionata, con promessa però d'essere trattati con clemenza, rientrarono subito in Pisa. Non v'era tempo da perdere. Il 2 giugno erano uscite dalla misera città trecento persone, correndo affamate al campo di Mezzana, per chiedere pane, che fu loro dato. Il giorno seguente uscivano a frotte da ogni porta, tanto che fu necessario rimandarne indietro parecchie, altrimenti avrebbero riempito e disordinato il campo intero.[135] Il 6 tutto era concluso, perchè i Fiorentini entrassero il giorno seguente. I tre commissari s'adunarono a Mezzana col Machiavelli, che aveva ricevuto tremila ducati per le paghe. Venne anche l'ordine, che lasciassero scegliere a lui le genti che dovevano entrare in città, alle quali doveva dar prima un terzo delle paghe, acciò non vi fosse occasione o pretesto d'abbandonarsi al saccheggio o ad altri eccessi.[136] Si tardò ancora un giorno, per entrare il dì 8; non sappiamo il perchè. È probabile che, per determinare non solo il giorno, ma anche l'ora, si consultassero, come allora usava, gli astrologi. Certo è che fra le molte lettere, mandate in quei giorni al Machiavelli, ne troviamo una dell'amico Lattanzio Tedaldi, il quale gli raccomandava vivamente di non cominciar l'entrata prima delle dodici e mezza, possibilmente qualche minuto poco dopo le tredici «che sarà hora felicissima per noi.»[137]
Secondo il giudizio concorde degli storici contemporanei, tutto procedette da questo momento con una grandissima umanità e benevolenza verso la infelice città, che con tanta energia aveva combattuto e sofferto.[138] I Fiorentini non solamente non usarono violenza; non solo portarono grande quantità di vettovaglie che distribuirono largamente tra la popolazione affamata; ma resero ai Pisani tutti i beni stabili, che avevano loro confiscati, computando scrupolosamente a vantaggio degli antichi possessori anche i frutti di quell'anno sino al giorno della pace. I conti vennero affidati a Iacopo Nardi, lo storico, il quale dice che furono fatti talmente a favore dei Pisani, che pareva quasi avessero essi dettato e non subìto le condizioni della pace.[139] Vennero confermati gli antichi privilegi, le antiche magistrature amministrative della città; rese le franchigie commerciali già godute in antico; concesso nelle liti un appello ai medesimi giudici che giudicavano i Fiorentini. Ma se tutto ciò faceva onore ai vincitori, massime al Soderini ed al Machiavelli, che avevano avuto la parte principale nel dare ed eseguire questi ordini, non poteva certo bastare a soddisfare i vinti. La libertà, l'indipendenza, i diritti politici erano perduti per sempre! Nessun Pisano poteva più sperare di aver qualche parte nel decidere i destini della sua città, e però le principali famiglie esularono a Palermo, a Lucca, in Sardegna, altrove. Molti s'arrolarono nell'esercito francese, che combatteva allora in Lombardia contro Venezia, per cercare poi nella Francia meridionale un'immagine del bel clima toscano.[140] In questa occasione esularono anche i Sismondi, da cui discese lo storico illustre delle repubbliche italiane.
Allora, osserva il Nardi, non pochi pensarono ad Antonio Giacomini, il primo che aveva dato alla guerra pisana un indirizzo tale da poterla condurre a buon fine, ed era stato poi, per invidia, lasciato da parte; sicchè trovavasi vecchio, inabile, cieco e abbandonato. Per singolare capriccio della fortuna trionfava invece il Machiavelli, che non era uomo di guerra. Ma egli poteva avere la coscienza tranquilla, perchè non era stato mai di quelli che avevano disprezzato il Giacomini, anzi ebbe sempre per lui un'ammirazione sincera, nè tralasciò occasione di manifestarla, biasimando coloro che lo avevano trascurato, riconoscendo d'essere stato dall'esempio e dai buoni successi militari di lui incoraggiato ad ordinare quella Milizia, cui ora si attribuiva la resa di Pisa.
Tutto gli era riuscito a buon fine; e la clemenza usata nel prender possesso della città crebbe la reputazione della sua prudenza e l'autorità del suo nome. Da ogni parte gli arrivavano lettere di congratulazione. Una di Agostino Vespucci, suo coadiutore nella cancelleria di Firenze, gli diceva, in data appunto dell'8 giugno, che i fuochi s'erano accesi nella Città sin dalle ore 21, nè era possibile descrivere la letizia universale: «ogni uomo quodammodo impazza di esultazione.... Prosit vobis lo esservi trovato presente ad una gloria di questa natura, et non minima portio rei.... Nisi crederem te nimis superbire, oserei dire che voi con li vostri battaglioni tam bonam navastis operam, ita ut, non cunctando sed accelerando, restitueritis rem florentinam. Non so quello mi dica. Giuro Dio, tanta è la esultazione aviamo, che ti farei una Tulliana, avendo tempo, sed deest penitus.»[141] Ed il 17 giugno, il commissario Filippo da Casavecchia, suo amico, gli scriveva da Barga: «Mille buon pro' vi faccia del grandissimo acquisto di cotesta nobile città, che veramente si può dire ne sia suto cagione la persona vostra in grandissima parte.... Ognindì vi scopro el maggior profeta che avessino mai li Ebrei o altra generazione.»[142]
Tutti questi trionfi non erano però senza qualche pericolo per l'avvenire del Machiavelli, ed anche della Repubblica. Da un lato era inevitabile che venisse fatto segno a nuove gelosie ed invidie un segretario, il quale aveva sorvegliato un assedio, con autorità quasi superiore a quella dei commissarî di guerra, e per giunta era stato fortunato in modo da ottenere il trionfo, ponendo fine ad una lotta ostinata, che per tanti anni aveva esaurito le forze delle due città. Da un altro lato questo fortunato successo fece a tutti concepire grandissima opinione della nuova Ordinanza. Infatti d'allora in poi il Machiavelli e gli altri riposero in essa una fiducia così illimitata, che poteva essere, e più tardi fu veramente, cagione di grandi e crudeli disinganni. Pareva che nessuno s'avvedesse, che in sostanza allora tutto s'era per essa ridotto a dare il guasto, senza incontrar mai nemici da combattere; a far buona guardia, perchè non arrivassero soccorsi di vettovaglie ad una città affamata ed esausta, che non era più in grado di difendersi. Non si pensava, che assai diverso sarebbe stato il caso, quando si fosse trattato d'affrontare nemici agguerriti ed in forze. In fatti questa esperienza si dovè fare più tardi, ed allora a proprie spese s'imparò quanto sia in guerra pericoloso il pascersi di vane illusioni.
CAPITOLO XII.
La lega di Cambray e la battaglia d'Agnadello. — Umiliazione di Venezia. — Legazione a Mantova. — Decennale Secondo. — Piccole contrarietà del Machiavelli. — Il Papa alleato di Venezia, nemico della Francia. — Ricomincia la guerra — Terza legazione in Francia.
Il 10 dicembre 1508 s'era finalmente conclusa quella lega di Cambray, che Giulio II aveva con tante cure e tanto ardore promossa. L'Imperatore, la Spagna, la Francia ed il Papa s'univano, in apparenza a combattere il Turco, ma di fatto a vendetta, a sterminio di Venezia; ed erano già d'accordo sul come dividersene il territorio. Il Papa avrebbe avuto le agognate terre di Romagna; l'Imperatore, Padova, Vicenza, Verona, il Friuli; la Spagna, le terre napoletane sull'Adriatico; la Francia, cui toccava nella guerra la parte principale, Bergamo, Brescia, Crema, Cremona, la Ghiara d'Adda ed il Milanese. Le ostilità cominciarono subito, e sino dal principio pareva che gli uomini e la natura cospirassero a danno di Venezia. Il magazzino delle polveri saltò in aria; il fulmine colpì la fortezza di Brescia; una barca, che portava a Ravenna 10,000 ducati, naufragò; alcuni degli Orsini e dei Colonna, che erano stati assoldati, con obbligo di condurre buon numero di fanti e cavalieri, e avevano già ricevuto 15,000 ducati, ritennero il danaro e ruppero il contratto, per ordine del Papa. Ma la indomabile repubblica non si perdè d'animo, e mise sull'Oglio un poderoso esercito di nazionali e stranieri, e sotto il comando di Niccolò Orsini conte di Pitigliano e di Bartolommeo d'Alviano. Il Pitigliano però era tutto prudenza, l'Alviano tutto impeto, e non volendo nessuno dei due cedere all'altro il comando supremo, la direzione della guerra ne rimaneva incerta.
I nemici della repubblica andavano invece concordi e deliberati al loro scopo. Il 15 d'aprile Giulio II pubblicò la bolla di scomunica contro i Veneziani e contro chiunque gli aiutasse, dando libera facoltà ad ognuno di derubarli e venderli poi anche schiavi. Il 14 maggio l'avanguardia francese, comandata da G. G. Trivulzio, passato l'Adda, incontrò la retroguardia dei Veneziani alla cui testa era l'Alviano. Questi, essendosi fermato, si trovava sempre più lontano dal grosso dell'esercito, che proseguiva il suo cammino; il nemico era invece continuamente rinforzato dal sopraggiungere de' suoi. Avvistosi di ciò l'Alviano, fece avvertire il conte di Pitigliano, perchè gli venisse in aiuto; ma questi, con la solita prudenza, rispose che il Senato non voleva si desse allora battaglia, e però consigliava anche a lui di continuare il suo cammino. L'Alviano invece attaccò il nemico e si condusse con valore; ma fu, come quasi sempre nella sua vita, sfortunato. Le fanterie italiane, specie quelle dei Brisighella, si condussero eroicamente, restando uccisi seimila dei loro uomini. Venti pezzi d'artiglieria furono perduti; l'Alviano stesso rimase ferito e prigioniero. La rotta fu generale, ma una parte della cavalleria si salvò, ed il grosso dell'esercito veneziano, avendo continuato il suo cammino col Pitigliano, non prese parte alla mischia. Questa battaglia, nota col nome di Vailà o d'Agnadello, fu la prima delle grandi e sanguinose lotte, che d'allora in poi seguirono in Italia senza tregua, nelle quali i nostri soldati e capitani combatterono con valore nei due campi avversi, rendendo la loro patria sempre più serva dello straniero. I Francesi ebbero in loro potere Caravaggio, Bergamo, Brescia, Crema; presero anche Peschiera, e così in 15 giorni Luigi XII, venuto in Italia alla testa del suo esercito, era già padrone di tutte le terre che gli erano state promesse a Cambray; ed allora cominciò subito a raffreddarsi nella guerra. Il conte di Pitigliano si chiuse in Verona.
Ma intanto l'esercito pontificio, forte di 400 uomini d'armi, 400 cavalli leggieri ed 800 fanti, cui s'unirono più tardi 3000 Svizzeri, s'avanzava rapidamente in Romagna, senza più incontrare ostacoli di sorta, sotto il comando di Francesco Maria della Rovere, nipote del Papa, e ora duca d'Urbino per l'adozione che di lui aveva fatta Guidobaldo da Montefeltro, morto senza figli. Il duca Alfonso d'Este, che finora era sembrato neutrale, all'annunzio della battaglia di Vailà cacciò da Ferrara il Visdomino veneziano, mandò 32 de' suoi celebri cannoni all'esercito del Papa, e ripigliò alcune terre state già tolte agli Este dai Veneziani. Nemico si dichiarò anche il marchese di Mantova; ed alcuni vassalli dell'Impero, aspettando l'arrivo di Massimiliano, attaccavano intanto nel Friuli e nell'Istria la bersagliata repubblica di S. Marco, alla quale restava adesso solo la speranza che, col cedere a qualcuno dei nemici tutto quello che voleva, potesse farselo amico e separarlo dagli altri, che così avrebbe indeboliti.[143]
Alla Francia ormai non v'era più nulla da cedere, perchè essa aveva già preso tutto quel che voleva. Alla Spagna i Veneziani resero le poche terre napoletane che avevano sull'Adriatico; ma ciò era, nel presente momento, ben poca cosa. Occorreva fare assai di più, per ottenere il desiderato intento. Gli storici dicono che la Repubblica veneta mandò allora Antonio Giustinian all'Imperatore col foglio bianco, con la commissione cioè di sottomettersi a lui, cedendo tutto quel che chiedeva. E si diffuse allora assai largamente una orazione latina. Ad divum Maximilianum Imperatorem, che il Giustinian avrebbe, dicevano, scritta e letta poi a quel sovrano. Essa è veramente una povera cosa, umile fino quasi all'abbiezione, indegna della Serenissima e del suo oratore, i cui dispacci eran sempre pieni di acume e di dignità. Pure fu dal Guicciardini tradotta nella sua Storia d'Italia; il Machiavelli ne conservò copia nelle sue carte,[144] e v'alluse nei Discorsi; il Ricci la trascrisse nel suo Priorista, ed il 7 luglio 1509 l'ambasciatore fiorentino Piero de' Pazzi, ne mandava da Roma copia ai Dieci, scrivendo che era «cosa miserabile vedere gli oratori veneti andar per la terra, tanto la loro superbia s'era mutata in umiltà.»[145]
Certo Venezia, dopo la disfatta subita, avendo contro di sè Papa, Impero e Francia, era assai sgomenta; ma non si abbandonò, non si avvilì mai quanto farebbe credere quella orazione. Oltre di ciò, noi abbiamo le istruzioni che la repubblica dette prima al Giustinian, poi ad altri suoi rappresentanti; sappiamo quindi con precisione quali proposte, nelle sue calamità, essa fece, e con quale scopo. Volendo far di tutto per indurre Massimiliano a venire in Italia a combattere la Francia e difendere Venezia, offriva di cedergli quelle terre che nello scorso anno essa aveva tolte all'Impero. E sebbene sembrasse assai più restia per alcune altre città, che l'Imperatore presumeva fossero sue, pure anche su queste sembrava disposta a riconoscerne l'autorità, pagandogli un censo. E quando fosse per loro venuto davvero in Italia, i Veneziani lo avrebbero con tutte le loro forze aiutato, dandogli in diverse rate 200,000 fiorini. Più tardi, facendo altre minori proposte, si dichiaravano pronti a pagargli addirittura 50,000 fiorini l'anno per tutta la sua vita.[146] Ma l'Imperatore rispose di volere andare d'accordo con la Francia, di non voler trattare con chi era stato scomunicato dal Papa, e negò il salvocondotto al Giustinian, che non si potè quindi neppur presentare a lui. La sua pretesa orazione adunque, se non è un esercizio retorico di qualche nemico di Venezia, non fu di certo mai letta a Massimiliano, e quello che è più, non risponde alle istruzioni che l'oratore aveva ricevute dal Senato Veneto.[147]
Se però l'Imperatore si dimostrava così restìo, pareva invece che fosse già disposto a mutare animo il Papa, che era stato il promotore della lega. Avute le sue terre di Romagna, egli si dimostrava sempre sdegnato contro i Veneziani, dai quali richiedeva le entrate che essi avevano colà riscosse in passato; nemico sempre degli stranieri in genere, era adesso anche più sdegnato contro i Francesi, che, dopo aver preso per sè tutto quello che volevano, non sembravano punto disposti a proseguire seriamente la guerra. Sembrava perciò assai inclinato ad unirsi contro di loro con l'Imperatore. Se non che questi, quantunque ora non gli mancassero i danari, quantunque parecchie terre del Veneto sembrassero pronte ad arrendersi a lui, non si moveva. I suoi rappresentanti però s'avanzarono per prenderne possesso, e Venezia, che voleva evitare ogni conflitto con lui, ordinò che si cedesse. Infatti il vescovo di Trento assai facilmente prese possesso di Verona e di Vicenza; anche Padova si arrese senza resistenza. A Treviso però le cose andarono assai diversamente. Colà, se i nobili, sempre avversi a Venezia in tutte le città da essa conquistate, si dimostravano pronti a sottomettersi senz'altro, il popolo invece, che dappertutto le era affezionatissimo, insorse al grido di Viva San Marco, saccheggiò le loro case, e cacciò i rappresentanti dell'Impero. E questa fu una scintilla, che s'andò facilmente propagando per tutto, tanto più che le forze di Massimiliano in Italia erano scarsissime. Si disse allora e si ripetè poi dagli storici, che Venezia, dando prova d'una grande sapienza politica e d'una grandissima fiducia nell'affezione dei propri sudditi, sciolse le città di terra ferma dal giuramento d'obbedienza, lasciandole libere d'arrendersi o difendersi, secondo che volevano, e che esse, per affezione a S. Marco, si difesero eroicamente. Tutto questo però è, in parte almeno, una leggenda, di cui facilmente si spiega l'origine, se si guarda alla realtà vera dei fatti.[148] Venezia voleva separare l'Imperatore dalla Francia, per attirarlo a sè, a questo fine era disposta, come abbiam visto, ad ogni sacrifizio di uomini e di danaro, a cedere anche alcune delle sue città, e aveva dato perciò gli ordini opportuni. Ma quando vide che l'Imperatore non si moveva, e che il popolo insorgeva al grido di Viva San Marco, cominciò ben presto a mutare condotta.
Infatti, sebbene avesse in sul principio mostrato di rassegnarsi a cedere perfino Padova, il 17 luglio 1509 mutò improvvisamente, e rientrò per sorpresa nella città, che subito s'arrese insieme con la fortezza: il popolo intanto saccheggiava le case dei nobili. Tutto il territorio padovano seguì l'esempio della città, e Verona, dove l'arcivescovo di Trento si trovava con pochissime forze, era sul punto d'insorgere anch'essa, tanto più che, avendo gl'imperiali invocato l'aiuto del marchese di Mantova, e questi essendosi mosso, fu per via fatto prigioniero dagli Stradioti di Venezia. Luigi XII, invece di ricominciare la guerra per aiutare gli alleati, se ne tornava in Francia, lasciando ai confini veronesi il La Palisse con 500 lance e 200 gentiluomini. E ciò, dopo aver concluso col Papa un trattato a difesa comune dei propri Stati, abbandonando al loro destino i vassalli della Chiesa, fra i quali principalissimo il duca di Ferrara, suo alleato, che restava così esposto all'odio ed agli assalti di Giulio II.
Finalmente però Massimiliano si decise a muoversi, per venire all'assedio di Padova, dove i Veneziani fecero subito entrare tutte le forze che avevano disponibili. V'entrarono anche i due figli del doge Loredano con 100 fanti tenuti a loro proprie spese; li seguirono altri 176 gentiluomini veneziani, e poi vennero gli abitanti della campagna colle loro raccolte di viveri. L'Imperatore comandava il più poderoso esercito che da molti secoli si fosse visto in Italia. V'erano i Francesi del La Palisse, gli Spagnuoli educati alla guerra sotto Gonsalvo di Cordova, Italiani, Tedeschi, avventurieri d'ogni nazione, e 200 cannoni. In tutto da 80 a 100 mila uomini.[149] Presto cominciarono le operazioni d'assedio, e la breccia fu aperta; ma quando si venne all'assalto, i Veneziani fecero scoppiare le mine già prima caricate, e la più parte degli assalitori, fra cui alcuni capitani di grido, saltarono in aria. Così l'assedio fu levato il 3 di ottobre, e ricominciarono le querele degli alleati, massime dell'Imperatore, che, trovandosi senza danari, ne cercava a tutti, e con più insistenza che mai ai Fiorentini, ai quali ricordava le somme già promesse per mezzo del Vettori, quando fosse venuto in Italia, dove ormai si trovava.
Essi dovettero quindi inviargli a Verona, dove sembrava che ora si recasse, sebbene tornasse poi indietro, due ambasciatori, Giovan Vittorio Soderini e Piero Guicciardini, il padre dello storico. Il Machiavelli, rimandandoli a ciò che esso aveva già scritto sulla Germania e sull'Imperatore, ricordava loro di essere accorti, perchè questi «assai spesso disfaceva la sera quello che concludeva la mattina.»[150] E gli ambasciatori arrivati a Verona, firmarono subito un trattato (24 ottobre 1509), col quale i Fiorentini s'obbligavano a pagare 40,000 ducati a Massimiliano, che prometteva loro amicizia e protezione.[151] Il pagamento doveva farsi in quattro rate: la prima subito, nel mese stesso d'ottobre, la seconda il 15 novembre,[152] la terza nel gennaio, e la quarta nel febbraio seguenti.
A portare la seconda rata fu, con deliberazione del 10 novembre, mandato il Machiavelli con ordine di trovarsi il 15 a Mantova, e, fatto il pagamento, recarsi a Verona o dove credesse più opportuno, per raccogliere notizie. Ed il Machiavelli adempiè la commissione, cominciando subito a cercar notizie in Mantova stessa, non senza avvertire, che quello era un «luogo dove nascono, anzi piovono le bugìe, e la Corte ne è più piena che la piazza.[153] Il 22 era a Verona, donde scriveva il 26, notando subito, secondo il suo solito, i fatti essenziali ad avere una giusta cognizione dello stato delle cose e degli animi colà. «I gentiluomini,» egli diceva, «non amano Venezia, inclinano agli alleati; ma il popolo, la plebe, i contadini sono tutti marcheschi.[154] Il vescovo di Trento si trova a Verona con poche migliaia di fanti e cavalli, Vicenza s'è già ribellata e data ai Veneziani: l'Imperatore trovasi a Roveredo, e non vuol ricevere oratori; i nobili di Verona guardano alla Francia, che finalmente ha mandato solo 200 Guasconi e 200 uomini d'arme. Ma questi aiuti non giovano a niente, perchè sono pochi, e intanto gli alleati devastano e rubano il paese in modo indescrivibile.» «E così negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire e vendicarsi, che sono divenuti più ostinati e arrabbiati contro a' nemici de' Veneziani, che non erano i Giudei contro a' Romani; e tuttodì occorre che uno di loro, preso, si lascia ammazzare per non negare il nome veneziano. Eppure iersera ne fu uno innanzi a questo vescovo, che disse che era marchesco e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare, nè promesse di camparlo, nè d'altro bene, lo poterono trarre di questa opinione: di modo che, considerato tutto, è impossibile che questi re tenghino questi paesi con questi paesani vivi.»[155] La resistenza energica e qualche volta eroica di quei contadini ricorda quella assai simile dei contadini pisani contro Firenze, e ci conferma nella opinione già espressa sul vigore e l'energia morale ancora esistente negli ordini inferiori della società italiana, dei quali allora si faceva troppo poco conto, e di cui generalmente non s'occuparono gli storici.
«Le cose,» continuava il Machiavelli, «non possono in questi termini durare a lungo. Più la guerra va lenta e più crescerà l'amore verso Venezia, perchè le popolazioni sono in casa e fuori consumate dagli alleati, che le rubano e le rovinano, mentre i Veneziani, pur facendo continue scorrerie e prede, le rispettano e fanno trattare con ogni riguardo.[156] Intanto Luigi XII e Massimiliano non vanno punto d'accordo fra di loro, e si teme che alla fine questi si unirà coi Veneziani. Sono due re, che uno può fare la guerra ma non vuole, e quindi la va dondolando; l'altro vuole ma non può. Se però mantengono con questi modi a' paesani la disperazione, e a' Veneziani la vita, credesi, come ho detto altre volte, che in un'ora possa nascere cosa che farà pentire e re e papi e ciascuno di non aver fatto suo debito ne' debiti tempi.[157] I Veneziani in tutti questi luoghi dei quali s'insignoriscono, fanno dipingere un S. Marco che, in cambio di libro, ha una spada in mano; donde pare che si sieno avveduti a loro spese, che a tenere gli Stati non bastano gli studî e i libri»[158] Il 12 dicembre egli era a Mantova, di dove, essendo già vicina la guerra intorno a Verona, mandò una lunga ed esatta descrizione di questa città;[159] e poco dopo, avutane licenza dai Dieci, se ne tornò a Firenze.
Nella sua breve gita, che pure durò poco meno di due mesi, il Machiavelli non ebbe molto da fare, e gli restò qualche tempo libero, che pare dedicasse a cominciare il secondo de' suoi Decennali, che poi restò interrotto. Il brano, infatti, che di esso abbiamo, narra gli avvenimenti seguiti dal 1504 al 1509 per l'appunto. Ed in una lettera, che in quei giorni medesimi scrisse a Luigi Guicciardini, e sulla quale torneremo fra poco, troviamo una poscritta che dice: «Aspecto la risposta di Gualtieri a la mia cantafavola.» Or questo era il nome che egli ed i suoi amici dettero più volte al Decennale.
Nel secondo il Machiavelli incomincia col dire, che oserà narrare i nuovi eventi, sebbene
Sia per dolor divenuto smarrito.[160]
Invocata la Musa, egli accenna alla rotta di Bartolommeo d'Alviano in Toscana, per opera principalmente del prode Antonio Giacomini, del quale fa grandi elogi. Dopo accennati più brevemente ancora alcuni fatti generali d'Europa, rammenta come papa Giulio II, non potendo tenere «il feroce animo in freno,» cominciò la guerra contro i tiranni a Perugia, a Bologna. E così finalmente arriva con grande rapidità alla lega di Cambray. Questa egli sembra attribuire, più che altro, alle vittorie dei Veneziani contro l'Imperatore nel 1508, quando s'impadronirono d'alcune sue terre.
Le qual dipoi si furon quel pasto,
Quel rio boccon, quel venenoso cibo,
Che di San Marco ha lo stomaco guasto.
I Fiorentini allora, profittando dell'occasione, affamarono Pisa, circondandola in modo, che non vi poteva entrare «se non chi vola;» onde essa, che pur era stata assai ostinata nella difesa,
Tornò piangendo alla catena antica.
Ma non si potè nulla concludere, senza prima aver contentato le bramose voglie dei potentati, che cercavano sempre nuovi pretesti per aver danari:
Bisognò a ciascuno empier la gola
E quella bocca che teneva aperta.
Gli alleati fiaccarono poi la potenza dei Veneziani a Vailà, ed allora si vide chiaro quanto poco giovi la forza senza la prudenza, che a tempo prevede e ripara i mali.
Di quinci nasce che 'l voltar del cielo
Da quello a questo i vostri Stati volta
Più spesso che non muta il caldo e 'l gelo.
Che se vostra prudenzia fusse volta
A conoscere il male e rimediarvi,
Tanta potenzia al ciel sarebbe tolta.
E dopo questi versi, certo non eleganti nè armoniosi, ma nei quali si vede la fede illimitata che il Machiavelli ebbe sempre nell'accortezza politica e nell'arte di governo, che a tutto, secondo lui, poteva sempre riuscire, arriva al momento in cui Massimiliano, fallito nell'assalto di Padova,
Levò le genti, affaticato e stanco;
E dalla Lega sendo derelitto,
Di ritornarsi nella Magna vago,
Perdè Vicenza per maggior despitto.[161]
E con questo fatto, seguìto nei giorni stessi, in cui il Machiavelli era a Verona ed a Mantova, rimane in tronco il secondo Decennale, che è solo un breve frammento, e letterariamente vale anche meno del primo.
La lettera cui più sopra abbiamo accennato, scritta dal Machiavelli in Verona, il dì 8 dicembre, a Luigi Guicciardini in Mantova, dimostra che se veramente, come noi supponiamo, egli scrisse allora il brano del secondo Decennale, le sue ore d'ozio pur troppo non furono occupate solamente nello scrivere quei versi abbastanza mediocri. Pare che Luigi Guicciardini, fratello dello storico, gli avesse narrato una sua oscena avventura. Rispondendo, egli ne racconta un'altra così ributtante, che noi vi alludiamo solo, perchè la lettera che ne parla fu data alle stampe, ond'è pur necessario dirne qualche cosa. Il Machiavelli adunque racconta d'essere a Verona entrato nello scuro tugurio d'una donna di mala vita, la quale era così sudicia, puzzolente e brutta, che quando, nell'accomiatarsi da lei, potè vederla al lume della lucerna, fu tanto disgustato d'esserle stato vicino, che dette di stomaco. La più fugace lettura di questo racconto, che del resto sarebbe preferibile ignorare affatto, dimostra chiaro che egli, per far ridere l'amico, esagerava anche più del solito, in modo da oltrepassare non poco i confini del verosimile. L'esagerazione stessa però è tale da far deplorare che un uomo grave, il quale pur era padre di famiglia, non più giovane, marito di moglie affezionata, potesse, quando anche non fosse che per celia, raccogliere così disgustoso fango.[162] Nè qui basta a tutto giustificare la solita scusa dei tempi. Fortunatamente le molte faccende non gli lasciarono allora tempo da pensare e scrivere altre simili sconcezze.
I suoi amici, che spesso gareggiavano con lui nei più osceni discorsi, in questi giorni gli mandavano da Firenze lettere che discorrevano anche di private ed assai poco grate faccende. Francesco del Nero, suo parente, accennava, in data del 22 novembre 1509, ad una lite di famiglia, che non determinava, ma che doveva essere di qualche gravità, perchè egli diceva che molte persone autorevoli, tra cui lo stesso gonfaloniere Soderini e i fratelli di lui, erano stati consultati in proposito, e sembravano adoperarsi in favore del Machiavelli.[163] Di che cosa si tratti noi non sappiamo; è certo però che, in conseguenza di un accordo fatto col fratello Totto, il quale s'era dato alla vita ecclesiastica, e dovette perciò avere i benefizî spettanti alla famiglia, Niccolò era venuto in possesso di tutta l'eredità paterna, coi debiti non piccoli e le tasse che la gravavano. Nel 1511, infatti, gli ufficiali del Monte portarono a suo carico le Decime dovute, e fu poi obbligato anche a pagar grosse somme ai creditori.[164] Da tutto ciò è facile supporre che sorgessero liti, e che ad una di esse il Del Nero accennasse. Poco dopo, altra e più grave lettera, in data del 28 dicembre, gli veniva dal fido Biagio Buonaccorsi. «Sette giorni fa,» egli scriveva, «un tale s'è presentato turato,[165] con due testimonî, al notaio dei Conservatori, con una protesta la quale diceva, che per essere voi nato di padre, ecc.,[166] non potete esercitare l'ufficio di segretario. E benchè la legge, già altre volte citata, sia quanto la può in vostro favore, pure c'è molti che strepitano, e se ne parla dovunque, perfino nei bordelli.» E dopo avergli consigliato, in nome degli amici, a non tornare ancora in Firenze, concludeva: «Io qui prego e ringrazio per voi, cose alle quali non siete punto adatto. Meglio adunque che lasciate passar questa tempesta, per la quale da più giorni non ho dormito, senza nulla tralasciare per voi, giacchè non so donde venga, ma ci avete ben pochi che vogliano aiutarvi.[167]
A che cosa alluda questa seconda lettera, è anche meno facile indovinarlo. Si trattava certo di un divieto che i nemici del Machiavelli volevano dal padre far ricadere sul figlio.[168] Il Passerini, che pubblicò la lettera del Buonaccorsi, dice che «Bernardo, padre del nostro Niccolò, era nato illegittimo.» Non dà però nessuna prova della sua asserzione. Invece il Tommasini (II, 958-9) cita un manoscritto del Cerretani da lui posseduto, nel quale l'accusa di bastardo è ricordata. Nei Ricordi della famiglia Machiavelli, da noi già citati, i figli naturali sono menzionati, ma tra di essi non c'è Bernardo, del quale si dice solo che ereditò il patrimonio della famiglia. Nè dagli Statuti risulta che al figlio legittimo di padre illegittimo fosse vietato il far parte della Cancelleria.[169] Non è facile quindi dare una sicura interpetrazione della lettera del Buonaccorsi. Fu supposto da altri, che Bernardo Machiavelli fosse messo, come dicevano, a specchio, per non aver pagato le imposte dovute, e che da ciò risultasse il divieto anche al figlio. Infatti, secondo una deliberazione del 1402, quando il padre era a specchio, veniva ritenuto come tale anche il figlio[170] Ma nella Riforma della Cancelleria deliberata il 14 febbraio 1498,[171] fu data facoltà al Consiglio dei Richiesti di nominare i cancellieri e coadiutori, senza tener conto alcuno dei divieti.[172] E questo farebbe comprendere le parole del Buonaccorsi, là dove nella sua lettera dice: «Sebbene la legge sia in favore quanto la può.»
Comunque sia di tutto ciò, o che la lettera del Buonaccorsi trovasse il Machiavelli già partito, o che egli, sicuro della benevolenza del Gonfaloniere e del favore della legge, non facesse gran caso delle tante paure degli amici, che gli consigliavano di non venire per ora a Firenze, certo è che il 2 gennaio egli era già di ritorno, occupato nelle solite faccende d'ufficio.[173] Il 13 marzo lo troviamo a San Savino, per una questione di confine tra Senesi e Fiorentini;[174] nel maggio, in Val di Nievole, a far la mostra delle bandiere, e poi sempre più occupato nell'ordinamento della Milizia a Firenze.[175]
Intanto i Veneziani, che erano rientrati in Vicenza, giunsero troppo tardi a Verona, dove gl'imperiali s'erano già fortificati. Presero varie terre nel Friuli e nel Polesine; ma le loro navi, che erano entrate nel Po per assalire Ferrara, vennero, per inesperienza e viltà di Angelo Trevisan, che le comandava, vinte e quasi distrutte. Poco dipoi, cioè al principio del 1510, moriva il conte di Pitigliano; ed essendo già prigioniero l'Alviano, essi restavano addirittura senza un capitano di grido, che potesse comandare l'esercito, nè riuscirono a trovare altri che Giovan Paolo Baglioni di Perugia. In questo momento però l'aiuto venne donde meno era aspettato.
Il Papa ogni giorno più geloso della Francia, dopo avere, trascinato dalla sua natura irrequieta, chiamato in Italia un diluvio di stranieri per combattere Venezia, ora che questa s'era umiliata ai suoi piedi, cedendo a lui in ogni cosa, non solo inclinava manifestamente verso di essa; ma già le aveva dato l'assoluzione, e secondo che scriveva da Roma l'ambasciatore veneto Trevisan, s'era lasciato dire, che «se quella terra non fosse, bisogneria farne un'altra.»[176] Ed incominciò adesso a levare il suo ben noto grido di Fuori i barbari. L'oratore fiorentino in Francia, messer Alessandro Nasi, che da un pezzo aveva scritto, alludendo al Papa ed al Re: potersi credere, «che la sospizione fra loro non sia poca, e la fede non sia molta,» aggiungeva ora che lo sdegno dei Francesi era divenuto grandissimo.[177] Ma anche per Luigi XII era un assai grosso affare trovarsi in guerra col Papa, ed un Papa della tempra di Giulio II, che voleva essere, come scriveva il Trevisan, «il signore e maestro del giuoco del mondo.»[178] S'aggiungeva inoltre che gli Svizzeri, tenuti allora la prima fanteria in Europa, sapendo d'esser sempre più necessarî alla Francia, aumentarono tanto le loro domande di denaro, che il Re ne fu irritato per modo, che si contentò di far solo qualche accordo separato coi Vallesi e coi Grigioni. Invece trovava fra tutti loro gran favore il cardinale Mattia Schinner, vescovo di Sitten o, come dicevano gl'Italiani, Sion, il quale girava, promettendo danari, per assoldar gente a servizio del Papa.
Ben presto la guerra ricominciò, sebbene assai fiaccamente, tra i Francesi uniti all'Imperatore da un lato, i Veneziani uniti al Papa dall'altro. Nè i Veneziani sarebbero stati, con un debole esercito, comandato da un capitano come il Baglioni, in grado di resistere alle forze dei nemici; ma l'Imperatore era sempre incerto, ed in Francia moriva (25 maggio 1510) il cardinal d'Amboise, che aveva sinora guidato la politica di Luigi XII. E questi lasciava gli affari in mano del Rubertet, o, ciò che era anche peggio, faceva di suo capo: tutti perciò ne prevedevano guai. Lo Chaumont, che doveva il suo alto ufficio all'essere nipote e creatura del morto cardinale, ricevette ordine di retrocedere verso Milano, lasciando all'Imperatore 400 lance e 1500 fanti spagnuoli.[179] In Francia, al clero ed a tutto il paese pareva gran cosa trovarsi in guerra col capo della religione, e questi non se ne stava con le mani alla cintola, ma già tentava di sollevare Genova, al qual fine Marcantonio Colonna, con finti pretesti, lasciava il servizio dei Fiorentini, partendo con 100 uomini d'arme e 700 fanti.[180] Di questa inaspettata impresa si parlò molto, perchè nessuno capiva in sul principio, che scopo avesse la mossa del Colonna, nulla sapendosi de' suoi segreti accordi col Papa. Essa però non ebbe conseguenze di sorta, perchè rimase interrotta a mezzo. Ma l'esercito del Papa intanto s'avanzava, sotto il comando di Francesco Maria della Rovere, e già minacciava il duca di Ferrara, per modo che questi avrebbe dovuto cedere, se lo Chaumont non gli avesse mandato in tempo 200 uomini d'arme. Ad accrescere poi tutta questa confusione d'imprese iniziate e subito abbandonate, 6000 Svizzeri discesero allora le Alpi, per venire in aiuto del Papa; ma ad un tratto tornavano repentinamente ai loro monti, senza che se ne potesse indovinar la ragione. Chi disse che tornavano, perchè, non avendo nè cavalleria nè artiglieria, s'erano avvisti che non potevano sperarle dal Papa; chi disse invece che, avendo ricevuto da lui 70,000 scudi per questa spedizione, ne ebbero altrettanti dalla Francia per tornare indietro. La riputazione della loro lealtà era ormai da un pezzo divenuta assai dubbia, essendo noto a tutti che essi combattevano solo per danaro.[181]
Le condizioni della repubblica fiorentina erano, fra queste nuove complicazioni, divenute difficilissime. Antica alleata dei Papi e della Francia, non poteva separarsi nè da Luigi XII, nè da Giulio II, che erano adesso fra di loro in guerra, e non volevano permetterle di restar neutrale. Dividersi dalla Francia, alla cui alleanza aveva fatto tanti e così continui sacrifizî, ed alla quale il Soderini era affezionatissimo, significava restare isolata, ed in balìa di chiunque vincesse nelle grosse guerre, che ormai erano inevitabili. Dividersi dal Papa già in armi, col cui Stato confinava per così lungo tratto, significava esporsi ad immediato assalto, senza forze per resistere. Intanto la Francia chiedeva con insistenza, che la Repubblica mandasse subito aiuti e pigliasse parte attiva nella guerra; il Papa era già pronto ed armato ai confini. Il Soderini allora, come era il suo solito, quando non sapeva a quale partito appigliarsi, pensò di mandare il Machiavelli in Francia, con lettere che lo incaricavano di raccogliere notizie, di far vaghe promesse al Re, assicurandolo che così il Gonfaloniere come il cardinale suo fratello gli erano sempre fedeli, e desideravano che fosse mantenuto il predominio francese in Italia. Doveva inoltre il Machiavelli persuadergli, che a questo fine era necessario o battere i Veneziani con una guerra pronta e risoluta, o consumarli, temporeggiando; tenersi inoltre amico l'Imperatore, acciò li assalisse di continuo, ed, occorrendo, dargli anche Verona; non inimicarsi però mai il Papa, che poteva riuscire assai pericoloso alla Francia.[182]
Il Machiavelli andò lento nel suo viaggio, perchè capiva che questi consigli non richiesti erano inutili, e perchè come scriveva da Lione il 7 luglio ai Dieci, vedeva chiaro che la sua gita non poteva riuscire ad altro scopo che a «tenere bene avvisate le SS. VV. di quello che alla giornata si ritrarrà, e ad occuparsi dei donativi da farsi al Rubertet ed allo Chaumont, i quali già facevano capir chiaro di volere per sè anche i diecimila ducati promessi al cardinale di Rouen, che era morto.[183] La prima notizia che egli mandò da Blois il 18 luglio, fu che il Re si dichiarava pronto a difendere Firenze; ma che essa doveva decidersi ad essere amica o nemica, e nel primo caso mandar subito le sue genti in campo.[184] «Quanto al Papa,» aggiungeva il Machiavelli, «è facile immaginarsi quello che ne dicono, perchè torgli l'obbedienza e fargli un Concilio addosso, rovinarlo nello stato temporale e spirituale, è la minor rovina di cui lo minaccino.[185] Qui dispiace assai questo suo moto, sembrando che S. S. minacci con esso l'Italia e la Cristianità; tuttavia sperano che, non essendogli riuscito di sollevare Genova, le cose si fermeranno. Ma siccome nessuna più onesta cagione si può avere contro un principe, che mostrare, attaccandolo, di voler difendere la Chiesa, così Sua Maestà potrebbe in questa guerra tirarsi addosso tutto il mondo.[186] Il Re si tiene assai offeso dal Papa, e ne è sdegnatissimo. Le persone della Corte però, ed anche l'oratore di Roma cercano ogni modo d'evitar la guerra, promovendo invece un accordo, tanto che han finito quasi col piegare anco l'animo suo. Esso, infatti, all'oratore di Roma che gliene parlava, disse che non avrebbe mai mosso il primo passo, perchè era stato offeso: — ma, se il Papa farà verso me dimostrazione quanto è un nero d'ugna, io ne farò un braccio. —[187]» Da ciò animati, quelli della Corte e l'oratore di Roma s'adoperavano a tutt'uomo, e volevano che Firenze entrasse di mezzo nel promuovere l'accordo, anzi avevano a questo fine indotto a partire un Giovanni Girolamo fiorentino, che stava colà per affari. Il Machiavelli secondava con ardore queste pratiche; anzi prese allora un'iniziativa insolita, nelle sue legazioni.[188] In parte ciò poteva essere conseguenza della maggiore esperienza, che ora aveva acquistata, e della gravità del pericolo che minacciava Firenze e l'Italia; in parte ancora dell'incoraggiamento che riceveva personalmente e privatamente dalle lettere del Soderini.[189] Pure, scrivendo ai Dieci, egli quasi se ne scusava, dicendo che aveva operato nell'interesse «della Città nostra, alla quale non potrebbe seguire il più pauroso infortunio che l'inimicizia e la guerra di questi due principi. Ed il tentar di promuovere fra di essi un accordo, può giovarci se riesce, e se non riesce, nessuno potrà dolersi di noi. Nè v'è tempo da perdere, perchè qui gli apparecchi di guerra continuano senza interruzione. Il Re ha ordinato in Orléans un Concilio dei prelati del Regno; ha assoldato il duca di Vittemberga, per aver fanti tedeschi; raccoglie soldati nel regno; cerca d'unirsi all'Imperatore, che vuole accompagnare con 2500 lance e 3000 fanti; e ha giurato sopra la sua anima, che farà di due cose l'una, o perdere il regno, o coronare l'Imperatore e fare un Papa a suo modo.»[190] Il Papa dal suo lato s'apparecchiava del pari alla guerra, sicchè in fondo tutti gli sforzi d'accordo erano vani.[191]
Il giorno 9 di agosto il Machiavelli scriveva, che essendo andato col Rubertet a vedere il Re, e ragionando in genere delle cose d'Italia, s'era avvisto che i Francesi non si fidavano dei Fiorentini, se non li vedevano con le armi in mano, e tanto meno se ne fidavano, quanto più gli stimavano prudenti. E poi aggiungeva: «Credino le SS. VV. come le credono al Vangelo, che se fra il Papa e questa Maestà sarà guerra, quelle non potranno fare senza dichiararsi in favore d'una delle parti. E però si giudica da tutti coloro che vi amano, essere necessario che le SS. VV. considerino e decidano, senza aspettare che i tempi venghino loro addosso, e che la necessità gli stringa. Gl'Italiani che sono qui credono che bisogna cercare la pace; ma che, non potendola avere, sia necessario dimostrare al Re come, a volere tenere in freno un Papa, non occorrono tanti Imperatori, nè tanti romori. E discorrendo col Rubertet questa materia, io gli mostrai tutti i modelli che vi erano dentro, e come, se fanno la guerra soli, sanno quel che si tirano addosso; ma se la fanno accompagnati, debbono dividersi l'Italia, e quindi venire tra loro ad una guerra più grossa e pericolosa. Nè sarebbe da disperarsi di potere imprimer loro questi modelli nel capo, quando fosse qui più d'un Italiano di autorità, che ci si affaticasse.»[192]
Il 13 dello stesso mese, essendo il Re venuto a Blois, il cancelliere, con altri della Corte, fece chiamare il Machiavelli, e «dopo un grande esordio de' meriti di Francia verso Firenze, cominciando insino da Carlo Magno, e venendo al re Luigi presente, mi disse come il Re intendeva che el Papa, mosso da uno diabolico spirito che li è entrato addosso, vuole di nuovo tentare l'impresa di Genova.» Volevano perciò che la Repubblica tenesse in ordine le sue genti, le quali potevano da un momento all'altro essere richieste; dal che il Machiavelli invano cercava schermirsi.[193] Il 9 egli aggiungeva, che il Re aveva ordinato il Concilio in Orléans, per vedere se poteva levar l'obbedienza al Papa, e crearne un altro; il che, «se VV. SS. fussino poste altrove, sarebbe da desiderare, acciocchè ancora a codesti preti toccasse di questo mondo qualche boccone amaro.»[194] Ma il Papa era troppo vicino, e i Francesi insistevano ogni giorno più nel volere che i Fiorentini pigliassero subito le armi senza esitare. Il Machiavelli tenne su di ciò lungo discorso col Rubertet, per fargli capire come, trovandosi la Repubblica esausta, e dappertutto circondata dagli Stati del Papa o de' suoi amici, poteva, pigliando parte alla guerra, essere da un momento all'altro assalita da più parti, nel qual caso il Re, invece di ricevere da essa aiuto, avrebbe dovuto mandar gente a difenderla,[195] quando gli era necessario provvedere anche a Genova, a Ferrara, al Friuli, alla Savoia.[196] E queste cose egli disse tante volte, ripetendole nel Consiglio stesso del Re, che finalmente lo Chaumont ebbe ordine di non più insistere, il che tuttavia non impedì che ben presto si tornasse da capo colla solita insolenza.[197]
Il Re s'era adesso rivolto tutto al pensiero della sua venuta in Italia, e pensando al futuro trascurava il presente. A Ferrara ed a Modena le cose andavan male per lui e per gli amici suoi. L'esercito del Papa era entrato nel Ferrarese, e Modena aveva aperto le porte al cardinal di Pavia; Reggio avrebbe fatto lo stesso, e metà del Ducato di Ferrara sarebbe già stata invasa, se lo Chaumont non avesse mandato 200 lance, che bastarono a fermar tutto.[198] E ciò, osservava giustamente il Machiavelli, dimostrava che, pensandoci a tempo, la Francia avrebbe potuto, senza nessuna difficoltà, tutelar l'interesse proprio anche colà. Ma questo generale abbandono degli affari era, come vedemmo, la conseguenza, da ognuno già preveduta, della morte del cardinale di Rouen, il quale s'era sempre occupato anche delle minori faccende, che ora restavano abbandonate al caso. «Così,» egli concludeva, «mentre che il Re non vi pensa, e i suoi le trascurano, il malato si muore.[199] Nondimeno qui sono tutti d'accordo che, venendo esso in Italia, gli sarà necessario cercare di far potenti le SS. VV. E però se viene, ed esse si manterranno nel loro essere presente, quando pure abbiano da dubitare di stropiccio e spesa, potranno tuttavia sperare di molto bene.»[200]
Sebbene in quei giorni il Machiavelli s'adoperasse a tutt'uomo, parlasse con tutti, di continuo scrivesse a Firenze, e ricevesse lettere dai Dieci, dagli amici, dal Soderini stesso, era pure urgente che la Repubblica mandasse in Francia un vero e proprio oratore, con proposte più definite, o almeno con danari da diffondere nella Corte, cosa allora in Francia assai necessaria. E quindi già era stato a questo fine eletto, e doveva fra poco arrivare Roberto Acciaiuoli.[201] Il Machiavelli, che s'apparecchiava perciò a partire, trovavasi al solito senza danari, e ne chiedeva con insistenza,[202] avendone bisogno non solamente pel viaggio, ma anche per curarsi del suo malessere, venuto in conseguenza d'una tosse nervosa, che allora aveva fatto strage in Francia.[203] Il 10 di settembre trovavasi già in cammino a Tours, donde scriveva che i Francesi s'adoperavano molto per radunare il Concilio, ed avevano già fermi i capitoli, su cui volevano interrogarlo. Si voleva da esso sapere se il Papa aveva diritto di muover guerra al Cristianissimo, senza averlo neppure citato o interrogato; se questi aveva diritto di fargli guerra, per difendersi; se si doveva tener per vero Papa chi aveva comprato il papato, e commesso infiniti obbrobrî.[204]
Nel suo ritorno il Machiavelli dovette più volte fermarsi per via, giacchè non lo troviamo a Firenze prima del 19 ottobre, e dagli stanziamenti coi quali gli vien pagato il salario, risulta che la sua assenza si prolungò per 118 giorni.[205] Durante questo tempo, fra le molte lettere di amici che, secondo il solito, lo ragguagliavano delle cose d'Italia, ben poche ne troviamo del suo fido Buonaccorsi. Questi era allora desolato, per una lunga e grave malattia della moglie. Il 22 agosto, infatti, scusandosi del suo silenzio, concludeva: «E sono condocto ad tal termine, che io desideri più la morte che la vita, non vedendo spiraglio alcuno alla salute mia, mancandomi lei.»[206]
CAPITOLO XIII.
Gli avversarî del Soderini prendono animo. — Il Cardinale de' Medici acquista favore. — Il Soderini rende conto della sua amministrazione. — Congiura di Prinzivalle della Stufa. — Presa della Mirandola. — Concilio di Pisa. — Commissione a Pisa. — Quarta legazione in Francia.
Ormai si vedeva chiaro che la tempesta s'addensava lentamente, ma inevitabilmente sulla repubblica fiorentina. Il Papa mirava, con un ardore e una tenacia irresistibile, ad isolare la Francia, unendosi, per combatterla, con la Spagna e con Venezia, possibilmente anche con l'Imperatore, il che non era facile. Gli eventi sembravano però secondarlo, e nulla di peggio poteva seguire alla Repubblica ed al gonfaloniere Soderini, la cui politica s'era fondata sempre sull'amicizia della Francia, dalla quale esso non voleva nè poteva più separarsi. Firenze correva quindi il pericolo di trovarsi da un momento all'altro circondata da nemici; ed un tale stato di cose faceva, com'era naturale, crescere rapidamente gli avversarî del Gonfaloniere. Tutti coloro che erano scontenti o invidiosi, uniti al numero non piccolo di quelli che corrono sempre dietro alla buona fortuna, s'alienavano ogni giorno più da lui. Non potevano biasimare nè la sua rettitudine politica, nè la sua severa amministrazione; ma ripetevano ora ad alta voce l'accusa tante volte già fatta, che il suo era un governo personale, il quale allontanava gli uomini di maggior credito ed autorità, sollevando quelli di basso stato, per far tutto ciò che egli ed il segretario Machiavelli volevano. E questo naturalmente indeboliva il governo per modo, che gli effetti se ne vedevano persino nella diminuita autorità dei magistrati, nella poca sicurezza delle vie la notte. Il cronista Giovanni Cambi osserva, che crebbe in quei giorni anche il mal costume, e le donne di mal affare erano venute in tanta insolenza che, contro le leggi, giravano e abitavano dove volevano nella Città, e per mezzo dei loro aderenti facevano minacciar di ferite gli stessi Otto della Balìa, che ne restavano atterriti.[207]
Ma v'era assai di peggio. Il partito dei Medici, favorito dal Papa, guadagnava ogni giorno terreno. Fino a che era vissuto Piero, i suoi modi villani, la sua vita dissipata, l'indole vendicativa e dispotica, i tentativi più volte fatti di tornare in Firenze a mano armata, avevano alienato gli animi da lui e dalla sua famiglia. Ma quando, in sul finire del 1503, egli morì affogato nel Garigliano, le cose cominciarono subito a mutare aspetto, perchè restò capo della famiglia suo fratello il cardinal Giovanni, che aveva residenza in Roma, ed era d'indole assai diversa. Culto e gentile nei modi, amantissimo delle arti e delle lettere, viveva sempre circondato da letterati e da artisti; seguiva in tutto le vecchie tradizioni di Cosimo e di Lorenzo, dei quali era, così nel bene come nel male, degno discendente. Con grandissima cura serbava tutte le apparenze di modesto e privato cittadino, mostrandosi alieno da ogni ambizione di dominar Firenze, sicuro per l'esperienza dei proprî antenati, che anche a lui ed ai suoi il potere sarebbe venuto tanto più facilmente nelle mani, quanto più avessero saputo serbar le apparenze di fuggirlo, pur cospirando in segreto per averlo. Chiunque ricorreva a lui, trovava pronto e generoso aiuto, in modo che ben presto egli divenne come il naturale rappresentante e protettore dei Fiorentini a Roma, dove s'adoperava per tutti, valendosi dell'autorità che aveva nella Curia, e del favore che godeva presso il Papa, il quale volentieri vedeva salire in alto un avversario del Soderini.[208] In questo modo il cardinale dei Medici, sebbene lontano, era in Firenze riconosciuto come il capo d'un partito, che ogni giorno s'ingrossava di tutti gli scontenti, di tutti i nemici del Gonfaloniere. E così quando egli si sentì forte abbastanza, cominciò lentamente ad uscire dalla sua apparente riserva.
Se ne era visto nel 1508 un primo segno, avendo egli fatto concludere il matrimonio tra Filippo Strozzi e Clarice figlia di Piero de' Medici; matrimonio che destò in Firenze grandissimo rumore, perchè si riteneva contrario alle leggi, trattandosi della figlia d'un ribelle, e perchè vivamente avversato dal Soderini e da' suoi amici. Pure, dopo tutto il gran rumore che se ne fece, Filippo Strozzi ne uscì con la condanna di 500 scudi d'oro, oltre ad essere confinato per tre anni nel regno di Napoli.[209] Questa pena sembrò assai mite, trattandosi d'una violazione degli Statuti; ma par, nonostante, che fosse nella esecuzione attenuata di molto, giacchè prima che i tre anni fossero trascorsi, noi ritroviamo lo Strozzi a Firenze. Così il partito dei Medici s'agitava adesso, e diveniva sempre più audace.
Il Soderini s'impensierì di tutto ciò a segno, che il 22 dicembre 1510 volle in Consiglio render conto esatto e minuto della sua amministrazione negli otto anni che aveva tenuto il governo, durante i quali, come egli dimostrò, le uscite erano giunte alla somma totale di 908,300 scudi d'oro. Espose quali erano le economie fatte, quali le spese sostenute, mostrando i libri, che chiuse poi in una cassa di ferro.[210] Apparve a tutti evidente, che la Repubblica non aveva mai avuto un'amministrazione più regolata ed economica. Eppure subito dopo si seppe d'una congiura tramata contro la vita del Gonfaloniere, e correva la voce che il Papa stesso vi avesse tenuto mano. Un tal Prinzivalle della Stufa, il 23 dicembre, cioè il giorno seguente a quello in cui il Soderini aveva fatto il pubblico rendimento di conti, andò da Filippo Strozzi proponendogli d'uccidere il Gonfaloniere, e mutare il governo della Città, aggiungendo d'essere in ciò d'accordo col Papa, che gli aveva promesso in aiuto alcuni uomini di Marcantonio Colonna. Sia che lo Strozzi fosse veramente alieno, come disse, dal mescolarsi allora nelle cose di Stato; sia che non avesse fede in chi gli parlava, o non volesse pigliar parte a un delitto, certo è che respinse sdegnoso la proposta di Prinzivalle, e dopo avergli dato tempo a fuggire, rivelò la cosa al Gonfaloniere. Non si potè quindi fare altro che chiamare ed esaminare il padre del fuggiasco, confinandolo, dopo il processo, per cinque anni.
L'animo del Soderini ne rimase però assai conturbato, e la sera del 29, dovendosi nominare i Gonfalonieri delle Compagnie, venne in Consiglio, e narrò come la congiura pareva che avesse molte radici nella Città, e potesse facilmente esser di nuovo tentata. Se avevano deliberato di uccider lui, egli disse, ciò era per poter subito dopo chiudere il Consiglio, e mutare il governo, convocando il popolo a Parlamento, contro le più esplicite prescrizioni di legge. Si estese poi molto in questo suo discorso, esponendo di nuovo e lungamente la sua condotta politica, i modi di governo che aveva tenuti, la sua imparzialità e giustizia. Più volte si commosse a segno che gli vennero le lacrime agli occhi, specialmente quando parlò delle ingiuste accuse che gli si facevano, e dei pericoli da cui era minacciata la libertà, la quale, egli concluse, sotto pretesto di odio a lui, i suoi nemici volevano in ogni modo distruggere.[211] Il Consiglio si dimostrò deciso a sostenere il governo, e lo dimostrò non solo con l'accoglienza fatta alle parole del Gonfaloniere, ma ancora col votare una legge intesa a difendere la libertà, legge che già più volte da lui presentata e difesa in Consiglio, era stata fin allora sempre respinta. Con essa si provvedeva al caso che, per qualche congiura o per altra ragione qualsiasi, venisse improvvisamente a mancare il numero legale in uno o più dei maggiori ufficî (Signori, Gonfalonieri delle Compagnie e Buoni Uomini), e si fossero portate via le borse, per impedire una regolare estrazione di nomi, e così pigliarne pretesto a radunare il popolo a Parlamento, per poi mutare la forma del governo. La nuova legge voleva perciò che, se si potevano ritrovare le borse o almeno i registri dei nomi, coloro i quali restavano in ufficio facessero senz'altro procedere alla elezione, estraendo i nomi a sorte. Se invece le borse erano state distrutte o portate via insieme coi registri, allora si doveva adunare il Consiglio Grande, bastando nella seconda convocazione il numero dei presenti, qualunque esso fosse, per procedere all'immediata elezione. Quanto al Gonfaloniere, non si deliberò nulla di nuovo, ma si richiamarono in vigore le disposizioni già votate il 26 agosto dell'anno 1502, in cui l'ufficio era stato dichiarato perpetuo, e il modo dell'elezione minutamente determinato.[212]
Ma per quanto fosse cresciuto il numero degli scontenti in Firenze, essi restavano sempre una minoranza, alla quale non sarebbe riuscito mutare la forma del governo, se avesse dovuto fidar solamente in sè stessa. Il vero pericolo della Repubblica veniva di fuori, e non c'era tempo da perdere. Il Machiavelli s'occupava perciò a metterla in condizioni tali da potersi difendere, fidando solo nelle proprie armi. Persuaso sempre più della utilità ed efficacia della sua Ordinanza a piedi, lavorava con grande energia a formare anche una a cavallo, armata di balestra, di lancia o scoppietto. Per ora l'ordinava in modo provvisorio, sotto forma quasi d'esperimento, per venir poi, quando le prime mostre fossero ben riuscite, alla legge che doveva costituirla definitivamente, come s'era già proceduto coll'Ordinanza a piedi.
Nel novembre e nel dicembre del 1510 egli girava pel dominio a scrivere cavalli leggieri; andò poi a Pisa[213] ed Arezzo, per visitare le due fortezze, e riferire in quale stato si trovavano; nel febbraio del 1511 lo vediamo a Poggio Imperiale, dove esaminava in che condizioni era quel luogo. Nel marzo, invece, andava nel Valdarno di sopra e nella Valdichiana, girando con danari per arrolare cento cavalleggieri, che nell'aprile in fatti condusse a Firenze. Nell'agosto fece un'altra escursione, per arrolarne altri cento.[214] In questo mezzo andò anche due volte a Siena a disdir prima la tregua che scadeva il 1511,[215] e poi riconfermarla con un'altra di 25 anni, mediante però la resa di Montepulciano ai Fiorentini da una parte, e la promessa dall'altra di sostenere in Siena il governo del Petrucci. Questa lega, che fu solennemente bandita a Siena nell'agosto, venne conclusa con la mediazione del Papa, il quale voleva evitare che i Fiorentini chiamassero i Francesi in Toscana;[216] ed il Petrucci stesso s'era rivolto a lui, perchè temeva il malcontento del popolo, cresciuto ora appunto, per la cessione che egli era costretto a fare di Montepulciano.[217] Il 5 maggio il Machiavelli partiva di nuovo, per andare presso Luciano Grimaldi signore di Monaco, che aveva sequestrato una nave fiorentina, e di là tornava il dì 11 giugno, dopo averne felicemente ottenuta la liberazione.[218]
Il Concilio radunato a Tours dava intanto a Luigi XII la risposta desiderata, che egli cioè sarebbe stato nel suo pieno diritto movendo guerra al Papa. Ma questi, senza aspettare nè risposta nè consiglio da alcuno, l'aveva già cominciata e la proseguiva con l'ardore d'un giovane conquistatore. Il 22 settembre 1510, con un esercito di Italiani e Spagnuoli, comandati dal duca d'Urbino, da Marcantonio e Fabrizio Colonna, era entrato in Bologna, prima che lo Chaumont fosse stato in tempo a fare resistenza. Nè potè fermarlo il sopravvenire del verno, che anzi, pieno di sdegno contro il duca di Ferrara, s'avanzò e prese Concordia; poi assalì la Mirandola, tenuta dalla vedova di Luigi Pico, stato sino all'ultimo fedele alla Francia, quale aveva ora mandato colà appena qualche debole rinforzo. Il vecchio Papa s'era fatto ai primi del 1511 portare in lettiga da Bologna, e se ne stava ora, durante l'assalto, sotto il tiro del cannone. La neve cadeva in gran copia, le acque erano gelate, una palla di cannone entrò nel suo stesso alloggiamento, senza che egli se ne curasse punto. Essendosi una volta allontanato alquanto dal campo, fu per cadere in un'imboscata francese; sarebbe anzi rimasto certamente prigioniero, se le nevi non gli avessero impedito di tornare indietro all'ora stabilita. La Mirandola, sebbene validamente difesa da Alessandro nipote di G. G. Trivulzio, pure, non essendo stata, per gelosia, soccorsa dallo Chaumont, dovette il 20 gennaio 1511, appena fu aperta la breccia, arrendersi, pagando anche 6000 ducati, per evitare il sacco già promesso ai soldati dal Santo Padre. Questi era dominato da tale e tanta impazienza, che per non aspettare, si fece tirar su in una cassa di legno, ed entrò per la breccia; dette poi il possesso della terra a Giovanni Pico, che, sebbene cugino del defunto signore, era rimasto sempre nemico dei Francesi.
Per essi venne opportuna la morte del loro generale Chaumont, seguita il dì 11 febbraio. Egli aveva infatti lasciato prender Modena dal nemico, non era arrivato in tempo a Bologna, non aveva soccorso la Mirandola, e così tutto era per sua colpa andato in rovina. Ora che gli mancava la validissima protezione dello zio, non poteva sperare la medesima indulgenza che in passato, e quindi s'accorò tanto della sua mala ventura, almeno così si disse, che ne morì. Il comando dell'esercito fu allora affidato di nuovo al vecchio G. G. Trivulzio, cui s'aggiunse il giovane Gastone di Foix, destinato, nei pochi mesi che ancora gli restavano di vita, a rendersi immortale. La fortuna della guerra infatti ben presto mutò. Nel maggio G. G. Trivulzio s'avvicinava coll'esercito a Bologna, ed il Papa, che prima aveva ricusato le offerte di pace, proposte da un congresso tenuto a Mantova, e raccomandate anche dall'Imperatore, se ne fuggì quasi spaventato a Ravenna, sperando che i Bolognesi difenderebbero essi la loro città. Colà egli aveva lasciato il cardinale Francesco Alidosi, già vescovo di Pavia, in qualità di legato della Romagna; e il duca d'Urbino era coll'esercito a poca distanza. Ma il Cardinale, gran protetto del Papa (su di che correvano allora strane dicerie, le quali non sarebbe possibile ripetere), era un uomo assai odiato, di cui nessuno si fidava.[219] E quindi appena giunse la notizia che il Trivulzio s'avvicinava coi Bentivoglio, i Bolognesi si sollevarono il 21 maggio; tirarono giù la statua di Giulio II, opera del Buonarroti, e la ridussero in pezzi, che il duca di Ferrara poi fuse, facendone un cannone. Il Cardinale fuggì a Castel del Rio; i Bentivoglio ed i Francesi entrarono in città; il duca d'Urbino, sorpreso dall'improvviso tumulto, inseguito dai Francesi, si ritirò con tanta fretta, in tal disordine, che perdette le artiglierie e tutti i bagagli, che i nemici portaron via, caricandone molti asini; onde poi quella giornata fu detta degli asinai.[220] La Mirandola andò di nuovo perduta, e il duca di Ferrara riprese tutte le terre che gli erano state tolte.
Il Papa ebbe a Ravenna la notizia di quanto era accaduto; e sebbene la voce pubblica accusasse di tradimento il Cardinale, che certo non aveva fatto la resistenza dovuta, nè aveva di nulla avvertito il duca d'Urbino, pure solamente contro di questo si manifestò allora il suo sdegno, esclamando: Se mi capita fra le mani, lo farò squartare.[221] Preso animo da ciò, il Cardinale corse da lui in Ravenna, ed inginocchiatosi ai suoi piedi, non contento d'aver perdono, cercò di gettar tutta la colpa sul Duca. Questi che, sebbene avesse solo ventun'anno, pure s'era già insanguinate le mani nel delitto, fu adesso per lo sdegno del Papa, pel disonore della disfatta, sopra tutto per la condotta sleale del Cardinale, preso da tanta ira che, incontratolo per via in Ravenna, lo uccise colle proprie mani a colpi di stocco, sfondandogli il cranio, che così forato conservasi ancora nel museo di quella città. Paride de' Grassi, il quale continuò il Diario del Burcardo, e odiava il Cardinale, che credeva traditore, ne lodò l'uccisione esclamando: — O buon Dio, quanto sono giusti i tuoi giudizî! Noi ti dobbiam render grazie della morte del traditore; giacchè, sebbene sia stato ucciso dalla mano d'un uomo, pure è opera tua, o almeno consentita da te, senza di cui non si muove foglia. —[222]Il Papa invece fu indicibilmente addolorato per questo nuovo delitto, commesso dal proprio nipote contro un cardinale di Santa Chiesa, da lui tanto amato e favorito. Minacciò di dare un esempio di grande severità; ed infatti ben presto privò d'ufficio il Duca, sottoponendolo poi al giudizio di quattro cardinali.
Ma v'erano altri eventi che lo angustiavano sempre più in questo anno per lui sfortunato. Lo tormentava la faccenda del Concilio, che sembravagli una continua minaccia alla sua autorità. E quantunque non vi fosse veramente da impensierirsene ancora, pure non era cosa che potesse disprezzarla affatto egli, che aveva tante volte minacciato di adoperar quell'arme contro Alessandro VI, e che, al pari de' suoi predecessori, da lui aspramente di ciò biasimati, aveva mancato alla solenne promessa, fatta nell'assumere la tiara, di radunare il Concilio fra due anni. Nel settembre del 1510 egli aveva dimostrato grandissimo sdegno per la notizia giuntagli inaspettatamente in Bologna, che cinque de' suoi cardinali, mutando strada a un tratto, s'erano diretti a Firenze, per andar poi a Pisa, dove il Conciliabolo, come lo chiamava, era stato convocato dopo la riunione tenuta a Tours. Questo Concilio o Conciliabolo che fosse, era favorito anche da Massimiliano, il quale proponeva di tenerlo a Firenze, e ne pigliava occasione a chieder nuovo danaro alla Città, per l'onore che, secondo lui, veniva così a renderle.[223] Ma i Fiorentini erano invece tanto impensieriti di tutto ciò, che Luigi XII aveva direttamente dovuto chieder loro, che dessero almeno una prova di fedeltà alla Francia, consentendo la convocazione in Pisa. E la domanda del Re fu lungamente discussa nel Consiglio degli Ottanta, dove intervennero quel giorno più di cento persone. Non si voleva offendere il Papa, ma non si voleva neppure perdere l'alleanza francese, e questo secondo pensiero fu quello che prevalse, perchè favorito dal suffragio degli antichi seguaci del Savonarola, il quale era stato già primo a mettere innanzi, sostenendola con molto calore, l'idea di un Concilio da radunarsi d'accordo con la Francia contro papa Alessandro VI. Così fin dal maggio fu deliberato di consentire, ma fu del pari convenuto di tener segreta la deliberazione presa, il che valse a far sì che il Papa, in apparenza almeno, si dimostrasse, per qualche tempo ancora, temperato e mite verso la Repubblica, contro la quale era però sempre deciso di vendicarsi a suo tempo.[224] Intanto l'invito di recarsi in Pisa, affisso alla porta di varie chiese in Italia e fuori, era stato già fatto dai cardinali di Santa Croce, San Malò e Cosenza, i quali affermavano d'avere la rappresentanza d'altri colleghi, ed invitavano a presentarsi il Papa stesso, che il 28 maggio, con maraviglia e sdegno grandissimo, vide coi propri occhi la lettera attaccata alla chiesa principale di Rimini.
La cosa procedeva lentamente, ma non si fermava; laonde egli si persuase che era pur necessario pigliare un qualche provvedimento. Nel marzo del 1511 nominò otto nuovi cardinali, due dei quali, Matteo Lang e il vescovo di Sitten, per ragioni politiche; ma gli altri, che pagarono in media da 10 a 12 mila ducati ognuno, li nominò in parte per trovare il danaro allora assai necessario alla guerra; ma in parte ancora, per colmare con gente a lui fedele il vuoto lasciato da quelli che lo avevano disertato, andando a Pisa. Si decise inoltre a radunare in Laterano un Concilio da opporre a quello di Pisa, ed il 18 luglio 1511 lo intimò pel 19 aprile 1512, minacciando di privare delle loro dignità i cardinali scismatici, se non si sottomettevano subito. Ciò non ostante la faccenda del Conciliabolo andava innanzi, perchè Luigi XII spingeva quanto più poteva alla riunione di esso, e nel settembre più che mai lo favoriva il sempre mutabile Massimiliano, il quale anzi, dopo averlo desiderato a Firenze, lo voleva ora anch'egli in Pisa: era tornato al suo fantastico sogno di farsi proclamare papa,[225] ed invitava, in nome dell'Impero, i vari Stati a mandar loro oratori colà.[226] Giulio II invece spediva a Firenze il vescovo di Cortona, fiorentino, per dissuaderla dall'accogliere il Conciliabolo nel suo territorio, facendo prevedere le gravi calamità che altrimenti ne sarebbero ad essa seguite. Ma la Repubblica, che si trovava fra due fuochi, avendo già promesso a Luigi XII, non osava ora nè consentire nè rifiutare, e sperava solo di potere, temporeggiando, mandare le cose in lungo.
Tutto questo aveva però in modo agitato ed irritato il vecchio Papa, che se n'era due volte ammalato, prima nel giugno e poi nell'agosto, quando fu addirittura creduto morto. Già, secondo il costume, si cominciava a saccheggiar la sua abitazione, ed il duca d'Urbino, che si trovava a Roma, aspettando la sentenza dei quattro cardinali che dovevano giudicarlo, corse in Vaticano, dove con sua maraviglia trovò che lo zio era sempre vivo. La città s'era tutta levata a tumulto, e Pompeo nipote di Prospero Colonna, che i suoi parenti avevano costretto alla vita religiosa, quando si sentiva invece chiamato alle armi, assunse per un momento le parti di nuovo Stefano Porcari. Ma cominciava appena ad ordinar la forma del governo repubblicano, quando seppe che il terribile Papa era tornato nel suo pieno vigore; e così tutto andò in fumo.
Giulio II tornava ora ad operare con più ardore che mai. Interdisse Pisa e Firenze, che avevano tollerato le prime formalità del Conciliabolo, iniziate il giorno 1º settembre. Assolvè il duca d'Urbino, per valersene nella guerra, e concluse una lega, che chiamò santa, con Venezia e la Spagna contro la Francia, lasciando libero all'Imperatore l'aderirvi. Egli assumeva con essa l'obbligo di mettere insieme 400 uomini d'arme, 500 cavalli leggieri, 6000 fanti; la Spagna doveva dare 1200 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 10,000 fanti; Venezia, 8000 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 800 fanti. Oltre di ciò il Papa s'obbligava a pagare 20,000 ducati il mese, ed altrettanti Venezia, la quale doveva anche dare 14 galee sottili, e altre 12 ne doveva dare la Spagna.[227] Capitano generale fu nominato il vicerè di Napoli, Raimondo di Cardona. Scopo di questa lega era: unione della Chiesa cattolica; soppressione del Conciliabolo; ricupero di Bologna, di Ferrara e di tutte le altre terre, che erano o si presumeva fossero del Papa; ricupero delle terre dei Veneziani nell'alta Italia; guerra a chi a ciò s'opponeva, ossia alla Francia. Il 5 di ottobre questa nuova Lega Santa venne solennemente pubblicata in Santa Maria del Popolo a Roma. Il 24 furono privati di loro dignità e benefizi i cardinali scismatici di Santa Croce, Cosenza, San Malò e Bayeux. San Severino fu pel momento risparmiato; ma ben presto venne anch'egli colpito dall'ira del Papa,[228] il quale, a sempre meglio far conoscere l'animo suo avverso alla Repubblica, nominò il cardinal dei Medici, legato prima a Perugia, poi a Bologna.
I Fiorentini sentivano la tempesta addensarsi sul loro capo, e cercavano perciò riparare come potevano. Erano riusciti a far partire da Pisa i tre procuratori, che avevano il 1º settembre eseguito gli atti iniziali del Concilio.[229] Con commissione del 10 settembre 1511 mandavano in giro il Machiavelli, perchè cercasse d'incontrare i cardinali che erano in via per Pisa, e persuaderli d'attendere. Doveva poi correre a Milano, per parlare al luogotenente Gastone di Foix nel medesimo senso; recarsi finalmente in Francia, per esporre e far comprendere al Re lo stato vero delle cose. «Al Concilio,» diceva la istruzione, «nessuno mostra voglia d'andare, e serve perciò solamente ad irritare il Papa contro di noi: per queste ragioni chiediamo, che non si tenga in Pisa, o che si soprassegga per ora. Di Germania non si vede che venga nessun prelato, di Francia pochi e con gran lentezza. Ed è cosa di universale maraviglia il sentire un Concilio intimato da tre soli cardinali, quando i pochi altri, di cui essi dicono d'avere l'adesione, vanno dissimulando, e differiscono il venire. Ciò non ostante, si parla di volere in mano la fortezza, e riempiere la città d'uomini armati, per il che sono già seguiti disordini in Pisa, che è stata interdetta dal Papa, e i capi delle religioni si sono in essa dichiarati contro il Concilio. Se dunque non c'è modo di sperare accordo fra il Papa ed il Re, e se questi non s'induce a smettere, bisogna cercare d'indurlo almeno a soprassedere per due o tre mesi.»[230]
Il 13 di settembre il Machiavelli scriveva da San Donnino, dove aveva trovato i cardinali San Malò, Santa Croce, Cosenza e San Severino, i quali gli dissero che andavano a Pisa per Pontremoli, senza toccar Firenze. Prima di muoversi aspettavano però ancora un dieci o dodici giorni l'arrivo dei prelati di Francia. Il 15 scriveva da Milano l'ambasciatore Francesco Pandolfini, che il Machiavelli, già arrivato colà, era stato presentato a Gastone di Foix, cui aveva esposto la sua commissione. Gli aveva dichiarato come i Fiorentini non negavano punto il salvocondotto ai cardinali, come questi avevano mandato a dire; ma solo pregavano si considerassero i pericoli cui andavano esposti, per gli apparecchi che faceva il Papa. E quel luogotenente, da soldato qual'era, aveva risposto che cinque o seicento lance sarebbero state il vero salvocondotto.[231] Da Milano il Machiavelli si recava subito in Francia. Ed il 24 dello stesso mese Roberto Acciaiuoli scriveva da Blois, ch'era andato con lui dal Re a leggergli una memoria concertata fra di loro. «Il Re,» egli aggiungeva, «desidera molto la pace, sarebbe tenuto a chi gliela facesse concludere, ed ha intimato il Concilio per arrivare più presto a questo fine. Non è stato possibile persuadergli che la paura del Concilio spinge il Papa alle armi e non all'accordo. Vuole cominciarlo là dove è stato convocato, aggiungendo che non si adunerà fino a tutti i Santi, e che presto poi lo tramuterà in altro luogo.»[232] Dopo di ciò il Machiavelli tornava subito a Firenze, dove era il 2 di novembre, e donde ripartiva per Pisa il giorno seguente.[233]
I Fiorentini con la loro incerta condotta non soddisfacevano la Francia, e scontentavano il Papa. Colpiti dall'interdetto, s'erano appellati al Concilio generale, senza dichiarare se con ciò intendevano riferirsi a quello di Pisa o di Roma. Costringevano intanto i sacerdoti d'alcune chiese a celebrare i sacri riti, perchè potessero assistervi i fedeli. Nè si fermarono a ciò, che fu presentata e vinta una provvisione, validamente sostenuta in Consiglio dal Gonfaloniere, con la quale si dava facoltà d'imporre sui preti un prestito, che poteva in più volte arrivare fino a 120,000 fiorini, da riscuotersi però quando il Papa davvero movesse la guerra ai Fiorentini; da restituirsi dopo un anno, se guerra poi non vi fosse[234], ed in cinque, se vi fosse. Tutto questo dimostrava che in caso estremo si era deliberati a difendersi anche contro il Papa. Pandolfo Petrucci lo indusse perciò a muovere con l'esercito verso Bologna, la quale non era apparecchiata alla difesa, evitando ora di passar per la Toscana, dove avrebbe trovato un terreno montuoso, e sarebbe stato costretto ad affrontare nello stesso tempo i Fiorentini ed i Francesi. Egli insisteva assai vivamente in queste sue pratiche, non solo perchè una guerra in Toscana era, in ogni caso, dannosa a lui che in essa aveva il proprio Stato; ma anche perchè egli avrebbe allora dovuto, secondo la lega già fatta, prestare aiuto ai Fiorentini.[235] Faceva quindi notare al Papa, come essi di gran mala voglia si lasciassero tirare al Concilio, e ciò solamente per paura della Francia, nelle cui braccia si sarebbero certo dovuti gettare, se venivano da lui assaliti.[236] Ed era vero, com'era anche verissimo che il volere i Fiorentini sempre temporeggiare e destreggiarsi, in un momento nel quale un grande conflitto rapidamente s'avvicinava, poteva mettere a pericolo l'esistenza stessa della Repubblica. In questa via nondimeno li tenevano il sentimento della propria debolezza, le discordie interne, ed anche l'incertezza dei ragguagli che venivano dai vari ambasciatori. Il Pandolfini che si trovava presso Gastone di Foix, scriveva nell'ottobre da Brescia: «I disegni del re dei Romani pigliano tanto tempo a colorirsi, che spesso, quando sono appena finiti di colorire, bisogna mutarli, per essere mutate le condizioni e i presupposti che li fecero immaginare. Quanto a lui bisogna dunque rimettersene a quello che seguirà.[237] Le cose dei Francesi poi sono qui governate per modo, che da un momento all'altro possono seguire sinistri effetti, perchè a lungo andare i cattivi governi degli uomini non partorirono mai nulla di buono. Il Re è assai caldo nel Concilio; ma se le SS. VV. potessero differirlo ancora un mese, saria facile fuggirlo, dovendo il fuoco inevitabilmente appiccarsi altrove. Anticipando, si tirerebbero forse il fuoco in casa, senza poternelo cavare, quando anche ne cavassero il Concilio.»[238]
I Fiorentini lo accolsero ma ponendovi ostacoli d'ogni sorta, e permettendo che fosse dileggiato. Quando infatti i cardinali volevano andare a Pisa, accompagnati da 300 o 400 lance francesi, sotto il comando di Odetto di Foix signore di Lautrech, essi mandarono subito Francesco Vettori, il quale disse chiaro al cardinale di San Malò, che se si avanzavano con le genti d'arme, sarebbero stati trattati da nemici. Ed i cardinali allora andarono accompagnati solo da Odetto e dallo Châtillon con pochi arcieri. Furono presi tutti i provvedimenti necessarî a mantenere la sicurezza e l'ordine tanto in Pisa, quanto nelle vicine città, ed il Papa se ne dimostrò soddisfatto in modo che sospese l'interdetto fino alla metà di novembre.[239]
Il giorno 3 di questo mese il Machiavelli era, come dicemmo, partito da Firenze per Pisa, dove si trovavano già altri inviati fiorentini, e dove egli condusse alcuni soldati a guardia del Concilio, che il giorno 1º aveva tenuto la sua riunione preparatoria, alla quale assistevano solo quattro cardinali ed una quindicina di prelati. Era stato dai preti della cattedrale negato loro l'uso dei paramenti, e la facoltà d'ufficiare nella chiesa, di cui erano state addirittura chiuse le porte. I Fiorentini ordinarono che fosse concesso l'uso della chiesa e dei paramenti, senza però fare obbligo alcuno ai preti della città d'assistere al Concilio, se non volevano.[240] Così finalmente si potè tenere nella cattedrale la prima riunione il giorno 5 di novembre, e dopo la messa solenne, celebrata dal Santa Croce alla presenza degli altri tre cardinali, furono pubblicati quattro decreti. Con questi si dichiarava valido il Concilio di Pisa, nulle le censure del Papa contro di esso, nullo il Concilio lateranense, perchè non libero e non sicuro; e finalmente si decretava che sarebbero condannati e puniti tutti coloro che, essendo invitati a comparire, non si presentavano.[241] Il giorno seguente il Machiavelli scriveva d'aver parlato col cardinale di Santa Croce, per indurlo, come di suo, a trasferire altrove il Concilio. «Portandolo in Francia o in Germania,» gli aveva detto, «farebbero il Papa più freddo a combatterlo, e troverebbero anche maggior seguito ed obbedienza, cosa da considerarla molto in una faccenda come questa, nella quale uno che andasse volontario varrebbe più che venti tirati per forza.»[242] La seconda sessione fu tenuta il 7 di novembre, e la terza, fissata pel 14, venne anticipata il 12, dopo di che fu deliberato tenere la quarta il 13 dicembre a Milano. La indifferenza, anzi la palese malavoglia della Repubblica; l'ostilità della popolazione; ed un grave tumulto seguìto, in conseguenza di ciò, fra il popolo pisano ed i soldati fiorentini da una parte, i Francesi e i servi dei cardinali dall'altra, tumulto a fatica fermato da Odetto di Foix e dallo Châtillon, che rimasero feriti, furono le cagioni che indussero a trasferire così presto il Concilio a Milano.
Ivi i cardinali sparlavano dei Fiorentini per ogni verso, cercando irritare contro di essi l'animo degli uffiziali francesi. Ma anche a Milano trovarono la stessa universale indifferenza, la stessa avversione del clero, che al loro arrivo non voleva più celebrare le messe. A mala pena i preti minori si piegarono agli ordini del Senato; i canonici e gli altri resisterono fino a che non vennero minacciati d'esilio, o non furono loro mandati Francesi in casa.[243] La verità era, osservò giustamente il Guicciardini, che tutti capivano come questi cardinali erano solo ambiziosi, mossi da interessi personali, e non avevano «minore bisogno d'essere riformati, che avessero coloro i quali si trattava di riformare.»[244] Il Concilio si usava come un'arme di guerra nella grande contesa che doveva fra poco risolversi colle armi, e però solo a questa veniva adesso rivolta l'attenzione universale. Ma i Fiorentini, sebbene liberi adesso dalle noie del Concilio, non ne risentivano alcun sollievo, perchè ormai si trattava di vedere se, nella vicina catastrofe, poteva salvarsi l'esistenza stessa della Repubblica.
CAPITOLO XIV.
La battaglia di Ravenna. — I Francesi si ritirano. — Pericoli della Repubblica. — Il Machiavelli provvede alla difesa. — Ordinanza a cavallo. — Gli Spagnuoli prendono e saccheggiano Prato. — Tumulto in Firenze a favore dei Medici. — Il gonfaloniere Soderini è deposto, e lascia la Città.
I Francesi ingrossavano in Italia, e li comandava G. G. Trivulzio che, sebbene vecchio, era sempre capitano assai reputato, e Gastone di Foix. Questi, che aveva appena 23 anni, era figlio d'una sorella del Re, e fratello della moglie di Ferdinando il Cattolico, trovavasi a Milano come governatore, e doveva ora far maravigliare il mondo pel suo coraggio, pel suo genio militare. Il Trivulzio aveva cacciato i papalini dal Ferrarese, e rimesso i Bentivoglio in Bologna; ma l'esercito non era ancora in grado d'uscire in campagna, e però egli aspettava rinforzi dalla Francia, dove gli apparecchi di guerra andavano lenti. Il Re, sempre stretto nello spendere, ricusava d'aumentare la paga agli Svizzeri, che ora gli domandavano 40 invece di 30 mila ducati l'anno, e non avendoli avuti, si disponevano a scendere in Italia per aiutare invece il Papa. Questi infatti da un pezzo lavorava a tale scopo, per mezzo de' suoi agenti, e fin dall'ottobre del 1511, sentendo che il Re vantavasi ancora d'aver seco gli Svizzeri, aveva risposto che «mentiva per la gola, che non li arìa mai.»[245] Luigi XII s'era illuso, perchè, sapendo che gli Svizzeri non avevano nè cavalleria, nè artiglieria, supponeva che non avrebbero osato separarsi da lui, ed operare per proprio conto. Ma essi, che si tenevano la prima fanteria del mondo, s'erano invece persuasi che la Francia, debole appunto nelle sue fanterie, non avrebbe potuto far nulla senza di loro, molto meno poi affrontarli in campo aperto.
Scesero adunque in numero di 10,000, ed aspettavano l'arrivo d'altri compagni per andar contro ai Francesi. La cosa fece grandissimo senso in Italia, tanto che il cardinal Soderini, il quale s'era finto ammalato per non obbedire al Papa, che lo chiamava in Roma, corse ora subito a lui, che esclamò: «Svizzeri essere buoni medici del mal francese, perchè hanno sì bene guarito monsignor di Volterra.»[246] Ma Gastone di Foix seppe tenerli a bada, temporeggiando; ed essi, quando erano già arrivati al numero di 16,000, si ritirarono senza aver fatto nulla, e senza che nessuno ne capisse il perchè. Forse erano stati anche ora riguadagnati dal danaro francese. I Fiorentini, in questo mezzo, s'adoperavano a tutt'uomo per mantenersi neutrali. Alla Francia che li richiedeva d'aiuto, rispondevano d'avere già mandato i 300 uomini d'arme cui erano tenuti, e non potere altro. E nella Spagna mandavano ambasciatore messer Francesco Guicciardini, che, sebbene non avesse ancora l'età legale di 30 anni, era già noto pel suo ingegno. Non gli dettero però nessuna commissione determinata, che potesse in qualche modo valere a calmare i confederati. E così correvano sempre il grave pericolo di rimanere ugualmente invisi a tutti.[247]
Restavano adunque da una parte i Francesi, che erano assai aumentati di numero, ed avevano molti fanti tedeschi; dall'altra la Spagna, Venezia, il Papa, il quale scriveva lettere di fuoco al cardinal de' Medici, dicendo di non capire perchè non venissero alle mani, e non avessero già assalito Bologna. I confederati erano presso Imola con un esercito, tra Spagnuoli e papalini, di 16,000 fanti e 2400 cavalli, comandati dal vicerè Raimondo di Cardona, da Pietro Navarro, da Prospero e Marcantonio Colonna, ed altri. I Francesi avevano in Bologna 2000 fanti tedeschi e 200 lance solamente; sicchè i nemici cominciarono ad assalirla, e colle mine dirette dal Navarro, che era famosissimo ingegnere, mandarono in aria un pezzo di muro. Questo però, ricadendo, chiuse di nuovo la breccia, che parve un miracolo. E quasi nello stesso tempo Gastone di Foix, che aveva già introdotto nella città altri 1000 fanti e 180 lance, vi entrò il 4 febbraio con tutto l'esercito, che il Guicciardini fa ascendere a 1300 lance e 14,000 fanti, fra Italiani, Francesi e Tedeschi.[248] A questa notizia i confederati levarono l'assedio e s'allontanarono; ma non furono inseguiti, perchè Gastone, saputo che i Veneziani s'erano impadroniti di Brescia, partì immediatamente a quella volta il 9 di febbraio, lasciando in Bologna solo 300 lance e 4000 fanti.[249]
Per via incontrò un distaccamento dell'esercito veneziano e lo ruppe; assalì poi Brescia, dove il castello si teneva sempre per lui. Il 19 egli era padrone della città, dopo un feroce assalto ed una difesa ostinatissima fatta dall'esercito veneziano, forte di 8000 fanti, 500 uomini d'arme e 800 cavalli leggieri, che perirono quasi tutti, parlandosi da alcuni di 8000, da altri perfino di 14,000 morti, fra soldati e cittadini. La povera Brescia ebbe a sopportare un saccheggio di circa sette giorni continui, avendo Gastone, che era tanto crudele quanto valoroso, lasciato libero ogni freno ai suoi. Dopo di ciò egli richiamò sotto le armi l'esercito, che aveva sofferto assai poco, era ricco di preda, pieno di baldanza, e s'avviarono di nuovo in Romagna. In un tempo nel quale le mosse degli eserciti erano lentissime, egli riuscì veramente a fare prodigi. Aveva in quindici giorni liberato Bologna dall'assedio, respinto per via un distaccamento nemico, assalito e preso Brescia; era pronto adesso a maggiori imprese. Arrivato al Finale, trovò nuovi rinforzi, coi quali portò l'esercito a 1500 lance, 1000 arcieri, 19,000 fanti tra Francesi, Italiani e Tedeschi, senza contar le artiglierie, che erano principalmente quelle del duca di Ferrara. Gli Spagnuoli avevano 1400 tra lance ed uomini d'arme, 1500 giannettieri, 13,500 fanti, oltre le artiglierie, e 50 carri falcati di nuova invenzione.[250]
I due eserciti campeggiarono un pezzo, non volendo i confederati venire alle mani con un nemico superiore di numero. Ma Gastone di Foix non aveva tempo da perdere, perchè gl'inglesi minacciavano d'assalire la Francia, e l'Imperatore, poco sicuro alleato di Luigi XII, minacciava di richiamare i suoi 6000 Tedeschi. Per costringere adunque a battaglia il nemico che si ritirava, egli, dopo aver preso alcuni castelli, assalì Ravenna, città troppo importante perchè gliela lasciassero prendere senza opporsi con tutte le forze. Ivi infatti era entrato a difenderla Marcantonio Colonna, avendo avuto promessa solenne, che l'intero esercito dei confederati sarebbe venuto in suo aiuto, quando egli si fosse trovato in pericolo. Gastone di Foix venne a mettersi tra i due fiumi, Ronco e Montone, che si avvicinano sempre più fra di loro presso le mura della città. Piantate le artiglierie, aprì la breccia e diede l'assalto; ma la difesa fu così gagliarda che, dopo aver perduto 300 fanti ed alcuni uomini d'arme, con altrettanti feriti, dovè tornare agli alloggiamenti. Il giorno dipoi i cittadini mandarono al campo francese per trattare la resa, all'insaputa di Marcantonio Colonna, che, sicuro degli aiuti, s'apparecchiava a difendersi.[251] Ben presto infatti l'esercito dei confederati fu in vista, il duca di Nemours e Gastone diedero subito gli ordini per la battaglia, tanto più ardentemente da essi desiderata ora che giungeva una lettera, con la quale l'Imperatore richiamava le sue genti, e si fu appena in tempo a tenerla in quel momento celata.
L'esercito dei confederati entrò anch'esso fra i due fiumi, presso Forlì: ma poi, traversato il Ronco, si fermò a tre miglia da Ravenna. Ivi, avendo a sinistra il fiume, lavorarono il giorno e la notte per cavare, secondo il disegno di Pietro Navarro, un fosso che li circondasse dall'altro lato e di fronte, lasciando però libero uno spazio di venti braccia, percui potesse uscir prima la cavalleria, e poi, occorrendo, tutto l'esercito, alla testa del quale posero le artiglierie e i 50 carri falcati cui accennammo. Erano questi un'imitazione dell'antico, immaginata dal Navarro: piccoli e bassi, con uno spiede che «co' rampi suoi apriva circa tre braccia, ed in ciascun carro era un lancione, messo nella stessa direzione, il quale feriva prima dello spiede:» nè mancava su di essi qualche piccola artiglieria. Si movevano facilmente, e parvero una grande invenzione; ma riuscirono poi nel fatto assai poco utili, perchè subito messi fuori d'uso dai cannoni nemici.[252] I Francesi lasciarono Yves d'Alègre con 400 lance presso Ravenna, e gettato un ponte sul Ronco, lo passarono anch'essi. Questo seguì l'11 di aprile 1512, giorno della Pasqua di Resurrezione e della grande battaglia. Si schierarono in forma di mezza luna, con le artiglierie comandate dal duca di Ferrara all'ala destra, in modo che ferivano la cavalleria spagnuola, la quale, sotto il comando di Fabrizio Colonna, era posta verso il fiume, a sinistra del proprio esercito.
Cominciato il fuoco, quando il Colonna s'avvide che le sue genti d'arme erano condannate all'immobilità, mentre venivano decimate dall'artiglieria nemica, andò in furore contro il Navarro, che gli aveva così rinchiusi nel campo, e lo accusò di tradimento per gelosia contro di lui. Finalmente, non potendo più stare alle mosse, dette ordine ai suoi, ed uscì fuori del campo. E così, seguendolo tutto l'esercito, cominciò una battaglia, che fu la più sanguinosa di quante allora s'avesse memoria, la prima grande battaglia moderna. La cavalleria dei confederati, già prima di muoversi fieramente battuta dalle artiglierie, male potette resistere all'impeto ed al notissimo valore degli uomini d'arme francesi, dai quali fu ben presto messa in fuga, restando prigionieri lo stesso Fabrizio Colonna ed il Marchese di Pescara. La fanteria spagnuola si mostrò degna del suo gran nome, e con un'energia indomabile resistette agli assalti nemici; ma finalmente anch'essa dovè cedere agli uomini d'arme dei Francesi, al genio militare del loro capitano, ed in parte ancora al numero preponderante. Poco dopo, tutto l'esercito spagnuolo batteva in ritirata; ma con tale ordine, con tanta fermezza, che Gastone, mosso a grandissimo sdegno nel vedere il vinto nemico ritirarsi quasi come un vincitore, volle in persona dare un ultimo e più fiero assalto con la sua cavalleria. Sfortunatamente però gli cadde sotto ferito il cavallo, ed egli stesso morì con 14 o 15 ferite tutte nel viso e nel petto, essendosi, in tre mesi e così giovane, reso immortale, prima quasi generale che soldato. Ma perciò appunto la sua morte, seguìta nel momento stesso della vittoria, fu alla Francia una calamità irreparabile. I confederati si ritirarono allora con vera baldanza, quantunque la disfatta subìta fosse stata davvero generale e grandissima. Lasciarono infatti nelle mani del nemico carri, bandiere, artiglierie e moltissimi prigionieri, fra i quali Fabrizio Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto, di Pescara, ed il cardinal de' Medici, che era legato del Papa. Il numero dei morti fu, come suole, assai diversamente valutato, portandolo alcuni a 10,000, altri fino a 20,000. Tutto computato, par che morissero 12,000 dei confederati, e solo 4000 dei Francesi, i quali però, oltre la perdita d'alcuni capitani, come Yves d'Alègre ed il figlio, ebbero quella di Gastone, che fu per essi più che una disfatta, come ben presto dovettero avvedersene.[253] Per qualche giorno ancora continuarono però le conseguenze della loro vittoria. Ravenna fu presa e saccheggiata da essi, e subito s'arresero anche Imola, Forlì e Cesena.
All'annunzio della vittoria francese e delle città che si arrendevano, il Papa cadde in una grandissima costernazione, e voleva a qualunque costo fare la pace. Ma, fermato a tempo dagli Spagnuoli, ed avvistosi della piega assai diversa che stavano allora per pigliare le cose, finse di continuare a voler la pace, per meglio ingannare i nemici, che presto si trovarono a pessimo partito. L'Imperatore rinnovò ai suoi soldati l'ordine di ritirarsi; gli Svizzeri si mossero per venir davvero in aiuto dei confederati, e subito furono in Italia in numero di 20,000; l'Inghilterra mandava nella Spagna, soldati per assalire la Francia. In breve la pubblica opinione s'era mutata in modo che il nome dell'Impero veniva da tutti esaltato, ed il cardinal de' Medici, menato dai soldati francesi prigione in Lombardia, si trovava ogni giorno circondato da molti di essi, che gli chiedevano l'assoluzione. Poco dipoi venne per sorpresa liberato. I confederati, uniti agli Svizzeri, inseguivano i Francesi che fuggivano, secondo l'espressione d'un contemporaneo, «come fugge la nebbia dal vento.»[254] Ed in poco tempo questi non avevano in Italia altro che Brescia, Crema, Legnago, il castello e la Lanterna di Genova, il castello di Milano. Contemporaneamente Parma, Piacenza, Bologna ed altre terre in Romagna s'arrendevano al Papa, che ne pigliava possesso, pieno ormai d'orgoglio e di grandi speranze. Pareva un sogno.
Male assai si trovavano i Fiorentini. Fedeli sino all'ultimo all'amicizia francese, quando fu scaduto il trattato che gli obbligava a dare 300 lance, lo rinnovarono per altri cinque anni, con l'obbligo di darne 400. Ma intanto le 300 che già erano coi Francesi, venivano svaligiate. La loro condotta non aveva punto contentato Luigi XII, il quale dicevasi tradito da essi, dichiarati invece suoi fidatissimi amici dai confederati, che discordi fra di loro in molte cose, si trovavano unanimi solamente nel non volere più tollerare il governo del Soderini a Firenze. E così la Repubblica, venendo da ogni parte tirata in opposte direzioni, non sapeva più a qual partito appigliarsi. Il Papa inviava ad essa il datario Lorenzo Pucci, perchè la invitasse ad entrare nella Lega, con obbligo di dar genti per aiutare la cacciata dei Francesi dall'Italia. Il rappresentante dell'Imperatore, cardinal Gurgense, presso cui era stato nel luglio 1502 inviato Giovan Vittorio Soderini, invitavali invece a mandar danari al suo signore, per averne amicizia e protezione. Ma da lui e dagli Spagnuoli in Mantova, dove l'ambasciatore si recò poco dopo, capì chiaramente che i collegati volevano ad ogni costo rimettere i Medici, e volevano danari. Il Papa era più di tutti avverso al governo del gonfaloniere Soderini. Sarebbe quindi stato necessario da parte dei Fiorentini che, senza lesinare sulle somme da pagare, fossero nello stesso tempo corsi risolutamente alle armi, dimostrandosi pronti ad una disperata difesa; ma di ciò appunto essi parevano allora del tutto incapaci. Nelle Consulte e Pratiche tenute nel luglio ed agosto, non si proponeva infatti altro che andare temporeggiando. Uno diceva: «Non far nulla, ma intractenere.» Un altro ripeteva che «anderebbe differendo, mostrando la impossibilità di dar denari, tenendo el filo appiccato fino a tanto si vedesse le cose dei confederati ferme...; e così acquistare tempo.» Tutti ripetevano più o meno i medesimi discorsi, senza quasi accorgersi che erano già coll'acqua alla gola.[255]
Nella Dieta di Mantova intanto fu ben presto deliberato che Massimiliano Sforza, figlio di Lodovico il Moro, dovesse andare a governare Milano; che a Firenze si dovesse deporre il Soderini, e rimettere i Medici, i quali, senza punto farsi pregare, dettero subito 10,000 ducati, promettendo dar somme molto maggiori all'esercito che li avesse ricondotti nella loro nativa città. Giuliano de' Medici che trattava in nome suo e del cardinal Giovanni, era da tutti ascoltato, come se già fosse il rappresentante di una potenza; all'oratore della repubblica fiorentina nessuno invece dava ascolto, e cercavano solo pascerlo di parole, quasi deridendolo. Il vicerè spagnuolo era già andato a raggiungere il suo esercito in Bologna; ed a Firenze si discorreva ancora senza concludere nulla.
Il Soderini sentiva però che il terreno gli mancava sotto i piedi. E questo lo indusse allora a fare il suo testamento, nel quale si ricordava degli amici più cari, lasciando fra gli altri a ciascuno dei due cancellieri, l'Adriani ed il Machiavelli, quindici fiorini d'oro in oro.[256] Egli si vedeva ora abbandonato dagli uomini più autorevoli, che già manifestamente trattavano coi Medici, i quali ripetevano a tutti, che volevano solo cacciare il Gonfaloniere, e vivere poi come privati cittadini, rispettando la libertà. Contro di lui si scatenavano adesso tutti gli odii, tutte le gelosie di coloro che credevano d'essere stati a torto lasciati in disparte. Questi speravano ora di poter pigliare una rivincita, assumendo di fatto nelle proprie mani il governo, quasi pigliando sotto tutela i Medici, tenendoli a freno coll'aiuto del popolo, che era sempre fautore del libero reggimento. Se però il Soderini non aveva la forza di fare una energica e disperata difesa, neppure si sgomentava del tutto. In parte s'illudeva nella fiducia che l'Ordinanza sarebbe stata capace di resistere con energia, in parte dava ascolto alle voci di coloro che volevano addormentarlo. Gli Spagnuoli gli facevano dire che il loro re non avrebbe mai voluto dar troppa forza al Papa, e molto meno lasciare il governo di Firenze in mano di un cardinale come Giovanni de' Medici, che era allora il capo della famiglia. Il Papa gli dava ad intendere che odiava gli Spagnuoli, e che neppur egli voleva render potente il Cardinale, il quale dipendeva da loro. Così veniva da ogni parte aggirato, e restava in sospeso.[257]
Solo il Machiavelli già da un pezzo non si faceva più nessuna illusione, anzi la sua attività cresceva a misura che il pericolo s'avvicinava. Il 22 di novembre 1511, egli aveva fatto il suo primo testamento, il che fa credere, che vedesse davvero assai buio l'avvenire.[258] Nel maggio dello stesso anno aveva scritto un Consulto per l'elezione del Comandante delle fanterie, nel quale raccomandava di fare eleggere dagli Ottanta un buon capitano, senza di che l'Ordinanza non avrebbe retto alla prova, e suggeriva Iacopo Savelli come uomo assai stimato da A. Giacomini, da Niccolò Capponi,[259] e superiore a tutte le gelosie. Ma pur troppo non pare che i suoi consigli fossero ascoltati, e quindi l'Ordinanza restò, nel momento decisivo, senza un capo di reputazione. Nel dicembre del 1511 egli era stato in giro nella Romagna toscana a far leve di uomini per la cavalleria, che si doveva allora istituire;[260] poi tornò a Firenze, ed andò altrove, lavorando sempre allo stesso scopo.[261] Finalmente, nel marzo del 1512, venne prima negli Ottanta e poi nel Consiglio Maggiore deliberata l'Ordinanza a cavallo, con una provvisione da lui medesimo scritta. «Visto,» così presso a poco essa diceva, «come sia riuscita utile l'Ordinanza delle fanterie, volendo rendere sempre più sicuro il nostro dominio e la presente libertà nei pericoli che corrono, si concede ai Nove facoltà di scrivere sotto le bandiere, per tutto il 1512, non meno di 500 cavalli leggieri, con balestra o scoppietto, a volontà dei descritti: il dieci per cento di essi potranno portare la lancia.» A questi uomini era data, per mantenere il cavallo in tempo di pace, una paga, la quale doveva poi essere scontata su quella assai maggiore che in tempo di guerra avrebbero avuta, come s'usava cogli altri cavalli leggieri che erano stipendiati.[262] Anche la nuova Ordinanza doveva essere formata di uomini scelti nel territorio della Repubblica, senza che neppure adesso che la patria era in pericolo, si osasse chiamare a farne parte gli abitanti delle grandi città, molto meno poi quelli di Firenze. Ed in verità chi avrebbe potuto consigliarlo quando si vedeva che tanti autorevoli cittadini cospiravano ora apertamente pel ritorno dei Medici?
Vinta la provvisione, il Machiavelli scrisse subito nell'aprile le lettere e gli ordini necessari a costituire la cavalleria.[263] Nel maggio andò a Pisa per fornire di uomini quella cittadella, poi a Fucecchio ed altrove per far nuove leve. Nei primi di giugno fu a Siena, dove era morto Pandolfo Petrucci, e la trovò sempre ben disposta verso Firenze; poi di nuovo a Pisa, ed il 20 giugno era a Firenze, donde spingeva innanzi i provvedimenti per la difesa.[264] E di nuovo correva in giro pel territorio ad infondere animo, a sorvegliare l'esecuzione degli ordini dati. Il 27 dello stesso mese Giovan Battista Ridolfi potestà e capitano di Montepulciano scriveva, che il Machiavelli era giunto colà molto a proposito, perchè, introdotto nel Consiglio radunato da quei Priori, era riuscito a mettere coraggio nei cittadini, i quali aveva trovati pieni di spavento, e lasciava invece fiduciosi nella protezione di Firenze. La lettera continuava dicendo, che da più parti si vedevano correre alcune centinaia di cavalli pontifici, i quali poi scomparivano a un tratto, senza che si potesse capire che intenzione avevano. E diceva pure che il Machiavelli «era andato a Valiano, per vedere quel riparo; dipoi al Monte San Savino, perchè si potesse far testa fra lì e Foiano.»[265] Nel luglio tornava a Firenze;[266] ma nell'agosto, avvicinandosi il nemico, andava a Scarperia, poi a Firenzuola, ove dava un terzo di paga ai fanti, per tenerli ben disposti alla difesa. Di là Baldassare Carducci, che era in cerca del Vicerè, presso cui l'avevano inviato, scriveva che il nemico si avvicinava rapidamente, ma che si era pronti a resistere, avendo il Machiavelli ivi raccolto altri 2000 uomini, e si adoperava intanto per le artiglierie. Se non che a Barberino, altra via per la quale il nemico poteva venire, tutto era invece abbandonato, ed il commissario Tosinghi scriveva di non avere uomo da mandare da luogo a luogo; sperava che il Machiavelli avesse fornito bene Firenzuola, perchè almeno da quel lato i nemici venissero più lenti.[267] E da Appiano, il 23 e 24 agosto 1512, dopo aver parlato col Vicerè e col De Luca, scriveva[268] che ormai non c'era più nulla da sperare; che il nemico s'avanzava; che tutta la lega era d'accordo, e più di tutti il Papa, a voler mutare il Governo in Firenze, rimettendovi i Medici.
Mentre infatti si raccoglievano forze a Firenzuola, il vicerè Raimondo di Cardona s'era da Bologna avviato per la via dello Stale a Barberino, insieme col cardinal de' Medici, che aveva portato due cannoni, altri non avendone l'esercito. Arrivati al confine, i rappresentanti della Repubblica chiesero loro, che cosa venissero a fare. Risposero che venivano ad eseguire le deliberazioni dei confederati, le quali erano: che fosse deposto il Soderini, stato sempre amico della Francia, istituito un nuovo governo a loro non sospetto, rimessi i Medici come privati cittadini. Il Vicerè chiedeva inoltre danari: 100,000 ducati, secondo il Buonaccorsi. Le stesse domande e risposte erano ripetute a Barberino. Certo, dando danari ed accogliendo i Medici, c'era anche in quel momento da venire ad un qualche accordo circa la forma del governo. Ma il Gonfaloniere capiva bene, che ritornando i Medici, egli sarebbe stato inevitabilmente cacciato, e più tardi sarebbe stata di certo distrutta la Repubblica. E però, non ostante la sua indole irresoluta, non voleva in nessun modo sottomettersi o venire a patti, tanto più che non gli pareva difficile resistere ad un esercito così poco numeroso com'era quello del Vicerè. E questa sua illusione era tenuta viva dal Machiavelli, il quale, sempre pieno di fiducia nell'Ordinanza, continuava ad apparecchiar la difesa, nè si sgomentava vedendo che, mentre egli fortificava un punto, i nemici passavano tranquillamente da un altro. S'era intanto deliberato di tener loro testa a Prato; ma giustamente osservava il Guicciardini a questo proposito, che i Fiorentini «avevano poche genti d'arme; non fanterie, se non o fatte tumultuosamente, o raccolte dalle loro Ordinanze, la maggior parte delle quali non era esperimentata alla guerra: non alcun capitano eccellente, nella virtù o autorità del quale potessero riposarsi; gli altri condottieri tali che mai alla memoria degli uomini erano stati di minore espettazione agli stipendî loro.»[269]
Il Gonfaloniere sembrava però che si fosse ora finalmente deciso davvero a far prova di qualche energia. Infatti egli mise in prigione venticinque dei più sospetti cittadini; e poi, raccolto il Consiglio Maggiore, espose in un lungo discorso lo stato vero delle cose, dichiarandosi pronto a deporre il suo ufficio, se i cittadini lo credevano opportuno. Faceva però loro considerare che ai nemici non sarebbe bastato il cacciar lui, perchè volevano distruggere la libertà, ed i Medici avrebbero ben presto mutato il governo e fatto le loro vendette. Che se la Città voleva essere unita con lui e sostenerlo, egli si sarebbe apparecchiato a difenderla energicamente, purchè si fosse disposti a fare i necessari sacrifizî. Il suo discorso riuscì assai efficace, e riunitisi secondo il costume, i cittadini, nelle pancate, si dichiararono concordi a voler mantenuto il governo popolare e difesa la libertà.[270] Questa era infatti l'opinione di gran lunga prevalente; giacchè solo i più ambiziosi combattevano per gelosia il Soderini, e neppure essi osavano ancora farlo apertamente in pubblico. Furono quindi votate senza indugio le somme domandate per la difesa, circa 50,000 ducati, e tutti parvero in quel momento d'un animo solo. Ben presto si vide però, che questa concordia era solo apparente.
Tenuto un Consiglio di condottieri, si raccolsero in sei giorni 9000 fanti e 300 uomini d'arme, fra i quali erano compresi anche i pochi cavalli leggieri dell'Ordinanza; e fu deliberato di accamparli tutti fuori delle mura.[271] A Prato, dove s'aspettava il primo assalto, erano già 3000 fanti, in massima parte dell'Ordinanza, gli altri, raccolti in fretta dalla più bassa plebe. V'erano anche alcuni uomini d'arme,[272] ma di quelli stati poco prima svaligiati in Lombardia dai nemici, e li comandava Luca Savelli, vecchio e non esperto capitano. Poche erano le artiglierie, poche le munizioni e le vettovaglie; ma, quello che è peggio, già per tutto serpeggiava il tradimento, tanto che alcuni facevano a studio cadere per terra la polvere da sparo, che avrebbero dovuto portare a Prato,[273] dove gli scoppiettieri ne mancavano, ed erano costretti a portar via lamine di piombo dal tetto d'una chiesa, per farne palle.[274] Eppure il Soderini pareva pieno di speranza, affermando che, quando i nemici avessero tutti oltrepassato Barberino, egli avrebbe potuto mandare a Prato 18,000 uomini con le artiglierie. Ma intanto v'arrivava il Vicerè con 5000 fanti Spagnuoli e 200 uomini d'arme. E sebbene non avesse altri cannoni che i due del cardinal de' Medici, il quale seguiva il campo; e sebbene l'esercito fosse affamato, senza paghe, sprovvisto di tutto, pure erano uomini stati alla battaglia di Ravenna, e si trovavano di fronte l'Ordinanza del Machiavelli, la quale ancora non aveva visto il fuoco. Il momento della prova era quindi per essa venuto.
Il primo assalto degli Spagnuoli fallì per mancanza di artiglierie, ed il Vicerè, che mancava anche di vettovaglie, si dichiarò allora pronto agli accordi, purchè s'accogliessero i Medici in Firenze, ed a lui si mandassero subito 3000 ducati, e 100 some di pane, per sfamare i suoi soldati. Sincere o no che fossero queste proposte, molti volevano accettarle; ma il Soderini le respinse sdegnosamente, ed il Vicerè allora, entrato per tradimento in Campi, dove trovò le necessarie vettovaglie, tornò a battere le mura di Prato da un altro lato. Dei due cannoni che aveva, il primo scoppiò, ed anche il secondo valeva poco, ma pur finalmente si riuscì con esso ad aprire una breccia,[275] ed allora si dette l'assalto. Da due porte si fece una qualche resistenza; ma l'Ordinanza che avrebbe dovuto difendere la breccia, abbandonò invece assai vilmente il suo posto. Così il 29 di agosto 1512 ad ore 16 gli Spagnuoli poterono facilmente entrare in Prato, e senza trovare altra resistenza cominciarono il sacco.[276]
Il numero dei morti nel saccheggio è diversamente valutato. Iacopo Guicciardini li porta a 4000, in gran parte soldati dell'Ordinanza, i quali, egli dice, vennero quasi tutti uccisi; furono inoltre «vituperate le donne e taglieggiate, mandando a bordello tutti i munisteri.» Altri scrittori, come il Modesti ed il Cambi, fanno salire i morti a 5000, ma Francesco Guicciardini li fa discendere a 2000. Questi però evidentemente attenua ogni cosa a vantaggio dei Medici, modificando le notizie che trae dal Buonaccorsi e dalle lettere ricevute da Firenze, le quali noi oggi possiamo leggere, perchè pubblicate nelle sue Opere inedite. Egli pretende, fra le altre cose, che il Cardinal Giovanni facesse fermare la strage, e salvare le donne, il che non è detto neppure dallo stesso Cardinale nella lettera da lui scritta allora al Papa. Secondo il Modesti, sembra invece che solo alcuni giorni dopo cominciato il sacco, egli facesse salvare quelle donne che si ridussero nel suo palazzo, «tali quali si possono immaginare.»[277] La strage fu in ogni modo grandissima, come affermano tutti gli scrittori contemporanei, come conferma nella sua lettera il Cardinale, ed alla strage s'unirono anche molte violenze all'onor delle donne.
Qui ogni monasterio è saccheggiato,
Qui ogni chiesa s'usa per bordello
Di meretrice che loro han menato.
Qui non giova a sirocchie aver fratello.[278]
Così dice ne' suoi cattivi versi un narratore contemporaneo, e così ripetono tutti. Il Nardi parla d'una giovinetta che si gettò dalla finestra per salvare il proprio onore, e d'una donna portata via da uno Spagnuolo, che la tenne seco alcuni anni, fino a che ella non riuscì a segargli la gola ed a fuggirsene, tornando al suo marito in Prato, dove venne accolta trionfalmente, paragonata alle più illustri matrone di Roma, ed a Giuditta.[279] Si disse che fra i pochi cadaveri dei soldati nemici ne furono trovati alcuni circoncisi, il che fece affermare che nell'esercito spagnuolo vi fossero anche dei Musulmani, volendosi con ciò spiegare non solo le immani crudeltà, ma anche il grande disprezzo e le ingiurie alle chiese ed ai monasteri cristiani.[280]
Non v'è certo da maravigliarsi che il Vicerè crescesse ora le sue pretese. Se prima s'era indotto a far vaghe promesse di rispettare la libertà, e di far entrare i Medici come privati cittadini; ora dichiarava aperto non solo di volerli senz'altro rimettere, ma di volere anche mutare il governo, chiedendo inoltre che gli venissero subito pagati 150,000 ducati.[281] La Città da un altro lato non poteva più nulla negare, ed era perciò disposta a tutto; ma il disordine e la confusione eran tali, che essa non sapeva ormai venire a nessuna deliberazione. Temeva perfino degli stessi suoi soldati, i quali si dimostravano così avidi di preda e di saccheggio, che, sebbene alloggiassero fuori delle mura, le donne avevano subito cominciato a ricoverarsi nei monasteri.[282]
Il governo della Repubblica intanto pareva che già fosse venuto in mano dei Medici. Il cardinal Giovanni era dal campo in continua corrispondenza coi principali cittadini; Giulio suo cugino, bastardo, era andato a tener segreto colloquio con Anton Francesco degli Albizzi in una costui villa, per concertare il modo di mutar subito il governo. Ed il giorno ultimo d'agosto l'Albizzi, Paolo Vettori, Gino Capponi, i figli di Bernardo Rucellai e Bartolommeo Valori, parente del Soderini, tutti giovani e audaci, irruppero nel Palazzo, dove insieme con la vecchia Signoria sedeva la nuova, che doveva entrare in ufficio il primo di luglio; penetrarono nelle stanze del Gonfaloniere, e subito gli chiesero con violenza che liberasse i venticinque amici de' Medici, da lui fatti imprigionare nei decorsi giorni; poi lo minacciarono nella vita, se non abbandonava il suo ufficio, promettendo invece di salvarlo, se tranquillamente se ne andava.[283] Il Soderini, convinto ormai che ogni resistenza sarebbe stata inutile, si dichiarò pronto a partire, e chiamato a sè il Machiavelli, di cui solo poteva in quell'ora di grave pericolo fidarsi, lo mandò a casa di Francesco Vettori, fratello di Paolo, per essere, sulla sua fede, accolto nelle loro case, dove egli credeva d'essere più sicuro che nella propria. Francesco consentì, dopo essersi prima dai suoi assicurato, che non avrebbero usato violenza.[284] Ed intanto anch'egli, sebbene amico del Soderini e del Machiavelli, lavorava insieme cogli altri al trionfo dei Medici. Andò alla nuova Signoria, per indurla a radunare i magistrati, ed a dare una qualche ipocrita apparenza di legalità al mutamento di governo, che già s'andava di fatto compiendo. Raccolto che fu alla meglio il numero legale dei magistrati e dei consiglieri, essi non volevano consentire alla deposizione del Gonfaloniere; ma il Vettori, che faceva allora una doppia parte in commedia, supplicò con le braccia in croce, che si risolvessero subito, altrimenti quei giovani che già lo avevano deposto, sarebbero corsi ad ammazzarlo. E così fu ottenuto l'intento.[285] Dopo di che egli e Bartolommeo Valori con quaranta cavalli accompagnarono il Soderini fino a Siena. Questi disse d'andare a Loreto; ma, saputo dal fratello cardinale, che avrebbe corso pericolo per via, se ne andò invece a Ragusa; e neppure colà sentendosi sicuro, riparò a Castelnuovo, terra sottoposta al Turco.
Così caddero la potenza ed il governo di Piero Soderini da tutti gl'imparziali giudicato uomo politicamente onesto, ma assai debole. Lo stesso Francesco Vettori che, come abbiam visto, contribuì col proprio fratello a farlo cadere, dice che fu «certo buono e prudente ed utile; nè si lasciò mai trasportare fuora del giusto, nè da ambizione, nè da avarizia; ma la mala fortuna (non voglio dir sua, ma della misera Città) non permesse che egli o che altri vedesse il modo di ovviare alli insulti de' collegati.»[286] Questo è un linguaggio veramente singolare nella bocca di chi s'era adoperato al ritorno dei Medici; ma appunto perciò è assai credibile. Più sincero nell'esprimere il suo avviso è però lo storico Filippo dei Nerli, partigiano anch'egli zelantissimo dei Medici. Dopo d'aver biasimato il Soderini, perchè non tenne abbastanza conto dei potenti che lo avevano aiutato a salire, conchiude che, «non seppe mai esser principe nè cattivo nè buono, e credette troppo colla pazienza, godendo, come si dice, il benefizio del tempo, superare tutte le difficoltà.»[287] In sostanza è questo un giudizio non molto diverso da quello che ne fece il Machiavelli stesso, quando osservò nei Discorsi, che il Soderini sperava «con la pazienza e con la bontà sua estinguere i mali umori; nè mai osò spegnerli colla forza, come i nemici gliene diedero occasione. Di ciò scusavasi col dire, che sarebbe stato necessario violare le leggi, il che avrebbe seminato odî, e dopo la sua morte messo a pericolo il governo d'un Gonfaloniere a vita, il quale egli credeva utile alla Città. Nondimeno e' non si debbe mai lasciar scorrere un male rispetto ad un bene, quando quel bene facilmente possa essere da quel male oppressato.»[288]
Intanto quei giovani che avevano cacciato il Soderini, insieme con altri «tutti di mal affare,»[289] si posero a guardia del Palazzo, e furono subito eletti venti cittadini, per deliberare quello che s'avesse a fare. Alcuni speravano ancora trovar modo di salvare la libertà;[290] ma ormai gli avvenimenti seguivano il loro corso inevitabile. Gli oratori inviati al Vicerè ed al Cardinale furono da questo ricevuti cortesemente e modestamente. A lui bastava, egli disse, d'essere, insieme coi suoi, accolti in Firenze come privati cittadini, con facoltà di ricuperare i loro averi, pagandoli. E veramente nessuna più onesta domanda poteva immaginarsi da parte di chi aveva appunto allora trionfato colle armi. Ma il Cardinale, a guarentigia delle modeste domande, della persona sua e de' suoi, chiedeva anche assicurazioni, le quali giustamente facevano osservare allo storico Nardi, che «chi domanda sicurtà di non essere offeso (volendo vivere civilmente nella Repubblica), e se ne vuole assicurare, chiede in patto e vuole infatti la libertà di offendere altrui.»[291] Intanto i Fiorentini furono costretti ad entrare nella lega, obbligandosi a pagare 40,000 ducati all'Imperatore, 80,000 all'esercito che gli aveva vinti, e 20,000 al Vicerè in proprio, somme che coi donativi da fare, ascesero a 150,000 ducati. Si dovettero anche obbligare a prendere dalla Spagna 200 uomini d'arme.[292]
CAPITOLO XV.
Ritorno dei Medici in Firenze. — Nuova forma di governo. — Persecuzioni. — Scritti del Machiavelli ai Medici. — È deposto da tutti gli ufficî. — Morte di Giulio II. — Elezione di Leone X. — Congiura e morte di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi. — Il Machiavelli è accusato d'aver preso parte alla congiura. — Messo in carcere dove riceve alcuni tratti di fune, è poi liberato. — Suoi sonetti.
La famiglia dei Medici si trovava adesso rappresentata dal cardinale Giovanni (1475-1521), che n'era capo ed anima, notissimo più tardi col nome di papa Leone X, e da Giuliano (1479-1516), fratelli di Piero affogato nel Garigliano, e figli di Lorenzo il Magnifico. Questi soleva dire che aveva tre figli, di cui il primo (Piero) era pazzo; il secondo (Giovanni) savio, ed il terzo (Giuliano) buono. Abbiamo infatti veduto quanto era stato vano, puerile ed ambizioso Piero; quanto il Cardinale era accorto ed esperto negli affari, intelligente e fedele seguace della vecchia politica de' Medici; come finalmente Giuliano fosse fantastico, ambizioso e mite nello stesso tempo. Era poi un altro assai autorevole membro della famiglia, Giulio (1478-1534) cavaliere di Rodi, priore di Capua, più tardi vescovo, cardinale, e papa Clemente VII, figlio naturale di quel Giuliano, che fu fratello minore di Lorenzo il Magnifico, e restò nel 1478 vittima della congiura de' Pazzi. Seguivano ancora due giovanetti: un figlio di Piero per nome Lorenzo (1492-1519), che fu poi duca d'Urbino; un figlio naturale di Giuliano, per nome Ippolito (1511-1535), che fu poi cardinale. E con questi ultimi s'estinse il ramo principale dei Medici. Per ora si trovano in prima linea, sulla scena politica, il cardinal Giovanni, suo fratello Giuliano ed il cugino bastardo Giulio.
Francesco degli Albizzi andò a Prato, ed il primo di settembre condusse Giuliano nella sua casa in Firenze, dove senza indugio vennero a trovarlo i più fidi amici, fra i quali erano anche i figli di Piero Guicciardini, fratelli dello storico, che allora si trovava nella Spagna, ambasciatore della ormai caduta Repubblica. Subito una gran folla fu per le vie, al grido di palle! palle! correndo a casa Medici. Bernardo da Bibbiena, segretario del Cardinale, era in quel medesimo giorno partito in fretta da Prato per recarsi a Firenze, e non sapendo che Giuliano era andato a casa Albizzi, lo cercò con altri nell'antico palazzo dei Medici, in via Larga. Ivi, così racconta egli stesso, appena che fu arrivato, si trovò da tutti circondato, abbracciato, baciato, e non cessavano mai d'interrogarlo.[293] Giuliano, dimostrando subito in Firenze «animo civilissimo,» secondo l'espressione del Pitti, uscì per le vie in lucco senza alcun famiglio, come privato cittadino, e per secondare sempre più il gusto dei Fiorentini si rase anche la barba.[294]
Arrivava poi subito il Vicerè, che fu da Paolo Vettori menato in Consiglio e fatto sedere nel luogo del Gonfaloniere, donde parlò e raccomandò i Medici. Dopo di che fu raccolta una Pratica, in cui venne chiamato anche Giuliano, per decidere sul modo di riformare il governo, e si fecero proposte per quei momenti abbastanza temperate, alle quali egli subito consentì. Erano queste: il nuovo Gonfaloniere verrebbe eletto per un anno, verrebbe aumentato il numero degli Ottanta, si darebbe più largo stipendio ai magistrati;[295] e quanto al resto pareva che restassero le antiche forme repubblicane. Intanto, perchè s'arrivasse al termine della Signoria già in ufficio, fu sino a tutto ottobre eletto Gonfaloniere Giovan Battista Ridolfi. Questi era parente dei Medici, e da molti tenuto capo degli Ottimati; pure si dimostrò non solo savio ed animoso, ma ancora non punto nemico della libertà, che anzi pareva volesse salvare. In Firenze non poteva di certo essere a un tratto spento ogni amore per la Repubblica, nè scomparsa del tutto l'avversione ai Medici, che lo sapevano, e perciò volevano e dovevano procedere molto cauti. Ma essi avevano ora in mano la forza, e gli eventi piegavano sempre più in loro favore; la paura faceva sottomettere ognuno, sicchè non era a lungo andare possibile, anche volendo, il fermarsi sulla china, di che s'avvide ben presto lo stesso Ridolfi. Soldati e condottieri spadroneggiavano minacciosi per le vie; si sentivano ogni giorno discorsi di nuovi mutamenti di governo, proposti dal Cardinale e dagli Spagnuoli. Di ciò alcuni cittadini andarono allora ad interrogare il nuovo Gonfaloniere, il quale rispose: «Che volete che facciamo? Non vedete che i nemici ci hanno messi in una botte rifondata, e agevolmente ci possono offendere pel cocchiume?»[296]
Il disordine cresceva d'ora in ora, ed in piazza si vendevano le spoglie sanguinose dei Pratesi, il che aumentava lo sgomento di coloro che ancora amavano la libertà. Il 14 del mese entrava finalmente il Cardinale con 400 lance; seguivano con 1000 fanti Ranieri della Sassetta, Ramazzotto ed altri ben noti capi di bande, stati sempre fedeli ai Medici.[297] Ed il Cardinale venne accolto con così gran festa che, scrivendone a Pietro da Bibbiena in Venezia, gli diceva: «In questa parte la nostra opinione fuit re ipsa longe superata.»[298] Subito gli furono intorno i più decisi Palleschi, e si lamentarono che la troppa bontà di Giuliano facesse passare il tempo opportuno a un radicale mutamento, lasciando le cose a mezzo. Nè era appena entrato in Palazzo, dove Giuliano sedeva a consiglio con gli amici, che subito irruppe una moltitudine di cittadini e di soldati, i quali, saccheggiando gli argenti, al solito grido di palle! palle! chiesero che si radunasse il Parlamento, stato sempre mezzo sicuro per ottenere, sotto apparenza di libertà, tutto quello che si voleva con la forza.
Il 16, infatti, esso fu convocato in Piazza, dove vennero insieme col popolo i soldati ed i capitani così dei Medici come della Repubblica, essendo questi ultimi già quasi tutti passati ai nuovi padroni, per le grandi promesse avute. Fu creata una Balìa di 45 persone, portate poi a 65, e designate tutte dal Cardinale, alla quale venne dato l'incarico, con l'autorità stessa del popolo, di riformare il governo. E la riforma doveva consistere nel rimettere le cose allo stato medesimo in cui erano prima del 1494, restaurando cioè l'apparenza degli antichi ordini repubblicani; ma restringendo il governo effettivo e reale nelle mani della Balìa, che doveva dipendere dai Medici. Questo era stato il modo tenuto da Cosimo il Vecchio e da Lorenzo il Magnifico, quando, sotto nome di privati cittadini, s'erano fatti padroni della Repubblica; questa era la via che si voleva seguire adesso. La Balìa infatti, nonostante tutte le altre riforme che si fecero, e le vecchie istituzioni repubblicane che si finse di lasciare in vita, fu anche ora quella che veramente governò sino al 1527. «In tal modo,» è lo stesso Guicciardini che lo dice, «fu oppressa con le armi la libertà dei Fiorentini.»[299] E Francesco Vettori, che non era meno ardente partigiano dei Medici, scriveva: «Si ridusse la Città che non si facea se non quanto volea il cardinal de' Medici. È chiamato questo modo di vera tirannide.»[300]
Piero Soderini fu subito confinato per cinque anni in Ragusa, e il suo ritratto venne tolto dalla SS. Annunziata; Giovan Vittorio fu confinato per tre anni a Perugia; tutti gli altri Soderini, ad eccezione del Cardinale, vennero per due anni confinati a Napoli, a Roma, a Milano. Non fu perdonato neppure a Francesco Vettori l'avere accompagnato l'ex-gonfaloniere, e contribuito così a salvargli la vita. Sebbene si fosse tanto adoperato pei Medici, sebbene suo fratello Paolo fosse stato uno dei più audaci promotori del tumulto che li richiamò, pure fu ritenuto qualche tempo in carcere, ed ebbe parecchi tratti di corda. Egli se ne stette ritirato alcuni giorni fuori di Firenze, esclamando: «Or questo per amor s'acquista!»[301] Ma ben presto tornò in grazia dei nuovi padroni. Anche un Antonio Segni, che il cardinal Soderini aveva mandato in gran fretta a raggiungere per via il fratello Piero, ad avvertirlo che correva pericolo della vita, se capitava nelle mani del Papa, ebbe in Roma la fune, e tanta che ne morì.[302] Vennero licenziati e mutati alcuni ufficiali delle cancellerie, con altri ancora, che avevano avuto parte nel governo; l'Ordinanza fu sciolta, ristabilendone più tardi una vana e ridicola apparenza; s'impose ai cittadini un prestito di 80,000 ducati per pagare gli Spagnuoli. Intanto il Vicerè, riscosse le prime paghe, e sicuro omai del resto, aveva già fin dal 18 settembre lasciato Firenze e Prato. E qui finisce il primo periodo della rivoluzione fiorentina.
Se si riflette che era stato distrutto un governo per costituirne un altro; che i Medici erano tornati dopo l'esilio, la confisca e le persecuzioni di 18 anni, con l'aiuto delle armi straniere, deve convenirsi che, fatta eccezione del crudele ed iniquo saccheggio di Prato, opera dell'esercito spagnuolo, essi furono d'una grande mitezza. Sapevano che non si sarebbero potuti mantenere a lungo in Firenze con le vendette e col sangue; cominciarono perciò subito a cercare di farsi amici coi favori, di guadagnarsi il popolo colle feste. Ed a questo fine istituirono due compagnie, una delle quali chiamarono del Diamante, insegna di Giuliano, che ne fu il capo, e l'altra del Broncone,[303] insegna di Piero de' Medici, il padre del giovane Lorenzo, futuro duca d'Urbino, che fu capo della seconda compagnia. Così l'una come l'altra si posero subito all'opera, e cominciarono nel carnevale a rappresentar vari trionfi, fra cui quello del Secol d'oro. I versi che in questa occasione vennero cantati per le vie, si leggono nei Canti Carnascialeschi, e li compose Iacopo Nardi.[304] Il che merita di essere ricordato, perchè questi fu anche nei tempi più difficili e pericolosi, un costante, schietto, immutabile repubblicano; uno dei pochi allora sul cui carattere politico non cadde mai dubbio di sorta. E però il suo prender parte alle feste iniziate dai Medici nei primi mesi del loro ritorno, dimostra che questo ritorno fu accettato con maggior favore e assai più universalmente che non si crederebbe. I Medici erano adesso potenti in Italia, e si aspettava di vederli potentissimi, per la probabile elezione del Cardinale a papa, elezione che di fatto seguì dopo pochi mesi. Non si poteva negare che essi amavano Firenze, la quale cominciava perciò ad essere orgogliosa della loro crescente fortuna. Si sperava che un'ombra più o meno visibile di repubblica restasse, che i più autorevoli cittadini fossero chiamati a partecipare al governo, che tornassero i tempi di Lorenzo il Magnifico. Ed è un fatto che, partiti gli Spagnuoli, il nuovo governo non incontrò difficoltà di sorta a reggersi, non facendogli aperta opposizione neppure coloro che più erano stati amici del Soderini. Non vi furono che pochi giovani inesperti ed entusiasti, i quali, illusi nella speranza di trovar seguito, cospirarono e furon lasciati soli, abbandonati da tutti. Che più? Lo stesso ex-gonfaloniere Soderini venne, come vedremo fra poco, a patti co' Medici, con i quali si trattò anche d'imparentarsi, e potè poi tornare a Roma, dove visse tranquillo fino alla morte.
Ma che cosa pensava, e che cosa faceva il Machiavelli in questi difficili momenti? Restato sino all'ultimo fedele al Soderini, egli lo difendeva ancora; però, a dirlo subito in brevi parole, desiderava e sperava anche conservare il proprio ufficio. Il suo posto di Segretario nella Cancelleria non era certo politico; ma tale lo avevano reso l'incarico avuto presso i Nove della Milizia, le commissioni diplomatiche, la parte grandissima da lui presa nel costituire l'Ordinanza e nell'indirizzo dato al governo. Nondimeno, al pari di quasi tutti gli altri che quel governo avevano sostenuto, egli era rassegnato e disposto ad accomodarsi ai nuovi tempi coi nuovi padroni; pensava che si potesse escogitare una qualche forma di repubblica popolare sotto la protezione dei Medici, ed era pronto a servirli fedelmente, come dichiarò apertamente sin dal principio. Abbiamo infatti la copia d'una sua lettera senza data, ma che fu scritta certo poco dopo il 16 settembre, indirizzata ad una signora, di cui resta ignoto il nome, amica però, se non addirittura parente dei Medici. Secondo alcuni è la stessa Alfonsina Orsini,[305] vedova di Piero, secondo altri, invece, la figlia Clarice, moglie di Filippo Strozzi. Ma non se ne sa nulla di sicuro, e potrebbe anche essere la minuta d'una lettera non mai spedita al suo indirizzo.
In essa il Machiavelli comincia col dire che narrerà tutto quello che è seguito recentemente, per rispondere alla domanda che gli venne fatta, e perchè gli eventi hanno «onorato gli amici di Vostra Signoria Illustrissima e padroni miei, le quali due cagioni cancellano tutti gli altri dispiaceri avuti, che sono infiniti.» E qui accenna brevemente l'avanzarsi degli Spagnuoli, l'incertezze delle trattative e la condotta del Gonfaloniere, di cui parla con deferenza. Quando gli Spagnuoli mandarono a proporgli che si dimettesse, rispose, «che non era venuto a quel segno nè con inganno nè con forza, ma che vi era stato messo dal popolo; e però se tutti i re del mondo accozzati insieme gli comandassero che lo deponesse, mai lo deporrebbe. Se però il popolo voleva, avrebbe subito deposto il suo ufficio. Partito infatti che fu l'ambasciatore, egli radunò il Consiglio per consultarlo, e ciascuno s'offerse allora pronto a mettere la vita per difenderlo.» Accenna poi alla presa ed al sacco di Prato, che non si ferma a descrivere, per «non le dare questa molestia di animo.» Dice che vi morirono più di 4000 persone, «non perdonando nè alle vergini, nè ai luoghi sacri, che gli Spagnuoli empirono di sacrilegi e di stragi. E neppure allora il Gonfaloniere si sbigottì, ma si mostrò disposto ad ogni accordo cogli Spagnuoli, salvo l'entrata dei Medici, che quelli dissero di volere in ogni modo. Allora tutto andò a rovina, e si cominciò a temere del sacco anche in Firenze, per la viltà che si era veduta in Prato ne' soldati nostri,» parole queste ultime che molto dovette costare al Machiavelli di pronunziare, dopo che aveva riposto in essi tante speranze. Prosegue, narrando brevemente e senza molta precisione i fatti, sino al Parlamento, che reintegrò i Medici in tutti quanti gli averi e gradi dei loro antenati. «E questa Città,» egli conclude, «resta quietissima, e spera non vivere meno onorata con l'aiuto loro, che si vivesse nei tempi passati, quando la felicissima memoria di Lorenzo loro padre governava.»[306]
Bisogna, nel leggere questa lettera, ricordarsi bene quale era il linguaggio tenuto allora coi potenti in genere, e quale fu il linguaggio tenuto da quasi tutti i repubblicani fiorentini, che ebbero in quei giorni occasione di scrivere ai Medici, o anche solo ragionar di loro. Se però tutto questo ci persuaderà che la lettera del Machiavelli non aveva pei tempi che correvano nulla di strano o d'insolito, riman sempre da essa, come anche da altri documenti, provato, che egli voleva salvare il suo ufficio, ed era pronto a servirli. Ma di ciò nessuno allora gli fece nè poteva far carico, quando lo stesso ex-gonfaloniere s'accomodava con essi. Nulla infatti perdè nella stima dei cittadini Marcello Virgilio, che teneva nella cancelleria un ufficio superiore a quello del Machiavelli, e non lo lasciò, restando anzi in buonissimi termini coi nuovi padroni.
È certo però che, per la parte avuta, se non altro, nella difesa della Città, il Machiavelli sapeva bene di trovarsi in assai più difficili condizioni, e quindi s'adoperava a scongiurar la tempesta, che non senza ragione temeva. In questi medesimi giorni egli scrisse anche al cardinal de' Medici una lettera, di cui ci resta solamente un brano. «Pensando,» egli dice, «che la presunzione sia escusata dall'affezione, oserò darle un consiglio. Già sono stati nominati gli uffiziali per ritrovare le possessioni dei Medici, e restituirle ad essi. Questi beni sono ora in mano di chi li ha comperati e legittimamente li possiede; il riprenderli partorirà un odio inestinguibile, perchè gli uomini si dolgono più di un podere che sia loro tolto, che d'un fratello o padre che fosse loro morto, ognuno sapendo che per la mutazione d'uno Stato un fratello non può risuscitare, ma che e' può bene riavere il podere. Molto meglio sarebbe perciò farsi votar dalla Balìa, per qualche tempo, un sussidio annuo a risarcimento dei danni patiti. Io ricordo tutto con fede,» così conchiude la lettera, «la S.V.R. secondo la sua prudenza ne deliberi.»[307] Ed anche un altro scritto si crede che egli indirizzasse in questi medesimi giorni ai Medici, o piuttosto ai loro fautori, dando consigli di un'indole più generale, e indirettamente pigliando di nuovo le difese del Soderini. Coloro che erano stati gelosi di lui per non averli egli chiamati a parte del governo, e avevano perciò cospirato a favore dei Medici, ora lo accusavano e calunniavano in mille modi. Il Machiavelli faceva quindi osservare, che quelle erano arti maligne, per acquistar grazia appresso i nuovi padroni ed il popolo, al quale volevano far credere d'essere stati indotti a mutare il governo solo per odio al Soderini, che dicevano perciò autore d'ogni male seguito alla Città. «Così cercano, acquistando il favore del popolo, rendersi necessari ai nuovi governanti, cui potrebbero, ad un momento dato, fare uno rimbocco addosso di tutto questo universale.[308] Il Soderini ormai è fuori d'Italia, e non può quindi fare nè bene nè male; restano di fronte il nuovo ed il passato governo, irreconciliabili fra di loro. Quelli che si sono messi ad adulare il popolo ed i Medici, non potrebbero vivere col Soderini, di cui sono naturali nemici; ma possono bene accomodarsi così con l'uno come con l'altro governo, pur d'essere potenti. Perciò s'adoperano, facendosi forti col popolo, a divenir come protettori dei Medici, i quali dovrebbero invece cercare di separarli dal popolo, perchè si gettassero, senz'altra speranza di salute, a servirli.»[309]
Quali occasioni il Machiavelli avesse veramente a comporre questi tre suoi scritti, noi non sappiamo. Non ci è possibile dire se fu davvero invitato, come egli afferma nel primo di essi, o se, profittando dell'ufficio che ancora teneva, mettesse le mani avanti per non perderlo, o finalmente se li componesse, come allora usava assai spesso, a sfogo del proprio animo, e come una specie d'esercizio retorico, pel caso che si presentasse l'occasione di valersene. Quest'ultima ipotesi acquista un maggior grado di credibilità pel fatto, che del primo di tali scritti abbiamo solo una copia senza data, senza indirizzo e senza firma; del secondo e del terzo abbiamo gli autografi, ma sono più che altro abbozzi o frammenti. Comunque sia di ciò, lo scopo di così premurosi consigli, in qualunque modo li desse o cercasse darli, resta assai chiaro, com'è chiaro che la via da lui scelta era di molto difficile riuscita. Il Machiavelli ebbe sempre, come provano molte delle sue opere, tutta la sua vita, una gran fede nel popolo, grande diffidenza e antipatìa contro l'aristocrazia e contro ogni governo retto da un piccolo numero di potenti. E questi sentimenti manifestò anche quando trionfavano i Medici, i quali egli avrebbe voluto vedere appoggiarsi al popolo, e non cadere in balìa dei nemici del Soderini. Ma gli eventi erano, per ora almeno, in mano di chi li aveva apparecchiati, e i Medici non potevano affidarsi al popolo che non li voleva, allontanandosi da coloro che li avevano richiamati. Or questi erano appunto i nemici del Soderini, non meno che a lui avversi al Machiavelli, cui non potevano in nessun modo permettere che restasse in ufficio. Il combatterli adunque poteva riuscir solo a farseli sempre più nemici.
I Nove della Milizia, presso i quali il Machiavelli aveva avuto così gran parte, erano stati subito soppressi, licenziando tutti i conestabili dell'Ordinanza fin dal 19 settembre.[310] Restavano ancora i Dieci e la Signoria con la loro cancelleria, nella quale egli si trovava cogli altri alla dipendenza di Marcello Virgilio. Ma questi, sebbene fosse il primo segretario, non si era mai personalmente impacciato di politica, e nessuno pensò quindi a rimuoverlo d'ufficio. Il Machiavelli invece, intimo del Soderini, anima per qualche tempo della Repubblica, venne, con deliberazione presa alla unanimità dai Signori, il 7 novembre 1512, privato di ogni ufficio: cassaverunt, privaverunt et totaliter amoverunt.[311] Il suo amico Buonaccorsi subì nel medesimo giorno la stessa sorte.[312] Nè ciò bastava. Infatti una nuova deliberazione confinava il Machiavelli per un anno nel territorio della Repubblica, senza che ne potesse uscire, con l'obbligo ancora di dare, come sicurtà d'obbedienza alla condanna, fideiussori per la somma di mille lire. Il 17 novembre veniva inoltre a lui ed al Buonaccorsi proibito di mettere per un anno piede in Palazzo, ordine però che, quanto al Machiavelli, fu più volte temporaneamente revocato,[313] dovendo egli rendere i conti della sua amministrazione, dare tutti i necessarî schiarimenti. E questo potè fare con tale e tanta regolarità da non lasciare pretesto alcuno a muovergli accusa di sorte. In suo luogo venne eletto segretario Niccolò Michelozzi, noto partigiano dei Medici, il quale, non essendovi ora più i Nove nè l'Ordinanza, ebbe solo l'incarico di scriver lettere d'ufficio per la cancelleria.[314]
Ed ora le pretese riforme (chè così le chiamavano) vennero bruscamente sospese da avvenimenti esterni ed interni, i quali ultimi peggiorarono anche più le già tristi condizioni del Machiavelli. Per la ritirata dei Francesi, Parma, Piacenza, Modena e Reggio s'erano date al Papa; Brescia era venuta nelle mani del Vicerè; Peschiera e Legnago s'erano arrese al Lang, vescovo di Gurk, che era una specie di alter ego dell'Imperatore in Italia. Di tutto ciò molti, al solito, restarono allora scontenti e gli alleati sarebbero venuti fra di loro a contesa, se il Papa, facendo al Lang le più benevole accoglienze, e dandogli anche il cappello cardinalizio, non lo avesse guadagnato a sè. Questo portò subito ad una nuova alleanza, proclamata nel novembre in Santa Maria del Popolo, fra il Papa e l'Imperatore, che con la solita sua volubilità aderiva ora al Concilio vaticano. E così Massimiliano Sforza fu condotto a prender possesso del ducato di Milano, che era molto impiccolito, avendone più d'uno dei confederati preso qualche brano. Gli Spagnuoli aderirono ai nuovi accordi; vi si opponevano invece i Veneziani, perchè fieramente avversi alla cessione di Vicenza e Verona all'Imperatore; ma ciò valse a rendere ancora più salda l'alleanza di questo col Papa, il quale si poteva chiamar finalmente contento. Non aveva certo liberato dai barbari l'Italia, che invece, per opera sua, era occupata, calpestata da Tedeschi, Spagnuoli e Svizzeri; pure aveva cacciato i Francesi, sventato il Conciliabolo, radunato il Concilio lateranense, esteso e rafforzato il dominio temporale della Chiesa, data reputazione alle sue armi, fatto di Roma il centro principale degli affari d'Italia e del mondo. Ma allora appunto egli si ammalava, ed il 20 di febbraio 1513 moriva. Degno di molta gloria lo dice il Guicciardini, se invece di Papa fosse stato un principe secolare. Certo fu uomo di gran forza d'animo, di grande volontà, di grandi disegni pei quali mise a soqquadro l'Italia e il mondo. Tutti perciò erano stanchi adesso, e desideravano tempi più tranquilli.
Con questi intendimenti s'adunava il Conclave, nel quale il 6 marzo arrivò in lettiga il cardinal de' Medici, ammalato d'una fistola incurabile, che rendeva assai penoso lo stargli accanto. Avverso ai Francesi, stati la rovina di sua casa, levato a grande altezza dal Papa defunto, egli era largo del suo fino alla prodigalità, abilissimo nel rendersi accetto a tutti, educato alle buone lettere, grande ammiratore delle arti belle, un vero mecenate di artisti e letterati; e sebbene all'occorrenza fosse pronto anche ad atti violenti, si dimostrava, nei casi ordinari, sempre e con tutti temperato e gentile nei modi, in ogni occasione prudentissimo. Queste qualità lo indicavano come l'uomo adatto ora al papato, salvo la sua età, non essendo egli ancora giunto ai quarant'anni. V'era però nel Conclave un partito di giovani cardinali, che molto lo favorivano. Avversario deciso si dimostrava invece il Cardinal Soderini; ma fu ben presto guadagnato il suo voto con la promessa di far tornare dall'esilio l'ex-gonfaloniere, di liberare dal confine gli altri della famiglia, e di dare la figlia di Giovan Vittorio Soderini in moglie a Lorenzo de' Medici.[315] Stipulati questi accordi, il cardinal Giovanni riuscì con grande maggioranza di voti eletto il giorno 11 marzo. Non essendo egli ancora prete, ma semplice diacono, bisognò ordinarlo prima, per consacrarlo poi. Il 15 ebbe gli ordini sacri, il 17 fu papa col nome di Leone X, il 19 venne coronato. La cerimonia e le feste superarono quanto s'era mai visto di splendore e di lusso, in un secolo tanto celebre pel suo splendore e pel suo lusso: si spesero in un sol giorno 100,000 ducati.[316] Vi furono archi, iscrizioni, processioni, statue di Deità pagane, profusione di danaro ovunque, in ogni modo: parevano tornati i tempi di Roma imperiale.
A Firenze questa elezione venne salutata con gioia universale, perchè dal nuovo Papa mecenate e fiorentino, tutti s'aspettavano grandi favori. Nessuno pensava che così i Medici mettevano in Italia sempre più profonde radici, divenivano più potenti e prepotenti, ed il cacciarli di Firenze sarebbe stato sempre più difficile. La Città pareva invece orgogliosa di quello che seguiva. Ma un Genovese che si trovava presente a questa grande allegria dei Fiorentini, disse loro un giorno: «Voi vi rallegrate d'avere un papa fiorentino; prima però che ne abbiate quanti ne ebbe Genova, imparerete a vostre spese quello che può fare la grandezza dei papi nelle città libere.»[317] E non solo i fatti che seguirono più tardi gli dettero ragione; ma la gioia era stata già turbata da ciò che era avvenuto in quei giorni medesimi.
Poco prima che arrivasse a Firenze la nuova della infermità di Giulio II, un tal Bernardino Coccio, senese, trovò in casa dei Lenzi, parenti dei Soderini, un foglio caduto di tasca ad un giovane per nome Pietro Paolo Boscoli, notissimo avversario de' Medici. Raccoltolo e visto che v'erano scritti 18 o 20 nomi, fra cui quello di Niccolò Machiavelli, lo portò subito agli Otto, i quali, sospettando di congiura, imprigionarono il Boscoli insieme col suo intimo compagno Agostino di Luca Capponi. Sottoposti alla tortura, essi dichiararono francamente d'avere avuto in animo di rivendicare la patria in libertà; ma di non aver fatto congiura, nè comunicato ad altri i loro disegni: i nomi scritti sul foglio eran solo di persone nelle quali speravano di trovar favore, supponendole amiche del libero reggimento. La più parte di esse vennero nonostante, insieme con altre, condotte in prigione: e sebbene apparisse chiaro che la cosa non aveva avuto molta gravità, perchè senza seguito alcuno nei cittadini, pure il Boscoli ed il Capponi, dopo essere stati in carcere dal 18 al 22 febbraio, furono la sera decapitati. Il cardinal de' Medici era partito il giorno innanzi,[318] non prima però d'essersi assicurato dell'esito finale. Questo caso fu molto pietoso, perchè il Boscoli ed il Capponi erano giovani inesperti ed entusiasti, ma culti e di nobili sentimenti. Ambedue affrontarono la morte con gran coraggio, il Capponi quasi con sdegnosa indifferenza, pur dichiarandosi innocente; il Boscoli di 32 anni, biondo, bello e di gentile aspetto, sebbene ugualmente intrepido, pareva nondimeno agitato da pensieri diversi. Un suo amico, Luca della Robbia, della famiglia stessa del grande scultore di cui portava il nome, venne ad assisterlo nelle ultime ore, e trascrisse, parola per parola, il colloquio avuto con lui. Noi già altra volta v'accennammo; ma dobbiamo ora riparlarne, perchè si tratta d'un documento singolarissimo, che è assai importante a conoscere le condizioni dello spirito italiano in quel tempo.
Quando, verso sera, arrivò la notizia della prossima esecuzione, il Boscoli fu assai agitato. Prese il Vangelo e lo leggeva, invocando lo spirito del Savonarola per interpetrarlo; chiese poi un confessore del convento di San Marco. Al Capponi che, quasi rimproverandolo, gli diceva: — O Pietro Paolo, voi dunque non morite contento! — non fece neppure attenzione. Egli non temeva la morte; ma gli pareva di trovar la forza di morire solamente nello stoicismo e nelle reminiscenze degli eroi pagani, che esaltavano le congiure ed ispiravano l'odio alla tirannide: non si sentiva perciò la coscienza tranquilla. Volgendosi al suo consolatore della Robbia, esclamò a un tratto: — Deh! Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acciò che io faccia questo passo da buon cristiano. — E si disperava in un'angoscia tormentosa. Arrivato il confessore, il della Robbia, che aveva ancor egli i suoi scrupoli, gli andò subito incontro, chiedendo in segreto: — È proprio vero che San Tommaso condanna le congiure? — Ed alla risposta affermativa del frate, soggiunse: — Ebbene, diteglielo acciò non muoia in inganno. — Il confessore, vedendo la grande agitazione del misero giovane, si provò a fargli coraggio, perchè affrontasse la morte con animo risoluto; ma il Boscoli gli rispose subito con vivacità: — Padre, non perdete tempo, che a ciò mi bastano i filosofi. Aiutatemi piuttosto a morire per amor di Cristo. — Quando fu condotto al luogo del supplizio, il carnefice, con singolare e toscana cortesia, gli chiese scusa nel bendarlo, e si offerse di pregare Dio per lui, — Fai pure il tuo ufficio, — disse il Boscoli; — messo però che m'avrai sul ceppo, lasciami stare un poco, e poi mi spaccia. Accetto che tu preghi Dio per me. — Voleva in quell'ultima ora fare l'estremo sforzo per unirsi a Dio. Il confessore restò ammirato del Boscoli, ed avendo più tardi incontrato a Prato il della Robbia, gli andò subito incontro, dicendo d'aver pianto otto giorni continui, tanto s'era affezionato all'animoso giovane. — Io lo credo un beato e martire, andato diritto in Paradiso senza fermarsi in Purgatorio. Quanto poi alle congiure, di cui tu mi chiedesti, debbo dirti che ho riscontrato San Tommaso, e trovo che fa una distinzione. Se i tiranni sono eletti dal popolo, non è lecito congiurar contro di essi; ma se invece s'impongono con la forza, il congiurare è anzi un merito. Non ripetere però le mie parole a nessuno, altrimenti diranno: questi frati tiran sempre le cose secondo gli affetti loro. — Il della Robbia aggiunge che, tornato a casa, riscontrò anch'egli le opere di San Tommaso, e vi trovò quello che aveva detto il frate.[319]
Da questa narrazione si vede chiaro come le idee cristiane e le pagane venissero allora assai spesso in conflitto. Ed in vero, quanto alla vita privata ed alla morale individuale, il Cristianesimo, massime dopo l'opera del Ficino, del Pico e del nuovo Platonismo, poteva più facilmente mettersi d'accordo colla risorta filosofia pagana. Ma la vita pubblica costituiva un mondo a parte, le cui leggi, in continua opposizione con la morale evangelica, sembravano trovare il loro ideale solamente nell'antichità greca e romana. Certo i cospiratori, i patriotti, i politici, i capitani italiani del Rinascimento s'ispiravano a Bruto, a Cesare, a Licurgo, a Solone, ad Epaminonda, non mai al Vangelo. E ciò faceva nascere nel loro spirito un contrasto, di cui moltissimi sono gli esempi; ma nessuno forse così evidente, come è la confessione del Boscoli.
La condanna di quei due giovani, ed il trovarsi nella congiura mescolato il nome del Machiavelli, fecero dare ad essa un'importanza politica che veramente non ebbe, come si vede dalle lettere di Giuliano de' Medici. In fatti il 19 febbraio, cioè il giorno che seguì alle prime carcerazioni, egli scriveva a Pietro Dovizi da Bibbiena, in Venezia, dicendogli, che s'era scoperta «una congiura di far violenza a me ed a qualche cosa nostra; ma non s'è trovato che una mala intenzione senza fondamento o seguito.»[320] Aggiungeva poi una lista di 12 cittadini più o meno caduti in sospetto, fra i quali si legge anche il nome del Machiavelli. Un qualche spavento vi fu però di certo in quei primi momenti, perchè, oltre le condanne già menzionate, venne pubblicato un bando, col quale si ordinava a tutti i cittadini di consegnare le armi. Ed essi non solamente le consegnarono; ma s'affrettarono a correre alla casa di Giuliano, per dargli testimonianza della loro fedeltà, andandovi perfino alcuni parenti degli accusati a chiedere che si facesse giustizia.[321] Il 7 di marzo, quando i due giovani congiurati erano già morti, e gli altri processi condotti a termine, Giuliano scriveva di nuovo al Bibbiena, dicendogli che la Città s'era mostrata affezionatissima ai Medici, ed aggiungeva: «Il Boscoli ed il Capponi giovani di buone famiglie, ma senza seguito, sono stati i capi della congiura. Volevano levarci la terra; avevano deputato il luogo e fatto una lista di persone in cui credevano incontrar favore; avevano parlato e trovato ascolto in Niccolò Valori e Giovanni Folchi. Per questa ragione i primi sono stati condannati a morte, i secondi chiusi per due anni nel forte di Volterra. Alcuni furono confinati nel contado, per avere avuto qualche partecipazione nella congiura; tutti gli altri accusati ed imprigionati sono stati messi in libertà come innocenti, dopo aver dato buon sodamento.[322]» E in tutto ciò neppure una parola del Machiavelli.
Questi sembra che, scoppiata la tempesta, avesse cercato di mettersi in salvo. Troviamo infatti un bando degli Otto di Guardia e Balìa, i quali, il giorno 19 febbraio, ordinavano che chiunque «sapessi o havessi o sapessi chi havessi o tenessi Nicolò di messer Bernardo Machiavelli,» dovesse fra un'ora denunziarlo, «sotto pena di bando di rubello et confiscatione.»[323] Certo è che egli venne subito imprigionato e messo alla tortura insieme cogli altri, per vedere se poteva cavarsene qualche cosa. Il suo nome s'era trovato nella lista portata agli Otto; il suo passato lo rendeva sospetto. Poco avevano a lui giovato le proteste d'ossequio ai Medici, e molto avevano invece nociuto le cose dette e scritte contro gli accusatori e calunniatori del Soderini. Certo se si fosse in lui scoperta vera colpa, non lo avrebbero risparmiato; ma dopo alcuni tratti di corda,[324] e dopo le confessioni degli altri accusati, essendosi convinti che non v'era da cavarne nulla, lo lasciarono libero.[325] S'aggiunse che il Papa, essendo state già fatte le prime vendette, aveva subito dopo la sua elezione, dimostrato di volere che si usasse indulgenza; e però con deliberazione del 4 aprile, la Balìa fece grazia non solo a tutti coloro che eran sospetti d'aver preso parte nella congiura, senza che si fosse potuto provarlo; ma liberò dal confine anche i Soderini, compreso lo stesso ex-gonfaloniere.[326] È facile però capire, che il sospetto, la prigionia e la tortura affliggessero molto il Machiavelli, levandogli, per ora almeno, ogni speranza di conciliazione coi Medici. Il 13 marzo infatti egli scriveva a Francesco Vettori, ambasciatore in Roma, ed annunziandogli la sua liberazione, aggiungeva che tutto in questa occasione aveva cospirato a suo danno. Sperava però di non capitarci di nuovo, «sì perchè sarò più cauto, sì perchè i tempi saranno più liberali e non tanto sospettosi.» Avendo poi il Vettori risposto con proteste d'amicizia, facendogli coraggio, il Machiavelli gli aggiungeva d'aver saputo volgere il viso alla fortuna, portando la sua sventura con tanta fermezza, «che io stesso me ne voglio bene, e parmi d'essere da più che io non credetti.»[327] Ed anche allora, con le mani ancor dolenti per la fune patita, esprimeva il desiderio d'essere adoperato dai Medici. Ma su di ciò torneremo più oltre.
Dinanzi alla realtà di questi fatti, scompariscono tutte le fantastiche considerazioni intorno all'avere il Machiavelli cospirato allora a favore della libertà, contro la vita di Giuliano de' Medici, e perciò sopportato la carcere e la tortura. Solo giovani inesperti potevano pensare ad una congiura, quando tutta la Città si mostrava così favorevole ai nuovi padroni, ed era orgogliosa di vedere uno di essi eletto papa. Il Machiavelli perciò pensava invece a mettersi in salvo, ed al suo solito andava escogitando disegni complicati, coi quali ottenere il proprio intento, che era sempre di guadagnarsi il favore dei Medici. Ma che cosa dobbiamo noi pensare dei tre sonetti, che furono da lui scritti appunto in questi giorni, e, come parrebbe, indirizzati anche a Giuliano de' Medici? Due di essi sarebbero anzi stati composti nella prigione stessa, per chieder grazia. Il primo ci descrive la Musa, che viene a trovare il poeta, e non lo riconosce, vedendolo trasfigurato in modo, che lo piglia per pazzo; ond'egli si raccomanda a Giuliano che faccia fede della sua identità. Nell'altro descrive la carcere in cui si trova, dopo aver ricevuto sei[328] tratti di corda. Il puzzo è orrendo, le pareti «menano pidocchi»
Grossi e paffuti che paion farfalle.
Si sente un rumore d'inferno. Uno è incatenato, un altro è sciolto, un terzo grida che è tenuto alla corda troppo alto da terra.
Quel che mi fe' più guerra
Fu che, dormendo, presso all'aurora,
Cantando sentii dire: Per voi s'ôra.
Or vadano in malora,
Purchè vostra pietà ver' me si voglia,
Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia
È possibile che il Machiavelli abbia dalla carcere scritto questi versi a Giuliano? Che egli fosse capace di spingere il sarcasmo e la satira fino al cinismo, ridendo di cose e di persone che per lui stesso erano sacre, noi lo sappiamo. È noto l'epigramma da lui scritto più tardi sulla morte di Pier Soderini, che pure aveva sempre amato, ed a cui rimase sino all'ultimo fidato amico,
La notte che morì Pier Soderini,
L'alma n'andò dell'Inferno alla bocca;
E Pluto le gridò: Anima sciocca,
Che Inferno! va' nel Limbo dei bambini.
È ben vero che si volle dubitare dell'autore di questo epigramma; esso però non solo si trova da lungo tempo pubblicato ed attribuito al Machiavelli; ma anche il nipote Giuliano de' Ricci, nel Priorista più volte citato, lo attribuisce a lui senza punto dubitarne, scusandolo col dire che lo scrisse da poeta, avendo sempre avuto grande stima pel Soderini.[329] In sostanza però qui si tratta d'uno scherzo di cattivo genere, se si vuole; ma v'è pure un fondo di verità, avendo egli sempre biasimato la troppa mitezza del Gonfaloniere, accusandolo d'avere anche nell'ora del pericolo fidato nelle vie di mezzo, senza mai osare di por mano alla forza, per assicurarsi dei nemici suoi e della Repubblica.
Ben diverso è il caso dei due sonetti. Che cosa mai bisognerebbe pensare del Machiavelli, se veramente avesse scritto a Giuliano, che egli, nel sentire le ultime preghiere che accompagnavano al patibolo gli amici della libertà, aveva esclamato: «Vadano pure in malora, purchè Vostra Magnificenza mi faccia grazia»? Sarebbe stato cinismo così basso da disgustare lo stesso Giuliano, che nelle sue lettere al Bibbiena discorreva con dignitoso riserbo de' due giovani condannati a morte. Nè è presumibile che i molti nemici del Machiavelli, i quali tante accuse false inventarono per calunniarlo, avessero poi serbato silenzio così generale sopra un fatto che sarebbe stato di certo assai poco onorevole. E se veramente fosse andato tant'oltre, egli non lo avrebbe taciuto affatto nelle sue lettere a Francesco Vettori, cui narrò tutto quello che fece e che disse in quei giorni, ed al quale si raccomandava per aver favore dai Medici. Da queste lettere invece si cava che egli allora nulla chiese, che sopportò con coraggio la tortura, e che non aveva con Giuliano relazioni tali da osare d'indirizzargli versi burleschi per ottenerne favore. A lui ed a Paolo Vettori egli dovette d'esser presto liberato dal carcere. E se veramente fosse disceso tanto basso da deridere i compagni che subivano l'estremo supplizio, chi crederà mai che avrebbe appunto allora avuto l'impudenza di scrivere ad un amico de' Medici, e suo, d'essersi condotto con tanta fermezza da acquistare maggiore stima di sè stesso!
È poi molto singolare che i due sonetti restarono ignoti affatto sino al principio del secolo XIX. Il Ricci che con tanta diligenza copiò e raccolse notizie d'ogni genere, onorevoli e biasimevoli, intorno agli scritti dello zio, non ne fa cenno. Essi compariscono a un tratto, in un romanzo del Rosini, l'anno 1828, e poco dipoi in una biografia del Machiavelli pubblicata a Parigi l'anno 1833 dal francese Artaud.[330] Ambedue dicono che n'ebbero solo una copia dal signor Aiazzi di Firenze, che li trovò autografi su due fogli messi come segno in un libro, nel quale furono dimenticati per secoli. L'Aiazzi, che pur si fece più volte editore di cose antiche, non li illustrò, non li dette alla luce; ma ne ritenne copia per gli amici. Gli originali, così almeno si dice, sarebbero stati venduti ad un Inglese. La cosa par molto strana davvero, tanto che farebbe quasi dubitare dell'autenticità dei sonetti. Essi però non solo son dati come autentici dal Rosini e dall'Artaud, ma nelle Carte del Machiavelli si trovano copiati con una dichiarazione di Tommaso Gelli, già bibliotecario della Magliabechiana, il quale dice di averne veduto gli autografi.[331] Anche la lingua e lo stile furono da tutti giudicati, ed appaion veramente proprî del Machiavelli.[332] Si può, volendo, sofisticare su qualche verso;[333] ma prove intrinseche e sicure per mettere in dubbio l'autore dei sonetti non ve ne sono.[334] La conclusione, adunque, cui bisogna, secondo noi, venire, è che essi non sono una vera domanda di grazia, nè furono mandati a Giuliano; ma sono invece uno scherzo, uno sfogo capriccioso, ironico, cinico, se si vuole, che il Machiavelli gettò sulla carta in un momento di cattivo umore, ridendo, esagerando, facendosi peggiore che non era; e poi li dimenticò, non pensando che, dopo molti secoli, sarebbero stati ritrovati, ed egli chiamato a render conto di parole usate, senza troppo riflettere, forse qualche volta solo per obbedire alla rima. Che i due sonetti siano poi da tenersi veramente per uno scherzo e non altro, ce lo farebbe credere anche un terzo, che fu trovato più tardi, e venne pubblicato dal Trucchi nel 1847.[335] Con esso il Machiavelli manda a Giuliano un dono di tordi, pregandolo che li dia a mordere ai suoi nemici, onde non lo addentino più, come fanno, ferocemente. — Che se son magri, dirò che magro sono anch'io,